Archivi del mese: Luglio 2011

Il Sindaco di Pastena: diamo ospitalità ai rifugiati

C’è una grossa discussione che si è innescata da qualche giorno sul progetto di ospitalità ed assistenza che la Regione Lazio ha finanziato al Comune di Pastena.

Accanto alle legittime perplessità , ai dubbi e alle angosce che un simile evento provoca,  si sono sentite voci incerte, lamentele vibranti, proteste rabbiose . prediche surreali e profezie grottesche.

I fatti sono semplici e li spiegheremo con tutti i mezzi e senza sotterfugi  perché possa crescere la condivisione di un progetto teso a dare dignità e decoro all’esistenza di esseri umani meno fortunati di noi.

Occorre conoscere e capire il problema per evitare che infondate paure possano alimentare dannosi pregiudizi e condanne inappellabili fino a trasformare una giusta iniziativa di solidarietà internazionale in una anacronistica guerra xenofoba.

Non vogliamo imporre un credo ideologico ad alcuno solo vorremmo far capire che ospitare altri uomini e donne, aiutarli materialmente a star meglio, curarli, integrarli culturalmente  non è un delitto né un attentato all’integrità culturale del nostro paese ma è una profonda lezione di civiltà che il nostro popolo darà a dispetto del più sfrenato  scetticismo.

Ma andiamo con ordine …..

Il comune di Pastenaalcune settimane fa, esattamente nel mese di giugno, ha presentato alla Regione Lazio un progetto di ospitalità, assistenza e accoglienza per i rifugiati politici costretti a fuggire da quei paese dove guerre, tirannie, povertà e miseria  rendono la vita particolarmente  insicura e chiaramente in balia di mille pericoli quotidiani.

Assieme al nostro progetto ne sono arrivati tantissimi altri, ma a noi è stato dato l’assenso per farci carico per un anno di 40 persone  a cui dovremmo fornire una struttura abitativa con tutti i servizi idonei e con i supporti umani e logistici per garantire un armonioso equilibrio tra culture, costumi e mentalità diverse.

Un bel progetto, sostenuto integralmente dalla Regione, a costi zero per il Comune, ma con la possibilità di fornire a circa una quindicina di giovani un’occupazione per i prossimi 12 mesi.

Un progetto che è adeguato al nostro ambiente, che conosce tuttora il peso e il dolore dell’esperienza patita da sempre dai nostri emigranti in terra straniera, un progetto che non può non trovare ammirazione  da parte di coloro che spinti dal bisogno e dalla fame negli anni passati, senza avere nulla in tasca son dovuti pertire per approdare alle coste

d’ oltreoceano.

Un progetto conforme ai principi laici e democratici dello statuto comunale di Pastena, principi  condivisi, almeno a parole, da tutti gli amministratori, attuali e passati, principi che sottolineano come le azioni del nostro comune siano improntate alla trasparenza e alla solidarietà.

Parole scritte nere su bianco che sono un impegno forte, ineludibile per chi guida il paese, parole che stanno lì a significare la disponibilità delle istituzioni locali a prendersi cura dei deboli e dei bisognosi anche se costoro provengono da lidi lontani e da terre straniere.

Che cosa c’è di più fortemente fraterno e solidale di quello di dare un tetto, un pasto e l’ amicizia ad altri uomini e donne che hanno  commesso l’errore di nascere con un diverso colore della pelle ? La solidarietà che da pura teoria si trasforma in atti concreti per curare i bisognosi e nutrire i poveri, Questi  principi antichi come la storia dell’umanità fanno parte integrante dello statuto del nostro comune , basta leggerlo per capire come certe iniziative non siano affatto prive di logica o frutto della fantasia di alcuni.

Un comune che scrive  di essere solidale non  può chiudere le sue porte ai bisognosi e rispedirli al paese di origine, un amministratore deve rispettare  i principi dello statuto comunale e deve insegnare ai cittadini che questi non sono lettera morta ma è proprio nell’attuazione e nel rispetto di questi principi che  la comunità cresce e va avanti.

Un progetto inoltre che è autenticamente  espressione della fede cristiana e che rende concreto l’invito evangelico di “dar da bere agli assetati e dar da mangiare agli affamati”

Come possiamo avere la coscienza a posto quando paghiamo per  garantire cibo, tetto  e cure mediche ai cani randagi  e non ci pieghiamoi a dare una mano a uomini e donne che chiedono dignitosamente aiuto alle nostre istituzioni ?

Come si può partecipare alle processioni,  andare in visita ai santuari, partecipare ai pellegrinaggi, genuflettersi dinanzi alla croce e poi indignarsi nevroticamente per un progetto che rende materialmente possibile la missione del buon  samaritano ?

Con quale coraggio gli autori del percorso della fede, i progettisti delle statue di monte Solo, coloro che hanno invitato e osannato il cardinal Ruini quando è venuto a Pastena ad inaugurare una zona destinata alla meditazione e all’estasi spirituale e oggi con palese amnesia delle loro radici cristiane sono i primi a contestare l’accoglienza dei rifugiati politici ?

Per quale motivo condividiamo una fede fatta di riti, feste e tradizioni popolari e poi di fronte al comandamento vero che impone di “amare il prossimo”  in realtà facciamo finta di non capire e scegliamo solo il prossimo che ci conviene o ci è utile per la nostra carriera o per il nostro lavoro ?

Che senso ha mettersi in prima fila, stare sotto i riflettori  nelle cerimonie importanti e poi tornare a essere indifferenti e contrariati quando si tratta di intraprendere un importante percorso di integrazione di giovani stranieri ?

C’è una sorta di enigma spirituale, una doppia morale, si perdonano usurai, ladri, corrotti e faccendieri, si stringono candidamente le loro mani in segno di ossequiosa riverenza e si hanno mille pregiudizi nei riguardi di cittadini, che senza aver commesso alcun reato  vengono giudicate lavativi, stupratori e assassini.

A Pastena tutti, il giorno della festa patronale varcano la soglia della chiesa, in tanti vanno in processione, molti cantano, altri pregano, ma mi chiedo a quale Dio indirizzano le loro litanie se poi  sono i primi ad alzare la voce per cacciare quegli uomini e donne che hanno come noi il desiderio di avere una casa, una famiglia, un lavoro e un po’ di rispetto per la loro dignità umana da sempre  calpestata e deturpata.

In nome di quale principio le associazioni locali protestano contro l’arrivo di queste quaranta persone ?

Tutte, nessuna esclusa,  hanno scritto nei loro statuti,  che è prioritario per la loro attività sociale  il rispetto dell’uomo, la tutela della salute e la salvaguardia dei principi universali, ed allora come fanno a paventare la raccolta di firme per cacciare via chi non è  né un ladro, né un corrotto, né un usuraio e né un faccendiere ?

In nome di quale giudizio etico quelle associazioni che dicono di impegnarsi per la promozione della salute, della cultura e dei diritti dei cittadini, oggi salgono sui pulpiti e ammoniscono gli amministratori di insudiciare il loro paese ?

C’è da chiedersi se i loro  statuti sono stati scritti male o se servono soltanto a salvare le apparenze.

Ci sono tanti giovani entusiasti di questo programma di accoglienza e anche gli anziani non temono “l’invasione dei barbari” anzi ci dicono che è impossibile non provare alcun sentimento di solidarietà e di condivisione nei riguardi di uomini e donne che sono come noi, con gli stessi sentimenti, le stesse emotività, le stesse debolezze e la stessa voglia di sperare in un futuro migliore.

Noi continueremo a spiegare le ragioni e le problematiche di questo progetto, lo faremo in piazza e in consiglio comunale.

Ascolteremo le ragioni di tutti perchè  in democrazia tutti hanno il diritto di poter esprimere le proprie convinzioni e nessuno di noi si sottrarrà al confronto consci di dover poi  prendere  delle decisioni  con lealtà, determinazione e giustizia.

Vogliamo che i cittadini possano decidere del futuro di Pastena evitando che cattivi maestri e falsi profeti strumentalizzino la vicenda per meri tornaconti elettorali. E’ un grande progetto con una immensa valenza umana e culturale, parliamone senza paure e senza chiusure …..

Una lettera del Sindaco di Pastena: “Abbiamo il dovere di…”

Abbiamo il dovere di essere solidali con i bisognosi e di non voltare altrove lo sguardo,

abbiamo il dovere di considerare gli uomini tutti uguali e di rispettare anche coloro che vivono nella miseria

abbiamo il dovere di non pensare solo a noi stessi e di non ritenere il nostro paese estraneo al mondo

abbiamo il dovere di proteggere gli indifesi, di dare rifugio ai perseguitati, di curare gli ammalati

abbiamo il dovere “di dar da mangiare agli affamati e di dare da bere agli assetati,”

abbiamo il dovere di dare conforto agli emigranti e di far sentire a casa chi una casa non ce l’ha

abbiamo il dovere di istruire gli analfabeti, di vestire gli indigenti di dare un sorriso a chi è triste

abbiamo il dovere di dare un tetto agli sfollati e di dare amicizia a chi è stato cacciato dalla sua terra

abbiamo il dovere di non ripudiare chi ha il colore della pelle diverso dal nostro,

abbiamo il dovere di far crescere i bambini nella speranza che il futuro possa appartenere loro

abbiamo il dovere di guardare negli occhi il prossimo anche se parla una lingua a noi sconosciuta

abbiamo il dovere di insegnare a pregare anche a coloro che hanno un altro dio.

Abbiamo il dovere di camminare insieme a chi ha conosciuto solo le dune del deserto

Abbiamo il dovere di prendere la mano a chi per diffidenza non l’ha mai stretta a nessuno

Abbiamo il dovere di scegliere insieme i colori del cielo

Abbiamo il dovere di dare a chi finora è stato soltanto tolto

Abbiamo il dovere di credere di non essere i primi e che pure gli ultimi avranno giustizia

Abbiamo il dovere di non avere paura e di credere che unendo insieme storie e culture diverse non ci saranno più guerre né bombe e nè mine a far saltare in aria il nostro futuro.

Arturo Gnesi
Sindaco di Pastena

E’ morto Giuseppe D’Avanzo. Una gravissima perdita. Le condoglianze più vive dell’Ass. Caponnetto

E’ morto Giuseppe D’Avanzo, una grande penna, fra le più grandi del Paese.

Abbiamo perso uno dei migliori pilastri del giornalismo d’inchiesta, autore di grandi inchieste sulle mafie e sul malaffare.

Una penna graffiante, che faceva male al sistema di corruzione e mafioso italiano.

Una gravissime perdita per tutti noi che combattiamo sullo stesso fronte di Peppe.

Ci inchiniamo, commossi ed addolorati nel Suo ricordo ed esprimiamo ai Suoi familiari e a tutti i giornalisti di “Repubblica” Suoi amici e collaboratori, i più vivi sentimenti di cordoglio e di vicinanza.

Dal Ministro Tremonti timori sulla Guardia di Finanza

Il titolare dell’Economia era protetto dagli agenti del Corpo 24 ore su 24

ROMA – Il ministro Giulio Tremonti ha una scorta di «secondo livello» con doppia macchina blindata e «vigilanza oraria convenuta». Vuol dire che gli uomini della Guardia di Finanza impegnati nella sua protezione devono essere sempre informati sul luogo dove alloggia e dove trascorre la notte. Se davvero il titolare dell’Economia si sentiva «spiato e controllato», tanto da dichiarare di aver preferito «lasciare la caserma e accettare l’offerta di Marco Milanese» per trasferirsi nell’appartamento di via di Campo Marzio al centro di Roma, perché non ha segnalato subito quanto stava accadendo e chiesto che il dispositivo fosse affidato a un’altra forza di polizia?
A questo interrogativo dovranno rispondere i magistrati che ormai da settimane indagano sulle modalità di assegnazione e di pagamento dell’affitto di quella casa che lo stesso Milanese – parlamentare pdl e fino al mese scorso consigliere politico di Tremonti, ora accusato di associazione a delinquere, corruzione e rivelazione di segreto – ha ottenuto dal Pio Sodalizio dei Piceni con un canone di 8.000 euro mensili. Perché è proprio per giustificare la scelta di vivere nell’appartamento del suo collaboratore che il ministro ha dichiarato di aver avuto la sensazione di essere «attenzionato», pur non fornendo alcun elemento specifico. Ma anzi provocando grande disappunto al comando generale delle Fiamme Gialle. Soprattutto tenendo conto che la «caserma» l’aveva lasciata ben sette anni fa e sull’operato della scorta non aveva finora manifestato alcun sospetto.

Due sere fa, dopo la sortita del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto che aveva affermato di «aver paura della Finanza», Tremonti ha telefonato al comandante Nino Di Paolo. Ha cercato di smorzare i toni, addirittura negando di aver mai dichiarato di sentirsi spiato. Il generale si sarebbe limitato ad evidenziare come non ci fosse stata alcuna smentita ufficiale a quelle dichiarazioni, nonostante il ministro avesse avuto occasione di comparire in televisione e di incontrare i giornalisti durante impegni ufficiali. Una posizione di fermezza che serve, come Di Paolo ripete da giorni ai suoi collaboratori più stretti, «a difendere gli oltre 60 mila finanzieri che ogni giorno fanno il proprio dovere e non meritano di essere trascinati in questa polemica che invece deve essere chiusa al più presto».

Tre giorni fa Di Paolo ha ricevuto nel suo ufficio il procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore e l’aggiunto Francesco Greco, titolari dell’inchiesta sulla P4, che hanno indagato alcuni alti ufficiali accusandoli di aver passato notizie riservate sull’inchiesta. Un incontro «simbolico» che serviva proprio a confermare «la stima e l’apprezzamento per il lavoro delle Fiamme Gialle», e dunque a fornire sostegno alla linea scelta dallo stesso Di Paolo. Perché non è passata inosservata la scelta di destinare a nuovo incarico tutti i generali coinvolti nell’inchiesta, fossero essi indagati o testimoni.

Sono stati avvicendati il capo di Stato maggiore Michele Adinolfi e il comandante interregionale del Centro sud Vito Bardi entrambi indagati per rivelazione di segreto, ma anche quello del Centro nord Emilio Spaziante che invece era stato convocato dai pubblici ministeri Henry John Woodcock e Francesco Curcio soltanto come persona informata sui fatti, che però aveva manifestato dubbi e sospetti sull’operato di Adinolfi, così alimentando quella guerra tra «cordate» della quale aveva parlato per primo proprio Tremonti. Nelle sue dichiarazioni rese ai pubblici ministeri, il ministro aveva lasciato intendere come il gruppo a lui avverso – del quale fa parte appunto Adinolfi – farebbe direttamente capo al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al suo sottosegretario Gianni Letta.

Ma erano state proprio queste sue affermazioni a lasciare stupiti i vertici della Finanza, perché è da lui che le Fiamme Gialle dipendono e dunque – di fronte alla consapevolezza che fosse in atto una guerra interna in vista della designazione del nuovo comandante – sarebbero dovuti scattare immediati provvedimenti. E invece è toccato al comandante – quando ormai tutti i verbali erano già diventati pubblici – intervenire, naturalmente dopo aver consultato il ministro e aver ottenuto il suo via libera. Ai componenti del suo staff Di Paolo avrebbe manifestato la volontà di proseguire su questa strada dove «chi sbaglia paga, mentre chi continua a comportarsi correttamente e a fare il proprio dovere avrà la certezza che il suo impegno sarà apprezzato». Perché, ed è questo il nodo cruciale, «indebolire la credibilità della Guardia di Finanza rischia di mettere in serio pericolo le indagini sulla criminalità organizzata, quelle sull’economia e soprattutto le verifiche fiscali». Al Comando generale appaiono consapevoli che il «caso» è tutt’altro che chiuso visto che le inchieste sulle fughe di notizie vanno avanti, così come gli accertamenti su chi davvero pagava la casa di Campo Marzio. Anche perché Angelo Proietti, il costruttore che l’ha ristrutturata, ha smentito che fossero Tremonti e Milanese a versare il canone e ha affermato di essersi accollato lui le spese relative ai primi due anni.

(Tratto dal Corriere della Sera)

Roma nella morsa della criminalità. E il Prefetto dice che… la criminalità non desta preoccupazioni (sic). Trasferitelo subito

Il luglio “nero” nella capitale tra omicidi e agguati in strada

L’ultimo mese segnato da un’escalation di violenza in città. Dalla morte di Flavio Simmi ucciso a colpi di pistola in Prati al pestaggio del musicista Alberto Bonanni nel rione Monti fino al delitto in pieno giorno a Torrevecchia di Simone Colanesi. E si riaccende la polemica sulla sicurezza a Roma

E’ stata una notte violenta quella appena trascorsa a Roma e provincia: sul Grande raccordo anulare un pregiudicato di 40 anni è stato ucciso dalla polizia durante un’inseguimento dopo che aveva litigato con la ex fidanzata, mentre ad Artena, comune a circa 50 chilometri dalla capitale, due uomini, di 58 e 45 anni, sono stati prima uccisi e poi bruciati. Un terzo cadavere è stato invece ripescato nel Tevere. La lunga scia di sangue che ha segnato gli scorsi mesi si allunga sempre più: sono nove le vittime dei più cruenti episodi di violenza avvenuti negli ultimi 30 giorni. E ogni volta si riaccende la polemica politica sulla sicurezza in città e sulla presenza sempre più massiccia della criminalità organizzata. Proprio ieri la Provincia di Roma ha deciso che si costituirà parte civile nei processi contro le attività criminose di stampo mafioso. E sempre ieri il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha sostenuto che nella capitale ”c’è una realtà con cui confrontarsi”: la possibilità, per le mafie, di trovare ”mercati facili, dove nascondersi e mimetizzarsi”.

Agli agguati si aggiunge anche la violenza urbana, come nel caso del musicista Alberto Bonanni, di 29 anni, che il 28 giugno scorso è stato pestato e ridotto in fin di vita nel rione Monti per una banale lite. Da allora è ricoverato in coma in ospedale, mentre cinque persone si trovano in carcere.

Il tragico mese di luglio di Roma parte il 5 luglio: alle 9.30 nel centrale quartiere di Prati, Flavio Simmi, romano di 33 anni, viene crivellato in strada da sette colpi sparati da due persone in moto, sotto gli occhi della sua compagna. A febbraio scorso il giovane aveva avuto un primo avvertimento: era stato gambizzato davanti alla gioielleria di famiglia nelle vicinanze di Campo de’ Fiori. Il padre della vittima era stato coinvolto nel 1993 nell’operazione ”Colosseo” contro la Banda della Magliana e poi scagionato da ogni accusa.

La sera del 10 luglio in via Diego Angeli, nella zona di Casal Bruciato, Giulio Saltalippi, romano di 33 anni, con precedenti, è vittima di un agguato: viene ferito da quattro colpi di pistola calibro 9×21. Per gli investigatori l’obiettivo era ucciderlo, ma i suoi attentatori hanno mancato il colpo letale. Il 23 luglio muore, dopo un mese trascorso in ospedale, Massimiliano Cicolani, romano di 38 anni. Era stato aggredito con una spranga da cinque persone, lasciato sull’asfalto senza giubbotto e derubato del portafoglio e cellulare. La vittima conosceva i suoi aggressori e la sera del 3 maggio si era dato appuntamento con loro a Tor Vergata.

Il 27 luglio un nuovo agguato in strada in pieno giorno. A morire è Simone Colanesi di 30 anni, vittima di una raffica di proiettili calibro 12 sparati da una Magnum 44 in via Pietro Bembo a Torrevecchia. Il giorno precedente aveva avuto una lite.

Proprio per rendere Roma più sicura – così come richiesto dal sindaco Gianni Alemanno al ministro dell’Interno Roberto Maroni – tra agosto e settembre, arriveranno a Roma 300 carabinieri e 60 poliziotti in più.

(Tratto da Repubblica – Roma)

Un importante incontro-confronto fra noi e gli amici di Libera promosso a Terracina dai dirigenti della Federazione della Sinistra sulle tattiche da adottare nell’azione contro le mafie

MENO MALE CHE QUALCUNO A LIVELLO POLITICO E FUORI DALLE CAMPAGNE ELETTORALI ANCORA PARLA DI MAFIE IN PROVINCIA DI LATINA

Ancora c’è qualcuno, grazie a Dio, che parla di mafie in provincia di Latina.

E di strategie e tattiche per combatterle.

Fuori dalle campagne elettorali!

Sabato 30 luglio, durante un incontro promosso a Terracina dalla Federazione della Sinistra cui siamo stati invitati insieme agli amici di Libera, c’è stato un cordiale confronto fra le due Associazioni, Caponnetto e Libera, sulle tattiche da adottare nell’azione di contrasto delle mafie in provincia.

Strategia comune, la lotta contro le mafie, con metodologie un tantino diverse.

Libera privilegia il discorso della diffusione della cultura della legalità, noi quello della denuncia di fatti e comportamenti specifici, nomi e cognomi.

Marciare divisi per colpire insieme.

Noi siamo d’accordo con Libera quando sostiene che bisogna informare e formare i giovani, i cittadini, ma riteniamo che, stante la gravità della situazione che vede le mafie giornalmente occupare i territori per diventarne padrone, non si può aspettare che i ragazzi si formino ad una nuova coscienza politica e civile.

Bisogna intervenire subito.

Per evitare che mentre i medici discutono, l’ammalato muore.

O che mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata.

Comunque c’è da riconoscere ed apprezzare che Libera assolve ad un compito importantissimo e vitale, quello della formazione della gente e non solo.

A Libera va riconosciuto il merito di aver contribuito e di contribuire alla formazione di tante leggi in materia di contrasto alle mafie.

Come pure quello di dare un segnale forte alle società civile nella gestione di beni confiscati alle mafie.

Meriti eccezionali, unici, tutti e solo di Libera, un’associazione delle associazioni che noi stimiano e con la quale ci teniamo a collaborare.

Perché, oltretutto, se non si fa rete con tutte quelle consorelle che, pur con diverse tattiche, combattono per lo stesso fine, contro le mafie, rischiamo tutti di fare un buco nell’oceano.

Questo vale per tutti, nell’intero Paese.

Non possiamo, per concludere, non ringraziare i dirigenti della FDS di Terracina per aver organizzato questo incontro-confronto che è servito, peraltro, a informare e sensibilizzare ancor più di quanto non lo siano tutti i presenti.

L’ultima, drammatica denuncia di Legambiente. Noi ringraziamo gli amici di Legambiente per quello che hanno fatto e continuano a fare. Ma si continua a pensare, sbagliando, di risolvere i problemi con le interrogazioni, alle quali il Governo nemmeno risponde. I problemi sono ben altri e riguardano l’inerzia della Prefettura di Latina che non dice niente sul radicamento mafioso in provincia, l’incapacità e l’inerzia della maggior parte delle forze dell’ordine locali che non indagano come si dovrebbe in materia di lotta alle mafie, la collusione di molti politici con i mafiosi, i “silenzi” di quelli non corrotti e non collusi con le mafie, l’inerzia della “vecchia” Procura che… ha trattato le pratiche (lo hanno scritto i PM della DDA De Martino e Curcio, non noi) relative a reati di mafia come reati comuni (vedi il “caso Formia Connection” per il quale noi -e solo noi – abbiamo chiesto l’interessamento della Procura di Perugia). Vogliamo metterci seduti a tavolino, in pochi, per guardarci in faccia e dirci le cose che non vanno per intervenire sul serio sui veri nodi dell’intera questione?

Leggi l’articolo di Latina Oggi

Se in Italia le mafie stanno diventando padrone di tutto, le responsabilità sono tutte politiche e di ogni cittadino. Il caso scandaloso del Prefetto di Roma che dice che… a Roma non c’è emergenza criminale… la situazione

Quando la politica vuole, la lotta alle mafie si può fare seriamente.

Noi ci siamo sforzati sempre di essere obiettivi e mai faziosi, condannando, quando è necessario, chiunque, senza parteggiare per l’uno o per l’altro, ma anche esaltando le azioni di quanti meritano di essere esaltati.

Abbiamo accolto con gioia la decisione assunta dal Consiglio provinciale di Roma di costituirsi parte civile in tutti i processi che da oggi in poi si faranno contro i mafiosi nella provincia romana.

Vorremmo, però, che la stessa decisione fosse assunta anche dal Comune di Roma, dalla Regione Lazio e da tutte le altre amministrazioni comunali e provinciali della regione.

Cosa che, purtroppo, non è avvenuta, non avviene e nemmeno avverrà.

Non vogliamo apparire ripetitivi nel sostenere che il problema della lotta contro le mafie è tutto politico.

Il terrorismo, senza il sostegno della politica, fu distrutto in brevissimo tempo.

Così non è per le mafie che, come giustamente rileva il Procuratore Scarpinato, insieme alla corruzione, sono spesso costitutive del potere (v. ”Il ritorno del Principe”).

Mafie e potere che si sovrappongono, si confondono, per diventare la stessa cosa.

Questo sul piano generale.

Poi ci sono le sensibilità a livello individuale che riguardano, quindi, i singoli.

Laddove, infatti, ci sono persone sensibili, non corrotte, pensose del bene comune, come Zingaretti alla Provincia di Roma, l’ex Prefetto Frattasi a Latina e qualche altro ancora, i segnali arrivano.

Forti.

Il problema è che di queste persone se ne trovano poche e quasi tutte sono destinate ad una fine non di certo esaltante.

Come nel caso di Beppe Lumia in Sicilia, messo fuori dalla lista del PD alla Camera dei Deputati nell’isola e, solo dopo le proteste delle associazioni antimafia, recuperato in quella del Senato, di Luisa Laurelli, sempre del PD, alla Regione Lazio, unica vecchia consigliera uscente e non ricandidata, Lorenzo Diana, anch’egli del PD, in Campania e così via.

Tutti segnali inquietanti che la dicono lunga sulla reale volontà della partitocrazia di combattere le mafie.

Auguriamo a Zingaretti di non subire lo stesso trattamento.

L’ex Prefetto Frattasi di Latina, dopo l’inchiesta fatta su Fondi, come si sa, è stato rimosso e trasferito al Ministero dell’Interno.

A Roma in questi giorni, dopo la catena di omicidi che tutti sanno, c’è stato un forte segnale di allarme da parte della Procura Nazionale Antimafia e del Procuratore Grasso in persona sull’invasività delle mafie diventate padrone dell’economia della capitale e di interi quartieri e, contemporaneamente, abbiamo dovuto registrate le sconcertanti dichiarazioni di un Prefetto, quello attuale, che sostiene che… ”la situazione della criminalità non desta preoccupazioni… ecc. ecc. ”.

In altri tempi ed in una diversa situazione politica e sociale quel Prefetto sarebbe stato rimosso e trasferito in 24 ore.

Oggi, purtroppo, tutti zitti; non un manifesto di protesta, non una mozione o un’interrogazione in Parlamento, nella Regione e così via, quasi a dire “siamo d’accordo con lui, è così “.

Vergogna!

Quello che sconcerta di più in tutta questa situazione di degrado sono l’indifferenza e l’inerzia della gente, dei cittadini comuni, di quelli onesti, che non solo non si impegnano, non vengono a darci una mano nella battaglia contro le mafie, ma che non chiedono nemmeno conto alle persone da loro votate dei loro “silenzi”.

“Napoli siamo noi”, ha scritto Giorgio Bocca.

La mafia siamo noi?, ci domandiamo in continuazione.

Corpi inerti, morti, che non sentono più l’obbligo morale e civile di reagire di fronte ad una deriva che sta portando l’intero Paese al baratro.

Nemmeno sensibili al discorso che riguarda l’avvenire dei propri figli, ai quali si rischia, continuando così, di consegnare un Paese criminale e senza più avvenire.

Un Paese disperato, senza lavoro, assoggettato alle mafie, affamato perché dove c’è la mafia non c’è sviluppo economico in quanto gli imprenditori sani non vi andranno mai ad investire i propri capitali.

Se ci sono le mafie in Italia, le responsabilità sono tutte politiche e di ognuno di noi.

La Provincia di Roma si costituirà parte civile in tutti i processi di mafia: E il Comune di Roma, la Rergione Lazio e tutte le altre amministrazioni comunali e provinciali della regione…???

Mafie: Zingaretti, Provincia sara’ parte civile in processi

Con mozione approvata oggi continua battaglia per sicurezza

Il Consiglio provinciale di Roma ha approvato una mozione che impegna la Giunta a costituirsi parte civile nei processi contro le attivita’ criminose di stampo mafioso presenti sul territorio. ”Continua – ha commentato il presidente della Provincia Nicola Zingaretti – la nostra battaglia contro la criminalita’ per garantire la sicurezza dei cittadini. Le mafie rappresentano un pericolo grandissimo per la nostra comunita’ e il progressivo radicamento di cosche criminali e’ un insopportabile ostacolo allo sviluppo”.

(Tratto da ANSA)

Droga, racket, riciclaggio ed appalti: così evolve la mafia a Roma

Dal 2007 ad oggi l’attività delle mafie a Roma è in costante aumento, specie di quelle straniere. Fanno profitto con la droga e la prostituzione, e stanno inquinando l’economia e gli appalti. Nell’indifferenza della politica.
Che la presenza e l’attività delle principali mafie italiane a Roma fossero in aumento non è una notizia. Già nel 2007 erano 183 i procedimenti della Procura di Roma di competenza della Direzione Distrettuale Antimafia, e il totale di reati di criminalità organizzata nel Lazio, secondo i dati del Ministero dell’Interno, era di 2535, quasi quanto in Puglia e, in percentuale sul numero di abitanti, quasi quanto in Sicilia. La relazione al Parlamento della Direzione Investigativa Antimafia del secondo semestre 2008 segnalava l’operatività «storicamente nota» di «soggetti collegati con cosa nostra» nella capitale e nel territorio della provincia. L’Osservatorio Tecnico Scientifico per la Sicurezza e la Legalità della regione Lazio ha denunciato che Roma è nelle mani della ‘Ndrangheta e della Camorra che convivono con la criminalità locale (che ha fatto tre giorni fa l’ultima vittima: il figlio di un boss della Magliana gambizzato da una raffica di nove proiettili sparati da un motorino), al punto che «non è esagerato parlare di forme di controllo di segmenti significativi del territorio».


Le indagini antimafia hanno dimostrato che nel 2007 esisteva nella capitale un accordo tra i diversi cartelli criminali che lasciava i gruppi locali liberi di operare (solo nel litorale la presenza mafiosa era più sistematica e sviluppata). Oggi, il rapporto sulla criminalità organizzata a Roma rilasciato dall’Osservatorio Codici lo scorso 28 gennaio evidenzia l’operatività in costante aumento delle mafie straniere, che stanno rafforzando il loro potere e, di conseguenza, la loro forza contrattuale con le mafie già radicate nel territorio. Il quartiere Esquilino, per esempio, non è soltanto, come lo conoscono tutti i romani, il simbolo dell’invasione cinese nel Lazio, ma una vera roccaforte della criminalità cinese che ha conquistato il controllo assoluto di tutto territorio attraverso un’intensa attività di sequestri, estorsioni e rapine. Non è l’unico settore del territorio romano interessato dal fenomeno mafioso cinese – una recente indagine della polizia di Roma ha scoperto un giro di prostituzione in un centro benessere gestito da cinesi a Termini – ma il centro operativo dove avvengono i principali traffici illeciti, che per la criminalità cinese vuol dire soprattutto contrabbando di merce contraffatta. È proprio in questo business che la mafia cinese si è alleata con la Camorra: le merci contraffatte, prodotte in Cina con manodopera a basso costo, partono da Terzigno e da San Giuseppe Venusiano, dove opera il caln Fabbrocino, che le fa arrivare all’Esquilino, dove poi i cinesi provvedono a distribuirle nei circuiti di Roma.

Oltre a quella cinese, avanza anche la mafia romena, specializzata in frodi informatiche; quella albanese, che detiene quasi il monopolio della prostituzione e dello sfruttamento dei minori costretti all’accattonaggio in strada, oltre che buona parte del business della droga; e quella nigeriana, capace di stringere patti con le mafie italiane per il traffico di eroina, cocaina, hashish e prostituzione.

LA DROGA E LA PROSTITUZIONE
– Il traffico di stupefacenti, insieme a quello dell’immigrazione clandestina legata alla prostituzione, è la prima fonte di profitto per i cartelli criminali che operano a Roma. E porta morti, oltre che droga. Per il controllo del mercato degli stupefacenti sono state uccise tre persone in dieci giorni (a Corcolle, Grottaferrata e Tor Tre Teste). Perché se un tempo erano gli albanesi a gestire l’esercizio della prostituzione sulle strade romane e lo spaccio di droga, adesso anche gli altri clan si sono voluti allargare. E anche se la maggior parte del mercato della droga continua a rimanere in mano a italiani e albanesi, sono riusciti a farsi largo con buoni risultati anche, in ordine, marocchini, algerini e sudamericani. A maggio un corriere spagnolo proveniente dal Sud America è stato arrestato per spaccio e detenzione di stupefacenti all’Aeroporto di Fiumicino, che «continua ad essere un luogo di passaggio di corrieri di droga» che usano Roma come centro di smistamento, soprattutto della cocaina. A marzo e aprile scorsi sono stati arrestati dalla Finanza dodici cittadini sudamericani che trasportavano, «occultati in ovuli ingeriti», un totale di dieci chili di cocaina pura.

ECONOMIA PULITA, SOLDI SPORCHI
– Il 2 marzo 2010, durante un’operazione che ha portato all’arresto di diversi affiliati ai Casalesi, sono stati sequestrate alcuni concessionari d’auto del clan. Uno di questi si trovava a Roma, due a Frosinone. Ma è nel settore della ristorazione che si stanno evolvendo gli interessi economici delle cosche. Nel primo semestre del 2010 sono stati arrestati alcuni esponenti di rilievo della ‘Ndrangheta reggina, e sequestrati i loro locali. Nei quadri societari di quegli esercizi commerciali c’erano affiliati alle ‘Ndrine Alvaro, Palamara, Mancuso, Bonavota e Fiarè. A luglio del 2009 venne sequestrato addirittura il famoso Cafè de Paris di Via Veneto, uno dei simboli della Dolce Vita romana.

Ma la novità finanziaria della criminalità organizzata romana è che ha iniziato ad avvalersi «di professionisti del settore che con strategici strumenti finanziari dissimulano l’origine dei capitali mafiosi». Ovvero: impossessarsi di società pulite per riciclare il denaro sporco. Si chiama “leveraged buyout”: i clan acquistano le società degli imprenditori romani a debito, grazie ai prestiti di banche e società finanziarie compiacenti a cui offrono in garanzia le azioni o il patrimonio della società che vogliono acquisire, che provvederanno a iniettare di capitali illegali. Fino al 2003 questa operazione era illecita, poi ha provveduto la riforma del diritto societario del secondo governo Berlusconi a consentirla espressamente.

Sempre più preoccupanti, inoltre, i dati sul racket. Secondo quelli di Sos Impresa pubblicati l’altro ieri, nel Lazio paga il pizzo un’attività commerciale su tre. Per un totale di 28mila esercenti coinvolti e un giro d’affari di oltre tre miliardi di euro.

APPALTI
– A creare negli investigatori il sospetto che le infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici di Roma siano sempre più frequenti non sono solo ribassi di oltre il 50 per cento. Sono a rischio anche gli appalti senza gara, sempre più in aumento, «il cui apparente clientelismo legato a fazioni politiche potrebbe nascondere capitale criminale». A rendere vulnerabile il sistema degli appalti romani, secondo l’Associazione Codici, sono diversi fattori tra cui «la presunta corruzione di funzionari pubblici», le «procedure irregolari per l’assegnazione dei lavori» e la «scarsa trasparenza delle procedure», «l’alterazione delle condizioni concorrenziali che può contribuire ad annientare le imprese oneste, costringendole ad uscire dal mercato», il «ricorso a provvedimenti di natura emergenziale» e lo «sviluppo incontrollato di cantieri dettato dalla politica del “fare per fare”».

POLITICA BENDATA
– La criminalità organizzata, negli ultimi anni, ha continuato a imporsi nella capitale senza incontrare troppa resistenza. Nella classifica dei quartieri a più alta densità mafiosa ci sono San Lorenzo e Castro Pretorio, con 41 arresti per fatti di crimine organizzato; il Prenestino, 38 arresti; San Basilio; 33 arresti; Tor Bella Monaca, che ha totalizzato 22 arrestati, seguita da Esquilino e Testaccio. Ma né il programma elettorale del sindaco Alemanno, né quello della presidente della Regione, Renata Polverini, accennavano alla presenza della criminalità organizzata sul territorio romano e laziale. Figuratevi a una soluzione.

(Tratto da AgoraVox)

Omicidi e riciclaggio, Roma nel mirino. E’ emergenza nella Capitale ed il Prefetto continua a definirla… “la città più sicura d’Europa”. Il Ministro dell’Interno rimuova quel Prefetto e lo sostituisca immediatamente!

La Provincia parte civile nei processi contro le mafie. L’allarme del procuratore antimafia Grasso: “A rischio le attività commerciali”. Le indagini sull’ultimo agguato: il giallo dello zainetto scomparso

La Provincia di Roma si costituirà parte civile nei processi contro le attività criminose di stampo mafioso (compresa corruzione, racket e usura) che riguardano i comuni del proprio territorio. Lo ha deciso all’unanimità il consiglio provinciale “in risposta – afferma il vicepresidente Sabatino Leonetti – all’esigenza di legalità e sicurezza dei territori”. L’eventuale risarcimento verrà destinato a un fondo a sostegno delle vittime del racket e dell’usura e al sostegno delle realtà associative assegnatarie di immobili confiscati alla criminalità organizzata. Plaude all’iniziativa il presidente Nicola Zingaretti: “Continua la nostra battaglia contro la criminalità per garantire la sicurezza dei cittadini”.

Un’escalation di violenza che sembra inarrestabile è esplosa a Roma. Ma c’è anche un allarme riciclaggio in città, lanciato dal procuratore antimafia Grasso. Ventitré omicidi dall’inizio dell’anno nella capitale, di cui 18, secondo il sindacato di polizia Silp Cgil, sono legati a una faida tra criminali della malavita capitolina. Una guerra esplosa tra piccole bande per accreditarsi come referenti della ‘ndrangheta sul territorio nello spaccio di cocaina. È una delle ipotesi che gli inquirenti stanno prendendo in seria considerazione per tentare di dare un ordine a tutti questi omicidi esplosi da una parte all’altra della città.
L’ultimo omicidio di una lunga serie è avvenuto tre giorni fa a Torrevecchia: Simone Colaneri, 30 anni è stato freddato in strada, in via Pietro Bembo, con otto colpi di revolver. Era uscito dal carcere 10 giorni fa, dopo aver scontato una condanna per spaccio, e nel quartiere aveva cominciato a infastidire diverse persone della mala. Voleva il monopolio della droga nel quartiere. L’ultimo sgarro risale alla sera prima dell’agguato quando, davanti una pizzeria, ha schiaffeggiato e tentato di cavare un occhio al figlio di un grosso pregiudicato della zona. Neanche ventiquattro ore dopo, l’esecuzione, alle tre del pomeriggio, davanti a un gruppo di bambini che giocava a palla. Ed è in quegli sgarbi che ha fatto nella mala di quartiere che gli investigatori della squadra mobile, diretti da Vittorio Rizzi, cercano i killer. C’è però un piccolo giallo da chiarire. Ovvero: ci sono immagini di una telecamera di una pizzeria dove Simone Colaneri è passato prima di essere ucciso che mostrano uno zainetto nero che teneva a tracolla. Quello zainetto non è stato più trovato, forse dunque i suoi killer lo hanno portato via.
Il 5 luglio, in Prati, Flavio Simmi, alle nove del mattino, fu freddato con nove colpi sotto gli occhi della compagna. Due balordi, ancora senza nome, in sella a uno scooter l’hanno colpito a morte e poi sono fuggiti, lasciando un quartiere sotto shock.
Ma non ci sono solo i fatti di sangue a destare preoccupazione. Impressiona soprattutto la fitta rete di rapporti tra il crimine organizzato e i colletti bianchi con l’obiettivo di riciclare denaro sporco. Operazioni subdole delle cosche di insinuarsi nelle maglie dell’economia della città reinvestendo capitali sporchi, provento di spaccio e una luna serie di reati. A lanciare l’allarme il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso.
“Io non sono uno che ama gettare allarmi – ha dichiarato alle telecamere del Tg Lazio – oltre a quelle che sono le situazioni reali. Certamente a Roma c’è, come in tutte le metropoli, una criminalità alle volte di quartiere o una criminalità che registra degli scontri nella difesa o nell’attacco tra gli interessi criminali delle varie bande, questa è una cosa che può anche esserci. Il problema di Roma invece è negli investimenti che cosche criminali cercano di fare o nelle attività commerciali o imprenditoriali oppure l’apporto di commercialisti o professionisti che viene dato a queste cosche che poi investono non solo a Roma ma anche al nord”.

Federica Angeli e Angela Maria Erba

(Tratto da Repubblica – Roma)

Un salto di qualità. Da oggi in poi dobbiamo dedicare il nostro tempo ad organizzarci con un archivio informatico ricco di notizie. Dobbiamo essere l’antimnafia del fare e non delle parole

Un’antimafia seria, concreta.

Un ‘inversione di tendenza.

Un salto di qualità.

Non si può continuare a parlare di cose passate, vecchie, di commemorazioni, di ricordi.

Queste cose le lasciamo agli storici, agli studiosi del fenomeno mafioso, agli scrittori, ai giornalisti non d’inchiesta.

Un’associazione antimafia seria deve fare altre cose.

Le mafie si sono modernizzate.

I mafiosi ed i loro compari stanno fra i cittadini, fra i professionisti, fra gli avvocati, fra i commercialisti, fra i notai, gli ingegneri e gli architetti, nei partiti politici, nei Ministeri, nel Parlamento, nei consigli comunali, provinciali e regionali, forse fra i nostri stessi conoscenti, nelle stesse forze dell’ordine e, perciò, dovremo essere attenti a chi passiamo le notizie.

Le mafie rappresentano la più grossa impresa del Paese e, forse, del mondo.

Anche Obama ha deciso di considerare la camorra e le mafie in genere pericolose per le sorti degli Stati Uniti.

La politica, fortemente inquinata, ha mostrato, fatta qualche piccolissima eccezione, di non sapere e volere combattere le mafie.

Da oggi in avanti dovremo attrezzarci per fare un’azione efficace, molto più efficace di quella che abbiamo fatto finora.

Non bastano le parole, le chiacchiere.

Ognuno di noi dovrà essere sentinella sul proprio territorio, guardare, osservare, annotare e segnalare.

Dedicheremo la maggior parte della nostra attività, da oggi in avanti, a fornirci di uno strumento informatico, di un archivio, con accesso riservato al massimo a due persone fidatissime, nel quale vengono immessi tutte le notizie, i dati, i nomi, le ordinanze cautelari, le sentenze, le visure camerali, uno strumento, un date base, che ci consenta in un attimo di risalire all’identità ed alla storia di tutti i soggetti sospetti.

I convegni, i comunicati stampa tradizionali non servono a niente.

Di convegni basta farne uno all’anno, ben organizzato, concreto, che parli dei problemi del territorio, delle tattiche e delle strategie, che faccia il punto della situazione e studi e decida quello che va fatto e quello che non va fatto più.

I relatori debbono essere persone impegnate, che stanno al fronte, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine, giornalisti d’inchiesta, qualche parlamentare che fa parte della Commissione Parlamentare Antimafia e basta.

Sulla falsariga di quello, bellissimo, forse il migliore che abbiamo fatto in questi ultimi dieci anni, che abbiamo promosso a Pastena, in provincia di Frosinone, il 29 giugno u. s.

I nostri iscritti debbono essere persone consapevoli, attive, che danno ognuno quello che può dare sì, ma partecipi.

La campagna del tesseramento prossima dovrà tendere a far fare un salto di qualità all’Associazione.

Non ci interessano gli eserciti, a noi interessa soprattutto la qualità dei nostri amici, gente consapevole, che sa della gravità della situazione, che sa della potenza delle mafie e che, quindi, ”sente” di dover dare un proprio contributo, piccolo o grande, per combatterle.

Gente che non venga a farci discorsi avulsi dalla realtà del proprio territorio.

Il 2012 dovrà segnare una grossa svolta nell’attività della nostra Associazione.

Legambiente: criminalità radicata a Latina e provincia

Nella provincia di Latina crescono in modo preoccupante l’illegalita’ ambientale, le speculazioni, il radicamento della criminalita’ organizzata. Il settore dell’edilizia e’ tra quelli maggiormente colpiti di tutta Italia con una pressione sempre crescente della criminalita’ organizzata mafiosa, soprattutto di origine campana. Da Sperlonga, passando per Fondi, Terracina, San Felice Circeo, Sabaudia, Latina sino a Cisterna e’ continuo l’allarme legalita’ lanciato dalle forze dell’ordine, dalle associazioni, dai politici e dai cittadini, che si unisce, drammaticamente, ai continui attentati subiti da uomini dello Stato e cittadini. I Parchi, i laghi e le coste, ma anche i centri delle antiche cittadine sono esposti alle continue speculazioni edilizie. Un assalto rapace e selvaggio che scaccia la moneta sana e blocca il rilancio economico, imprenditoriale e occupazionale della zona. La politica provinciale e nazionale non offre risposte adeguate e sottovaluta il problema.

L’allarme e’ stato lanciato oggi nel corso di una conferenza stampa che si e’ tenuta alla Camera dei Deputati e alla quale sono intervenuti Ermete Realacci, responsabile green economy del PD, Enrico Fontana, Responsabile Osservatorio Ambiente e Legalita’ Legambiente, Antonio Nicoletti, Responsabile nazionale Aree Protette di Legambiente, Marco Omizzolo, Responsabile provincia di Latina di Legambiente, Valentina Romoli, vice presidente di Legambiente Lazio.

Particolarmente esposti risultano i Comuni all’interno del Parco nazionale del Circeo, Sabaudia e San Felice Circeo in primis. Un’intera area dove si e’ costituito e ramificato un vero ”sistema criminale” che Libera, l’associazione antimafia presieduta da don Ciotti, non ha esitato a chiamare la ”Quinta mafia”. Che ha soprattutto nel ciclo del cemento la sua manifestazione piu’ eclatante. Basti pensare che nel Parco nazionale del Circeo sono un milione e 200.000 i metri cubi fuori legge, 2 abusi edili per ogni ettaro; secondo gli investigatori, una parte e’ imputabile, direttamente o indirettamente, a esponenti della malavita organizzata e a quel sottobosco politico/economico che sta suscitando grande attenzione negli inquirenti.

L’esposizione dei Comuni pontini al radicamento delle mafie nel tessuto economico locale e, in alcuni casi, anche politico, denunciato piu’ volte da Legambiente e da Libera, – e’ stato sottolineanto – richiede una denuncia forte che faccia diventare la provincia di Latina un caso e un’emergenza nazionale.

Il dato piu’ preoccupante, insieme alle intimidazioni subite da uomini dello Stato come ad esempio il Questore di Latina, Nicolo’ D’Angelo, e del Capo della squadra mobile, Cristiano Tatarelli, ai quali e’ stata recapitata una busta anonima contenente proiettili, e’ quello che si evince analizzando il dato territoriale del rapporto Ecomafia 2011 di Legambiente, dove la provincia di Latina si posiziona al 4* posto nazionale per infrazioni accertate e quella di Roma al 5*. A livello regionale, l’area pontina con le sue 264 infrazioni accertate, pesa per il 36%, la provincia capitolina per il 34%, il reatino per il 12 %, la provincia di Frosinone e il viterbese per l’8%.

(Tratto da ASCA)

Le mani delle mafie sulla Capitale

Hotel di lusso, ristoranti e case: così i clan «conquistano» Roma

Dal Cafè de Paris agli immobili, gli investimenti dei boss Camorra, ‘ndrangheta, mafia e sacra corona: sono 62 le cosche del Mezzogiorno che riciclano nella Capitale

NAPOLI – Il Cafè de Paris. Gli alberghi a cinque stelle. I ristoranti del centro storico. I bar nei dintorni di Camera e Senato. Le ditte di pulizie. La grande distribuzione. E la guerra, annunciata, alla criminalità locale. Casalesi e cosche della ’ ndrangheta, i clan più pericolosi di Campania Calabria, muovono l’assalto a Roma. E nella Capitale, raccontano le ultime inchieste delle Procure e una dettagliata informativa del Ros, riciclano i proventi delle attività illecite e ne impiantano di nuove. Due giorni fa l’ultimo blitz su delega dei pm di Reggio Calabria: sequestro di beni per 200 milioni di euro alla cosca Alvaro e sigilli anche a due (notissimi) locali della Capitale: Cafè de Paris e il ristorante George’s.

La settimana scorsa, invece, era toccato alla camorra, con l’arresto a Roma del latitante Emilio Esposito, figura di spicco del gruppo dei Muzzoni, affiliato ai Casalesi: sullo sfondo, l’ipotesi del riciclaggio del denaro sporco proveniente dagli «incassi» della camorra. L’«Osservatorio tecnico scientifico per la sicurezza e la legalità» della Regione Lazio ha individuato a Roma la presenza di 62 clan del Mezzogiorno: 25 sono cosche della ’ ndrangheta, 20 della camorra, 15 di Cosa Nostra e 2 della Sacra corona unita, l’organizzazione mafiosa pugliese. Investono in ristoranti, pizzerie, trattorie, aziende della grande distribuzione alimentare. E riciclano i loro soldi nei tavolini al centro di Piazza di Spagna o nei più accorsati hotel della Capitale. La ndrangheta, ad esempio, voleva mettere le mani sul Baglioni, albergo a cinque stelle dove dormì anche Gabriele D’Annunzio. L’operazione è saltata, come è saltata la trattativa avviata con il principe Raimondo Orsini per l’affitto di due ristoranti di sua proprietà. Il nobile, dopo essersi fatto mandare le visure camerali delle società, ha mandato tutto all’aria: «Sono inaffidabili» . Non tutti, però, hanno l’acume, o la forza, del principe.

E così accade che la famiglia Terenzio (legami con i Casalesi, gli ex affiliati ai Giuliano di Napoli e la criminalità romana dei Casamonica) possa mettere le mani su un castello ricavato da un convento del ’ 700, poi sequestrato su ordine dei magistrati insieme un patrimonio immobiliare stimato in 150 milioni di euro. E negli ultimi mesi, raccontano le inchieste della Procura antimafia di Roma, sembra aver subito modifiche anche l’accordo stipulato negli anni scorsi tra ’ ndrangheta e camorra, quel «patto di Roma» secondo cui ai boss calabresi spettavano i locali del centro storico, a quelli napoletani il controllo degli ipermercati nelle periferie. Oggi, infatti, i Casalesi controllano già una ventina di esercizi di ristorazione nel centro della Capitale, compreso un bar a Campo dei Fiori. Il clan Fabbrocino s’è alleato con la mafia cinese (le merci contraffatte partono da Terzigno e San Giuseppe Vesuviano e arrivano all’Esquilino, da dove poi i cinesi provvedono a piazzarle sulle bancarelle di tutta Roma). E la camorra napoletana a Roma controlla sale bingo, videopoker, scommesse illegali su calcio e ippiche, droga.

Sono i boss della ndrangheta e dei casalesi quelli che puntano più in alto. E, per costruire le loro casseforti, hanno adottato la tecnica del leveraged buyout, l’acquisizione di un’azienda e delle sue attività con fondi provenienti essenzialmente da capitali di debito: i clan rilevano società pulite degli imprenditori romani in crisi grazie ai prestiti di banche e società finanziarie compiacenti, cui offrono in garanzia le azioni o il patrimonio della società che vogliono acquisire. E che servirà per riciclare il denaro proveniente dalle attività illecite. Gli incassi ripuliti, così, sono pronti per essere reinvestiti, magari puntando agli appalti. Come nel caso di Civitavecchia, dove sono in programma imponenti opere pubbliche, a cominciare dalla riconversione della centrale termoelettrica dell’Enel. E dove a fare affari sono le famiglie Gallo e Cavalieri di Torre Annunziata. O come nel caso di Fondi, dove il mercato ortofrutticolo è in mano ai casalesi.

«Il nostro tessuto economico è sano e dobbiamo difenderlo dal riciclaggio di capitali sporchi», ha avvertito il sindaco di Roma Gianni Alemanno commentando il sequestro del Cafè de Paris. E la Confcommercio l’allarme lo lancia da tempo: «Il mercato è drogato da situazioni strane, immobili ed esercizi pubblici cambiano proprietario con vendite a prezzi esorbitanti, cifre che un normale imprenditore non pagherebbe mai. Non è economia normale, non può esserlo». I settori nei quali si registrano i cambi di proprietà? Neppure a dirlo: «Alberghi, bar, ristoranti. Ed è in questo momento di crisi, in cui gli incassi dell’imprenditore diminuiscono, che si rischia di essere preda dell’economia cattiva». Quella che può mettere sul piatto cifre da capogiro. Come i 100 milioni di euro dei casalesi sequestrati dalla Dia il 15 marzo scorso. O come quelli che può «spendere» il clan Mallardo: due mesi e mezzo fa, il 10 maggio, gli hanno sequestrato 600 milioni, «in gran parte dirottati a Roma, dove il gruppo ha i propri interessi nella speculazione edilizia». I padrini, oggi, sono diventati immobiliaristi. È la camorra capitale.

Gianluca Abate

(Tratto dal Corriere del Mezzogiorno)

La Capitale nelle mani delle mafie e c’è chi si ostina a negarlo. Un nostro appello ai giovani e a tutti i cittadini romani onesti

Un corpo sociale vivo e partecipe dovrebbe insorgere di fronte ad affermazioni quali quelle del Prefetto di Roma, che dopo i recenti fatti di sangue avvenuti nella Capitale, ha dichiarato: ”La situazione della criminalità a Roma non desta alcuna preoccupazione, resta tuttavia ferma la preoccupazione per l’efferatezza del delitto avvenuto in pieno giorno nella zona di Prati”.

Dichiarazioni irresponsabili che fanno il paio con quelle altrettanto gravi del Sindaco della Capitale che ha detto: ”l’unico rischio è l’esposizione di Roma a possibili infiltrazioni della criminalità organizzata in operazioni finanziarie”.

“Possibili infiltrazioni”, dice il Sindaco, quando Roma è immersa fino al collo nelle mafie che sono diventate ormai proprietarie di interi quartieri!

Ci risiamo.

Sembrano i tempi dell’ex Prefetto Serra, il quale sosteneva qualche decina di anni fa che… a Roma non ci sono mafie, quando ormai anche i bambini sanno che la Capitale è invasa dalle mafie.

Quello che stupisce –e perciò noi siamo critici nei confronti di tutta la classe dirigente politica del Lazio, di destra, di centro e di sinistra- è il fatto che non una sola voce si è levata per condannare questo Prefetto che da tempo va ripetendo queste cose e che, appena si è insediato, ha detto che… Roma è la città più sicura d’Italia.

Classe dirigente politica che non ha sentito nemmeno il dovere morale di fiancheggiare e dare la solidarietà al Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso che, riferendosi al delitto di Prati, ha subito detto: ”Quando si compie un delitto del genere è evidente che c’è una criminalità di alto livello, anche se non possiamo fare ipotesi senza elementi concreti. Il giovane rimasto ucciso era figlio di un uomo coinvolto nell’operazione Colosseo contro la banda romana della Magliana”:

E, poi, lo stesso Procuratore Grasso ha aggiunto: ” A Roma c’è una realtà con cui confrontarsi e cioè la possibilità per le mafie di trovare mercati facili”.

E’ stata, quella di Grasso, l’unica voce che si è levata per dissentire da quanto dichiarato sia da Pecoraro che da Alemanno.

Ci saremmo aspettati da parte dei partiti di opposizione all’attuale governo almeno una interrogazione parlamentare, se non dichiarazioni, mozioni di condanna in Parlamento, nei consigli comunale, provinciale e regionale, manifesti in tutta la città, una manifestazione pubblica di protesta.

Niente di niente.

Vergognatevi.

Il problema “mafie” è politico ed istituzionale.

Quando noi diciamo che è lodevole andare in giro a parlare di Falcone e Borsellino e di cultura delle legalità, ma che, in una situazione in cui gran parte della politica e delle istituzioni, o per ignoranza, o per incapacità, o pienamente consapevoli, sono oggettivamente colluse con le mafie che ormai stanno nei partiti e nelle istituzioni-, è assolutamente inefficace, non vogliamo offendere nessuno.

Né vogliamo metterci in cattedra.

Vogliamo semplicemente ed umilmente offrire un nostro contributo di verità sulla base delle nostre conoscenze, conoscenze che ci derivano dal nostro modo di fare antimafia, un modo di fare che parte dalle ricerche che facciamo quotidianamente negli archivi delle Camere di Commercio ecc. ecc.

Scriviamo queste note appena dopo aver spedito una richiesta ufficiale alla Procura della Repubblica di Perugia per chiederle di verificare i motivi per i quali la Procura di Latina ha ritenuto di non procedere a carico dei responsabili per l’eventuale reato di “voto di scambio” nell’ambito dell’inchiesta “Formia Connection” pur in presenza dei testi delle intercettazioni telefoniche fatte dalla Polizia di Stato di Formia che documentano la richiesta di voti, da parte di noti esponenti politici ed istituzionali pontini, a soggetti appartenenti ad altrettanto nota famiglia camorristica.

Allora di cosa vogliamo parlare!!!?

Mentre noi ci attardiamo a fare chiacchiere, le mafie diventano padrone perfino di casa nostra.

Non parliamo delle classi dirigenti politiche!!! E di quelle burocratiche!!!

Ormai a fare la lotta alle mafie sono rimaste solamente la Magistratura e le forze dell’ordine, anche se anche in questi ambienti c’è qualcuno, come si è verificato ad un recente convegno promosso a Cassino dalla Questura di Frosinone e dall’Università di Cassino, che dice che… ”non bisogna vedere ombre dove non ci sono”.

Posizioni e comportamenti individuali, però, perché i corpi sono ancora sani, grazie a Dio!

Il nostro compito, se vogliamo fare antimafia seria e non solo retorica, è quello di aiutarle in questa guerra.

Perché di guerra vera e propria si tratta e non di altro.

Questo noi stiamo dicendo da anni e questo noi diciamo ai tanti giovani che ci scrivono e che ci chiedono cosa si deve fare per combattere le mafie.

Noi lo facciamo cominciando a fare le “visure camerali” dei soggetti che sospettiamo in odor di mafia. Partiamo di là per risalire grado a grado alla loro identità vera.

Abbiamo cominciato a discutere sulla necessità di dotarci, anche se dobbiamo ricorrere a forme di autofinanziamento individuali, di mezzi informatici per migliorare le nostre prestazioni.

Abbiamo in animo, infatti, di dotarci di un date base che ci consenta di archiviare tutte le informazioni sui singoli che riusciamo ad acquisire in modo da poterle incrociare con i dati in possesso di altri volenterosi che vogliano seriamente combattere in difesa dello Stato di diritto e della democrazia.

A tutela di tutte le persone oneste di questa nostra disgraziata Regione-il Lazio-ed anche degli interessi dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Ai giovani ed a tutte le persone oneste diciamo: venite con noi ed impegniamoci tutti insieme a diventare sentinelle ognuno sul proprio territorio.

Narrazioni, commemorazioni e quant’altro non servono a fronteggiare una situazione che sta portando il Paese ed i nostri comuni dritti dritti al baratro.

Non c’è più tempo da perdere.

Abbiamo chiesto ufficilamente l’intervento della Procura della Repubblica di Perugia sul caso dell’archiviazione della parte che riguarda l’eventuale reato di “voto di scambio” della “Formia Connection”

Abbiamo in data odierna interessato ufficialmente la Procura della Repubblica di Perugia per chiederle di verificare se la Procura di Latina, nel decidere di non procedere per la parte dell’inchiesta “Formia Connection”che riguarda l’eventuale reato di “voto di scambio”, abbia operato o meno nel pieno rispetto delle leggi.

Le mani delle mafie sulla Capitale

Toni riduttivi per un fenomeno in continua crescita. L’allarme del Procuratore nazionale Antimafia

ROMA – “La situazione della criminalità a Roma non desta alcuna preoccupazione, resta tuttavia ferma la preoccupazione per l’efferatezza del delitto avvenuto in pieno giorno nella zona di Prati”, ha dichiarato il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, al termine della riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica convocato d’urgenza all’indomani dell’assassinio in mezzo alla strada di Flavio Simmi. La preoccupazione dell’alto funzionario di non creare allarme e panico in città appare forse lodevole, ma a questo punto decisamente riduttiva rispetto al livello della sicurezza che va abbassandosi ogni giorno sotto gli occhi di tutti. Banditi scatenati che sparano e uccidono a volto scoperto, guerra di bande che richiamano alla memoria il “romanzo criminale” della Magliana, arresti di boss della camorra stabilmente insediati a Roma, sequestri di beni patrimoniali in città per centinaia di milioni appartenenti alla ndrangheta calabrese, la mafia siciliana padrona da anni di intere fette di territorio nell’hinterland romano.

Forse qualche fondato motivo di preoccupazione in più c’è o dovrebbe esserci. Sottovalutare la portata criminale dei recenti episodi potrebbe rivelarsi assai pericoloso, come nel caso dell’imprenditore Roberto Ceccarelli ucciso con due colpi di pistola nell’aprile scorso e liquidato in un primo tempo come una banale lite di prestiti non restituiti. Poi si scopre che la vittima era stata indagata nell’indagine Capricorn Connection che nel 2004 colpì il clan catanese dei Tomasello, attivo tra Roma ed Anzio. L’imprenditore sarebbe stato ucciso in un vero e proprio agguato di mafia di cui gli investigatori stanno ancora tentando di ricostruire il tessuto criminale.

Così sull’omicidio di Flavio Simmi, il trentatreenne ucciso in Prati pochi giorni fa e già gambizzato nel febbraio scorso, il Procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso si è espresso in tutti altri termini: “Quando si compie un delitto del genere è evidente che c’è una criminalità di alto livello, anche se non possiamo fare ipotesi senza elementi concreti. Il giovane rimasto ucciso era figlio di un uomo coinvolto nell’operazione Colosseo contro la banda romana della Magliana”. Secondo gli inquirenti, l’omicidio andrebbe inserito in una guerra tra bande per il controllo del territorio e fare semplici riferimenti alla banda della Magliana potrebbe essere riduttivo. “A Roma c’è una realtà con cui confrontarsi e cioè la possibilità per le mafie di trovare mercati facili”, ha aggiunto il procuratore Grasso.

Sul filone per così dire autoctono della malavita, si innescano e si incrociano le ramificazioni locali delle altre organizzazioni criminali, di cui ogni tanto si riescono a potare le punte che emergono. Solo per ricordare i colpi messi a segno nell’ultima settimana dalle forze dell’ordine, c’è l’arresto di Emilio Esposito, esponente di spicco del clan dei Casalesi, eseguito dalla Questura di Roma, mentre il Nucleo di Polizia Tributaria della GdF metteva sotto sequestro nella Capitale il Cafè de Paris e il ristorante George.

La “montagna” dell’annunciato incontro tra il sindaco Alemanno e il ministro dell’Interno Maroni pare che abbia prodotto soltanto il “topolino” della riduzione (sacrosanta!) delle scorte per liberare qualche decina di agenti in più sul territorio. Ma evidentemente non è con qualche aspirinetta del genere che si contrasta il cancro della criminalità organizzata che rischia ormai di “metastatizzare” l’intera Regione.

Occorrerebbe ben altro. Le istituzioni locali da sole non possono fare molto ma quel poco hanno cominciato a farlo con determinazione. Come annunciato dal sindaco Alemanno, dal presidente della Commissione sicurezza urbana di Roma Capitale, Fabrizio Santori, e dal delegato alla Sicurezza Giorgio Ciardi, è stato approvato un protocollo di intesa tra Roma Capitale e la prefettura di Roma, per prevenire e contrastare le infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture verso quelle attività considerate maggiormente a rischio, come quelle che si trovano a valle dell’aggiudicazione principale. Nello specifico, il protocollo prevede l’inserimento nei contratti di clausole che contengano l’obbligo per le imprese aggiudicatarie o affidatarie di comunicare alle aziende appaltanti del ‘Gruppo Roma Capitale’ l’elenco delle imprese coinvolte nel piano di affidamento. Tale elenco deve essere comunicato al Prefetto al fine di consentire le necessarie verifiche antimafia. Qualora dalle verifiche emergessero elementi relativi a tentativi di infiltrazione mafiosa nelle società o imprese interessate, la Prefettura ne darà immediata comunicazione a Roma Capitale, che procederà all’applicazione della clausola di risoluzione del contratto. E’ stato inoltre raggiunto un accordo che prevede la costituzione di un tavolo in Prefettura con il coinvolgimento di Roma Capitale e Camera di Commercio di Roma, per monitorare attività e transazioni tra privati da cui potrebbero emergere eventuali profili anomali riconducibili ad attività illegali.

Non è assolutamente vero che, come dice Alemanno, “l’unico rischio è l’esposizione di Roma a possibili infiltrazioni della criminalità organizzata in operazione finanziarie”, ma almeno su questo piano, per quanto parziale, qualcosa si è cominciato a fare. Ora tutte le istituzioni, nazionali e locali, insieme, devono coordinarsi ed operare con decisione se vogliono davvero affrontare con armi adeguate il nemico che incombe alle porte.

Scuola. Vogliono affidare il sostegno ai disabili ai privati. Le Associazioni dei disabili insorgono. Un pò alla volta stanno smantellando la Scuola pubblica

Come se nulla fosse. Malgrado le rassicurazioni del sottosegretario del Ministero dell’Istruzione, Giuseppe Pizza, all’indomani di un incontro chiarificatore tra il governo e le due maggiori federazioni (FAND e FISH) del mondo della disabilità, eccolo lì: è giunto alla camera il progetto di “privatizzazione del sostegno scolastico ai disabili”, al secolo il Ddl 4405 (in allegato la proposta parlamentare). L’iniziativa fa capo all’onorevole Giovanni Dima (Pdl) e da altri nove parlamentari del gruppo di maggioranza e prende le mosse dal disegno di legge (atto Senato 2594) presentato dai senatori Pdl, Bevilacqua e Gentile.

«In sintesi viene riproposta la volontà di affidare gli alunni con disabilità a personale privo di competenze pedagogico-didattiche» scrive il presidente nazionale FAND, Giovanni Pagano. Che aggiunge: «Sorge spontaneo, allora, chiedersi: perché affidare a “soggetti privati” la formazione degli alunni disabili? Perché impedire loro un cammino comune, che fra l’altro è stato riconosciuto anche da importanti provvedimenti internazionali, non ultima la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità?».

Secondo i suoi firmatari, il Ddl n. 4405 intenderebbe favorire il sostegno di alunni con disabilità nel rispetto del dettato costituzionale «mentre sembra, invece, ben più orientato a dare risposte urgenti ai “bisogni propri” del privato» rincara Pagano. Che precisa: «dal momento che contempla la possibilità, per le scuole, di “definire progetti” con la collaborazione di “personale o consulenti privati esterni alla scuola”».

I soggetti privati, esterni alla scuola, verrebbero dunque investiti della possibilità di effettuare interventi individuali, rivolti cioè al singolo alunno, contraddicendo secondo FAND quanto elaborato e documentato dalla pedagogia e dalla didattica da un lato e contemplato dalla normativa, dall’altro, in merito all’intero processo di integrazione scolastica.

«Perché quindi pensare a figure esterne impiegate in attività didattiche? E poi, con quali competenze verrebbe individuato questo personale? Si tratta forse di un subdolo tentativo di far rientrare dalla finestra coloro che i tagli hanno lasciato fuori dalla porta?» sono queste le domande principali che il presidente Pagano nel proprio comunicato stampa. E aggiunge: «Oppure, introducendo nella classe personale dedito solamente all’educazione di alunni con disabilità, si cerca di aggirare le norme dell’integrazione scolastica, che vogliono che tutti gli insegnanti che operano in una classe, compreso quello di sostegno, siano assegnati alla classe e non all’alunno? Oppure, ancora, è solo un modo un po’ maldestro per iniziare a rendere ufficiali quelle classi differenziali che molti (troppi) sognano, ma che ora è difficile dichiarare in modo palese cogliendo l’occasione, dalla recente stigmatizzazione normativa degli alunni con DSA?»

In conclusione FAND richiede il ritiro del disegno di legge e promette battaglia per contrastare questa iniziativa parlamentare.

(Scarica il Ddl 4405)

Richiesta di arresto per il deputato del PdL Milanese

n’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa nei confronti del deputato del Pdl, Marco Mario Milanese. Il provvedimento, emesso su richiesta del pm Vincenzo Piscitelli della sezione Criminalità economica della procura di Napoli, è stato trasmesso oggi alla Camera dei Deputati per l’autorizzazione all’arresto. Le accuse contestate sono di corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e associazione per delinquere.

Inchiesta P4: sentito Tremonti, intercettazione Berlusconi-Adinolfi
Nell’ordinanza inviata alla Camera è contenuta poi la notizia di un interrogatorio al quale è stato sottoposto alcune settimane fa il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, in qualità di persona informata sui fatti, dai pm che conducono l’inchiesta. Nelle carte è anche presente il riferimento a una intercettazione telefonica, nell’ambito dell’indagine P4, tra il premier Silvio Berlusconi e il capo di stato maggiore della Guardia di Finanza, generale Michele Adinolfi, indagato rivelazione di segreto e favoreggiamento.

Agli arresti domiciliari anche il sindaco di Voghera
Le indagini rappresentano lo sviluppo dell’inchiesta in cui è coinvolto, tra gli altri, Paolo Viscione in relazione alle attività della società assicurativa Eig. Secondo l’accusa, Milanese avrebbe ricevuto da Viscione e dalla società somme di denaro nonchè orologi di valore, gioielli e auto di lusso come una Ferrari e una Bentley, viaggi e soggiorni all’estero. “Regali” che secondo le affermazioni fatte da Viscione costituivano il corrispettivo della rivelazione di notizie riservate e di interventi per rallentare le indagini della Guardia di finanza sulla società assicurativa. Nell’ambito dell’inchiesta, gli agenti della Digos di Napoli hanno eseguito anche altre due ordinanze agli arresti domiciliari nei confronti del sindaco di Voghera, Carlo Barbieri, e del commercialista Guido Marchesi, anch’egli di Voghera.

Fari puntati sulla compravendita di alcuni immobili
L’attenzione degli investigatori è incentrata sulla compravendita di alcuni immobili in Francia dello stesso Milanese, acquistati tra l’altro da Carlo Barbieri e Guido Marchese. «Le numerose incongruenze relative a tale compravendita – è scritto in un comunicato della Procura – hanno consentito di ritenere che Milanese avesse favorito l’attribuzione di incarichi per Barbieri e Marchese in diverse società controllate dal ministero dell’Economia, quali Ferrovie dello Stato, Ansaldo Breda ed Otomelara». Gli investigatori intendono ora «accertare i collegamenti all’interno della Guardia di Finanza che hanno consentito a Milanese di accedere a notizie coperte dal segreto di indagine nonché per ricostruire l’origine delle disponibilità economiche di Milanese ed altri connessi episodi corruttivi».

Presunte tangenti: Vizzini (Pdl) si autosospende dagli incarichi
lntanto il presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini, ha deciso di sospendersi dalla sua carica e dal gruppo del Pdl per difendersi nell’ambito dell’inchiesta su presunte tangenti pagate del tributarista Gianni Lapis con denaro di Vito Ciancimino. «Mi trovo di fronte a un attacco mediatico – scrive Vizzini in una lettera al presidente del Senato, al presidente del Consiglio e ai capi gruppo del Senato del Pdl – di un quotidiano che mi indica come percettore di somme illecite da me mai ricevute». A Vizzini è subito giunta «la piena e convinta solidarietà» del presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, e del suo vice, Gaetano Quagliariello.

Celestina Dominelli

(Tratto da Il Sole 24 Ore)

Stiamo perdendo la guerra contro le mafie. Un nostro appello accorato a tutti i giovani e a tutti i cittadini onesti

UN APPELLO ACCORATO A TUTTI I CITTADINI ONESTI: STIAMO PERDENDO LA BATTAGLIA CONTRO LE MAFIE, CHE SONO IN MEZZO A NOI ORMAI

Stiamo perdendo la guerra contro le mafie e non ce ne stiamo rendendo conto.

Leggiamo continuamente di pentiti di mafia che si lamentano, dopo aver collaborato con lo Stato, di essere stati abbandonati da questo, lasciati alle vendette delle organizzazioni criminali.

Le risposte da parte delle istituzioni sono sempre più deboli e contraddittorie.

Non parliamo della politica, in parte collusa con le mafie e in parte, quella ancora sana, impegnata solo sul piano della retorica, delle commemorazioni dei morti, delle enunciazioni e delle parole.

Ciò, mentre in molte amministrazioni comunali vengono approvati atti, varianti urbanistiche, rilasciati permessi, concessioni edilizie, autorizzazioni di ogni genere che favoriscono i mafiosi.

E in sede parlamentare passano provvedimenti che delegittimano la magistratura, la rendono sempre più impotente nell’azione di contrasto alle mafie ed al malaffare.

E le forze dell’ordine sono ormai ridotte alla quasi impotenza, prive di mezzi, risorse e persone.

Le mafie oggi sono arrivate in moltissime realtà a condizionare la vita economica e politica dei territori.

Con montagne di capitali che ha investito ed investe in continuazione, comprando tutto, costruendo, creando cartelli di imprese, decidendo prezzi, alterando l’economia e le regole di mercato.

L’azione finora svolta contro le mafie ha colpito solamente il loro livello basso, l’ala cosiddetta militare, ma quasi mai la mafia spa, i livelli politici ed economici, la mafia alta, i cervelli, i colletti bianchi, quelli che comandano e che gestiscono i capitali mafiosi.

E quando magistratura e forze dell’ordine hanno tentato, fra mille difficoltà frapposte da una legislazione carente e da lungaggini burocratiche di ogni sorta, di alzare il loro livello di attenzione e di azione verso i piani alti delle mafie, si sono alzati i muri a loro difesa.

Una situazione drammatica di cui la gente comune non riesce a prendere coscienza.

Da anni noi stiamo implorando tutte le persone perbene di scendere in campo, di venire con noi per aiutarci a combattere seriamente contro i mafiosi.

Lo stesso appello accorato che abbiamo rivolto a tutte le associazioni nostre consorelle sparse nel Paese: abbandoniamo la retorica, la narrazione, utili sì per svegliare le coscienze, ma non sufficienti, data la gravità della situazione che richiede interventi urgenti e quotidiani.

Bisogna passare con urgenza alla fase della DENUNCIA, di fatti concreti, nome e cognome, territorio per territorio, comune per comune, facendo rete, scambiandosi le informazioni di cui ognuno di noi riesce ad entrare in possesso.

Ai giovani e a tutte le persone oneste e di buon senso chiediamo di non limitarsi a chiamarci per parlare loro di Falcone, Borsellino e di tutte le altre vittime di mafia.

Se essi vogliono fare qualcosa di concreto e di utile, vengano nell’Associazione per impegnarsi, tutti insieme, a scovare e far arrestare i mafiosi, ma quelli veri, in giacca e cravatta e non solo quelli con la coppola, quelli che siedono su scranni importanti e decidono e comandano.

Li aspettiamo.

Prima che sia troppo tardi!

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