Archivi del mese: Giugno 2010

Altro che ripresa… e stiamo solo all’inizio. Senza considerare i tagli agli enti locali!!! Novità nelle bollette sarà una stangata per le famiglie

L’Authority: dal primo luglio il gas rincara del 3,2%, la luce in calo dello 0,5%. Aumenti annui pari a circa 30 euro

Novità in arrivo nelle bollette. A partire dal primo luglio il gas aumenterà del 3,2% mentre per la luce ci sarà un risparmio dello 0,5%. L’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha comunicato la variazione delle tariffe, spiegando che i cambiamenti comporteranno un aumento medio di 30 euro a famiglia: 32 euro per quanto riguarda e il gas e uno sconto annuo di soli due euro per l’energia elettrica

Per quanto riguarda la luce, spiega l’Authority, la diminuzione dello 0,5% si aggiunge alle riduzioni già registrate nel 2009 e nei primi due trimestri di quest’anno. La spesa media di una famiglia tipo si riduce ulteriormente di circa di 2 euro su base annua. Questa nuova riduzione si somma a quelle di 39 euro del 2009 e di 23 euro dei primi due trimestri del 2010. Quest’ultima riduzione di luglio avrebbe potuto essere  superiore senza gli oneri per i sussidi alle fonti rinnovabili che, per legge, fanno ormai parte della bolletta (nota integrativa di seguito). In particolare, rispetto al 2009, è raddoppiata l`incidenza del fotovoltaico che oggi rappresenta circa 800 milioni di euro interamente a carico della bolletta.

Sull’aumento del gas naturale pesano invece la scarsa concorrenza e l`incremento delle quotazioni internazionali dei prodotti petroliferi: rispetto al giugno 2009, infatti, il petrolio è aumentato di oltre il 25% in euro. Per una famiglia tipo così si determina una maggior spesa di 32 euro, su base annua.

A fronte di questi aumenti l`Autorità ha già deciso una modifica della formula di aggiornamento trimestrale dei prezzi che sarà applicabile dal primo ottobre e che determinerà un contenimento delle
bollette prima dei maggiori consumi invernali delle famiglie.

(Tratto da Virgilio Notizie)

I POLITICI SNOBBANO GLI AVVOCATI, INCONTRO DISERTATO:AL CONVEGNO A GAETA SULLE MAFIE NON C’ERANO NEMMENO IL SINDACO ED UN SOLO CONSIGLIERE GAETANI.CON QUESTA CLASSE POLITICA NON SI VA DA NESSUNA PARTE

Solo 2 Comuni su 33 hanno aderito all’invito degli avvocati pontini a partecipare all’incontro all’hotel Europa sui problemi della giustizia e del tribunale di Latina. Un vero flop che evidenzia il totale disinteresse dei politici, tranne poche eccezioni, verso i problemi della Giustizia. D’altronde negli ultimi anni le manifestazioni di avvocati e giudici non hanno trovato il sostegno, se non verbale, della classe politica. Le promesse mobilitazioni non ci sono mai state e ora gli avvocati si trovano soli ad affrontare un problema enorme: la mancana di personale e mezzi che bloccano il Tribunale, allungando i processi in maniera assurda. Un danno per tutta la provincia ma che, evidenemente, non interessa ai politici.

(Tratto da Latina24Ore)

Non si finisce mai con i politici sospettati di collegamenti con la mafia

Mafia, chiesti dieci anni per Cuffaro

I pm Di Matteo e Del Bene chiedono al giudice per l’udienza prelibare di Palermo che vengano inflitti dieci anni di reclusione all’ex governatore della Sicilia, ora senatore, dell’Udc. L’accusa è concorso esterno in associazione mafiosa, senza attenuanti. Cuffaro avrebbe messo in piedi una sorta di controspionaggio per informare i boss di indagini di polizia che li riguardavano

I pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene hanno chiesto la condanna a dieci anni di reclusione per l’ex presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, senatore dell’Udc. L’ex governatore è accusato di concorso in associazione mafiosa nel processo che si svolge con il rito abbreviato davanti al gup di Palermo, Vittorio Anania. La pena richiesta tiene conto della riduzione di un terzo previsto dal rito abbreviato.

I pm hanno deciso di non chiedere le attenuanti generiche per il senatore Udc “perché i fatti di cui lo accusiamo sono veramente gravi anche per il suo ruolo di governatore regionale: per questa sua veste poteva partecipare in alcuni casi al Consiglio dei ministri”. “Abbiamo dimostrato – hanno detto – che il sistema di controinformazioni messo in piedi da Salvatore Cuffaro assieme a Antonio Borzacchelli, Giorgio Riolo, Giuseppe Ciuro, era puntato a scoprire indagini sui rapporti tra la mafia e esponenti politici. E’ proprio la natura delle informazioni che ci fa capire la portata di questo sistema e di come si possa configurare l’accusa di concorso in associazione mafiosa”. Le testimonianze di pentiti e di soggetti vicini all’imputato hanno dato, secondo i pm, ulteriore conferma alle accuse. “Fin dal 1991 i contatti con Angelo Siino – ha detto Del Bene – dimostrano l’esistenza del patto politico-mafioso stretto da Cuffaro con esponenti di Cosa Nostra”.

Il pm Di Matteo ha spiegato i meccanismi che avrebbero fatto di Cuffaro una sorta di informatore permanente dei boss, che avrebbero beneficiato delle soffiate dell’ex governatore. Di Matteo ha detto che “Francesco Campanella, diventato collaboratore di giustizia, chiarisce come il rapporto tra Cuffaro e Cosa nostra non sia stato un evento sporadico e casuale ma piuttosto interno al patto politico – elettorale – mafioso”.

“Come racconta Campanella – ha proseguito il pm – Giuseppe Acanto venne inserito nella lista Biancofiore nelle elezioni 2001 per venire incontro alle richieste di Nino Mandalà. Sempre Campanella dice che Cuffaro lo avvertì che nei confronti di Antonino e Nicola Mandalà e dello stesso Campanella c’erano indagini in corso. Le dichiarazioni del collaboratore sono ampiamente dimostrate”.

Il pm ha poi raccontato della comune militanza di Cuffaro e Campanella nell’Udeur e dello stretto rapporto tra i due, tanto che l’ex governatore fu testimone alle nozze del collaboratore. “Cuffaro – ha spiegato Di Matteo – attraverso la vicinanza personale con soggetti di Villabate, aveva ben presente quali erano i rapporti che legavano Campanella ai mafiosi Mandalà di Villabate. Che erano soggetti legati alla mafia Cuffaro lo sapeva anche perché Nino Mandalà era in carcere proprio per l’accusa di 416bis”.

“A conferma delle affermazioni di Campanella – ha proseguito Di Matteo – c’è la testimonianza dell’avvocato Giovanbattista Bruno, figlio di Franco, ex capo di gabinetto del sottosegretario alla Giustizia Marianna Li Calzi. Giovanbattista Bruno era amico sia di Cuffaro che di Campanella e ha riferito di un colloquio nel 2003 con il collaboratore di giustizia che gli confidava di sapere dal governatore di essere indagato. Campanella in quel caso domandò a Bruno: ‘hai visto come e’ andata a finire? Cuffaro mi ha detto che indagavano su di me e l’avviso di garanzia alla fine l’hanno mandato a lui…’.

Il pm ha raccontato questo episodio anche per fugare i dubbi del gup sulla richiesta di ne bis in idem avanzata dai legali di Cuffaro (le accuse secondo gli avvocati sarebbero le stesse del processo ‘Talpe’, e quindi Cuffaro non potrebbe essere riprocessato). “Questo episodio raccontato da Bruno – ha detto il pm – non ha mai formato oggetto di contestazione. Ma non lo possiamo non considerare. E’ la conferma di un ulteriore reato, che se fosse solo si potrebbe configurare come favoreggiamento, ma messo assieme agli altri porta all’accusa di concorso in associazione mafiosa”.

Lapidario il commento di Cuffaro: “La mia fiducia nelle istituzioni e nella giustizia mi impongono il rispetto per il ruolo dei pubblici ministeri. E’ chiaro – ha detto – che non condividiamo le conclusioni dei pm e che, insieme ai miei avvocati, porteremo il nostro contributo per fare emergere la verità“.

(Tratto da Aprile online)

La pericolosità della mafia cinese

VASTA OPERAZIONE NAZIONALE DELLA GDF CONTRO LA MAFIA CINESE: COINVOLTI ANCHE LAZIO E CAMPANIA.

Mafia cinese, Gdf: 24 arresti, riciclaggio per 2,7 mld

FONTE REUTERS ITALIA 8 giugno 2010 19:26  

MILANO/FIRENZE (Reuters) – La Guardia di finanza ha arrestato oggi 17 cinesi e sette italiani per associazione di stampo mafioso dedita al riciclaggio di denaro — pari a 2,7 miliardi di euro — proveniente da evasione fiscale, contraffazione, sfruttamento della prostituzione e ricettazione.

Una nota delle Fiamme gialle aggiunge che 22 arrestati sono finiti in carcere e 2 ai domiciliari, mentre 134 persone sono indagate a piede libero.

Sono state sequestrate inoltre 73 aziende, 181 immobili, 300 conti correnti e 166 auto di lusso, per un valore complessivo di circa 80 milioni di euro. Sottoposti a sequestro anche 13 milioni di euro in contanti rinvenuti nel caveau di un istituto di vigilanza.

Mille uomini della Gdf del Comando regionale Toscana hanno eseguito gli arresti, le perquisizioni e i sequestri in Toscana, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Sicilia.

Secondo gli inquirenti, l’associazione composta da italiani e cinesi riciclava il denaro tramite una rete di agenzie di money transfer. Sono oltre 100 le aziende coinvolte, tutte riconducibili a cinesi residenti tra Prato e Firenze. Altro canale per riciclare il denaro verso la Cina è risultato essere San Marino, tramite una finanziaria con sede centrale nel piccolo Stato e filiali in Italia ed Europa.

La nota precisa che i reati contestati sono l’associazione mafiosa finalizzata al riciclaggio di proventi illeciti derivanti dai reati di evasione fiscale, favoreggiamento dell’ingresso e della permanenza in Italia di cinesi clandestini per lo sfruttamento nel lavoro, sfruttamento della prostituzione, contraffazione, frode in commercio e vendita di prodotti industriali che violano il made in Italy, ricettazione.

Secondo la Gdf, dal 2006 ad oggi sono stati riciclati oltre 2,7 miliardi di euro.

PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA: CINA INFLUENZERA’ CRIMINALITA’ ORGANIZZATA

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha commentato il blitz dichiarando che la Cina, a causa della posizione geografica e del crescente potere politico ed economico, potrebbe attirare e canalizzare diverse attività criminali, compreso il traffico di droga.

“La potenza economica e commerciale della Cina è un fenomeno geopolitico che influenzerà la criminalità organizzata nei prossimi anni… che porterà le organizzazioni criminali a favorire i canali cinesi per le attività criminali”, ha detto Grasso illustrando l’operazione della Gdf.

Grasso ha sottolineato anche che, pur avendo rafforzato gli strumenti legislativi per il money transfer, le intercettazioni telefoniche e ambientali rimangono uno strumento valido e necessario per combattere a pieno questo tipo di criminalità organizzata.

“Abbiamo rafforzato gli strumenti legislativi per il money transfert ma dobbiamo stare attenti a non indebolire gli strumenti come le intercettazioni telefoniche e ambientali che nel caso di gruppi criminali organizzati, laddove non sempre si può contestare l’intimidazione o l’associazione mafiosa, verrebbero ad essere limitate”, ha aggiunto Grasso.

INDAGINI INIZIATE NEL 2008

Le indagini sono iniziate nel 2008, quando le Fiamme gialle di Firenze hanno individuato un “sodalizio criminale” composto da una famiglia cinese e una famiglia bolognese attraverso un’agenzia di money transfer con filiali in tutta Italia.

“L’attività illecita si è sviluppata con le caratteristiche mafiose”, spiega la nota, aggiungendo che la struttura verticistica, che faceva capo alla famiglia cinese, “controllava, con forme di intimidazioni psicologiche ed a volte violente, le attività illecite della comunità cinese”.

La principale attività illegale delle aziende cinesi in Italia è consistita nella produzione di merce contraffatta — principalmente capi ed accessori di pelletteria — e nell’evasione fiscale.

Le indagini hanno portato anche al sequestro di 780mila articoli contraffatti o prodotti in violazione alla norme che tutelano il made in Italy e la sicurezza.

Durante le indagini è emerso inoltre che nelle operazioni di riciclaggio erano coinvolti anche importatori di prodotti contraffatti, mentre dalla Cina arrivavano clandestini da impiegare in “case chiuse camuffate da centri estetici e massaggi orientali” o in laboratori dove “lavoravano in nero in condizioni disumane”.

Anche a San Marino spunta Mokbel

Come esiste un nuovo filone di indagini su reati finanziari consistenti emerge sempre il nome del faccendiere Mokbel, già arrestato dalla dda di Roma per il filone Fastweb: basta cercare un pò… Ora ci sarebbe un coinvolgimento per le indagini su San Marino

fonte il sole 24 ore del 27 giugno 2007

Anche a San Marino spunta Mokbel

Non solo imprenditori, sportivi e personaggi dello spettacolo. Tra i clienti occulti che si sono avvalsi dei servizi della San Marino Investimenti (Smi), la più importante holding finanziaria del Titano, c’è anche Gennaro Mokbel, il faccendiere finito nel mirino della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sul maxi-riciclaggio di 2 miliardi di euro condotta dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo.

Secondo quanto risulta al Sole 24 Ore, è proprio attraverso la Smi che sarebbe transitata parte degli 8 milioni investiti nel 2007 da Mokbel nella Digint, società partecipata al 49% da Finmeccanica.
Soldi su cui i pm coordinati da Capaldo hanno avviato accertamenti per verificarne la reale provenienza e la destinazione. Ed è qui che l’inchiesta sull’affare Digint si intreccia con quella del pm di Roma Perla Lori sul riciclaggio di oltre un miliardo di euro realizzato tramite la Smi, la finanziaria del conte Enrico Maria Pasquini, ex ambasciatore di San Marino in Spagna e proprietario anche della ex Banca del Titano, oggi Smi Bank. Tra i 1.200 nominativi di clienti della finanziaria in possesso del pm Lori c’è anche quello di un piccolo professionista sulla cui identità gli investigatori osservano il massimo riserbo e sul quale sono in corso verifiche. Sarebbe lui il prestanome a cui Mokbel avrebbe fatto riferimento per fare transitare nella Smi, tramite alcune società, parte egli 8 milioni di euro.

Al fine di costituire fondi neri, sospettano i pm. Ipotesi sempre smentita da Finmeccanica.
Quanto all’indagine del pm Lori, in Procura c’è irritazione per l’atteggiamento di San Marino, che non ha ancora accolto la rogatoria inoltrata lo scorso novembre per avere la documentazione bancaria relativa a tutti i clienti italiani della Smi.

«La lista dei 1.200 clienti – spiega una fonte investigativa – ci è stata fornita solo a fini burocratici, per notificare loro la rogatoria, presupposto che i giudici sanmarinesi ritengono indispensabile per fornirci la documentazione. Per noi questo è inaccettabile. Al momento la lista non è utilizzabile né ai fini penali, né delle verifiche fiscali. A noi interessa capire la disponibilità dei conti e la provenienza dei fondi. Finora le uniche informazioni fornite sono quelle su Pasquini, principale indagato».

Ennesima brillante operazione nel Cassinate della GDF del Col. Salato

ENNESIMA E BRILLANTE OPERAZIONE DELLA GDF NEL CASSINATE. EMERGE LA CONNESSIONE TRA CIOCIARIA, DROGA E CAMORRA CAMPANA

fonte: il puntoamezzogiorno 28 giugno 2010

La camorra utilizzava la droga per ramificarsi in Ciociaria, sette arresti

I militari della compagnia di Cassino, nell’ambito delle istituzionali attività di polizia giudiziaria in materia di lotta al traffico ed allo spaccio di stupefacenti, hanno eseguito nella mattinata odierna sette ordinanze di misura cautelare, delle quali cinque di custodia in carcere e due di arresti domiciliari, nei confronti di altrettanti soggetti accusati di spaccio di sostanze stupefacenti.
Dei sette arrestati, cinque sono residenti nella provincia di Frosinone (area cassinate) e due a Napoli (quartiere Ponticelli e Pollena Trocchia).
Sono complessivamente otto le persone denunciate, che subiranno un processo rischiando una pena da otto a venti anni. Altre tre erano state arrestate in flagranza di reato nel corso dell’indagine.
Le indagini sono state condotte dalla Guardia di Finanza comandata dal capitano Vincenzo Ciccarelli e coordinata dal colonnello Giancostabile Salato alle dipendenze della Procura della Repubblica di Cassino, ed in particolare del P.M. Dott. Antonio Verdi. Le misure cautelari personali sono state ordinate dal GIP Dott. Francesco Mancini.
L’indagine nasce dall’osservazione del flusso di stupefacenti su quella che gli inquirenti delle Fiamme Gialle definiscono “la rotta napoletana”, ovvero il percorso che quotidianamente compiono i corrieri ed i consumatori di droga per approvvigionarsi, a prezzi bassissimi, sui grandi e convenienti mercati dello spaccio di droga della metropoli partenopea: Scampìa, Secondigliano, Pianura, Fuorigrotta, Ponticelli.
Dalle risultanze di analisi statistica, investigativa e d’intelligence svolta dai militari delle fiamme gialle di Cassino, è emerso che soltanto in casi rarissimi gli spacciatori del frusinate investono in grandi quantità di stupefacenti: è invece diffusissima la prassi di recarsi, con frequenza quasi giornaliera, a Napoli, acquistando soltanto piccole quantità di droga, al massimo una decina di grammi, da rivendere o consumare nel giro di poche ore. Così facendo, gli spacciatori minimizzano i rischi, in quanto riescono ad occultare più facilmente la droga (talvolta utilizzando le tecniche degli ovulatori, nascondendola nelle parti intime del corpo), possono eludere l’arresto in flagranza (in quanto le esigue quantità possono essere giustificate per uso personale e non per spaccio), ed evitano anche, in caso di sequestro della droga, di perdere grandi quantità di denaro investite nell’acquisto, spendendo non più di settecento euro per viaggio.
Partendo da queste evidenze, le Fiamme Gialle hanno individuato alcuni soggetti della provincia di Frosinone, considerati a rischio perché gravati da precedenti penali specifici e perché avevano un tenore di vita molto superiore a quello che gli permetteva il loro esiguo o inesistente reddito, e li hanno seguiti e monitorati attentamente per circa sei mesi, ricostruendo le loro abitudini, le loro frequentazioni, i loro contatti e la loro dedizione al commercio di droga.
Nel corso delle investigazioni sono emersi elementi inquietanti sulle dimensioni e l’organizzazione della rete di approvvigionamento e di spaccio.
Infatti, è stato accertato che i fornitori erano residenti nel napoletano, ed erano organici o fortemente contigui a pericolosi clan camorristici operanti nelle zone di Ponticelli, Cercola e Pollena Trocchia: si tratta, in particolare, di elementi riconducibili alla famiglia Sarno ed al gruppo Orefice-Arlistico-Terracciano, quest’ultimo recentemente inglobato nel clan Sarno.
Il clan Sarno, seppure fortemente indebolito dall’offensiva anticamorra degli ultimi mesi, era fino a poco più di un anno fa una delle organizzazioni più potenti dell’intera Campania, e gestiva in maniera dominante il mercato degli stupefacenti. A seguito di alcuni pentimenti, si stanno ora creando nuovi equilibri di potere nei quartieri controllati, con un continuo fiorire di nuove alleanze e nuovi conflitti.
Per procedere all’arresto dei due catturandi napoletani, una donna ed un uomo, i militari del Comando Provinciale Frosinone, con il supporto di sicurezza dei colleghi del Comando Provinciale di Napoli, hanno dovuto effettuare un ardito blitz presso un isolato che, dagli anni ottanta, costituisce l’impenetrabile roccaforte del clan Sarno.
La droga, acquistata nel “parco” di Ponticelli, veniva poi trasportata, su itinerari variabili, nel Basso Lazio, per essere destinata allo spaccio ad opera di alcuni soggetti gravitanti principalmente nel Comune di Piedimonte San Germano: si tratta, principalmente, di un ventiduenne albanese e di altre persone perlopiù di etnìa rom.
Uno dei risultati più importanti dell’indagine conclusa consiste proprio nell’aver reciso il pericolosissimo legame, una vera e propria alleanza stabile, che si era creata tra i soggetti inseriti nella malavita campana e quelli operanti nell’ambito dei clan rom con base nella provincia di Frosinone. Gli arresti effettuati, infatti, hanno evitato una pericolosa infiltrazione camorristica nel territorio frusinate, che si sarebbe fusa con la malavita locale generando il rischio del radicamento di esponenti della criminalità organizzata, attratti dalla fiorente domanda di droga proveniente dalla Ciociaria.
L’aspetto più esecrabile emerso dall’indagine, è l’utilizzo strumentale e costante di minorenni come supporto al commercio di morte posto in essere dagli arrestati.
In particolare, uno dei figli minori di un soggetto ristretto, era incaricato dell’attività di fornitura di stupefacenti e di riscossione dei crediti dello spaccio, nonché per accompagnare madre o nonni a Napoli ove prelevare lo stupefacente da rivendere nel cassinate. Ciò con l’evidente intenzione di simulare una situazione di apparente normalità in occasione di eventuali controlli delle forze dell’ordine.
Addirittura, uno degli arrestati, padre di un bimbo di pochi mesi, suggeriva alla moglie di nascondere la droga nel pannolino del neonato per evitare controlli di polizia.
Da tali circostanze deriva il nome dell’indagine, “Operazione Baby Pusher”.
Gli elementi acquisiti, peraltro, daranno luogo a segnalazione agli organi di assistenza sociale per i dovuti ed opportuni provvedimenti in merito all’educazione ed al supporto psicologico ai minori coinvolti.

Le ecomafie non conoscono crisi

Intervista a Sergio Cannavò di Legambiente

A fronte di un numero di illeciti ambientali in continua crescita, in Italia non esiste ancora una legislazione adeguata per contrastare il fenomeno. E la legge sulle intercettazioni non migliorera’ il lavoro investigativo.

Pisanu: Cosa Nostra non ha mai rinunciato a influire sulla politica

Il presidente della Commissione d’inchiesta sulla mafia: “Una trattativa con lo Stato ci fu”

Cosa Nostra non ha mai rinunciato a influire sulla politicauna trattativa con lo Stato ci fu, o qualcosa del genere. Sono due tra le argomentazioni sostenute dal presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia Giuseppe Pisanu che nella relazione “I grandi delitti e le stragi di mafia 1992-1993″ è tornato a parlare degli anni delle stragi di vent’anni fa.

Nel dossier Pisanu ripercorre quel periodo ricordando gli attentati, i morti e le manovre organizzate dalla mafia per destabilizzare lo Stato. Secondo il senatore del Pdl “la spaventosa sequenza del 1992-93 ubbidì a una strategia di stampo mafioso e terroristico, ma produsse effetti divergenti: perché se da un lato determinò un tale smarrimento politico-istituzionale da far temere al presidente del Consiglio in carica l’imminenza di un colpo di Stato, dall’altro lato determinò un tale innalzamento delle misure repressive da indurre Cosa Nostra a rivedere le proprie scelte e, alla fine, a prendere la via dell’inabissamento. Nello spazio di questa divergenza – aggiunge – si aggroviglia quell’intreccio tra mafia, politica, grandi affari, poteri occulti, gruppi eversivi e pezzi deviati dello Stato che più volte, e non solo in quegli anni, abbiamo visto riemergere dalle viscere del Paese”.

Pisanu lascia aperte le diverse discussioni politico-giudiziarie su quegli anni, ma sostiene che in ogni caso è “ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica. Questa attitudine a entrare in combinazioni diverse è nella storia della mafia e, soprattutto è nella natura stessa della borghesia mafiosa“.

Secondo il senatore del Pdl, inoltre, dal periodo delle stragi Cosa Nostra “ha perduto quasi tutti i suoi maggiori esponenti, mentre in Sicilia è cresciuta grandemente un’opposizione sociale alla mafia. Cosa Nostra ha forse rinunciato all’idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunziato alla politica“. “Al contrario – ha concluso Pisanu – con l’espandersi del suo potere economico ha sentito sempre più il bisogno di proteggere i suoi affari e i suoi uomini. Specialmente con gli strumenti della
politica comunale, regionale, nazionale ed europea”.

(Tratto da Virgilio Notizie)

Legge intercettazioni entro l’estate. Lega dice si. Fini protesta – A colpi di piccone contro la democrazia

Il Ddl in aula Montecitorio dal 29 luglio

Il ddl sulle intercettazioni sarà esaminato dall’aula della Camera a partire dal 29 luglio, dopo l’esame della manovra. E’ quanto è stato deciso dalla conferenza dei capigruppo di Montecitorio. La maggioranza punta dunque a un via libera dell’Aula entro la prima settimana di agosto. E la Lega con Bossi si dice d’accordo a chiudere prima della pausa estiva. Ma arriva subito lo stop del presidente della Camera Gianfranco Fini secondo il quale calendarizzare il ddl sulle intercettazioni a fine luglio è un “puntiglio” ed è “irragionevole” perché è probabile che il voto finale del provvedimento arrivi comunque a settembre, visto che dovrebbe servire una ulteriore lettura del Senato. La presidenza della Camera ha comunque stabilito quel calendario giacchè “era l’orientamento prevalente” tra i gruppi. Infatti, ha poi spiegato Fini, se la presidenza si fosse opposta sarebbe venuta meno al proprio dovere istituzionale. Il finiano Fabio Granata ribadisce: “Lo diciamo da mesi, sulle modifiche non è possibile un accordo compromissorio, altrimenti il provvedimento non è votabile”. Per il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, si tratta di una “forzatura sbagliata”. Per Franceschini “è una vergogna che di fronte a tutti i problemi che hanno gli italiani e su cui la politica, la maggioranza e il governo dovrebbero dare risposte urgenti l’unica priorità per Berlusconi e per il centrodestra sia la legge sulle intercettazioni, ma per loro l’ultima settimana di luglio e la prima di agosto saranno un inferno”. Accuse che il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, rispedisce al mittente. “Non c’è nessuna prova di forza. Il provvedimento – spiega – è stato alla Camera 14 mesi, poi lungamente al Senato e ora è nuovamente all’esame della commissione e sono in corso ulteriori audizioni”. Per il presidente del Garante della Privacy Francesco Pizzetti il fatto che libertà di stampa sia messa in discussione in caso di approvazione del disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche è un allarme “giustificabile” e le scelte legislative fatte in materia dalla maggioranza sono “tanto impegnative quanto oggettivamente discutibili”.

(Tratto da Virgilio Notizie)

Maxi-blitz contro la mafia cinese. Nel mirino società di money transfer

Nei guai anche una famiglia bolognese. Scoperte operazioni di riciclaggio di denaro. 24 arresti

Ha interessato anche l’Emilia-Romagna un maxi-blitz della Guardia di Finanza contro la criminalità organizzata cinese: le Fiamme gialle hanno scoperto operazioni di riciclaggio di denaro sporco per centinaia di milioni. Arresti, perquisizioni e sequestri di beni immobili e mobili sono stati compiuti in otto regioni: oltre all’Emilia-Romagna, Toscana (da cui è partita l’operazione), Lombardia, Piemonte, Veneto, Lazio, Campania e Sicilia. Secondo le indagini, oltre cento aziende trasferivano verso la madrepatria ingenti somme provenienti da vari reati.

LA FAMIGLIA BOLOGNESE - Le indagini sono iniziate nel 2008 quando le Fiamme Gialle del nucleo di Polizia tributaria di Firenze hanno individuato un sodalizio criminale composto da una famiglia cinese, i Cai, originaria della provincia di Hubei, e da tre italiani, due fratelli bolognesi (Fabrizio e Andrea Bolzonaro) e il padre. L’attività criminosa della famiglia cinese è iniziata nel 2006 quando hanno acquisito una partecipazione della società di money transfer Money2Money con sede legale a Bologna e sub-agenzie sparse su tutto il territorio nazionale. La Money2Money era stata fondata dalla famiglia Bolzonaro che, secondo gli inquirenti, una volta entrata nell’orbita dei soggetti cinesi, ha messo a disposizione dell’organizzazione criminale la propria conoscenza del settore, controllando l’operato di ogni sub agenzia e risolvendo eventuali problematiche nel trasferimento del denaro.

ASSOCIAZIONE MAFIOSA - Le aziende individuate, tra cui la Money2Money trasferivano verso la madrepatria centinaia di milioni di euro provenienti da vari reati. Nel corso dell’operazione, la Guardia di Finanza ha arrestato 24 soggetti tra cinesi ed italiani per associazione di stampo mafioso ed ha sequestrato 73 aziende, 181 immobili e 166 auto di lusso. L’associazione mafiosa contestata ai cittadini cinesi arrestati in mattinata – spiega una nota – era finalizzata al riciclaggio di proventi illeciti derivanti dai reati di evasione fiscale, favoreggiamento dell’ingresso e della permanenza nel territorio dello Stato di cittadini cinesi clandestini per il successivo sfruttamento nell’impiego al lavoro, sfruttamento della prostituzione, contraffazione, frode in commercio e vendita di prodotti industriali con segni mendaci o in violazione delle norme a tutela del Made in Italy, ricettazione, appropriazione indebita.

ARRESTI E SEQUESTRI - Tra gli arrestati 17 sono cittadini cinesi e 7 sono cittadini italiani (per 2 di essi sono state previste la custodia cautelare domiciliare). Nei confronti di 108 soggetti indagati (quasi tutti imprenditori) sono state eseguite misure cautelari reali con il sequestro di beni (immobili, auto di lusso, quote societarie, denaro contante) profitto dei reati oggetto di riciclaggio. Grazie all’operazione, si legge in un comunicato della Guarda di Finanza, è stata smantellata una organizzazione che dal 2006 ha riciclato oltre 2,7 miliardi di euro. Le attività investigative hanno consentito anche di agire a tutela del Made in Italy con il sequestro di oltre 780 mila articoli contraffatti, mendaci o prodotti in violazioni di norme a tutela del Made in Italy ovvero della sicurezza dei prodotti. In totale l’operazione delle Fiamme Gialle, oltre a 24 ordinanze di custodia cautelare in carcere, ha messo sotto indagine a piede libero 134 persone.

Antonio Leggieri

(Tratto dal Corriere di Bologna)

Sicuri che non c’entra anche il giro di prostituzione nel Cassinate?

Nel Molise operazione del ROS e della dda sulla prostituzione proveniente dall’Est Europa: scoperte “attinenze criminali” con l’Abruzzo e le Marche. Nessuna attinenza con la prostituzione e alcuni strani locali del Cassinate?

fonte Il Tempo 29.06.2010

Operazione «Shanti»: domani gli interrogatori. Saranno ascoltate le persone in carcere nel capoluogo. Gli sviluppi

Saranno interrogate nella mattinata di domani le sette persone rinchiuse in carcere a Campobasso (tra cui alcuni personaggi molto noti  nel capoluogo) arrestate nell’ambito dell’operazione «Shanti» portata a termine dai militari del Ros nelle scorse ore insieme ai carabinieri di diverse stazioni, sia in Molise che in altre regioni. La retata» ha fatto scattare 16 ordinanze di custodia cautelare.

I capi d’accusa sono: associazione a delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, alla riduzione in schiavitù, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. 5 degli indagati, di nazionalità diversa da quella italiana, sono stati colpiti da un mandato di arresto europeo eseguito dalle polizie di Polonia e Romania, che avevano avviato indagini in stretto collegamento con il procedimento italiano. L’operazione dei Carabinieri ha smantellato una struttura transnazionale, costituita da italiani, polacchi e rumeni, specializzatasi nello sfruttamento di giovani donne polacche e rumene in locali notturni italiani, dopo averle indotte a raggiungere l’Italia con la promessa di un lavoro regolare. Nella stessa operazione sono stati sequestrati e sigillati due locali notturni ed una rete di appartamenti acquistati dall’organizzazione con i proventi della tratta. É la prima volta che in Molise emerge una situazione di tratta di esseri umani e riduzione in schiavitù. «L’operazione – ha detto Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, durante la conferenza stampa di ieri pomeriggio a Roma – apre per la prima volta in Molise ad una situazione del tutto impensabile fino a qualche anno fa» Forse la criminalità organizzata cerca nuovi territori per operare in maniera più tranquilla». «Analoghe operazioni – ha detto Gian Paolo Ganzer, comandante del Ros dei carabinieri – sono state compiute nei pressi dell’Aquila, in Abruzzo e ad Ancona, nelle Marche. Quindi possiamo dire che si tratta di un fenomeno diffuso e che interessa in modo continuativo tutta la costa adriatica».

Nel corso delle indagini, per la cronaca, grazie alla collaborazione delle autorità polacche sono state ascoltate diverse ragazze in Polonia che hanno deciso di collaborare con gli inquirenti. Le donne dopo essere state portate in Italia con l’inganno venivano poi ricattate e costrette alla prostituzione. Spesso venivano costrette ad atti di violenza ed erano segregate in appartamenti presi in affitto dalla stessa organizzazione. Al termine dell’operazione, oltre ai locali, sono stati sequestrati anche altri beni e autovetture per un valore di un milione e cinquecentomila euro. «A tutte le donne – ha detto il procuratore Grasso – che subiscono questi reati vogliamo dire che si può uscire. A loro verrà offerta tutto l’aiuto e la protezione possibile».

Latina. Nella morsa dei clan e dell’usura

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Camorra a Formia? Ora che i buoi sono scappati dalle stalle, qualcuno… grida

CAMORRA A FORMIA? E VE NE ACCORGETE ORA CHE I BUOI SONO SCAPPATI DALLE STALLE?

Come leggere questa… improvvisa attenzione da parte di taluni amministratori pubblici formiani rispetto al problema del radicamento mafioso a Formia?

Boh! Non sappiamo rispondere.

Una cosa, comunque, non possiamo esimerci dal sottolinearla.

E’ dal 2005 che in una serie di convegni da noi promossi a Formia, con la partecipazione di Procuratori importanti come De Ficchy ed Ardituro, che stiamo denunciando l’asfissiante radicamento mafioso a Formia, un radicamento che ha letteralmente espulso l’imprenditoria indigena, senza che gli esponenti politici abbiano mosso un dito almeno per tentare di bloccarlo.

C’è stata un’inchiesta della Polizia di Stato che, con le intercettazioni che oggi il Governo vuole eliminare, ha provato sospetti collegamenti fra pezzi della politica e criminalità, un’inchiesta –la “Formia Connection- che qualcuno ha voluto archiviare.

In un paese normale sarebbe successa la fine del mondo, con manifesti, mozioni consiliari, interrogazioni parlamentari, richieste di ispezioni ministeriali, per “capire” i motivi dell’“archiviazione”.

Niente di niente, silenzio assoluto.

Per anni.

Ora che i mafiosi si sono appropriati di tutto, qualcuno… grida.

E’ tardi, troppo tardi…

Commercio clandestino di carni destinate ai mussulmani da Fondi alla capitale. Se ne sono accorti i VV.UU. di Roma

ASSURDO. A FONDI NESSUNO SI ERA ACCORTO DEI TRAFFICI DI CARNI DESTINATE AI MUSSULMANI DI ROMA.

Se ne sono accorti i Vigili Urbani della Capitale.

Assurdo.

Da anni stiamo denunciando invano che l’apparato investigativo fondano non va.

Un Commissariato della Polizia di Stato, una Stazione dei Carabinieri, addirittura una Compagnia della Guardia di Finanza, un Comando dei Vigili Urbani affidato ad un ex generale della Guardia di Finanza.

Per non parlare della Guardia Forestale, pure presente e, comunque, più attiva degli altri.

Nessuno si era accorto della macellazione di capi bovini che poi partivano per la capitale dove venivano venduti dentro una moschea ai mussulmani.

100 – ripetiamo cento – chilometri di tragitto, fra Fondi e la Capitale.

Si capisce ora come possano essersi verificati i traffici notturni di rifiuti tossici destinati alla discarica di Borgo Montello senza che nessuno abbia visto niente.

Si capisce anche il significato, per ritornare a Fondi, delle parole dette dal Capitano Conti, prima di ammazzarsi, allo zio Eliseo sui fascicoli che “puzzavano”.

Le collusioni fra politici e clan a Latina e provincia

Le ha denunciate un giornale tempo fa, nel silenzio e nell’indifferenza generali.

Professionisti che ricoprono importanti incarichi in alcune amministrazioni comunali e provinciale risultano essere, al contempo, tecnici al servizio di clan, redattori di progetti di imprese sulle quali indagano DDA e DIA.

Qualche altro amministratore comunale il cui nome è incluso nell’elenco in possesso della Procura di Roma quale depositario di somme di danaro nella Banca di San Marino.

Quando noi sosteniamo da anni che la lotta alle mafie ed all’illegalità va fatta sul piano delle collusioni con la politica, le istituzioni e le professioni!

Parliamo ai sordi.

Una palude putrescente nella quale si trova tutto ed il contrario di tutto:

dalle coperture ai traffici del clan degli usurai a Latina denunciate dallo stesso Capo della Squadra Mobile che ha arrestato i Ciarelli, ai silenzi sugli affari anche a Latina della “cricca” autrice di una serie di opere e di operazioni denunciate dall’ex consigliere regionale Cirilli, agli omicidi mafiosi di Don Boschin e degli avvocati Maio e Mosa, al suicidio misterioso del Capitano Fedele Conti, Comandante della Compagnia della Guardia di Finanza di Fondi.

Una palude putrescente, ripetiamo, che ammorba tutto e tutti, in un clima di apatia e di omertà generali.

Poveri nostri figli!

Il TAR boccia il progetto di raddoppio del Porto di San Felice Circeo

BOCCIATO DAL TAR IL PROGETTO DI RADDOPPIO DEL PORTO DI SAN FELICE CIRCEO

Circolo Larus Legambiente Sabaudia: una bocciatura clamorosa che evidenzia le lacune e le mancanze di un progetto inammissibile e dal violento impatto ambientale.

Il circolo Larus Legambiente di Sabaudia esprime estrema soddisfazione per il rigetto da parte del TAR del ricorso presentato dalla Società Porto del Circeo finalizzato alla realizzazione del raddoppio del Porto del Circeo.

Un progetto che da sempre abbiamo denunciato come inutile, pericoloso per il rischio più che reale di infiltrazione nell’affare della malavita organizzata e per il violento impatto ambientale che esso determinerebbe sul territorio, in particolare sul Parco nazionale del Circeo e sulla linea di costa che da San Felice Circeo arriva fino a Terracina.

Un decisione, quella del TAR, che evidenzia l’inidoneità del progetto e le sue evidenti e clamorose mancanze e che auspichiamo conduca presto alla bocciatura totale e definitiva dell’opera e degli interessi che si nascondano dietro di essa.

Il circolo Larus si complimenta anche con la l’Hotel Maga Circe per la caparbietà con la quale sta conducendo questa battaglia contro un progetto che sin dal principio è risultato evidentemente ispirato da logiche di pura speculazione.

Auspichiamo che questa decisione conduca anche l’Ente Parco nazionale del Circeo ad un maggiore impegno contro la realizzazione del progetto di raddoppio del porto e delle opere ad esso chiaramente connesse, a partire dalla strada di collegamento tra via Gino Rossi e via del Faro, per la quale stiamo ancora, e incomprensibilmente, attendendo convocazione per dar conto nel dettaglio delle nostre tesi e dell’inopportunità dell’opera stessa.

Frosinone. Rifiuti e riciclaggio

Vietato criticare il Governo!!!!

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Un’idea per una nuova Civitavecchia”. Riceviamo e pubblichiamo

Prendete dal web una carta geografica europea con la mappa delle centrali nucleari.  Si nota subito l’Italia segnata in verde in mezzo  alle bandierine rosse di Slovenia, Francia, Spagna, Svizzera ed altri paesi europei. Possiamo essere a favore o contro al nucleare, con motivazioni economiche o etiche o ambientali, ma questo è un  dato certo: ad oggi l’Italia non ha energia nucleare. E allora chi ci dice che ciò non rappresenti una sorta di isola felice nel mondo nuclearizzato, una specie di enorme riserva naturale protetta, almeno psicologicamente, che possa essere attrazione di turismo, soggiorno e benessere per tutto il mondo, avvantaggiata dal fatto che abbiamo il 50% del patrimonio artistico mondiale?  E che tale situazione non sia infinitamente più vantaggiosa rispetto ai costi dell’acquisto energia elettrica da altri paesi?  In piccolo, ma relativamente, questo vale per questa zona dell’Alto Lazio, avendo come chiave di volta Civitavecchia. Anche qui invito a ragionare sulla situazione attuale. Civitavecchia è nella bassa Maremma, ha alle spalle un territorio ambientalmente integro ( Tarquinia, Tolfa, Allumiere, Bracciano), si trova a 50 km dall’aeroporto di Fiumicino, 70 km da Roma, ha un porto importante per traffico passeggeri e croceristico senza concorrenza. Tutto questo deve convivere con fonti inquinanti massicce come le due centrali elettriche, i tanti depositi serbatoi di oli combustibili, la misteriosa area di stoccaggio armi chimiche di Santa Lucia, le pessime ed irresponsabili gestioni degli scarichi a mare, dei depuratori, del sistema idrico, del trattamento dei rifiuti e addirittura incapacità nel monitoraggio di inquinamento ambientale.  Allora perchè non pensare ad una Civitavecchia futura, ma neanche tanto, agendo in contemporanea sui due fattori e cioè migliorando e riducendo al minimo l’impatto inquinante e sfruttando le potenziali peculiarità turistiche  ambientali e geografiche? Si sarebbe protagonisti responsabili del territorio , creando reddito e valore aggiunto sulle caratteristiche di questa zona, anzichè subire passivi un eventuale mega-traffico container come proposto irresponsabilmente da Moscherini dato che Gioia Tauro, Taranto, Cagliari sono in crisi e stanno mettendo in cassa integrazione i portuali dei container dopo investimenti faraonici, i porti di Genova e Rotterdam hanno stretto alleanze per il corridoio di movimentazione traffici container che li unisce, il progetto FvG che unisce le portualità di Trieste e Monfalcone da 5 mln di TEU è in fase avanzata, e Napoli, Livorno e Ancona si stanno attrezzando. Il creare una testa di ponte alla superproduzione cinese ha inoltre altri cento aspetti negativi a partire da quello che devasta ed impedisce qualsiasi altra alternativa, e per sempre, su un bacino di oltre 150.000 abitanti e non può essere un aereoporto voluto da un avvocato, la pressione di capitali dubbi o la megalomania di Moscherini a distruggere un territorio così vasto. Questa è la realtà e su questo bisogna agire. Significa destinare il porto essenzialmente al croceristico e al passeggeri, riducendo il commerciale e traffico container  all’essenziale, avviare programma di dismissione per Tirreno Power TVS dalla cui presenza misteriosamente silenziosa Civitavecchia non ha benefici, far rispettare e migliorare gli accordi con Enel TVN a partire dal bosco dei 40 ettari per arrivare al resto concordato e non rispettato, ottimizzando la sua presenza in zona ( semplice questione di dare ed avere dato che è prevista un sua presenza per almeno altri 20 anni), avviare la dismissione dei gruppi depositi/serbatoi oli combustibili e la bonifica dei depositi armi chimiche. Contemporaneamente iniziare la riqualificazione delle zone boschive/naturali Frasca, Marangone, Fiumaretta per dare continuità ai territori dei comuni adiacenti ed iniziare una seria e rigorosa gestione di acqua e rifiuti e servizi. Questa impostazione permetterebbe di dare una svolta definitiva ed abbracciare una vocazione turistica/ambientale come fattore di sviluppo. La situazione migliorata permetterebbe in contemporanea la creazione dell’oceanario, di un centro congressi internazionale agevole per collocamento geografico e collegamenti viari ed aeroportuali, un polo fieristico legato alla nautica e alla presenza di approdi importanti come Porto del Tirreno, Riva di Traiano, la cantieristica navale, del sospirato centro termale, di una città dello sport per avvenimenti nazionali ed internazionali, avviare la costruzione di un moderno ospedale in sinergia pubblico/privato, spostare la stazione ferroviaria in zona ex Italcementi (ha spazi decenti per servizi, per i residenti e per il movimento croceristico trovandosi vicino al costruendo ponte mobile),  sviluppare un comprensorio agricolo, faunistico, piccolo allevamento, artigianale, didattica formato da piccole realtà incentivate ma autosufficienti, iniziative di micro-imprenditorialità per  sfruttamento traffico croceristico e passeggeri  logistico ( taxi, autopulman, traduzioni, accompagnatori, formazione guide, servizi di lavoro a bordo connessi all’alberghiero, artistico, artigianato, servizi alla persona, ecc), la Frasca permetterebbe iniziative di pesca-turismo, escursioni, strutture per ricezione turistica, per soggiorni sia di vacanza che di soggiorno residenziale, portare avanti il grande progetto dei Patti Territoriali rimodulandolo, creare residenze terapeutiche, di benessere, mediche, di accoglimento e molto altro ancora. Il tutto finalizzato non ad una espansione infinita ma ad un equilibrio del territorio, per i nostri concittadini, per cui programmi di agevolazioni,  incentivi, istruzione, didattica sarebbero destinati ai residenti, che significa semplicemente tutelare questa comunità. Per quello appaiono ancor più folli i Piani Integrati camuffati e mimetizzati nello stesso giorno della variante 29, abnormi per incremento numero di abitanti se non accompagnati da altro. Ovviamente tutto dovrebbe essere accompagnato ad iniziative di innalzamento culturale, sociale, educativo della popolazione scolastica e non, tanto in sofferenza a Civitavecchia.
Questo sarebbe un vero federalismo responsabile dove, anzichè continuare ad aumentare il debito chiedendo e sperperando risorse, è possibile creare e produrre reddito per nostri meriti e per nostre esigenze,  governato e gestito da qui, di sviluppo sostenibile, con ripartizione rischio di crisi frammentata nei vari settori . Con questa programmazione la creazione di posti di lavoro e di reddito sarebbe infinitamente superiore a ciò che offre un porto di stoccaggio e passaggio container, con darsena petroli e presenza di poli energetici fortemente inquinanti,  che distrugge il territorio e preclude qualsiasi altra alternativa per sempre.
Antonio Manunta

Ventotene: nessuno controlla. Non é successo niente?

VENTOTENE, COSTONI ANCORA A RISCHIO MA NESSUNO VIGILA

«I pericoli di crolli dei costoni tufacei a Ventotene sono ancora elevati.
L’accesso alle zone ritenute più pericolose spesso non è inibito, i controlli
sono scarsi ed addirittura c’è chi cammina sotto i costoni a rischio di frana».
Lo riferisce il quotidiano ecologista Terra che nel numero di oggi in edicola
riferisce degli esiti di un sopralluogo sul posto effettuato a circa due mesi
dal dramma che ha visto due ragazze di quattordici anni morire travolte dal
crollo di un costone di tufo.

A Cala Rossano, il luogo di Ventotene dove si è verificata la tragedia, «è
recintata solo la parte di spiaggia dove avvenne il crollo – scrive il
quotidiano – perchè sotto sequestro giudiziario, ma non è stato interdetto
l’accesso al tratto di mare sottostante i costoni dove vi è pericolo di caduta
(riconosciuto dalla stessa Autorità di Bacino) di massi rocciosi. A pochi metri
dal costone a nord della spiaggia, riferisce ancora Terra anche attraverso
documentazione fotografica, vi sono pareti verticali e varie grotte scavate
dall’erosione marina con grossi blocchi già crollati in passato dove non vi è
recinzione e dove i bagnanti possono accedere. Terra pubblica anche la foto di
un ragazzino che si trova sotto la volta di una grotta in un’area considerata
pericolosa. La tragedia di Sara e Francesca, scrive il quotidiano, al momento
sembra purtroppo aver insegnato poco o nulla in termini di prevenzione dei
rischi».

(Tratto da Latina24Ore)

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