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VIA IL PREFETTO!

“Via il Prefetto!” di Luigi Einaudi

Il 17 luglio 1944, sul supplemento alla Gazzetta Ticinese, a firma Junius, veniva pubblicata col titolo “L’Italia e il secondo Risorgimento” la più famosa invettiva contro l’istituto prefettizio. A scrivere era Luigi Einaudi che vedeva nel Prefetto il simbolo dell’organizzazione accentratrice dello stato italiano.

“Proporre, in Italia ed in qualche altro paese di Europa, di abolire il «prefetto» sembra stravaganza degna di manicomio. Istituzione veneranda, venuta a noi dalla notte dei tempi, il prefetto è quasi sinonimo di governo e, lui scomparso, sembra non esistere più nulla. Chi comanda e chi esegue fuor dalla capitale? Come opera l’amministrazione pubblica? In verità, il prefetto è una lue che fu inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone. Gli antichi governi erano, prima della rivoluzione francese, assoluti solo di nome, e di fatto vincolati d’ogni parte, dai senati e dalle camere dei conti o magistrati camerali, gelosissimi del loro potere di rifiutare la registrazione degli editti che, se non registrati, non contavano nulla, dai corpi locali privilegiati, auto-eletti per cooptazione dei membri in carica, dai patti antichi di infeudazione, di dedizione e di annessione, dalle consuetudini immemorabili. Gli stati italiani governavano entro i limiti posti dalle «libertà» locali, territoriali e professionali. Spesso «le libertà» municipali e regionali erano «privilegi» di ceti, di nobili, di corporazioni artigiane ed erano dannose all’universale. Nella furia di strappare i privilegi, la rivoluzione francese distrusse, continuando l’opera iniziata dai Borboni, le libertà locali; e Napoleone, dittatore all’interno, amante dell’ordine, sospettoso, come tutti i tiranni, di ogni forza indipendente, spirituale o temporale, perfezionò l’opera. I governi restaurati trovarono comodo di non restaurare, se non di nome, gli antichi corpi limitatori e conservarono il prefetto napoleonico. L’Italia nuova, preoccupata di rinsaldare le membra disiecta degli antichi ex-stati in un corpo unico, immaginò che il federalismo fosse il nemico ed estese il sistema prefettizio anche a quelle parti d’ltalia, come le province ex-austriache, nelle quali la lue erasi infiltrata con manifestazioni attenuate. Si credette di instaurare libertà e democrazia e si foggiò lo strumento della dittatura.

Democrazia e prefetto repugnano profondamente l’una all’altro. Né in ltalia, né in Francia, né in Spagna, né in Prussia si ebbe mai e non si avrà mai democrazia, finché esisterà il tipo di governo accentrato, del quale è simbolo il prefetto. Coloro i quali parlano di democrazia e di costituente e di volontà popolare e di autodecisione e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che si dicono. Elezioni, libertà di scelta dei rappresentanti, camere, parlamenti, costituenti, ministri responsabili sono una lugubre farsa nei paesi a governo accentrato del tipo napoleonico. Gli uomini di stato anglo-sassoni, i quali invitano i popoli europei a scegliersi la forma di governo da essi preferita, trasportano inconsciamente parole e pensieri propri dei loro paesi a paesi nei quali le medesime parole hanno un significato del tutto diverso. Forse i soli europei del continente, i quali sentendo quelle parole le intendono nel loro significato vero sono, insieme con gli scandinavi, gli svizzeri; e questi non hanno nulla da imparare, perché quelle parole sentono profondamente da sette secoli. Essi sanno che la democrazia comincia dal comune, che è cosa dei cittadini, i quali non solo eleggono i loro consiglieri e sindaci o presidenti o borgomastri, ma da sé, senza intervento e tutela e comando di gente posta fuori del comune od a questo sovrapposta, se lo amministrano, se lo mandano in malora o lo fanno prosperare. L’auto-governo continua nel cantone, il quale e un vero stato, il quale da sé si fa le sue leggi, se le vota nel suo parlamento e le applica per mezzo dei propri consiglieri di stato, senza uopo di ottenere approvazioni da Berna; e Berna, ossia il governo federale, a sua volta, per le cose di sua competenza, ha un parlamento per deliberare le leggi sue proprie ed un consiglio federale per applicarle ed amministrarle. E tutti questi consessi ed i 25 cantoni e mezzi cantoni e la confederazione hanno così numerosissimi legislatori e centinaia di ministri, grossi e piccoli, tutti eletti, ognuno dei quali attende alle cose proprie, senza vedersi mai tra i piedi il prefetto, ossia la longa manus del ministro o governo più grosso, il quale insegni od ordini il modo di sbrigare le faccende proprie dei ministri più piccoli. Così pure si usa governare in Inghilterra, con altre formule di parrocchie, borghi, città, contee, regni e principati; così si fa negli Stati Uniti, nelle federazioni canadese, sudafricana, australiana e nella Nuova Zelanda. Nei paesi dove la democrazia non è una vana parola, la gente sbriga da sé le proprie faccende locali (che negli Stati Uniti si dicono anche statali), senza attendere il la od il permesso dal governo centrale. Così si forma una classe politica numerosa, scelta per via di vagli ripetuti. Non è certo che il vaglio funzioni sempre a perfezione; ma prima di arrivare ad essere consigliere federale o nazionale in Svizzera, o di essere senatore o rappresentante nel congresso nord americano, bisogna essersi fatto conoscere per cariche coperte nei cantoni o negli stati; ed essersi guadagnato una qualche fama di esperto ed onesto amministratore. La classe politica non si forma da sé né è creata dal fiat di una elezione generale. Ma si costituisce lentamente dal basso; per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali delega la amministrazione delle cose locali piccole; e via via quelle delle cose nazionali od inter-statali più grosse.

La classe politica non si forma tuttavia se l’eletto ad amministrare le cose municipali o provinciali o regionali non e pienamente responsabile per l’opera propria. Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l’eletto non è responsabile e non impara ad amministrare. Impara ad ubbidire, intrigare, a raccomandare, a cercare appoggi. Dove non esiste il governo di se stessi e delle cose proprie, in che consiste la democrazia? Finché esisterà in Italia il prefetto, la deliberazione e l’attuazione non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al consiglio provinciale ed al presidente; ma sempre e soltanto al governo centrale, a Roma; o, per parlar più concretamente, al ministro dell’interno. Costui è il vero padrone della vita amministrativa e politica dell’intero stato. Attraverso i suoi organi distaccati, le prefetture, il governo centrale approva o non approva i bilanci comunali e provinciali, ordina l’iscrizione di spese di cui i cittadini farebbero a meno, cancella altre spese, ritarda l’approvazione ed intralcia il funzionamento dei corpi locali. Chi governa localmente di fatto non è né il sindaco né il consiglio comunale o provinciale; ma il segretario municipale o provinciale. Non a caso egli è stato oramai attruppato tra i funzionari statali. Parve un sopruso della dittatura ed era la logica necessaria deduzione del sistema centralistico. Chi, se non un funzionario statale, può interpretare ed eseguire le leggi, i regolamenti, le circolari, i moduli i quali quotidianamente, attraverso le prefetture, arrivano a fasci da Roma per ordinare il modo di governare ogni più piccola faccenda locale? Se talun cittadino si informa del modo di sbrigare una pratica dipendente da una legge nuova, la risposta è: non sono ancora arrivate le istruzioni, non è ancora compilato il regolamento; lo si aspetta di giorno in giorno. A nessuno viene in mente del ministero, l’ idea semplice che l’eletto locale ha il diritto e il dovere di interpretare lui la legge, salvo a rispondere dinnanzi agli elettori della interpretazione data? Che cosa fu e che cosa tornerà ad essere l’eletto del popolo in uno stato burocratico accentrato? Non un legislatore, non un amministratore; ma un tale, il cui ufficio principale è essere bene introdotto nei capoluoghi di provincia presso prefetti, , consiglieri e segretari di prefettura, provveditori agli studi, intendenti di finanza, ed a Roma, presso i ministri, sotto-segretari di stato e, meglio e più, perché di fatto più potenti, presso direttori generali, capidivisione, segretari, vice-segretari ed uscieri dei ministeri. Il malvezzo di non muovere la «pratica» senza una spinta, una raccomandazione non è recente né ha origine dal fascismo. È antico ed è proprio del sistema. Come quel ministro francese, guardando l’orologio, diceva: a quest’ora, nella terza classe di tutti i licei di Francia, i professori spiegano la tal pagina di Cicerone; così si può dire di tutti gli ordini di scuole italiane. Pubbliche o private, elementari o medie od universitarie, tutto dipende da Roma: ordinamento, orari, tasse, nomine degli insegnanti, degli impiegati di segreteria, dei portieri e dei bidelli, ammissioni degli studenti, libri di testo, ordine degli esami, materie insegnate. I fascisti concessero per scherno l’autonomia alle università; ma era logico che nel sistema accentrato le università fossero, come subito ridiventarono, una branca ordinaria dell’amministrazione pubblica; ed era logico che prima del 1922 i deputati elevassero querele contro quelle che essi imprudentemente chiamarono le camorre dei professori di università, i quali erano riusciti, in mezzo secolo di sforzi perseveranti e di costumi anti-accentratori a poco a poco originati dal loro spirito di corpo, a togliere ai ministri ogni potere di scegliere e di trasferire gli insegnanti universitari e quindi ogni possibilità ai deputati di raccomandare e promuovere intriganti politici a cattedre. Agli occhi di un deputato uscito dal suffragio universale ed investito di una frazione della sovranità popolare, ogni resistenza di corpi autonomi, di enti locali, di sindaci decisi a valere la volontà dei loro amministrati appariva camorra, o sopruso, privilegio. La tirannia del centro, la onnipotenza del ministero, attraverso ai prefetti, si converte nella tirannia degli eletti al parlamento. Essi sanno di essere i ministri del domani, sanno che chi di loro diventerà ministro dell’interno, disporrà della leva di comando del paese; sanno che nessun presidente del consiglio può rinunciare ad essere ministro dell’interno se non vuol correre il pericolo di vedere « farsi » le elezioni contro lui dal collega al quale egli abbia avuto la dabbenaggine di abbandonare quel ministero, il quale dispone delle prefetture, delle questure e dei carabinieri; il quale comanda a centinaia di migliaia di funzionari piccoli e grossi, ed attraverso concessioni di sussidi, autorizzazioni di spese, favori di ogni specie adesca e minaccia sindaci, consiglieri, presidenti di opere pie e di enti morali. A volta a volta servo e tiranno dei funzionari che egli ha contribuito a far nominare con le sue raccomandazioni e dalla cui condiscendenza dipende l’esito delle pratiche dei suoi elettori, il deputato diventa un galoppino, il cui tempo più che dai lavori parlamentari è assorbito dalle corse per i ministeri e dallo scrivere lettere di raccomandazione per il sollecito disbrigo delle pratiche dei suoi elettori.

Perciò il delenda Carthago della democrazia liberale è: Via il prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto napoleonico se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde. Per fortuna, di fatto oggi in Italia l’amministrazione centralizzata è scomparsa. Ha dimostrato di essere il nulla; uno strumento privo di vita propria, del quale il primo avventuriero capitato a buon tiro poteva impadronirsi per manovrarlo a suo piacimento. Non accadrà alcun male, se non ricostruiremo la macchina oramai guasta e marcia. L’unità del paese non è data dai prefetti e dai provveditori agli studi e dagli intendenti di finanza e dai segretari comunali e dalle circolari ed istruzioni ed autorizzazioni romane. L’unità del paese è fatta dagli italiani. Dagli italiani, i quali imparino, a proprie spese, commettendo spropositi, a governarsi da sé. La vera costituente non si fa in una elezione plebiscitaria, a fin di guerra. Così si creano o si ricostituiscono le tirannie, siano esse di dittatori o di comitati di partiti. Chi vuole affidare il paese a qualche altro saltimbanco, lasci sopravvivere la macchina accentrata e faccia da questa e dai comitati eleggere una costituente. Chi vuole che gli italiani governino se stessi, faccia invece subito eleggere i consigli municipali, unico corpo rimasto in vita, almeno come aspirazione profondamente sentita da tutti i cittadini; e dia agli eletti il potere di amministrare liberamente; di far bene e farsi rinnovare il mandato, di far male e farsi lapidare. Non si tema che i malversatori del denaro pubblico non paghino il fio, quando non possano scaricare su altri, sulla autorità tutoria, suI governo la colpa delle proprie malefatte. La classe politica si forma così: col provare e riprovare, attraverso a fallimenti ed a successi. Sia che si conservi la provincia; sia che invece la si abolisca, perché ente artificioso, antistorico ed anti-economico e la si costituisca da una parte con il distretto o collegio o vicinanza, unità più piccola, raggruppata attorno alla cittadina, al grosso borgo di mercato, dove convengono naturalmente per i loro interessi ed affari gli abitanti dei comuni dei dintorni, e dall’altra con la grande regione storica: Piemonte, Liguria, Lombardia, ecc.; sempre, alla pari del comune, il collegio e la regione dovranno amministrarsi da sé, formarsi i propri governanti elettivi, liberi di gestire le faccende proprie del comune, del collegio e della provincia, liberi di scegliere i propri funzionari e dipendenti, nel modo e con le garanzie che essi medesimi, legislatori sovrani nel loro campo, vorranno stabilire.

Si potrà discutere sui compiti da attribuire a questo o quell’altro ente sovrano; ed adopero a bella posta la parola sovranità e non autonomia, ad indicare che non solo nel campo internazionale, con la creazione di vincoli federativi, ma anche nel campo nazionale, con la creazione di corpi locali vivi di vita propria originaria non derivata dall’alto, urge distruggere l’idea funesta della sovranità assoluta dello stato. Non temasi dalla distruzione alcun danno per l’unità nazionale. L’accentramento napoleonico ha fatto le sue prove e queste sono state negative: una burocrazia pronta ad ubbidire ad ogni padrone, non radicata nel luogo, indifferente alle sorti degli amministrati; un ceto politico oggetto di dispregio, abbassato a cursore di anticamere prefettizie e ministeriali, prono a votare in favore di qualunque governo, se il voto poteva giovare ad accaparrare il favore della burocrazia poliziesca ed a premere sulle autorità locali nel giorno delle elezioni generali; una polizia, non collegata, come dovrebbe, esclusivamente con la magistratura inquirente e giudicante e con i carabinieri, ma divenuta strumento di inquisizione politica e di giustizia «economica» , ossia arbitraria. L’arbitrio poliziesco erasi affievolito all’inizio del secolo; ma lo strumento era pronto; e, come già con Napoleone, ricominciarono a giungere al dittatore i rapporti quotidiani della polizia sugli atti e sui propositi di ogni cittadino sospetto; e si potranno di nuovo comporre, con quei fogli, se non li hanno bruciati prima, volumi di piccola e di grande storia di interesse appassionante. E quello strumento, pur guasto, è pronto, se non lo faremo diventare mero organo della giustizia per la prevenzione dei reati e la scoperta dei loro autori, a servire nuovi tiranni e nuovi comitati di salute pubblica.
Che cosa ha dato all’unità d’Italia quella armatura dello stato di polizia, preesistente, ricordiamolo bene, al 1922? Nulla. Nel momento del pericolo è svanita e sono rimasti i cittadini inermi e soli. Oggi essi si attruppano in bande di amici, di conoscenti, di borghigiani; e li chiamano partigiani. È lo stato il quale si rifà spontaneamente. Lasciamolo riformarsi dal basso, come è sua natura. Riconosciamo che nessun vincolo dura, nessuna unità è salda, se prima gli uomini i quali si conoscono ad uno ad uno non hanno costituito il comune; e di qui, risalendo di grado in grado, sino allo stato. La distruzione della sovrastruttura napoleonica, che gli italiani non hanno amato mai, offre l’occasione unica di ricostruire lo stato partendo dalle unità che tutti conosciamo ed amiamo; e sono la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione. Così possederemo finalmente uno stato vero e vivente.”

Dopo la notizia del coinvolgimento di una Prefettura del nord nelle indagini che riguardano l’arresto del Sindaco PD di Ischia per la vicenda di una cooperativa rossa,si pone con urgenza il problema del ruolo dei Prefetti per quanto riguarda la lotta alle mafie,la prevenzione,la vigilanza ed il rilascio del certificato antimafia.Il nostro Ufficio Studi sta elaborando una proposta che riguarda il passaggio delle competenze che sottoporremo a tutti quei parlamentari seri e che sono sensibili al tema delle lotte alle mafie,proposta che modifica e corregge quella scritta d’impulso stamane da noi e che investe i Questori.In effetti il Questore gerarchicamente dipende dal Prefetto e,quindi,non é assolutamente consigliabile passargli le competenze che oggi hanno i Prefetti.Nell’attesa di pubblicare la proposta ufficiale dell’Associazione Caponnetto al riguardo,ci sembra utile ricordare quello che pensava delle Prefettura il Presidente Luigi Einaudi. Eccolo,qui di seguito:

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DOCUMENTI.Dopo la notizia del coinvolgimento di una  Prefettura del nord nelle indagini che riguardano l’arresto del Sindaco PD di Ischia per la vicenda di una cooperativa rossa,si pone con urgenza il problema del ruolo dei Prefetti per quanto riguarda  la lotta alle mafie,la prevenzione,la vigilanza ed il rilascio del certificato antimafia.Il nostro Ufficio Studi sta elaborando una proposta che riguarda il passaggio delle competenze che sottoporremo a tutti quei parlamentari seri e che sono sensibili al tema delle lotte alle mafie,proposta che modifica e corregge quella   scritta d’impulso stamane da noi  e che investe i Questori.In effetti il Questore gerarchicamente dipende dal Prefetto e,quindi,non é assolutamente consigliabile passargli le competenze che oggi hanno i Prefetti.Nell’attesa di pubblicare la proposta ufficiale dell’Associazione Caponnetto al riguardo,ci sembra utile ricordare quello che pensava delle Prefettura il Presidente Luigi Einaudi.
Eccolo,qui di seguito:
“Via il Prefetto!” di Luigi Einaudi PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Maria Leo  

ImageIl 17 luglio 1944, sul supplemento alla Gazzetta Ticinese, a firma Junius, veniva pubblicata col titolo “L’Italia e il secondo Risorgimento” la più famosa invettiva contro l’istituto prefettizio. A scrivere era Luigi Einaudi che vedeva nel Prefetto il simbolo dell’organizzazione accentratrice dello stato italiano.

“Proporre, in Italia ed in qualche altro paese di Europa, di abolire il «prefetto» sembra stravaganza degna di manicomio. Istituzione veneranda, venuta a noi dalla notte dei tempi, il prefetto è quasi sinonimo di governo e, lui scomparso, sembra non esistere più nulla. Chi comanda e chi esegue fuor dalla capitale? Come opera l’amministrazione pubblica? In verità, il prefetto è una lue che fu inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone. Gli antichi governi erano, prima della rivoluzione francese, assoluti solo di nome, e di fatto vincolati d’ogni parte, dai senati e dalle camere dei conti o magistrati camerali, gelosissimi del loro potere di rifiutare la registrazione degli editti che, se non registrati, non contavano nulla, dai corpi locali privilegiati, auto-eletti per cooptazione dei membri in carica, dai patti antichi di infeudazione, di dedizione e di annessione, dalle consuetudini immemorabili. Gli stati italiani governavano entro i limiti posti dalle «libertà» locali, territoriali e professionali. Spesso «le libertà» municipali e regionali erano «privilegi» di ceti, di nobili, di corporazioni artigiane ed erano dannose all’universale. Nella furia di strappare i privilegi, la rivoluzione francese distrusse, continuando l’opera iniziata dai Borboni, le libertà locali; e Napoleone, dittatore all’interno, amante dell’ordine, sospettoso, come tutti i tiranni, di ogni forza indipendente, spirituale o temporale, perfezionò l’opera. I governi restaurati trovarono comodo di non restaurare, se non di nome, gli antichi corpi limitatori e conservarono il prefetto napoleonico. L’Italia nuova, preoccupata di rinsaldare le membra disiecta degli antichi ex-stati in un corpo unico, immaginò che il federalismo fosse il nemico ed estese il sistema prefettizio anche a quelle parti d’ltalia, come le province ex-austriache, nelle quali la lue erasi infiltrata con manifestazioni attenuate. Si credette di instaurare libertà e democrazia e si foggiò lo strumento della dittatura.

Democrazia e prefetto repugnano profondamente l’una all’altro. Né in ltalia, né in Francia, né in Spagna, né in Prussia si ebbe mai e non si avrà mai democrazia, finché esisterà il tipo di governo accentrato, del quale è simbolo il prefetto. Coloro i quali parlano di democrazia e di costituente e di volontà popolare e di autodecisione e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che si dicono. Elezioni, libertà di scelta dei rappresentanti, camere, parlamenti, costituenti, ministri responsabili sono una lugubre farsa nei paesi a governo accentrato del tipo napoleonico. Gli uomini di stato anglo-sassoni, i quali invitano i popoli europei a scegliersi la forma di governo da essi preferita, trasportano inconsciamente parole e pensieri propri dei loro paesi a paesi nei quali le medesime parole hanno un significato del tutto diverso. Forse i soli europei del continente, i quali sentendo quelle parole le intendono nel loro significato vero sono, insieme con gli scandinavi, gli svizzeri; e questi non hanno nulla da imparare, perché quelle parole sentono profondamente da sette secoli. Essi sanno che la democrazia comincia dal comune, che è cosa dei cittadini, i quali non solo eleggono i loro consiglieri e sindaci o presidenti o borgomastri, ma da sé, senza intervento e tutela e comando di gente posta fuori del comune od a questo sovrapposta, se lo amministrano, se lo mandano in malora o lo fanno prosperare. L’auto-governo continua nel cantone, il quale e un vero stato, il quale da sé si fa le sue leggi, se le vota nel suo parlamento e le applica per mezzo dei propri consiglieri di stato, senza uopo di ottenere approvazioni da Berna; e Berna, ossia il governo federale, a sua volta, per le cose di sua competenza, ha un parlamento per deliberare le leggi sue proprie ed un consiglio federale per applicarle ed amministrarle. E tutti questi consessi ed i 25 cantoni e mezzi cantoni e la confederazione hanno così numerosissimi legislatori e centinaia di ministri, grossi e piccoli, tutti eletti, ognuno dei quali attende alle cose proprie, senza vedersi mai tra i piedi il prefetto, ossia la longa manus del ministro o governo più grosso, il quale insegni od ordini il modo di sbrigare le faccende proprie dei ministri più piccoli. Così pure si usa governare in Inghilterra, con altre formule di parrocchie, borghi, città, contee, regni e principati; così si fa negli Stati Uniti, nelle federazioni canadese, sudafricana, australiana e nella Nuova Zelanda. Nei paesi dove la democrazia non è una vana parola, la gente sbriga da sé le proprie faccende locali (che negli Stati Uniti si dicono anche statali), senza attendere il la od il permesso dal governo centrale. Così si forma una classe politica numerosa, scelta per via di vagli ripetuti. Non è certo che il vaglio funzioni sempre a perfezione; ma prima di arrivare ad essere consigliere federale o nazionale in Svizzera, o di essere senatore o rappresentante nel congresso nord americano, bisogna essersi fatto conoscere per cariche coperte nei cantoni o negli stati; ed essersi guadagnato una qualche fama di esperto ed onesto amministratore. La classe politica non si forma da sé né è creata dal fiat di una elezione generale. Ma si costituisce lentamente dal basso; per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali delega la amministrazione delle cose locali piccole; e via via quelle delle cose nazionali od inter-statali più grosse.

La classe politica non si forma tuttavia se l’eletto ad amministrare le cose municipali o provinciali o regionali non e pienamente responsabile per l’opera propria. Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l’eletto non è responsabile e non impara ad amministrare. Impara ad ubbidire, intrigare, a raccomandare, a cercare appoggi. Dove non esiste il governo di se stessi e delle cose proprie, in che consiste la democrazia? Finché esisterà in Italia il prefetto, la deliberazione e l’attuazione non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al consiglio provinciale ed al presidente; ma sempre e soltanto al governo centrale, a Roma; o, per parlar più concretamente, al ministro dell’interno. Costui è il vero padrone della vita amministrativa e politica dell’intero stato. Attraverso i suoi organi distaccati, le prefetture, il governo centrale approva o non approva i bilanci comunali e provinciali, ordina l’iscrizione di spese di cui i cittadini farebbero a meno, cancella altre spese, ritarda l’approvazione ed intralcia il funzionamento dei corpi locali. Chi governa localmente di fatto non è né il sindaco né il consiglio comunale o provinciale; ma il segretario municipale o provinciale. Non a caso egli è stato oramai attruppato tra i funzionari statali. Parve un sopruso della dittatura ed era la logica necessaria deduzione del sistema centralistico. Chi, se non un funzionario statale, può interpretare ed eseguire le leggi, i regolamenti, le circolari, i moduli i quali quotidianamente, attraverso le prefetture, arrivano a fasci da Roma per ordinare il modo di governare ogni più piccola faccenda locale? Se talun cittadino si informa del modo di sbrigare una pratica dipendente da una legge nuova, la risposta è: non sono ancora arrivate le istruzioni, non è ancora compilato il regolamento; lo si aspetta di giorno in giorno. A nessuno viene in mente del ministero, l’ idea semplice che l’eletto locale ha il diritto e il dovere di interpretare lui la legge, salvo a rispondere dinnanzi agli elettori della interpretazione data? Che cosa fu e che cosa tornerà ad essere l’eletto del popolo in uno stato burocratico accentrato? Non un legislatore, non un amministratore; ma un tale, il cui ufficio principale è essere bene introdotto nei capoluoghi di provincia presso prefetti, , consiglieri e segretari di prefettura, provveditori agli studi, intendenti di finanza, ed a Roma, presso i ministri, sotto-segretari di stato e, meglio e più, perché di fatto più potenti, presso direttori generali, capidivisione, segretari, vice-segretari ed uscieri dei ministeri. Il malvezzo di non muovere la «pratica» senza una spinta, una raccomandazione non è recente né ha origine dal fascismo. È antico ed è proprio del sistema. Come quel ministro francese, guardando l’orologio, diceva: a quest’ora, nella terza classe di tutti i licei di Francia, i professori spiegano la tal pagina di Cicerone; così si può dire di tutti gli ordini di scuole italiane. Pubbliche o private, elementari o medie od universitarie, tutto dipende da Roma: ordinamento, orari, tasse, nomine degli insegnanti, degli impiegati di segreteria, dei portieri e dei bidelli, ammissioni degli studenti, libri di testo, ordine degli esami, materie insegnate. I fascisti concessero per scherno l’autonomia alle università; ma era logico che nel sistema accentrato le università fossero, come subito ridiventarono, una branca ordinaria dell’amministrazione pubblica; ed era logico che prima del 1922 i deputati elevassero querele contro quelle che essi imprudentemente chiamarono le camorre dei professori di università, i quali erano riusciti, in mezzo secolo di sforzi perseveranti e di costumi anti-accentratori a poco a poco originati dal loro spirito di corpo, a togliere ai ministri ogni potere di scegliere e di trasferire gli insegnanti universitari e quindi ogni possibilità ai deputati di raccomandare e promuovere intriganti politici a cattedre. Agli occhi di un deputato uscito dal suffragio universale ed investito di una frazione della sovranità popolare, ogni resistenza di corpi autonomi, di enti locali, di sindaci decisi a valere la volontà dei loro amministrati appariva camorra, o sopruso, privilegio. La tirannia del centro, la onnipotenza del ministero, attraverso ai prefetti, si converte nella tirannia degli eletti al parlamento. Essi sanno di essere i ministri del domani, sanno che chi di loro diventerà ministro dell’interno, disporrà della leva di comando del paese; sanno che nessun presidente del consiglio può rinunciare ad essere ministro dell’interno se non vuol correre il pericolo di vedere « farsi » le elezioni contro lui dal collega al quale egli abbia avuto la dabbenaggine di abbandonare quel ministero, il quale dispone delle prefetture, delle questure e dei carabinieri; il quale comanda a centinaia di migliaia di funzionari piccoli e grossi, ed attraverso concessioni di sussidi, autorizzazioni di spese, favori di ogni specie adesca e minaccia sindaci, consiglieri, presidenti di opere pie e di enti morali. A volta a volta servo e tiranno dei funzionari che egli ha contribuito a far nominare con le sue raccomandazioni e dalla cui condiscendenza dipende l’esito delle pratiche dei suoi elettori, il deputato diventa un galoppino, il cui tempo più che dai lavori parlamentari è assorbito dalle corse per i ministeri e dallo scrivere lettere di raccomandazione per il sollecito disbrigo delle pratiche dei suoi elettori.

Perciò il delenda Carthago della democrazia liberale è: Via il prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto napoleonico se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde. Per fortuna, di fatto oggi in Italia l’amministrazione centralizzata è scomparsa. Ha dimostrato di essere il nulla; uno strumento privo di vita propria, del quale il primo avventuriero capitato a buon tiro poteva impadronirsi per manovrarlo a suo piacimento. Non accadrà alcun male, se non ricostruiremo la macchina oramai guasta e marcia. L’unità del paese non è data dai prefetti e dai provveditori agli studi e dagli intendenti di finanza e dai segretari comunali e dalle circolari ed istruzioni ed autorizzazioni romane. L’unità del paese è fatta dagli italiani. Dagli italiani, i quali imparino, a proprie spese, commettendo spropositi, a governarsi da sé. La vera costituente non si fa in una elezione plebiscitaria, a fin di guerra. Così si creano o si ricostituiscono le tirannie, siano esse di dittatori o di comitati di partiti. Chi vuole affidare il paese a qualche altro saltimbanco, lasci sopravvivere la macchina accentrata e faccia da questa e dai comitati eleggere una costituente. Chi vuole che gli italiani governino se stessi, faccia invece subito eleggere i consigli municipali, unico corpo rimasto in vita, almeno come aspirazione profondamente sentita da tutti i cittadini; e dia agli eletti il potere di amministrare liberamente; di far bene e farsi rinnovare il mandato, di far male e farsi lapidare. Non si tema che i malversatori del denaro pubblico non paghino il fio, quando non possano scaricare su altri, sulla autorità tutoria, suI governo la colpa delle proprie malefatte. La classe politica si forma così: col provare e riprovare, attraverso a fallimenti ed a successi. Sia che si conservi la provincia; sia che invece la si abolisca, perché ente artificioso, antistorico ed anti-economico e la si costituisca da una parte con il distretto o collegio o vicinanza, unità più piccola, raggruppata attorno alla cittadina, al grosso borgo di mercato, dove convengono naturalmente per i loro interessi ed affari gli abitanti dei comuni dei dintorni, e dall’altra con la grande regione storica: Piemonte, Liguria, Lombardia, ecc.; sempre, alla pari del comune, il collegio e la regione dovranno amministrarsi da sé, formarsi i propri governanti elettivi, liberi di gestire le faccende proprie del comune, del collegio e della provincia, liberi di scegliere i propri funzionari e dipendenti, nel modo e con le garanzie che essi medesimi, legislatori sovrani nel loro campo, vorranno stabilire.

Si potrà discutere sui compiti da attribuire a questo o quell’altro ente sovrano; ed adopero a bella posta la parola sovranità e non autonomia, ad indicare che non solo nel campo internazionale, con la creazione di vincoli federativi, ma anche nel campo nazionale, con la creazione di corpi locali vivi di vita propria originaria non derivata dall’alto, urge distruggere l’idea funesta della sovranità assoluta dello stato. Non temasi dalla distruzione alcun danno per l’unità nazionale. L’accentramento napoleonico ha fatto le sue prove e queste sono state negative: una burocrazia pronta ad ubbidire ad ogni padrone, non radicata nel luogo, indifferente alle sorti degli amministrati; un ceto politico oggetto di dispregio, abbassato a cursore di anticamere prefettizie e ministeriali, prono a votare in favore di qualunque governo, se il voto poteva giovare ad accaparrare il favore della burocrazia poliziesca ed a premere sulle autorità locali nel giorno delle elezioni generali; una polizia, non collegata, come dovrebbe, esclusivamente con la magistratura inquirente e giudicante e con i carabinieri, ma divenuta strumento di inquisizione politica e di giustizia «economica» , ossia arbitraria. L’arbitrio poliziesco erasi affievolito all’inizio del secolo; ma lo strumento era pronto; e, come già con Napoleone, ricominciarono a giungere al dittatore i rapporti quotidiani della polizia sugli atti e sui propositi di ogni cittadino sospetto; e si potranno di nuovo comporre, con quei fogli, se non li hanno bruciati prima, volumi di piccola e di grande storia di interesse appassionante. E quello strumento, pur guasto, è pronto, se non lo faremo diventare mero organo della giustizia per la prevenzione dei reati e la scoperta dei loro autori, a servire nuovi tiranni e nuovi comitati di salute pubblica.
Che cosa ha dato all’unità d’Italia quella armatura dello stato di polizia, preesistente, ricordiamolo bene, al 1922? Nulla. Nel momento del pericolo è svanita e sono rimasti i cittadini inermi e soli. Oggi essi si attruppano in bande di amici, di conoscenti, di borghigiani; e li chiamano partigiani. È lo stato il quale si rifà spontaneamente. Lasciamolo riformarsi dal basso, come è sua natura. Riconosciamo che nessun vincolo dura, nessuna unità è salda, se prima gli uomini i quali si conoscono ad uno ad uno non hanno costituito il comune; e di qui, risalendo di grado in grado, sino allo stato. La distruzione della sovrastruttura napoleonica, che gli italiani non hanno amato mai, offre l’occasione unica di ricostruire lo stato partendo dalle unità che tutti conosciamo ed amiamo; e sono la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione. Così possederemo finalmente uno stato vero e vivente.”

OSSESERVATORIO.

Allegato Osservatorio.


Ad essere franchi fino in fondo ci saremmo aspettati una Relazione più corposa e significativa di quella presentata ieri sera al Comune di Formia.L’Osservatorio da noi sognato avrebbe dovuto non limitarsi a mettere in fila fatti e situazioni che si sono verificati e si verificano ,ma,soprattutto,ad individuare e mettere in luce,perché non si verifichino più,gli eventuali momenti collusivi fra  mafie e pezzi della politica,quei momenti collusivi che hanno portato a definire Formia ed il sud pontino ” Provincia di Casale”.C’é un “perché” di tutto ciò; un “perché” gia’ messo in parte in evidenza  tanti anni fa dall’inchiesta “Formia Connection” che avrebbe dovuto suscitare un ampio dibattito e la messa in opera di quegli strumenti riparatori tanto necessari per bloccare situazioni che puzzano.Si sarebbe dovuto,inoltre,analizzare il “perché” si é arrivati ad ipotizzare un “sistema Formia” che lascia intravvedere scenari preoccupanti.A fronte di un impegno di pochi,c’é un comportamento nell’ambito dell’apparato investigativo che ci preoccupa:C’é tutto intero il problema della necessità di approntare un apparato delle forze di polizia sul territorio più attivo ed efficace sul versante della lotta alle mafie  e ciò per evitare che tutto il peso continui a gravare sui Corpi centrali.L’Associazione Caponnetto ha fatto di questo argomento da anni un suo cavallo di battaglia e francamente siamo rimasti delusi che questo aspetto non sia stato nemmeno sfiorato. Avremmo preferito,insomma,che si volasse “più alto”.
Comunque,ad evitare fraintendimenti e strumentalizzazioni  da parte dei tanti avvoltoi che quando si parla di antimafia tentano sempre di pescare nel torbido per fare il gioco dei mafiosi,non é nostra intenzione disconoscere il valore e l’utilità di uno strumento – l’Osservatorio,appunto – che,se ben utilizzato ,é prezioso.Se muoviamo degli appunti lo facciamo con spirito costruttivo e non con l’intento di sfasciare un prodotto del nostro pensiero. Vogliamo solamente che esso operi  al meglio ed a fondo non guardando in faccia a chicchessia  ed evitando in particolare che esso venga considerato un instrumentum regni.
D’altra parte sono trascorsi appena pochi mesi dalla sua istituzione e,quindi,é quanto meno opportuno attendere  ancora un pò per verificare se esso abbia assolto o meno ai fini che ci siamo proposti.
Quindi esso vada avanti ma …………..”alzi il tiro”,cominciando,ad esempio,a richiedere all’Amministrazione Comunale di Formia di costituirsi parte civile,come ha deciso di fare l’Associazione Caponnetto,nel processo sul “Sistema Formia”

 

L’applicazione nel Lazio del dispositivo dell’art.51 comma 3 bis del Codice di Procedura Penale per quanto riguarda i reati di natura mafiosa. E,poi,perché in Campania ci sono 3 DDA e nel Lazio solo una?

L’APPLICAZIONE NEL LAZIO DELL’ART.51 COMMA 3 BIS DEL CODICE DI PROCEDURA PENALE  PER QUANTO RIGUARDA I REATI  ASSOCIATIVI DI NATURA MAFIOSA

 

 

 

UNA DELLE BATTAGLIE DI UN’ASSOCIAZIONE ANTIMAFIA SERIA  E  CHE VOGLIA EFFETTIVAMENTE BATTERSI PERCHE’ LA LOTTA ALLE MAFIE TROVI   IMPULSO E VENGA VELOCIZZATA RIGUARDA L’APPLICAZIONE DELL’ART.51 COMMA 3 BIS  DEL CODICE DI PROCEDURA PENALE.

L’ ASSOCIAZIONE CAPONNETTO,SOPRATTUTTO  PER SGRAVARE  LA DIREZIONE DISTRETTUALE  ANTIMAFIA DELLA CAPITALE DEL PONDEROSO LAVORO CHE GRAVA INTERAMENTE  SULLE SUE SPALLE,PROPONE DA TEMPO CHE  TALE LAVORO VENGA RIPARTITO   CON LE PROCURE ORDINARIE DEI VARI DISTRETTI   DEL LAZIO LE QUALI  ANDREBBERO   CHIAMATE AD OCCUPARSI ANCHE DELLE INCHIESTE  RELATIVE   AI   REATI   DI NATURA ASSOCIATIVA MAFIOSA.

INTANTO VANNO CHIARITE LE RAGIONI PER LE QUALI,PUR ESSENDO IL LAZIO IL CROCEVIA ED IL CENTRO   DI TUTTO IL MALAFFARE E LE ATTIVITA’  DELLE   GRANDI    ORGANIZZAZIONI  CRIMINALI    DEL PAESE E DEL MONDO,QUESTA REGIONE DEBBA AVERE SOLAMENTE UNA DDA CONTRO LE 3 DELLA CAMPANIA E,POI,FATTO  UN MONITORAGGIO    CHE    RIGUARDI L’ATTREZZATURA CULTURALE IN MATERIA DI LEGISLAZIONE ANTIMAFIA DELLE SINGOLE PROCURE TERRITORIALE,ANDREBBERO  INVESTITE,GRADO  A  GRADO,   QUELLE PIU’ DOTATE IN TAL SENSO DELLE RESPONSABILITA’ DI CONDIVIDERE CON LA DDA IL PESO DELLE INCHIESTE.

 SI PUO’ COMINCIARE ,SEMPRE NEL LAZIO  CHE E’ LA REGIONE DELLA CAPITALE D’ITALIA,CON LA PROCURA DI LATINA     -    PER PASSARE EVENTUALMENTE ,POI ,ALLE ALTRE -,

LA QUALE,DOPO   I CAMBIAMENTI INTERVENUTI  DA QUALCHE ANNO ,HA ,OGGI ,MAGISTRATI ECCELLENTI  E DOTATI   DI   NOTEVOLI CAPACITA’ ANCHE NEL CAMPO DELLA LEGISLAZIONE CONTRO LA CRIMINALITA’ MAFIOSA.

 

 

 

 

Articolo 51

CODICE DI PROCEDURA PENALE

Uffici del pubblico ministero. Attribuzioni del procuratore della Repubblica distrettuale

Dispositivo dell’art. 51 Codice di Procedura Penale

(1)1. Le funzioni di pubblico ministero sono esercitate:
a) nelle indagini preliminari e nei procedimenti di primo grado dai magistrati della procura della Repubblica presso il tribunale [o presso la pretura] (2) (3);
b) nei giudizi di impugnazione dai magistrati della procura generale presso la corte di appello o presso la corte di cassazione (2).
2. Nei casi di 
avocazione [372412413 c.p.p.], le funzioni previste dal comma 1 lettera a) sono esercitate dai magistrati della procura generale presso la corte di appello. Nei casi di avocazione previsti dall’articolo 371bis sono esercitate dai magistrati della direzione nazionale antimafia (4).
3. Le funzioni previste dal comma 1 sono attribuite all’ufficio del pubblico ministero presso il giudice competente a norma del capo II del titolo I (5).
3bis. Quando si tratta di procedimenti per i delitti, consumati o tentati, di cui agli articoli 
416, sesto e settimo comma, 416(6), realizzato allo scopo di commettere delitti previsti dagli articoli 473 e 474(7),600601602 (8)416bis e 630 del codice penale, per i delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto articolo 416bis ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, nonché per i delitti previsti dall’articolo 74 del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990 n. 309 [190bis295371bis406 c.p.p.], e dall’articolo 291quater del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43 (9) le funzioni indicate nel comma 1 lettera a) sono attribuite all’ufficio del pubblico ministero presso il tribunale del capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente (10) (11) (12).
3ter. Nei casi previsti dal comma 3bis e dai commi 3-quater e 3-quinquies(13), se ne fa richiesta il procuratore distrettuale, il procuratore generale presso la corte di appello può, per giustificati motivi, disporre che le funzioni di pubblico ministero per il dibattimento siano esercitate da un magistrato designato dal procuratore della Repubblica presso il giudice competente (14).
3quater. Quando si tratta di procedimenti per i delitti consumati o tentati con finalità di terrorismo le funzioni indicate nel comma 1, lettera a), sono attribuite all’ufficio del pubblico ministero presso il tribunale del capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente. [Si applicano le disposizioni del comma 3 ter(15)(16)(12) .
3quinquies. Quando si tratta di procedimenti per i delitti, consumati o tentati, di cui agli articoli 
414 bis,600 bis600 ter600 quater600 quater 1600 quinquies609 undecies615 ter615 quater615 quinquies617 bis, , 617 ter617 quater617 quinquies617 sexies635 bis635 ter635 quater640 ter e 640 quinquies del codice penale, le funzioni indicate nel comma 1, lettera a), del presente articolo, sono attribuite all’ufficio del pubblico ministero presso il tribunale del capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente [328
 1quater c.p.p.] (17)(18).

Note

(1) La rubrica è stata sostituita dall’art. 3 del d.l. n. 367 del 20 novembre 1991, convertito con modifiche nella l. n. 8 del 20 gennaio 1992 con decorrenza dal 22 novembre 1991; il predetto articolo ha istituito la Direzione Nazionale antimafia. Precedentemente il titolo dell’articolo in esame recitava: “”Uffici del pubblico ministero”; ai sensi dell’art. 15 del citato decreto legge la disposizione si applica solo ai procedimenti iniziati successivamente alla data di entrata in vigore dello stesso.

(2) Si veda quanto previsto dagli artt. 70, 71 e 72 r.d. n. 12 del 30 gennaio 1941, come modificati dal d.lvo. n. 51 del 19 febbraio 1998, n. 51 divenuto efficacie dal 2 giugno 1999, come previsto dalle modifiche apportate dalla l. n. 188 del 16 giugno 1998 all’art. 247. Con la soppressione della figura del pretore (avente anche poteri di pubblico ministero) sono venute meno anche le 165 procure della repubblica presso le preture circondariali, gli uffici delle procure sono così distribuiti: 164 procure della repubblica, 26 procure generali presso le corti d’appello, una sola procura generale presso la corte di cassazione. E’ opportuno segnalare che vi sono anche 29 procure della repubblica presso i tribunali per i minorenni.

(3) Quanto inserito tra le parentesi quadre è stato soppresso dall’art. 175, del d.lvo n. 51 del 19 febbraio 1998 con decorrenza dal 2 giugno 1999.

(4) Il secondo periodo di tale comma è stato modificato dal d.l. n. 367 del 20 novembre 1991, n. 367, conv.ertito con modifiche nella l. n. 8 del 20 gennaio 1992. Come già previsto dalla nota (1) ai sensi dell’art. 15 del predetto d.l., le disposizioni si applicano solo ai procedimenti iniziati successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto.
Peraltro il procuratore generale non ha possibilità di interferire, salvo in casi specifici, nell’operato del pubblico ministero, potendo solamente esercitare l’avocazione in determinati casi eccezionali ( In tali casi infatti, assume le funzioni di pubblico ministero). Il procuratore nazionale ha quindi un potere di impulso nei confronti dei procuratori distrettuali, penetrante e non gerarchico potendo inoltre sia esercitare un controllo sull’attività degli organi di polizia giudiziaria che svolgono attività di indagine all’interno della direzione investigativa antimafia (D.I.A.), sia raccordare l’operato e le conoscenze dei pubblici ministeri per i delitti di criminalità organizzata. Inoltre provvede a risolvere i contrasto tra pubblico ministero e gli uffici.

(5) Si vedano le disposizione di attuazione all’art. 238.

(6) Le parole “416, sesto e settimo comma” hanno sostituito le precedenti “416 sesto comma,” ai sensi dell’art. 5 della l. 172 del 1 ottobre 2012 in vigore dal 23 ottobre 2012, di ratifica della convenzione del consiglio d’europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale.

(7) Le parole “416 realizzato allo scopo di commettere delitti previsti dagli articoli 473 e 474″ sono state inserite dall’art. 15, IV comma, della l. n. 99 del 23 luglio 2009 entrata in vigore il 15 agosto 2009. Peraltro, ai sensi del V comma del medesimo articolo, si legge: “la disposizione di cui al comma 4 si applica solo ai procedimenti iniziati alla data di entrata in vigore della presente legge”.

(8) Le parole “416, sesto comma, 600, 601, 602,” sono tate inserite dall’art. 6 della l. n. 228 del 11 agosto 2003 relativo alle misure contro la tratta di persone.

(9) Le parole “dall’articolo 291quater del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43″ sono state introdotte dall’art. 5, II comma , della l. n. 92 del 19 marzo 2001 e poi così sostituite dalle attuali “dall’articolo 291quater del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43, e dall’articolo 260 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152″ sono dall’art. 11 de, I comma, della l. n. 136 del 13 agosto 2010.

(10) Tale comma è stato introdotto dall’art. 3 del d.l. n. 367 del 20 novembre 1991, n. 367, convertito con modifiche dalla l. n. 8 del 20 gennaio 1992. Si veda l’art. 25bis del d.l. n. 306 dell’8 giugno 1992, convertito in l. n. 356 del 7 agosto 1992 come da modifiche di cui al d.l. 374/2001, conertito in l. 438/2001. Nei casi in cui si debbano approfondire i delitti di cui all’art. 51, III comma bis, si vedano anche gli artt. 13 e 25 ter, d.l. 306/1992.

(11) Si tratta dell’introduzione di una deroga alle norme sulla competenza per territorio, esclusivamente circoscritta ai delitti indicati. Pertanto: 1) per i delitti indicati, la competenza spetta al pubblico ministero presso il tribunale del capoluogo del distretto ove si trova il giudice competente; 2) circa l’individuazione delle procure distrettuali dei capoluoghi vigono le regole dettate dagli artt. 8 c.p.p. e ss.; 3) in caso di connessione tra procedimenti, il criterio da applicare è quello previsto dall’art. 51, anche se derogal’art. 16 c.p.p.

(12) Si evidenzia il il rinvio all’art. 157 c.p., IV comma, ove i termini di prescrizione per i reati di cui al presente comma sono raddoppiati.

(13) Le parole ” e dai commi 3 quater e 3 quinquies” sono state inserite dall’art. 2, I comma, lettera 0a, n. 1) del d.l. n. 92 del 23 maggio 2008 convertito con modifiche nella l. n. 125 del 24 luglio 2008.

(14) Tale comma è stato introdotto dall’art. 3 del d.l. n. 367 del 20 novembre 1991, n. 367, convertito con modifiche dalla l. n. 8 del 20 gennaio 1992. D.D.A. è la direzione distrettuale antimafia, facente parte della procura distrettuale costituita presso il distretto di corte d’appello, a cui sono attribuite le funzioni del pubblico ministero relative ai delitti di criminalità organizzata e mafiosa, ai reati informatici, di intercettazione abusiva, nonchè ai delitti consumati o tentati con finalità di terrorismo (si veda l’art. 51 c.p.p.).

(15) Tale comma è stato inserito dall’ art. 10bis, d.l. n. 374 del 18 ottobre 2001, n. 374 convertito in l. n. 438 del 15 dicembre 2001 relativa al terrorismo internazionale. Lo scopo dell’inserimento della figura del pubblico ministero è quello di consentire una maggiore specializzazione da parte dei magistrati distrettuali proprio circa i reati inerenti i fenomeni di criminalità organizzata di stampo terroristico. Già in passato il legislatore, con le procure distrettuali antimafia previste dal d.l. 367/1991, istituì delle figure analoghe. Tuttavia, differentemente da quanto previsto in passato, ha voluto conferire loro competenze più ampie: il comma 3quater infatti individua i delitti consumati o tentati con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico; ciò consente di includervi ogni reato aggravato dalla finalità terroristica oltre ad ogni tipologia di fattispecie associativa. Le norme inerenti l’attribuzione della competenza distrettuale si applicano solo ai procedimenti non ancora iniziati alla data di entrata in vigore delle predette disposizioni.
Si sottolinea che, compiutamente, il legislatore ha voluto altresì modificare l’art. 
328 c.p.p. poichè, inserendo il comma 1 ter, ha individuato il giudice per le indagini preliminari competente, nel giudice del tribunale del capoluogo del distretto ove si trova quello competente per il giudizio.

(16) Le parole tra parentesi quadrate sono state soppresse dall’art. 2, I comma, lettera 0a, n. 2) del d.l. n. 92 del 23 maggio 2008 convertito con modifiche nella l. n. 125 del 24 luglio 2008.

(17) Tale comma è stato inserito dall’art. 11 della l. n. 48 del 18 marzo 2008, entrato in vigore il 5 aprile 2008, relativo alla ratifica della convenzione del consiglio d’Europa sulla criminalità informatica. Il I comma bis dell’art. 11 della citata legge, aggiunto dall’art. 12 bis del d.l. n. 92 del 23 maggio 2008, convertito con modifiche nella l. n. 125 24 luglio 2008 recita: “1-bis. Le disposizioni di cui al comma 3-quinquies dell’art. 51 del codice di procedura penale, introdotto dal comma 1 del presente articolo, si applicano solo ai procedimenti iscritti nel registro di cui all’art. 335 del codice di procedura penale successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge”

(18) Le parole “414-bis, 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quater.1, 600-quinquies, 609-undecies,” hanno sostituito quelle preesistenti “600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quater.1, 600-quinquies,”come disposto dal I comma, lett. a), n. 2 dell’art. 5 della l. n. 172 del 1 ottobre 2012.

Davide contro Golia.Uno Stato malridotto contro un esercito potente,ricco e ben armato:le mafie

PARLIAMO DI COSE SERIE E NON DI QUISQUILIE

Questi sono i contributi seri ed importanti che indichiamo
come esempi da imitare:

“Giuliana Giuly Angotzi Concordo completamente su tutto e porto a sostegno la mia esperienza: ho
lavorato per 4 anni nell ‘ufficio studi di una scuola di polizia . Dopo le selezioni dei concorsi
arrivavano i nuovi arruolati, i quali, vincitori di concorso, erano tecnicamente allievi agenti . Solo
dopo diversi mesi arrivavano in ufficio i vari fascicoli informativi redatti da carabinieri e polizia sul
loro conto e in molti fascicoli si poteva vedere di tutto. Molti erano coinvolti in processi a loro
carico ma, essendo ancora tecnicamente non colpevoli di reato, facevano regolarmente il corso
attendendo il giudizio. Succedeva che venissero poi condannati con pene inferiori ad una certa
soglia (3 anni se non ricordo male) e questo non comportava alcun cambiamento nel loto status e
nel loro inserimento nel l’istituzione. Molti avevano parenti con comprovate correlazioni con la
malavita ma, essendo questi allievi vincitori di concorso non potevano essere discriminati .
Mi sono persuasa col tempo che proprio questi Individui che risultavano opachi rispetto alle
esigenze dell’istituzione rappresentassero quel potenziale bacino di anelli deboli che sia per
necessità, che per stretta familiarità con ambienti malavitosi sarebbero diventati facilmente degli
individui dalla doppia appartenenza, ambitissimi e facilmente riconoscibili da chi, nella malavita,
cerca contatti di un certo tipo nelle istituzioni.
Il requisito del basso livello culturale credo sia funzionale ad avere una base poco incline
all’accoglimento critico delle disposizioni : degli esecutori acritici che annullano completamente se
stessi e il proprio vaglio davanti ad un ordine di servizio.
L’essenza di questo lavoro sta a mio parere nell’aderenza precisa alle disposizioni senza mai
abdicare alla propria consapevolezza e alla propria umanità nel senso più alto del termine.
È fondamentale un livello culturale più elevato anche per la base.”

IL PROBLEMA  DELLA FEDELTA’  E DELLA
PREPARAZIONE  DELLE FORZE
DELL’ORDINE.
UN PROBLEMA FONDAMENTALE  AI FINI
DI UN  ‘  EFFICACE AZIONE DI
CONTRASTO ALLA CRIMINALITA’
MAFIOSA E COMUNE.

NOI    RITENIAMO CHE UN’ASSOCIAZIONE
ANTIMAFIA E CONTRO LE ILLEGALITA’
SERIA ABBIA  L’OBBLIGO DI
AFFRONTARE PROBLEMI COSI’ GRAVOSI
MA  CHE SONO FONDAMENTALI.
LA “UNO BIANCA”,ORA I DUE
CARABINIERI CHE SI SAREBBERO RESI
AUTORI DI QUESTO FATTO COSI’
TRAGICO,I SINGOLI EPISODI DI
CORRUZIONE DI CUI VENIAMO A
CONOSCENZA ATTRAVERSO I GIORNALI
E QUELLI PROBABILMENTE DEI QUALI
NON VENIAMO A CONOSCENZA,LE
DICHIARAZIONI ESPLOSIVE DI CARMINE
SCHIAVONE CHE PARLAVA DI
MONTAGNE DI SOLDI CHE VENIVANO
CORRISPOSTI  DAI CASALESI A TIZIO O
CAIO ,CI METTONO   DI FRONTE AD UNA
SITUAZIONE CHE CI FA TREMARE I POLSI
E CHE CI FA INTERROGARE SULLA
CAPACITA’ DELLO STATO DI
COMBATTERE UNA  GUERRAM
DISPONENDO, A QUANTO APPARE, DI
ESERCITO MALE ADDESTRATO E MALE
ARMATO.
DAVIDE CONTRO GOLIA.

UNO STATO MALANDATO E MALE
ATTREZZATO CONTRO UN ESERCITO – LE
MAFIE- CHE DISPONE DI
MEZZI,SOLDI,INTELLIGENZE DI
PRIM’ORDINE.
SI PUO’ VINCERE LA GUERRA IN QUESTE
CONDIZIONI????????
QUESTI SONO I PROBLEMI DEI QUALI
BISOGNA PARLARE E NON   DEI   MASSIMI
SISTEMI.
PER NON PARLARE,POI ( MA QUESTA E’
UNA CONSEGUENZA DI QUELLA
IMPREPARAZIONE DELLA QUALE STIAMO
PARLANDO ),DI COME VENGONO
TRATTATI I TESTIMONI DI GIUSTIZIA,UNA
CATEGORIA  DI PERSONE ALLE QUALI
BISOGNEREBBE ALZARE I MONUMENTI E
CHE ,INVECE, VENGONO TRATTATI A
PESCI IN FACCIA E,QUINDI,DI
CONSEGUENZA,SCORAGGIATI  A
PARLARE, A DENUNCIARE, A
COLLABORARE CON LA GIUSTIZIA.
PERCHE’ TUTTO CIO’?????
PERCHE’?????

PER IMPREPARAZIONE,PER
MENEFREGHISMO O PER CHE ALTRO
???????………………..
PARLIAMO DI QUESTE COSE E NON,COME
AVVIENE, DEL SESSO DEGLI ANGELI
!!!!!!!!

Siamo tutti rei.

A PROPOSITO DEI DUE CARABINIERI CHE SI
SAREBBERO RESI AUTORI DI UNA RAPINA IN
CAMPANIA………………..

“Il male,ci disse  tanti anni fa,un Colonnello della
Guardia di Finanza,sta nelle regole di
arruolamento”
Ed aggiunse:
“Io qualche tempo fa mi sono visto arrivare,
assegnato al mio Comando ,un finanziere e gli
domandai subito cosa faceva prima di arruolarsi.
Mi rispose: Signor Colonnello,facevo il pastore.
Gli risposi: tornatene al Comando Generale “.
La risposta  del Colonnello potrebbe essere,a
prima vista,definita  come una risposta di natura
in certo senso classista,ma non é così perché il
territorio  nel quale  é avvenuto questo fatto é
fortissimamente  infiltrato dalla camorra e a quel
Colonnello servivano uomini e donne  preparati e

capaci di fare indagini difficili,complicate e che
richiedono un livello  culturale quanto meno
medio ,tenuto,peraltro,conto della natura del
Corpo ,la Guardia di Finanza,che é di Polizia
economica e non  da ordine pubblico,come i
Carabinieri o la Polizia di Stato.
Stiamo parlando di un Colonnello,sicuramente
oggi Generale,ritenuto uno dei migliori
investigatori italiani che noi stimavamo e
stimiamo moltissimo.
Ma ,quando parliamo di “regole di
arruolamento”,la domanda d’obbligo é :
chi fa quelle regole?
Non le fanno gli uomini?
E torniamo all’origine.
L’uomo.
Una volta,all’atto dell’arruolamento nelle forze
dell’ordine – ed anche nelle forze
armate,Esercito,Marina,Aereonautica – ,prima di

prendere una persona si andava a scavare fino
alla 3°-4° generazione dei familiari.
Se si  aveva la disgrazia di aver avuto fra di
essi,anche fra i più lontani ed indiretti,uno che si
era macchiato di un reato,anche minore,si veniva
scartato.
Oggi non é più così  e capita ,talvolta,di trovare di
tutto.
Basta una “spintarella” ( di natura politica o di
altra natura ) e si viene presi.
Ci meravigliamo,poi,se  si viene a sapere di
qualcuno che si scopre un rapinatore ?
Aggiungiamo a tutto ciò la situazione economica
in cui sono costrette le forze dell’ordine,le
quali,nei gradi bassi,vengono retribuite con
stipendi da fame.
Suvvia,prima di pronunciarci su episodi quale
quello di cui sono pieni stamane i
giornali,facciamoci un esame di coscienza  e

domandiamoci se per caso non siamo tutti
responsabili morali.
E rei  anche penalmente !!!!!!!

A Sindaci,amministratori pubblici,parlamentari della provincia di Frosinone non interessano i temi della lotta alle mafie.Tutti assenti al Convegno,da destra a sinistra.Bene così!

LA POLITICA FROSINATE COMPLETAMENTE
ASSENTE AL CONVEGNO ANTIMAFIA.
NON LE INTERESSA.
UN SEGNALE INEQUIVOCABILE DEL QUALE
BISOGNA PRENDERE ATTO

Bianchi,neri e rossi,tutti appassionatamente avvinti,senza
distinzione.
A lor signori non interessa la lotta alle mafie.
Bene così,se non altro perché sono venuti  tutti allo
scoperto.
Di una ottantina di comuni in provincia di  Frosinone,se si
eccettuano il Sindaco di Pastena e alcuni consiglieri del
M5S,nessun Sindaco,nessun assessore,nessun altro
amministratore comunale  provinciale e regionale,nessun
rappresentante politico  hanno mostrato sensibilità ed
interesse ai temi trattati l’altra sera durante il Convegno
antimafia dove  sono stati relatori  magistrati,giornalisti
d’inchiesta,parlamentari di altissimo livello.
Nemmeno i parlamentari locali  hanno partecipato.
Un segnale di cui bisogna tenere conto.

LE CHIACCHIERE NON SERVONO AD UNA VERA ANTIMAFIA.SERVONO I FATTI !!!!!!!!! E SUBITO PERCHE’ LA SITUAZIONE DEL PAESE E’ GRAVE.

SIAMO  SOGGETTI A TENTATIVI CONTINUI DI INFILTRAZIONE ,DI ISOLAMENTO E DI DELEGITTIMAZIONE.

ATTENZIONE !!!!!!!!!

Ci sono mille modi  di fare il gioco delle mafie.

In primis, quello dell’aggressione che,però,man mano che le mafie diventano padrone di tutto e non hanno pertanto  più bisogno di ricorrere ad atti di violenza,va scomparendo.

Poi c’é quello dell’infiltrazione nelle associazioni antimafia e antiracket.

E noi lo abbiamo subito già un paio di volte,riuscendo,però,grazie a Dio,a respingerlo dopo che ce ne eravamo accorti.

Poi ancora,quello di adottare una strategia più sottile che tende a delegittimare,a screditare  la nostra esistenza,la nostra opera,con il negazionismo,,il riduzionismo,l’emarginazione.

Un Collaboratore di Giustizia tempo fa ci ha avvertito:

“State attenti perché i boss parlano di voi.

Nelle carceri si parla dell’Associazione Caponnetto.

Il fatto che voi difendiate  e sosteniate Collaboratori e Testimoni di Giustizia dà molto fastidio ai boss”.

Il nostro modo di fare antimafia,basato tutto non sulle chiacchiere,sulle sfilate,sui proclami ,come fanno molti,ma,al contrario,sull’indagine e sulla denuncia non solo di fatti e circostanze che interessano le attività dei mafiosi,oltre che dell”individuazione e della pubblicizzazione di tutti i mali,le carenze,le omissioni,le collusioni degli apparati della politica e delle istituzioni con essi,dà fastidio e produce danni che le mafie non accettano.

Giova,a questo punto,risottolineare – e continueremo a farlo fino alla noia perché domani nessuno ,amico e nemico,possa dirci “io non sapevo” –  la “diversità” dell’Associazione Caponnetto.

Noi non siamo e non vogliamo essere,costi quello che costi,un’associazione che, sul versante di un’antimafia parolaia,vuole fare affari,business.

A noi gli affari,i soldi,i privilegi,le convenzioni con gli enti locali e quant’altro non ci interessano perché ti condizionano,ti assoggettano,limitano la tua autonomia di azione.

Se prendi soldi,ti fai dare una convenzione e quant’altro  da chiunque non puoi ,poi, attaccarlo  e denunciarlo nel caso in cui dovessi accorgerti che quello fa il mafioso o l’alleato dei mafiosi.

Questa é la nostra regola.

L’antimafia si fa,se é vera antimafia,gratis e senza scopi politici.

Chi dice di fare antimafia e,poi,si fa dare soldi o qualsiasi altra utilità,incarichi,prebende,privilegi  ecc.,non la fa;fa altro, fa affari.

Non solo.

Ma svilisce la vera antimafia perché,oltre ad abituare la gente a fare un’”antimafia” di parata e di chiacchiere e non di indagine e di denuncia,getta fango su tutto il fronte dell’antimafia in Italia quando  dovesse commettere  azioni delittuose che lo portano in galera.

La maggioranza della gente non é in grado,per ignoranza,per ignavia,per dolo,di fare le differenziazioni,di giudicare chi é buono  e chi non lo é,chi ci crede veramente e chi no,chi lo fa per sete di giustizia e per amore per lo Stato di diritto  e chi per interesse economico , politico o per protagonismo personale.

Ecco perché noi diciamo che per esprimere un giudizio obiettivo  su una persona,su un’associazione,su una fondazione  cosiddette “antimafia” ,é necessario pretendere che  tutte  facciano le DENUNCE,nomi e cognomi o,quanto meno,ti   forniscano ,anche anonimamente,quelle notizie ,serie e dettagliate però,che ti consentono di portare avanti la tua azione.

Chi non fa questo,non fa vera antimafia,tenuto conto che ormai la situazione é così compromessa con le mafie  insediate nel Potere e nel sistema,che le chiacchiere non servono più.

Non c’é più tempo per le chiacchiere.

Ad essere ancora ottimisti ,siamo al rush finale,alla battaglia definitiva:

o vince la guerra lo stato-mafia o lo Stato di diritto.

“Dum Romae consulitur,Saguntum expugnatur”.

Le chiacchiere stanno a zero,non servono a niente.

Noi siamo molto attenti al tesseramento.

Prima avevamo maglie più larghe,ma,dopo quello che abbiamo subito,le abbiamo rese strettissime.

Non ci servono le platee osannanti composte da gente inerte.

Non ci serve il gregge.

A noi servono i COMBATTENTI,gli “zappatori” come ha  voluto definirli  qualche anno fa un colonnello della DIA che venne a trovarci.

ZAPPATORI che sono  quelli che ti mettono nelle condizioni di portare ai magistrati FATTI e non chiacchiere.

I magistrati hanno bisogno di piste  precise,nomi e cognomi,non di sociologia e storia.

Abbiamo bisogno di persone serie,affidabili al 110%,che stanno zitte,che non parlano ma agiscono,che ci credono veramente,che sono coscienti del pericolo che corre il Paese intero e che siano libere da lacci e lacciuoli,capaci di non guardare in faccia a nessuno,”amici” e nemici e che siano,persone ,peraltro, disponibili,all’occorrenza,persino  a mettere mani nelle proprie tasche. Come spesso capita.

Punto.

Non ci serve altro.

I…………….tentativi di………”infiltrazione”.

Da qualche tempo notiamo che fra coloro che ci inviano “commenti” sul nostro sito e sulle nostre pagine Facebook,si infiltrano persone che tentano sottilmente di screditare il lavoro di quanti,in primis i magistrati di punta,sono esposti in prima linea sul versante della lotta alle mafie.

Nazisti,gente al servizio delle cosche,sfasciacarrozze di mestiere? Non ci interessa,Bisogna bandirli,cancellarli come persone pericolose.

Negazionisti e riduzionisti sono pericolosi in quanto manipolano la realtà,l’informazione.

Anche questo é un modo sottile di fare il gioco delle mafie.

Agli ignoranti ed agli ignavi ,per tentare di scuoterli,bisogna dire le cose come stanno effettivamente.

Bisogna fare capire al prossimo che le mafie stanno vincendo la guerra e che ciò é dovuto soprattutto alle colpe della collettività,di noi stessi che vergognosamente non ci stiamo preoccupando delle sorti del Paese  e dei nostri giovani,compresi i nostri stessi figli e nipoti.

Poi ognuno fa le sue scelte:

chi con i criminali ed i corrotti e,quindi,con la barbarie e chi con la civiltà,la democrazia,la Giustizia (quella con la G maiuscola).

Noi stiamo combattendo per queste ultime,senza se e senza ma.

E senza chiacchiere !!!!!!

—————————————

SIAMO  SOGGETTI A TENTATIVI
CONTINUI DI INFILTRAZIONE ,DI
ISOLAMENTO E DI
DELEGITTIMAZIONE.
ATTENZIONE !!!!!!!!!

Ci sono mille modi  di fare il gioco delle
mafie.
In primis, quello dell’aggressione
che,però,man mano che le mafie diventano
padrone di tutto e non hanno pertanto  più
bisogno di ricorrere ad atti di violenza,va
scomparendo.
Poi c’é quello dell’infiltrazione nelle
associazioni antimafia e antiracket.
E noi lo abbiamo subito già un paio di
volte,riuscendo,però,grazie a Dio,a
respingerlo dopo che ce ne eravamo accorti.
Poi ancora,quello di adottare una strategia più
sottile che tende a delegittimare,a screditare
la nostra esistenza,la nostra opera,con il
negazionismo,,il
riduzionismo,l’emarginazione.

Un Collaboratore di Giustizia tempo fa ci ha
avvertito:
State attenti perché i boss parlano di voi.
Nelle carceri si parla dell’Associazione
Caponnetto.
Il fatto che voi difendiate  e sosteniate
Collaboratori e Testimoni di Giustizia d
molto fastidio ai boss”.
Il nostro modo di fare antimafia,basato tutto
non sulle chiacchiere,sulle sfilate,sui proclami
,come fanno molti,ma,al
contrario,sull’indagine e sulla denuncia non
solo di fatti e circostanze che interessano le
attività dei mafiosi,oltre che
dell”individuazione e della pubblicizzazione
di tutti i mali,le carenze,le omissioni,le
collusioni degli apparati della politica e delle
istituzioni con essi,dà fastidio e produce danni
che le mafie non accettano.
Giova,a questo punto,risottolineare – e
continueremo a farlo fino alla noia perché
domani nessuno ,amico e nemico,possa dirci
“io non sapevo” -  la “diversità”
dell’Associazione Caponnetto.

Noi non siamo e non vogliamo essere,costi
quello che costi,un’associazione che, sul
versante di un’antimafia parolaia,vuole fare
affari,business.
A noi gli affari,i soldi,i privilegi,le
convenzioni con gli enti locali e quant’altro
non ci interessano perché ti condizionano,ti
assoggettano,limitano la tua autonomia di
azione.
Se prendi soldi,ti fai dare una convenzione e
quant’altro  da chiunque non puoi ,poi,
attaccarlo  e denunciarlo nel caso in cui
dovessi accorgerti che quello fa il mafioso o
l’alleato dei mafiosi.
Questa é la nostra regola.
L’antimafia si fa,se é vera antimafia,gratis e
senza scopi politici.
Chi dice di fare antimafia e,poi,si fa dare
soldi o qualsiasi altra
utilità,incarichi,prebende,privilegi  ecc.,non la
fa;fa altro, fa affari.
Non solo.
Ma svilisce la vera antimafia perché,oltre ad
abituare la gente a fare un’”antimafia” di

parata e di chiacchiere e non di indagine e di
denuncia,getta fango su tutto il fronte
dell’antimafia in Italia quando  dovesse
commettere  azioni delittuose che lo portano
in galera.
La maggioranza della gente non é in
grado,per ignoranza,per ignavia,per dolo,di
fare le differenziazioni,di giudicare chi é
buono  e chi non lo é,chi ci crede veramente e
chi no,chi lo fa per sete di giustizia e per
amore per lo Stato di diritto  e chi per
interesse economico , politico o per
protagonismo personale.
Ecco perché noi diciamo che per esprimere un
giudizio obiettivo  su una persona,su
un’associazione,su una fondazione  cosiddette
“antimafia” ,é necessario pretendere che  tutte
facciano le DENUNCE,nomi e cognomi
o,quanto meno,ti   forniscano ,anche
anonimamente,quelle notizie ,serie e
dettagliate però,che ti consentono di portare
avanti la tua azione.
Chi non fa questo,non fa vera
antimafia,tenuto conto che ormai la situazione

é così compromessa con le mafie  insediate
nel Potere e nel sistema,che le chiacchiere
non servono più.
Non c’é più tempo per le chiacchiere.
Ad essere ancora ottimisti ,siamo al rush
finale,alla battaglia definitiva:
o vince la guerra lo stato-mafia o lo Stato di
diritto.
“Dum Romae consulitur,Saguntum
expugnatur”.
Le chiacchiere stanno a zero,non servono a
niente.
Noi siamo molto attenti al tesseramento.
Prima avevamo maglie più larghe,ma,dopo
quello che abbiamo subito,le abbiamo rese
strettissime.
Non ci servono le platee osannanti composte
da gente inerte.
Non ci serve il gregge.
A noi servono i COMBATTENTI,gli
“zappatori” come ha  voluto definirli  qualche
anno fa un colonnello della DIA che venne a
trovarci.

ZAPPATORI che sono  quelli che ti mettono
nelle condizioni di portare ai magistrati
FATTI e non chiacchiere.
I magistrati hanno bisogno di piste
precise,nomi e cognomi,non di sociologia e
storia.
Abbiamo bisogno di persone serie,affidabili
al 110%,che stanno zitte,che non parlano ma
agiscono,che ci credono veramente,che sono
coscienti del pericolo che corre il Paese intero
e che siano libere da lacci e lacciuoli,capaci di
non guardare in faccia a nessuno,”amici” e
nemici e che siano,persone ,peraltro,
disponibili,all’occorrenza,persino  a mettere
mani nelle proprie tasche. Come spesso
capita.
Punto.
Non ci serve altro.
I…………….tentativi di………”infiltrazione”.
Da qualche tempo notiamo che fra coloro che
ci inviano “commenti” sul nostro sito e sulle
nostre pagine Facebook,si infiltrano persone
che tentano sottilmente di screditare il lavoro
di quanti,in primis i magistrati di punta,sono

esposti in prima linea sul versante della lotta
alle mafie.
Nazisti,gente al servizio delle
cosche,sfasciacarrozze di mestiere? Non ci
interessa,Bisogna bandirli,cancellarli come
persone pericolose.
Negazionisti e riduzionisti sono pericolosi in
quanto manipolano la realtà,l’informazione.
Anche questo é un modo sottile di fare il
gioco delle mafie.
Agli ignoranti ed agli ignavi ,per tentare di
scuoterli,bisogna dire le cose come stanno
effettivamente.
Bisogna fare capire al prossimo che le mafie
stanno vincendo la guerra e che ciò é dovuto
soprattutto alle colpe della collettività,di noi
stessi che vergognosamente non ci stiamo
preoccupando delle sorti del Paese  e dei
nostri giovani,compresi i nostri stessi figli e
nipoti.
Poi ognuno fa le sue scelte:
chi con i criminali ed i corrotti e,quindi,con la
barbarie e chi con la civiltà,la democrazia,la
Giustizia (quella con la G maiuscola).

Noi stiamo combattendo per queste
ultime,senza se e senza ma.
E senza chiacchiere !!!!!!

Il “caso” degli arresti nel Tribunale di Latina.Tacete e,piuttosto, se sapete qualcosa circa il “polmone” della corruzione esistente in provincia di Latina andate e diteglielo,anche se in maniera informale.Non traete spunto da comportamenti scorretti dei singoli per attaccare sempre la Magistratura che é rimasto,con tutti i suoi limiti -molti dei quali imposti da una legislazione voluta dal legislatore politico –l’unico presidio di legalità in questo Paese pieno di corrotti e mafiosi.

SI CERCA SEMPRE LA PAGLIUZZA NELL’OCCHIO ALTRUI E MAI   LA TRAVE  IN QUELLO PROPRIO…………………..

 

 

 

NEL LEGGERE CERTI COMMENTI RELATIVI AL “CASO” VERIFICATOSI NELLA SEZIONE FALLIMENTARE DEL TRIBUNALE DI LATINA RESTIAMO ALLIBITI.

ABBIAMO LETTO DI………….”SISTEMA ” MALATO.

COMMENTI SPOCCHIOSI E DI UNA SUPERFICIALITA’ INDICIBILE.

CI SONO MAGISTRATI E FUNZIONARI DISONESTI,MA LA MAGGIORANZA E’ SANA,COME NON LO E’ ALTROVE.

NON CERCHIAMO SCUSE PER ATTACCARE SEMPRE  LA MAGISTRATURA,L’UNICO PRESIDIO DI LEGALITA’ RIMASTO,CON TUTTI I SUOI LIMITI,IN QUESTO PAESE DI CORROTTI E MAFIOSI.

DI FRONTE AD EPISODI QUALI QUELLI VERIFICATISI A LATINA,LA MAGISTRATURA E’ ANCORA CAPACE DI GUARDARSI ALLO SPECCHIO E DI COLPIRE ANCHE AL PROPRIO INTERNO.

CHI ALTRO LO FA ?

NON SOLO.

VORREMMO VEDERE QUANTI FRA I TANTI SOLONI CHE PARLANO A VANVERA ED A POSTERIORI HANNO AVUTO MAI  IL CORAGGIO DI ANDARE DA UN PROCURATORE A  DENUNCIARE CERTE COSE !!!!!!!!!………………

CHI LO HA FATTO E LO FA PUO’ PARLARE,

MA CHI NON LO HA FATTO DEVE SOLO TACERE !!!!!!!!!

Le aste giudiziarie nell’agro pontino.A che punto sono le indagini avviate nell’agro pontino,da Castelforte fino alle porte della Capitale,su richiesta dell’Associazione Caponnetto,dalla Squadra Mobile di Latina e dalla Guardia di Finanza?

A CHE PUNTO SONO LE INCHIESTE SULLE
ASTE GIUDIZIARIE  IN PROVINCIA DI LATINA
E NELL’AGRO PONTINO  ?
SEMBRA CHE SE NE STIANO INTERESSANDO
SQUADRA MOBILE  E GUARDIA DI FINANZA
DI LATINA MA NON SAPPIAMO A CHE PUNTO
STANNO.
IERI GIOVANNI DEL GIACCIO SU “IL
MESSAGGERO” HA RIPROPOSTO
LODEVOLMENTE IL PROBLEMA CHE
L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO  HA
SOLLEVATO UN PAIO DI ANNI FA
INTERESSANDO ANCHE LA DDA
———————
Pubblicato 18 Ottobre 2014 | Da admin2
LE ASTE GIUDIZIARIE. BANCHIERI DISONESTI, AFFARISTI E MAFIOSI DIETRO???
Un disastro.
Una falcidia di imprese e di uomini.
Dovunque andiamo e qualunque giornale apriamo sentiamo parlare e leggiamo di “fallimenti di
imprese” e di suicidi di persone.
La crisi sta falcidiando l’economia legale, quella sana, e la gente onesta.
Gravate di debiti cui non riescono più a far fronte.
A tutto vantaggio di banchieri disonesti, cravattari e di mafie probabilmente.
Un filone da attenzionare perché qua si sta rischiando di trasformare il Paese in una nazione
criminale, da legale in illegale.
Il sospetto è che dietro tutto ciò le mafie stanno mungendo a piene mani.
Poco più di un anno fa corremmo dal Procuratore Pignatone, insieme ad una delegazione di
proprietari di aziende agricole tutte in crisi dell’agro pontino, e gli sottoponemmo il caso.

Dopo qualche mese fummo convocati dalla Squadra M obile di Latina per essere interrogati.
Non sappiamo quello che la Squadra Mobile di Latina ha accertato.
Già allora sentivamo parlare di soggetti “napoletani” che giravano per le campagne dell’agro
pontino, da Terracina in sù e fino alle porte della Capitale, per chiedere notizie sulle aziende
all’asta e sulle altre in crisi profonda..
Le aste giudiziarie, maledette aste, lo specchio dell’immensa sofferenza di tantissime povere
famiglie ridotte al fallimento e lo strumento che fa ingrassare papponi, banchieri disonesti e
mafiosi
Un settore che dovrebbe essere messo sotto strettissima e continua osservazione da Procure
e Guardia di Finanza.
Uno screening di tutte le aste e delle procedure fallimentari.
Siamo convinti che uscirebbe di tutto.
Il problema ci si è riproposto in queste ultime settimane con un’azienda agricola del sud
pontino.
Una grossa azienda di un valore notevole messa all’asta per qualche centinaia di migliaia di
euro.
Non ci abbiamo visto più.
Siamo corsi dove dovevano andare perché non si può tollerare che per poche centinaia di
migliaia di euro debbano andare in fumo i sacrifici di una famiglia di onesti lavoratori.
Non è tollerabile.
Faremo del tutto per individuare il “quadro” delle persone che stanno dietro queste operazioni,
quelle che non compaiono mai.
I pupari.
Perché di pupari si tratta e se non si acchiappano questi la falcidia non finirà mai e la gente
perbene continuerà all’infinito a finire sul lastrico.
Ed a morire.
A tutto vantaggio di mafiosi e ladri.
Perché quasi sicuramente dietro le persone che si propongono con offerte di denaro a strozzo
ci sono i… “napoletani”…
Le Procure e la Guardia di Finanza comincino, per favore, ad acquisire tutti gli elenchi delle
aste giudiziarie vecchie e
nuove e a verificare “chi” sono coloro che se le sono aggiudicate o vogliono aggiudicarsele.
Passato e presente.
Troveranno sicuramente ” facce pulite”, ma non si fermino lì perché quasi sicuramente dietro
alcune di queste troveranno dell’altro.
E’, questa, una richiesta che, come Associazione Caponnetto, facciamo ad esse ufficialmente.
Noi saremo, come al solito, al loro fianco e lavoreremo anche noi informandole di tutto ciò di
cui dovessimo venire a conoscenza.

Il Paese é alla disperazione…………………………………

 

IL PAESE E’ ALLA DISPERAZIONE,MOLTI SI SUICIDANO,I GIOVANI SONO SENZA SPERANZA,MENTRE,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,
PENSARE AL PASSATO E’ DOVEROSO ED UTILE ,MA SE SI PENSASSE IN EGUAL MISURA ANCHE AL PRESENTE QUANTO SAREBBE ANCOR PIU’ NECESSARIO !!!!!!!!
MA VI RENDETE CONTO DEL FATTO CHE L’ITALIA E’ NEL BARATRO,CHE SIAMO NELLA MORSA DI CORRUZIONE E MAFIE,CHE I NOSTRI FIGLI ED I GIOVANI NON HANNO UN AVVENIRE SE NON ESPATRIANO????????????
A LEGGERE CERTI POST TI VIENE IL MAGONE PERCHE’ CONSTATI CHE MOLTI SI LIMITANO A GUARDARE IL DITO E NON LA LUNA CHE ESSO INDICA:
QUANTA MISERIA !!!!
POVERA ITALIA !!!!!………………………..

So solo una cosa,di non sapere niente ! Pensavo che …………………i Prefetti avessero l’obbligo di “prevenire”………………..,ma dimenticavo o ,peggio,non sapevo che essi sono per lo più ,indipendentemente dalle qualità umane e morali dei singolo, l’espressione del sistema……………..

“SO SOLO UNA COSA,DI NON SAPERE NULLA”

L’espressione che si attribuisce a Socrate ti ritorna
alla mente con prepotenza ogni volta che,non più
giovane, ti illudi che l’esperienza acquisita nella tua
lunga vita ti abbia messo nelle condizioni di capire
tutto.
Non è così perché più sai e più ti rendi conto di non
sapere niente di fronte all’infinità del sapere.
Stamane a Napoli,nella rituale riunione degli amici
dell’Associazione Caponnetto,si é ragionato sulla
“qualità” delle classi politiche e burocratiche che
governano la Campania ed il Paese e sulla loro
disponibilità ad essere funzionali al “sistema” ed a
piegarsi ad esso.
Si parlava soprattutto dei doveri e sul ruolo dei
Prefetti,su quello che essi sarebbero tenuti a fare e su
cosa fanno sul versante della “prevenzione” nel campo
della criminalità.
E’ prevalsa una tesi del tutto pessimistica che inquadra
i Prefetti -ma non solo essi-,al di là  delle qualit
umane e morali del singolo,come il prodotto e,al
contempo, l’espressione del “sistema”.

Talché si é concluso che il ruolo svolto dai
Prefetti,”buoni” o “cattivi” che si vogliano  definire
singolarmente, é quello che punta a  tutelare,al di l
delle apparenze di ogni singolo,il “sistema”.
Anzi,essendo i Prefetti i rappresentanti massimi e
diretti sul territorio del governo centrale ed essendo
questo un organo politico,essi vengono scelti proprio
dal “sistema” del quale,quindi,sono i figli.
Chi non si mostra  funzionale al “sistema” resta
escluso dalla rosa dei prescelti e viene relegato ai
margini della vita delle Prefetture ,senza essere mai
messo nelle condizioni di fare carriera.
Si stava ragionando sui cambiamenti intervenuti o che
stanno per intervenire nelle grandi città e nelle grandi
Prefetture,a cominciare da quelle di
Roma,Napoli,Caserta e tante altre ancora.
Orbene,se la realtà é questa ed il “sistema” é quello
che conosciamo,c’é da sperare poco o  niente nella
possibilità di un cambiamento in meglio.
Anzi,tenuto conto del fatto che il “sistema” va sempre
più peggiorando  in maniera irreversibile,non c’é che
aspettarsi il peggio.
Aveva proprio ragione Socrate:so solo una cosa,di non
sapere niente.
Queste cose le diciamo non per far perdere la speranza
e disseminare disperazione,ma,al contrario, per
rendere cosciente la gente – e,soprattutto,noi stessi che
ogni giorno ci troviamo costretti a prendere contatti
con queste realtà e con questi soggetti – della

drammaticità della situazione in cui viviamo e delle
grandi difficoltà che  ci troviamo di fronte.
Ha proprio ragione la nostra cara amica Rita
Pennarola la quale nel suo ultimo libro ha parlato di
un vero e proprio gole avvenuto  in Italia.
Un  golpe   che é avvenuto negli anni andati,al
momento della caduta di Prodi ,ad opera soprattutto di
una parte considerevole della stessa  “sinistra”,ma che
continua in maniera silenziosa,non cruenta  e
strisciante nei giorni che viviamo.

Il provvedimento del Prefetto di Napoli sulla società C.L.P.Sviluppo Industriale di trasporto pubblico locale.

Area degli allegati

PREMESSO che:

la soci et à C.L.P. Sviluppo Industriale spa con sede in Napoli , Corso Arnaldo Lucci n.153,

operante nel settore del trasporto pubblico locale è destinataria di informativa antimafia

interdittiva n. I/247/Area 1/Ter/OSP , datata 30.07.2013 , confermata in data 17.09.2014 ,

allo stato impugnata innanzi al TAR Campania Napoli;

la legge 114/2014 ha introdotto alcune misure straordinarie per la gestione, i l sostegno e

il monitoraggio delle imprese che , ai sensi del l ‘ ar t 32 comma lO, possono essere

applicate d’ i ni zi at i va del Prefetto quando sia stata emessa un’ i nf or mazi one antimafia

interdittiva e sussista l ‘ ur gent e necessità di assicurare il completamento del l ‘ esecuzi one

del contratto ovvero la sua prosecuzione a l f i n e di a) garantire la continuità di funzioni e

servizi indifferibili per la tutela dei diritti fondamentali; b) salvaguardare i livelli

occupazionali; c) tutelare l ‘ i nt egr i t à dei bilanci pubblici.

i l 15 luglio 2014 e il 27 gennaio 2015 sono stati sottoscritti due protocolli d’ i nt e s a tra

l ‘ ANAC e il Ministero del l ‘ Int erno , recanti le linee guida per l ‘ avvi o di un circuito stabile

e collaborativo tra ANAC – Prefetture ed Enti locali per la prevenzione dei fenomeni di

corruzione, l ‘ at t uazi one della trasparenza amministrativa e l ‘ appl i cazi one delle misure

straordinarie di gestione , sostegno e monitoraggio di imprese nel l ‘ ambi t o della

prevenzione anticorruzione e antimafia;

CONSIDERATO che:

la soci et à C.L.P. Sviluppo Industriale è affidataria dei servizi minimi di trasporto locale

su gomma di interesse regionale per circa 1.000.000 di Km. annui e di servizi minimi di

interesse del territorio provinciale di Napoli per circa 260.600 Km; inoltre gestisce i

servizi minimi della fallita ACMS (società partecipata della Provi nci a di Caserta), che

riguardano tutto il territorio del comune di Caserta e gran parte del territorio della

provi nci a di Caserta, per un ammontare complessivo di circa 6.000 .000 Km. annui;

la Regione Campania ha comunicato , con nota prot. 682604 del 14.10.2014, di aver

prorogato , a seguito del l ‘ emi ssi one del primo provvedimento interdittivo , ai sensi

del l ‘ ar t . 94, comma 3, del codice antimafia, in via eccezionale il rapporto con l ‘ azi enda

per lo stretto tempo necessario ad individuare un nuovo gestore “al f i ne di consentire la

prosecuzione dei servizi ed evitare danni gravissimi ali ‘utenza sotto i l profilo della

mobi l i t à“, chiedendo nel contempo l ‘ at t uazi one della misura straordinaria di cui al l ‘ art .

32, comma lO del D.L n. 90/2014, convertito in legge n. 114/2014 ;

con lettera in data 12.11.2014 il Presidente deWAutorità Nazionale Anticorruzione ha

proposto allo scrivente l ‘ adozi one della “mis ura prevista dal l ‘ art. 32, comma 1, letto b)

del D.L. n. 90/2014 e cioè la straordinaria e temporanea gestione della c. L. P.

SVILUPPO INDUSTRIALE spa, attraverso la nomina di uno o p i ù amministratori

straordinari, cui attribuire ex lege tutti i poteri e le funzioni degli organi di

amministrazione dell ‘impresa, limitatamente alla completa esecuzione del contratto di

appalto p e r l’affidamento dei servizi di trasporto pubblico locale, con i l compito sia di

gestire l ‘appalto in esame, fino a quando la Regione Campania non provvederà

all ‘eventuale revoca dell ‘appalto, sia di accantonare gli eventuali utili ai sensi del

comma 7 dell ‘art. 32 citato.

con nota n. 112294 del 27.11.2014 e successiva nota n. 15485 del 6.2.2015 sono stati

richiesti al competente Ufficio della Regione Campania i necessari elementi conoscitivi

in merito ai rapporti/contratti in corso di esecuzione con la soci et à CLP Sviluppo

Industriale al fine di avviare la fase istruttoria preordinata all ‘ appl i cazi one del l e misure

straordinarie previste a l l ‘ a r t 32, comma lO, legge 114/2014;

con nota n.107504 del 16.2.2015 la Regione Campania ha fornito gli elementi richiesti

evidenziando i l carattere essenziale del servizio pubblico affidato alla CLP e la necessità

di proseguire il rapporto al fine di garantire un servizio pubblico indifferibile p e r la tutela

di diritti fondamentali;

con la medesi ma nota l ‘ Ent e ha precisato la natura del rapporto contrattuale , i soggetti

coinvolti ed ha quantificato in 6/8 mesi il periodo temporale occorrente per procedere

alla sostituzione , nei predetti servizi di trasporto pubblico locale, del l ‘ i mpr es a

destinataria di interdittiva antimafia;

DATO ATTO che :

con nota n. 21615 del 19.2/2015 , ai sensi del l ‘ ar t 7 della legge 241/1990, è st at a data

comunicazione alla CLP Sviluppo Industriale s.p.a. del l ‘ avvi o del procedimento per

l ‘ appl i cazi one delle misure straordinarie di cui al l ‘ ar t 32 comma lO, l e g g e l 1 4 / 2014 ,

nonché not i zi a della convocazione di un’ apposi t a Conferenza dei servizi (ex art 14,

comma 3, legge 241/90) e della possibilità di presentare eventuali deduzioni da esaminare

in quella sede;

con memori a prodotta in data 24.02.2015 la società CLP ha chiesto un differimento della

Conferenza dei servizi convocata per lo stesso giorno 24 .2.2015 , al l ‘ es i t o della decisione

del TAR Campania – Napoli che dovrebbe intervenire il 25 marzo prossimo (data fissata

per la trattazione del merito della causa);

RILEVATO che , in sede di Conferenza dei servizi, alla quale hanno partecipato la Direzione

Trasporti della Regione Campania, la Città Metropolitana di Napoli, la Direzione Interregionale

del Lavoro di Napol i e la Direzione Territoriale del Lavoro di Napoli, si è proceduto ad

un’ anal i si congiunta in ordine alla sussistenza dei presupposti richiesti dalla normativa vigente

per l ‘ eserci zi o dei poteri straordinari convenendo in particolare sulla:

2

irricevibilità della richiesta di rinvio formulata dalla CLP in relazione alla finalità della

misura straordinaria e al l ‘ ur genza della sua applicazione, tenuto anche conto della non

definitività della sentenza che potrebbe essere pronunciata il 25 marzo p.v . in sede di

giudizio amministrativo di primo grado ;

la sussistenza di tre contratti in essere con CLP: il servizio minimo di trasporto pubblico

regionale (Napoli-Avellino-Foggia; Napoli-Campobasso via Benevento; Napoli-

Campobasso via Telese) sottoscritto in data 11/4/2012 n.29; il servizio minimo di

interesse del territorio provinciale di Napoli ( Volla-Cercola-Pollena Trocchia) Contratto

Ponte n . 175 del 30/12/2002 e Contratto n. 176 del 30/12/2002, nonché il contratto

sottoscritto in data 11/4/2012 (n. CIG 2857397E95) per la gestione dei servizi minimi

della fallita ACMS.

il carattere di essenzialità che rivestono i servizi discendenti dalle citate obbligazioni

contrattuali , non sostituibili in maniera equivalente da parte di altri gestori già autorizzati,

né attraverso altre procedure di gara oltre quelle già avviate;

l ‘ appl i cazi one della misura straordinaria ex art. 32, comma IO, quale strumento

necessario per inibire ogni possibile prosecuzione dei tentativi di infiltrazione mafiosa

nel l ‘ esecuzi one dei contratti , prevenendo al contempo ripercussioni negative nei

confronti di interessi pubblici fondamentali;

VALUTATO:

di condividere la proposta del Presidente del l ‘ Autorità Nazionale Anticorruzione

relativamente al l ‘ adozi one della misura prevista dal l ‘ art . 32, comma l , lett. b) del l a legge

114/2014 e cioè la straordinaria e temporanea gestione della C.L.P. SVILUPPO

INDUSTRIALE spa , attraverso la nomina di uno o più amministratori straordinari ;

sussistenti i presupposti di legge per l ‘ appl i cazi one della misura straordinaria prevista

dal l ‘ art . 32 , comma l , lett. b) della legge 114/2014 in base:

• ai contenuti del provvedimento interdittivo antimafia ed in particolare al

rischio elevato di condizionamenti del “management” aziendale da parte

della criminalità organizzata;

• agli elementi risultanti dalla fase istruttoria del presente procedimento ed

in particolare al carattere del l ‘ essenzi al i t à dei servizi pubblici di trasporto

locale affidati alla società CLP, nonché alla necessità di salvaguardare

l ‘ i nt egri t à di interessi pubblici fondamentali;

RITENUTO di provvedere alla straordinaria e temporanea gestione della CLP Sviluppo

Industriale s.p.a. , procedendo alla nomina di due amministratori cui attribuire ex lege tutti i

3

poteri e le funzioni degli organi di amministrazione del l ‘ i mpr esa, limitatamente alla esecuzione

dei contratti di trasporto pubblico locale, come comunicati dalla Regione Campani a e meglio

specificati in sede di Conferenza dei servizi , per 8 mesi decorrenti dalla data di insediamento

degli amministratori , con la contestuale sospensione, limitatamente al l ‘ esecuzi one dei predetti

contratti, del l ‘ esercizio dei poteri di disposizione e gestione dei titolari dell ‘ i mpresa;

INDIVIDUATI, tra i professionisti esperti utilizzati dal Tribunale di Napoli per la nomi na degli

amministratori giudiziari, i dottori MOLISSO Vincenzo, nato a Napoli il 2.2.1970, e

ARMONIOSO Giovanni, nato a Napoli il 16.10.1971, e che pertanto riuniscono i requisiti di

onorabilità e professionalità previsti dal regolamento adottato ai sensi del l ‘ ar t 39 , comma 1, del

dlgs 270/1999, come da curricula depositati agli atti ;

PRESO ATTO della disponibilità dagli stessi manifestata ad assumere l ‘ i ncar i co di che trattasi

e delle dichiarazioni rese in merito al l ‘ assenza di situazioni di incompatibilità e/o di conflitto di

interessi in relazione alla società ed ai contratti da amministrare;

RITENUTO di rinviare ad un successivo provvedimento la fissazione del compenso

professionale per le attività oggetto del presente atto , da calcolarsi secondo le disposizioni di cui

all ‘ art . 32, comma 6 , della legge 114/2014;

VISTI la legge 241190; il dlgs 159/20 I l ; l ‘ a r t 32 della legge 114/2014;

DISPONE

la straordinaria e temporanea gestione della CLP Sviluppo Industriale s.p.a, con

contestuale sospensione dell’esercizio dei poteri di disposizione e gestione dei titolari

dell’ impresa stessa ai sensi del comma 3, ultima parte dell’art. 32, comma 10, della legge

114/2014, con riferimento ai seguenti contratti di trasporto pubblico: a) contratto per il

servizio minimo di trasporto pubblico regionale (Napoli-Avellino-Foggia; Napoli-

Campobasso via Benevento; Napoli-Campobasso via Telese) sottoscritto in data

11/4/2012 n .29 ; b) contratto ponte n. 175 del 30/12/2002 e contratto n. 176 del

30/12/2002 per il servizio minimo di interesse del territorio provinciale di Napoli ( Vo l l a -

Cercola-Pollena Trocchia); c) contratto sottoscritto in data 1114/2012 (n. CIG

2857397E95) per la gestione dei servizi minimi della fallita ACMS nella provincia di

Caserta.

la nomina dei dottori MOLISSO Vincenzo, nato a Napoli il 2.2.1970, e ARMONIOSO

Giovanni, nato a Napoli il 16.10.1971, quali amministratori straordinari e temporanei cui

vengono attribuiti ex lege tutti i poteri e le funzioni degli organi di amministrazione

dell ‘ i mpr e s a, limitatamente alla esecuzione dei contratti di trasporto pubblico locale ,

come sopra individuati, per 8 mesi decorrenti dalla data di insediamento, con la

4

contestuale sospensione, limitatamente al l ‘ esecuzi one dei predetti contratti, d e l l ‘ esercizio

dei poteri di disposizione e gestione dei titolari dell ‘ i mpr esa;

il rinvio ad un successivo provvedimento della fissazione del compenso professi onal e per

le attività oggetto del presente atto , da calcolarsi secondo le disposizioni di cui a l l ‘ a r t 32 ,

comma 6, della legge 11412014;

I l presente provvedimento sarà notificato, nelle forme di legge, alla CLP Sviluppo Industriale

s.p.a, nonché comunicato al Presidente dell’ A.N .A.C., alla Presidenza del Consiglio dei Ministri

- Segretariato Generale, al Ministero dell’ Interno , Gabinetto e Comitato Coordi nament o Alta

Sorveglianza Grandi Opere , alla Direzione Nazionale Antimafia ed alla Pr ocur a Distrettuale

Ant i mafi a presso il Tribunale di Napoli. Lo stesso sarà pubblicato sul sito web di questa

Prefettura – U. T. G.

Avverso il present e provvedimento è ammesso ricorso al l ‘ Autorità Giurisdizionale

Amministrativa entro il termine di gg. 60 dalla data di notifica.

Napol i, 25 febbraio 2015

Una comunicazione diversa.

Una comunicazione “ altra “ ed “alta” legata ad un’antimafia operativa e reale ,non retorica,un’antimafia del “prima” e non del “dopo”

NON CREDETE,DOPO LE TANTE POLEMICHE DI QUESTE SETTIMANE SULL’ANTIMAFIA SOCIALE,CHE
SIA GIUNTO IL MOMENTO  ANCHE DI UNA COMUNICAZIONE ” PIU’ ALTA ” ED “ALTRA”
??????????…………

I “condivido”,i “mi piace”,il racconto di fatti già avvenuti,non portano alcun contributo ad
un’antimafia operativa,vera,efficace.
L’antimafia del “prima” e del “dopo”.
L’antimafia vera é quella che ANTICIPA i fatti,li previene,fa in modo che essi non avvengano,perché
,quando sono già avvenuti,i buoi già sono scappati dalle stalle e non c’é più niente da fare se non
correre dietro ad essi per tentare di riportarli nella stalla.
Quando noi diciamo :” finitela con i racconti della nonnina”
Non c’é  più tempo per queste cose.
Oggi le mafie si sono inserite nel potere,nelle istituzioni,nel Parlamento,nei governi,negli
uffici,nelle banche,nei consigli comunali,provinciali e regionali,nei partiti,fra i professionisti,gli
imprenditori.
E raccontare,raccontare,senza svolgere nessun’altra azione di indagine e di denuncia,con tanto di
nomi e cognomi dei mafiosi o presunti tali ,aiutando magistrati e forze dell’ordine ad individuarli
uno per uno,non porta da nessuna parte e fa solo ridere.
Non é piu’ tempo di far ridere i mafiosi,perché,oltre a non apportare ad essi alcun danno
e,peggio,a farli divertire ,ci facciamo anche ridere addosso.
Al danno si aggiunge la beffa,la pernacchia che riceviamo.
Per essere coerenti con le cose di cui ci riempiamo la bocca,é necessario passare dalla fase della
retorica e delle chiacchiere a quella dell’INDAGINE  e della DENUNCIA ed anche la comunicazione
deve assumere altri toni e collegarsi all’azione.
Tutto deve essere finalizzato all’azione; tutto deve puntare ad offrire agli investigatori istituzionali
precise piste,spunti investigativi.
Solo così facendo si offre un contributo reale all’azione di contrasto alle mafie.
Una comunicazione,quindi,in certo senso “pedagogica”,che aiuta,che fa capire quello che bisogna
fare ,che forma ,che propone idee,soluzioni,piste e non più una comunicazione narrativa
narrativa,come avviene quasi sempre.
Suvvia,cominciamo a volare ” ALTO” !!!!!!!!!!!!!!!

 

.L’antimafia delle tangenti.Un virus da combattere Video Rai.TV – Virus 2014-2015 – L’antimafia delle tangenti – Virus del 05/03/2015

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-498cd3ef-3f31-4633-8804-edb6716b42e0.html#p=0

Testimoni di Giustizia.Ancora in alto mare.

http://www.camera.it/leg17/491?idLegislatura=17&categoria=023&tipologiaDoc=documento&numero=004&doc=intero

Un’”antimafia” da pagliacci e da affaristi…………….Se non c’é la DENUNCIA non è lotta alle mafie!!!!!!!!!

UN’”ANTIMAFIA” DA PAGLIACCI ED AFFARISTI
Ci siamo stufati di gridare  la nostra indignazione nei confronti di quest’”antimafia” da pagliacci e
da affaristi che si va facendo strada nel Paese e  diventando essa stessa  un’altra mafia.
Questo offende noi  e tutti coloro che sono morti per combattere le mafie in quanto,nel sentire
della gente meno acculturata ed informata,accomuna tutti nella stessa barca.
Noi ci siamo tenuti sempre lontani da quanti  nel passato hanno tentato di convincerci ad
assumere quelle iniziative che avrebbero comportato lauti finanziamenti da parte delle istituzioni:
corsi della  legalità,convenzioni,gestioni di beni confiscati,progetti ecc.
Per noi lottare contro le mafie significa combattere contro di esse e non allearsi con istituzioni e
partiti che,fatta qualche eccezione di singoli esponenti,sono essi stessi un covo di
mafiosi,peraltro,dei più temibili,le menti pensanti,coloro che detengono il potere e comandano.
Non si tratta di essere “talebani”,ma se io accetto da  uomini  politici e  delle istituzioni una casa in
comodato d’uso,un bene da gestire,un finanziamento e  poi si viene a scoprire che qualcuno di essi
è un corrotto,un mafioso,un ladro,vengo considerato anche io un corrotto,un mafioso,un ladro in
quanto mi sono giovato dei privilegi  da lui concessimi.
E non solo comprometto così la mia onorabilità ma quella di tutti coloro che  fanno o dicono di
fare  la lotta alle mafie.
Stiamo gridando da anni che la LOTTA ALLE MAFIE SI FA SENZA INTERESSI,NE’  ECONOMICI NE’
POLITICI,RIMETTENDOCI ALL’OCCORRENZA DEI SOLDI DI TASCA PROPRIA E NON  GUARDANDO
L’ANTIMAFIA  COME UNO STRUMENTO PER CAMPARCI,PER FARE BUSINESS,O PER PROCURARSI
VOTI.
Chi scrive,ricorda sempre con simpatia ed affetto un Colonnello dei Carabinieri della DIA che
venne a trovarlo e nel corso delle conversazione disse “A noi servono fatti,nomi e cognomi,non
chiacchiere,non sociologia o storia,nomi e cognomi”.
Ecco,nomi e cognomi.
SERVE LA DENUNCIA.
Chi non denuncia non fa antimafia.
Non é la prima volta che leggiamo di  presunti paladini della legalità,dell’antimafia di
parata,dell’antiracket che rubano e vengono ammanettati.
E’ successo a Napoli qualche tempo fa,é successo or ora a Palermo  e succederà chissà quante altre
volte.
Quella non é antimafia,é delinquenza.

E delinquenti non sono solamente loro,ma anche,se non soprattutto,coloro che hanno ascoltato
,ascoltano e seguono questi delinquenti.

Aggiorniamoci,per favore. Oggi la mafia non é quella di 20-30 anni fa.

SUVVIA,AMICI,UNO SFORZO IN  PIU’.
LA MAFIA E’ CAMBIATA RISPETTO A 20-30 ANNI
FA.
CAMBIAMO ANCHE NOI ED AGGIORNIAMOCI
NELLE TECNICHE E NELLE STRATEGIE DI
CONTRASTO.

Basta,basta con un modello di…….”antimafia ”
declamatoria,fatta di parole,di ricordi,di esaltazione di cose
che appartengono ad un passato che é radicalmente diverso
dall’attualità.
Prima la mafia era un soggetto che si contrapponeva allo
Stato,uno Stato nello Stato,che certe volte si opponeva e
certe altre volte  collaborava con esso.
Ma erano due realtà:Stato ed antistato.
Oggi è diverso perché la mafia non é più costituita dai
vecchi boss  con  coppola e lupara.
Oggi la mafia é costituita da uomini in giacca e cravatta,da
intellettuali,da gente che sta nei salotti bene,da
persone,cioé,che siedono nei posti di comando,da
politici,amministratori pubblici,uomini di
governo,rappresentanti delle istituzioni,industriali,banchieri
e così  via i quali ridono quando sentono alcuni di noi
limitarsi  a raccontare il  passato trascurando l’oggi.
Lo diciamo con il cuore in mano a coloro che presumono di
fare antimafia smanettando da mane a sera sui computer
lanciando slogan,”condividendo”,facendo rimbalzare da un
capo all’altro del Paese frasi fatte che si riferiscono a fatti
generici e vecchi.
La mafia é ……..altra cosa ed anche l’antimafia deve
essere…… altra cosa,ad evitare che si macini aria fritta.

La mafia,oggi,é POTERE,è ECONOMIA,è POLITICA e
Falcone  diceva sempre “seguite il filone dei soldi e
troverete la mafia”.
Ecco,se si vuole fare un’antimafia seria,bisogna
INDAGARE,seguire appunto il filone dei soldi e
DENUNCIARE,DENUNCIARE,DENUNCIARE,nomi e
cognomi,aiutando la Magistratura e non  accollando tutto il
peso della lotta alle mafie sulle sole sue spalle.
Aggiorniamoci.

Basta con la delegittimazione di Collaboratori e Testimoni di Giustizia.

Continua una campagna sottile di

delegittimazione di Carmine Schiavone e,tramite

questo,dei Collaboratori di Giustizia,dei

Testimoni di Giustizia e di coloro che si

schierano dalla parte della Giustizia

 

Già  più volte l’Associazione Caponnetto si é

vista costretta nei tempi andati a scendere in

campo a difesa di quanti,Testimoni o

Collaboratori ,si schierano dalla parte della

Giustizia e contro la criminalità mafiosa.

Lo abbiamo fatto per onestà intellettuale

ma,soprattutto,per sconfiggere il tentativo di

qualche malintenzionato che pensa,attraverso la

delegittimazione di queste due categorie,di

privare la Giustizia di uno strumento

fondamentale per la lotta alle mafie.

Due sono gli elementi,infatti,che oggi

caratterizzano la costituzione degli impianti

accusatori:

-le intercettazioni;

- le collaborazioni.

Senza intercettazioni e senza Collaboratori molti

processi non potrebbero nemmeno essere messi in

piedi.

Questa é la realtà.

Punto.

Parliamoci chiaramente,ad evitare polemiche

strumentali con qualche imbecille di cui il mondo

é pieno.

Quando noi parliamo di Collaboratori,di

Testimoni e quanti altri ci riferiamo a quelli che

EFFETTIVAMENTE collaborano con la

Giustizia,a quelli,cioé,ritenuti attendibili dai

Magistrati i quali sono gli UNICI a poter dire se

essi dicono la verità o meno e NON  a coloro che

non dicono le cose come sono andate,ai

depistatori,ai bugiardi.

Andando al “caso”  di Carmine Schiavone,del

quale leggiamo da tempo qualche nota stonata,va

detto che nessuno di noi si é mai azzardato a

negare il suo livello criminale.

Ma va anche detto che egli ha prima di tutto

espiato con lunghi anni di galera le sue colpe

e,poi,che,con le sue dichiarazioni egli ha fornito

gli elementi perché le istituzioni fossero in grado

di evitare i milioni di morti che si paventano non

solo in Campania ma anche in tutti quegli altri

territori dove sono stati interrati i rifiuti nocivi.

Se proprio vogliamo parlare di criminalità,va

detto che sono più criminali quei soggetti politici

ed istituzionali che,pur avendo visto o appreso

quanto i Casalesi stavano facendo,non hanno fatto

quello che avrebbero dovuto fare ed hanno

consentito un eccidio che chissà quanti anni

ancora durerà.

Questi sono più criminali di tutti quanti gli altri.

Ordunque,dare del criminale a Schiavone che ha

pagato e pagherà da  ora in avanti davanti a Dio

assolvendo in pratica,con il silenzio,chi ha

consentito tutto quello che egli ha

denunciato,oltre che riduttivo e deviante,ci

sembra un vero e proprio atto criminale.

Basta !!!!!

 

Indagini economiche,indagini economiche ed indagini economiche.

Indagini economiche,indagini economiche ed indagini economiche.La lotta alle mafie si fa con tattiche e strategie moderne e non con la vecchia ottica da ordine pubblico.O si cambia o si muore! Nel Basso Lazio la situazione é grave e manca personale specializzato ed esperto.Dov’é lo Stato?

Abbiamo la sensazione – e forse ancor più della

sensazione- che a Roma ,al di là dei tanti proclami e

delle tante enunciazioni di principi ,qualcuno non

voglia rendersi conto della gravità della situazione

della sicurezza e della presenza mafiosa in provincia

di Latina e,più in generale,nel Basso Lazio.

Questa sensazione ci inquieta e non poco e ci obbliga

a porci tante domande.

Lo stiamo dicendo da anni :la presenza dello Stato é

carente,molto carente.

Gli impianti investigativi non sono adeguati alla

gravità della situazione.

Manca personale preparato e capace di affrontare le

nuove mafie ,le quali  sono diverse -lo ripeteremo fino

alla noia -rispetto ad ieri .Oggi si tratta  di  criminalità

economica ed imprenditrice.  E politica.

La mafia di oggi.

Noi siamo rispettosi delle istituzioni,abbiamo senso

dello Stato  e non intendiamo nemmeno alla lontana

urtare la suscettibilità di nessuno.

Ma la situazione non può continuare  ad essere

accollata sulle sole spalle di un ispettore di polizia,tre-

quattro marescialli e qualche ufficiale  della Guardia

di Finanza e  uno-due-tre  marescialli dei Carabinieri.

che operano da Terracina in giù.

Sguarnita Cassino con l’andata via di un dirigente che

aveva acquisito un patrimonio di conoscenze  e

l’esperienza   per la sua lunga  permanenza  alla DIA e

che stava facendo un ottimo lavoro,tutta la frontiera

del Lazio a ridosso della Campania é rimasta  quasi

scoperta.

Con un tessuto civile notoriamente omertoso e non

collaborativo ,non si capisce, a questo punto ,chi sta

facendo la lotta alle mafie massicciamente presenti ed

attive nel Basso Lazio ,oltre a quanto riescono a

fare,pur nella scarsezza di mezzi e risorse,la DIA,il

GICO o lo SCICO,il ROS e così via.,tutti provenienti

da Roma e da Napoli.

Avevamo proposto al Capo della Polizia un nostro

piano di ristrutturazione dei presidi e ci era sembrato

di cogliere un certo interesse ed una certa

disponibilità.

Ma ,nostro malgrado,tutte le speranze nostre sono

venute meno.

Orbene,non esitiamo un solo momento ad affermare

che siamo con il sedere nell’acqua.

Qualcuno,se ritiene che diciamo cose inesatte,ci

snoccioli i “risultati”,caserma per

caserma,commissariato per commissariato, e noi

siamo ben lieti di rimangiarci quanto sosteniamo e

chiediamo pubblicamente  scusa.

Ma vogliamo vedere i “numeri” con i relativi

riferimenti al lato delle operazioni fatte o in corso.

Lo ripetiamo : occorre urgentemente personale esperto

e che sappia  fare un’indagine patrimoniale,che se ne

intenda di flussi finanziari,di movimentazioni bancarie

perchè la mafia ,oggi,é

argian,pecunia,quattrini,chiamateli come volete e

Falcone giustamente diceva “seguite i soldi e troverete

la mafia”.

Se non si seguono i soldi non é lotta alle mafie !!!!!!!!

Sono chiacchiere e basta.

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