Archivi del mese: Novembre 2009

Castelforte – La maggioranza abbandona per non votare la solidarietà al Prefetto Frattasi. Che vergogna!

Il 26 novembre 2009, nella sala consiliare del Comune di Castelforte, si è consumata una delle pagine più tristi della vita amministrativa del nostro Comune. A fronte di un ordine del giorno presentato dal gruppo di minoranza del Partito Democratico teso a rappresentare la solidarietà al prefetto di Latina dr. Frattasi “per il lavoro svolto e per il senso dello Stato che la sua azione è riuscita a profondere nella Provincia di Latina”, prima la maggioranza ha votato contro l’inversione dell’ordine del giorno (già era nell’aria la volontà di discuterlo come ultimo punto all’ordine del giorno per poter abbandonare l’aula…), successivamente ha presentato un generico ordine del giorno di lotta alle mafie senza alcun accenno alla figura e all’azione del prefetto Frattasi o alle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni della provincia di Latina, in ultimo ha deciso di abbandonare l’aula definendo “speculazione politica” la mozione del gruppo di minoranza del Partito Democratico, che aveva dato la disponibilità a votare all’unanimità anche l’ordine del giorno contro le mafie presentato all’ultimo istante dalla maggioranza.
In aula sono rimasti solo i tre consiglieri del gruppo del Partito Democratico , il Sindaco, il presidente del Consiglio e il vicesindaco Cardillo.
Una maggioranza , formata da esponenti dell’UDC e da esponenti del PDL, che non si è voluta riconoscere nella mozione di solidarietà al Prefetto presentata dal Partito Democratico, che neppure ha cercato un civile dibattito in aula consiliare, che ha evitato che contenuti quali “il lavoro e l’attività svolta dalla commissione di Accesso e riportata nelle relazioni del Prefetto non ha subito alcun ridimensionamento nella sua portata politica… stiamo assistendo al tentativo di delegittimazione dell’operato del prefetto e della Commissione di Accesso mediante le dichiarazioni di diversi esponenti politici che hanno attaccato più volte il Prefetto Frattasi… tale attacco si è rivelato ancor più forte con le minacce di denuncia che sono state pronunciate sui mezzi di comunicazione da parte di autorevoli esponenti politici … è necessario che le istituzioni in Provincia di Latina diano un chiaro segnale alla cittadinanza in questo momento delicato per il territorio pontino testimoniando anche con atti formali la volontà di sostenere la dura battaglia contro la criminalità e l’illegalità” potessero divenire patrimonio del Consiglio Comunale di Castelforte e di tutta la collettività.
Gli esponenti di maggioranza hanno abbandonato l’aula consiliare per far mancare il numero legale, per evitare qualsiasi confronto, per non “votare”; con il loro gesto hanno indirettamente ribadito la solidarietà a chi cerca di delegittimare l’operato del Prefetto , a chi attacca le istituzioni con minacce di denuncia , a chi ritiene che la criminalità e le infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione siano pura invenzione di una parte politica.
Una giornata triste per la storia del nostro Consiglio Comunale, per la storia di Castelforte, una ennesima dimostrazione che questa maggioranza a “chiacchiere” mostra il suo affetto e la sua vicinanza alle istituzioni, concede la cittadinanza onoraria a rappresentanti delle istituzioni, ma quando deve dimostrare questo atteggiamento con fatti concreti, ecco che la maggioranza preferisce nascondersi, non vuole neppure parlarne, preferisce abbandonare il campo per non inimicarsi il potente o i potenti di turno che stanno cercando di delegittimare il prefetto Frattasi.
Gruppo Consiliare del Partito Democratico
Ciorra Vittorio – Testa Emilio – Mario Di Bello

Allegata copia della mozione presentata dal gruppo consiliare del PD ed inserita all’ultimo punto dell’ordine del giorno dei lavori del Consiglio Comunale di Castelforte del 26 novembre 2009.

Il Consiglio Comunale di Castelforte

premesso che
nel mese di settembre 2008 il Prefetto di Latina Dott. Bruno Frattasi consegnava al Ministro dell’Interno la prima relazione sulle infiltrazioni mafiose che hanno interessato il Comune di Fondi;

considerato che
il lavoro della Commissione di Accesso presso il Comune di Fondi si è rivelato utile e fondamentale
in quanto ha dimostrato nel merito il sistema di rapporti che si è delineato tra soggetti criminali che ha finito per condizionare la politica amministrativa del comune pontino;

visto che
dopo l’ennesimo rinvio sulla decisione di scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Fondi da parte del Consiglio dei Ministri, in data 3 ottobre 2009 il Sindaco di Fondi, la Giunta comunale ed i consiglieri di maggioranza rassegnando le dimissioni hanno determinato lo scioglimento anticipato del Consiglio Comunale;

considerato che
in data 9 ottobre 2009 il Consiglio dei Ministri, invece di procedere allo scioglimento del Comune di Fondi per infiltrazione, si è limitato ad adottare la procedura ordinaria in caso dimissioni del Sindaco;

preso atto che
il lavoro e l’attività svolta dalla commissione di Accesso e riportata nelle relazioni del Prefetto non ha subito alcun ridimensionamento nella sua portata politica visto che in chiave locale stiamo assistendo al tentativo di delegittimazione dell’operato del prefetto e della Commissione di Accesso mediante le dichiarazioni di diversi esponenti politici che hanno attaccato più volte il Prefetto Frattasi, accusandolo di aver condotto “politicamente” l’inchiesta contro il Comune di Fondi, e tale attacco si è rivelato ancor più forte con le minacce di denuncia che sono state pronunciate sui mezzi di comunicazione da parte di autorevoli esponenti politici;

considerato che
è necessario che le istituzioni in Provincia di Latina diano un chiaro segnale alla cittadinanza in questo momento delicato per il territorio pontino testimoniando anche con atti formali la volontà di sostenere la dura battaglia contro la criminalità e l’illegalità;

esprime
la totale ed incondizionata solidarietà al Prefetto Bruno Frattasi per il lavoro svolto e per il senso dello Stato che la sua azione è riuscita a profondere nella Provincia di Latina, ribadendo il pieno e leale sostengo del Consiglio Comunale di Castelforte alla lotta contro la criminalità e le infiltrazioni mafiose per il totale ripristino della legalità.

Castelforte, li 26 novembre 2009

(Tratto da Telefree)

Ed ora, dopo i recenti arresti di casalesi abitanti a Borgo Montello a Latina, qualcuno ci spieghi i motivi per cui fu ucciso Don Cesare Boschin

LO DOBBIAMO ALLA MEMORIA DI UN POVERO PRETE DI CAMPAGNA ASSASSINATO, SECONDO NOI, PER AVER SVELATO I MISTERI DEI TRAFFICI ILLECITI DI RIFIUTI TOSSICI FRA LIVORNO E BORGO MONTELLO A LATINA

La mafia prima uccide e poi denigra. Lo ha fatto con Don Peppino Diana, con Fava, con Falcone ed altri ancora e lo ha fatto anche con Don Cesare Boschin, l’unico prete in provincia di Latina, insieme a Don Simone Di Vito e Don Mario Sbarigia, ad avere avuto il coraggio di parlare della presenza mafiosa.

Nel silenzio generale delle gerarchie dell’epoca ed attuali.

Chi scrive prestava in quegli anni la sua collaborazione nella redazione pontina dell’”Avvenire” e raccolse da quell’osservatorio privilegiato alcune voci relative all’assassinio di Don Boschin.

Voci non corroborate da prove, semplici voci, ma che avrebbero dovuto portare ad indagini accurate, anche perché si parlava di un fascicolo esistente negli uffici della DIGOS di Latina sui traffici di rifiuti fra Livorno e Borgo Montello.

Traffici che avvenivano di notte con l’utilizzazione di autisti del posto, lautamente pagati. Qualcuno di quegli autisti –si diceva- finì nella morsa delle sostanze stupefacenti, forse per non farlo ritenere, nel caso di sue eventuali confessioni, credibile.

Era il periodo in cui le famigerate navi cariche di sostanze nucleari non riuscivano a trovare un approdo perché rifiutate da tutto il mondo. Lo trovarono, infine, a Livorno.

E da Livorno venivano i camion diretti alla discarica di Borgo Montello.

Don Cesare Boschin sapeva perché raccoglieva le lamentele degli abitanti del Borgo e si disse che ne parlò con qualcuno a Latina.

Qualche giorno dopo fu ammazzato.

Noi facemmo dei servizi sull’Avvenire ma nessuno evidentemente si curò di fare indagini accurate.

Fino ad oggi, fino a quando Fabrizio Cirilli, Don Ciotti e gli amici di Libera hanno ripreso l’argomento.

Ora qualcuno ci spieghi il “perché” non furono prese in considerazione le indiscrezioni di allora e permise che di Don Cesare, un prete quasi novantenne, si dicessero le cose più immonde…

Don Ciotti e Libera chiedono la riapertura delle indagini sull’assassinio di Don Cesare Boschin. Per noi è assassinio di camorra e mettiamo sotto processo chi avrebbe dovuto all’epoca indagare e non ha indagato

Martedì 3 novembre, alle ore 17,30 il fondatore di Libera (Associazioni, nomi e numeri contro le mafie) Don Luigi Ciotti sarà a Borgo Montello, nella sala parrocchiale, per incontrare la comunità locale e per un breve ricordo di Don Cesare Boschin, il parroco assassinato nella canonica della parrocchia nel 1995.

Don Luigi Ciotti ha parlato agli stati generali dell’Antimafia, lo scorso 23 ottobre a Roma, della vicenda di Don Boschin e più in generale della situazione del basso Lazio,alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, alla presenza del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e delle massime autorità politiche regionali e nazionali. Alle ore 18,00 Don Luigi sarà ospite del campo Rom di Al Karama a Borgo Montello per la festa dei bambini. Alle ore 19,00 il presidente nazionale di LIBERA sarà a Terracina per incontrare i giovani presso la sala riunione della cattedrale. Seguirà un incontro con gli operatori economici.

Don Cesare e la quinta mafia: le ipotesi di “Libera”. Il problema è che don Cesare sapeva tutto. Arrivato a Borgo Montello, frazione di Latina, negli anni cinquanta dal Veneto, era un prete di quelli che scambiano la strada per la chiesa e nella strada trovano le omelie più giuste per la domenica. Per questo, perché glielo diceva la strada, don Cesare Boschin pochi giorni prima del 30 marzo 1995 era andato a trovare il capitano dei carabinieri. E avevano parlato a lungo delle cose strane che stavano accadendo intorno e accanto alla discarica: carichi notturni, via vai di camion, cattivi odori. Troppo tardi. O troppo presto. Perché la mattina del 30 marzo 1995 don Cesare, 81 anni, fu trovato nel suo letto in canonica massacrato di botte, incaprettato, il cerotto sulla bocca. Un assassinio di violenza inaudita liquidato lì per lì come una rapina di balordi, forse polacchi. Poi soffiò la calunnia, «una vendetta maturata in ambienti gay»:  fa così la mafia quando vuol confondere le idee e depistare. Di quella storia, infatti, per anni non si è saputo più nulla a parte qualche temerario locale come Elvio Di Cesare, presidente dell’associazione Caponnetto-Lazio, che ha continuato a cercare e scavare. Oggi la morte di don Cesare Boschin diventa un capitolo della complessa vicenda delle infiltrazioni di mafia nel sud del Lazio. Don Ciotti e Libera chiedono la riapertura dell’inchiesta collegandola «a una vendetta da parte delle ecomafie». Scrivono i pmdella Dda di Roma Diana De Martino e Francesco Curcio, titolari delle inchieste Damasco 1 e 2 che hanno portato in carcere mezza amministrazione comunale di Fondi con l’accusa di essere collusa con gli interessi delle ‘ndrine calabresi e dei clan di camorra attivi nell’Agro Pontino: «Nella stragrande maggioranza dei casi si è proceduto da parte delle diverse autorità giudiziarie di questo distretto (Latina ndr.) rubricando la massa dei fatti oggetto di indagine – in realtà di stampo mafioso – in fatti di criminalità comune». Quattordici anni dopo il dossier di don Cesare torna nell’agenda della cronaca. L’associazione «Articolo 21» – ospite della giornata della legalità organizzata ieri dal Pd nella piazza di Fondi, comune infiltrato che il governo non vuole sciogliere – ha ricordato come già nel 1996 Carmine Schiavone, cassiere dei cartelli casalesi, avesse spiegato gli interessi dei clan di camorra e delle ‘ndrine calabresi sul basso Lazio, droga, rifiuti, appalti, la politica. Schiavone raccontò la spartizione degli affari città per città. A Fondi c’erano i Tripodo, delle nota famiglia di ‘ndrangheta: «Si occupavano di stupefacenti, noi gli davamo dai 15 ai 30 kg al mese di cocaina». I fratelli Tripodo sono i protagonisti delle inchieste Damasco e la chiave per capire la capacità di infiltrazione della mafia nel territorio dell’Agro Pontino. E si torna a don Cesare, alle ecomafie e al movente del suo assassinio. Don Cesare sapeva che in quei mesi del ’95 nella discarica di Borgo Montello arrivavano di notte camion carichi di fusti di rifiuti. Glielo dicevano le persone che incontrava per strada. Glielo dicevano le mamme i cui figli guadagnavano «500 mila lire a viaggio». Da dove? Allora navigavano lungo le coste italiane navi zeppe di rifiuti tossici. Non le voleva nessuno, per un po’ furono ormeggiate a Livorno. Solo anni dopo furono trovate bolle che testimoniavano che quei camion si muovevano lungo la tratta Livorno-BorgoMontello-Caserta. Solo oggi la Regione Lazio ha dato ordine di verificare cosa c’è sotto «S-zero», la parte dismessa della discarica di Borgo Montello. L’Arpa ha sentenziato in questi giorni: ci sono fusti tossici, a centinaia. Quelli di cui parlava don Cesare con il capitano dei carabinieri pochi giorni prima di morire

Il Lago di Paola di Sabaudia é per legge pubblico

Il lago di Paola a Sabaudia, a parte le sentenze e le considerazioni, che potrebbero venir superate, può diventare pubblico in ogni momento ai sensi e per gli effetti dell’art.1 del R. D.1775/1933.

L’ambientalismo e l’anticamorrismo di taluni che in ogni intervento, loro o di altre persone, dopo le solite premesse ambientali o anticamorristiche, tendono a ribadire che il lago è privato, non ci convincono.

Applichiamo la legge e dichiariamo finalmente il Lago pubblico e a disposizione dei cittadini.

Un diverso modo di fare antimafia: fatti e non solo parole

Abbiamo terminato e consegnato in queste ultime settimane un dossier circostanziato relativo alla situazione criminale nell’alto Lazio, dall’area di Civitavecchia al viterbese.

Stiamo per terminare un secondo dossier che si riferisce all’area sud della regione, Formia, Gaeta, il cassinate e che consegneremo a chi di dovere.

Un terzo dossier lo abbiamo composto e consegnato con riferimento all’area centrale del pontino, Terracina, San Felice Circeo, Fondi.

Situazioni allucinanti, che vedono una presenza radicata delle mafie sul nostro territorio, con sponde robuste nelle istituzioni e nella politica.

Abbiamo riunito i nostri amici nei giorni scorsi a Pomezia, per una giornata intera.

Un confronto significativo sul modo di fare investigazione, ricerca, individuazione di insediamenti ed investimenti sospetti.

Siamo soddisfatti dei risultati conseguiti durante la giornata in quanto fra i numerosi partecipanti provenienti da tutte le province del Lazio si è registrata una piena ed entusiastica condivisione della linea da noi imboccata da parecchi anni, quella della collaborazione con le forze dell’ordine e della Magistratura.

Non si può delegare solamente a queste il compito di contrastare le mafie.

Specialmente da quando esse sono sotto attacco e ridotte quasi all’impotenza da un esecutivo che non lascia passare giorno per indebolirle sempre di più.

Convegni, documenti, corsi di cultura della legalità e quant’altro sono, sì, importanti per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla gravità della situazione, per formare coscienze ed intelligenze. Ma non bastano.

Non bastano perché nel frattempo le le mafie stanno completando l’occupazione del nostro territorio, si stanno impossessando sempre di più della nostra economia, infettandola e rendendola illegale, dei partiti politici, delle istituzioni.

I casi di Nettuno, Fondi (e di chissà quanti altri comuni che dovrebbero essere sciolti nel Lazio per infiltrazioni e condizionamenti mafiosi! ) sono emblematici.

Come emblematico è l’atteggiamento di quella parte politica, a destra come a sinistra, che gira la faccia dall’altra parte, fa finta di non vedere e di non capire, non nasconde un profondo senso di fastidio quando le parli di mafia, o, addirittura, ne nega l’esistenza.

Prova evidente di una contiguità e di collusione con le mafie veramente allarmanti.

Ecco perché noi abbiamo scelto la strada dell’indagine e della denuncia.

Fatti e non solo parole, in un rapporto di collaborazione con quei magistrati e rappresentanti delle forze dell’ordine che quotidianamente sul campo mostrano di voler onorare il giuramento di fedeltà allo Stato.

Le operazioni “Formia Connection” prima e “Damasco” poi hanno avuto l’effetto dei gas lanciati nelle fogne per uccidere i topi. Questi sono venuti tutti fuori dalle fogne

GLI EFFETTI POSITIVI DELL’OPERAZIONE “DAMASCO” A FONDI: L’AVER FATTO EMERGERE LA PARTE PURULENTA DEL TESSUTO POLITICO, SOCIALE, CULTURALE DELLA PROVINCIA DI LATINA

Oggi, dopo l’operazione “Damasco”, si conoscono, nome e cognome, uno per uno.

Collusi, contigui, fiancheggiatori.

La parte purulenta, fetida della società pontina.

La mafia più pericolosa, quella che fornisce alimento a quella violenta- la cosiddetta ala “militare”-, la manovalanza.

L’operazione “ Damasco” ha avuto lo stesso effetto dei gas lanciati nelle fogne per stanare ed uccidere i topi.

E i topi sono scappati dalle fogne, per non morire. Per ora sono salvi. Sembra!

Diciamo che le indagini delle DDA, oltre agli effetti pratici- gli arresti, i processi, i sequestri e quant’altro ancora ci dovrà essere ancora – hanno portato alla realizzazione di una sorta di muro di Berlino in provincia di Latina, una netta linea di demarcazione nella società pontina:

la parte purulenta, corrotta, collusa da una parte, quella sana dall’altra.

Chi con la mafia, chi contro la mafia.

Questo è per noi il risultato più importante, quello, purtroppo, non riconosciuto ed apprezzato anche da parte di chi – la parte sana appunto – dovrebbe.

Oggi gli elementi, emersi prima dalla “ Formia Connection “ (della quale, però, aspettiamo gli esiti per quanto attiene alla parte del “voto di scambio”) e poi dalla “ Damasco” –che, si badi bene, è appena agli inizi –, per tirare le fila e ricomporre il puzzle del putridume pontino, ci sono tutti.

Il lavoro dei Magistrati delle DDA e di investigatori capaci, quali hanno dimostrato di essere quelli della DIA soprattutto e, non ultimi, del Comando Provinciale dei Carabinieri di Latina, specialmente durante la fase di comando del Col. Rotondi;

la denuncia puntuale, quotidiana, profonda – si abbia l’onestà intellettuale di riconoscerlo pubblicamente, al di là di ogni eventuale pregiudizio- dei coraggiosi giornalisti di “ Latina Oggi “ e, in particolare, del loro Direttore Sandro Panigutti;

l’opera silenziosa di scavo e di collaborazione –ci si consenta questa sorta di autoesaltazione, una volta tanto – che da anni svolgiamo anche noi sul territorio,

hanno portato alla definizione del quadro cui ci troviamo di fronte in provincia di Latina quando parliamo di mafie.

Noi siamo sempre più convinti della necessità di parlare di mafia indigena, locale, formatasi e consolidatasi negli anni, non più d’importazione, annidata nei gangli vitali della nostra società.

Non solo di questa, per carità, perché il ruolo criminale degli “altri”, di quelli venuti da fuori -cioè, campani, calabresi, siciliani e quant’altri. , -è ancora significativo.

Ma se ci fosse stata un’azione di… prosciugamento delle risorse e non di sostegno da parte dei “locali”, come si è verificato, non saremmo arrivati al punto in cui siamo arrivati.

Quello che ci inquietano –e sentiamo il dovere di denunciarlo – sono la freddezza, , talvolta il disinteresse e la pavidità, di quella parte del tessuto culturale, sociale, politico, religioso pontino che non è corrotto e colluso con le mafie ma nemmeno minimamente attivo.

E questo è grave perché comportamenti del genere rasentano, sul piano oggettivo, la collusione con le mafie. Quelle mafie che si trovano nei consigli comunali e nelle altre assisi, a tutti i livelli ed ambienti, nella Pubblica Amministrazione, nei partiti politici e così via.

Le più pericolose.

Mafia, Carlo Lucarelli “Dal premier parole sciocche, mettono a rischio noi scrittori”

Roma, 29 nov. (Adnkronos) – La frase pronunciata dal premier “mette a rischio” gli scrittori che si occupano di mafia. Così Carlo Lucarelli commenta le affermazioni fatte da Silvio Berlusconi a Olbia. “Quelle affermazioni mi sembrano una grande sciocchezza, perche’ non e’ certo scrivendo di mafia che si crea la mafia; anzi, semmai il contrario”, commenta Lucarelli ai microfoni di Cnr media.

“Quella frase – aggiunge lo scrittore – mette a rischio tutti noi, perché scriviamo di problemi italiani quindi anche di quello. La mafia già c’è, noi ne scriviamo, facciamo capire alle gente quali sono i meccanismi che la producono e che la fanno crescere, sperando che serva a toglierla di mezzo. Non è non parlando delle cose che le cose non esistono più. E’ molto più facile chiudere gli occhi, girarsi dall’altra parte soprattutto quando certi temi danno particolarmente fastidio, piuttosto che affrontarli direttamente”. “Noi facciamo in modo diverso – continua Lucarelli – crediamo che i problemi vadano affrontati di petto e subito, e che vadano risolti, non nascosti. Io lo vedo – conclude – dalle persone che incontro, dalle mail che riceviamo, dai ragazzi che incontro nelle scuole o durante altre iniziative. Da parte di tutti c’e’ una grande curiosità e un grande interesse a sapere cosa è successo per capire cosa puo’ succedere”.

(Tratto da Contro La Crisi)

Relazione annuale della Commissione Parlamentare Antimafia sulla ‘ndrangheta

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Ora le prove cominciano ad esserci. Però, alla luce di queste, cominciamo ad indagare sul “perché” non si ritenne di indagare quando Finestra inviò ai giornali il comunicato che annunciava l’individuazione dei fusti. E cominciamo ad indagare anche se l’assassinio di Don Boschin e l’attentato alla vigna del Gabbiano non debbano essere rivisti nel quadro della forte presenza nell’area di Borgo Montello della camorra casalese

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Borgo Montello ma anche Formia compaiono in questa vicenda che testimonia ancora una volta il radicamento della camorra in terra pontina e, più in generale, nel Basso Lazio

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Ecco la Roma sordida, fatta di escort, viados, cocaina, raggiri, ricatti, intrecci, violenze, rapine, corruzione, mafia, massoneria e malapolitica

Se Gadda fosse ancora vivo ne ricaverebbe probabilmente un altro capolavoro “poliziesco” attualizzando il romanzo precedente e adattandolo alla Roma contemporanea e postmoderna, perché l’intera vicenda originata dalla irruzione nel ben nota via della periferia nord della capitale a quel numero civico che, per coloro che hanno la memoria lunga mette pure i brividi si presta quasi naturalmente a essere riprodotta letterariamente. Un altro “mistero”… Un altro “giallo” italiano che intinge la punta dell’inchiostro nelle ferite di una società allo sbando, di un impalco istituzionale ormai a pezzi e forse per questo ben rappresentato da cotale presidente del Consiglio. Ma noi che siamo aspiranti letterati ed artisti – molto ma molto modesti per carità… – non ambiamo a lanciare accuse gratuite a chicchessia – ma per carità ! – quanto a comporre i pezzi di un mosaico triste e sbiadito avanzando ipotesi e riflessioni e, soprattutto, formulando le domande più stringenti e pertinenti. E’ a partire dal contesto che possiamo veramente comprendere sciogliendo i lacci dei pregiudizi anche più comodi e rassicuranti. Un avviso, invece, agli scrittori e coloro che si cimentano con la scrittura di romanzi con qualche ambizione artistica in più rispetto al pur umano desiderio di sfornare l’ennesimo bestseller del genere criminale… Per introdurre il lettore nella trama deporrò quindi lo stile “cronachistico” per adottarne uno – modestamente, non essendo certamente un autentico scrittore – “letterario”…

E’ un paese postmoderno…

Un paese che fa molto male…

L’Italia immersa nel gelo eterno…

Sempiterna malattia dello Stivale…

E’ l’Italia della Crisi, il paese che si è arreso…

L’incubo è ancora in corso d’opera al termine dei terribili anni Zero. Il treno ha deragliato clamorosamente e l’economia è a pezzi perché lo Stato gode di altrettanta, pessima salute. La Costituzione attende degna sepoltura, ma la fossa è a buon punto… I “presidenzialismi”, i “premierati” sono di gran moda: da un lato il “populismo” berlusconiano che mira ad abbattere ogni barriera e contrappeso; dall’altra si oppone un “presidenzialismo” più temperato, tecnocratico e anglosassone secondo i dettami imposti dai postcomunisti dalemiani e dai postfascisti finiani. Nell’uno come nell’altro caso si risolve tutto in una finzione, in un burattinesco spettacolo, in un reality del reality… Si sa ma non lo si vuole esprimere esplicitamente pena il linciaggio da parte del pubblico, pardon, dei cittadini: il nuovo presedente di una Repubblica presidenziale – signori – non avrà alcun reale potere. Questo curioso tizio assomiglierebbe a quel tale che precipitando da un altissimo grattacielo continua a ripetersi: “- Per ora va tutto bene… Per ora va tutto bene… Per ora va tutto bene…”. Piano dopo piano dopo piano dopo piano… Con la non trascurabile differenza che l’amico di tutti gli italiani trascinerebbe per mano i poveri – si fa per dire… – sessanta milioni di sudditi virtuali per accompagnarli verso lo schianto. Chissà, essendo forse così in tanti, il colpo risulterebbe attutito. Già me lo immagino, l’amico solerte e paterno di tutti noi poveri – si fa per dire – italiani, mentre pronuncia le fatidiche parole dallo schermo televisivo a 99 reti unificate. “Per ora va tutto bene…”. Questa disgregazione istituzionale fa fregare le mani a molti e l’economia del paese – che lo Stato italiano non può e non vuole tutelare – diventa un gustoso bocconcino per i potentati finanziari internazionali con la complicità di quelli interni. Nuove acquisizioni, nuove fusioni, nuove vendite… Fabbriche che chiudono e lavoratori accompagnati fuori dai cancelli a sonore pedate. Le tutele sono formalità ma quelle formalità sono sempre meno sostanza… Tuttavia la maggior parte della “ggente” – traduzione popolaresca del più postmoderno “pubblico” – comprende poco quel che sta accadendo. Dovrebbe sì aver paura ma questo terrore lo indirizza verso i poveri cristi, gli stranieri immigrati clandestini e non… Altri sono gli stranieri – certo molto più danarosi – che si stanno comprando l’Italia mentre si intona l’Inno di Mameli giustamente alla stregua di uno stornello sa osteria ! E per questo sfacelo la politica italiana dovrebbe recitare il “Mea Culpa”. In primis il Cavaliere che nella sua arrogante esibizione di confusione ha aggiunto caos al caos, poiché altro non gli preme se non il proprio destino, ma pure gli altri, alleati e oppositori hanno dato il loro contributo più o meno rilevante… Il contorno da digerire è sempre lo stesso: corruzione, incompetenza, voracità, avidità, palese disonestà, arroganza, maleducazione, volgarità, ignoranza, ricatti, ricattini e colpi bassi… Coloro che veramente hanno a cuore bene ed interesse collettivo per il quale molto spesso lavorano in silenzio han vita poco più che impossibile…

Nel segreto si attende un Processo pasoliniano che faccia vera giustizia…

E chi potrà mai fare questo Processo ? Chi ne ha l’autentica statura ? Chi può avere l’ardire di dichiarare la propria estraneità all’attuale classe politica ? Basterebbe un frammento di specchio per capire che mentiremmo a noi stessi…

E poi come rimediare allo sfacelo costituzionale, legale, morale, sociale ed economico ? Chi ha veramente testa e spalle per farlo ?

Mi sovviene spesso il povero corpo di Pasolini quasi offerto in sacrificio sull’altarino del popolo italiano e dato in pasto all’opinione pubblica per una storia che aveva per sfondo la notoria omosessualità del poeta…

Un autunno romano…

Roma: ventre molle dello Stivale…

Anni dopo l’orgia vaticana del Giubileo la Capitale si immerge e si fa sommergere dal proprio declino che pare inesorabile… Il declino di un paese…
Forse dall’”hollywoodiano” Veltroni al ruspante postfascista Alemanno poco è mutato se non i soliti equilibri di potere e una maggiore aggressività di gruppi e gruppetti di neonazisti e teppisti che si dilettano negli agguati di extracomunitari e omosessuali a colpi di catena… Le periferie continuano a mantenere il loro stile ed il loro aspetto degradato e squallido e di notte quasi le forze del cosiddetto ordine non vi mettono piede…
E’ nel cuore della notte che si vedono uscire gli animali più strani, esemplari curiosi dell’umanità…
Animali notturni… Predatori e rapaci, ma anche prede destinate al sacrificio…
Quando osservi di notte certe zone delle metropoli una sola parola ti si fissa nella mente come un’ossessione, quasi un incubo: “abbandono”… Irrimediabile, inevitabile… Così, almeno, dicono…
Le priorità, o non ci sono, o sono sempre altre… La città scava i suoi solchi, i suoi fossati…
Allora li puoi vedere gli esemplari di questo zoo, li puoi osservare mentre si dimenano dietro le sbarre dalla tua gabbia fintamente dorata. L’umanità ai margini… L’umanità che non conosce la legalità di un paese che, già di suo, se ne fotte altamente…
L’universo dell’”umanità altra” impastato di (microcriminalità): piccoli ladri e rapinatori, topolini d’appartamento, gente che vive di espedienti, pusher, piccoli spacciatori, tossici, protettori, puttane, viados, trans, bande più o meno giovanili di teppistelli di quartiere magari ad appartenenza “etnica” e via continuando…
Eppure la notte spegne le luci artificiose della città e nel buio tutti i volti sono irrimediabilmente uguali. Confini e fossati non sono più visibili. Si dileguano. Misteriosamente…
Ognuno si diverte come può: c’è chi organizza convegni eleganti e dispendiosi in villa circondandosi di disponibili donnine e di escort magari in cerca di un posto al sole e c’è chi ha saltato il fossato e varcato il confine. Almeno per la notte, si intende…
D’altronde sembra che uno degli slogan pubblicitari più in voga di questa società che pompa sempre più freneticamente sangue pubblicitario e mediatico sia quello di superare ogni limite… Per lo sballo, il piacere, il divertimento…
Droghe, sesso per il sesso, alcool…
La prima a divertirsi è l’Italia “vippara”, frivola e leggera degli anchorman e presentatori televisivi, dei cantanti, degli attori cinematografici e televisivi, dei calciatori, dei piloti… Tutti obbligatoriamente noti e di successo. Ma il tunnel di questo bizzarro divertimento non risparmia certo industriali, finanzieri e politici, l’Italia che dovrebbe essere meno frivola e dedicarsi un pò di più al bene comune. Invece siamo al clima da basso impero, da caduta dell’impero romano. Appunto…
Guardo le lancette dell’orologio e non posso fare a meno di ammettere ancora una volta come il tempo sia crudele e sfugga dalle mani sottraendo sogni e giovinezza. Non mi interessa ergermi a moralista. Non lo sono mai stato e non lo sarò mai. Non credo, tuttavia, che si possa sfuggire ad una domanda stringente come il tempo: con tutti gli impegni pressanti che dovrebbero assillare le giornate delle nostre classi dirigenti – figuriamoci in tempi di crisi – dove trovano il tempo per organizzare festini a base di sesso generoso e più o meno sano e, magari, di cocaina ? Mistero !
Il Cavaliere si lamenta tanto di lavorare come un mulo, ma riesce a ospitare eserciti di escort, veline e quant’altro per allietare i suoi fine settimana. Persone che hanno meno responsabilità non riescono a trovare un “buco” (niente malizia please !) per sé stessi. I miei complimenti !
Però, cari amici lettori, non accanitevi troppo contro le nostre classi dirigenti e quei buontemponi “vippari”: la cocaina ha ormai una diffusione di massa senza distinzione di classe, ceto, razza e classe di età e il sesso sta ormai accompagnando le nostre piccole vite sia pure, molto spesso, nelle forme “parlate”, “virtuali” e “non consumate”. Questi eccessi si configurano come altrettante nuove patologie della società postmoderna del benessere, le malattie dell’edonismo sfrenato… Senza contare che la festa è ormai finita e i botti della Crisi non sono più così lontani.
Su quante e quali droghe edifichiamo le nostre gabbie dorate ?

Stupefacenti, sesso, alcool… Bacco, tabacco e Venere… Però, insomma, i tabagisti – tanto criminalizzati in questi anni – hanno tutti i motivi – e la mia comprensione – per lamentarsi !
Intanto le innumerevoli mafie di questo paese – autoctone o non – ringraziano gli acquirenti…

Impacchettato o meno in un pacco regalo, nella forma dell’amore mercenario offerto dalla prostituzione a vari livelli o della pornografia legalizzata, il sesso inevitabilmente mercificato la fa da padrone e i suoi consumatori sono alla continua ricerca di un prodotto nuovo che “faccia tendenza”. Come direbbero a Roma. “O’ famo strano !”.

I trans, i vituperati viados, costituiscono una relativa novità del mercato del sesso, la “merce” fresca di una società altamente schizofrenica stretta com’è fra l’omofobia alimentata da Vaticano e destre e una falsa tolleranza che cela altre forme di sfruttamento.
Indubitabilmente il trans fa tendenza e fa audience come il caso clamoroso di Luxuria dimostra, ma la discussa vincitrice dell’”Isola dei Famosi” ed ex deputata di Rifondazione è l’eccezione. Le altre non sono così fortunate… I viados di origine latinoamericana che vivono spesso ai margini e in clandestinità sono costrette dalle circostanze ad occupare le ditate periferie cittadine. Magari poi i loro clienti sono importanti… Gente di classe e, magari, abituata a vivere nel lusso, perché, se sei importante, se sei noto, se sei ricco e vuoi concederti serate all’insegna del “famolo strano” – contorno di cocaina a parte – non puoi che attraversare l’altra parte della metropoli, superare il confine e recarti là, nel buio in cui tutti i volti si assomigliano e la notte regna sovrana… Nella notte in cui il bianco si associa al nero e il nero assorbe il bianco per inghiottire tutto in una gigantesca zona grigia.

E’ qui che la nostra storia inizia e, forse, è sempre qui che terminerà…

Consapevolmente e forse senza tentennamenti quegli uomini hanno scelto…

A modo loro hanno scelto di oltrepassare quella linea per immergersi nella notte che tutto inghiotte e digerisce…

Hanno varcato il confine…

Hanno scelto per poter godere degli agi che normalmente un uomo con la divisa non può permettersi, quelle comodità e quei piccoli lussi che grazie ad immonde attività spesso soggetti dell’altra sponda possono permettersi…

Perché quegli uomini, fra i protagonisti der pasticciaccio, sono uomini con la divisa, militi dell’Arma…

Consapevolmente e forse senza tentennamenti hanno scelto di abbracciare la notte che dovrebbero essere chiamati a combattere…

Questi “sbirri militari” – senza offesa – sono molto diversi dai carabinieri “infedeli” a cui siamo stati abituati cimentandoci nelle letture sui cosiddetti “misteri d’Italia” e non rispondono al consueto stereotipo del “carabiniere un po’ fascisteggiante” che si presta a sordide manovre per un malinteso senso dello Stato.

I nostri personaggi assomigliano agli sbirri corrotti e delinquenziali dei film americani o dei romanzi di James Ellroy, poliziotto che, o si vendono al migliore offerente della malavita o finiscono per immergersi anima e corpo nelle attività criminali e criminose.

Dalle voci circolanti in un certo ambiente popolato da viados, ruffiani e piccoli spacciatori, i quattro militi avrebbero messo su un bel giro di ricatti ed estorsioni con notevoli possibilità di lucro.
Innanzitutto, con estrema facilità, potevano ricattare ed estorcere denaro a soggetti ai margini della vita della società capitolina, poveri – e si fa per dire – disgraziati come i viados, sudamericani e clandestini i quali, proprio per la loro intrinseca debolezza, possono essere anche costretti a partecipare ad altre attività poco edificanti.
In secondo luogo, grazie all’ottima conoscenza del giro di prostituzione nell’ambiente dei trans e alla ricattabilità di questi ultimi, i nostri avevano la possibilità e i mezzi per praticare il ricatto nei confronti di personaggi dell’Italia “vippara” che si erano fatti incautamente sorprendere in equivoche posizioni o atteggiamenti in compagnia del “terzo o quarto” sesso.
Infine e non da ultimo, non poteva mancare il modo di arrotondare il già cospicuo gruzzolo vendendo a talune agenzie fotografiche o a taluni giornaletti e giornalini scandalistici o “gossippari” l’osceno materiale buono per un pubblico di lettori affamati di storielle morbosette o desiderosi di compiacere il loro ipocrita moralismo. Perché – si sa ! – in certi ambienti sesso e droga circolano fuori misura… Come è facile evincere il povero Fabrizio Corona – che comunque non è Silvio Pellico – fa la figura del dilettante di fronte a questo quadretto. Non pare possano esservi molti dubbi in proposito: l’ex Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo – che per le sue “debolezze” ha pagato e sta pagando piuttosto caro gettando nell’immondizia quanto di buono può aver fatto operando in questi anni – è caduto in una rete, in una trappola predisposta e organizzata per motivi ben precisi.
Il gioco, probabilmente, è già stato tentato in altre occasioni e forse con successo: il malcapitato viene sorpreso in uno squallido appartamento con una trans durante un’irruzione simulata e ripreso con un cellulare. Esposto e vulnerabile il facoltoso soggetto in questione decide di cedere al ricatto e di pagare senza sospettare che si tratta di una trappola in cui – con discreta evidenza – parrebbe coinvolto/a l’oggetto delle proprie eterodosse attenzioni sessuali. Come è facile intuire, infatti, non dovrebbero esserci difficoltà insormontabili per trascinare altri soggetti ricattabili, ma ai margini della società e al di fuori della legalità ufficiale come i viados in questi giochetti lucrosi.
Il “ricattato” incassa per la sua reputazione e per la famiglia…
Il gentile lettore storcerà il naso: ma come ? I nostri baldi militi possono in tutta calma piazzare microcamere per riprendere le pose più imbarazzanti delle loro vittime e, invece, si producono in irruzioni plateali e un poco esibizioniste che, al contrario, proverebbero la sostanziale casualità dei blitz ? Non balocchiamoci troppo sul romanzesco… I carabinieri irrompono a colpo sicuro nell’appartamento in cui c’è Marrazzo e si disinteressano completamente agli altri appartamenti…

Se vogliamo fare accostamenti utili, forse quei militi, più che ai personaggi di Ellroy fanno pensare a quelli dei film di Quentin Tarantino, esibizionisti che non brillano per particolare intelligenza.

Non c’era bisogno di frequentare il giro dei viados della capitale per avere una certa nozione delle debolezze di Marrazzo a cui già si era accennato alle ultime elezioni regionali nel più che probabile tentativo di spianare la strada al rivale Storace. Le voci circolano e i determinati fatti sono risaputi in certi ambienti. Il clamore è buono, appunto, per un pubblico che ormai vegeta nell’ignoranza.
Il binomio sesso e droga – il rock’n roll è ormai fuori moda e troppo indigesto alla curia vaticana – non incontra solo il favore di una buona parte dell’Italia “vippara”, mediatica e godereccia, ma anche dell’Italia del Potere e delle stanze della “politica che conta”. Nulla di nuovo sotto il sole… I politici nostrani – così come quelli di paesi più o meno “evoluti del nostro” – non sono mai stati immuni a certi vizietti… Il benessere – si sa – ha molta attinenza con la diffusione di discutibili passatempi. Se in questa storia l’ex Presidente del Lazio – già notissimo giornalista e conduttore del programma televisivo di denuncia dei raggiri “Mi manda Raitre” – fa la figura dell’ingenuo e dello sprovveduto che si è lasciato fin troppo facilmente irretire da soggetti che non si distinguono per particolare genialità e ingegnosità nel porre in essere le proprie attività criminali ciò avviene perché l’Italia del Potere – soprattutto nella politica – ritiene di essere molto più coperto e protetto dell’altra Italia abbiente, quella “vippara”, crapulona e, sotto determinati aspetti, più innocua.
Così Marrazzo, che sa di essere ripreso mentre è in mutande e che decide di pagare, continua a incorrere nell’errore…

I conti, però, non tornano in questa storia brutta come tante altre in questo paese… Se il ricatto costituisce fonte di remunerazione precipua di questa “piccola” rete dalle venature delinquenziali piuttosto spiccate con il coinvolgimento di carabinieri “equivoci”, pusher, papponi e viados, perché alzare il tiro e tentare il colpo grosso ? Perché prendere di mira un personaggio della “politica che conta” che, come tale, ha conoscenze e mezzi sufficienti a far vedere i sorci verdi a questo modesto popolino della notte ? Non è più conveniente mantenere un profilo più basso e proseguire nelle consuete attività estorsive ? L’impressione è che siamo alla punta dell’iceberg…

Il popolino notturno rumoreggia, strepita e trema…

I carabinieri, nell’immediatezza dell’arresto, ripetono che “sono entrati in un gioco più grande di loro”…

Il pusher e protettore di viado, tale Cafasso – colui che, secondo le dichiarazioni rese dagli incriminati, aveva filmato Marrazzo – aveva paura di “essere rimasto coinvolto in una vicenda più grande di lui”…

Idem per il viado Brenda, l’amica di Nathalie, colei che era stata sorpresa con Marrazzo…

Quisquilie e bubbole – si potrebbe liquidare agevolmente – se, malauguratamente, non fosse che il Cafasso e Brenda sono morti in modi che fanno pensare all’intervento di qualche branca dei servizi segreti o di qualche occulta agenzia magari servendosi di qualche elemento della malavita capitolina – autoctona o meno – pagato per l’occasione.

Com’è come non è, sono proprio gli attori di questo romanzetto criminale, i personaggi inseriti nel presunto giro di ricatti a rischiare la ghirba ed ora si teme per Nathalie…

“Usi ad obbedir tacendo” i carabinieri “infedeli” potranno cavarsela con molto meno…

Ma poi, perché ridurre l’affare Marrazzo ad una banale storia di ricatto con contorno di sesso omo e di cocaina ?

La notte pulsa di un altro cuore…

Gli elementi accertati e sicuri riguardano gli approcci della banda con l’agenzia fotografica Photo Masi e i giornali di area berlusconiana e di centrodestra (Mondadori e Angelucci). Inizialmente è il povero Cafasso a prendersi l’onere di contattare un paio di croniste di “nera” di “Libero” – allora ancora diretto da Vittorio Feltri – per vendere lo scottante filmato. E quelle immagini sembrano scottare davvero se il pusher – che forse era presente durante l’”irruzione simulata” e aveva ripreso l’intera scena – viene “fulminato” da un’overdose provvidenziale. Se di morte provocata si tratta – e da quel che sta emergendo non pare il caso di farsi molti dubbi – l’autore voleva riparare all’errore di aver riposto “fiducia” in una persona poco affidabile e lanciare un messaggio a coloro che sono coinvolti nel fattaccio. Invece il primo tentativo di “vendere” il filmato a “Libero” và a vuoto così come quello di rivolgersi al periodico “leggero” “Oggi” edito dalla RCS, il gruppo rappresentativo del grande capitalismo italiano che, fra le altre cose, sforna il “Corriere della Sera”, il “Sole 24ore” e la “Gazzetta dello Sport”. Le difficoltà per la pubblicazione derivano dalla natura intrinseca del filmino, merce che odora neanche lontanamente di reato. Il blitz dei nostri baldi carabinieri è stato effettuato in violazione e spregio delle norme per la privacy, privo com’è della necessaria autorizzazione della magistratura. Chi vi ravvisa il pericolo e il rischio della ricettazione di merce che scotta non è poi lontano dal vero… Eppure Marrazzo e Natalie fanno il giro d’Italia e sono visionati da mezzo mondo del giornalismo italiano e, fra costoro, nessuno pensa di informare gi inquirenti. Perché ?

Nella vicenda pare che un ruolo non secondario sia rivestito da Signorini, il “re del gossip”, uomo di punta della Mondadori e direttore dei settimanali “Chi” e “TV Sorrisi e Canzoni”. Quando è deflagrato lo scandalo Noemi l’attivissimo Signorini ha curato una campagna stampa per recuperare l’immagine di un Berlusconi ottimo padre di famiglia e marito premuroso – nonostante l’esplicito attacco della consorte ! -. Dopo essere venuto a conoscenza del filmato dei carabinieri ha avvertito Marina Berlusconi che a sua volta ha informato papà… Che sta succedendo ?

Il (non) potere del Cavaliere è traballante e la sua credibilità è scossa da ripetuti scandali che solleticano pruriti sessuali e non solo… Noemi Letizia, la D’Addario, le festicciole in Sardegna, l’intervento deciso e più che irritato della signora Veronica… Il Cavaliere comincia a sentir franare il terreno sotto i piedi e i peccatucci che dovrebbe scontare sono numerosi e certo non solo sessuali… Gli attacchi non sono pochi e non provengono solo dai tradizionali avversari dell’opposizione riferibile all’area di Di Pietro o dal gruppo “Repubblica” – “L’Espresso” (De Benedetti). I tentativi di introdurre le veline e le escort nella “politica che conta” da parte da un Cavaliere che, per lucidità, a tratti ricorda l’imperatore Caligola vengono stigmatizzati dalla fondazione “Farefuturo” vicina al Presidente della Camera Gianfranco Fini. In precedenza il primo a porre la questione della “puttanizzazione della politica” all’interno del centrodestra era stato Guzzanti senior, già in quota nella berlusconiana Forza Italia, e, prima ancora giornalista di “Repubblica” e poi simpatizzante del PSI craxiano e del Presidente emerito Cossiga. La causa scatenante era stata probabilmente la dura reazione all’interno della maggioranza contro l’esibizione della Guzzantina Sabina la quale, certo non velatamente, aveva additato agli equivoci meriti del ministro Carfagna. Quisquilie, facezie, umorismo boccaccesco… Così, almeno, sembra…

Invece si sta combattendo una guerra non troppo sotterranea a colpi di penna e di inchiostro, stilettate sferrate da giornalisti che si dividono fra pro e contro Berlusconi. Il quale non si fida molto dei suoi se in Parlamento è costretto a chiedere ogni volta la fiducia nonostante la larga maggioranza. I fronti giudiziari sono poi veramente troppi ed aleggia il fantasma di Hamamet come quello di Cesare nella tragedia shakespeariana. Il Cavaliere teme alla follia la mannaia giudiziaria e sa che non può personalmente permettersi di perdere il potere perché sarebbe il capolinea… Iniziato alle meravigliose arti del piduismo il nostro non è tipo da porgere cristianamente l’altra guancia, anzi, per ogni schiaffo è pronto a restituirne dieci e ogni sonoro sberlone risuona come un’eco assordante nella notte della Repubblica ormai avvezza alle sue notti… Anche sul fronte “sessuale” è necessario porre rimedio e rintuzzare i colpi degli avversari politici e non…
Tra la fine dell’estate e l’inizio d’autunno è ormai pronta una campagna aggressiva a mezzo stampa.
Berlusconi richiama lo “squadrista mediatico” e propalatore di messaggi intimidatori Feltri che da “Libero” ripassa al “Giornale” per sostituire il recalcitrante Giordano. Ogni regola salta e il cannone spara a vista… La corazzata berlusconiana e mondadoriana è compatta e raccolta attorno al premier e padrone. Fra i bersagli il direttore dell’”Avvenire” Boffo che è costretto alle dimissioni, il giornalista di “Repubblica” già volto familiare di Raitre Corrado Augias accusato di avere un passato come spia al soldo dei comunisti cecoslovacchi e lo stesso Gianfranco Fini ansioso di sganciarsi e prendere le distanze dal leader della sua coalizione. Feltri, soprattutto, non si risparmia intingendo la sua penna nel veleno che gli è abituale.
Nonostante che i critici impegnati a disapprovare i disinvolti “costumi sessuali” del premier vengano tacciati di moralismo interessato dagli intrepidi difensori della rispettabilità del Cavaliere che, spesso, è anche padrone della carriera di questi ultimi, sono altre le teste che cadono su questo campo di battaglia. Boffo, Marrazzo, appunto… le cui storie si tingono dei colori dell’omosessualità più o meno latente, di inclinazioni sessuali che, quelle sì, quelle sì, sono quotidianamente oggetto di scherno, pregiudizio e di esibizioni d’ipocrisia selvaggia. Ai più poco, invece, importerebbe se per caso i festini berlusconiani non risparmiassero il contorno di minorenni e cocaina. Ma queste, presumo, sono ancora ipotesi al vaglio degli inquirenti mentre noi siamo convinti sostenitori della purezza del Cavaliere senza macchia che mai si macchia…
Far scoppiare un caso Marrazzo è, in tutta evidenza, utile al Cavaliere per colpire un avversario politico e sottrarre al centrosinistra Regione Lazio e credibilità oltre che per distogliere l’attenzione mediatica dalle proprie vicissitudini di grande statista. La portaerei è pronta e al gran completo… Più che affidare il filmino alle cure del telegiornalismo targato Mediaset – ricordate il servizietto mattutino approvato d Claudio Brachino ? – si pensa forse a pubblicare la piccante storia dei vizietti di Marrazzo su un qualche foglio della galassia berlusconiana. Il “gossipparo” “Chi” o il periodico d’opinione “Panorama” ? Oppure affidarsi alla sicura incisività del feltriniano “Giornale” ? O, ancora, lasciare l’onere a “Libero” della famiglia Angelucci ? Politicamente schierati nel centrodestra, gli editori di “Libero” possiedono anche il “Riformista”, quotidiano collocato nell’ambigua area del centrosinistra dalemiano nonché numerose cliniche nel Lazio. Essendo parte in causa nel destino della Regione Lazio e della poltrona del suo Presidente si può comprendere come sulla questione gli Angelucci non possono essersi mossi a prescindere da Berlusconi e senza aver trovato un qualche terreno d’intesa con quest’ultimo.
Feltri, Belpietro, Signorini… Quanti hanno avuto per le mani il girato dei carabinieri ? Sicuramente poca voce in capitolo deve aver avuto il “Foglio” dell’ex comunista, craxiano, teocon e “berlusconiano moderato” Ferrara data la sua vicinanza ed appartenenza alla consorte del Cavaliere.

La nostra storia non pare riservare altri colpi di scena… Marrazzo andrà incontro al suo destino e qualcuno pubblicherà lo scoop, ma non tutto và per il verso giusto… I “nostri” carabinieri ancora impegnati nella trattativa sono pedinati dai colleghi… Qualcosa sta per scattare… Solo allora si accende la lampadina della generosità di Berlusconi che telefona personalmente a Marrazzo, evidentemente ignaro di quel che si stava consumando alle sue spalle, lo informa e lo convince a recuperare il filmato presso la Photo Masi che ha avuto un ruolo nella mediazione fra i militi e i giornalisti. Curioso questo slancio, non è vero ? Di sicuro c’è che la parola “ricatto” non è certamente appropriata per descrivere questa storia. Siamo ai giochi di potere e alla “politica sporca e dei colpi bassi” così in voga in Italia. In aggiunta due morti – due – più che sospette appesantiscono la vicenda…

Già si è ampiamente accennato a Cafasso, ma l”incidente” occorso a Brenda assume un più denso significato nel contesto di questo affare… Si sospetta che, presumibilmente, chi ha inscenato la morte del trans ha voluto eliminare un testimone fondamentale e coprire i nomi dei personaggi eccellenti coinvolti come clienti nella prostituzione dei viados… Due cellulari sarebbero spariti e il PC di Brenda sarebbe stato gettato nel lavandino del suo squallido appartamento con il rubinetto aperto. I conti, però, non tornano mai… Già minacciata e pestata da ignoti balordi probabilmente su commissione, senza alcuna protezione pur essendo un’importante testimone del caso che ha determinato le dimissioni del Presidente piddino del Lazio, può essere stata messa a tacere solo perché parte in causa se di assassinio si tratta. Riflessione banale e ovvia…
Ma la sua testimonianza avrebbe dovuto preoccupare – per così dire – più i “ricattati” o i “ricattatori” ? E poi sono più importanti i cellulari che sono scomparsi o il PC rimasto in bella vista e quasi collocato con un pizzico di platealità ?
Per quanto l’incarico possa essere stato commissionato a piccoli delinquenti o balordi da strada se si volevano cancellare tutte le tracce e i dati riferibili ad una lista di persone facoltose con il vizietto del sesso a pagamento praticato con i trans è veramente difficile concepire elementi così pasticcioni e malaccorti. Siamo oltre i film di Tarantino !
Chi ha voluto lasciare quel PC, in quella maniera, in quel lavandino aveva previsto tutte le conseguenze… Sapeva che l’attenzione dei media si sarebbe concentrata sulla citata lista piuttosto che non sulla banda che si è servita dei vari Cafasso, Brenda, Natalie, ecc… Sapeva che le cose si sarebbero messe al peggio per l’ormai ex Presidente del Lazio… Si parla, infatti, del filmato completo con due trans e con la coca… Qualcuno aggiunge che la memoria del PC di Brenda conterrebbe i soli i files su Marrazzo ! L’ipotesi implicitamente sostenuta è che coloro che hanno mandato la trans al creatore avrebbero voluto fare un favore all’ex Presidente del Lazio.

Ma la scena del crimine presenta incongruenze e i conti si ostinano a non tornare…

A osservarle, le cose, e ad analizzarli, i fatti, le storie prendono altre pieghe…

Storie ancora da raccontare e da sviscerare…

Storie di notti nelle notti…

Chi tirerà le somme ?

State tranquilli…

Non è realtà bensì un romanzo…

Se questo fosse il paese dovremmo deporre le nostre convinzioni per vagare nel vuoto delle strade della metropoli…

Se questo fosse mondo dovremmo rassegnarci e perire di altre morti…

State tranquilli…

Anzi quel che ivi si racconta non è un romanzo bensì tre…

Il primo è genuinamente verista e descrive – possibilmente nello stile di uno Zola – la realtà sordida, squallida e degradata delle periferie romane, la condanna che un destino cinico e baro ha inflitto in varia ma grave misura ai suoi abitanti. E sorprendentemente qualcuno dell’Italia che conta sconfina in questo territorio popolato dai nuovi paria…

Con il secondo racconto entriamo nel campo del “pulp”, di quelle storie nere e di gangster nelle quali i protagonisti non rinunciano al loro tornaconto lasciandosi travolgere da un abisso di immoralità ed amoralità. Storie di guardie e di ladri nelle quali diventa impossibile distinguere il colore di ogni personaggio. Tanto è buia la notte… Storia di una banda dedita ai “piccoli ricatti” che, però, e forse suo malgrado, si lascia travolgere dal “gioco grosso”… Con inevitabile, la catena di morti misteriose…

Il terzo romanzo appartiene ai canoni della “fantapolitica” ma non troppo… Agli occhi del lettore scorre il racconto di una guerra combattuta con altre armi, la guerra mediatica fra poteri che non risparmia mezzi e risorse. E’ la guerra delle televisioni e della carta stampata che si svolge parallelamente all’altra, quella che costa morti e feriti… Il Quarto, il Quinto e il Sesto Potere si susseguono e sovrappongono senza soluzione di continuità per scavalcare il recinto della notte…

A questo punto inizia il quarto ed ultimo romanzo di questo pasticciaccio brutto senza il quale non potremmo conferire un senso al titolo… State tranquilli, oramai la finzione ha soppresso ogni residuo di realtà e di cronaca…
Secondo i canoni e i cliché più abusati del genere romanzesco e filmico investigativo a un certo punto del racconto – quando la verità comincia davvero a latitare e a prendere il largo – interviene un personaggio che – con il dispiegarsi degli eventi – acquista man mano la consapevolezza di dover sovvertire quest’ordine di cose fondato sulla manipolazione e sulla menzogna. Può essere un onesto e anziano magistrato inviso ai troppo compiacenti colleghi capitolini, oppure un ottimo investigatore della polizia o dei carabinieri abituato ad andare oltre la superficie dei fatti a costo di sfidare i superiori… Può essere un giornalista d’assalto di “nera” desideroso di fare il grande balzo nella carriera o esperto in “misteri”… Infine il nostro protagonista potrebbe pure essere un illustre studioso o intellettuale che, intuendo la portata del caso, si decide a introdursi nel meandri della notte… Oppure si possono far interagire un paio di personaggi di tal fatta per incrociare le loro indagini e sovrapporle. In questo mondo tutto è possibile…
Oramai, però, non siamo più dalle parti di Gadda o di Zola e nemmeno di Ellroy o di un romanzo “giallo” o investigativo. Kafka è la stella polare… Ponendosi il sin troppo gravoso obiettivo di scoprire la verità adoperando gli occhi nella più profonda notte, il nostro ipotetico protagonista finisce per entrare forse inconsapevolmente in un gigantesco dedalo, un mostruoso labirinto che emette le solo sentenze definitive, distruggendo e triturando i suoi malcapitati e malaccorti visitatori. Il nostro ipotetico protagonista apre porte e corre per tutte le stanze possibili per ritrovarsi al punto di partenza ed è proprio lì che per una frazione di secondo intravede un millesimo dei quell’inquietante verità. Questa ha il bagliore delle iridi accecanti del volto della Medusa al cui sguardo pietrificante non ci si può sottrarre… Il verismo iniziale cede il passo ad un’astrattezza che potrebbe dare qualche punto a un quadro di Picasso…

Il nostro intrepido e incosciente protagonista intuisce che la storia raccontata da giornali e televisioni e data in pasto ad un pubblico che ormai non si fa più domande ma, esclusivamente, recepisce non corrisponde la vero. E poi l’odore di servizi segreti si dovrebbe sentire a qualche miglio di distanza… Storie come l’affare SISMI – TELECOM e l’intervento di berbefinte nella produzione dei documenti farlocchi dell’uranio del Niger acquistato da Saddam sono ancora piuttosto fresche anche se nessuno o quasi più voglia o tempo per parlarne o scriverne.
Certo, addentrarsi poi nel mondo tenebroso dei servizi non è cosa agevole e, naturalmente, salutare… Chi se ne giova veramente e li comanda ? L’impressione è di trovarsi al cospetto di altre bande che rispondono alla logica dello scontro per il potere, ciascuna con il suo padrino presumibilmente politico alle spalle. Il nostro ipotetico protagonista rimugina e si incaponisce su un paio di coincidenze che non lo fanno dormire… Potrebbero essere pure casualità, sciocchezze depistanti, oppure…
Prima coincidenza: Marrazzo è stato “sorpreso” con Natalie al civico 96 di via Gradoli ove più di trent’anni prima le BR avevano impiantato il loro “stato maggiore” per dirigere l’operazione Fritz, il sequestro del più importante statista democristiano del quale ormai universalmente si conosce il tragico destino. E’, poi, stato scoperto più recentemente che parecchi immobili di quel numero civico erano appartenevano a società gestite da fiduciari dei servizi segreti civili.
Seconda concidenza: quel computer abbandonato nel lavandino e zuppo d’acqua richiama alla mente il misterioso allagamento che fece “scoprire” il covo brigatista di via Gradoli. Un “incidente idraulico” e non è il primo nella storia brigatista…

Decisamente, queste storie emanano l’odore sulfureo delle agenzie segrete che – si chiede il nostro – come possono c’entrare in tutte queste vicende ? Quale burattinaio o quali burattinai manovrano i burattini ? La convinzione maturata è che solo conoscendo la storia e i fatti legati a via Gradoli e soprattutto al civico 96 si può anche aprire la porta del caso Marrazzo e scioglierne l’enigma.
Si tratta, ora, di ricostruire cosa avvenne durante il famoso sequestro brigatista, cosa successe al civico 96 di via Gradoli, quali presenze si agitavano e si agitano nella via Gradoli.

All’attenzione del protagonista si impone subito la particolarità della via Gradoli ai tempi del sequestro. Uffici dei servizi segreti militari e civili, appartamenti abitati da spioni e barbe finte, sbirri, informatori, confidenti ed infami, covi abitati da stranieri clandestini o da malavitosi latitanti.
Sullo sfondo anche l’ombra degli “opposti estremismi” e terrorismi “rossi” e “neri” che imperversavano in quegli anni. In tutta evidenza la periferica e decentrata via Gradoli si caratterizzava soprattutto come “zona grigia” contrassegnata dallo “stato di non belligeranza” fra le forze dell’ordine e della legalità e quelle, di volta in volta, devianti o sovversive. Magari, oltre alla stretta interconnessione fra questi due mondi apparentemente inconciliabili, scambi di favori e bizzarre associazioni non mancano… Cosa è accaduto in questi trent’anni ? Qualcosa è realmente cambiato ?
Per quel che se ne sa l’enigmatico e presunto capo delle BR – che in quel periodo risiedeva in via Gradoli 96 e, probabilmente, vi aveva tenuto lo statista prigioniero per un certo periodo – aveva scelto una curiosa via per allestire la principale base romana. Di fronte vi abitava un carabiniere in forza al SISMI e compaesano del suddetto boss brigatista.
Le stranezze non si esauriscono certo qui: sul fronte delle società “fiduciarie” dei servizi civili affiora qualche inquietante connessione con la stagione delle stragi mafiose del biennio 1992/93 – ma non è chiaro il ruolo nella vicenda – e nel vecchio scandalo sui “fondi neri” del servizio. Inoltre è documentato come un paio di immobili al civico 96 e al civico 89 appartenessero al futuro capo del SISDE e, successivamente, stimato capo della Polizia…

La matassa s’ingarbuglia quando il nostro comincia ad analizzare l’incidenza della via Gradoli con il caso dello statista sequestrato ed assassinato dalle BR ricavandone alcuni dati più che degni di nota ed interesse:

- La via Gradoli, il covo di via Gradoli 96 erano noti prima del sequestro e, nonostante questo, non è stata effettuata alcuna perquisizione. Neanche dopo la segnalazione di una confidente alla polizia un paio di giorni dopo il rapimento.

- Il nome Gradoli riemerge “miracolosamente” dopo una curiosa seduta spiritica con la partecipazione di qualche personaggio che acquisirà successivamente responsabilità di governo. Quello in carica in quel tempo, invece, decide di predisporre un vero e proprio rastrellamento nel paesino di Gradoli. Questo, appunto, mentre già la via Gradoli è ampiamente nota e monitorata.

- Il Ministro degli Interni, persona enigmatica e quanto mai ambigua, un apprendistato nella rete paramilitare atlantica predisposta dagli angloamericani contro un’eventuale invasione sovietica, costituisce alcuni Comitati di Crisi infarciti di “esperti antiterrorismo” americani, adepti dell’onnipresente loggia P2, anticomunisti viscerali ed amici del Ministro. Come un testimone dovette ammettere: quegli uomini non nutrivano simpatia per il rapito eccellente per l’approccio di quest’ultimo nei confronti dei comunisti italiani.

- Nel periodo compreso fra seduta spiritica e il “ritrovamento” del covo di via Gradoli 96 si assiste a un incessante viavai di importanti personaggi: americani che si recano in Italia ed italiani che vanno negli USA. In aggiunta, alla vigilia della “scoperta” del covo brigatista, uno dei personaggi di punta di un’ambigua scuola di lingue parigina su cui gravano i pesanti sospetti di aver partecipato all’operazione brigatista, parte per Roma per soggiornarvi per poche ore.
Che è successo nel frattempo ? Nella sua prigionia lo statista democristiano ha fatto qualche cenno alla rete paramilitare a cui apparteneva anche il Ministro degli Interni e ha scritto di “resistenze americane e tedesche” alla sua liberazione…

- 18 aprile 1978: quasi in contemporanea un “fortuito incidente idraulico” consente di scoprire il covo di via Gradoli 96 e un nuovo comunicato brigatista (numero 7) annuncia l’avvenuta esecuzione dello statista il cui corpo sarebbe stato sepolto in un lago ghiacciato (!). I due fatti sono pilotati e correlati e non portano né alla liberazione dello statista né alla cattura di elementi delle BR. Curioso…
Il comunicato a cui viene dato incredibilmente credito è un falso confezionato da un malavitoso con agganci con la banda capitolina di spacciatori, rapinatori, sequestratori ed usurai che spadroneggerà Roma per almeno un decennio. Quella banda è nuovamente salita agli onori delle cronache con la riapertura del caso di scomparsa di una ragazza, cittadina vaticana, molti anni or sono. “Mistero vaticano”…
E’ ormai documentato e con dovizia che quella banda aveva potuto aspirare al gotha della criminalità romana prestando i propri sporchi servizi come un’”Agenzia del Crimine”. I casi di coinvolgimento di suoi uomini nei cosiddetti “misteri italiani” non si contano…
Il suo boss più importante, rappresentativo ed influente è stato sepolto come un santo nella cripta della Chiesa di Sant’Apollinare portandosi nella tomba molti segreti. Di nuovo “Mistero Vaticano”…
Per quel che concerne, invece, l’autore del falso comunicato brigatista, egli agì proprio su mandato “governativo” dato che l’idea partì dal famoso “esperto dell’antiterrorismo” americano ormai sulla strada del ritorno… Quella non sarà l’unica prodezza del falsario romano che, divenuto troppo scomodo, sarà messo a tacere con il piombo.

Nonostante minacce, intimidazioni e pedinamenti il nostro non demorde pur avendo la vaga sensazione di girare a vuoto. E’ inquieto, ha paura ma decide di proseguire per una qualche ignota forza che sembra sorreggerlo. Forse non lo sa, ma sta viaggiando nel cuore della notte, in quel territorio ove il buio avvolge ogni cosa. E’ la notte per eccellenza, quella della Repubblica…

Ha la sensazione di aver raccolto i numerosi tasselli di un mosaico ancora incompleto e indecifrabile e, quindi, di aver accumulato una congerie di dati nel marasma della confusione…

A corto di piste, decide di intraprendere una ricerca catastale per risalire ai proprietari ed agli amministratori degli appartamenti di via Gradoli 96 degli ultimi trent’anni. Si imbatte ancora in altri labirinti, scatole vuote, ecc… Eppure pare afferrare qualcosa… Ne è convinto, ma non ha ancora compreso la portata di quello che ha inteso in una frazione di secondo. Come un pensiero repentino che vola via immediatamente nell’attesa di essere di nuovo catturato.

Quello smarrimento…

Quell’estraneità al potere…

Quella lontananza dal “gioco grande”…

E’ immobile nel labirinto, ma forse i suoi occhi brillano già dello sguardo di Medusa.

E’ sorvegliato, pedinato, seguito, ma prende la decisione di recarsi direttamente al civico 96 di via Gradoli a costo di perdersi nella notte e venire inghiottito definitivamente. Forse ha un asso nella manica per mettere nel sacco i suoi persecutori. Ormai non si fida più di nessuno…

Fermo immagine: l’uomo ha citofonato a qualcuno, apre il cancello e si appresta ad entrare…

Qui la storia si interrompe e molto probabilmente non saremo più in grado di approdare alla fine di tutte queste storie…

Ma state tranquilli…

State tranquilli perché la narrazione qua presentata di queste storie ora squallide e ora inquietanti possiede l’andamento e la cadenza della fiction… Questi sono appunti per un romanzo, anzi, per un romanzo che ne contiene ben quattro…

I fatti narrati (non) sono puramente casuali e – chissà ! – forse la finzione e la fantasia superano la realtà…

Almeno quella che ci viene raccontata dai giornali…

(Tratto da Come Don Chisciotte)

L’autogol di Berlusconi contro la Piovra

Silvio Berlusconi respinge le voci di un suo coinvolgimento nelle stragi di mafia, bollandole come “infondate e infamanti”, e attacca nuovamente, come aveva già fatto in passato, gli autori di libri e film come La Piovra che, a suo giudizio, mortificano l’immagine del nostro paese. Per l’opposizione il premier offende chi combatte la mafia, mentre il mondo della cultura giudica le sue dichiarazioni “un autogol”

Lo sfogo del presidente del Consiglio davanti ai giovani del Pdl ad Olbia, arriva dopo le indiscrezioni di ‘Libero’ e de ‘Il Giornale’ su un’iscrizione, per lui e Marcello Dell’Utri, nel registro degli indagati dell’inchiesta riaperta a Firenze sulle stragi di mafia del ’93. Notizia smentita dal procuratore capo di Firenze Giuseppe Quattrocchi. “Non capisco – ha detto Berlusconi – come si fanno a pensare cose del genere e quali sarebbero state le mie motivazioni”. Poi arriva l’affondo contro la fortunata serie tv: “Se trovo chi ha fatto le serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia facendoci fare brutta figura nel mondo, giuro che lo strozzo”.

“Un uomo attento ai sondaggi come il premier spero ricordi che a vedere la puntata in cui moriva il commissario Cattani furono 17 milioni di italiani – replica Stefano Rulli, sceneggiatore storico, insieme a Sandro Petraglia della fortunata serie tv – la frase anche se detta in modo scherzoso, dimostra comunque insofferenza e scarsa considerazione verso gli artisti”. E per Michele Placido, il commissario Cattani della serie, appunto, le affermazioni di Berlusconi sono “un autogol”. Perché La piovra “è roba di tanti anni fa – spiega – mentre le fiction tv più recenti sulla mafia, da Il capo dei capi a quelle su Falcone e Borsellino le ha fatte suo figlio per Mediaste”. E aggiunge: “Certi fatti sono purtroppo accaduti e chi di dovere li ha osservati e raccontati per denunciarli doverosamente. Naturalmente si tratta ogni volta di fare informazione seria e responsabile, ma quel che è accaduto sarebbe grave venisse nascosto”.

Severo il giudizio dell’opposizione sulle parole del premier che suscitano un botta e risposta tra Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato e Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Alla Finoccharo che ritiene non si possa liquidare il “problema molto serio” della mafia con delle battute, Bonaiuti replica affermando che dalle parole dell’esponente del Pd “appare la tentazione” del suo partito di “risolvere la lotta politica per via giudiziaria”.
“Invece di scherzare sui libri Berlusconi farebbe bene a spiegare agli italiani perché candida persone condannate per fatti di mafia, seppure in primo grado, e perché si è tenuto in casa propria un mafioso” osserva Antonio Di Pietro dell’Idv.

Intanto, lontani anni luce dal teatrino della politica, l’associazione Libera continua la raccolta firme controla vendita dei beni confiscati alle mafie. Una raccolta che sta raccogliendo un successo enorme. Tra i banchetti che le associazioni aderenti alla rete di Libera stanno organizzando in giro per l’Italia e il web (libera.it) sono oltre 100mila le firme già raccolte. Una risposta incredibile, basata sul passaparola, che fa rivivere lo stesso clima e spirito che tredici anni fa portò alla raccolta di un milione di firme per far approvare la legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie.

(Tratto da AprileOnline)

Corriere della Sera del 21 ottobre 2009. Sospetti che coinvolgono strutture giudiziarie pontine

SI ADDENSANO I SOSPETTI DI COMPLICITA’ OGGETTIVE O SOGGETTIVE E DI CONTIGUITA ‘ FRA SETTORI DELLA GIUSTIZIA NOSTRANA E DEL “ CASO FONDI”

IL CSM INTERVENGA PER FAR CHIAREZZA SU TUTTA LA SITUAZIONE

Come una bomba!

La notizia pubblicata oggi, mercoledì 21 ottobre 2004, sulla pagina 4 della Cronaca di Roma del “ Corriere della Sera”, con il titolo “La “manina” per aiutare i boss” ed il sottotitolo “ Due tentativi di far sparire il fascicolo sugli arrestati a Fondi”, ha avuto l’effetto di una bomba.

Accuse gravissime che hanno portato al trasferimento in massa di ben 22 persone impiegate nel Tribunale della Libertà e che si riferiscono anche al cosiddetto “caso Fondi”.

Ci fermiamo qua, in attesa che l’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Roma ci faccia conoscere tutti i retroscena di una questione inquietante.

E che la situazione sia inquietante davvero è provato dalle altre accuse che riguardano l’esistenza di una “talpa” a Latina che avrebbe passato notizie delicate, sempre relative al “caso Fondi”, a soggetto collegato con la criminalità organizzata.

In una nota a parte abbiamo insistito sulla necessità di riesumare un fascicolo vecchio di 10 anni circa e che si riferisce ad un attentato subito da Giuseppe Savani, un ex sindacalista nel MOF di Fondi al quale fu bruciata l’autovettura. Un fascicolo che sembra essere scomparso nel nulla e che, se ritrovato dov’è riletto bene ed arricchito da analisi più approfondite, potrebbe portare, prima che intervenga la prescrizione, a conclusioni sconvolgenti per quanto riguarda i nomi di esecutori e mandante.

Il CSM non farebbe male ad approfondire l’esame della situazione esistente nel sistema Giustizia nel Basso Lazio.

A Latina, come a Frosinone.

Per quest’ultima provincia non possiamo esimerci dall’esternare le nostre preoccupazioni.

Se fosse fondata la voce secondo cui nel posto della Gerunda si insedierebbe un Procuratore proveniente da Taranto e prossimo al pensionamento, ci troveremmo peggio di prima.

C’è, poi, la situazione che riguarda la Procura di Cassino che da qualche tempo ha cominciato a lavorare in maniera eccellente. Ben 3 PM stanno per andare via, fra i migliori, peraltro.

E ciò ci farà fare un salto all’indietro di 10 anni, in una situazione che vede le mafie sempre più impossessarsi dell’economia della Ciociaria.

Fra le risate dei mafiosi con la pistola e, soprattutto, di quelli in giacca e cravatta…

Sabaudia: succede anche questo!. Lo stiamo dicendo da anni: attenti al quadrilatero Fondi-Terracina-San Felice Circeo-Sabaudia. C’è un” filo rosso” che lega questi quattro centri

Leggi l’articolo di Latina Oggi

Arresti a Latina. Fra gli arrestati anche il cognato del fratello di Sandokan

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Processo “Formia Connection”. E il filone – quello del voto di scambio, cioè – delle intercettazioni delle telefonate con alcuni politici che fine ha fatto?

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Ed ora il CSM mandi un Procuratore Capo esperto in materia di lotta alle mafie!

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Caso Fondi. Maroni glissa. Che figura! E’ così, Ministro, che si fa la lotta alle mafie?

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Forgione e l’antimafia da 102.000 euro all’anno

Opera sull’antimafia tipicamente italiana, in tre atti, con quattro protagonisti ed una clonazione.

I protagonisti:

- la Commissione Parlamentare Antimafia, quella della scorsa legislatura che a seguito delle audizioni di magistrati, esperti, reparti investigativi, funzionari e testimoni ha redatto e votato ad unanimità una Relazione conclusiva sulla ‘Ndrangheta. Un atto pubblico, accessibile in rete e gratuito. Una Commissione che quando è stata costituita ha aperto le sue porte a condannati per corruzione ma anche ad indagati dai giudici dell’Antimafia. Oltre alla Relazione sulla ‘ndrangheta ha anche approvato, sempre ad unanimità, una Relazione sui testimoni di giustizia per chiedere di modificare norme e prassi per garantire effettivamente quella sicurezza e dignità ai cittadini che denunciano le mafie.

- la Casa della Legalità, un Onlus nata formalmente nel 2006 a Genova e che è divenuta in pochi anni una realtà nazionale con sezioni in Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte, Lazio, Campania, Calabria e Sicilia. Vive solo grazie alle donazioni volontarie ed ha un bilancio annuale che non supera i 12mila euro. Oltre a promuovere incontri per fare informazione ed un sito internet promuove inchieste e raccogli segnalazioni, collaborando con reparti investigativi dello Stato e contribuendo efficacemente al contrasto di mafie, corruzione e reati ambientali e contro la pubblica amministrazione.

- la Regione Lazio, presieduta dall’ “ei fu” Piero Marrazzo, detto Natalì. Ha fatto della “legalità” una bandiera, lavorando fianco a fianco con Libera di don Luigi Ciotti e Nando Dalla Chiesa e la Fondazione – collegata – di Libera Informazione. Non si è accorta di quanto accadeva a Fondi (ed altrove) nonostante cotanta sensibilità, sino a quando il Prefetto di Latina non si è impuntato ed è salito alla ribalta per aver provato con una Commissione di Accesso l’infiltrazione mafiosa nel Comune laziale.

- l’on. Francesco Forgione. L’Italia intera lo aveva scoperto pavido e senza timore quando, da deputato regionale di Rifondazione Comunista, lesse, appassionato e solenne, la mozione di sfiducia al Presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, dopo l’avviso di garanzia per indagini di mafia che aveva colpito l’attuale senatore Udc. Dall’aula di Palazzo dei Normanni Francesco “Ciccio” Forgione fu poi spedito in Parlamento, alla Camera, dove gli fu assegnato il prestigioso ruolo di presidente della Commissione Antimafia. Appena eletto, gli appiopparono in commissione Paolo Cirino Pomicino ed Elio Vito, dalle carriere giudiziarie imbarazzanti. Anziché essere il primo a protestare, prima votò contro la proposta di Angela Napoli (An) e Orazio Licandro (Pdci) che avevano proposto di escludere imputati e condannati dall’Antimafia e dopo dichiarò: «Dopo che un candidato è stato eletto al Parlamento, non si possono mettere confini alla sua attività. Gli unici sono quelli posti dalla Costituzione». Parliamo dello stesso uomo che aveva messo alle corde Totò Cuffaro, che allora era solo indagato, e non condannato come i due cavalieri della passata “antimafia”.

I° atto – La relazione di tutti, il libro di uno solo
La Relazione sulla ‘Ndrangheta della Commissione Antimafia – cioè pagata dallo Stato – anche se è un atto pubblico, gratuito, disponibile a chiunque ne faccia richiesta al Parlamento ed accessibile su molteplici siti internet. Presidente della Commissione che approvò questo importante documento è l’on. Francesco Forgione, preferito dal centro-sinistra (e dal centro-destra) al Sen. Beppe Lumia. Forgione lo ritroviamo poi con la pubblicazione, a suo nome, in qualità di autore, di un libro “’Ndrangheta – Boss, luoghi e affari della mafia più potente al mondo”. Ma il libro “scritto” da Forgione non è altro che la Relazione della Commissione Antimafia da lui presieduta. La relazione non è più un atto pubblico gratuito, bensì costa 17, 50 euro (ora anche con un po’ di sconto scende a 14). Reca anche il bollino Siae e quindi non è più fotocopiabile nonostante sia un Atto del Parlamento. Alle obiezioni il Forgione risponde stizzito: “I proventi di questo libro verranno devoluto a Libera” dice lui (e ci mancherebbe che se li mettesse in tasca grazie ad un pubblico documento per cui è stato già pagato, ma poi perché Libera e non altre associazioni antimafia? o ad un fondo per i familiari delle vittime della mafia? e come mai non si è pubblicata anche la Relazione sui testimoni di giustizia che sono abbandonati dallo Stato? quello meno si legge meglio è, vero?)

II° atto – La “clonazione”
La Regione Lazio guidata da Marrazzo che della bandiera della “legalità” ha fatto una bandiera decide di costituire presso il Segretariato Generale della Regione una struttura ad hoc che si occupi della “sensibilizzazione”. Quindi con atti ufficiali e senza tentennamenti clona una struttura esistente ed operante da anni, la “Casa della Legalità”. Senza contattare i responsabili nazionali o locali dell’onlus nata a Genova. Eppure questa è una struttura ben conosciuta nel settore, rintracciabilissima attraverso il proprio sito internet – www. casadellalegalita. org –. Ma mentre soggetti legati alle mafie o ad ampi affari di corruzione la riescono a rintracciare benissimo per promuovere le proprie intimidazioni, alla Regione Lazio nessuno la trova. Quindi che fanno? Ne fondano una tutta loro con lo stesso nome. Nasce quindi la “Casa della Legalità” quale “Coordinamento dell’Attività” del “Segretariato Generale” con risorse umane e risorse pubbliche. Inoltre la “clonazione” del nome ma non nei fatti diviene ancora più evidente sulle attività: quella nata e con sede centrale a Genova fa impegno civile e inchieste, raccoglie segnalazioni e collabora con i reparti investigativi dello Stato, mentre quella della Regione Lazio fa un po’ di convegni, qualche parata e testimonianza.

III° atto – Da “disoccupato eccellente” a 102.572, 78 annui di stipendio (pubblico)
La “clonazione” è davvero riuscita male e quando un esperimento finisce male i costi aumentano. Qui la “Casa della Legalità della Regione Lazio” ha bisogno di un coordinamento affidato ad un professionista e mette sul piatto 102.572, 78 euro annui. Con questa delibera la Regione Lazio, presieduta da Piero Marrazzo, “conferiva dell’incarico di Responsabile della Struttura “Coordinamento dell’Attività di Attuazione della Casa della Legalità” al al Prof. Francesco FORGIONE, soggetto esterno alla Pubblica Amministrazione [... ]. Il soggetto cui conferire l’incarico di che trattasi in quanto dotato di comprovata esperienza professionale desunta dal curriculum vitae, allegato alla nota suddetta”. “RITENUTO, pertanto, di corrispondere al prof. Francesco FORGIONE il trattamento economico annuo onnicomprensivo complessivamente determinato in Euro 102.572, 78, oltre gli oneri riflessi a carico Ente; La retribuzione onnicomprensiva annua lorda, fissata complessivamente, in Euro 102.572, 78, oltre gli oneri riflessi a carico Ente è corrisposta in tredici mensilità. Il trattamento economico così determinato remunera tutte le funzioni ed i compiti attribuiti”.

Conclusione – A voi.

Benny Calasanzio e Christian Abbondanza

(Tratto da bennycalasanzio.blogspot.com)

Interrogazione dell’On. Angela Napoli sul lago di Paola di Sabaudia

http://www.ilnotiziangolo.it/portale/index.php?option=com_content&task=view&id=8169&Itemid=2

IL NOTIZIANGOLO

Angela Napoli (Popolo della Libertà) ha presentato una dettagliata ed articolata interrogazione al Ministero della Giustizia, all’Interno, all’Ambiente, ai Beni ed Attività Culturali, all’Economia e Finanze

Riportiamo qui di seguito il testo integrale dell’interrogazione parlamentare di Angela Napoli (Pdl):

SABAUDIA, 26 NOVEMBRE 2009 – “Premesso che:

· il Lago di Sabaudia o di Paola, insieme ai laghi di Caprolace, dei Monaci e di Fogliano, costituisce uno dei quattro laghi costieri che, unitamente alle zone Umide, va a formare un complesso territoriale dichiarato «Zona Umida di Interesse Internazionale» ai sensi della Convenzione di Ramsar (Iran 1971) implementata nella normativa nazionale con decreto del Presidente della Repubblica n. 448 del 13 marzo 1976;

· il Lago di Paola è il più meridionale dei quattro laghi pontini ed è stato designato anche «Zona di Protezione Speciale» ai sensi della Direttiva 79/409/CEE ed è incluso tra i «Siti di Importanza Comunitaria» ai sensi della Direttiva Habitat 92/43/CEE;

· inoltre, ampie aree del Lago, in particolare il Canale Romano (di epoca Neroniana) ed alcune aree ad esso limitrofe, sono soggette a vincolo archeologico, idrogeologico e paesaggistico;

· durante gli ultimi vent’anni sulle sponde del Lago di Paola sono stati consentiti numerosi e gravi abusi consistenti nella creazione di una darsena per l’ormeggio non autorizzato di natanti, nonché di annessi capannoni per il rimessaggio, privi del permesso a costruire;

· inoltre, in mancanza di adeguate attività di vigilanza da parte delle istituzioni preposte, è stato consentito il passaggio di imbarcazioni di stazza sempre maggiore tra il lago e il mare, senza, peraltro, alcun rispetto dei vincolo storici, archeologici e naturalistici;

· nel 2003 è stata demolita la cateratta principale (la «Chiusa Innocenziana», opera del 700, con fondamenta di epoca romana) che custodiva l’accesso del Canale Romano nei pressi della foce a mare; tra il 2003 e il 2007, si è proceduto ad una progressiva manomissione di un arcata della cateratta secondaria (il cosiddetto «Ponte Rosso» e sono state demolite altre chiuse e «lavorieri»); il tutto sempre senza le prescritte autorizzazioni;

· le illecite attività sopra elencate hanno causato nel febbraio del 2009, l’esondazione del lago, tanto da richiedere l’ausilio della protezione civile;

· il lago di Paola è privato, così come sentenziato in più riprese dalle sezioni Unite della Cassazione, da ultimo con sentenza n. 16891 del 25 luglio 2006, e come definito, dall’Avvocatura generale dello Stato, interpellata dall’Agenzia del Demanio, con nota 6 novembre 2008;

· anche altre autorità e amministrazioni dello Stato hanno ribadito la natura privata del lago: il Ministero dell’economia e delle finanze in risposta a due interrogazioni parlamentari del dicembre 2008 e del giugno 2009; l’Agenzia del Demanio nel dicembre del 2008, marzo 2009 e giugno 2009;

· consta all’interrogante gli illeciti abusi sopra descritti perpetrati nel Lago di Paola sono stati già attenzionati dalla magistratura di Latina, la quale nel 2007, ha avviato un procedimento penale nei confronti della società «In Land Sea S.r.l.», gestore delle attività di ormeggio, con l’accusa di violazione dei vincoli e grave pregiudizio all’ambiente;

· sulla scorta dell’azione penale nei confronti della darsena abusiva sono state sottoposte a sequestro anche le attività di itticoltura, svolte storicamente nel bacino da più di cento anni dalla famiglia Scalfati (proprietaria del bene), contestando la mancanza di concessione demaniale; la Regione Lazio ha confermato con parere del 2 luglio 2009 la sua incompetenza al rilascio di concessioni demaniali sul lago di Paola, trattandosi di bene di proprietà privata; l’azienda ittica è dunque inattiva da oltre due anni e ha dovuto licenziare oltre 15 dipendenti;

· nel contempo la Provincia di Latina ha promosso nel 2008 un progetto denominato «Progetto di riqualificazione del Lago di Paola», volto a consentire il passaggio dei maxi yacht dei cantieri Rizzardi (i cui stabilimenti sono presenti nelle sponde interne del lago); Tale progetto prevede, in difformità a tutti i vincoli gravanti sull’area, l’abbattimento dell’ultima chiusa rimasta nel canale romano e il dragaggio intensivo del suo fondale, favorendo quindi un collegamento di tipo portuale con il mare;

· sia il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, sia la Regione Lazio, hanno ribadito la necessità di tutelare l’area dagli abusi e di ripristinare quanto manomesso, al fine di conservare un habitat di eccezionale importanza per il mantenimento dell’ecosistema; Per far questo è stato sottoscritto nell’agosto 2009 uno schema di protocollo d’intesa firmato da ambedue istituzioni;

· negli ultimi due anni la Comunione Eredi Scalfati (attuale proprietaria del bacino) ha presentato numerose denunce alla Magistratura ordinaria e alla Direzione investigativa antimafia segnalando pressioni per trasformare l’area lacuale in un porto; Sulla scorta di tali denunce, la stampa nazionale si è occupata del tema sottolineando che l’inosservanza dei vincoli di tutela sia spesso propedeutica e funzionale allo sfruttamento speculativo del territorio da parte della criminalità organizzata; numerose sono state anche le interrogazioni parlamentari rivolte ai Ministri interessati, che hanno tutti riconfermato i vincoli giuridici e di tutela presenti sull’area;

· tra i vincoli di tutela gravanti sul lago di Paola di particolare interesse è quello che vieta la navigazione a motore sul bacino, in quanto insuperabile ostacolo alla trasformazione dello stesso in area portuale; tale divieto è espressamente previsto nelle norme tecniche di attuazione dei piani territoriali Paesaggistici, Ambito n. 13 («Terracina, Ceprano, Fondi») emanate nel 1999; in particolare, l’articolo 28 chiaramente vieta la navigazione a motore nel Lago di Paola; la necessità del divieto di navigazione è ben esplicita negli articoli dal 21 al 28 della stessa deliberazione 30 luglio 1999, n. 4484; il Lago di Paola è sottoposto altresì ai vincoli derivanti sia dalla normativa della legge 1947-1939; sia dalla legge n. 431 del 1985;

· nonostante il preciso quadro normativo e giuridico, sia il Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, sia il presidente del parco Nazionale del Circeo, che in più circostanze hanno confermato la vigenza del divieto di navigazione a motore sul lago di Paola nella primavera del 2009, sono stati sottoposti ad attacchi sulla stampa locale anche da parte di qualche esponente di locali Istituzioni, interessate al progetto di «riqualificazione» del lago;

· con nota protocollo 16359 del 13 giugno 2009, il neo sindaco del comune di Sabaudia, ha trasmesso la propria ordinanza con la quale si disponeva che «è consentito l’accesso e il transito delle imbarcazioni a motore nelle acque del lago di Sabaudia(…)»; Tale ordinanza, palesemente illegittima e contra legem, è stata prima sospesa dallo stesso, sindaco con ulteriore ordinanza e poi annullata due giorni dopo con decreto prefettizio;

· il divieto di navigazione a motore è stato quindi confermato: dalla nota del Procuratore della Repubblica di Latina protocollo n. 643/09/M del 18 giugno 2009; dalla nota del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, Direzione Generale per la Protezione della Natura, protocollo DPN-2009-13360 del 22 giugno 2009; e dalla nota della Regione Lazio, Dipartimento Territorio, protocollo D2/133855, del 10 luglio 2009;

· nonostante tali posizioni, il comune di Sabaudia ha fatto ricorso al Tribunale Superiore delle acque contro il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio del mare, per l’annullamento delle note dell’ente parco del Circeo n. 1527 del 6 maggio 2009 e n. 1631 del 13 maggio 2009, aventi ad oggetto chiarimenti sul divieto di navigazione a motore sul lago di Paola, per veder sancita l’insussistenza di tale divieto e l’incompetenza dell’ente parco a disciplinare le attività sul lago di Paola;

· l’esclusiva competenza dell’ente parco a disciplinare le attività esercitabili nelle aree protette, oltre a quella relativa all’emanazione degli strumenti di regolamentazione e pianificazione (il Regolamento del Parco e il Piano del Parco), è espressamente prevista nella legge quadro sulle aree Protette, n. 394 del 1991;

· in completa inosservanza di quanto espressamente previsto dalle legge, con ordinanza del 7 agosto 2009, il Tribunale superiore delle Acque ha accettato il ricorso del comune di Sabaudia, determinando la sospensione di provvedimenti impugnati e fissando in giorni 90 dalla data del provvedimento il termine entro il quale il comune di Sabaudia dovrà stabilire, con propria delibera, gli obiettivi da conseguire con il regolamento, nonché convocare la conferenza dei servizi onde procedere all’emanazione del regolamento, con invito a partecipare in favore degli enti statali, regionali, e provinciali interessati, compreso l’ente parco Nazionale del Circeo;

· con tale ordinanza, pertanto secondo l’interrogante il Tribunale Superiore delle acque ha ribaltato la procedura della legge quadro sulle aree protette n. 394 del 1991 che prevede il parere degli enti locali dopo che il Regolamento sia stato adottato dall’ente parco, creando così un meccanismo nel quale gli interessi collettivi tutelati da un ente statale diventano subalterni ad altri interessi;

· contro tale ordinanza è stato presentato reclamo da parte dell’ente parco e dalla comunione Eredi Scalfati; il tribunale superiore delle acque appare peraltro incompetente a giudicare su tali materie, ma ha respinto entrambi i reclami con ordinanza 22 ottobre 2009, sostenendo che: «il divieto di navigazione all’articolo 28 del Piano Territoriale Paesistico numero 13 non risulterebbe confermato nell’articolo 6 della legge regionale 24 del 1998, e in ogni caso la libertà di navigazione dei natanti a motore sarebbe destinata a venir meno con l’adozione di una regolamentazione organica della materia»; il Collegio ha rinviato la trattazione nel merito all’udienza fissata per il 9 dicembre 2009;

· la legge regionale n. 24 del 1998 alla quale fa riferimento il Tribunale superiore delle acque non considera espressamente il divieto di navigazione a motore nel Lago di Paola in quanto lo stesso è contenuto nelle norme tecniche di Attuazione del P.T.P. Ambito n. 13 emanate l’anno dopo, cioè nel 1999, inoltre, l’articolo 6 della legge regionale 6 luglio 1998, n. 24 non tratta della materia in quanto il riferimento non è corretto, essendo oggetto di tale articolo la protezione delle coste dei laghi, ossia la terraferma costeggiante gli specchi lacustri e non la superficie acquea degli stessi;

· l’anomala situazione in cui versa il Lago di Paola potrebbe essere inquadrata, vista la prossimità dell’area, nelle vicende di abusi e illegalità legati alla presenza, delle cosche calabresi e della mafia zona pontina:

Chiede di sapere:

· se non si ritenga necessario avviare un’ispezione in merito alle numerose denunce che da oltre dieci anni sono state inoltrate alla procura di Latina per fermare l’abusivismo all’interno del parco nazionale del Circeo e sul Lago di Sabaudia, per evidenziare eventuali omissioni o carenze;

· se non si ritenga di ricorrere contro il sequestro dell’impianto di itticoltura sul Lago di Paola disposto dalla Procura di Latina, che avrebbe come presupposto una presunta demanialità del bene smentita da unanime giurisprudenza della Corte di Cassazione e da recenti pronunciamenti dell’Agenzia del Demanio, dell’Avvocatura dello Stato, della Presidenza della Repubblica e della Regione Lazio;

· se in considerazione di tutto quanto sottolineato e della possibilità di pressioni o condizionamenti esterni volti a favorire un significativo progetto speculativo sull’area, in un contesto fortemente condizionato dalla presenza di interessi legati al clan dei casalesi e alle ‘ndrine calabresi, non si renda necessario un trasferimento delle controversie giudiziarie relative al Lago di Paola presso altro Foro competente, diverso da Latina;

· se non si ritenga che a seguito della situazione di grande pressione mediatica sul possibile sfruttamento dell’area non vi sia un rischio reale per le persone che si oppongono a tali progetti speculativi per la loro incolumità, anche alla luce delle denunce presentate alla Direzione Investigativa Antimafia e in caso affermativo, quali iniziative s’intendano assumere in proposito;

· se sia noto quale sia stato il ruolo dell’amministrazione comunale di Sabaudia nel portare avanti in più sedi il tema della navigabilità a motore sul Lago di Paola e quale ruolo abbiano ricoperto i cantieri navali Rizzardi e il gestore della darsena abusiva In Land Sea sul Lago di Paola in tale contesto;

· quali iniziative si intendano mettere in atto per salvaguardare il proprio ruolo nella rappresentanza e difesa del Lago di Paola, quale area protetta ai sensi della legge n. 394 del 1991;

· quali progetti e quali iniziative intendano mettere in atto per ripristinare le aree devastate dagli abusi, anche al fine di non incorrere nelle procedure di infrazione previste dall’Unione europea a seguito di un declassamento dell’area;

· se si intenda impugnare la decisione del tribunale superiore delle acque pubbliche che, rappresenta secondo l’interrogante un grave precedente che potrebbe essere utilizzato da amministrazioni comunali in altre aree protette dal territorio nazionale per rivendicare una loro competenza sovraordinata rispetto a quella degli ente parco;

· se, infine, si ritiene che il Protocollo d’Intesa con la Regione Lazio sarà sottoscritto in forma definitiva in tempi ragionevoli, in modo da poter costituire una pietra miliare per l’avvio di uno sviluppo ecocompatibile nell’area del Lago di Paola, in contrasto con gli interessi illegali che si sono manifestati negli ultimi anni”.

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