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L’Osservatorio comunale contro la criminalità a Formia carica ognuno dei componenti di grossissime responsabilità morali e non solo

CON L’APPROVAZIONE DEL REGOLAMENTO DELL’OSSERVATORIO COMUNALE CONTRO LA CRIMINALITA’ DA PARTE DEL COMUNE DI FORMIA CI SONO ORA LE CONDIZIONI PERCHE’ QUELL’ENTE SI AVVII SULLA STRADA CHE CONSENTE LA SUA TRASFORMAZIONE IN UNA CASA DI VETRO
Nella bozza di Regolamento che aveva proposto l’Associazione Caponnetto, fra i membri dell’Osservatorio Comunale contro la criminalità presso il Comune di Formia c’erano i Magistrati della DDA e della Procura della Repubblica, oltre ai rappresentanti provinciali delle Forze dell’ordine.
Per noi quella presenza era essenziale, considerato l’altissimo livello di inquinamento mafioso esistente sui territori e la necessità, quindi, di creare sistemi sinergici e strumenti di collaborazione stretta fra organismi inquirenti dello Stato e della società.
Non è stato possibile perché – sembra -… a Latina qualcuno lo avrebbe… sconsigliato.
Comunque nel Regolamento approvato è prevista la possibilità di farli partecipare alle riunioni dell’Osservatorio, pur senza diritto di voto.
Meglio di niente.
C’è un articolo, però, che riempie ogni lacuna e che fa onore, obiettivamente, a questa Amministrazione, inserito, su richiesta sempre dell’Associazione Caponnetto: il 12, che sancisce il diritto dei membri dell’Osservatorio all’accesso a TUTTI gli atti dell’Amministrazione medesima.
TUTTI, dall’anagrafe agli appalti, nessuno escluso.
Questo mette ogni membro nelle condizioni di poter controllare tutto ciò che fa il Comune di Formia e verificare se ogni cosa sia fatta o meno nel pieno rispetto delle leggi e delle regole di una buona amministrazione.
Questo ci carica di responsabilità notevoli perché da oggi in avanti dipende dalle capacità e dall’onestà intellettuale dei singoli componenti dell’Osservatorio se le cose a Formia andranno bene o male e se si riuscirà ad uscire da quel clima nebuloso del quale si è parlato nel recente passato e sul quale sta indagando la Magistratura.
Una grossissima responsabilità, questa, che obbliga ogni singolo partecipante a designare soggetti capaci e responsabili.

Chiacchiere su chiacchiere mentre mafiosi e massoni si impadroniscono sempre più del Paese… Sveglia!!!

CHIACCHIERE SU CHIACCHIERE MENTRE UN SISTEMA POLITICO-AFFARISTICO-MASSONICO-MAFIOSO SI ISPESSISCE E DIVENTA SEMPRE PIU’ PADRONE DEL PAESE…
E’ il dramma dell’Italia;
un popolo che al 50 per cento accetta il sistema e lo sostiene, per un altro 25-30% lo incarna e rappresenta, mentre un’esigua minoranza non lo condivide ma stenta a comprendere che per combatterlo c’è bisogno di tattiche e strumenti adeguati, più moderni ed efficaci di quelli usati finora.
Diciamoci la verità senza prenderci ulteriormente in giro. Se oggi mafiosi e massoni stanno riuscendo a prendere quasi interamente nelle proprie mani il Paese la colpa è proprio della maggioranza del popolo italiano.
Un popolo che non riesce, perché forse nemmeno vuole, a rompere le catene di una sudditanza secolare.
A quel dieci-quindici per cento di popolazione illuminata ed onesta che conserva un forte senso civico e dello Stato di diritto, oltre che una robusta
capacità di indignarsi per il preoccupante arretramento del Paese, diciamo che, se dalla retorica non passa al più presto alla fase della DENUNCIA, diventerà, anche se involontariamente, anche esso complice della fine della democrazia in Italia.

Mafia-politica… ed antimafia

Oggi in Italia nessuna area politica, da sinistra a destra, può ritenersi indenne dal fenomeno dell’inquinamento mafioso.
La mafia non ha colore politico e si allea con chiunque detiene il potere.
E, mentre prima essa si limitava ad allearsi rimanendo un’entità esterna, oggi essa entra direttamente nella politica fino a riuscire ad assumere il controllo perfino delle istituzioni.
La “questione morale” di Enrico Berlinguer, in virtù della quale bastava un semplice avviso di garanzia per esigere le dimissioni da qualsiasi carica politica ed istituzionale, è ormai un lontano ricordo.
Il Parlamento e le amministrazioni pubbliche oggi sono zeppi di pregiudicati, condannati ed indagati per gravissimi reati, a cominciare da quello di associazione a delinquere di stampo mafioso.
Oggi i mafiosi cercano di infiltrarsi perfino nell’antimafia.
E’ capitato anche a noi e continuamente dobbiamo tenere gli occhi sbarrati perché questo non avvenga.
Specialmente noi che, praticando uno stile di antimafia basato tutto sull’indagine e sulla denuncia e non sulle chiacchiere, siamo ritenuti dalle mafie i più pericolosi.
Sono decine, per non dire centinaia, le amministrazioni pubbliche sia del centrosinistra che del centrodestra sciolte per mafia, come sono centinaia, per non dire migliaia, gli esponenti politici, sia di centrosinistra che di centrodestra, indagati o condannati per mafia.
Spesso parlare di mafia o di politica significa la stessa cosa perché quelle che una volta erano due dimensioni, due realtà, magari alleate ma due, oggi non raramente sono la stessa cosa, un unicum, fino ad essersi trasformate ed unificate ne ‘o sistema”.
Chi scrive “viene da lontano” e certe affermazioni può farle sulla base di esperienze vissute personalmente e non per sentito dire.
‘O sistema ” è irriformabile e chi si illude di poterlo modificare è destinato a subire, prima o poi, delle grosse delusioni.
Ecco perché noi sosteniamo che antimafia e politica, quella pulita e vera, sono inconciliabili e
stiamo molto attenti a non consentire a chicchessia di strumentalizzare l’Associazione Caponnetto per fini politici.
D’altra parte non va dimenticato il fatto che la politica DIVIDE ed un’Associazione seria non può permettere la creazione al suo interno di muri divisori fra chi, pur volendo combattere contro le mafie, viene a trovarsi, per motivi politici, in condizioni spesso di contrasto l’uno con l’altro.
Un’associazione antimafia seria DEVE, quindi, tenersi estranea e lontana da QUESTA politica e non consentire ad alcuno di strumentalizzarla per scopi estranei ai suoi obiettivi.
E’ bene che questo lo capiscano tutti.

La storia di un carabiniere ligio ai suoi doveri e che viene ingiustamente punito: Saverio Masi

C’è chi a dieci anni vuole fare il pirata. Chi il pilota di formula uno. Chi l’aviatore.
Saverio Masi, a dieci anni, era alla processione durante la quale la mafia uccise il capitano Emanuele Basile. Anno 1980, Festa del Santissimo Crocifisso. I fuochi d’artificio che coprirono gli spari. La moglie che lo vide accasciarsi. La figlia di quattro anni, viva per miracolo, a terra senza respiro schiacciata dal corpo del padre. Paolo Borsellino che corse all’ospedale dove era stata tentata un’inutile operazione.
Il piccolo Saverio aveva assistito a tutta la scena: giurò che sarebbe diventato come lui, un Carabiniere.
Infatti, mentre quelli della sua età si guardavano in giro alla ricerca di un posto, Saverio Masi deluse tutta la sua famiglia che gli aveva tracciato un percorso facile e tranquillo. Memore del suo giuramento, andò a bussare alla porta della Scuola Sottufficiali, guardando a Paolo Borsellino e alla sua squadra investigativa. E quello divenne il suo traguardo: lavorare al suo fianco e arrestare i mafiosi.
Purtroppo Masi non riuscì a raggiungerlo, perché ancora frequentava la Scuola quando Paolo Borsellino fu ucciso.
Dovette chiedersi se aveva ancora senso diventare Carabiniere. Il dubbio ebbe breve durata. Tutte quelle morti di cui non si trovavano né gli autori né i mandanti, Vito Jervolella, Alfredo Agosta, Salvatore Raiti, Silvano Franzolin, Luigi Di Barca, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Mario D’Aleo, Pietro Morici, Giuseppe Bommarito, Salvatore Bortolotta, Mario Trapassi, quasi tutti ormai dimenticati, chiedevano giustizia. Allora tenne duro.
Forte del suo ammirevole stato di servizio in Campania, quando riuscì a farsi trasferire a Palermo credette di potersi dedicare alla cattura dei latitanti più pericolosi.
Di questo periodo, Masi depone al processo a Mario Mori e in quello sulla Trattativa raccontando che, nel 2005 nel corso di una perquisizione a casa di Ciancimino, un capitano dei carabinieri trovò il papello di Totò Riina contenente le dodici richieste del boss allo Stato ma, quando ne informò i suoi superiori, questi gli ordinarono di “… non sequestrarlo sostenendo che già lo avevano”.
La versione ufficiale, invece, è che il papello fu consegnato ai magistrati da parte di Ciancimino solo nel 2009.
Ma torniamo alle dichiarazioni: stando alla versione di Masi, l’intenzione di non catturare Provenzano, almeno in un primo momento, era manifesta.
Un suo superiore gli avrebbe apertamente detto:
<<Noi non abbiamo nessuna intenzione di prendere Provenzano. Non hai capito niente allora? Lo vuoi capire o no che ti devi fermare? Hai finito di fare il finto coglione? Dicci cosa vuoi che te lo diamo. Ti serve il posto di lavoro per tua sorella? Te lo diamo in tempi rapidi>>.
Il Maresciallo sostiene anche che non è stato fatto tutto il possibile per arrivare all’arresto di Matteo Messina Denaro, anzi racconta di aver identificato, una decina di anni fa, il corriere del superlatitante e di aver chiesto di poter indagare con l’ausilio di telecamere e di cimici
Illustrazione 1: Salvatore Borsellino con Saverio Masi
ma la risposta, sostiene Masi, sarebbe stata negativa. Identico copione quando afferma di aver intercettato lo stesso Messina Denaro a bordo di un’auto a Bagheria, provincia di Palermo, e di aver individuato la villa dove si nascondeva.
In un’altra occasione, pedinando Francesco Mesi (uno dei fedelissimi del boss trapanese), Masi giunse presso un casolare in cui avrebbe potuto piazzare microspie. Mancavano pochi giorni alle sue ferie e si disse pronto a rinunciarvi pur di provvedere, ma il suo superiore gli assicurò che, anche in sua assenza, si sarebbe effettuata l’operazione. Ciò che poi risultò non essere stato fatto.
Gli ha creduto Antonio Ingroia, nelle mani del quale, Saverio Masi rilasciò le dichiarazioni che narrano minuto per minuto tutta la vicenda. Gli credo io perché l’ho guardato in faccia. Perché, da questa dichiarazione, il M. llo Masi non ha tratto alcun vantaggio, anzi è stato sommerso dai problemi professionali e di vita. Eppure deve essere per forza un buon Carabiniere perché, ora che è capo-scorta del magistrato più a rischio d’Italia, Nino Di Matteo, quest’ultimo dichiara il suo apprezzamento a tutti coloro che vogliono ascoltarlo.
Ma torniamo alla nostra piccola storia.
Al ritorno dalle ferie – siamo nel 2008 – Masi dovette recarsi a incontrare di tutta fretta un suo confidente. Utilizzò la sua auto, ciò che la maggior parte dei Carabinieri fa in simili situazioni, anche per proteggere la copertura del confidente. E, poiché la fretta era davvero tanta, mesi dopo gli fu recapitata una multa di 106 euro.
Che cosa si fa, in questi casi e nel mondo intero, quando si utilizza un’auto privata per servizio e si prende una multa? Se ne giustifica l’impiego al Ministero competente. E così fa Masi, premettendo – alla sottoscrizione “il comandante” – il solito “A. P. S. ” (Assente Per Servizio) e la propria firma.
Così, mentre Masi si avvia alla Procura per testimoniare circa certi comportamente non precisamente corretti, che suggeriscono un disinteresse totale alla cattura di latitanti, ma che paiono diventare addirittura ostacolo attivo quando si tratta degli illustri capi mafiosi sunnominati, allora ecco che il suo comandante si accorge che – orrore! – l’uomo che rischia la pelle tutti i giorni nell’interesse di questo Paese ha firmato in vece sua, premettendo come dicevamo il solito “A. P. S. “, la richiesta di annullamento di una multa di 106 Euro!
Il Maresciallo è subito trasferito al servizio scorte, dove non può più occuparsi di latitanti, famosi o sconosciuti che siano, ma dove si guadagna la stima di Nino Di Matteo che è chiamato a tutelare.
Eppure Masi è stato fulmineamente condannato in primo e in secondo grado per una serie di reati collegati alla detta firma e che farebbero arrossire Totò Riina: le sentenze non si discutono. E allora? La Cassazione è chiamata a pronunciarsi il 30 ottobre di quest’anno. Questo è lavoro per l’avv. Giorgio Carta, difensore capace e testardo. Masi, che ha dedicato la sua vita all’Arma, potrebbe essere allontanato se la condanna a sei mesi di carcere, pena sospesa, fosse confermata.
Ma gettiamo un occhio sul processo, tanto per non lasciare nulla nell’ombra.
Nel 2011 il M. llo Masi era stato condannato – con rito abbreviato – a 8 mesi per falso materiale, falso ideologico e per tentata truffa. Secondo l’accusa avrebbe dunque falsificato un atto del proprio ufficio per far annullare una sanzione del codice della strada di 106 euro, riportata durante un servizio svolto con una vettura privata, nel 2008, quando era in forza al Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Palermo.
A distanza di due anni quella condanna viene “alleggerita” del capo di imputazione di falso ideologico – e quindi di due mesi – perché il Tribunale finalmente appura che Masi, quel giorno, era davvero in servizio
L’accusa nei suoi confronti si basa su dati oggettivi palesemente inattendibili, in particolare
la asserita “rarissima concessione dell’utilizzo di auto private per l’espletamento di servizi di indagine”.
Un’affermazione smentita dagli stessi appartenenti alle forze dell’ordine, così come dal sindacato di Polizia “Coisp”, che era presente in aula attraverso un suo rappresentante. Sarebbe bastata l’autorizzazione a depositare copia del passaporto di Masi per chiarire che la firma apposta dallo stesso sulla lettera non è falsa, ma identica a quella in calce al documento. Sarebbe forse perfino bastata l’autorizzazione a depositare ulteriori memoriali di servizio che avrebbero attestato l’effettivo abituale utilizzo di auto private per l’espletamento di servizi di indagine. Memoriali che, però, sono stati negati con forza dal Comando Provinciale e di cui la stessa Corte non si è voluta interessare.
Risultato? Se la condanna sarà confermata dalla Cassazione il 30 di ottobre (e nessuno può accettare una simile idea) Masi sarà espulso dall’Arma, mentre un numero sempre crescente di cittadini di ogni genere si schiera al suo fianco attraverso incontri, tavole rotonde e manifestazioni.
E’ perfino stato dato il via a una petizione perché Saverio Masi, memoria storica della mafia, sia restituito a un Reparto Investigativo, in nome dei tanti che credono nella giustizia. Nessuno ha mai immaginato che essa potesse influire sulle decisioni del Comando Generale dell’Arma, si è soltanto utilizzato uno stratagemma per informare le migliaia di cittadini che si sono volonterosamente fermati al banchetto. Per dire a Masi che non è solo.
E ora, che accadrà? Appuntamento al 30 ottobre.
laura caputo

Le mafie sono entrate ormai così massicciamente nello Stato e nella politica al punto da condizionarli e se non c’é subito un impegno TOTALE – e non residuale com’é purtroppo oggi da parte di molti che lo relegano ai posti secondari rispetto, a esempio, a quello politico – per questo Paese non c’é più avvenire. Continuando così avremo preso non più uno Stato di diritto ma uno stato criminale ed a rimetterci saranno i nostri figli e nipoti

Considerare marginale, residuale l’impegno della lotta alle mafie rispetto ad altri impegni rappresenta un errore gravissimo in quanto, fra l’altro, evidenzia una carenza imperdonabile sul piano della consapevolezza della drammaticità del fenomeno mafioso.
Ci sono amici che relegano l’impegno antimafia ad un posto secondario rispetto a quello, per esempio, assegnato a quello politico.
Essi evidentemente non riescono a rendersi conto del fatto che oggi le mafie sono riuscite, spesso con la corruzione, a corrodere le stesse basi dello Stato di diritto fino al punto da essere prossime a trasformarlo in stato criminale.
Ed in uno stato criminale non ci sono più spazi per i diritti dei cittadini.
Non solo.
Ma c’è anche da considerare che laddove c’è mafia non ci potrà essere crescita economica in quanto qualsiasi imprenditore serio disposto ad investire i suoi soldi non andrà mai ad investirli in un territorio dominato dalle mafie.
Questo è già oggi uno dei motivi per i quali gli imprenditori stranieri non vengono più ad investire in Italia e quei pochi che già ci sono se ne stanno tutti andando via, compresi molti italiani.
Ordunque, qua non è nemmeno più un problema di coscienza civile o meno, ma, al contrario, di vero e proprio interesse anche personale e familiare in
quanto non impegnarsi in maniera TOTALE e prioritaria nel combattere le mafie significa venir meno ai doveri anche familiari che riguardano l’avvenire dei propri figli.
Quando ci si trova a vivere in uno stato criminale non ci sono più spazi nemmeno per la pratica civile e democratica.
Se non si capisce questo, vuol dire che per questo Paese non c’è più avvenire perché ormai le mafie sono entrate in maniera massiccia nello Stato e nella politica fino quasi a dominarle completamente.

Una giornata particolare, ma con anche tanto dolore. Comunque abbiamo dato il nostro contributo

UNA GIORNATA DEDICATA AI TESTIMONI DI GIUSTIZIA.
TANTA GIOIA MA ANCHE TANTO DOLORE
Ieri per me, ma anche per gli altri amici della Caponnetto che mi accompagnavano (pochi in verità perché ne aspettavo altri ai quali volevo far sentire le forti emozioni che ho sentito io), ho vissuto una giornata di dolore e di sofferenza infinita.
Certe cose bisogna viverle o sentirle dalla viva voce dei protagonisti per maturare e crescere.
Purtroppo non è così, spesso.
Si parlava delle ambasce dei Testimoni di Giustizia e del trattamento riservato ad essi ed alle loro famiglie da questo Stato ingrato al raduno promosso da Libera.
E vi assicuro che, pur persone ormai non più giovani come me ed abituate a vedere e sentire di tutto, ne escono con il cuore a pezzi.
Piene di rabbia e sempre più determinate a combattere con i denti le ingiustizie che subisci non tanto dalla camorra e dalle mafie perché le hai già nel tuo conto, ma quelle che ti vengono da uno Stato che i nostri padri hanno voluto con il loro sangue e che vedi, invece, diverso da quello che essi desideravano.
Un tradimento che senti provenire dalle classi dirigenti ma anche – ed è quello che ti brucia di più -
dalla gente che ha paura, è vile, falsa e dice di stare dalla tua parte ma che in effetti ti lascia solo.
Quasi sempre.
Noi abbiamo dato, come facciamo sempre, il nostro contributo di idee e di proposte e siamo certi che gli amici di Libera ne faranno tesoro inserendole nel documento finale che essi presenteranno alla Commissione Parlamentare Antimafia perché vengano tradotte in leggi a favore dei Testimoni di Giustizia.
Ma il sentire i tanti drammi e le tante sofferenze di tantissime persone che hanno dato tutto a questo Stato, riducendosi in miseria, non ti provoca di certo gioia.
Soddisfatti, quindi, per aver messo una pietra nel muro del fabbricato in costruzione, ma anche tanto, tanto addolorati. ORA, DOPO LA GIORNATA DI CONFRONTO A ” CONTROMAFIE” DI LIBERA, I PROBLEMI DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA SONO STATI POSTI TUTTI SUL TAPPETO E NESSUNO PIU’ DEL PARLAMENTO E DEL GOVERNO PUO’ DIRE DI NON CONOSCERLI
Il primo problema è quello che riguarda il pessimo funzionamento del cosiddetto “Servizio Centrale Protezione”.
Troppa incompetenza, troppa impreparazione, un’assoluta e non più tollerabile insensibilità ai problemi, anche di natura immateriale, di chi, vivendo in una situazione di agiatezza e di vita normale, si viene a trovare, dopo aver denunciato un crimine cui è stato testimone o di cui è rimasto vittima innocente, all’improvviso in uno stato di precarietà e di miseria.
Quel Servizio va azzerato e completamente ristrutturato con gente competente.
La Caponnetto ha posto, durante il dibattito, con forza tale argomento e ci fa immensamente piacere che gli amici di Libera abbiano convenuto sulla necessità di inserire tale argomento fra i primissimi punti del documento che sarà presentato alla Commissione Parlamentare Antimafia ed agli organismi competenti del Governo per la soluzione dei problemi dei Testimoni di Giustizia e per l’eliminazione di una situazione oltremodo vergognosa.
Persone incompetenti non possono stare un minuto in più in posti così delicati dove si
decidono la vita e la morte di persone oneste e coraggiose quali sono state e sono i Testimoni di Giustizia, una categoria ormai in estinzione, purtroppo, proprio a causa di quelle persone che, con il loro comportamento, hanno probabilmente scoraggiato altri a denunciare crimini cui hanno assistito ed assistono e soprusi subiti e che subiscono.
Non si giustifica, infatti, diversamente il fatto che i Testimoni di Giustizia si siano fermati a quota 80 e da anni non ce ne siano altri che ne abbiano seguito e che ne seguano l’esempio.
Un danno incalcolabile che questo Stato bifronte produce all’azione di contrasto che esso dice di voler condurre alle mafie utilizzando, poi, personale incompetente che, con il suo operare, produce un effetto contrario.
Altro tema importante e delicato è quello che riguarda il tenore di vita che lo Stato DEVE assicurare ai Testimoni di Giustizia ed alle loro famiglie che DEVE essere quanto meno UGUALE a quello che essi avevano al momento in cui hanno denunciato il crimine cui hanno assistito o che hanno subito.
Soldi ce ne sono ed anche tanti nella casse dello Stato in quanto ci sono miliardi confiscati alle mafie che non si sa come vengono utilizzati.
Quei soldi DEBBONO essere usati per assicurare un tenore di vita dignitoso a tutti coloro che collaborano con la Giustizia e l’aiutano a combattere le mafie.
Punto.
L’Associazione Caponnetto è un’organizzazione seria e positiva che ha come unico obiettivo la lotta alle mafie e che, pertanto, senza lasciarsi andare ad atteggiamenti rancorosi e di natura disfattista, pragmaticamente ed in maniera costruttiva è sempre disposta ad allearsi con chiunque voglia seriamente affrontare e risolvere i problemi che impediscono un’effettiva lotta alla criminalità mafiosa.
Abbiamo, perciò, partecipato alla manifestazione indetta da Libera in maniera convinta e la ringraziamo per averci consentito di esprimere il nostro pensiero, condividendolo.
Insieme – ce lo auguriamo- continueremo a combattere questa battaglia fino alla sua soluzione.
Ai testimoni di Giustizia, poi, raccomandiamo affettuosamente l’UNITA’.
State tutti nella stessa barca, vivete quasi tutti gli stessi drammi e non cedete ai richiami interessati di chi eventualmente vuole dividervi specialmente ora che il fronte di coloro che si stanno battendo per risolvere i problemi vostri si va allargando.
Questo è il momento in cui dovete essere UNITI.
Tutti.

Un’informazione, quella nostra, che deve essere MIRATA, ATTUALE, FINALIZZATA AGLI OBIETTIVI CHE CI PROPONIAMO, non narrativa, commemorativa, ricca, possibilmente, di spunti investigativi per le forze delll’ordine e la magistratura, un’informazione, insomma, di servizio

L’INFORMAZIONE, AMICI, L’INFORMAZIONE!
SARA’ IL NOSTRO SLOGAN DA OGGI IN AVANTI!!!
La serietà di un’associazione antimafia si misura anche dal “tipo” di informazione che essa recepisce e diffonde e, in particolare, dalla sua “efficacia” rispetto alle finalità che essa persegue.
Partiamo dalle finalità che l’Associazione Caponnetto persegue:
la lotta alle mafie ed alle illegalità.
Illegalità in senso non generico, ma, al contrario, sempre connesse all’obiettivo principale che è quello della
LOTTA ALLE MAFIE.
TUTTO, quindi, deve essere finalizzato all’azione di contrasto alle organizzazioni criminali.
Orbene, tutto quanto noi recepiamo e diffondiamo DEVE essere finalizzato al perseguimento di questo obiettivo.
Non ci interessano, quindi, come Associazione, notizie di natura squisitamente politica e che riguardino la vita di partiti, amministrazioni pubbliche e che non abbiano riferimenti, diretti od indiretti, con la criminalità soprattutto mafiosa.
Un ambito ben definito, studiato soprattutto per non dare spazio ad eventuali tentativi di strumentalizzazione politica che nulla hanno a che fare con gli obiettivi della Caponnetto, la quale è nata e deve restare un’associazione apartitica e libera da tutto e da tutti, partiti, istituzioni, gruppi di affari e quant’altro del genere.
Partiamo da un esame dello stato delle cose nel nostro Paese.
Le mafie – quelle militari, ma soprattutto quelle politiche, economiche, istituzionali ecc – hanno raggiunto un livello di radicamento nei gangli vitali del tessuto nazionale tale da condizionarne la vita.
Non ci sono un ambito, un settore nei quali esse non siano presenti ed attive.
E’ un grosso errore pensare e dichiarare che in un ambiente o in un territorio esse non siano presenti.
Oltre che fare della disinformazione, è anche diseducativo perché NON è così.
Nessun ambito, nessuna porzione di territorio sono indenni da questa piaga.
NESSUNO.
IL FATTO CHE IN UNA ZONA, IN UNA CITTA’, IN UNA PROVINCIA ESSE NON SPARINO, NON AMMAZZINO, NON INCENDIANO, NON USANO LA VIOLENZA, NON VUOL DIRE CHE ESSE NON CI SIANO.
Anzi, è esattamente il contrario, perché vuol dire che esse sono già riuscite a penetrare nel tessuto di quel territorio, attraverso probabilmente la corruzione e gli investimenti di capitali, da non aver bisogno di ricorrere alla violenza.
Vuol dire che esse ormai sono padrone quasi di tutto.
Laddove sembra che ci sia pace, la “pax”, là c’è maggiormente la mafia.
Là si vede la bravura di chi dice di volerle combattere.
La si vede la capacità di scovarle.
Si tratta di mafia evidentemente “alta”, quella dei “colletti bianchi”, la più pericolosa perché non appare, della cosiddetta gente “perbene”, di professionisti, di imprenditori, di esponenti politici, di uomini e donne delle istituzioni.
Gente abituata a frequentare i salotti “buoni ” e che gode di “rispetto”.
La mafia che comanda e decide della vita e dell’avvenire di ognuno di noi, dei nostri figli, dei nostri nipoti, dei giovani.
Quando leggiamo o sentiamo qualcuno, quindi, che dice “qua non c’è mafia”, vuol dire che o che quella persona non ha capito niente, è uno sprovveduto, che vive al di fuori della realtà in cui vive, o, peggio, che è un colluso.
Tertium non datur.
Detto questo, passiamo all’argomento che stiamo trattando.
L’Associazione Caponnetto ritiene che per aggredire, oggi, la mafia – in un contesto corrotto ed afflitto ormai quasi per intero da una cultura mafiogena, qual’è quello italiano, che nelle statistiche mondiali figura ai livelli più alti quanto a corruzione e criminalità -, pur non disdegnando lo strumento della “prevenzione”, quello più incisivo sia quello della “repressione”.
Anche sul piano educativo, allorquando non c’è sinergia fra tutte le agenzie educative ed i contesti in cui ognuno di noi vive, non si riuscirà mai a raggiungere gli obiettivi desiderati.
In parole povere, quando io insegno ai ragazzi la legalità e, poi, questi si trovano, fuori dalle aule scolastiche, a vivere, in famiglia e nella società, in contesti violenti, corrotti, immorali e criminali, ho perso solamente tempo e soldi.
Può sembrare, questo, un discorso disfattista e che diffonde sfiducia, ma non è quello cui puntiamo noi.
Chi svolge un compito, una missione, un lavoro – chiamateli come volete – quali sono quelli che svolgiamo noi, DEVE stare con i piedi per terra, deve prendere atto della realtà ed adottare gli strumenti, le tattiche e le strategie più adatti per affrontarla.
TUTTO, quindi, deve essere finalizzato al raggiungimento del fine che ci proponiamo, senza esitazioni, deviazioni, sbavature di sorta.
L’esperienza, soprattutto ed uno studio attento e lungo della realtà nella quale tutti noi viviamo, ci ha indotti ad impostare l’azione dell’Associazione Caponnetto su tre elementi fondamentali, tre capisaldi:
1) l’INDAGINE,
2) la DENUNCIA,
3) la PROPOSTA.
L’INDAGINE.
Bisogna partire dalla conoscenza profonda del territorio in cui viviamo ed operiamo, conoscerne stili di vita, costumi, mentalità, comportamenti, atti, fatti.
E’ necessario avere rapporti, per raccogliere notizie, anche quelle apparentemente non importanti, ascoltare tutto e tutti, più che parlare.
L’ascolto è fondamentale.
LA DENUNCIA
TUTTE le notizie raccolte -atti, sospetti, confidenze ecc. – sui vari territori vanno trasmessi agli organi dirigenti dell’Associazione, i quali li vagliano, li selezionano, li arricchiscono, li supportano attingendo alle conoscenze eventualmente già in possesso e, alla fine, li veicolano nella direzione e nelle forme giuste, alle persone ed agli organi giusti.
Questo serve, oltretutto, a preservare i singoli da eventuali rischi di ogni natura.
LA PROPOSTA
L’Associazione valuta quali sono le eventuali incongruenze, anomalie, omissioni, carenze, complicità, responsabilità, le denuncia e cerca di proporre le soluzioni alle persone ad agli organismi competenti.
Uno sforzo immane, come si vede, che richiede oculatezza, studio, valutazioni continui ed impegnativi, tutti tesi a centrare gli obiettivi- che sono, lo ripetiamo, quelli di colpire al cuore le mafie ed i singoli mafiosi – e a fare in modo che il tutto non si riduca ad un esercizio retorico, di parata, inconcludente.
Uno sforzo che DEVE puntare possibilmente a PREVENIRE – l’antimafia del “giorno prima” contro quella del “giorno dopo”- l’insediamento delle mafie.
INTERVENIRE, INSOMMA, A MONTE E NON A VALLE.
PRIMA CHE I BUOI SCAPPINO DALLE STALLE E NON DOPO, QUANDO I DANNI SONO STATI GIA’ FATTI.
Tutto ciò mal si concilia con la vecchia e diffusa abitudine del racconto di fatti già avvenuti che, secondo noi, non incide nemmeno sulle coscienze di persone inserite in un contesto già deteriorato da una subcultura del malaffare e, quindi, potenzialmente criminale.
Un contesto ASSUEFATTO ormai alla notizia dell’atto criminale e non in grado, quindi, di reagire in alcun modo.
Oggi la società ha perso perfino la capacità di indignarsi e resta solo un’esigua -molto esigua- minoranza capace di reagire emotivamente di fronte all’inarrestabile processo di decadenza morale, culturale e materiale del Paese.
L’INFORMAZIONE.
Noi disponiamo di un volume “di fuoco” non indifferente -un sito web -www. comitato-antimafia-lt. org – e due pagine Facebook ufficiali intestati all’Associazione Caponnetto, più altre due -tre che ci fiancheggiano e sappiamo di essere attentamente seguiti e letti da centinaia di migliaia di persone, amiche e più ancora nemiche: mafiosi, esponenti politici e delle istituzioni e, infine, simpatizzanti ed iscritti.
Un’Associazione antimafia seria ha il DOVERE di fornire un’informazione MIRATA, diretta, cioè, ad un ambito maturo, cosciente e sensibile.
Un’ informazione, mai disgiunta dall’azione, da un profondo contenuto, quindi, PEDAGOGICO, che punta, cioè, ad informare correttamente quell’ambito di persone pensanti ed intellettualmente e moralmente sane, senza censure e travisamenti, manipolazioni ecc. e che sia in grado di suscitare nel loro animo e nelle loro menti delle emozioni e dei pensieri positivi ed in grado di provocare delle reazioni che possono portare ad un loro impegno sul campo.
Cosa può interessare a quell’ambito di persone mature, sensibili e pensose dell’interesse collettivo e del bene del Paese – e cosa c’entra con i nostri obiettivi – se il tale muro di via Arenula nella Capitale sta per crollare o se la tale piazza di Roccacannuccia è sporca, o, ancora, del furto in un appartamento di Palermo, o del singolo stupro e della tal rapina???
Ma, infine, c’è un altro aspetto che deve interessarci e, forse, il più importante.
Ecco perché parliamo della necessità di un ‘informazione attenta e soprattutto MIRATA.
Ci risulta che quanto noi scriviamo viene letto con molta attenzione da soggetti ed organi istituzionalmente preposti alla lotta alle organizzazioni mafiose, forze di polizia e magistrati.
La nostra informazione deve essere in grado di fornire, possibilmente, delle piste interessanti anche dal punto di vista investigativo.
Solo così, oltre che informare e formare nella maniera più corretta possibile, possiamo assolvere ad un ruolo significativo e di servizio agli interessi dello Stato di diritto.
Contro le mafie.
Tutte le mafie!

Relazione sul sistema di protezione dei testimoni di giustizia

Un importante passo in avanti è stato fatto con la “Relazione sul sistema di protezione dei testimoni di giustizia”. Un lavoro complesso e articolato che dimostra la nostra ferma volontà di essere sempre presenti sui temi che riguardano la lotta e il contrasto alle mafie. Un tema molto delicato e importante riguarda il sistema di protezione dei testimoni di giustizia.
Oltre gli annunci, in questa relazione si possono leggere non solo un’analisi approfondita ma proposte concrete. Il Movimento Cinque Stelle ha uno dei suoi capisaldi nell’antimafia e lo dimostra con i fatti, con il lavoro dei sui membri in commissione.

(La relazione integrale è disponibile nell’articolo originale linkato qui sotto)

http://www.beppegrillo.it/movimento/parlamento/antimafia/2014/10/relazione-sul-sistema-di-protezione-dei-testimoni-di-giustizia.html

Quanti “Nanà ‘o cecato” possono stare a Gaeta e vivere ed operare tranquilli?

LA NOTIZIA ORMAI E’ DATATA PERCHE’ RISALE AD ALCUNI GIORNI FA, MA NOI VOGLIAMO RIPROPORLA LO STESSO PER AFFRONTARE UN PROBLEMA SPINOSO:
L’OMERTA’ DELLA GENTE…
QUESTO SIGNORE ABITAVA A GAETA DA TEMPO. IN UNA TRAVERSA DI CORSO ITALIA. GIRAVA E FERQUENTAVA GENTE. ERA UN BOSS E NON UNO QUALSIASI ED UN BOSS E’ PRIMA O POI RICONOSCIBILE. NESSUNO SE NE ERA ACCORTO, NESSUNO LO HA NOTATO, NESSUNO AVEVA NOTATO LE SUE FREQUENTAZIONI, I SUOI MOVIMENTI… NESSUNO. SE NON FOSSE STATO PER I CARABINIERI DEL CAPITANO DE NUZZO E DEL LUOGOTENENTE LATORRE CHISSA’ PER QUANTO
TEMPO ANCORA QUESTO SIGNORE AVREBBE CONTINUATO A FARE GLI AFFARI DEL CLAN A GAETA E NEL SUD PONTINO! QUANDO SI DICE CHE LA MAFIA VA CERCATA IN MEZZO ALLA GENTE!!! “Camorra: arrestato Gaetano Tibaldi, esponente clan Lo Russo 15: 14 19 OTT 2014 (AGI) – Latina, 19 ott. – Arrestato dai carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile di Formia Gaetano Tipaldi, 68enne di Napoli considerato pericoloso esponente del clan camorristico Lo Russo. L’uomo, domiciliato a Gaeta da tempo, era stato colpito il 17 ottobre da ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Napoli per estorsione in concorso con l’aggravante associativa mafiosa. Il 68enne, che secondo gli inquirenti aveva un ruolo di dirigente e organizzatore del sodalizio criminale operante nell’area a Nord di Napoli, e’ stato catturato al termine di un’indagine condotta per due giorni dai militari della Compagnia di Formia tra le province di Latina, Caserta e Napoli, avvalendosi dell’ausilio di mezzi tecnici e attivita’ di osservazione, controllo e pedinamento. Tipaldi e’ stato rintracciato a Napoli, nel quartiere Miano, in procinto di allontanarsi per rifugiarsi altrove rendendosi irreperibile. Arrestato e’ stato
trasportato nel carcere di Secondigliano dove resta a disposizione dell’autorita’ giudiziaria. (AGI) ”
GAETA E’ LA CITTA’ DELLA PROVINCIA DI LATINA E DEL BASSO LAZIO CHE STORICAMENTE HA IL PIU’ ALTO NUMERO DI BENI CONFISCATI ALLA CAMORRA.
CONSIDERATA DAI CASALESI “PROVINCIA DI CASALE”, LA CITTA’ DEL GOLFO HA SUBITO NEI DECENNI UN PROCESSO DI TRASFORMAZIONE CHE NE HA MUTATO I CONNOTATI SOCIALI, CULTURALI, ECONOMICI, POLITICI CON L’INNESTO NEL SUO IMPIANTO DI CENTINAIA, PER NON DIRE MIGLIAIA, DI PERSONE TUTTE PROVENIENTI DALLE REGIONI DEL SUD.
UN PROCESSO DI MERIDIONALIZZAZIONE CHE NE NA MUTATO I CONNOTATI FINO AD INDURRE LA POPOLAZIONE INDIGENA A CONSIDERARSI QUASI “ESTRANEA” AL TERRITORIO, STRANIERA IN PATRIA.
PARTE DI ESSA SI E’ VISTA COSTRETTA, STRANGOLATA DAI COSTI
DEL MERCATO DELLE LOCAZIONI, AD ANDARE VIA.
ITRI, GIANOLA DI FORMIA, FONDI E GLI ALTRI COMUNI VICINI SI SONO RIEMPITI DI CITTADINI GAETANI COSTRETTI AD ABBANDONARE IL TERRITORIO NATIO MENTRE MIGLIAIA DI ABITAZIONI SONO RIMASTE VUOTE ED UTILIZZATE SOLAMENTE NEI MESI ESTIVI, IN UN MERCATO SELVAGGIO E SPECULATIVO DELLE LOCAZIONI TIPICO DELLE ECONOMIE MALATE E PARASSITARIE.
A LEGGERE I NOMI SUI CITOFONI DELLE CASE SI NOTANO PER LO PIU’ NOMINATIVI DEL SUD ITALIA.
PERSONE PER BENE SICURAMENTE, MOLTE DI QUESTE, MA, PROBABILMENTE, NON TUTTE.
NON A CASO SI PARLA DI FREQUENZE SULLE SPIAGGE GAETANE, – QUELLE MENO SOTTO L’OCCHIO DEI PIU’- DI SOGGETTI BEN NOTI NEI TERMINALI DELLE FORZE DI POLIZIA.
SPARITA QUASI PER INTERO TUTTA L’IMPRENDITORIA GAETANA, OGGI IN TUTTE LE ATTIVITA’ ECONOMICHE NON
SI SENTE PIU’ PARLARE LA LINGUA LOCALE.
LA SITUAZIONE SI E’ ANDATA SEMPRE PIU’ AGGRAVANDO – E SEMPRE PIU’ SI AGGRAVERA’ – GRADO A GRADO CHE IL PORTO SI E’ ANDATO INGRANDENDO CALAMITANDO MERCI E SOGGETTI DI OGNI SPECIE E DI OGNI LATITUDINE.
SUL PORTO DI GAETA, UNO DEI PIU’ IMPORTANTI DI TUTTO IL MAR TIRRENO, SI E’ SCRITTO DI TUTTO.
FIUMI INTERMINABILI DI INCHIOSTRO E SICURAMENTE MOLTO ANCORA SI SCRIVERA’.
UNA POPOLAZIONE ED UNA CLASSE POLITICA ATTENTE E PENSOSE DEL BENE COMUNE DI FRONTE AD UNA SITUAZIONE DEL GENERE AVREBBERO DOVUTO SGRANARE TANTO DI OCCHI E CIO’ ANCHE AL FINE DI DETERMINARE E GUIDARE CERTI PERCORSI NON SUBENDO CERTE SCELTE E LASCIANDOSI, INVECE, CONDIZIONARE DA DECISIONI IMPOSTE DALL’ESTERNO E DA ALTRI,
INVECE, PURTROPPO, NON E’ COSI’ E SI HA, FATTA QUALCHE RARISSIMA
ECCEZIONE, UN TESSUTO SOCIALE E POLITICO IL PIU’ ABULICO, APATICO, INERTE CHE POSSA ESISTERE.
UNA VITA SOCIALE E POLITICO-AMMINISTRATIVA SENZA RESPIRO E SCIALBA, DI BASSISSIMO PROFILO E CHE IGNORA LE DINAMICHE CHE SCUOTONO UNA SOCIETA’ IN CONTINUO MOVIMENTO, CON FENOMENI CHE SI ACCAVALLANO IN CONTINUAZIONE.
FENOMENI CHE POSSONO COMPORTARE SVILUPPI CORRETTI, SCORRETTI.
ED ANCHE CRIMINALI.
E RITORNIAMO AL PUNTO CHE CI RIGUARDA IN QUESTO MOMENTO.
UN SINDACO, IN PASSATO, HA PARLATO DI GAETA COME DI ” UNA LAVATRICE DI DENARO SPORCO DELLA CAMORRA ”
PECCATO CHE EGLI NON ABBIA VOLUTO CONTINUARE O CHE, FORSE, QUALCUNO GLI ABBIA IMPEDITO DI CONTINUARE.
FORSE.
ANCHE QUESTO SAREBBE UTILE SAPERE.
PER “CAPIRE”.
MA EGLI NON LO DICE.
ALMENO A NOI!
ABBIAMO CHIESTO, PER DIRADARE LE NEBBIE, ALL’ATTUALE AMMINISTRAZIONE DI COSTITUIRE UN OSSERVATORIO COMUNALE CONTRO LA CRIMINALITA’, MA, DOPO UN INUTILE TERGIVERSARE, NON SIAMO RIUSCITI AD OTTENERLO!
ABBIAMO CHIESTO A VARIE PERSONE, ANCHE QUALCHE CONSIGLIERE COMUNALE, DI FORNIRCI UN ELENCO DELLE DITTE CHE HANNO EFFETTUATO ED EFFETTUANO LAVORI PUBBICI E PRIVATI IN MODO DA POTER FARE UNO SCREENING ONDE POTERNE VERIFICARE LA CORRETTEZZA E NON SIAMO RIUSCITI AD OTTENERLO.
NESSUNO TI FORNISCE UNA NOTIZIA, NESSUNO, A COMINCIARE DA QUELLI CHE SU FACEBOOK TI SCRIVONO ” CONDIVIDO”, TI FORNISCE UN MINIMO DI INFORMAZIONE, DI COLLABORAZIONE PER INDIVIDUARE CAMORRISTI E COMPLICITA’ LOCALI.
L’ARIA GRIGIA.
QUELLA CHE RUOTA SEMPRE INTORNO ALLA CAMORRA E CHE LE CONSENTE DI AGIRE.
NON CI MERAVIGLIAMO, QUINDI, CHE A GAETA “PROVINCIA DI CASALE” POSSANO VERIFICARSI FENOMENI COME QUELLI CHE HANNO RIGUARDATO IL BOSS DEL CLAN LO RUSSO, GAETANO TIPALDI DETTO “NANA’ ‘O CECATO”.
A GAETA, SE NON CI FOSSERO I CARABINIERI DEL COMANDANTE LATORRE, DI “NANA’ ‘O CECATO” CE NE POTREBBERO STARE A DECINE E VIVERE ED OPERARE TRANQUILLAMENTE!
PECCATO!

Cosa significa una presenza quasi stabile di “nanà ‘o cecato” a Gaeta? Cosa stava a fare?

Gaeta, arrestato esponente di spicco del clan “Lo Russo”

Gaeta – Duro colpo quello inferto dalla giustizia alla criminalità organizzata durante il week-end, con l’arresto firmato dai Carabinieri del Nucleo Operativo Radiomobile della Compagnia di Formia di Gaetano Tipaldi, considerato pericoloso esponente del clan “Lo Russo”, pare noto nell’ambiente con il soprannome di “Nanà o’ cecato”. Nato a Napoli nel 1946, pluripregiudicato, residente del capoluogo partenopeo, ma domiciliato a Gaeta, secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’uomo ricopriva il ruolo di dirigente ed organizzatore del sodalizio mafioso operante nell’area nord di Napoli. Sabato, al termine di un’intensa attività di indagine dei militari tra le province di Latina, Caserta e Napoli, è stato individuato ed arrestato nel quartiere di Miano della città ai piedi del Vesuvio anche Gaetano Tipaldi, che risulterebbe essere un’altra figura preminente del sodalizio. L’azione investigativa è scattata a seguito dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere che il Tribunale di Napoli, lo scorso 17 ottobre, ha emesso a carico del Tialdi per l’articolo 416 bis del Codice Penale, ovvero “associazione di tipo mafioso” e gli articoli 110 e 629 del Codice Penale in relazione all’articolo 628/3, ovvero “concorso in estorsione”. Il boss, raggiunto dai mi- litari dell’Arma di Formia, è stato sorpreso in procinto di allontanarsi per rifugiarsi altrove, nel tentativo di rendersi irreperibile. Nonostante ciò, però, l’uomo è stato bloccato e tradotto presso la casa circondariale di Napoli, Secondigliano, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria. E’ un nome diverso, rispetto ai clan noti alle cronache della zona, quello che emerge alla ribalta con questo nuovo arresto nel Sud Pontino, che si conferma “terra di mezzo”, “terra d’interesse”, “terra di camorra”.

 

E’ un segnale davvero inquietante la presenza a Gaeta di un personaggio di spicco di un clan importante qual’è quello dei Lo Russo.
“Nanà ‘o cecato” non è un soggetto qualsiasi, un “soldato”, ma un boss.
Sembra che egli sia addirittura imparentato con i Lo Russo e, se ciò risultasse vero, egli sarebbe “un” boss, se non proprio “il” boss.
La camorra napoletana non è strutturata come “Cosa Nostra”, con una “cupola” che regolamenta tutto l’agire delle singole famiglie.
I Casalesi possono definirsi affiliati a Cosa Nostra e sono alleati di Cosa Nostra, ma gli altri clan no.
Questi rappresentano una costellazione di clan ognuno dei quali agisce per conto proprio, spesso l’un contro l’altro armato.
Ognuno ha il suo territorio, attento a non sconfinare, pena l’insorgenza di conflitti sanguinosi
Orbene la presenza stabile – si dice che il Tipaldi stesse a Gaeta ad abitare da parecchio tempo in una traversa di Corso Italia e si facesse anche vedere in giro- potrebbe significare tante cose.
Gaeta, come in genere il sud pontino, è “provincia di Casale”, quindi terra sotto il tallone dei Casalesi.
Stupisce, quindi, il fatto che ci sia stata una presenza stabile di un- o del- capo di un clan del napoletano.
Un clan, peraltro, importante e pericolosissimo.
Cosa stava facendo a Gaeta “Nanà ‘ o cecato”?
Non di certo in villeggiatura perché questa è gente che non può permetterselo in quanto deve stare sempre su piazza a dirigere, a controllare, a curare gli affari del clan.
Sicuramente egli aveva delle sponde, dei sostegni, degli alleati, dei sodali.
In un periodo in cui i vertici dei Casalesi sono stati decapitati da un’azione forte della Magistratura e delle forze dell’ordine e le varie loro bande sono momentaneamente allo sbando, è possibile che egli stesse qua per approfittare
di tale sbandamento con l’obiettivo di soppiantarli nel controllo del territorio.
Se tale lettura fosse fondata, si sarebbe potuto ipotizzare a breve uno scontro a fuoco fra l’esercito dei Lo Russo e le varie frange di quello dei Casalesi che, non avendo più alla loro testa un capo carismatico, avrebbero potuto agire da schegge impazzite e sfuggire a qualsiasi regola.
Si è verificato più volte e non solo ai tempi di Schiavone-Bardellino contro i cutoliani, ma anche in un recente passato con i Di Lauro e gli “scissionisti”.
In passato sia a Formia che a Gaeta ci sono state compresenze di “napoletani” e “casertani”, ma erano altri tempi.
Il carniere era ben guarnito e c’erano affari da fare per tutti.
Oggi la situazione è cambiata in quanto, vuoi per la crisi che attanaglia il Paese ed il sud pontino, vuoi per la forte pressione che hanno cominciato ad esercitare, finalmente, magistratura e forze dell’ordine, i margini di manovra si sono ridotti, il carniere si è impoverito e non c’è più spazio per tutti.
O tu o io.
Questa potrebbe essere una chiave di lettura che ci potrebbe portare ad un ‘ipotesi di scontro mortale fra bande.
Una seconda potrebbe essere quella di un accordo intercorso fra i Casalesi ed i Lo Russo dopo che i primi si sono visti costretti a prendere atto della loro debolezza e, quindi, a cedere lo scettro del comando ad un altro clan.
Anche, però, nel caso di questa seconda chiave di lettura, si sarebbe potuto ipotizzare qualcosa di pirotecnico nel senso che non tutti, fra i Casalesi, potrebbero essere stati d’accordo a diventare subalterni e qualcosa di grosso si sarebbe potuto comunque verificare.
Nell’uno come nell’altro caso, con la presenza di questo soggetto a Gaeta, si è rischiato grosso e la sua cattura è servita probabilmente ad evitarlo.
Il problema è:
chi ha “coperto” “nanà ‘o cecato”, trovandogli casa?
Chi ha frequentato?
Quali sono le persone del posto con le quali aveva rapporti?
Quali attività intendeva intraprendere?
In quali campi?
Traffici di stupefacenti?
di armi?
di prostituzione?
estorsioni?
riciclaggio?
compravendite”?
Sicuramente egli avrà tentato di intessere rapporti anche con qualcuno del mondo della politica e delle istituzioni locali, così come con altri pregiudicati e non, perché un boss, quando decide di spostarsi dal suo territorio ad un altro, lo fa solo dopo che soggetti locali suoi amici gli hanno assicurato di poter continuare a svolgere la sua attività losca.
Quanto prima e, forse, ancor più di prima!!!
Ora, catturato lui, bisogna individuare e catturare i suoi amici e compari.
Forse, il lavoro più complesso perché al magistrato devi portare i riscontri.

Evvai! Catturato!!! Abitava a Gaeta, dove nessuno vede, sente e parla…

EVVAI!!! CATTURATO!!! ABITAVA TRANQUILLAMENTE A GAETA!
Aveva stabilito la sua base a Gaeta, come probabilmente altri che nella città del Golfo hanno individuato ed individuano le condizioni ideali per… operare, vista anche l’esistenza di uno dei Porti più importanti del Tirreno.
Abitava in una traversa di Corso Italia, fuori dal centro storico, non troppo in vista e strategicamente ben posizionata per raggiungere presto la via Flacca e raggiungere il napoletano, la zona storica dove opera il suo clan, quello dei Lo Russo, con i quali sembra che sia anche imparentato.
Così è provato che a Gaeta, oltre alla camorra casertana dei Casalesi, c’è anche quella napoletana.
Non vengono di certo a prendere il sole ed a fare il bagno sulle spiagge dorate della città e del litorale!
Il camorrista, specialmente il boss, sa che la sua vita all’aria aperta è breve e che il suo tempo è destinato a trascorrerlo o in galera o sotto terra.
Talché è presumibile, per non dire certo, che egli, Gaetano Tipaldi detto “nanà ‘o cecato”, abbia scelto Gaeta per operare e continuare a fare quello che faceva prima di fissare la sua base nel Golfo.
I carabinieri sono stati bravi e lo avevano subito individuato.
Siamo certi che essi hanno anche individuato la rete dei rapporti che questo individuo sicuramente è riuscito a crearsi in loco in virtù del vecchio detto napoletano “gli aucielli si accoppiano in ciel’ ed i fetienti in terr’”…
I carabinieri nel triangolo Formia-Gaeta-Sperlonga, dai tempi del Colonnello Saccone, cominciano ad avere eccellenti investigatori, bravissimi Ufficiali e Sottufficiali, Comandante di Compagnia in testa, un paio di comandanti di Stazioni e qualche altro.
Naso fino, spirito di fedeltà alle istituzioni, onestà e capacità professionali, con larga esperienza alle spalle in zone di guerra.
Grazie a Dio.
Bravi veramente.
Meritano l’apprezzamento e l’affetto delle persone perbene.
E noi quanto più ci vediamo costretti a prendere atto del tessuto omertoso esistente nella maggioranza dei cittadini di Gaeta tanto più sentiamo il dovere di dire ai carabinieri operanti “bravi”.
Purtroppo su questo territorio è molto diffuso il principio del “pecunia non olet” in virtù del quale nessuno vede, sente e parla!…
Una tragedia che ha portato e porta all’invasione di questo territorio da parte della camorra di tutte le specie e latitudini.
Il problema dei problemi.
Non è possibile, ritornando a “Nanà ‘o cecato”, che costui abbia potuto girare frequentando gli stessi posti in un territorio ristretto qual’è appunto Gaeta e parlando con la gente, senza che a qualcuno sia venuta la curiosità di domandare e domandarsi chi era costui.
Come pure è impossibile che nessun abitante del palazzo e della strada in cui egli viveva si sia mai accorto di un pur minimo movimento che pur ci sarà stato trattandosi di un boss e non di un quaquaraquà.
Un discorso sul quale bisognerà tornare perché se non si riuscirà a rompere questo muro di indifferenza e di omertà qua saranno sempre più guai mano mano che le attività del Porto aumenteranno.

Proposta IDV uso soldi confiscati alla mafia. Anzicché tenerli congelati… vadano ai Testimoni di Giustizia.

BENI CONFISCATI: MESSINA (IDV), PARTE DEI SOLDI TOLTI ALLA MAFIA VADANO A TESTIMONI DI GIUSTIZIA E SANZIONARE INCAUTO AFFIDAMENTO.

“Crediamo che vi sia la necessità di rivedere il sistema di gestione e vendita dei beni confiscati. Con quei beni pari ad 80mld di euro ed i contanti e titoli di stato disponibili nel Fug pari a circa 2 miliardi, potremmo risanare molte priorità del Paese e destinarne una parte alla sicurezza dei testimoni di giustizia. Se dimostriamo di essere capaci di tutelare chi si ribella alla mafia, incentiveremo molti altri onesti a denunciare soprusi, ricatti e malaffare, assicurando protezione. Se toglie alla mafia e da alla gente onesta, lo Stato vince. Nella nostra proposta di legge prevediamo una riforma completa di tutto il sistema, a partire dall’istituzione di un albo dei beni confiscati ed il potenziamento dell’Agenzia Nazionale, che oggi nemmeno funziona, per finire con una norma che consenta di assegnare velocemente ad enti ed associazioni i beni confiscati, adottando le opportune tutele per evitare che ritornino nelle mani dei mafiosi. Oggi solo l’1% di questi beni viene restituito all’economia legale, vanificando l’azione di magistrati e forze dell’ordine che rischiano la vita per lottare la mafia. Bisogna prevedere anche una disciplina che sanzioni l’incauto affidamento così da costringere le banche ad una verifica più attenta dei finanziamenti spesso erogati in favore di soggetti e società colluse.

Le aste giudiziarie ed i fallimenti

LE ASTE GIUDIZIARIE. BANCHIERI DISONESTI, AFFARISTI E MAFIOSI DIETRO???
Un disastro.
Una falcidia di imprese e di uomini.
Dovunque andiamo e qualunque giornale apriamo sentiamo parlare e leggiamo di “fallimenti di imprese” e di suicidi di persone.
La crisi sta falcidiando l’economia legale, quella sana, e la gente onesta.
Gravate di debiti cui non riescono più a far fronte.
A tutto vantaggio di banchieri disonesti, cravattari e di mafie probabilmente.
Un filone da attenzionare perché qua si sta rischiando di trasformare il Paese in una nazione criminale, da legale in illegale.
Il sospetto è che dietro tutto ciò le mafie stanno mungendo a piene mani.
Poco più di un anno fa corremmo dal Procuratore Pignatone, insieme ad una delegazione di proprietari di aziende agricole tutte in crisi dell’agro pontino, e gli sottoponemmo il caso.
Dopo qualche mese fummo convocati dalla Squadra M obile di Latina per essere interrogati.
Non sappiamo quello che la Squadra Mobile di Latina ha accertato.
Già allora sentivamo parlare di soggetti “napoletani” che giravano per le campagne dell’agro pontino, da Terracina in sù e fino alle porte della Capitale, per chiedere notizie sulle aziende all’asta e sulle altre in crisi profonda..
Le aste giudiziarie, maledette aste, lo specchio dell’immensa sofferenza di tantissime povere famiglie ridotte al fallimento e lo strumento che fa ingrassare papponi, banchieri disonesti e mafiosi
Un settore che dovrebbe essere messo sotto strettissima e continua osservazione da Procure e Guardia di Finanza.
Uno screening di tutte le aste e delle procedure fallimentari.
Siamo convinti che uscirebbe di tutto.
Il problema ci si è riproposto in queste ultime settimane con un’azienda agricola del sud pontino.
Una grossa azienda di un valore notevole messa all’asta per qualche centinaia di migliaia di euro.
Non ci abbiamo visto più.
Siamo corsi dove dovevano andare perché non si può tollerare che per poche centinaia di migliaia di euro debbano andare in fumo i sacrifici di una famiglia di onesti lavoratori.
Non è tollerabile.
Faremo del tutto per individuare il “quadro” delle persone che stanno dietro queste operazioni, quelle che non compaiono mai.
I pupari.
Perché di pupari si tratta e se non si acchiappano questi la falcidia non finirà mai e la gente perbene continuerà all’infinito a finire sul lastrico.
Ed a morire.
A tutto vantaggio di mafiosi e ladri.
Perché quasi sicuramente dietro le persone che si propongono con offerte di denaro a strozzo ci sono i… “napoletani”…
Le Procure e la Guardia di Finanza comincino, per favore, ad acquisire tutti gli elenchi delle aste giudiziarie vecchie e
nuove e a verificare “chi” sono coloro che se le sono aggiudicate o vogliono aggiudicarsele.
Passato e presente.
Troveranno sicuramente ” facce pulite”, ma non si fermino lì perché quasi sicuramente dietro alcune di queste troveranno dell’altro.
E’, questa, una richiesta che, come Associazione Caponnetto, facciamo ad esse ufficialmente.
Noi saremo, come al solito, al loro fianco e lavoreremo anche noi informandole di tutto ciò di cui dovessimo venire a conoscenza.

Un’informazione intelligente, corretta, completa e, soprattutto, MIRATA

L’INFORMAZIONE, AMICI, L’INFORMAZIONE!
SARA’ IL NOSTRO SLOGAN DA OGGI IN AVANTI!!!
La serietà di un’associazione antimafia si misura anche dal “tipo” di informazione che essa recepisce e diffonde e, in particolare, dalla sua “efficacia” rispetto alle finalità che essa persegue.
Partiamo dalle finalità che l’Associazione Caponnetto persegue:
la lotta alle mafie ed alle illegalità.
Illegalità in senso non generico, ma, al contrario, sempre connesse all’obiettivo principale che è quello della
LOTTA ALLE MAFIE.
TUTTO, quindi, deve essere finalizzato all’azione di contrasto alle organizzazioni criminali.
Orbene, tutto quanto noi recepiamo e diffondiamo DEVE essere finalizzato al perseguimento di questo obiettivo.
Non ci interessano, quindi, come Associazione, notizie di natura squisitamente politica e che riguardino la vita di partiti, amministrazioni pubbliche e che non abbiano riferimenti, diretti od indiretti, con la criminalità soprattutto mafiosa.
Un ambito ben definito, studiato soprattutto per non dare spazio ad eventuali tentativi di strumentalizzazione politica che nulla hanno a che fare con gli obiettivi della Caponnetto, la quale è nata e deve restare un’associazione apartitica e libera da tutto e da tutti, partiti, istituzioni, gruppi di affari e quant’altro del genere.
Partiamo da un esame dello stato delle cose nel nostro Paese.
Le mafie – quelle militari, ma soprattutto quelle politiche, economiche, istituzionali ecc – hanno raggiunto un livello di radicamento nei gangli vitali del tessuto nazionale tale da condizionarne la vita.
Non ci sono un ambito, un settore nei quali esse non siano presenti ed attive.
E’ un grosso errore pensare e dichiarare che in un ambiente o in un territorio esse non siano presenti.
Oltre che fare della disinformazione, è anche diseducativo perché NON è così.
Nessun ambito, nessuna porzione di territorio sono indenni da questa piaga.
NESSUNO.
IL FATTO CHE IN UNA ZONA, IN UNA CITTA’, IN UNA PROVINCIA ESSE NON SPARINO, NON AMMAZZINO, NON INCENDIANO, NON USANO LA VIOLENZA, NON VUOL DIRE CHE ESSE NON CI SIANO.
Anzi, è esattamente il contrario, perché vuol dire che esse sono già riuscite a penetrare nel tessuto di quel territorio, attraverso probabilmente la corruzione e gli investimenti di capitali, da non aver bisogno di ricorrere alla violenza.
Vuol dire che esse ormai sono padrone quasi di tutto.
Laddove sembra che ci sia pace, la “pax”, là c’è maggiormente la mafia.
Là si vede la bravura di chi dice di volerle combattere.
La si vede la capacità di scovarle.
Si tratta di mafia evidentemente “alta”, quella dei “colletti bianchi”, la più pericolosa perché non appare, della cosiddetta gente “perbene”, di professionisti, di imprenditori, di esponenti politici, di uomini e donne delle istituzioni.
Gente abituata a frequentare i salotti “buoni ” e che gode di “rispetto”.
La mafia che comanda e decide della vita e dell’avvenire di ognuno di noi, dei nostri figli, dei nostri nipoti, dei giovani.
Quando leggiamo o sentiamo qualcuno, quindi, che dice “qua non c’è mafia”, vuol dire che o che quella persona non ha capito niente, è uno sprovveduto, che vive al di fuori della realtà in cui vive, o, peggio, che è un colluso.
Tertium non datur.
Detto questo, passiamo all’argomento che stiamo trattando.
L’Associazione Caponnetto ritiene che per aggredire, oggi, la mafia – in un contesto corrotto ed afflitto ormai quasi per intero da una cultura mafiogena, qual’è quello italiano, che nelle statistiche mondiali figura ai livelli più alti quanto a corruzione e criminalità -, pur non disdegnando lo strumento della “prevenzione”, quello più incisivo sia quello della “repressione”.
Anche sul piano educativo, allorquando non c’è sinergia fra tutte le agenzie educative ed i contesti in cui ognuno di noi vive, non si riuscirà mai a raggiungere gli obiettivi desiderati.
In parole povere, quando io insegno ai ragazzi la legalità e, poi, questi si trovano, fuori dalle aule scolastiche, a vivere, in famiglia e nella società, in contesti violenti, corrotti, immorali e criminali, ho perso solamente tempo e soldi.
Può sembrare, questo, un discorso disfattista e che diffonde sfiducia, ma non è quello cui puntiamo noi.
Chi svolge un compito, una missione, un lavoro – chiamateli come volete – quali sono quelli che svolgiamo noi, DEVE stare con i piedi per terra, deve prendere atto della realtà ed adottare gli strumenti, le tattiche e le strategie più adatti per affrontarla.
TUTTO, quindi, deve essere finalizzato al raggiungimento del fine che ci proponiamo, senza esitazioni, deviazioni, sbavature di sorta.
L’esperienza, soprattutto ed uno studio attento e lungo della realtà nella quale tutti noi viviamo, ci ha indotti ad impostare l’azione dell’Associazione Caponnetto su tre elementi fondamentali, tre capisaldi:
1) l’INDAGINE,
2) la DENUNCIA,
3) la PROPOSTA.
L’INDAGINE.
Bisogna partire dalla conoscenza profonda del territorio in cui viviamo ed operiamo, conoscerne stili di vita, costumi, mentalità, comportamenti, atti, fatti.
E’ necessario avere rapporti, per raccogliere notizie, anche quelle apparentemente non importanti, ascoltare tutto e tutti, più che parlare.
L’ascolto è fondamentale.
LA DENUNCIA
TUTTE le notizie raccolte -atti, sospetti, confidenze ecc. – sui vari territori vanno trasmessi agli organi dirigenti dell’Associazione, i quali li vagliano, li selezionano, li arricchiscono, li supportano attingendo alle conoscenze eventualmente già in possesso e, alla fine, li veicolano nella direzione e nelle forme giuste, alle persone ed agli organi giusti.
Questo serve, oltretutto, a preservare i singoli da eventuali rischi di ogni natura.
LA PROPOSTA
L’Associazione valuta quali sono le eventuali incongruenze, anomalie, omissioni, carenze, complicità, responsabilità, le denuncia e cerca di proporre le soluzioni alle persone ad agli organismi competenti.
Uno sforzo immane, come si vede, che richiede oculatezza, studio, valutazioni continui ed impegnativi, tutti tesi a centrare gli obiettivi- che sono, lo ripetiamo, quelli di colpire al cuore le mafie ed i singoli mafiosi – e a fare in modo che il tutto non si riduca ad un esercizio retorico, di parata, inconcludente.
Uno sforzo che DEVE puntare possibilmente a PREVENIRE – l’antimafia del “giorno prima” contro quella del “giorno dopo”- l’insediamento delle mafie.
INTERVENIRE, INSOMMA, A MONTE E NON A VALLE.
PRIMA CHE I BUOI SCAPPINO DALLE STALLE E NON DOPO, QUANDO I DANNI SONO STATI GIA’ FATTI.
Tutto ciò mal si concilia con la vecchia e diffusa abitudine del racconto di fatti già avvenuti che, secondo noi, non incide nemmeno sulle coscienze di persone inserite in un contesto già deteriorato da una subcultura del malaffare e, quindi, potenzialmente criminale.
Un contesto ASSUEFATTO ormai alla notizia dell’atto criminale e non in grado, quindi, di reagire in alcun modo.
Oggi la società ha perso perfino la capacità di indignarsi e resta solo un’esigua -molto esigua- minoranza capace di reagire emotivamente di fronte all’inarrestabile processo di decadenza morale, culturale e materiale del Paese.
L’INFORMAZIONE.
Noi disponiamo di un volume “di fuoco” non indifferente -un sito web -www. comitato-antimafia-lt. org – e due pagine Facebook ufficiali intestati all’Associazione Caponnetto, più altre due -tre che ci fiancheggiano e sappiamo di essere attentamente seguiti e letti da centinaia di migliaia di persone, amiche e più ancora nemiche: mafiosi, esponenti politici e delle istituzioni e, infine, simpatizzanti ed iscritti.
Un’Associazione antimafia seria ha il DOVERE di fornire un’informazione MIRATA, diretta, cioè, ad un ambito maturo, cosciente e sensibile.
Un’ informazione, mai disgiunta dall’azione, da un profondo contenuto, quindi, PEDAGOGICO, che punta, cioè, ad informare correttamente quell’ambito di persone pensanti ed intellettualmente e moralmente sane, senza censure e travisamenti, manipolazioni ecc. e che sia in grado di suscitare nel loro animo e nelle loro menti delle emozioni e dei pensieri positivi ed in grado di provocare delle reazioni che possono portare ad un loro impegno sul campo.
Cosa può interessare a quell’ambito di persone mature, sensibili e pensose dell’interesse collettivo e del bene del Paese – e cosa c’entra con i nostri obiettivi – se il tale muro di via Arenula nella Capitale sta per crollare o se la tale piazza di Roccacannuccia è sporca, o, ancora, del furto in un appartamento di Palermo, o del singolo stupro e della tal rapina???
Ma, infine, c’è un altro aspetto che deve interessarci e, forse, il più importante.
Ecco perché parliamo della necessità di un ‘informazione attenta e soprattutto MIRATA.
Ci risulta che quanto noi scriviamo viene letto con molta attenzione da soggetti ed organi istituzionalmente preposti alla lotta alle organizzazioni mafiose, forze di polizia e magistrati.
La nostra informazione deve essere in grado di fornire, possibilmente, delle piste interessanti anche dal punto di vista investigativo.
Solo così, oltre che informare e formare nella maniera più corretta possibile, possiamo assolvere ad un ruolo significativo e di servizio agli interessi dello Stato di diritto.
Contro le mafie.
Tutte le mafie!

L’antimafia vera si fa mantenendosi autonomi dalla politica e dalle istituzioni e senza chiedere ed accettare favori, vantaggi, beneficenze da esse. Il “modello” dell’Associazione Caponnetto

ATTENTI ALL’INFORMAZIONE CHE SI VEICOLA SUL WEB…
Lo diciamo soprattutto a chi sostiene di combattere o di voler combattere il malaffare e le mafie.
Lo diciamo a noi stessi, ai nostri aderenti, ai nostri simpatizzanti ed a tutti coloro che dicono di apprezzare il nostro modo di fare “antimafia” e ci trasmettono notizie con il proposito di farle pubblicare sul nostro sito e sulle nostre pagine Facebook.
Un volume di fuoco non indifferente alla cui “qualità” noi dedichiamo una particolare attenzione guardando soprattutto al suo alto contenuto educativo, di orientamento, pedagogico, di denuncia, di stimolo
L’Associazione Caponnetto non va vista come un’associazione al pari di tante altre.
Un’associazione, cioè, messa in piedi per soddisfare le esigenze d’immagine o politiche o economiche di qualcuno o di alcuni, un sodalizio che esaurisce tutto il suo essere farfugliando giudizi politici o parapolitici, parlando di cose passate e peraltro non analizzandone genesi e conseguenze, promuovendo commemorazioni o altre iniziative di parata, di immagine e basta.
Essa, al contrario, ha tenuto, sin dall’origine, a caratterizzarsi come un gruppo operativo, di attacco, un’avanguardia che ha come suo esclusivo obiettivo quello di colpire al cuore i mafiosi.
Non tanto quelli del livello basso, l’ala militare, ma soprattutto la “testa “della mafia, la mafia “alta”, quella che si annida nella politica, nelle istituzioni, nell’economia, nelle professioni.
La testa, non i piedi.
Orbene, bisogna saper “leggere” la mafia, capirne struttura e punti di comando.
Altrimenti si macina aria fritta.
Si fa bla bla.
Che non conta niente.
Non incide.
Non colpisce. Anzi, peggio, si disinforma.
Si diseduca.
Si depista.
Si fa il gioco dei mafiosi.
Qualcuno parla di mafia nell’antimafia.
Questo ci indigna e ci addolora al contempo.
Parlare di strada rotta, di ponte che rischia di crollare, di semplice corruzione nella pubblica amministrazione, senza andare ad analizzarne cause, se naturali o volute, a scoprirne retroscena, non significa combattere le mafie.
Tutta la spazzatura che ci arriva tramite agenzie, messaggi, fonti varie, private o pubbliche, va attentamente analizzato e selezionato.
Insomma, l’informazione va studiata prima di farla propria e ne va utilizzata solo quella parte che si presta al tipo di attività che noi svolgiamo.
Un’attivita’ – lo ripetiamo – che ha come unico scopo quello di colpire al cuore ed alla testa la mafia.
Anzi, per essere ancor più precisi, le mafie.
Ma per fare ciò, è assolutamente necessario essere LIBERI da tutto e da tutti perché, se noi ammettiamo che la mafia vera si annida nella politica e nelle istituzioni, saremmo in piena e palesa contraddizione con noi stessi se accettassimo di appiattirci, con privilegi, favori, concessioni, beneficenze, vantaggi di
qualsiasi natura, come purtroppo fanno altri, su uomini e segmenti della politica e delle istituzioni.
L’antimafia sociale, se tale vuole essere, DEVE farsi gratuitamente e senza alcun interesse.
Di qualsiasi natura.
Così è nata l’Associazione Caponnetto e così essa sarà per l’avvenire.

Se l’antimafia sociale diventa un mestiere, uno strumento per campare o per fare carriera politica, non è più antimafia. L’antimafia sociale è volontariato ed il volontariato è soprattutto gratuità

La mafia – si sa – sarebbe stata già sconfitta se la politica lo avesse voluto e se non la sostenesse.
Talune volte restandone fuori, molte altre facendone parte integrante.
Ormai la battaglia è tutta interna ai partiti e, quindi, alle istituzioni.
E’ deviante e diseducativo, pertanto, limitarsi a parlare di… “cultura della legalità” quando ormai quasi tutti i giorni ci vediamo obbligati a leggere di arresti “eccellenti” che interessano i cosiddetti “colletti bianchi”, esponenti di partiti ed uomini delle istituzioni.
Parlamentari, ministri e sottosegretari, direttori generali, manager, generali, colonnelli, sindaci, assessori, consiglieri, dirigenti di banche, magistrati.
Nessuna categoria e nessun grado vengono risparmiati.
Nessun ambiente e nessun livello restano indenni dal pericolo di essere contaminati e corrotti.
E la corruzione è figlia e non è quasi mai disgiunta dalla mafia.
Perciò si parla di “mafie”, al plurale -mafia militare, mafia politica, mafia istituzionale, mafia-stato che è il contrario di Stato-Stato.
Uno Stato-Stato, il contrario di stato-mafia, che appare sempre più minoritario e perdente, considerata la presenza sempre più massiccia e pervasiva nelle sue pieghe di elementi corrotti e collegati, direttamente od indirettamente, con le organizzazioni criminali.
Andare a parlare di… “cultura della legalità” a questa massa enorme di corrotti e di mafiosi significa vedersi ridere in faccia…
Ormai è il “sistema” che è corrotto e mafioso e non ammetterlo è quanto di più inquietante e disonorevole.
Deviante.
Significa essere ciechi, sprovveduti, disinformati, o, peggio, mafiosi direttamente, organicamente.
Nell’uno come nell’altro caso non si combattono le mafie.
Anche le parti sane della società, quelle non ancora contaminate, se non indagano e DENUNCIANO, nomi e cognomi, stando anche attente a “CHI” si rivolgono per denunciare, finiscono per fare il gioco delle mafie.
Ecco perché ci viene l’amaro in bocca quando vediamo che uomini e donne, pur in perfetta buona fede, espressione di un’antimafia sociale autentica, accettano i richiami del Potere, di diventare, cioè, l’espressione di quelle istituzioni su parte delle quali gravano molti dubbi di collusione con il “sistema”.
Noi restiamo fermamente convinti della necessità di tenerci lontani, se si vuole fare veramente un’antimafia seria ed operativa, dal “sistema ” e sordi alle sirene fascinose del Potere.
L’antimafia sociale è prima di tutto gratuità.
Se diventa un mestiere è altra cosa…

Sotto mentite spoglie il “sistema” resta immutato…

SOTTO MENTITE SPOGLIE IL “SISTEMA” RESTA… IMMUTATO A LATINA COME NEL PAESE

Peccato che la gente abbia la memoria corta ed abbia già dimenticato le parole profetiche di Nanni Moretti che gridò da un palco nella Capitale che… con questa classe dirigente non si va da nessuna parte…
Quante illusioni!
Quante speranze, tutte svanite nel nulla.
Si cambia tutto per non cambiare nulla.
In un’ottica gattopardesca che ci fa perdere d’occhio la realtà di un “sistema” immutabile.
Come nel “caso Fondi”… , dove sono volati gli stracci a causa di un palese strabismo che non ha consentito una vista a 360 gradi.
O come nel “caso Italia” che vede negli “sconfitti”, con il patto del Nazzareno, gli eterni padroni delle sorti del Paese.
Bianchi, neri, gialli o turchini, il trasformismo è sempre di moda, mentre il “sistema” resta sempre quello.
In provincia di Latina, ma non solo, è così.
Non limitiamoci a guardare solo il dito che indica la luna…
Cambiano i componenti della banda, ma la musica resta la stessa.

Indagine, Denuncia e Proposta. Il resto non ci interessa

UNA MALEDIZIONE SULL’ANTIMAFIA SOCIALE:  LA POLITICIZZAZIONE, LA RETORICA E, TALVOLTA, L’AFFARISMO
Le tre malattie che impediscono l’affermazione di un’antimafia sociale reale.
Vera.
Incisiva.
Significativa.
Un’antimafia che faccia veramente male alle tante mafie che imperversano nel Paese.
Da quella politica, a quella istituzionale, da quella militare a quella comune, alla delinquenza in salsa meramente criminale.
Non si colgono – perché, forse, qualcuno non vuole – le cointeressenze, le contiguità, le sovrapposizioni, fra mafia, “questa” politica e fette significative delle istituzioni.
E non si vuole capire l’incompatibilità che forse intercorre fra un impegno nei partiti- e soprattutto in certi partiti – e quello nell’associazionismo antimafia.
Perché -parliamoci chiaramente – è proprio nella politica, in questa politica e nelle istituzioni, in queste istituzioni, che la mafia trova il suo humus, la sua sponda.
Crediamo che qualsiasi persona che si interessi operativamente di mafia ed antimafia possa testimoniare sul fatto che le maggiori difficoltà ed i maggiori impedimenti per lottare seriamente e concretamente contro le mafie si trovano proprio nei partiti e nelle varie articolazioni delle istituzioni.
E’, questo, un dato di fatto che nessuna persona onesta può negare.
Talché appoggiarsi a questo o quel partito, parteggiare per l’uno o per l’altro, usufruendo, peraltro, di agevolazioni, favori e privilegi, significa non voler fare antimafia.
Significa voler fare un’”antimafia” solamente parolaia, retorica.
Di facciata e basta.
Sono le burocrazie dei partiti che fanno le leggi e sono esse le responsabili, la fonte, la causa di tutte le carenze, le omissioni, le criticità che impediscono una reale azione dello Stato contro le mafie.
E’ deviante girare attorno all’argomento, senza porcelo in tutta la sua portata ed i suoi risvolti.
Proprio in questi giorni una Consigliera alla Regione Lazio, senza forse nemmeno prefigurarsi la deflagrazione che ne potrebbe nascere, ha posto pubblicamente il tema dei finanziamenti di quell’ente a talune associazioni antimafia.
Sta divampando una polemica fortissima che francamente non giova all’immagine di tutto il fronte dell’antimafia sociale.
Noi dell’Associazione Caponnetto perciò siamo stati da sempre sostenitori di una linea di distacco assoluto dalla politica e dalle istituzioni.
E’ una linea, quella nostra, che molti non condividono, ma per noi va bene così!
Siamo nati autonomi e distanti da tutto e da tutti e vogliamo con i denti difendere la nostra autonomia per continuare a fare una reale, effettiva lotta contro le mafie, basata tutta su tre piedistalli:
INDAGINE
DENUNCIA
PROPOSTA.

L’ostilità del PD nel Lazio nei confronti dell’Associazione Caponnetto. Una nostra risposta alla Consigliera regionale Gaia Pernarella

LEGGIAMO SU “IL MESSAGGERO” IL SEGUENTE ARTICOLO NEL QUALE SI PARLA ANCHE DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO.
CI VEDIAMO, PERTANTO, COSTRETTI A FARE ALCUNE PRECISAZIONI
“M5S: “mafiosi” i fondi della regione Lazio a don Ciotti senza bando L’associazione Libera di don Ciotti prende fondi pubblici senza bando, e in questo ha «un atteggiamento, tra virgolette, “mafioso”». È l’opinione della consigliera M5s del Lazio Gaia Pernarella, espressa a margine della seduta di Consiglio regionale di mercoledì. In apertura di seduta Pernarella aveva toccato il tema dei contributi a Libera intervenendo riguardo al patrocinio non oneroso dato dalla Regione a una manifestazione sportiva. «C’è una indicazione chiara sul fatto che tutti i patrocini onerosi sono stati erogati a enti pubblici – ha affermato -. L’unica associazione che ha ricevuto un contributo di 15 mila euro è Libera. Siccome sappiamo che questo Consiglio, questa Giunta e questa maggioranza sono particolarmente vicine all’associazione di Don Ciotti, io sostengo da tempo che essa goda un trattamento diciamo privilegiato da parte di questa giunta». A chi le chiedeva se la lotta alle mafie non fosse a suo avviso meritevole di una attenzione maggiore da parte delle istituzioni rispetto ad altri temi, Pernarella ha risposto: «Io sono attiva in diverse associazioni antimafia tra cui la Caponnetto e la Cittadini contro le mafie e la corruzione, quindi sono la prima a dirlo. Però non mi piace la propaganda antimafia, mi piacciono di più gli atti. Quindi intitolare aule, o fare dei bei proclami contro le mafie non è come fare denuncia o fare informazione nelle scuole, che è una attività che Libera fa ma che comunque, anche in questo caso, è l’unica a prendere soldi pubblici per fare questa attività. La mia è una valutazione sui fatti – ha detto ancora – ho valutato i patrocini onerosi erogati dalla Regione Lazio. L’unica associazione che non sia ente pubblico, o scuola, o università, o pubblica amministrazione a prendere questi
soldi pubblici è stata Libera, senza bando pubblico. Se combattiamo le mafie, perché sappiamo che le mafie si insinuano lì dove vengono sorpassati gli iter di evidenza pubblica – ha concluso Pernarella – un contributo di 15 mila euro senza bando pubblico è un atteggiamento, tra virgolette, “mafioso”». «Le dichiarazioni rilasciate dalla consigliera del M5S, Gaia Pernarella sono gravissime e infondate. L’impegno della Regione Lazio contro ogni forma di mafia passa attraverso una serie di azioni concrete a fianco di associazioni e cittadini. La questione sollevata dalla consigliera pentastellata è dunque priva di fondamento. La Regione Lazio ha sottoscritto un accordo con l’associazione Libera di Don Ciotti nel mese di luglio attraverso la firma di un protocollo che prevede anche la promozione di un evento triennale di carattere nazionale come gli Stati Generali dell’Antimafia-Contromafie. Questo è solo uno degli eventi sui quali Regione e Libera stanno già lavorando. Altri eventi finalizzati alla sensibilizzazione contro ogni forma di mafia sono in programma anche con altri enti. Non esiste dunque alcun tipo di atteggiamento mafioso da parte della Regione. Certe parole non possono essere utilizzate con troppa leggerezza, soprattutto da chi rappresenta le Istituzioni». Lo afferma in una nota il presidente dell’Osservatorio regionale per la sicurezza e la legalità, Gianpiero Cioffredi. ” Fin qui l’articolo de “Il Messaggero” Di seguito una brevissima nostra nota: “Noi siamo grati alla Consigliera Regionale del Lazio Gaia Pernarella per le sue espressioni di simpatia e di vicinanza all’Associazione Caponnetto, ma ci teniamo a precisare che con gli attuali esponenti regionali e provinciali di questo PD non siamo disponibili a… prenderci nemmeno il caffè. E questo per due motivi principali: -il primo in quanto non ravvisiamo nella politica da essi portati avanti alcuna sostanziale differenza con quella degli uomini di Berlusconi;
-il secondo perché l’attuale classe dirigente del PD del Lazio, sin dalla data di costituzione, 15 anni fa, dell’Associazione Caponnetto sta dimostrando, con numerosissimi suoi atti, una particolare ostilità nei nostri confronti. Evidentemente gli uomini di Marrazzo prima e di Zingaretti poi non gradiscono il modo di fare antimafia dell’Associazione Caponnetto la quale non si limita a fare della semplice retorica -un’antimafia parolaia e di facciata -, ma scava, indaga, denuncia, nomi e cognomi, non guardando in faccia a chicchessia ed aiutando, così, come dovrebbero fare tutte le persone oneste, le forze dell’ordine e la magistratura a combattere le mafie ed il malaffare. Sono 15 anni che il PD ci fa la guerra per esserci noi rifiutati, restando liberi da tutto e da tutti, di trasformarci, tradendo i nostri principi, in un suo scendiletto. Pur essendo l’Associazione più prestigiosa e quella il cui nome compare in atti che hanno portato ad importanti operazioni contro le mafie, essa è stata sempre discriminata dai dirigenti laziali del PD. Esclusa da ogni organismo antimafia della Regione Lazio e dell’Amministrazione Provinciale della Capitale governate dai vari Marrazzo e Zingaretti, l’Associazione Caponnetto ha dovuto sempre subire, a vantaggio di altri soggetti che esistono solo sulla carta e non svolgono alcuna azione significativa e reale contro le mafie, una pervicace e costante azione di isolamento e di ostilità da parte dei dirigenti del PD.
Non ce ne duole. Anzi, il contrario, perché questo ci ha consentito di guardare in faccia la realtà e di conoscere a fondo l’ambiente nel quale ci troviamo ad operare. “

A Formia già si è fatto con molte luci ma anche qualche ombra. Ora si faccia dovunque sia possibile in tutta Italia. Ma attenti a mandarci persone serie, capaci e non mosse da altri fini

GLI OSSERVATORI COMUNALI CONTRO LA CRIMINALITA’
Circa 2 anni fa l’Associazione Caponnetto inviò a tutti i Sindaci del Lazio, della Campania e del Molise la proposta di costituzione degli Osservatori Comunali contro la criminalità. Essa allegò a tale richiesta la seguente bozza di Regolamento:

REGOLAMENTO PER L’OSSERVATORIO COMUNALE SULLA LEGALITA’ Art.1 E’ istituito l’Osservatorio Comunale sulla Legalità inteso come centro di studi,ricerca,documentazione e di iniziativa sociale a sostegno della legalità e della lotta alla corruzione ed alla criminalità comune e mafiosa. Art.2 L’Osservatorio svolge i compiti: a)studiare e “fotografare” le forme criminali tradizionali ed emergenti presenti sul territorio; b)individuare i settori a maggior rischio di infiltrazione mafiosa; c)analizzare l’efficienza delle strutture preposte al contrasto della criminalità e proporre tutte quelle mutazioni,aggiustamenti,integrazioni che dovessero rendersi necessari per aumentarne l’efficacia;
d)vagliare il senso di sicurezza soggettiva dei cittadini comparandola a quella oggettiva; e)effettuare una “mappatura” delle istituzioni del privato sociale connesse con problemi della sicurezza e del contrasto alla criminalità; f)verificare la compatibilità con le leggi ed i regolamenti di tutti gli atti assunti dalla pubblica amministrazione locale. Art.3 L’Osservatorio é presieduto dal Sindaco ‐ o suo delegato in caso di assenza ‐ ed é composto da: a) 2 rappresentanti designati dalle associazioni di volontariato presenti sul territorio comunale e che svolgano con continuità da almeno due anni attività in favore dell’azione di sostegno alla legalità ed alla lotta alla criminalità comune e mafiosa; b)il Prefetto o suo rappresentante; c)il Questore o suo rappresentante; d)il Comandante provinciale dei Carabinieri o suo rappresentante; e)il Comandante provinciale della Guardia di Finanza o suo rappresentante; f)il Comandante provinciale del Corpo Forestale dello Stato o suo rappresentante; g) il Comandante della Polizia Municipale; h) 2 magistrati,il primo in rappresentanza della Procura della Repubblica territoriale ordinaria ed il secondo della Direzione Distrettuale Antimafia competente per il territorio; i)il responsabile della SUA (Stazione Unica Appaltante); l)il Dirigente del Servizio comunale competente (da cambiare a seconda dell’oggetto in discussione); m)3 rappresentanti dei sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro più rappresentativi a livello nazionale. Art.4 La nomina dei componenti l’Osservatorio avviene con atto di Giunta Municipale su designazione dei rispettivi sodalizi o enti di appartenenza. Essi restano in carica fino alla scadenza della consiliatura. Art.5 Il Sindaco provvede alla prima convocazione ed all’insediamento dell’Osservatorio; a)In caso di dimissioni,decesso o impedimento di un membro dell’Osservatorio si provvede alla sua sostituzione secondo le modalità di cui all’art.4; b)l’assenza a tre sedute consecutive comporta la decadenza dalla nomina e la conseguente sostituzione del soggetto decaduto con altro indicato dallo stesso ente o sodalizio di appartenenza; c)l’Osservatorio é validamente costituito con la nomina di almeno la metà dei suoi membri. Art.6 Il Presidente provvede alla convocazione della riunione dell’Osservatorio almeno 3 volte l’anno; il Presidente é tenuto a convocare,inoltre, la riunione dell’Osservatorio ogni volta che a farne richiesta sia almeno un terzo dei componenti dello stesso; le riunioni dell’Osservatorio sono valide con la partecipazione della maggioranza dei suoi membri; l’Osservatorio delibera a maggioranza dei presenti. Art.7 L’Osservatorio provvede a nominare durante la sua prima riunione il Segretario scegliendolo fra i suoi componenti. Art.8 L’Amministrazione comunale provvederà a dotare l’Osservatorio di tutti i supporti strumentali,tecnici,documentali e regolamentari per consentirgli lo svolgimento dei suoi compiti; l’Amministrazione comunale si attiverà per recuperare in sede provinciale,regionale,nazionale e comunitaria finanziamenti a sostegno delle attività e delle iniziative promosse dall’Osservatorio. Art.9 La partecipazione alle riunioni ed alle attività dell’Osservatorio é gratuita e non dà diritto ad alcun compenso,retribuzione o rimborso.”.

Come può rilevarsi, la proposta è innovativa rispetto ad altre formulate da altri in quanto contiene tre elementi fondamentali: 1) la gratuità del servizio (i componenti dell’Osservatorio non hanno diritto ad alcun compenso, rimborso spese o quant’altro);
2) l’esclusione, quali componenti dell’Osservatorio, di consiglieri comunali, esponenti politici o di ogni altra figura che potrebbe comprometterne l’assoluta indipendenza dai partiti e dalle caste o gruppi di affari locali; 3) l’inserimento, quali membri, di magistrati non solo delle Procura ordinarie ma soprattutto di quelli delle DDA e dei rappresentanti PROVINCIALI delle forze dell’ordine. Tre elementi fondamentali senza dei quali l’Osservatorio rischierebbe di diventare uno strumento vuoto, il solito organismo di facciata. Bene sarebbe se si riuscisse a far aggiungere a tali tre elementi un quarto: il diritto di ogni singolo membro al libero accesso a qualsivoglia documento, atto, pratica dell’Amministrazione Comunale. Nessuna risposta è pervenuta da parte dei Sindaci delle tre regioni indicate e questo la dice lunga sulla reale volontà della classe politica, di destra come di sinistra, di Lazio, Campania e Molise di combattere seriamente le mafie! , L’unico Sindaco a rispondere – e per giunta positivamente – è stato quello di Formia (in provincia di Latina) e proprio in questi giorni si sta dando vita all’Osservatorio. Nel Regolamento approvato dal Consiglio Comunale di Formia sono state accolte tutte le indicazioni dell’Associazione Caponnetto, eccetto una: quella dell’inserimento quali membri dell’Osservatorio dei
rappresentanti delle forze dell’ordine e dei magistrati ma in compenso è prevista la facoltà di chiamarli in ogni momento a partecipare. Ci è stato riferito, al riguardo, che sarebbero stati essi – e non l’amministrazione comunale – a rifiutare di farne parte organicamente e, francamente, conoscendo noi bene mentalità e abitudini, siamo propensi a credere a tale versione. Speriamo che essi si presentino e partecipino allorquando verranno invitati. Nel Regolamento, però, è stato aggiunto il quarto elemento: la libertà di accesso da parte di ogni singolo membro ad ogni documento, atto, pratica del Comune. Noi, dichiarandoci in gran parte soddisfatti, ci accingiamo ad iniziare il solito nostro duro lavoro anche da questo nuovo versante e proponiamo agli altri amici di tutta Italia di fare altrettanto. Il problema è, però, di “chi” si manda in tale Osservatorio da parte delle Associazioni che lo compongono che aderiscono perché se ci si fa rappresentare da uno che non ha spina dorsale, da uno che non conosce il territorio ed i suoi problemi, da un incompetente, da uno che si ispira logiche politiche o da ragioni di facciata e che, pertanto, va là per altri scopi, allora sarà un fallimento. Comunque l’utilità di tale organismo è evidente e noi, perciò, chiediamo agli amici di tutta Italia di proporne l’istituzione dovunque sia possibile.
Stando, però, attenti a CHI vi si manda perché, se non si ha nessuno che sia degno di rappresentarci, è meglio soprassedere.

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