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Ccos’é l’associazione Caponnetto e cosa vuole?

COS’E’ L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO? COSA VUOLE?…

Ogni convegno promosso dall’Associazione Caponnetto, come si può notare, non è mai fine a se stesso e si riconnette sempre all’azione che essa va svolgendo sul territorio dove esso viene promosso, fino a diventare con essa un unicum.
Esso non è mai un incontro commemorativo, rievocativo, basato su ricordi, ma, al contrario, esso è finalizzato a dare forza al “modello” di azione che l’Associazione Caponnetto va sviluppando contro le mafie sul territorio.
In quest’anno ne abbiamo fatto uno a Napoli, qualche mese fa, con il Procuratore Nazionale antimafia Franco Roberti ed altri Procuratori delle DDA di Napoli, Potenza e con il capo della DIA di Napoli Linares ed il 19 settembre, fra due giorni, ne faremo un altro a Fondi con altri
Procuratori di Roma, di Napoli, di Latina e con il capo della DIA di Roma, Chicoli, oltre ad altri magistrati, bravi giornalisti d’inchiesta ed esponenti della Commissione Parlamentare Antimafia e di quella europea.
Napoli e Fondi, due punti “caldi” di traffici e di intrighi colossali nella vita economica, sociale, politica del Paese.
I temi prescelti, i relatori disegnati, la località dove gli incontri si svolgono, tutto è pensato in funzione dell’unico obiettivo che la Caponnetto si propone: l’individuazione dei mafiosi, soprattutto di quelli in giacca e cravatta, della “mafia alta “, quella che comanda – le cosiddette “menti raffinate” – e l’indicazione al Paese delle tecniche migliori da applicare per stanarli.
A questo obiettivo se ne accompagna un altro che ha più una funzione di natura pedagogica: l’indicare a tutti, a cominciare da noi stessi, dai nostri militanti, per finire a tutti gli altri impegnati in altri sodalizi, come si combattono le mafie e quali sono le mafie, quelle vere, non quelle che ci vengono rappresentate dalla maggioranza dei media.
Senza alcuna presunzione e con profondo spirito di modestia e di servizio alla collettività.
E, qui, oltre al tema del convegno, “usiamo” (ci passino il termine gli interessati) come… “strumenti di lavoro”, a mò di libro di testo, i relatori, i quali, essendo degli esperti e delle persone impegnate al fronte e non i soliti parolai che vanno in giro a raccontare parole al vento, hanno molto da insegnarci.
Infatti, noi privilegiamo sempre magistrati inquirenti, per lo più delle DDA, esponenti delle forze dell’ordine esperti nella lotta alle mafie, giornalisti d’inchiesta.
Questo è il biglietto da visita dell’Associazione Caponnetto; questa è la sua “tipicità“.
Qualcuno, in malafede, potrebbe incolparci di volerci a tutti i costi “distinguere”, con la nostra operatività, da tanti altri.
Non è questo lo spirito che ci anima.
Lo facciamo, invece, con l’unico intento di renderci effettivamente, seriamente utili al Paese.
Un Paese sull’orlo del baratro e sempre più sotto il tallone di gruppi criminali che ormai spadroneggiano in ogni suo angolo, in ogni ambiente privato e pubblico e che ha, quindi bisogno vitale di gente che parla poco ed agisce molto.
Gente disinteressata, ricca di senso dello Stato – lo Stato-Stato, non lo stato-mafia -, disponibile a combattere per esso, senza nulla volere sul piano personale e senza nulla chiedere.
Pronta eventualmente anche “a dare” e mai a “chiedere”.
Quando noi diciamo che la lotta alle mafie si fa con le “visure camerali”, con la ricerca continua di notizie sugli intrecci perversi che legano criminali e politici, criminali ed esponenti delle istituzioni!!!
Tutto il resto non serve perché il potere delle mafie “non è dentro la mafia”, ma “fuori” di essa, non nell’organizzazione, ma fuori di essa.
Il potere delle mafie è dentro i luoghi del POTERE e tutta l’azione delle mafie è finalizzata ad acquisire sempre più il POTERE per piegarlo ai propri interessi, agli interessi di oligarchie criminali alle quali non interessa affatto il bene comune ma quello personale, del gruppo, del clan.
E’ questo che DEBBONO capire i cittadini perbene, le persone oneste!
Ecco tutto il senso della lotta dell’Associazione Caponnetto e dei suoi insistenti appelli a cambiare il “modello” della lotta alle mafie.
Appelli, quelli suoi, ovviamente rivolti a chi è in buonafede e a chi crede veramente nella Giustizia, nella Democrazia e nello Stato di diritto.
Appelli – lo sappiamo – destinati, invece, a cadere nel vuoto da parte di chi alla strada della Giustizia e del bene comune ha preferito e preferisce quella del ladrocinio, della corruzione e del crimine.
La strada delle mafie.
Quella che noi non imboccheremo mai, costi quello che costi!
Ecco cos’è l’Associazione Caponnetto.
Lo Stato-Stato, quello per il quale hanno combattuto e sono morti molti dei nostri genitori, sta soccombendo rispetto allo stato-mafia rappresentato da una massa enorme di politici, imprenditori, funzionari e cittadini corrotti e mafiosi e non c’è più tempo per le chiacchiere.
Bisogna aiutare, non con le chiacchiere ma con i fatti, le parti più esposte della Magistratura e delle forze dell’ordine, con le segnalazioni, le denunce, nomi e cognomi, dei corrotti e dei mafiosi.
Questo vuole la Caponnetto e su questo fronte – e solo su questo fronte – essa è impegnata da 15 anni.
Tutto il resto non le interessa.

Continuiamo a parlare dei Prefetti: quello che dovrebbero fare e pochi fanno… In primis… disapplicano la normativa antimafia. Domandate ad ognuno di essi quante interdittive antimafia emette in un anno… (continua)

Nel corso di un intervista rilasciata nel 2012, L’ex presidente della Commissione antimafia Europea, Sonia Alfano, evidenziava come l’Italia, avesse << la migliore legislazione antimafia.. (. )… Questo perché l’Italia, è il Paese che ha pagato di più in termini di vite umane. , la lotta alla mafia>>. L’associazione antimafia ritiene di poter condividere questa considerazione, soprattutto con riferimento alle norme approvate dal Parlamento all’indomani dei gravi eventi delittuosi che hanno visto morire per mano della mafia, grandi servitori dello Stato. Le norme antimafia più efficace si ritiene siano quelle approvate dopo gli omicidi di Pio La Torre, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e del Giudice Falcone. Infatti con la legge 13 settembre 1982, n.646, venne introdotto il reato di associazione (art.416 bis c. p. ), furono introdotte nuove più severe disposizioni in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale, fu istituita la commissione antimafia, furono previste sanzioni penali per la violazione delle norme sui subappalti. Nello stesso anno venne approvata anche la legge 12 ottobre 1982, n.726 di conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 6 settembre 1982, n.629, recante misure urgenti per il coordinamento della lotta contro la delinquenza. Quest’’ultima è una norma di straordinaria importanza perché conferisce ad un autorità amministrativa, all’epoca individuata nella persona dell’alto commissario antimafia ” poteri di accesso e di accertamento presso le pubbliche amministrazioni, enti pubblici anche economici, banche, istituti di credito pubblici e privati nelle procedure di appalti pubblici. Viene prevista la certificazione antimafia per le imprese appaltatrice di commesse pubbliche. Per la prima volta il legislatore rivolge in modo concreto l’attenzione anche ai fenomeni criminali delle infiltrazioni mafiose nelle pubbliche amministrazioni, negli enti pubblici anche economici e negli appalti pubblici,. Nel 1992 dopo l’omicidio del Giudice Falcone e della sua Scorta il legislatore approvava la L.7.8.1992, n.356, con la quale i prefetti si videro assegnare nuovi strumenti operativi-investigativi che, sono risultati, combinandoli con i poteri di cui al citato art.15 bis della L.55/1990, poi trasfuso nell’art.143 del d. lgs.267/2000, di una efficacia senza precedenti, avendo l’esercizio di detti poteri consentito di estirpare forme di cancrene malavitose insediatesi in organi di governo di numerose amministrazioni locali nonché di adottare provvedimenti antimafia interdittivi nei confronti di numerosissime imprese operanti nei settori c. d. “ sensibili” come quelli del rifiuti urbani, della vigilanza privata e del movimento terra. In particolare al prefetto sono state conferiti i poteri già attribuiti in forza della L.726/82 all’alto Commissario antimafia, esercitabili previo delega del Ministro dell’Interno. Di particolare rilevanza è risultato il potere di accesso e di accertamento presso amministrazioni ed enti pubblici anche economici, con la possibilità di avvalersi della collaborazione degli Organi di polizia e di funzionari dello Stato da impiegare nell’attività ispettiva.
Detto potere ha consentito ai prefetti della Repubblica titolari di sedi provinciali di poter finalmente espugnare quelle roccaforti di poteri occulti, frutto di commistioni affaristiche criminali che si insediavano segnatamente negli Enti locali e più in particolare nei comuni.
Inoltre con il d. lgs 490/94 sono stati conferiti ai prefetti incisivi poteri di prevenzione antimafia anche in relazione alle imprese affidatarie di pubblici appalti, attraverso la c. d. “ informativa antimafia” che si base su elementi indiziarie e sintomatici di permeabilità mafiosa e pertanto, spiccatamente, di carattere preventivo..
In virtù delle predette competenze, il prefetto viene a trovarsi in una strategica ed efficacia condizione che lo vede investito di una forte potenzialità in materia di prevenzione e di contrasto antimafia con strumenti di carattere amministrativo e quindi di natura diversa rispetto a quelli che la legge conferisce all’Autorità giudiziaria.
Tali poteri hanno costituito, un validissimo strumento conoscitivo e di valutazione dei fenomeni delinquenziali di matrice mafiosa e segnatamente quelli afferenti le varie forme di condizionamento dell’azione amministrativa degli enti locali che risulta essere un fenomeno che sul territorio di diverse regioni d’Italia, assume un carattere allarmante e preoccupante con caratteristiche connotate da risvolti eversivi rispetto ai principi democratica tutelati dalla nostra Costituzione. L’insidia di questi fenomeni è data fondamentalmente dal supporto che gli stessi ricevono da professionalità deviate spesso inserite nei gangli dello Stato e della Pubblica amministrazione pubblica e per tale motivo di difficile individuazione contrasto. La legislazione speciale antimafia in questione ha inteso, prioritariamente, salvaguardare gli interessi pubblici dalle mire della criminalità organizzata, ancora prima che si vengano a determinare le condizioni oggettive e concrete dell’aggressione a beni giuridicamente protetti.
Il procedimento di accertamento scaturente dai poteri previsti e demandati dalla legge ai Prefetti, risponde alla funzione di prevenzione cautelare globale che prescinde, nella sua applicazione, da istituti e concetti dell’ordinamento penale, da cui se ne discosta dichiaratamente.
Come ripetutamente affermato dal Consiglio di Stato con un indirizzo giurisprudenziale oramai consolidatosi che ha evidenziato come ai fini dello scioglimento dei consigli comunali per infiltrazione mafiosa “ devono ritenersi idonee anche quelle situazioni che non rivelino né lascino presumere l’intenzione degli amministratori di assecondare gli interessi della criminalità organizzata, giacché, in tal caso, sussisterebbero i presupposti per l’avvio dell’azione penale o, almeno, per l’applicazione delle misure di prevenzione a carico degli amministratori, mentre la scelta del legislatore, giova ripeterlo, è stata quella di non subordinare lo scioglimento del consiglio comunale né a tali circostanze né al compimento di specifiche illegittimità.
Per queste ragioni, il decreto di scioglimento dei consigli comunali, pur non potendosi qualificare atto politico, non costituisce neppure misura a carattere sanzionatorio (cfr. Cons. Stato, sez. V, 3 febbraio 2000, n.585, e Cons. Stato, sez. IV, 21/11/1994, n.925), bensì è da qualificare come una <<misura di carattere straordinario>> per fronteggiare <<una emergenza straordinaria>> (cfr. in tal senso, Corte cost.19 marzo 1993, n.103, nell’escludere profili di incostituzionalità dell’antecendente omologo art.15 bis, L. n.55/90 cit) – (cfr. sentenza C di S, sez. IV^, n.1004/2007)
Quindi è una legislazione che prescinde da ogni accertamento circa il grado di responsabilità individuale. Il prefetto deve assumere notizie che rilevano come l’amministrazione comunale possa subire l’iniziativa o pressioni da parte della criminalità, restando condizionata nel proprio operato, ciò a riprova del carattere essenzialmente preventivo, più che sanzionatorio della norma.
Analoga previsione è contenuta nella legislazione relativa al rilascio di certificazioni antimafia (ovvero delle informative antimafia) nei confronti delle imprese aggiudicatarie di appalti pubblici
Quindi l’intervento del prefetto è richiesto in una fase anticipata rispetto al verificarsi del’evento criminoso.
Insomma il prefetto deve intervenire prima che si consumi il reato, ponendo in essere le azioni necessarie ad impedire il verificarsi dei danni sociali ed economici che il reato, una volta consumato, può produrre nei confronti della collettività amministrata. Cioè, secondo il quadro normativo richiamato, non deve attendere il magistrato penale che intervenga per punire colui o coloro che hanno commesso il reato.
Purtroppo negli ultimi anni si sta assistendo ad una palese regressione dell’azione di organi dello stato sul fronte della prevenzione amministrativa antimafia nei confronti di civici consessi inquinati dalla criminalità organizzata o di imprese appaltatrice di commesse pubbliche.
Si sta assistendo ad un inversione di competenze, non supportata dalla norma, tra il potere giudiziario e quelle amministrativo. Dai casi esaminati sembra evidente come i prefetti aspettino l’intervento della magistratura penale (e cioè la consumazione dei reati) prima di intervenire e non viceversa.
Infatti sono decine i casi rinvenuti attraverso la consultazione di siti internet che rivelano come l’intervento dei prefetti sia stato posto in essere all’indomani dell’intervento della Magistratura penale nei confronti di amministratori e funzionari comunali o di imprese aggiudicatarie di appalti pubblici.
A titolo esemplificativo si possono citare i casi dei comuni di
- Gragnano, dove Si legge nella relazione di accompagnamento al d. p. r. di scioglimento del Consiglio comunale del 30.3.2012, rinvenibile su internet: “Un’operazione di polizia giudiziaria disposta nel mese di ottobre 2010, che aveva portato all’arresto di numerosi affiliati a clan camorristici, aveva rivelato come la locale criminalità organizzata, oltre ai tradizionali interessi connessi alla realizzazione di profitti o vantaggi illeciti, si fosse adoperata per indirizzare le libere scelte degli elettori anche attraverso atti di violenza o richiesta ai candidati di corrispettivo in denaro. Il procedimento penale relativo ai fatti suddetti ha portato, nel mese di gennaio 2011, all’adozione di un decreto di rinvio a giudizio nei confronti del presidente del consiglio comunale. In tale contesto assumono significativa rilevanza i contenuti dell’ordinanza di conferma della misura cautelare di custodia in carcere dalla quale si evince che esponenti del locale clan miravano ad assumere il controllo di attività economiche e di servizi pubblici e che le stesse avevano svolto un ruolo attivo nelle predette elezioni, sostenendo il futuro presidente del consiglio anche attraverso la minaccia e l’aggressione. “ Peraltro, sindaco di quel comune, eletta nel giugno 2009, risultava essere Anna Rita Patriarca, figlia del più noto senatore Francesco patriarca, già condannato per reati previsti dalla legislazione antimafia, nonché moglie del sindaco di San Cipriano d’Aversa marito Enrico Martinelli sindaco di San Cipriano Aversa. Si legge sul quotidiano “ la Repubblica “ edizione del 13.3.2012: Associazione per delinquere di tipo camorristico: questa l’accusa alla base dell’ordinanza di arresto della Dda di Napoli, eseguita stamattina dai carabinieri di Caserta, nei confronti di nove persone, tra cui il sindaco di San Cipriano, prelevato dai militari dell’Arma nella sua abitazione. Tra i gli altri destinatari del provvedimento figurano anche due elementi di vertice del clan dei Casalesi – il boss Antonio Iovine e un lontano cugino omonimo del sindaco di San Cipriano, Enrico Martinelli (entrambi arrestati dopo lunghi periodi di latitanza), – e sette affiliati al gruppo camorristico attivo a San Cipriano d’Aversa, facente capo al boss Antonio Iovine. Tra questi ci sono anche due titolari di
imprese edili. Questa è la foto pubblica da Repubblica che ritrae i due sindaci di Grugnano e san Cipriano d’Aversa con l’ex parlamentare Nicola Cosentino
- Enrico Martinelli, a sinistra, il giorno delle sue nozze con Annarita Patriarca. Testimone Nicola Cosentino, a destra
(foto pubblica dal quotidiano “ la Repubblica – ed.13.3.2012)
- Anche per il predetto Comune di San Cipriano d’Avversa si ripete la stessa storia di Grugnano e cioè il prefetto interviene solo all’indomani dell’arresto del sindaco. Infatti il d. p. r. di scioglimento è del 10/08/2012 mentre l’arresto disposto dalla DDA di Napoli e del 12.3.2012;
- Analogamente è avvenuto presso il Comune di Quarto dove il prefetto è intervenuto all’indomani di brillanti operazione della DDA di Napoli. Infatti il 27.3.2013 è stato sciolto il consiglio comunale mentre, come si evince dal quotidiano la Repubblica del 27.3.2013 già “ il 9 luglio del 2012 i carabinieri eseguirono anche delle perquisizioni negli uffici privati del sindaco, Massimo Carandente Giarrusso e in quelli di alcuni consiglieri comunali e imprenditori. Nel quotidiano on line del 98.7.2012 si legge: i reati contestati alle quattro persone indagate sono di associazione camorristica per avere contribuito esternamente all’associazione camorristica denominata clan Polverino in quanto, pur non essendo stabilmente inseriti nella predetta compagine criminale, operavano sistematicamente con gli associati e specificamente con Perrone Roberto, esponente apicale della predetta consorteria camorristica e capo di detta compagine nella zona di Quarto, fornendo uno specifico e concreto contributo ai fini della conservazione e del rafforzamento della suddetta associazione camorristica soprattutto per consentire alla stessa consistenti infiltrazioni nel settore edile”
- Analogamente è avvenuto ai Comune di Pagani e di Battipaglia, dove anche in questo caso l’intervento del perfetto si è manifestato all’indomani dell’arresto dei rispettivi sindaci. – Lo stesso vale per il comune di Scalea Lo scioglimento arriva dopo l’arresto del sindaco e quattro assessori coinvolti in una inchiesta contro una cosca di ‘ndrangheta. Diversi casi analoghi sono riscontrabili dalla semplice consultazione di siti internet,
Invero, ciò che si vuole sottolineare è che il venir meno ovvero l’affievolirsi dell’azione di prevenzione che la legge antimafia assegna ai prefetti, sta comportando, di fatto, un aggravio delle attività da parte della magistratura penale. La magistratura penale si vede così gravata da un levata quantità di azioni di contrasto e repressione di fattispecie criminali correlate all’inquinamento della vita amministrativa dei comuni ed in generale della pubblica amministrazione. Invero, come è ovvio, un efficace azione di prevenzione da parte dei prefetti comporta non solo la possibilità per la stessa magistratura penale di rafforzare l’azione giudiziaria nei confronti di ad altri fenomeni criminale ma consente, innanzitutto, di contenere i danni che i cittadini subiscono da un azione amministrativa posta in essere in un comune inquinato e condizionato dalla criminalità organizzata.
Per comprendere la gravità e i danni subiti dai cittadini basta richiamare a titolo esemplificativo, la lievitazione che possono subire le tariffe e le tasse applicate in comuni sottoposti ad ingerenze criminali nel settore degli appalti dei servizi. Infatti, la vigente legislazione prevede che le tasse chieste dai comuni ai cittadini per il prelievo e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, ovvero per i c. d. servizi a domanda individuale (refezione, scolastica, parcheggi, trasporto scolastico, ecc) devono essere coperti in tutto o in parte con le tasse, imposte e tariffe chieste ai cittadini. Pertanto nei comuni e in queste realtà amministrative ove dilaga indisturbata la commissione di interessi affaristici – criminali e politici deviati, sono proprio gli appalti a tariffa che maggiormente risentono della lievitazione dei costi. Infatti, in presenza di forme illecite di pressioni o di complicità che vedono coinvolti amministratori e/o funzionari comunali con la criminalità organizzata, è possibile condizionare l’elaborazione dei quadri economici degli appalti con l’inclusione di prezzi sovrastimati che fanno lievitare surrettiziamente il costo dell’appalto steso che poi grava sui cittadini attraverso il pagamento delle tasse e delle tariffe. Lievitazione che è correlata alla necessità di cerare fondi e risorse economiche da distribuire a favore della criminalità e di amministratori e/o funzionari collusi e corrotti. Un elemento sintomatico dell’ingerenza criminale nella vita amministrativa dei comuni è dato proprio dall’elevato costo della tassa dei rifiuti e della tariffa per la refezione scolastica, ecc. Un efficacia azione di prevenzione del Prefetto in queste realtà può sicuramente impedire il consumarsi di questi gravi effetti a danno dei cittadina. L’intervento della Magistratura penale può in queste stesse realtà portare all’arresto o all’incriminazione del pubblico ufficiale infedele ma non certamente incidere sulle tariffe e sulle tasse. Appare evidente come la disapplicazione di una normativa di prevenzione antimafia nata all’indomani dell’’uccisione di grandi servitori dello Stato, possa generare il diffondersi di fenomeni di prevaricazione sull’’ordinamento democratico e il dilagare delle aggregazioni affaristiche criminali. L’associazione Antimafia Antonino Caponnetto, si chiede quali possono essere state le cause che hanno determinato questo stato di fatto? Può aver contribuito il meccanismo di nomina dei prefetti; nomina che, di fatto, è di natura politica, decisa dal Consiglio dei Ministri e quindi dalla forza politica che in un dato momento storico è presente in seno all’organo di governo? Possono aver potuto incidere le indicazioni dei coordinatori segretari regionali e provinciali dei partiti di riferimento delle forze politiche presenti in seno al consiglio dei ministro? Si rammenta che durante il governo Berlusconi, la carica di coordinatore regionale di Forza Italia per un lungo periodo è stato assunta dall’ex parlamentare Nicola Cosentino mentre quella di coordinatore provinciale da Luigi Cesaro, entrambi coinvolti in grave vicende giudiziarie poste al vaglio della DDA di Napoli
Non dimentichiamo che ai prefetti sono assegnati anche importanti poteri per il mantenimento fisiologico dei livelli di democrazia e di sicurezza dei cittadini. Ai prefetti oltre al potere di valutazione sulle ingerenze criminali nei consigli comunali e nelle imprese appaltatrici di commesse pubbliche, è assegnato il delicato compito di garantire la sicurezza dei cittadini, il conferimento di provvidenze economiche per le vittime dell’usura e delle estorsioni, l’assegnazione delle scorte (anche ai magistrati che potrebbero trovarsi impegnati in delicate indagini sui politici preposti alla nomina degli stessi Prefetti). Ed e’ per questo motivo che appare ancora più impellente la necessità di un intervento del legislatore che individui nuovi modelli e meccanismi di nomina dei prefetti o in alternativa trasferisca i poteri più rilevanti di tutela e difesa dei valori democratici sanciti dalla nostra Costituzione (dalla vigente legislazione attribuiti ai prefetti), a poteri dello Stato cui sia garantita autonomia e indipendenza dal potere politico. Proprio in relazione al concreto pericolo dell’invasivo condizionamento della politica deviata sui prefetti, all’associazione Caponetto, piace ricordare un passo di un discorso tenuto dal primo presidente della Repubblica italiana Luigi Einaudi nel corso di una seduta della costituente, che così recitava «Via i prefetti, via con tutti gli uffici, le loro dipendenze e ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata, nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde».

Il ruolo dei Prefetti ed i doveri di un’associazione antimafia seria

L’ANTIMAFIA DEL “GIORNO PRIMA O QUELLA DEL “GIORNO DOPO “?
I PREFETTI – CHE PER LEGGE HANNO L’OBBLIGO DI ESERCITARE FUNZIONI DI PREVENZIONE NELL’AZIONE DI CONTRASTO ALLE MAFIE – AGISCONO QUASI SEMPRE DOPO CHE E’ INTERVENUTA LA MAGISTRATURA, QUINDI IN FUNZIONE REPRESSIVA, VENENDO MENO AI LORO DOVERI. UN GROSSO PROBLEMA, QUESTO, CHE UN’ASSOCIAZIONE ANTIMAFIA SERIA DEVE AFFRONTARE!
Un’antica abitudine che la dice lunga sulla reale volontà di combattere le mafie in Italia.
Si interviene sempre quando i buoi sono scappati dalle stalle ed il male è già stato fatto.
Il ruolo dei Prefetti.
Uno dei ” mali” del sistema.
Se ne salvano pochi che fanno il loro dovere e quei pochi che lo fanno vengono subito marginalizzati.
Ne abbiamo scritto e continueremo a scriverne ed a parlarne in tutte le sedi perché è proprio nelle Prefetture, presidi del governo centrale sui territori, che vanno individuate alcune cose che non vanno.
Il Prefetto è il rappresentante del Governo in una provincia ed è, quindi, il responsabile massimo della sicurezza e dell’ordine pubblico.
In tale veste egli presiede il Comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico, composto, fra gli altri, dai comandanti provinciali delle forze dell’ordine, un organismo preposto all’elaborazione delle strategie e delle tattiche per combattere la criminalità, comune e mafiosa, ed assicurare la sicurezza dei cittadini.
Possiamo dire, quindi, senza tema di essere smentiti, che, prima che il Questore ed i Comandanti provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, il primo responsabile è il Prefetto.
Una figura dello Stato che deve essere in grado di intuire le cose, di tracciarne e guidarne possibilmente i percorsi, di indicarne le correzioni eventuali da apportare e di trovare ed applicare i rimedi.
E veniamo, a questo punto, alle INTERDITTIVE ANTIMAFIA.
L’”interdittiva” va emessa NON dopo che sia intervenuta una sentenza della Magistratura, ma PRIMA.
E sulla base di informazioni raccolte dalle forze dell’ordine.
Se queste scrivono che quel soggetto o quell’impresa non sono affidabili ed hanno frequentazioni o collegamenti con elementi riconducibili alla criminalità, il Prefetto emette l’interdittiva che li esclude dal diritto a partecipare alle gare.
Domandate ai Prefetti se lo fanno e quante volte in un anno eventualmente lo fanno!
Ne riparleremo.

Due righe di dolore: il pianto di un Testimone di Giustizia

“È il quinto anno che sono assente, assente da un mio dovere di padre: l’ essere presente il primo giorno di scuola di mia figlia. Ma io non ci sono.”

Dove era tutto il popolo del rione Traiano? E quello della Napoli “perbene”

http://it.m.wikipedia.org/wiki/Vittime_della_camorra

Dov’è erano i cortei di un popolo inferocito contro la camorra?
Dove sei uomo perbene con il tuo cartello” camorra fai schifo”?
Dov’ è quella rabbia contro chi ha ucciso uomini, donne e bambini innocenti?
VERGOGNA POPOLO!!!

Lo Stato in ginocchio davanti alla camorra. A questo ci hanno portato i nostri governanti. Vergognatevi!!! Un Comandante provinciale dei Carabinieri si leva il cappello davanti ad una folla turbolenta

Mentre quella parte di Stato, assente per decenni, placa le masse inferocite del rione Traiano, a pochi km la camorra continua a sparare.
Il tutto fa emergere un dato inquietante: lo Stato è in affanno, debole e disorganizzato.
Immaginare uno scenario più catastrofico non è certo una fantasia, ormai il tutto è degererato in un sistema del “si salvi chi può″

A Gaeta nessuno vede, sente, parla…

E POI SI LAMENTANO…
Che Gaeta sia invasa dalla camorra è cosa nota e stranota.
C’è il Porto e, intorno ai porti, nascono sempre attività economiche di ogni specie.
Ne ha parlato il collaboratore di Giustizia Carmine Schiavone definendola “provincia di Casale”.
Ci indagò Ilaria Alpi.
Se ne occupò anni fa anche la Squadra Mobile di Palermo per la presenza di una ditta che sarebbe stata riconducibile alla famiglia Riina.
Ne parlò sempre anni fa perfino un sindaco che la defini’ – ma subito dopo tacque – “lavatrice di denaro sporco”.
E’ invasa da ditte per lo più provenienti dall’area oltregarigliano sulle quali sarebbe opportuna una rigorosa azione di osservazione e di monitoraggio al fine di individuarne di eventualmente “sporche”.
Non c’è un settore economico che non sia ormai nelle mani di gente proveniente da zone storicamente dominate dalle mafie.
Eppure non ti arriva una segnalazione, al contrario di quanto avviene a Formia e negli altri comuni del Golfo.
Le notizie “sensibili” dobbiamo andarcele a cercare con il lanternino indagando su altre aree, “da fuori”.
Quanta omertà!
E, poi, si lamentano e senti parlare di… “lotta alle mafie “…
Fuffa!

Ecco che fine fanno i soldi confiscati alle mafie. La battaglia solitaria dell’Associazione Caponnetto

Nel fondo unico giustizia confluiscono i beni confiscati alla criminalità organizzata. Un tesoro di 3,5 miliardi che potrebbe finire nelle casse dei ministeri dell’Interno e della Giustizia. Invece se ne utilizza solo il 10%: IL REPORTAGE

Il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri: “Bisogna semplificare ed evitare la burocrazia”

 

Bonificare la Terra dei Fuochi, sistemare gli uffici giudiziari disagiati, scongiurare i tagli al dipartimento della pubblica sicurezza e potenziare le forze dell’ordine. Utopia? No. Operazioni realizzabili, se solo si riuscisse ad utilizzare il Fug, fondo unico giustizia dove dal 2008 confluiscono tutti i soldi sequestrati alla criminalità organizzata e la cui gestione è affidata a Equitalia Giustizia. Di questo tema si occupa la Cover Story di Sky TG24.

Si utilizza il 10% del fondo – Il tesoro sottratto alle mafie, circa 3,5 miliardi di euro, dovrebbe finire nelle casse dei ministeri dell’Interno e della Giustizia per il potenziamento degli uffici giudiziari e delle forze dell’ordine. E invece, per una serie di vincoli imposti dal ministero dell’Economia, se ne utilizza soltanto poco più del 10 per cento. E dinanzi all’ennesimo blocco degli stipendi e alla minaccia di una mobilitazione senza precedenti da parte delle forze dell’ordine, ci si chiede per quale ragione questo fiume di denaro non venga utilizzato.

Equitalia Giustizia: la responsabilità è delle scelte della politica – Il reportage a cura di Ketty Riga documenta come magistrati e forze dell’ordine rivendichino a gran voce l’urgente necessità di smobilitare queste ingenti somme di denaro. E per la prima volta, ai microfoni di Sky TG24, parla Equitalia Giustizia, che rinvia ogni responsabilità alle scelte della politica. “Noi ci limitiamo ad applicare la legge – dice l’amministratore delegato Carlo Lassandro -. Il cattivo funzionamento del Fug dipende da scelte politiche che non sono state effettuate. Il Fug – prosegue – è una sorta di notaio dei sequestri italiani. Registra il sequestro, ne amministra la vita intera e restituisce i beni all’avente diritto nel momento del dissequestro o allo Stato nel momento in cui c’è una confisca. Una somma sequestrata entra nella piena disponibilità dello Stato solo a fine processo e solo dopo una sentenza definitiva di confisca. Prima di allora deve restare bloccata nella cassaforte di Equitalia Giustizia”.

Mantovano: “Caso clamoroso di cattiva burocrazia” – Eppure Alfredo Mantovano, in Commissione Bilancio alla Camera, nel 2012 sollecitò più volte il governo a riferire su come venissero impiegati questi soldi, constatando che non se ne poteva utilizzare nemmeno un centesimo. “L’idea che mi sono fatto – ha detto Mantovano – è che questo è un caso clamoroso di cattiva burocrazia. Tutto si traduce nella difficoltà di mettere una firma a contanti o titoli che devono essere messi a disposizione. Come può un funzionario dell’Economia non rendere disponibili in pochi giorni queste risorse?”.
Cover Story ha cercato di avere riscontri dal ministero dell’Economia, ma senza successo: in Via XX Settembre tutti tacciono. E così, nel silenzio generale, quella burocrazia che oggi tutti dicono di voler abbattere continua a rallentare processi di miglioramento.

La mafia é in mezzo a noi prima che fuori

LA MAFIA E’ IN MEZZO A NOI
Ma di quale lotta alle mafie vogliamo parlare se qua la gente, fino a quando si parla di Falcone e Borsellino e di fatti successi 20-30 anni fa la trovi tutta intorno a te, ma, quando passi all’attualità e cerchi una notizia, si volatilizza e sparisce?
Ce la prendiamo sempre con la classe politica, ma non abbiamo il coraggio di dire che questa classe politica, in larga parte di corrotti e mafiosi, è l’espressione di un popolo che è anch’esso in parte corrotto e mafioso.
“Io ho famiglia ed ho paura”, ci sentiamo sempre rispondere, anche da amici.
Come se noi non avessimo famiglia!
Il problema è là: gran parte della gente è vile, ha paura, non collabora, non ti fornisce notizie, fa finta di non vedere, di non sapere, di non capire.
Molti altri si piegano consapevolmente ai voleri dei mafiosi, per opportunismo, per affarismo, per convenienza.
Per non parlare di altri ancora che lo fanno per partecipare anche essi al banchetto sul tavolo imbandito, ma sporco di sangue della povera gente, gente che viene tenuta all’oscuro di tante cose da un’informazione drogata e manipolata in gran parte (quei pochi organi di stampa che si azzardano a scrivere o dire la verità vengono subito messi a tacere, come nel caso de “La Voce delle Voci”, sommersa da richieste di centinaia di migliaia di euro).
Federica Angeli, una brava giornalista di “Repubblica” costretta a vivere sotto scorta per aver scritto della mafia ad Ostia e sul litorale romano, in questi giorni sta facendo delle inchieste meravigliose sulla cosiddetta “antimafia sociale” e sul grande business che molte finte associazioni antimafia realizzano o tentano di realizzare.
Bene, brava, ma ci permettiamo di consigliare a Federica di approfondire anche l’aspetto dell’omertà di quella gran parte della gente che, pur lamentandosi di come vanno le cose in Italia, sta lì inerte, senza darti una mano, senza
trasmetterti una notizia, senza esporti un atto o un comportamento collusivo di soggetti delle istituzioni e della politica con le mafie.
Se nel Paese c’è la situazione di cui tutti si lamentano, di chi è la colpa???

Bravo Di Maio!!! Questi uomini e donne rischiano ogni momento la loro vita per difendere noi prendendo stipendi da fame. Il Governo si vergogni!!!

STIPENDI ALLE FORZE DELL’ORDINE: I SOLDI CI SONO

Ai nostri uomini in divisa bisogna dare risposte concrete e veloci. Il loro sciopero rappresenta un grido di dolore del Paese che va ascoltato, non sono dipendenti pubblici qualsiasi. Lavorano tutti i giorni per la nostra sicurezza. Li abbiamo ripagati in cinque anni con tagli per cinque miliardi, di cui tre provengono dal mancato adeguamento degli stipendi. Mentre le forze dell’ordine perdevano circa 400 euro al mese di stipendio negli ultimi 5 anni, il Governo Letta e il Governo Renzi emanavano 4 Decreti svuota-carceri di cui solo l’ultimo rischia di far uscire di prigione circa 4000 detenuti: le forze dell’ordine li arrestano e il Governo li scarcera. Il Governo asserisce che gli 80 euro sono stati un calmiere per le perdite contrattuali, peccato che il 90% delle forze dell’ordine non ha mai percepito gli 80 euro, visto che un appuntato dei carabinieri (il grado più basso) percepisce 1400 euro al mese – ovvero basta che abbia un figlio e moglie a carico e perde i benefici del bonus Irpef, che si conferma una misura senza alcuna equità fiscale. Aggiungiamoci anche che diverse migliaia di poliziotti risultano positivi al test di Mantoux sulla tubercolosi, un regalino del Ministero dell’Interno che li mandava a soccorrere gli immigrati senza dotazioni di sicurezza. Ora ditemi voi se queste persone non devono essere arrabbiate. Altro che toni inaccettabili, sono toni inevitabili. È assurdo che a chi fa rispettare la Legge in questo Paese ogni giorno, non vengano garantiti i diritti fondamentali. Per gli stipendi del comparto sicurezza i soldi ci sono: secondo uno studio dell’Università di Pisa il gioco d’azzardo in Italia fattura 88 miliardi di euro all’anno (2012) e lo Stato incassa 8, 8 miliardi, circa il 10% (la tassazione più bassa d’Europa). Ciò vuol dire che per trovare i 3 miliardi a garantire l’adeguamento degli stipendi ai poliziotti basta aumentare del 4% il gettito che l’erario incassa sul gioco d’azzardo. Renzi usa i toni come scusa – come fa con il Movimento 5 Stelle – per non prendersi le proprie responsabilità. Preferisce incontrare il noto pregiudicato in segreto, piuttosto che gli uomini in divisa. L’adeguamento degli stipendi è la minima riconoscenza che lo Stato deve a queste persone che ogni giorno garantiscono la nostra sicurezza. Quando giovedì ho incontrato alcuni rappresentati delle Forze dell’Ordine in Piazza Montecitorio, ho assicurato loro che se non lo farà Renzi, lo faremo noi. Il Movimento 5 Stelle è pronto a presentare un emendamento nei prossimi giorni al “decreto stadi” per sbloccare gli stipendi del personale delle Forze dell’Ordine. Metteremo alla prova il Parlamento su un tema molto delicato del nostro Paese: chi viene prima, i poliziotti o le slot-machine?

Il Prof. Enzo Guidotto: nel Veneto mafie a go go da 20 anni

PADOVA. Gomorra ha messo piede in Veneto con la banda di strozzini, operativa a Padova anche tramite imprenditori locali come Johnny Giuriatti, capeggiata da “o’ dottore” Mario Crisci legato al clan dei Casalesi.

E prima ancora ancora con le “visite” fin dalla metà degli ’90 dell’avvocato Cipriano Chianese, considerato l’inventore e il signore dell’ecomafia, tornato in carcere nel dicembre scorso per estorsione aggravata dal vincolo camorristico, oggi imputato nel processo padovano (si aprirà lunedì) per la bancarotta milionaria della società Tpa Trituratori spa di Franco Caccaro (nella foto, ndr) e Nicoletta Zuanon, imprenditori di Santa Giustina in Colle. Senza trascurare i raggiri seriali messi a punto dal clan dei fratelli campani Carmine e Giuseppe Catapano, attraverso un sistema di società estere, finte onlus, auto blu e un esercito di prestanome, pronti a vampirizzare aziende in crisi, svuotarle e intascare soldi facili. Il tutto in base al metodo applicato dalle grandi organizzazioni criminali, pur non essendo mai stato contestato ai Catapano il reato associativo di stampo mafioso ma solo il reato di truffa.

Nella relazione recentemente pubblicata, la Commissione bicamerale antimafia scrive di indagini in Veneto (in particolare nel Padovano) «che hanno visto il coinvolgimento di personaggi legati a cosche criminali (per lo più clan della camorra)…». Ma è critica verso l’operato della procura padovana annotando: «… Sembra che si possa affermare una sostanziale mancanza di attitudine e pratica operativa di quell’ufficio nella gestione del fenomeno dell’infiltrazione mafiosa», pur ammettendo che «la procura ordinaria non ha perfetta cognizione di tutti i meccanismi ed episodi in materia». Materia che spetta, per competenza, alla Direzione distrettuale antimafia con sede a Venezia.

«Le valutazioni dell’autorità giudiziaria vanno dal negazionismo alla sottovalutazione» osserva il professor Enzo Guidotto. Secondo Guidotto dipende «da una sostanziale differenza tra il Veneto da una parte e, dall’altra, le regioni del Nord come Liguria, Lombardia e Piemonte. In queste ultime l’ndrangheta, per esempio, ha colonizzato l’ambiente, insediandosi con una certa autonomia rispetto alla “casa madre”. Nella nostra regione c’è stata una delocalizzazione: la casa-madre resta dominante, qui si aprono le agenzie e, al sud, torna il profitto. E l’inchiesta Aspide lo dimostra». Come dire: bisogna conoscere l’organizzazione per comprenderne fino in fondo la capacità di infiltrazione.

Di mafia, Guidotto se ne intende. Siciliano trapiantato a Castelfranco Veneto 46 anni fa, professore e preside oggi in pensione, amico di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone, fondatore dell’Osservatorio veneto sulla mafia, titolare di un archivio di documenti da far invidia alla banca-dati di un Ministero, autore di molte pubblicazioni sul tema, nella 14ª e 15ª legislatura è stato consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso.

«I metodi usati da Crisci (condannato nel processo Aspide) si erano già visti in Veneto una ventina d’anni fa nella vicenda che riguardò la fabbrica di prodotti alimentari Regris a Resana, poi fallita. Allora l’inchiesta Versilia, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia diretta da Pier Luigi Vigna, svelò come in 30 province e in 11 regioni i fratelli siciliani Saccà, spalleggiati da un trio di capi camorra con doppia affiliazione, impiegavano la tecnica di creare finanziarie per erogare prestiti alle imprese in crisi che, incapaci di restituire il debito, si trovavano costrette a cedere quote sociali. Regris fu scalata al 51%, utilizzata per comprare a credito dilazionato merce venduta sottocosto e, una volta fatta cassa, l’imprenditore fu schiacciato dai debiti. Minacciato con la pistola alla tempia, doveva fare quello che volevano i nuovi padroni» insiste il professor Guidotto.

Insomma quella mafiosa è una presenza che dura nel tempo in Veneto. «La presenza mafiosa in Veneto è a pelle di leopardo» annota, «A Paese nel Trevigiano c’erano personaggi legati alla Sacra Corona Unita, nel Piovese soggetti legati agli indipendentisti siciliani, mentre come risulta negli atti giudiziari raccolti nel libro “Mafia pulita” di Elio Veltri e Antonio Laudati l’avvocato Chianese, candidato senza successo per Forza Italia nel 1994, risulta nel 1995 tra Vidor e Treviso per scortare Tir carichi di rifiuti provenienti dal Casertano».

Su proposta del consigliere Pd Roberto Fasoli, il 28 dicembre 2012 il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la legge regionale antimafia con l’obiettivo di rafforzare e migliorare le misure di prevenzione del crimine organizzato e mafioso. Lo strumento legislativo prevede pure di istituire un osservatorio sulle manifestazioni del fenomeno mafioso a salvaguardia degli appalti pubblici, formato da esperti nominati a titolo gratuito: «È rimasto lettera morta» conclude Guidotto, «La maggioranza non ha combinato nulla, l’opposizione non si è scaldata. Come sempre, si sottovaluta il problema. Ma i mafiosi non è che operano a intermittenza: si danno da fare e continuano a far passare i soldi nella nostra Regione».
Cristina Genesin

(Tratto da Il Mattino di Padova)

Se non si fanno INDAGINE e DENUNCIA, nomi e cognomi, NON è ANTIMAFIA

“LA MAFIA NON ESISTE”
Il problema è che te lo senti dire anche da persone dalla quali non te lo saresti mai aspettato, non in grado evidentemente nemmeno di vedere l’evidente, la realtà.
Due, a questo punto, possono essere le risposte da darsi di fronte a comportamenti negazionisti del genere:
-o si tratta di veri e propri idioti che non sentono, non vedono e nemmeno sanno “leggere” i fatti e squadrare le persone;
- o ci troviamo di fronte a persone inserite organicamente nei clan.
Tertium non datur.
Ci potrebbe essere, in verità, una terza spiegazione che potrebbe far riferimento a soggetti che, per paura, per convenienza o per motivi politici, non vogliono inimicarsi il tessuto sociale circostante.
E queste sono le persone che ti fanno il maggior danno in quanto ti disinformano, ti depistano, ti rendono l’azione più difficoltosa in quanto non ti forniscono gli elementi per incidere, per camminare, per indagare e denunciare.
Un’antimafia vera e seria si basa su due elementi fondamentali:
1 -l’INDAGINE;
2) la DENUNCIA, nomi e cognomi.
I Magistrati o gli investigatori istituzionali hanno bisogno di FATTI, non di chiacchiere, di piste investigative precise, non di analisi sociologiche e storiche..
E, proprio laddove sembra che la mafia non esiste, vuol dire che la mafia sa operare meglio che nelle altri parti e esiste alla grande.
Più che altrove.
Vuol dire che ci si trova in presenza dei “colletti bianchi” e non della mafia rozza, degli analfabeti, di quelli che, poi, in ultima analisi, contano e comandano.
La capacità di quelli che fanno quello che facciamo noi si vede e va giudicata proprio dal loro saper individuare i mafiosi appartenenti a quest’ultima categoria, alla “mafia bianca”, quella inserita nelle istituzioni, nella politica, nell’economia, nelle professioni.
Che sono i più pericolosi!!!
Lo ripetiamo: se non si fanno INDAGINE e DENUNCIA non è antimafia!

Quale uso si fa della montagna di SOLDI (soldi, non beni immobili) confiscati alle mafie? Si parla di montagne di denaro con il quale ci si potrebbero definire tutti i problemi delle forze dell’ordine, dei Testimoni e dei Collaboratori di Giustizia ed anche farci 2-3 leggi di stabilità. Possibile che non ci sia un solo parlamentare disposto a fare un’interrogazione, una mozione o qualunque altra cosa per fare chiarezza al riguardo???

QUALE USO HA FATTO E FA IL GOVERNO DEI SOLDI CONFISCATI ALLE MAFIE?
POSSIBILE CHE NON CI SIA UN SOLO PARLAMENTARE DISPOSTO A FARE UN’INTERROGAZIONE PER FARE CHIAREZZA AL RIGUARDO???
Solo a farne cenno, ti accorgi subito che tutti, ma proprio tutti, nessuno escluso, dribblano l’argomento.
Ed anche con un senso di fastidio, come se si trattasse di cose futili.
Non c’è stata, ad oggi, una sola interrogazione depositata in Parlamento con la quale qualcuno abbia chiesto quale uso sia stato fatto o si faccia delle montagna di soldi confiscati (non sequestrati) alle mafie.
Eppure si parla di una quantità tale di soldi da poterci fare tre-quattro leggi di stabilità, da sistemare i conti del Paese, da definire tutti i problemi dei Testimoni e dei Collaboratori di Giustizia, da aumentare gli stipendi vergognosi alle forze dell’ordine, da sistemare le situazioni del funzionamento e delle dotazioni di caserme ed
uffici giudiziari, da ridare un pò di serenità e di sicurezza al Paese.
Una manna dal cielo in un’Italia sconquassata dal disagio e dall’assenza di investimenti che la stanno riducendo sul lastrico.
Un mistero che ti induce a sospettare di tutto.
Noi non vogliamo essere pessimisti al punto da dar credito a quanti ti prefigurano disegni apocalittici e ti parlano di piani destabilizzanti di qualcuno che punta a mettere la mordacchia alla magistratura ed a costringerla a smetterla di far guerra alle mafie e a piegarla ai voleri dell’esecutivo.
Una sorta di salto all’indietro di decenni, molti decenni, con la riesumazione della figura del Procuratore del Re al posto di quella dell’attuale Procuratore della Repubblica.
Ma certo è che qualcosa non torna perché quei soldi esistono, ce ne dovrebbero essere tanti, ma proprio tanti che aumentano, peraltro, ogni giorno perché i magistrati continuano senza sosta a sequestrarne altri, ma restano- sembra – congelati.
Almeno così qualcuno dice.
Non se ne capisce il perché.
Parlavamo di un ipotetico disegno di qualcuno contro la magistratura antimafia.
Noi non vogliamo crederci, ma a domandarci chi potrebbero essere gli utilizzatori finali, i beneficiari di tutto questo stato di malcontento che si va diffondendo e consolidando sempre di più – fino a paventare una possibile esplosione di manifestazioni di rabbia di cui già leggiamo le avvisaglie attraverso le note che girano sul web sia delle forze dell’ordine da un lato che dei Testimoni e Collaboratori di Giustizia dall’altra – c’è da rispondere che non sono di certo i magistrati e, soprattutto, quelli impegnati sul fronte del contrasto alle mafie.
Qualcuno potrebbe aver pensato che, trattando male i Testimoni e, soprattutto, i Collaboratori di Giustizia, questi, presi dalla rabbia e dalla disperazione, potrebbero sentirsi indotti a non “parlare” più, a non collaborare più con la Giustizia e, peggio ancora, a non confermare in sede dibattimentale le accuse.
Già ci sono stati casi del genere.
Cadrebbero, così, tutti gli impianti accusatori e la lotta alle mafie – che oggi si regge su due pilastri, collaboratori ed intercettazioni, anche queste ultime messe nel tritacarne – finirebbe.
Ripetiamo: noi non vogliamo credere all’esistenza di un disegno così perverso e destabilizzante, ma
certamente il dubbio viene spontaneo al pensare che i soldi, volendolo, ci sono e sono, appunto, quelli confiscati dai magistrati alle mafie.
Dai magistrati, diciamolo a voce alta, perché ancora una volta questi, con tutti i loro meriti ed anche demeriti – alcuni-si stanno dimostrando gli unici difensori della Legalità e della Giustizia in un Paese devastato dalla corruzione, dalla miseria morale e dalle mafie, oltre che da una classe politica di inetti.
Due nostre accorate esortazioni:
la prima, ai Testimoni ed ai Collaboratori di Giustizia a non desistere ed a continuare a collaborare con la Giustizia e con lo Stato di diritto, UNITI (finitela con le divisioni interne perché state tutti nella stessa barca e continuereste solamente a fare il gioco dei mafiosi) perché, presto o tardi, la Giustizia trionferà;
la seconda, ai Magistrati: fate sentire anche la vostra voce!!!

Armiamoci e partite

TUTTI A “CONDIVIDERE”, TUTTI A DIRTI BRAVO, TUTTI A LAMENTARSI E SPUTARE SENTENZE, PERO’, POI, QUANDO DICI DI IMPEGNARSI E DI VENIRE IN TRINCEA A COMBATTERE LE MAFIE, TUTTI SI GIRANO DALL’ALTRA PARTE E FANNO FINTA DI NON SENTIRE.
“ARMIAMOCI E PARTITE”.
SIGNORI, SE LA MAFIA STA VINCENDO LA GUERRA NON E’ ANCHE COLPA VOSTRA???

Noi siamo quelli che ci rimettono di tasca propria perché NON vogliono un euro né da partiti, nè da istituzioni, nè dai mafiosi in giacca e cravatta e lo fanno solo perché credono che la lotta alla mafia sia un DOVERE di ogni cittadino onesto e non debba, pertanto, essere retribuita..
Siamo quelli che pagano prezzi altissimi anche in termini di natura non economica.
Siamo quelli che corrono ad affrontare le situazioni che altri rifiutano di affrontare. E, poi, quando diciamo che la lotta alle mafie NON si fa con le chiacchiere, ma
esponendosi, venendo in trincea con noi, indagando, denunciando, nomi e cognomi ed aiutando quei magistrati e quelle forze dell’ordine che la fanno, dobbiamo con dolore constatare che quasi tutti si girano dall’altra parte e fanno finta di non sentire.
Armiamoci e partite.
Ma non è anche colpa vostra se la mafia sta vincendo la guerra?

La “qualità” dei vertici centrali e territoriali degli apparati dello Stato. E’ forse, questo, il problema più importante che un’Associazione antimafia seria ha il DOVERE, oltre che il DIRITTO, di affrontare e di fare del tutto per risolverlo

UN ARGOMENTO IMPORTANTE DA METTERE ALL’ORDINE DEL GIORNO:
LA “QUALITA’” DEI VERTICI LOCALI E CENTRALI DEGLI APPARATI IMPORTANTI DELLO STATO
Si tratta di un argomento delicato e complesso e che, pertanto, va affrontato con estrema serietà e senza cedere alla tentazione di generalizzazioni che sarebbero ingiuste e fuori luogo.
Ciò in quanto ci sono magistrati bravi e preparati come anche il contrario di ciò, come pure ci sono ufficiali e funzionari bravi ed altri che non lo sono affatto.
Il discorso riguarda, quindi, le persone e non le istituzioni in quanto tali, il singolo magistrato e non la Magistratura, il singolo poliziotto, il carabiniere ed il finanziere e non la Polizia di Stato, l’Arma dei Carabinieri o la Guardia di Finanza, il singolo Prefetto e non lo Stato in quanto tale.
Ma il problema esiste ed è veramente serio e diffuso e noi che ce lo troviamo davanti in continuazione per il tipo di antimafia che
facciamo – quella dei fatti e non delle chiacchiere – abbiamo l’obbligo di cominciarlo ad affrontare
Si tratta, quindi, di materia con la quale dobbiamo cimentarci in quanto un’associazione antimafia seria ha l’obbligo di valutare bene con chi essa ha a che fare, come funzionano gli apparati dello Stato, se fanno o non fanno il loro dovere, se si comportano correttamente o meno, perché non è detto che per il solo fatto che una persona indossi una divisa o una toga essa sia una persona perbene.
Può anche non esserlo e di questi casi si potrebbe scrivere un elenco senza fine.
Quanti servitori dello Stato infedeli ci sono stati, ci sono e ci saranno?
Molte volte dalle province ci chiedono notizie circa le qualità morali e professionali di persone che lo Stato manda a dirigere importanti uffici nelle periferie.
I nostri amici nei territori ci chiedono se il tale funzionario o dirigente è bravo o meno, se il tale Comandante è valido o meno, se il tale magistrato fa il proprio dovere e se è una persona capace.
Alcune volte le informazioni che assumiamo e che ci vediamo costretti a trasmettere ai nostri
amici che ce le hanno richieste al riguardo non sono positive.
Qualcuno ci potrebbe accusare di essere dei pignoli alla ricerca continua degli aspetti negativi, ma un’Associazione come la nostra ha il dovere morale e non solo di sapere cosa cova negli ambienti con i quali essa ha l’obbligo di venire a contatto ed, eventualmente, collaborare.
Se io mi trovo sulla stessa barca con un’altra persona, ho il dovere, oltre che il diritto, di conoscerla bene, ad evitare il rischio che io voglia dirigermi a nord e quella a sud.
Io debbo sapere se ho a che fare con un servitore dello Stato fedele o infedele.
Ne ho il diritto perché debbo sapere, se le trasmetto una notizia delicata, quale uso quella persona ne faccia, corretto o meno.
Come ho il diritto di sapere, prima di imbarcarmici insieme, se quella persona ha la volontà e le capacità di condividere con me una navigazione perigliosa o vuole limitarsi, invece, a farne una semplicemente sottocosta.
In previsione di un esame approfondito di tale argomento, che dovremo iniziare a breve, invitiamo sin d’ora tutti i nostri iscritti e simpatizzanti a cominciare a raccogliere tutti gli
elementi utili e tali da consentirci l’individuazione e l’indicazione anche di possibili soluzioni a un problema che è forse il più importante ai fini di un’efficace azione di lotta alle mafie.
Senza uno Stato efficiente e sano è inutile parlare di lotta alle mafie.
E’ tutta aria fritta.
E noi non vogliamo macinare aria fritta!!!

Le chiacchiere stanno a zero. Quelli che contano sono i fatti. La lotta alle mafie è possibile solo con Magistrati bravi e preparati, con investigatori capaci e con Prefetti non subordinati al volere di questo o quel personaggio politico, di questo o quel partito o schieramento politici

LO STATO DI INADEGUATEZZA DELLE STRUTTURE INVESTIGATIVE PONTINE E’ SEMPRE UNA CONSEGUENZA DELLA “QUALITA’ ” DEI PREFETTI.
E’ SEMPRE COSI’: DOVE CI SONO PREFETTI BRAVI, PREPARATI E NON CONDIZIONATI DA GRUPPI POLITICI, CI SONO QUESTORI E COMANDANTI PROVINCIALI BRAVI.
Un’associazione antimafia seria, prima di affrontare la situazione della sicurezza e dell’ordine pubblico in un territorio, ha il dovere di analizzare in maniera approfondita le condizioni generali degli apparati dello Stato preposti alla loro tutela.
Se ci sono apparati efficienti e qualificati, ne consegue che il loro operato è positivo;
altrimenti no.
Gli apparati dello Stato dovrebbero essere autonomi dai condizionamenti della politica, ma, purtroppo, non è sempre così.
Talché, se la politica su quel territorio è corrotta e in parte collusa con le mafie, anche gli apparati
dello Stato o, comunque, parti di questi, corrono il rischio di essere inquinati.
Orbene tutti conosciamo la situazione in cui versa la politica pontina per quanto riguarda l’atteggiamento che questa ha assunto negli anni rispetto al problema “mafie”.
Ci sono state inchieste giudiziarie – quali la “Formia Connection”di Formia o le “Damasco” di Fondi – che hanno messo in parte in luce il livello di contiguità, se non di compromissione, fra segmenti importanti della politica e delle istituzioni con la criminalità organizzata.
C’è da rilevare al riguardo che le verità giudiziarie non sempre coincidono con quelle reali ed esse non sempre riescono a porre in completa luce la situazione complessiva in quanto esse si riferiscono a fatti singoli, specifici, peraltro locali, sui quali spesso non è possibile raccogliere tutte le prove.
Di conseguenza è lecito sospettare che le verità emerse dalle inchieste e dai procedimenti svolti finora rappresentano solamente una piccola parte, la punta dell’iceberg, di quella generale.
D’altra parte basta leggere con un minimo di attenzione le numerose dichiarazioni già rilasciate e che continuano ad essere rilasciate ai magistrati
di varie DDA da numerosi Collaboratori di Giustizia, per comprendere quanto la situazione sia ancora più grave di quella emersa fino ad oggi e quanto il livello di inquinamento mafioso della politica e di parte delle istituzioni sia ancor più alto di quello accertato finora..
Non sveliamo un mistero, infatti, se diciamo che ci sono in corso inchieste – alcune delle quali in dirittura di arrivo come a Formia ma non solo – che tentano di recuperare, prescrizione permetten do, il tempo perso su fatti passati e recenti a causa di una colpevole “disattenzione” – definiamola così – dei vecchi apparati amministrativi, giudiziari ed investigativi che non hanno saputo o potuto cogliere il livello di gravità della situazione criminale in provincia di Latina.
Apparati amministrativi – Prefetti soprattutto – che non hanno evidentemente rappresentato in maniera obiettiva e completa agli organi governativi centrali la gravità della situazione, determinandone, così, una raffigurazione riduttiva, se non edulcorata e deviante.
Ciò è probabilmente all’origine di scelte non oculate e selettive per quanto attiene all’assegnazione ai vertici degli organi investigativi della provincia di Latina di
personale non altamente preparato, fatta qualche rarissima eccezione, così come la situazione imponeva.
Quando un Prefetto o un Procuratore Capo non evidenziano compiutamente agli organi centrali -Ministero degli Interni e Procura Generale – la gravità della situazione criminale mafiosa esistente sul territorio di loro competenza, è ovvio che il personale più preparato e più aggressivo viene assegnato ad aree ritenute più “calde” e sensibili.
E, gira gira, ritorniamo sempre all’importanza vitale del ruolo dei Prefetti e della loro statura.
E, per altro verso, anche dei Procuratori Capo della Repubblica, perché, anche in presenza di Questori e Comandanti provinciali non sufficientemente preparati ed attivi, quando un Procuratore li convoca dicendo ad essi “voglio questo e quello”, essi sono obbligati a fare “questo e quello”.
Ma parliamo dei Prefetti.
Il Prefetto è il rappresentante del Governo centrale sul territorio e in tale veste egli è il responsabile della sicurezza e dell’ordine pubblico nella provincia a lui assegnata.
E’ nel meccanismo di nomina dei Prefetti che va individuato il punto di criticità del sistema.
Ne abbiamo già trattato e ci torneremo in maniera approfondita perché, se si vuole affrontare con serietà il problema della lotta alle mafie, bisognerà sciogliere questo nodo battendosi per modificare la legge e dare un’autonomia di gestione, come si è fatto per i Magistrati con il CSM, ai Prefetti sottraendoli ai condizionamenti della politica..
Il Prefetto, infatti, viene nominato dal Consiglio dei Ministri su indicazione del Ministro degli Interni, il quale è un politico, espressione, peraltro, di una fazione politica.
Fazione politica che, inoltre, cambia di volta in volta.
Quindi il Prefetto è un’espressione della parte politica che governa in quel momento.
Egli è solo teoricamente il rappresentante dello Stato perché, quando il Consiglio dei Ministri deve nominare i Prefetti, il Ministro degli Interni chiede l’indicazione o, comunque, il beneplacito, al referente del suo partito sul territorio interessato.
E’ difficile trovare, quindi, un Prefetto che, fatto nominare -o comunque agevolato o non contrastato – da quel politico, non sia condizionabile..
E, quando egli dovesse eventualmente rifiutarsi di cedere ai condizionamenti, come si è verificato nei casi eclatanti dei Prefetti Mosca a Roma o Frattasi a Latina, ma non solo, la “politica “, quella dominante in quel momento, subito se ne sbarazzerebbe.
Così si verifica che i più bravi ed autonomi vengono emarginati, mentre restano quelli più disponibili ad accettare i condizionamenti del referente politico della fazione del Ministro degli Interni che lo ha fatto nominare e che lo può rimuovere in un qualsiasi momento.
Se non si cambia il meccanismo di gestione dei Prefetti ci troveremo sempre in questa situazione e, quando la parte politica che in quel momento governa non intende combattere le mafie, va da sé che è un’illusione attendersi che gli apparati sul territorio dello Stato si battano seriamente contro le mafie.
Secondo voi, i partiti che ci hanno governato finora e ci governano attualmente vogliono effettivamente combattere la criminalità mafiosa?
L’appello accorato che l’Associazione Caponnetto sente di dover rivolgere alle parti sane della politica ed, in particolare, a quelle che effettivamente vogliono, con i fatti e non solo con le chiacchiere, combattere le mafie e le inefficienze di questo Stato, è quello di cominciare ad analizzare bene il ruolo delle Prefetture e dei Prefetti, molti dei quali hanno avuto ed hanno gravi problemi con la Giustizia, perché se non si cambiano le leggi e si rendono le Prefetture veramente presidi dello Stato e non covi, qualcuna, della politica collusa, la lotta alle mafie sarà sempre, come è stata finora, una pia illusione delle anime belle.
Le chiacchiere stanno a zero.
Quelli che contano sono i fatti!!!

Considerazioni e programmi dell’Associazione Caponnetto per rendere più efficace la lotta alle mafie e far fronte alle carenze ed all’inadeguatezza dell’azione della politica e delle istituzioni

COLPE PER QUANTO RIGUARDA LA GRAVITA’ DELLA SITUAZIONE CRIMINALE IN PROVINCIA DI LATINA E NEL LAZIO:
QUELLA DI NON AVER DIFESO CON DETERMINAZIONE ESTREMA LE CONDIZIONI E LE RAGIONI DELLA LEGALITA’ E DI UNA MAGGIORE GIUSTIZIA DI FRONTE AD UN PROCESSO DI DEGRADO E DI SFILACCIAMENTO DELLE ISTITUZIONI.

Forse avremmo dovuto fare di più, inventarci qualcosa di nuovo, di più eclatante e determinato, di più innovativo, tale da indurre l’opinione pubblica, i media e gli apparati investigativi e giudiziari centrali ad accendere maggiormente i riflettori su una situazione che nei decenni è andata sempre più degradando.
Forse avremmo dovuto puntare la nostra maggiore attenzione, più che sulle attività dei clan che stavano invadendo il Basso Lazio, sulle non attività dei vecchi apparati investigativi e giudiziari che non hanno fatto appieno o non hanno fatto affatto quello che, invece, andava fatto.
Forse avremmo dovuto essere più attenti all’azione di contaminazione che le organizzazioni criminali andavano dispiegando nei confronti di pezzi di apparati pubblici e politici ed essere più inflessibili nelle nostre denunce.
E’, questa, una riflessione che proponiamo a tutti i nostri militanti ed amici perché per il presente e per l’avvenire si evitino gli eventuali errori, omissioni, carenze da noi fatti e si adottino tattiche e strategie più efficaci per contrastare le mafie.
Anche se, ormai, i danni sono stati fatti ed è estremamente difficile ridurre a dimensioni più accettabili, più umane e civili un “sistema” che e’ “il” sistema che regola la vita delle popolazioni della regione nella quale è
ubicata la Capitale del Paese e nella quale si concentrano tutti i grandi affari ed il Potere.
Avremmo potuto fare di più e meglio per bloccare un processo che con il tempo ha compromesso la vivibilità civile e democratica della regione piu’ importante del Paese?
Questa è la domanda che ci tormenta e che occupa i nostri pensieri a 15 anni dalla nascita dell’Associazione Caponnetto.
Ma credeteci – e questo non lo diciamo a nostra giustificazione -, noi abbiamo trovato sin dalla nostra nascita dei muri insormontabili dovuti soprattutto da una parte al nostro rifiuto di assoggettamento alla politica ed a queste istituzioni e dall’altra alla scelta da noi fatta di un modello di lotta alle mafie basato NON sugli slogan e sui “viva Falcone e Borsellino” (lasciamoli in pace nelle loro tombe e non macchiamone la memoria più di quanto non sia stata macchiata fino ad oggi) come fanno molti, per non dire i più, ma, soprattutto se non esclusivamente, su un’azione quotidiana di
“indagine” e di “denuncia”, nomi e cognomi di mafiosi, in particolare in giacca e cravatta, e di collaborazione operativa e affatto parolaia con le parti vive e capaci della magistratura inquirente e delle forze dell’ordine.
Per noi questa è l’antimafia che va fatta:
l’indagine, la denuncia e la proposta.
La proposta, per quanto attiene ai miglioramenti della legislazione in materia di lotta alle mafie ed alla corruzione, al superamento delle criticità e delle carenze, alla punizione dei comportamenti lesivi dell’immagine e del ruolo delle istituzioni democratiche.
Strategicamente abbiamo, tenendo conto dell’esiguità delle nostre forze determinata dalla gravosità e anche dalla pericolosità dell’impegno, che chiediamo ai nostri militanti, conseguente ad un lavoro in gran parte basato sulle “ricerche” e sulle “visure camerali” per individuare i mafiosi -, concentrato le nostre maggiori attenzioni sui punti della regione Lazio che ritenevamo i più “sensibili” ed aperti alle infiltrazioni mafiose:
il cassinate e il sud pontino, Ardea ed il litorale a sud della Capitale, Civitavecchia, il litorale a nord di Roma ed il Viterbese.
Inaspettatamente ci siamo trovati sotto il fuoco concentrico di varie parti politiche le quali evidentemente hanno reagito in tutti i modi ad una nostra “azione di disturbo degli “equilibri” che esse erano andate costruendo sin dai tempi del dopoguerra.
Quello che ci ha più sorpreso è stato il comportamento nei nostri confronti del PD e di SEL che sin dai tempi della “gestione Marrazzo” alla Regione Lazio, per non parlare di quella Zingaretti, hanno fatto del tutto per emarginare ed ostacolare l’Associazione Caponnetto, negandole perfino il diritto – riconoscendolo, invece, a sigle inconsistenti ed esistenti solo sulla carta – alla partecipazione ad organismi della medesima Regione preposti alla lotta alle mafie.
E, quando qualche volta si sono visti obbligati a convocarla a qualche riunione, come quelle che hanno riguardato, ad esempio, i “casi” del radicamento e delle attività mafiosi ad Ostia
ed a Civitavecchia, hanno tentato in tutti i modi di impedire ai suoi rappresentanti di parlare.
Un atteggiamento, insomma, di ostilità preconcetta ai nostri danni che la dice lunga sulla reale volontà di combattere nei fatti le mafie.
Si privilegia, così, un modello di antimafia esclusivamente parolaia ed inconcludente, benedetta dalla politica e dalle istituzioni e che non porti alcun contributo effettivo alla magistratura antimafia ed alle forze dell’ordine, che non intacca, pertanto, minimamente il processo di espansione e di radicamento delle mafie, non incidendo sulla qualità dell’impegno anche delle istituzioni competenti su questo versante in quanto non fa pervenire a queste quegli input e quelle sollecitazioni ad operare bene e con la maggiore efficacia.
E’ il cane che si morde la coda:
politica quanto meno distratta, se non in parte collusa come nei “casi” di Fondi (“inchieste “Damasco” e di Formia, inchiesta “Formia
Connection”) e, di conseguenza, istituzioni non zelanti attente ed attive (come nel caso del mancato scioglimento della vecchia amministrazione di Ardea).
Un’ostilità che ci è stata manifestata su più fronti ed in vari modi, accompagnata da massicci tentativi, per altro verso, di infiltrazione fra le nostre file non solo di soggetti che miravano a piegare la nostra Associazione ad interessi politici ed elettoralistici di una parte o dell’altra, ma addirittura di grossi nomi di famiglie camorristiche che mostravano un particolare interesse nei confronti della nostra Associazione evidentemente ritenuta da essi quella ” più pericolosa ” per il suo modo di fare antimafia basato non sulle chiacchiere ma sull’INDAGINE e sulla DENUNCIA, non generiche, ma con nomi e cognomi.
Le difficoltà cui ci siamo trovati di fronte nel nostro percorso sono state notevoli.
Eppure, malgrado ciò, possiamo vantare successi eccezionali che ci hanno meritato la citazione del nome dell’Associazione
Caponnetto anche in importanti atti giudiziari che hanno portato alla cattura di interi sodalizi criminali.
Decine sono state, inoltre, le segnalazioni da noi fatte e che hanno fornito importanti piste per azioni svolte e da svolgere.
Ma, insieme alle rose, ci sono anche le spine.
E queste sono costituite da insuccessi che provano quanto siano difficoltose le strade che noi percorriamo, oltre a quelle già indicate e che denotano quanto sia densa l’aria di ostilità che noi respiriamo.
Fra questi insuccessi noi registriamo – uno dei più eclatanti – il fallimento finora di dell’azione sviluppata sul territorio di Gaeta e del territorio circostante del sud pontino.
Gaeta non è una grande città, ma essa rappresenta, purttuttavia, uno dei più importanti snodi dei grandi affari e di fortissima attrazione delle mafie militari e politiche per la presenza di uno dei più importanti Porti del Mar Tirreno.
Il “pentito di camorra “Carmine Schiavone l’ha definita, insieme a tutto il sud
pontino, “provincia di Casale” per i fortissimi interessi che i Casalesi hanno su questo territorio.
Ed infatti, oltre alle presenze di soggetti molto sospetti di appartenenza soprattutto ai Casalesi ma anche ad altri clan e ‘ndrine massicciamente operanti in quasi tutti i settori economici – dal commercio alla ristorazione, dall’edilizia agli appalti ed i subappalti pubblici e privati, dalla portualità al trasporto dell’ortofrutta, dal settore alberghiero a quelli del tempo libero, del lattiero-caseario e via dicendo – si è andata costituendo un’area grigia in loco, indigena quindi, che legittima il sospetto di fortissime connivenze che magistratura, forze dell’ordine e Prefettura locali non hanno mai individuato e contrastato adeguatamente.
Apparati istituzionali scarsamente attivi e, a quanto è sembrato, anche scarsamente preparati, fatta qualche rarissima eccezione come quella, brevissima però, che ha riguardato la gestione del Prefetto Bruno
Frattasi subito trasferito da Latina al Ministero degli Interni.
Citiamo solamente due esempi che la dicono tutta sull’inadeguatezza degli apparati investigativi e giudiziari locali e che riguardano entrambi soprattutto Gaeta ma anche Fondi collegate entrambe da un’asse politico ed economico che si va vieppiù consolidando:
-il primo:
nella Relazione della Commissione di accesso al Comune di Fondi, Commissione costituita da alti funzionari ed Ufficiali delle tre forze dell’ordine oltre che da Vice Prefetti, sarebbero contenute, fra le altre, gravissime accuse nei confronti di un Dirigente di quel Comune che ricopre attualmente la carica di Sindaco di Gaeta.
Tale Relazione, inspiegabilmente “segretata”, è stata acquisita agli atti dei processi “Damasco” e, quindi, a conoscenza della Procura della Repubblica di Latina.
Orbene, dovere di questa era quello di dar vita ad un’indagine ed inizio ad un eventuale procedimento.
Accuse, si dice, molto serie, compresa quella di non aver chiesto i certificati antimafia ad imprese campane alle quali sono stati affidati lavori pubblici.
Invece, nulla è stato fatto e, a quanto risulta, sembra che il predetto Sindaco non sia stato chiamato da nessuno per fornire una qualsiasi spiegazione a tale suo comportamento.
Il secondo:
il Collaboratore di Giustizia Carmine Schiavone, fra le decine di dichiarazioni rilasciate a proposito dei traffici di rifiuti tossici che avrebbero interessato anche il Porto di Gaeta, ha fornito un elenco di targhe di camion che avrebbero trasportato tali rifiuti.
Dalla ricerca fatta presso gli Uffici competenti, sarebbe emerso che fra i proprietari di tali camion vi sarebbero cittadini di Itri e di altri comuni della
provincia di Latina che, peraltro, avrebbero fatto parte anche di un consorzio di autotrasportatori del Porto di Gaeta.
La logica avrebbe imposto la convocazione, ove le notizie fornite da Schiavone fossero risultate fondate, di queste persone per fornire spiegazioni in ordine all’identità dei committenti ed alle località in cui essi avrebbero trasportato questi rifiuti nocivi.
Anche per questo, invece, non ci sarebbe stata alcuna iniziativa da parte della magistratura e delle forze dell’ordine locali.
Questi sono l’ambiente ed il clima nei quali noi ci troviamo ad operare.
Noi ci siamo sforzati anche di indicare delle soluzioni al “problema Latina e Lazio” proponendo alcune idee – come quella della coodelega in base all’articolo 51 comma 3 bis del CPP della Procura Generale alle Procure territoriali in materia di reati associativi di natura mafiosa e di una seconda che prevede l’istituzione dei Comitati comunali contro la criminalità composti da magistrati, forze
dell’ordine ed associazioni antimafia EFFETTIVAMENTE presenti ed operanti sul territorio – per affrontare e risolvere il problema della ” QUALITA’” dell’azione di contrasto, ma nessun Comune del Lazio, a cominciare da quelli di Gaeta e Formia che inizialmente sembravano intenzionati ad istituirli, ci ha voluto dare ascolto.
Stiamo riprendendo in questo periodo il discorso sul “caso Fondi” perché riteniamo che su quel territorio sia stata scoperta solo la punta dell’iceberg e ci stiamo organizzando al meglio per affrontare quello della Campania e, sempre nell’ambito delle nostre possibilità, del Molise.
Ma, se altre persone volenterose ed oneste non si decideranno a venirci a dare una mano passando dalle lamentazioni ad un’antimafia operativa, pratica e senza blabla, considerata la mole del lavoro che c’è da fare e la scarsità dei mezzi e del personale a nostra disposizione (noi NON SIAMO FINANZIATI DA NESSUNO PERCHE’ NON VOGLIAMO ESSERE
CONDIZIONATI NE’ DA PARTITI E NE’ DA ISTITUZIONI), non potremo fare i miracoli.
Senza tenere conto del fatto che, essendo noi un’Associazione nazionale, dobbiamo, prima o poi, cominciare a dedicarci anche ad altre parti d’Italia, oltre alle regioni che curiamo ora!

Senza la DENUNCIA, nomi e cognomi, dei clan e dei loro sodali annidati nella politica e nelle istituzioni, NON è antimafia. E’ altra cosa. O ci si decide ad invertire la rotta passando da un’”antimafia” parolaia e politicizzata ad una completamente diversa, tutta operativa, pratica, basata sulla INDAGINE e sulla DENUNCIA, o prendiamo atto della sconfitta definitiva della vera antimafia

“LA TRAVE PASSA ED IL PELO INTOPPA”
E’ con un profondo senso di angoscia che appare sempre più evidente l’inadeguatezza di un’azione di contrasto alle mafie da parte, non solo delle istituzioni e della politica, ma anche di gran parte di quella cosiddetta antimafia sociale che, al contrario, spingendo, sollecitando, denunciando, supportando magistratura e forze dell’ordine e fornendo a queste stimoli e piste investigative, dovrebbe rappresentare la punta di diamante nella lotta al crimine organizzato.
Non si riscontra, purtroppo, quel fervore di attività e di iniziative di DENUNCIA che dovrebbe rappresentare la bandiera di combattimento, il distintivo di una qualsiasi associazione effettivamente antimafia.
Anche nelle aree sottoposte al dominio militare, oltre che economico, politico, sociale, delle organizzazioni mafiose, quali sono storicamente quelle del sud, non riscontriamo quella tensione, quello spirito di iniziativa che dovrebbero rappresentare la base, il fulcro di un impegno sul piano della lotta ai clan.
Si preferisce, tutt’al più, guardare al pelo piuttosto che all’uovo, al piccolo evento, con un occhio più attento alle possibilità di strumentalizzarlo secondo un’ottica politica che non contro i clan, ai quali, di conseguenza, si lascia il campo libero di operare indisturbati.
Si pensa, commettendo il più grosso errore che uno possa commettere, che con un convegno di quelli che solitamente si promuovono, con una sfilata, con una manifestazione, si possa combattere i clan e non ci si rende conto del fatto che questi, inseriti ormai massicciamente nei gangli della politica e delle stesse istituzioni, non ricevono, così, il benché minimo disturbo.
Sembra, insomma, che ormai rassegnazione ed assuefazione all’illegalità ed al crimine abbiano preso il sopravvento nell’animo
e nella mente dei più e che l’Italia si stia rapidamente avviando a trasformarsi in un paese criminale.
D’altra parte, i segnali ci sono tutti, compreso quello, se fondato, secondo il quale si starebbe decidendo di assumere i proventi di attività criminali a base del calcolo del PIL.
Senza considerare l’azione di continuo depotenziamento della forze dell’ordine che si sta portando avanti ostinatamente.
Sempre più, di fronte ad una situazione di così estremo pericolo che sta correndo il Paese, urge un soprassalto di orgoglio e di senso civico da parte delle persone perbene perché si decidano a prendere atto della gravità della situazione nella quale ci troviamo e si decidano a venirci dare una mano sul fronte di un’azione seria contro le mafie che si stanno impossessando dell’Italia e del mondo.
Senza la DENUNCIA, nomi e cognomi, non è antimafia!
La lotta alle mafie non si fa con le sfilate ma solo con la DENUNCIA, senza della quale non ha alcun senso parlare di antimafia!!!

Non consentiremo a nessuno di attentare alla nostra più assoluta autonomia da mafie e politica. Il profumo della nostra indipendenza

Il rischio che corre sempre un’associazione che voglia fare seriamente un’azione di contrasto alle mafie è quello che la vede esposta in continuazione, oltre che a tentativi di infiltrazione mafiosa, anche di condizionamento politico.
Non sono poche le persone che si avvicinano con l’intento di strumentalizzare a fini politici un’associazione antimafia, soprattutto se prestigiosa ed apprezzata qual’è la Caponnetto.
Non si tratta di una delle tante associazioni anonime che pullulano nel paese.
Essa incute rispetto e l’appartenenza ad essa dà prestigio.
Credeteci, la nostra è una fatica immane e costante, quasi quotidiana, la difesa della nostra indipendenza più rigorosa rispetto al rischio di vederci infiltrati su più fronti.
Abbiamo subito e subiamo rischi di infiltrazione da parte di elementi appartenenti a gruppi criminali, come anche da soggetti che vorrebbero vederci piegati a difendere gli interessi di questo o quel partito politico, di questa o quella fazione politica, di questo o quel personaggio politico.
Noi siamo nati INDIPENDENTI e tali rimarremo.
Ci siamo dati liberamente uno Statuto che ce lo impone e non consentiremo a nessuno, costi quel che costi, di imporci un cambiamento di rotta.
Ognuno sul versante dell’appartenenza politica può fare, personalmente, quello che vuole e noi apprezziamo tutti, nessuno escluso, dal momento che sono finite le differenziazioni fra le forze politiche fra chi è mafioso e chi non lo è; ma come Associazione è diverso.
L’Associazione antimafia è associazione antimafia e basta.
Il compito nostro è esclusivamente quello di individuare i mafiosi, uno per uno, denunciarli, farli arrestare e far sottrarre ad essi i beni accumulati illecitamente. E di proporre soluzioni, aggiustamenti, aggiornamenti di natura legislativa ed organizzativa.
Paghiamo per questo prezzi altissimi, in termini di tentativi di isolamento e di ostracismo da parte di soggetti politici ed istituzionali soprattutto e non riteniamo azzardato affermare che a combatterci sono più i mafiosi annidati nelle pieghe del Potere che non quelli dell’ultimo livello.
Paghiamo anche in termini economici perché noi abbiamo deciso di non fruire di finanziamenti, se non esclusivamente di appena un paio di migliaia di euro all’anno di 5 x 1000 da parte di nostri amici, somma che non ci basta nemmeno per organizzare 3-4 convegni e pagare le montagne di “visure camerali” che facciamo interrottamente per individuare le imprese mafiose in tutta Italia e di una somma irrisoria che ricaviamo dal tesseramento che manteniamo risicatissimo per evitare appunto le infiltrazioni politiche e mafiose.
Tutto il resto arriva dalle tasche personali di uno-due di noi.
A noi sta bene così!
Non consentiremo a nessuno, pertanto, di attentare alla nostra autonomia da tutto e da tutti.

A Latina si spara e ci si arricchisce, mentre a Fondi si usa il tritolo. Viva la provincia di Latina, terra di Casale e di ‘ndrangheta

TRITOLO PER FONDI, PALLOTTOLE A LATINA
E tutta la provincia di Latina vittima del crimine.
Si spara, si spara ed ancora si spara.
E si parla di far saltare per l’aria strutture e persone.
Sembrava che, dopo un periodo di pace, il fuoco si fosse fermato e, invece, si ricomincia.
Alla grande, con un chilo di tritolo.
Mai verificatosi in maniera così virulenta ed eclatante.
Non sappiamo se in entrambi i casi si tratti di “mafia” o di “pizzo” di qualche banda comune.
Forse a Fondi, sì.
Ci rimettiamo comunque alla bravura del nuovo Questore De Matteis, che ha avuto, così, il suo battesimo di fuoco.
Ben arrivato, Dr. Matteis.
Una storia lunga che si snoda negli anni, nei decenni passati e che si srotola attraverso omicidi anche eccellenti come quello del Parroco di Borgo Montello.
Un omicidio di camorra, quello.
Anche se non sono mai stati individuati mandanti ed esecutori.
Latina, una città ed una provincia opulente e civili, con forti connotazioni del nord, ridotte dalla criminalità mafiosa e comune, indigena e non, in uno stato di disagio economico, civile, politico e culturale da orde selvagge che ne hanno sconvolto l’intero assetto.
Decine e decine di banche, grattacieli che svettano in ogni dove, decine di grandi centri commerciali, centinaia di Ferrari e di SUV, un aspetto da grandi metropoli americane ed un’attività edilizia privata di lusso che ignora la richiesta di quella popolare.
Quasi tutta, quest’ultima, nelle mani di imprese che vengono da fuori regione, per lo più da quelle del sud.
Una volta un grande Comandante provinciale della Guardia di Finanza di una provincia del Lazio vicina a quella di Latina ci disse:
“Io, appena insediatomi al comando, ho cominciato nella maniera più elementare. Ho studiato il tenore di vita della popolazione e sono andato in giro per la città da solo ed in borghese. Ho notato subito il gran numero di Ferrari e SUV che circolavano. Ho chiamato i miei ed ho richiesto ad essi l’elenco dei proprietari di quelle macchine. Ho scoperto di lì a poco cose incredibili. Ecco, è facile risalire alle ricchezze improprie”.
Bisognerebbe fare così dovunque.
Molto dipende dai Prefetti, i quali, presiedendo i Comitati Provinciali per la Sicurezza e l’ordine pubblico, possono stabilire le “priorità” negli interventi da fare.
E dai Procuratori Capo della Repubblica.
Ma fino a quando si corre dietro gli scontrini e si assegnano alla CO appena 2-3 persone, non si va da nessuna parte.
Latina da questo punto di vista, fatta qualche eccezione, è stata sempre sfortunata.
E così essa raccoglie i frutti di quanto ha saputo seminare.
Zero, o quasi.
Con un impianto investigativo e giudiziario locali così così al punto da esigere quasi sempre l’intervento di corpi ed organismi di altre regioni e di altre province e distretti, con un tessuto sociale frammentato, variegato ed omertoso, con un tessuto politico impreparato e, a volte, colluso, piange in continuazione le sue vittime.
D’altra parte cosa ci si può aspettare nella “provincia di Casale”?

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