Archivi del mese: Ottobre 2009

Camorra, ricatto a Marrazzo

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Una manina per aiutare i boss per il caso Fondi? Sconvolgente

SI ADDENSANO I SOSPETTI DI COMPLICITA’ OGGETTIVE O SOGGETTIVE E DI CONTIGUITA‘ FRA SETTORI DELLA GIUSTIZIA NOSTRANA E DEL “CASO FONDI”. IL CSM INTERVENGA PER FAR CHIAREZZA SU TUTTA LA SITUAZIONE

Come una bomba!

La notizia pubblicata oggi, mercoledì 21 ottobre 2004, sulla pagina 4 della Cronaca di Roma del “Corriere della Sera”, con il titolo “La ‘manina’ per aiutare i boss” ed il sottotitolo “Due tentativi di far sparire il fascicolo sugli arrestati a Fondi”, ha avuto l’effetto di una bomba.

Accuse gravissime che hanno portato al trasferimento in massa di ben 22 persone impiegate nel Tribunale della Libertà e che si riferiscono anche al cosiddetto “caso Fondi”.

Ci fermiamo qua, in attesa che l’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Roma ci faccia conoscere tutti i retroscena di una questione inquietante.

E che la situazione sia inquietante davvero è provato dalle altre accuse che riguardano l’esistenza di una “talpa” a Latina che avrebbe passato notizie delicate, sempre relative al “caso Fondi”, a soggetto collegato con la criminalità organizzata.

In una nota a parte abbiamo insistito sulla necessità di riesumare un fascicolo vecchio di 10 anni circa e che si riferisce ad un attentato subito da Giuseppe Savani, un ex sindacalista nel MOF di Fondi al quale fu bruciata l’autovettura. Un fascicolo che sembra essere scomparso nel nulla e che, se ritrovato dov’è riletto bene ed arricchito da analisi più approfondite, potrebbe portare, prima che intervenga la prescrizione, a conclusioni sconvolgenti per quanto riguarda i nomi di esecutori e mandante.

Il CSM non farebbe male ad approfondire l’esame della situazione esistente nel sistema Giustizia nel Basso Lazio.

A Latina, come a Frosinone.

Per quest’ultima provincia non possiamo esimerci dall’esternare le nostre preoccupazioni.

Se fosse fondata la voce secondo cui nel posto della Gerunda si insedierebbe un Procuratore proveniente da Taranto e prossimo al pensionamento, ci troveremmo peggio di prima.

(Tratto dal Corriere della Sera)

Indagati nel nome di Caponnetto

Se i proverbi sono proverbi, evidentemente c’azzeccano spesso. “Al peggio non c’è mai fine”. La banalità di questa frase non sarà mai equivalente alla mia tristezza, al mio senso di sconfitta, io, che per l’unità e la compattezza del fronte antimafia sto chiudendo gli occhi passando sopra a tanti sgarbi e capricci, pur di serrare le file. Sabato 22 novembre ci sarebbe stato a Campi Bisenzio (FI) l’annuale vertice antimafia della Fondazione Caponnetto. Propongo al mio giornale, il Corriere Fiorentino, di seguire l’evento, e ricevuto il via parto da Firenze. Il vertice di quest’anno si intitola “Uniti nelle diversità contro le mafie”. Nelle diversità, poi capirete cosa vuol dire…
Non ci sono, sul manifesto, i nomi degli ospiti, ma solo la dicitura: “Saranno presenti i principali esponenti nazionali del movimento antimafia”. Entro in sala e mi siedo in prima fila. C’è tanta, tantissima gente, quasi 500, tra ragazzi delle scuole e gente comune. C’è anche la Signora Elisabetta, vedova del dottore Caponnetto, che è sempre un’emozione vedere e sentire. Alla spicciolata arrivano gli ospiti super scortati: il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il senatore del Pd Beppe Lumia, il testimone di giustizia Bruno Piazzese, il sindaco di Gela Rosario Crocetta e altri noti e meno noti. Il cerimoniere è il presidente della Fondazione, Salvatore Calleri, che, suppongo, abbia anche stilato o per lo meno supervisionato la lista degli invitati. Preparo il taccuino, la penna, e quando torno a sollevare lo sguardo verso il palco vedo che perfettamente di fronte a me c’è Maria Grazia Laganà, deputata del Pd e vedova del vicepresidente della Regione Calabria Francesco Fortugno. Prima di ogni altra considerazione, puntualizzo: la signora Laganà è una persona che ha perso il marito in maniera atroce, porta i segni di quella tragedia, e in quanto vedova ha e merita il massimo rispetto. Ma la signora Laganà a quel vertice non doveva esserci, molto semplicemente. Perchè non era un vertice umanitario, bensì un vertice antimafia. Cosa ci faceva la Laganà tra gente che combatte la mafia? Nemmeno lei, a dire la verità, mi sembrava molto a suo agio tra le “guardie”. Lei, attualmente indagata per truffa aggravata ai danni dello Stato in relazione ad appalti nella sanità, nell’ambito delle indagini sulle infiltrazioni mafiose nell’Asl di Locri, di cui la Laganà è stata vicedirettrice. Non è indagata da una procura qualsiasi. Ma dalla Dda. Che vuol dire Direzione Distrettuale Antimafia. Dal sito della Casa della Legalità: L’On. Laganà non ha mai detto pubblicamente o alla DDA, a quanto risulta, nulla su ciò che accadeva nella ASL della ‘ndrangheta. Non ha mai precisato perché la sua famiglia (ivi compreso Fortugno ed il padre, Avv. Mario Laganà, potente democristiano e per lunghi anni “capo indiscusso” di quella stessa Asl) parlavano, chiamavano e ricevevano chiamate (32) da uomini della cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti, ed in particolare su utenze (fisse e mobili) di Pansera, compagno di latitanza di Giuseppe Morabito di cui è anche genero, avendone sposato la figlia, Giuseppina, collega di Franco Fortugno e Maria Grazia Laganà alla Asl di Locri. Come se non bastasse Maria Grazia Laganà è sorella di Fabio Laganà, indagato, che secondo la DDA di Reggio Calabria, informava gli uomini della cosca dei Piromalli, nella persona del Sindaco – arrestato – di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione, delle attività di verifica sul Comune di Gioia Tauro. La domanda è: Salvatore Calleri sapeva di queste vicende e le ha ritenute insignificanti tali da rendere opportuna la presenza della Laganà nel nome di Caponnetto, oppure, egualmente grave, non era a conoscenza delle vicende, non umane ma giudiziarie, che coinvolgono la famiglia Laganà? Io pretendo delle risposte a questi interrogativi, perchè la memoria di un grande magistrato come Antonino Caponnetto non può essere una prerogativa del Calleri di turno, ma di tutti gli italiani onesti, e difendere la sua memoria anche da questi inviti inopportuni è un nostro dovere, e non solo del Calleri di turno. Se non ho preso parola, se non ho fatto domande, se non ho scritto un comunicato stampa è solo perchè non voglio dare dispiaceri ad una grande donna, come la signora Elisabetta. Ma un ulteriore domanda è: quando la Signora, tra cent’anni, non ci sarà più, la memoria del giudice Caponnetto sarà ad esclusivo appannaggio del signor Calleri? Questo, sinceramente, mi preoccupa.

P.S. Ho scritto a Calleri per avere spiegazioni domenica mattina. Ancora nulla. Ecco la missiva:

Questa mail è rivolta al sig. Calleri, uno che la mafia per fortuna sua non l’hai mai vissuta nè subita. Se così fosse forse avrebbe maggiore sensibilità, maggiore attenzione. Pensavo, speravo, che aver vissuto anni fianco a fianco di un uomo che noi siciliani consideriamo “siciliano” come il dottore Caponnetto, l’avesse formato. Pensavo. Poi il Corriere mi dice di andare a seguire il vertice annuale della Fondazione. Io arrivo, mi siedo e di fronte a me, tra i relatori, vedo Maria Grazia, che di cognome non fa Fortugno, ma LAGANA’. E mi chiedo cosa direbbe oggi il dottore Caponnetto, mi chiedo cosa farebbe, mi chiedo cosa direbbe venendo a conoscenza che la persona del sig. Calleri ha invitato al “suo” vertice una donna indagata dalla DDA [...] Come giornalista del Corriere Fiorentino mi limiterò a declinare tutte le conferenze stampa organizzate dalla fondazione Caponnetto. Come familiare di vittime di mafia farà di tutto perchè la memoria di un padre della Sicilia venga preservata nel modo migliore.

Benny Calasanzio Borsellino

(Tratto da Casa della Legalità e della Cultura Onlus)

Nel processo Dell’Utri entra anche il pentito Spatuzza

Ora si scateneranno le dietrologie, lo spauracchio dei complotti antiberlusconiani, le insinuazioni sulle Procure che agiscono come un sol uomo, la caccia al colore dei calzini di giudici ePm, ma, con ogni probabilità, gli stessi difensori del senatore Marcello Dell’Utri nel processo di secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, dopola prima condanna a nove anni, sapevano, in cuor loro, che difficilmenteuna corte d’appello avrebbe potuto tenere fuori dal dibattimento il pentito Gaspare Spatuzza. E così è stato: la corte – presieduta da Claudio Dell’Acqua, giudici a latere, Salvatore Barresi e Sergio La Commare -, ha accolto la richiesta del P.m. Antonino Gatto di acquisire gli interrogatori del neo collaboratore di giustizia resi sia alla Procura di Palermo sia a quella di Caltanissetta. E di acquisire sia quelli riassuntivi, sia le trascrizioni integrali, venendo in questo incontro ai difensori che Spatuzza non lo volevano ma, se proprio Spatuzza doveva essere, che almeno fosse al gran completo. La corte si è invece riservata di decidere su altri interrogatori, resi a Firenze, in quanto giudicati, al momento, «vaghi» e di incerta «rilevanza» in riferimento alla materia che si sta trattando nell’attuale processo. Il Procuratore Generale Gatto hadunquesospeso la sua requisitoria, l’udienza è stata aggiornata al 6 novembre, giorno in cui sarà fissata la data dell’audizione di Spatuzza. Una dilazione dei tempi che ha reso necessario il rinvio della formulazione delle richieste a carico dell’imputato da parte dell’accusa. I difensori del senatore fondatore di Forza Italia – i penalisti Nino Mormino, Giuseppe Di Peri, Pietro Federico, Alessandro Sammarco – non sembra ne abbiano fatto una tragedia. Speravano che Spatuzza restasse fuori, questo sì. Ma il fatto che la dimensione di Spatuzza come collaboratore sia venuta lievitando nelle ultime settimane è sotto gli occhi di tutti.

NUOVE E VECCHIE COPERTURE
Il mafioso che ha iniziato a collaborare, ha riferito della strage di via d’Amelio, scardinando virtualmente, con le sue parole, non pochi pilastri sui quali, in questi diciotto anni, si erano placidamente adagiate non poche certezze processuali. Ha detto la sua su trattative Stato-Cosa Nostra dopo le stragi del 1992.Hachiamato in causa i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, «uomini d’onore» di spicco della famiglia Brancaccio residenti da anni a Milano, città in cui furono arrestati nel 1994, indicandoli come assai vicini al senatore Dell’Utri, così come, d’altronde, lo stalliere di Arcore, Vittorio Mangano. Ma, quel che più ha destato scandalo e sollevato polemiche nel cerchio stretto di una minoranza di ultras berlusconiani, ha indicato in Dell’Utri e Silvio Berlusconi i nuovi referenti della mafia in un momento in cui le antiche coperture, democristiane prima, socialiste dopo, erano ormai venute meno.

UN PAESE CHE SI INTERROGA Che le parole di Spatuzza, come quelle di tutti i collaboranti di mafia, non vadano salutate come oro colato, debbano passare al vaglio della macchina della verità giudiziaria, un tantino meno approssimativa di quella dei media, è lapalissiano. Macome avrebbe potuto una corte d’appello mettere il bavaglio a un soggetto che di questi argomenti si mostra informato mentre un intero Paese si interroga su cosa accadde esattamente nella stagione stragista a inizio anni 90? E non è forse proprioundibattimento processuale la sede più naturale per capirne di più? Gli avvocati di Dell’Utri, al termine di una camera di consiglio durata due ore, che si è conclusa con il rigetto della loro richiesta, hanno fatto sapere che si preparanoa leggere con la dovuta attenzione le parole di Spatuzza. Quelle che neanche loro, sino a questo momento, conoscevano. Per l’avvocato Mormino quelle parole contengono: “valutazioni personali e valutazioni soggettive”. L’avvocato Sammarco ha rilevato “incursioni indebite della Procura presso il Tribunale e potrebbe anche darsi che Spatuzza abbia detto cose a favore della difesa che noi non conosciamo”. Possibile. Anche per questo la corte vuole vederci chiaro.

31 ottobre 2009
(Tratto da L’Unità)

Camorra nel caso Marrazzo?

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Caso Fondi. Indagini sul patrimonio

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Il Prefetto Frattasi denunciato per aver fatto il proprio dovere? Assurdo! A lui le espressioni più sentite della nostra solidarietà e vicinanza

ASSURDO QUANTO SI STA VERIFICANDO A FONDI!IL PREFETTO DI LATINA BRUNO FRATTASI DENUNCIATO PER AVER FATTO IL PROPRIO DOVERE.

E’ la prima volta nella storia del Paese che un Prefetto della Repubblica venga denunciato per aver fatto il proprio dovere.

Capita a Fondi, in provincia di Latina, città il cui tessuto economico è stato fortemente infiltrato dai clan.

Questo risulta da decine di rapporti redatti dagli organi investigativi e giudiziari e da una serie di fatti che hanno costituito materia di inchieste giornalistiche di numerose testate nazionali ed internazionali.

Leggiamo ora che il Prefetto di Latina sarebbe stato denunciato –o starebbe per essere denunciato – dal senatore locale.

Il Prefetto Frattasi non ha fatto altro che istituire, come era suo dovere, una Commissione di accesso agli atti del Comune di Fondi con il compito di verificare lo stato delle cose.

La Commissione era costituita da rappresentanti delle forze dell’ordine e da alti funzionari prefettizi.

Il risultato delle indagini svolte dalla Commissione di accesso è stato, peraltro, convalidato da successive verifiche fatte fare dal Ministro dell’Interno.

Il resto è noto.

Bene, ora il Prefetto verrebbe denunciato per questo?

Veramente assurdo!

Noi esprimiamo al Prefetto Frattasi la nostra più profonda solidarietà.

Mai in passato un Prefetto della Repubblica si è comportato in provincia di Latina come ha fatto il Dr. Frattasi che ha speso tutte le sue energie per almeno tentare di bloccare l’avanzata dei clan e l’occupazione mafiosa dell’intero territorio.

E’ per questo che verrebbe denunciato?

Significherebbe, se ciò fosse vero, colpire tutti coloro, servitori dello Stato, prefetti, magistratura, forze dell’ordine, associazioni e semplici cittadini, che si battono contro le mafie.

Che dice il Ministro dell’Interno Maroni che, fra l’altro, ha avallato e fatte proprie le accuse della Commissione di accesso al Comune di Fondi… ed ha proposto lo scioglimento dell’Amministrazione comunale per condizionamenti mafiosi???

Traffici che uccidono lentamente. Il caso della discarica di Borgo Montello in cui sono stati riversate sostanze pericolose

Contraccettivo neuronale
Il 16 Settembre parte un allarme: se i dati sull’incidenza dei tumori alla tiroide fossero confermati in provincia di Latina vi è un’emergenza paurosa. Ne dà il primo annuncio la Regione Lazio. La questione ambientale in Provincia di Latina è stata sempre sottovalutata e ad oggi iniziano a vedersi le prime conseguenze.

Il primo nome che viene in mente è Borgo Montello: discarica legata alle attività della maggior parte delle società di smaltimento dei rifiuti solido urbani di proprietà dell’Ecoambiente. E’ oramai certo che in quella discarica sono stati sversati rifiuti tossico nocivi soprattutto in profondità ovvero laddove si vanno ad intaccare le falde sotterranee. Da anni si conoscono le condizioni di quella discarica e tra i primi a denunciare la presenza di organizzazioni criminali dedite allo smaltimento di rifiuti tossici ci fu un comitato cittadino del quale faceva parte Don Cesare Boschin. Questo anziano prete di periferia e il comitato negli anni ’90 iniziarono a fare pressioni affinché si facesse chiarezza a Borgo Mondello e non si mettesse a rischio la salute dei cittadini. Don Cesare Boschin fu trovato morto nel 1995 nella sua casa incaprettato e imbavagliato con il nastro adesivo. Nel portafogli del sacerdote c’erano ancora 800 mila lire e altri soldi presenti nella casa non furono portati via. La stampa locale ipotizzò prima un furto da parte di tossicodipendenti, poi arrivarono le voci di presunte molestie a danni di minorenni (solo voci ma molto efficaci evidentemente). Di fatto il comitato si sciolse e gli assassini del parroco non furono mai individuati (né tantomeno i mandanti).

Nel processo conclusosi recentemente a Latina intitolato “Anni ‘90” il pentito Carmine Schiavone conferma le ipotesi di un traffico di rifiuti tossici in quegli anni proprio nella provincia pontina. Di fatto ad oggi le principali società che si occupano di smaltimento dei rifiuti in provincia sono la Latina Ambiente (partecipata dal Comune di Latina al 51%) e per la gestione della discarica di Borgo Montello la Ecoambiente entrambe legate direttamente o indirettamente sempre agli stessi “imprenditori” che vantano compartecipazioni in numerose società italiane e straniere che lavorano nel settore dei rifiuti. Angelo Deodati per esempio risulta più volte nelle indagini della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sui Rifiuti nell’ambito di intrecci tra varie aziende (tra cui l’AMA che si occupa dello smaltimento dei rifiuti su Roma) del settore che hanno al loro interno troppi conflitti di interesse per poter mettere in atto un sistema economico di tipo concorrenziale: ovvero l’ipotesi dell’esistenza di un forte cartello sul traffico dei rifiuti solidi urbani. Dai verbali della Commissione Parlamentare d’inchiesta già nel ’97 si può leggere:

“Emergono nettamente gli stretti rapporti che corrono tra società che operano nelle diverse fasi del ciclo dei rifiuti e, più concretamente, la riconducibilità delle stesse ad uno stretto giro di operatori, chiaro indice di un’assenza di trasparenza del settore e del delinearsi di un oligopolio tendente al monopolio. Esistono in tal modo – è scritto nel rapporto della commissione d’inchiesta parlamentare – assetti societari incrociati tra loro, con presenza di nominativi che alternano le loro funzioni societarie. Società inserite in un meccanismo che permette agli operatori di seguire una doppia direttrice, quella dell’illegalità e quella dell’imprenditorialità. Spesso esse sono concorrenti e partner allo stesso tempo ed hanno collegamenti con aziende svizzere e lussemburghesi, con sede in Paesi dove non è possibile indagare per risalire alle ripartizioni dei capitali sociali o ai titolari. L’inchiesta ha posto i ricercatori di fronte a situazioni societarie anomale dal momento che società con capitali cospicui sono controllate da società con capitale al minimo consentito dalla legge”.

In uno scenario del genere non c’è motivo per cui vi dovrebbero essere problemi di concorrenza reciproca per aggiudicarsi gli appalti. Un’inchiesta più recente che riguarda Latina Ambiente mette in luce come la situazione sia paradossale anche per quanto riguarda gli appalti che la società mista pubblico-privato doveva svolgere per l’affidamento di alcuni servizi e che invece sarebbero andati a diverse società tramite l’affidamento diretto (quindi violando le leggi vigenti sulle procedure di gare ad evidenza pubblica). L’interesse di una società mista pubblico-privato dovrebbe essere duplice: offrire un miglior servizio per i cittadini al minor prezzo possibile. La presenza in CDA del Comune di Latina (sindaco Zaccheo) dovrebbe garantire proprio che venga tutelato l’interesse dei cittadini (ovvero prezzi bassi e metodi di raccolta dei rifiuti ecologicamente avanzati). In realtà accade il contrario: quest’anno la giunta comunale di Latina ha avallato l’ennesimo aumento della TIA (la tariffa sui rifiuti) di Latina Ambiente ( in totale gli aumenti sono oltre del 350% per le famiglie e del 500% in alcuni casi per i commercianti negli ultimi anni). Come’è nata la Latina Ambiente? Già nel 2002 Legambiente aveva presentato numerosi esposti alla procura di Latina sia per il caso di Latina Ambiente sia per Acqualatina (l’ente misto pubblico privato che gestisce il settore idrico). In una sola denuncia si può leggere:

“che nella cordata di imprese risultata vincitrice in base alla procedura su esposta, fanno parte tre imprese (Italcogim spa, Emas Ambiente spa e SIBA) che sono legate da numerosi rapporti azionari presenti e passati, tanto da avere le proprie sedi (sociali ed operative) presso gli stessi indirizzi a Milano;

- che una di tali aziende, la Emas Ambiente spa, ha incorporato per fusione in data 1 Aprile 1998 la Colucci Appalti spa, a suo tempo risultata vincitrice per l’individuazione del partner privato della Latina Ambiente spa;

- che, sempre da notizie di stampa dell’epoca, anche nella procedura per la valutazione delle offerte relative alla Latina Ambiente stessa, sarebbero emersi elementi poco chiari (in merito all’assenza del prescritto certificato antimafia relativo alle aziende vincitrici);

- che della commissione comunale nominata dall’allora sindaco di Latina Aimone Finestra, sempre relativa alla gara per la Latina Ambiente spa, faceva parte come massimo esperto del settore, un docente universitario che, in base alle indagini effettuate dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul traffico dei rifiuti, è risultato esser stato amministratore di società in qualche modo collegate a quella risultata poi vincente (si allega copia del documento parlamentare);

- che le azioni possedute inizialmente dalla Colucci Appalti spa in Latina Ambiente spa (il 48,99%), sarebbero state trasferite prima alla Emas Ambiente spa e poi da questa alla Waste Management Italia spa, entrambe interamente controllate dalla Italcogim spa;

- che anche la terza società su indicata (la SIBA – Società Italo Britannica dell’Acqua), sempre in base al rapporto della Commissione Parlamentare d’inchiesta, risulta essere partecipata dagli stessi gruppi societari su indicati;”

Pietro Colucci ancora fa parte della quota privata di Latina Ambiente (tramite la Waste Italia che nel corso degli anni è andata nelle mani della famiglia Colucci) ed è tra i rinviati a giudizio (il 30 settembre si deciderà) per gli appalti irregolari. La Colucci Appalti S.p.a. è la prima ditta che vinse (se così si può dire) l’appalto per le quote societarie private della Latina Ambiente al momento della sua nascita (1997) ed è una ditta di San Giorgio Acremano che si spaccia per Milanese (ovvero ha la sua sede legale a Milano). La Colucci Appalti S.p.a. tra le altre cose risultò vincitrice anche di un appalto per il comune di Anzio senza però che avesse il certificato antimafia. Nonostante questa evidente crepa la Colucci Appalti di fatto lavorò per il Comune di Anzio per due anni (1995-1997). Poi perse l’incarico per inadempienze contrattuali e la ditta marchigiana che la sostituì durò poco: un paio di attentati incendiari e la ditta marchigiana scappa via. La sostituisce un’altra ditta che a breve verrà inserita nella Emas Ambiente (ovvero sempre la Colucci Appalti).

Tornando ai Colucci c’è da dire che rientra sempre nel capitale privato della Latina Ambiente: prima come Colucci Appalti e nel tempo come Emas ora come Waste Italia. La Waste Italia (un tempo solo Waste Mangement, leader mondiale dei rifiuti poi comprata dalla “cordata” italiana –descritta in realtà dalle Commissioni Parlamentari di inchiesta sui rifiuti come un “cartello”- ) ha al suo interno non solo i Coluccia ma anche Ottavio Pisante ( nel suo passato giudiziario è passato per l’arresto nell’era di Mani Pulite per una tangente sul porto di Manfredonia) e non ultimo Manlio Cerroni (proprietario a sua volta di altre ditte del settore dei rifiuti e non ultima la discarica di Malagrotta- la più grande discarica d’Europa). I Colucci-Pisante sono tra l’altro molto attivi nel campo dell’acqua. Ottavio Pisante e la sua Ecologia srl risultano tra l’altro in un caso recente di ecomafia in cui un ingegnere dell’Enea (ente che tra le altre cose si occupa di delicatissime questioni riguardanti il nucleare e rifiuti tossico nocivi),tale Vittorio Rizzo, secondo i magistrati della Procura di Velletri, avrebbe aiutato proprio l’Eocologica spa ad ottenere permessi per lo smaltimento dell’amianto siciliano (l’ex fabbrica Nuova Sacelit a 30 km da Messina) e tra le sue frequentazioni rientra una vecchia conoscenza del mondo dei “faccendieri” ovvero Flavio Carboni. I magistrati definiscono questa situazione come un’”Enea parallela” che invece di vigilare sull’impatto ambientale di rifiuti tossico nocivi favoriva imprenditori “amici” in cambio di consulenze molto ben pagate. Nel mentre che l’inchiesta va avanti la discarica di Pomezia (dove sono state messe le tonnellate di amianto) va a fuoco il giorno prima degli arresti e anche ad un anno di distanza.

Tornando agli affari di Pisante il suo nome è ancora più inquietante quando compare nelle inchieste che riguardano la cooperazione Italiana in Somalia e l’omicidio di Ilaria Alpi. Anche da quelle parti Pisante ha fatto man bassa di appalti per il settore idrico. Pisante è anche l’”uomo dei francesi” in Italia per quanto riguarda il settore idrico (basti vedere il maxi appalto dell’acquedotto pugliese). Anche a Latina vi è una maxi azienda del settore idrico (osteggiata da tutti i cittadini che hanno formato in ogni città un comitato contro questa società) ovvero Acqualatina il cui capitale privato è in in parte di una società francese, la Veolia, e in parte del gruppo di Pisante. Da anni i comitati spontanei hanno iniziato a non pagare più le esose e assurde bollette di Acqualatina e da allora ogni candidato a Sindaco di un comune Pontino non poteva fare campagna elettorale senza portare avanti la battaglia contro questa società (avrebbe rischiato di perdere le elezioni) e nonostante ciò rimane l’assurda difesa del presidente della Provincia di Latina (Cusani) che ha iniziato a fare causa (perdendole tutte) a quei comuni che hanno liberamente scelto di sganciarsi da Acqualatina. La gestione dell’ATO4 dovrebbe non limitarsi a riscuotere bollette ma anche (e soprattutto) alla manutenzione degli impianti e al miglioramento del servizio. Solo quest’estate nel comune di Scauri si sono verificati degli sversamenti di liquami da parte del depuratore e sono numerose le falle del servizio idrico tant’è che deve pensarci la Regione Lazio a pagare i lavori di manutenzione quindi di fatto non adempie agli impegni contrattuali. Di contro sembra parente di Latina Ambiente in quanto ad aumento delle tariffe.

Continuando a parlare degli affari di Ottavio Pisante si può vedere come la ditta di trasporti marittimi finita nel mirino delle indagini per la morte di Ilaria Alpi (ovvero la Shifco) navigasse spesso dalle parti di Gaeta (si dice che portasse le mele al MOF di Fondi) dove fu anche sequestrata una sua nave proprio a seguito delle indagini sul caso Ilaria Alpi anche dagli atti della Commissione d’inchiesta parlamentare. Peccato che è evidente oramai come in Somalia siano arrivati principalmente rifiuti tossici in cambio di armi. Nel sud pontino non mancano di farsi notare anche dei broker internazionali di rifiuti tossici come Massimo Anastasio Di Fazio, arrestato nel corso dell’operazione Damasco – dopo la quale si è chiesto lo scioglimento del comune di Fondi-che, oltre a fare affari nel settore immobiliare e ad avere rapporti con la ‘ndrangheta, si vantava degli ottimi affari milionari (in euro) da lui stipulati con Venezuela e Liberia (il secondo paese è un altro paese africano poverissimo che sta diventando l’immondezzario dei paesi ricchi). Sempre perché dalle parti del Sud Pontino sono “vanitosi” anche Vincenzo Garruzzo (arrestato sempre nel corso dell’operazione Damasco vicino al clan della ‘ndrangheta dei Tripodo ed interno al MOF di Fondi) vantava amicizie come quella con tali “gente di Duisburg” che avrebbe ospitato nelle sue dimore: a distanza di poco tempo da quella affermazione viene (sarà un caso?) arrestato l’armiere della strage di Duisburg proprio ad Aprlia. Quindi nel sud pontino si possono anche nascondere ingenti quantitativi di armi e non solo. Tra Roma e il sud Pontino già negli anni ’90 era attivo un traffico di materiale nucleare: per l’esattezza barre di uranio impoverito. In un’indagine dell’antimafia di Catania in merito ad un traffico di materiale radioattivo che vedrebbe coinvolta la criminalità romana (ex appartenenti alla “banda della Magliana”) e la ‘ndrangheta gli inquirenti vengono in possesso di una barra di uranio impoverito originaria degli Stati Uniti, transitata in Zaire e poi non si sa come arrivata nelle mani di queste organizzazioni criminali che cercavano di “piazzarle” a Roma partendo da una sola che invece del “compratore criminale” hanno trovato degli agenti infiltrati. Il quantitativo iniziale di barre era di nove e solo una fu recuperata.
Chissà perché quando si trovano discariche piene di rifiuti tossici invece che di rifiuti urbani o quando avvengono ritrovamenti di discariche abusive o alte tossicità i nomi dei gestori degli impianti (tramite le solite scatole cinesi) sono sempre gli stessi. Nella provincia di Latina sono anche più facili i rapporti di amicizia visto che opera anche la Sogin (a Borgo Sabotino presso l’ex centrale nucleare) che ha di recente iniziato dei lavori “top secret”-ma anche no- che sono volti a creare un deposito permanente di scorie nucleari. La Sogin ha avuto come vice presidente tale Paolo Togni che era prima passato per la Waste Management (che tra l’altro è stata inquisita anche dal governo Americano per via della finanza creativa made in Italy che abbiamo amabilmente esportato-insieme ai rifiuti tossici- in tutto il mondo).

(Tratto da Shazanna)

No alla vendita del Seven Up e dell’ex Colonia Di Donato di Formia. Si corre il rischio di farli cadere nelle mani della camorra

L’Associazione Regionale del Lazio per la lotta alle illegalità e alle mafie “Antonino Caponnetto” esprime la sua più netta contrarietà al disegno del Comune di Formia di vendere gli stabili dell’ex discoteca Seven Up e dell’ex Colonia Di Donato a privati.

Nel primo caso parliamo di un locale gestito, prima del suo fallimento, dalla società Maurice srl, Amministratore della quale era Aldo Ferrucci, nato a Sessa Aurunca il 18/10/1941, arrestato alla meta degli anni 80’ per la sua documentata partecipazione ai clan Bardellino e Moccia. Detta società, costituita presumibilmente con capitali di provenienza illecita, provocava il fallimento dell’allora Banca Popolare del Golfo, dalla quale aveva “ottenuto” prestiti senza fornire garanzia alcuna.

L’inchiesta che ne seguì a Latina coinvolse molti personaggi noti della Formia dell’epoca, alcuni tutt’ora in servizio, che frequentavano il Seven Up L’uomo che più di tutti balzava all’attenzione era però Antonio Bardellino, iniziale frequentatore del locale prima della latitanza determinata da un mandato di cattura internazionale per mafia, omicidio e strage. Il capo di Nuova Famiglia divenne poi il proprietario di fatto del locale, come ricostruito nel processo Spartacus, e il suo corpo fu cercato nel lontano 1989 proprio nei giardini vicini al night dalla Criminalpol di Napoli.

Il Comune di Formia ha acquisito nel 1999 l’immobile all’asta del Tribunale di Latina segnando una vittoria dello Stato di diritto sul crimine organizzato.

Adesso qualcuno, con il pretesto di fare cassa, vuole restituirlo alle persone sbagliate?

Ci opponiamo a questo intento anche nel caso dell’ex Colonia a Castellone, che tra l’altro è stata ristrutturata dalla ditta SO. GE. CO. srl di San Cipriano d’Aversa, società alla quale è stato ritirato il certificato antimafia in quanto sospettata (Il Mattino, articolo del Maggio 2009) di essere vicina all’ala stragista del clan dei Casalesi guidata da Giuseppe Setola. Quanto comunichiamo corrisponde al vero se si considera che l’inchiesta, partita dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno, DDA, ha fatto in modo che la Provincia di Salerno ritirasse degli appalti, già assegnati, alla ditta in questione.

Vendere questi due immobili significa correre il rischio di farli acquistare dalla camorra.

Ass. A. Caponnetto

I Sindacati solo ora si accorgono che c’è mafia in provincia di Latina nell’edilizia?

I SINDACATI SI ACCORGONO ORA CHE C’E’ MAFIA IN PROVINCIA DI LATINA. MA FINO AD OGGI CHE HANNO FATTO? HANNO DORMITO???

No, certe affermazioni non le accettiamo.

Oltretutto non sono nemmeno opportune per chi le fa, perché rivelano una disattenzione ed un’ignoranza del problema mafioso davvero inquietanti per chi fa sindacato e, quindi, contrattazione sindacale.

Vuol dire che il sindacato non è presente nei cantieri, non gira, non osserva, non vigila.

Chi scrive ha fatto sindacato. Duro, sul campo, a lungo ed in diverse realtà, dopo la Scuola di Firenze.

Noi dobbiamo dare atto alla CGIL di essere l’unica in provincia di Latina e nel Lazio che mostra sensibilità a questo tema, ma certe affermazioni i suoi dirigenti- in questo caso quello della Fillea –non debbono farle. CISL ed UIL vergognosamente tacciono ed il problema non se lo sono mai posto.

Sono anni che tutto o quasi il settore dell’edilizia in provincia di Latina è monopolizzato da imprese che vengono dal casertano e, in particolare, dalla zona aversana (Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Frignano, Casapesenna).

Sono mesi che noi stiamo gridando e denunciando che tutti, o quasi, i lavori pubblici di Terracina vengono appaltati a ditte di Casal di Principe. Possibile che il responsabile della Fillea non abbia nemmeno letto i giornali che hanno riportato le nostre denunce, i nostri interventi?

Possibile che un sindacato degli edili non abbia mai avuto vertenze con queste Ditte nei cui cantieri gli operai, pur lavorando probabilmente in nero e quindi silenziosi, pur si vedono. Come si vedono le decine di pulmini che quotidianamente attraversano il Garigliano per venire dal casertano da noi.

L’altra sera abbiamo visto con i nostri occhi persone di Casal di Principe a Borgo Hermada impegnate nei lavori di realizzazione del Cimitero. comunale.

E questo vale per Terracina, come per Latina dove interi quartieri sono stati realizzati da imprese dell’aversano, per Gaeta, per Formia, per Minturno, Fondi e così via.

Il responsabile della Fillea a questo punto si ponga delle domande sul “perché” si è potuto verificare tutto ciò. Glielo diciamo noi, se vuole.

Perché alcuni amministratori pubblici chiudono un occhio se non tutti e due; perché la Direzione Provinciale del Lavoro non vigila come dovrebbe vigilare; perché la Guardia di Finanza corre appresso agli scontrini ed alle sostanze stupefacenti e non fa, come dovrebbe, indagini CO; perché, perché, perché…

Ed allora che hanno fatto finora questi dirigenti sindacali?

“Quando la politica mostra il volto dell’arroganza”,un comunicato del PD di Fondi sui comportamenti della classe di governo di quella città

L’intervento telefonico del Senatore Claudio Fazzone durante il Talk Show condotto da Gaetano Orticelli sull’emittente televisiva locale Canale 7 di ieri, ha chiarito bene, ancora una volta, quale sia il livello di pericolosità che quest’uomo politico rappresenta per l’intero territorio della provincia di Latina.

Il tono esagitato, lo sbraitare convulso contro il Prefetto e la Commissione d’accesso, hanno dimostrato che quest’uomo non sta difendendo un Partito, tantomeno una città, ma alcuni suoi uomini che, davanti all’evidenza dei fatti documentati dalle relazioni del Prefetto e del Ministro dell’Interno Roberto Maroni, hanno la faccia tosta di presentarsi come vittime.

Il Senatore Fazzone ha ribadito che denuncerà il Prefetto di Latina Bruno Frattasi e l’intera Commissione d’accesso per aver voluto manifestamente falsificare la realtà dei fatti costruendo un teorema al fine di colpire politicamente l’ex amministrazione di centro-destra guidata da Luigi Parisella e, sottinteso, lui personalmente. Dichiarazione non nuova, che resta gravissima nella forma e nella sostanza. Ci chiediamo se un Senatore della Repubblica italiana possa permettersi di minacciare impunemente un Prefetto in modo così diretto. Lo chiediamo al Ministro dell’Interno Roberto Maroni, al quale ci rivolgiamo, affinché dimostri di avere almeno il coraggio di difendere uno dei suoi uomini migliori. Un uomo delle istituzioni che non deve essere lasciato solo. Lo chiediamo all’Associazione Nazionale dei Prefetti e all’UNADIR, che hanno già dimostrato ampiamente tutta la loro solidarietà al Prefetto Frattasi. Lo chiediamo ai cittadini di questo territorio affinché ritrovino la forza di dire basta a tanta violenza e arroganza.

Ma il Senatore Fazzone, che con il suo intervento ha surrogato i suoi paladini presenti in trasmissione, ha voluto annunciare anche che chiederà un’inchiesta della Commissione parlamentare antimafia sul “caso Fondi”.

Ben venga l’inchiesta della Commissione parlamentare antimafia, caro Senatore Fazzone; perché difficilmente avrà la stessa conclusione della vergognosa non decisione operata con una brillante operazione politico elettorale dal Consiglio dei Ministri. Riuscirà il Senatore Fazzone a trovare in Commissione antimafia, presieduta dall’On.le Giuseppe Pisanu, tre pompieri che faranno lo stesso “lavoro sporco” come accaduto ai Ministri amici Meloni, Brunetta e Matteoli in Consiglio dei Ministri? Se questo accadesse, vorrebbe dire che nell’Italia di Berlusconi lo Stato di diritto è definitivamente sepolto.

Ma in Commissione parlamentare antimafia, oltre ai membri dell’opposizione, siedono Fabio Granata, vice presidente della stessa Commissione, e Angela Napoli. Autorevoli esponenti della maggioranza governativa che si sono ripetutamente espressi a favore dello scioglimento del Consiglio comunale di Fondi per infiltrazioni mafiose.

E, comunque, è in calendario, così come richiesto dagli onorevoli del Partito Democratico Walter Veltroni e Laura Garavini, l’audizione del Ministro Maroni in Commissione antimafia. Il quale dovrà rispondere sul mancato pronunciamento del Consiglio dei Ministri. Ci auguriamo che il Presidente Pisanu non voglia far slittare oltre la prossima seduta tale importante audizione.

Fondi, lì 30 Ottobre 2009

Bruno Fiore, Coordinatore Partito Democratico di Fondi

Prossimi appuntamenti

SABATO 7 NOVEMBRE ORE 16
A TERRACINA – riunione Consiglio Direttivo

DOMENICA 22 NOVEMBRE ORE 9 – A POMEZIA
(tutta la giornata) – stage-scuola per tutti gli iscritti sul ruolo dell’Associazione

GIOVEDI’ 3 DICEMBRE ORE 17,30 A TARQUINIA
Convegno sulla presenza mafiosa nel Lazio con Beppe Lumia

Fondi, l’isola felice delle mafie

A poco meno di un’ora da Roma c’è un avamposto della ‘ndrangheta e della camorra. Si chiama Fondi, è una cittadina in provincia di Latina, basso Lazio. Secondo alcuni, Fondi è l’isola felice delle mafie. Si può fare tutto, perché tutto rimane impunito. Attraverso uomini di fiducia, i casalesi e i fratelli Tripodo (figli del boss della ndrangheta Mico) hanno pesantemente condizionato l’attività della giunta comunale, chiedendo e ottenendo delibere tagliate su misura. L’obiettivo, naturalmente, è quello di accumulare soldi. Con appalti e affari da milioni di euro. Un esempio: a Fondi c’è il più grande mercato ortofrutticolo d’Italia. Il senatore dell’Italia dei Valori, Stefano Pedica, spiega al microfono del Carattere cosa sta succedendo nella tranquilla Fondi. Non sono illazioni. Sono frasi contenute nelle relazioni del prefetto di Latina Bruno Frattasi. Pagine e pagine con nomi, cognomi, fatti, giunte nelle mani del ministro dell’Interno Roberto Maroni e del presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi. Una relazione sconvolgente che può portare ad una sola conseguenza: lo scioglimento della giunta comunale. È la soluzione che Maroni propone al Consiglio dei Ministri, che puntualmente viene rispedita al mittente per motivi non molto chiari.

Da alcune settimane, dopo le manifestazioni di piazza e la pressione dei media, la giunta collusa con ndrangheta e camorra si è dimessa spontaneamente. A marzo 2010 si tornerà alle urne per eleggerne una nuova. Una falsa vittoria. Perché il sindaco Parisella e i suoi assessori potranno ricandidarsi in tutta tranquillità. E perché tutti i funzionari comunali amici delle cosche, nel frattempo, continueranno a perpetrare lo stesso meccanismo che a Fondi va avanti da anni: soldi in cambio di favori.

(Tratto da Il Carattere)

I sindacati finalmente si sono accorti in provincia di Latina dell’esistenza del fenomeno mafioso. Ma CISL ed UIL continuano a tacere

FINALMENTE! IL SINDACATO SI E’ ACCORTO CHE IN PROVINCIA DI LATINA LE MAFIE CONTROLLANO ORMAI TUTTO O QUASI IL SETTORE DELL’EDILIZIA (MA ORMAI I BUOI SONO SCAPPATI DALLE STALLE)

Gerarchie ecclesiastiche, partiti politici, sindacati: tutti finora zitti.

Dobbiamo, per onestà intellettuale, assolvere la CGIL che, in verità, ha assunto parecchie volte una posizione netta contro l’invasione delle mafie in provincia di Latina. Ma dobbiamo dire, con altrettanta franchezza, che tale posizione si è limitata alla denuncia del fenomeno senza spingersi ad individuarne le cause, come la disattenzione della Procura della Repubblica e l’inerzia quasi totale della Guardia di Finanza.

Da parte della CISL e della UIL, poi, un silenzio tombale. Sempre. Il fenomeno mafioso non esiste per questi due sindacati.

Eppure, dovunque ci giriamo, troviamo imprese edili di Casal di Principe, San Cipriano di Aversa, Casapesenna ecc. , alcune delle quali in odor di mafia e che lavorano, peraltro, in nero, in regime di subappalti.

Possibile che non si siano accorti che le imprese locali sono state quasi tutte espulse dal mercato, con tutte le conseguenze immaginabili ed inimmaginabili sul piano occupazionale???

Ora basta.La Regione Lazio ci fornisca chiarimenti in ordine alla gestione della politica antimafia!

ORA BASTA! ABBIAMO CHIESTO AL PRESIDENTE F. F. DELLA GIUNTA DELLA REGIONE LAZIO ESTERINO MONTINO CHIARIMENTI IN ORDINE ALLA GESTIONE DEI FONDI PER LA LOTTA CONTRO LE MAFIE

Ora basta veramente!

Sono mesi che lo stiamo chiedendo, ma ognuno fa orecchie da mercanti.

Abbiamo ieri chiesto per l’ennesima volta al Presidente f. f. della Giunta della Regione Lazio un incontro urgente al fine di avere chiarimenti in ordine a tutta la gestione dei fondi per l’azione antimafia nel Lazio.

Ci auguriamo che anche questa richiesta non cada nel vuoto come le precedenti.

Il caso dell’ex Comandante dei NAS di Latina-Frosinone Giovannino Scarsellone. Che aspetta il Comando Generale dell’Arma a reintegrarlo nel suo ruolo?

IL “CASO SCARSELLONE”. ORA CHE L’EX COMANDANTE DEI NAS HA VINTO TUTTE LE VERTENZE GOIUDIZIARIE, PERCHE’ IL COMANDO GENERALE DELL’ARMA NON LO REINTEGRA NEL SUO RUOLO?

Fu una vicenda dolorosa che portò allo smantellamento della struttura ed alla sostituzione dei vertici dei NAS di Latina e Frosinone.

Una vicenda che ci toccò in modo particolare perché eravamo a conoscenza delle qualità morali e professionali del Comandante Giovannino Scarsellone, un militare fedele al giuramento fatto al momento in cui indossò la divisa.

Travolto da un ciclone di accuse tutte riconosciute infondate dalla Giustizia, egli fu rimosso ed assegnato alla Scuola Sottufficiali dei Carabinieri di Velletri come insegnante. La sua attività aveva dato fastidio a qualcuno?

Anche noi ci vedemmo costretti ad intervenire presso la Procura della Repubblica di Perugia a seguito di un intervento che a noi apparve anomalo del Procuratore capo di Latina.

Ora tutto il castello di accuse è crollato.

Perché il Comando Generale dell’Arma non lo reintegra nel suo ruolo di Comandante dei NAS?

Una “manina” pontina nella vicenda Marrazzo?

NELLA “VICENDA MARRAZZO” UNA MANINA PONTINA?

Uno spunto l’ha fornito il 26 ottobre u. s. Simone Pangia su “La Provincia” con il servizio dal titolo “Cerchi Iovine, spunta Marrazzo”. Un altro, Claudia Fusani con il servizio su “ L’Unita’” di ieri quando parla di Gian Guarino Cafasso, l’uomo deceduto e che era in rapporti con uno dei 4 carabinieri arrestati per la vicenda che ha travolto Pero Marrazzo.

Bene. Gian Guarino Cafasso era di Sperlonga.

Può darsi che non significhi nulla, ma può darsi che sia anche il contrario.

Qualche anno fa noi venimmo a sapere che un certo Iovine è stato per alcuni anni residente a Minturno in un appartamento sulla via Appia di proprietà di persona in vista.

Può darsi che questo Iovine sia solo un omonimo di “’o ninno” o può darsi di no.

Come mai in entrambi i “casi” si va a finire sempre in provincia di Latina e, in particolare, nel sud della provincia?

Non è che nel “caso Fondi” c’entrino anche gli stessi ambienti?

Navigabilità sul lago di Paola, tra mistificazioni e illazioni di “Provincia Futura”

Nell’articolo c’è la conferma delle grossolane illazioni e mistificazioni! Può capitare a tutti di sbagliare. Commettere errori è umano, perseverare nell’errore è diabolico.

Non sapendo cosa dire, si ripete, contando a denti stretti sulla temporanea svista del Tribunale superiore delle acque pubbliche. Aspettiamo la sentenza, che ancora non c’è.

La navigazione a motore nel lago di Paola e vietata dall’art. 28 del Piano Territoriale Paesistico n. 13 del 30 luglio 1999, che recita: Nel lago di Sabaudia “sono vietate la navigazione a motore e l’installazione di attrezzature fisse di attracco, è consentita l’installazione di piccoli pontili.” Il divieto è tuttora in vigore. Questa è l’unica cosa vera ed è facilmente accertabile, dichiarare che è stata abrogata è una clamorosa menzogna per tirare a campare e confondere le acque.

Il Tribunale superiore delle acque pubbliche non può modificare le norme paesistiche della Regione Lazio.

Si dice che il Tribunale superiore delle acque pubbliche abbia considerato che l’art. 28 del P.T.P., che vieta la navigazione a motore, non è stato confermato dall’articolo 6 della legge regionale 6 luglio 1998, n. 24.

Tale Tribunale, letto l’articolo 28 che vieta la navigazione a motore nel lago di Paola ed accertando che si riferisce al P.T.P. del 30 luglio 1999 potrà riconoscere che questo divieto, dell’anno 1999, non poteva “esser confermato” da una legge dell’anno 1998, cioè dall’art. 6 della legge 6 luglio 1998, n. 24.  Semplicemente ancora non esisteva, come faceva a essere confermato o meno?

Basta leggere le date delle due norme in questione.

Quindi non potrà che attenersi al divieto di navigazione a motore posto all’art. 28 del P.T.P. 30 luglio 1999 e, in primis, rispettare e quindi far rispettare quanto in essa contenuto.

A questo servono i Tribunali, a far rispettare le leggi.

Inoltre, il richiamo all’art 6 della legge regionale 6 luglio 1998, n. 24, infilato nella discussione della navigabilità da chissa chi, è fuori luogo. Letto l’articolo 6 della legge 6 luglio 1998, n. 24 il Tribunale non potrà dire che si parla di superficie di lago ma potrà dire che l’articolo 6 si riferisce alla terraferma, visto che tratta della “Protezione delle coste dei laghi” e che si riferisce alla protezione della fascia di rispetto di 300 metri dalla costa, dove certo non si può navigare.

Infatti l’art. 6 della legge regionale 6 luglio 1998, n. 24 recita: “Sono sottoposti a vincolo paesistico i territori contermini ai laghi compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i territori elevati sui laghi, di seguito denominata fascia di rispetto.”

Le bugie hanno le gambe corte.

I Tribunali sono, per definizione, indefettibili.

Sapranno dare le giuste risposte.

Provincialatina.tv – http://www.provincialatina.tv/news/dett.aspx?id=27132

Navigabilità sul lago di Paola, tra mistificazioni e illazioni di “Provincia Futura”

Latina (29/10/2009)Sul tema del divieto alla navigabilità con barche a motore sul lago di Paola apprendiamo, dopo ben due decisioni del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, che il qualificato consesso non ha compreso nulla.

Ergo: sta adottando disposizioni “a cappella”.

Tale percezione si ha chiara leggendo quanto scrivono gli attuali “perdenti causa”: il presidente del Parco Nazionale del Circeo e alcuni strenui difensori e noti specialisti della materia, tra i quali si erge su tutti il consigliere di Provincia Futura, Domenico Guidi.

Per questo, sempre sottovoce, piano piano, come piace a noi e da poco anche al consigliere di Provincia Futura, vogliamo ricordare che al di là delle interpretazioni delle leggi regionali, nazionali ed europee apportate alla discussione, noi per confezionare l’intervento ci siamo attenuti esclusivamente agli atti ufficiali prodotti dal Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche.

Non abbiamo quindi immesso nella ricostruzione della storia alcun elemento di parte, anche se, guarda caso, le decisioni fin qui assunte dal Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche rispecchiano le considerazioni espresse pubblicamente e in tempi non sospetti dal presidente della provincia di Latina Armando Cusani.

Decisioni, al di là della diatriba navigabilità sì navigabilità no, che evidentemente non possono far piacere a chi si oppone, soprattutto, alla progettualità sostenuta dalla provincia di Latina con oltre 3 milioni e mezzo di euro in favore del recupero del lago di Paola.

Ritornando ai contestatori delle decisioni del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, il presidente Benedetto scrive di suo pugno che “vige un divieto di navigazione che solo il regolamento del parco può derogare”.

Sostenendo “che forse occorreva un po’ più di pazienza nella difficile lettura del combinato disposto di tutte le norme (da parte del tribunale ndr)”.

Mentre il tribunale nel respingere il secondo reclamo affermava in punto di diritto “Considerato che il divieto di navigazione di natanti a motore sul lago di Paola di cui all’art. 28 del PTP (ambito di Terracina, Ceprano e Fondi) non risulta confermato nell’art. 6 della legge regionale del Lazio del 6 luglio 1998, n.24. Considerato, d’altra parte, che l’assetto d’interessi con cui è stato affermato in via cautelare la libertà di navigazione dei suddetti natanti a motore è destituito a venir meno con l’adozione di una regolamentazione organica della materia”.

Alla luce delle due decisioni l’Organo giudicante conferma palesemente che il “divieto di navigazione sul lago di Paola è stato abrogato dalla stessa Regione Lazio, ai sensi e per gli effetti della legge Regionale del Lazio n.24/1998, anche per mezzo di un’interpretazione da estendere a tutti i Piani Territoriali Paesistici adottati con la suddetta norma ivi compreso quello in cui cade il Comune di Sabaudia PTP n.13″.

Quello che, in effetti, sosteneva all’indomani dell’astrusa decisione di vietare la navigazione a motore sul lago di Paola il presidente Cusani.

Dove e da chi, dunque, le illazioni e le mistificazioni prodotte sulle norme vigenti sul lago di Paola?

Everardo Longarini
Portavoce del presidente della provincia di Latina Armando Cusani

I Magistrati a difesa della Giustizia. Noi siamo con loro

Lo sciopero delle toghe è nell’aria
La magistratura protesta, lo scontro con il premier Silvio Berlusconi è sempre più aspro. Oggi l’Associazione nazionale magistrati ha organizzato una giornata di mobilitazione in tutta Italia contro “le intimidazioni del potere politico”. Alle 12 e 30 si sono fermate le udienze e per mezz’ora nelle 26 corti d’appello del Paese si sono svolte assemblee.

Il numero uno dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara ha spiegato che “non c’è bisogno di riforme punitive contro i magistrati che hanno l’unica colpa di aver emesso sentenze esercitando la propria funzione”. Il segretario Giuseppe Cascini ha rispedito al mittente l’accusa di faziosità che, dice, “è tra le più gravi e infamanti che si possa rivolgere a un giudice”. “Non c’è decisione giudiziaria sgradita ai suoi desiderata – ha osservato Cascini riferendosi al premier – cui non seguano aggressioni e insulti nei confronti del magistrato. Continueremo a protestare contro questo degrado della vita pubblica, ma è certo che se si va avanti così sarà inevitabile giungere anche allo sciopero”.

Sul fronte delle riforme Palamara ha sottolineato che l’Anm “non è in guerra contro nessuno” e che “non dice sempre di no”. “La giustizia – ha continuato Palamara – ha bisogno di riforme urgenti” ma “diciamo no a quelle che ledono indipendenza e autonomia della magistratura”.

Sullo sfondo c’è anche il cosiddetto “lodo Ghedini”, pensato per spostare a Roma i processi per le alte cariche, ovvero un tentativo di “scudo” a favore del premier, per giunta uno scudo retroattivo. Palamara, interrogato al riguardo afferma di “non poter andare dietro a tutti gli annunci, bisogna vedere i testi scritti. Non sono certo che queste siano le riforme che servono alla giustizia”. Ma di testi scritti, per ora , non c’è neppure l’ombra. Tanto che lo stesso ministro Alfano è corso a smentire che il lodo dell’avvocato del premier esista davvero.
A parlare per il premier è oggi il suo portavoce Paolo Bonaiuti secondo il quale il Cavaliere “ha detto, con grande tranquillità, di essere pronto ad affrontare i processi che lo vedranno impegnato, anche se questo gli porterà via del tempo dall’attività di Governo”. La maggioranza, ha aggiunto Bonaiuti, è “sempre pronta al dialogo ma vorremmo vedere la stessa propensione nell’opposizione”, inoltre “quando si parla di riforma della giustizia si scatena il finimondo”. Eppure se i giornali ne hanno parlato qualcosa ci deve pure essere. Tanto più che, da dentro la maggioranza, il finiano Fabio Granata, ha messo in guardia i suoi alleati: non ci deve essere “il tentativo di riproposizione del lodo Alfano sotto altre forme” perché si potrebbe prestare “a una lettura in chiave di reazione o, peggio ancora, di vendetta”.

Solidale con la protesta dei magistrati l’opposizione. Il segretario del Pd Pierluigi Bersani ha osservato che il presidente del Consiglio sta dando “picconate alla casa comune” con le sue dichiarazioni sui magistrati. “Questi continui attacchi che hanno un rilievo istituzionale – ha detto Bersani – sono delle picconate al quadro della nostra convivenza, alla casa comune che è garantita da una Costituzione che pretende il rispetto dei ruoli reciproci. Se picconiamo dei muri portanti della casa comune veramente provochiamo dei guai seri”. Secondo l’europarlamentare dell’Idv ed ex pm Luigi De Magistris “la sottoposizione del pm all’esecutivo e l’impossibilità che prenda autonomamente notizie di reato, insieme al criminogeno ddl intercettazioni, definiscono il vero obiettivo del Governo: colpire i magistrati e sacrificarli sull’altare di Arcore” (leggi intervento su aprileonline).

Sull’opportunità o meno di uno sciopero delle toghe esprime perplessità l’Udc. Michele Vietti difende l’indipendenza della magistratura ma non approva lo sciopero per il ruolo istituzionale che pm e giudici svolgono.

(Tratto da Aprileonline)

L’assalto alla Giustizia

Non possiamo aspettarci nulla di positivo dalla cosiddetta riforma della giustizia che non è altro che il desiderio di piegare – da parte di chi dovrebbe invece perseguire il bene pubblico – una delle più importanti funzioni statuali ad interessi di parte. Il potere politico controriformatore non ha a cuore il servizio Giustizia; non vuole la tutela dei diritti ed il rispetto delle garanzie per tutti. Non ha come obiettivo la celerità dei procedimenti e la certezza del diritto (men che mai della pena, osannando la prescrizione per i colletti bianchi e gli amici degli amici)

Lo sciopero delle toghe è nell’aria

I poteri forti – in primis la casta politica del malaffare – non tollerano il controllo di legalità esercitato dalla magistratura in ossequio agli articoli 3 e 112 della Costituzione che sanciscono l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e l’obbligatorietà dell’azione penale.

L’esercizio della giurisdizione è tollerato, anzi preteso, se riguarda la cosiddetta criminalità comune (da perseguire sia ben chiaro): in quel caso forca e manette sono i rigurgiti della pancia non solo di una parte della popolazione drogata dalla campagna propagandistica sulla “tolleranza zero”, ma della stessa borghesia opulenta. La borghesia – quella mafiosa ovviamente (quella che ha i colletti bianchi, ma la coscienza intrisa di macchie indelebili) – non tollera, invece, la magistratura autonoma ed indipendente che indaga sulle deviazioni del potere, sulla corruzione, sulle collusioni tra mafie e politica, sul riciclaggio del denaro sporco, sui poteri occulti che, di fatto, governano, in parte, la cosa pubblica nel nostro Paese. Ed è per tale motivo che non possiamo aspettarci nulla di positivo dalla cosiddetta riforma della giustizia che non è altro che il desiderio di piegare – da parte di chi dovrebbe perseguire il bene pubblico – una delle più importanti funzioni statuali ad interessi di parte. Il potere politico controriformatore non ha a cuore il servizio Giustizia; non vuole la tutela dei diritti ed il rispetto delle garanzie per tutti. Non ha come obiettivo la celerità dei procedimenti e la certezza del diritto (men che mai della pena, osannando la prescrizione per i colletti bianchi e gli amici degli amici).

Qualche esempio. La cancellazione di fatto delle intercettazioni avviene con norme criminogene che consolideranno le varie forme di criminalità ed impediranno ai giornalisti liberi ed indipendenti di esercitare il diritto di cronaca costituzionalmente tutelato. La privatizzazione della sicurezza, attraverso le ronde, è il peggio che potesse produrre un Governo che abbia a cuore l’incolumità dei cittadini: delegittima le forze dell’ordine ed istituzionalizza, in talune aree, il controllo del territorio da parte della criminalità organizzata. Del resto, questo Governo, profondamente autoritario, subisce anche la pressione xenofoba della Lega Nord che guida pure il Ministero dell’Interno. L’assenza del contrasto al crimine organizzato soprattutto dei colletti bianchi – anche attraverso il riciclaggio di Stato dello scudo fiscale ed il pressing contro i magistrati onesti che ancora non piegano la schiena – è la testimonianza che questa maggioranza mette in atto un’azione politica che rafforza il ruolo delle mafie all’interno delle Istituzioni, dell’economia e della finanza, nel nostro Paese come all’estero.

L’obiettivo principale dei poteri forti – di chiara ispirazione piduista – è quello di eliminare l’indipendenza del pubblico ministero, oppure ridurla in modo drastico, nella giusta misura in cui sia solo il braccio togato dei desiderata di un potere che vuole il maglio della giustizia impietosa solo nei confronti degli scarti sociali e dei residui di una società sempre più diseguale, da buttare, poi, nelle discariche umane delle carceri. Come si sta raggiungendo tale obiettivo. In primo luogo, i poteri forti stanno operando, da tempo, anche in modo occulto, dall’interno della magistratura, attraverso una sempre maggiore vicinanza di parte dei magistrati al potere politico. In secondo luogo, con l’avallo anche di settori non residuali della magistratura, gerarchizzando sempre di più l’ordine giudiziario ed intimidendo i magistrati liberi – soprattutto quelli non proni alla degenerazione carrieristica lottizzatoria del correntismo – con uso indebito del potere disciplinare che è tornato ad essere quello degli anni ‘50 e ’60 del secolo scorso: la conformazione dell’azione della magistratura (auspicando anche, indebitamente, scelte di opportunità che il magistrato dovrebbe fare quando si trova di fronte taluni potenti) in piena sintonia con l’affermazione del magistrato burocrate e conformista che interpreta il diritto in modo gradito al potere ed in maniera tale da non disturbare i manovratori di turno. La maggioranza – in attesa della riforma costituzionale che il dittatore di Arcore vuole imporre per sottomettere il PM direttamente all’esecutivo – ha deciso di violare ancora una volta la Costituzione attraverso legislazione ordinaria, perseverando nell’uso illegittimo del diritto, così come già fatto, ad esempio, con il Lodo Alfano del Ministro dell’(in)giustizia. In che modo. Il codice di procedura penale prevede che il pubblico ministero è il dominus delle indagini preliminari e che – come necessario corollario dei principi costituzionali di indipendenza dell’ordine giudiziario, uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge ed obbligatorietà dell’azione penale – può, quindi, prendere anche di propria iniziativa le notizie di reato. Il Governo vuole – con qualche ammiccamento negli ambienti del centro-sinistra che hanno forse nostalgia del clima di quella bicamerale che voleva stravolgere la Costituzione Repubblicana – che la magistratura inquirente possa indagare solo su segnalazione della polizia giudiziaria che, come noto, dipende dal potere esecutivo. Con l’addio anche alla cultura della giurisdizione della magistratura e con uno scivolamento sempre più costante dal Rechtstaat al Polizeistaat.

Il controllo della magistratura e dell’informazione sono due traguardi da raggiungere al più presto per il regime nazionalpopulista per soggiogare la democrazia in Italia. Lo smantellamento di questi due pilastri dello Stato di diritto si deve accompagnare ad un assetto sempre più concentrato e verticistico dei poteri dello Stato, annichilendo tutti i balance of powers, prevedendo l’elezione diretta del Capo dello Stato, padrone di tutto ed al di sopra della legge: controllore dei mezzi di informazione, capo del popolo narcotizzato dalla propaganda, capo di un Consiglio Superiore della Magistratura ancor più politicizzato di quanto non lo sia ora, con una Corte Costituzionale che si vuole cortigiana, capo delle forze armate che debbono essere sempre più plasmate simbolicamente nelle strade più in delle nostre città, capo dei poteri forti, mandante di quei servi che hanno il compito di massacrare umanamente e professionalmente gli oppositori del regime, ed, infine, ma non da ultimo, Capo di tutti i Capi.
Luigi De Magistris

(Tratto da Aprileonline)

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