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Perché il Codice Etico dell’Associazione Caponnetto?

PERCHE’ IL CODICE ETICO?
Sabato 13 dicembre u. s. il Consiglio Direttivo dell’Associazione Caponnetto ha approvato il Codice Etico che rappresenta una sorta di ” Galateo” che DEVE ispirare la condotta di tutti coloro che, in un modo o nell’altro, entrano in rapporti con il nostro sodalizio.
Una specie di vademecum che ognuno, iscritto, collaboratore, simpatizzante, non dovrà mai più dimenticare, se vuole continuare ad avere rapporti con un’Associazione antimafia “altra” ed “alta” che ha fatto, sin dalla sua nascita, quindici anni fa, dell’”impegno sul campo” la sua bandiera.
Perché “altra” ed “alta”?
Lo spiega lo stesso nome che ci siamo dati.
Ma questo non basta, lo sappiamo, perché, se al nome non corrisponde e si accompagna una condotta coerente con i principi che lo caratterizzano, saremmo gli autori di un doppio tradimento: prima nei confronti della Persona cui abbiamo voluto ispirarci e, poi, verso la nostra coscienza e quella di tutti coloro che rappresentiamo.
Per noi rigore morale ed azione rappresentano un binomio inscindibile, un unicum.
“Altra” ed “alta”, abbiamo detto.
La SERIETA’, prima di tutto, la COERENZA con i principi cui ci ispiriamo, L’OPERATIVITA’ con un impegno sul campo, l’AUTONOMIA da tutto e da tutti, la
GRATUITA’, lo SPIRITO DI SERVIZIO nei riguardi della collettività e dello Stato di diritto.
Questi, i principi che DEBBONO animare tutti coloro che aspirano ad essere militanti dell’Associazione Caponnetto.
Chi non la pensa così non troverà accoglienza e spazio nella nostra Associazione.
Chi volesse intendere l’adesione alla Caponnetto come uno strumento per perseguire interessi personali, politici, economici, di semplice protagonismo o di copertura, può starsene tranquillamente a casa perché non è gradito.
Noi abbiamo scelto la strada di un’antimafia pura, operativa, , avanzata, diversa da tanti altri tipi di “antimafia”.
Un’antimafia non soggetta ai voleri ed agli interessi dei partiti politici, delle parti marce delle istituzioni, di gruppi e soggetti d’affari, di disonesti, corrotti e corruttori.
Ci siamo dati il nome di un grande Magistrato e come nostro Presidente onorario abbiamo scelto un altro grande Magistrato.
Tutto ciò ha un significato ed è un segnale nei confronti di tutti, amici e nemici.
Come pure rappresenta un segnale il nostro modus operandi basato tutto sull’INVESTIGAZIONE, sulla DENUNCIA e sulla PROPOSTA.
E sulla collaborazione fattiva con le parti sane delle istituzioni.
Pur ritenendo utile la memoria di quanto è avvenuto, noi privilegiamo l’operatività, l’oggi e il domani.
Appiattirsi solo sul passato è dannoso quasi quanto appiattirsi sugli AFFARI.
Solo sul passato, perché è deviante e non ti consente di acquisire, oggi, consapevolezza della gravità del fenomeno mafioso e della corruzione; sugli affari, perché danneggia l’immagine ed il ruolo della vera antimafia.
Chi pensa di fare affari, di coltivare attraverso l’antimafia interessi propri, sta dalla parte della mafia ed è egli stesso mafia.
Quando si parla di “mafia dell’antimafia”, di “professionisti dell’antimafia”
Quelli non sono antimafia!
Sono mafia e basta.
Ecco perché il nostro rigore.
C’è troppa gente in giro che vuole usare l’antimafia come mafia.
Questo noi non possiamo e dobbiamo consentirlo.
La situazione nel Paese è grave, gravissima.
Il marciume sta corrodendo le basi stesse delle nostre istituzioni e non c’è settore della pubblica amministrazione che sia stato e sia risparmiato dalla corruzione e dal malaffare.
Non a caso si parla di stato-mafia che ha vinto la sua battaglia contro lo Stato-stato.
“Fuori la mafia dallo Stato”, gridano taluni nelle piazze.
Lodevole, ma non basta, perché gli appelli, i raduni, i convegni che non abbiano riferimenti solidi e concreti con i dati di fatto e con i problemi veri del territori, non producono alcunché.
Restano parole al vento, chiacchiere.
Anche perché, esclusa una minoranza di persone, il marciume, la disonestà, l’omertà, la viltà, sono nella mente e nel cuore della maggioranza degli italiani.
Si dice sempre che il problema non è l’Italia, ma gli italiani.
L’Italia è considerata nel mondo uno dei Paesi più corrotti; non dimentichiamolo mai.
L’ AUTONOMIA DAI PARTITI E DALLE ISTITUZIONI, un punto importante e qualificante.
Un esempio: se io usufruisco di un contributo, di una convenzione, di una qualsiasi agevolazione da parte di un Comune, di una Provincia, di una Regione o di un Ministero, considerati le logiche ed i meccanismi in vigore, l’atto non verrebbe considerato, come si dovrebbe, come un diritto di una struttura di servizio, ma come un FAVORE e ciò lederebbe la mia AUTONOMIA in quanto mi priverebbe, da un punto di vista psicologico e morale, della facoltà di denunciare, in caso di atti illeciti, il Sindaco, l’Assessore, il Presidente della Provincia o della Regione o il Ministro che me li hanno concessi.
O il Prefetto, il Questore, il Comandante o il Magistrato ecc, su un altro versante e sempre nel caso di atti illeciti.
AUTONOMIA, GRATUITA’, SPIRITO DI SERVIZIO, SENSO DELLO STATO DI DIRITTO, ONESTA’, OPERATIVITA’: queste, le linee guida di un’Associazione “altra” ed “alta” quale è la Caponnetto.

Una nostra vecchia intervista che resta più che attuale in questo periodo storico in cui vediamo il nostro Paese cadere sempre più nel baratro tanto da farlo definire dalla stampa estera non indenne in ogni suo angolo dal crimine

RIPUBBLICHIAMO UNA NOSTRA INTERVISTA RILASCIATA ALL’AVVOCATO PATRIZIA MENANNO DI FORMIA NEL 2012 SOTTOLINEANDONE LA PARTE IN CUI SOSTENIAMO CHE CHI ASSUME UNA POSIZIONE “NEGAZIONISTA” RISPETTO ALLA MAFIA O E’ UN COLLUSO O UN IMBECILLE ED AGGIUNGENDOVI UN’ALTRA:
CHI RESTA ALLA FINESTRA, SENZA IMPEGNARSI CONTRO LA MAFIA CON I FATTI E NON SOLO CON LE CHIACCHIERE O E’ UN VILE O UN DISSENNATO.
TERTIUM NON DATUR.
INTELLIGENTI PAUCA!
Pubblicato 15 Dicembre 2012
ADR: Segretario Di Cesare, da anni lei si occupa da antimafia. Come nasce questo suo interesse e la dedizione per l’attività che ne è scaturita?
R.. Sono stato sin da ragazzo animato da profondi valori di giustizia sociale, solidarietà fra le classi sociali, democrazia e legalità. Valori acquisiti da due grandi scuole alle quali mi sono formato da giovane –quella comunista prima e quella cristiana– e, soprattutto, attraverso le esperienze vissute durante una lunghissima militanza politica –caratterizzata anche da impegni di natura amministrativa abbastanza gravosi – che mi ha messo a contatto con realtà le più varie ed a vari livelli. E proprio durante queste esperienze mi sono reso conto dell’estremo livello di degrado nel quale il Paese è caduto a causa in particolare della corruzione che dilaga nelle classi dirigenti
ADR – Come è cambiata la sua vita e come gestisce i suoi affetti da allora? Ha subito mai intimidazioni, avvertimenti o minacce?
R. Profondamente perché è inevitabile che un impegno antimafia così come noi della Caponnetto viviamo, – basato più sull’indagine e sulla denuncia che non sulla ricostruzione storica e sulla memoria- – porti ad un clima di tensioni e di timori che colpisce anche la propria famiglia..
Situazione del genere impongono delle scelte anche dolorose che ti costringono ad adottare delle cautele, , per non coinvolgerla in eventuali ritorsioni, tipo quella di separare il domicilio rispetto a quello della tua famiglia ed a vivere, conseguentemente, una vita di quasi solitudine.
Non ho mai subito minacce dirette, ma indirette sì, ma ciò era nel conto e queste non mi hanno affatto turbato e non mi turbano
ADR – La scelta del nome per l’Associazione è caduta su “Antonino Caponnetto”. Ci racconti come si è pervenuta ad essa.
R. Ho conosciuto personalmente Nino Caponnetto durante la mia militanza nella RETE ed ho avuto modo di parlare più volte con lui sui grandi temi del Paese e sulla necessità di un impegno forte nella lotta alla corruzione ed alle illegalità in un Paese, qual’è il nostro, che ha fatto carta straccia della Costituzione repubblicana e nel quale le classi subalterne subiscono la violenza di un sistema bifronte che, mentre da una parte proclama la difesa dei diritti e dei doveri degli strati sociali deboli, dall’altra li calpesta quotidianamente.
ADR – Per cosa si distingue la sua associazione dalle altre che sono proliferate negli ultimi anni e che si configurano anch’esse come associazioni antimafia?
R. La nostra è un’Associazione “dei fatti” e non delle parole, dell’indagine e della denuncia, nomi e cognomi, delle collusioni fra mafia-politica ed istituzioni.
Quando si parla di mafie bisogna sempre parlare di politica e del Potere che è sempre connaturato con esse.
Questo ci ha indotto a rifiutare sempre con forza qualunque connubio, pur senza fare generalizzazioni estreme, con la politica, con “questa” politica, sia essa di destra, come di sinistra e di centro.
Possiamo tranquillamente dire –perché sono i fatti che corroborano questo nostro assunto – che noi siamo l’antimafia del “giorno prima” e non del “giorno dopo” in quanto cerchiamo sempre di prevenire i fatti, individuandoli e denunciandoli prima che essi avvengano ed abbiano il loro corso.
Purtroppo siamo costretti a rilevare che non siamo in molti in Italia a fare così e questo è anche uno dei motivi per i quali le mafie hanno avuto la possibilità di occupare questo infelice Paese non solo militarmente, ma anche economicamente e politicamente.
ADR – Come agisce? Quali e quanti risultati ha ottenuto?
R. Agiamo in un rapporto di collaborazione con gli organismi investigativi e giudiziari competenti ai quali partecipiamo di volta in volta il risultato delle nostre ricerche e possiamo essere orgogliosi del fatto che non raramente le nostre analisi sono alla base di importanti operazioni fatte dalle da quegli organismi.
ADR- L’ultima iniziativa è quella della proposta di un Osservatorio da insediare in ciascun Comune d’Italia, composto da forze dell’ordine, che vigili in maniera seria e accurata sull’iter degli appalti e la trasparenza. Un osservatorio che è costato oltre due anni di studio e lavoro alla Caponnetto. Crede che i Comuni risponderanno in maniera corposa all’appello?
R. Lo speriamo, ma abbiamo forti dubbi appunto per le ragioni esposte sopra. C’è una parte della politica che è corrotta e collusa con le mafie. La parte sana di essa spesso è distratta, impreparata ed, quindi, inconsapevole della gravità e della pericolosità del fenomeno mafioso.
Ma anche questo lo avevamo nel conto.
ADR – La mafia, la camorra nell’800 erano atteggiamenti interiori ed esteriori per i quali si credeva di poter affidare unicamente alla propria forza, a quella della propria famiglia, dei parenti e degli amici, la protezione della propria persona e delle proprie sostanze. La vendetta personale valeva più della pena pubblica. Uno Stato nello Stato con un proprio diritto ed un rigido codice dell’onore che imponeva imposte, infliggeva ammende, eseguiva sentenze di morte. Cosa resta oggi nella struttura istituzionale di mafia, camorra, ‘ndrangheta, di tale motivazioni?
R. Possiamo dire che le mafie hanno avuto nei decenni una profonda mutazione. Da antiStato o da Stato parallelo quali esse erano o ci venivano rappresentate, oggi spesso si identificano con lo Stato stesso.
Una sorta di sovrapposizione che li fa apparire un unicum.
Le vicenda giudiziarie a Palermo di queste settimane e che riguardano la cosiddetta trattativa Stato-mafia ne rappresentano una prova.
ADR – Negli ultimi 3 Convegni organizzati dall’Associazione Caponnetto da settembre (Formia, Cassino e Frosinone), lei ha tuonato in maniera pessimistica e allarmante contro il “sistema”, definendolo “irriformabile”. E’ davvero convinto che non sia più possibile uscire dal circolo vizioso della mafia, del clientelismo, del mercimonio dei voti elettorali e dei favori che generano solo corruzione in tutte le sfere dello Stato? Crede davvero che non sia possibile una ri-partenza, anche per settori, dell’Italia e un processo di bonifica che possa giungere a pervadere, con un procedimento inverso, di nuovo tutte le amministrazioni, i settori dell’imprenditoria e del commercio e le istituzioni?
R. Se avessi perso la speranza di un cambiamento, avrei abbandonato questo Paese.
Anche se non più giovane. Io ce l’ho messa tutta, nel mio piccolo, e ho fallito in parte anche perché mi sono visto costretto a combattere sempre in piena solitudine, abbandonato anche da amici strettissimi che dicevano di condividere gli stessi valori e gli stessi obiettivi.
E’ l’esperienza che mi induce a definire il sistema “irriformabile”.
Spero, però, ancora che la parte sana del Paese e le giovani generazioni abbiano, prima o poi, un sussulto di orgoglio ed alla fine si uniscano per dare una spallata al sistema.
Il Paese ha ancora delle risorse morali ed intellettuali eccezionali in grado di fare piazza pulita delle classi dirigenti corrotte e mafiose.
Dobbiamo impegnarci sempre di più per sconfiggere il torpore della gente perbene e dei giovani.
E questo si può ottenere dando l’esempio non con le parole ma con un impegno “sul campo”, esponendoci anche a sacrifici e rischi di ogni genere.
Ci sono anche coloro che hanno pagato con la propria vita questa esposizione e non di certo essi vanno definiti, come comunemente si fa, ”eroi” perché si tratta di persone che hanno fatto semplicemente il loro dovere.
Sono gli altri che non sono persone “normali”.
ADR- La crisi dei “partiti”, la distanza sempre più evidente tra gente del popolo e popolo delle istituzioni, la crisi economico-finanziaria, tutti fenomeni collegati al dilagare del “sistema mafioso”, impongono riflessioni ponderate e attente e soprattutto obbligano a far spazio ad un rinnovamento interiore ed esteriore che sia etico e morale al contempo. Come si può collocare in tale prospettiva, a suo parere, e incidere radicalmente, la lotta alle c. d. mafie?
R. Con un rinnovamento al contempo etico e morale, sì, ma non disgiunto da un impegno di tutte le persone perbene “sul campo. ”. Il Paese ha bisogno di una “scossa”, di esempi forti da parte di persone disposte anche al sacrificio personale, di “fatti” e non solo di “parole”.
Il nostro, purtroppo, è un Paese in agonia, incapace ormai anche di indignarsi.
E ciò è determinato dalla profonda sfiducia dei cittadini sensibili ed informati nei confronti delle istituzioni.
E’ necessario uno sforzo intellettuale per far comprendere a tutti che queste sono sempre lo specchio del Paese.
Un Paese in agonia produce istituzioni perverse e corrotte. -
ADR – Le ultime affermazioni dell’ex senatore Lino DIANA “sono tutti ladri ed è una pratica diffusa barare sui rimborsi e utilizzare le cene per barattare i favori con il voto” e quelle dell’On. le Antonello IANNARILLI “non si salva nessuno, rubano tutti”, ricordate dal dr. Arturo Gnesi, membro attivo e fattivo dall’Associazione Caponnetto, tolgono anche quel rimasuglio di speranza che la brava gente ripone nei magistrati e nelle forze dell’ordine che quotidianamente lavorano per indagare, scavare, trovare e arrestare i criminali. Ogni arresto di capoclan e di intere bande, con operazioni durate anche anni, appare una goccia nell’oceano e genera un senso d’impotenza per la percezione della vastità e del radicamento del fenomeno mafioso. Per questo motivo, lei incita tutti a non essere “omertosi” perché l’omertà è correità. Chi sa e non denuncia è colpevole tanto quanto il mafioso. Ma l’omertà è ancora un fenomeno diffuso: la gente ha paura, le conseguenze di una delazione possono essere pesanti per il delatore e per tutta la sua famiglia, la protezione dello Stato nei confronti dei delatori non può essere totale e non è permanente nel tempo. Il contrasto all’omertà è una sfida che l’associazione Caponnetto lancia provocatoriamente: quali potrebbero essere gli stimoli da fornire, oltre al senso di dovere e a un ritrovato senso della giustizia e della moralità, per incentivare la “denuncia”?
R. E’ vero. La gente è vile ed ha paura. La maggior parte, ma c’è anche chi ha coraggio e collabora. Come pure non tutte le istituzioni sono corrotte e marce. C’è ancora una parte di queste che crede nella giustizia e nella legalità. Bisogna saper distinguere, individuandone la parte ancora sana ed aiutandola a fare una barriera contro il malcostume e le mafie.
Nella storia sono sempre le minoranze a determinare le rivoluzioni.
Molto dipende da noi e dalla nostra capacità di suscitare emozioni sane, con l’esempio, con spirito di sacrificio e dedizione al bene della collettività, unendo le parti sane, istituzioni e cittadini perbene, stimolando ognuno ad applicare e far applicare le leggi.
Magistratura e forze dell’ordine sono lo specchio del Paese, come le altre istituzioni.
C’è il Magistrato corrotto intellettualmente, come il poliziotto, il carabiniere e così via.
Ma ci sono anche –e nella Magistrature e nelle forze dell’ordine rappresentano ancora, grazie a Dio, la maggioranza – le persone oneste.
Bisogna far fronte con queste e combattere tutti insieme.
ADR – Lei sostiene che chi assume un atteggiamento “negazionista” nei confronti della mafia o è un imbecille o un colluso. Tertium non datur. E’ davvero convinto di questo? Chi nega la presenza della mafia può invece essere in buona fede?
R. Ormai tutti sanno, perché c’è un sistema informativo nelle mani dei mafiosi, ma ci sono anche giornali e tv che informano compiutamente e correttamente.
E, poi, c’è Internet, uno strumento formidabile e senza censure. Tutti sanno, quindi, se vogliono ovviamente sapere.
Ribadisco, quindi, quello che ho sempre pensato e detto.
Chi nega l’esistenza delle mafie o è un imbecille o un colluso.
ADR – Nell’epoca della globalizzazione, un’associazione a carattere nazionale ha ancora senso nel contrasto alle illegalità e nella considerazione che la mafia è ormai un fenomeno transnazionale?
R. E’ vero: Il carattere transnazionale assunto dalle mafie ha bisogno di strutture adeguate con dimensioni ed orizzonti che travalichino i confini nazionali e che siano, quindi, in grado di combatterle a tutti i livelli ed in tutto il mondo.
Ma questo richiede una consapevolezza piena dell’esistenza del fenomeno ed una cultura antimafia che finora in altri Paesi non ci sono ancora.
Il Parlamento europeo solo di recente ha costituito una Commissione parlamentare antimafia che è presieduta, peraltro, da un’italiana nostra amica, Sonia Alfano.
Ogni processo culturale richiede i suoi tempi.
Si tratta di essere operativamente fiduciosi, stimolando anche con contatti personali, la presa di coscienza da parte di tutti e, intanto, accrescendo sempre più l’impegno sul territorio nazionale.
Questo rientra nei nostri doveri di ogni giorno.

Approvato il Codice Etico dell’Associazione Caponnetto

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Commissione Parlamentare antimafia a Latina. A fare cosa?

CERTI CAMBIAMENTI SONO ASSOLUTAMENTE NECESSARI SE SI VUOLE DARE CONCRETEZZA E SENSO ALLE TANTE DICHIARAZIONI DI MUTAZIONE SUL VERSANTE DELLA LOTTA ALLE MAFIE
ALTRIMENTI SONO SOLO UN BLA BLA, UNA PARATA, COME AL SOLITO, PER BUTTARE UN PO’ DI POLVERE NEGLI OCCHI DEGLI ALLOCCHI
L’altro ieri la Commissione Parlamentare antimafia è andata a Latina per l’ennesima volta per… verificare lo stato delle cose dopo le annose relazioni della DNA, delle DDA e della DIA sull’allarmante livello di penetrazione mafiosa nel Basso Lazio e dopo anche alcuni episodi di minacce ai danni di giudici del Tribunale pontino.
Noi, che pur siamo dei convinti e strenui sostenitori dello Stato di diritto e, pertanto, rispettosi delle Istituzioni in quanto tali, considerata anche l’esperienza pregressa, non abbiamo mai dato un eccessivo credito ad un organismo politico che è l’espressione di un Parlamento sui cui scranni siedono tanti soggetti inquisiti, condannati o comunque sospettati di gravissimi reati penali ed amministrativi.
Purttuttavia ci saremmo aspettati, avendo stima di alcuni suoi membri – Presidente e, soprattutto, V. Presidenti- una visita meno formale, più completa e minuziosa.
Ci saremmo aspettati, insomma, oltre che un’audizione dei soliti rappresentanti delle istituzioni locali i quali forniscono, come è ovvio, notizie di routine e di carattere generico, anche di quanti sono in grado di fornire una sorta di controinformazione sulla base delle
criticità, carenze, eventuali comportamenti omissivi e quant’altro del genere.
Ci saremmo aspettati, insomma, un incontro a tu per tu della Commissione o, meglio, di alcuni membri, Presidente e V. Presidenti per essere chiari, con i rappresentanti delle associazioni antimafia.
Confessiamo subito che ci saremmo sentiti, ove fossimo stati auditi, in imbarazzo a parlare di cose alquanto delicate alla presenza di chi ai margini dell’audizione ha dichiarato alla stampa che… non ci sono organizzazioni criminali strutturate sul territorio, in quanto convincimenti siffatti sono al di fuori della realtà e contrari ad ogni logica.
Siamo stati felici, quindi, di essere stati esclusi da un incontro dagli esiti, dal nostro punto di vista, assolutamente negativi.
Ma non è di questo che vogliamo parlare.
Ieri è stata resa nota la notizia del cambiamento al vertice della Prefettura.
Il Prefetto va via ed arriva un nuovo Prefetto.
Abbiamo letto la scheda informativa di questo e dalla lettura deduciamo che dovrebbe trattarsi di un Prefetto bravo ed esperto.
Speriamo di poter avviare con lui – e con i suoi collaboratori di fiducia- quel confronto cordiale e di collaborazione che non è nemmeno iniziato con il suo predecessore.
Ma la domanda che ci viene spontanea è la stessa che abbiamo formulato ad un nostro amico che stimiamo ed al quale vogliamo bene, Franco Brugnola, che annotava su Facebook “Commissione Parlamentare antimafia a Latina”: A FARE CHE COSA?
I componenti di tale Commissione che sono andati a Latina hanno incontrato il Prefetto, il Questore, i Comandanti provinciali della Gdf e dei CC, il Procuratore e la Giudice Aielli che è stata minacciata dalla mafia.
Orbene, giova ricordare che il Prefetto, quale rappresentante sul territorio del governo centrale, è colui che presiede il Comitato Provinciale per la Sicurezza e l’ordine pubblico.
Egli, cioè, è il responsabile massimo di ogni piano di lotta contro la criminalità organizzata ed è colui che detta le linee.
Ammesso anche che Commissione antimafia e Prefetto siano giunti a qualche conclusione, quale importanza questa riveste se il giorno dopo l’incontro il Prefetto è stato trasferito???
Domanda, questa, alla quale gradiremmo che qualcuno ci rispondesse.
Caro Franco Brugnola, l’inutilità di incontri del genere è sotto i tuoi occhi e di tutti coloro che sono abituati ad usare un pò il cervello.

Il grido di allarme del Procuratore Nazionale antimafia. La mafia nell’antimafia?

L’ALLARME DEL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA ROBERTI SU POSSIBILI INFILTRAZIONI DI SOGGETTI COLLUSI CON LA MAFIA NEL MONDO DELL’ANTIRACKET E DELL’ANTIUSURA, CIOE’ DELL’ANTIMAFIA
Quando un Procuratore Nazione antimafia arriva a lanciare un grido di allarme del genere vuol dire che ha nelle mani la prova che anche nel mondo dell’antimafia si possono verificare -o si sono già verificati- episodi di infiltrazione mafiosa.
Antimafia in senso lato, istituzionale o sociale che essa sia.
Di quella istituzionale ci occupiamo tutti i giorni e riteniamo che non ci sia più bisogno di spendere ulteriori parole in quanto in ogni momento vediamo quanto le mafie si siano infiltrate nelle istituzioni e nella politica.
Il Parlamento pullula di soggetti condannati o inquisiti per reati di mafia. Gente che dovrebbe stare nelle patrie galere e che, invece, elettori ignoranti, corrotti o dissennati hanno mandato a gestire le sorti del Paese, nostre e dei nostri figli.
Non parliamo dei partiti!!!
Anche fra i magistrati e nelle forze dell’ordine ormai si possono trovare elementi che colludono in maniera soggettiva o oggettiva con i mafiosi.
Ma non vogliamo, ora, parlare del livello di infiltrazione mafiosa nelle istituzioni e nella politica.
Vogliamo parlare, invece, dell’infiltrazione nel mondo della cosiddetta “antimafia sociale”.
Anche noi della Caponnetto abbiamo subito tentativi di infiltrazione che siamo riusciti, grazie al nostro estremo rigore, fortunatamente a sventare.
Non è detto che non ne subiremo ancora, considerati l’… “. appetibilità” della nostra Associazione e l’estremo interesse e la rabbia che i mafiosi nutrono nei nostri confronti, essendo noi fra i pochissimi in Italia che basano tutta la loro azione sull’indagine e sulla DENUNCIA (qualcuno ci ha confidato che nelle celle alcuni boss… parlano dell’Associazione Caponnetto).
Una parte cospicua, infatti, delle altre cosiddette associazioni antimafia si limita a fare della semplice retorica che ai mafiosi non produce il minimo fastidio.
Chiedete, prima di aderire ad esse, QUANTE denunce hanno mai presentate all’Autorità Giudiziarie, QUANTE volte hanno mai varcato le porte di una DDA, di una sezione della DIA o del GICO o di un altro corpo di Polizia specializzato, con QUANTI magistrati si sono raccordati per fornire ad essi tutto l’aiuto possibile.
Il discrimine è tutto qua.
Noi stiamo attenti anche alla possibile… contaminazione non solo interna, ma anche esterna.
Siamo stati sempre contrari a chiedere od accettare, pur se talvolta ci sono stati proposti, contributi o qualunque agevolazione dalle istituzioni perché, ricevendo un aiuto economico o, ad esempio, un locale in comodato gratuito d’uso o qualunque altra cosa da un Comune, verremmo coinvolti moralmente il giorno in cui il Sindaco, l’assessore, l’amministrazione dovessero essere perseguiti penalmente o arrestati per reati di mafia, di corruzione o di altra grave natura.
Ecco, una vera antimafia si fa solamente se si opera così, stando lontani sia da questa politica che da queste istituzioni.
Liberi da tutto e da tutti.
Lo abbiamo sancito sia nel nostro Statuto che nel Codice Etico approvati dal nostro Consiglio Direttivo.

La Commissione Parlamentare Antimafia va in Prefettura a Latina e non sente le Associazioni antimafia. La solita parata

L’ENNESIMA AZIONE DI PARATA: LA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA IN PREFETTURA A LATINA
Se dovessimo contare le volte che negli anni andati le Commissioni Parlamentari Antimafia si sono recate in Prefettura a Latina per informarsi sullo stato delle cose nella provincia pontina non riusciremmo a tenere il conto.
Risultati, però: zero.
Se si continua a star dietro all’informazione ufficiale, il quadro reale della drammaticità esistente su quel territorio non verrà mai fuori.
I rappresentanti delle Istituzioni potranno mai dire che i loro colleghi predecessori hanno mostrato scarsa attenzione ai problemi dell’invasione mafiosa su un territorio?
Essi potranno mai fare il processo a chi li ha preceduti?
E, se ci sono anche oggi, delle criticità, delle carenze, essi potranno mai autoaccusarsi ed ammettere che anche oggi si sta facendo poco?
Suvvia, siamo seri!
Noi non abbiamo mai creduto nei poteri taumaturgici e risolutori delle Commissioni Parlamentari Antimafia, dall’atto della loro nascita ad oggi, e ciò anche perché spesso esse sono in parte composte da parlamentari che tutto hanno fatto nella loro vita che occuparsi di mafia ed antimafia (mettiamola così!).
Senza, poi, voler esprimere giudizi sulla classe dirigente politica in generale della quale essi ne sono l’espressione; classe politica che ha le maggiori responsabilità di quanto è avvenuto ed avviene nel Paese e, quindi, in provincia di Latina e nel Lazio.
Ne abbiamo un esempio proprio in questi giorni nella Capitale!!!
Ma non vogliamo apparire dei… “populisti” e scadere nel politico.
Dai tempi di Violante e di Chiaromonte la Commissione dispone dei rapporti ufficiali e basterebbe che essa acquisisse le Relazioni della Procura Nazionale Antimafia, della DDA, della Procura Generale della Corte di Appello e della DIA per avere il quadro della situazione pontina e del Lazio.
Quelle della Magistratura competente e dell’organo di polizia specializzato ed interforze qual’è la DIA sono le fonti più complete e credibili.
Sugli altri aspetti, invece, che toccano problemi di carenze, eventuali omissioni, incongruenze e quant’altro del genere, non capiamo le ragioni per le quali la Commissione non sente le Associazione antimafia più serie ed informate che operano sui territori.
Teme forse di essere messa sotto accusa anch’essa???
Per quanto ci riguarda, noi ci teniamo a sottolineare che non siamo dei disfattisti e che ci siamo presentati sempre nei confronti delle Istituzioni – di tutte le Istituzioni che hanno mostrato disponibilità e sensibilità – in termini collaborativi e propositivi.
Ovviamente quando ce ne sono state le condizioni.
Il problema è che abbiamo sempre avuto l’impressione, come l’abbiamo in questa occasione, che chi sta a capo di certe Istituzioni non vuole sentire la verità!!!
Ebbene, continuate pure a comportarvi come vi siete sempre comportati.

Per un’antimafia seria non servono fanfaroni e parolai,ma gente seria e disinteressata. E combattenti

L’ANTIMAFIA DEL BLA BLA NON SERVE.
IN UN’ASSOCIAZIONE ANTIMAFIA SERIA SERVONO PERSONE CHE NON CHIACCHIERANO, MA OPERANO.
NOI SIAMO UN’ASSOCIAZIONE ANTIMAFIA E NON UN PARTITO POLITICO O UNA CONGREGAZIONE DI CARITA’
La gente se lo deve mettere in testa e comportarsi di conseguenza.
Non ci servono i “commenti”, i “mi piace”, i “condivido” o persone che vengono, magari si iscrivono pure ma si limitano a dare giudizi, ad osannare o criticare.
Noi siamo un’associazione antimafia ed il nostro compito è quello di individuare i mafiosi e gli amici dei mafiosi, soprattutto quelli che sono nei partiti, nelle istituzioni e nelle professioni, i famosi “colletti bianchi”, i più pericolosi, segnalarli a chi di dovere, farli arrestare e far levare loro tutti i beni accumulati sul sangue della povera gente.
Punto.
Un giorno vennero a trovarci due alti Ufficiali di un corpo speciale di polizia per uno scambio di vedute su una certa situazione.
Uno dei due, un Tenente Colonnello, ci disse:
” A noi servono nomi e cognomi, non analisi sociologiche e politiche.
Veniamo da voi perché sappiamo che siete delle persone serie ed un’associazione operativa”.
Il detto latino di Tito Livio:
“Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”.
Il problema è che molte persone ritengono che stare in un’associazione antimafia è come stare in un partito politico, con tutto il marciume che vi è dentro, o in un circolo culturale o sportivo.
Chiacchiere su chiacchiere, pettegolezzi, maldicenze, personalismi, antagonismi e quant’altro di più abietto e disdicevole.
In un’associazione antimafia seria si deve pensare a lavorare e basta e lavorare significa scovare e denunciare i mafiosi ma non solo.
E’ necessario soprattutto capire e denunciare perché e dove i mafiosi trovano terreno fertile, , chi li agevola, se quella caserma o quel commissariato funzionano o non fanno indagini ed informative, chi sono le eventuali talpe, se il tale magistrato fa il suo dovere o meno, se il tale Prefetto fa le interdittive antimafia o rilascia con facilità i certificati liberatori ad imprese in odor di mafia, se il tale parlamentare, il tal ministro, il tal sottosegretario o vice ministro, il tal sindaco, il tale assessore o consigliere sono dei corrotti ed amici dei mafiosi o meno.
Bisogna avere occhi ed orecchie bene aperti, dovunque ed a qualunque ora.
Per denunciare le criticità ma saper proporre anche le soluzioni.
Un lavoro serio, delicato ed impegnativo che si fa senza chiacchiere.
Con il cervello e con una mente lucida.
Non servono fanfaroni e parolai.
Questa significa fare antimafia.
Tutto il resto sono chiacchiere e con le chiacchiere non si combattono i mafiosi.

Ma il “sistema Fondi” è stato scardinato???

MA IL “SISTEMA FONDI” E’ STATO SCARDINATO???
Noi vogliamo ricordare la storia di una lottizzazione della quale fummo investiti.
Ne parlammo alla Regione Lazio- Giunta di centrosinistra – con molti e tutti ci assicurarono che avrebbero esaminato la questione con molta attenzione.
Finì per essere approvata dalla Giunta.
Successivamente, però, fu revocata la delibera “in autotutela. ”
Ci siamo interessati del misterioso suicidio del Comandante della Compagnia della Guardia di Finanza Capitano Fedele Conti, un ufficiale brillante e persona cristallina.
Nessuno ne ha voluto e vuole parlarne più!!!
E’ stata nominata una Commissione di accesso al Comune di Fondi, la quale ha concluso i suoi lavori scrivendo cose tanto serie da indurre l’allora Prefetto di Latina ed il Ministro degli Interni a chiedere lo scioglimento dell’Amministrazione Comunale.
Lo scioglimento non c’è stato, come tutti sanno, né sono stati approfonditi alcuni aspetti evidenziati nella Relazione della Commissione d’accesso che fu “secretata”.
Il Prefetto che aveva promosso l’inchiesta e richiesto lo scioglimento per mafia fu chiamato a… più alti incarichi al Ministero degli Interni e ai processi si sa chi è andato a finire.
Oggi del “caso Fondi”, del quale si interessarono le televisioni ed i giornali non solo nazionali ma anche internazionali, nessuno ne parla e ne vuole parlare più
Roba vecchia.
Viva l’Italia.
Parliamo di Mafia Capitale!!!
Ardea, Fondi, Roma “la città più sicura d’Italia”, Ostia.
Così sono andate fino ad ieri le cose nel Lazio!

Roma: via il Prefetto e subito scioglimento e Commissario al Comune

VIA IL PREFETTO, IMMEDIATO SCIOGLIMENTO DELL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE E NOMINA DEL COMMISSARIO!!!

“Se stamo a compra’ mezza Prefettura”, avrebbe affermato Salvatore Buzzi, uno degli indagati più in vista nell’inchiesta Mafia Capitale.
Lo riportano oggi molti organi di informazioni sia della carta stampata che delle televisioni.
Se la notizia dovesse risultare fondata la cosa rivestirebbe una gravità eccezionale in quanto potrebbe essere messa in dubbio la stessa legittimità di qualsiasi intervento da parte di quella istituzione in ordine alle decisioni da assumere circa la sopravvivenza o meno dell’amministrazione della capitale.
Allo stato delle cose, quindi, non rimarrebbe che applicare le leggi e dar luogo, senza ulteriori esitazioni, allo scioglimento dell’amministrazione comunale ed alla nomina del Commissario.
Qua si sta giocando sul prestigio e sul ruolo dello Stato di diritto mettendo a rischio la sopravvivenza della democrazia nel nostro Paese.
Stiamo parlando della Capitale del Paese e non di un comune qualsiasi e di fatti di rilevanza penale già accertati dall’Autorità Giudiziaria.
Una Commissione di accesso non ha, a questo punto, più senso in quanto degli ispettori non possono e non debbono andare a sindacare quanto già è stato accertato dall’autorità inquirente.
D’altro canto, essendo stati resi noti ulteriori fatti che rendono più aberrante e stomachevole la situazione rispetto a quella appresa nei primi giorni, riteniamo superata la nostra stessa richiesta di nominare una Commissione di accesso e ci vediamo costretti a riformularla con un nuovo contenuto:
SI DEVE ANDARE IMMEDIATAMENTE ALLO SCIOGLIMENTO DELL’AMMINISTRAZIONE ROMANA ED ALLA NOMINA DEL COMMISSARIO!
Punto.
Ma diciamo ancora di più:
va rimosso il Prefetto che fino ad ieri ha dichiarato che “Roma è la città più sicura d’Italia”.
Si vede com’è “sicura” la Capitale sotto il tallone di mafiosi e delinquenti di ogni specie!
Non possiamo riconoscerci in una autorità che rappresenta il governo centrale sul territorio che non vede la realtà, venendo così meno al suo ruolo istituzionale.
Aspettiamo, pertanto, che Renzi adotti immediatamente la decisione che ha adottato per ragioni meno gravi qualche mese fa con l’ex Prefetto di Perugia: VIA!!!
Domani emetteremo, come Associazione Caponnetto, un comunicato ufficiale.

Una migliore e più qualificata struttura investigativa nel sud pontino per rendere più efficace la lotta alle mafie

ALLA RIDEFINIZIONE DEL NUOVO IMPIANTO GIUDIZIARIO NEL BASSO LAZIO DEVE FAR SEGUITO QUELLA DELL’IMPIANTO INVESTIGATIVO ALTRIMENTI LA LOTTA ALLE MAFIE RESTA UNO SLOGAN E BASTA
Al momento della ridefinizione della geografia giudiziaria nel Basso Lazio noi ci siamo battuti contro la soppressione del Tribunale e della Procura di Cassino.
Lo abbiamo fatto con convinzione e non facendoci condizionare da motivi corporativistici o campanilistici che sono estranei alla nostra cultura.
Ma lo abbiamo fatto con l’intento, anche se non soprattutto, per fare della Procura di Cassino un forte presidio contro l’invasione barbarica della camorra.
E il Ministero ha deciso la sopravvivenza tenendo presente proprio questo obiettivo.
E’ quello che resta nei nostri propositi e stiamo aspettando, pertanto, la venuta del nuovo Procuratore Capo per riproporre l’antica nostra richiesta della coodelega da parte della Procura Generale per i procedimenti di mafia.
Ciò anche per sgravare la DDA di Roma della montagna di oneri che oggi è costretta ad accollarsi.
Aspettiamo quindi il nuovo Procuratore che dovrebbe essere nominato a breve.
Il discorso, però, non è limitato alle strutture giudiziarie perché se queste non vengono supportate da quelle investigative si è macinata aria fritta.
Le forze di polizia hanno l’obbligo, quindi, se veramente vogliono finalmente rendersi utili alla bisogna, di attrezzarsi al meglio.
Occorre personale specializzato, preparato, determinato.
Ci sembra che la Guardia di Finanza, da quando è venuto in provincia di Latina il Colonnello Kalenda, purtroppo andato via troppo presto, abbia cominciato a fare un buon lavoro.
Forse essa, a Formia, dovrebbe rafforzare il gruppo CO perché due soli operatori non bastano.
Confidiamo, pertanto, che il nuovo Comandante Provinciale, il Col. Reccia, bravo Ufficiale, provveda quanto prima al riguardo.
Per quanto riguarda la Polizia di Stato abbiamo aperto da tempo un confronto, trovando – lo dobbiamo dire per onestà intellettuale – il massimo della disponibilità.
Ci stiamo battendo a favore dell’istituzione a Formia di un Supercommissariato, come quello di Scampia, comandato da un 1° Dirigente esperto in materia di lotta alle mafie economiche e politiche e, soprattutto, dotato di una Sezione distaccata della Squadra Mobile di Latina.
Occorrono uomini e donne esperti in materia di contrasto della criminalità mafiosa perché non basta piu’ un solo Ispettore.
Confidiamo nella sensibilità e nella serietà del nuovo Questore Dr. De Matteis, che stimiamo e riteniamo un eccellente funzionario.
Resta il discorso dei Carabinieri che debbono assolutamente attrezzarsi al meglio.
Soprattutto a Gaeta.
Avevamo un bel rapporto di collaborazione con il Colonnello Saccone, ufficiale competente e serio.
Anche egli, purtroppo, è andato via.
C’è ora, come Comandante di Compagnia, il Capitano De Nuzzo che ci hanno descritto come un bravo Ufficiale.
A lui ed al Comandante provinciale Col. De Chiara facciamo appello perché incentrino la loro attenzione particolare su Gaeta.
La Tenenza e la Stazione di Gaeta debbono assolutamente essere dotate di nuovo personale il più preparato possibile in materia di contrasto alle mafie.
Ci sono, finalmente, un eccellente Comandante di Stazione, oltre a qualche altro bravo Maresciallo, ma non bastano.
Quello di Gaeta, come tutti sanno, è uno dei territori più infiltrati dalle organizzazioni mafiose.

Un colpo mortale alla legalità nella Capitale: la rimozione del Prefetto Mosca. Una vecchia, dura denuncia dell’UNADIR

Cari colleghi,
come vedete, comincia finalmente a serpeggiare il malcontento diffuso nella
categoria, questa volta a seguito della vicenda che ha colpito il Prefetto della
capitale e non posso che rilevare la inquietante posizione di sindacati che,
con un sommesso segnale di solidarietà fanno passare per buona una
situazione che tale non è. Ho più volte in passato denunciato politiche
sindacali dissennate, attuate d’accordo con l’Amministrazione, che ci hanno
portati alla deriva.
Vi anticipo che altrettanti colleghi verranno trasferiti per voleri politici
legati a questioni di legalità e di dubbia trasparenza. Siamo di fronte ad
una svolta epocale.
Chi opera al servizio delle Istituzioni e nel pieno rispetto della legalità, con
un pretesto qualunque viene defenestrato.
Poi ci tocca leggere che indagini di vario tipo toccano uffici del Ministero
dell’Interno o colleghi che si prestano diciamo a “strumentalizzazioni
politiche”, e che comunque operano sovente nella certezza dell’impunità a
discapito di quello che rappresenta il Tempio della legalità, il Ministero
dell’Interno.
Carriere facili da una parte, carriere impossibili dall’altra.
La vicenda del Prefetto Mosca assume contorni inquietanti perché colpisce un funzionario che, per unanime consenso, rappresenta la massima espressione dell’istituto prefettizio al servizio esclusivo degli interessi dello Stato e della collettività. L’allontanamento del Prefetto Mosca fa venir meno il più autorevole punto di riferimento a cui finora hanno guardato tutti i colleghi che, sul suo esempio hanno imparato come indirizzare tutta la loro attività al servizio del Paese.
E’ venuto il momento di chiedersi se lo Stato esiste ancora. Da una parte politici, amministratori e sindacalisti corrotti agiscono senza pudori, violando ogni norma nella consapevolezza dell’impunità ed in nome di ciò si arrogano il diritto di calpestare la dignità di quanti non la pensano come loro.
Non ha ragione il Ministro Brunetta quando addebita le responsabilità dei molti mali della pubblica amministrazione ai sindacati di sinistra, non
dimentichiamo che i sindacati quando erano degni di definirsi tali, hanno
segnato la storia del nostro Paese con la sacrosanta tutela dei diritti dei lavoratori.
Ha ragione, invece, il Ministro Brunetta se per sindacati di sinistra intende riferirsi a quei sindacalisti che hanno fatto del proprio ruolo un centro di sporchi affari ed interessi, violando ogni norma, creando cordate difficili da spezzare perché consapevoli di essere intoccabili.
Non dimentichiamo il vile gesto perpetrato a suo tempo a danno del Generale Dalla Chiesa che, in virtù della fiducia del Governo dell’epoca, fu mandato a morire a Palermo. Rapporto di fiducia che avrebbe dovuto essere contraddistinto da lealtà reciproca del Governo di allora e del Prefetto Dalla Chiesa. Ma si trattò, come i fatti hanno poi dimostrato, di fiducia e lealtà unilaterale del capro espiatorio mandato a Palermo solo per dare una parvenza di Stato.
Mi chiedo se sia giusto che i politici di turno possano agire contro ogni norma calpestando la Costituzione e le leggi.
Poi ci tocca leggere sulla stampa il fatturato dell’azienda criminale!!!
Ma allora abbiano i politici il coraggio di legalizzare l’illegalità, se non altro anche noi potremo finalmente dire che delle regole, discutibili o meno che siano, le abbiamo. Sì perché adesso regole non ci sono più e debbo precisare che chi, pagato dallo Stato si asserve ad altre logiche, quello stipendio lo ruba e deve restituirlo allo Stato, come pure ruba il furbetto che risulta presente in ufficio perché nella rete degli imbrogli che vige un collega zelante gli registra la presenza in ufficio.
E’ un quadro quello delineato che necessita di una chiarificazione, non si finga di non sapere, si affronti la realtà e si abbia il coraggio di venire allo scoperto.
L’ennesima dimostrazione di arrogante interferenza di certa politica a danno di chi, come il Prefetto Mosca, interpreta nel modo migliore il ruolo prefettorale, deve indurre tutti quelli tra noi che ancora credono nelle Istituzioni a raccogliersi compatti per rivendicare in tutte le sedi politiche ed amministrative la dignità del ruolo ed il diritto a svolgerlo nel rispetto dei principi costituzionali e delle leggi dello Stato.

IL SEGRETARIO NAZIONALE DELL’UNADIR
(V. PREFETTO MARIA ROSARIA INGENITO)

ROMA 18 NOVEMBRE 2008

Svegliatevi!!!

ATTENTI!!! NON C’E’ PIU’ TEMPO!
I fatti immondi dei quali in questi giorni siamo, ahinoi, testimoni, oltre che provocarci quel senso di schifo e di ribrezzo nei confronti di quella classe politica ed istituzionale che ne è l’autrice, deve indurci a fare una profonda riflessione sulla situazione italiana.
Intanto vanno riconosciute le responsabilità personali, di ognuno di noi, in quanto una classe dirigente è sempre l’espressione di coloro che l’hanno votata.
Se una classe politica è corrotta e mafiosa vuole dire che sono i cittadini che l’hanno scelta che sono corrotti e mafiosi.
Uno che non è nè corrotto e nè mafioso non va a votare certe persone.
Paolo Borsellino lo diceva con estrema chiarezza quando sosteneva che il popolo ha nelle proprie mani un’arma formidabile:
la matita nella cabina elettorale.
Perché non la usa, quella matita, nel verso giusto e va, invece, ad apporre il proprio segno sulle persone e sui simboli sbagliati?
Il danno che quella parte di popolo che ha votato ladri, mafiosi e criminali ha fatto all’intero Paese e, in fondo, a se stessi ed ai propri figli, è incalcolabile e quel danno si ripercuoterà non solo sul momento che viviamo ma, soprattutto, sui decenni avvenire in quanto quella classe politica che esso ha votato è quella che designa le classi dirigenti nelle istituzioni, i prefetti, i comandanti generali, gli ambasciatori, i procuratori, tutti coloro che hanno nella proprie mani le sorti della nazione non solo per gli anni di durata di una legislatura parlamentare, ma oltre, tanto oltre.
Noi stiamo parlando da anni dell’esistenza in Italia di due Stati, lo Stato-Stato, quello di diritto nel quale noi ci riconosciamo e lo Stato-mafia.
Due Stati in guerra fra di loro.
Una guerra che, purtroppo, vede sempre più soccombente il primo e vincente il secondo.
Non prendiamoci più in giro e non continuiamo a negare la realtà:
la mafia ha vinto la guerra.
Lo ripetiamo, senza alcun timore di essere smentiti: la mafia ha vinto la guerra.
Talché quello che ci appare non è affatto lo Stato nel quale noi abbiamo creduto e continuiamo a credere, battendoci fino alla spasimo, ma è l’”altro ” stato, lo “stato mafia”.
Che tenta di mettere i suoi uomini, spesso riuscendoci, al comando, dovunque, in qualsiasi amministrazione, in qualunque posto di alta o bassa responsabilità, fregandosene della loro fedina penale.
Uomini che fanno del tutto, ovviamente, per emarginare, isolare, rendere ininfluente ed insignificante la parte sana che opera, ormai
, in posizione emarginata e di assoluta subordinazione.
Sì, in posizione di subordinazione e di ininfluenza perché a tanto ormai si è arrivati.
La parte sana del Paese è la parte subordinata, quella che non decide, che non incide perché è la parte minoritaria.
Così, purtroppo, ha voluto un popolo molte volte cieco e sordo che oggi, per sua colpa, comincia a pagare le conseguenze delle sue scelte sbagliate.
Spostiamo il discorso, per renderlo più stringente e comprensivo a tutti, anche ai meno informati, sul piano nostro: quello della cosiddetta “antimafia ” sociale.
Noi dell’Associazione Caponnetto riscuotiamo la stima e l’apprezzamento della parte sana del Paese, minoritaria, la parte della pubblica amministrazione che vede e sa quello che facciamo, ma, al contempo, siamo odiati e malvisti dall’”altra ” parte, maggioritaria.
Che non gradisce quello che facciamo e preferirebbe una sorta di… “antimafia” soft, parolaia, che non scavi e denunci.
Se noi ci adattassimo a ” ‘o sistema” sicuramente fruiremmo di benefici ed ori.
Ma tradiremmo i nostri principi, quelli della persona di cui portiamo il nome, i valori che ci hanno insegnato i nostri genitori, quelli dell’onestà, della giustizia e della democrazia.
Uccideremmo noi stessi e copriremmo di vergogna noi ed i nostri figli e nipoti.
Non è da noi!!!
Noi e tutti coloro, sempre nel mondo dell’antimafia, che la pensano ed operano come noi, come Cristian Abbondanza della “Casa della Cultura e della Legalità di Genova”, Salvatore Borsellino e qualche altro.
Perché tutto questo?
La risposta è semplice semplice.
Per noi fare antimafia significa fare ricerca (molti si arrabbiano se la chiamiamo “indagine”) e DENUNCIA, nomi e cognomi, come, appunto, fa anche Cristian
Abbondanza che noi stimiamo ed al quale vogliamo bene.
Orbene – non è la prima volta che lo diciamo – fare ricerca (INDAGINE) significa quasi (diciamo “quasi” per essere buoni) sempre trovare dietro il mafioso conclamato il “politico”.
La mafia cerca sempre, trovandola, la sponda politica.
E’ ovvio che la “politica”, questa “politica”, ci odia, ci combatte, cerca di ostacolarci, impedirci di scoprire la realtà, tentando di delegittimarci e quant’altro.
E più si accorge di non riuscirci e più il livello di rabbia e di odio nei nostri confronti aumenta.
In Italia abbiamo avuto dal dopoguerra ad oggi vari tentativi di veri e propri colpi di Stato non riusciti grazie alla presenza di un forte PCI (noi non siamo comunisti, ma abbiamo il coraggio, tutti, per onestà intellettuale e morale, di riconoscerlo ed ammetterlo, altrimenti tradiamo la Storia).
Oggi il PCI non c’è più, purtroppo.
I lavoratori, le classi subordinate, quelle che si sono sacrificate, hanno sofferto, soffrono, oggi sono allo sbando, umiliate, senza lavoro in gran parte e non sono più rappresentate in maniera adeguata.
A comandare, a decidere, sono gli “altri”: quelli che oggi, in maniera subdola, soft, ma non meno dolorosa, con la corruzione e le mafie, stanno tentando di fare il colpo di Stato, quello definitivo.
Che ci porterà, se non apriamo subito gli occhi, a perdere – ed a far perdere ai nostri figli e nipoti – quella giustizia e quella libertà che ci hanno lasciato, pagando tributi di sangue, i nostri genitori ed i nostri nonni.
Attenti!!!
Non c’è più tempo.
Svegliatevi!!!

Roma Capoccia. I Prefetti di Roma, escluso Mosca, hanno sempre negato l’esistenza della mafia nella Capitale. Ecco i risultati. I primi da processare sono loro

Roma capoccia
Risulta sempre sbagliato fare di tutta l’erba un fascio ma più passano i giorni e più risulta difficile distinguere l’erba buona da quella cattiva.
Purtroppo tutto risulta compromesso e pare che soluzioni non se ne vogliono cercare.
In molti ci eravamo illusi che dopo lo sporco periodo di tangentopoli, si potesse cercare un riscatto di legalità, di etica, di morale pubblica. Purtroppo però la politica italiana non ha mai voluto consentire che ci fosse una vera riscossa della cosiddetta parte sana del nostro paese che continua ad essere sempre più difficile individuare.
Non c’è più nulla in grado di indignare le tanto blasonate istituzioni che continuano a fare quadrato attorno a sporchi affari di partiti invischiati sempre più nella marmellata del potere economico. Così, mentre una magistratura coraggiosa cerca di mettere i braccialetti ai delinquenti corrotti e corruttori con le mani sporche di marmellata e talvolta di sangue, la politica rallenta nelle riforme ormai vitali come quella della magistratura, anzi, laddove dovrebbe cercare di potenziare taluni uffici territoriali dando strumenti validi ed efficaci a chi rischi continuamente la vita, riesce ad intervenire svilendo il ruolo di magistrati e di uffici di tribunali che si trovano sobbarcati di lavoro.
L’ultima bella uscita solo in ordine di date, in merito alla magistratura fu quella dell’attuale Presidente del Consiglio non eletto che dichiarò di cominciare a riformare la magistratura tagliando il numero di giorni di ferie dei magistrati. Qualcuno prima di lui volle mettere mani alle intercettazioni telefoniche per una sorta di paventato abuso che non avrebbe garantito la libertà del politico delinquente intercettato.
Oggi, dopo la vergogna sul caso Mose di Venezia e dopo la grande abbuffata dell’Expo di Milano, arriva la valanga del Cupolone Romano. Quasi un fulmine a ciel sereno, direbbe l’attuale prefetto di Roma che ha sempre negato e continua a negare l’esistenza di mafia nella capitale.
Ora, tutti sorpresi a riflettere sull’onta capitata a Tizio piuttosto che a Caio. Gli altri, tutti innocenti.
Paolo Borsellino affermava: <<Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si metto d’accordo>>.
Non può bastare quindi commissariare un partito. Non basta chiedere la sospensione di questo o quel consigliere sporco di marmellata.
È tanto più colpevole chi non ha saputo/voluto vigilare. Si sa bene come funzionano gli equilibri all’interno dei partiti politici dove in molti sanno di tutti e nessuno cerca di mettere all’angolo chi puzza di malaffare, anzi, troppo spesso è proprio chi porta quel fetore ad essere privilegiato per il potere che rappresenta e può rappresentare. Quelli che cercano di fare pulizia, inevitabilmente vengono messi a margine o addirittura, sentendosi impotenti, si vedono costretti a mollare.
Così come sarà costretto a mollare il povero sindaco Marino, colpevole anche lui di non essere riuscito a far emergere subito la puzza di quelli del suo partito che gli ronzavano attorno per interessi personali e di lobbies.
Non se ne esce e non se ne uscirà mai se ciascuno continuerà ad essere tifoso integerrimo della sua parte politica.
Se ciascuno, anche a livello territoriale cercherà, di far emergere solo lo sporco evidente nel partito avversario, restando indifferente sullo sporco nascosto ma conosciuto da tutti, all’interno del proprio gruppo politico, continuerà a prestare il fianco al potere mafioso all’interno del suo partito e quindi sarà anch’egli partecipe del malaffare mafioso.
Non c’è un partito politico più colpevole dell’altro. Il caso del cupolone romano dimostra che le colpe appartengono a tutti. E allora, molto responsabilmente dovremmo auspicare una commissione d’accesso della prefettura di Roma al più presto ed accettare eventualmente l’onta dello scioglimento del consiglio
comunale della capitale. Solo così potremo cercare di lavorare affinché la nostra Roma continui ad essere ricordata come la Città Eterna.
Altrimenti dovremo rassegnarci ad essere etichettati tutti come spaghetti, mandolino e mafia.

Fondi, 6 dicembre 2014-12-06
Vincenzo Trani

Non si è detto fino ad ieri che… ”Roma è la citta’ più sicura d’Italia”? Avanti con la nomina di una Commissione di accesso!!!

NON SI E’ DETTO FINO AD IERI CHE… “ROMA E’ LA CITTA’ PIU’… SICURA D’ITALIA”?
Lo slogan “una Capitale infetta per una nazione corrotta” è quanto di più appropriato per disegnare la fogna di cui sono emersi finora appena i contorni.
Una fogna che emana un lezzo che ci ammorba da anni ed al quale tutti, o quasi, si erano assuefatti fino a quando un pugno di magistrati, di ufficiali e funzionari onesti, venuti da lontano, hanno cominciato a mettere fine, prima con l’inchiesta sulla mafia di Ostia ed ora con quella della Capitale.
Abbiamo sentito fino a circa un anno fa dichiarazioni di Prefetti che hanno sostenuto che “Roma è la città più sicura d’Italia”, che “la mafia è in periferia ma non nella Capitale”.
Abbiamo letto relazioni di Commissioni Regionali e Provinciali per la sicurezza che non hanno dato minimamente il senso di quanto stata avvenendo e che ci hanno presentato un quadro non diciamo tutto rose e fiori ma poco ci manca.
Chi ha osato, come abbiamo tentato di fare noi dell’Associazione Caponnetto, pretendere chiarezza e verità, ha pagato prezzi altissimi in termini di emarginazione e di tentativi di delegittimazione di ogni sorta e di ogni provenienza.
Allora qua il discorso va impostato su altri piani.
Mentre i magistrati e le forze dell’ordine stanno facendo il loro encomiabile lavoro, un lavoro che tutte le persone perbene hanno il dovere non solo di approvare ma soprattutto di supportare per quanto è ad ognuno possibile, ci dobbiamo cominciare ad interrogare sulle RESPONSABILITA’.
Responsabilità di chi sapeva ed è stato zitto, se non partecipe.
E’ prevedibile che da parte di tutti coloro – partiti, uomini e donne delle istituzioni, soggetti diversi ecc. – che, oggettivamente o soggettivamente, vanno considerati – e trattati come tali – i veri responsabili di tutto quanto sta emergendo ed emergerà, si alzeranno i muri per evitare la gogna.
Ed il primo banco di prova lo avremo con lo scioglimento o meno dell’amministrazione comunale di Roma.
Noi siamo garantisti e non vogliamo dire che il Sindaco -come i Presidenti della Provincia o della Regione- e gli assessori o i consiglieri sono dei collusi.
Questo no.
Ma, quando i sospetti ricadono anche su un solo consigliere, è dovere di tutti gli altri, anche per ragioni di difesa personale, pretendere chiarezza con la richiesta della nomina di una Commissione di accesso.
Noi dell’Associazione Caponnetto, oggi, lo abbiamo fatto ufficialmente.
Vediamo come si comporterà il Prefetto di Roma che è colui che dovrà assumere la decisione di dire sì o no.
La stiamo aspettando!!!

Suvvia, diamo inizio ad un’antimafia seria, più vera, più operativa, meno parolaia, fatta di fatti e non più di chiacchiere. Un’antimafia che sappia “entrare” nei problemi, che sappia individuare le cause e proporre le soluzioni. Bisogna essere, oltre che più attivi nel denunciarli, anche propositi. Un’antimafia diversa, insomma, vera!!!

UN’ANTIMAFIA PIU’ ATTIVA, CHE SAPPIA ENTRARE NEL CUORE DEI PROBLEMI E CHE NON SI LIMITI A GUARDARE E SEMPLICEMENTE A RACCONTARE QUELLO CHE E’ AVVENUTO
Un’antimafia più seria, più attiva, capace di “guardare dentro” i problemi, dentro le criticità.
Che incentri la sua attenzione sui “motivi” per i quali non si è combattuto e si combatte con efficacia le organizzazioni mafiose e tutto il loro retroterra sociale, politico ed istituzionale.
Un’antimafia che non stia solo a guardare ed a raccontare l’avvenuto, quello che si è verificato senza saper analizzare, al contempo, “perché” è successo.
Un’antimafia che sappia analizzare le carenze, le insufficienze, le eventuali omissioni, di coloro, magistrati o uomini e donne delle forze dell’ordine, che non abbiano fatto appieno il proprio dovere.
Un’antimafia vera e non di bla bla che non servono a cambiare una situazione che ogni giorno diventa sempre più tragica.
Se una caserma o un tribunale o una procura mostrano della carenze, bisogna intanto denunciarle agli organi centrali competenti e, al contempo, è necessario saper proporre le soluzioni.
Questa è vera antimafia.
Tutto il resto sono chiacchiere al vento.

n terra di camorra e di ‘ndrangheta, qual’é il sud pontino, ai presidi di polizia e dello Stato va richiesto il massimo di attivismo e di competenze. Al via la loro ristrutturazione, soprattutto a Gaeta e Formia. Altrimenti non ci stiamo

ED ORA AL VIA LA RISTRUTTURAZIONE DEI PRESIDI DI POLIZIA NEL SUD PONTINO PER RENDERE PIU’ EFFICACE LA LOTTA ALLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA
Non si può più scherzare.
Camorra e n’ndrangheta hanno preso il predominio nel sud pontino grazie anche all’inerzia dello Stato e ad aree di contiguità con pezzi della politica e delle istituzioni e non si può più restare a guardare senza far finta di niente.
Non si è indagato nel passato e quel pò che è stato fatto lo si deve tutto ai corpi speciali, dalla DIA, al GICO, al ROS.
Di Napoli e di Roma.
Nessuno osi negarlo perché altrimenti chiediamo di conoscere i “numeri”, le statistiche, anno per anno, delle inchieste e delle informative fatte finora, da dieci anni in qua.
La Guardia di Finanza, grazie soprattutto all’ex Comandante provinciale Colonnello Kalenda del quale non finiremo mai di tessere le lodi, ha fatto qualcosa responsabilizzando a Formia e Fondi i suoi uomini migliori ed i frutti si cominciano a vedere, ma restano Polizia e Carabinieri.
Con la venuta del nuovo Questore De Matteis, al quale abbiamo già manifestato la nostra stima per le sue non comuni capacità, ci aspettiamo che venga risolto il problema dei Commissariati di Formia e di Gaeta.
Quello di Gaeta non ha più ragione di esistere perché è assurdo tenere un presidio a 6 chilometri dall’altro e decine di persone quasi inutilizzate.
Chiudiamo Gaeta e spostiamo il personale tutto a Formia e Fondi, dove può rendersi utile.
Il Commissariato di Formia, però, va potenziato e ristrutturato.
Occorrono una dirigenza più dinamica ed una sezione distaccata della Squadra Mobile di Latina.
Personale specializzato che sappia cosa significa combattere contro una criminalità mafiosa soprattutto economica e con sponde nella politica.
A Gaeta bastano ed avanzano i Carabinieri.
A patto, però, che la Tenenza, già declassata da Compagnia a Tenenza, evidentemente perché i “numeri” lo hanno imposto, subisca una profonda ristrutturazione.
Bene il nuovo Comandante di Stazione ma va rivisto il resto.
Chiaramente si tratta di un discorso delicato che va affrontato in altra sede e non in questa.
Contiamo, perciò, sulla sensibilità del Comandante Provinciale Col. De Chiara, che non abbiamo avuto il piacere di conoscere personalmente e lo preghiamo di affrontare e risolvere i problemi che riguardano l’efficienza del presidio di Gaeta.
Non dimentichiamo mai che Gaeta, con tutto il sud pontino, è terra di camorra e di ndrangheta ed ai presidi di polizia va richiesto il massimo di attivismo.

Ma perché meravigliarsi di quanto sta emergendo in questi giorni nella Capitale??? Sono anni che viviamo nella melma

MA PERCHE’ MERAVIGLIARSI DI QUANTO STA EMERGENDO IN QUESTI GIORNI NELLA CAPITALE???
SONO ANNI CHE VIVIAMO NELLA MELMA ED E’ SEMPRE PIU’ MELMA.
IL PROBLEMA NON E’ L’ITALIA, MA GLI ITALIANI PURTROPPO
Il motto dell’Associazione Caponnetto è “radicalismo” e lo vogliamo declinare in una lotta senza quartiere a tutte le mafie soprattutto politiche, economiche, istituzionali e sociali che ammorbano il nostro Paese.
Senza “se” e senza “ma”, anche se ciò – ne siamo coscienti – ci comporta costi notevoli in termini di incomprensioni ed ostilità di ogni genere.
Non tutti, infatti, hanno acquisito piena consapevolezza della gravità della situazione
in cui è precipitato il Paese a causa del degrado morale in cui ci ha portato la “politica”, questa “politica”, che ogni giorno di più si rivela con il volto non, come molti pensano, della migliore alleata delle mafie, ma, al contrario, di quello della mafia.
Questa “politica” è la mafia.
La melma del Paese.
Un’Associazione antimafia seria non può essere nemmeno scalfita dagli schizzi di una melma il cui lezzo si sente a mille miglia di distanza.
Non ci servivano di certo gli ultimi avvenimenti giudiziari nella Capitale per convincerci che ormai il “sistema” nel Paese è marcio ed è irriformabile perché abbiamo vissuto sulla nostra pelle i guasti morali e materiali che esso sta provocando all’intera ossatura della nazione.
Abbiamo subito di tutto, a cominciare dai gravissimi atti provocatori ed offensivi, oltre che di isolamento generale – da parte di tutti, nessuno escluso- subiti da parte dei vecchi esponenti della Regione Lazio, tanto
per citare un esempio, quando ci siamo azzardati, invitati a partecipare a qualche -solo qualche perché ne siamo stati sempre esclusi – riunione della sua Commissione per la sicurezza, a tentare di esporre il forte radicamento mafioso nelle realtà di Ostia, del litorale romano e di Civitavecchia.
Si è tentato addirittura di non farci parlare e, quando siamo riusciti a farlo, siamo stati derisi ed anche offesi.
Questo sia con amministrazioni di sinistra che di destra.
Per non citare, poi, la vicenda, pietosa e ridicola al contempo, dell’approvazione della delibera da parte di una delle Giunte di sinistra di una megalottizzazione di un comune del sud pontino, poi revocata in autotutela dopo le ferme proteste dell’Associazione Caponnetto.
Non risale a data recente la formazione nella Capitale e del Lazio, citta’ e regione che ospitano il governo centrale del Paese e centri di tutto il malaffare italiano, di un sistema di
trasversalità che vede estraneo solamente qualcuno.
Un “sistema”, ” ‘o sistema”, che, ripetiamo per la milionesima volta, è difficile estirpare ed è solo da matti pensare che possa essere modificato.
Noi non siamo dei ragazzini.
Lo stiamo ripetendo da almeno dieci anni:
“veniamo da lontano, da molto lontano” ed abbiamo avuto, pertanto, la ventura e la sventura, al contempo, di venire a conoscenza di logiche, meccanismi, mentalità ed abitudini.
Con certi ambienti e con certi soggetti non è consigliabile, – per chi veramente vuole battersi, non con gli slogan ma con i fatti, con azioni concrete – nemmeno andare al bar a prendere il caffè.
Radicalismo?
No, realismo!!!
Non è che tutti siano corrotti e mafiosi, questo no, perché si trova ancora qualche persona onesta, ma è il “sistema” che lo è, dal vertice alla base, ed anche la persona animata da
buoni sentimenti ne viene sopraffatto e finisce per diventare ininfluente.
Questo è il motivo per il quale noi abbiamo scelto un “modello” di fare “antimafia” diverso da tanti altri:
un “modello” operativo, non fatto da slogan, slegato dalla “politica”, da questa “politica” e da tutto ciò che la rappresenta e vuole rappresentarla, un ” modello” tutto e solo basato sull’INDAGINE e sulla DENUNCIA ed in stretta relazione con la parte della Magistratura e delle forze dell’ordine impegnata duramente a fare la guerra alle mafie, tutte le mafie, militari, economiche, politiche ed anche istituzionali e sociali.
E, credeteci, ogni volta che scopriamo un insediamento ed un investimento mafiosi, troviamo dietro il politico di turno.
Lo troviamo nel Lazio, come in Campania, in Campania, in Emilia ed in Lombardia.
Dovunque.
Abbiamo lanciato la proposta della costituzione nel Lazio, nella Campania e nel
Molise, per ora, degli Osservatori comunali contro la criminalità.
Fra tutti i Sindaci ai quali abbiamo inviato la bozza di Regolamento da noi elaborato dopo anni di discussioni e confronti ha risposto positivamente solo il Sindaco di Formia, in provincia di Latina ed oggi, mercoledì 3 dicembre, ci sarà la cerimonia dell’ insediamento ufficiale dell ‘ Osservatorio così come lo abbiamo proposto noi.
Stiamo contattando il Sindaco di Napoli De Magistris per verificare se c’è anche la sua disponibilità che già, in verità, ci è stata preannunciata nelle sue linee generali.
Ma quante fatiche, quanta indifferenza, quanta insensibilità e quanta ostilità!
Da parte di tutti!
Il pericolo, oggi, a disponibilità acquisita, è che sul carro vogliano salire tutti, a cominciare da quelli che non hanno condiviso ed hanno tentato di sabotare l’iniziativa, per cercare di svuotarla dal di dentro.
Non collaborando, cercando di ostacolare ogni nostra richiesta, ogni nostra proposta.
Prevediamo che sarà per noi duro il cercare di rendere efficace, ove dovesse essere istituito, il nuovo organismo.
Gli eventuali sabotatori li prevediamo non tanto fra i camorristi conclamati e conosciuti, quanto, soprattutto, fra coloro che dicono di volerli combattere.
Non ci riferiamo, ovviamente, a Formia dove ci dicono che si tratta per lo più di persone valide e volenterose.
L’altro giorno, negli ambienti della Corte di Assise a Latina dove si svolgeva la manifestazione della solidarietà alla giudice Aielli minacciata dalla mafia, ad un amico che ci stava vicino abbiamo ricordato il vecchio detto del mandante che è sempre il primo a partecipare alle esequie.
Capita spesso così

Un conto amaro per le classi dirigenti pontine e del Lazio

UN CONTO AMARO CUI E’ STATA CHIAMATA A PAGARE LA CLASSE POLITICA PONTINA E DEL LAZIO
Uno schiaffone così, pubblico, sonoro, assordante, da provocare uno sfinimento, ad un intero ceto politico, come quello assestato dalle migliaia di studenti di Latina durante la manifestazione di solidarietà alla giudice Lucia Aielli del 28 novembre u. s. , non si era mai visto e sentito.
Un fatto che resterà nella storia politica della provincia di Latina.
Un atto di condanna plateale che dà il senso, a chi ha la volontà e le capacità di riflettere e di comprendere il significato delle cose, della profonda disistima che nutrono le giovani generazioni nei confronti di una classe politica che non rappresenta più il Paese reale.
E non è che il fatto abbia riguardato soggetti di terza o quarta fila perché ha investito una
parte cospicua e rappresentativa dei massimi vertici della politica pontina.
C’erano, infatti, la Presidente dell’Amministrazione provinciale, il sindaco del capoluogo e di altri comuni pontini, assessori, consiglieri comunali e regionali, segretari e dirigenti del PD e del PDL.
Il fior fiore della classe dirigente.
Tutti invitati a mezzo megafoni a passare in coda o ai margini del corteo.
Trattati come corpi estranei rispetto al contesto sociale.
Come altra cosa, avulsa dalla realtà di una società in rivolta contro un sistema che non appartiene al mondo moderno.
Roba vecchia, da museo e nemmeno da vetrina.
Se fosse capitato a noi avremmo cambiato città e provincia e ci saremmo ritirati a vita privata.
Ma ognuno è libero di agire come gli pare e di vivere nella condizioni che gradisce.
Affar loro!
Un atto di accusa chiaro, irreversibile, nei confronti di quanti evidentemente sono ritenuti fra i responsabili morali della situazione in cui sono venute a trovarsi le genti pontine dopo l’invasione di orde barbariche che, anzicché essere respinte, hanno trovato facili approdi in una delle terre più civili e belle dell’intero Paese.
Dalle colpe dirette od indirette di questa classe e dei suoi predecessori è venuto fuori uno sconvolgimento dell’intera morfologia sociale, culturale, economica che ha cambiato i connotati di uno dei territori più avanzati e nobili dell’Italia.
Gli studenti a quella classe hanno voluto ora presentare pubblicamente il conto.
Un conto amaro, pesante, umiliante.

I veri problemi di un’antimafia seria ed operativa. Basta con le chiacchiere

QUANDO NOI DICIAMO CHE L’ANTIMAFIA NON SI PUO’ E SI DEVE FARE IN PIAZZA E CON LE CHIACCHIERE O CON INTENTI ELETTORALISTICI
Siamo favorevoli all’azione di coscientizzazione e di informazione della gente perbene, ma molti problemi – quelli veri, pratici – della lotta alle mafie bisogna affrontarli e risolverli non nelle piazze ed in mezzo alla gente ma nelle sedi ed ai livelli opportuni, con estrema riservatezza e serietà.
Noi potremo sensibilizzare e mobilitare pure
migliaia o centinaia di migliaia di persone e portarle in piazza a gridare “la mafia è una montagna di merda” o altre cose del genere, ma, se, poi, non c’è nessuno che denuncia, che fornisce notizie alle forze dell’ordine ed ai magistrati, che collabora con essi fornendo piste investigative e quant’altro, otterremo poco o nulla.
Non conseguiremo alcun risultato.
Forze dell’ordine e magistrati non possono avere occhi dovunque e noi non possiamo pretendere che essi risolvano tutti i problemi.
Da soli non ce la fanno.
Ecco perché Paolo Borsellino diceva sempre che è un errore imperdonabile il pensare che tutto il peso della lotta alle mafie debba essere accollato sulle sole spalle delle forze dell’ordine e della magistratura.
Un errore imperdonabile!
Questo, per quanto riguarda il contributo che può e deve dare la società civile.
Sul piano, poi, dell’efficienza del fronte istituzionale, ci sono problemi complessi e delicati che impediscono un’efficace, radicale lotta alle mafie, problemi che un ‘associazione antimafia seria non può e deve ignorare e sottacere.
Quello, ad esempio, della fedeltà o dell’infedeltà del singolo magistrato o del singolo operatore di polizia e delle sue qualità e capacità.
La “qualità delle indagini”, il tema sul quale noi dell’Associazione Caponnetto ci spendiamo da sempre.
Si può trovare, con quelli onesti e preparati, anche il magistrato inquirente o giudicante infedele o impreparato che, anzicché rubricare un reato come mafioso, lo rubrica come ordinario o che spezzetta le indagini per non far apparire il “quadro” che ti consente di applicare il 416/bis o, ancora, quello che emette una sentenza ingiusta.
Si possono trovare l’ispettore o il maresciallo, l’assistente o l’appuntato che non fanno il proprio dovere, vuoi perché si lasciano corrompere dal mafioso o perché hanno il fratello, l’amico pregiudicati e passano loro notizie riservate o per incapacità o per altri motivi.
Le famigerate “talpe”.
Casi estremamente complessi perché è spesso difficile offrire riscontri e, oltretutto, delicati che non puoi mettere in piazza per non ledere il prestigio delle Istituzioni e dello Stato di
diritto che devi sempre salvaguardare perché non hanno alcuna colpa.
Noi abbiamo, per evitare tutto ciò, con insistenza messo sempre in risalto la necessità di non tenere mai le persone in servizio nello stesso posto per più di 5-6 anni e di farle rotare in continuazione per evitarne il radicamento e possibili contaminazioni.
Ma parli al vento.
Non sai a chi parlarne.
Mai far prestare servizio nel luogo natio dove hanno il fratello, il compare, l’amica, la sorella dell’amica che impediscono loro, anche indirettamente, di fare il proprio dovere con equanimità e senza guardare in faccia a chicchessia.
Anche qua parole al vento.
Anzi!!!
Qualcuno al riguardo ci ha risposto, qualche anno fa, dicendoci che questo è, invece, un aspetto… positivo in quanto… si tratta di personale che conosce meglio di altri il territorio…
Tant’è.
Questa è la realtà nella quale talvolta ci si trova ad operare, una realtà che impedisce una reale, radicale lotta alla mafie e, dall’altro versante, fa perdere la fiducia nelle istituzioni da parte di quei cittadini perbene che vorrebbero denunciare ma hanno paura di farlo perché temono di incontrare nelle caserme o nei commissariati la persona sbagliata.
Chi vuole fare seriamente antimafia deve conoscere le realtà che lo circondano, deve conoscere a menadito le persone di cui ci si può fidare o no, deve sapere quali sono le criticità, caserma per caserma, tribunale per tribunale, procura per procura.
Altrimenti egli rischia di vanificare tutto il lavoro che ha fatto e fa e, inoltre, anche di farsi del male.
Deve sapere, poi, con chi egli può raccordarsi, a chi può far presente le singole situazioni, i singoli fatti, con la speranza, fondata, di poterli risolvere.
E, questo, credeteci, è un’opera immane, rischiosa sotto molti aspetti, delicatissima.
La persona ingenua pensa di aver a che fare solo con i mafiosi conclamati, con quelli che già sono etichettati come tali.
Non è così, perché quella è gente che non spara più, o, meglio, lo fa solamente in casi estremi, quando vede in te un pericolo per loro mortale.
Oggi la mafia è “altra” cosa, più insidiosa perché non si fa riconoscere ed usa armi diverse da quelle del passato:
la corruzione, l’amicizia, il far finta di volerti bene, di esserti amica.
E la trovi dovunque, nei partiti, nelle istituzioni, negli uffici, nei comuni, nelle aziende, nelle banche e non raramente anche nelle caserme e nei tribunali.
Nei giorni andati abbiamo letto le ultime dichiarazioni del Procuratore Pignatone il quale assume che la mafia radicata a Latina e provincia è più potente di quella esistente a Roma.
Roba a noi nota e che non avrebbe dovuto, quindi, farci tremare i polsi, come, invece, è avvenuto, stante la nostra profonda conoscenza della realt
Quella vera, non quella che ti prospettano i media.
E, proprio perché noi conosciamo la realtà vera concepiamo un “modello” di antimafia diverso dall’usuale, legato ad essa e non lontano da essa e diciamo sempre:
“basta con le chiacchiere;
la lotta alle mafie non si fa con le chiacchiere, ma con i fatti.
La mafia non fa chiacchiere!
Sappiamo almeno fare come fa essa perché se nemmeno questo siamo in grado di fare, allora abbiamo il coraggio di dire a noi stessi che abbiamo perso la guerra”!
Vogliamo concludere con una nota leggermente ottimistica.
Ieri, a Latina, durante la grande manifestazione antimafia organizzata dagli studenti, siamo stati testimoni di un fatto inatteso:
l’invito rivolto con i megafoni ai rappresentanti politici di abbandonare le prime file del corteo e di passare in coda o ai margini.
Comincia a farsi strada la consapevolezza che antimafia e strumentalizzazione politica fanno a cazzotti.
La politica, quella a noi nota, ha grandi responsabilità, dirette od indirette, di tutto ciò che è avvenuto, sta avvenendo ed avverrà in Italia.
Troppe collusioni, troppe tolleranze, troppi silenzi.
Non c’è possibilità, pertanto, di convivenza.
C’è una netta divaricazione:
o si perseguono finalità di carattere elettoralistico o si fa lotta alle mafie, le quali sono, ormai, fatta qualche rarissima eccezione, purtroppo proprio nella politica…
E’ la realtà.

Politici marginalizzati al corteo antimafia a Latina. Uno spettacolo inedito di dura condanna

LA MANIFESTAZIONE DEGLI STUDENTI DI LATINA CONTRO LE MAFIE:
UNA SONORA LEZIONE ALLA POLITICA E POLITICI MARGINALIZZATI DAL CORTEO ED INVITATI A LASCIARE LE PRIME FILE
L’antico vezzo dell’attore minore che cerca di rubarsi la scena ieri a Latina ha subito un sonoro schiaffone.
Un’umiliazione che sicuramente ha turbato e turberà i sonni di moltissime persone.
E che le costringerà, se esse hanno un pò di senno, a riflettere ed a cambiare atteggiamento.
Almeno ce lo auguriamo.
Per il bene loro e della collettività.
Ma cosa è successo?
Alle 9, 30 Piazza del Popolo, di fronte al Comune, era già piena, con Corso della Repubblica, via Diaz ed i portici dell’ex Intendenza di Finanza.
Migliaia di ragazzi che vi confluivano da tutte le direzioni.
Un oceano.
Uno spettacolo mai visto in “provincia di Casale”.
La marea umana si mette in movimento come un fiume in piena verso la Prefettura.
Qui si vede uno sciame di consiglieri comunali e provinciali, sindaco di Latina e presidente dell’Amministrazione provinciale in testa, esponenti del PD, del PDL ed alcuni sindaci immettersi nel corteo ed occupare le prime file.
I primi malumori e subito i megafoni gridano:
“i politici lascino le prime file e si mettano in coda”.
Alcuni minuti di smarrimento e subito vediamo l’inizio del serpentone scomporsi per ricomporsi con una diversa configurazione:
politici tutti insieme e non più a capo del corteo ma arretrati di molto.
Lo stesso vediamo nell’aula della Corte di Assise.
Persino una sottosegretario di Stato seduta non in prima fila.
Umiliati ed intristiti.
I visi rabbuiati.
Uno spettacolo inedito in un territorio dove la politica è solita fare il bello ed il cattivo tempo.
Dove alcuni suoi rappresentanti sono arrivati a definire organismi di controllo dello Stato e Prefetti della Repubblica “pezzi deviati dello Stato”, dove si irride l’opera di fedeli servitori come se si trattasse di furfanti.
Dove ci sono pubblici amministratori sospettati di collusione con le mafie e molte indagini sono in corso.
Dove fino ad ieri la politica è stata in gran parte negazionista ed ha guardato in altra direzione, mentre la restante parte si è limitata a parlare solamente di mafia ed antimafia senza fare assolutamente niente per debellare il fenomeno.
Niente!
Zero!
E’ logico che prima o poi certi comportamenti da Giano bifronte si paghino.

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