Archivi del mese: Luglio 2010

Pdl è rottura. I finiani fuori dal PDL: uno sconvolgimento politico che potrebbe avere ripercussioni positive sul piano della lotta al malcostume ed alle mafie

Pdl è rottura, Berlusconi: Fini lasci la Camera. La replica: Non mi dimetto
Il premier: “Tolto un peso, come con Veronica”. Il Pd si riunisce per discutere la strategia di adottare

Fini lasci la presidenza della Camera: è venuto meno il suo ruolo di garanzia. Anche se una eventuale iniziativa in tal senso deve venire dai deputati. E’ il presidente del Consiglio in persona Silvio Berlusconi che, al termine dell’ufficio di presidenza del Pdl, ieri sera, ha messo di fatto Gianfranco Fini fuori dal partito dicendo: “E’ incompatibile”. Più tardi è arrivata la replica di Fini su un suo eventuale passo indietro dal più alto scranno di Montecitorio: “Io non mi dimetto, la presidenza della Camera non è nella disponibilità del presidente del Consiglio”.


Fini avrebbe deciso con i suoi di dar vita
, già da questa mattina, a un gruppo autonomo alla Camera che conterebbe su oltre trenta deputati. Non è detto che avvenga invece oggi la definizione del gruppo autonomo al Senato. Contestualmente alla decisione di costituire il gruppo autonomo i parlamentari che aderiranno lasceranno il Pdl.

L’ufficio di presidenza del Pdl “considera le posizioni dell’onorevole Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l’attività politica del Popolo della libertà“, si legge nel documento approvato a maggioranza nella riunione di ieri sera. “Lasciamo che siano i membri del Parlamento ad assumere iniziative al riguardo”, ha risposto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in conferenza stampa a chi gli chiedeva se ci saranno iniziative da parte del Pdl perché Fini lasci la presidenza della Camera, dal momento che in base al documento avrebbe ormai perso il suo ruolo di garanzia.  Berlusconi però garantisce: non c’è nessun rischio per l’esecutivo. Il premier ha ricordato che “abbiamo la maggioranza nel Paese, un ottimo apprezzamento del governo e io ho un gradimento oltre il sessanta per cento”. Il vertice ha inoltre deciso di deferire Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e Fabio Granata al collegio dei probiviri del partito. La delegazione finiana a Palazzo Grazioli. Il presidente del Consiglio ha aperto all’ipotesi che i finiani attualmente al governo restino nell’esecutivo.

Per questa mattina il Pd ha convocato un’assemblea del gruppo alla Camera con il segretario Pier Luigi Bersani per discutere la strategia da adottare in aula. Ieri sera aveva detto: “E’ crisi, Berlusconi venga in Parlamento”.

BERLUSCONI: MI SONO TOLTO UN PESO

La faccia, e i toni, con cui Silvio Berlusconi si è presentato ieri sera all’Ufficio di presidenza era molto diversa da quella mostrata nelle ultime ore a tutti i suoi interlocutori. Perché dallo stesso premier che appena ieri mattina tuonava contro il presidente della Camera, spezzando le ali alle colombe che ancora osavano volare, non ci si aspetterebbe una tale botta di sentimentalismo: “Mi si stringe il cuore io non avrei nemmeno voluto partecipare a questo incontro perché questa decisione io non la vivo a cuor leggero. Ma non possiamo andare avanti così”. Un po’ più pragmatiche le parole usate poco dopo con alcuni interlocutori: “Mi sono tolto un peso, come quando ho divorziato“. E anche meno in distonia da quelle pronunciate dopo aver letto l’offerta di “tregua” di Gianfranco Fini, e ancora ieri mattina, incontrando alcuni parlamentari a Montecitorio. “Io quello – era lo sfogo del Cavaliere – non lo voglio più vedere. E’ un traditore. Trovate il modo per cacciarlo”.

(Tratto da Virgilio Notizie)

Sottosegretario Caliendo oggi in Procura per l’inchiesta P3

Entro la prossima settimana conclusa prima parte istruttoria

Il sottosegretario alla giustizia, Giacomo Caliendo, sarà interrogato oggi alle 18 dagli inquirenti della Procura di Roma, nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta P3. L’incontro con i magistrati è stato concordato mercoledì dal difensore di Caliendo, l’avvocato Paola Severino. Il sottosegretario, che è indagato per violazione della legge Anselmi, nei giorni scorsi ha spiegato di non aver mai contattato né fatto elenchi di giudici della Corte costituzionale favorevoli o contrari al lodo Alfano. Entro la prossima settimana, secondo quanto si è appreso a piazzale Clodio, potrebbe concludersi una prima fase dell’attività istruttoria che è stata programmata dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, responsabile dell’inchiesta per la quale sono finiti in carcere Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino.

(Tratto da Virgilio Notizie)

Noi abbiamo fatto il nostro dovere. Gli altri che fanno???

Noi abbiamo fatto il nostro dovere: quello di mettere a disposizione di chi di dovere le nostre informazioni.

Informazioni per la cui raccolta ci è servito un anno di lavoro.

Potremmo dire a questo punto: abbiamo fatto quello che dovevamo fare ed ora riposiamoci.

Non sarà così perché siamo consapevoli della gravità della situazione che si modifica in peggio giorno dopo giorno e non si può stare fermi un solo minuto.

Ringraziamo i carissimi amici che hanno lavorato duramente per confezionare il dossier consegnato, dossier che contiene notizie davvero preziose.

Vorremmo che tutti i cittadini perbene facessero anch’essi anche una minima parte di quello che hanno fatto e continuano a fare i nostri amici.

Ma, purtroppo, il mondo è pieno di gente che non ha il benché minimo senso civico e che non riesce a capire che è in gioco l’avvenire dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Si fanno troppe chiacchiere, la maggior parte della gente si lamenta, senza, però, far nulla per cambiare le cose.

Nelle amministrazioni comunali, nemmeno quei pochi consiglieri comunali che dicono di avere una sensibilità ai temi della sicurezza pubblica e del vivere civile stanno dimostrando di volersi attivare seriamente per chiedere almeno spiegazioni su quanto sta avvenendo.

Abbiamo espresso il nostro disappunto e la nostra condanna nei confronti della Presidente del Lazio Polverini che, andata a Fondi, non ha pronunciato una sola parola contro le mafie.

A Fondi! E’ un segnale gravissimo!!!

Quella stessa Polverini che, a distanza di mesi dal suo insediamento alla Pisana, ancora non si decide a costituire la Commissione Sicurezza e Criminalità.

Anche questo un segnale preoccupante!

Abbiamo, invece, apprezzato l’iniziativa assunta dal consigliere di opposizione Rossi di Sperlonga che, con un’interrogazione, ha chiesto chiarimenti in ordine alla vicenda di una ditta campana indagata dopo essere stata chiamata da quel Comune a fare alcuni importanti lavori.

Anche a Spigno Saturnia qualche consigliere si sta movendo in tal senso.

Per il resto, silenzio tombale.

Se nemmeno le forze di opposizione sentono il dovere di intervenire e di chiedere, quanto meno, chiarimenti su certi comportamenti di coloro che amministrano, vuol dire che in provincia di Latina si sta proprio alla frutta.

A quest’ora, dopo quello che pubblicano i giornali, in una nazione civile e veramente democratica, ci dovrebbero stare almeno una decina di interrogazioni parlamentari sulle scrivanie dei Ministri dell’Interno, della Difesa, delle Finanze e della Giustizia e la Commissione Parlamentare Antimafia dovrebbe già stare sul posto per un’audizione del Prefetto e dei responsabili delle forze dell’ordine, oltre che delle organizzazioni sociali ed antimafia.

Invece, niente di niente.

L’intera provincia di Latina invasa dalla camorra e dalle altre mafie. Quella che sorprende è l’ostinazione di ben identificati soggetti nel negare l’esistenza del fenomeno. Sperlonga, in rapporto alle sue dimensioni territoriali, risulta la più infiltrata in provincia dalla camorra. Ci sono voluti i corpi investigativi centrali per scoprirlo. Intanto la Polverini va a Fondi e non spende una parola contro le mafie. Che vergogna!

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Sperlonga: subappalto di camorra. Ecco come si fa antimafia. Bravo Rossi

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P3, il governo continua a vacillare

Mentre una pattuglia di parlamentari del Partito democratico (più il dipietrista Palomba) guidati da Rosi Bindi presentano due proposte di legge a titolo personale per istituire una commissione d’inchiesta sulla nuova loggia, Verdini e Caliendo (entrambi indagati) si difendono ed escludono le dimissioni. Ma le pressioni, dell’opposizione e dei finiani, aumentano. Insulti alla cronista dell’Unità in conferenza stampa

Una proposta di legge per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla cosiddetta P3. L’ha presentata Rosi Bindi, vicepresidente della Camera e presidente del Partito democratico, in una conferenza stampa a Montecitorio. Tra i firmatari della proposta, oltre alla Bindi, ci sono Roberto Zaccaria, Pierluigi Castagnetti, Donatella Ferranti, Lanfranco Tenaglia, Giovanni Bachelet, Giovanni Burtone Cinzia Capano, Giuseppe Giulietti, Ricky Levi, Margherita Miotto e il dipietrista Federico Palomba. L’iniziativa non è appoggiata ufficialmente dal Pd, ma il segretario Pierluigi Bersani ha definita “ben fondata” e detto di “non aver nessun problema a firmarla”. Analoga iniziativa è stata presa a Palazzo Madama da 27 senatori del Pd tra cui Enzo Bianco, Tiziano Treu, Ignazio Marino, Andrea Marcucci, Luciana Sbarbati, Mauro Marino e Pietro Ichino.

La Bindi ha spiegato: “Dobbiamo reagire subito, il Parlamento deve fare la sua parte e far chiarezza su un’organizzazione di potere che tenta di sovvertire le attività istituzionali. Per questa ragione e dopo aver ascoltato il monito del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, abbiamo presentato una proposta di legge per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sull’associazione segreta cosiddetta P3″. La presidente del Pd, a scanso di equivoci, ha chiarito che l’iniziativa “non coinvolge né il gruppo né il partito, che ancora non hanno preso una decisione né in un senso né nell’altro. E’ ovvio che saremo contenti se aderiranno. Chiederemo inoltre la firma a tutti i parlamentari e anche a quelli della maggioranza perché è soprattutto interesse loro sapere cosa sta emergendo dalle indagini che coinvolgono componenti del loro partito”.

Rosi Bindi ha collocato l’iniziativa su un piano prettamente politico, compatibile con il lavoro della magistratura che “sta lavorando molto bene, ma questo non basta, noi poniamo una questione morale che deve trovare una risposta nella politica. Acquisendo elementi di conoscenza perché vogliamo sapere, reagire e trovare una strada per uscire da una situazione che appare sempre più complicata. Non a caso si parla di P3, c’è stata anche una P2, che forse c’è ancora. Chi è coinvolto oggi in questa vicenda era anche coinvolto o sospettato di far parte della P2″.

I contenuti della proposta di legge sono riassunti in otto articoli. La commissione avrà il compito di accertare l’origine, la natura, l’organizzazione, la consistenza e le finalità dell’associazione segreta cosiddetta P3. Sarà composta da venti deputati e da venti senatori e avrà un anno di tempo per “svelare trame occulte tra governo e attività illecite, che controllano ciò che è formale e ciò che è esterno”, come ha detto Palomba.

“Non si tratta – ha aggiunto Castagnetti, deputato Pd – di commissioni infondate come quella su Telekom Serbia o Mitrokin, mirate a denigrare in modo strumentale il lavoro dell’allora opposizione ma di cercare di capire fino a che punto è penetrata l’opera di condizionamento delle istituzioni in questi anni perché fin qui è emersa una situazione inquietante”. “La commissione – ha affermato Roberto Zaccaria del Pd – segue il modello della commissione Anselmi sulla P2 con l’aggiunta di alcuni miglioramenti”.

Nell’inchiesta sulla cosiddetta P3 sono indagati, tra gli altri, il coordinatore del Pdl Denis Verdini e il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo. I finiani ne chiedono le dimissioni – specialmente, in maniera compatta, quelle di Verdini – ma il presidente del Consiglio stavolta non pare essere intenzione a cedere come già per Claudio Scajola, Nicola Cosentino e Aldo Brancher. Oggi Verdini ha mandato un messaggio chiaro a chi lo vuole fuori dal coordinamento del partito: “La P3 non esiste al mondo, io non so di cosa si parla e quindi non vedo argomenti che debbano indurmi a dimettermi”, per poi aggiungere: “Non so di cosa si parla, è inopportuno il casino nel quale mi trovo non essendo a conoscenza di niente”. Verdini riferendosi poi alla P2 ha invitato i giornalisti a “leggere la sentenza su quell’inchiesta che è molto chiara: ci sono delle condanne per alcuni fatti ma non esiste tutta la panna montata dell’associazione segreta. Questo la P2, la P3 dobbiamo ancora trovarla”.

Verdini ha polemizzato con Gianfranco Fini: “Mi dispiace che il presidente della Camera in forma generica non mi abbia tutelato: è brutto che il tutore delle Camere e terza carica dello Stato, mentre un rappresentante della Camera viene interrogato, chieda le proprie dimissioni in forma generica e senza aspettare l’esito”, e attaccato duramente il finiano Italo Bocchino: “Vorrei ricordare a Bocchino che il Pdl si è stretto intorno a lui quando c’è stata una richiesta del gip nei suoi confronti”. Ma lo stesso Bocchino, in risposta, non è arretrato: “Verdini con la sua conferenza stampa ha confermato di non essere più in condizioni, anche psicologiche, di fare il coordinatore del Pdl e sarebbero peraltro ancor più opportune le sue dimissioni”. Nella conferenza stampa in cui Verdini si è difeso si è assistito a un attacco furioso alla giornalista dell’Unità Claudia Fusani, rea di aver posto una domanda sugli assegni al centro dell’inchiesta. Ad aggredirla sono stati il deputato Pdl Giorgio Stracquadanio, che ha iniziato a urlare all’indirizzo della giornalista: “Sta dicendo una montagna di cazzate, apra un conto corrente in una banca prima di dire tutte queste cazzate”. La Fusani ha tenuto testa, rivendicando il suo diritto a porre le domande che ritiene giuste. Ma a quel punto è sbottato Giuliano Ferrara: “La Fusani che dà lezioni di moralità…”, ha detto urlando. “Chiedetele perché – è l’accusa di Ferrara – è passata da Repubblica a l’Unità in circostanze tutte da chiarire”.

In una condizione analoga si trova il sottosegretario Caliendo, da ieri indagato per violazione della legge Anselmi, con l’aggravante di essere membro del governo e quindi esposto alle mozioni di sfiducia parlamentari. Il Pd ha annunciato che chiederà di calendarizzarne una già la prima settimana di agosto. Il Pd, in ogni caso, con il segretario Pierluigi Bersani ha chiesto le dimissioni immediate del sottosegretario mentre “mentre Verdini ha il buon senso del suo partito. Se il Pdl intende rappresentarsi così è libero di farlo e la gente del Pdl valuterà“. Come Verdini, a fare un passo indietro Caliendo (che sarà interrogato venerdì dai pm romani) non ci pensa nemmeno. Ha detto il sottosegretario in un’intervista al quotidiano “La Stampa”: “La fiducia di Berlusconi e la mia coscienza mi danno la certezza matematica di non aver commesso nulla. Non dico di illecito, ma nemmeno di scorretto”.

(Tratto da Paneacqua)

POLVERINI ELOGIA FONDI. IL PD: SEMBRAVA JOHNNY STECCHINO. VERAMENTE VERGOGNOSO IL COMPORTAMENTO DELLA PRESIDENTE DELLA REGIONE LAZIO CHE A FONDI NON DICE UNA PAROLA CONTRO LE MAFIE

«Troppo spesso Fondi è salita alla ribalta per questioni che non hanno nulla a che fare con la sua bellezza, la sua storia, la sua cultura e che noi respingiamo. Qui oggi invece abbiamo visto una parte importante che credo valga la pena di promuovere, non solo nel Lazio, nell’Italia ma anche nel mondo». Lo ha detto il presidente della Regione Lazio Renata Polverini che questa mattina è intervenuta al convegno sulla prevenzione sanitaria, prodotti biologici delle aree protette a Palazzo Caetani dell’Aquila, a Fondi.

«Io invece – ha aggiunto – sono convinta delle potenzialità dei territori, storiche, ambientali, culturali». Polverini ha poi riferito di aver apprezzato l’iniziativa di oggi che, anche attraverso un percorso artistico, lega la storia, l’agricoltura e la prevenzione in campo alimentare. «L’iniziativa di oggi riguarda un percorso di prevenzione che il nostro sistema sanitario sta intraprendendo e che parte anche da una sana alimentazione» ha detto annunciando che in futuro visiterà il Mof, mercato ortofrutticolo di Fondi ed anche il Car di Roma.

IL PD ATTACCA- «Sono davvero surreali le dichiarazioni della presidente Polverini che questa mattina a Fondi sembrava fare il verso a Johnny Stecchino che nella straordinaria interpretazione di Benigni affermava che a Palermo il problema era solo il traffico e la mafia non esisteva». Così in una nota Gianpiero Cioffredi della direzione del Pd Roma. «Ma come è possibile che la presidente della Regione Lazio vada a Fondi e non dica una parola sull’intreccio mafia-economia-stato? – aggiunge – Ed è proprio a partire da Fondi, non sciolto per mafia dal governo Berlusconi, che si è sperimentata la prima associazione di associazioni mafiose tra i clan casertani dei casalesi, quelli delle mafie catanesi delle famiglie Santapaola-Ercolano e dei clan Mallardo-Licciardi di Giugliano di Napoli». «Il tutto senza dimenticare – prosegue – che alcuni mesi fa la procura antimafia di Roma ed il Ros dei carabinieri avevano, nel corso di due distinte indagini denominate Damasco I e II , tratto in arresto,sempre per fatti di mafia collegati al Mof, i capi delle potenti ‘ndrine calabresi dei Tripodo da oltre venti anni residenti in quel comune.. Le mafie sperimentano proprio a Fondi nuovi assetti e nuove strategie di controllo criminale dell’economia e del territorio con la complicità decisiva di una parte della politica, volutamente distratta quando non connivente, come dimostrò per ben due volte per la città di Fondi l’ex prefetto di Latina Bruno Frattasi e la commissione di accesso composta da valenti ufficiali delle forze di Polizia». «Andare a Fondi come ha fatto Renata Polverini e non parlare di legalità e lotta alle mafie significa semplicemente avere un atteggiamento omertoso e negligente», conclude.

(Tratto da Latina 24 Ore)

La camorra sbarca a Ventotene

Ventotene: L’altro ieri l’arresto di imprenditori edili del sud Pontino  ritenuti vicini al clan dei Casalesi. Oggi si scopre che tali imprenditori operavano anche a Ventotene, uno dei più piccoli Comuni d’Italia. Cosa ha
attirato la camorra su questo minuscolo scoglio in mezzo al mare? La risposta è ovvia: i soldi, e tanti! La società Edilnova srl di Latina, attraverso la quale operavano i suddetti imprenditori, è impegnata sull’isoletta in lavori per 1,15 milioni di euro per la realizzazione di una sala polivalente e per la pavimentazione delle case popolari. Tutti lavori pagati con soldi pubblici e appaltati dagli amministratori capitanati dal sindaco Giuseppe Assenso, già indagato per omicidio colposo dopo la recente tragedia occorsa sull’isola. E così la malavita si è ingoiata un altro pezzetto di territorio, attecchendo su un substrato di, abusivismo e assenza di legalità innaffiati da milioni di euro provenienti da Regione, Provincia e Ministero dell’Ambiente (il bilancio comunale 2010 vanta entrate per oltre 12 milioni di euro).

(Tratto da ProvinciaLatina.tv)

Cemento in provincia di Latina e camorra: Legambiente e CGIL preoccupate. L’impresa EDILNOVA, in una nota diretta al quotidiano Latina Oggi, precisa: “Con Bencivenga rapporti lavorativi solo a Roma, Latina e Ventotene”.

Leggi l’articolo di Latina Oggi

Le mani della camorra su Gaeta e sul sud pontino

Bencivenga voleva acquistare immobili a Gaeta e può darsi che l’abbia anche fatto.

“A costo di vendere quelli di Sabaudia”, avrebbe detto.

Del forte interesse della camorra alla città del Golfo è cosa nota, almeno ai più attenti ed informati.

Non a caso Gaeta occupa il primo posto nella graduatoria dei comuni della provincia di Latina nei quali sono stati sequestrati e confiscati beni alla camorra: ben 21.

Sono stati scovati per lo più da operazioni fatte da magistratura e forze dell’ordine di altre province e regioni.

Anche il Sindaco ha lanciato più volte un grido di allarme.

Eppure noi avvertiamo una presenza asfissiante di gente piena di soldi che proviene tutta dalla Campania e, in particolare, da comuni in cui è fortissima la concentrazione mafiosa.

Un motivo per indurre ad un’attenzione particolare, con riflettori sempre accesi.

Cosa che, purtroppo, non notiamo.

Tutta, o quasi, la parte storica della città del Golfo – il quartiere S. Erasmo -, quella a ridosso delle spiagge -Serapo, Fontania, Arenauta, S. Agostino ecc. -, quella a monte della Flacca –ecc, sono state acquistate da cittadini campani che hanno pagato sull’unghia somme notevoli.

Anche al centro della città è avvenuta la stessa cosa.

In un periodo di crisi e, soprattutto, in una regione, come la Campania, le cui condizioni economiche non sono floride, ciò è molto sospetto.

Non è nostra intenzione generalizzare al punto da sostenere che tutti i campani sono camorristi.

Anzi.

Abbiamo molti amici che sono persone perbene.

Ma nessuno di questi si è potuto permettere il lusso, pur essendo professionisti e persone che rivestono ruoli anche importanti, di spendere cifre stratosferiche per acquistare, o costruire, appartamenti e ville a Gaeta e dintorni.

Più volte abbiamo chiesto alle forze dell’ordine di fare un’azione capillare di verifica presso gli Uffici competenti per accertare la presenza o meno di gente sospetta.

Il nostro invito, però, ad oggi, è caduto nel vuoto.

Oltre che impegnare la Guardia di Finanza a verificare se il piccolo commerciante rilasci o meno lo scontrino per la vendita delle caramelle o il pane, non sarebbe più utile utilizzarla anche per accertare se i capitali investiti per le compravendite di appartamenti, ville, terreni, esercizi commerciali, ristoranti, bar ecc. , sono di provenienza lecita o meno?

Dell’Utri non risponde ai magistrati su P3. Indagato anche Caliendo. Questo governo sta affogando nella questione… im… morale

Berlusconi difende il sottosegretario alla Giustizia

“Mi sono avvalso della facoltà di non rispondere, che ritengo una regola fondamentale per l’indagato provveduto”. E’ quanto ha affermato Marcello Dell’Utri uscendo dalla Procura di Roma, dove i magistrati che stanno indagando sulla cosiddetta P3 lo avevano invitato a comparire. Il senatore del Pdl è indagato per la violazione della Legge Anselmi sulle società segrete. Un reato contestato anche al sottosegretario al ministero della Giustizia, Giacomo Caliendo, finito nel registro degli indagati e che potrebbe essere interrogato entro la fine di questa settimana. Il premier Silvio Berlusconi, incontrandolo, ha espresso al sottosegretario “la più ampia solidarietà rinnovandogli piena fiducia”. Intanto sono state rese note le motivazioni con le quali i giudici del Tribunale del Riesame hanno respinto il 15 luglio scorso le istanze di remissione in libertà di Flavio Carboni e Pasquale Lombardi, e in cui si legge, tra l’altro, che “gli indagati hanno costituito una organizzazione occulta che basa la sua forza su una fittissima rete di conoscenze ed amicizie con soggetti ricoprenti cariche istituzionali di alto ed altissimo rilievo, pronti ad intervenire in aiuto del sodalizio se richiesti in cambio di favori ottenuti o promessi o auspicabili in considerazione del manifesto potere degli associati; tale organizzazione era ed è in grado di interferire, spesso determinandole, sulle scelte di organi costituzionali e di pubblica amministrazione”.

(Tratto da Virgilio Notizie)

Appalti pubblici, gare al ribasso favoriscono le mafie. E, mentre scriviamo, ci pervengono notizie in ordine alla venuta a Fondi, Gaeta ecc. di altra gente dalla Campania che compra, vince gare ecc… E’ gente “pulita”?

A lanciare l’allarme il Comitato territoriale: “Ci sono ribassi del 58% ed é un’indecenza”. Nella Capitale ci sarebbe anche molto lavoro nero e poca prevenzione. Il Campidoglio: “Stiamo lavorando per non aggiudicare le gare con ribassi anomali”

Le mafie hanno messo le mani anche sugli appalti pubblici della Capitale, compresi quelli del Comune di Roma. A lanciare l’allarme é Carlo Nicolini, presidente del Comitato Paritetico Territoriale di Roma e Provincia che afferma: “Ribassi del 50%, 60% negli appalti pubblici non possono che evidenziare illegalità“. “Anche negli appalti del Comune di Roma ci sono ribassi del 58% ed è un’indecenza”, continua il presidente del Comitato.

“Si tratta di offerte in saldo dei lavori pubblici che fanno sì che imprese strutturate da anni, che hanno tutte le carte in regola, oggi non possono partecipare alle gare, conclude Nicolini. Il Campidoglio così risponde alle accuse: “Stiamo lavorando per non aggiudicare definitivamente gare con ribassi eccessivi ritenuti anomali”, dice l’assessore capitolino ai Lavori Pubblici, Fabrizio Ghera.

I dati allarmanti sono il frutto di una indagine sul lavoro condotta dal Comando dei Carabinieri per la Tutela del Lavoro e dal Comitato Paritetico Territoriale di Roma e non riguardano soltanto gli appalti pubblici. Nella Capitale c’è poca prevenzione nei cantieri, c’é molto lavoro nero e sono troppe le morti bianche.

“A Roma registriamo circa il 20-25% di lavoratori in nero”, spiega il comandante dei carabinieri per la Tutela del Lavoro di Roma Aniello Speranza. “I settori maggiormente colpiti nella Capitale sono la ristorazione e il turismo, mentre in provincia è l’agricoltura. Nel primo trimestre del 2010 su 70 ispezioni effettuate dai militari sui luoghi di lavoro, sono state rilevate 113 violazioni delle norme sulla sicurezza, 76 infortuni, sei morti bianche (4 nell’industria, 1 nell’edilizia e 1 nell’agricoltura) e elevate 1.466 ammende”, conclude il comandante.

(Tratto da RomaToday)

Il Sottosegretario Caliendo indagato per inchiesta P3. Dell’Utri non risponde a pm

Iscrizione sottosegretario decisa da inquirenti procura di Roma

Il sottosegretario al ministero della giustizia, Giacomo Caliendo, è stato iscritto sul registro degli indagati della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta P3. Secondo quanto si è appreso l’accusa contestata è quella di violazione della legge Anselmi sulle società segrete. Caliendo potrebbe venire interrogato entro la fine di questa settimana. Intanto il senatore del Pdl Marcello dell’Utri, anch’egli indagato dalla Procura di Roma per violazione delle legge Anselmi, ascoltato dai Pm si è avvalso della facoltà di non rispondere. “Sono un indagato ‘provveduto’. Mi sono avvalso della facoltà di non rispondere, che ritengo una regola fondamentale per l’indagato provveduto”. Ha detto così il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, lasciando gli uffici di piazzale Clodio dopo un breve incontro con i magistrati che, nei suoi confronti, avevano emesso un invito a comparire. “Il consiglio che dò a tutti coloro che dovessero trovarsi in analoga situazione è di non parlare – ha continuato – perché lo dice la legge, che permette di avvalersi della facoltà di non rispondere”. “Quando sono stato a Palermo, quindici anni fa, ho parlato con i pubblici ministeri per 17 ore, e sono stato mandato a giudizio, sulla base delle mie dichiarazioni quindi, posso dire di aver imparato qualcosa”.

(Tratto da Virgilio Notizie)

Saviano: “Mafia al Nord, Lega dov’era? Castelli: Ha fatto i soldi”. Ce l’hanno con Saviano e insistono!

Duro attacco leghista alle argomentazioni dello scrittore

“La Lega ci ha sempre detto che certe cose al Nord non esistono, ma l’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia racconta una realtà diversa. Dov’era la Lega quando questo succedeva negli ultimi dieci anni laddove ha governato? E perché, adesso non risponde?”. Comincia dall’attualità l’intervista di Roberto Saviano a Vanity Fair, che gli dedica la copertina del numero in edicola dal 28 luglio, quattro anni dopo Gomorra. E a stretto giro di posta è arrivata la replica a dir poco accesa della Lega. “E’ accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi che gli sono arrivati in giovane età. Unica sua scusante rispetto alle sciocchezze che dice sulla Lega – ha detto Roberto Castelli dello scrittore – è che, quando noi combattevamo contro la sciagurata legge del confino obbligatorio che tanti guai ha portato al nord, aveva ancora i calzoni corti. Se nulla sa della storia della Lombardia, vada a rileggersi la storia della battaglia che la Lega fece a Lecco a iniziare dal ’93 contro i clan della ‘ndrangheta”. “Atti amministrativi precisi, fatti concreti. Non ci siamo limitati – ha continuato Castelli – a scrivere quattro cose e a partecipare a quattro conferenze. Né siamo diventati ricchi per questo. Abbiamo corso solo rischi. Infine un invito: vediamo che continua a fare pubblicità al suo libro. La smetta, perché gli antimafia a pagamento – ha concluso il leghista – sono sempre meno credibili”.

(Tratto da Virgilio Notizie)

Maxi blitz contro i Casalesi, puntavano agli appalti post-terremoto

Sei arrestati per associazione a delinquere di stampo mafioso, tra cui quattro funzionari di banca. Operavano anche nel Lazio e in Toscana. Sotto sequestro 21 società, 118 immobili e altri beni e valori, per un ammontare complessivo di 100 milioni di euro

ROMA – La camorra tentava di infiltrarsi negli appalti per la ricostruzione dopo il terremoto dell’Aquila: è uno degli elementi centrali dell’indagine che questa mattina ha portato all’arresto di sei affiliati al clan dei Casalesi e a sequestri di beni per 100 milioni di euro. L’operazione “Untouchable” ha consentito di monitorare “in diretta” le infiltrazioni della camorra nelle commesse per la ricostruzione dell’Aquila dopo il devastante sisma del 6 aprile 2009. Sono stati intercettati i colloqui telefonici con i quali gli arrestati disponevano l’invio del denaro necessario a finanziare le imprese costituite, per conto loro, nel capoluogo abruzzese, con l’intenzione di aggiudicarsi i lavori per la ricostruzione.

L’organizzazione, formata anche da imprenditori e funzionari di banca, ha pure cercato di inserirsi negli appalti per i lavori sull’autostrada A3: gli imprenditori versavano nella casse del clan una sorta di canone fisso per gli affari che riuscivano a procacciarsi, anche spendendo il nome dei malavitosi per incutere timore. Tra gli arrestati c’è anche Tullio Iorio, il cui nome compare nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere il figlio del boss Francesco Schiavone, Nicola.

Le indagini sono durate quasi due anni e hanno permesso di accertare come il Clan dei Casalesi, proprio attraverso il controllo del settore dell’edilizia, avesse ormai esteso la propria sfera di operatività anche fuori dalla regione Campania, accumulando un patrimonio mobiliare e immobiliare di rilievo.

Coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, il blitz è stato effettuato da 500 uomini della Guradia di Finanza, sulla base di un’inchiesta sviluppata grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Sono state molto utili anche le intercettazioni di conversazioni in cui gli imprenditori locali venivano minacciati o si accordavano con gli altri per l’organizzazione; l’attendibilità di queste registrazioni telefoniche è stata verificata con accertamenti bancari dal Nucleo Polizia Tributaria di Roma. I gruppi imprenditoriali “Untouchable” ai quali il clan faceva affidamento, agivano spesso tramite prestanome e con il supporto, almeno dalla prima metà degli anni ’90, degli esponenti di vertice delle varie ramificazioni territoriali dei Casalesi.

Sui sei arrestati grava l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso e tutti, fanno sapere i finanzieri del GICO del Nucleo Polizia Tributaria di Roma, sono ”espressioni economiche” del clan, operano nel Casertano e hanno esteso la loro attività anche in altre regioni d’Italia e in particolare nel Lazio, in Abruzzo e in Toscana. Complessivamente sono state denunciate 54 persone, considerate responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, favoreggiamento, intestazione fittizia di beni ed esercizio abusivo di attività finanziaria.

In tutto, finora, sono stati sequestrati 118 beni immobili, tra i quali due lussuose ville a Casal di Principe; 21 aziende, tra le quali una società aquilana operante nella ricostruzione post sismica; 33 autoveicoli, tra cui auto di lusso quali Ferrari, Daimler Chrysler e Audi Q7; quote societarie per un valore nominale pari a circa 600.000 euro; numerosi rapporti bancari, finanziari e assicurativi, riferibili al sodalizio, tuttora in fase di individuazione, per un valore complessivo di 100 milioni di euro. Contestualmente, sono state eseguite circa 80 perquisizioni locali presso i luoghi nella disponibilità degli indagati.

Le indagini hanno anche consentito di smascherare quattro funzionari di banca “asserviti agli interessi del clan”, come spiega la Guardia di Finanza. I quattro, nella consapevolezza di agevolare l’attività dell’associazione camorristica, avrebbero favorito l’operatività degli imprenditori “intoccabili” attraverso la concessione di finanziamenti e consentendo sistematicamente l’effettuazione di transazioni sui conti correnti senza l’autorizzazione dei titolari. “In questo modo – spiegano le fiamme gialle – sono state eluse anche le disposizioni antiriciclaggio in materia di segnalazioni per operazioni sospette. L’accusa per tre dei funzionari è quella di favoreggiamento. Il quarto è accusato di concorso esterno all’associazione camorristica”.

(Tratto da Repubblica)

Mafie a Terracina: il famoso “triangolo rosso” Fondi-Terracina-San Felice Circeo di cui noi abbiamo sempre parlato

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La tratta degli schiavi. Arrestato un cittadino di Ardea che li trasportava come se fossero bestie

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Il re comincia ad essere nudo. Anche Sperlonga infiltrata dalle mafie

IL RE COMINCIA AD ESSERE NUDO. GLI AFFARI DELLE MAFIE SUL TERRITORIO ANCHE DI SPERLONGA

Cominciano ad essere una sfilza gli elementi per far ammettere persino al peggiore dei “negazionisti” che anche a Sperlonga le mafie ci stanno ed anche alla grande.

Nell’ultima operazione condotta dalla DDA di Napoli e dal GICO di Roma e che ha riguardato Bencivenna è risultato che la ditta di questo è stata chiamata ad effettuare lavori di realizzazione di un fabbricato da adibire a soggiorno per anziani con un fax partito addirittura dal Comune.

Alcuni mesi la nostra Associazione è riuscita ad individuare un’intera lottizzazione di ville intestate a persone dai cognomi abbastanza inquietanti.

Abbiamo informato gli organi investigativi centrali al fine di far verificare se non si tratti di casi di omonimia o se si tratti, come temiamo, di familiari di soggetti ben noti alle cronache ed alla Giustizia.

Nessuno se ne era accorto prima o, quanto meno, tutti facevano finta di non sapere e di non vedere.

Questo, senza parlare della villa sequestrata ad un noto “colletto bianco” individuato come il referente dei casalesi nel campo del traffico dei rifiuti e di tutto ciò che potrebbe esserci a monte della strada Flacca, direzione Itri.

E’ finito il mito abilmente costruito nell’opinione comune di “Sperlonga isola felice”, non infiltrata, cioè, dalle mafie.

Noi sapevamo da tempo che non era così.

Qualcuno ci aveva anche sfidato a… “fare nomi e cognomi”, pensando che fossimo degli allocchi. O di spaventarci.

Oggi nessuno parla più. Tutti zitti.

Sparite tutte quelle facce di bronzo che fino ad ieri hanno sputato insulti ed ingiurie contro chi, come noi, osava denunciare l’altissimo livello di penetrazione mafiosa sui nostri territori, a cominciare da quelli del sud pontino, tutto intero, nessuno escluso.

Hanno usato ogni mezzo per calunniarci e tentare di delegittimarci.

Ma la verità e la giustizia, anche se spesso in ritardo, trionfano sempre.

Oggi tutti, anche gli allocchi, possono rendersi conto di come stiano veramente le cose e -quello che è più importante ancora- di chi siano effettivamente le responsabilità della grave situazione in cui ci troviamo.

Ai responsabili di tutto ciò non finiremo mai di far sentire il nostro fiato sul collo.

Se ne convincano una buona volta per sempre.

“Il voto dei casalesi”. Stiamo affrontando da anni questo argomento e nessuno ci risponde

I voti dei Casalesi tra Focone e l’Americano

Ferraro e Cosentino e i rapporti con la camorra in tempo di elezioni

«Ho appoggiato a Focone, che doveva andare alla Regione, io non potrei vedere l’Americano. No io l’Americano ho la fotografia che l’ho votato….»: poche frasi per raccontare la politica secondo i casalesi. Le pronuncia Nicola Schiavone, figlio di Luigi, nipote di Francesco, arrestato il 12 luglio nel corso dell’operazione Normandia 2. Il criminale, intercettato, riesce a spiegare con chiarezza come la pensa il clan: il Focone in questione è l’ex consigliere regionale Nicola Ferraro, l’Americano è l’ex sottosegretario Nicola Cosentino. All’epoca dei fatti, siamo nel 2005, uno milita nel centrosinistra, l’altro è un esponente di punta del centrodestra. Ma per il clan vanno bene entrambi, anzi, il fatto che siano schierati su fronti opposti è addirittura una fortuna: così sono coperti da tutti i lati, come spiega ancora Schiavone.

Ma non mancano le critiche, soprattutto per l’Americano accusato di pensare solo a sé. Lo scenario che emerge è estremamente inquietante: feste elettorali organizzate dalla cosca, manifesti fatti affiggere a proprie spese, comizi organizzati nelle imprese gestite dalla malavita. A goderne sono i candidati giudicati, a farne le spese tutti gli altri. E per i clan casertani gli amici sono, come risulta dalle intercettazioni, sopratutto due: Nicola Ferraro e Nicola Cosentino, entrambi di Casal di Principe, il primo impegnato con una serie di aziende nel settore dei rifiuti (tutte fulminate da interdittive antimafia dalla prefettura), il secondo, per i magistrati, deus ex machina del consorzio Ce4, quello guidato dai fratelli Orsi e al centro di numerosissime inchieste giudiziarie. Il clan li segue in tutte le vicende politiche: Cosentino nel 2005 perde le elezioni provinciali, ma poi nel 2006 diventa deputato. Viceversa Ferraro la spunta in Regione, ma non arriva in Parlamento.

Come si vincono, o di perdono, le elezioni in terra di camorra lo racconta anche Michele Froncillo, pentito dei Belforte, il clan di Marcianise alleato (ma a volte anche nemico) dei casalesi: «Io stesso ho partecipato alla campagna elettorale del 2004/2005, in occasione delle elezioni amministrative, mentre mi trovavo agli arresti domiciliari – dice il malavitoso – Il tipo di sostegno che mi fu chiesto consisteva nel cercare di far ottenere, attraverso la mia influenza, più voti al raggruppamento e al Nicola Ferraro. Mi furono consegnati, a tale scopo, in due diverse occasioni, 30 mila e 15 mila euro circa. Questi soldi servivano per organizzare attività pubblicitarie in favore del Ferraro (attacchinaggio di manifesti elettorali, volantinaggio ecc.) e per dare alcune somme di danaro alle famiglie bisognose di Marcianise, che avrebbero contestualmente promesso il loro voto». Un impegno che ovviamente doveva essere ripagato. Spiega infatti Froncillo ai magistrati: «Preciso che – ovviamente – a queste persone fu fatto presente che il candidato dei Belforte era il Ferraro e, genericamente, che egli sarebbe stato a disposizione per le loro necessità». Una disponibilità data per scontata tanto da provocare anche curiosi incidente. Racconta il pentito: «Nel 2006 mi trovavo in transito presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere nella cella di fronte a quella di Peppe Misso quando si sparse la voce che il ministro Mastella aveva dato incarico al D.a.p. ad un tale Ferrara. Noi credevamo che si trattasse di Nicola Ferraro e Misso disse che – a quel punto – eravamo a posto perché avremmo avuto il miglior trattamento penitenziario possibile perché il Ferraro era dei nostri. Poco dopo, però, sapemmo che non si trattava di Nicola».

E Raffaele Piccolo, del gruppo Schiavone, racconta: «Le elezioni del 2003, 2004 e 2005 sono state gestite dal clan Schiavone ed anzi direttamente da Nicola Schiavone. Per quanto riguarda il Comune, Nicola Schiavone impose di votare Antonio Corvino, Francesco Schiavone il medico, attuale vice sindaco di Casale. Una volta che Nicola Schiavone fece la sua scelta indicando queste persone, noi del clan andavamo in giro a promettere benefici per coloro che le avessero votate, presentandoci come emissari del clan Schiavone. Che io sappia anche alla Regione vengono già stabiliti i soldi che devono essere consegnati alle ditte del clan. Ricordo che mi fu spiegato da Salzillo Bruno che in realtà per le regionali il clan Schiavone e Nicola in particolare appoggiavano Nicola Ferraro dell’Udeur. Anche il Cosentino è stato favorito dal gruppo Schiavone. Il Cosentino infatti è titolare di una impresa di commercializzazione del gas». E il pentito Amodio racconta la vicenda del consorzio Acsa 3, la società pubblica che ne rilevò una privata, la Econova, assorbendone tutti i debiti: una vicenda, o meglio una truffa, che secondo il malavitosi sul piano politico fu gestita «attraverso i contatti che, da un lato, aveva Ferraro con alcuni Sindaci del Centro – Sinistra e, dall’altro, da Nicola Cosentino». Spiega Oreste Spagnuolo, che con Setola per dieci mesi mise a ferro e fuoco la Campania prima di pentirsi: «Ricordo che Ferraro nel 2007 fu avvicinato da Cirillo Alessandro affinché spingesse sull’amministrazione comunale di Villa Literno per far assegnare dei lavori relativi alla rete fognaria di quel Comune ad una ditta a noi legata». Il sindaco di Villa Literno, Enrico Fabozzi, è stato anche presidente del consorzio unico di bacino nel periodo nel quale il direttore, Antonio Scialdone, in concomitanza con la candidatura della moglie alle regionali del 2010, concesse un tal numero di promozioni da incrementare le spese dell’ente del 20 per cento.

Effetti collaterali di un sistema perverso: in terra di camorra il politico, che spesso è anche imprenditore, viene eletto grazie ai clan, poi si sdebita con gli appalti. E spesso è il deputato o il consigliere regionale a sceglier i sindaci ai quali procura l’appoggio dei boss. Così anche i primi cittadini dovranno sdebitarsi e gli appalti sono assicurati. Non è finita. Racconta Umberto Maiello, un altro pentito: «Petito Francesco ci ha consegnato nel 2006 dei soldi, a me e Cecoro Armando, che dovevamo distribuire a conoscenti ed altre persone di Casal di Principe affinchè votassero per Nicola Ferraro e Sebastiano Ferraro… Alle persone che si dimostravano disponibili venivano consegnati € 50,00 ciascuno in cambio del voto che dovevano dimostrare di aver effettivamente dato al candidato richiesto mediante una foto della schede elettorale scattata con il telefonino».

Il clan estende il suo potere anche al di fuori del casertano e così nel 2006, alla vigilia delle elezioni politiche, viene intercettata una conversazione di Ferrara con il legale Filippo Eboli che racconta: «Stasera sono venuti dei miei clienti che sono dei personaggi che hanno un peso non indifferente, io non lo so a te interessa solo Caserta, Napoli tutto… allora questo qua ha detto avvocà …se voi volete siccome adesso tutta… Secondigliano, Scampia, Vele è cambiato tutto … mò ci sta il figlio, ci stanno gli altri e tutti quanti, politicamente se vi interessa qualche discorso …, mi metto a vostra disposizione, però onestamente io vorrei pure far uscire qualche cosa perché …pagano…» Il candidato risponde: «E qual’è il problema?». E l’avvocato: «… l’Udeur ha preso 1000 voti, allora io vi dico .. vi faccio prendere a Scampia … 2000 voti… 3000 voti tre volte tanto… quattro volte tanto e poi stabilite voi che mi date, hai capito o no?… dopo le elezioni». Ferraro non viene eletto, ma il partito nella zona a nord di Napoli evita la debacle che si realizza nel resto della città dove raggiunge solo il 2,29 per cento. A Secondigliano, invece, arriva al 4,95; a Miano al 3,68 e a Scampia al 3,68.

(Tratto da Libera Informazione)

“Avremmo potuto arrestarne più di mille, ma dove li avremmo messi?”. Un problema serio, quello del sovraffolamento delle carceri

Il “Primo round” contro la ‘ndrangheta in Lombardia

I numeri, le dimensioni e il racconto di un’infiltrazione costante e radicata nella regione

“… Avremmo potuto arrestarne più di mille ….ma dove li mettevamo” : questo commento raccolto da uno degli investigatori che hanno lavorato tra Reggio e Milano alla grande operazione di una settimana fa contro il “Crimine”, la ‘ndrangheta in versione nuovo millennio, dovrebbe far riflettere. Non solo e non tanto perché in questo Paese – dato per assodato che si può privare chiunque della libertà, anche un sospettato di mafia, solo quando ci sono tutti gli elementi richiesti della legge – bisogna fare i conti con il sovraffollamento delle carceri anche quando ci sono gravi motivi che inducono all’applicazione di misure cautelari .

Dovrebbe far riflettere soprattutto perché rinvia ad un passaggio dell’intervento in conferenza stampa a Milano del Procuratore Ilda Boccassini: la Boccassini ha chiarito – elencando alcuni dati – che ognuno dei locali e  dei “mandamenti” di ‘ndrangheta, colpiti al Nord, poteva contare su centinaia di affiliazioni. Ho sentito cifre che viaggiavano dai 250 ai 500 ‘ndranghetisti per ogni “locale” .

Un dato che in troppi hanno trascurato e che da un lato lascia immaginare che si è chiuso solo un “primo round”: con le famiglie di ‘ndrangheta, così come sono state disegnate dalla “riforma costituzionale” dell’era Oppedisano , con i loro complici e sodali politici e imprenditoriali. Ma questo dato offre una dimensione del problema che costringe a ridefinire anche la dimensione del termine infiltrazione, soprattutto per il capitolo “economia”. Non si può tenere d’occhio solo l’affare del momento – oggi l’Expo -, perché mentre si guarda a quello si rischia di perdere di vista (e fortunatamente Boccassini, Pignatone Prestipino e Gratteri non lo fanno) la complessità e la vastità della minaccia. Proprio inchieste della Dda di Milano hanno dimostrato che famiglie storiche come i Barbaro e i Papalia gestiscono affari di ogni genere, purché lucrosi, attraverso uomini fidati da comodi uffici in via Monte Napoleone, la Dda di Reggio Calabria ha rintracciato insospettati canali finanziari tra Roma e almeno tre continenti, la Dda della Capitale ha dimostrato che i clan, pur colpiti da arresti sequestri di beni e perfino scioglimenti di consigli comunali (i Gallace a Nettuno, nel Lazio), ricostruiscono le proprie fila e insieme la propria presenza in settori economici importanti. E la guardia non può essere abbassata nemmeno per un istante.

Tornando alla Lombardia, se i numeri sono – come sono – quelli forniti dal Procuratore Boccassini, se la “politica”, l’ordinamento delle ‘ndrine , sono quelli che ci descrivono passo dopo passo le intercettazioni dell’inchiesta conclusasi con i 300 arresti del 13 luglio, allora si deve cominciare a rileggere la storia della migrazione al nord delle famiglie criminali calabresi. Migrazione ispirata, soprattutto nell’ultimo decennio, non da una quasi naturale ricerca di pascoli più ricchi ma da un vero e proprio disegno strategico, che in pochi hanno compreso. Anche nel mondo dell’informazione che continua a non garantire, salvo rare eccezioni continuità e profondità nell’occuparsi di questi temi.

Si segue l’evento, soprattutto arresti o inchieste, che magari anche a nord coinvolgono nomi eccellenti, (anche la cronaca giudiziaria ha il suo gossip, ormai!) e l’attenzione termina nel giro di 48 ore. In attesa del caso successivo, che difficilmente si riesce a collegare al contesto. Guai, poi, a scendere nel dettaglio a far troppi nomi -soprattutto per l’informazione televisiva – guai ad insistere. Guai a scavare. Dicono che lo spettatore fa confusione, perde attenzione. Ma forse a confondere è il silenzio.

(Tratto da Libera Informazione)

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