Ardita: ”Una riforma penale da cambiare e una Costituzione da difendere”

Ardita: ”Una riforma penale da cambiare e una Costituzione da difendere”

01 Dicembre 2016

di Lorenzo Baldo

Intervista al Procuratore aggiunto di Messina, dalle mancate proroghe del 41bis nel ’93, alla riforma del processo penale, fino al Referendum. La scelta di ritirare la sua domanda alla Dna.

Dott. Ardita, qualche settimana fa il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo ha dichiarato che la riforma del processo penale non lo convince, tanto che l’ha definita “inutile e dannosa”. Lei stesso ne ha parlato come un “testo ambiguo” che andrebbe corretto. Partiamo da una norma specifica che può essere così sintetizzata: se il pm non fa richiesta di rinvio a giudizio entro tre mesi dalla chiusura indagini, il procuratore generale avoca a sé l’inchiesta. 
E’ solo una delle proposte che ci lascia molto perplessi, perché finirebbe per capovolgere le priorità del lavoro giudiziario, obbligandoci ad occuparci di questioni marginali a discapito del contrasto ai fenomeni più gravi, come la mafia e la corruzione.

Ci spiega come?
E’ semplice: la riforma imporrebbe al Pm l’obbligo di definire entro un termine tutti i ‘processetti’, anche se sono prescritti o scaduti, e in caso di mancato adempimento vi sarebbe l’obbligo di informare il Procuratore Generale. Siccome i processi per fatti rilevanti -  in particolare quelli con misure cautelari – vengono necessariamente già definiti entro il termine di scadenze delle indagini, l’obbligo verrebbe ad incidere in sostanza sulle comunicazioni seriali, che sono migliaia, o sui procedimenti che nascono già morti, perché già prescritti o avviati alla prescrizione.

E cosa accadrebbe in questi casi?
In questi casi se non si richiede l’archiviazione per prescrizione entro tre mesi dalla scadenza dei termini di indagine, si rischia di andare incontro ad un rilievo disciplinare. L’assurdo è che non esiste un obbligo di legge per istruire i processi, mentre si vorrebbe introdurre un obbligo per definirli. Dunque se per definire i processi prescritti non si avrà più il tempo per le indagini che riguardano fasce deboli, reati di mafia e di corruzione, per il Legislatore dovrebbe andare tutto bene. Non è davvero un granché come input. Anche perché la riforma manderebbe in fumo le circolari e gli sforzi organizzativi che erano stati fatti proprio per concentrarsi sul contrasto agli illeciti di maggiore allarme sociale.

Analizziamo la questione nodosa della prescrizione: l’Anm vorrebbe che si arrestasse dopo la condanna in primo grado per non mandare in fumo i processi, mentre il ddl prevede uno ‘stop and go’ tra primo e secondo grado. Di fatto al momento tutto il testo è fermo al Senato. Quali sono i rischi per il cittadino che chiede giustizia?
Per il cittadino vittima dei reati – se non si trova una soluzione efficace al problema della prescrizione – il rischio è di non vedere proprio giustizia. Per quello che delinque è esattamente un incentivo a proseguire sulla strada del crimine, collegato al fallimento della funzione di prevenzione che è connessa alla condanna.

Qualche settimana fa è arrivato anche un richiamo dall’Ocse: una richiesta esplicita affinchè al più presto si faccia una riforma in tal senso. Dal canto suo Piercamillo Davigo ha chiesto di estendere la proroga dei pensionamenti a tutti i magistrati data “la spaventosa scopertura di organico”. 
Anche se è un argomento che non mi appassiona, negare la proroga a tutti i vertici interessati mi sembra l’ennesima scelta incomprensibile in materia di Giustizia.

Sullo sfondo resta aperta la minaccia di uno sciopero già evocata dal sindacato delle toghe.
Lo sciopero è uno strumento che non si addice a noi magistrati che siamo abituati a lavorare anche le domeniche e nei giorni di ferie; ma forse potrebbe essere un modo per richiamare l’attenzione della pubblica opinione su temi che riguardano i cittadini.

Leggendo il testo della riforma penale lei si è detto molto preoccupato perché si prospetterebbero maglie larghe per i mafiosi detenuti che non sono all’ergastolo, testualmente: “I mafiosi esenti dal 41 bis, e non ergastolani, avranno diritto a chiedere permessi premio (uscita temporanea dal carcere per chi si comporta bene, ndr) e di poter lavorare all’esterno”. Che segnale rappresenta questa possibile “apertura” per Cosa Nostra?
Alcuni sono portati a credere che la mafia quando non si fa sentire a suon di attentati non esista. Purtroppo però le organizzazioni hanno consolidato strutture economiche, e mantengono reti criminali attive anche su fronti che appaiono di minore allarme sociale, come il gioco, la prostituzione, la droga. Hanno relazioni, denaro e rapporti con gente che conta. Stanno alla finestra a guardare quello che accade e sono pronti ad approfittarsi di ogni passo indietro dello Stato. Queste modifiche smentirebbero – modificandola – la riforma che volle Giovanni Falcone quando era direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia e potrebbero andare a beneficio di chi militava in Cosa Nostra quando lui fu ucciso. Questo è il segnale, molto semplicemente.

Queste eventuali “aperture” nei confronti di Cosa Nostra ci riportano indietro nel tempo, esattamente alla fine di novembre del 1993, quando al Dap c’era Francesco Di Maggio. Come è noto in quel preciso momento non furono prorogati 334 provvedimenti di 41bis. Nel 2011, nel suo libro “Ricatto allo Stato”, scriveva testualmente: “Il modo di procedere pragmatico e spedito della nuova gestione del Dap lasciava intendere che dietro quella scelta vi fosse una copertura istituzionale forte… ma probabilmente ispirata da un suggeritore tecnico per una scelta pragmatica di gestione della crisi”. A distanza di 5 anni, e dopo quello che sta emergendo al processo sulla trattativa Stato-mafia come è cambiata la sua valutazione su quei fatti? 
La mia valutazione non è cambiata e non cambierà quale che sia l’esito del processo di Palermo. La vicenda del venir meno di 334 provvedimenti di 41bis fu una vicenda opaca, così come per primo ritenne Gabriele Chelazzi. Una compagine di magistrati di prim’ordine che operavano nell’amministrazione penitenziaria – sopravvissuta ai rapimenti ed agli attentati degli anni di piombo – in pochi mesi venne destituita interamente. Sono sicuro che in mano a loro – che li avevano adottati su delega del Ministro -, quei provvedimenti di 41bis non sarebbero stati revocati, così come non furono revocati ai terroristi i provvedimenti di art. 90 fino a che era presente la lotta armata.

Questo vuol dire che c’era una volontà politica di procedere all’alleggerimento del 41bis?
Lo Stato, ai suoi più alti livelli, non poteva ignorare l’effetto che si sarebbe innescato. Il problema non è giudiziario, ma di credibilità politico-istituzionale: non si risolverà con una sentenza di assoluzione, ma solo con la consapevolezza che la trasparenza e la fermezza delle scelte su temi così rilevanti sono un diritto dei cittadini ed un dovere nei confronti di chi ha sacrificato la propria vita per le Istituzioni.

A tal proposito Giovanna Chelli, presidente dell’associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, ha recentemente dichiarato: “Temiamo che sia di nuovo in atto ‘la trattativa’ per ‘ammorbidire’ attraverso maneggi sul ’41 e il 4 bis’ la detenzione di ‘cosa nostra’ stragista, affinché nei prossimi incontri elettorali faccia proselitismo e indirizzi il voto dal carcere verso chi gli ‘promette’ ancora una volta di ammorbidire il carcere duro o meglio ancora, andare verso l’annullamento di una detenzione aborrita dalla mafia tutta, un dato processuale ormai incontrovertibile”. Cosa si può replicare di fronte al timore della signora Chelli, peraltro madre di una ragazza che è rimasta gravemente ferita nella strage di Firenze del ’93?
Bisogna essere chiari e spiegare quali siano i progetti sulla giustizia penale. Non può certamente sostenersi che tutti coloro che invocano garanzie sono in mala fede, ma è giusto che i cittadini sappiano la verità sulle scelte di prevenzione che riguardano il contrasto alla mafia.

In questi ultimi giorni di campagna referendaria si continua a parlare della possibile riforma della Costituzione. Per comprendere meglio il suo punto di vista le cito alcuni stralci degli interventi a riguardo dei suoi colleghi Armando Spataro, Nino Di Matteo e Gherardo Colombo. 
Iniziamo dal procuratore di Torino Spataro che ha dichiarato senza alcun tentennamento: “Questa riforma riduce il Parlamento a un tappetino e squilibra i rapporti tra i poteri dello Stato”. Per poi aggiungere che: “il diritto-dovere di ‘schierarsi’ non ha nulla a che fare con la contesa partitica-politica che si sviluppa nei periodi di campagna elettorale ed alla quale, certo, i magistrati devono rimanere estranei, come prevede anche il nostro codice deontologico. Qui si tratta, invece, di un diritto costituzionale di cui anche il magistrato – come ogni cittadino – è titolare e che viene oggi contestato, in misura ben più dura di quanto avvenne nel 2006”.

Concordo con il procuratore Spataro, anche sulla sua premessa che la dice lunga su quanto i magistrati tengano alla loro imparzialità e siano distanti dalle contese politiche. Ma qui giustamente il problema è spiegare che, di fronte al venire meno di alcuni principi, viene messo a rischio anche un modello di giustizia. Difendere la Costituzione ed il suo spirito è dunque difendere l’imparzialità. Delle contese politiche poco ci importa.

Dal canto suo Gherardo Colombo ha evidenziato con convinzione che “si vuol far diventare la Costituzione una legge ‘sovraordinata’. Ma la Costituzione è un’altra cosa. Il nuovo testo va abbondantemente oltre i principi fondamentali dell’organizzazione dello Stato”. 
Sono sicuramente d’accordo sul fatto che la Costituzione è ben più che una legge sovraordinata. E’ un collante sociale e l’espressione di un modello partecipativo. Credo che i costituzionalisti abbiano spiegato questo molto meglio di me.

Ma secondo lei la Costituzione è un baluardo delle garanzie, o un punto di forza per combattere la mafia? 
E’ l’uno e l’altro insieme se viene interpretata con rigore ed onestà. Le garanzie del cittadino non dovrebbero negare il dovere dello Stato di provvedere all’annientamento – non al contenimento – delle organizzazioni criminali. Spesso il contenuto della Carta è banalizzato da letture strumentali, come se i Costituenti fossero stati dei garantisti a senso unico, ma non è affatto così. Anzi è vero il contrario: leggo fermezza nei principi e rigore nella gerarchia dei valori che sono lì descritti, anche se di mafia e di deviazioni istituzionali non c’era neppure una idea lontana nella giovane Repubblica che si affacciava al mondo all’indomani della guerra.
Se avessero avuto cognizione di quanto fossero presenti e radicate Cosa Nostra e la corruzione dentro la nostra società, stia pur certo che i Costituenti avrebbero scritto gli stessi principi ma in modo ancor più diretto. L’etica pubblica era un valore condiviso e indiscutibile nel 1946 e se qualcuno avesse potuto sospettare che questi mali si sarebbero potuti diffondere in modo così pervasivo il Costituente non avrebbe risparmiato un passaggio per dire che il nostro popolo e le sue Istituzioni combattono la mafia ed il malaffare, che minano oltre che la sicurezza anche la credibilità dello Stato. Così come è avvenuto per il ripudio della guerra e delle dittature, che erano i mali di quell’epoca.
Prova di tutto ciò sta nel fatto che la legge sul 41bis e le norme sul doppio binario sono state dichiarate dalla Corte compatibili con la nostra Carta fondamentale.

 

 

Ad una recente manifestazione in difesa della Costituzione il pm Di Matteo ha affermato con forza: “Come magistrato ho giurato fedeltà alla Costituzione e non ad altre Istituzioni politiche, né tanto meno alle persone che rivestono incarichi istituzionali. Ho giurato fedeltà alla Costituzione e non riesco a dimenticare che per quella Costituzione, per quei principi che afferma, tante persone, tanti miei colleghi, tanti servitori dello Stato, tanti semplici cittadini hanno offerto la loro vita”. Quali sono nel merito le sue riflessioni? 

I valori di autonomia ed indipendenza della Magistratura, la trasparenza nella lotta alla mafia, sono un tutt’uno rispetto alla nostra Costituzione, perché abitano lì: nel suo spirito aperto e rigoroso, nella sua vocazione alla partecipazione e alla trasparenza. Un magistrato che crede nella Costituzione si riconosce in quei valori ed ha il dovere di difenderli, perché nella nostra Carta è descritto uno stile ed un modo di intendere l’impegno professionale che ti rimangono addosso per tutta la vita. 

 

 

Pochi giorni fa lei ha ritirato la sua domanda alla Direzione nazionale antimafia. E’ una scelta implicitamente dettata dalla volontà di evitare che la sua candidatura potesse essere di ostacolo al suo collega Nino Di Matteo? 

In realtà Nino ha nel suo curriculum le più importanti inchieste sulla più potente organizzazione mafiosa che sia mai esistita. Non parlo degli altri concorrenti se dico che non c’è gara, ma parlo sicuramente di me. Detto ciò mi ha dato molto fastidio vedere che la stampa ha riportato il mio nome tra quelli dei candidati accreditati per la DNA, così indirettamente ventilando l’ipotesi che lui possa essere escluso nella procedura ordinaria, rispetto ad un posto che sarebbe stato già suo con la procedura straordinaria. Stiamo dalla stessa parte e dunque la mia revoca, puramente simbolica, serve solo a ricordare questo. Non mi è costato alcun sacrificio.

I segnali contano molto in Sicilia…

Ritengo di sì, quando c’è di mezzo qualcuno che è stato condannato a morte dal capo della stessa organizzazione che ha fatto uccidere Falcone e Borsellino.

Dott. Ardita, se esiste ancora, che cos’è l’amicizia tra magistrati?

Voglio essere ottimista e dire che – nonostante tutto – nel nostro mondo è più diffusa di quanto si possa pensare. È un sentimento che si nutre anche di stima, e quindi può solo rafforzarsi se chi ti sta vicino è migliore di te.

 

Fonte:antimafiaduemila.com

Archivi