Archivi del mese: Maggio 2010

I dubbi di Fini su legge intercettazioni. E Schifani replica. Tutti mobilitati contro la legge bavaglio

Pd chiede ritorno in commissione: in quel caso pronti a discutere

Procede nell’incertezza il percorso di approvazione della legge sulle intercettazioni che da questa sera sarebbe dovuta approdare all’esame dell’aula del Senato. E alle nuove incertezze procedurali s’aggiungono i nuovi dubbi di Gianfranco Fini e gli attriti di quest’ultimo con il presidente del Senato Renato Schifani. “Ho dei dubbi sul testo al Senato, la norma transitoria contrasta con il principio di ragionevolezza. E’ opportuno che il Parlamento rifletta ancora”, ha detto il presidente della Camera dei Deputati. “Mi inquieta un po’ – ha proseguito Fini – anche il limite di tempo di 75 giorni. Non si può intervenire con una mannaia. Il mio auspicio è che il dibattito affronti anche queste questioni che non sono state affrontate bene, specialmente dalla maggioranza. Alla Camera, se i deputati lo riterranno necessario, si potrà intervenire”. Ma a Fini il presidente del Senato, Renato Schifani: “Da quando sono presidente del Senato – dice ai cronisti in Transatlantico – non mi sono mai occupato di dare valutazioni politiche o nel merito di argomenti all’esame del ramo del Parlamento che presiedo” perché “il ruolo del presidente del Senato è di essere garante delle regole e dei diritti di maggioranza e opposizione, è un dovere di terzietà. Men che meno – ha aggiunto Schifani – mi sognerei di dare giudizi politici o di merito su argomenti all’esame dell’altro ramo del Parlamento”. Perplessità più nette sul provvedimento sono state ribadite dal PD. “Ci sono alcuni punti – ha detto Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd – sui quali centreremo la nostra attenzione: la norma transitoria, l’astensione obbligatoria del pm e del giudice, la durata e la limitazione delle intercettazioni, le intercettazioni ambientali”. “Se su questi punti, e sulle norme che riguardano la libertà di stampa – ha aggiunto la senatrice – si sviluppasse un dibattito serio e approfondito, che prevede ovviamente il ritorno del testo in Commissione il Pd sarebbe pronto ad aprire una interlocuzione”. Per la maggioranza ha risposto Maurizio Gasparri: “Dopo due anni di intense discussioni nelle Aule e nelle Commissioni chiediamo che si possa procedere”, ha detto il presidente dei senatori del Pdl. Più neutra la risposta di Renato Schifani: ” Sulla richiesta di ritorno dell’intero provvedimento in Commmissione si pronuncia l’Aula in occasione delle questioni pregiudiziali”, ha sottolineato il presidente del Senato.

(Tratto da Virgilio Notizie)

TUTTI A GAETA VENERDI’ 4 GIUGNO ALLE ORE 16 NELL’HOTEL MIRASOLE

Draghi accusa: corruzione nel pubblico e mafie bloccano la crescita

La corruzione si diffonde nella pubblica amministrazione, favorita a volte dalle mafie. E’ il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, a puntare il dito contro le “relazioni corruttive tra soggetti privati e amministrazioni pubbliche, in alcuni casi favorite dalla criminalità organizzata” che, ha detto “sono diffuse”. “Le periodiche graduatorie internazionali – ha spiegato il governatore – collocano l’Italia in una posizione sempre più arretrata. Studi empirici mostrano che la corruzione frena lo sviluppo economico”. In questo momento di crisi poi, “i costi dell’evasione fiscale e della corruzione divengono ancora più insopportabili”. Per crescere, ha proseguito Draghi, il rigore no basta. “La correzione dei conti pubblici va accompagnata con il rilancio della crescita”. E per farlo, urgono le riforme strutturali, soprattutto in uno scenario di crisi come quello attuale.

(Tratto da Virgilio Notizie)

Ciampi e la notte del golpe di mafia. E’ scontro aperto tra Veltroni e il Pdl

L’ex presidente: con le bombe degli anni ’90 temetti il peggio. L’opposizione chiede chiarezza. Il Pdl: perchè ha sempre taciuto?
ROMA – Carlo Azeglio Ciampi pronuncia il termine a cui ha più volte alluso negli ultimi 18 anni: quelle bombe contro il suo governo, a Milano e Roma nel ’92 dovevano creare i presupposti per un colpo di Stato. Quindi, il Procuratore antimafia Piero Grasso «ha ragione,dice la verità».

«Oggi non esito a dirlo, ebbi paura – racconta Ciampi, all’epoca presidente del Consiglio – che fossimo a un passo dal colpo di Stato. Lo pensai allora e, mi creda, lo penso ancora oggi». A proposito della notte del 27 luglio, l’ex capo dello Stato ricorda le «comunicazioni misteriosamente interrotte» con palazzo Chigi dopo l’esplosione al Velabro e afferma: «Resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte». «Parlai con Scalfaro al Quirinale e gli dissi “ora dobbiamo reagire”».

Ciampi, intervistato dalla Repubblica, chiede una sessione parlamentare finalizzata a far luce su quegli avvenimenti. E l’Udc allarga le maglie della proposta del presidente emerito della Repubblica chiedendo una commissione di inchiesta parlamentare ad hoc sulle stragi di mafia del ’92-’93. Proposta che potrebbe creare un “conflitto” con la commissione Antimafia. Ma l’ipotesi, tacciata di «giustizialismo», è stata subito stoppata dal Pdl. La richiesta dell’Udc va ben oltre la sollecitazione di Ciampi: Gianpiero D’Alia, capogruppo al Senato dice che la politica e le istituzioni, dopo le riflessioni di Ciampi, «non possono pensare di fare come lo struzzo».

Anche il Pd ricorda che da tempo ha chiesto una commissione di inchiesta sulle bome e le stragi del ’92-’93 e che comunque, come ha rimarcato Laura Garavini , capogruppo in Antimafia, «anche la commissione guidata da Beppe Pisanu può dare il suo contributo» . L’Antimafia nelle prossime settimane discuterà una bozza di relazione proprio sulla questione delle stragi e delle bombe che il Presidente Pisanu sta scrivendo nel massimo riserbo. Ma è Walter Veltroni – che ha più volte incontrato Ciampi negli ultimi giorni – a rilanciare la linea del «non fu solo mafia». Per Veltroni c’è da chiarire ancora la «grande questione: perchè, ad un certo punto in Italia, tornano le stragi? Perchè negli anni tra il ’92 e il ’93 la mafia, che non aveva mai fatto stragi se non Portella della Ginestra, comincia a fare stragi? Perchè uccide in quel modo Giovanni Falcone? La mia risposta è che, appunto, non sono solo stragi di mafia».

Dal Pdl arriva invece lo stop a qualsiasi ipotesi di commissione di inchiesta: il capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto dice basta alla «caccia alle streghe» e accusa Veltroni di volere un «gioco al massacro». C’è «un’intenzionalità politica assai marcata» nelle polemiche di questi giorni sulle stragi e le bombe di mafia che servono solo a ricreare «un clima giustizialista», afferma Cicchitto che sbarra la strada a qualsiasi ipotesi di una nuova commissione, che in passato – è l’accusa – ha fatto da «cassa di risonanza per molte operazioni di demonizzazione». Sui temi sollevati da Ciampi interviene anche Osvaldo Napoli, vice presidente dei deputati Pdl: »Se Ciampi ebbe quella sensazione, quali misure ritenne allora di prendere? E se la vita della Repubblica ha versato in così grave pericolo, perchè mai esso è stato taciuto per 18 lunghi e interminabili anni?».

(Tratto da La Stampa)

Intercettazioni, sit in a Montecitorio. No da Sky e Mediaset. Dilaga la protesta in tutta Italia

Probabile uno sciopero a livello nazionale organizzato dalla Fieg

Ventotene » Cala Rossano era pericolosa gli amministratori comunali hanno ignorato l’allarme rosso

Ecco i colpevoli della morte di Sara e Francesca

La spiaggia dove morirono le due ragazze in gita scolastica bocciata già nel 2009 da Legambiente e Protezione civile. Il dossier: alto rischio idrogeologico, ma nessuno si preoccupò dei lavori.

Sara Panuccio e Francesca Colonnello, non dovevano accedere a Cala Rossano, dove sono morte sotto il crollo del costone di tufo il 20 aprile. L’area era a rischio ma nessun cartello di avviso fu apposto. E nessuna opera fu avviata. E centinaia di scolaresche in gita scolastica hanno continuato a frequentare l’unico tratto di spiaggia aperto a Ventotene. Non c’è solo la Procura di Latina ad accusare in particolare tre indagati su 10: il sindaco, l’ex sindaco e il dirigente dell’Ufficio tecnico. Emergono significative omissioni anche dal monitoraggio ambientale della Protezione Civile «per mitigare il rischio idrogeologico» eseguito con Legambiente che ha reso pubblici i risultati l’anno scorso. Il documento boccia Ventotene assegnandole il punteggio di 1,5 ben sotto la sufficienza, rappresentata dal 6. Ventotene finisce al quartultimo posto della classifica, seguita solo da Concerviano, Villa Santa Lucia e Vejano. Anche per colpa dell’abusivismo.
Abusive sarebbero i 2/3 delle 1.500 case costruite su una zolla di 1 km e mezzo quadrato, con molte ville elevate sopra gli antichi vasconi romani di raccolta acqua. E ora l’acqua batte su cemento e asfalto finendo sui costoni di tufo, che crollano al suolo I campanelli d’allarme. Già nel 2004 ci fu un distacco nella medesima zona di Cala Rossano. In tre avvisi di garanzia su 10 si legge: «Nel gennaio 2007 omessa segnalazione del pericolo esistente nella zona che richiedeva consolidamento e riqualificazione della parete tufacea mediante iniezione cementizie e sistemi di protezione contro fenomeni di distacchi roccioso». Inascoltati gli allarmi delle autorità preposte. «…omessa segnalazione di pericolo di distacco parete rocciosa in zone immediatamente limitrofe nel novembre del 2009 a seguito di segnalazione dell’Ufficio locale marittimo di Ventotene». In pratica, non si sarebbero dati ascolto. Di più. «In particolare i predetti indagati non davano riscontro all’invito per partecipare alla conferenza programmatica predisposta dall’autorità dei Bacini regionali del Lazio con note del 14.01.2005; 08.03.2005 e 26.10.2005 per il P.A.I. (Piano per l’assetto idrogeologico ndr).
Con note del 16.07.2008; 02.02.2009 per il Pai 2009. La loro mancata partecipazione ovvero omessa trasmissione di dati relativi alla spiaggia di Cala Rossano non consentivano ai membri dell’Autorità dei Bacini regionali del Lazio di avere una completa conoscenza dello stato dei luoghi con conseguente omissione di indicazione della zona quale area pericolo ovvero di attenzione geomorfologia».
Grazia Maria Coletti – 29/05/2010

(Tratto da Telefree)

Quei quattro anni ad ascoltare la famiglia Provenzano

Ecco la storia di un “intercettatore”, colui che catturò il capo di Cosa Nostra con un grande “alleato”: le conversazioni della moglie e dei figli del boss. Parole, sospiri, silenzi: ogni dettaglio può essere un indizio

È quando ha imparato ad ascoltare la notte, a riconoscere i rumori del sonno, che ha cominciato a sentirsi uno di loro. Uno di famiglia. Come se in quella casa avesse vissuto da sempre, come se con loro avesse condiviso tutto. Anche le sofferenze, le gioie, anche le paure. Erano già passati quarantotto mesi, millequattrocentoquaranta giorni, trentaquattromilacinquecentosessanta ore e lui era ancora là con le cuffie incollate alle orecchie per catturare un altro bisbiglio, un soffio che forse questa volta l’avrebbe portato a prenderlo. Era ancora là ad ascoltare le voci che provenivano da una piccola villa di Corleone quando all’improvviso ha percepito un lamento, un gemito. Era sera, un inizio d’inverno. E una donna stava piangendo, al buio, sola. È quando ha imparato ad ascoltare la notte, a riconoscere i rumori del sonno, che ha cominciato a sentirsi uno di loro. Uno di famiglia. Come se in quella casa avesse vissuto da sempre, come se con loro avesse condiviso tutto. Anche le sofferenze, le gioie, anche le paure. Erano già passati quarantotto mesi, millequattrocentoquaranta giorni, trentaquattromilacinquecentosessanta ore e lui era ancora là con le cuffie incollate alle orecchie per catturare un altro bisbiglio, un soffio che forse questa volta l’avrebbe portato a prenderlo. Era ancora là ad ascoltare le voci che provenivano da una piccola villa di Corleone quando all’improvviso ha percepito un lamento, un gemito. Era sera, un inizio d’inverno. E una donna stava piangendo, al buio, sola.

Era Saveria, la moglie di Bernardo Provenzano. La microspia “registrava” i singhiozzi. Il poliziotto si è alzato in piedi di scatto e ha chiuso gli occhi per concentrarsi sul pianto, per raccogliere i pensieri e provare a comprendere quel dolore. Era successo qualcosa nella casa dove si aggirava il fantasma di un capomafia, qualcosa di grave che faceva lacrimare la sua compagna. Quel lamento soffocato, profondo, come una mappa l’ha guidato fino al sud della Francia, a Marsiglia, in una clinica dove il vecchio padrino di Corleone – sotto falso nome – si era fatto ricoverare per un cancro alla prostata. Era per quella malattia che Saveria piangeva. Per la prima volta dopo quattro decenni, un’intercettazione ambientale gli aveva restituito le tracce di uomo che sembrava scomparso per sempre. Era vivo, il latitante Bernardo Provenzano, era ancora vivo. E lui, il poliziotto, con quelle cuffie sempre attaccate alle orecchie, si stava avvicinando al boss che tutti credevano imprendibile. Un altro passo, un altro passo ancora e avrebbe sentito anche il suo odore.

Il suo incarico era quello di entrare nelle vite degli altri, di spingersi nella loro intimità per carpire informazioni sul criminale più misterioso dell’isola, di frugare nelle praterie dei sentimenti per cercare anche il più piccolo indizio che lo potesse aiutare a fermare il boss delle stragi e delle protezioni indicibili. Le vite degli altri. Per lui, da quattro anni, gli altri erano Saveria Palazzolo e due ragazzi, Angelo e Paolo, i figli adolescenti del Padrino. Faceva lo sbirro ma ormai era diventato anche psicologo, analista, era diventato l’ombra di una famiglia di mafia di Corleone. E sapeva bene quali, di quelle parole origliate e rubate, sarebbero dovute restare per sempre segrete. E sapeva bene anche quali, di quelle stesse parole, prima o poi si sarebbero rivelate decisive per le sue indagini. “Non rilevante”, continuava a scrivere nei brogliacci che trasmetteva in procura. “Conversazioni familiari”, annotava giorno dopo giorno nei suoi rapporti quando inviava nastri che nessuno avrebbe mai ascoltato e che nessuno avrebbe mai divulgato.

Niente sapevamo del privato della famiglia Provenzano prima e niente abbiamo saputo dopo la sua cattura. È rimasto tutto celato, dentro le mura della loro casa. La loro esistenza più nascosta è servita soltanto a lui. È servita a lui che era uno dei ventotto investigatori del “Gruppo Duomo” che il questore di Palermo Antonio Manganelli, alla fine del 1998, aveva dislocato negli stanzoni di un vecchio commissariato lontani da tutto e da tutti. Soli, liberi di arrestare un uomo che era sul bollettino dei ricercati dal settembre del 1963. La storia è finita l’11 aprile del 2006, in un casolare sulla Montagna dei Cavalli, a neanche due chilometri dalla casa dove una notte Saveria aveva pianto. E l’ha potuta raccontare chi c’era. Chi era là. Chi respirava con loro. Chi ascoltava il loro sonno.

Spie luminose. Manopole. Fili. Il poliziotto arrivava ogni giorno alle sette del mattino con un bicchierone di caffè nella “sala” e si estraniava dal mondo. C’erano solo quelle voci. Sulla scrivania un foglio bianco e la penna a sfera per segnare le ore e i minuti: il telefono che squilla, un parente che bussa alla porta, la tivù che si accende e dopo un attimo si spegne. Dalle sette del mattino alle due di notte appeso ai suoni e ai silenzi. Lui e altri due come lui, che ormai conoscevano tutto degli studi di Angelo, della cucina di Saveria, delle passioni di Paolo. Dovevano sapere tutto. Dovevano sapere se avevano già pagato l’assicurazione dell’auto o se avevano acquistato quel libro, dovevano sapere cosa mangiavano, quando dormivano, dove andavano, chi incontravano, quante volte scendevano a Palermo e quante altre volte vedevano lo zio, un cugino, un amico. Erano sempre in agguato di un “evento inatteso”. Bastava un errore, un cedimento di nervi, una fragilità. Una volta fu quel pianto.
E un’altra volta fu una lunga, una lunghissima quiete. Troppa per la famiglia di un ricercato di mafia. Troppa per una moglie sola. Voleva dire che il boss si era ripreso dai suoi malanni, che Saveria forse l’aveva visto di recente ed era tornata serena, voleva dire che la filiera dei pizzini funzionava a meraviglia. I messaggi di carta di Bernardo Provenzano arrivavano a chi dovevano arrivare. E poi tornavano. Uno stato d’animo e uno spiraglio investigativo, ogni emozione che lui percepiva apriva una nuova pista, una nuova speranza.

Il nastro girava, girava sempre. A mezzogiorno il poliziotto prendeva la bobina della notte e ascoltava “il registrato”. Era sempre di più dentro di loro. Da una parola detta o non detta, da una risata, da un mugugno riconosceva quando erano felici o afflitti. “Non rilevante”, continuava a scrivere sul brogliaccio. Non rilevante per tutti ma non per lui. Un altro rumore, un altro sussurro era sempre l’inizio di qualcosa che stava accadendo. Anche un minuto di niente poteva significare tanto. Dopo un silenzio prolungato – che forse non era un silenzio – le sue cuffie non bastavano più. Correva nell’altro stanzone con l’ultimo spezzone di vita dei Provenzano, lo infilava in un marchingegno che eliminava ogni fruscio, isolava i disturbi acustici, i ronzii, scomponeva le voci. Ed era allora che una macchina cominciava a sentire quello che non sentivano le sue orecchie. Forse Angelo era uscito, forse anche Paolo era uscito ma lui non se n’era accorto, forse Saveria aveva raccomandato sottovoce qualcosa di importante ai suoi figli. Qualcosa che lui non avrebbe dovuto scoprire mai.

Il poliziotto era esperto ma anche sperto, che in siciliano vuol dire scaltro. Lo sapeva che era più intelligente di una microspia, lo sapeva che la microspia non sarebbe servita a nulla senza la sua fantasia investigativa, il suo intuito, la sua abilità di sbirro. Era il momento di chiamare al cellulare i colleghi che il giorno prima avevano pedinato un parente dei Provenzano, era il momento di avvertire anche quegli altri colleghi che avevano appena visionato i filmati delle quattro telecamere piazzate per le strade di Corleone. Una era davanti alla casa di Saveria, sempre lì da otto anni. Un’altra era dietro al bastione che porta alla piazza, la terza in via del Calvario, la quarta su un albero in mezzo alla campagna. Occhi tecnologici che sostituivano occhi umani, che seguivano automobili, i movimenti di un ragazzo che non si era mai visto prima, di una donna che era apparsa come d’incanto.

In un’immagine c’era Angelo che portava un sacco della spesa. Era in fondo a un vicolo, ed era lì con un cugino che prendeva quel sacco, poi il sacco passava nelle mani del padre del cugino e poi ancora nelle mani di un altro. Chi era quell’altro? Chi era l’ultimo uomo che prendeva la busta della spesa e poi usciva dalla vista delle telecamere? Era lo stesso volto che la telecamera davanti alla casa dei Provenzano aveva ripreso un paio di settimane prima, era la stessa voce che il poliziotto aveva ascoltato un paio di mesi prima nella casa di Corleone. “Non rilevante”, aveva trascritto anche quella volta sui suoi quaderni. “Conversazione amichevole”, aveva aggiunto poi spedendo un altro pacco di intercettazioni in procura. Però il poliziotto sapeva che ormai era solo questione di tempo: le voci, le immagini, la decifrazione dei pizzini sequestrati in un covo, i dati raccolti sul territorio – i pedinamenti – tutto era dentro una “scena”, tutto era lungo una via che lo stava portando a Bernardo Provenzano. Senza quelle intercettazioni non sarebbe mai arrivato dove era arrivato. Dopo quarantatré anni di latitanza, dopo notti di Natale e notti di San Silvestro passate nella sala buia ad ascoltare quelle voci, ci voleva ancora un po’ di pazienza. Ci voleva freddezza. Ci voleva altro genio investigativo. Ci voleva fortuna. Ci volevano ancora trentanove giorni. Dalla mattina del 4 marzo alla mattina dell’11 aprile del 2006.
La fortuna era in quel sacco della spesa che andava e veniva dalla casa dei Provenzano. Dal figlio Angelo al cugino Giuseppe Lo Bue, da Giuseppe Lo Bue a suo padre Calogero, da Calogero Lo Bue a Bernardo Riina, da Bernardo Riina alla Montagna dei Cavalli. Un’altra telecamera che seguiva un’altra automobile, il bosco che copriva la visuale, gli uomini appostati con i binocoli che da lontano spiavano chi saliva verso la Montagna dei Cavalli.

Ore 9.45 dell’11 aprile. La telecamera piazzata sulla collina era puntata su un casolare. C’era un uomo che camminava lentamente verso una porta, sembrava solo. Il poliziotto lo conosceva. Si chiamava Giovanni Marino, era uno che vendeva ricotta giù in paese. L’uomo era sempre più vicino alla porta e dava le spalle al casolare, stava lì impalato a guardare le sue pecore. Ma le telecamere erano sulle sue labbra. E le sue labbra si muovevano. Il venditore di ricotta stava parlando. Fra lui e il casolare però non si vedeva nessuno. Con chi parlava? La porta improvvisamente si era aperta e una mano era scivolata fuori. Una lettera, un messaggio che passava da una mano all’altra. Se nel casolare c’era una mano, nel casolare c’era anche un uomo. Il poliziotto non aveva certezze sulla sua identità, non poteva averne. Ma le voci ascoltate gli dicevano che era Bernardo Provenzano. Altri tredici lunghissimi minuti, l’ultima attesa. Ore 9.58 dell’11 aprile. L’uomo era lui, era il vecchio Bernardo.
Attilio Bolzoni

(Tratto da Repubblica)

Un funzionario dei Servizi segreti indagato per la strage di via D’Amelio

Riconosciuto dal pentito Spatuzza. Accusa di concorso in strage

ROMA — Un funzionario dei servizi segreti tuttora in forza all’Aisi, l’Agenzia di informazioni per la sicurezza interna che ha sostituito il vecchio Sisde, è indagato dalla Procura di Caltanissetta per concorso nella strage di via d’Amelio, nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. È un nome poco noto alle cronache, ma comparso più volte nelle inchieste siciliane sui rapporti tra Cosa nostra ed esponenti delle istituzioni. Ha lavorato ed era amico con Bruno Contrada, l’ex poliziotto e numero 3 del Sisde condannato a dieci anni di carcere per concorso in associazione mafiosa, è comparso come testimone in quello e in altri processi ed inchieste.

Adesso è lui al centro degli accertamenti da parte dei magistrati che hanno riaperto l’indagine sull’autobomba esplosa il pomeriggio del 19 luglio 1992, 56 giorni dopo la strage di Capaci che aveva ucciso Giovanni Falcone. L’ordigno fu sistemato all’interno di una Fiat 126 rubata da Gaspare Spatuzza, boss del quartiere palermitano di Brancaccio. Il quale due anni fa ha deciso di collaborare con la giustizia, e nell’interrogatorio del 17 dicembre 2008 reso ai pubblici ministeri di Firenze, che indagano sulle stragi del ’93 in continente, a proposito dei contatti di Cosa nostra con ambienti esterni ha detto: «C’è una questione su via D’Amelio, che c’ho una figura di una persona che non avevo mai visto e che non conosco. Quando io consegno la 126 in questo garage (dove fu imbottita di esplosivo, ndr), insieme a Renzino Tinnirello (“uomo d’onore” della stessa cosca, ndr), c’è questa persona che io sconosco. Una figura che rimane in sospeso».

Lo stesso episodio l’aveva riferito agli inquirenti di Caltanissetta e prima ancora al superprocuratore antimafia Pietro Grasso, durante i colloqui investigativi; specificando che quando notò lo sconosciuto abbassò lo sguardo per mostrare di non averlo notato e di non essere interessato a sapere chi fosse. Nel tentativo di risalire all’identità del misterioso personaggio, i pm hanno sottoposto al neo-pentito dei voluminosi album di fotografie di appartenenti ai servizi segreti e alle forze dell’ordine. In due di queste, Spatuzza ha riconosciuto il funzionario all’epoca del Sisde e oggi dell’Aisi. Certo, si tratta dell’indicazione di una persona vista una volta sola sedici anni prima, che gli inquirenti hanno cominciato a valutare con le dovute riserve. Ma l’attendibilità del collaboratore di giustizia (lo stesso che ha testimoniato dei presunti contatti di Cosa Nostra con Dell’Utri e Berlusconi nel 1993, per come gli furono riferiti dal capomafia Giuseppe Graviano) per i magistrati è ormai fuori discussione.

Tanto che alla proposta del programma di protezione riservato ai pentiti, avanzata dalla Procura di Firenze, si sono associati gli uffici di Caltanissetta e Palermo, nonché la Direzione nazionale antimafia. Mentre erano in corso le verifiche sulla deposizione di Spatuzza è arrivato Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo che sta testimoniando sui rapporti tra suo padre — che si muoveva per conto di Bernardo Provenzano — e rappresentati dello Stato. Anche a lui sono stati sottoposti gli album di foto forniti dall’attuale dirigenza dei Servizi segreti, e sfogliandoli ha indicato due personaggi che secondo lui erano vicini al «signor Franco», l’uomo «di apparato » che incontrava sia suo padre che Provenzano. Uno dei volti riconosciuti dal giovane Ciancimino corrisponde a quello sul quale aveva già messo il dito Spatuzza. Secondo il figlio dell’ex sindaco mafioso, quell’uomo è colui che ha continuato ad avere contatti con Vito Ciancimino quando era detenuto, a partire dal dicembre 1992, entrando e uscendo spesso dal carcere di Rebibbia.

Dunque, se le individuazioni fotografiche dovessero corrispondere alla realtà e trovassero riscontri, la stessa persona presente tra i boss in una fase cruciale della preparazione dell’attentato a Paolo Borsellino— episodio catalogato fin da subito come difficilmente circoscrivibile ai soli interessi mafiosi — ha anche partecipato ai contatti tra Cosa nostra e istituzioni durante la «trattativa» avviata nel 1992, passata attraverso le stragi e proseguita (secondo Spatuzza, ma anche Ciancimino jr) fino ai primi anni Duemila. Ipotesi che confermerebbe misteriosi e inquietanti scenari, già immaginati in base ad altri elementi, sul ruolo di alcuni segmenti dello Stato nei rapporti con la mafia durante la sanguinosa e destabilizzante stagione delle stragi.
Giovanni Bianconi

(Tratto dal Corriere della Sera)

Operazione contro il clan Schiavone-Noviello a Nettuno. Fiancheggiatori anche a Latina

Leggi l’articolo di Latina Oggi

A Latina si spara ancora. Coca ed usura i fili conduttori di tutti gli eventi

Leggi l’articolo di Latina Oggi

Costituito il Forum Nazionale Antiusura Bancaria

Visita il nostro Forum www.forumantiusura.org

6° COMUNICATO 21^ settimana del 2010
(clicca qui per scaricare in formato PDF)

A tutte le vittime di usura, estorsione, truffe e vessazioni bancarie. Agli amici e sostenitori. Alle Associazioni, agli organi di informazione ed ai rappresentanti politici. Agli avvocati ed ai consigli degli ordini italiani.

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L’ ON.le SCILIPOTI HA DEPOSITATO LA PROPOSTA DI LEGGE per la riforma dell’art.50 del T.U.B. (clicca qui)

A causa delle vessazioni bancarie vi si sono manifestati disturbi che vanno dal semplice stress e dalle nevrosi, fino alla depressione ed alla dissociazione mentale?? Oppure vi si sono evidenziati disturbi ipertensivi e cardiocircolatori, ansia libera e somatizzata, disappetenza, insonnia tenace, sentimento di rovina, tendenza alla asocialità, forte calo della libido, aggressività e voglia di isolamento, per scarsa fiducia verso le Istituzioni che non vi tutelano e verso la nuova condizione nella quale siete stati fatti precipitare dalle vessazioni Bancarie? Tutto ciò ha un nome:

“SINDROME DEL DEBITO INGIUSTO”

Una patologia contratta nel confronto impari con le Banche (clicca qui) certificata da illustri studiosi di fama nazionale, i quali hanno evidenziato un nesso di causa effetto con le truffe, vessazioni ed estorsioni poste in essere dalle BANCHE.

Nei prossimi giorni il FORUM NAZIONALE ANTIUSURA BANCARIA (clicca qui) studierà i modi e le forme per partire con una Class Action Miliardaria (clicca qui) mirata per rivendicare i danni derivanti dai disturbi mentali e comportamentali, ma anche dai valori umani che sono stati perduti a causa delle pressioni vessatorie delle Banche.

9 AVVOCATI ed una EQUIPE MEDICA,

stanno già lavorando per predisporre visite mediche ed una denuncia collettiva.

Oltre 300 le prime adesioni. Orsini Emidio ha già prenotato la propria visita medica.

PRENOTATEVI CHIAMANDO IL FORUM NE PARLEREMO IL 25 GIUGNO A ROMA (clicca qui)

Ruba 20 Euro, condannato a 20 anni (clicca qui).

I Banchieri rubano miliardi, ma vengono assolti perché non c’è dolo. Per i magistrati, i banchieri non rubano con la volontà di delinquere, ma perché si sbagliano. Nel comportamento dei Banchieri non c’ è dolo. Rubano senza saperlo. E’ come quei Ministri che acquistano le case pagate da altri senza saperlo. Non c’ è reato.

L’Antitrust ha scritto alla Banca d’Italia (di totale proprietà delle Banche) di aver riscontrato tassi bancari che superano il 20%, mentre i tassi soglia sono inferiori al 15% (clicca qui).

E’ come chiedere all’oste se il vino è buono.

Questa settimana segnaliamo:

- Il teorema sull’usura bancaria (clicca qui);
- Il paradosso Catoniano (clicca qui);
- Libero Reporter di maggio 2010 (clicca qui): Il caso Di Napoli e l’On.le Scilipoti;
- Banca d’Italia sotto processo (clicca qui);

Civitavecchia, “il porto e gli amici del Salaria village” Cos’è questa storia??? E come sta il progetto del Terminal Cina?

Dal bando per le nuove banchine alla cittadella dello sport. E quella cena con il sindaco. La Guardia di Finanza al lavoro nell’Agenzia delle Entrate della cittadina costiera

Non soltanto i lavori della lista, dai ministeri alle case dei politici, dal Palazzo dei congressi dell’Eur per conto della Protezione civile alle sedi delle suore di Madre Teresa. I nomi dei personaggi dell’inchiesta che ruota attorno all’imprenditore Diego Anemone spuntano anche nei progetti edilizi a Civitavecchia.

“Gli amici del Salaria Sport Village sono disposti a realizzare un project financing per la cittadella dello sport e poi donarla al Comune. Li ho visti a cena venti giorni fa”. È l’ottobre del 2009. A parlare è Giovanni Moscherini, sindaco di Civitavecchia eletto in una lista civica. La frase esce durante una cena in un ristorante romano con alcuni imprenditori interessati a investire nel nord del Lazio. Ci sono tanti progetti in ballo, dal nuovo porto turistico, a nuove cubature a nuovi patti territoriali legati a commercio, sanità e nuove residenze.

Il nuovo porto turistico, in particolare, ha già echi di nomi al centro delle ultime inchieste. Nel 2008 la società Porto del Tirreno ha vinto la gara per il rifacimento del vecchio porto della cittadina, bombardato nel ’43. Il piano è ambizioso: sono previsti banchine e attracchi per yacht lunghi fino a 180 metri con fondali di 12, oltre a 30 mila metri cubi tra 100 appartamenti in vendita e 18 stanze d’hotel e un’area commerciale da costruire in quello che era l’arsenale progettato nel 1660 da Bernini.

La società Porto del Tirreno è una joint venture tra l’Acqua Marcia di Francesco Caltagirone Bellavista e il gruppo Cozzi Parodi. Quest’ultimo è guidato da Beatrice Cozzi Parodi, presidente di area Pdl fino a poco tempo fa della Camera di Commercio di Imperia, la città di cui è stato sindaco Claudio Scajola. Nella cittadina ligure Acqua Marcia e gruppo Cozzi Parodi hanno anche realizzato il nuovo attracco turistico, storico pallino dell’ex ministro. E Angelo Balducci fu il capo della commissione incaricata dei collaudi delle nuove banchine.

A Civitavecchia, però, oltre al binomio Acqua Marcia-Cozzi Parodi, al bando del nuovo porto turistico avrebbero voluto partecipare anche altri imprenditori del consorzio Luigi Olivieri: qualcuno di loro era alla cena in cui Moscherini parlò degli “amici del Salaria Sport Village”. “Per la gara del porto romano avevamo costituito un’associazione temporanea di imprese – racconta Arturo Parenti, titolare della San Giovanni srl – “C’eravamo noi, la Vams Engineering dell’ingegner Marcello Saraca e il gruppo Pio Guaraldo spa. Improvvisamente, però, dopo molti ritardi nell’elaborazione e nella consegna dei progetti, Saraca lasciò la nostra Ati e le due copie della raccomandata finale per partecipare al bando andarono misteriosamente perse. Così noi non potemmo partecipare. Peccato: era un affare da 70-80 milioni di euro” racconta Parenti. E proprio Saraca è uno dei nomi che compaiono nella lista dei lavori eseguiti dalla ditta Anemone. Un caso? E forse è pura coincidenza che una figlia di Pietro Tidei (oggi parlamentare ed ex sindaco di Civitavecchia) sia una collaboratrice del notaio Gianluca Napoleone. La Guardia di Finanza sta cercando carte anche all’Agenzia delle entrate di Civitavecchia.
Gabirele Isman

(Tratto da Repubblica)

Fondi, l’operazione della DDA di Napoli che ha riguardato la “Paganese Trasporti” e la “Lazialfrigo”. Comincia la battaglia giudiziaria

Leggi l’articolo di Latina Oggi

Latina come Rosarno? Decine di migliaia di immigrati ridotti ad uno stato di schiavitù. A quattro passi da Roma!

LA PROVINCIA DI LATINA MAGLIA NERA ANCHE PER IL LAVORO NERO. RISCHIO ROSARNO

E’ quanto ha denunciato ieri la CGIL nel corso di una manifestazione imponente nel centro di Latina.

Migliaia e migliaia di immigrati sfruttati e trattati come se fossero delle bestie.

Una vergogna per l’intero Paese.

A quattro passi dalla Capitale, non in Campania, Calabria e nel sud del Paese.

Senza che le Istituzioni facciano quello che debbono fare, senza che la Chiesa faccia sentire forte la sua voce, senza che i partiti politici di opposizione protestino per questi comportamenti incivili e disumani.

Un’ulteriore prova, questa, di un’insensibilità ai valori umani e civili in un corpo politico in piena agonia.

Dietro il lavoro nero c’è quasi sempre la criminalità organizzata che lucra anche sul sangue di decine di migliaia di questi poveri disgraziati ridotti allo stato di schiavi.

Attenti, però, perché la disperazione, la fame, il degrado in cui sono costretti a vivere migliaia e migliaia di persone, possono condurre a situazioni drammatiche.

Ieri abbiamo sentito evocare i fatti non tanto remoti di Rosarno.

E se dovessero verificarsi disgraziatamente anche nel Lazio, regione in cui è ubicata Roma considerata il centro della cristianità nel mondo, non prendiamocela poi con questa povera gente.

Ciampi. Con bombe ’92 a un passo da colpo Stato, fuori la verità

Intervista a Repubblica su attentati di Mafia

“Oggi non esito a dirlo, ebbi paura che fossimo a un passo dal colpo di Stato. Lo pensai allora e, mi creda, lo penso ancora oggi”. Carlo Azeglio Ciampi, presidente del Consiglio nel ’92, ricorda con queste parole, in una conversazione con Repubblica, la notte del 27 luglio di quell’anno quando ci furono le bombe a Milano e a Roma. “Il golpe – dice – non ci fu, grazie a Dio. Ma certo, su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte”. Ora il Paese “ha diritto di sapere” chi ordinò quelle stragi; “deve restare memoria di tutto questo, ma insieme alla memoria deve venire fuori anche la verità. Perchè senza verità non c’è democrazia”. “Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio – aggiunge Ciampi – a mezzanotte mi informarono della bomba di Milano. Chiamai subito Manzella a Palazzo Chigi. Mentre parlavamo udimmo un boato in diretta: era l’esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Arrivai a Palazzo Chigi all’una e un quarto, alle tre convocai lo Stato supremo di difesa. Alle 4 parlai con Scalfaro al Quirinale e li dissi ‘presidente dobbiamo agire’”. Ciampi non sa dare “risposte” sulla regia delle stragi anche se, dice, “parlano gli avvenimenti di quel periodo. Parlano i fatti di allora, che sono quelli richiamati da Grasso. Il procuratore antimafia dice la verità, e io condivido pienamente le sue parole”.

(Tratto da Virgilio Notizie)

Cascini: Con Ddl intercettazioni, più difficile trovare mafia

Al Corsera: Provvedimento migliorato, ma resta nodo reati gravi

“C’è qualche miglioramento, ma rimangono forti limitazioni al diritto di cronaca. E sarà più difficile trovare gli autori di reati gravi”. E’ quanto afferma, in una intervista al Corriere della Sera, il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini che rimane critico sul provvedimento perchè “resta confermato un impianto che riduce drasticamente la possibilità di fare intercettazioni telefoniche e ambientali”. Secondo Cascini “sarà più difficile trovare la mafia” perchè, spiega, “le indagini sui reati normalmente compiuti dai mafiosi, usura, estorsioni, riciclaggio, corruzione, incendi, minacce, persino gli omicidi non direttamente riconducibili alla mafia, non potranno essere investigate con la stessa incisività di prima”. Cascini aggiunge infine un altro elemento di criticità della nuova legge: “La competenza collegiale per i provvedimenti in materia di intercettazione, compresa la criminalità organizzata, metterà in ginocchio i tribunali italiani”.

Proteste per la vendita di beni comunali a Gaeta. Come al solito, raccomandiamo estrema vigilanza perché non cadano nelle mani della camorra

Vogliono vendere i gioielli di famiglia per nascondere la loro incapacità amministrativa

Con la delibera di giunta 105 del 20 aprile 2010, l’amministrazione comunale  ha deliberato di mettere in vendita l’ex maternità (succursale liceo scientifico) di via Firenze e un vasto terreno comunale in località Monte Moneta.

Questa delibera segue la 104, con la quale scandalosamente sono stati individuati come non strumentali, e quindi suscettibili di vendita, anche le chiese di proprietà comunale (ben undici, tra cui la Chiesa dell’Annunziata), l’ex palazzo municipale di piazza Traniello, nonché immobili presenti nei piani attuativi del prg (quindi patrimonio indisponibile che non è possibile vendere).

La cultura, la storia, la religiosità del paese potranno essere cedute al miglior offerente in spregio allo statuto comunale.

Tra i tanti beni individuati  come non strumentali la giunta Raimondi ha deciso di iniziare a vendere i più appetibili sul mercato: un edificio di notevole valore economico al centro della città e un vasto terreno ove è possibile costruire attrezzature alberghiere, nella stessa zona dove già un altro terreno è stato acquistato da una società il cui presidente è coinvolto nell’inchiesta nazionale sulla cricca degli affaristi.

Con la scusa di fare cassa, a seguito di anni di allegra amministrazione e nello stesso tempo di scarsa attenzione alla tutela degli interessi comunali nelle cause legali da parte del centrodestra, ma anche da parte di questa amministrazione (ad esempio, spese coperte con proventi delle multe che non saranno mai riscossi, gestione fallimentare del servizio della nettezza urbana, ecc.), si mettono in vendita un edificio che ancora ospita una delle due scuole superiori della città e che ancora potrebbe servire a tale uso e diversi ettari di terreno dal notevole valore ambientale, aprendo la strada a una cementificazione delle colline al di sopra della piana di Sant’Agostino e con ciò impoverendo il presupposto primo del turismo: il patrimonio paesaggistico.

In tutta la storia amministrativa del dopo guerra, con l’eccezione di Magliozzi (che ha regalato la cattedrale alla Curia, con la motivazione che sarebbe stato più facile restaurarla con i soldi della Chiesa, quando oggi la si sta restaurando con i soldi della regione Lazio), non si è mai visto un sindaco che con tanta leggerezza intraprende la strada della svendita del suo patrimonio. Un’irresponsabilità nascosta dietro alti  e vuoti proclami (con i proventi della vendita faremo le strutture sportive, ha detto il sindaco, ma non ha detto che non esistono né i progetti, né i luoghi dove farle, né sono stati programmati i tempi, e che in ogni caso si possono fare accedendo al credito sportivo). Soltanto fumo negli occhi per nascondere la verità: un bilancio sull’orlo del fallimento per inettitudine amministrativa.

Inettitudine amministrativa che emerge anche nella delibera 104, infatti in questa delibera si certifica che la particella da mettere in vendita, oltre 100 ettari, non è gravata da uso civico, quando è vero il contrario, come si evince dalle stesse carte depositate presso il Comune relative  agli usi civici. Di conseguenza non può essere venduta, vanificando anche i propositi, per noi sciagurati, che l’attuale amministrazione si propone.

Sel si oppone alla vendita dell’area di Monte Moneta e invita i cittadini a far sentire la loro voce contraria. Sel propone che tutta l’area di Monte Moneta sia dichiarata dalla regione Lazio monumento naturale, come già chiesto alcuni anni fa da Legambiente, per poter essere utilizzata per il turismo naturalistico e attività di agricoltura biologica da parte di cooperative giovanili, in conformità alla delibera consiliare 37 del 26 giugno del 1997, mai abrogata,  che individua tra gli indirizzi per la variante al prg la soppressione della zona alberghiera in località Monte Moneta (il pd ha rinnegato anche questo atto?).

Sel si oppone anche alla vendita della succursale del liceo, che può  ancora servire alla comunità scolastica, In ogni caso può essere utilizzata, qualora non più richiesta dall’istituzione scolastica, come centro di aggregazione giovanile autogestito (sala musica, sala video, punto di incontro, ecc), che già diverse volte le realtà giovanili hanno chiesto.

La struttura è stata ristrutturata da poco, quindi può essere utilizzata senza ulteriori spese.

Sinistra, ecologia e libertà Gaeta

E’ giunta l’ora di riprendere fra le mani le bobine dell’inchiesta “Formia Connection” e ripartire con un’indagine approfondita prima che la situazione sia irreversibilmente degradata

SI RIPARTA DALLA PARTE DELL’INCHIESTA CHE RIGUARDA IL “VOTO DI SCAMBIO” DELLA “FORMIA CONNECTION”

E’ quella la chiave di volta per comprendere quanto sia alto il livello di inquinamento della vita politica nel sud pontino.

E di là che bisogna ripartire.

Se non si fugano tutte le ombre sul piano dei rapporti fra segmenti della politica e soggetti sospettati di collegamenti con la criminalità organizzata, si rischia di fare un buco nell’acqua.

E di ombre ce ne sono.

Tante.

Non riusciamo a comprendere le ragioni di tanti silenzi e tante resistenze al riguardo, come anche non capiamo i motivi per i quali qualcuno non abbia ritenuto di approfondire quanto emerse nelle intercettazioni telefoniche fatte all’epoca dalla Polizia di Stato.

E’ giunta l’ora di riesumare, se ancora esistono, quelle bobine e di sviluppare un’approfondita indagine sugli eventi successivi.

E’ questo l’appello che rivolgiamo alla DIA, al GICO, ai ROS, alla Squadra Mobile.

Dubbi tremendi su quelle morti “Forse un pezzo dello Stato tradì”

Parla Walter Veltroni: “Non si può assistere da spettatori indifferenti a notizie che in altre democrazie sarebbero priorità assolute”

ROMA - “Il Paese non può assistere da spettatore indifferente a notizie sconvolgenti che in altre democrazie sarebbero priorità assolute. Mettiamo per un momento da parte tutto il resto, la manovra finanziaria e la crisi, Berlusconi e Fini, le questioni interne ai partiti e fermiamoci tutti, destra e sinistra, a riflettere sulle parole di Piero Grasso. Si, i galantuomini di destra e di sinistra, perché in ballo ci sono i fondamentali della democrazia. C’è davvero un pezzo dello Stato dietro la morte di Falcone e Borsellino, le stragi del ’92 e ’93? Se é così, che cosa c’è di più importante da chiarire ora e subito?”. La denuncia di Walter Veltroni arriva dopo quella scioccante del procuratore antimafia Piero Grasso: “Nel ’93, Cosa nostra ha avuto in subappalto una vera e propria strategia della tensione” “Le stragi furono organizzate anche da pezzi dello Stato per aiutare una nuova forza politica”.

Davanti a rivelazioni così sconvolgenti, la prima reazione dei cittadini è chiedersi: fin dove si parla di fatti accertati e dove comincia invece la dietrologia?
“Non esiste e non deve esistere alcuna dietrologia. Il procuratore Grasso è del resto uomo assai prudente e responsabile. E ogni informazione andrà vagliata con assoluto rigore. Tuttavia da ciò che emerge le inchieste stanno arrivando alla conclusione che Falcone e Borsellino sono stati uccisi, con e attraverso la mafia, almeno con la attiva collaborazione di un’entità esterna. Se un pezzo dello Stato ha materialmente preparato la 126 imbottita d’esplosivo che ha provocato la strage di via D’Amelio dopo aver organizzato il fallito attentato a Falcone all’Addaura, se davvero funzionari dello Stato hanno eliminato due giudici coraggiosi e i loro colleghi delle scorte saremmo di fronte a qualcosa di enorme…”.

É il racconto dei pentiti o esistono riscontri oggettivi per dire che quelle del ’92 e ’93 non erano soltanto stragi di mafia?
“Non erano sicuramente soltanto stragi di mafia. Anzi, sulla base delle inchieste, non si dovrebbe neppure più chiamarle in questo modo. Sono stragi di un anti Stato, che era o forse è annidato dentro e contro lo Stato”.

“Fermiamoci tutti a riflettere, galantuomini di destra e di sinistra, sulle parole del procuratore Grasso”

Era o è? Attilio Bolzoni ha scritto ieri che la procura di Caltanissetta avrebbe identificato il misterioso “signor Franco”, l’uomo dei servizi di cui parla il figlio di Vito Ciancimino, presente in tutte le stragi, da Capaci ai Georgofili. Ed è un alto dirigente dei servizi ancora in attività.
“Già, e per chi lavorava questo signor Franco o altri come lui, che infangano anche il lavoro di uomini dei servizi onesti che rischiano la vita per la sicurezza di tutti? Chi dava gli ordini allora e chi li ha protetti fino a oggi? Chi per vent’anni ha depistato le indagini? Se si risponde a queste domande, si scopre chi ha davvero ordinato le stragi del ’92 e ’93. La commissione antimafia a giorni presenterà la relazione del Presidente Pisanu sulle stragi. Ma intanto il governo ha il dovere di una risposta al paese. Si pronuncino come credono, anche dicendo che Grasso si sbaglia, ma non devono continuare a tacere. Non si tratta soltanto di chiarire il passato, ma anche di prevenire il possibile ripetersi di queste strategie eversive nel futuro”.

Che cosa vuol dire, esiste il rischio di altre stragi, qui e oggi?
“Non ho certo notizie, ma faccio un ragionamento storico. Questa entità che ha ordinato le stragi del ’92 e ’93 è la stessa che è sempre scesa in campo nelle fasi di transizione. É la stessa di piazza Fontana e di piazza della Loggia, dell’attentato alla Questura di Milano del finto anarchico Bertoli, del rapimento Moro? Se non è così, non si capisce quale potere abbia potuto mettere insieme in tutte queste storie di sangue cose in apparenza tanto distanti come l’estremismo di destra e le Br, i servizi segreti e la P2 e la banda della Magliana e forse anche pezzi di terrorismo di sinistra. Questo grumo di interessi che interviene ogni volta per orientare la storia con colpi di mano, con la violenza delle stragi, è intervenuto l’ultima volta nel ’92 e ’93, all’alba della seconda repubblica. Ora è di nuovo un momento difficile: una grave crisi finanziaria, l’esaurirsi di una fase politica, la difficoltà dei partiti e delle istituzioni”.

Si può definire quello che è accaduto nel ’92-’93 una specie di golpe?
“Insomma, parliamoci chiaro. Lei crede che Totò Riina fosse davvero il capo della mafia? Una mafia che fa girare 130 miliardi di euro all’anno? Lei crede che Riina o Provenzano avessero mai sentito parlare nella vita del Velabro e dei Georgofili? É pensabile che la mafia, con i suoi codici secolari, abbia adottato per la prima volta dopo Portella Della Ginestra il linguaggio terroristico delle stragi senza una ragione forte, politica?”

Qual era l’obiettivo politico degli attentati?
“Erano i giorni di Tangentopoli, della fine dei partiti della Prima Repubblica, della svalutazione della lira. Da quel terremoto si stava uscendo con il governo Ciampi. Ciampi s’insedia nell’aprile del ’93. Il 27 maggio c’è l’attentato di Firenze, il 27 luglio quelli di Milano e Roma. Poi c’è il fallito attentato allo stadio Olimpico, contro i carabinieri. E poi le stragi finiscono. Perché? Le domande sono due e la risposta, temo, una. Perché la mafia comincia a fare le stragi? Perché la mafia smette di fare le stragi?”

Grasso dice perché era nata la nuova forza politica destinata a prendere in mano il Paese e garantire gli interessi di sempre.
“Un altro aspetto che si sottovaluta è che quelle bombe sono annunciate. E non dalla mafia, ma da ambienti della politica e dei servizi. Il 6 marzo del ’92 Elio Ciolini, piduista con un passato nei servizi, annunciava l’imminenza di “altre bombe, altre stragi”. IL 22 maggio del ’92, alla vigilia di Capaci, Vittorio Sbardella parlava a un’agenzia del timore di “un’altra strategia della tensione”, di un prossimo “colpo grosso”…”.

Lei in campagna elettorale chiese alla mafia di non votare per il Pd. Nella stessa campagna, a una settimana dal voto, Berlusconi definì eroico il boss mafioso Mangano. Lo stesso premier che oggi attacca Saviano e con la legge sulle intercettazioni, a parere del governo statunitense, ostacola la lotta alla mafia
.
“Io non faccio ipotesi, sto ai fatti. Chiedo soltanto che Berlusconi e il governo non tacciano, che rispondano. La lotta alla mafia non è questione di parte, è il tema bipartisan per eccellenza. Aggiungo, sempre in base ai fatti, che un giudice ha scritto che il presidente del consiglio ha ascoltato personalmente le intercettazioni riguardanti Piero Fassino, all’epoca segretario dei Ds, e invece di chiamare la procura le ha passate al suo giornale di famiglia perché ne facesse un uso politico. La stessa procedura, più o meno, ha seguito nel caso di Piero Marrazzo. Ma com’è possibile che una notizia come questa passi nell’indifferenza? Il Watergate che costò la presidenza a Nixon era meno di questo. Dobbiamo sperare che le indagini ci dicano che nessuno di questi sospetti è reale. Ma se lo sono davvero la storia d’Italia e il suo futuro possono cambiare.”
Curzio Maltese

(Tratto da Republica)

Mafia e stragi, scontro su Grasso il Pdl attacca il procuratore: farnetica

PALERMO – Proiettili e minacce per magistrati e imprenditori, da Caltanissetta a Palermo a Reggio Calabria, reazioni indignate del Pdl alle parole del procuratore nazionale antimafia sull’ “entità politica” favorita con le stragi del 93, un’ altalena di conferme e smentite sulle indiscrezioni relative alle inchieste sulle stragi e, sullo sfondo, una difficoltà di coordinamento fra le tre Procure che indagano sulla stagione delle bombe. Si torna a respirare aria pesante in Sicilia e non solo. Ieri, dopo le tre buste con proiettili e minacce di morte arrivate al procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e ai protagonisti della svolta di Confindustria Sicilia Ivan Lo Belloe Antonello Montante, un’ analoga missiva è arrivata al procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone. Per i due magistrati il vicepresidente del Csm Nicola Mancino ha chiesto un immediato rafforzamento della tutela. «Operare in certi contesti senza il consenso vuol dire essere lasciati soli e questi sono segnali che in terre di infedeli contano tantissimo», dice il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso da Firenze mentre le sue parole sulla “strategia della tensione” messa in atto nel 93 da Cosa nostra suscitano reazioni risentite nel centrodestra. «Il procuratore Grasso è stato generico nello stabilire una connessione fra gli attentati di mafia del ‘ 93 e la nascita di quello che egli chiama una nuova entità politica – dice il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto – Qualora, però, egli volesse far sua una interpretazione già corsa in settori giudiziari-giustizialisti-politici su un rapporto fra quella vicenda criminale e la nascita di Forza Italia, allora gli dovremmo dire con franchezza che la sua sarebbe una interpretazione farneticante e una gravissima testimonianza di un rinnovato tentativo di uso politico della giustizia». Gli replicano Laura Garavini del Pd e Luigi Li Gotti dell’ Idv che trovano “farneticante” invece «attaccare in questo modo chi è in prima fila concretamente nella lotta contro tutte le mafie ed è impegnato ogni giorno nel lavoro per scoprire la verità sulle più importanti stragi commesse da Cosa Nostra». Il procuratore nazionale antimafia non ritorna sull’ argomento alle prese, per altro, con non facili problemi di coordinamento tra i magistrati delle tre Procure i cui rapporti vengono resi sempre più complicati dalle recenti indiscrezioni che sfuggono al segreto istruttorio. E che ieri sera hanno spinto il ministro di grazia e giustizia Alfano a definire «da irresponsabili l’ uso di una libera stampa che danneggia indagini come quella sulla strage di Capaci con fughe di notizie». Che finiscono con l’ ingenerare un clima di diffuso sospetto. Dice il pm di Palermo Antonio Ingroia: «Se le cose scritte fossero vere saremmo davanti a una grave fuga di notizie. Se non sono vere c’ è qualcuno che vuole intorbidire le acque e dividere le procure di Palermo e Caltanissetta». Da mesi ormai i pm di Palermo, Firenze e Caltanissetta interrogano, uno dietro l’ altro, i due testimoni che hanno dato nuovo impulso alle indagini, Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino, in una sorta di corsa a chi arriva prima a mettere a verbale dichiarazioni o a “mettere le mani” su documenti importanti, a cominciare dal “papello” a cui naturalmente tutte e tre le Procure ambivano e consegnato da Ciancimino a quella di Palermo. E i magistrati di collegamento della Dna faticano ad avere notizie sulle indagini e ancor di più a coordinare eventuali atti comuni.

(Tratto da Repubblica)

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