Ma perché nel Lazio si fa veramente lotta alle mafie? E sono solo 5 gli “impresentabili”?

MAFIA SI’, MAFIA NO: UNA POLEMICA DEVIANTE E STUCCHEVOLE CHE RIVELA LA CARENZA, LE INSUFFICIENZE, LE OMISSIONI, I RITARDI ISTITUZIONALI NELLA LOTTA ALLE MAFIE

Molti in Italia probabilmente gioirebbero se tutte le Procure italiane, a cominciare da quella di Milano, fossero come quella “vecchia” di Latina che, secondo quanto hanno scritto i PM della DDA di Roma De Martino e Curcio, ” nella stragrande maggioranza dei casi si è proceduto, da parte delle diverse autorità giudiziarie di questo distretto, rubricando la massa dei fatti oggetto di indagine, in realtà di stampo mafioso, in fatti di criminalità comune “.

Mafia sì, mafia no.

In una regione, qual’è il Lazio, letteralmente invasa dalle mafie, con una Capitale diventata il crocevia, il cuore di tutti i grandi affari sporchi delle mafie nazionali ed internazionali, sembra di essere ritornati ai tempi del famoso Cardinale siciliano che a chi gli parlava di mafia rispondeva: ” Cos’è la mafia?”.

Prefetti, come quello vecchio di Viterbo, che, a specifica domanda di un cronista che gli chiedeva se nel viterbese c’è o no la mafia, non risponde, quasi a dire “no”; o come quello di Roma, che definisce la Capitale “la città più tranquilla d’Italia”; o come quello attuale di Latina, che dice “sì, la mafia c’è, ma tutto è sotto controllo”, quando nulla è sotto controllo perché sono state e continuano ad essere investite montagne di capitali sulla cui provenienza nessuno, o quasi, indaga.

Con questa gente non si va da nessuna parte.

Uno Stato serio, veramente di diritto, con un governo serio e veramente impegnato a difendere la legalità, avrebbe rimosso tali Prefetti entro 24 ore.

Si capiscono, a questo punto, tutti i motivi per i quali l’altro giorno la Commissione Parlamentare Antimafia ha reso pubblici dei dati relativi ai cosiddetti candidati “ impresentabili”alle ultime elezioni comunali, provinciali e regionali assolutamente ridicoli.

Gli “ impresentabili”, cioè inquisiti, condannati anche in prima istanza ecc. ecc. , nel Lazio, secondo la Commissione Parlamentare Antimafia, sarebbero solamente 5 (ripetiamo cinque), peraltro, non eletti: 3 a Fondi, 1 a Minturno (in provincia di Latina), 1 ad Artena (in provincia di Roma).

Vuol dire che tutti gli altri, quelli eletti, sono “presentabili”!

Anche coloro che sono andati in galera e siedono tranquillamente nei nostri consigli comunali, provinciali, regionale.

Il Presidente di tale Commissione, che pure è una personalità seria cresciuta all’ombra di Aldo Moro, l’On. Beppe Pisanu, ha ammesso che tali dati sono carenti a causa della mancata collaborazione di talune Prefetture italiane, non ha proceduto, però, pur disponendo degli stessi poteri dell’Autorità Giudiziaria, a carico dei Prefetti inadempienti.

Come pure il Ministro dell’Interno, che pure gode di qualche simpatia fra alcuni uomini del centrosinistra, non si è comportato come avrebbe dovuto quando il Consiglio dei Ministri ha respinto le sue proposte di scioglimento per mafia dell’Amministrazione comunale di Fondi.

In un altro Paese egli si sarebbe subito dimesso!!!

Il problema, a questo punto, assume connotazioni di carattere tutte politiche.

In Italia non si fa la lotta alle mafie.

Nel Lazio, cuore del Paese, non si fa azione di contrasto serio alle mafie.

O, meglio, la si fa, quando la si fa e dove la si fa, ai livelli bassi, alla mafia militare, non a quelle politica ed economica.

Alla manovalanza.

Roberto Scarpinato, Procuratore a Palermo, così ha scritto nel “ Ritorno del Principe”:

“Qui, in Italia, la corruzione e la mafia sembrano essere costitutive del potere, a parte poche eccezioni (la Costituente, Mani Pulite, il maxiprocesso a Cosa Nostra).

Ricordate il Principe di Machiavelli?

In politica qualsiasi mezzo è lecito.

C’è un braccio armato (anche le stragi sono utili alla politica del Principe), ci sono i volti impresentabili di Riina, Provenzano,

Lo Piccolo e, poi, c’è la borghesia mafiosa e presentabile che frequenta i salotti buoni e riesce a piazzare i suoi uomini in Parlamento.

Ma il potere è lo stesso, la mano è la stessa “.

Ed aggiunge:

“Allo stesso modo potrebbe dirsi che i Riina, i Provenzano, i Concutelli, i Fioravanti, i Chiesa, i Poggiolini non sono –come si vorrebbe far credere –dei mostri, ma sono espressione di una mostruosa “normalità” italiana che chiama in causa l’identità culturale del Principe, cioè di quella componente della classe dirigente italiana che da sempre ha costruito il proprio potere sul sistema della corruzione, su quello mafioso e che ha protetto nel tempo i vari specialisti della violenza utilizzandoli per gli omicidi di mafia e per la strategia della tensione realizzata mediante stragi di innocenti”.

C’è qualche cittadino onesto e che non abbia mandato il proprio cervello all’ammasso che non condivida tali analisi di uno dei migliori magistrati italiani come è Scarpinato?

Ed allora si capiscono le ragioni per le quali Fondi non viene sciolta e Maroni non si dimette, alcuni Prefetti dicono certe cose o non parlano e vengono lasciati ai loro posti, perché qualche magistrato si comporta come si comporta, le indagini vengono talvolta fatte in un certo modo.

Si capiscono le ragioni, inoltre, perché il povero Gigi Daga viene denunciato per… procurato allarme quando scrive che… sono arrivati i casalesi e viene in certo modo insultato da qualche cronista che scrive gongolante che le denunce da lui fatte in ordine al radicamento mafioso nel Lazio e nel viterbese… non hanno trovato riscontri (saremmo curiosi di sapere “Chi” avrebbe fatto delle indagini al riguardo!!!); perché qualcuno, evidentemente infastidito, avrebbe detto “ma questi che c. vogliono”, quando un giornale viterbese ha pubblicato la notizia che la DIA di Palermo sarebbe intervenuta nel viterbese a seguito di una segnalazione dell’Associazione Caponnetto; ecc. ecc-.

La mafia, anzi le mafie, stanno a Viterbo, come in ogni altra parte del Paese e, aggiungiamo, del mondo.

Il Viterbese non è indenne.

Anzi!

Ci stiamo lavorando da anni, anche dopo la morte di Gigi Daga.

Qualcuno non si illuda che la smettiamo.

Noi non facciamo dell’antimafia parolaia.

Siamo abituati a indagare e a denunciare a chi di dovere, ai soggetti giusti.

Archivi