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La vera antimafia si fa affrontando e cercando di risolvere i fatti non limitandosi a fare bla bla. Il problema drammatico dei Collaboratori e dei Testimoni di Giustizia trattati a pesci in faccia.

DA OGGI IN POI NOI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO SAREMO SPIETATI CONTRO TUTTI COLORO CHE IN UN MODO O NELL’ALTRO ATTACCANO O COMUNQUE MALTRATTANO I COLLABORATORI ED I TESTIMONI DI GIUSTIZIA, I QUALI RAPPRESENTANO L’UNICO STRUMENTO VERO DI LOTTA ALLE MAFIE (INSIEME ALLE INTERCETTAZIONI) E, COME RICOMPENSA, VENGONO
TRATTATI A PESCI IN FACCIA…
E’ inutile parlare di lotta alle mafie, ipocriti di tutta Italia, se, poi, si permette ad un esercito di irresponsabili di distruggere o rendere inefficaci quei pochi strumenti di lotta che lo Stato di Diritto ha a disposizione per combattere efficacemente le mafie.
E’ bene che tutti sappiano che i Testimoni – e più ancora i Collaboratori, i cosiddetti
“pentiti”, quelli veri però – sono gli UNICI strumenti che consentono un’azione risolutiva di contrasto nei confronti della criminalità mafiosa.
Insieme alle intercettazioni.
Senza Collaboratori, Testimoni e intercettazioni, non è possibile combattere le mafie.
E ciò per vari motivi che qua sarebbe lungo elencare.
Lo faremo in altra occasione ed in maniera specifica ed approfondita, citando anche qualche nome.
Non possono farlo gli interessati, ma lo faremo noi!!!
Tutti coloro che vanno gridando nelle piazze e nei teatri “viva Falcone e Borsellino” debbono sapere che fu proprio FALCONE il “padre” del cosiddetto PENTITISMO in quanto egli fu il primo che diede credito al “pentitismo” e riconobbe, servendosene, la sua importanza vitale.
Quando noi parliamo di Falcone dovremmo almeno sapere di chi e che cosa stiamo parlando.
Dovremmo sapere, ad esempio, che Falcone pensava e diceva che senza “pentiti” non si va da nessuna parte.
Se vogliamo, quindi, onorare veramente la memoria di Falcone e non ridursi, quindi, a fare i burattini ridicolizzando, peraltro, tutta l’antimafia sociale, abbiamo il dovere, tutti, dal primo all’ultimo, di PRETENDERE che i Collaboratori (sempre quelli veri e ritenuti credibili dai magistrati, non quelli falsi) vengano rispettati e gratificati come meritano dagli organi
dello Stato preposti alla trattazione e definizione dei loro problemi, dai Ministri -in particolare quello degli Interni, l’altro della Giustizia-, dalla Commissione Centrale ex art.10 legge n.82/91 e dal Servizio Centrale… Sprotezione del Ministero degli Interni, fino all’usciere del Ministero ed al piantone.
Sprotezione, ripetiamo, perché se dipendesse da noi, quel servizio lo sopprimeremmo, per come non funziona, in 24 ore.
Qua, ad essere buoni, ci vediamo costretti a definire il
funzionamento di quel servizio letteralmente penoso.
Collaboratori e Testimoni mandati… in “località protetta” (si fa per dire!!!) in mezzo a loro compaesani e concittadini, alcuni dei quali con conti con la Giustizia o, comunque, amici o familiari di boss; “carte” che non vengono “ricaricate”; sistemazione in appartamenti fatiscenti e senza un minimo di confort; dinieghi di ogni genere…
E potremmo continuare all’infinito.
Ma lo faremo prossimamente perché si tratta di una situazione scandalosa ed intollerabile.
Chi non ha la volontà o la competenza per gestire cose e situazioni così delicate va rimosso e sostituito.
Senza se e senza ma.
Conoscono bene la situazione quei magistrati delle DDA che vengono a contatto con molti di questi casi- da quello di Luigi Bonaventura a quelli di Pino Grasso-Francesca Franzé, il primo Collaboratore e gli altri due Testimoni, tanto per fare
qualche nome- ed a tanti altri ancora.
L’impressione che se ne ricava è che, mentre i Magistrati si danno da fare per combattere le mafie, c’è qualcuno negli apparati che rema contro trattando male chi -Collaboratori e Testimoni-collabora con la Giustizia e causando inevitabilmente una loro reazione con il possibile rifiuto a confermare, soprattutto, in sede dibattimentale le accuse e scoraggiando altri.
Si sta già verificando e questo ci preoccupa moltissimo
perché, mentre da una parte c’è gente che muore per combattere i mafiosi, c’è chi cerca di vanificare tutta l’azione che viene intrapresa.
Noi riceviamo quasi quotidianamente messaggi drammatici da Collaboratori e Testimoni.
O da loro familiari che, oltre che lasciati letteralmente senza soldi nemmeno per mangiare e curarsi, vengono anche presi in giro.
Cercheremo di portare l’attenzione su questa situazione da parte della Commissione
Parlamentare antimafia, contando soprattutto sull’onestà intellettuale e sulla competenza del suo V. Presidente Claudio Fava – che, oltre che conoscere da una vita, è anche egli stesso una vittima di mafia- e di altri amici parlamentari che sono sensibili a questa tematica drammatica.
Certo è, però, che non ci limiteremo a questo perché da oggi in avanti non daremo tregua ai vari Alfano, Bubbico, Generale Pascali e quant’altri.
Lo sappiano tutti.
La Caponnetto è un’associazione antimafia e un’associazione antimafia DEVE FARE questo e non chiacchiere!

Dicono, dicono, ma solo chiacchiere. Perché i Sindacati confederali non proclamano uno sciopero generale di protesta???

LE FORZE DI POLIZIA HANNO SCIOPERATO.
E’ PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA!!!
QUESTO GOVERNO STA PORTANDO IL PAESE ALLA ROVINA.
POLIZIOTTI, CARABINIERI, FINANZIERI, POLIZIA CARCERARIA, FORESTALE ECC. RISCHIANO OGNI GIORNO LA VITA E PRENDONO STIPENDI DA FAME.
NON PERCEPISCONO UN EURO DI AUMENTO DA ANNI E CI SONO MILIARDI DI EURO CONFISCATI ALLA MAFIA -
QUINDI IMMEDIATAMENTE DISPONIBILI – COMPLETAMENTE INUTILIZZATI.
RENZI, ALFANO ED INTERO GOVERNO, VERGOGNATEVI!!!
DA QUEST’ALTRA PARTE, ANZICHE’ UNA GIORNATA FORTE DI SCIOPERO GENERALE NAZIONALE INDETTO DA
TUTTI I SINDACATI CONFEDERALI, SI CONTINUA CON LE CHIACCHIERE: PROTESTE GENERICHE, DOCUMENTI E DICHIARAZIONI SENZA ALCUN SEGUITO PRATICO, FIACCOLATE, “GIORNATE DELLA LEGALITA’”, CAMPER, CHIACCHIERE SU CHIACCHIERE ED ALTRE COSE DEL GENERE, MENTRE LE MAFIE CONTINUANO A FAR AFFARI, LE LEGGI ANTIMAFIA ED ANTICORRUZIONE ANZICCHE’ ESSERE POTENZIATE E RESE PIU’ EFFICACI, VENGONO DEPOTENZIATE. LE TRE CONFEDERAZIONI COSA FANNO???
ESSE RICONOSCONO CHE “MAFIA E’ SOTTOSVILUPPO, FRENO ALLO SVILUPPO, DECRESCITA” E PERCHE’ NON PROCLAMANO UNO SCIOPERO GENERALE DI PROTESTA CONTRO QUESTO COMPORTAMENTO SCANDALOSO DEI NOSTRI GOVERNI, A COMINCIARE DA QUELLO ATTUALE???

DICONO, DICONO, MA COSA FANNO? Legalità Mai abbassare la guardia contro la mafia.
La Cgil dopo l’operazione antimafia in Sicilia: “Non abbassare la guardia, l’arma vincente è rappresentata dal rapporto tra forze dell’ordine, magistratura, istituzioni e società civile”. La campagna “Legalità, una svolta per tutte”
“Quanto accaduto a Corleone dimostra che contro la criminalità organizzata non possiamo permetterci di abbassare la guardia, e che l’arma vincente è rappresentata dal rapporto tra forze dell’ordine, magistratura, istituzioni e società civile”. Così Gianna Fracassi, segretaria confederale della Cgil, in merito all’operazione antimafia partita all’alba di oggi tra Palazzo Adriano (Palermo) e il corleonese, che ha portato all’arresto di cinque persone, tra cui Antonino De Marco, ritenuto il nuovo capomafia in stretto rapporto con Totò Riina. “Dalla vicenda – continua il segretario – emerge un quadro inquietante per la sistematicità e l’organicità con la quale De Marco operava: usura, appalti, ‘educazione’ dei giovani, pizzo e rapporti con la politica”. “La Cgil innanzitutto ringrazia le forze dell’ordine – ci tiene a specificare Fracassi – che hanno condotto con efficacia l’azione investigativa, conseguendo questo importante risultato
grazie alle intercettazioni, strumento spesso oggetto di iniziative parlamentari scellerate che ne vorrebbero vanificare l’uso. “. “A proposito di appalti – sostiene la dirigente sindacale – è urgente recidere i legami che uniscono mafie e politica attraverso il fenomeno, purtroppo diffuso, della corruzione”. “Il Paese ha bisogno rapidamente di una normativa adeguata che, introducendo nel nostro ordinamento il reato di autoriciclaggio e ripristinando il reato penale di falso in bilancio, ci avvicini all’Europa”. “Purtroppo il disegno di legge più volte annunciato dal Governo è ancora fermo – sottolinea Fracassi – e le notizie di modifica del testo originario che circolano non sono rassicuranti”. “L’illegalità è un vero e proprio cappio al collo, che impedisce sviluppo economico, occupazionale e tenuta democratica”. “Per questo – ricorda il segretario – la Cgil ha lanciato una nuova campagna, ‘Legalità, una svolta per tutte’, che a partire da ottobre vedrà la confederazione impegnata in varie iniziative di presentazione delle proprie proposte e in un vero e proprio ‘Viaggio della legalità‘”. Un camper attraverserà l’intera penisola, toccando diversi e significativi luoghi. Si partirà il 27 ottobre da Milano, città di Expo 2015, per arrivare fino a Palermo e, a dicembre, a Roma per la tappa conclusiva. “Un viaggio – conclude Fracassi – per raccogliere racconti, ricordi, storie, fatti ed esperienze di vita concreta, e testimoniare il rapporto vitale e indissolubile tra legalità e lavoro”.

Le mafie, oggi. Come combatterle?

Che la “Caponnetto” sia un’associazione particolarmente appetibile è un dato di fatto.
Molti l’adulano, la cercano, la lodano, la “condividono”, ci scrivono facendoci i complimenti.
Altri, tanti altri, la odiano.
Ma a noi questi ultimi non ci interessano, nè ci spaventano.
Il suo nome, ma anche il prestigio che essa ha saputo conquistarsi in quindici anni di attività, di lotte dure, di energie spese a non fare bla bla, ma, al contrario, ad indagare e denunciare, facendo nomi e cognomi; la sua assoluta indipendenza da potentati politici ed economici; la specificità della sua azione basata tutta ed esclusivamente sull’INDAGINE e la DENUNCIA; l’hanno collocata su un piano che la distingue da tante altre.
Per alcuni essa è apprezzabile, per altri pericolosa.
Certo è che, quando essa assume un’iniziativa allo scoperto, suscita emozioni, interesse, apprezzamenti da una parte, ma anche paura e rancore dall’altra.
Anche perché le sue iniziative pubbliche sono sempre rapportabili e si raccordano con le stesse metodologie e gli stessi obiettivi di quelli
perseguiti in quelli quotidiani non pubblici: niente politica, niente bla bla, ma solo DISCORSI, fatti da persone in prima linea -magistrati, forze dell’ordine, giornalisti d’inchiesta – su FATTI, SITUAZIONI concreti, che riguardano il territorio.
Un’antimafia sui generis in certo senso, potrebbe dirsi, che colpisce, fa bene alla collettività, alle persone oneste e male alle disoneste.
A molti politici ed uomini e donne delle istituzioni in primis.
Il problema è che, oltre alle lodi ed ai “condivido”, le persone oneste non vanno.
Sono poche quelle che decidono di scendere in trincea a combattere con noi, a DENUNCIARE, DENUNCIARE, DENUNCIARE.
Qualcuno obietta che non è con la sola denuncia che si possono sconfiggere le mafie, che oggi sono soprattutto quelle POLITICHE ed ISTITUZIONALI.
In linea di principio siamo d’accordo, ma, stando come stanno le cose, con le mafie che ormai stanno nel Palazzo e la lotta che e’ ormai corpo a corpo, quale altra soluzione c’è?

Non ci servono persone che vogliano usare l’Associazione Caponnetto per finalità che non siano ESCLUSIVAMENTE quella della lotta ai mafiosi

IN UN’ASSOCIAZIONE COME LA CAPONNETTO C’E’ BISOGNO DI UNA CONTINUA ED ESTREMA ATTIVITA’ DI VIGILANZA AD EVITARNE UN USO CHE ESULI DALLE SUE FINALITA’
Sin da quando siamo nati, quindici anni fa, ci siamo visti costretti a difenderci con i denti dai continui tentativi di soggetti che si avvicinavano a noi per tentare di strumentalizzarci a fini politici o speculativi.
Ci siamo visti costretti ad allontanarne decine.
“Dobbiamo tenere sempre un controllo di ferro”, ci diceva qualche soggetto politico, mentre qualche altro ci invitava a “presentare… progetti” al fine di ottenere soldi dalle istituzioni, soldi per i corsi nelle scuole, gestione di beni confiscati e quant’altro con cui ci si potesse guadagnare, fare business.
Come se fosse, quello nostro, un “mestiere”, un mestiere per un gruppo di affaristi impegnati ad utilizzare un fine nobile per uno ignobile.
Qualche altro ancora ci chiedeva di stipulare “convenzioni “con i comuni per farsi concedere gratis dei locali per fare chissà che cosa.
Mentre altri ancora si avvicinavano a noi per ottenere qualche incarico legale.
“Non dobbiamo isolarci e dobbiamo fare in modo di crearci alleanze che portino benefici all’Associazione”.
Benefici? Quali benefici? Che tipo di benefici?
L’Associazione Caponnetto non è stata creata per trarre dei… “benefici”, come costoro proponevano…
Anzi, tutto il contrario!!!
Chi ci vuole stare, DEVE convincersi del fatto che l’Associazione Caponnetto è stata creata nè per finalità politiche nè speculative.
Nè essa va intesa come un palcoscenico per persone ambiziose il cui obiettivo è ben altro da quello della lotta alle mafie.
Lotta alle mafie che significa:
niente chiacchiere, occhi ed orecchie sempre spalancati, capacità di “leggere” le cose, richiesta di “visure camerali” su tutte le imprese sulle quali si nutrono sospetti, INDAGINE, DENUNCIA E PROPOSTA.
Le tre parole magiche dell’Associazione Caponnetto.
Essa è UNICAMENTE un’Associazione antimafia e non un circolo dei partito o della carità e non consente a chicchessia, ma proprio a chicchessia, nemmeno di pensare di poterla usare per scopi che non siano esclusivamente quelli della lotta ai mafiosi.
Lotta non a chiacchiere, ma con i fatti, con le indagini, le denunce, nomi e cognomi, instaurando rapporti di collaborazione strettissima con quei magistrati e quegli esponenti delle forze dell’ordine che sono sicurissimamente fedeli al giuramento di fedeltà da loro fatto allo Stato di diritto.
Anche qua bisogna stare attenti perché si può dare il caso che anche là si possono trovare dei traditori, delle talpe.
Ecco perché noi siamo contrari acché qualcuno dei nostri segua strade autonome non sapendo i rischi che corre.
Tutto, ma proprio tutto, va fatto tramite l’Associazione, la quale sa dove andare a mettere le mani e a chi rivolgersi, a quale magistrato, a quale ufficiale o sottufficiale o dirigente delle forze dell’ordine.
Fare antimafia non significa vendere noccioline ed occorrono gente SERIA in primis e non quacquaracqua, persone convinte e libere da schemi politici e che non tentino di usare l’Associazione come strumento di azione politica, persone disposte anche a rimetterci economicamente, come capita ad alcuni di noi, e non a specularci o, comunque, tentare di specularci.
Noi queste persone non le vogliamo; vadano in altri luoghi dove trovano terreno fertile.
Noi siamo un gruppo di combattimento che combatte in prima linea, tutti uniti, non ognuno per conto proprio e sparpagliati ed ogni azione, anche la meno incisiva, va concordata con tutti.
Il senso dell’organizzazione.
Non ci servono né opportunisti, né persone che hanno paura, nè speculatori o traditori, né persone, insomma, che vogliono servirsi dell’Associazione e non servirla.

Al Convegno di Fondi non si poteva dire tutto, ma sono emerse cose importanti e propedeutiche alla scoperta della verità. C’é tanto ancora da lavorare per disegnare il “quadro” delle responsabilità

AL CONVEGNO DI FONDI ABBIAMO RACCONTATO ALCUNI FATTI, RESE NOTE ALCUNE NOSTRE CONSIDERAZIONI, MA CE NE SONO DELLE ALTRE…
che danno il senso delle grandi “coperture” ad un “sistema” che va al di là delle cose note.
Come quelle che riguardano i nostri viaggi verso la Capitale ed i contatti con alcuni palazzi romani.
Fatti e considerazioni che esulano dalle vicende e dagli ambiti giudiziari, che, come si sa, non riescono quasi mai a giudicare il tutto, anche perché non tutto rientra nel campo del penale..
La Giustizia non può sostituirsi alla politica.
Non tutto assume una rilevanza penale, stando alla legislazione ed alle regole del nostro Paese.
Ci sono altri organi dello Stato che potrebbero svolgere, volendolo, un ruolo di ecologia morale ed amministrativa importantissimo, come ha dimostrato la Prefettura di Latina, gestione Frattasi.
E poi la Giustizia giudica sulla base delle carte e non sempre queste ci sono e si riescono ad acquisire.
Ci sono aspetti che percepisci attraverso i contatti, gli incontri, le chiacchierate e che solo le
persone in grado di “leggere” “dietro ” i fatti riescono a percepire.
Ammesso che ce ne sia la volontà.
La confidenza, lo sfogo, oppure, su altra sponda, la doppiezza, il tradimento delle promesse fatteti, le assicurazioni tradite, ti danno la contezza degli intrecci che annullano le diversità apparenti.
Quel senso di evanescenza nel quale tutto si confonde, fino a diventare la stessa cosa: il “sistema”.
Un “sistema” fatto di complicità, di connivenze, che solo delle menti acute e libere riescono a percepire e fanno dare una spiegazione al tutto.
Ma, per “capire”, devi stare mani e piedi “dentro” le situazioni, devi viverle, pur non essendone un protagonista diretto.
Quando noi diciamo che per fare il lavoro che facciamo noi DEVI essere un buon “osservatore”.
Devi sapere disegnare, insomma, quello che è il “quadro” generale.
E devi saper intuire il senso di quella vischiosità di un “sistema” che avviluppa quasi tutto e tutti.
E trarne le conclusioni.
C’è tanto, ma proprio tanto, da lavorare, se si vuole fare qualcosa di serio e di utile alla collettività.

Fuffa!

FUFFA!!!
Ancora c’è in provincia di Latina chi ha la spudoratezza di parlare di “cultura della legalità” quando qua si sta al “corpo a corpo” ed il palazzo brucia.
Deviante, fatto per distrarre, se non per depistare.
Non c’è più tempo.
Si dovcva fare prima quando, invece, si pensava ad inciuciare, a spartirsi il potere ed i clan iniziavano a dare l’assalto a quel territorio trovando evidentemente gli ancoraggi giusti in loco, come stanno sempre più evidenziando inchieste e sentenze..
Oggi, se ci troviamo in queste condizioni, le responsabilità sono tutte della politica e delle istituzioni.
Una parte di esse complici, un’altra distratta ed impreparata.
Il che è peggio ancora!
La politica, se vuole cominciare a fare, finalmente, qualcosa di buono nell’interesse del Paese che sta andando sempre più a rotoli con un’economia criminale che sta facendo saltare l’intero assetto dell’Italia, la finisca di fare la guerra a chi combatte le mafie, a cominciare dai magistrati che
sono rimasti, con tutti i loro difetti, l’unico presidio di giustizia e di democrazia.
I segnali che ci pervengono, invece, sono tutti di segno opposto, a cominciare dalla guerra che proprio dall’interno della politica e delle istituzioni si sta facendo al pool di Palermo impegnato nell’inchiesta sulla trattativa mafia-stato, per terminare al processo che si vuole a tutti i costi intentare al nostro Presidente onorario Giudice Antonio Esposito, reo di aver confermato la sentenza di condanna di Berlusconi.
Passando attraverso il trattamento vergognoso che stanno riservando ai Testimoni ed ai Collaboratori di Giustizia con l’intento, forse, di scoraggiarne la loro collaborazione con la Magistratura.
Ed allora abbiano almeno il pudore di tacere e ad ammettere le loro colpe, ad evitare anche il rischio di essere presi a palate di fango in faccia.
La pazienza ha un limite e noi non siamo quelli che hanno paura!
L’ANTIMAFIA DEVE AGGIORNARSI…
I DUE “MODELLI” A CONFRONTO:
QUELLO DELLE CHIACCHIERE E L’ALTRO DEL FARE, IL RACCONTO E LE COMMEMORAZIONI CONTRO L’INDAGINE E LA DENUNCIA, NOMI E COGNOMI.
OGNUNO E’ MORALMENTE OBBLIGATO A SCEGLERE
L’antimafia non deve essere statica, ferma, arretrata, ancorata a schemi vecchi, quando, al contrario, la mafia è mobile, tattica, pronta a cambiare strategie e tattiche ogni volta che i tempi lo impongano.
Prima, quando c’era un certo livello di benessere economico e la mafia era costituita in gran parte da gente ignorante, incolta, si diceva che essa aveva più paura della cultura, della scuola, che non delle manette e delle leggi repressive.
Oggi i tempi sono cambiati, non c’è più benessere, non c’è lavoro, c’è miseria e la mafia è costituita in maggioranza da gente colta, da professionisti che hanno studiato e si sono formati nelle migliori università del mondo.
Gente corrotta e pronta a vendersi l’anima e la famiglia pur di accumulare quattrini, fare business.
L’antimafia deve prendere atto della realtà ed ammodernarsi anch’essa per combattere quanto meno ad armi pari.
Altrimenti è tutta aria fritta, fuffa!!!

Vergognatevi!!!

Sono venuti da Capri, da Torre Annunziata, da Napoli, da Ostia ed anche dal nord Italia, da paesi e città lontani da Fondi, ma sono mancati dai centri più vicini: da Latina e dagli altri centri del Lazio.
Al Convegno di Fondi è apparso in tutta la sua evidenza e la sua rozzezza il “sistema” omertoso che affligge la provincia di Latina ed il Lazio.
Un brutto segnale che ben rende il quadro dell’arretratezza culturale, civile e politica di una regione, il Lazio appunto, che ormai è riconosciuta come il crocevia di tutti i grandi intrallazzi e le grandi porcherie del Paese.
Una sala piena, gremita, di persone anche in piedi, ma quasi tutte provenienti da città lontane, anche di fuori regione.
Delle province del Lazio, di quella di Latina in particolare, poche, pochissime.
Due-tre di Formia, una cinquantina di Fondi, nessuna di Gaeta, una di Itri, due di Ostia, qualcuna di Terracina, nessuna di Latina, qualcuna di Frosinone e provincia.
Il livello di cultura antimafia del Lazio è basso, bassissimo.
Frutto anche di una subcultura della classe politica di scarso spessore che non parla mai di
mafia ed antimafia e, quando lo fa, lo fa solo per slogan.
Dove sono tutte quelle persone che si vantano tanto di partecipare a quei “campi antimafia” organizzati con i finanziamenti di istituzioni e soggetti politici.
Tutti a parlare di Falcone e Borsellino, ma, quando chiedi ad essi di sporcarsi le mani e di partecipare alle vere battaglie contro le mafie, soprattutto quelle politiche ed istituzionali, tutti, o quasi, se la danno a gambe.
Che vergogna!
E, poi, si offendono quando dici che il Lazio è la quinta regione del Paese, dopo la Sicilia, la Calabria, la Campania e la Puglia, sotto il tallone delle mafie!!!
L’ANTIMAFIA DEVE AGGIORNARSI…
I DUE “MODELLI” A CONFRONTO:
QUELLO DELLE CHIACCHIERE E L’ALTRO DEL FARE, IL RACCONTO E LE COMMEMORAZIONI CONTRO L’INDAGINE E LA DENUNCIA, NOMI E COGNOMI.
OGNUNO E’ MORALMENTE OBBLIGATO A SCEGLERE
L’antimafia non deve essere statica, ferma, arretrata, ancorata a schemi vecchi, quando, al contrario, la mafia è mobile, tattica, pronta a cambiare strategie e tattiche ogni volta che i tempi lo impongano.
Prima, quando c’era un certo livello di benessere economico e la mafia era costituita in gran parte da gente ignorante, incolta, si diceva che essa aveva più paura della cultura, della scuola, che non delle manette e delle leggi repressive.
Oggi i tempi sono cambiati, non c’è più benessere, non c’è lavoro, c’è miseria e la mafia è costituita in maggioranza da gente colta, da professionisti che hanno studiato e si sono formati nelle migliori università del mondo.
Gente corrotta e pronta a vendersi l’anima e la famiglia pur di accumulare quattrini, fare business.
L’antimafia deve prendere atto della realtà ed ammodernarsi anch’essa per combattere quanto meno ad armi pari.
Altrimenti è tutta aria fritta, fuffa!!! Elvio Di Cesare 1 min · Ci sono due “modelli” di “antimafia” a confronto: la prima NARRATIVA E COMMEMORATIVA, QUELLA DEL “GIORNO DOPO”, LA SECONDA OPERATIVA, QUELLA DEL “GIORNO PRIMA”. LA VERA ANTIMAFIA E’ QUELLA CHE PRECEDE LA MAFIA NON FACENDOLA INSEDIARE PERCHE’ QUANDO ESSA E’ GIA INSEDIATA E’ DIFFICILE FARLA SLOGGIARE. CON IL SUO POTERE CORRUTTIVO ESSA NON SI FA PIU’ CACCIARE. ECCO PERCHE’ LA VERA ANTIMAFIA NON E’ ALLINEATA CON NESSUNO, NON VUOLE ACCORDI E COMPROMESSI CON LE ISTITUZIONI ED I
PARTITI. E’ LIBERA DA TUTTO E DA TUTTI. E COMBATTE NON CON IL RACCONTO E LE COMMEMORAZIONI MA CON L’INDAGINE E LA DENUNCIA. NOMI E COGNOMI. COME FA L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO Toni – Antonino Giorgi Certa antimafia, quando è ideologica, è molto pericolosa. Altro grande regalo alla mafia.

Le persone oneste e serie vogliono capire o no che il “problema mafie” è il PRIMO problema del Paese? Non bastano i “condivido” su Facebook o i “viva Falcone e Borsellino” se non segue un impegno diretto fatto di partecipazione alla lotta, di DENUNCIA, DI SEGNALAZIONI, NOMI E COGNOMI

LA GENTE VUOLE CAPIRE O NO CHE IL ” PROBLEMA MAFIE ” E’ IL PRIMO PROBLEMA DEL PAESE E CHE PER BATTERE LE MAFIE NON BASTANO I “CONDIVIDO” ED I “VIVA FALCONE E BORSELLINO “?
SE LA GENTE NON RIESCE A CAPIRE CHE DOVE C’E’ MAFIA NON C’E’ SVILUPPO, MA SOLO ARRETRATEZZA, VIOLENZA, CORRUZIONEE MISERIA PERCHE’ NON CI SARA’ MAI UN INUSTRALE SERIO CHE ANDRA’ AD INVESTIRE SU QUEL TERRITORIO, VUOL DIRE CHE IL DESTINO DEL PAESE E ‘ SEGNATO E CHE PER L’ITALIA NON C’E’ FUTURO.
E’ LA SUA FINE COME PAESE SVILUPPATO, CIVILE E DEMOCRATICO.
SE LA GENTE, ANCHE QUELLA CHE DICE DI VOLER COMBATTERE LE MAFIE, NON PARTECIPA, SI ASSENTA DALLE INIZIATIVE FORTI CONTRO LE MAFIE, STA ALLA FINESTRA, NON AIUTA CONCRETAMENTE LE ASSOCIAZIONI
ANTIMAFIA SERIE INFORMANDO E DENUNCIANDO FATTI E SITUAZIONI SPECIFICI, CON TANTO DI NOMI E COGNOMI DI MAFIOSI E SOSPETTI MAFIOSI E SI LIMITA A “CONDIVIDERE” SU FACEBOOK E SUI SITI WEB O A GRIDARE “VIVA FALCONE E BORSELLINO” E BASTA, PER L’ITALIA E’ LA FINE.
GLI IDIOTI ED I CORROTTI DICONO:
” CHE COSA CI STANNO A FARE LA MAGISTRATURA E LE FORZE DELL’ORDINE?. NON SPETTA AI CITTADINI FARE LE INDAGINI”.
NIENTE DI PIU’ FALSO E PROPRIO BORSELLINO DICEVA CHE NON C’E’ NIENTE DI PIU’ SBAGLIATO CHE IL PENSARE CHE TUTTO IL PESO DELLA LOTTA ALLE MAFIE DOVESSE GRAVARE SULLE SOLE SPALLE DI POLIZIOTTI E MAGISTRATI.
IGNORANDO, PERALTRO, – O FACENDO FINTA DI IGNORARE- CHE MAGISTRATURA E FORZE DELL’ORDINE STANNO ANCHE ESSE SOTTO ATTACCO E DA SOLE NON CE LA FANNO PIU’ A
CONTENERE L’AVANZATA DELLE MAFIE IN QUESTO PAESE DOMINATO DA UNA CLASSE POLITICA IN PARTE CORROTTA E MAFIOSA.
PERTANTO O LE PERSONE ONESTE SI SVEGLIANO E COMINCIANO CONCRETAMENTE A DARE IL LORO CONTRIBUTO, SENZA PIU ‘ BLA BLA ED AIUTANDOCI SERIAMENTE, O ABBIANO ALMENO IL PUDORE DI NON PARLARE PIU’ DI… “LOTTA ALLE MAFIE”… PERCHE’, CONTINUANDO A COMPORTARSI COME SI SONO COMPORTATE FINORA E SI COMPORTANO, SONO ANCHE ESSE RESPONSABILI DELLA VITTORIA DELLE MAFIE E DELLA FINE DELL’ITALIA DEMOCRATICA.
VOGLIONO CAPIRLO O NO CHE OGGI IL
“PROBLEMA MAFIE ” E’ IL PRIMO – E RIPETIAMO, IL PRIMO – PROBLEMA DEL PAESE???
L’ANTIMAFIA DEVE AGGIORNARSI…
I DUE “MODELLI” A CONFRONTO:
QUELLO DELLE CHIACCHIERE E L’ALTRO DEL FARE, IL RACCONTO E LE COMMEMORAZIONI CONTRO L’INDAGINE E LA DENUNCIA, NOMI E COGNOMI.
OGNUNO E’ MORALMENTE OBBLIGATO A SCEGLERE
L’antimafia non deve essere statica, ferma, arretrata, ancorata a schemi vecchi, quando, al contrario, la mafia è mobile, tattica, pronta a cambiare strategie e tattiche ogni volta che i tempi lo impongano.
Prima, quando c’era un certo livello di benessere economico e la mafia era costituita in gran parte da gente ignorante, incolta, si diceva che essa aveva più paura della cultura, della scuola, che non delle manette e delle leggi repressive.
Oggi i tempi sono cambiati, non c’è più benessere, non c’è lavoro, c’è miseria e la mafia è costituita in maggioranza da gente colta, da professionisti che hanno studiato e si sono formati nelle migliori università del mondo.
Gente corrotta e pronta a vendersi l’anima e la famiglia pur di accumulare quattrini, fare business.
L’antimafia deve prendere atto della realtà ed ammodernarsi anch’essa per combattere quanto meno ad armi pari.
Altrimenti è tutta aria fritta, fuffa!!! Elvio Di Cesare 1 min · Ci sono due “modelli” di “antimafia” a confronto: la prima NARRATIVA E COMMEMORATIVA, QUELLA DEL “GIORNO DOPO”, LA SECONDA OPERATIVA, QUELLA DEL “GIORNO PRIMA”. LA VERA ANTIMAFIA E’ QUELLA CHE PRECEDE LA MAFIA NON FACENDOLA INSEDIARE PERCHE’ QUANDO ESSA E’ GIA INSEDIATA E’ DIFFICILE FARLA SLOGGIARE. CON IL SUO POTERE CORRUTTIVO ESSA NON SI FA PIU’ CACCIARE. ECCO PERCHE’ LA VERA ANTIMAFIA NON E’ ALLINEATA CON NESSUNO, NON VUOLE ACCORDI E COMPROMESSI CON LE ISTITUZIONI ED I PARTITI. E’ LIBERA DA TUTTO E DA TUTTI. E COMBATTE NON CON IL RACCONTO E LE COMMEMORAZIONI MA CON L’INDAGINE E LA DENUNCIA. NOMI E COGNOMI. COME FA L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO Toni – Antonino Giorgi Certa antimafia, quando è ideologica, è molto pericolosa. Altro grande regalo alla mafia.

I due “modelli” dell’antimafia. Ognuno è obbligato a scegliere

Due “modelli” di “antimafia “ a confronto.

L’ANTIMAFIA DEVE AGGIORNARSI…
I DUE “MODELLI” A CONFRONTO: QUELLO DELLE CHIACCHIERE E L’ALTRO DEL FARE, IL RACCONTO E LE COMMEMORAZIONI CONTRO L’INDAGINE E LA DENUNCIA, NOMI E COGNOMI.
OGNUNO E’ MORALMENTE OBBLIGATO A SCEGLIERE

L’antimafia non deve essere statica, ferma, arretrata, ancorata a schemi vecchi, quando, al contrario, la mafia è mobile, tattica, pronta a cambiare strategie e tattiche ogni volta che i tempi lo impongano.
Prima, quando c’era un certo livello di benessere economico e la mafia era costituita in gran parte da gente ignorante, incolta, si diceva che essa
aveva più paura della cultura, della scuola, che non delle manette e delle leggi repressive.
Oggi i tempi sono cambiati, non c’è più benessere, non c’è lavoro, c’è miseria e la mafia è costituita in maggioranza da gente colta, da professionisti che hanno studiato e si sono formati nelle migliori università del mondo.
Gente corrotta e pronta a vendersi l’anima e la famiglia pur di accumulare quattrini, fare business.
L’antimafia deve prendere atto della realtà ed ammodernarsi anch’essa per combattere quanto meno ad armi pari.
Altrimenti è tutta aria fritta, fuffa!!!. Ci sono due “modelli” di “antimafia” a confronto: la prima NARRATIVA E COMMEMORATIVA, QUELLA DEL “GIORNO DOPO”, LA SECONDA OPERATIVA, QUELLA DEL “GIORNO PRIMA”. LA VERA ANTIMAFIA E’ QUELLA CHE PRECEDE LA MAFIA NON FACENDOLA INSEDIARE PERCHE’ QUANDO ESSA E’ GIA INSEDIATA E’ DIFFICILE FARLA SLOGGIARE. CON IL SUO POTERE CORRUTTIVO ESSA NON SI FA PIU’ CACCIARE. ECCO PERCHE’ LA VERA ANTIMAFIA NON E’ ALLINEATA CON NESSUNO, NON VUOLE ACCORDI E COMPROMESSI CON LE ISTITUZIONI ED I PARTITI. E’ LIBERA DA TUTTO E DA TUTTI. E COMBATTE NON CON IL RACCONTO E LE COMMEMORAZIONI MA CON L’INDAGINE E LA DENUNCIA. NOMI E COGNOMI. COME FA L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO. Certa antimafia, quando è ideologica, è molto pericolosa. Altro grande regalo alla mafia.

Ccos’é l’associazione Caponnetto e cosa vuole?

COS’E’ L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO? COSA VUOLE?…

Ogni convegno promosso dall’Associazione Caponnetto, come si può notare, non è mai fine a se stesso e si riconnette sempre all’azione che essa va svolgendo sul territorio dove esso viene promosso, fino a diventare con essa un unicum.
Esso non è mai un incontro commemorativo, rievocativo, basato su ricordi, ma, al contrario, esso è finalizzato a dare forza al “modello” di azione che l’Associazione Caponnetto va sviluppando contro le mafie sul territorio.
In quest’anno ne abbiamo fatto uno a Napoli, qualche mese fa, con il Procuratore Nazionale antimafia Franco Roberti ed altri Procuratori delle DDA di Napoli, Potenza e con il capo della DIA di Napoli Linares ed il 19 settembre, fra due giorni, ne faremo un altro a Fondi con altri
Procuratori di Roma, di Napoli, di Latina e con il capo della DIA di Roma, Chicoli, oltre ad altri magistrati, bravi giornalisti d’inchiesta ed esponenti della Commissione Parlamentare Antimafia e di quella europea.
Napoli e Fondi, due punti “caldi” di traffici e di intrighi colossali nella vita economica, sociale, politica del Paese.
I temi prescelti, i relatori disegnati, la località dove gli incontri si svolgono, tutto è pensato in funzione dell’unico obiettivo che la Caponnetto si propone: l’individuazione dei mafiosi, soprattutto di quelli in giacca e cravatta, della “mafia alta “, quella che comanda – le cosiddette “menti raffinate” – e l’indicazione al Paese delle tecniche migliori da applicare per stanarli.
A questo obiettivo se ne accompagna un altro che ha più una funzione di natura pedagogica: l’indicare a tutti, a cominciare da noi stessi, dai nostri militanti, per finire a tutti gli altri impegnati in altri sodalizi, come si combattono le mafie e quali sono le mafie, quelle vere, non quelle che ci vengono rappresentate dalla maggioranza dei media.
Senza alcuna presunzione e con profondo spirito di modestia e di servizio alla collettività.
E, qui, oltre al tema del convegno, “usiamo” (ci passino il termine gli interessati) come… “strumenti di lavoro”, a mò di libro di testo, i relatori, i quali, essendo degli esperti e delle persone impegnate al fronte e non i soliti parolai che vanno in giro a raccontare parole al vento, hanno molto da insegnarci.
Infatti, noi privilegiamo sempre magistrati inquirenti, per lo più delle DDA, esponenti delle forze dell’ordine esperti nella lotta alle mafie, giornalisti d’inchiesta.
Questo è il biglietto da visita dell’Associazione Caponnetto; questa è la sua “tipicità“.
Qualcuno, in malafede, potrebbe incolparci di volerci a tutti i costi “distinguere”, con la nostra operatività, da tanti altri.
Non è questo lo spirito che ci anima.
Lo facciamo, invece, con l’unico intento di renderci effettivamente, seriamente utili al Paese.
Un Paese sull’orlo del baratro e sempre più sotto il tallone di gruppi criminali che ormai spadroneggiano in ogni suo angolo, in ogni ambiente privato e pubblico e che ha, quindi bisogno vitale di gente che parla poco ed agisce molto.
Gente disinteressata, ricca di senso dello Stato – lo Stato-Stato, non lo stato-mafia -, disponibile a combattere per esso, senza nulla volere sul piano personale e senza nulla chiedere.
Pronta eventualmente anche “a dare” e mai a “chiedere”.
Quando noi diciamo che la lotta alle mafie si fa con le “visure camerali”, con la ricerca continua di notizie sugli intrecci perversi che legano criminali e politici, criminali ed esponenti delle istituzioni!!!
Tutto il resto non serve perché il potere delle mafie “non è dentro la mafia”, ma “fuori” di essa, non nell’organizzazione, ma fuori di essa.
Il potere delle mafie è dentro i luoghi del POTERE e tutta l’azione delle mafie è finalizzata ad acquisire sempre più il POTERE per piegarlo ai propri interessi, agli interessi di oligarchie criminali alle quali non interessa affatto il bene comune ma quello personale, del gruppo, del clan.
E’ questo che DEBBONO capire i cittadini perbene, le persone oneste!
Ecco tutto il senso della lotta dell’Associazione Caponnetto e dei suoi insistenti appelli a cambiare il “modello” della lotta alle mafie.
Appelli, quelli suoi, ovviamente rivolti a chi è in buonafede e a chi crede veramente nella Giustizia, nella Democrazia e nello Stato di diritto.
Appelli – lo sappiamo – destinati, invece, a cadere nel vuoto da parte di chi alla strada della Giustizia e del bene comune ha preferito e preferisce quella del ladrocinio, della corruzione e del crimine.
La strada delle mafie.
Quella che noi non imboccheremo mai, costi quello che costi!
Ecco cos’è l’Associazione Caponnetto.
Lo Stato-Stato, quello per il quale hanno combattuto e sono morti molti dei nostri genitori, sta soccombendo rispetto allo stato-mafia rappresentato da una massa enorme di politici, imprenditori, funzionari e cittadini corrotti e mafiosi e non c’è più tempo per le chiacchiere.
Bisogna aiutare, non con le chiacchiere ma con i fatti, le parti più esposte della Magistratura e delle forze dell’ordine, con le segnalazioni, le denunce, nomi e cognomi, dei corrotti e dei mafiosi.
Questo vuole la Caponnetto e su questo fronte – e solo su questo fronte – essa è impegnata da 15 anni.
Tutto il resto non le interessa.

Continuiamo a parlare dei Prefetti: quello che dovrebbero fare e pochi fanno… In primis… disapplicano la normativa antimafia. Domandate ad ognuno di essi quante interdittive antimafia emette in un anno… (continua)

Nel corso di un intervista rilasciata nel 2012, L’ex presidente della Commissione antimafia Europea, Sonia Alfano, evidenziava come l’Italia, avesse << la migliore legislazione antimafia.. (. )… Questo perché l’Italia, è il Paese che ha pagato di più in termini di vite umane. , la lotta alla mafia>>. L’associazione antimafia ritiene di poter condividere questa considerazione, soprattutto con riferimento alle norme approvate dal Parlamento all’indomani dei gravi eventi delittuosi che hanno visto morire per mano della mafia, grandi servitori dello Stato. Le norme antimafia più efficace si ritiene siano quelle approvate dopo gli omicidi di Pio La Torre, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e del Giudice Falcone. Infatti con la legge 13 settembre 1982, n.646, venne introdotto il reato di associazione (art.416 bis c. p. ), furono introdotte nuove più severe disposizioni in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale, fu istituita la commissione antimafia, furono previste sanzioni penali per la violazione delle norme sui subappalti. Nello stesso anno venne approvata anche la legge 12 ottobre 1982, n.726 di conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 6 settembre 1982, n.629, recante misure urgenti per il coordinamento della lotta contro la delinquenza. Quest’’ultima è una norma di straordinaria importanza perché conferisce ad un autorità amministrativa, all’epoca individuata nella persona dell’alto commissario antimafia ” poteri di accesso e di accertamento presso le pubbliche amministrazioni, enti pubblici anche economici, banche, istituti di credito pubblici e privati nelle procedure di appalti pubblici. Viene prevista la certificazione antimafia per le imprese appaltatrice di commesse pubbliche. Per la prima volta il legislatore rivolge in modo concreto l’attenzione anche ai fenomeni criminali delle infiltrazioni mafiose nelle pubbliche amministrazioni, negli enti pubblici anche economici e negli appalti pubblici,. Nel 1992 dopo l’omicidio del Giudice Falcone e della sua Scorta il legislatore approvava la L.7.8.1992, n.356, con la quale i prefetti si videro assegnare nuovi strumenti operativi-investigativi che, sono risultati, combinandoli con i poteri di cui al citato art.15 bis della L.55/1990, poi trasfuso nell’art.143 del d. lgs.267/2000, di una efficacia senza precedenti, avendo l’esercizio di detti poteri consentito di estirpare forme di cancrene malavitose insediatesi in organi di governo di numerose amministrazioni locali nonché di adottare provvedimenti antimafia interdittivi nei confronti di numerosissime imprese operanti nei settori c. d. “ sensibili” come quelli del rifiuti urbani, della vigilanza privata e del movimento terra. In particolare al prefetto sono state conferiti i poteri già attribuiti in forza della L.726/82 all’alto Commissario antimafia, esercitabili previo delega del Ministro dell’Interno. Di particolare rilevanza è risultato il potere di accesso e di accertamento presso amministrazioni ed enti pubblici anche economici, con la possibilità di avvalersi della collaborazione degli Organi di polizia e di funzionari dello Stato da impiegare nell’attività ispettiva.
Detto potere ha consentito ai prefetti della Repubblica titolari di sedi provinciali di poter finalmente espugnare quelle roccaforti di poteri occulti, frutto di commistioni affaristiche criminali che si insediavano segnatamente negli Enti locali e più in particolare nei comuni.
Inoltre con il d. lgs 490/94 sono stati conferiti ai prefetti incisivi poteri di prevenzione antimafia anche in relazione alle imprese affidatarie di pubblici appalti, attraverso la c. d. “ informativa antimafia” che si base su elementi indiziarie e sintomatici di permeabilità mafiosa e pertanto, spiccatamente, di carattere preventivo..
In virtù delle predette competenze, il prefetto viene a trovarsi in una strategica ed efficacia condizione che lo vede investito di una forte potenzialità in materia di prevenzione e di contrasto antimafia con strumenti di carattere amministrativo e quindi di natura diversa rispetto a quelli che la legge conferisce all’Autorità giudiziaria.
Tali poteri hanno costituito, un validissimo strumento conoscitivo e di valutazione dei fenomeni delinquenziali di matrice mafiosa e segnatamente quelli afferenti le varie forme di condizionamento dell’azione amministrativa degli enti locali che risulta essere un fenomeno che sul territorio di diverse regioni d’Italia, assume un carattere allarmante e preoccupante con caratteristiche connotate da risvolti eversivi rispetto ai principi democratica tutelati dalla nostra Costituzione. L’insidia di questi fenomeni è data fondamentalmente dal supporto che gli stessi ricevono da professionalità deviate spesso inserite nei gangli dello Stato e della Pubblica amministrazione pubblica e per tale motivo di difficile individuazione contrasto. La legislazione speciale antimafia in questione ha inteso, prioritariamente, salvaguardare gli interessi pubblici dalle mire della criminalità organizzata, ancora prima che si vengano a determinare le condizioni oggettive e concrete dell’aggressione a beni giuridicamente protetti.
Il procedimento di accertamento scaturente dai poteri previsti e demandati dalla legge ai Prefetti, risponde alla funzione di prevenzione cautelare globale che prescinde, nella sua applicazione, da istituti e concetti dell’ordinamento penale, da cui se ne discosta dichiaratamente.
Come ripetutamente affermato dal Consiglio di Stato con un indirizzo giurisprudenziale oramai consolidatosi che ha evidenziato come ai fini dello scioglimento dei consigli comunali per infiltrazione mafiosa “ devono ritenersi idonee anche quelle situazioni che non rivelino né lascino presumere l’intenzione degli amministratori di assecondare gli interessi della criminalità organizzata, giacché, in tal caso, sussisterebbero i presupposti per l’avvio dell’azione penale o, almeno, per l’applicazione delle misure di prevenzione a carico degli amministratori, mentre la scelta del legislatore, giova ripeterlo, è stata quella di non subordinare lo scioglimento del consiglio comunale né a tali circostanze né al compimento di specifiche illegittimità.
Per queste ragioni, il decreto di scioglimento dei consigli comunali, pur non potendosi qualificare atto politico, non costituisce neppure misura a carattere sanzionatorio (cfr. Cons. Stato, sez. V, 3 febbraio 2000, n.585, e Cons. Stato, sez. IV, 21/11/1994, n.925), bensì è da qualificare come una <<misura di carattere straordinario>> per fronteggiare <<una emergenza straordinaria>> (cfr. in tal senso, Corte cost.19 marzo 1993, n.103, nell’escludere profili di incostituzionalità dell’antecendente omologo art.15 bis, L. n.55/90 cit) – (cfr. sentenza C di S, sez. IV^, n.1004/2007)
Quindi è una legislazione che prescinde da ogni accertamento circa il grado di responsabilità individuale. Il prefetto deve assumere notizie che rilevano come l’amministrazione comunale possa subire l’iniziativa o pressioni da parte della criminalità, restando condizionata nel proprio operato, ciò a riprova del carattere essenzialmente preventivo, più che sanzionatorio della norma.
Analoga previsione è contenuta nella legislazione relativa al rilascio di certificazioni antimafia (ovvero delle informative antimafia) nei confronti delle imprese aggiudicatarie di appalti pubblici
Quindi l’intervento del prefetto è richiesto in una fase anticipata rispetto al verificarsi del’evento criminoso.
Insomma il prefetto deve intervenire prima che si consumi il reato, ponendo in essere le azioni necessarie ad impedire il verificarsi dei danni sociali ed economici che il reato, una volta consumato, può produrre nei confronti della collettività amministrata. Cioè, secondo il quadro normativo richiamato, non deve attendere il magistrato penale che intervenga per punire colui o coloro che hanno commesso il reato.
Purtroppo negli ultimi anni si sta assistendo ad una palese regressione dell’azione di organi dello stato sul fronte della prevenzione amministrativa antimafia nei confronti di civici consessi inquinati dalla criminalità organizzata o di imprese appaltatrice di commesse pubbliche.
Si sta assistendo ad un inversione di competenze, non supportata dalla norma, tra il potere giudiziario e quelle amministrativo. Dai casi esaminati sembra evidente come i prefetti aspettino l’intervento della magistratura penale (e cioè la consumazione dei reati) prima di intervenire e non viceversa.
Infatti sono decine i casi rinvenuti attraverso la consultazione di siti internet che rivelano come l’intervento dei prefetti sia stato posto in essere all’indomani dell’intervento della Magistratura penale nei confronti di amministratori e funzionari comunali o di imprese aggiudicatarie di appalti pubblici.
A titolo esemplificativo si possono citare i casi dei comuni di
- Gragnano, dove Si legge nella relazione di accompagnamento al d. p. r. di scioglimento del Consiglio comunale del 30.3.2012, rinvenibile su internet: “Un’operazione di polizia giudiziaria disposta nel mese di ottobre 2010, che aveva portato all’arresto di numerosi affiliati a clan camorristici, aveva rivelato come la locale criminalità organizzata, oltre ai tradizionali interessi connessi alla realizzazione di profitti o vantaggi illeciti, si fosse adoperata per indirizzare le libere scelte degli elettori anche attraverso atti di violenza o richiesta ai candidati di corrispettivo in denaro. Il procedimento penale relativo ai fatti suddetti ha portato, nel mese di gennaio 2011, all’adozione di un decreto di rinvio a giudizio nei confronti del presidente del consiglio comunale. In tale contesto assumono significativa rilevanza i contenuti dell’ordinanza di conferma della misura cautelare di custodia in carcere dalla quale si evince che esponenti del locale clan miravano ad assumere il controllo di attività economiche e di servizi pubblici e che le stesse avevano svolto un ruolo attivo nelle predette elezioni, sostenendo il futuro presidente del consiglio anche attraverso la minaccia e l’aggressione. “ Peraltro, sindaco di quel comune, eletta nel giugno 2009, risultava essere Anna Rita Patriarca, figlia del più noto senatore Francesco patriarca, già condannato per reati previsti dalla legislazione antimafia, nonché moglie del sindaco di San Cipriano d’Aversa marito Enrico Martinelli sindaco di San Cipriano Aversa. Si legge sul quotidiano “ la Repubblica “ edizione del 13.3.2012: Associazione per delinquere di tipo camorristico: questa l’accusa alla base dell’ordinanza di arresto della Dda di Napoli, eseguita stamattina dai carabinieri di Caserta, nei confronti di nove persone, tra cui il sindaco di San Cipriano, prelevato dai militari dell’Arma nella sua abitazione. Tra i gli altri destinatari del provvedimento figurano anche due elementi di vertice del clan dei Casalesi – il boss Antonio Iovine e un lontano cugino omonimo del sindaco di San Cipriano, Enrico Martinelli (entrambi arrestati dopo lunghi periodi di latitanza), – e sette affiliati al gruppo camorristico attivo a San Cipriano d’Aversa, facente capo al boss Antonio Iovine. Tra questi ci sono anche due titolari di
imprese edili. Questa è la foto pubblica da Repubblica che ritrae i due sindaci di Grugnano e san Cipriano d’Aversa con l’ex parlamentare Nicola Cosentino
- Enrico Martinelli, a sinistra, il giorno delle sue nozze con Annarita Patriarca. Testimone Nicola Cosentino, a destra
(foto pubblica dal quotidiano “ la Repubblica – ed.13.3.2012)
- Anche per il predetto Comune di San Cipriano d’Avversa si ripete la stessa storia di Grugnano e cioè il prefetto interviene solo all’indomani dell’arresto del sindaco. Infatti il d. p. r. di scioglimento è del 10/08/2012 mentre l’arresto disposto dalla DDA di Napoli e del 12.3.2012;
- Analogamente è avvenuto presso il Comune di Quarto dove il prefetto è intervenuto all’indomani di brillanti operazione della DDA di Napoli. Infatti il 27.3.2013 è stato sciolto il consiglio comunale mentre, come si evince dal quotidiano la Repubblica del 27.3.2013 già “ il 9 luglio del 2012 i carabinieri eseguirono anche delle perquisizioni negli uffici privati del sindaco, Massimo Carandente Giarrusso e in quelli di alcuni consiglieri comunali e imprenditori. Nel quotidiano on line del 98.7.2012 si legge: i reati contestati alle quattro persone indagate sono di associazione camorristica per avere contribuito esternamente all’associazione camorristica denominata clan Polverino in quanto, pur non essendo stabilmente inseriti nella predetta compagine criminale, operavano sistematicamente con gli associati e specificamente con Perrone Roberto, esponente apicale della predetta consorteria camorristica e capo di detta compagine nella zona di Quarto, fornendo uno specifico e concreto contributo ai fini della conservazione e del rafforzamento della suddetta associazione camorristica soprattutto per consentire alla stessa consistenti infiltrazioni nel settore edile”
- Analogamente è avvenuto ai Comune di Pagani e di Battipaglia, dove anche in questo caso l’intervento del perfetto si è manifestato all’indomani dell’arresto dei rispettivi sindaci. – Lo stesso vale per il comune di Scalea Lo scioglimento arriva dopo l’arresto del sindaco e quattro assessori coinvolti in una inchiesta contro una cosca di ‘ndrangheta. Diversi casi analoghi sono riscontrabili dalla semplice consultazione di siti internet,
Invero, ciò che si vuole sottolineare è che il venir meno ovvero l’affievolirsi dell’azione di prevenzione che la legge antimafia assegna ai prefetti, sta comportando, di fatto, un aggravio delle attività da parte della magistratura penale. La magistratura penale si vede così gravata da un levata quantità di azioni di contrasto e repressione di fattispecie criminali correlate all’inquinamento della vita amministrativa dei comuni ed in generale della pubblica amministrazione. Invero, come è ovvio, un efficace azione di prevenzione da parte dei prefetti comporta non solo la possibilità per la stessa magistratura penale di rafforzare l’azione giudiziaria nei confronti di ad altri fenomeni criminale ma consente, innanzitutto, di contenere i danni che i cittadini subiscono da un azione amministrativa posta in essere in un comune inquinato e condizionato dalla criminalità organizzata.
Per comprendere la gravità e i danni subiti dai cittadini basta richiamare a titolo esemplificativo, la lievitazione che possono subire le tariffe e le tasse applicate in comuni sottoposti ad ingerenze criminali nel settore degli appalti dei servizi. Infatti, la vigente legislazione prevede che le tasse chieste dai comuni ai cittadini per il prelievo e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, ovvero per i c. d. servizi a domanda individuale (refezione, scolastica, parcheggi, trasporto scolastico, ecc) devono essere coperti in tutto o in parte con le tasse, imposte e tariffe chieste ai cittadini. Pertanto nei comuni e in queste realtà amministrative ove dilaga indisturbata la commissione di interessi affaristici – criminali e politici deviati, sono proprio gli appalti a tariffa che maggiormente risentono della lievitazione dei costi. Infatti, in presenza di forme illecite di pressioni o di complicità che vedono coinvolti amministratori e/o funzionari comunali con la criminalità organizzata, è possibile condizionare l’elaborazione dei quadri economici degli appalti con l’inclusione di prezzi sovrastimati che fanno lievitare surrettiziamente il costo dell’appalto steso che poi grava sui cittadini attraverso il pagamento delle tasse e delle tariffe. Lievitazione che è correlata alla necessità di cerare fondi e risorse economiche da distribuire a favore della criminalità e di amministratori e/o funzionari collusi e corrotti. Un elemento sintomatico dell’ingerenza criminale nella vita amministrativa dei comuni è dato proprio dall’elevato costo della tassa dei rifiuti e della tariffa per la refezione scolastica, ecc. Un efficacia azione di prevenzione del Prefetto in queste realtà può sicuramente impedire il consumarsi di questi gravi effetti a danno dei cittadina. L’intervento della Magistratura penale può in queste stesse realtà portare all’arresto o all’incriminazione del pubblico ufficiale infedele ma non certamente incidere sulle tariffe e sulle tasse. Appare evidente come la disapplicazione di una normativa di prevenzione antimafia nata all’indomani dell’’uccisione di grandi servitori dello Stato, possa generare il diffondersi di fenomeni di prevaricazione sull’’ordinamento democratico e il dilagare delle aggregazioni affaristiche criminali. L’associazione Antimafia Antonino Caponnetto, si chiede quali possono essere state le cause che hanno determinato questo stato di fatto? Può aver contribuito il meccanismo di nomina dei prefetti; nomina che, di fatto, è di natura politica, decisa dal Consiglio dei Ministri e quindi dalla forza politica che in un dato momento storico è presente in seno all’organo di governo? Possono aver potuto incidere le indicazioni dei coordinatori segretari regionali e provinciali dei partiti di riferimento delle forze politiche presenti in seno al consiglio dei ministro? Si rammenta che durante il governo Berlusconi, la carica di coordinatore regionale di Forza Italia per un lungo periodo è stato assunta dall’ex parlamentare Nicola Cosentino mentre quella di coordinatore provinciale da Luigi Cesaro, entrambi coinvolti in grave vicende giudiziarie poste al vaglio della DDA di Napoli
Non dimentichiamo che ai prefetti sono assegnati anche importanti poteri per il mantenimento fisiologico dei livelli di democrazia e di sicurezza dei cittadini. Ai prefetti oltre al potere di valutazione sulle ingerenze criminali nei consigli comunali e nelle imprese appaltatrici di commesse pubbliche, è assegnato il delicato compito di garantire la sicurezza dei cittadini, il conferimento di provvidenze economiche per le vittime dell’usura e delle estorsioni, l’assegnazione delle scorte (anche ai magistrati che potrebbero trovarsi impegnati in delicate indagini sui politici preposti alla nomina degli stessi Prefetti). Ed e’ per questo motivo che appare ancora più impellente la necessità di un intervento del legislatore che individui nuovi modelli e meccanismi di nomina dei prefetti o in alternativa trasferisca i poteri più rilevanti di tutela e difesa dei valori democratici sanciti dalla nostra Costituzione (dalla vigente legislazione attribuiti ai prefetti), a poteri dello Stato cui sia garantita autonomia e indipendenza dal potere politico. Proprio in relazione al concreto pericolo dell’invasivo condizionamento della politica deviata sui prefetti, all’associazione Caponetto, piace ricordare un passo di un discorso tenuto dal primo presidente della Repubblica italiana Luigi Einaudi nel corso di una seduta della costituente, che così recitava «Via i prefetti, via con tutti gli uffici, le loro dipendenze e ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata, nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde».

Il ruolo dei Prefetti ed i doveri di un’associazione antimafia seria

L’ANTIMAFIA DEL “GIORNO PRIMA O QUELLA DEL “GIORNO DOPO “?
I PREFETTI – CHE PER LEGGE HANNO L’OBBLIGO DI ESERCITARE FUNZIONI DI PREVENZIONE NELL’AZIONE DI CONTRASTO ALLE MAFIE – AGISCONO QUASI SEMPRE DOPO CHE E’ INTERVENUTA LA MAGISTRATURA, QUINDI IN FUNZIONE REPRESSIVA, VENENDO MENO AI LORO DOVERI. UN GROSSO PROBLEMA, QUESTO, CHE UN’ASSOCIAZIONE ANTIMAFIA SERIA DEVE AFFRONTARE!
Un’antica abitudine che la dice lunga sulla reale volontà di combattere le mafie in Italia.
Si interviene sempre quando i buoi sono scappati dalle stalle ed il male è già stato fatto.
Il ruolo dei Prefetti.
Uno dei ” mali” del sistema.
Se ne salvano pochi che fanno il loro dovere e quei pochi che lo fanno vengono subito marginalizzati.
Ne abbiamo scritto e continueremo a scriverne ed a parlarne in tutte le sedi perché è proprio nelle Prefetture, presidi del governo centrale sui territori, che vanno individuate alcune cose che non vanno.
Il Prefetto è il rappresentante del Governo in una provincia ed è, quindi, il responsabile massimo della sicurezza e dell’ordine pubblico.
In tale veste egli presiede il Comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico, composto, fra gli altri, dai comandanti provinciali delle forze dell’ordine, un organismo preposto all’elaborazione delle strategie e delle tattiche per combattere la criminalità, comune e mafiosa, ed assicurare la sicurezza dei cittadini.
Possiamo dire, quindi, senza tema di essere smentiti, che, prima che il Questore ed i Comandanti provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, il primo responsabile è il Prefetto.
Una figura dello Stato che deve essere in grado di intuire le cose, di tracciarne e guidarne possibilmente i percorsi, di indicarne le correzioni eventuali da apportare e di trovare ed applicare i rimedi.
E veniamo, a questo punto, alle INTERDITTIVE ANTIMAFIA.
L’”interdittiva” va emessa NON dopo che sia intervenuta una sentenza della Magistratura, ma PRIMA.
E sulla base di informazioni raccolte dalle forze dell’ordine.
Se queste scrivono che quel soggetto o quell’impresa non sono affidabili ed hanno frequentazioni o collegamenti con elementi riconducibili alla criminalità, il Prefetto emette l’interdittiva che li esclude dal diritto a partecipare alle gare.
Domandate ai Prefetti se lo fanno e quante volte in un anno eventualmente lo fanno!
Ne riparleremo.

Due righe di dolore: il pianto di un Testimone di Giustizia

“È il quinto anno che sono assente, assente da un mio dovere di padre: l’ essere presente il primo giorno di scuola di mia figlia. Ma io non ci sono.”

Dove era tutto il popolo del rione Traiano? E quello della Napoli “perbene”

http://it.m.wikipedia.org/wiki/Vittime_della_camorra

Dov’è erano i cortei di un popolo inferocito contro la camorra?
Dove sei uomo perbene con il tuo cartello” camorra fai schifo”?
Dov’ è quella rabbia contro chi ha ucciso uomini, donne e bambini innocenti?
VERGOGNA POPOLO!!!

Lo Stato in ginocchio davanti alla camorra. A questo ci hanno portato i nostri governanti. Vergognatevi!!! Un Comandante provinciale dei Carabinieri si leva il cappello davanti ad una folla turbolenta

Mentre quella parte di Stato, assente per decenni, placa le masse inferocite del rione Traiano, a pochi km la camorra continua a sparare.
Il tutto fa emergere un dato inquietante: lo Stato è in affanno, debole e disorganizzato.
Immaginare uno scenario più catastrofico non è certo una fantasia, ormai il tutto è degererato in un sistema del “si salvi chi può″

A Gaeta nessuno vede, sente, parla…

E POI SI LAMENTANO…
Che Gaeta sia invasa dalla camorra è cosa nota e stranota.
C’è il Porto e, intorno ai porti, nascono sempre attività economiche di ogni specie.
Ne ha parlato il collaboratore di Giustizia Carmine Schiavone definendola “provincia di Casale”.
Ci indagò Ilaria Alpi.
Se ne occupò anni fa anche la Squadra Mobile di Palermo per la presenza di una ditta che sarebbe stata riconducibile alla famiglia Riina.
Ne parlò sempre anni fa perfino un sindaco che la defini’ – ma subito dopo tacque – “lavatrice di denaro sporco”.
E’ invasa da ditte per lo più provenienti dall’area oltregarigliano sulle quali sarebbe opportuna una rigorosa azione di osservazione e di monitoraggio al fine di individuarne di eventualmente “sporche”.
Non c’è un settore economico che non sia ormai nelle mani di gente proveniente da zone storicamente dominate dalle mafie.
Eppure non ti arriva una segnalazione, al contrario di quanto avviene a Formia e negli altri comuni del Golfo.
Le notizie “sensibili” dobbiamo andarcele a cercare con il lanternino indagando su altre aree, “da fuori”.
Quanta omertà!
E, poi, si lamentano e senti parlare di… “lotta alle mafie “…
Fuffa!

Ecco che fine fanno i soldi confiscati alle mafie. La battaglia solitaria dell’Associazione Caponnetto

Nel fondo unico giustizia confluiscono i beni confiscati alla criminalità organizzata. Un tesoro di 3,5 miliardi che potrebbe finire nelle casse dei ministeri dell’Interno e della Giustizia. Invece se ne utilizza solo il 10%: IL REPORTAGE

Il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri: “Bisogna semplificare ed evitare la burocrazia”

 

Bonificare la Terra dei Fuochi, sistemare gli uffici giudiziari disagiati, scongiurare i tagli al dipartimento della pubblica sicurezza e potenziare le forze dell’ordine. Utopia? No. Operazioni realizzabili, se solo si riuscisse ad utilizzare il Fug, fondo unico giustizia dove dal 2008 confluiscono tutti i soldi sequestrati alla criminalità organizzata e la cui gestione è affidata a Equitalia Giustizia. Di questo tema si occupa la Cover Story di Sky TG24.

Si utilizza il 10% del fondo – Il tesoro sottratto alle mafie, circa 3,5 miliardi di euro, dovrebbe finire nelle casse dei ministeri dell’Interno e della Giustizia per il potenziamento degli uffici giudiziari e delle forze dell’ordine. E invece, per una serie di vincoli imposti dal ministero dell’Economia, se ne utilizza soltanto poco più del 10 per cento. E dinanzi all’ennesimo blocco degli stipendi e alla minaccia di una mobilitazione senza precedenti da parte delle forze dell’ordine, ci si chiede per quale ragione questo fiume di denaro non venga utilizzato.

Equitalia Giustizia: la responsabilità è delle scelte della politica – Il reportage a cura di Ketty Riga documenta come magistrati e forze dell’ordine rivendichino a gran voce l’urgente necessità di smobilitare queste ingenti somme di denaro. E per la prima volta, ai microfoni di Sky TG24, parla Equitalia Giustizia, che rinvia ogni responsabilità alle scelte della politica. “Noi ci limitiamo ad applicare la legge – dice l’amministratore delegato Carlo Lassandro -. Il cattivo funzionamento del Fug dipende da scelte politiche che non sono state effettuate. Il Fug – prosegue – è una sorta di notaio dei sequestri italiani. Registra il sequestro, ne amministra la vita intera e restituisce i beni all’avente diritto nel momento del dissequestro o allo Stato nel momento in cui c’è una confisca. Una somma sequestrata entra nella piena disponibilità dello Stato solo a fine processo e solo dopo una sentenza definitiva di confisca. Prima di allora deve restare bloccata nella cassaforte di Equitalia Giustizia”.

Mantovano: “Caso clamoroso di cattiva burocrazia” – Eppure Alfredo Mantovano, in Commissione Bilancio alla Camera, nel 2012 sollecitò più volte il governo a riferire su come venissero impiegati questi soldi, constatando che non se ne poteva utilizzare nemmeno un centesimo. “L’idea che mi sono fatto – ha detto Mantovano – è che questo è un caso clamoroso di cattiva burocrazia. Tutto si traduce nella difficoltà di mettere una firma a contanti o titoli che devono essere messi a disposizione. Come può un funzionario dell’Economia non rendere disponibili in pochi giorni queste risorse?”.
Cover Story ha cercato di avere riscontri dal ministero dell’Economia, ma senza successo: in Via XX Settembre tutti tacciono. E così, nel silenzio generale, quella burocrazia che oggi tutti dicono di voler abbattere continua a rallentare processi di miglioramento.

La mafia é in mezzo a noi prima che fuori

LA MAFIA E’ IN MEZZO A NOI
Ma di quale lotta alle mafie vogliamo parlare se qua la gente, fino a quando si parla di Falcone e Borsellino e di fatti successi 20-30 anni fa la trovi tutta intorno a te, ma, quando passi all’attualità e cerchi una notizia, si volatilizza e sparisce?
Ce la prendiamo sempre con la classe politica, ma non abbiamo il coraggio di dire che questa classe politica, in larga parte di corrotti e mafiosi, è l’espressione di un popolo che è anch’esso in parte corrotto e mafioso.
“Io ho famiglia ed ho paura”, ci sentiamo sempre rispondere, anche da amici.
Come se noi non avessimo famiglia!
Il problema è là: gran parte della gente è vile, ha paura, non collabora, non ti fornisce notizie, fa finta di non vedere, di non sapere, di non capire.
Molti altri si piegano consapevolmente ai voleri dei mafiosi, per opportunismo, per affarismo, per convenienza.
Per non parlare di altri ancora che lo fanno per partecipare anche essi al banchetto sul tavolo imbandito, ma sporco di sangue della povera gente, gente che viene tenuta all’oscuro di tante cose da un’informazione drogata e manipolata in gran parte (quei pochi organi di stampa che si azzardano a scrivere o dire la verità vengono subito messi a tacere, come nel caso de “La Voce delle Voci”, sommersa da richieste di centinaia di migliaia di euro).
Federica Angeli, una brava giornalista di “Repubblica” costretta a vivere sotto scorta per aver scritto della mafia ad Ostia e sul litorale romano, in questi giorni sta facendo delle inchieste meravigliose sulla cosiddetta “antimafia sociale” e sul grande business che molte finte associazioni antimafia realizzano o tentano di realizzare.
Bene, brava, ma ci permettiamo di consigliare a Federica di approfondire anche l’aspetto dell’omertà di quella gran parte della gente che, pur lamentandosi di come vanno le cose in Italia, sta lì inerte, senza darti una mano, senza
trasmetterti una notizia, senza esporti un atto o un comportamento collusivo di soggetti delle istituzioni e della politica con le mafie.
Se nel Paese c’è la situazione di cui tutti si lamentano, di chi è la colpa???

Bravo Di Maio!!! Questi uomini e donne rischiano ogni momento la loro vita per difendere noi prendendo stipendi da fame. Il Governo si vergogni!!!

STIPENDI ALLE FORZE DELL’ORDINE: I SOLDI CI SONO

Ai nostri uomini in divisa bisogna dare risposte concrete e veloci. Il loro sciopero rappresenta un grido di dolore del Paese che va ascoltato, non sono dipendenti pubblici qualsiasi. Lavorano tutti i giorni per la nostra sicurezza. Li abbiamo ripagati in cinque anni con tagli per cinque miliardi, di cui tre provengono dal mancato adeguamento degli stipendi. Mentre le forze dell’ordine perdevano circa 400 euro al mese di stipendio negli ultimi 5 anni, il Governo Letta e il Governo Renzi emanavano 4 Decreti svuota-carceri di cui solo l’ultimo rischia di far uscire di prigione circa 4000 detenuti: le forze dell’ordine li arrestano e il Governo li scarcera. Il Governo asserisce che gli 80 euro sono stati un calmiere per le perdite contrattuali, peccato che il 90% delle forze dell’ordine non ha mai percepito gli 80 euro, visto che un appuntato dei carabinieri (il grado più basso) percepisce 1400 euro al mese – ovvero basta che abbia un figlio e moglie a carico e perde i benefici del bonus Irpef, che si conferma una misura senza alcuna equità fiscale. Aggiungiamoci anche che diverse migliaia di poliziotti risultano positivi al test di Mantoux sulla tubercolosi, un regalino del Ministero dell’Interno che li mandava a soccorrere gli immigrati senza dotazioni di sicurezza. Ora ditemi voi se queste persone non devono essere arrabbiate. Altro che toni inaccettabili, sono toni inevitabili. È assurdo che a chi fa rispettare la Legge in questo Paese ogni giorno, non vengano garantiti i diritti fondamentali. Per gli stipendi del comparto sicurezza i soldi ci sono: secondo uno studio dell’Università di Pisa il gioco d’azzardo in Italia fattura 88 miliardi di euro all’anno (2012) e lo Stato incassa 8, 8 miliardi, circa il 10% (la tassazione più bassa d’Europa). Ciò vuol dire che per trovare i 3 miliardi a garantire l’adeguamento degli stipendi ai poliziotti basta aumentare del 4% il gettito che l’erario incassa sul gioco d’azzardo. Renzi usa i toni come scusa – come fa con il Movimento 5 Stelle – per non prendersi le proprie responsabilità. Preferisce incontrare il noto pregiudicato in segreto, piuttosto che gli uomini in divisa. L’adeguamento degli stipendi è la minima riconoscenza che lo Stato deve a queste persone che ogni giorno garantiscono la nostra sicurezza. Quando giovedì ho incontrato alcuni rappresentati delle Forze dell’Ordine in Piazza Montecitorio, ho assicurato loro che se non lo farà Renzi, lo faremo noi. Il Movimento 5 Stelle è pronto a presentare un emendamento nei prossimi giorni al “decreto stadi” per sbloccare gli stipendi del personale delle Forze dell’Ordine. Metteremo alla prova il Parlamento su un tema molto delicato del nostro Paese: chi viene prima, i poliziotti o le slot-machine?

Il Prof. Enzo Guidotto: nel Veneto mafie a go go da 20 anni

PADOVA. Gomorra ha messo piede in Veneto con la banda di strozzini, operativa a Padova anche tramite imprenditori locali come Johnny Giuriatti, capeggiata da “o’ dottore” Mario Crisci legato al clan dei Casalesi.

E prima ancora ancora con le “visite” fin dalla metà degli ’90 dell’avvocato Cipriano Chianese, considerato l’inventore e il signore dell’ecomafia, tornato in carcere nel dicembre scorso per estorsione aggravata dal vincolo camorristico, oggi imputato nel processo padovano (si aprirà lunedì) per la bancarotta milionaria della società Tpa Trituratori spa di Franco Caccaro (nella foto, ndr) e Nicoletta Zuanon, imprenditori di Santa Giustina in Colle. Senza trascurare i raggiri seriali messi a punto dal clan dei fratelli campani Carmine e Giuseppe Catapano, attraverso un sistema di società estere, finte onlus, auto blu e un esercito di prestanome, pronti a vampirizzare aziende in crisi, svuotarle e intascare soldi facili. Il tutto in base al metodo applicato dalle grandi organizzazioni criminali, pur non essendo mai stato contestato ai Catapano il reato associativo di stampo mafioso ma solo il reato di truffa.

Nella relazione recentemente pubblicata, la Commissione bicamerale antimafia scrive di indagini in Veneto (in particolare nel Padovano) «che hanno visto il coinvolgimento di personaggi legati a cosche criminali (per lo più clan della camorra)…». Ma è critica verso l’operato della procura padovana annotando: «… Sembra che si possa affermare una sostanziale mancanza di attitudine e pratica operativa di quell’ufficio nella gestione del fenomeno dell’infiltrazione mafiosa», pur ammettendo che «la procura ordinaria non ha perfetta cognizione di tutti i meccanismi ed episodi in materia». Materia che spetta, per competenza, alla Direzione distrettuale antimafia con sede a Venezia.

«Le valutazioni dell’autorità giudiziaria vanno dal negazionismo alla sottovalutazione» osserva il professor Enzo Guidotto. Secondo Guidotto dipende «da una sostanziale differenza tra il Veneto da una parte e, dall’altra, le regioni del Nord come Liguria, Lombardia e Piemonte. In queste ultime l’ndrangheta, per esempio, ha colonizzato l’ambiente, insediandosi con una certa autonomia rispetto alla “casa madre”. Nella nostra regione c’è stata una delocalizzazione: la casa-madre resta dominante, qui si aprono le agenzie e, al sud, torna il profitto. E l’inchiesta Aspide lo dimostra». Come dire: bisogna conoscere l’organizzazione per comprenderne fino in fondo la capacità di infiltrazione.

Di mafia, Guidotto se ne intende. Siciliano trapiantato a Castelfranco Veneto 46 anni fa, professore e preside oggi in pensione, amico di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone, fondatore dell’Osservatorio veneto sulla mafia, titolare di un archivio di documenti da far invidia alla banca-dati di un Ministero, autore di molte pubblicazioni sul tema, nella 14ª e 15ª legislatura è stato consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso.

«I metodi usati da Crisci (condannato nel processo Aspide) si erano già visti in Veneto una ventina d’anni fa nella vicenda che riguardò la fabbrica di prodotti alimentari Regris a Resana, poi fallita. Allora l’inchiesta Versilia, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia diretta da Pier Luigi Vigna, svelò come in 30 province e in 11 regioni i fratelli siciliani Saccà, spalleggiati da un trio di capi camorra con doppia affiliazione, impiegavano la tecnica di creare finanziarie per erogare prestiti alle imprese in crisi che, incapaci di restituire il debito, si trovavano costrette a cedere quote sociali. Regris fu scalata al 51%, utilizzata per comprare a credito dilazionato merce venduta sottocosto e, una volta fatta cassa, l’imprenditore fu schiacciato dai debiti. Minacciato con la pistola alla tempia, doveva fare quello che volevano i nuovi padroni» insiste il professor Guidotto.

Insomma quella mafiosa è una presenza che dura nel tempo in Veneto. «La presenza mafiosa in Veneto è a pelle di leopardo» annota, «A Paese nel Trevigiano c’erano personaggi legati alla Sacra Corona Unita, nel Piovese soggetti legati agli indipendentisti siciliani, mentre come risulta negli atti giudiziari raccolti nel libro “Mafia pulita” di Elio Veltri e Antonio Laudati l’avvocato Chianese, candidato senza successo per Forza Italia nel 1994, risulta nel 1995 tra Vidor e Treviso per scortare Tir carichi di rifiuti provenienti dal Casertano».

Su proposta del consigliere Pd Roberto Fasoli, il 28 dicembre 2012 il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la legge regionale antimafia con l’obiettivo di rafforzare e migliorare le misure di prevenzione del crimine organizzato e mafioso. Lo strumento legislativo prevede pure di istituire un osservatorio sulle manifestazioni del fenomeno mafioso a salvaguardia degli appalti pubblici, formato da esperti nominati a titolo gratuito: «È rimasto lettera morta» conclude Guidotto, «La maggioranza non ha combinato nulla, l’opposizione non si è scaldata. Come sempre, si sottovaluta il problema. Ma i mafiosi non è che operano a intermittenza: si danno da fare e continuano a far passare i soldi nella nostra Regione».
Cristina Genesin

(Tratto da Il Mattino di Padova)

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