Archivi del mese: Febbraio 2011

Lettera di un lettore al Direttore di Latina Oggi: Ventotene, continua impunita la devastazione dell’isola. Lo stiamo denunciando da anni

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Formia e sud pontino. E’ l’inzio delle fine. Sta per stringersi il cerchio sulla situazione criminale nel sul pontino. Complimenti ai carabinieri di Formia del Capitano Saccone

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Appalti, subappalti ed aste giudiziarie: attenti alle mafie

Appalti pubblici, centro nord Italia terreno fertile per le infiltrazioni mafiose

La presenza delle infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici è una realtà e mentre in passato questo fenomeno interessava soprattutto le Regioni del Sud Italia, oggi il fenomeno si è spostato soprattutto nel Centro e al Nord e la Regione Lazio e la Lombardia sono diventati terreni fertile per le infiltrazioni mafiose proprio per la presenza di numerosi cantieri.  L’osservatorio Codici ha documentato l’attività istituzionale svolta nel settore degli appalti pubblici, i controlli delle Forse dell’ordine hanno interessato nel Nord d’Italia le ditte interessate nei lavori di collegamento autostradale BRE.BE.MI. Brescia, Bergamo, Milano e la realizzazione della quinta metropolitana lombarda. Nella Regione Lazio, invece,  i controlli hanno interessato in particolare i lavori di realizzazione della metropolitana linea c di Roma, che ad oggi presentano forti ritardi nella data di consegna dei lavori  con costi elevati.  L’operazione volta a verificare infiltrazioni mafiosi in questi grossi appalti  ha portato nella regione Lazio al controllo, negli ultimi 6 mesi del 2010, di 158 imprese, e presumibilmente parte di  questi controlli hanno interessato proprio i lavori in atto per la realizzazione della metropolitana c. Mentre 98 sono state le imprese controllate in Lombardia e 60 in Emilia Romagna, Regioni  nelle quali le infiltrazioni mafiose hanno affinato le proprie tecniche investendo proprio nel settore degli appalti. La Capitale, per esempio, si presenta con un nuovo assetto e una nuova struttura criminale che prende forma, adattandosi alla realtà e al contesto sociale. Roma, grazie alla strategicità del tessuto cittadino rappresenta un favorevole luogo per il rifugio dei latitanti e terreno fertile per mercati illeciti più sofisticati, quali: appalti pubblici e impresa, attraverso la nuova tecnica del leverage buy out.

Dall’analisi dell’Osservatorio CODICI emerge che il sistema mafioso investe nel settore terziario e si manifesta attraverso:

  • la presunta corruzione di pubblici funzionari;
  • procedure irregolari per l’assegnazione dei lavori;
  • scarsa trasparenza delle procedure;
  • alterazione delle condizioni concorrenziali che può contribuire ad annientare le imprese oneste;
  • burocrazia farraginosa;
  • il ricorso a provvedimenti di natura emergenziale;
  • lo sviluppo incontrollato dei cantieri dettato dalla politica del “fare per fare”.

La criminalità investe, si adatta alla realtà e si muove soprattutto sugli appalti pubblici. Per evitare che il tessuto venga infettato ulteriormente dalle varie forme di corruzione, CODICI chiede alle istituzioni maggiore trasparenza negli appalti;

  • prevedere libertà di accesso  alle informazioni come previsto per l’accesso  alle informazioni  di  natura ambientale;
  • valutazione dei lavori degli uffici pubblici, snellendo la burocrazia ancora troppo faraginosa;
  • trasparenza sui provvedimenti  di  natura emergenziale per i  quali  vengono  assegnati  appalti  senza gare;
  • a porre in essere un affinato organismo di controllo, sofisticato quanto le nuove tecniche usate dalle infiltrazioni, con la partecipazione della società civile
  • a mettere in atto una azione che vada ad incidere contro il fenomeno di apparente clientelismo, legato a fazioni politiche, che potrebbe nascondere capitale criminale;
  • a verificare la trasparenza nella pubblica amministrazione, inerente soprattutto la situazione patrimoniale di funzionari collocati in posti chiave.
(Tratto da www.codici.org)

Riprende il processo diritti tv Mediaset, Berlusconi imputato

Il premier non ha chiesto il legittimo impedimento. Non ci sarà, invece, il 6 aprile quando il caso Ruby arriverà in tribunale

Oggi riprende davanti ai giudici della prima sezione penale del tribunale di Milano il processo sui presunti fondi neri relativi ai diritti tv di Mediaset, dove Berlusconi risponde di frode fiscale e dove tra gli altri 11 imputati ci sono Fedele Confalonieri, l’uomo d’affari Frank Agrama di cui il Cavaliere sarebbe stato il socio occulto, Paolo Del Bue di Arner Bank e l’avvocato inglese David Mills.

Per l’udienza il premier e i suoi legali non hanno chiesto alcun rinvio motivato da impegni istituzionali. Si concretizza così la strategia messa a punto nella riunione di una settimana fa, nell’ambito della quale i processi che coinvolgono Berlusconi non sono più considerati tutti uguali, nel senso che per alcuni la difesa darà il via libera, per altri no.

Per i primi due appuntamenti, quello di oggi e quello di sabato prossimo, udienza Mediatrade (ancora diritti tv) non ci saranno legittimi impedimenti. Si tratta di processi che in un certo senso fanno meno male anche mediaticamente.

Per l’11 marzo, la data di ripresa del processo per la presunta corruzione di Mills, invece, con ogni probabilità Berlusconi farà valere l’impegno del consiglio d’Europa sull’economia a Bruxelles e chiederà di rinviare l’udienza. Il 6 aprile, giorno d’avvio del processo per il caso Ruby (concussione e prostituzione minorile) il premier sarà in Abruzzo in occasione dell’anniversario del terremoto.

Oggi al processo Mediaset, la prima udienza dopo la sospensione in attesa della Consulta, non ci sono testimoni citati. In aula ci si limiterà a fare il calendario delle prossime udienze. Il processo è a buon punto ma non vicinissimo alla conclusione. Mancano ancora diversi testimoni e un paio di udienze all’estero, compresa la storia di una rogatoria a Montecarlo finita al giudice sbagliato e non s’è capito perché.

Sabato prossimo 5 marzo davanti al gup Maria Vicedomini riprenderà l’udienza in cui Berlusconi è accusato di appropriazione indebita fino al 2006 e di frode fiscale fino al 2009. Non si sa se la giornata sarà dedicata alle eccezioni preliminari o se l’argomento sarà trattato dentro gli interventi delle parti in causa. Sicuramente la decisione sulla richiesta di rinvio a giudizio che riguarda anche altri imputati tra cui Fedele Confalonieri e Piersilvio Berlusoconi sarà presa in una data successiva.

(Tratto da Virgilio Notizie)

Le disattenzioni ed i silenzi del PD pontino sul radicamento mafioso in provincia di Latina e nel Lazio

Leggiamo con piacere delle dichiarazioni rilasciate dal candidato alla carica di Sindaco di Latina del PD sullo stato della sicurezza e del radicamento criminale sul territorio.

Un fatto positivo, secondo noi, che qualcuno, a livello politico, ne cominci a parlare.

Meglio tardi che mai.

Speriamo che non siano solamente sparate elettorali che, poi, ad elezioni fatte, non cadano nell’oblio.

E speriamo anche che le attenzioni di tale giovane candidato, che è una brava persona che noi stimiamo, non si limitino alla criminalità comune, come ci pare di interpretare, ma si estendano a quella mafiosa che è fortemente radicata in tutta la provincia di Latina ed anche nella città capoluogo.

Non se ne abbia Claudio Moscardelli se noi continuiamo ad imputare al PD pontino moltissime responsabilità al riguardo.

Troppa disattenzione, finora, al fenomeno mafioso che ha letteralmente sconvolto il tessuto economico, ed anche politico, della provincia di Latina.

Troppi silenzi e troppa discontinuità nell’azione.

Qualche interrogazione, talvolta, ma mai seguita da un’attività coerente e continua nell’affrontare le situazioni.

C’è stato, è vero, qualche singola voce che ha tentato di porre all’attenzione di tutto l’apparato partitico il problema del radicamento mafioso sui territori, ma mai supportata da un’azione complessiva, omogenea, determinata, di tutti.

Il caso di Bruno Fiore, a Fondi, lasciato solo a combattere in una situazione da brivido che avrebbe dovuto portare in quella città, simbolo della presenza mafiosa nel Lazio, tutti gli apparati nazionale, regionale, provinciale, comunale. Apparati che si sono fatti vedere solamente alla vigilia elettorale, ma sono tutti spariti subito dopo.

Lasciato solo, dicevamo, a subire ritorsioni, attentati, ostracismi anche sul piano professionale, senza alcun atto concreto di solidarietà e di vicinanza.

Il caso del senso di fastidio e di sottile ostracismo nei confronti nostri, di un’Associazione che fa dell’antimafia non un esercizio retorico, accademico, ma che, al contrario, scava, indaga e denuncia, correndo rischi di ogni genere.

Negli ultimi convegni da noi promossi a Gaeta ed a Formia, non un solo consigliere, non un solo responsabile o militante del PD locali hanno avvertito il dovere morale di presenziare, quasi ad evidenziare un senso di fastidio rispetto a certe iniziative in cui si parli di certe cose.

E, poi, la debole, fragilissima reazione al comportamento vergognoso del governo sui fatti di Fondi.

In altri tempi e con attori diversi si sarebbe occupata l’aula della Commissione Parlamentare antimafia, si sarebbe riempita la provincia di manifesti di sdegno, si sarebbero organizzate manifestazioni popolari e quant’altro.

Invece, silenzio di tomba.

Silenzio di tomba sulla strana archiviazione dell’inchiesta “Formia Connection” sul voto di scambio; silenzio di tomba sulla montagna di capitali investiti e che continuano ad essere investiti quotidianamente in ogni pizzo della provincia, a Formia, a Gaeta, a Sperlonga, Terracina, Latina ecc. ecc. e sul fatto che, ad esempio, la Guardia di Finanza provinciale non indaga come dovrebbe (a Frosinone 150 verifiche quasi in un anno, a Latina solo 3).

Ma Moscardelli, che ripetiamo è una bravissima persona dotata di qualità morali ed intellettuali buone, ritiene che la criminalità pontina sia circoscritta ai soli nomi che leggiamo sui giornali da qualche tempo a questa parte e che si sono macchiati di sangue?

E’ solo quella la criminalità?

E i colletti bianchi? Le mafie economiche e i nomi di taluni politici?

Da Antimafia Duemila del 16 febbraio 2011 – Un nuovo caso Di Girolamo?

Truffa per falso in atto pubblico e violazione della legge elettorale

Il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo ha aperto un’inchiesta sull’elezione del senatore italoargentino Juan Esteban Caselli, già senatore e da alcuni mesi nominato responsabile del PdL per gli Italiani nel mondo.

Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano ci sarebbero documenti, un video e numerose testimonianze di persone che hanno dichiarato di non aver votato mentre le schede risultanti intestate a loro porterebbero il nome di Caselli.
L’accusa contestata al senatore sarebbe di truffa per falso in atto pubblico e violazione della legge elettorale. “Il sospetto – riporta il quotidiano – è che si siano impossessati di 20 mila plichi elettorali che non sarebbero giunti a destinazione a causa dell’indirizzo sbagliato. Migliaia di schede sarebbero state riempite tutte dalla stessa mano con il nome di Caselli e inviate in Italia”.
Quindi per gli inquirenti, sempre secondo quanto riportato dal Fatto, l’operazione non sarebbe potuta avvenire senza la complicità del Console italiano Giancarlo Maria Curcio, nominato il 19 dicembre scorso da Berlusconi ambasciatore a Panama. Nell’inchiesta poi comparirebbero anche i nomi di un carabiniere incaricato della sorveglianza delle buste presso il consolato generale; di Marcelle Valeri, capo dell’ufficio informatica ed elettorale del Consolato Generale d’Italia a Buenos Aires; di Oscar Andreani, titolare dell’omonima ditta di spedizione; di Francesco Arena, di origine calabrese che trasmette il programma “Italia Tricolore” a Buenos Aires, finanziato dal senatore Caselli, amico del Console Curcio e di Carmelo Pintabona originario di Sinagra in Sicilia, che Caselli avrebbe voluto nominare come vicecoordinatore PdL per l’America del Sud. Avrebbe voluto in quanto Pintabona ha poi rifutato la proposta.
L’indagine sul senatore PdL rientrerebbe nell’inchiesta aperta nel 2008 (anno di elezioni) dalle  Procure della Repubblica di Roma e Reggio Calabria riguardante proprio i voti giunti da Argentina e Venezuela e su troppe schede compilate con la stessa calligrafia. Luigi Pallaro, senatore uscente, allora aveva denunciato il fatto: “Venni informato per telefono dell’esistenza di un migliaio di schede, tutte con la stessa calligrafia e il nome di Caselli. L’aumento dell’affluenza è sospetto: qualcuno ha racattato migliaia di buste non ricevute e consegnate e le ha votate. Sono andato bene  ovunque tranne che nel mio Paese e in Venezuela: molto ma molto strano. Mi supera un personaggio che non ha niente a che vedere con la nostra comunità, conosciuto in Argentina per ben altri motivi”.
I sospetti di brogli furono poi confermati dallo scrutinio delle schede elettorali avvenuto a Castelnuovo di Porto, dove furono centinaia le schede sospette recanti proprio il nome del Senatore Caselli. A quei sospetti ne seguirono altri e sul voto di Camera e Senato nelle circoscrizioni estere si gettò più di un dubbio.
Così emerse che la ‘Ndrangheta scese pesantemente in campo per far eleggere al Senato Nicola Di Girolamo, con i voti taroccati in Germania, procurati dalla cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto.
Inoltre, indagando sugli affari della famiglia Piromalli di Gioia Tauro, gli inquirenti si imbatterono in alcune conversazioni telefoniche tra il senatore Marcello Dell’Utri e Aldo Miccichè, faccendiere, già dirigente della Democrazia Cristiana, originario di Marapoti ma rifugiato da anni in Venezuela (dopo una condanna a 25 anni di reclusione) e ritenuto in rapporti con la famiglia Piromalli.
“Provvederò che presso ogni consolato ci sia la nostra presenza segreta per i cosiddetti voti di ritorno”. Diceva Micciché in un passaggio chiave dell’intercettazione telefonica dell’8 marzo del 2008 (ore 2,19). Anche allora il piano appariva molto semplice: acquisire quante più schede bianche e votarle. “Ho valutato le spese per tutti i dieci Paesi… complessivamente mi servono 60.000 euro…” disse Micciché. E Marcello Dell’Utri rispose: «Benissimo…».
Un’operazione che, in caso di realizzazione, potrebbe aver avvantaggiato proprio Caselli che di fatto beneficiò della vittoria del PdL nella circoscrizione dell’America Latina proprio per entrare in Senato.

Marcello Dell’Utri (M) chiama Aldo Micciché (A). E’ l’8 marzo del 2008 alle ore 2,19
Ecco la sbobinatura della telefonata
Aldo Micciché ed DC calabrese in Venezuela

M: «Buonasera, sono Marcello Dell’Utri… il signor Aldo».
A: «Tesoro, bello d’Aldo tuo… allora guarda che lì l’operazione mi pare chiusa. Eh… praticamente ehm… la raffineria, tramite il… Group Cedranal (fonetico) dà l’ok alle cose stesse… quindi l’operazione viene serrata».
M: «Benissimo, benissimo».
A: (i due adesso parlano di elezioni, ndr) «Io ho fatto le varie spese eccetera e ho visto che con 60 mila dividendo… dividendo….sono dieci Stati eh!».
M: «Si, si, quindi sono… ecco!».

A: «Mi pare, sessanta e trenta novanta… minchia, nemmeno con centomila euro…».
M: «Eh! E’ vero…».
A: «Già ce la cacciamo, insomma! Eh, meglio di così non posso fare eh!».
M: «No, no, no… hai fatto una cosa bellissima, complimenti davvero. Si, si».
A: «Allora… assolutamente riservato, attenzione, c’è tutta la cronistoria perfetta che, che… ci sono i voti, ci sono tutte le speran… le rappresentanze, le cose… attenzione che noi l’operazione grossa che facciamo. Scusami se ti rubo un secondo».
M: «Figurati, figurati».

A: «Sono i cosiddetti voti di ritorno, hai capito? Provvederò che presso ogni consolato ci sia la nostra presenza segreta per i cosiddetti voti di ritorno, che nel 2006 hanno rappresentato più del trenta per cento! E sono stati votati segretamente dai nostri affettuosi avversari. Sai che sono i voti di ritorno, no?».
M: «Si, si».
A: «Se non… se non m’intendi dimmelo… sia ben chiarito che i diplomatici o detti tali non sono nostri amici, di ciò ho le prove provate, molti di loro hanno i baffetti… quando ti dico i baffetti lo capisci…».
M: «Sì…(ride)».

A: «….e consumano, e consumano molta mortadella non solo tosco-emiliana. Va bene?»
M: «Benissimo, sì, sì».
A:«Ora i dolenti….ora qual è il problema, se noi blocchiamo… blocchiamo il ritorno dei certificati e li controlliamo. O ce li votiamo noi, parliamoci chiaro! Mi segui?»
M: «Esatto, esatto».
A: «Perché ognuno di questi gentiluomini o c’ha la moglie, o c’ha il cugino, o c’ha il compare nel consolato, e allora io gli metto due dei miei! O sbaglio?».
M: «Chiarissimo, bello… si, si».

A: «Poi gli… quelli che distribuiscono i certificati, attenzione! Improvvisamente mi vedo arrivare a casa mia quaranta o cinquanta certificati, mi stai seguendo?».
M: «Si, come no!».
A: «I comunistelli locali sono bravissimi in questo! Ma stavolta io li ho fottuti!».
M: «Bravo! …(ride)».

A: «Non ho perso nessuna elezione e non voglio mancarne una a settantadue anni, che andrò a compiere il dodici aprile. Le mie possibilità complete nei… paesi, riguardano le seguenti famiglie: siciliani, calabresi, campani, veneti, laziali ed in parte liguri… tu sai la forza della verità nostra! In via molto riservata, sarò assistito benevolmente dai miei cardinali e conseguenzialmente dalla mia chiesa cattolica… L’ultima cosa… le..le..i nostri cari ormai… ormai… amici massoni eccetera, abbiamo superato tutte le varie empasse, ricordati che l’uomo del giorno lì è il nostro presidente dei probiviri, chiaro?».
M: «Sì».
A: «Ti voglio bene».
M: «Grazie Aldo! Un bacione, ciao, ciao!».

Chi è Esteban Caselli
Con 48.128 voti è stato eletto al Senato Esteban Juan Caselli appartenente alle liste del Pdl per la ripartizione America Meridionale. Detto “Cacho” o “El obispo” (il vescovo), è nato a Buenos Aires in Argentina nel 1942. Un personaggio molto chiacchierato. Il suo nome compare in libri denuncia e in diverse inchieste. Caselli ha ricoperto svariati incarichi pubblici, vanta saldi legami con il potere clericale, in particolare con il cardinale Sodano, e con il mondo affaristico. E’ stato per tre anni ambasciatore presso la Santa Sede, dal 1997 al ’99, ai tempi della presidenza Menem nonostante la contrarietà della Chiesa Cattolica argentina.
Da sottosegretario alla Presidenza della Repubblica di Menem, Caselli fu indagato per traffico d’armi per essere intervenuto a nome della Casa Rosada sul ministro della Difesa a favore della ditta Sarlenga, poi coinvolta nel commercio di armi acquistate in Ecuador rivendute alla Croazia durante la guerra in Bosnia attraverso una triangolazione con Argentina e Venezuela. Tra i suoi acerrimi nemici politici compare anche l’ex ministro dell’Economia argentino, Domingo Cavallo, che lo ha accusato di far parte della mafia legata ad Alfredo Yabran, personaggio collegato tra l’altro all’uccisione di José Luis Cabezas, fotografo del settimanale politico argentino Noticias.

Usura in provincia di Frosinone? Una vecchia piaga

USURA IN PROVINCIA DI FROSINONE? UNA PIAGA DIFFUSA MA CHE HA ORIGINI ANTICHE E CHE FORSE NEL PASSATO NON SI E’ AFFRONTATA COME SI DOVEVA ANCHE PER COLPA DELLE VITTIME CHE NON DENUNCIAVANO. RITENIAMO UTILE, AL RIGUARDO, RIPORTARE UNA UN SERVIZIO DE “IL TEMPO”-Cronaca di Frosinone—DI QUALCHE ANNO FA, SERVIZIO CHE CITA ALCUNI FATTI: NON SAPPIAMO COME SIANO ANDATE A FINIRE LE COSE IN TRIBUNALE E, EVENTUALMENTE, IN APPELLO E, QUINDi; IN VIRTU’ DEL PRINCIPIO DELLA PRESUNZIONE DI INNOCENZA FINO A SENTENZA DEFINITIVA RITENIAMO GLI ACCUSATI INNOCENTI FINO A PROVA CONTRARIA… TRATTASI, COMUNQUE, DI UNO DEI TANTI FATTI CHE INTERESSANO QUEL TERRITORIO E RIVELANO QUANTO LA SITUAZIONE GENERALE SIA SERIA.

Usura: tre rinvii a giudizio e una condanna a tre anni

Un patteggiamento e tre rinvii a giudizio. Questo l’esito dell’udienza preliminare di ieri, tenuta dal gup Mario Parisi, nella quale sono comparsi Alessandro, Domenico e Roberto Ignarra ed Enzo Persichetti accusati, a vario titolo, di usura, concorso in usura e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita.

Un’udienza lunga, durata più di un’ora e mezza, all’esito della quale il giudice ha accolto la richiesta di patteggiamento a tre anni presentata dalla difesa di Persichetti (composta dagli avvocati Nicola Ottaviani e Romano Misserville) mentre non è stata accolta quella di Alessandro Ignarra (patteggiamento a 4 anni e 8 mesi) per difetto del consenso del pm rinviandolo a giudizio (processo fissato davanti al tribunale collegiale per il 22 gennaio 2009) assieme agli altri due imputati. Venticinque le parti offese che si sono costituite, tra cui l’associazione «Sos antiusura» di Michele D’Alessio, assistite dagli avvocati Simone Galluccio, Marco Cavallaro, Enzo Clemente, Calogero Nobile, Alessio Angelini e Fabio Vicano. Ampio il giro di affari, con cifre a sei zeri e interessi da capogiro, che si presume basato su attività usuraria e su cui la Squadra Mobile della Questura di Frosinone ha condotto le indagini per un anno. Secondo il teorema accusatorio, Alessandro Ignarra e Persichetti, in singoli episodi distinti, «approfittando dello stato di bisogno a loro noto delle persone che a loro si rivolgevano, dovuto all’esigenza di denaro liquido, o di altri mezzi di pagamento», si sarebbero fatti «promettere e corrispondere per somme erogate a titolo di mutuo, o per lo sconto di effetti bancari e cambiari, interessi usurari e comunquw sproporzionati rispetto alla prestazione resa ed ai tassi di interessi medi praticati dal sistema bancario per operazioni similari». Tassi che, stando alle accuse, per Alessandro Ignarra sarebbero arrivati in alcuni casi oltre la soglia del 100% su base annua mentre per il Persichetti fino al 66% su base mensile. Domenico Ignarra risponde di concorso in usura con Alessandro Ignarra per aver provveduto «alla dissimulazione – secondo l’accusa – di singole operazioni di prestito facendo confluire l’illecito profitto su conti correnti riferibili a società da lui amministrate così da farlo apparire relativo ad operazioni commerciali». Domenico, poi, in concorso con Roberto, risponde di impiego di denaro di provenienza illecita poiché i due avrebbero, «nella qualità di legali rappresentanti della “Ignarra Motors” e comunque quali cogestori di fatto della stessa azienda (il Domenico come titolare anche di una ditta individuale con partita Iva cessata e formalmente inattiva), impiegato nelle attività economiche svolte dalla “Ignarra Motors” (…) il provento di reati di usura commessi da Alessandro Ignarra», essendo risultati, secondo l’accusa, «i titoli di credito rilasciati (dalle presunte vittime) a fronte di prestiti usurari ottenuti (generalmente intestati alla ditta di Domenico Ignarra) e portati allo sconto previo loro girata» presso istituti di credito. «Le somme sarebbero state – secondo l’accusa – poi, prelevate ed utilizzate per transazioni economico-finanziarie, svolte dagli enti commerciali gestiti dal Domenico e Roberto Ignarra in guisa da ostacolare l’origine delittuosa del denaro». Segnatamente, dal gennaio ’05 al maggio ’08, per la procura risulterebbero essere state reimpiegate somme di denaro di provenienza illecita non inferiori a 470.000 euro. Tra le presunte vittime avvocati, professionisti, imprenditori e un politico. Nel collegio difensivo gli avv. Galassi, De Cesaris, Testa. Gli imputati dal canto loro respingono le accuse dicendosi sicuri di poter dimostrare la propria innocenza al processo

(Tratto da Il Tempo)

Il bluff delle aste giudiziarie nelle mani di boss e affaristi. Il ruolo dei “colletti bianchi”

L’avvento dei professionisti nel gioco delle acquisizioni ha moltiplicato i vantaggi per pochi e la scarsa trasparenza in un business da dieci miliardi. E per il cittadino diventa impossibile comprare casa

ROMA - Una casa su dieci passa di mano alle aste giudiziarie. Un mercato nel grande mercato immobiliare. E in costante crescita, con il trenta per cento di transazioni in più ogni anno. Centocinquantamila gli immobili ceduti nel 2010. Con previsioni di ulteriore espansione, considerando che le proprietà a rischio di procedura esecutiva sono più del doppio. Dieci miliardi sui 100 della borsa del mattone vengono già spesi così, all’interno di un sistema che, sulla carta, offre mille garanzie di trasparenza ma che gli operatori per primi considerano una prateria per le scorribande di speculatori affaristi e mafie. I vecchi proprietari rientrano con le buone o con le cattive in possesso degli immobili perduti, i nuovi potenziali acquirenti sono indotti a mollare l’affare o a versare sostanziose tangenti per non incontrare ostacoli. Agenzie che operano alla luce del sole e faccendieri che si propongono come consulenti alle aste si infiltrano tra le pieghe delle regole che governano gli incanti, ne pilotano gli esiti e fanno incetta di immobili.

VIDEO Così la mafia ricompra le case confiscate 1

Per il cittadino qualunque avventurarsi nell’acquisto di una casa o di un terreno messi in vendita dai tribunali equivale a intraprendere spesso un percorso pieno di insidie. Per evitare le quali il ricorso all’intermediazione diventa l’unica alternativa. Ma come funziona il sistema? Dove sono le trappole? Quali i trucchi?
I SIGNORI DELLE CASE
Un esperto di aste che conosce bene quel mondo confessa candidamente: “Per un acquirente che decida di concorrere da solo, le speranze di concludere positivamente l’affare si assottigliano e di molto e soprattutto si assottigliano le previsioni di strappare un immobile a prezzi stracciati. Quello è mestiere per chi sa tenere a bada le offerte fino a far crollare il prezzo ed entrare in gioco solo quando le decurtazioni hanno fatto precipitare il valore del bene”.

Un gioco di nervi, ma anche e soprattutto di astuzia. Che autorizza metodi spicci, come l’allontanamento preventivo dei concorrenti o i patti di cartello che consentono la turnazione alle aste di gruppi organizzati. Si calcola che a rischio sia almeno il venti per cento delle compravendite, in cifre due miliardi di euro all’anno. Con buona pace del fisco che vedrà volatilizzarsi parte del proprio gettito in favore di una “tassazione criminale”.

Il sistema prevede che la vendita sia gestita da un giudice. Ma, con l’obiettivo di velocizzare le transazioni e smaltire l’arretrato, chiudendo in tempi ragionevoli procedure esecutive che durano anche 15 anni, dal primo marzo 2006 si è introdotta la delega ai professionisti. Avvocati, commercialisti, esperti contabili, oltre ai notai che già operavano in precedenza, possono ora procedere alla vendita.

Le aste sono pubbliche, chiunque può assistervi – gli annunci compaiono sui giornali e su Internet – e chiunque, meno che il vecchio proprietario, può concorrere. Nella vendita senza incanto le offerte arrivano in busta chiusa e rimangono segrete fino alla data fissata per l’aggiudicazione. Nel sistema con incanto, invece, le offerte vengono formalizzate a voce. La procedura prevede un sistema alternato fino a sei tentativi, esauriti i quali l’immobile scende ancora di prezzo e si ricomincia.

Prima di farsi avanti, nella prassi, si seguono delle regole. “C’è da sapere intanto – spiega la fonte che opera nel mondo delle aste – a chi appartiene l’immobile. Il nome del proprietario, soprattutto in certi ambienti, può dire molto e un passaparola sotterraneo consente di sapere se non ci sono ostacoli o se ci sono interessi precisi su quella casa, su quel terreno o su quel capannone industriale. La regola, in questi casi, è starsene alla larga il più possibile. Tutto deve svolgersi nella massima segretezza sino al momento dell’asta. Nei fatti però, basta conoscere in anticipo se ci sono altri potenziali acquirenti e avvicinarli, o contattarli appena dopo l’aggiudicazione per costringerli a ritirarsi o a pagare una tangente per ottenere il via libera all’affare e il gioco cambia”.

A CACCIA DI NOTIZIE
Chi opera in quel mercato sa che le informazioni equivalgono a moneta sonante. Accaparrarsele è il primo obiettivo. I fascicoli delle procedure stanno nei tribunali. Hanno accesso a quelle carte giudici e cancellieri. Conoscere per tempo lo stato della pratica garantisce un indubbio vantaggio. Ma l’idea che solo attraverso un’interessata fuga di notizie sia possibile garantirsi il primato è riduttiva. L’avvento dei professionisti nel gioco delle vendite ha moltiplicato, senza risolverli, i conflitti di interesse. Capita che a occuparsi dell’incanto sia lo studio di riferimento di un legale che ha seguito la procedura in passato come avvocato della banca intenzionata a rientrare del mutuo erogato e non pagato. Capita che la stima dell’immobile che deve andare all’asta sia affidata a un tecnico che ha rapporti di parentela diretti o indiretti con chi fatalmente concorre all’acquisto. L’esperienza e l’affidabilità richiesti come requisito per l’affidamento degli incarichi, mostrano come rovescio, la concentrazione in poche mani delle procedure delegate.

Le indagini che hanno gettato luce sul mondo delle aste truccate rivelano la costante presenza di “ganci” interni che offrono su un piatto d’argento informazioni da spendere al banco di intermediari che agiscono quasi sempre in gruppo, con o senza la copertura delle cosche, a seconda dei contesti. Ma sono quasi sempre indagini nate in altri ambiti che poi svelano i meccanismi delle combine. Le intercettazioni si rivelano fonti primarie. A Milano, dove si registra il record di aste, dieci anni fa, fu un giudice a insospettirsi per la presenza costante alle aste di alcuni personaggi. Chiese e ottenne che si aprisse un’inchiesta. Furono piazzate anche delle microspie e si scoprì così che c’era un gruppo capace di scoraggiare gli acquirenti fin dietro la porta del magistrato con minacce esplicite.

L’ultimo caso è di appena qualche giorno fa: a Roma, indagando per una storia di festini e riciclaggio sugli affari del consigliere Pdl Francesco Maria Orsi, i magistrati hanno aperto un capitolo tutto dedicato al monopolio delle vendite di immobili pubblici. Ha raccontato l’immobiliarista Vincenzo La Musta, ex socio di Orsi: “Dopo la pubblicazione dei bandi, chi era interessato all’acquisto di immobili li prenotava presso le cooperative Arca che partecipavano all’asta. Orsi partecipava prenotando più appartamenti con Arca. E a quel punto intervenivo io. Orsi infatti mi propose di partecipare con una delle mie società ai bandi pubblicati da Scip (società per la cartolarizzazione degli immobili pubblici), per quegli stessi immobili che lui aveva prenotato con Arca. I soldi per le offerte me li dava lui con assegni circolari. E il nostro successo era assicurato. Perché al momento delle offerte Orsi era in grado di dirmi per tempo quanto aveva offerto Arca. Una volta aggiudicata l’asta Orsi mi metteva a disposizione la provvista necessaria al pagamento attraverso sue società, tra cui la Loyd Team”.

Da Palermo, a Lecce, passando per Reggio Calabria, tre inchieste nate intorno a vicende di mafia, hanno permesso di ascoltare in diretta come prassi e metodi si pieghino agli interessi più disparati. Ma sono scoperte, per così dire casuali, all’interno di indagini partite per altro.

Ma quali sono i metodi? Chi sono i mediatori? Come agiscono?

Fatalmente è dalle indagini di mafia che arrivino le informazioni più aggiornate sulle storture del sistema. Svelano l’esistenza di colletti bianchi, professionisti al servizio di cosche più o meno organizzate che mettono a disposizione informazioni ed esperienza per pilotare il sistema.

COLLETTI BIANCHI
A Palermo, nel 2008, era il potente clan dei Madonia a giocare con un misterioso avvocato mai individuato per assicurarsi di rientrare in possesso degli immobili finiti in una procedura fallimentare. Beni per milioni che, riacquistati all’asta, attraverso prestanome sarebbero sfuggiti così alle misure di prevenzione patrimoniale a carico dei padrini.

In Calabria, dove periodicamente, si sono accesi i riflettori sulle aste, a giugno scorso, l’indagine del Ros dei carabinieri, Meta, coordinata dal procuratore Giuseppe Pignatone ha permesso di accertare che intorno alle aste due cosche un tempo rivali, quelle degli Imerti-Condello e quella dei De Stefano-Tegano-Libri, sotto l’egida di Cosimo Alvaro di Sinopoli avevano siglato un patto di non belligeranza in nome degli affari.

Compravano come immobiliari capaci di stare sul mercato con una solvibilità immediata. Gestivano il riacquisto per conto degli affiliati ma avevano allargato il giro stimato in cento milioni di euro, proponendosi come veri intermediari.

Perno fondamentale era l’avvocato Vitaliano Grillo Brancati: non uno ‘ndranghetista, ma un colletto bianco molto utile, “capace di spianare la strada” per le aggiudicazioni. Un professionista, un esponente della zona grigia che “supportava”, come ha spiegato il procuratore nazionale Pietro Grasso, le operazioni della criminalità organizzata. Vitaliano Grillo Brancati avrebbe mandato avanti la moglie Anna Maria Tripepi, anche lei avvocato, a fare incetta di immobili.

Non solo mafia anche in Calabria. A Vibo Valentia, nel maggio dello scorso anno, in cinque sono finiti arrestati dopo la scoperta di un carico di marijuana nel capannone del responsabile delle vendite giudiziarie. Si è ricostruita da lì una combine delle aste soprattutto dei beni mobili. Il resto lo ha spiegato un imprenditore che aveva perso la propria casa a un’asta beffa.

Nella intermediazione pura erano specializzate due famiglie pugliesi, una guidata da Salvatore Padovano di Gallipoli, l’altra dai Coluccia di Galatina, i cui affari sono stati radiografati a novembre 2010 dalla procura di Lecce guidata da Cataldo Motta. Gli emissari dei clan costituivano agenzie di mediazione capaci di restituire i beni agli insolventi, dietro pagamento di una provvigione. L’indagine ha subito una brusca accelerazione per una fuga di notizie che vedeva sospettato un ufficiale dei carabinieri. Ed è stata ritrovata anche un’agenda sulla quale il mediatore alle aste, Giancarlo Carrino di Nardò, aveva annotato tutti i suoi interventi. In una intercettazione il boss gli ricordava: “Noi siamo legati da complicità“.

OBIETTIVO RICICLAGGIO
C’è poi l’aspetto del riciclaggio del denaro. Tra cauzione e oneri, per partecipare a un’asta, bisogna disporre di denaro contante: il dieci per cento subito, il saldo dall’aggiudicazione con assegni circolari in un periodo che va dai venti ai sessanta giorni. Tempi troppo stretti se si considerano quelli medi per ottenere un mutuo.

All’acquisto si arriva con assegni circolari emessi dagli istituti bancari. E qui c’è un’altra possibile falla: “Il sistema dei controlli – spiega il professionista delle aste – è assolutamente inesistente. A partire dalla provenienza dei soldi che arrivano a costituire il capitale di acquisto. Basta aggirare le norme antiriciclaggio, con la complicità di una mano amica dietro allo sportello, per trasformare il denaro contante di dubbia provenienza in assegni circolari, e trovarsi in mano soldi puliti con i quali comprare all’asta un bene che rientra nel circuito legale. Nessuno va veramente a controllare come si sia costituito quel capitale: se provenga da un mutuo, da risparmi o dalla massiccia immissione di contante ripulito in banca”. La lavanderia ha così il bollo del giudice.

(Tratto da Repubblica)

Equitalia e la legge del Menga, da Fisco Oggi online

Leggiamo da Fisco Oggi on line in questi giorni di fine febbraio sul web:

Più dilazioni da Equitalia Tempi supplementari per le dilazioni di pagamento concesse da Equitalia prima dell’entrata in vigore della legge di conversione del “milleproroghe”. Niente più decadenza automatica dal beneficio per il contribuente che non ha onorato la prima rata, oppure 2 rate successive, e che può, invece, ora ottenere una proroga extra, fino a 72 mesi, provando un peggioramento della propria situazione rispetto al momento in cui aveva ottenuto la prima dilazione.

Ma le cose stanno proprio così?

Tanto per cominciare si tratta di un provvedimento solo retroattivo che non vale per le rateizzazioni accordate dal febbraio 2011 in poi. Sostanzialmente chi ha saltato più di una rata del piano di dilazione (accordato al contribuente) è retroattivamente sanato e non perde il diritto alla rateazione né deve essere pertanto sottoposto a procedure coattive ed esecutive di riscossione. Quindi, per la famigerata e triste legge del Menga le migliaia di persone e di aziende che hanno avuto venduto da Equitalia gli immobili o hanno subito il blocco del conto corrente in Banca per avere saltato due rate di pagamento non possono più fare o ottenere nulla!

Chi invece ha goduto, per carità per puro caso, di una dimenticanza da mesi e mesi, pur non avendo pagato due rate, è salvo ed è pure salvo da responsabilità il funzionario di Equitalia così birichino e dimentichino… C’è chi scommette che un rilevantissimo e ingombrante contribuente moroso di Frosinone, pur non pagando le rate accordate, è stato così fortunato in questi anni da essere stato oggetto, da parte di Equitalia, di dimenticanza di provvedimenti coattivi ed esecutivi. Quando si dicono le coincidenze….

Il 3 Marzo a Sabaudia la Carovana Antimafia di Libera

Fondi. Un palese tentativo di delegittimare il Consiglio Comunale operato dal Sindaco

MODIFICHE ALLO STATUTO COMUNALE: PRESTO AVREMO UNA “GIUNTA OMBRA”?

Nell’ultima seduta del Consiglio comunale di Fondi del 18 febbraio u.s. era inserita la discussione sulle proposte di modifica dello Statuto comunale. Il dibattito su questo punto è stato focalizzato, da parte dei rappresentanti dell’opposizione, sulla riforma dell’art. 37 dello Statuto titolato “Ruolo istituzionale e funzioni del Sindaco” e, in particolare, sull’inserimento nel comma 2, alla lettera k, la seguente previsione: (Il Sindaco) può, con provvedimento motivato, e sentito l’Assessore di eventuale competenza, nominare soggetti esterni al Consiglio comunale, in possesso dei requisiti di compatibilità ed eleggibilità a Consigliere comunale, di comprovata capacità e professionalità, per materie o ambiti di intervento specifici, purché  detta investitura sia esente dal potere di firma, sia eseguita in modo temporaneo e non continuativo, a titolo gratuito, senza alcun aggravio di sorta per l’amministrazione comunale e non sia in contrasto con quanto stabilito all’art. 22, comma 1 e ss. Il delegato dovrà attenersi scrupolosamente al segreto d’ufficio.”

I diversi interventi durante i lavori del Consiglio comunale hanno fatto rilevare l’importanza di questa modifica statutaria che, nella sua stesura, non abbiamo trovato in nessun altro Statuto comunale di nessun Comune d’Italia. Abbiamo eccepito una serie di rilievi che si possono così riassumere:

-         La possibilità, del tutto discrezionale, esercitabile da parte del Sindaco di nominare dei cittadini, esterni al Consiglio comunale, a seguire materie o ambiti di interventi specifici. Ciò significa, nella sostanza, creare delle figure del tutto anomale di “assessori ombra” che rispondono direttamente ed unicamente del loro operato al Sindaco medesimo;

-         Lo svuotamento, di fatto, della figura dei Consiglieri comunali, sia di maggioranza che di opposizione, perché, in altri Statuti comunali, queste deleghe specifiche vengono attribuite dal Sindaco esclusivamente ad essi;

-         La creazione di questa figura anomala di “delegato” senza rappresentanza, senza firma e senza retribuzione e, aggiungiamo noi, senza responsabilità, per gli atti compiuti durante il suo mandato, non è contemplata nel T.U.E.L. (Testo Unico Enti Locali). Pertanto, la maggioranza di centrodestra, dice che essa è possibile perché ciò che non è espressamente vietato dalla legge si può fare;

-         Le modifiche allo Statuto comunale devono essere approvate con la maggioranza qualificata dei 2/3 del Consiglio comunale, è per questo che la sua approvazione è stata rinviata alla prossima assise consiliare, avendo riscosso solo 19 voti a favore su 30. Ma se nella prossima seduta la maggioranza arroccata sulle sue posizioni, decidesse di votare le modifiche statutarie così come proposte (basterebbe la maggioranza “semplice”), darebbe dimostrazione pratica di mancanza di senso di rispetto istituzionale. Dovendo queste, secondo noi, essere condivise dall’intero consiglio comunale;

-         Il nuovo comma 2, lettera K, non prevede alcuna limitazione numerica di attribuzione di queste deleghe. Pertanto, il Sindaco, nell’esercitare questa facoltà avrebbe teoricamente la possibilità di nominare anche dieci o più “assessori ombra”, stravolgendo, di fatto, tutta la rappresentanza istituzionale dell’Amministrazione;

-         Nel novellato comma di cui sopra, si parla di delega “temporanea e non continuativa”, cosa significhi, nella pratica, questo inciso, dovrebbe essere ben delimitato;

-         Per quanto riguarda i “requisiti” che questi delegati del Sindaco dovrebbero avere, oltre a quelli di “compatibilità ed eleggibilità a Consigliere comunale”, si parla di “comprovata capacità e professionalità“. La valutazione di questi requisiti, se non legata a parametri certi come titoli di laurea o accademici nei settori specifici, rischia di diventare del tutto aleatoria e discrezionale;

-         Il “delegato” durante il suo mandato avrà gli stessi diritti di accesso agli atti come un Consigliere comunale o un Assessore, non è sufficiente dire che egli si “dovrà attenere scrupolosamente al segreto d’ufficio”, per salvaguardare il diritto alla privacy da parte dei cittadini;

-         Non è previsto che la delega a questi soggetti dovrebbe essere motivata dal Sindaco con un documento scritto di convenzione con lo stesso soggetto, da sottoporre non solo all’Assessore al quale si dichiara, di fatto, una limitazione del suo mandato, ma all’intero Consiglio comunale, con obbligo di relazionare durante il mandato stesso e alla sua conclusione;

-         La figura di “esperto del Sindaco” non può essere confusa con quella di un semplice amministratore o funzionario comunale e laddove le funzioni concretamente svolte dal soggetto nominato siano di natura prettamente amministrativa e rientrino nelle competenze dell’ordinaria struttura burocratica, e non richiedano il possesso di un’elevatissima qualificazione tecnico-specialistica, non finalizzata a supportare il Sindaco nella sua peculiare funzione di indirizzo politico-amministrativo e nell’attuazione di punti fondamentali del proprio programma di governo, la nomina è illecita.

Per tutti questi motivi la nostra opposizione a questa modifica statutaria sarà totale. E nel caso in cui la maggioranza di centrodestra continui a chiudersi ad un confronto istituzionale e politico su questo punto, valuteremo tutte le possibili prerogative di impugnazione per farla annullare.

Non vorremmo ritrovarci nelle stesse condizioni del Comune di Sommatino in Sicilia in cui il Sindaco è stato condannato dalla Corte dei Conti dell’isola (Sentenza  della Sezione giurisdizionale nr. 3338/2008) perché aveva attribuito incarichi per:

a)     “Esperto del Sindaco per  la programmazione e la pianificazione urbanistica”;

b)     “Consulenza ad alto contenuto di professionalità per l’organizzazione ed il mantenimento dei rapporti internazionali” (sic!) , intendendosi per relazioni internazionali quelli di gemellaggio da tempo esistenti con alcune cittadine estere;

c)     “Incarico professionale di provvedere al normale funzionamento dell’orologio posto sulla Torre civica” (veramente eccezionale!);

d)      “Incarico per l’effettuazione di prestazioni professionali (rappresentanze in giudizio e pareri) in materia penale”;

e)     “Incarico professionale di “addetto alla comunicazione istituzionale integrata”.

Certo, la Corte dei Conti siciliana ha condannato il Sindaco a risarcire il Comune della somma di euro 150.880,12 perché essi erano tutti retribuiti. Ma ciò non toglie che nella motivazione della sentenza citata si faccia riferimento al fatto che alcuni incarichi erano “sostanzialmente un “espediente” per consentire di “compensare” in qualche modo il mancato inserimento nella Giunta comunale.”

Chiediamo al Sindaco Salvatore De Meo, quanti e chi saranno i “trombati” alle ultime elezioni amministrative di Fondi da “compensare” con queste sub deleghe assessorili?

Fondi, lì 27 febbraio 2011

Bruno Fiore, Capogruppo consiliare del Partito Democratico

Accordi fra Stato e camorra nella gestione rifiuti – La Provincia del 26 febbraio 2011 – La situazione nel Basso Lazio e a Frosinone

CHE SUCCEDE NELLA GESTIONE DEI RIFIUTI IN PROVINCIA DI LATINA?

Mentre la Procura della Repubblica di Latina è impegnata nell’indagare sul sistema dei rifiuti in vari comuni – Minturno, Terracina, Latina ecc. – ieri, 26 febbraio 2011, il quotidiano “La Provincia”, a pagina 33 dell’edizione pontina, ha sparato a tutta pagina, a firma S.P., una notizia che avrebbe dovuto attirare l’attenzione del lettore attento.

Sopratitolo “Camorra, servizi segreti e rifiuti campani, le rivelazioni di Giulio Facchi”.

Titolo “”Ostaggio” degli 007 a Gaeta”.

Sottotitolo “L’ex subcommissario sarebbe stato messo sotto torchio da tre esponenti del SISDE per undici ore”.

Nel corpo del servizio, è scritto, ad un certo punto:

“… Facchi ha poi dichiarato d’essere certo del fatto che, dopo il 2004, il servizio segreto civile riuscì ad inserire un proprio uomo nella struttura commissariale. E’ durante la sua permanenza che sarebbero avvenuti gli incontri (secondo la ricostruzione de “ Il Mattino” almeno due) con Michele Zagaria, già all’epoca latitante, oggi numero uno discusso del clan dei casalesi. Incontri durante i quali sarebbe stata definita la strategia di desistenza per favorire la camorra in cambio di “tranquillità”. Nel fascicolo aperto dalla DDA di Napoli sono stati inseriti gli elenchi delle ditte che, nel tempo, si sono aggiudicati appalti per il trasporto dei rifiuti. Si tratta spesso di affidamenti diretti, effettuati senza gara per via dell’emergenza: Della lista fanno parte anche ditte riconducibili direttamente a Zagaria e già gravate da misure di interdizione antimafia.

Nell’elenco anche la “Euro Truck” di Raffaele Parente che il sud pontino, suo malgrado, lo conosce bene.

Nel 1988 fu ferito gravemente a Gaeta nel corso dell’agguato nel quale perse la vita l’amico Pasquale Piccolo. Delitto per il quale, di recente, la Corte di Assise di Latina ha condannato Michele Zagaria alla pena dell’ergastolo”.

Fin qui, ”La Provincia”.

Secondo la ricostruzione del cronista, il quale si riferisce ad un servizio de “ Il Mattino”, qualcuno appartenente a strutture statuali –SISDE, Commissariato per la gestione dei rifiuti o altro vattelapesca- avrebbe trattato con Michele Zagaria o altri camorristi per “favorire la camorra in cambio di “tranquillità”.

Una sorta di trattativa fra Stato e camorra, come in Sicilia.

Bene, la cosa, se vera, non sorprende noi che siamo abituati a tutto, abbiamo appreso ed apprendiamo ogni giorno, per il lavoro che facciamo, tante cose e siamo pienamente convinti delle continue collusioni e commistioni fra criminalità e pezzi della politica e delle istituzioni.

Lo diciamo per i tanti allocchi o opportunisti, che, credendo in buona o cattiva fede che, per fare antimafia, sia sufficiente parlare di storia e sociologia, vanno in giro parlando di cose generiche, senza mai toccare casi specifici, quando, al contempo, ci sono sui territori, ad esempio, il dirigente di polizia che non indaga, lo 007 che tratta con i mafiosi, il prefetto che ne nega la presenza, il magistrato che li assolve, il parlamentare che ti rifiuta l’interrogazione, il sindaco o il dirigente comunale che rilasciano la concessione edilizia, approvano la tale o tal’altra variante per favorirli e così via.

Non parliamo, poi, dei professionisti che ci fanno affari e quant’altro.

L’altro giorno stavamo in provincia di Frosinone per seguire alcune cose.

Tempo fa Roberto Galullo, una delle migliori penne de Il Sole 24 Ore, profondo analista e conoscitore di questi territori, ha pubblicato un ampio servizio sul giornale della Confindustria sulla situazione esistente in Ciociaria.

Massoneria, mafie, politica corrotta, questi i mali evidenziati.

Non dimentichiamo che Licio Gelli era di casa nel frosinate.

E con Gelli, altri nomi illustri.

A Frosinone, ci sono, da poco, tre ottimi Comandanti provinciali delle forze dell’ordine.

Ottimo Questore ed ottimi comandanti della Guardia di Finanza e dei Carabinieri. Finalmente!

Ma, mentre le cose funzionano o cominciano a funzionare per quanto riguarda finanzieri e carabinieri, non altrettanto si può dire per la Polizia di Stato.

Alcuni Commissariati –Cassino, Sora ecc- non sono efficienti come dovrebbero essere.

Nessuno che ne chiami i dirigenti per chiedere di esibire le carte, le informative fatte da dieci anni a questa parte.

No chiacchiere, carte, documenti, su territori invasi da usurai, camorra ecc. ecc.

Gente che sta in quel posto da dieci anni o poco meno e che nessuno ha osato spostare, come di solito avviene dappertutto.

Andato via da Frosinone il vecchio Capo della Squadra Mobile Tatarelli, ora a Latina, la struttura ciociara fa acqua.

Non vorremmo trovarci nei panni del povero Questore, che è una persona perbene ed un ottimo dirigente.

Ma non è finita.

La Procura della Repubblica, dopo l’andata via della Gerunda, è ancora senza un Capo e funziona con pochissimi PM.

La Sezione Staccata del Tribunale di Sora, città sul cui territorio c’è di tutto, usurai, componenti di note famiglie nomadi, ecc, , in nemmeno due anni ha avuto l’avvicendamento di 4 giudici.

Nessuno parla, nessuno protesta, nessuno fa un’interrogazione in parlamento, nessuno fa un manifesto di protesta.

Perché???

Sperlonga-Itri, un territorio, collocato fra due aree “calde” come Gaeta -Formia da una parte e Fondi-Terracina dall’altra, che non ci lascia tranquilli

Può darsi che si tratti di casi di omonimia e ci auguriamo che sia proprio così, ma è, comunque, opportuno controllare.

Visionando alcuni atti di cui siamo venuti in possesso, ci siamo imbattuti in una lottizzazione a Sperlonga composta da decine di ville i cui titolari hanno nomi abbastanza “pesanti” nell’ambito della criminalità campana.

Stiamo parlando di un territorio – la provincia di Latina e, in particolare, il sud di questa, dai confini della Campania fino a San Felice Circeo, Sabaudia ecc – letteralmente occupato da clan, ’ndrine e così via.

La situazione è stata quasi sempre sottovalutata in passato e solo da qualche tempo a livello locale si è cominciato a prendere coscienza della sua gravita e, forse, della sua irreversibilità.

Ma non tutti, come ben si sa, perché c’è ancora in giro gente che fa finta di non sapere, che continua a negare l’esistenza del fenomeno mafioso o, quanto meno, tenta di ridimensionarne i contorni.

Contigui alle mafie?

Collusi con queste?

Colpa, in particolare, di una politica e di istituzioni “disattente” e di una società civile che dorme.?

Inerte.?

Ognuno si dia una risposta, secondo la propria intelligenza e coscienza!

Noi siamo abituati a ragionare sulla base di fatti concreti, carte ed anche intuizioni.

Sono anni che facciamo questo lavoro e sappiamo ormai bene, comune per comune, come stanno le cose.

Conosciamo il territorio, l’identità e gli interessi di coloro che lo occupano e, spesso, anche i sodali di questi, gli intrecci e quant’altro.

Questo, sul piano generale.

Per quanto riguarda, nello specifico, l’area di cui abbiamo parlato all’inizio di questa nota – Sperlonga – Itri, una sorta di area cuscinetto sita esattamente al centro fra due zone “calde” come Gaeta-. Formia da una parte e Fondi-Terracina dall’altra – non possiamo non esprimere le nostre più vive preoccupazioni.

Abbiamo svolto di recente una profonda azione di monitoraggio sul territorio di Itri e le conoscenze acquisite –o, meglio, i sospetti confermati – non ci lasciano tranquilli.

Invitiamo i presidi locali delle forze dell’ordine ad avviare una indagine a tappeto in particolare nel settore dell’urbanistica e dell’edilizia. , concessione per concessione, autorizzazione per autorizzazione, variante per variante, individuando, uno per uno, i nomi dei proprietari, dei costruttori, dei progettisti, degli eventuali sodali e quant’altri.

Può darsi che ci siano, per carità, delle persone perbene, perché, grazie a Dio, non tutti sono criminali, ma può darsi anche che ci sia qualcuno che tanto perbene non è.

Un’inchiesta sulla “monnezza” che riguarda Terracina e Latina, che potrebbe portare lontano

Leggi l’articolo di Latina Oggi

Inchiesta sulla “monnezza”. Da Terracina a Latina

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“TANGENTI E ALTA VELOCITA’, RAFFICA DI ARRESTI ECCELLENTI”. Si tratta di un articolo del giugno 1999, che comunque riteniamo importante, anche se non conosciamo l’esito dei processi a carico delle persone nominate, per alcuni suoi riferimenti alla situazione esistente in provincia di Frosinone. Una situazione che ci sta preoccupando sempre di più

L’accusa: Rastrelli faceva pagare alle Regione 132 miliardi di affitto l’anno per i due palazzi usati come uffici

ROMA – Una storia di tangenti e grandi appalti, che si dipana lungo due filoni: in primo piano i lavori per l’Alta velocità sulla tratta Roma-Napoli; in seconda battuta, alcuni fondi per il Giubileo. Un’inchiesta aperta da tempo, che oggi ha avuto degli sviluppi clamorosi: ordinanze di custodia cautelare sono state emesse nei confronti di Antonio Rastrelli, ex presidente della Regione Campania ed esponente di Alleanza Nazionale; l’ex assessore regionale Marcello Taglialatela, anche lui di An; il consulente della Regione Campania Vincenzo Maria Greco; l’ispettore generale capo del ministero del Tesoro, Vincenzo Chianese; Sergio De Nicolais, funzionario della Banca di Roma addetto al servizio clienti; i fratelli imprenditori Agostino, Vittorio e Sandro Di Falco; Domenico Zuccherone, collaboratore di Taglialatela.

Tra queste persone colpite dai provvedimenti restrittivi, tre sono in carcere: Chianese, De Nicolais e Agostino Di Falco; per gli altri, ci sono stati gli arresti domiciliari. Ci sono poi alcuni funzionari sospesi dagli incarichi legati alla realizzazione dell’Alta velocità: tra loro l’attuale amministratore della Tav, Roberto Renon; l’imprenditore Giovanni Donigaglia, della cooperativa costruttori di Argenta (Ferrara); l’imprenditore Paolo Pizzarotti.

Il nome eccellente dell’inchiesta è però Antonio Rastrelli. Le accuse per lui sono di truffa e corruzione. Alla base di tutto le due torri del Centro direzionale di Napoli, di proprietà di società gestite da Di Falco e Pizzarotti e affittate alla Regione per tenere i suoi uffici. Il canone annuale (132 miliardi, secondo quanto riferito dall’agenzia Ansa) per i palazzi è apparso incredibilmente alto agli inquirenti. Che hanno ipotizzato una “patto” con Rastrelli: il presidente della Regione avrebbe cioè ricevuto in cambio “la promessa di partecipare a una non precisata società immobiliare di Di Falco”. Accuse respinte dalla difesa di Rastrelli. Che sostiene che l’affitto fu deciso dopo una gara e una valutazione di una commissione e dell’asessore competente al tempo dei fatti.

L’operazione è partita questa mattina, su iniziativa dei carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (Ros) e della procura distrettuale di Roma. Ai personaggi coinvolti sono stati contestati reati come associazione per delinquere, corruzione, frode in opere pubbliche. A emettere i provvdimenti il gip romano Otello Lupacchini, su richiesta del pm che da tempo segue l’indagine, Pietro Saviotti. Per adesso c’è riserbo sul perché di questo grappolo di ordinanze di custodia eccellenti; ma secondo indiscrezioni sarebbero state accertate “gravi violazioni” della legge nella gestione dei lavori sulla linea ferroviaria ad alta velocità Roma-Napoli.

L’inchiesta ha preso spunto sia da alcuni esposti che ipotizzavano infiltrazioni camorristiche, nell’ambito dei lavori per il Giubileo; sia da un attentato ad un’azienda impegnata nei lavori per l’alta velocità ferroviaria, contro un suo cantiere aperto a Castrocielo, in provincia di Frosinone. Si trattava della società Icla, negli anni ’80 grande beneficiaria degli appalti per la ricostruzione post-terremoto in Campania: il 21 gennaio del ’96, una carica di esplosivo venne fatta saltare sotto una pala meccanica. Le indagini, avviate dai pm romani Pietro Saviotti e Silverio Piro, furono poi trasmesse per competenza ai magistrati di Perugia, e si intrecciarono con un’altra inchiesta sull’Alta velocità, quella aperta dalla Procura di La Spezia. E che coinvolse anche il finanziere, già finito nella “mani pulite” milanese, Francesco Pacini Battaglia, oltre che l’allora procuratore di Cassino, Ignazio Savia. Oltre tre anni dopo, la clamorosa operazione di questa mattina fa tornare d’attualità l’intera vicenda.

(3 giugno 1999)

(Tratto da Repubblica)

Una situazione allucinante. Se queste cose non si denunciano apertis verbis è inutire parlare di… lotta alle mafie

Insultati, derisi, accusati di… ”fare allarmismi” e quant’altro per aver… osato” affermare che nel cassinate e, più in generale, in Ciociaria c’è mafia, tanta mafia.

Se ne sono dette di tutti i colori contro di noi.

Anche durante una trasmissione di un’emittente televisiva locale, qualche anno fa, un noto esponente politico ed istituzionale ci disse che facevamo… dell’allarmismo e che sul territorio non c’è mafia.

Al massimo, disse quella persona, possono esserci investimenti di soldi di origine forse dubbia.

Questo, malgrado rapporti, relazioni di organismi nazionali investigativi e giudiziari, come DNA, DIA, Corte di Appello ecc.

Abbiamo parlato di zone particolarmente “calde”, come Cassino, il territorio circostante, e, poi, Sora, Fiuggi, Ceprano ecc.

Un ottimo magistrato della DDA di Napoli qualche anno fa, dopo una brillante operazione contro la camorra in provincia di Frosinone, in una conferenza stampa nei locali della Questura Ciociara, dichiarò che la criminalità organizzata considera il Basso Lazio, le province di Latina e Frosinone, come… terra “nostra”, una sorta di prosecuzione di quella di Caserta.

Un allarme lanciato da chi la camorra la conosce bene e la combatte quotidianamente.

Un allarme, come al solito, non raccolto da chi, chiamato a funzioni di governo, locale e nazionale, avrebbe dovuto raccogliere, provvedendo di conseguenza.

Frosinone, finalmente, dopo anni di carenze investigative che hanno portato alla situazione drammatica di oggi, ha oggi vertici delle tre forze dell’ordine eccellenti.

La Guardia di Finanza anche in periferia si è ben attrezzata e si risultati si vedono.

Lodevole è l’impegno di tutti, dal comandante provinciale fino all’ultimo finanziere.

Anche i carabinieri, dopo l’arrivo del Colonnello Menga, ottimo Ufficiale, stanno operando bene.

La Polizia di Stato, malgrado le qualità eccellenti del nuovo Questore, registra deficienze allarmanti.

I quadri intermedi, i funzionari, i dirigenti di commissariati.

Se non si cambiano quelli, anche il miglior Questore d’Italia non riuscirà mai a far migliorare le cose.

Fiuggi –la situazione più allarmante-, Sora- che segue a ruota- e, via via, altri.

Se qualcuno chiedesse a queste persone di produrre gli atti relativi alla loro attività investigativa sul territorio di competenza si accorgerebbe che si sta, se non proprio a quota zero, vicini a questa.

E stiamo parlando di dirigenti che stanno sul posto da anni ed anni.

C’è ancora gente che parla di “ pericolo di infiltrazione “, quando questa è avvenuta da decenni ed oggi si dovrebbe parlare di radicamento giornaliero della criminalità organizzata. Che ricicla montagne di soldi.

Prima, con Tatarelli a capo della Mobile, qualcosa si vedeva.

Trasferito Tatarelli a Latina, anche la Mobile è in panne.

Una situazione drammatica, con un tessuto politico e civile che è quello che è. Omertoso quello civile. Distratto, a dir poco, in gran parte, quello politico

Nessuno parla, nessuno collabora.

Nessuno denuncia.

Nemmeno anonimamente o in via informale.

Con la camorra che investe tonnellate di capitali.

Si costruiscono abitazioni dappertutto e nessuno le compra.

Passaggi di proprietà di attività commerciali, alberghiere e quant’altro, vendita di Ferrari, SUV, Mercedes e altre macchine di lusso a go go, in una provincia depressa economicamente.

Una Procura della Repubblica, quella del capoluogo, ancora senza capo.

Con giudici che vengono cambiati continuamente.

Solo a Sora si sono avvicendati, in nemmeno due anni, ben 4 giudici.

Un quadro allucinante di cui nessuno parla, nessun parlamentare, anche dell’opposizione, presenta interrogazioni, mozioni.

Chi interviene, quando si interviene, per fare operazioni di sequestri, confische ecc, viene da Roma o da Napoli.

Si può andare avanti così?

Ma chi c’è dietro tutto questo sfacelo?

La Massoneria?

Il “Giglio”?

Camorra a go go in provincia di Latina, una provincia occupata da montagne di capitali sporchi. Quelli individuati rappresentano solamente una piccola parte. La maggior parte di tali capitali non è stata ancora scoperta… per colpa della politica e delle istituzioni… “distratte” (mettiamola così!)

Leggi l’articolo di Latina Oggi

FONDI. Processo “Damasco2″. Le dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone

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: La Libia e il trattato di amicizia con l’Italia. L’accordo fra Gheddafi e Berlusconi da annullare

Un rapporto che dura da decenni. Il documento sui flussi migratori firmato ad agosto del 2008
Il “Trattato di amicizia” tra Italia e Libia che regola anche il controllo dei flussi migratori è stato firmato nell’agosto 2008. L’accordo di Bengasi stipulava un
Trattato di amicizia, e stabiliva che l’Italia avrebbe realizzato in Libia infrastrutture di base per un importo di cinque miliardi di dollari americani all’anno per venti anni.

La Libia si impegnava a concedere visti di ingresso ai cittadini espulsi in passato, a controllare strettamente i flussi dell’immigrazione, a concedere all’Italia l’accesso alle risorse naturali libiche.

Il trattato italo-libico di “amicizia, partenariato e cooperazione” è frutto di un travaglio durato anni, fra richieste e dichiarazioni bellicose di Gheddafi. Il testo – ratificato in via definitiva da Roma nel febbraio 2009 – intende chiudere definitivamente il “capitolo del passato” coloniale. La normalizzazione passò per un comunicato congiunto del 1998, poi per gli annunci di un “grande accordo” da parte del ministro degli Esteri D’Alema, poi per l’annuncio libico nel 2007 che l’Italia avrebbe finanziato una autostrada in Libia; infine nel 1998 l’intesa di Bengasi.

Anche sul capitolo immigrazione erano stati firmati dei pre-accordi che però de facto hanno trovato veramente attuazione solo dopo Bengasi. Nel maggio 2009, l’Italia ha consegnato alla Libia tre motovedette per il pattugliamento.

Fra le questioni più rilevanti, c’è poi senza dubbio l’accesso dell’Italia alle risorse della Libia. Lo stesso Berlusconi così riassunse il succo del trattato: “scuse e risarcimenti contro meno clandestini e più gas e petrolio”.

In questo modo, il 30 agosto è diventato la “Giornata dell’amicizia italo-libica”. In Libia è stata così depennata la “Giornata della vendetta” del 7 ottobre, quella che ricordava il 1970, quando il leader libico ordinò l’espulsione di 20mila italiani dalla ex colonia.

(Tratto da Virgilio Notizie)

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