Nero su Bianco, Carbone: ”Uomo di Gladio sarebbe stato a Capaci nelle ore della strage”
Luca Grossi 28 Gennaio 2026
L’intervista esclusiva del criminologo forense ad ANTIMAFIADuemila
Le stragi del ’92 e del ’93 sono ancora tra noi. Abbiamo delle inchieste che vanno ancora avanti, ci sono stati dei processi, ci sono state delle condanne, ma ci sono ancora delle zone oscure che secondo noi andrebbero approfondite. Quali sono secondo lei queste zone oscure e perché è ancora difficile oggi arrivare alla verità?
Grazie per questa opportunità che accolgo con piacere, perché è sempre opportuno parlare e approfondire questi argomenti che purtroppo, a distanza di tanti anni, stanno diventando più un argomento che può trattare uno storico anziché un investigatore o un giornalista. Ma è opportuno invece proprio capire che sono di grande attualità e in qualche modo fanno anche da cornice interpretativa rispetto a tanti eventi anche odierni, oltre che per l’importanza chiaramente di base che in qualche modo hanno.
Al momento ci troviamo dinanzi a quello che secondo me è un grande conflitto di tipo interpretativo, dove c’è uno scontro aperto sulla narrazione delle stragi del ’92-’93. Da un lato abbiamo una tendenza a voler ricondurre il movente alle sole dinamiche di Cosa Nostra, dando particolare enfasi a quello che possiamo definire il famoso fascicolo mafia-appalti e la cosiddetta gestione Giammanco. Dall’altro invece c’è una linea che insiste sui cosiddetti ‘mandanti esterni’ e che vede all’interno una serie di convergenze eversive, ruoli di apparati e sistemi che hanno in qualche modo diretto determinate operazioni.
Io lo dico subito: io sarei più per approfondire questi aspetti, per poter capire meglio cosa è accaduto in quegli anni e quindi depotenziare, se vogliamo, anche quelle ipotesi di convergenza tra pezzi deviati dello Stato, destra eversiva e anche circuiti riconducibili a massoneria e servizi segreti. In questo filone, anche in base alle indagini che ho trattato personalmente, sia come perito ma anche come consulente per il caso Mandolini (ma faremo qualche riferimento dopo, se lo riterrete opportuno, alla vicenda), argomenti che ho anche trattato per “Dark Side”, in qualità di collaboratore, per alcuni contenuti. Ecco, è qualcosa che secondo me potrebbe fornire ulteriori elementi per chiarire e avere ulteriori pezzi per ricomporre il puzzle relativo a quegli anni.
Lei ha scritto in una recente pubblicazione che la pista che fa più paura è quella in cui si presentano delle figure femminili all’interno del panorama stragista. Lo ripetiamo: nella strage di Capaci si è trovato un guanto con un DNA femminile, ma anche in via dei Georgofili c’è stata questa presenza e anche nella strage di Milano. La presenza di donne spacca in maniera violenta quello che è stato il paradigma di Cosa Nostra, perché Cosa Nostra non ha mai utilizzato donne.
Sì, assolutamente. Questo è un aspetto che secondo me serve proprio per inquadrare in maniera approfondita quella vicenda. Il DNA femminile sulla scena del crimine è un dato incontrovertibile. Però mi permetterei di aggiungere anche che in questo caso gli approfondimenti vanno fatti, perché ci troviamo dinanzi a delle tracce genetiche oggettive che ancora non hanno trovato una collocazione. Abbiamo due guanti in lattice rinvenuti nei pressi del cratere, parliamo chiaramente della strage di Capaci, poi associati a una torcia e a un tubetto di mastice. Quello che sappiamo finora è che tutto questo materiale, che tra l’altro comprende anche un profilo maschile non ancora individuato, non è riconducibile a nessuno dei mafiosi condannati, né a quelli che poi possiamo definire i cosiddetti indagati eccellenti. Pensiamo all’ex poliziotto Giovanni Aiello o ‘Faccia da Mostro’; anche in quel caso non c’è stata una corrispondenza per quanto riguarda i profili genetici. Quindi questo già ci fa capire che ci sono altri attori presenti in quello scenario che finora non hanno trovato un volto.
Poi la presenza di componenti di sesso femminile, che tra l’altro è maggiormente rappresentata all’interno di questi profili genetici isolati, apre a un’ipotesi sconcertante, proprio per quello che anticipava lei, proprio nel non impiego usuale, soprattutto in quegli anni, anche se devo dire che nell’ultimo periodo le cose sono un po’ cambiate, parlo dell’impiego di figure femminili all’interno di organizzazioni riconducibili al crimine organizzato, ma anche la partecipazione femminile ultima, più deputata a ruoli di tipo finanziario, mai e poi mai operativo. Quindi una partecipazione operativa di una donna, a mio avviso, significa una sola cosa: che sono donne riconducibili ad apparati dell’intelligence.
Ecco, l’intelligence gioca un ruolo non ancora del tutto chiaro all’interno del panorama stragista. Ci spieghi chi è Marco Mandolini e il suo collegamento con Vincenzo Li Causi e con una delle strutture più controverse della nostra Repubblica, che è stata Gladio.
Su questo vorrei retro-datare un po’ il tutto anche a quel giugno del 1989, perché il collegamento con Mandolini passa attraverso il fallito attentato all’Addaura, che, ricordiamo, avvenne il 21 giugno 1989. Perché c’è questo collegamento? Mandolini, innanzitutto, era un maresciallo paracadutista incursore del 9º “Col Moschin”, capo scorta del generale Bruno Loi in Somalia, quindi un militare di altissimo profilo, un addestratore di Gladio. Ciò che abbiamo appreso nel corso degli anni è che aveva proprio conosciuto Vincenzo Li Causi in Sardegna all’interno di alcune operazioni relative a Gladio, in cui addestravano gli eserciti pronti all’impiego per quello che ufficialmente sarebbe stato poi il contrasto a un’ipotetica invasione da parte dell’Unione Sovietica. Quindi questo esercito clandestino sarebbe stato pronto all’impiego e quindi sottoposto anche a dei periodi di addestramento. E uno di questi addestratori erano Vincenzo Li Causi e il maresciallo Marco Mandolini. Quindi già questo contatto è acclarato.
Li Causi morirà in Somalia, anche lui, e c’è un passaggio importante che secondo me potrebbe essere dirimente, e questo fa riferimento anche a dei documenti che ho avuto modo di analizzare in prima persona e che chiaramente ho messo a disposizione degli organi inquirenti nel corso degli anni. Li Causi, dopo lo scioglimento della settima divisione del SISMI (e questo è un approfondimento che va fatto), molti degli addestratori di Gladio provenivano dalla settima divisione del SISMI. La settima divisione è stata sciolta ufficialmente, questo in base ai documenti consultati, dopo l’attentato al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano. Dopo il periodo stragista, che va a suggellare quasi una fase di quel periodo, intendo due o tre giorni dopo l’attentato di Milano, quindi parliamo del luglio del 1993, viene sciolta la divisione e molti di questi uomini vengono destinati, alcuni in Somalia, altri impiegati all’interno di diversi uffici. Perché questo scioglimento proprio dopo questi eventi? È una coincidenza particolare, sinistra, che secondo me meriterebbe ulteriori approfondimenti.
Dopo l’invio in Somalia, in quel periodo era presente Mandolini in missione, arriva Vincenzo Li Causi. Vincenzo Li Causi era il capocentro di una struttura di Gladio operativa nel Trapanese conosciuta come Centro Scorpione. Il capocentro era appunto Li Causi che in quel periodo utilizzava, essendo uomo riconducibile al SISMI, diversi nomi di copertura. Come in tutti i servizi, non scopriamo in realtà nulla di nuovo, fin dai film di Ian Fleming, è questa la realtà. Quindi parliamo di agenti che utilizzano delle identità di copertura. Uno dei nomi di copertura di Vincenzo Li Causi era quello di Maurizio Vicari e quindi ho avuto dei documenti sotto mano che vedono l’impiego all’interno del Centro Scorpione sia di Marco Mandolini per delle operazioni riservate, che in quel caso facevano riferimento al trasporto di casse contenenti armi. Mi soffermerei su questo dettaglio perché non è da poco, se consideriamo anche la vicenda Rostagno e ciò che avrebbe ripreso, ma qui forse ampliamo troppo il raggio.
Focalizzandoci su Mandolini, conduceva delle operazioni coordinate dal capocentro Vicari, alias Vincenzo Li Causi. Una di queste operazioni in realtà è limitata soltanto al trasporto d’armi ma anche a quella che è stata una vera e propria attività di esercitazione e monitoraggio del giudice Falcone e Paolo Borsellino. Attività che non è mai ufficialmente emersa, che non è la competenza di Scorpione, che era una struttura della rete stay-behind, pronta al contrasto di un’ipotetica invasione da parte dell’Unione Sovietica. Invece queste strutture, tra l’altro riconducibili alla NATO, perché Gladio entra in quell’apparato e questo è un altro aspetto da sottolineare, a mio avviso, che purtroppo ci rimanda dei pattern che siamo abituati a vedere in Italia fin dalla strage di Portella della Ginestra. Questo apparato fece un’esercitazione il giorno prima che prevedeva l’impiego di materiale esplodente, quindi candelotti di dinamite, il giorno prima, pochissimi giorni prima dell’attentato all’Addaura, e anche due giorni dopo un’altra esercitazione che prevedeva il recupero di questo materiale. Quando dico geograficamente, il punto dell’esercitazione era a pochissimi metri dalla villa dove avvenne l’attentato. Questa è un’altra circostanza importante che da un lato ci fa comprendere quello che era l’impiego ipotetico di una figura come Mandolini in questi scenari. Mandolini che non ho mai ritrovato all’interno della lista della settima divisione, dove invece compare Vincenzo Li Causi e altri uomini che farebbero parte della famigerata sezione K, una sezione sempre nucleata dalla settima divisione, dove ad hoc si andavano a comporre dei commando che in qualche modo venivano impiegati per operazioni che possiamo solo ipotizzare ma di cui non abbiamo oggi riscontri oggettivi se non diverse testimonianze e collocamenti di alcuni di questi uomini. Addirittura uno di questi uomini sarebbe stato visto a Capaci proprio nelle ore dell’attentato. Tra l’altro un uomo vicino anche a Mandolini.
Uno di questi uomini sarebbe stato vicino a Mandolini ed era presente a Capaci?
C’è questa pista sulla quale si sta lavorando. Ma vicino a Mandolini in che termini? Ricordiamo che Mandolini morì con 40 coltellate il 13 giugno del 1995 e sulla morte di Mandolini, militare di altissimo profilo, si è fatto di tutto per instradare, come in uso in determinati apparati, pensiamo anche alla vicenda di Emanuele Piazza, verso la pista passionale. In questo caso addirittura verso una pista di tipo omosessuale, quindi sarebbe stato in qualche modo presente a un incontro passionale. Questo incontro avrebbe visto il degenerare di una discussione nata con questa figura che l’avrebbe incontrata e sfociata in quella che è stata una vera e propria mattanza, tra l’altro ai danni di un militare che era un vero e proprio Rambo, quindi nemmeno facile da cogliere in un’imboscata sia per le capacità di filtro, parliamo di un caposcorta di un generale, sia per quello che è l’addestramento noto a questi apparati. E tra l’altro è da notare subito che in una vicenda di questo tipo, dove ci si aspetterebbe il cameratismo da parte dei commilitoni, o comunque il far il possibile affinché venga fatta luce su quello che secondo me rappresenta uno dei maggiori cold case del nostro paese, invece anche qui ci sono state diverse difficoltà. Potrei già anticipare che alcuni dei documenti risalenti all’inchiesta su Mandolini sarebbero stati addirittura smarriti. Abbiamo trovato diverse difficoltà per ricostruire il fascicolo, ci sono diverse parti mancanti all’interno di questo fascicolo. Tuttora ci sono sforzi da parte nostra per cercare di recuperare gran parte di questo materiale che ci auguriamo chiaramente di trovare. Però già il fatto che in quegli ambienti, anziché collaborare, da quello che mi consta sapere, diversi militari interrogati per far luce sulla vicenda, al sostituto procuratore che si occupò delle indagini all’epoca, la dottoressa Elsa Iadoresta, diedero semplicemente un numero di matricola, hanno ribadito il loro ruolo e quindi si trincerarono dietro questa posizione senza collaborare minimamente. E questo già secondo me ci dice tanto. È uno di questi uomini che in qualche modo ha contribuito a depistare, a mio avviso, quella che è l’indagine sull’omicidio Mandolini. Addirittura affermando che Mandolini gli avesse fatto delle avance, quindi parliamo anche in questo caso di un militare appartenente a quegli apparati presente nella settima divisione, sarebbe stato visto a Capaci. È chiaro che su questo sono in corso ulteriori approfondimenti, ma ci sono degli elementi concreti che partono dalle carte. Che Mandolini fosse operativo presso il Centro Scorpione è un dato. Su carte che sono state tra l’altro esaminate, ritenute attendibili proprio nell’ambito del processo Rostagno, quindi sono state già esaminate e altri documenti li abbiamo in qualche modo prodotti noi nel corso degli anni con le nostre indagini; documenti che riguardano sia la settima divisione, quindi l’elenco a cui facevo riferimento prima, lo scioglimento della stessa, settima divisione che tra l’altro non è soltanto limitata alla lista Fulci, ai famosi sedici nominativi che vengono fuori, di cui andrebbe poi tolto Masina, che secondo la dichiarazione dello stesso Fulci sarebbe stato inserito impropriamente per una sua questione personale. Quei quindici uomini della lista Fulci fanno parte di una lista molto più ampia e, badate bene, quella lista comprende anche delle donne. Donne che oggi non sono state oggetto di comparazione rispetto a quel DNA che è stato rinvenuto a Capaci e se io oggi avessi la possibilità partirei proprio da questo tipo di confronto di comparazione genetica, cosa che non è stata mai ancora compiuta almeno per quanto mi consta sapere ma mi auguro che altre procure che stanno lavorando su questa indagine possano farlo a breve.
Quindi lei ha detto che Marco Mandolini e Vincenzo Li Causi sarebbero morti perché sapevano, erano a conoscenza, di verità indicibili sulle stragi del ’92 e del ’93?
Si, rende benissimo l’idea, questo secondo me rientra in quella che è la vera e propria ricerca del movente. Io le posso dire che uno dei familiari di Mandolini mi ha confidato che Marco gli avesse detto di voler indagare sulla morte di Vincenzo Li Causi. Ricordiamo un attimo quella che fu la morte di Vincenzo Li Causi. Vincenzo Li Causi, presente in Somalia, sarebbe morto all’interno di un’imboscata a seguito di un’ipotetica caccia alla quaglia. Quindi parliamo anche lì di un militare di altissimo profilo, guarda caso, presente sull’automezzo insieme a lui, era uno degli uomini della famosa lista Fulci, un altro uomo della settima divisione. Era con lui sul mezzo, altra circostanza sulla quale andrebbero fatti ulteriori approfondimenti. In quell’occasione muore Li Causi. Questa morte non ha mai convinto Mandolini, tanto che fino al 1995 avrebbe indagato autonomamente su queste circostanze. Io da sempre mi sono battuto e devo dire che nel 2022 la richiesta di archiviazione fu anche accolta dal GIP, proprio con queste motivazioni, cercando in qualche modo di chiarire quello che è stato il ruolo operativo all’interno di apparati di intelligence non solo nostrani, perché qui andiamo a toccare un altro tasto importante, perché c’è un collegamento che vede il coinvolgimento di apparati esteri all’interno della nostra politica e che riguarderebbe anche i fatti che stiamo esaminando oggi e che mi è stata addirittura confidata da un agente operativo dei servizi segreti americani.
Quindi lei per servizi esteri intende la CIA?
Intendo la CIA, chiaramente.
Che interesse potrebbe avere avuto la CIA nelle stragi del ’92-’93 secondo lei?
Chiaramente parliamo di opinioni, prendiamole come tali fatte sulla base sia di documenti ma in questo caso anche di un’intervista, in una dichiarazione che tra l’altro credo già di aver reso rispetto a questa circostanza, forse per ‘il Giornale’. Durante le indagini proprio per l’omicidio Mandolini, ebbi modo di contattare un agente operativo della CIA, agli uffici delle verifiche, affinché mi potessi rendere conto se questa persona stesse affermando il vero o no. Tra l’altro questa persona mi fu presentata da uno dei familiari di Mandolini, Francesco, con il quale collaboro e che mi ha conferito il mandato per conto della famiglia come consulente tecnico di parte. Questa gente in qualche modo aveva detto al fratello che la morte di Mandolini sarebbe stata fatta nota già la sera prima all’interno degli apparati militari statunitensi. Questo capirà che è una circostanza enorme perché andrebbe addirittura a retrodatare l’orario del rinvenimento del corpo, quindi del decesso, dell’uccisione, quindi è qualcosa che io in prima persona ho cercato di approfondire con dovizia. Quindi mi recai in Toscana ad incontrare questo soggetto, con il quale ebbi diverse interlocuzioni, confermai in qualche modo quello che era il suo background e posso dire che si trattava di un alto ufficiale americano. Il quale mi disse che in qualche modo mi viene da intendere che anche a Capaci loro avessero avuto un qualche ruolo. Questo mi fu praticamente confermato. E anche rispetto all’uccisione di Mandolini mi confermò il fatto che loro avessero avuto conoscenza diverse ore prima rispetto al rinvenimento del cadavere. Quindi, ritornando alla sua domanda, io credo che interessi che oltrepassano quelli che sono i nostri confini territoriali siano stati sempre in qualche modo all’origine di determinate azioni che abbiamo visto. Mi permetto di dire questo, forse sembrerà esagerato, ma sia fin dalla strage di Portella della Ginestra alle stragi del 1993, che ci sia sempre stata questa regia esterna che in qualche modo abbia voluto indirizzare una determinata politica al fine di mantenere un controllo e una stabilità all’interno del nostro paese.
Controllo e stabilità ovviamente legati a interessi esteri.
Esteri chiaramente. Anche guardando a cose che accadono in altri punti d’Europa, perché ricordiamo che Gladio, la rete Stay Behind, non è stata protagonista di determinati aspetti oscuri o comunque operazioni soltanto in Italia. Ci sono stati diversi scenari in Europa che hanno visto il coinvolgimento di questa rete che anche lì sembrerebbe essersi occupata di tutt’altro, anziché di contrastare la minaccia sovietica. Credo che all’interno di queste strutture e la direzione di questa tipologia di strutture anche in compartecipazione con altri interessi, e quando parlo di altri interessi convergenti intendo anche Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, siano state messe in Italia determinate operazioni. E quindi questa sia una pista, secondo me, da approfondire. Lo stanno già facendo da diversi anni, in tanti fortunatamente, e credo che questo lavoro per la ricerca della verità non debba assolutamente essere ostacolato.
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