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A proposito del concorso per l’assunzione di 10 Vigili Urbani presso il Comune di Gaeta

ANNULLAMENTO DEL CONCORSO PER L’ASSUNZIONE DI 10 VIGILI URBANI ALLE DIPENDENZE DEL COMUNE DI GAETA?
Non potrebbe essere interpretato, questo, come un tentativo di autoassoluzione e di declinazione di eventuali responsabilità, con l’addossamento di tutte le responsabilità sulle sole spalle di una-due persone, ove a qualcuno delle centinaia di concorrenti e richiedenti venisse in testa di intentare una causa civile per risarcimento danni???
Rifacciamo la storia di questo concorso che, secondo noi, è nato male ed è finito peggio.
Il Comune di Gaeta ha indetto con avviso pubblico un bando di concorso per la copertura di n.10 agenti di polizia municipale a tempo indeterminato e part taime.
Il 30% dei posti messi a concorso, se non sbagliamo, è stato riservato ai sensi dell’art.4 della legge 101 del 31.08.2013.
Giova ricordare che l’art.6 bis della legge 125 del 31.12.2013 stabilisce, però, che ” la riserva dei posti spetta a personale che era in servizio EFFETTIVO alla data del 31.8.2013 presso l’Ente che emana il bando” e, quindi, tutti coloro che a quella data NON erano in servizio sono esclusi da tale beneficio.
Giova anche ricordare che già ci sarebbero stati interventi della Corte dei Conti a proposito di precedenti assunzioni a tempo determinato di vigili “stagionali “che avrebbero superato i tre mesi di servizio in violazione delle norme previste dal D. Legs 133/08-Decreto Brunetta art.35 Dlg 1165/2001.
Con deliberazione di Giunta n.5 del 13 gennaio 2014 è stato incaricato di avviare le procedure concorsuali il
V. Segretario, nonché Dirigente alle Entrate, alle Uscite, del
Personale.
In tale deliberazione si dà atto di non procedere alla
mobilità VOLONTARIA dichiarando
IMPROPRIAMENTE che la stessa non sarebbe piu’
obbligatoria e, quindi, in contrasto con l’art.36 del Dlg
165/2001.
Qualcuno potrebbe sospettare, quindi, che tutto possa essere
configurabile in un eventuale disegno tendente a
privilegiare qualcuno con un concorso part taime per poi
procedere alla trasformazione dello stesso a tempo pieno
dopo l’assunzione (v. deliberazione di Giunta n.13 del
30.1.2014).
La procedura prevista dall’art.4 della legge 101 del
31.8.2013 per la copertura di posti a tempo
DETERMINATO verrebbe applicata così a bando di
concorso per la copertura di posti a tempo
INDETERMINATO.
Nelle valutazioni dei titoli, poi, ci dicono che era prevista
l’assegnazione di 6 punti a chi ha prestato servizio per 36
mesi presso il Comune di Gaeta ed appena 3 punti a coloro
che hanno prestato servizio presso qualsiasi altra
amministrazione, come se l’Italia non fosse un unico Paese.
Questi dubbi sono stati espressi dall’Associazione
Caponnetto in una nota diretta il 21.6.2014 alla Procura
della Repubblica di Cassino ed a quella Regionale della
Corte dei Conti.
Perché alla Corte dei Conti?
Perché non è stata esperita la mobilità e ciò potrebbe
determinare un danno gravissimo.
Ci risulta che già durante questa estate ci sarebbe stato un interessamento al riguardo da parte della Guardia di Finanza.
Se tutto ciò dovesse risultare fondato, il concorso risulterebbe partito con i piedi sbagliati.
Orbene, in attesa degli accertamenti da parte degli organismi competenti, noi avremmo agito con maggiore cautela, rivisitando tutti gli atti e correggendo gli eventuali errori e, ciò, ad evitare contraccolpi che potrebbero causare eventuali danni alla collettività.
Ora, dopo le tante polemiche che abbiamo letto sui giornali, il dire “cancelliamo tutto ” ci sembra quanto meno semplicistico, riduttivo e deviante.
Qualcosa è successo e potrebbe verificarsi il caso che qualche concorrente, fra i 1400 che hanno prodotto la domanda di partecipazione, oltre che rivolgersi alla magistratura penale, potrebbe rivolgersi, in un caso o in un altro, a quella civile chiedendo i danni per le speranze andate deluse.
E, in caso di eventuali condanne, CHI pagherebbe???
Per fare chiarezza definitiva, l’Associazione Caponnetto si è nuovamente rivolta alla Guardia di Finanza ed anche alla Procura della Repubblica di Cassino.

Da persone serie e da cittadini responsabili!

“ANTIMAFIA”… A POSTERIORI, QUANDO I DANNI SONO STATI GIA’ FATTI…!!!
MA PERCHE’ NON SI RIESCE A CONVINCERE LA GENTE CHE BISOGNA INTERVENIRE PRIMA E NON DOPO???
STUPIDITA’??? IGNORANZA??? CONNIVENZA???
E’ un dramma.
La gente non capisce o fa finta di non capire?
Tutti, o quasi, raccontano, scrivono, “condividono” i racconti di fatti del passato, le sentenze emesse, le operazioni fatte, ma chi opera perché tutto ciò non avvenga?
E’… “fare antimafia ” tutto ciò???
Non significa, questo, scrollarsi di dosso le responsabilità ed accettare passivamente lo statu quo?
Non cambiando niente e fare in modo che le mafie continuino a sottrarci ogni spazio di vivibilità civile e democratica fino a ridurre il Paese in uno stato di schiavitù assoluta morale e materiale?
Non è un modo, sempre questo, per favorire indirettamente le mafie???
Un suicidio collettivo di un popolo che anzicché guardare il sole guarda il dito che lo indica???
Poveri noi e poveri, soprattutto, i nostri figli, i nostri nipoti, i nostri giovani, vittime tutti di un fenomeno di rimbecillimento generale che ci impedisce di vedere le cose come esattamente stanno.
La PREVENZIONE, amici, e la QUALITA’ DELLE INDAGINI.
Questi sono i temi seri che nessuno vuole affrontare.
Si fa PREVENZIONE in Italia?
Si guarda alla “qualità delle indagini”?
E quale contributo danno ognuno di noi e tutti coloro che si riempiono la bocca di parole come “mafia” ed “antimafia” e che nominano ad ogni pié sospinto e come i pappagalli i Falcone, i Borsellino, i Dalla Chiesa e tutte le altre vittime di mafia, per fare in modo che non si verifichi più in questo Paese sfortunato quanto si è verificato e continua a verificarsi come prima e più di prima???
Finiamola con questa… “antimafia” delle chiacchiere che non serve a niente, con i racconti della nonnina, con le invocazioni ed i proclami e cominciamo a renderci conto della gravità della situazione, riconoscendo che ormai non stiamo più sull’orlo del baratro ma NEL baratro.
E, una volta che l’avremo ammesso, cominciamo a ragionare sul COME uscirne.
Da persone serie e cittadini responsabili e pensosi del bene collettivo.
Ma è URGENTE!

Ed ora tutti alla prova del fuoco. Vediamo chi a Gaeta è effettivamente contro la mafia. Si dia vita all’Osservatorio comunale contro la criminalità sulla base, però, dei principi elaborati dall’Associazione Caponnetto nel Regolamento che ripubblichiamo per l’ennesima volta. Giova ricordare che Formia l’ha già adottato e Civitavecchia sta per adottarlo

ED ORA TUTTI ALLA PROVA DI FUOCO: FRONTE COMUNE PER DAR VITA ALL’OSSERVATORIO COMUNALE PER LA LEGALITA’ A GAETA E PER SCONFIGGERE LA RESISTENZE DI QUANTI NON L’ HANNO VOLUTO FINORA!!!
MA AD UNA CONDIZIONE: LA COSTITUZIUONE DI QUESTO ORGANISMO DEVE AVVENIRE SULLLA BASE DEI PRINCIPI ELABORATI DALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO NEL REGOLAMENTO CHE RIPUBBLICHIAMO PER L’ENNESIMA VOLTA.
NIENTE CONSIGLIERI COMUNALI ED ESPONENTI POLITICI FRA I MEMBRI E CON DENTRO FORZE DELL’ORDINE PROVINCIALI E MAGISTRATI, OLTRE, OVVIAMENTE, AI RAPPRESENTANTI DI ASSOCIAZIONI ANTIMAFIA, A COMINCIARE DALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO.
ECCO IL REGOLAMENTO ELABORATO DALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO CHE E ‘ STATO GIA’ ADOTTATO DAL COMUNE DI FORMIA E STA PER ESSERE ADOTTATO ANCHE DA QUELLO DI CIVITAVECCHIA:

 

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER LA LOTTA ALLE ILLEGALITA’ E LE MAFIE “ANTONINO CAPONNETTO”
www.comitato-antimafia-lt.org – info@comitato-antimafia-lt.org
tel 3470515527
REGOLAMENTO PER L’OSSERVATORIO COMUNALE SULLA LEGALITA’
Art.1 – E’ istituito l’Osservatorio Comunale sulla Legalità inteso come centro di studi, ricerca, documentazione e di iniziativa sociale a sostegno della legalità e della lotta alla corruzione ed alla criminalità comune e mafiosa.
Art.2 – L’Osservatorio svolge i compiti:
a) studiare e “fotografare” le forme criminali tradizionali ed emergenti presenti sul territorio;
b) individuare i settori a maggior rischio di infiltrazione mafiosa; c)analizzare l’efficienza delle strutture preposte al contrasto della criminalità e proporre tutte quelle mutazioni, aggiustamenti, integrazioni che dovessero rendersi necessari per aumentarne l’efficacia;
d) vagliare il senso di sicurezza soggettiva dei cittadini comparandola a quella oggettiva;
e) effettuare una “mappatura” delle istituzioni del privato sociale connesse con problemi della sicurezza e del contrasto alla criminalità;
f) verificare la compatibilità con le leggi ed i regolamenti di tutti gli atti assunti dalla pubblica amministrazione locale.
Art.3 L’Osservatorio è presieduto dal Sindaco – o suo delegato in caso di assenza – ed è composto da:
a) 2 rappresentanti designati dalle associazioni di volontariato di provata serietà ed affidabilità ai livelli nazionali, oltre che presenti sul territorio comunale e che svolgano con continuità da almeno due anni attività in favore dell’azione di sostegno alla legalità ed alla lotta alla criminalità comune e mafiosa;
b) il Prefetto o suo rappresentante;
c) il Questore o suo rappresentante;
d) il Comandante provinciale dei Carabinieri o suo rappresentante;
e) il Comandante provinciale della Guardia di Finanza o suo rappresentante;
f) il Comandante provinciale del Corpo Forestale dello Stato o suo rappresentante;
g) il Comandante della Polizia Municipale;
h) 2 magistrati, il primo in rappresentanza della Procura della Repubblica territoriale ordinaria ed il secondo della Direzione Distrettuale Antimafia competente per il territorio;
i) il responsabile della SUA (Stazione Unica Appaltante);
l) il Dirigente del Servizio comunale competente (da cambiare a seconda dell’oggetto in discussione);
m) 3 rappresentanti dei sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro più rappresentativi a livello nazionale.
Art.4 – La nomina dei componenti l’Osservatorio avviene con atto di Giunta Municipale su designazione dei rispettivi sodalizi o enti di appartenenza. Essi restano in carica fino alla scadenza della consiliatura.
Art.5 – Accesso agli atti – I membri dell’Osservatorio potranno accedere direttamente a tutti gli atti comunali (dall’anagrafe, alle delibere, ai fascicoli delle gare e ad ogni altro
documento ritenuto utile per lo svolgimento delle attività proprie), limitatamente alle sue funzioni.
Art 6 – Il Sindaco provvede alla prima convocazione ed all’insediamento dell’Osservatorio;
a) In caso di dimissioni, decesso o impedimento di un membro dell’Osservatorio si provvede alla sua sostituzione secondo le modalità di cui all’art.4;
b) l’assenza a tre sedute consecutive comporta la decadenza dalla nomina e la conseguente sostituzione del soggetto decaduto con altro indicato dallo stesso ente o sodalizio di appartenenza; c) l’Osservatorio é validamente costituito con la nomina di almeno la metà dei suoi membri.
Art 7 – Il Presidente provvede alla convocazione della riunione dell’Osservatorio almeno 3 volte l’anno; il Presidente è tenuto a convocare, inoltre, la riunione dell’Osservatorio ogni volta che a farne richiesta sia almeno un terzo dei componenti dello stesso;
le riunioni dell’Osservatorio sono valide con la partecipazione della maggioranza dei suoi membri;
l’Osservatorio delibera a maggioranza dei presenti.
Art 8 – L’Osservatorio provvede a nominare durante la sua prima riunione il Segretario scegliendolo fra i suoi componenti.
Art 9 – L’Amministrazione comunale provvederà a dotare l’Osservatorio di tutti i supporti strumentali, tecnici, documentali e regolamentari per consentirgli lo svolgimento dei suoi compiti;
l’Amministrazione comunale si attiverà per recuperare in sede provinciale, regionale, nazionale e comunitaria finanziamenti a sostegno delle attività e delle iniziative promosse dall’Osservatorio.
Art.10 – La partecipazione alle riunioni ed alle attività dell’Osservatorio è gratuita e non dà diritto ad alcun compenso, retribuzione o rimborso.

L’”antimafia” di cartone e del bla bla

Un’ “antimafia” sociale di cartapesta fatta per lo più di gente insensibile, che non sa guardare oltre il proprio naso, che vuole solamente recitare e veder recitare e non vuole e non è in grado di affrontare i problemi veri, reali che stanno alla base del male, che guarda solo all’aspetto repressivo e non a quello preventivo, che critica solamente e non vuole e sa assumersi le responsabilità, che non vuole impegnarsi e prepararsi, che ti chiede solamente… “quando ci sarà il prossimo evento, il prossimo convegno”, ma che, quando tu le dici “vieni con noi, iscriviti, vieni a combattere la mafia”, si gira e se ne scappa.
Vile, vuota, insulsa.
Il giorno in cui 50 sindaci intelligenti e furbi, per coprirsi, autolegittimarsi e scaricare sulle associazioni antimafia tutte le responsabilità, dovessero chiamarci e dirci”Io voglio fare l’Osservatorio contro la criminalità accettando in pieno il Regolamento elaborato dalla Caponnetto che prevede il diritto all’accesso a TUTTI i documenti e gli atti del Comune, dall’anagrafe agli appalti ed i subappalti”, ci domanderemmo, con terrore, che cosa potremmo rispondere, non avendo nemmeno 10 persone capaci, preparate, coraggiose, disinteressate, non condizionate da passioni politiche di parte e quindi obiettive, in grado di assolvere a quel compito.
Un dramma!
Se noi, anzicché stare sul fronte della lotta alle mafie, stessimo su quello politico-amministrativo, dove, cioè, si trovano le sponde promafie,
per incastrare e sputtanare tutta questa “antimafia” di cartapesta e parolaia, ci comporteremmo così.
Scoppierebbero tutte le contraddizioni, e verrebbe a galla tutta l’insulsaggine, l’insipienza, la vacuità di
un’… “antimafia” che tutto è fuorché antimafia e verrebbero alla luce, al contempo, l’irrilevanza e la stupidaggine dei vari amanti del “copia ed incolla”, dei parolai che… “cercano l’evento”, che chiacchierano senza voler fare altro, proporre niente, partecipare a niente, lottare niente.
Leggiamo quasi sempre di attacchi al prefetto corrotto, al maresciallo corrotto, al magistrato corrotto, al deputato, senatore e ministro corrotti, al funzionario, direttore, commercialista, notaio, avvocato corrotti o sospettati di essere tali, ma non leggiamo mai di atti che si compiono per evitare che si arrivi a creare le condizioni per cui costoro non siano corrotti.
E qui si apre il discorso difficile ma necessario della “PREVENZIONE”, un discorso che nessuno o quasi si pone per non assumere IMPEGNI.
E, francamente, questa è viltà, oltre che pochezza intellettuale e morale.
L’”antimafia” di parata, di spettacolo e basta!

Il Regolamento elaborato dall’Associazione Caponnetto che le Amministrazioni comunali DEBBONO adottare se vogliono istituire un Osservatorio contro la criminalità SERIO ED EFFICACE. Altrimenti è tutta fuffa e propaganda politica!!!

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Un quadro di ombre e luci della terra pontina e del Lazio

Affrontare il problema “mafia” senza prima approntare, a monte, un ‘adeguata attrezzatura sociale ed istituzionale di contrasto, ci sembra quanto meno riduttivo e deviante.
Un’Associazione antimafia seria, che voglia, peraltro, fare un lavoro significativo ed efficace nell’esclusivo interesse dello Stato di diritto e della gente perbene, ha il DOVERE di porsi la domanda se l’ attrezzatura esistente sul territorio preso in esame sia valida o meno, se essa, cioé, sia adeguata o no alle esigenze di quell’area.
Essa ha l’obbligo morale- e diremmo anche giuridico- di farsi carico dei problemi della sicurezza dei cittadini respingendo con forza la tentazione di cedere alla filosofia di quella massa di cittadinanza ignorante ed insensibile, o addirittura collusa con la mafia, che pensa e dice che tutto il peso della lotta alla criminalità debba essere accollato sulle sole spalle di magistrati e forze dell’ordine.
Paolo Borsellino ci spese la sua breve vita ad ammonire che è un errore gravissimo sposare questa tesi e ad esortare la gente a collaborare con la Giustizia e ad aiutare la magistratura e le forze dell’ordine a combattere il crimine.
Ma fare ciò comporta in primis verificare se la macchina sulla quale viaggio – e, ovviamente, anche quella dell’alleato che affianco – sia ben oleata ed efficiente o no.
Non si va alla guerra con macchine scassate quando, invece, il nemico ti viene addosso con carri armati e missili.
Quando si parla di mafia e di impegno a combatterla bisogna essere seri e rigorosi, a cominciare da se stessi, in quanto non parliamo di bruscolini o di frescacce.
Questo è il motivo per il quale noi, al contrario di tanti altri, privilegiamo il discorso della QUALITA’ rispetto a quello della “quantità“.
QUALITA’ nella selezione del personale, QUALITA’ nell’arruolamento, QUALITA’ nell’azione investigativa, QUALITA’ nel prodotto giudiziario, QUALITA’ nei risultati.
QUALITA’ NEI, , , , RISULTATI, perche alla fine sono i RISULTATI che contano.
Quelli veri, però, non quelli gonfiati che sono, conseguentemente, falsati.
Come quelli, tanto per citare un esempio comprensibile anche da parte di una persona ignorante od idiota, di una pattuglia che ferma una macchina che ha 4 persone a bordo e che nelle statistiche del proprio comando fa risultare quattro operazioni e non una sola.
I RISULTATI. A noi interessano solo questi e non le chiacchiere.
Noi per primi dobbiamo essere straconvinti del fatto che non stiamo vendendo bruscolini e che abbiamo di fronte non un nemico di cartapesta.
Il nemico che combattiamo – la mafia- è estremamente pericoloso, ricco, potente, intelligente e non è più rappresentato dal contadino con le cioce ai piedi ed i calzoni alla zuava ed analfabeta, ma, al contrario, dal ministro, dal deputato o senatore, dal sindaco, dall’assessore, dal consigliere da noi stessi eletti, dal commercialista, dall’avvocato, dal notaio, dall’ingegnere che redige il piano regolatore ed anche, probabilmente e talvolta, dal maresciallo, dal capitano, dal generale, dal commissario, dall’ispettore, dal capo della mobile, dal prefetto, dal questore e dal magistrato.
Tutti siamo corruttibili ed ognuno di noi può cedere, di fronte ai soldi, ai piaceri, ai ricatti, alle minacce ed alla
viltà, alla tentazione di tradire il giuramento fatto allo Stato di diritto ed alla nostra coscienza.
Non siamo, pertanto, d’accordo con chi eventualmente dovesse dirci che… la Polizia non sta su un territorio solamente per combattere la mafia, ma anche per… attestare la presenza dello Stato e per rendere un servizio ai cittadini, intendendo per servizio la consegna di un atto, di un passaporto o notificare una citazione.
Questo può valere in un periodo storico… di normalità, ma noi non stiamo più nella… normalità.
Noi stiamo nell’anormalità.
Stiamo in guerra.
Una volta, tantissimi anni fa, chi scrive, giovane consigliere di un comune abbastanza importante, si sentì, durante una seduta notturna drammatica di consiglio comunale, rimproverare da un suo collega dirimpettaio:
“Consigliere… , la politica non si fa con le carte bollate”.
Gli venne spontaneo replicare con rabbia:
“Sono d’accordo, caro consigliere… Ma quando la politica scade a livello di malaffare, non è più politica ma delinquenza e la delinquenza va combattuta con una sola arma, con la carta bollata e le manette.
Le manette. Solo le manette.
Punto”.
Calò il gelo.
Noi stiamo insistendo ormai da anni sulla necessità inderogabile di creare almeno nei Comuni più importanti gli Osservatori Comunali sulla Legalità.
I più vogliono chiamarli così.
Noi, invece, li chiamiamo Osservatori comunali contro la criminalità e, ad evitare, come succede sempre in Italia che
ogni cosa finisca in farsa ed a tarallucci e vino, abbiamo elaborato un Regolamento che abbiamo mandato un paio di anni fa a tutti i sindaci dei Comuni del Lazio, della Campania e del Molise invitandoli ad adottarlo e a dar vita all’Osservatorio.
E’ inutile dire che nessuno, da destra a sinistra, ci ha risposto.
Anzi, a dire il vero, un solo comune piccolo della Campania lo ha adottato, ma completamente diverso da quello che proponiamo noi dell’Associazione Caponnetto.
Noi suggeriamo nel nostro Regolamento l’esclusione di consiglieri e politici e quel Comune, peraltro già sciolto in passato per mafia, ha istituito l’Osservatorio solo con consiglieri.
Noi proponiamo l’inserimento nell’Osservatorio di Magistrati delle Procure ordinarie e delle DDA, oltre che dei Comandanti provinciali (provinciali, non comunali perché in qualche comune si può trovare anche il maresciallo, il capitano o il commissario corrotti o collusi con le organizzazioni criminali o, comunque, impreparati o paurosi) della Polizia, dei Carabinieri, della Finanza e del Corpo Forestale dello Stato e di questi non abbiamo trovato nella deliberazione di quel Comune nemmeno l’ombra.
Una presa per il sedere, insomma, peraltro per autolegittimarsi..
Di tre regioni solo il Comune di Formia, in provincia di Latina, nel Lazio, l’ha adottato qualche mese fa.
Niente consiglieri, come chiediamo noi, niente politici, con il DIRITTO di ogni singolo membro dell’Osservatorio all’accesso a QUALSIASI documento del Comune (dall’anagrafe a quelli dell’urbanistica, delle gare, degli appalti ecc. ).
Un capolavoro.
Eccellente.
Ma… con un solo neo.
Mancano i magistrati ed i rappresentanti provinciali delle forze dell’ordine, che comunque è previsto che potranno essere invitati alle sedute, perché… a Latina qualcuno avrebbe risposto al Sindaco o ai rappresentanti del Comune di Formia:
” e che volete fare un doppione del Comitato Provinciale per la Sicurezza e l’ordine pubblico?”
Non siamo riusciti, malgrado le nostre insistenze, a farci dire chi è stato l’autore di questa risposta perché lo avremmo sputtanato (scusateci la volgarità che non è nel nostro stile).
Ma prima o poi lo scopriremo e quel signore si ricorderà per tutta la vita di chi sono quelli dell’Associazione Caponnetto.
Nessuno pensi di far passare questa nostra affermazione come una minaccia per querelarci perché gli togliamo subito l’arma dalle mani.
Intendiamo riferirci non ad azioni violente perché noi non siamo dei violenti, ma ad azioni mediatiche e, per essere più precisi ancora, intendiamo riferirci ad azioni, anche a livello parlamentare, di richiesta agli Organi centrali di una sua rimozione dagli incarichi che ricopre.
Comportamenti del genere sono emblematici del pensiero comune di molti che rappresentano indegnamente lo Stato nei territori che tendono ad escludere la partecipazione della società civile, malgrado le tante chiacchiere che si vanno facendo in giro da parte di quanti sono asserviti al sistema, politici in primis. A cominciare da quelli del PD e dell’attuale maggioranza di governo, i quali, al pari se non più dei loro
predecessori, stanno finendo di scassare definitivamente gli impianti giudiziario e della sicurezza.
Orbene ritorniamo a parlare di Formia e del Lazio, prima di farlo con la Campania sulla quale pure abbiamo cominciato a lavorare.
Noi dell’Associazione Caponnetto riteniamo Formia e Civitavecchia due centri nevralgici nella lotta alle mafie.
Formia al sud e Civitavecchia al nord del Lazio, aree dove la criminalità organizzata fa mancare il fiato alle popolazioni ed allo Stato di diritto.
A Civitavecchia, grazie a Dio, sono mutate certe cose ed oggi cominciano ad esserci le condizioni per cambiare la situazione.
La nuova maggioranza al Comune istituisca subito l’Osservatorio sulla legalità adottando il Regolamento dell’Associazione Caponnetto. Abbiamo già, come a Formia, il personale adatto da inserire nel Comitato.
Per Formia e per il sud pontino, invece, istituito già l’Osservatorio (ma il Comune di Gaeta continuerà a rifiutarsi di seguire l’esempio della vicina consorella?) ed in attesa che questo cominci ad operare a pieno regime, dobbiamo chiedere tre cose al nuovo Questore Dr. De Matteis, al Comandante Provinciale dei Carabinieri Col. De Chiara ed a quello della Guardia di Finanza Col. Reccia.
Cominciamo dal terzo.
Noi avevamo instaurato un bel rapporto di collaborazione con il suo predecessore Col. Kalenda che abbiamo avuto modo di conoscere e di apprezzare per le sue alte qualità prima di tutto umane ed anche professionali.
Ottimo, eccellente Ufficiale che noi ricorderemo con stima ed affetto particolari per sempre anche perché ha saputo
apportare, dal punto di vista organizzativo interno, dei miglioramenti eccezionali.
Gli… “addetti ai lavori” sanno di cosa stiamo parlando ed i frutti si stanno vedendo.
Abbiamo conosciuto il suo successore, il Col. Reccia e abbiamo avuto modo di apprezzare anche le sue qualità.
Ufficiale intelligente, bravo e soprattutto onesto.
Pulito, trasparente.
Il che è qualità rara in questa società flaccida e corrotta.
Ma gli chiediamo una sola cosa e non deve dirci di no perché è nell’interesse generale:
deve potenziare la squadra CO che opera nel Gruppo di Formia.
Due sottufficiali, anche se bravi, peraltro chiamati anche ad assolvere ad altri compiti d’istituto, NON BASTANO.
Egli deve fare la cortesia di istituire, data la serietà della situazione esistente in tutto il sud pontino e considerati gli strettissimi legami di questo con il casertano e la Campania che costringono gli operatori ad estendere la loro attività investigativa anche in quella regione, a creare a Formia una squadra CO di almeno 4-5 persone dedite SOLAMENTE al lavoro di contrasto alla camorra ed alla ndrangheta.
Le Fiamme Gialle a Formia ed a Fondi stanno operando in maniera lodevole da quando assunse, a suo tempo, il Comando Gruppo il Colonnello Brioschi e bisogna assicurare ad esse il massimo sostegno.
Colonnello Reccia, ci contiamo perché sappiamo della sua serietà e della sua bravura.
E della sua sensibilità e del suo alto senso di attaccamento al dovere.
Al Colonnello De Chiara, che non abbiamo avuto il piacere ancora di conoscere personalmente, ma che ugualmente
stimiamo, dopo avergli espresso i nostri ringraziamenti per aver messo a capo di due Stazioni, Gaeta e Sperlonga, due eccezionali comandanti, Latorre e Capasso, sottufficiali di eccezionali, impareggiabili qualità, chiediamo una sola cosa:
un maggior sprint da parte della Tenenza gaetana.
Su Gaeta si è lavorato in passato poco e la situazione non ci piace affatto e, quindi, oggi vanno recuperati i ritardi e le disattenzioni del passato.
I Carabinieri hanno fatto un bel lavoro per quanto riguarda qualche recente operazione, tipo quella che ha portato alla cattura di “nanà o cecato”, ma accorre una maggiore attenzione sul piano degli investimenti di capitali, passati e recenti, e su eventuali rapporti fra soggetti delle istituzioni ed altre persone sospette.
Dal Questore De Matteis, con il quale ci teniamo ad instaurare rapporti di strettissima vicinanza e collaborazione per la stima e l’affetto che nutriamo per lui date le sue particolari qualità e capacità, ci attendiamo una sola cosa: istituisca al più presto una sezione distaccata della Squadra Mobile di Latina presso il Commissariato di Formia.
Noi sul sud pontino abbiamo proposto al Capo della Polizia, che ci ha risposto assicurandoci un esame approfondito della proposta, un piano più impegnativo ed ambizioso:
la soppressione del Commissariato di Gaeta, che, secondo noi, non serve a niente, data la vicinanza, ad appena 6 chilometri di quello di Formia, e l’istituzione in quest’ultima città di un Supercommissariato diretto da un 1° Dirigente e non da un vice questore e, soprattutto, con l’istituzione di una Sezione distaccata della Squadra Mobile.
Con la soppressione del Commissariato di Gaeta e con il trasferimento del suo personale a Formia, si potrebbero ottenere due importanti risultati:
il primo, quello di creare a Formia, sempre però con la creazione di una Sezione della Squadra Mobile, un presidio finalmente efficiente;
il secondo, quello di creare ad Aprilia, il cui territorio è fortemente infiltrato da tutte le mafie nazionali ed internazionali, insieme ad Ardea, Torvaianica, Ostia, Anzio e Nettuno, un Commissariato della Polizia di Stato.
Non vogliamo creare al Dr. De Matteis, comunque, imbarazzi con il Viminale e, mentre delle altre cose ce ne occuperemo noi, a lui chiediamo solamente una cosa:
crei la Sezione distaccata a Formia della Squadra Mobile.
Gliene saremo grati per l’eternità.
Chiediamo troppo?
Lo facciamo solo nell’interesse dello Stato di diritto e dei cittadini onesti di una provincia sfortunata che era una delle più belle, avanzate e ricche d’Italia e che oggi sta rischiando di diventare una fogna di criminali e di corrotti.

Lo Stato e chi lo rappresenta sul territorio non si mettono vergogna per aver lasciato un Testimone di Giustizia in queste condizioni, senza una protezione e senza un euro?Vice Ministro Bubbico e Prefetto di Napoli rispondete a questa domanda!!!

GIORNI FA MI VOLEVANO ACCOPPARE 2 BASTARDI PERCHE BASTARDI BISOGNA ESSERE PER NON ACCETTARE IL FATTO CHE MALGRADO TUTTO MI REMI CONTRO IO RESISTO ANCORA SUL TERRITORIO DOVE MANDAI IN GALERA UN SACCO DI PEZZI DI MERDA GENTE MISCHIATA COL NIENTE CHE ANCORA DEVE INGHOIARE IL FATTO CHE NON VALE NIENTE E CHE CON ME HA PERSO E CHE SE ANCHE MI AMMAZZASSERO SEMPRE MERDA RESTERANNO STI TOPI DI LIQUAME!
Luigi coppola
Testimone contro quella merda di camorra

Il blitz della Guardia di Finanza a casa e negli Uffici del GIP napoletano

IL BLITZ NELL’ABITAZIONE E NEGLI UFFICI
DEL GIP NAPOLETANO DELLA GUARDIA DI
FINANZA PER ORDINE DELLA PROCURA DI
ROMA CI HA SCONVOLTI E CI INDUCE AD
ACCENDERE I RIFLETTORI ANCHE NEGLI
AMBIENTI GIUDIZIARI CAMPANI
Quando certe inchieste riguardano comportamenti
discutibili di magistrati e soggetti delle forze dell’ordine, noi
non siamo mai frettolosi nell’esprimere giudizi.
Il nostro compito non è quello di cercare lo scoop al pari di
certi giornali.
Noi siamo l’Associazione per la lotta contro le illegalità e le
mafie “Antonino Caponnetto”, l’Associazione che porta il
nome di un Magistrato che fa parte della storia italiana e
che, inoltre, ha come Presidente onorario un altro grande
Magistrato, Antonio Esposito, il Presidente della Sezione
penale della Suprema Corte di Cassazione che ha
condannato Berlusconi.
Noi siamo stati sempre e sempre saremo i difensori dello
Stato di diritto e difendiamo con i denti l’immagine ed il
ruolo degli unici baluardi di legalità che sono rimasti in
un’Italia che affonda nel fango: la Magistratura e le Forze
dell’Ordine.
Per il lavoro che facciamo abbiamo avuto ed abbiamo il
piacere e l’onore di conoscere e contattare personalmente
molti magistrati che lavorano o hanno lavorato presso la
DDA napoletana, da Roberti a Cafiero de Raho, da Maresca
a Conso, da Sirignano ad Ardituro ed a tanti altri ed
abbiamo, pertanto, avuto la possibilità di constatare de visu
l’opera preziosa che hanno svolto e svolgono a difesa della
legalità nel Paese correndo rischi di eccezionale gravità e
mettendo a repentaglio la propria vita e quella dei loro cari.
Conosciamo anche altri Magistrati che lavorano nelle
Procure ordinarie campane, come Maria Antonietta
Troncone ed altri ancora e possiamo mettere le mani sul
fuoco sulla loro onestà e sulla loro rettitudine.
E restiamo sconvolti quando leggiamo notizie come quella
che riguarda il GIP napoletano i cui Uffici e la cui
abitazione sono stati perquisiti nell’ambito di un’inchiesta
per un’accusa gravissima contestatagli dalla Procura di
Roma presso la quale lavorano, da Pignatone a Prestipino
e così via, magistrati di pari bravura ed onestà.
Aspettiamo, quindi, sempre gli esiti dell’inchiesta, rispettosi
come siamo del principio della presunzione di innocenza.
Ma i Magistrati sono uomini e donne come tutti gli altri e
non tutti, quindi, si chiamano Pignatone, Cafiero de
Raho, Roberti, Ardituro, Troncone, Conso, Sirignano
, Prestipino e così via.
E questa constatazione ci induce, quindi, ad accendere i
riflettori anche in quegli ambienti.
Questo a tutela della legalità per la quale ci battiamo sul
campo – anche noi, sarebbe ora che qualcuno cominciasse a
riconoscercelo, a rischio della nostra pelle perché noi, come
dovrebbe essere noto ormai a tutti, non siamo
l’Associazione del bla bla -, ma, in
particolare, dell’onorabilità della Magistratura che gi
subisce troppi colpi criminali dal canagliume politico di
condannati e pregiudicati.
In alcune recenti riunioni degli amici campani
dell’Associazione Caponnetto abbiamo recepito qualche
manifestazione di dissapore in ordine al comportamento di
qualcuno che opera in qualche ufficio campano.
E’, questo, un problema che porremo sul tavolo nelle
prossime riunioni della nostra Associazione, chiedendo
scusa, sin da ora, se dovessimo vederci costretti a gravare
prossimamente il Dr. Pignatone, o chi per lui della Procura
di Roma, di ulteriore lavoro.
Gli amici della Caponnetto campani sono pregati di
cominciare a preparare tutta la documentazione necessaria.

Presa Diretta – Testimoni di giustizia del 20/01/2014. Questo Stato dovrebbe vergognarsi!!!

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8162a766-648d-4b83-baca-2e0b870878b4.html

Il sud pontino e le mafie

Il quadro che siamo riusciti finora a configurarci relativamente alla presenza ed alle attività mafiose nell’estremo sud del Lazio e, in particolare, nell’area che va da Fondi fino alla sponda del Garigliano, ci propone due momenti e tipi di analisi.
Il primo caratterizzato da episodi di maggiore virulenza ed aggressività, con taluni episodi anche di sangue, che hanno visto come autori per lo più soggetti di provenienza non autoctona.
Il secondo, quello attuale, che ci raffigura una mafia meno sanguinaria, più radicata sul territorio e con robusti collegamenti con questo anche grazie alle giovani generazioni nate e cresciute qua e che hanno saputo e potuto, quindi, interrelazionarsi con il tessuto locale, fino a diventarne parte integrante.
Il figlio del vecchio camorrista è un cittadino cresciuto, se non nato addirittura, nei comuni pontini, ha studiato e studia negli istituti scolastici locali, esercita la professione qua, si è inserito nella vita pubblica locale, si presenta candidato nelle elezioni comunali o, comunque, presenta e sostiene candidati locali di sua fiducia, investe parte dei suoi capitali, ormai ripuliti dopo 6-7 passaggi avvenuti grazie anche a complicità locali, nel luogo dove ha fissato la residenza.
Insomma è diventato a tutti gli effetti un cittadino del sud pontino, di Formia, di Gaeta, di Fondi e così via.
Stiamo parlando ovviamente dei… rampolli, di coloro cioè che vantano una condotta pulita, una fedina penale non compromessa, una faccia apparentemente pulita.
Ma con alle spalle capitali, oggi ripuliti, ma che all’origine tali non erano.
Ciò, però, non esclude la presenza anche di alcuni loro genitori. dei”vecchi”, i quali, pur continuando ad esercitare attività economiche che, se si scavasse bene, tanto pulite non apparirebbero, hanno apparentemente condotte che non danno luogo a scandali ed eccessivi allarmi.
Specialmente grazie anche, da una parte, ad un tessuto omertoso che caratterizza quei territori dove la gente stenta ancora, molte volte volutamente e malgrado tutto, a percepirne il peso e la pericolosità e, dall’altra, ad un apparato dello Stato flaccido, disattento e, talvolta, in parte colluso.
I due cancri di quell’area geografica platealmente definita dai Casalesi “provincia di Casale”, con Gaeta, Formia e Fondi centri nevralgici di attività e operazioni economiche, con significative appendici a Sperlonga ed Itri dove alcuni hanno fissato le loro residenze pur non disdegnando di far sentire in maniera soft anche là la loro presenza comprando, costruendo ed accaparrandosi parte delle economie locali.
E tentando di creare discreti collegamenti con pezzi delle politiche locali.
Questo è il quadro generale che noi siamo riusciti a raffigurarci.
Scendendo, per quello che ci concedono ovvi motivi di riservatezza, nei particolari dei singoli comuni, dobbiamo rilevare che, mentre a Formia ed anche a Fondi siamo riusciti, in verità senza eccessiva fatica grazie ad una maggiore sensibilità di taluni cittadini ed anche di qualche esponente politico, a svegliare un interesse intorno a questi fenomeni al punto da portarci e portare ad una significativa azione di resistenza, le maggiori difficoltà le stiamo trovando a Gaeta dove ci sono un tessuto civile ed un apparato statale scarsamente reattivi, fatta eccezione, ma da poco, di pochissime persone che si possono contare sulle dita di una mano.
Ed è quello che ci inquieta notevolmente, in quanto, a parte le storie del passato che si raccontano sul Porto, noi siamo riusciti – qua con molta fatica perché nessuno ti segnala niente – a rilevare alcune presenze che ci provocano qualche inquietudine.
E ciò per due motivi:
il primo perché il tessuto politico e sociale di Gaeta non è nemmeno alla lontana paragonabile a quelli di Formia, al punto che non è possibile contare sull’apporto proprio di nessuno;
il secondo perché il livello di penetrazione e di contaminazione è così diffuso, ma meno vistoso,
rispetto a quello formiano al punto che solo attraverso il sistema della ricostruzione di scatole cinesi a mezzo delle visure camerali si può arrivare a rilevare le presenze sospette.
E quello che ci preoccupa è quanto si potrebbe verificare con l’avvenire del Porto e relativo indotto ed anche con i lavori in programma che potrebbero calamitare un interesse dei clan.
Comunque, anche se a fatica, anche su questo versante stiamo, con molta pazienza riuscendo a, mettere in piedi un apparato di difesa che prima o poi ci darà i suoi frutti.

Chiacchiere su chiacchiere

QUANDO DICIAMO CHE L’”ANTIMAFIA” DELLE CHIACCHIERE NON SERVE A NIENTE!
Se un Testimone di Giustizia che un tempo era un agiato imprenditore e che ora, per aver denunciato e fatto arrestare decine di camorristi, è ridotto con la sua famiglia a mendicarti 20 euro per mangiare, si sente rispondere da un rappresentante del potere “leva il cellulare a tua figlia”, oltre che rispondergli “io a mia figlia ho dovuto levare addirittura il piatto, oltre che la scuola”, cos’altro deve fare?
E se un altro Testimone, anche egli ex imprenditore. è costretto per la fame a minacciare di salire sulla gru più alta di Milano e, come risposta, non gli notificano nemmeno gli atti di convocazione ai processi e lo sottopongono al programma sanitario obbligatorio facendolo passare per matto.
E se altri ancora, dopo aver fatto arrestare centinaia di mafiosi e perciò ridotti alla fame insieme alle loro mogli e figli, sono costretti ad andarsi ad incatenare per protesta davanti al Viminale ed altri ancora, disperati, te li senti annunciare gesti estremi, cosa devi pensare?
Quanto meno che c’è in atto un piano che tende a scoraggiarli e non farli più testimoniare.
Potremmo citarne altri di casi, ma ve e ce lo risparmiamo perché sono anni che stiamo denunciando che i conti non ci tornano.
E, quando, poi. vediamo e sentiamo che si stanno depotenziando le forze dell’ordine, la DIA, fino a ridurli quasi all’impotenza e si lasciano i magistrati esposti in prima linea contro le mafie da soli e senza una protezione adeguata, ti domandi, se hai un minimo di sensibilità, di senso civico e di amore verso lo Stato di diritto: è tempo ancora di parole, di chiacchiere?
A cosa servono queste in un Paese ormai per tre quarti nelle mani di mafie, massoneria e corrotti?
In un Paese dove la sensazione è che tutto – ma proprio tutto – va inquadrato in un disegno perverso che tende a destabilizzare le istituzioni.
E questo per colpa del quel quarto di italiani onesti che ancora si attardano a stare alla finestra facendo solo chiacchiere…

Senza denuncia non è lotta alle mafie

MA CHE TIPO DI “ANTIMAFIA” SI FA IN ITALIA???

C’è in giro in Italia troppa gente che pensa che in Italia si possano ancora sconfiggere le mafie andando in giro a parlare di legalità e di tematiche generiche che con la vera antimafia c’entrano come i cavoli a merenda.
O organizzando o partecipando a convegni, incontri, riunioni durante i quali si parla di temi generici, di fatti del passato, senza affrontare minimamente quelli attuali, stringenti, palpabili di una mafia che non è più quella di 20 di venti anni fa e che ha cambiato struttura e connotati diventando sempre più una mafia – impresa, una mafia imprenditrice ed imbottita di soldi, colletti bianchi, politici ed alti gradi.
La mafia bianca, la mafia-stato.
Trovi gente che ignora o fa finta di ignorare che almeno in mezza Italia le strutture sono collassate e che viviamo nel marciume, immersi fino al collo, mentre nell’altra metà un giorno sì e l’altro pure leggiamo di soggetti – manager, esponenti politici, amministratori pubblici, parlamentari, uomini della finanza ecc. ecc. – finiti sotto inchiesta o addirittura arrestati.
Senza considerare, poi, il marasma diffuso nell’oceano della cosiddetta “antimafia sociale”, nel quale sono migliaia le associazioni, i gruppi, i comitati ed i sottocomitati nati e che continuano a nascere chi per mania di protagonismo di taluni, chi per grattare soldi alle istituzioni, chi per fiancheggiare questo o quel partito o quel personaggio politico, che aspirano a darsi un volto di ” antimafiosi” e, taluni, anche per tentare di sbiadire l’immagine del mafioso che altrimenti potrebbero portarsi dietro.
Senza aver fatto mai una denuncia.
Tutta un’ “antimafia” di parata, di immagine, che di una vera antimafia non ha nulla.
Ormai la mafia è “il sistema”, al quale, soggettivamente o oggettivamente, ha dichiarato fedeltà almeno un tre quarti della popolazione italiana.
Chi per ignoranza, chi per convenienza, chi per convinzione, chi per viltà.
Tre quarti del Paese che è oggettivamente mafioso, un quarto che ancora resiste, non vuole esserlo e continua a combattere.
Questa è la realtà, nuda e cruda.
Come si fa a verificare se un soggetto è effettivamente un antimafioso o un mafioso?
Un giorno un colonnello della DIA brutalmente ci chiese:
“Quanti mafiosi avete fatto arrestare? Quante e quali denunce avete fatte?”
Ed aggiunse: “Gli investigatori ed i magistrati hanno bisogno di fatti, nomi e cognomi, non di chiacchiere ed elucubrazioni o ricordi del passato”.
Noi siamo dello stesso avviso perché, pur apprezzando coloro che in buona fede (non quelli che lo fanno per opportunismo o per guadagnarci) credono in un’antimafia retorica e commemorativa, la situazione è ormai così compromessa che non c’è più tempo per parlare.
Siamo al corpo al corpo con un esercito molto più potente di quello nostro e le chiacchiere non servono più.
Oggi trovi il corrotto, il mafioso ed il massone deviato dovunque, a qualsiasi livello, anche fra i generali e la truppa, fra i parlamentari, gli amministratori pubblici ed i politici e così via e, quindi, devi stare attento anche con chi ti relazioni, stringi rapporti.
Siamo in guerra.
E la guerra non si fa con le parole.
Nel caso nostro, si fa con la DENUNCIA.
E senza denuncia non è antimafia!!!

La risposta dell’Associazione Caponnetto al Questore di Latina Dr. De Matteis

Noi abbiamo compreso, Dr. De Matteis, il senso del suo discorso e sappiamo che lei non ha minimamente inteso sottovalutare con la sua intervista la gravità del fenomeno mafioso in provincia di Latina.
Ma deve tenere presente che quando a parlare è un Questore e quando, soprattutto, la gente non ha la stessa sensibilità, la stessa conoscenza dei fatti e lo stesso livello culturale, essa può sentirsi indotta a capire fischi per fiaschi.
A noi, che non siamo degli sbarbatelli e che soprattutto “veniamo da molto lontano” ed abbiamo, quindi, l’età, per dirla in gergo, e, con questa, anche un pò di conoscenza di sociologia delle masse, le grandi firme della comunicazione- ed anche l’esperienza- hanno insegnato che quando si scrive o si parla bisogna mettersi dalla parte di chi legge o sente.
E, se chi legge le parole di un Questore che dice che il primo problema in provincia di Latina non è la mafia ma il cambio di destinazione d’uso, il
messaggio che recepisce può essere deviante, se non anche devastante.
Può non capire il senso delle sue parole che sicuramente tendevano a far comprendere cosa si può nascondere dietro le attività mafiose.
Come un nostro amico di un comune del sud della Campania, al quale chiedevamo una relazione sulle attività camorristiche nel suo territorio e ci ha risposto che nel suo comune c’è riciclaggio di denaro sporco ma non camorra.
Gli abbiamo risposto lapidariamente, basiti:
“dietro il riciclaggio non c’è la camorra???”…
Dietro la devastazione urbanistica non c’è la camorra?
La Caponnetto, forte anche delle denunce di DNA, DDA, DIA, Procura Generale e quant’altri, ha impiegato anni a polemizzare con Sindaci, amministratori pubblici, esponenti politici di ogni colore, parlamentari, Prefetti, Procuratori, che sostenevano che in provincia di Latina non c’è un radicamento mafioso e si è visto come è andata a finire.
Ed ora, con questa intervista, lei ci fa correre il rischio di vederci smentiti in maniera clamorosa.
Non sarebbe più utile che dicesse ai suoi Commissariati di avviare tutta una serie di indagini patrimoniali, sulle movimentazioni di capitali, sugli investimenti, sui fallimenti, sulle aste giudiziarie ecc???

 

 

Gli Osservatori Comunali contro la criminalità. Il Regolamento dell’Associazione Caponnetto

QUESTO E’ LO SCHEMA DEL REGOLAMENTO COMUNALE CONTRO LA CRIMINALITA’ CHE l’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO HA PROPOSTO GIA’ UN PAIO DI ANNI FA AI SINDACI DI LAZIO, CAMPANIA E MOLISE, SENZA MAI AVER AVUTO ALCUN RISCONTRO.
SOLO IL COMUNE DI FORMIA, NEL LAZIO, QUALCHE MESE FA HA ACCOLTO LA NOSTRA PROPOSTA ED HA ISTITUITO L’OSSERVATORIO.
NEI PROSSIMI GIORNI CHIEDEREMO DI FARE ALTRETTANTO IN UN INCONTRO CHE ABBIAMO IN PROGRAMMA DI PROMUOVERE CON IL SINDACO DI NAPOLI DE MAGISTRIS.
IL PROBLEMA E’ CHE IN UN ORGANISMO COSI’ DELICATO UN’ASSOCIAZIONE ANTIMAFIA SERIA ED OPERATIVA QUAL’E’ LA CAPONNETTO NON PUO’ CHE FARSI RAPPRESENTARE DA PERSONE SERIE, ATTIVE, IMPEGNATE GIA’ NELL’ASSOCIAZIONE, FIDATISSIME ED ALTAMENTE PREPARATE.
QUINDI LA PROPOSTA PUO’ ESSERE PRESENTATA SOLAMENTE IN QUEI COMUNI LADDOVE SI DISPONE DI PERSONALE ADATTO b E NON DOVUNQUE.
ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER LA LOTTA ALLE ILLEGALITA’ E LE MAFIE “ANTONINO CAPONNETTO”
www. comitato-antimafia-lt. org
info@comitato-antimafia-lt. org
tel 3470515527
REGOLAMENTO PER L’OSSERVATORIO COMUNALE CONTRO LA CRIMINALITA’
Art.1 E’ istituito l’Osservatorio Comunale contro la criminalità inteso come centro di studi, ricerca, documentazione e di iniziativa sociale a sostegno della legalità e della lotta alla corruzione ed alla criminalità comune e mafiosa.
Art.2 L’Osservatorio svolge i compiti:
a) studiare e “fotografare” le forme criminali tradizionali ed emergenti presenti sul territorio;
b) individuare i settori a maggior rischio di infiltrazione mafiosa;
c) analizzare l’efficienza delle strutture preposte al contrasto della criminalità e proporre tutte quelle mutazioni, aggiustamenti, integrazioni che dovessero rendersi necessari per aumentarne l’efficacia;
d) vagliare il senso di sicurezza soggettiva dei cittadini comparandola a quella oggettiva;
e) effettuare una “mappatura” delle istituzioni del privato sociale connesse con problemi della sicurezza e del contrasto alla criminalità;
f) verificare la compatibilità con le leggi ed i regolamenti di tutti gli atti assunti dalla pubblica amministrazione locale.
Art.3 L’Osservatorio è presieduto dal Sindaco – o suo delegato in caso di assenza – ed è composto da:
a) 2 rappresentanti designati dalle associazioni di volontariato di provata serietà ed affidabilità ai livelli nazionali, oltre che presenti sul territorio comunale e che svolgano con continuità da almeno due anni attività in favore dell’azione di sostegno alla legalità ed alla lotta alla criminalità comune e mafiosa;
b) il Prefetto o suo rappresentante;
c) il Questore o suo rappresentante;
d) il Comandante provinciale dei Carabinieri o suo rappresentante;
e) il Comandante provinciale della Guardia di Finanza o suo rappresentante;
f) il Comandante provinciale del Corpo Forestale dello Stato o suo rappresentante;
g) il Comandante della Polizia Municipale;
h) 2 magistrati, il primo in rappresentanza della Procura della Repubblica territoriale ordinaria ed il secondo della Direzione Distrettuale Antimafia competente per il territorio;
i) il responsabile della SUA (Stazione Unica Appaltante);
l) il Dirigente del Servizio comunale competente (da cambiare a seconda dell’oggetto in discussione);
m) 3 rappresentanti dei sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro più rappresentativi a livello nazionale.
Art.4 La nomina dei componenti l’Osservatorio avviene con atto di Giunta Municipale su designazione dei rispettivi sodalizi o enti di appartenenza.
Essi restano in carica fino alla scadenza della consiliatura.
Art 5 Il Sindaco provvede alla prima convocazione ed all’insediamento dell’Osservatorio;
a) In caso di dimissioni, decesso o impedimento di un membro dell’Osservatorio si provvede alla sua sostituzione secondo le modalità di cui all’art.4;
b) l’assenza a tre sedute consecutive comporta la decadenza dalla nomina e la conseguente sostituzione del soggetto decaduto con altro indicato dallo stesso ente o sodalizio di appartenenza;
c) l’Osservatorio è validamente costituito con la nomina di almeno la metà dei suoi membri.
Art 6 Il Presidente provvede alla convocazione della riunione dell’Osservatorio almeno 3 volte l’anno;
il Presidente è tenuto a convocare, inoltre, la riunione dell’Osservatorio ogni volta che a farne richiesta sia almeno un terzo dei componenti dello stesso;
le riunioni dell’Osservatorio sono valide con la partecipazione della maggioranza dei suoi membri;
l’Osservatorio delibera a maggioranza dei presenti.
Art 7 L’Osservatorio provvede a nominare durante la sua prima riunione il Segretario scegliendolo fra i suoi componenti.
Art 8 L’Amministrazione comunale provvederà a dotare l’Osservatorio di tutti i supporti strumentali, tecnici, documentali e regolamentari per consentirgli lo svolgimento dei suoi compiti;
l’Amministrazione comunale si attiverà per recuperare in sede provinciale, regionale, nazionale e comunitaria finanziamenti a sostegno delle attività e delle iniziative promosse dall’Osservatorio.
Art.9 La partecipazione alle riunioni ed alle attività dell’Osservatorio è gratuita e non dà diritto ad alcun compenso, retribuzione o rimborso.
Art.10. – Accesso agli atti.
I membri dell’Osservatorio potranno accedere direttamente a tutti gli atti comunali (dall’anagrafe,
alle delibere, ai fascicoli delle gare e ad ogni altro documento ritenuto utile per lo svolgimento delle
attività proprie).

Questa è la bozza del Regolamento dell’Osservatorio Comunale contro la criminalità che l’Associazione Caponnetto ha proposto ai sindaci di Lazio, Campania e Molise

Il Comune di Formia, primo ed unico finora, lo ha già accolto e l’Osservatorio è insediato e ha già cominciato ad attivarsi. Nei prossimi giorni l’Associazione Caponnetto lo proporrà al Sindaco di Napoli De Magistris ed a quello di qualche altro Comune della Campania. Il problema è che un’Associazione antimafia seria non può mandare in un Osservatorio così delicato persone superficiali ed impreparate e, pertanto, ci si vede costretti a limitarsi a chiederne l’istituzione in quei comuni laddove si dispone di persone impegnate ed altamente preparate iscritte all’Associazione.

Scarica il pdf del regolamento

Speciale televisivo sui TESTIMONI DI GIUSTIZIA con un imprenditore napoletano, il sostituto procuratore della DDA di Napoli Maresca ed in collegamento telefonico il Dr. Di Cesare, Segretario nazionale dell’Associazione Caponnetto

http://www.julienews.it/filmato/speciale-testimoni-di-giustizia-con-il-sostituto-procuratore-della-dda-di-

Istituzioni al collasso?

LE ISTITUZIONI IN LARGA PARTE AL COLLASSO?
E’ inutile nascondersi dietro un dito:
almeno in 3-4 regioni del sud le istituzioni sono quasi al collasso.
Mafie, massoneria, corruzione rappresentano ormai un cocktail letale che le ha portate a perdere quasi la guerra con una nuova forma dello Stato, che non è più quella dello Stato di diritto, ma dello stato-mafia.
Ormai prevale il “sistema”, contro il quale combattono poche persone che ancora credono nei valori della giustizia e della democrazia.
Poche, pochissime, purtroppo, perché anche in quella moltitudine di persone che si dicono animate dalla volontà di resistere a questo stato di cose, sembrano consolidarsi la retorica, la rassegnazione, e, quindi, l’insignificanza, l’inconcludenza.
Si salvano solamente alcuni magistrati, i Cafiero de Raho, i Gratteri, i Di Matteo, i Teresi e così via.
Nel resto del paese è la corruzione che prevale e che sta devastando anche il nord.
E con la corruzione, il “sistema” sta prendendo il sopravvento e le mafie dilagano sempre di più.
Quando noi diciamo che parlare ancora e solo di “cultura della legalità ” è riduttivo ed in certo modo deviante.
Quando un Paese è considerato nel mondo ai primi posti nelle graduatorie della corruzione e delle mafie, parli al vento allorquando ti limiti a far appello alle coscienze della gente.
Alla maggior parte della gente le cose stanno bene così come sono.
Per convenienza, vigliaccheria, ignoranza o altri motivi.
La rimanente, quella ancora sana, ha paura, è sfiduciata e si tiene da parte, alla finestra, non considerando che, agendo così, si rende complice..
Ieri, provenendo da Napoli dove mi sono recato per partecipare ad un incontro degli amici campani dell’Associazione Caponnetto, mi sono trovato a discutere sul treno con una coppia di anziani i quali si lamentavano della classe politica e dello stato in cui siamo ridotti.
La definizione più pulita che usciva dalle loro bocche era “delinquenti”.
Ho replicato dicendo loro che la classe politica è sempre l’espressione del popolo ed ho ricordato loro quello che un grande statista straniero ripeteva sempre: ” Ogni popolo ha il governo che si merita”.
La discussione si è accesa ed alla fine non ci ho visto più ed ho domandato loro: “ma voi non vi siete mai chiesti se per caso la colpa di quanto succede non è anche vostra dopo che avete votato questa gente? Chi avete votato voi? Persone oneste o delinquenti? E che fate per cambiare le cose, oltre che lamentarvi? Perché non andate da un magistrato e denunciate?”.
Erano persone del sud ed hanno taciuto di colpo.
Un’ammissione di responsabilità?
Certo è che sul volto di uno dei due è comparso un leggero velo di rossore..
Ci siamo talvolta visti accusare di seminare… sfiducia e disperazione.
Non è questo il nostro intento perché noi crediamo nello Stato di diritto per il quale hanno combattuto i nostri padri, ma vogliamo che la gente acquisti consapevolezza della realtà perché, ricordando sempre la fine riservata a
magistrati onesti e coraggiosi- come i Falcone, i Borsellino e tanti altri, non esclusi, perdonateci la franchezza estrema, gli Esposito, i De Magistris o le Clementina Forleo ed altri ancora – non possiamo continuare ad illuderci che la salvezza del Paese potrà dipendere in eterno solamente dai Cafiero de Raho, i Gratteri, i De Matteo, i Teresi ecc.
Qua o c’è subito un sussulto di orgoglio da parte di tutte le persone oneste o fra poco sarà la fine del Paese.
Quella definitiva!!!.

Testimoni di giustizia. Mattiello: “LA POLITICA NON HA PIÙ ALIBI”

(ANSA) – ROMA, 9 NOV
“Domani saro’ a Siracusa in tribunale accanto a Marco Montoneri, cosi’ come mercoledi’ scorso ero in tribunale a Santa Maria Capua a Vetere con la famiglia di Domenico Noviello, imprenditore, fuoriuscito dal sistema speciale di tutela e ucciso il 16 Maggio 2008″: a raccontarlo e’ Davide Mattiello, deputato Pd, coordinatore del V Comitato “Testimoni di giustizia, vittime di mafia, collaboratori”. “Per questi cittadini, onesti e normali, quasi sempre imprenditori – spiegaMattiello – il confine tra la vita e la morte e’ sottile, spesso fragile”. Domani si apre infatti un nuovo processo al tribunale di Siracusa dopo le indagini che hanno preso il via dalla denuncia di Montoneri, ex imprenditore, testimone di giustizia, in programma speciale di protezione. L’uomo, che gestiva un autosalone, ha denunciato di aver subito tra il 2010 e il 2013 pesanti estorsioni da parte di nove persone che sono state arrestate. “Il confine – spiega Mattiello – e’ lo Stato con la sua capacita’ di proteggere chi denuncia e di assicurare quelle condizioni sociali ed economiche che garantiscono al testimone una vita libera e dignitosa. La politica si e’ mossa e ora non ha davvero alibi per non fare fino in fondo cio’ che ha cominciato”. “Ma intanto, mentre regolamenti e leggi vengono approvati – prosegue il deputato Pd – c’e’ bisogno di attenzione e di umanita’, sia verso chi sta nel sistema tutorio, ordinario o speciale, sia verso chi e’ uscito dal programma di protezione. Persone angosciate, spesso spaesate e isolate, che hanno nelle Istituzione l’unico riferimento. Eppure certe risposte tardano in maniera inaccettabile, pur essendo sostenute da ragioni e documenti o sono liquidate in maniera troppo burocratica. Lo Stato deve mostrare la faccia dura verso i delinquenti che fanno del male a persone inermi, non verso le vittime di queste violenze”, conclude Mattiello.

Istituito a Formia l’Osservatorio Comunale contro la criminalità. Ieri, a Napoli, gli amici campani della Caponnetto hanno deciso di chiederne al Sindaco De Magistris uno analogo. La strategia dell’Associazione Caponnetto

ISTITUITO A FORMIA, DIETRO RICHIESTA DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO, L’OSSERVATORIO COMUNALE CONTRO LA CRIMINALITA’.
ORA LA STESSA COSA L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO PROPONE DI FARE ANCHE A NAPOLI, NELLA SPERANZA CHE IL SINDACO DE MAGISTRIS VOGLIA COMPRENDERE L’IMPORTANZA DELLA NOSTRA STRATEGIA PER COMBATTERE LA CAMORRA A MONTE COME A VALLE.
Il più avanzato in Italia perché il Regolamento contiene principi assolutamente innovativi e rivoluzionari.
Il primo: la “gratuità” del servizio reso dai suoi componenti (in Italia si fa tutto previo pagamento di gettoni, indennità, rimborsi ecc).
Il secondo: il “diritto” – ripetiamo “il diritto” – di accesso a TUTTI gli atti del Comune (anagrafici, appalti, subappalti ecc) da parte di ogni singolo componente dell’Osservatorio.
Il terzo: l’esclusione da esso come componenti organici, come di solito avviene dappertutto, di consiglieri comunali ed esponenti politici, i quali, comunque, al pari delle forze dell’ ordine e dei Procuratori della Repubblica ordinaria e della DDA, possono essere invitati a partecipare.
L’unico rammarico che ci lascia l’amaro in bocca è il mancato inserimento come componenti organici di esso, così come avevamo chiesto noi dell’Associazione Caponnetto, dei rappresentanti provinciali delle forze dell’ordine -Polizia, Carabinieri, Finanza e Corpo Forestale dello Stato – e della Magistratura, ma sappiamo che questo non è dipeso dalla volontà dell’amministrazione comunale di Formia.
Noi siamo grati al Sindaco di Formia-Dr. Sandro Bartolomeo-al quale sentiamo il dovere di dare atto di una sensibilità particolare e di una apertura mentale e politica che non abbiamo riscontrato in altri sindaci di tutta l’Italia centromeridionale e, in particolare, alla Delegata alla Sicurezza Avv. Patrizia Menanno, autorevole componente dell’Associazione Caponnetto, i quali si sono fortemente battuti per dar vita a questo importante organismo del Comune proposto con forza dalla nostra Associazione.
A noi interessano gli atti e non le querelle di natura partitica e giudichiamo in base ad essi le singole amministrazioni.
L’attuale Amministrazione di Formia ha dimostrato, con questo atto, di voler diventare una vera casa di vetro dopo le tante vicende tristi che hanno interessato quelle precedenti e, proprio per questo, assicuriamo non una partecipazione alle attività dell’Osservatorio come soggetti passivi ma forti del bagaglio di tutte le nostre approfondite conoscenze ed esperienze in materia di lotta alle mafie.
Ieri, 8 novembre, in una riunione a Napoli dell’Associazione Caponnetto degli iscritti campani, abbiamo richiesto a questi di farsi promotori presso il Sindaco De Magistris della richiesta di adottare anche nel capoluogo partenopeo lo schema adottato a Formia con l’istituzione di un analogo Osservatorio comunale contro la criminalità.
Anche a Napoli, come a Formia, l’associazione Caponnetto dispone dei migliori elementi esperti nelle ricerche e nell’individuazione di soggetti ed attività malavitosi.
Ed un “ponte” fra Napoli e Formia in tal senso, trattandosi nel Lazio di clan per lo più
provenienti dalla Campania, è particolarmente prezioso nell’azione contro la camorra in quanto, con lo scambio reciproco delle informazioni, noi siamo in grado di colpirla contemporaneamente sia a monte che a valle, in Campania come nel Lazio.
Ci auguriamo ora che il Sindaco De Magistris voglia comprendere, come già ha fatto il suo collega di Formia Bartolomeo, il senso profondo della strategia dell’Associazione Caponnetto appena, a giorni, i rappresentanti campani di questa gli formalizzeranno la richiesta.

Legge n.45 del 13 febbraio 2001 per coloro che collaborano con la giustizia

Legge 13 febbraio 2001, n. 45

Modifica della disciplina della protezione e del trattamento sanzionatorio di coloro che collaborano con la giustizia nonchè disposizioni a favore delle persone che prestano testimonianza

(pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 58 del 10 marzo 2001 – Supplemento ordinario n. 50)


Capo I

MODIFICHE ALLE NORME PER LA PROTEZIONE DI COLORO CHE COLLABORANO CON LA GIUSTIZIA

Art. 1.

    1. Il titolo del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, è sostituito dal seguente: «Nuove norme in materia di sequestri di persona a scopo di estorsione e per la protezione dei testimoni di giustizia, nonché per la protezione e il trattamento sanzionatorio di coloro che collaborano con la giustizia».

Art. 2.

1. L’articolo 9 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, è sostituito dal seguente:

    «Art. 9. – (Condizioni di applicabilità delle speciali misure di protezione). – 1. Alle persone che tengono le condotte o che si trovano nelle condizioni previste dai commi 2 e 5 possono essere applicate, secondo le disposizioni del presente Capo, speciali misure di protezione idonee ad assicurarne l’incolumità provvedendo, ove necessario, anche alla loro assistenza.

    2. Le speciali misure di protezione sono applicate quando risulta la inadeguatezza delle ordinarie misure di tutela adottabili direttamente dalle autorità di pubblica sicurezza o, se si tratta di persone detenute o internate, dal Ministero della giustizia – Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e risulta altresì che le persone nei cui confronti esse sono proposte versano in grave e attuale pericolo per effetto di talune delle condotte di collaborazione aventi le caratteristiche indicate nel comma 3 e tenute relativamente a delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine costituzionale ovvero ricompresi fra quelli di cui all’articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale.

    3. Ai fini dell’applicazione delle speciali misure di protezione, assumono rilievo la collaborazione o le dichiarazioni rese nel corso di un procedimento penale. La collaborazione e le dichiarazioni predette devono avere carattere di intrinseca attendibilità. Devono altresì avere carattere di novità o di completezza o per altri elementi devono apparire di notevole importanza per lo sviluppo delle indagini o ai fini del giudizio ovvero per le attività di investigazione sulle connotazioni strutturali, le dotazioni di armi, esplosivi o beni, le articolazioni e i collegamenti interni o internazionali delle organizzazioni criminali di tipo mafioso o terroristico-eversivo o sugli obiettivi, le finalità e le modalità operative di dette organizzazioni.

    Soppresso.

    4. Se le speciali misure di protezione indicate nell’articolo 13, comma 4, non risultano adeguate alla gravità ed attualità del pericolo, esse possono essere applicate anche mediante la definizione di uno speciale programma di protezione i cui contenuti sono indicati nell’articolo 13, comma 5..

    5. Le speciali misure di protezione di cui al comma 4 possono essere applicate anche a coloro che convivono stabilmente con le persone indicate nel comma 2 nonchè, in presenza di specifiche situazioni, anche a coloro che risultino esposti a grave, attuale e concreto pericolo a causa delle relazioni intrattenute con le medesime persone. Il solo rapporto di parentela, affinità o coniugio, non determina, in difetto di stabile coabitazione, l’applicazione delle misure.

    6. Nella determinazione delle situazioni di pericolo si tiene conto, oltre che dello spessore delle condotte di collaborazione o della rilevanza e qualità delle dichiarazioni rese, anche delle caratteristiche di reazione del gruppo criminale in relazione al quale la collaborazione o le dichiarazioni sono rese, valutate con specifico riferimento alla forza di intimidazione di cui il gruppo è localmente in grado di valersi».

Art. 3.

    1. All’articolo 10 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, sono apportate le seguenti modificazioni:

        a) è inserita la rubrica: «Commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione»;

        b) il comma 1 è abrogato;

        c) il comma 2 è sostituito dal seguente:

    «2. Con decreto del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro della giustizia, sentiti i Ministri interessati, è istituita una commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione.»;

        d) dopo il comma 2 sono inseriti i seguenti:

    «2-bis. La commissione centrale è composta da un Sottosegretario di Stato all’interno che la presiede, da due magistrati e da cinque funzionari e ufficiali. I componenti della commissione diversi dal presidente sono preferibilmente scelti tra coloro che hanno maturato specifiche esperienze nel settore e che siano in possesso di cognizioni relative alle attuali tendenze della criminalità organizzata, ma che non sono addetti ad uffici che svolgono attività di investigazione, di indagine preliminare sui fatti o procedimenti relativi alla criminalità organizzata di tipo mafioso o terroristico-eversivo.

    2-ter. Sono coperti dal segreto di ufficio, oltre alla proposta di cui all’articolo 11, tutti gli atti e i provvedimenti comunque pervenuti alla commissione centrale, gli atti e i provvedimenti della commissione stessa, salvi gli estratti essenziali e le attività svolte per l’attuazione delle misure di protezione. Agli atti e ai provvedimenti della commissione, salvi gli estratti essenziali che devono essere comunicati a organi diversi da quelli preposti all’attuazione delle speciali misure di protezione, si applicano altresì le norme per la tenuta e la circolazione degli atti classificati, con classifica di segretezza adeguata al contenuto di ciascun atto.

    2-quater. Per lo svolgimento dei compiti di segreteria e di istruttoria, la commissione centrale si avvale dell’Ufficio per il coordinamento e la pianificazione delle Forze di polizia. Per lo svolgimento dei compiti di istruttoria, la commissione può avvalersi anche del Servizio centrale di protezione di cui all’articolo 14.

    2-quinquies. Nei confronti dei provvedimenti della commissione centrale con cui vengono applicate le speciali misure di protezione, anche se di tipo urgente o provvisorio a norma dell’articolo 13, comma 1, non è ammessa la sospensione dell’esecuzione in sede giurisdizionale ai sensi dell’articolo 21 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, e successive modificazioni, o dell’articolo 36 del regio decreto 17 agosto 1907, n. 642.

    2-sexies. Nei confronti dei provvedimenti della commissione centrale con cui vengono modificate o revocate le speciali misure di protezione anche se di tipo urgente o provvisorio a norma dell’articolo 13, comma 1, l’ordinanza di sospensione cautelare emessa ai sensi dell’articolo 21 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, e successive modificazioni, o dell’articolo 36 del regio decreto 17 agosto 1907, n. 642, ha efficacia non superiore a sei mesi. Con l’ordinanza il giudice fissa, anche d’ufficio, l’udienza per la discussione di merito del ricorso che deve avvenire entro i quattro mesi successivi; il dispositivo della sentenza è pubblicato entro sette giorni dalla data dell’udienza con deposito in cancelleria. I termini processuali sono ridotti alla metà.

    2-septies. Nel termine entro il quale può essere proposto il ricorso giurisdizionale ed in pendenza del medesimo il provvedimento di cui al comma 2-sexies rimane sospeso sino a contraria determinazione del giudice in sede cautelare o di merito.

    2-octies. I magistrati componenti della commissione centrale non possono esercitare funzioni giudicanti nei procedimenti cui partecipano a qualsiasi titolo i soggetti nei cui confronti la commissione, con la loro partecipazione, ha deliberato sull’applicazione della misura di protezione.»;

        e) il comma 3 è abrogato.

Art. 4.

    1. L’articolo 11 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, è sostituito dal seguente:

    «Art. 11. - (Proposta di ammissione) – 1. L’ammissione alle speciali misure di protezione, oltre che i contenuti e la durata di esse, sono di volta in volta deliberati dalla commissione centrale di cui all’articolo 10, comma 2, su proposta formulata dal procuratore della Repubblica il cui ufficio procede o ha proceduto sui fatti indicati nelle dichiarazioni rese dalla persona che si assume sottoposta a grave e attuale pericolo. Allorchè sui fatti procede o ha proceduto la Direzione distrettuale antimafia e a essa non è preposto il procuratore distrettuale, ma un suo delegato, la proposta è formulata da quest’ultimo.

    2. Quando le dichiarazioni indicate nel comma 1 attengono a procedimenti per taluno dei delitti previsti dall’articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale, in relazione ai quali risulta che più uffici del pubblico ministero procedono a indagini collegate a norma dell’articolo 371 dello stesso codice, la proposta è formulata da uno degli uffici procedenti d’intesa con gli altri e comunicata al procuratore nazionale antimafia; nel caso di mancata intesa il procuratore nazionale antimafia risolve il contrasto. La proposta è formulata d’intesa con i procuratori generali presso le corti di appello interessati, a norma dell’articolo 118-bis delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, quando la situazione delineata nel periodo precedente riguarda procedimenti relativi a delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine costituzionale.

    3. La proposta può essere formulata anche dal Capo della polizia-direttore generale della pubblica sicurezza previa acquisizione del parere del procuratore della Repubblica che, se ne ricorrono le condizioni, è formulato d’intesa con le altre autorità legittimate a norma del comma 2.

    4. Quando non ricorrono le ipotesi indicate nel comma 2, l’autorità che formula la proposta può comunque richiedere il parere del procuratore nazionale antimafia e dei procuratori generali presso le corti di appello interessati allorchè ritiene che le notizie, le informazioni e i dati attinenti alla criminalità organizzata di cui il procuratore nazionale antimafia o i procuratori generali dispongono per l’esercizio delle loro funzioni, a norma dell’articolo 371-bis del codice di procedura penale e del citato articolo 118-bis delle relative norme di attuazione, di coordinamento e transitorie, possano essere utili per la deliberazione della commissione centrale.

    5. Anche per il tramite del suo presidente, la commissione centrale può esercitare sia la facoltà indicata nel comma 4 sia quella di richiedere il parere del procuratore nazionale antimafia o dei procuratori generali presso le corti di appello interessati quando ritiene che la proposta doveva essere formulata dal procuratore della Repubblica d’intesa con altre procure e risulta che ciò non è avvenuto. In tale ultima ipotesi e semprechè ritengano ricorrere le condizioni indicate nel comma 2, il procuratore nazionale antimafia e i procuratori generali, oltre a rendere il parere, danno comunicazione dei motivi che hanno originato la richiesta al procuratore generale presso la Corte di cassazione.

    6. Nelle ipotesi di cui ai commi 2, 3, 4 e 5, il procuratore nazionale antimafia e i procuratori generali presso le corti di appello interessati possono acquisire copie di atti nonchè notizie o informazioni dalle autorità giudiziarie che procedono a indagini o a giudizi connessi o collegati alle medesime condotte di collaborazione.

    7. La proposta per l’ammissione alle speciali misure di protezione contiene le notizie e gli elementi utili alla valutazione sulla gravità e attualità del pericolo cui le persone indicate nell’articolo 9 sono o possono essere esposte per effetto della scelta di collaborare con la giustizia compiuta da chi ha reso le dichiarazioni. Nella proposta sono elencate le eventuali misure di tutela adottate o fatte adottare e sono evidenziati i motivi per i quali le stesse non appaiono adeguate.

    8. Nell’ipotesi prevista dall’articolo 9, comma 3, la proposta del procuratore della Repubblica, ovvero il parere dello stesso procuratore quando la proposta è effettuata dal Capo della polizia – direttore generale della pubblica sicurezza, deve fare riferimento specifico alle caratteristiche del contributo offerto dalle dichiarazioni».

Art. 5.

    1. All’articolo 12 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

        a) è inserita la rubrica: «Assunzione degli impegni»;

        b) nel comma 1, le parole: «avanzata proposta di ammissione allo speciale programma di protezione» sono sostituite dalle seguenti: «avanzata proposta di ammissione alle speciali misure di protezione»;

        c) i commi 2 e 3 sono sostituiti dai seguenti:

    «2. Le speciali misure di protezione sono sottoscritte dagli interessati, i quali si impegnano personalmente a:

        a) osservare le norme di sicurezza prescritte e collaborare attivamente all’esecuzione delle misure;

        b) sottoporsi a interrogatori, a esame o ad altro atto di indagine ivi compreso quello che prevede la redazione del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione;

        c) adempiere agli obblighi previsti dalla legge e dalle obbligazioni contratte;

        d) non rilasciare a soggetti diversi dalla autorità giudiziaria, dalle forze di polizia e dal proprio difensore dichiarazioni concernenti fatti comunque di interesse per i procedimenti in relazione ai quali hanno prestato o prestano la loro collaborazione ed a non incontrare nè a contattare, con qualunque mezzo o tramite, alcuna persona dedita al crimine, né, salvo autorizzazione dell’autorità giudiziaria quando ricorrano gravi esigenze inerenti alla vita familiare, alcuna delle persone che collaborano con la giustizia;

        e) specificare dettagliatamente tutti i beni posseduti o controllati, direttamente o per interposta persona, e le altre utilità delle quali dispongono direttamente o indirettamente, nonché, immediatamente dopo l’ammissione alle speciali misure di protezione, versare il danaro frutto di attività illecite. L’autorità giudiziaria provvede all’immediato sequestro del danaro e dei beni ed utilità predetti.

    3. La previsione di cui alla lettera e) del comma 2 non si applica ai soggetti indicati nel comma 2 dell’articolo 16-quater.

    3-bis. All’atto della sottoscrizione delle speciali misure di protezione l’interessato elegge il proprio domicilio nel luogo in cui ha sede la commissione centrale di cui all’articolo 10, comma 2».

Art. 6.

    1. L’articolo 13 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, è sostituito dal seguente:

    «Art. 13. - (Contenuti delle speciali misure di protezione e adozione di provvedimenti provvisori) – 1. Sulla proposta di ammissione alle speciali misure di protezione, la commissione centrale di cui all’articolo 10, comma 2, delibera a maggioranza dei suoi componenti, purchè siano presenti alla seduta almeno cinque di questi. In caso di parità prevale il voto del presidente. Quando risultano situazioni di particolare gravità e vi è richiesta dell’autorità legittimata a formulare la proposta la commissione delibera, anche senza formalità e comunque entro la prima seduta successiva alla richiesta, un piano provvisorio di protezione dopo aver acquisito, ove necessario, informazioni dal Servizio centrale di protezione di cui all’articolo 14 o per il tramite di esso. La richiesta contiene, oltre agli elementi di cui all’articolo 11, comma 7, la indicazione quantomeno sommaria dei fatti sui quali il soggetto interessato ha manifestato la volontà di collaborare e dei motivi per i quali la collaborazione è ritenuta attendibile e di notevole importanza; specifica inoltre le circostanze da cui risultano la particolare gravità del pericolo e l’urgenza di provvedere. Il provvedimento con il quale la commissione delibera il piano provvisorio di protezione cessa di avere effetto se, decorsi centottanta giorni, l’autorità legittimata a formulare la proposta di cui all’articolo 11 non ha provveduto a trasmetterla e la commissione non ha deliberato sull’applicazione delle speciali misure di protezione osservando le ordinarie forme e modalità del procedimento. Il presidente della commissione può disporre la prosecuzione del piano provvisorio di protezione per il tempo strettamente necessario a consentire l’esame della proposta da parte della commissione medesima. Quando sussistono situazioni di eccezionale urgenza che non consentono di attendere la deliberazione della commissione e fino a che tale deliberazione non interviene, su motivata richiesta della competente autorità provinciale di pubblica sicurezza, il Capo della polizia – direttore generale della pubblica sicurezza può autorizzare detta autorità ad avvalersi degli specifici stanziamenti previsti dall’articolo 17 specificandone contenuti e destinazione. Nei casi in cui è applicato il piano provvisorio di protezione, il presidente della commissione può richiedere al Servizio centrale di protezione una relazione riguardante la idoneità dei soggetti a sottostare agli impegni indicati nell’articolo 12.

    2. Per stabilire se sia necessario applicare taluna delle misure di protezione e, in caso positivo, per individuare quale di esse sia idonea in concreto, la commissione centrale può acquisire specifiche e dettagliate indicazioni sulle misure di prevenzione o di tutela già adottate o adottabili dall’autorità di pubblica sicurezza, dall’Amministrazione penitenziaria o da altri organi, nonchè ogni ulteriore elemento eventualmente occorrente per definire la gravità e l’attualità del pericolo in relazione alle caratteristiche delle condotte di collaborazione.

    3. Esclusivamente al fine di valutare la sussistenza dei presupposti per l’applicazione delle speciali misure di protezione, la commissione centrale può procedere anche all’audizione delle autorità che hanno formulato la proposta o il parere e di altri organi giudiziari, investigativi e di sicurezza; può inoltre utilizzare gli atti trasmessi dall’autorità giudiziaria ai sensi dell’articolo 118 del codice di procedura penale.

    4. Il contenuto del piano provvisorio di protezione previsto dal comma 1 e delle speciali misure di protezione che la commissione centrale può applicare nei casi in cui non provvede mediante la definizione di uno speciale programma è stabilito nei decreti previsti dall’articolo 17-bis, comma 1. Il contenuto delle speciali misure di protezione può essere rappresentato, in particolare, oltre che dalla predisposizione di misure di tutela da eseguire a cura degli organi di polizia territorialmente competenti, dalla predisposizione di accorgimenti tecnici di sicurezza, dall’adozione delle misure necessarie per i trasferimenti in comuni diversi da quelli di residenza, dalla previsione di interventi contingenti finalizzati ad agevolare il reinserimento sociale nonchè dal ricorso, nel rispetto delle norme dell’ordinamento penitenziario, a modalità particolari di custodia in istituti ovvero di esecuzione di traduzioni e piantonamenti.

    5. Se, ricorrendone le condizioni, la commissione centrale delibera la applicazione delle misure di protezione mediante la definizione di uno speciale programma, questo è formulato secondo criteri che tengono specifico conto delle situazioni concretamente prospettate e può comprendere, oltre alle misure richiamate nel comma 4, il trasferimento delle persone non detenute in luoghi protetti, speciali modalità di tenuta della documentazione e delle comunicazioni al servizio informatico, misure di assistenza personale ed economica, cambiamento delle generalità a norma del decreto legislativo 29 marzo 1993, n. 119, e successive modificazioni, misure atte a favorire il reinserimento sociale del collaboratore e delle altre persone sottoposte a protezione oltre che misure straordinarie eventualmente necessarie.

    6. Le misure di assistenza economica indicate nel comma 5 comprendono, in specie, semprechè a tutte o ad alcune non possa direttamente provvedere il soggetto sottoposto al programma di protezione, la sistemazione alloggiativa e le spese per i trasferimenti, le spese per esigenze sanitarie quando non sia possibile avvalersi delle strutture pubbliche ordinarie, l’assistenza legale e l’assegno di mantenimento nel caso di impossibilità di svolgere attività lavorativa. La misura dell’assegno di mantenimento e delle integrazioni per le persone a carico prive di capacità lavorativa è definita dalla commissione centrale e non può superare un ammontare di cinque volte l’assegno sociale di cui all’articolo 3, commi 6 e 7, della legge 8 agosto 1995, n. 335. L’assegno di mantenimento può essere annualmente modificato in misura pari alle variazioni dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati rilevate dall’ISTAT. L’assegno di mantenimento può essere integrato dalla commissione con provvedimento motivato solo quando ricorrono particolari circostanze influenti sulle esigenze di mantenimento in stretta connessione con quelle di tutela del soggetto sottoposto al programma di protezione, eventualmente sentiti l’autorità che ha formulato la proposta, il procuratore nazionale antimafia o i procuratori generali interessati a norma dell’articolo 11. Il provvedimento è acquisito dal giudice del dibattimento su richiesta della difesa dei soggetti a cui carico sono utilizzate le dichiarazioni del collaboratore. Lo stesso giudice, sempre su richiesta della difesa dei soggetti di cui al periodo precedente, acquisisce l’indicazione dell’importo dettagliato delle spese sostenute per la persona sottoposta al programma di protezione. Le spese di assistenza legale sono liquidate dal giudice previo parere del Consiglio dell’ordine degli avvocati presso cui il difensore è iscritto.

    7. Nella relazione prevista dall’articolo 16, il Ministro dell’interno indica il numero complessivo dei soggetti e l’ammontare complessivo delle spese sostenute nel semestre per l’assistenza economica dei soggetti sottoposti a programma di protezione e, garantendo la riservatezza dei singoli soggetti interessati, specifica anche l’ammontare delle integrazioni dell’assegno di mantenimento eventualmente intervenute e le esigenze che le hanno motivate.

    8. Ai fini del reinserimento sociale dei collaboratori e delle altre persone sottoposte a protezione, è garantita la conservazione del posto di lavoro ovvero il trasferimento ad altra sede o ufficio secondo le forme e le modalità che, assicurando la riservatezza e l’anonimato dell’interessato, sono specificate in apposito decreto emanato dal Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro della giustizia, sentiti gli altri Ministri interessati. Analogamente si provvede per la definizione di specifiche misure di assistenza e di reinserimento sociale destinate ai minori compresi nelle speciali misure di protezione.

    Soppresso

    9. L’autorità giudiziaria può autorizzare con provvedimento motivato i soggetti di cui al comma 2 dell’articolo 16-quater ad incontrarsi tra loro quando ricorrono apprezzabili esigenze inerenti alla vita familiare.

    10.  Al fine di garantire la sicurezza, la riservatezza e il reinserimento sociale delle persone sottoposte a speciale programma di protezione a norma del comma 5 e che non sono detenute o internate è consentita l’utilizzazione di un documento di copertura.

    11. L’autorizzazione al rilascio del documento di copertura indicato nel comma 10 è data dal Servizio centrale di protezione di cui all’articolo 14 il quale chiede alle autorità competenti al rilascio, che non possono opporre rifiuto, di predisporre il documento e di procedere alle registrazioni previste dalla legge e agli ulteriori adempimenti eventualmente necessari. Si applicano le previsioni in tema di esonero da responsabilità di cui all’articolo 5 del decreto legislativo 29 marzo 1993, n. 119. Presso il Servizio centrale di protezione è tenuto un registro riservato attestante i tempi, le procedure e i motivi dell’autorizzazione al rilascio del documento.

    12.  Quando ricorrono particolari motivi di sicurezza, il procuratore della Repubblica o il giudice possono autorizzare il soggetto interrogato o esaminato a eleggere domicilio presso persona di fiducia o presso un ufficio di polizia, ai fini delle necessarie comunicazioni o notificazioni.

    13. Quando la proposta o la richiesta per l’ammissione a speciali forme di protezione è formulata nei confronti di soggetti detenuti o internati, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria provvede ad assegnare i soggetti medesimi a istituti o sezioni di istituto che garantiscano le specifiche esigenze di sicurezza. Allo stesso modo il Dipartimento provvede in vista della formulazione della proposta e su richiesta del procuratore della Repubblica che ha raccolto o si appresta a raccogliere le dichiarazioni di collaborazione o il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione previsto dall’articolo 16-quater.

    14. Nei casi indicati nel comma 13, la custodia è assicurata garantendo la riservatezza dell’interessato anche con le specifiche modalità di cui al decreto previsto dall’articolo 17-bis, comma 2, e procurando che lo stesso sia sottoposto a misure di trattamento penitenziario, specie organizzative, dirette ad impedirne l’incontro con altre persone che già risultano collaborare con la giustizia e dirette ad assicurare che la genuinità delle dichiarazioni non possa essere compromessa. È fatto divieto, durante la redazione dei verbali e comunque almeno fino alla redazione del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione, di sottoporre la persona che rende le dichiarazioni ai colloqui investigativi di cui all’articolo 18-bis, commi 1 e 5, della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni. È fatto altresì divieto, alla persona medesima e per lo stesso periodo, di avere corrispondenza epistolare, telegrafica o telefonica, nonchè di incontrare altre persone che collaborano con la giustizia, salvo autorizzazione dell’autorità giudiziaria per finalità connesse ad esigenze di protezione ovvero quando ricorrano gravi esigenze relative alla vita familiare.

    15. L’inosservanza delle prescrizioni di cui al comma 14 comporta l’inutilizzabilità in dibattimento, salvi i casi di irripetibilità dell’atto, delle dichiarazioni rese al pubblico ministero e alla polizia giudiziaria successivamente alla data in cui si è verificata la violazione».

Art. 7.

    1. Gli articoli 13-bis e 13-ter del decreto- legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, e successive modificazioni, sono abrogati.

Art. 8.

    1. Prima dell’articolo 14 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, è inserito il seguente:

    «Art. 13-quater. – (Revoca e modifica delle speciali misure di protezione) – 1. Le speciali misure di protezione sono a termine e, anche se di tipo urgente o provvisorio a norma dell’articolo 13, comma 1, possono essere revocate o modificate in relazione all’attualità del pericolo, alla sua gravità e alla idoneità delle misure adottate, nonchè in relazione alla condotta delle persone interessate e alla osservanza degli impegni assunti a norma di legge.

    2. Costituiscono fatti che comportano la revoca delle speciali misure di protezione l’inosservanza degli impegni assunti a norma dell’articolo 12, comma 2, lettere b) ed e), nonchè la commissione di delitti indicativi del reinserimento del soggetto nel circuito criminale. Costituiscono fatti valutabili ai fini della revoca o della modifica delle speciali misure di protezione l’inosservanza degli altri impegni assunti a norma dell’articolo 12, la commissione di reati indicativi del mutamento o della cessazione del pericolo conseguente alla collaborazione, la rinuncia espressa alle misure, il rifiuto di accettare l’offerta di adeguate opportunità di lavoro o di impresa, il ritorno non autorizzato nei luoghi dai quali si è stati trasferiti, nonchè ogni azione che comporti la rivelazione o la divulgazione dell’identità assunta, del luogo di residenza e delle altre misure applicate. Nella valutazione ai fini della revoca o della modifica delle speciali misure di protezione, specie quando non applicate mediante la definizione di uno speciale programma, si tiene particolare conto del tempo trascorso dall’inizio della collaborazione oltre che della fase e del grado in cui si trovano i procedimenti penali nei quali le dichiarazioni sono state rese e delle situazioni di pericolo di cui al comma 6 dell’articolo 9.

    3. Nel provvedimento con il quale ammette il soggetto alle speciali misure di protezione, la commissione centrale indica il termine, non superiore a cinque anni e non inferiore a sei mesi, entro il quale deve comunque procedersi alle verifiche sulla modifica o sulla revoca. Se il termine non è indicato, esso è di un anno dalla data del provvedimento.

    4. La commissione centrale è comunque tenuta alle verifiche indicate nel comma 3 ogni volta che ne faccia motivata richiesta l’autorità che ha formulato la proposta.

    5. La modifica o la revoca delle speciali misure di protezione non produce effetti sulla applicabilità delle disposizioni dell’articolo 147-bis delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271».

Art. 9.

    1. All’articolo 14 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, sono apportate le seguenti modificazioni:

        a) è inserita la rubrica: «Servizio centrale di protezione»;

        b) il comma 1 è sostituito dal seguente:

    «1. Alla attuazione e alla specificazione delle modalità esecutive del programma speciale di protezione deliberato dalla commissione centrale provvede il Servizio centrale di protezione istituito, nell’ambito del Dipartimento della pubblica sicurezza, con decreto del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica che ne stabilisce la dotazione di personale e di mezzi, anche in deroga alle norme vigenti, sentite le amministrazioni interessate. Il Servizio centrale di protezione è articolato in due sezioni, dotate ciascuna di personale e di strutture differenti e autonome, aventi competenza l’una sui collaboratori di giustizia e l’altra sui testimoni di giustizia. Il Capo della polizia-direttore generale della pubblica sicurezza coordina i rapporti tra prefetti e tra autorità di sicurezza nell’attuazione degli altri tipi di speciali misure di protezione, indicate nei decreti di cui all’articolo 17-bis, comma 1, la cui determinazione spetta al prefetto del luogo di residenza attuale del collaboratore, anche mediante impieghi finanziari non ordinari autorizzati, a norma dell’articolo 17, dallo stesso Capo della polizia – direttore generale della pubblica sicurezza.»;

           c) il comma 2 è abrogato.

Art. 10.

    1. L’articolo 15 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, e successive modificazioni, è sostituito dal seguente:

    «Art. 15. - (Cambiamento delle generalità. Rinvio) – 1. Nell’ambito dello speciale programma di protezione può essere autorizzato, con decreto del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro della giustizia, il cambiamento delle generalità, garantendone la riservatezza anche in atti della pubblica amministrazione.

    2. All’attuazione del disposto del comma 1 si provvede a norma del decreto legislativo 29 marzo 1993, n. 119, e successive modificazioni».

Art. 11.

    1. All’articolo 16 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, sono apportate le seguenti modificazioni:

        a) è inserita la rubrica: «Relazione del Ministro dell’interno»;

        b) nel comma 1, le parole: «sui programmi» sono sostituite dalle seguenti: «sulle misure speciali».

Capo II

NORME PER LA PROTEZIONE
DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA

Art. 12.

    1. Dopo l’articolo 16 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, è inserito il seguente Capo:

  «Capo II-bis. - NORME PER LA PROTEZIONE DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA.

    Art. 16-bis. – (Applicazione delle speciali misure di protezione ai testimoni di giustizia) – 1. Le speciali misure di protezione di cui agli articoli 9 e 13, comma 5, se ne ricorrono i presupposti, si applicano a coloro che assumono rispetto al fatto o ai fatti delittuosi in ordine ai quali rendono le dichiarazioni esclusivamente la qualità di persona offesa dal reato, ovvero di persona informata sui fatti o di testimone, purchè nei loro confronti non sia stata disposta una misura di prevenzione, ovvero non sia in corso un procedimento di applicazione della stessa, ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575. Tali soggetti sono, ai fini del presente decreto, denominati “testimoni di giustizia“.

    2. Le dichiarazioni rese dai testimoni di giustizia possono anche non avere le caratteristiche di cui all’articolo 9, comma 3, salvo avere carattere di attendibilità, e riferirsi a delitti diversi da quelli indicati nel comma 2 dello stesso articolo.

    3. Le speciali misure di protezione si applicano, se ritenute necessarie, a coloro che coabitano o convivono stabilmente con le persone indicate nel comma 1, nonchè, ricorrendone le condizioni, a chi risulti esposto a grave, attuale e concreto pericolo a causa delle relazioni trattenute con le medesime persone.

    Art. 16-ter. – (Contenuto delle speciali misure di protezione) – 1. I testimoni di giustizia cui è applicato lo speciale programma di protezione hanno diritto:

        a) a misure di protezione fino alla effettiva cessazione del pericolo per sè e per i familiari;

        b) a misure di assistenza, anche oltre la cessazione della protezione, volte a garantire un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello esistente prima dell’avvio del programma, fino a quando non riacquistano la possibilità di godere di un reddito proprio;

        c) alla capitalizzazione del costo dell’assistenza, in alternativa alla stessa;

        d) se dipendenti pubblici, al mantenimento del posto di lavoro, in aspettativa retribuita, presso l’amministrazione dello Stato al cui ruolo appartengono, in attesa della definitiva sistemazione anche presso altra amministrazione dello Stato;

        e) alla corresponsione di una somma a titolo di mancato guadagno, concordata con la commissione, derivante dalla cessazione dell’attività lavorativa propria e dei familiari nella località di provenienza, sempre che non abbiano ricevuto un risarcimento al medesimo titolo, ai sensi della legge 23 febbraio 1999, n. 44;

        f) a mutui agevolati volti al completo reinserimento proprio e dei familiari nella vita economica e sociale.

    2. Le misure previste sono mantenute fino alla effettiva cessazione del rischio, indipendentemente dallo stato e dal grado in cui si trova il procedimento penale in relazione al quale i soggetti destinatari delle misure hanno reso dichiarazioni.

    3. Se lo speciale programma di protezione include il definitivo trasferimento in altra località, il testimone di giustizia ha diritto ad ottenere l’acquisizione dei beni immobili dei quali è proprietario al patrimonio dello Stato, dietro corresponsione dell’equivalente in denaro a prezzo di mercato. Il trasferimento degli immobili è curato da un amministratore, nominato dal direttore della sezione per i testimoni di giustizia del Servizio centrale di protezione tra avvocati o dottori commercialisti iscritti nei rispettivi albi professionali, di comprovata esperienza».

Art. 13.

    1. Agli oneri derivanti dall’attuazione delle disposizioni di cui al al presente capo, pari a lire 6.000 milioni per l’anno 2001 ed a lire 8.600 milioni a decorrere dall’anno 2002, si provvede mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 17, comma 1, del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, come modificato dall’articolo 18 della presente legge.

Capo III

NUOVE NORME PER IL TRATTAMENTO SANZIONATORIO DI COLORO CHE COLLABORANO CON LA GIUSTIZIA

Art. 14.

    1. Dopo l’articolo 16-ter del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, introdotto dall’articolo 12 della presente legge, è inserito il seguente Capo:

    «Capo II-ter. – NUOVE NORME PER IL TRATTAMENTO SANZIONATORIO DI COLORO CHE COLLABORANO CON LA GIUSTIZIA

    Art. 16-quater. - (Verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione) – 1. Ai fini della concessione delle speciali misure di protezione di cui al Capo II, nonchè per gli effetti di cui agli articoli 16-quinquies e 16-nonies, la persona che ha manifestato la volontà di collaborare rende al procuratore della Repubblica, entro il termine di centottanta giorni dalla suddetta manifestazione di volontà, tutte le notizie in suo possesso utili alla ricostruzione dei fatti e delle circostanze sui quali è interrogato nonchè degli altri fatti di maggiore gravità ed allarme sociale di cui è a conoscenza oltre che alla individuazione e alla cattura dei loro autori ed altresì le informazioni necessarie perchè possa procedersi alla individuazione, al sequestro e alla confisca del denaro, dei beni e di ogni altra utilità dei quali essa stessa o, con riferimento ai dati a sua conoscenza, altri appartenenti a gruppi criminali dispongono direttamente o indirettamente.

    2. Le informazioni di cui al comma 1 relative alla individuazione del denaro, dei beni e delle altre utilità non sono richieste quando la volontà di collaborare è stata manifestata dai testimoni di giustizia.

    3. Le dichiarazioni rese ai sensi dei commi 1 e 2 sono documentate in un verbale denominato “verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione“, redatto secondo le modalità previste dall’articolo 141-bisdel codice di procedura penale, che è inserito, per intero, in apposito fascicolo tenuto dal procuratore della Repubblica cui le dichiarazioni sono state rese e, per estratto, nel fascicolo previsto dall’articolo 416, comma 2, del codice di procedura penale relativo al procedimento cui le dichiarazioni rispettivamente e direttamente si riferiscono. Il verbale è segreto fino a quando sono segreti gli estratti indicati nel precedente periodo. Di esso è vietata la pubblicazione a norma dell’articolo 114 del codice di procedura penale.

    4. Nel verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione, la persona che rende le dichiarazioni attesta, fra l’altro, di non essere in possesso di notizie e informazioni processualmente utilizzabili su altri fatti o situazioni, anche non connessi o collegati a quelli riferiti, di particolare gravità o comunque tali da evidenziare la pericolosità sociale di singoli soggetti o di gruppi criminali.

    5. Nel verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione la persona indica i colloqui investigativi eventualmente intrattenuti.

    6. Le notizie e le informazioni di cui ai commi 1 e 4 sono quelle processualmente utilizzabili che, a norma dell’articolo 194 del codice di procedura penale, possono costituire oggetto della testimonianza. Da esse, in particolare, sono escluse le notizie e le informazioni che il soggetto ha desunto da voci correnti o da situazioni a queste assimilabili.

    7. Le speciali misure di protezione di cui ai Capi II e II-bis non possono essere concesse, e se concesse devono essere revocate, qualora, entro il termine di cui al comma 1, la persona cui esse si riferiscono non renda le dichiarazioni previste nei commi 1, 2 e 4 e queste non siano documentate nel verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione.

    8. La disposizione del comma 7 si applica anche nel caso in cui risulti non veritiera l’attestazione di cui al comma 4.

    9. Le dichiarazioni di cui ai commi 1 e 4 rese al pubblico ministero o alla polizia giudiziaria oltre il termine previsto dallo stesso comma 1 non possono essere valutate ai fini della prova dei fatti in esse affermati contro le persone diverse dal dichiarante, salvo i casi di irripetibilità.

    Art. 16-quinquies. - (Attenuanti in caso di collaborazione) – 1. Le circostanze attenuanti che il codice penale e le disposizioni speciali prevedono in materia di collaborazione, relativa ai delitti di cui all’articolo 9, comma 2, possono essere concesse soltanto a coloro che, entro il termine di cui al comma 1 dell’articolo 16-quater, hanno sottoscritto il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione previsto dal medesimo articolo 16-quater.

      2. Il giudice, anche d’ufficio, accerta l’avvenuta redazione del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione entro il termine prescritto.

    3. Se la collaborazione si manifesta nel corso del dibattimento, il giudice può concedere le circostanze attenuanti di cui al comma 1 anche in mancanza del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione, ferma restando la necessità di procedere alla sua redazione entro il termine prescritto per gli effetti di cui agli articoli 16-quater e 16-nonies.

    Art. 16-sexies. - (Acquisizione del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione nonchè di copie per estratto dei registri in materia di colloqui investigativi in caso di interrogatorio o esame del collaboratore) – 1. Quando si deve procedere all’interrogatorio o all’esame del collaboratore quale testimone o persona imputata in un procedimento connesso o di un reato collegato a quello per cui si procede nel caso previsto dall’articolo 371, comma 2, lettera b), del codice di procedura penale il giudice, su richiesta di parte, dispone che sia acquisito al fascicolo del pubblico ministero il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione di cui all’articolo 16-quater limitatamente alle parti di esso che concernono la responsabilità degli imputati nel procedimento.

    2. Nell’ipotesi di cui al comma 1 il giudice, a richiesta di parte, dispone altresì l’acquisizione di copia per estratto del registro tenuto dal direttore del carcere in cui sono annotati il nominativo del detenuto o internato, il nominativo di chi ha svolto il colloquio a fini investigativi, la data e l’ora di inizio e di fine dello stesso, nonché di copia per estratto del registro di cui al comma 3 dell’articolo 18-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, per la parte relativa ai colloqui a fini investigativi intervenuti con il collaboratore.

    Art. 16-septies. - (Restituzione nel termine e revisione delle sentenze) –1. Il procuratore generale presso la corte d’appello nel cui distretto la sentenza è stata pronunciata deve richiedere la revisione della sentenza quando le circostanze attenuanti che il codice penale o le disposizioni speciali prevedono in materia di collaborazione relativa ai delitti di cui all’articolo 9, comma 2, sono state applicate per effetto di dichiarazioni false o reticenti, ovvero quando chi ha beneficiato delle circostanze attenuanti predette commette, entro dieci anni dal passaggio in giudicato della sentenza, un delitto per il quale l’arresto in flagranza è obbligatorio.Identico.

    2. La revisione è ammessa quando ricorrono i presupposti di cui al comma 1 e se il delitto ivi previsto è indicativo della permanenza del soggetto nel circuito criminale.

    3. Quando chi ha beneficiato delle circostanze attenuanti di cui al comma 1 ha ottenuto anche taluno dei benefici penitenziari previsti dall’articolo 16-nonies, il procuratore generale che richiede la revisione della sentenza informa della richiesta il tribunale di sorveglianza ed il magistrato di sorveglianza competenti ai fini dei provvedimenti previsti dal comma 7 del medesimo articolo 16-nonies.

    4. Nel giudizio di revisione si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni del titolo IV del libro IX del codice di procedura penale. In caso di accoglimento della richiesta di revisione, il giudice riforma la sentenza di condanna e determina la nuova misura della pena.

    5. Nel corso del giudizio di revisione il giudice, su richiesta del pubblico ministero, può disporre l’applicazione delle misure cautelari previste dalla legge.

    6. Quando le situazioni indicate nel comma 1 emergono prima che la sentenza sia divenuta irrevocabile, gli atti da cui risultano le predette situazioni sono trasmessi al pubblico ministero presso il giudice che ha pronunciato la sentenza ovvero, se gli atti del procedimento sono già stati trasmessi al giudice dell’impugnazione, al pubblico ministero presso il giudice che deve decidere sull’impugnazione. Se si tratta di sentenza pronunciata in grado di appello, gli atti sono in ogni caso trasmessi al pubblico ministero presso la corte d’appello che ha pronunciato la sentenza. Il pubblico ministero, entro trenta giorni dal ricevimento degli atti, può chiedere, a norma dell’articolo 175 del codice di procedura penale, la restituzione nel termine per proporre impugnazione limitatamente al punto della decisione relativo alla applicazione delle circostanze attenuanti indicate nel comma 1.

    7. Le pene previste per il reato di calunnia sono aumentate da un terzo alla metà quando risulta che il colpevole ha commesso il fatto allo scopo di usufruire delle circostanze attenuanti di cui al comma 1 o dei benefici penitenziari o delle misure di tutela o speciali di protezione previsti dall’articolo 16-nonies e dal Capo II. L’aumento è dalla metà ai due terzi se uno dei benefici è stato conseguito.

    Art. 16-octies. - (Revoca o sostituzione della custodia cautelare per effetto della collaborazione) – 1. La misura della custodia cautelare non può essere revocata o sostituita con altra misura meno grave per il solo fatto che la persona nei cui confronti è stata disposta tiene o ha tenuto taluna delle condotte di collaborazione che consentono la concessione delle circostanze attenuanti previste dal codice penale o da disposizioni speciali. In tali casi, alla revoca o alla sostituzione può procedersi solo se, nell’ambito degli accertamenti condotti in ordine alla sussistenza delle esigenze cautelari, il giudice che procede, sentiti il procuratore nazionale antimafia o i procuratori generali presso le corti di appello interessati, non ha acquisito elementi dai quali si desuma l’attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o terroristico-eversivo e ha accertato che il collaboratore, ove soggetto a speciali misure di protezione, ha rispettato gli impegni assunti a norma dell’articolo 12.

    Art. 16-nonies. - (Benefici penitenziari) – 1. Nei confronti delle persone condannate per un delitto commesso per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale o per uno dei delitti di cui all’articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale, che abbiano prestato, anche dopo la condanna, taluna delle condotte di collaborazione che consentono la concessione delle circostanze attenuanti previste dal codice penale o da disposizioni speciali, la liberazione condizionale, la concessione dei permessi premio e l’ammissione alla misura della detenzione domiciliare prevista dall’articolo 47-ter della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, sono disposte su proposta ovvero sentiti i procuratori generali presso le corti di appello interessati a norma dell’articolo 11 del presente decreto o il procuratore nazionale antimafia.

    2. Nella proposta o nel parere i procuratori generali o il procuratore nazionale antimafia forniscono ogni utile informazione sulle caratteristiche della collaborazione prestata. Su richiesta del tribunale o del magistrato di sorveglianza, allegano alla proposta o al parere copia del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione e, se si tratta di persona sottoposta a speciali misure di protezione, il relativo provvedimento di applicazione.

    3. La proposta o il parere indicati nel comma 2 contengono inoltre la valutazione della condotta e della pericolosità sociale del condannato e precisano in specie se questi si è mai rifiutato di sottoporsi a interrogatorio o a esame o ad altro atto di indagine nel corso dei procedimenti penali in cui ha prestato la sua collaborazione. Precisano inoltre gli altri elementi rilevanti ai fini dell’accertamento del ravvedimento anche con riferimento alla attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata o eversiva.

    4. Acquisiti la proposta o il parere indicati nei commi 2 e 3, il tribunale o il magistrato di sorveglianza, se ritiene che sussistano i presupposti di cui al comma 1, avuto riguardo all’importanza della collaborazione e sempre che sussista il ravvedimento e non vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con la criminalità organizzata o eversiva, adotta il provvedimento indicato nel comma 1 anche in deroga alle vigenti disposizioni, ivi comprese quelle relative ai limiti di pena di cui all’articolo 176 del codice penale e agli articoli 30-ter e 47-ter della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni. Il provvedimento è specificamente motivato nei casi in cui le autorità indicate nel comma 2 del presente articolo hanno espresso parere sfavorevole. I provvedimenti che derogano ai limiti di pena possono essere adottati soltanto se, entro il termine prescritto dall’articolo 16-quater è stato redatto il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione previsto dal medesimo articolo 16-quater e, salvo che non si tratti di permesso premio, soltanto dopo la espiazione di almeno un quarto della pena inflitta ovvero, se si tratta di condannato all’ergastolo, dopo l’espiazione di almeno dieci anni di pena.

    5. Se la collaborazione prestata dopo la condanna riguarda fatti diversi da quelli per i quali è intervenuta la condanna stessa, i benefici di cui al comma 1 possono essere concessi in deroga alle disposizioni vigenti solo dopo l’emissione della sentenza di primo grado concernente i fatti oggetto della collaborazione che ne confermi i requisiti di cui all’articolo 9, comma 3.

    6. Le modalità di attuazione dei provvedimenti indicati nel comma 4 sono stabilite sentiti gli organi che provvedono alla tutela o alla protezione dei soggetti interessati e possono essere tali organi a provvedere alle notifiche, alle comunicazioni e alla esecuzione delle disposizioni del tribunale o del magistrato di sorveglianza.

    7. La modifica o la revoca dei provvedimenti è disposta d’ufficio ovvero su proposta o parere delle autorità indicate nel comma 2. Nei casi di urgenza, il magistrato di sorveglianza può disporre con decreto motivato la sospensione cautelativa dei provvedimenti. La sospensione cessa di avere efficacia se, trattandosi di provvedimento di competenza del tribunale di sorveglianza, questo non interviene entro sessanta giorni dalla ricezione degli atti. Ai fini della modifica, della revoca o della sospensione cautelativa dei provvedimenti assumono specifico rilievo quelle condotte tenute dal soggetto interessato che, a norma degli articoli 13-quater e 16-septies, possono comportare la modifica o la revoca delle speciali misure di protezione ovvero la revisione delle sentenze che hanno concesso taluna delle attenuanti in materia di collaborazione.

     8. Quando i provvedimenti di liberazione condizionale, di assegnazione al lavoro all’esterno, di concessione dei permessi premio e di ammissione a taluna delle misure alternative alla detenzione previste dal Titolo I, Capo VI, della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, sono adottati nei confronti di persona sottoposta a speciali misure di protezione, la competenza appartiene al tribunale o al magistrato di sorveglianza del luogo in cui la persona medesima ha eletto il domicilio a norma dell’articolo 12, comma 3-bis, del presente decreto».

Capo IV

MODIFICA ALLE DISPOSIZIONI DEL CODICE DI PROCEDURA PENALE IN MATERIA DI INCOMPATIBILITÀ DEL DIFENSORE

Art. 15.

    1. Il comma 4 dell’articolo 105 del codice di procedura penale è sostituito dal seguente:

    «4. L’autorità giudiziaria riferisce al consiglio dell’ordine i casi di abbandono della difesa, di rifiuto della difesa di ufficio o, nell’ambito del procedimento, i casi di violazione da parte del difensore dei doveri di lealtà e probità nonchè del divieto di cui all’articolo 106, comma 4-bis».

Art. 16.

    1. All’articolo 106 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:

        a) al comma 1 sono premesse le parole: «Salva la disposizione del comma 4-bis»;

        b) il comma 4 è sostituito dal seguente:

    «4. Se l’incompatibilità è rilevata nel corso delle indagini preliminari, il giudice, su richiesta del pubblico ministero o di taluna delle parti private e sentite le parti interessate, provvede a norma del comma 3.»;

        c) dopo il comma 4 è aggiunto il seguente:

    «4-bis. Non può essere assunta da uno stesso difensore la difesa di più imputati che abbiano reso dichiarazioni concernenti la responsabilità di altro imputato nel medesimo procedimento o in procedimento connesso ai sensi dell’articolo 12 o collegato ai sensi dell’articolo 371, comma 2, lettera b). Si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni dei commi 2, 3 e 4».

Capo V

DISPOSIZIONI FINALI, TRANSITORIE
E DI COORDINAMENTO

Art. 17.

    1. Prima dell’articolo 17 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, è inserita la seguente rubrica: «Capo II-quater. – DISPOSIZIONI FINALI E TRANSITORIE».

Art. 18.

    1. All’articolo 17 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, sono apportate le seguenti modificazioni:

        a) è inserita la rubrica: «Oneri finanziari»;

        b) nei commi 1 e 4, le parole: «del presente capo» e: «al presente Capo» sono sostituite, rispettivamente, dalle seguenti: «dei Capi II e II-bis» e «ai Capi II e II-bis».

Art. 19.

    1. Dopo l’articolo 17 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, è inserito il seguente:

    «Art. 17-bis. – (Previsione di norme di attuazione) – 1. Con uno o più decreti del Ministro dell’interno, emanati di concerto con il Ministro della giustizia, sentiti il Comitato nazionale dell’ordine e della sicurezza pubblica e la commissione centrale di cui all’articolo 10, comma 2, sono precisati i contenuti e le modalità di attuazione delle speciali misure di protezione definite e applicate anche in via provvisoria dalla commissione centrale nonchè i criteri che la medesima applica nelle fasi di istruttoria, formulazione e attuazione delle misure predette.

    2. Con decreto del Ministro della giustizia, emanato di concerto con il Ministro dell’interno, sono stabiliti i presupposti e le modalità di applicazione delle norme sul trattamento penitenziario, previste dal Titolo I della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, e dal Titolo I del relativo regolamento di esecuzione, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 29 aprile 1976, n. 431, e successive modificazioni, alle persone ammesse alle misure speciali di protezione e a quelle che risultano tenere o aver tenuto condotte di collaborazione previste dal codice penale o da disposizioni speciali relativamente ai delitti di cui all’articolo 9, comma 2.

    3. Con decreti del Ministro dell’interno, emanati di concerto con i Ministri delle finanze, del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, della giustizia e della difesa, sono adottate le norme regolamentari per disciplinare le modalità per il versamento e il trasferimento del denaro, dei beni e delle altre utilità di cui all’impegno assunto dal collaboratore a norma dell’articolo 12, comma 2, lettera e), del presente decreto, nonché le norme regolamentari per disciplinare, secondo le previsioni dell’articolo 12-sexies, commi 4-bis e 4-ter, del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, e successive modificazioni, le modalità di destinazione del denaro, nonchè di vendita e destinazione dei beni e delle altre utilità.

    4. I decreti previsti dai commi 1, 2 e 3, nonché quello previsto dall’articolo 13, comma 8, sono emanati ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400.

    5. Il Consiglio di Stato esprime il proprio parere sugli schemi dei regolamenti di cui ai commi 1, 2 e 3 entro trenta giorni dalla richiesta, decorsi i quali il regolamento può comunque essere adottato».

    2. Fino alla emanazione dei decreti previsti dall’articolo 17-bis, comma 1, del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, introdotto dal comma 1 del presente articolo, continuano a osservarsi, in quanto applicabili, le disposizioni dei decreti già emanati a norma dell’articolo 10 del medesimo decreto-legge n. 8 del 1991, nel testo previgente alla data di entrata in vigore della presente legge, per stabilire le misure di protezione e di assistenza a favore delle persone ammesse allo speciale programma di protezione nonchè i criteri di formulazione e le modalità di attuazione del programma medesimo.

Art. 20.

    1. Negli articoli da 1 a 4 e da 6 a 8, nonchè nell’articolo 18 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, sono inserite, rispettivamente, le seguenti rubriche:

        a) articolo 1: «Sequestro dei beni utilizzabili per far conseguire il prezzo del riscatto»;

        b) articolo 2: «Nullità dei contratti di assicurazione»;

        c) articolo 3: «Omessa denuncia»;

        d) articolo 4: «Comunicazioni al Governatore della Banca d’Italia»;

        e) articolo 6: «Attenuante speciale in caso di collaborazione»;

        f) articolo 7: «Disposizioni processuali»;

        g) articolo 8: «Nuclei di polizia interforze»;

        h) articolo 18: «Entrata in vigore».

Art. 21.

   1. Nell’articolo 58-ter, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, le parole: «Le disposizioni del comma» sono sostituite dalle seguenti: «I limiti di pena previsti dalle disposizioni del comma».

Art. 22.

    1. Alla legge 7 agosto 1990, n. 241, sono apportate le seguenti modificazioni:

        a) nel comma 2 dell’articolo 13, dopo la parola: «regolano» sono aggiunte le seguenti: «, nonchè ai procedimenti previsti dal decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, e successive modificazioni, e dal decreto legislativo 29 marzo 1993, n. 119, e successive modificazioni»;

        b) nel comma 1 dell’articolo 24, dopo le parole: «n. 801,» sono inserite le seguenti: «per quelli relativi ai procedimenti previsti dal decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, e successive modificazioni, e dal decreto legislativo 29 marzo 1993, n. 119, e successive modificazioni.».

Art. 23.

   1. I commi da 3 a 6 dell’articolo 8 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, sono abrogati.

Art. 24.

    1. All’articolo 12-sexies del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

        a) nel comma 1 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Le disposizioni indicate nel periodo precedente si applicano anche in caso di condanna e di applicazione della pena su richiesta, a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per taluno dei delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine costituzionale.»;

        b) dopo il comma 4 sono aggiunti i seguenti:

    «4-bis. Si applicano anche ai casi di confisca previsti dai commi da 1 a 4 del presente articolo le disposizioni in materia di gestione e destinazione dei beni sequestrati o confiscati previste dalla legge 31 marzo 1965, n. 575, e successive modificazioni; restano comunque salvi i diritti della persona offesa dal reato alle restituzioni e al risarcimento del danno.

    4-ter. Con separati decreti, il Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro della giustizia, sentiti gli altri Ministri interessati, stabilisce anche la quota dei beni sequestrati e confiscati a norma del presente decreto da destinarsi per l’attuazione delle speciali misure di protezione previste dal decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, e successive modificazioni, e per le elargizioni previste dalla legge 20 ottobre 1990, n. 302, recante norme a favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata. Nei decreti il Ministro stabilisce anche che, a favore delle vittime, possa essere costituito un Fondo di solidarietà per le ipotesi in cui la persona offesa non abbia potuto ottenere in tutto o in parte le restituzioni o il risarcimento dei danni conseguenti al reato.

    4-quater. Il Consiglio di Stato esprime il proprio parere sugli schemi di regolamento di cui al comma 4-ter entro trenta giorni dalla richiesta, decorsi i quali il regolamento può comunque essere adottato».

Art. 25.

    1. Le disposizioni di cui ai Capi II, II-bis e II-ter, fatta eccezione per quelle di cui all’articolo 16-quinquies, del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, e successive modificazioni, si applicano anche alle persone che hanno già manifestato la volontà di collaborare prima della data di entrata in vigore della presente legge.

    2. Nei confronti delle persone di cui al comma 1, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, si procede alla redazione del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione ai sensi dell’articolo 16-quater del citato decreto-legge n. 8 del 1991, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 82 del 1991, introdotto dall’articolo 14 della presente legge.

     3. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 si applicano anche se le condotte di collaborazione sono state tenute relativamente a delitti diversi da quelli commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine costituzionale ovvero previsti dall’articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale, ma rientranti fra quelli indicati nell’articolo 380 del medesimo codice.

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