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E così andò…………….Dalla carte desecretate del CSM, Roberto Galullo ricostruisce la storia della nomina del successore di Nino Caponnetto e l’esclusione di Giovanni Falcone da Capo dell’Ufficio Istruzione a Palermo

25 anni dopo Capaci/5 Meli non voleva smantellare il pool antimafia di Palermo (ipse dixit) ma Giovanni Falcone pensava il contrario

Giovedì 25 maggio 2017 

di Roberto Galullo

Amati lettori di questo umile e umido blog, imperterrito, continuo a scartabellare le carte su Giovanni Falcone desecretate dal Csm e di cui vi racconto dalla scorsa settimana (si vedano i link a fondo pagina).

Bene, ieri eravamo rimasti con il botta e risposta tra alcuni magistrati dell’Ufficio Istruzione di Palermo (tra cui lo stesso Falcone e Leonardo Guarnotta)  Antonino Meli, da pochi mesi capo dell’ufficio e destinatario di una lettera di fine luglio 1988 molto dura nei confronti della sua nuova gestione. Meli il 1° agosto, come abbiamo visto, al Csm respinse ogni accusa. Compresa quella di voler smantellare il pool. Anzi disse testualmente (pagina 125 del verbale del Csm) che «ho spiegato che l’introduzione di nuovi elementi nel pool aveva il fine anche di assicurare il ricambio e la continuità…» ma che (pagina 126) «ci sono delle sensazioni che si provano e io so quanto loro erano gelosi di questo pool che doveva rimanere sempre lo stesso». Poco prima (pagina 116) aveva detto che «se loro (i magistrati ribelli, ndr) leggono la lettera (che scrisse loro, ndr) della quale si dice che io propugnavo lo smantellamento del pool, loro vedono che è un inno al pool, un inno all’operato del pool».

Lo stesso giorno, però,  la prima commissione referente Comitato antimafia del Csm audì anche Falcone il quale esordì dicendo di «aver sempre sollecitato il consigliere meli ad una maggiore apertura nei nostri confronti…».

Falcone continuò così: «Io mi rendevo conto che il consigliere Meli era prevenuto nei nostri confronti a seguito di quello che era accaduto e quindi  ho cercato di fare di tutto per rendere l’atmosfera più vivibile. Quindi nel corso di quei colloqui quotidiani da un lato io rappresentavo l’opportunità che o ci convocasse o forse meglio venisse a trovarci per vedere concretamente come lavoravamo, di che cosa avevamo bisogno, per impadronirsi della materia…».

Sollecitato da una domanda Falcone disse ancora (da pagina 133) che «Meli non lo faceva per secondi fini, per nessun motivo particolare, ma perché lui non andava in nessun posto, rimaneva nella sua stanza e diceva “comunque non ti preoccupare, anche se rimango in questa stanza io sono sempre informato di tutto”(…) io credo che forse lui viveva questo venire nei nostri locali come una sorta di diminutio capitis, come un qualcosa di lesivo delle sue prerogative…».

E (pagina 135) dirà successivamente: “«La nostra aspirazione era di far si che Meli lavorasse con noi esattamente come nel passato aveva fatto Caponnetto».

Quasi alla fine della sua audizione Falcone (pagina 157) dirà «io sono perfettamente d’accordo con Roberto Scarpinato: il problema non è quello del ricreare una sorta di élite che gode di chissà quali privilegi, perché ciò creerebbe magistrati di  serie A e magistrati di serie B ed esporrebbe ed aumenterebbe la pericolosità, non c’è dubbio che è così. Il problema, quindi, qual è? E’ quello di creare saggiamente quelle possibilità per trovarsi insieme e lavorare insieme ma non è pensabile che allargando così indiscriminatamente il pool si può fare qualche passo avanti, non è questa la maniera. La maniera è a mio avviso ovviamente, creare quei presupposti, quell’armonia perché si possa lavorare insieme…».

Presupposti che, con tutta evidenza, per un verso o per l’altro, mancavano.

Bene. Mi fermo qui. Domani cambio argomento ma su questo filone tornerò a breve.

r.galullo@ilsole24ore.com

fonte:http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/

25 anni dopo Capaci/4 Via Caponnetto, dentro Meli e all’ufficio Istruzione qualcuno voleva introdurre «un sistema di terrore come ai vecchi tempi»

Mercoledì 24 maggio 2017 

di Roberto Galullo

Ieri, immancabilmente, abbiamo assistito ad un profluvio di lacrime di coccodrillo nel giorno della memoria della strage di Capaci. Una valle di lacrime delle quali solo alcune stille erano, sono e saranno vere.

Inevitabile, come ha raccontato a chi vi scrive Roberto Scarpinato, procuratore generale di Palermo nella videointervista che potete trovare nel sito del Sole-24 Ore.

Ora, chi come questo umile e umido blog, non si ricorda solo un giorno o al massimo due giorni all’anno di scrivere, informare, denunciare e criticare ma lo fa da 10 anni pressoché tutti i giorni che Dio manda in terra, va avanti nella sua opera di sensibilizzazione sui temi della criminalità organizzata e dell’economia criminale.

Oggi, dunque, mentre si spegne la retorica e si asciugano gli occhi dei coccodrilli di Stato, vado avanti imperterrito e continuo a raccontare la vita professionale di Giovanni Falcone, attraverso la lettura (che sto facendo) delle carte desecretate da parte del Consiglio superiore della magistratura (Csm). In vero lo sto facendo da venerdì della scorsa settimana (rimando ai link in fondo per le precedenti puntate).

Ebbene, oggi scrivo della risposta che Giovanni Falcone e, tra gli altri firmatari, il suo collega Leonardo Guarnotta, spedirono il 29 luglio 1988 al presidente del Tribunale di Palermo, in ordine all’efficienza dell’ufficio Istruzione di Palermo a capo del quale il Csm (lo abbiamo visto nei giorni scorsi e rimando ancora ai link) aveva posto Antonino Meli preferendolo proprio a Falcone.

Falcone e Guarnotta sottolinearono innanzitutto che Meli aveva cambiato i criteri di assegnazione dei processi di mafia, creando problemi e disorientamento. I vecchi criteri, disposti dal precedente capo ufficio Antonino Caponnetto, rispondevano all’esigenza di avere una visione globale della mafia siciliana e una crescente professionalità dei giudici istruttori. In particolar modo Caponnetto, prima di lasciare l’incarico, si era premurato di assegnare a Falcone l’istruttoria del cosiddetto maxiprocesso, con piena intesa del cosiddetto “gruppo antimafia”.

Bene. Accade che Falcone e Guarnotta scrivono testualmente (pagina 5 della lettera acquisita anche agli atti del Csm) che prima ancora che si insediasse Meli e quando ancora era in sede Caponnetto (e dunque a sua insaputa) , all’ufficio Istruzione di Palermo giunsero due circolari del 29 gennaio  e 5 febbraio 1988in cui il cancelliere dirigente, “«d’ordine del consigliere istruttore aggiunto dott. Motisi»”, rispettivamente, chiedevano le statistiche dei processi penali pendenti e rivolgevano una nota di biasimo a tutto il personale di cancelleria, affermando che Motisi «aveva avanzato l’idea di instaurare in tempi brevi un regime di terrore come ai vecchi tempi».

Il 18 maggio 1988 – si badi bene – tutti i magistrati dell’Ufficio Istruzione (dunque anche Falcone) ricevettero una nota di “richiamo”, che risollecitava le statistiche.

Verbalmente, si legge a pagina 6 della lettera che stiamo commentando e che troverete desecretata sul sito del Csm, i magistrati dell’Ufficio Istruzione “fecero presente al consigliere istruttore che la estrema complessità e delicatezza dei processi in corso non ne consentiva una sollecita definizione ove si fosse voluto realmente pervenire all’accertamento della verità in vicende tanto gravi e non limitarsi a una gestione burocratica dei processi”.

Da Meli l’ufficio si aspettavano una convocazione per discutere dei problemi più delicati ma nulla di tutto ciò avvenne e nella lettera si legge che “«non risulta che il consigliere istruttore abbia nemmeno visitato i locali nei quali è allocato il gruppo antimafia né essi sono stati invitati a partecipare ad alcun incontro per discutere sui problemi concernenti l’istruttoria dei processi sulla criminalità mafiosa»”.

Il 1° agosto 1988 e dunque a strettissimo giro di posta la prima commissione referente Comitato antimafia del Csm audì i magistrati “ribelli” per capirne di più, inclusi Falcone e Guarnotta e lo stesso Meli. In vero il Csm aveva già scritto a Meli per capire anche da lui cosa stesse succedendo.

Quest’ultimo respinse tutte le accuse (quelle e altre)  e in particolare, per quel che riguarda l’isolamento nel quale si era chiuso, rispose (pagina 114 del verbale) che “«Falcone, arrivando in ufficio, veniva da me e stavamo lì mezz’ora, un’ora a parlare, non certo delle donne; parlavamo  dei processi, dell’ufficio, cosa che gli altri non facevano…quello che coordinava tutto era Falcone. Quindi quando a me riferiva Falcone su quello che facevano lui e il pool era più che sufficiente” ».

Ora mi fermo ma domani continuo.

r.galullo@ilsole24ore.com

fonte:http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/

 

 

25 anni dopo Capaci/3 Il «miglior segnale» del Csm era quello di non promuovere Falcone all’ufficio Istruzione di Palermo

Martedì 23 maggio 2017 

di Roberto Galullo

Adorati lettori di questo umile e umido blog come sapete da venerdì della scorsa settimana sto ricordando con atti ufficiali (quelli del Consiglio superiore della magistratura) la memoria del giudice Giovanni Falcone che esattamente 25 anni fa perì nella strage di Capaci con la moglie e i tre agenti di scorta.

Ma torniamo – come abbiamo fatto nei giorni scorsi – indietro con la memoria. Per capire bisogna infatti conoscere.

E’ il 19 gennaio 1988. Il consiglio superiore della magistratura (Csm) esamina la proposta della Commissione Incarichi direttivi per conferire l’incarico direttivo di consigliere istruttore presso il tribunale di Palermo (cosiddetto Ufficio istruzione).

In lizza ci sono Antonino Meli, Giovanni Nasca, Rosario Gino, Marco Antonio Motisi, Giovanni Pilato e Giovanni Falcone.

Dopo aver letto (e per questo rimando ai link a fondo pagina) la trascrizione della relazione della commissione incarichi direttivi che votò a maggioranza (tre voti favorevoli per Meli e due per Falcone) e la relazione dell’allora vicepresidente del csm Cesare Mirabelli, eccoci agli interventi dei consiglieri che portarono a nominare Meli (14 voti) e a bocciare Falcone (10 voti).

Votarono a favore di Meli i consiglieri del Csm Agnoli, Borrè, Buonajuto, Cariti, Di Persia, Geraci, Lapenta, Letizia, Maddalena, Marconi, Morozzo Della Rocca, Paciotti, Suraci e Tatozzi.

Votarono contro i consiglieri Abbate, Brutti, Calogero, Caselli, Contri, D’Ambrosio, Gomez d’Ayala, Racheli, Smuraglia e Ziccone.
Si astennero i consiglieri Lombardi, Mirabelli, Papa, Permacchini e Sgro.

Il voto avvenne per appello nominale.

Non vi nascono lo sconcerto che ho avvertito leggendo non un legittimo “si” o un legittimo “no” all’uno o all’altro candidato (e che dire delle astensioni?) ma le motivazioni, i giri di parole, gli avvitamenti, le arrampicate sugli specchi per giustificare il no a Falcone o per dire tutto e il contrario di tutto.

Questo è il mio modo per ricordare sul blog (sul quotidiano e sul sito ho dedicato servizi, dossier e video e lo faccio anche oggi, per cui vi invito a comprare, leggere e guardare) il venticinquennale della strage di Capaci che ha cambiato per sempre la mia vita e che cade proprio oggi.

Giorno in cui milioni di lacrime di coccodrillo verranno versate in memoria di Falcone, come racconta nel video, pubblicato oggi sul sito del Sole-24 Ore e che vi invito a guardare, Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo e tra i più vicini per passione e lavoro a Falcone e Paolo Borsellino.

Questo è il modo in cui oggettivamente ciascuno di voi potrà riflettere su quella giornata del lontano 1988 che segnò il lento e lancinante inizio della fine di Giovanni Falcone.

INTERVENTI DEI CONSIGLIERI

ANTONINO ABBATE

La nomina del dirigente dell’ufficio istruzione dei tribunale di Palermo avviene in un momento delicato ma non nuovo della vita politica, istituzionale, giudiziaria della intera regione siciliana e deve indurre tutti noi a valutare coraggiosamente la realtà, a operare una scelta chiara, professionalmente attendibile sulla quale non siano consentite strumentali «ricognizioni», «dietrologie» di moda, presentate magari come verità inconfutabili ai cittadini che di verità, e di verità soltanto, hanno oggi concretamente bisogno. In un simile contesto i giudici hanno una strada obbligata, quella di esercitare correttamente la propria attività nell’ambito di un ruolo disegnato in maniera netta dalla Costituzione, rifiutando l’assunzione di ulteriori supplenze e riaffermando il primato delle procedure, privilegiando quei contenuti di professionalità, di competenza, di indipendenza, di equilibrio e di terzietà che non tollerano protagonismi, approssimazioni e scorciatoie finalizzate al raggiungimento del risultato. Questi criteri – non certamente emergenze contingenti, né impressive notazioni localistiche – impongono che il Consiglio adotti nel caso concreto una scelta ben chiara, responsabile, idonea a garantire una continuità di azione, che non suoni in ogni caso strappo alle norme che sovraintendono al conferimento di particolari incarichi direttivi. Proprio in tale ottica ho espresso in commissione il mio voto in favore del collega Giovanni Falcone e voglio qui ribadire la validità della mia opzione, che si preoccupa della esigenza di assicurare a un ufficio di grande importanza la direzione di un magistrato che, per la sua preparazione, le sue specifiche esperienze, le sue doti di inquirente, la sua conclamata professionalità, le capacità organizzative evidenziate sul campo, appare oggettivamente meritevole di ogni considerazione, anche per il coraggio dimostrato in frangenti difficilissimi che non vanno assolutamente dimenticati.
Senza toni da crociata e senza nulla togliere alla professionalità e ai meriti degli altri aspiranti, ritengo personalmente che designando Giovanni Falcone il Consiglio superiore della magistratura compie oggi una scelta legittima e comprensibile.

SERGIO LETIZIA

La legge individua due criteri fondamentali per la scelta dei dirigenti degli uffici giudiziari: l’anzianità e il merito. Esprimere un voto a favore del dott. Falcone significherebbe contravvenire alla legge in ordine a uno di quei due criteri; nonostante infatti gli indiscussi meriti del dott. Falcone, ben sei altri candidati, tutti meritevoli, possono vantare una anzianità maggiore, in particolare il dott. Meli, primo nella graduatoria di anzianità, è entrato in servizio addirittura sedici anni prima del dott. Falcone. Ribadendo che non intendo affatto disconoscere l’impegno e la professionalità di Falcone, non credo comunque ai geni o ai superuomini, e che, al posto di Falcone, io, come del resto ho fatto in diverse occasioni, non avrei nemmeno presentato la domanda in presenza di candidati molto più anziani. Non si deve del resto dimenticare che tanti altri magistrati in tutta Italia, con la stessa anzianità di Falcone, possono vantare gli stessi meriti nella lotta contro la mafia, una lotta che non si conduce soltanto a Palermo ma che si realizza, ad esempio, in tutti i luoghi in cui si promuovono processi penali contro il traffico degli stupefacenti. Né si deve dimenticare che della professionalità fa parte anche la modestia. E miglior segnale che il Consiglio può dare per la lotta contro la mafia non è assegnare l’ufficio in esame al dott. Falcone, il quale può continuare il suo meritevole impegno di giudice del tribunale di Palermo, ma mostrare che in Italia non è soltanto Falcone a essere capace di lottare contro il fenomeno mafioso.

STEFANO RACHELI

Signor presidente, io affermo qui che non possiamo sottrarci all’obbligo di leggere la legge e le nostre circolari in modo che finalmente emerga quella professionalità specifica che sola è in grado di non avvilire l’istituzione giudiziaria precipitandola in una pseudo professionalità fatta, alla resa dei conti, di sola anzianità.
Deve essere assolutamente chiaro che non intendo assolutamente mandare messaggi spendibili nel senso che qui si voglia celebrare la scomparsa dell’anzianità quale parametro di valutazione. Meno che mai intendo premiare i rischi che alcuno tra i candidati deve subire per effetto del Suo ufficio. Voglio solo mettere a capo dell’ufficio istruzione di Palermo la persona che meglio di tutti può condurre questo ufficio. Questo è il nostro dovere in questo momento.
Mi limiterò a due dati telegrafici: il magistrato proposto dalla commissione è alle soglie della pensione e non ha mai (dico mai) fatto il giudice istruttore. Signor presidente, l’anzianità senza demerito è criterio che non può bastare per l’ufficio istruzione di Palermo. Ognuno deve prendere una responsabilità che è personale e forte – al di là di gruppi e schieramenti – perché troppa storia dei nostro paese è legata a decisioni come questa. Preannunzio perciò voto contrario alla proposta della commissione.

FERNANDA CONTRI

Non risponderò ad alcuna delle provocazioni troppo facilmente proposte in questa sede. Ciò che è importante è riaffermare con forza la responsabilità della scelta cui è chiamato il Consiglio, che non è un computer nel quale basta inserire dati obiettivi per ottenerne soluzioni automatiche, ma che deve mettere in opera un iter logico, motivato e sofferto. Il mio netto orientamento è a favore dei dott. Falcone, la cui specializzazione nella lotta contro la mafia è unica, non soltanto in Italia, e tale da far superare ogni perplessità. Se in passato è stato sufficiente prendere in considerazione la specifica professionalità di un candidato per consentirgli di superare una barriera di due o di quattro anni di minore anzianità, ebbene io non ho alcun dubbio nell’affermare che la professionalità del dott. Falcone è talmente eccezionale da consentirgli di superare un divario di anzianità anche maggiore rispetto a quello attuale. Oltre alla professionalità, un altro fattore che mi induce a dare il mio voto a Giovanni Falcone è la garanzia di continuità nella direzione dell’ufficio che la scelta dei medesimo assicurerebbe: continuità di un lavoro e di un impegno che sono stati seri, corretti ed efficaci. Egli ha dimostrato il massimo di professionalità, di coraggio, di impegno, di vitalità; e di fronte alla dimostrazione di tali doti è auspicabile che almeno una delle amministrazioni dello Stato, quella giudiziaria, dia un concreto segno di voler cominciare a funzionare in Sicilia.

MASSIMO BRUTTI
È doveroso ricordare che negli ultimi 10 anni due consiglieri istruttori del tribunale di Palermo sono stati uccisi, il dott. Terranova nel 1979 e il dott. Chinnici nel 1983, e che questa strategia intimidatoria messa in atto dalla mafia non è stata certamente ancora sconfitta. La mafia, che ha a Palermo il suo quartiere generale, continua a mostrare la propria pretesa di impunità e dunque ha bisogno di una giurisdizione timida, lenta e inefficiente.
Il Consiglio deve rispondere a questa sfida usando giudiziosamente la propria discrezionalità con la scelta di un uomo giusto al posto giusto che più volte in passato ha mostrato di saper adeguatamente valutare le particolari condizioni di isolamento in cui sono costretti a operare i magistrati di Palermo. La scelta compiuta nel 1983 a favore dei dott. Caponnetto è stata una decisione meditata. Ciò premesso, ricordo come la nuova circolare in materia di conferimento di incarichi direttivi, preveda la possibilità di superare un divario di anzianità, anche considerevole, in virtù di una specifica e motivata valutazione che evidenzi il possesso da parte del candidato meno anziano di specifiche doti attitudinali o di merito di spiccato rilievo, anche con riferimento alle esigenze organizzative ed eventualmente a particolari profili ambientali. Tenuto conto di tale referente normativo e avuto riguardo al particolare contesto ambientale palermitano, ritengo doveroso, oltreché opportuno, sottolineare il carattere eccezionale dell’impegno specifico del dott. Falcone, per cui preannuncio il mio dissenso dalla proposta della commissione a favore del dott. Meli. Questa proposta non tiene conto delle doti, dei meriti particolari e dell’esperienza prolungata nel tempo del dott. Falcone e, al contempo, attribuisce un’importanza esorbitante al requisito dell’anzianità. Ma anche a voler dedicare una particolare attenzione ai meriti trascorsi dei dott. Meli, emerge come la sua esperienza sia maturata nel settore della magistratura giudicante e come non abbia mai svolto nella sua lunga carriera le funzioni di giudice istruttore. Certo, il dott. Meli ha esercitato funzioni requirenti, ma in tempi molto lontani (intorno al 1949) e per un breve periodo (circa 9 mesi). Né si può tralasciare, se si vuole pervenire a una visione esaustiva, di soffermarsi su alcuni comportamenti tenuti dal dott. Meli nel corso degli ultimi anni e alla luce dei quali l’elemento in apparenza a suo favore, quello dell’anzianità, potrebbe addirittura rivelarsi controproducente. Infatti il dott. Meli si è caratterizzato negli ultimi anni per una reiterata impulsività che non costituisce certo un dato caratteriale ideale per l’assunzione dell’ufficio direttivo di consigliere istruttore. Cito una discutibile intervista rilasciata dal dott. Meli nel 1984 all’indomani della pubblicazione di un’intervista della vedova del dott. Terranova. Indipendentemente dalla valutazione di certe formulazioni espressive di dubbio gusto adoperate in quella occasione, il dott. Meli si comportò in maniera poco consona all’autocontrollo richiesto a un magistrato nella sua posizione. Ma non si trattò di un episodio isolato; infatti questa instabilità caratteriale ha avuto modo di manifestarsi in modo ancora più vistoso nel corso della nota vicenda in cui il dott. Meli si è contrapposto al dott. Patanè. In tale occasione, il Consiglio ebbe modo di venire a conoscenza di affermazioni del dott. Meli troppo leggere e non meditate, che confermano il convincimento della inadeguatezza del dott. Meli ad aspirare a un incarico tanto importante. Voglio infine ricordare l’atteggiamento oscillante del dott. Meli nelle more del conferimento dell’ufficio direttivo di presidente del tribunale di Palermo. Non solo il dott. Meli ha revocato la domanda inizialmente presentata, ma è addirittura arrivato a revocare la revoca della domanda, alimentando il sospetto di una caratteriale instabilità di cui il Consiglio deve in questo momento tener conto. In conclusione, sulla base di questi elementi, preannuncio il mio voto contrario alla proposta della commissione.

GIANFRANCO TATOZZI
Un’eventuale scelta a favore del dott. Falcone potrebbe essere interpretata come una sorta di dichiarazione di stato di emergenza degli uffici giudiziari di Palermo decretata da un organo che, senza essere politicamente responsabile, si arrogherebbe il diritto di sospendere l’applicazione delle regole legali. Esprimo le mie perplessità sul fatto che l’assegnazione del posto di consigliere istruttore al dott. Falcone – al quale peraltro mi legano non solo sentimenti di stima e amicizia ma anche l’appartenenza allo stesso gruppo – costituirebbe un effettivo rafforzamento della risposta giudiziaria all’attacco portato dalla mafia. Come consigliere istruttore, infatti, Falcone sarebbe obbligato a far fronte a esigenze di organizzazione generale di un ufficio senz’altro oneroso, mentre, proprio al fine di non depotenziare la sua capacità di incidenza nella lotta alla mafia, appare preferibile che il dott. Falcone possa continuare a occuparsi di tale fenomeno in una posizione di prima linea. Annuncio quindi il voto favorevole alla proposta della commissione.

GIUSEPPE BORRÈ
Dichiaro che il mio voto sarà favorevole alla proposta della commissione. Non sono molti gli anni che ci separano da quando ancora si diceva che la mafia non esiste, o da quando, pur ammettendosi il fenomeno, si tendeva a ridurlo a un semplice fatto di sottocultura. Giovanni Falcone, inserendosi con intelligenza nel solco aperto da una nuova intellettualità democratica, ha capito che le cose non stanno così e che ampi e doverosi spazi si aprono a un magistero penale razionalmente esercitato. Ciò egli ha compreso e si è comportato, nei fatti, con lucida coerenza.
I meriti di tale candidato sono dunque alti: tanto da suscitare perplessità e incomprensione in larga parte dell’opinione pubblica verso una scelta che non sia a lui favorevole. Mi è facile contrastare tale diffuso stato d’animo nella parte in cui pretende fondarsi su un concetto da premialità, peraltro sicuramente estraneo alla domanda proposta dal collega Falcone. Molto egli ha fatto, – si sente dire in giro, e non solo dall’uomo della strada, – molto ha realizzato, molto ha rischiato di persona, e dunque molto egli merita. In realtà non può esservi premio per l’adempimento del dovere, neppure quando si tratti di inedito e straordinario adempimento. L’adempimento del dovere sarebbe non onorato, ma inquinato dal premio.

GIANCARLO CASELLI
La soluzione del caso in esame, quando sia riferita alla specificità del caso concreto, ha un percorso obbligato: deve puntare su un uomo del pool antimafia, deve puntare sulla struttura che a questo pool fa capo. Il pool di magistrati dell’ufficio istruzione di Palermo ha saputo attrezzarsi (prima di tutto culturalmente) realizzando così una struttura nuova affiatata, che ha diffuso professionalità. Non bisogna infatti dimenticare che si è trattato di una struttura aperta, nel senso che ha formato professionalmente magistrati che, prima di entrare a far parte del pool, di questi problemi non si erano mai occupati e che viceversa, grazie al pool, hanno conseguito livelli di capacità decisamente di grande rilievo. Alla fine, operando in questo modo, il pool di giudici istruttori del tribunale di Palermo ha ottenuto risultati di grande rilievo, basati sulla individuazione dei caratteri della nuova mafia. I primi risultati, dopo anni, decenni e decenni di sostanziale impunità. In alcuni interventi si è parlato di premio, in particolare di premio al protagonismo, come di un criterio da non seguire, e la storia del protagonismo e un po’ come la storia di quando le donne portavano il velo. A quel tempo le donne erano tutte belle, ma quando il velo cadde si cominciarono a constatare delle differenze. Un po’ la stessa cosa è successa per la magistratura. Quando i giudici non davano «fastidio», quando non erano scomodi, erano tutti bravi e belli. Ma quando hanno cominciato ad assumere un ruolo preciso, a dare segni di vitalità, a pretendere di esercitare il controllo di legalità anche verso obiettivi prima impensati, ecco che è cominciata l’accusa di protagonismo. Mentre quei giudici che si tirano indietro (ed è successo sia a Torino in occasione del processo d’Assise ai capi storici delle BR, sia a Palermo, in occasione dei processo d’Assise alla mafia da poco concluso) non rischiano proprio nulla e nessuno si leva a protestare o levar critiche nei loro confronti. In altri interventi si è parlato di premio nel senso di carriera che correrebbe lungo corsie «privilegiate» per quei giudici che abbiano fatto determinate esperienze professionali. Ma è inconcepibile, perfino un po’ scandaloso,. che si parli di privilegio con riferimento ai giudici di Palermo che vivono nelle condizioni a tutti note; che semmai rappresentano una pesante penalizzazione. Nel caso della lotta alla mafia, questi interessi sono gli interessi della democrazia, ciò che rende questa seconda visione (non settoriale) del tutto giustificata. Per questi motivi esprimo avviso contrario alla proposta della commissione.

VITO D’AMBROSIO
Sarebbe certamente una sciocchezza considerare Falcone un Superman capace da solo di battere la mafia, ma è altrettanto sicuro che Falcone non ha soltanto la capacità di lavorare al meglio, ma anche di organizzare e di far lavorare al meglio l’ufficio istruzione; egli non è soltanto un bravo giudice istruttore, ma è anche un bravo organizzatore del pool che gode di prestigio a livello nazionale e internazionale. E il dott. Falcone ha però anche un altro merito: operando in una situazione estremamente difficile non è diventato un nuovo prefetto Mori; ha dimostrato di saper rispettare le regole del processo penale e di avere le capacità di aggregare un gruppo di giudici che non sono certo le sue marionette, ma sono riuniti intorno a uno o due punti di riferimento; Falcone non può quindi considerarsi eccezionale, ma certamente e propriamente può definirsi un punto di riferimento unico, perché unica è la situazione operativa in cui agisce e perché unico è il patrimonio conoscitivo, operativo e tecnico che è riuscito ad accumulare in un contesto come quello palermitano.

SEBASTIANO SURACI
Le naturali difficoltà che caratterizzano una decisione delicata quale quella che il Consiglio si accinge ad assumere sono accresciute dalla circostanza che il dott. Falcone aderisce alla corrente di Unità per la Costituzione, alla quale anche io aderisco. Ritengo corretta l’impostazione di quei colleghi che si sono impegnati per una sdrammatizzazione della vicenda e concordo con il giudizio di eccellenza formulato nei confronti del dott. Falcone, al quale devono essere riconosciute una straordinaria capacità professionale e una rara competenza come giudice istruttore in relazione a fenomeni di criminalità organizzata. Tale competenza è indubbiamente necessaria nel magistrato che andrà a ricoprire l’ufficio di consigliere dirigente all’ufficio istruzione di Palermo, e non vi e dubbio che il dott. Meli non può vantare una capacità specifica pari a quella del dott. Falcone. Tuttavia il merito di quest’ultimo, come emerge dall’articolata motivazione della proposta, non può essere messo in discussione: tale magistrato svolge attività giudiziaria da quarant’anni con una competenza, dignità e prestigio che lo rendono meritevole del posto in discussione. Se a ciò si aggiunge l’enorme divario di anzianità tra il dott. Meli e gli altri candidati e il fatto che da anni egli esercita funzioni equiparate a quelle di legittimità, la scelta non può che essere a suo favore.

ELENA PACIOTTI
Mi preoccupa che da qualche parte si voglia presentare la scelta che dobbiamo compiere come leggibile in termini di maggiore o minore impegno antimafia del consiglio e della magistratura. Mi preoccupa che questo suggestivo messaggio venga raccolto da chi onestamente si batte per un corretto intervento di tutte le istituzioni pubbliche contro il potere mafioso. È con tranquilla coscienza che indico il mio voto per il dott. Meli, nella speranza che – quale che sia la scelta del Consiglio – l’eccellente lavoro dell’ufficio istruzione di Palermo possa proseguire con la collaborazione di tutti pur nella gravissima situazione che i tragici avvenimenti di questi giorni hanno ancora una volta sottolineato.

CARLO SMURAGLIA
Nessuno dovrebbe preoccuparsi del ricorso alla formula dell’«uomo giusto al posto giusto» che, anche se corrisponde a una frase fatta, è espressione di una logica di scelta fondata e corretta. Quando si afferma che il dott. Meli possiede certamente doti incontestabili, ma doti non sufficientemente tranquillizzanti per un posto di tanta responsabilità, non si compie nessun attentato contro il dott. Meli, ma si compie il dovere proprio del Consiglio di interrogarsi sulle specifiche attitudini di ogni candidato. Mi preoccupa invece il fatto che si voglia assegnare al dott. Meli la direzione di un ufficio che nella sostanza esplica funzioni di natura inquirente e istruttoria, che egli non ha mai svolto, affidandosi quindi a una sorta di sperimentazione, mentre tutti dovrebbero essere consapevoli che non c’è assolutamente tempo da perdere. Si debbono scegliere uomini che abbiano anche una particolare conoscenza del fenomeno mafioso, perché istruire un processo in materia di mafia non è la stessa cosa che istruire un processo per furto. Al riguardo è da ricordare che una parte della magistratura ha aiutato tutti a compiere passi in avanti nella conoscenza della mafia anche dal punto di vista culturale. Se il maxiprocesso di Palermo si è potuto celebrare, lo si deve anche a chi ha saputo condurre l’istruttoria nel rispetto delle regole e adottando tecniche di indagine estremamente sofisticate: ciò è stato fatto dall’ufficio istruzione di Palermo e in particolare dal dott. Falcone.
L’opinione pubblica non chiede di assegnare un premio, perché non di questo si tratta, ma di compiere scelte sicure e trasparenti, che tranquillizzino anche la collettività. Nominare il dott. Falcone consigliere istruttore significherebbe attribuire un altro onere a un magistrato già costretto dal suo impegno a grandi sacrifici e a rinunciare alla propria vita privata. Non si tratta dunque di assegnare né premi, né medaglie, né hanno ragione di dolersi coloro che hanno preferito affrontare le tranquille strade delle cause di sfratto.

VINCENZO GERACI


E’ proprio dal ricordo, per me ancora bruciante, della copertura dell’ufficio marsalese, che voglio prendere le mosse per ripassare la tetragona, compatta e irriducibile opposizione espressa proprio in quest’aula soprattutto dal maggioritario gruppo togato del Consiglio il quale, pur col buon gusto di non contestare le indiscusse doti di professionalità, abnegazione e coraggio del collega Borsellino, aspirante al posto, ritenne in quell’occasione che le stesse non potessero fare aggio sul dato della maggiore anzianità dell’altro concorrente.
Ricordo, in particolare, le parole pronunciate dal collega D’Ambrosio e puntualmente riportate nel Notiziario straordinario n. 17 del 10 settembre 1986 di questo Consiglio che si volle appositamente pubblicare, su iniziativa del collega Abbate, per informare i colleghi magistrati della scelta compiuta dal consiglio.
Ebbene, nell’occasione, D’Ambrosio dichiarò che il Consiglio non poteva lasciarsi influenzare dalla notorietà dei magistrati interessati, perché ciò avrebbe significato incentivare il protagonismo dei giudici che, tra i suoi effetti deleteri, avrebbe avuto anche quello del ritorno a un deprecabile carrierismo già alimentato dalle infelici sentenze della Corte costituzionale e del Consiglio di Stato. Pur con il disagio di dover ripercorrere momenti autobiografici rimasti indelebilmente impressi nel vissuto di quella sparuta pattuglia di «samurai» che si buttò generosamente a corpo morto, con immani sacrifici e rischi personali, nel contrasto giudiziario alla barbarie mafiosa in un momento in cui le strade di Palermo erano letteralmente lastricate di morti e i vertici istituzionali dell’isola venivano impietosamente decapitati uno dopo l’altro, sento di dover adempiere a un obbligo morale di testimonianza personale nel rappresentare che Giovanni Falcone è stato il migliore di tutti noi, e che io ascrivo a mio esaltante e irripetibile privilegio quello di aver lavorato assieme a lui che ha scritto pagine di riscatto civile nel libro della storia, non solo giudiziaria, del nostro paese. Ricordo, in particolare, l’emozione che ci prese quando, per primi, verbalizzammo le rivelazioni di un boss di primaria grandezza come Tommaso Buscetta che finalmente squarciava la cortina d’omertà che aveva fin lì protetto la mafia, sottoscrivendosi egli stesso mafioso e consentendoci approdi processuali impensabili solo due anni prima, allorquando era stato presentato il famoso rapporto dei «162», e fin lì lambiti soltanto dalle più intelligenti e audaci intuizioni politiche e sociologiche. Così come ricordo la commozione purtroppo tante volte provata nel ritrovarci davanti ai cadaveri sfigurati di tanti amici e collaboratori, fedeli servitori dello Stato, solo più sfortunati di noi nello sfuggire alla barbara vendetta mafiosa. Consentirete che io esprima il mio personale, indicibile tormento per l’intera vicenda e per l’inestricabile dilemma in cui rimango avviluppato. Se da un lato, infatti, le notorie doti di Falcone e i rapporti personali e professionali che coltivo con lui mi indurrebbero a preferirlo nella scelta, a ciò mi è però di ostacolo la personalità di Meli, cui l’altissimo e silenzioso senso del dovere, poi sempre manifestato, costò in tempi drammatici la deportazione nei campi di concentramento nazisti della Polonia e della Germania, dove egli rimase prigioniero per due anni dal settembre 1943 al settembre 1945, sopravvivendo a stento. Credo, anzi, che nonostante il ravvedimento dell’ultima ora, proprio il riconoscimento di questa altissima tempra morale e dignità d’uomo, in uno alle incontestate doti professionali, abbia mosso il collega Brutti nel formulare, nella seduta antimeridiana dei 15 luglio 1987, l’auspicio che lo Stesso collega Meli potesse quanto prima conseguire quell’ufficio direttivo – di cui oggi finalmente gli si presenta l’occasione – ove continuare a profondere il suo indiscusso impegno professionale. In tali condizioni, pertanto, vi chiedo di comprendere con quanta sofferenza e umiltà mi sento portato a esprimere il mio voto di favore verso la proposta della commissione.

r.galullo@ilsole24ore.com

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25 anni dopo Capaci/2 E’ il 19 gennaio 1988: per il Csm Meli è «l’uomo giusto al posto giusto scelto con criteri giusti» – Giovanni Falcone no

Lunedì 22 maggio 2017 

di Roberto Galullo 

Adorati lettori di questo umile e umido blog come sapete da venerdì della scorsa settimana sto ricordando con atti ufficiali (quelli del Consiglio superiore della magistratura) la memoria del giudice Giovanni Falcone che perì nella strage di Capaci con la moglie e i tre agenti di scorta.

E’ il 19 gennaio 1988. Il consiglio superiore della magistratura (Csm) esamina la proposta della Commissione Incarichi direttivi per conferire l’incarico direttivo di consigliere istruttore presso il tribunale di Palermo (cosiddetto Ufficio istruzione).

In lizza ci sono Antonino Meli, Giovanni Nasca, Rosario Gino, Marco Antonio Motisi, Giovanni Pilato e Giovanni Falcone.

Domani, giorno del venticinquennale e del ricordo della strage di Capaci, leggerete invece gli interventi dei consiglieri che portarono a nominare Meli (14 voti) e a bocciare Falcone (10 voti).

Oggi, invece, leggerete è la relazione dell’allora vicepresidente del Csm Cesare Mirabelli che il 19 gennaio 1988 portò alla nomina di Meli e alla bocciatura di Falcone (per il servizio di ieri con la relazione della commissione incarichi direttivi rimando al link a fondo pagina).

Votarono a favore di Meli i consiglieri del Csm Agnoli, Borrè, Buonajuto, Cariti, Di Persia, Geraci, Lapenta, Letizia, Maddalena, Marconi, Morozzo Della Rocca, Paciotti, Suraci e Tatozzi.

Votarono contro i consiglieri Abbate, Brutti, Calogero, Caselli, Contri, D’Ambrosio, Gomez d’Ayala, Racheli, Smuraglia e Ziccone.
Si astennero i consiglieri Lombardi, Mirabelli, Papa, Permacchini e Sgro

Questo è il mio modo per ricordare sul blog (sul quotidiano e sul sito ho dedicato servizi, dossier e video e lo farò anche oggi e domani, per cui vi invito a comprare, leggere e guardare) il venticinquennale della strage di Capaci che ha cambiato per sempre la mia vita.

Questo è il modo in cui oggettivamente ciascuno di voi potrà riflettere su quella giornata del lontano 1988 che segnò il lento e lancinante inizio della fine di Giovanni Falcone.

LA RELAZIONE DI NOMINA SVOLTA DA CESARE MIRABELLI, ALL’EPOCA VICEPRESIDENTE DEL CSM
All’esito della relazione – che qui tutta si richiama – e della valutazione comparativa degli aspiranti, nella contemperata applicazione dei criteri contemplati dalla legge, prima ancora che dalla circolare, – dell’anzianità, delle attitudini e dei meriti «opportunamente integrati tra loro» – sia ineludibile la prioritaria considerazione in favore del dott. Antonino Meli, il quale adeguatamente coniuga alla maggiore anzianità di ruolo, un quadro professionale più che apprezzabile sui profili attitudinali e di merito e, conclusivamente, del tutto tranquillamente circa la sua piena idoneità alla reggenza di un ufficio direttivo di tanta delicatezza e importanza. La titolarità di quest’ultimo postula, certo, l’assolvimento di compiti direttivi e organizzativi che si caricano (alla luce delle emergenze specifiche della repressione dei delitti perpetrati dalla criminalità organizzata mafiosa) di valenze e impegni particolarissimi; la ricerca, che ne consegue, di un adeguato tasso attitudinale non può, a questo punto, prescindere dal possesso da parte dell’aspirante di un’apprezzabile concreta conoscenza di quella peculiare problematica; ciò, d’altra parte, in piena coerenza con i già richiamati criteri di legge e di circolare, giacché anche la normativa consiliare sottace il recepimento del principio della concorsualità concreta (connotato essenzialmente dal rilievo che in esso assume rilevanza «la idoneità professionale a un posto determinato, non solo per il tipo di funzione che questo esprime, ma anche per le peculiarità ambientali che possono caratterizzarlo»). Tuttavia, la giusta rilevanza del dato attitudinale e la sua lettura secondo i criteri ampi che precedono, non può trasmodare in una sopravvalutazione «a schiacciamento» di questo requisito sugli altri (anzianità e merito), che debbono ex lege concorrere nella valutazione complessiva e armonicamente coordinarsi nella individuazione del cosiddetto «uomo giusto al posto giusto».
L’«uomo giusto» non è, pertanto, quegli che si prospetta in ipotesi, preliminarmente il più idoneo alla copertura di un determinato posto, volta per volta oggetto di concorso, nel quale le qualità professionali vengano commisurate anche alle specificità ambientali, ma, innanzitutto quello scelto con criteri «giusti», e cioè legittimi. Non è chi non veda come solo per tali profili l’organo di governo autonomo possa dar luogo, in un settore così delicato ed essenziale delle sue attribuzioni tipiche, a corretto esercizio dei suoi poteri discrezionali tale da rafforzarne la credibilità all’interno come all’esterno della istituzione giudiziaria; come, d’altra parte, poco valga invocare la peculiarissima necessità di tutela degli spazi di legalità in aree geografiche e sociali di particolare compromissione, giacché la legalità va salvaguardata, innanzitutto e come essenziale momento propedeutico, assicurando la coerenza dell’operato dell’organo amministrativo ai criteri di legge nei momento della scelta, coerenza della quale il consiglio non può spogliarsi, cedendo a moti emozionali ovvero alla opinione del cosiddetto «uomo della strada» (fattore questo, ove esista, rispettabile quanto estraneo allo Stato, alla legge e alla circolare). Su tali premesse, e ritornando sui binari della valutazione comparativa, va ribadito che il dott. Meli per il suo curriculum professionale si prospetta più che adeguato ai delicati compiti già accennati, secondo le oggettive emergenze del suo fascicolo,rappresentate dai vari pareri redatti in occasione delle fasi di progressione in carriera. Questi, che ebbe a esercitare nel sia pur lontano periodo marzo 1950/aprile 1951 anche funzioni di sostituto procuratore presso la procura di Varese, – tra l’altro molto encomiabilmente, secondo gli attestati – ha poi svolto funzioni di pretore e giudice a Varese, pretore a Trapani e a Palermo, giudice del tribunale di Palermo (dal 27 maggio 1964 al 12 luglio 1970), presidente di sezione del tribunale di Caltanissetta dal 13 luglio 1970 e, infine e in atto, presidente di sezione della Corte di appello di Caltanissetta dal 20 maggio 1985. Focalizzandosi, in particolare, l’attenzione sull’ultimo ventennio, emerge che il presidente del tribunale di Palermo, in relazione alle funzioni assolte dal Meli in quell’ufficio come «addetto alle sezioni penali», attesta aver lo stesso svolto «considerevole attività con particolare impegno, notevole capacità e non comune senso di responsabilità e vivo attaccamento al dovere», provvedendo alla stesura di «numerose sentenze, anche in processi gravi e complessi». Tali sue capacità di magistrato versato ed esperto, in particolare nella materia penale, si articolavano e arricchivano con la successiva esperienza di presidente di sezione dei tribunale di Caltanissetta, nella quale, come riferito, mostrava «grandissime capacità, affrontando con sicurezza e prestigio i processi più complessi e difficili», in particolare «dirigendo il dibattimento con grande prestigio, dignità, serenità, diligenza e zelo», e provvedendo, personalmente, alla «redazione delle sentenze dei processi più complessi». Appare, pertanto, innegabile una lunga e preziosa esperienza, nel Meli, di organizzazione e direzione dell’istruttoria dibattimentale (nelle funzioni per molto tempo espletate di presidente della Corte di assise di primo grado – per oltre dieci anni – e poi di appello) anche in relazione a processi di grande rilievo, quale, ad esempio, quello relativo all’assassinio dei dott. Rocco Chinnici. D’altra parte il Meli, che ha presieduto anche la sezione istruttoria presso la Corte di appello di Caltanissetta dal 20 maggio 1985, ha affinato sul campo le sue attitudini dirigenziali organizzative mercé sia l’esercizio protratto di funzioni semidirettive, come già notato, sia l’assolvimento di compiti direttivi vicari già nel periodo gennaio 1975/settembre 1976, in cui ebbe ad assumere la difficile reggenza del tribunale di Caltanissetta («carente di giudici e di funzionari di cancelleria»), e, quindi e in ultimo, di presidente della Corte di appello nissena dal 22 giugno 1987. A fronte di questo quadro professionale alimentato da una notevole indiscutibile laboriosità e di questi dati attitudinali spiccati, anche alla luce delle specifiche esigenze ambientali e tipiche dell’ufficio ad quem, e sulla premessa del possesso sicuro, da parte dei predetto, di quei requisiti di indipendenza e refrattarietà a ogni condizionamento coessenziali alla funzione giudiziaria come voluta dal Costituente, deve ritenersi che gli altri candidati sopra rassegnati siano corredati da requisiti attitudinali e di merito, che se per taluni di essi appaiono notevoli e in particolare per l’ultimo secondo l’anzianità, il dott. Giovanni Falcone, si prospettano notevolissimi, per tutti non possono reputarsi tali, con riferimento ai requisiti di legge e ai criteri ex circolare già richiamati, da giustificare nella comparazione specifica con il Meli, e anche in relazione alle esigenze concrete del posto da coprire, il superamento della maggiore anzianità, né, comunque, il convincimento di una idoneità specifica tanto maggiore rispetto a quella già lumeggiata e ritenuta in capo al Meli.
A tale conclusione, d altronde, non può non pervenirsi anche nel confronto specifico con l’aspirante dott. Giovanni Falcone; osservandosi, per tale particolare profilo e sulla premessa del richiamo delle considerazioni più generali sopra svolte, che se innegabili e particolarissimi sono i meriti acquisiti da questo ultimo nella gestione razionale, intelligente ed efficace – animata da una visione culturale profonda del fenomeno criminale in oggetto e da un coraggio e da una abnegazione a livelli elevatissimi – dei compiti istruttori attinenti ai più gravi processi per la repressione della criminalità mafiosa (per i quali può richiamarsi in sintesi il contenuto della comunicazione agli atti del consigliere istruttore del 17 luglio 1987), tuttavia, queste notazioni non possono essere invocate per determinare uno «scavalco» di sedici anni circa. Una siffatta scelta condurrebbe, secondo quanto già evidenziato, all’annullamento sostanziale di un requisito di legge e renderebbe arbitrario, anzi illegittimo, l’operato dell’organo. Ciò tanto più ove si sia raggiunta la tranquillante sicurezza di una
incondizionata idoneità del più anziano alla dirigenza dell’ufficio in oggetto.

P.Q.M.
La commissione a maggioranza (tre voti favorevoli per il dott. Meli e due per il dott. Falcone) propone il conferimento dell’ufficio direttivo di consigliere istruttore presso il tribunale di Palermo, a sua domanda, al dott. Antonino Meli magistrato di Cassazione nominato alle funzioni direttive superiori, attualmente presidente di sezione della Corte di appello di Caltanissetta.

r.galullo@ilsole24ore.com

fonte:http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/

 

25 anni dopo Capaci/1 Per l’ufficio istruzione di Palermo la Commissione del Csm propose «il più anziano e meritevole» – Non era Giovanni Falcone

Venerdì 19 maggio 2017

di Roberto Galullo 

Torniamo tutti indietro con la memoria nelle ore in cui sale alta la memoria del giudice Giovanni Falcone.

E’ il 19 gennaio 1988. Il consiglio superiore della magistratura (Csm) esamina la proposta della Commissione Incarichi direttivi per conferire l’incarico direttivo di consigliere istruttore presso il tribunale di Palermo (cosiddetto Ufficio istruzione).

In lizza, originariamente, ci sono Antonino Meli, Giovanni Nasca, Rosario Gino, Marco Antonio Motisi, Giovanni Pilato e Giovanni Falcone. Rimangono Meli e Falcone.

Quelle che segue oggi è la trascrizione della relazione della commissione incarichi direttivi che votò a maggioranza (tre voti favorevoli per Meli e due per Falcone).

Lunedì prossimo, sempre su questo umile e umido blog, leggerete invece la relazione dell’allora vicepresidente del Csm Cesare Mirabelli che il 19 gennaio 1988 portò alla nomina di Meli.

Martedì, giorno del venticinquennale e del ricordo della strage di Capaci, leggerete invece gli interventi dei consiglieri che portarono, per appello nominale, a nominare Meli (14 voti) e a bocciare Falcone (10 voti).

Votarono a favore di Meli i consiglieri del Csm Agnoli, Borrè, Buonajuto, Cariti, Di Persia, Geraci, Lapenta, Letizia, Maddalena, Marconi, Morozzo Della Rocca, Paciotti, Suraci e Tatozzi.

Votarono contro i consiglieri Abbate, Brutti, Calogero, Caselli, Contri, D’Ambrosio, Gomez d’Ayala, Racheli, Smuraglia e Ziccone.
Si astennero i consiglieri Lombardi, Mirabelli, Papa, Permacchini e Sgro.

Questo è il mio modo per ricordare sul blog (sul quotidiano e sul sito ho dedicato e dedicherò fino al 23 maggio servizi, dossier e video che vi invito a comprare, leggere e guardare) il venticinquennale della strage di Capaci che ha cambiato per sempre la mia vita.

Questo è il modo in cui oggettivamente ciascuno di voi potrà riflettere su quella giornata del lontano 1988 che segnò il lento e lancinante inizio della fine di Giovanni Falcone.

RELAZIONE IN COMMISSIONE DEL CONSIGLIERE UMBERTO MARCONI

L’inefficienza della giustizia, nel settore fondamentale, anzi vitale per il paese della repressione della criminalità organizzata, deve alimentarsi della forza della intera compagine giudiziaria, vista come attivazione diffusa, volontà diffusa di impegno, responsabile potere diffuso, ai vari livelli. Accentrare il tutto in figure emblematiche, pur nobilissime, è di certo fuorviante e pericoloso. Ciò è titolo per alimentare un distorto protagonismo giudiziario, incentivare una non genuina gara per incarichi giudiziari di ribalta, degradare un così ampio impegno in una cultura da personaggio, pericolosa tentazione in chi si sia accinto su ben altre premesse a tanto encomiabile servizio. Si trasmoda nel mito, si postula una infungibilità che non risponde al reale, mortifica l’ordine giudiziario nel suo complesso ed espone a gravissimi rischi soggettivi – e oggettivi – chi vi indulga. E non è tutto: perché ciò che – solo apparentemente – si acquista per un verso, si disperde assai più e per mille rivoli altrove, in termini di concreta disincentivazione dei colleghi che, umilmente e silenziosamente, ma con notevole impegno, abnegazione e coraggio, si accaniscono nel loro lavoro. Ed è pensabile che questi siano a ciò sospinti dalla ambizione per la cosiddetta carriera? O non è il caso, piuttosto, di ritenere che costoro, destinati a operare, a volte per decenni, in condizioni di paurosa carenza di strutture, con strumenti normativi inadeguati e incerti, nella ostilità oggi cristallizzata di immensi e/o più modesti centri di potere esterni, siano fondamentalmente motivati dall’orgoglio, dalla onorabilità morale e professionale, dal senso di una pubblica funzione umile quanto bella, perché più di ogni altra permeata di valori costituzionali di autonomia, indipendenza e terzietà, ideale nutrimento per le libertà fondamentali del cittadino? Ed e a questi, e sono tanti, che noi dobbiamo rispetto, e siamo stretti, nel nostro specifico, a tributarlo in concreto, garantendo legalità ed equilibrio nelle procedure tutte di nostra spettanza, e anche in quelle di nomina per posti direttivi, perché si possa dire che senza abusi, senza sussulti, senza «scavalchi» (indecifrabili se non in termini di logiche di potere e comunque extralegali) noi assicuriamo a ciascuno il suo. Che il giudice si occupi del suo lavoro, sicuro che la giusta aspirazione a percorrere le varie tappe della sua formazione professionale sarà esaudita dall’organo a ciò preposto senza che egli si turbi, senza che si veda costretto ad agire in prevenzione per costruire, mercé una opportuna serie di contatti con centri di potere esterni e/o interni all’ordine giudiziario, le premesse per il suo esaudimento, magari nell’ottica di una sua necessitata tutela rispetto a prevedibili concorrenti più aggressivi e competitivi. Ed è questa una logica certo corretta, perché coerente alla legge e alle aspettative dei giudici, quanto tendenzialmente inesorabile e intollerante di eccezioni. L’eccezione, in ipotesi supportata – nella più perfetta buona fede – dalla eccezionalità, anche oggettiva, delle circostanze esteriori, vulnera il principio con la stessa efficacia maligna e dirompente dell’accordo di potere; e costringe ogni volta, secondo la mitologica immagine, a riportare il macigno sulla china nello sforzo di Sisifo di ricostruire la credibilità dell’organo, l’immagine di correttezza istituzionale infranta. Ecco perché, con sofferenza, non è possibile anteporre l’ultimo aspirante nella graduatoria di anzianità (si tratta di Giovanni Falcone, ndr) , di 16 anni professionalmente più giovane dei primo  al più anziano e meritevole Meli, né a questi né ad altri, tutti pregressi nel ruolo. La diversa impostazione, da altri espressa, non è d’altra parte nuova nelle dialettiche consiliari.

Questa aula in certo senso ancora riecheggia degli animati dibattiti, sia delle pregresse consiliature che di quella odierna relativi ai cosiddetti casi Vigna, Gagliardi, Borsellino e altri, la cui eco si è proiettata ben oltre, a testimonianza della trascendenza indiscutibile dei valori in discussione, che impongono direttamente nell’area dei fondamentali requisiti costituzionali della funzione, innanzi richiamati. Ma non ci è possibile condividere quella filosofia, non solo e non tanto per ragioni di coerenza imposte dalla linea seguita costantemente nelle vicende richiamate, ma soprattutto perché essa rimane e a tutt’oggi ancora una volta si disvela – al di là delle migliori intenzioni dei suoi animatori – illegale nella sua essenza e perversa nei suoi effetti. Essa è tale, infatti, da condurre a calpestare le regole dello Stato di diritto, da sfiancare pericolosamente e contra lege gli spazi di discrezionalità pure insiti nel potere di amministrazione confidato a quest’organo in un momento fondamentale delle sue attribuzioni tipiche, deraglia, in definitiva, il consiglio dai binari voluti dal Costituente. Una crisi così profonda quale quella che mostra travagliare, secondo profili vieppiù marcati e crudi, la giustizia, non si risolve con i fuochi di artificio di segnali emblematici. Lo sforzo troppo spesso individualistico quanto nobile gravante su larghe fasce della magistratura italiana – per esempio sui giudici calabresi oppressi da una criminalità dilagante, cresciuta paurosamente in termini percentuali e qualitativi, secondo quanto si evince dalla impressiva relazione dell’avvocato generale Belmonte, ma al contempo su tanti, tanti altri, tra i quali, in primissima linea, il collega Falcone – esige, al di là della stessa abnegazione dei magistrati, ben altro.
[…]
Ed ecco lo strano, ma non casuale parallelismo, di una siffatta, ampia alternativa con il più modesto, ma analogo bivio, che oggi vede questo Consiglio superiore della magistratura travagliato nella vicenda qui in discussione, che, pure, attiene alla efficienza di un piccolo, ma essenziale segmento della complessiva struttura giudiziaria: segno incisivo, permanente, nella coerenza del rispetto della legge, o segnale, reclamistico, a effetto; buono per l’uomo della strada e per la cultura perversa del protagonismo giudiziario. Ai cari colleghi, sciogliere il nodo di questa alternativa. Appello non retorico, al quale, sono certo, e concludo, saprete, con la vostra odierna espressione di voto, sofferta quanto bella perché consapevole, libera, pubblica, dare una risposta coerente a quelle complessive, fervide attese dei colleghi, degli operatori giudiziari, dei cittadini più avvertiti e consapevoli; una risposta che non dia un effimero segnale, ma sia segno profondo, irreversibile, del nuovo corso di politica della giustizia.

A lunedì.

fonte:http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/