AprileOnLine.Info n. 186  del 20/06/2006

 

 

Metodi e linguaggi di un’Italia da rifare

 

''La televisione è lo specchio più fedele della nostra realtà. E a guardarla oggi, se ne ricavano aspetti per niente confortanti ''.

Intervista a Sandro Curzi, consigliere d'amministrazione Rai -  Emiliano Sbaraglia 

 

Tangentopoli, il simbolo del sistema di corruzione nazionale, che dopo quasi tre lustri sembra non finire mai; la scorsa estate le

intercettazioni telefoniche rivelano anche una “Bancopoli”, che dalla Banca d’Italia in giù coinvolge tutti gli istituti di credito più

importanti in Italia; poi arriva Calciopoli, con tutto il suo bagaglio di “cupole”, minacce e connivenze; ora lo “Scandalo Reale”, che trascina con sé l’ipotesi di un “Rai-gate”, dove con disinvoltura e volgarità di linguaggio ci si scambiano cortesie e donne. A questo punto appare lecito domandarsi: ma in che Paese viviamo? Lo abbiamo chiesto a Sandro Curzi, ex-direttore della storica “Telekabul” di Rai 3 e del quotidiano “Liberazione”, oggi consigliere d’amministrazione di una azienda Rai sempre più in crisi di identità.

 

Tangentopoli, Calciopoli, e adesso lei che parla di un rischio “Rai-gate”. Cosa significa aprire una “questione morale” nel mondo della

televisione?

Significa tentare di dare a questo Paese un filo di speranza, perché tutto quello che sta accadendo dimostra che l’Italia è un paese

profondamente malato, e i settori della politica, dello sport e dell’intrattenimento televisivo hanno tra le altre cose la grande

possibilità di arrivare al cuore e nella testa delle persone. Dunque devono anche essere un modello di riferimento comportamentale.

 

Sembra lo stesso concetto espresso ieri da Gianni Rivera in un’intervista su “Repubblica”, dove si è parlato di un costume italiano

generalizzato da correggere, di un paese da cartellino rosso…

Ho letto l’intervista di Gianni Rivera, e sono assolutamente d’accordo con lui. Non c’è dubbio alcuno che l’Italia nel suo insieme vive un

momento di grande difficoltà, e il cartellino rosso è valido non soltanto per un’area specifica della nostra società. Qui c’è un paese

intero da ri-monitorare, da porre sotto attenta osservazione, per tentare di risollevarci tutti, collettivamente.

 

Cosa ne pensa del tenore verbale delle intercettazioni pubblicate in questo ultimo anno, dalla calda estate vissuta con Bancopoli alle

telefonate di Moggi e soci, per arrivare all’ultimo scandalo che ha coinvolto il re Vittorio Emanuele?

Questo è un tema a dir poco deprimente. Al di là delle questioni di giustizia penale, quello che emerge in maniera sconcertante è il

linguaggio utilizzato dai personaggi coinvolti, è il modo attraverso il quale si parla di concorrenti, di avversari, di donne. Se qualcuno non

le conoscesse ancora, vada a riprendersi una notizia Ansa di sabato scorso che riportava le dichiarazioni di Vittorio Emanuele e del suo

collaboratore Narducci sul caso Calipari, e in particolare presti attenzione ad alcuni “apprezzamenti” su Giuliana Sgrena: è un linguaggio

che mette paura, un modo di pensare orribile, un livello espressivo identico a quello dei peggiori faccendieri e furfanti, appartenente al

mondo dei criminali. Con l’aggravante che questi metodi e questi linguaggi, utilizzati da certe persone, possono influenzare in maniera

fortemente negativa la formazione sociale e culturale della popolazione italiana, soprattutto se pensiamo alle giovani generazioni.

 

Lei è favorevole all’uso delle intercettazioni telefoniche anche come mezzo di informazione giornalistica per i cittadini?

Io credo che sia un sistema per certi versi pericoloso, riferendomi al rischio di ledere la libertà, la privacy di un soggetto implicato. Ma in

questo caso sono d’accordo con Marco Pannella quando afferma che qui si sta parlando di cose molto gravi, e anche se poi non verranno giudicate come reati, comunque riguardano tutti noi; in altro modo, e dunque senza la pubblicazione delle intercettazioni, rimarrebbero invece esclusivo terreno di pochi “eletti”…

 

Un’ultima domanda: il comitato “Per un’altra Tv” ha lanciato la scorsa settimana una campagna di sensibilizzazione, appoggiata anche dall’Usigrai, per evitare l’ennesima lottizzazione del sistema televisivo nazionale. Secondo lei è un’ipotesi realizzabile con questa maggioranza?

Questo è un altro dei nostri mali diffusi, che però dobbiamo estirpare iniziando a lavorare proprio sul concetto di lottizzazione, che storicamente nasce durante la formazione del primo centrosinistra, dopo il cosiddetto latifondo democristiano. In quel periodo però esistevano forze politiche, idee e filoni culturali che autorizzavano il termine“lottizzazione”: c’erano partiti veri, grandi forze politiche, uomini politici molto carismatici, che determinavano anche un certo tipo di gestione del sistema televisivo. In rapporto alla situazione attuale, la diversità più grande consiste nel fatto che, in sostituzione di tutto

ciò che è stato, ora abbiamo lobby e gruppi di potere che si travestono da “destra” e da “sinistra” in base alle loro ciniche logiche di profitto; di conseguenza, devono modificarsi anche gli orizzonti della battaglia per una televisione libera e pluralista. Anche perché, ancora più di prima, la televisione è lo specchio più fedele della nostra  realtà. E a guardarla oggi, se ne ricavano aspetti per niente confortanti.