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L’autonomia assoluta e rigorosa dell’Associazione Caponnetto da partiti ed istituzioni

Un principio che è sempre utile ricordare a tutti. Il livello di inquinamento mafioso in essi ha raggiunto livelli così elevati che spesso rendono incompatibili l’impegno associativo con quello politico. Un’incompatibilità morale che non può sfuggire alle menti ed alle coscienze delle persone più informate e sensibili. La necessità, pertanto, di un salto di qualità, del passaggio dalla retorica alla DENUNCIA, nomi e cognomi. Un’antimafia seria, effettiva, deve essere pratica, operativa e non può nè deve essere colorita politicamente nè asservita e condizionata da pezzi marci delle istituzioni, Mafia e Potere, che spesso sono la stessa cosa, bisogna tenerli ben distinti e lontani da un ‘antimafia vera. Non tradiamo i principi di quanti hanno sacrificato e sacrificano la loro stessa vita per combattere le mafie!!!

UNO SFORZO IN PIU’, UN SALTO DI QUALITA’.
NON BASTANO LE PAROLE, GLI APPELLI, LE CONDIVISIONI, I CONVEGNI NON LEGATI ED ACCOMPAGNATI A E DA UN IMPEGNO DIRETTO SUI TERRITORI, LE MARCE, LE PARATE, I “CAMPI ANTIMAFIA”.
LE MAFIE ORMAI SONO NELLE ISTITUZIONI, NEI PARTITI POLITICI, FRA I PROFESSIONISTI, NELLE BANCHE, FRA I CITTADINI E SE LA COSIDDETTA “ANTIMAFIA SOCIALE” NON ADEGUA ED AMMODERNA LE SUE STRATEGIE E LE SUE TECNICHE DI CONTRASTO, PASSANDO DALLE PAROLE, ALLA DENUNCIA, NOMI E COGNOMI, SARA’ ANCH’ESSA COMPLICE DELLA VITTORIA FINALE DELLE MAFIE.
L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO CHIEDE AI SUOI ISCRITTI ED AI SUOI SIMPATIZZANTI DI FARE UN SALTO DI QUALITA’ DENUNCIANDO, DENUNCIANDO, DENUNCIANDO, AIUTANDO COSI’ FORZE DELL’ORDINE E MAGISTRATURA E NON LASCIANDOLE SOLE, COSI’ COME SUGGERIVA PAOLO BORSELLINO, NON CONFONDENDO MAI FATTI DI MALCOSTUME AMMINISTRATIVO CON FATTI DI VERA E PROPRIA MAFIA.
UN’ASSOCIAZIONE ANTIMAFIA SERIA NON PUO’ E NON DEVE PRESTARSI A TENTATIVI DI STRUMENTALIZZAZIONE POLITICA DI
GRUPPI CHE SI CONTRAPPONGONO AD ALTRI GRUPPI, MA DEVE SAPER INCIDERE IN MANIERA SIGNIFICATIVA, AUTONOMA ED EFFICACE SUL VERSANTE DELL’INDIVIDUAZIONE E DELLA NEUTRALIZZAZIONE DEI MAFIOSI, ANNIDATI, NON DIMENTICHIAMOLO MAI, IN TUTTI I PARTITI.
NON CONFONDIAMO MAI LE COSE E TENIAMO SEMPRE BEN DISTINTI L’IMPEGNO ASSOCIATIVO DA QUELLO EVENTUALMENTE POLITICO.
IL DISTINTIVO DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO E’ RAPPRESENTATO DALLA SUA PIU’ RIGOROSA AUTONOMIA DALLA POLITICA E DALLE ISTITUZIONI E LE EVENTUALI ALLEANZE CON ALTRI SOGGETTI VANNO DECISE SOLAMENTE NEL PIU’ SEVERO RISPETTO DI QUESTI PRINCIPI.

Pastena, un Comune impegnato nella lotta alle mafie ed al malaffare

PASTENA COMMEMORA BORSELLINO E LE ALTRE VITTIME DI MAFIA MA IL SINDACO, PERALTRO UNO DEI DIRIGENTI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO, NON SI LIMITA A QUESTO, MA, AL CONTRARIO, E’ IMPEGNATO DA TEMPO NELLA BATTAGLIA TESA AD INDIVIDUARE I RESPONSABILI DEGLI INTERRAMENTI DI RIFIUTI TOSSICI FATTI DALLA CAMORRA NEL SUO TERRITORIO E, INOLTRE, A DENUNCIARE FATTI DI MALAFFARE

Pastena, ricorda l’Italia di Paolo Borsellino

CIOCIARIA, Pastena. Questa data non è stata mai l’occasione per dare sfogo alla retorica o per strumentalizzare la memoria dei giudici coraggiosi uccisi dalla mafia. E’ vero che questi argomenti sono sempre affrontati con sospetto e con disincanto dalla classe politica, pronta talvolta a portare una corona di fiori ma mai disposta ad affrontare le ragioni della forza e della presenza della mafia nei nostri territori e nelle istituzioni. Un sistema che coinvolge e unisce non solo politici ma anche imprenditori, tecnici, operatori finanziari e quasi sempre pezzi della massoneria. Noi continuiamo a dire ai ragazzi e ai giovani che non hanno conosciuto quegli anni che il giudice Borsellino ha fatto la sua parte per ostacolare corruzione ed organizzazioni mafiose, ma è certo che la guerra non è nè finita e nè è stata ancora vinta. Arturo Gnesi sindaco PAOLO BORSELLINO IN ITALIA Nonostante i lutti e i pessimi esempi di malgoverno e di malcostume, risulta ancora difficile parlare, di legalità, di onestà e di trasparenza della politica. Benché stia calando il sipario su una generazione politica che ha illuso gli italiani promettendo di cambiare il paese mentre poi è finita agli arresti o in affidamento ai servizi sociali, constatiamo che coloro che avrebbero dovuto rappresentare il ricambio generazionale ancora si mostrano incerti, deboli e soprattutto ostaggio di un sistema di potere e di clientele che blocca il rinnovamento della gestione della “res publica” Paolo Borsellino è saltato in aria per una bomba congegnata da menti perverse che alimentavano, nei meandri dei palazzi del potere, una controversa e mai delineata trattativa tra Stato e mafia. Paolo Borsellino morì assieme alla sua scorta, perché non si accontentò di essere soltanto una persona onesta, ma era deciso a difendere lo Stato dall’assalto dei mafiosi e ad opporsi al predominio degli uomini Oggi sembra vano ed inutile il suo sacrificio e una casta di ladri continua impunemente a intascare le mazzette convinta di poterla fare sempre franca fidando sulla protezione di amici collusi che consentono alla mafia di infiltrarsi fin dentro le istituzioni. Paolo Borsellino è morto per servire lo Stato altri invece lo violentano con patti segreti e truffe scellerate, senza pietà e senza remore, loschi affari e trame occulte che gettano inquietanti ombre sulle nostre La gente sta male, soffre per la crisi economica e la precarietà occupazionale non ci sono risorse per l’assistenza, la scuola, la sicurezza e dentro lo Stato c’è chi continua a fare i propri interessi personali, a mentire e a vivere tra agli sprechi, gli ozi e i privilegi. Il sacrificio del giudice Borsellino non è servito ad evitare che questo nostro paese venisse svenduto a bande corsare, fosse barattato per un pugno di voti e calpestato per trenta denari, mentre alle imprese dei clan criminali è stato a tratti concesso il controllo e il monopolio degli appalti. Morire per servire lo Stato mentre i disonesti sottraggono risorse e speranze al nostro futuro, affari e denaro usati per consolidare il potere e il successo. Morire per un’Italia libera ed onesta e noi dobbiamo sperare che i giovani dichiarino finito il tempo di questa stagione funesta e diano spazio ai valori e agli ideali della costituzione sui quali aveva giurato Lo stesso giuramento che
il Capitano Fedele Conti ha rispettato fino al sacrificio estremo. Un uomo che abbiamo dimenticato in fretta, buttando tutto dietro le spalle con noncuranza e leggerezza come se la storia di questo servitore dello Stato fosse un insulto per il nostro paese e il racconto del suo dramma un disonore Non dimenticheremo questa data né gli uomini e le donne che con il loro esempio hanno insegnato a vivere con lealtà ed onestà, nel rispetto delle leggi e dei diritti dei cittadini.

La vera lotta alle mafie

Alcuni anni fa un alto Ufficiale dei Carabinieri ed un Ispettore di Polizia della DIA vennero a trovarci per chiederci alcune informazioni importanti sulle attività di un clan.
Da quell’incontro nacque un’operazione che portò in galera decine di persone.
Ci colpì una frase di quell’Ufficiale che non dimenticheremo mai: “A noi servono notizie, fatti, nomi e cognomi, non analisi sociologiche”.
Ecco, noi intendiamo la lotta alle mafie così: servono fatti, non chiacchiere.

L’importanza vitale dello scontrino e della fattura…

PER NON RIDURRE LA LOTTA ALLE MAFIE AD UN PALCOSCENICO…
L’importanza vitale di uno… scontrino e di una fattura
L’antimafia si fa con gli atti e non con le parole e basta.
Bene, abbiamo fornito in una nota precedente alcune dritte sul “modo” e sul “come” individuare i mafiosi, soprattutto quelli in giacca e cravatta, i “colletti bianchi”.
Fra le altre tecniche, quella dello scontrino e della fattura è fondamentale.
Quasi sempre lo scontrino o la fattura rilasciatiti da un albergo, da un ristorante, da un bar, da un centro commerciale o dall’impresa che incarichi di farti i lavori di ristrutturazione della tua abitazione ti consentono, se disponi di un discreto database come quello dell’Associazione Caponnetto, di risalire all’identità degli eventuali mafiosi.
La “visura camerale”, poi, fa il resto perché ti consente, sempre attraverso il database, di ricostruire gli intrecci societari ed i vari passaggi.
Chi fa antimafia seria ed operativa, quindi, ha sempre le tasche piene di scontrini e di fatture.

Fuori la mafia dallo Stato e dai partiti politici

È in via D’Amelio, durante la commemorazione di Paolo Borsellino, che arrivano le parole che più faranno discutere nel giorno del ricordo del magistrato barbaramente ucciso. Parole che arrivano dal pm antimafia Antonino Di Matteo: “Non si può assistere in silenzio al preminente tentativo di trasformare il magistrato inquirente in un semplice burocrate – dice Di Matteo dal palco – inesorabilmente sottoposto alla volonta all’arbitrio del proprio capo, di quei dirigenti degli uffici sempre più spesso, purtroppo, nominati da un Csm che rischia di essere schiacciato e condizionato nelle sue scelte di autogoverno dalle pretese correntizie e politiche e dalle indicazioni sempre più strigenti del suo presidente”.

“Non si può ricordare Paolo Borsellino e assistere ai tanti tentativi in atto, dalla riforma dell’ordinamento giudiziario, a quella in cantiere sulla responsabilità civile dei giudici, alla gerarchizzazione delle Procure anche attraverso sempre più numerose e discutibili prese di posizione del Csm – dice ancora – non si può ricordare Paolo Borsellino e assistere in silenzio a questi tentativi finalizzati a ridurre l’indipendenza dei magistrati a vuota enunciazione formale con lo scopo di annullare l’autonomia del singolo pm”.

Il pm è poi intervenuto a gamba tesa sui tentativi di minimizzare il processo Stato-mafia: “Sono tanti e concreti gli elementi che ci portano a dire che non fu solo una strage di mafia quella di via d’Amelio e che il movente non era solo una vendetta mafiosa, dobbiamo imparare il rispetto della verità. La volontà di fare piena luce è intendimento di pochi servitori dello Stato rimasti. Dal progredire delle indagini sappiamo che in molti sanno dentro le istituzioni ma rimangono in silenzio, perché il potere aumenta se si tace. Dobbiamo gridare la nostra rabbia”. Poi ha attaccato Matteo Renzi: “Oggi il premier discute di riforme con un condannato: tutti abbiamo il dovere di evitare che anche da morto Paolo Borsellino debba subire l’onta di vedere calpestato il suo sogno di giustizia”.

Parole dure, che arrivano al termine di una giornata caratterizzata dai tanti attestati di stima ad uno dei simboli alla lotta a Cosa Nostra. “È indispensabile non dimenticare che un’azione di contrasto sempre più intensa alla criminalità organizzata trae linfa vitale dallo sforzo di tutti nell’opporsi al compromesso, all’acquiescenza e all’indifferenza”, aveva detto lo stesso Napolitano. “Ancora oggi abbiamo fame e sete di giustizia”, ha ricordato Pietro Grasso, “Borsellino è un eroe, noi continuiamo sulla sua strada”, gli ha fatto eco Angelino Alfano.

Attimi di gelo a via D’Amelio si sono registrati all’arrivo di Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, accolta dalla protesta di alcuni attivisti, fino a quando Salvatore e Rita Borsellino non sono intervenuti per scortarla fino al palco, all’altezza dell’ulivo simbolo della strage. I militanti delle Agende Rosse in silenzio hanno alzato le agende dando le spalle alla Presidente, in chiaro segno di non approvazione della sua presenza. Hanno chiesto che venga fatta giustizia sulle stragi. Si leva un urlo “Di Matteo non sei isolato: sei tu il nostro Stato”.

Un’antimafia seria ed operativa. Alcune linee fondamentali, spicciole ma pratiche. Le chiacchiere non servono. Servono solo i fatti

UN’ANTIMAFIA OPERATIVA. COME SI FA UN’INDAGINE?

E’ la domanda che ci sentiamo rivolgere spesso da coloro ai quali noi diciamo sempre che per combattere i mafiosi non bastano le parole, le manifestazioni, gli slogan, le parate, ma bisogna colpirli al cuore, nelle loro ricchezze, nei loro patrimoni.
Altrimenti è tutto fumo e niente arrosto, è tutta apparenza e niente altro.
Le parate, gli slogan, il racconto lasciamo farli ai politici ed a chi è al loro servizio.
Giovanni Falcone diceva:
“seguite il filone dei soldi e troverete le mafie”.
E noi seguiamo appunto il filone dei soldi.
Come?
Si parte da una lettura attenta e quotidiana dei giornali, seguendo le notizie interessanti che riguardano un lavoro, un’opera, un passaggio di proprietà, un’approvazione di un piano regolatore, di una variante urbanistica da parte di un’amministrazione comunale, una legge approvata dal Parlamento o da una Regione.
La prima domanda da porsi è: “chi c’è dietro?”, “chi si favorisce?”.
La risposta a tali domande ci viene spesso:
a) dalla lettura dei giornali;
b) dalle voci che corrono in giro, voci che bisogna saper raccogliere attraverso la frequentazione di molte
persone che risiedono sul territorio interessato ed intorno a quella amministrazione comunale, provinciale, regionale.
Occhi ed orecchie ben attenti e spalancati.
Se, poi, si tratta di una costruzione di un centro commerciale, di un fabbricato, una villa, un’opera portuale, stradale e quant’altro, bisogna sempre annotare il nome dell’impresa che effettua i lavori, del progettista, del direttore dei lavori e, attraverso la “visura camerale” (un’attestazione che rilasciano le Camere di Commercio a TUTTI i cittadini, previo pagamento di pochi euro), si risale ai nomi degli autori.
Con un database di cui noi disponiamo e nel quale abbiamo inserito ed inseriamo tutti i dati acquisiti negli anni e che acquisiamo quasi quotidianamente si possono ricostruire, così, tutti gli intrecci societari.
Talché capita che, inserendo nel database i dati di un’impresa di Benevento, esce fuori che qualche componente di quella stessa società è autore, come prestanome della stessa impresa di Benevento, di alcuni lavori che si fanno a Torino e viceversa.
Prestanome, amici, ricordatelo sempre perché le impresa mafiose, per sfuggire alle ricerche, ricorrono sempre a prestanome “puliti” che hanno la fedina penale immacolata e fissano spesso la loro sede legale in città del nord Italia e non a Vibo Valentia, a Casal di Principe, ad Agrigento, a Lecce e nel sud.
Fatto questo, bisogna poi accertare il nome del politico, del funzionario comunale, del sindaco, dell’assessore, del Prefetto, del vice Prefetto, del Capo di Gabinetto cui quell’impresario mafioso fa capo.
E queste notizie possono essere raccolte in mille modi:
1) attraverso la lettura dei giornali;
2) le voci di persone informate;
3) la frequentazione di alcuni appartenenti alle forze dell’ordine, i cosiddetti “incazzati”, coloro, cioè, che, dopo aver fatto un’indagine che ha richiesto il loro tempo, vedono, poi, che il loro comandante o il magistrato non fanno quello che dovrebbero fare e per rabbia si sfogano con l’amico che in questo caso è uno di noi.
Queste sono alcune delle linee fondamentali che debbono seguire coloro che vogliono fare una vera azione contro le mafie e non solo chiacchiere.
Chiacchiere che non servono a niente se non a far ingrassare eventualmente alcuni che con l’antimafia ci campano o ci vogliono campare, quelli che Leonardo Sciascia chiamava ” i professionisti dell’antimafia”.
Che, purtroppo, vediamo girare nelle associazioni.
E, a proposito di questi ultimi, una raccomandazione:
quando cominciate a sentire discorsi di businnes, di interessi, di soldi, di progetti, di convenzioni con lo Stato e quant’altro del genere, allontanateli subito e prendete il largo.
Quella è gente che non fa per noi dell’Associazione Caponnetto e per il mondo dell’antimafia in genere.

Oggi…

La chiamano “giornata della memoria”.
Noi la chiamiamo “giornata di lutto nazionale”.
Niente palcoscenici, parate, chiacchiere…
Ma riflessione, preghiera.
E rinnovo di un impegno maggiore a combattere lo
stato-mafia che, con l’orrendo assassinio che oggi
ricordiamo, ha tentato di uccidere lo Stato-Stato.
Quello Stato-Stato per il quale hanno combattuto i
nostri genitori ed i nostri nonni, molti dei quali sono
morti e che noi, la maggioranza del popolo
italiano, stiamo disonorando con le nostre
nefandezze, la nostra ipocrisia, la nostra vigliaccheria.
Paolo Borsellino, insieme ai suoi uomini e donne della
scorta, sono stati uccisi da Cosa nostra ma l’ordine è
venuto da fuori Cosa Nostra.
Non sono stati i primi perché prima di loro altri sono
stati uccisi, come pure dopo di loro altri ancora
cadranno.
Può darsi che capiterà anche a qualcuno di noi.
Oggi viene a trovarci un Testimone di Giustizia
accompagnato dalla figlia ventenne che vuole
conoscere come noi operiamo, come e da cosa nasce
una denuncia, come si fa un’indagine, su quali
presupposti.
Siamo francamente emozionati di fronte all’esempio
di una ragazza che vuole capire come si fa a fare
seriamente la lotta alle mafie.
Mafie militari, ma, soprattutto, mafie dei colletti
bianchi, mafie di coloro che, pur avendo fatto un
giuramento di fedeltà allo Stato di diritto, lo hanno
tradito e lo tradiscono minuto dopo minuto, schierati
come sono dall’altra parte, da quella dello stato-mafia.
Molti di costoro oggi li vediamo sui palchi a parlare
di Borsellino dopo che i loro sodali lo hanno fatto
uccidere.
Cominceremo l’incontro con la figlia del Testimone di
Giustizia suggerendole la lettura di un saggio
meraviglioso: “Il ritorno del Principe” di Lodato-
Editore Chiarelettere-, un’intervista a Roberto
Scarpinato che spiega cos’è la mafia.
Roberto Scarpinato, per chi non lo sa, è un famoso
Magistrato siciliano che sta da una vita al fronte. Una
mente sottile, uno che la mafia la conosce meglio di
tanti altri perché la combatte giorno dopo giorno.
Chi sono i mafiosi, quelli analfabeti e violenti che
sparano ed uccidono o quelli che danno gli ordini e
detengono il potere e la ricchezza?
Perché di questo si tratta e questo bisogna ben
comprendere prima di parlare di mafia ed antimafia.
Altrimenti è aria fritta, palcoscenico e basta.
E, quando si è capita la realtà, ognuno può scegliere:
combattere con l’indagine e la denuncia i
mafiosi, facendo nomi e cognomi ed aiutando forze
dell’ordine e magistratura come suggeriva Paolo
Borsellino, o limitarsi a sfilare nelle parate gridando
“abbasso la mafia”, “la mafia fa schifo”, “viva Paolo
Borsellino”.
Facendo magari l’accordo con soggetti di quello statomafia
con il fine di ottenere privilegi e sovvenzioni.
Basta questo per sconfiggere lo stato-mafia?

Le “residenze”, cari Prefetti e Questori, le “residenze”…

Avevamo puntato moltissimo – per completare il quadro delle ricerche da noi fatte in gran parte sulla base dei soggetti economici a mezzo di centinaia di “visure camerali – anche sulle residenze in modo da poter individuare, uno per uno, tutti i pregiudicati, i mafiosi, le persone sospette che pullulano nei centri del sud pontino: da Castelforte-SS. Cosma e Damiano fino a Terracina -San Felice Circeo-Sabaudia comprese, ma non ci è stato consentito.
Top secret, dati sensibili.
Eppure non tutti i presidi di polizia sono stati o sono collegati con le anagrafi comunali e, se anche teoricamente i Comuni sono obbligati a comunicare ai Commissariati le nuove residenze, in effetti, data la mole delle incombenze che questi hanno, i controlli evidentemente, viste le cose come vanno, scarseggiano.
Talché è legittimo sospettare che le migliaia di soggetti che fittiziamente risultano residenti in tutti i comuni del sud pontino, riescano a sovvertire anche i
risultati delle elezioni comunali a vantaggio di tizio o di caio indicati dalle organizzazioni criminali.
Da Fondi, durante una gestione antecedente all’amministrazione Parisella, un Commissario prefettizio rispose che i cittadini campani che risiedevano in quella città erano tutte persone perbene che erano scappate dalla Campania per sfuggire proprio dalle fauci della camorra.
E chi aveva detto il contrario!!!
Formia, più recentemente, non ha voluto rispondere alla nostra richiesta dell’elenco dei residenti.
A Gaeta, dopo il rifiuto dell’Amministrazione di costituire l’Osservatorio comunale contro la criminalità, non ci siamo azzardati nemmeno a chiedere tale elenco!
Ci avrebbero preso per pazzi.
Eppure tutti sanno che nei comuni del sud pontino – e più in generale, nell’intero Lazio e non solo – “si parla troppo napoletano” per dirla alla Rita Bernardini dei Verdi e alla Antonio Di Pietro…
Non che vogliamo criminalizzare tutti i”napoletani”, fra i quali ci sono moltissime persone perbene, ma, sa, in” terra di Casale”, un pò più di attenzione al riguardo non farebbe male.
E, così, ci vediamo costretti a lavorare sugli “scontrini” cercando di individuare, attraverso il nostro database e appunto le “visure camerali” e gli elenchi degli appalti pubblici, solamente i soggetti economici che pur sono tantissimi, anche se non tutti i residenti provenienti da
quella regione e dalle altre storicamente infiltrate da camorra, ndrangheta e cosa nostra.
Trovando notevoli difficoltà anche qua perché oggi le imprese mafiose hanno quasi tutte fissato la loro sede legale al nord proprio per sottrarsi all’attenzione della gente e delle forze dell’ordine.
E, così, attraverso le confidenze di qualche volenteroso, vieni a sapere di tanto in tanto che nella tale via risiede il soggetto collegato con i vari clan, quelli noti e quelli meno noti, magari interessato a prendere l’appalto o il subappalto, in combutta con il colletto bianco locale, per costruire il tale palazzo, la tale villa, il tale forno crematorio, il porto o chissà quale altra opera.
Le residenze, cari Prefetti e Questori, le residenze!!!

Non avete nemmeno il pudore di tacere!!!

Per come l’ha raccontata Vassallo, che è forse il più informato di tutti in quanto è fra gli autori del disastro, trova conferma la macabra previsione di Carmine Schiavone:
“moriranno 5 milioni di persone”.
Cinque milioni e forse più.
Ed infatti la gente è morta e sta morendo e nessuno di noi può dirsi indenne dal pericolo di essere fra quelli.
Alla vigilia delle commemorazioni e delle pagliacciate messe in programma da bande di ipocriti per il 19 luglio, anniversario dell’eccidio di Paolo Borsellino e della sua scorta, questo è il messaggio che ci arriva e che dovrebbe, oltre che far mettere la testa sotto la sabbia a politici e rappresentanti delle istituzioni ai quali non andrebbe riconosciuto alcun diritto di parlare, portarli tutti davanti ad un Tribunale e condannarli in blocco.
5 milioni di morti e forse più gridano vendetta nei confronti di questa genia di criminali che hanno taciuto, pur sapendo, vedendo e forse tollerato, se non favorito addirittura.
Il 19 luglio dovrebbero poter parlare solo i familiari di Paolo Borsellino che, peraltro, vanno compresi e condivisi per la rabbia che essi manifestano nel vedere tanti sepolcri imbiancati recitare la parte del Giuda nominando indegnamente il loro Paolo.
Borsellino, in bocca a tanti parolai che nulla hanno mai fatto e fanno per combattere seriamente le mafie come le ha combattute, fino a rimetterci la vita, Paolo, viene ucciso nuovamente ad ogni cadenza di questa data.
E’ il triste destino di molti di quelli che si schierano dalla parte della Giustizia vera e dello Stato di diritto contro il mondo, immondo ed ipocrita, dei ladri, dei corrotti e dei mafiosi.
Noi Borsellino e tutte le vittime di mafie vogliamo commemorarli nel silenzio, nei nostri cuori e nelle nostre menti, ricordandoli, pregando per loro e per i loro cari e con l’impegno a dare sempre più impulso alla nostra azione di denuncia di ogni singolo mafioso, a cominciare da quelli dai quali partono gli ordini di morte.

 

Napoli. Incubo dopo il racconto del pentito Vassallo: «Impossibile bonificare tutto»

Napoli – «Per come la racconta Vassallo, che è una persona ben informata dei fatti, allo stato attuale, dopo trenta anni dal momento in cui è avvenuto il grosso dell’avvelenamento, è complicatissimo parlare di bonifiche. Su questo punto il collaboratore di giustizia ha ragione.

Diversamente si possono mettere in sicurezza almeno le grandi discariche»: il commissario Mario De Biase al quale sono affidate l’area vasta di Giugliano e i laghetti di Castelvolturno, condivide, anche se solo in parte, il pessimismo del collabotatore di giustizia Gaetano Vassallo, che ieri in una intervista resa in carcere al Mattino, aveva spiegato: «Il danno c’è ed è irreparabile. Noi abbiamo fatto un disastro. Abbiamo sotterrato tanti milioni di tonnellate di rifiuti che adesso bonificare quei terreni sarà difficilissimo».

La sagra dell’ipocrisia. Il 19 dovrebbe essere la giornata di lutto nazionale, del silenzio e della riflessione

E’ PROPRIO VERO: IL MANDANTE DELL’ASSASSINIO E’ IL PRIMO A PARTECIPARE AL FUNERALE DELLA VITTIMA

Il 19 sarà la giornata del voltastomaco e le scorte dei medicinali sono già pronte.
Gli eredi dei responsabili morali dell’assassinio di Paolo Borsellino e di tutte le altre vittime di mafia sono pronti a salire sui palchi per parlare di quell’eccidio, di lotta alle mafie e di legalità.
Dimentichi per una giornata di come vengono trattati tutti quelli, Testimoni, collaboratori di Giustizia, cittadini, rappresentanti di associazioni che espongono tutti i giorni la propria vita per combattere i mafiosi.
Noi, per non partecipare alla sagra dell’ipocrisia e per non offendere così la memoria delle vittime, trascorreremo la giornata nel silenzio, nel raccoglimento, nella preghiera e nella meditazione, ribadendo il nostro impegno a continuare a combattere sempre con maggiore determinazione contro i mafiosi.
Questo è il nostro modo di commemorare Borsellino e tutte le altre vittime di mafia.
Un abbraccio affettuoso ai familiari di Paolo e di tutte le altre vittime da parte dell’Associazione Caponnetto.

Altro che ad una distanza di oltre 50 metri! A Gaeta, ”provincia di Casale”, si costruisce quasi a ridosso delle cappelle mortuarie e nessuno interviene. Tutto regolare??? Chi sono gli autori???

ALTRO CHE 50 METRI DALL’AREA CIMITERIALE!
A GAETA SI COSTRUISCE A RIDOSSO DELLE CAPPELLE MORTUARIE E TUTTO E’… “REGOLARE” E NESSUNO INTERVIENE PER IMPORRE IL RISPETTO DELLA LEGGE !!!
Gaeta, la città in cui succedono cose dell’altro mondo e
tutti hanno fatto finta di non vedere.
Grazie anche ad un tessuto omertoso che spinge la
gente a non vedere,. non guardare e non sentire…
In Consiglio comunale non esiste un’opposizione
degna di essere definita tale.
C’è un PD completamente assente e silenzioso ed è
come se non ci fosse.
Il vecchio Sindaco, oggi seduto all’opposizione di
Forza Italia, non risiede a Gaeta ed è lontano.
Forza Italia che esprime il Sindaco, peraltro Dirigente
del Comune di Fondi, dispone di una maggioranza
schiacciante e superattiva.
Nessuno controlla, nessuno spinge, nessuno, fatta
qualche rarissima eccezione di una consigliera di una
lista civica dell’ex Sindaco, all’occorrenza denuncia.
Eppure ci sarebbe da monitorare tantissime cose:
dal numero delle residenze campane, alle modalità di
rilascio dei condoni edilizi, dalle concessioni, alle
autorizzazioni, ai subappalti ad imprese per lo più provenienti dalla Campania, alle attività portuali.
Gaeta, con Formia e tutto il sud pontino, fa parte della… “provincia di Casale” e sarebbe necessario, pertanto, filtrare tutto, avere gli occhi dappertutto e segnalare eventualmente a chi di dovere qualsiasi cosa di anomalo.
Oggi leggiamo sulle cronache di accuse e controaccuse per quanto riguarda la vicenda dei rifiuti.
Ieri il Sindaco, oggi all’opposizione, parlava di Gaeta come di una… “lavatrice di denaro della camorra” ma subito dopo tacque.
Strano!
Tanto clamore e, poi, un silenzio tombale!
La classica tempesta in un bicchiere d’acqua.
Il Sindaco attuale, di fronte alla richiesta dell’Associazione Caponnetto di istituire l’Osservatorio contro la criminalità, ha fatto melina. Ed intanto, parlando del Porto, si sussurrano cose tremende al punto da suscitare l’attenzione dei parlamentari del M5S che l’altro giorno vi hanno fatto un blitz.
Quello che sconcerta, fra le tante cose, è quanto è avvenuto in via Garibaldi ed in via Bologna, dove, in contrasto con la legge che prescrive la realizzazione di edifici oltre i 50 metri dall’area cimiteriale (prima erano 200 poi ridotti a 50 dal governo Berlusconi), si è costruito a pochissimi metri.
Qualcuno ha verificato chi sono gli autori? e chi eventualmente la rilasciato le concessioni?

Il Convegno dell’Associazione Caponnetto il 19 settembre prossimo a Fondi, dopo quello di Napoli con il Procuratore Nazionale Antimafia Roberti

QUASI PRONTO L’ELENCO DEI RELATORI AL CONVEGNO DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO A FONDI (LATINA) DEL 19 SETTEMBRE PROSSIMO
Ci saranno magistrati delle DDA di Roma e di Napoli, ci sarà la DIA, ci saranno giornalisti d’inchiesta, membri qualificati della Commissione Parlamentare antimafia.
E’ quasi pronto l’elenco dei relatori al Convegno che terremo a Fondi il 19 settembre p. v.
Dopo quello di Napoli, al quale, oltre a numerosi Procuratori ed anche lì la DIA, ha partecipato il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti, ora è Fondi il nuovo palcoscenico sul quale, però, anzicché recitare parti teatrali, si parlerà di problemi concreti, attuali ed operativi.
Come è nello stile di un’Associazione antimafia che non fa nè retorica nè retroversione.
Ad un’azione discreta di indagine e di denuncia vogliamo far seguito con un’altra più appariscente, visibile, aperta al pubblico, per far prendere coscienza alle persone volenterose e sensibili di quanto sia grave la situazione in una provincia che giustamente il collaboratore di giustizia della camorra Carmine Schiavone ha definito “provincia di Casale”, inteso come Casal di Principe.
Perché Fondi?
Perché la cittadina pontina è saltata agli onori delle cronache non solo nazionali per la massiccia presenza di camorra e n’drangheta e per i condizionamenti che queste hanno operato su taluni soggetti della politica e delle istituzioni, così come accertato dalle inchieste e dalla Commissione di accesso allora nominata dall’ex Prefetto di Latina Bruno Frattasi, poi trasferito.
Ma non è solo questa la ragione per la quale l’abbiamo prescelta.
Infatti Fondi fa parte di un quadrilatero di fuoco -Fondi, Sperlonga-Itri, Gaeta e Formia- dove camorra, ‘ndrangheta e, forse, anche elementi di Cosa Nostra la fanno da padroni e dove la politica e le istituzioni sono state fino ad ieri estremamente disattente -diciamo così – fino al punto da diventare le responsabili di quanto è avvenuto.
Da qualche tempo in verità c’è stato qualche significativo intervento da parte dei parlamentari soprattutto del M5S (vedi interrogazione Battista e il blitz nel porto di Gaeta da parte di Iannuzzi ed altri sul problema delle polveri sottili e dei traffici) teso a mettere in evidenza la gravità della situazione, ma ormai i buoi sono scappati dalle stalle e quasi tutto il tessuto sociale e non solo è inquinato al punto che sarà difficile rompere il muro di omertà e che ormai è stato eretto nel territorio.
Oggi apprendiamo che presto sarà in provincia di Latina anche la Commissione Parlamentare Antimafia, un segnale comunque tardivo a nostro
avviso e che non vorremmo che fosse teso solamente a tranquillizzare la gente e senza risultati efficaci.
E, sì, perché prima di tutto bisognerà vedere con chi essa parlerà e, poi, se è intenzionata ad individuare le responsabilità di quanto è avvenuto.
Responsabilità grandi, grandissime che vedono, peraltro, molti attori, se non tutti o quasi.
Non ci facciamo molte illusioni al riguardo!!!

Quanta ipocrisia e quanta retorica!!! La Commissione Parlamentare Antimafia va in provincia di Latina. A fare che cosa??? Ad individuare i responsabili di quanto è avvenuto??? Ad ascoltare chi?

QUANTA IPOCRISIA E QUANTA RETORICA!
In queste settimane si fa un gran parlare delle vicende giudiziarie che stanno interessando una parte del tessuto politico ed istituzionale di Formia, in provincia di Latina, e del sud pontino.
Ci fermiamo qua, senza azzardare analisi, giudizi, pronunciamenti che potrebbero inficiarne gli sviluppi ed arrecare danni al lavoro di investigatori istituzionali e magistratura inquirente.
Possiamo dire che il merito di questo inizio di un’azione che probabilmente si estenderà ad altri settori finora non toccati lo si deve, tutto ed esclusivamente, alla meticolosità, alla bravura di quelle poche persone, carabinieri e magistrati, che ci hanno lavorato e lavorato bene.
Punto, non andiamo oltre.
I problemi, però – questo possiamo e dobbiamo dirlo – partono da lontano e le responsabilità sono tutte ed esclusivamente politiche ed istituzionali.
Nessuno si tiri da parte e si dichiari incolpevole di quanto è avvenuto ed avverrà.
Dai cittadini quasi sempre schiavi della logica “non vedo, non sento, non parlo” per non mettersi “contro” il padrone di turno, alle loro espressioni politiche ispirate alla stessa logica e che magari -taluni- potrebbero averne tratto benefici, ai silenzi infiniti di
taluni operatori dell’informazione che non hanno avuto il coraggio di andare a fondo dei problemi, a quelle parti politiche e delle istituzioni che sono rimaste inerti ed indifferenti o che addirittura potrebbero aver avallato, consapevolmente od inconsapevolmente, certi comportamenti.
A noi brucia ancora sulla pelle quel non aver voluto approfondire la parte dell’inchiesta “Formia Connection” che già molti anni fa aveva messo in risalto certi collegamenti fra pezzi della politica e soggetti appartenenti a famiglie della camorra.
Come bruciano gli esiti delle inchieste su Fondi che, a nostro avviso, hanno messo in evidenza solo la punta dell’icerberg.
Forse se si fosse fatto quello che andava fatto allora avremmo avuto un forte deterrente che avrebbe potuto evitare certi sviluppi.
Oggi sentiamo dire da chi avrebbe dovuto gridare e non ha gridato che… la situazione è grave e che, pertanto, la Commissione Parlamentare Antimafia andrà in provincia di Latina…
Cosa va a fare la Commissione Parlamentare Antimafia?
A certificare le insolvenze e le omissioni di chi doveva operare e non ha operato?
Ad ascoltare i vessilliferi di logiche di contrasto obsolete ed inefficaci sul piano della lotta alle mafie?
Ad audire chi, consapevolmente od inconsapevolmente, è responsabile della situazione che oggi a parole si denuncia?
Ma fateci il piacere!
Le mafie si combattono, se si vogliono combattere seriamente, prima individuandone i componenti veri, poi attrezzando un sistema giudiziario ed investigativo adeguato e, poi ancora, avviando quel processo di ecologia e di bonifica della politica e delle istituzioni del quale noi dell’Associazione Caponnetto abbiamo parlato in un convegno svolto proprio a Formia alcuni mesi fa con l’intervento di alcuni magistrati ed esponenti di forze dell’ordine venuti da fuori provincia.
Se non si fa questo, la Commissione Parlamentare antimafia non vada a perdere tempo in provincia di Latina…

Urge passare dall’antimafia parolaia a quella dell’indagine e della denuncia, nome e cognome. Con le chiacchiere non si va da nessuna parte

MENTRE IL TITANIC AFFONDA L’ORCHESTRA CONTINUA A SUONARE!
Ma non vi rendete conto della necessità urgente di cambiare passo e di passare da un modello di antimafia parolaia ad uno di un’antimafia operativa, pratica, fatta di osservazione continua, indagine e denuncia, nome e cognome?
Parlate di Paolo Borsellino e ne commemorate l’assassinio, ma non tenete affatto conto dell’esortazione che egli, non tanto tempo prima di essere ucciso, lanciò dicendo che… è un errore imperdonabile addossare tutto il peso della lotta alle mafie sulle sole spalle di forze dell’ordine e magistratura.
Con le sole commemorazioni, gli appelli, le parole non si torce loro nemmeno un capello.
Oggi le mafie non sono più quelle di prima e sono mutate profondamente.
Le mafie stanno in Parlamento, nella burocrazia statale, nelle Regioni, nei Comuni, nelle Province, qualche volta anche fra i magistrati e nelle forze dell’ordine, fra i professionisti, gli imprenditori, nella banche, fra i cittadini, magari anche quello che abita nella porta accanto alla nostra.
Esse movimentano montagne di capitali con i quali stanno comprando tutto, dall’albergo alla sala giochi, dal ristorante all’azienda.
Con le chiacchiere continuiamo a farle ridere!

Interdittiva antimafia ad ECOCAR che esercita il servizio di raccolta rifiuti nei Comuni di Minturno, Gaeta, Nettuno e Guidonia nel Lazio e Casaluce, Lusciano, Marcianise e Trentola Ducenta in Campania. L’iniziativa è stata delle Prefetture di Roma e Caserta. Da Latina silenzio

Con il Comune di Minturno l’Ecocar aveva un contratto provvisorio di 6 mesi, ma con quello di Gaeta ne aveva uno addirittura di 6 anni, prorogabili ad altri tre per un costo complessivo annuale di circa cinque milioni e mezzo.
L’iniziativa dell’interdittiva antimafia nei confronti di una consociata dell’Ecocar è partita dalle Prefetture di Roma, che ha avvertito il Comune di Gaeta, e di Caserta.
Da Latina silenzio assoluto.
La constatazione di ciò è davvero sconvolgente in quanto è la prova lampante che in provincia di Latina i controlli non si fanno.
L’Ecocar, oltre che a Minturno e Gaeta, espleta il servizio di raccolta rifiuti anche nei comuni di Nettuno e Guidonia nel Lazio, Casaluce, Lusciano, Marcianise, Trentola Ducenta in Campania e Catania.

I mafiosi scomunicati dalla Chiesa: la mafia non é cristianesimo

LA MAFIA NON E’ CRISTIANESIMO, ESSA E’, INVECE, UNA FORMA DI PAGANESIMO BASATO SULLA
VIOLENZA.
I MAFIOSI SONO SCOMUNICATI DALLA CHIESA

 

Chiesa e mafia: i discorsi non bastano più

Una interessante riflessione di un vescovo del sud dopo lo sconcertante, ma purtroppo non isolato, episodio della processione di Oppido Mamertina

Per purificare la religiosità popolare

di Vincenzo Bertolone*

«I discorsi non bastano più, l’orologio della storia segna l’ora in cui non è più solo questione di parlare di Cristo, quanto piuttosto di diventare Cristo, luogo della sua presenza e della sua parola». Aveva ragione Pavel Evdokimov. L’ho pensato più volte, dentro di me, nel leggere le cronache da Oppido Mamertina, con la processione fermata in segno di devozione davanti alla casa del boss locale, come del resto pare avvenisse da trent’anni, o quelle che raccontano dei detenuti mafiosi del carcere di Larino, pronti a disertare la messa ritenendo non avere essa un senso dopo la scomunica caduta sulle teste dei mafiosi.

Fatti diversi, eppure collegati da un filo rosso: le parole di Papa Francesco, che il 21 giugno, a Sibari, non ha certo peccato di chiarezza: «I mafiosi sono scomunicati». Un’affermazione prorompente, quanto la verità sulla quale essa poggia. Per rendersene conto, basta guardare alla struttura psicologica, mentale e materiale della mafia: con il rito di affiliazione i mafiosi si votano a un’altra religione; compiono una scelta radicalmente diversa da quella dei battezzati cristiani, in netta antitesi con i valori evangelici. «Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione», scriveva Giovanni Falcone. La “pungiuta”, ovvero la punzecchiatura del dito col sangue che cade a gocce sull’effigie sacra mentre l’iniziato presta il suo giuramento davanti a una candela che darà poi fuoco all’immaginetta ormai vermiglia, non è solo l’elemento di una sceneggiata: nel rito iniziatico il candidato viene simbolicamente invitato ad abbandonare la propria precedente condizione di vita per acquisirne una nuova, del tutto diversa, caratterizzata da prestigio e potere. E nell’universo mafioso il potere è più importante della ricchezza economica e di qualsiasi altra cosa. Al mafioso, più che i soldi, importa sapere che la vita altrui è nelle sue mani e che egli ne dispone a proprio arbitrio. Emblematico quanto diceva Leoluca Bagarella a un suo aiutante, poi pentito: «Io ho la possibilità domani mattina di decidere se una persona dovrà vedere o meno il sole. Tu lo capisci che io sono simile a Dio?».

Si tratta, dunque, di una religione capovolta, di sacralità atea. Di una scelta totalizzante, che pretende di trasformare e possedere l’individuo in funzione di un assoluto a cui egli deve darsi, quel potere a cui, da boss, è pervenuto, o a cui, da semplice gregario, deve obbedire. E nulla più che una inevitabile derivazione di questa visione è il fenomeno delle processioni infiltrate dalle cosche, delle confraternite piegate ai voleri dei boss, della religiosità popolare plasmata sui propri voleri: i mafiosi, indifferenti alle verità di fede, mostrano interesse per le manifestazioni religiose, strumentalizzate ai fini del riconoscimento sociale. Il che dà ancor più forza al monito del Papa: la mafia non ha nulla di cristiano ed è dunque fuori dal Vangelo, dal cristianesimo, dalla Chiesa. Essa, più semplicemente, è una forma di paganesimo, perché colloca degli uomini nel ruolo di detentori della totalità del potere e del sapere, escludendo che possa esistere o esservi un’istanza più alta oltre se stessa. Per questo le parole del Papa, rese potenti dall’autorità morale, chiudono il cerchio di un cammino che la Chiesa aveva intrapreso qualche tempo addietro e suonano come presa d’atto di un atteggiamento inderogabile: per il configurarsi la mafia come apostasia, si pongono automaticamente al di fuori della comunità cristiana non solo i mafiosi condannati con sentenza passata in giudicato, ma tutti coloro i quali di essa fanno parte a pieno titolo, in colletti bianchi o rosa.

Ma se così stanno le cose, e così in effetti le cose stanno, allora quanto accaduto a Oppido e a Larino deve essere visto pure come occasione da cogliere per rilanciare l’azione della Chiesa, per individuare linee pastorali più efficaci, per formare laici e preti all’altezza della situazione, per offrire le risposte che la via tracciata dal Papa rende essenziali, vitali, e ricondurre al Vangelo, attraverso i pascoli della conversione, le tante pecore che da sé hanno scelto altre strade.

Dinanzi a una piaga che da centocinquant’anni mortifica un Paese intero, il martirio di don Puglisi, il sacrificio nobile di tanti servitori dello Stato, di giornalisti, l’opera meritoria dei magistrati, la predicazione di tanti preti coraggiosi e zelanti, l’assicurazione alla giustizia di tanti malavitosi, non sono stati sufficienti. Serve uno scatto in avanti, che faccia prevalere una testimonianza cristiana autentica e un impegno civile vero, esteso a tutte le articolazioni dello Stato. L’indifferenza e la disattenzione dei buoni sono quel che consente ai cattivi di condannare una società intera all’umiliazione civile, all’asservimento.

In tale ottica si colloca l’agire delle nostre Chiese particolari: dobbiamo dimostrarci capaci di costruire modelli culturali alternativi. La magistratura e le forze dell’ordine devono fare e fanno la loro parte, ma a noi tocca fare la nostra: se non cambiamo il cuore, se non troviamo il coraggio di vivere il Vangelo con

coerenza, se non passiamo dalle parole ai fatti in tutti gli ambiti, vedremo la mafia radicarsi sempre più in questa nostra terra. Occorre uscire dalle sacrestie, abitare i territori; vivere da credenti e cittadini adulti e solidali; contrastare la prepotenza con la forza della denuncia e, soprattutto, con la testimonianza di una vita buona che non ha paura di andare controcorrente. Occorre un cambio di mentalità.

E la mentalità si cambia non solo vietando o denunciando, ma soprattutto seguendo seri percorsi formativi come unico antidoto alla “non cultura” rappresentata dall’ignoranza, dalla tracotanza, dal disprezzo, ingredienti tipici della ricetta mafiosa. Basta con l’essere cristiani insipidi, imbottiti di un buonismo che non cambia le cose né i cuori. A una criminalità dai tratti violenti, pervasivi, che fagocita capitali e risorse, che amministra affari vergognosi e ricicla denaro sporco, bisogna contrapporre la cultura della pulizia e della legalità. Illuminati dalla Parola di Dio, dobbiamo e possiamo fare di più, e sempre più passare dalle parole e dalle nobili intenzioni alla concretezza dei fatti. Nei prossimi giorni la Conferenza episcopale calabra, convocata dal suo presidente monsignor Salvatore Nunnari, si riunirà per offrire le risposte giuste.

Per vincere la sfida servono fede e coerenza delle azioni e interventi programmati sulle espressioni della religiosità popolare, sulla formazione dei sacerdoti e dei catechisti, sull’esperienza dei movimenti e delle aggregazioni ecclesiali. Ad esempio, per riuscire a tenere fuori dalle processioni la criminalità organizzata sono indispensabili regolamenti più incisivi, che prevedano formazione cristiana vera, permanente, magari l’obbligo di esibire il certificato penale, perché le confraternite e i comitati feste siano trasparenti e vicini al dettato evangelico, respingendo le ingerenze mafiose. La strada è tracciata. La indica, col suo esempio, il beato Pino Puglisi: «È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi. Non ci si fermi però ai cortei, alle denunce, alle proteste. Tutte queste iniziative hanno valore, ma se ci si ferma a questo livello sono soltanto parole. E le parole devono essere confermate dai fatti».

*Arcivescovo di Catanzaro-Squillace

(©L’Osservatore Romano – 12 luglio 2014)

Chiesa e mafia: i discorsi non bastano piùUna

Sistema Centrale di Protezione e NOP. Così vengono trattati molti Testimoni e Collaboratori di Giustizia. E poi si dice che si fa la lotta alle mafie!!!

TANTI GROSSI E PICCOLI PROBLEMI DA AFFRONTARE E RISOLVERE: SISTEMA CENTRALE PROTEZIONE E NOP

Non si finisce mai.
Quando pensi di aver risolto un problema se ne
presentano altri dieci.
Questa volta ci siamo trovati di fronte ad uno di essi
che riguarda tutto l’impianto di protezione dei
Testimoni e dei Collaboratori di Giustizia.
Un inferno.
Quando un Testimone o un Collaboratore di Giustizia
vengono ammessi al cosiddetto “programma di
protezione” (che fatica e quanto tempo ci vogliono
…! ), cominciano i guai per lui, la famiglia e
chi, come noi, li segue nel loro destino infernale.
Teoricamente, prima che si assegni loro una localit
“protetta”, il Sistema Centrale Protezione ed il NOP (
Nucleo Operativo Protezione, un soggetto interforze
regionale), dovrebbero concordare, oltre che tutte le
modalità di assistenza, anche un’opera di BONIFICA
del territorio ad essi assegnato.
PROTETTO significa, appunto, indenne da qualsiasi
pericolo.
Questo spesso non avviene perché evidentemente la
scelta di queste cosiddette località ” protette” viene
fatta con criteri improntati ad una superficialità impressionante.
Ci è capitato, infatti, seguendo i casi di alcuni Testimoni, che alcuni di essi sono stati portati in luoghi di estrema pericolosità per la loro vita in quanto dimora di loro corregionali o addirittura concittadini, alcuni dei quali parenti dei boss che loro hanno denunciato e fatto arrestare.
Non ne facciamo i nomi per non esporli ad ulteriori pericoli di vita.
Senza parlare, poi, dello stato degli immobili a loro assegnati…
Ma questo è un capitolo a parte che scriveremo allorquando affronteremo il tema delle locazioni destinate a persone “da proteggere”.
Parlavamo delle località “protette” e “segrete”.
Ebbene, alcuni casi che abbiamo seguito ci hanno messo nelle condizioni di valutare il livello di… “protezione ” e di… “segretezza” garantite a queste nobili persone:
-ad una coppia con un bambino di 8 mesi è stata assegnata una stanza di piccole dimensioni in un albergo di 2° categoria nella quale essi non hanno trovato spazio nemmeno per sistemare le valigie.
Ma non finisce qua perché a poche centinaia di metri da quell’albergo dimora un congiunto di un dipendente dell’impresario denunciato dal Testimone e la stessa località ” segreta” è frequentata dallo stesso dipendente che conosce personalmente il Testimone.
Roba da matti!
-un’altra coppia con due figli è stata portata in altra località “segreta” dove dimorano decine di loro corregionali e concittadini, alcuni dei quali parenti stretti dei boss che essa ha fatto arrestare.
Come a dire: nelle fauci delle belve…
Così funziona la cosiddetta “protezione”!!!
Ma continueremo…

Il Trattamento disumano riservato a molti Testimoni di Giustizia. Una vergogna!!!

E’ ASSURDO CHE IN ITALIA SI TOLLERI l’ESISTENZA DI UN… “SERVIZIO CENTRALE DI PROTEZIONE” CHE FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI E CHE… NON “PROTEGGE” AFFATTO TESTIMONI E COLLABORATORI DI GIUSTIZIA.
NOI CHIEDIAMO AL MINISTRO ED AL VICE MINISTRO DEGLI INTERNI, ALFANO E BUBBICO: COSA LO TENETE A FARE???
E’ assurdo!
Un servizio centrale di protezione che evidentemente non si rapporta, come dovrebbe, con la Commissione centrale ex art.10 che decide delle sorti di ogni singolo Testimone e Collaboratore di Giustizia e che, quindi, conosce tutto di tutti.
Stiamo seguendo i “casi” di 3-4 Testimoni e siamo venuti al corrente di comportamenti assurdi.
Un paio sono stati sbattuti in un paesino dove dimorano decine di persone originarie del loro paese ed alcune delle quali sono addirittura parenti dei boss che essi hanno denunciato e fatto arrestare.
Senza fare evidentemente la “bonifica” del territorio cui li hanno assegnati.
Buttati nelle fauci della belva.
Un altro è stato portato, insieme alla compagna ed un bambino di 8 mesi, in una stanza di pochi metri di un albergo di 2° categoria dove non c’è acqua calda per
fare il bagnetto a questo e nella quale non c’è lo spazio nemmeno per sistemare le valige contenenti gli indumenti intimi.
Anche questo Testimone è stato depositato come un sacco di patate in un paesino dove ha le proprietà ed è frequentato dal fratello del commercialista dell’impresario che egli ha denunciato.
In bocca al lupo, anche questo.
Una vergogna!
Potremmo citare altri casi, ma ci fermiamo qua per ora per gridare tutto il nostro sdegno per il trattamento riservato a queste persone che vanno additate come esempio a tutti per il loro altissimo senso civico e il loro amore verso

Non esiste ancora, grazie a Dio, in Italia il mestiere di… ”antimafioso”. L’antimafia si fa senza interesse economico o politico o non è antimafia

NON ESISTE ANCORA IN ITALIA IL MESTIERE DI… “ANTIMAFIOSO”

Un giorno lontano, lontanissimo, io giovane consigliere di opposizione in un comune del Lazio, mi sentii gridare da un altro collega seduto sugli scranni di fronte a quello dov’era seduto io:
“consigliere, la politica non si fa con le carte bollate”.
L’accusa mi disorientò ma mi ripresi subito e con rabbia gli risposi:
“Condivido la tua tesi, ma quando la politica scade a livello di malaffare non è più politica, ma delinquenza e la delinquenza si combatte con le manette”.
Calò un silenzio tombale e quel consigliere mi ha evitato per decenni e non ha più voluto parlare con me.
L’antimafia.
Per me antimafia significa combattere i mafiosi, individuarli, farli arrestare e far togliere loro tutti i beni accumulati illecitamente, con il malaffare, sulla pelle della gente onesta.
Punto.
Indagine, denuncia e proposta, questo è il mio motto.
Quando sento parlare di… “gestione dei beni confiscati”, “corsi di legalità “, “convenzioni con lo Stato, con i comuni ” ed altre diavolerie del genere che comportino soldi, business, scappo e mi domando: “cosa c’entra la lotta alle mafie con queste cose”?
Gratteri ha ragione quando dice che l’antimafia sociale è volontariato e si fa gratuitamente.
La penso anche io così e sono, anzi, sempre pronto a rimetterci io di tasca mia – cosa che capita spesso – non a chiedere soldi allo Stato o agli enti.
Questo non solo per rispettare certi miei principi, ma anche per sentirmi LIBERO da tutto e da tutti ed in grado, quindi, di poter attaccare e denunciare anche i mafiosi eventualmente annidati nelle istituzioni.
L’antimafia si fa così, senza interessi e senza vincoli di natura politica!
Altrimenti è altra cosa.

La politica dello struzzo ed intanto non si fa niente. Nel Basso Lazio occorre un impianto investigativo più efficace. Le proposte dell’Associazione Caponnetto

L’INADEGUATEZZA DELL’IMPIANTO INVESTIGATIVO IN PROVINCIA DI LATINA
E LE CARENZE DI UN’EFFICACE LOTTA ALLE MAFIE

Un tessuto sociale afflitto da una subcultura dell’individualismo incapace di spingere lo sguardo oltre i confini di casa propria, di conseguenza omertoso e disattento ai fenomeni generali, una classe politica figlia di questo tessuto, una mutazione antropologica che ha fatto perdere tradizioni e valori e che ha trasformato l’area in un suburbio da estremo sud.
Il Basso Lazio – ed il pontino in particolare – sono stati travolti da un processo di meridionalizzazione che li ha portati ormai ad essere classificati come ” provincia di Casale” laddove “Casale” va inteso come “Casal di Principe”, feudo dei Casalesi, dove, almeno fino ad ieri, nessuno ” ha visto, ha sentito ed ha parlato”.
Qualcuno dice che, dopo la decapitazione dei vertici criminali, le cose stanno leggermente… migliorando…
Secoli di vassallaggio a padroni e padrini non si cancellano in un anno o due!
E la linea della palma si è estesa verso il nord, sempre più in sù.
Questo è il Lazio ed anche le altre regioni più a nord non se la passano meglio.
Se ne accorgeranno sempre di più, forse quando sarà troppo tardi.
Come il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, la Liguria, l’Emilia-Romagna, la Toscana e perfino la tanto decantata “isola felice” Umbria e via dicendo.
Il Lazio, con la Capitale in testa, ormai affogati nei capitali mafiosi che sono diventati padroni anche dell’aria che respiri.
Con una parte dello Stato, magistrati in testa fatta qualche eccezione, che resiste e con un’altra parte che ha ceduto già.
Basta guardare come vengono trattati Testimoni e Collaboratori di Giustizia, quasi a far passare il messaggio “non denunciate”.
E la linea della palma avanza fino ad invadere tutto il Paese ed anche oltre.
“La corruzione, ragazzi” – ci diceva qualche anno fa Ferdinando Imposimato durante una nostra iniziativa a Sorrento, in Campania- “il fenomeno che sta distruggendo l’Italia fino a farla diventare uno dei Paesi più corrotti del mondo ed uno di quelli meno credibili “.
Parole sante di un grande magistrato e di un uomo di specchiata onestà intellettuale e morale.
Parole, però, al vento, in un deserto fatto di miseria morale, intellettuale, prima che economica e politica.
Il Basso Lazio, dicevamo.
Qualche settimana fa a Roma un bravo investigatore appartenente alle forze dell’ordine ci ha detto: ” nel sud pontino occorre una sezione della DIA, fra Fondi e Formia”.
Le forze dell’ordine, così come sono strutturate in provincia di Latina, non ce la fanno.
Mancano esperienze e competenze.
Oggi la lotta alle mafie si fa indagando sui capitali e sulle connessioni fra mafie e politica e, di conseguenza, parti delle istituzioni.
Fondi docet.
La Guardia di Finanza ha fatto dei passi in avanti per quanto riguarda Fondi e Formia ed anche i Carabinieri per quanto riguarda Gaeta e Sperlonga.
Il problema resta la Polizia di Stato che ha visto i migliori suoi investigatori – Nicolino Pepe, Alessandro Tocco, Cristiano Tatarelli ed ultimamente Rita Cascella-andare via, chiamati ad incarichi più alti. Bene per loro, ma male per la provincia di Latina e per il Lazio.
Abbiamo proposto la soppressione del commissariato di Gaeta e l’accentramento del personale in un supercommissariato da creare a Formia diretto da un 1° dirigente da far venire da fuori e con una sezione della Squadra Mobile, come si è fatto a Cassino dove è andato, proveniente dalla DIA, Francesco Putortì, ottimo investigatore ed in tal senso ci siamo rivolti direttamente al Capo della Polizia Panza.
Ma campa cavallo, anche se ci è stato promesso che… la proposta verrà esaminata.
Si parla, si scrive, si lanciano appelli, si chiacchiera, ma non si fa nulla.
Oggi il PD sta al governo ed avrebbe quindi la possibilità di decidere e cambiare le cose, ma non fa niente.
Si accusava Berlusconi, ma da questo punto di vista non è cambiato e non cambia niente.
Se qualcosa si fa, lo si deve solamente all’iniziativa, alla bravura, all’onestà di qualche comandante o magistrato e non alla politica che, anzi, talvolta in certe situazioni ed in parte, è complice, direttamente od indirettamente.
Se non è possibile per motivi economici o di altra natura istituire una Sezione della DIA fra Fondi e Formia, i
Comandi Generali dell’Arma e della Guardia di Finanza ed il Capo della Polizia trasferiscano a Latina una trentina cadauno di persone del ROS, del GICO, dello SCO esperte in indagini di natura patrimoniale e finanziaria da utilizzare soprattutto -anche se non solo- nel sud della provincia.
Ci sono delle megastrutture a Fondi (la Caserma della Gdf) e Sperlonga (la Caserma dei Carabinieri) che possono essere comodamente utilizzate – e che oggi sono quasi del tutto non sfruttate – per la sistemazione di uomini, mezzi ed attrezzature.
Almeno questo!!!

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