Napoli, se la cultura non basta a fermare i clan

Il Mattino, Lunedì 15 Maggio 2017

Napoli, se la cultura non basta a fermare i clan

di Isaia Sales

Almeno dieci colpi di pistola. Esplosi la notte scorsa davanti alla Chiesa di S. Maria della Sanità, nel cuore pulsante del quartiere, dove fu ammazzato durante un’altra stesa il diciassettenne Genny Cesarano. Gli autori escono di notte «come i topi dalle fogne» (come efficacemente ha dichiarato Ivo Poggiani, presidente di quella municipalità) con lo scopo di terrorizzare tutti, anche chi non sta per strada e non è loro nemico dichiarato. Sono i giovani camorristi del terrore, in grado di rivolgere le loro armi assassine contro chiunque, ma esperti nel generare paura permanente come metodo di egemonia criminale.

Da diverso tempo nel quartiere Sanità si riscontra il più alto numero di sparatorie e di azioni delittuose di Napoli. Si spara di notte e di giorno, davanti alle scuole e davanti ai negozi, in piazza o davanti ai bar, nelle strade principali e nelle vie più appartate. Assieme a Forcella è questa la zona che detiene la più alta esplosività delinquenziale del centro storico della città. Se si mettono in fila negli ultimi tre anni le stese, i ferimenti, le uccisioni, le azioni intimidatrici verso i negozianti, si arriva a un numero impressionante.

Eppure non è un quartiere civilmente, culturalmente o imprenditorialmente passivo. È alla Sanità che si sta sperimentando uno dei tentativi più significativi in Italia di recupero dei minori provenienti da famiglie disagiate attraverso la musica e la cultura. È alla Sanità che le cooperative sociali di giovani hanno aperto una strada innovativa nel campo della valorizzazione del patrimonio artistico e della ospitalità diffusa. Creando lavoro vero. È alla Sanità che si stanno producendo alcune delle più interessanti innovazioni nel campo della gastronomia e della pasticceria. Contrariamente ai ciò che avviene a Forcella, dove l’egemonia criminale non è ancora contrastata da un adeguato mobilitazione sociale e culturale, nonostante alcuni tenaci tentativi di resistenza. E a questo impegno straordinario degli operatori religiosi e laici della Sanità era stato reso omaggio solo pochi giorni fa da Sky Art con l’allestimento nel centro della città del suo importante festival, decidendo di tenere nella stessa piazza principale (la stessa della stesa della notte scorsa) una delle iniziative più importanti, chiamando ad esibirsi e a partecipare a questa rinascita culturale del quartiere alcuni degli artisti più talentuosi del panorama italiano. Poi c’era stata la notte bianca, molto partecipata. E appena dopo la notte bianca, ecco tornare la notte criminale. Nel cuore del patrimonio culturale e artistico della città, in due dei quartieri simbolo della «napoletanità», vige un indiscusso e (per ora) permanente dominio criminale che le forze che provano ad opporsi non riescono a limitare.

Perché le iniziative sociali e culturali possono dare dei risultati nel medio periodo, mentre oggi è fondamentale impedire che si ammazzi ancora, che si terrorizzi ancora. E questo risultato, che spetta agli apparati di sicurezza pubblica realizzare, non è stato ancora raggiunto. Insomma, sembra possibile invertire il declino culturale e sociale di un quartiere che ha fatto la storia di Napoli, ma non limitare la forza criminale delle bande di camorre che vi sono radicate e vi scorazzano. Sembra possibile una ripresa turistica del centro storico della città grazie alla valorizzazione del suo patrimonio artistico, ma non arrestare la presa del «sistema», o meglio dei vari sistemi camorristici dei quartieri. Ed è incredibile constatare che sulla ripresa dei flussi turistici con destinazione Napoli non incida il fatto che si continui a sparare e a uccidere lungo le stesse vie e gli stessi percorsi frequentati dalle masse di visitatori. Ma fino a quando? Alla lunga, è inutile negarlo, la presenza di forti sistemi criminali rende precario anche questo recente successo turistico della città partenopea. Nessuno di noi è in grado di prevedere cosa succederebbe di fronte a uno scontro armato che dovesse interessare anche dei turisti.

Che al centro dello scontro armato alla Sanità ci sia il controllo del traffico di droghe e delle estorsioni è fuori dubbio. Così come negli altri quartieri caldi del centro storico e delle periferie. E la guerra riguarda sia un tentativo di vecchi capi-clan di rimpossessarsi del comando perso a favore dei giovanissimi, sia un tentativo di contrastare la colonizzazione di clan che vengono da «fuori», come a Forcella nello scontro tra i sopravvissuti dei Giuliano e i Mazzarella. A Napoli è in atto sia un fenomeno di «rottamazione» dei vecchi assetti criminali (come l’ha giustamente definito il giudice Nicola Quatrano), sia una fase di conquista di nuovi spazi da parte di giovanissimi che rivendicano il diritto di avere un ruolo di primo piano al di là della loro età. Dice uno di loro: «A portare la barca deve essere chi sa portare la barca, anche se ha 18 anni e non 30». Cioè nei nuovi assetti camorristici non si deve più guardare all’età ma alla qualità criminale. E, dunque, questa è anche una guerra generazionale, che si sta caratterizzando nel sommare insieme un disagio giovanile che nasce dall’emarginazione sociale (privazione dei mezzi per sopravvivere)e un disagio che nasce dalla «deprivazione relativa», privazione cioè dei consumi elevati che si possono permettere gli altri. È questo continuum tra le due esigenze che fa di Napoli un’eccezione nella storia del disagio urbano delle grandi città. Essa conosce contemporaneamente, e li mischia in un impasto particolare, disagio da crescita (poter accedere ai consumi delle élite) e disagio da sottosviluppo. Perfino il «look» li distingue da quello del classico camorrista, e assomiglia piuttosto ai modelli delle gang giovanili delle altre grandi città occidentali o sudamericane. E qualcosa li fa assomigliare anche al terrorismo religioso, e non solo nell’aspetto esteriore delle barbe lunghe con cui alcuni giovani camorristi si sono caratterizzati. Ciò che lega questi giovanissimi agli jihadisti forse è l’ossessione della morte, nel darla e nel riceverla. Come se facendo il mestiere di uccidere, e cercando nel numero di morti ammazzati il principale mezzo della loro successo, cercano anche di dare un senso alla propria vita «che un senso non ce l’ha».

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