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In provincia di Latina la mafia torna a sparare.Quasi in contemporanea due diversi attentati a colpi di fucile a Latina e Gaeta.Avvocati sotto attacco,come in passato magistrati e poliziotti.la mafia alza il tiro e,sempre più baldanzosa,se la prende direttamente con lo Stato.Ministro Minniti,batta un colpo e si sbrighi a far istituire il Supercommissariato,con la Squadra Mobile, a Formia e la Sezione della DIA a Fondi o Sperlonga.Si sbrighi prima che la mafia assuma anche il controllo militare e politico,dopo quello economico ecc., del territorio.

FUOCO  A  GAETA    ,FUOCO A LATINA !

A COLPI DI FUCILE PROVINCIA DI LATINA IN FIAMME E NESSUNO VUOLE PARLARNE.

VERGOGNA  !!!!!!!

Nemmeno 24 ore di tempo l’uno dall’altro,due diversi attentati  a Gaeta e Latina.

A colpi di fucile.

La provincia di Latina,quella che Carmine Schiavone chiamava la “provincia di Casal di Principe” !

E  tale é,anche se i più si rifiutano di ammetterlo.

Per ignoranza,per collusione con i mafiosi o chissà per cos’altro!

Ed entrambi gli attentati riguardano avvocati,uomini della legge.

Come nel caso,qualche anno fa,della Giudice Aielli a Latina e,in precedenza,di qualche altro magistrato.

Sempre a Latina.

La criminalità mafiosa alza il tiro e se la prende con magistrati,avvocati e poliziotti.

Con la Legge.

Con lo Stato.

Quello che sembra inerte in provincia di Latina,dove la………….”mafia non esiste”………… e la Prefettura non fa una sola interdittiva antimafia a carico delle imprese mafiose delle quali pur si sente la puzza a mille chilometri di distanza !

Ministro Minniti,batta un colpo !

L’antimafia quaquaraquà

L’”ANTIMAFIA ” ????????????????……..

L’”ANTIMAFIA” QUAQUARAQUA’

Ha ragione Giulio Cavalli.

Dov’é l’antimafia?

E dove sono tutti le cosiddette icone della Legalità,gli organizzatori delle fiaccolate contro le mafie,tutti coloro che dicono di combattere le mafie stando dietro una tastiera e non sapendo nemmeno di cosa stanno parlando?

Dove stanno tutte queste persone ora che – dopo che una manina misteriosa , che,poi,tanto misteriosa non é ,ha cancellato la norma che consentiva all’ANAC di Catone di svolgere indagini autonomamente dalla magistratura sui soggetti in odor di mafia – dovremmo tutti scendere  in piazza ed inondare le scrivanie del Parlamento e del Governo di messaggi di protesta?

 

 

GIULIO CAVALLI 

 

 

 

Corruzione, mafie e malaffare hanno bisogno di una tensione tenuta sempre alta per essere combattute. La storia ci insegna che ogni volta che lo Stato (ma non solo, c’entra anche la tensione della società civile) hanno allentato la presa, più o meno consapevolmente, i poteri criminali ne hanno approfittato per assestare colpi che poi abbiamo scontato per anni.

Persi tra le sceneggiate popolari e populiste di queste settimane “l’affare Cantone” (con la sciagurata seduta del Consiglio dei Ministri da cui l’ANAC è uscita depotenziata) è stato messo nel cassetto delle ripicche come se non fosse il grave segnale che invece è: che sia stato per uno sgambetto (di Renzi o a Renzi) o per altro si tratta comunque di un attacco frontale (e pubblico) all’efficienza anticorruttiva dell’azione di governo.

Ieri Cantone, ospite di Giovanni Minoli, sulla nuova legge per gli appalti all’inizio è stata fatta “una rivoluzione copernicana” solo che poi “si è fatta retromarcia su molte cose e non si è data la possibilità di attuare il codice. Credo – ha detto Raffaele Cantone – che fosse una buona riforma e il fatto di andare avanti e indietro è un classico del nostro Paese. E ci sono tante opere incompiute. Il problema vero è che qualcuno ha pensato che bisogna consentire di realizzare opere pubbliche per smuovere l’economia ma non perchè servano davvero. E non smuovono nulla”.

In un Paese normale e responsabile, capace di riconoscere e rispettare le priorità, una dichiarazione del genere provocherebbe un terremoto politico, una sollevazione popolare e un unanime coro dalle associazioni impegnate nell’azione antimafia.

E invece niente.

Buon lunedì.

Le elezioni a Gaeta,nel basso Lazio, e l’avvento delle liste civiche dietro le quali ci si potrebbe nascondere di tutto

Le  elezioni a Gaeta,nel basso Lazio, e l’avvento delle liste civiche dietro le quali  ci  si potrebbe nascondere di tutto

NON E’ FACILE – ED E’ PERCIO’ STRESSANTE PERCHE’  LE NOTIZIE DEVI ANDARE A RACCOGLIERTELE DA TE  UNA PER UNA – OPERARE  SU UN TERRITORIO OMERTOSO QUALE E’ QUELLO DI GAETA E,PIU’ IN GENERALE,DELLA PROVINCIA DI LATINA E DEL BASSO LAZIO,DOVE PARLARE DI MAFIE  E’  UN TABU’ ED A FARLO SONO SOLO I RAGAZZI DEL M5S E  DI RIFONDAZIONE COMUNISTA.

 

Una campagna elettorale ,a Gaeta,sbiadita e nella quale si parla di cose effimere evitando  di affrontare ,nemmeno alla lontana,il problema dei problemi: quello della proprietà  del territorio che é in gran parte, ormai, di soggetti non più locali ,ma,al contrario, di gente venuta da altre regioni del sud,Campania e Calabria in particolare.

Con questo problema  é strettamente connesso un altro – non di certo secondario-  che riguarda la sicurezza dei cittadini e la presenza di probabili soggetti criminali appartenenti a clan e ndrine interessati ad accaparrarsi quel pò di economia che ancora é rimasta nelle mani dei locali.

Nessuno si é preoccupato finora di indagare sulla mappa delle proprietà,sulle residenze e sull’origine della montagna dei capitali investiti  in tutti i settori dell’economia,oltre che sulle probabili connivenze e complicità con gli attori di questi grossi investimenti.

Il problema dei problemi: quello della bonifica di un territorio gravemente compromesso e dove lo Stato sembra  aver alzato bandiera bianca.

Non se ne parla e non se ne vuole parlare ,in una babele di liste e listarelle civiche nelle quali,scomparsi i colori,non si  sa chi c’è e  chi  eventualmente potrebbe esserci dietro.

La “nuova” Associazione Caponnetto uscita dall’Assemblea generale degli iscritti del 9 aprile scorso a Roma

LA “NUOVA ” ASSOCIAZIONE CAPONNETTO VENUTA FUORI DALL’ASSEMBLEA DEGLI ISCRITTI DEL 9 APRILE SCORSO A ROMA

 

Tre operatori di polizia – due Ispettori,uno della Polizia di Stato ed il secondo della Polizia Penitenziaria-,oltre ad un funzionario della Polizia di Stato peraltro con una lunga esperienza nella DIA e come dirigente di Commissariato,più quattro avvocati,due ex parlamentari,ed una quindicina di donne ed uomini che operano,impegnati in prima linea , in zone “calde” ed occupate dalle mafie a Palermo,Napoli,Roma,Bologna ed in altre città del Paese.

Il nuovo Consiglio Direttivo Nazionale di un’Associazione che combatte in prima linea contro le mafie .

Questo é il  volto,ravvivato nell’Assemblea del 9 aprile scorso a Roma, di un’Associazione antimafia “Altro” ed “Alto”,come la Caponnetto,che basa tutto il suo essere e la sua attività su tre elementi fondamentali:

-l’INDAGINE,

-la DENUNCIA,

-la PROPOSTA.

Quindici anni di vita contrassegnati da decine di rapporti,di relazioni,di denunce all’Autorità Giudiziaria e da un’intensa,continua  opera di sostegno alla Magistratura inquirente ed alle forze dell’ordine,rifiutando qualsiasi sostegno,economico o di qualsiasi altra natura,dalle istituzioni ad evitare condizionamenti,oltre che possibili coinvolgimenti in fatti illegittimi di cui queste dovessero risultare eventualmente autrici o comunque coinvolte.

Autonoma da tutto e da tutti: Stato,partiti politici,gruppi di interessi e di affari.

Il profumo della Libertà e della pulizia.

Morale,intellettuale e nell’ azione.

L’ennesimo “tagliando”,come nelle autovetture, allo scopo di eliminare le parti usurate e rendere più efficiente e veloce la macchina.

La specificità dell’Associazione Caponnetto,nell’oceano di retorica nella quale affoga la maggior parte della cosiddetta “antimafia”  in Italia – retorica che ha favorito le mafie ed ha consentito ad esse di  rafforzarsi al punto da permettere loro  di impossessarsi quasi del tutto dei gangli vitali del Paese – è l’AZIONE.

FATTI E NON CHIACCHIERE:INDAGINE,DENUNCIA E PROPOSTA.

Senza indagine e senza DENUNCIA,nomi e cognomi,non è antimafia.

E’ un’altra cosa che non interessa all’Associazione Caponnetto.

“Altro ” ed “Alto”,nell’interesse ed al servizio della parte sana del Paese e dello Stato di Diritto.

Fatti e non chiacchiere!

Due possibili bocconi per la camorra a Gaeta?

DUE POSSIBILI BOCCONI PRELIBATI PER LA CAMORRA A GAETA

 

Di Gaeta pentiti,relazioni DIA e giornali seri ci hanno raccontatto tutto.

Dei traffici nel Porto,dei probabili collegamenti di questi anche con la vicenda dolorosa di Ilaria Alpi,degli “incontri”,degli investimenti di capitali,di tutto ciò,insomma,che é capitato finora.

Quello di cui non si parla,però,almeno fino ad oggi,é quanto potrebbe succedere da oggi in avanti.

Ed é proprio su questo che ,a nostro avviso,bisogna accendere i riflettori al massimo perché é ai cittadini che compete il compito di vigilare non potendo contare  sull’intervento della Magistratura la quale può intervenire solamente DOPO,quando cioé i danni eventuali potrebbero essere già stati fatti ed i buoi potrebbero essere  già scappati dalle stalle.

La Magistratura,infatti,non ha compiti di prevenzione che,invece,hanno i cittadini in primis e,oltre a loro,Prefettura e forze dell’ordine.

Ed é,quindi,a tutti e tre che ci rivolgiamo invitandoli a tenere bene gli occhi aperti perché nessuno domani possa dire “non lo sapevo”,”nessuno mi ha avvertito”.

Il nostro lavoro ci costringe ad essere estremamente attenti e  sospettosi e a dare importanza anche ai segnali che i più ritengono non rilevanti,indegni di attenzione.

Due sono gli elementi che destano in noi sospetti e perplessità sapendo come  di norma succedono i fatti e stanno le cose:

1) il primo é l’allarme lanciato dagli amici di Agit Prop della presenza a Gaeta di ” brutti ceffi”.Questi,come è noto,non girano a vuoto e non vanno alla ricerca di feste,festarelle,sole,mare,colline e bellezze naturalistiche o artistiche.Le loro “bellezze” sono altre:i soldi,il business,il malaffare,l’imbroglio,l’affare;

 

2) i silenzi ,in questa campagna elettorale,da parte di quasi tutte le liste in competizione,tutte “liste civiche” eccetto due – PRC e M5S-,sui due argomenti più importanti,quelli che segneranno il destino non solo di Gaeta ma di tutto il Basso Lazio,fino alla Capitale, ed anche del Molise ,fino all’Adriatico,

in sostanza di quasi tutta l’Italia Centrale:l’uso che si vuole fare dei suoli dell’ex vetreria a Serapo e di quelli dell’area portuale e a ridosso di questa,ad Arzano e del ruolo che si vuole assegnare al Porto.

Perché nessuno ne parla?

E non é che la presenza di “brutti ceffi” potrebbe essere vista in relazione ad eventuali progetti della camorra per rafforzare il suo controllo del territorio in una terra già definita da Schiavone “provincia di Casal di Principe” ?

Il 9 aprile prossimo Assemblea degli iscritti all’Associazione Caponnetto per l’elezione del nuovo Consiglio Direttivo Nazionale.Si punta tutto sull’”effetto trascinamento” per dare vita ad una struttura sempre più valida,efficace,operativa al massimo ed utile al Paese.

EFFETTO……….TRASCINAMENTO

Il Sabatini Coletti così definisce  la parola “trascinamento” :” tra-sci-na-men-to.  Movimento impresso ad un oggetto tirandolo………;coinvolgimento,attrazione delle masse……..”……………..

In sostanza si tratta,nel  caso nostro,  dell’azione di attrazione, da parte di alcuni soggetti nei confronti di tutti gli altri,per stabilire il modus operandi ed i ritmi da imprimere alla corsa da noi prefissati.

Un gruppo di testa che “trascina” tutti gli altri.

Qualcuno potrebbe accusarci di voler trasformare l’Associazione in una sorta di “agenzia di investigazione”,in effetti snaturandola  rispetto al ruolo  ad essa affidata dai fondatori.

Niente di più inesatto in quanto noi siamo rigorosamente determinati a rispettare  il  ruolo deciso.

Vogliamo semplicemente renderci UTILI  al Paese,rifuggendo dalla retorica,dalla semplice retorica che non porta a nessuna parte,dando,invece, un senso,una concretezza alla nostra attività e tenendo conto delle esortazioni di Paolo Borsellino quando sosteneva che “è un errore imperdonabile il pensare che tutto il peso della lotta alle mafie debba gravare sulle sole spalle della magistratura e delle forze dell’ordine”.

La società civile DEVE assumere le sue responsabilità e “sporcarsi le mani” di fronte ad un fenomeno,quello mafioso e della corruzione, e non può restare a guardare, inerte ed alla finestra,la corsa al disastro del Paese.

Essa NON DEVE  diventarne coautrice.

Tutto qua !

Noi abbiamo un nemico potentissimo da combattere,le mafie,un nemico che rappresenta la più grande impresa del mondo e che,pertanto,rappresenta il Potere,quello che opprime i popoli ,ed il Potere non si combatte con la semplice retorica,con le chiacchiere,con la sfilate,con gli appelli,con le preghiere,le invocazioni,le bandiere in un teatro e consentendo,peraltro,a qualcuno anche di farci business o di costruirsi una carriera,politica , professionale o economica.

La mafia  di una specie di “antimafia”,che tutto é fuorché questa.

Noi siamo “Altro ” ed “Alto”,un pò come i corpi scelti che stanno in prima linea.

Questo E’ e DEVE sempre più essere l’Associazione Caponnetto.

Il nostro DOVERE é quello di onorare il nome che portiamo dando un senso a quello che facciamo,una direzione di marcia,delle coordinate:la difesa della Giustizia e dello Stato di diritto.

Con i fatti e non con le chiacchiere!

In 15 anni le abbiamo passate di tutte:minacce,attentati,insulti, richieste risarcitorie,blandizie,tentativi di infiltrazione e di strumentalizzazione ,azioni di destabilizzazione,atti di emarginazione.

Di tutto e di più.

Ma quelli che ci hanno scosso più di ogni altra cosa sono stati e sono l’indifferenza della  gran parte della gente,il suo senso di irresponsabilità  di fronte al problema dei problemi del Paese- quello delle mafie e della corruzione- ed anche a quello dell’avvenire dei propri figli e delle giovani generazioni.

Sia ben noto a tutti una buona volta per sempre che noi abbiamo ben chiaro il quadro della situazione nella quale si trova il Paese ed abbiamo studiato a fondo le direttrici di marcia da seguire per tentare di bloccare la corsa verso il precipizio.

Oggi le uniche istituzioni -parliamo di istituzioni e non di singoli componenti di esse – sulle quali poter far affidamento per salvare il Paese sono rimaste la Magistratura e ,su un livello inferiore a questa in quanto soggette anche ,purtroppo,al potere politico,le forze dell’ordine.

Ad esse,magistratura e forze dell’ordine,NON SAREMO MAI CONTRO perché sarebbe il suicidio del Paese e nostro stesso.

Ed abbiamo il DOVERE di aiutarle in ogni modo, prima di tutto a difendersi dagli attacchi della politica di cui sono  vittime quotidiane e,poi,nel lavoro difficile ed anche pericoloso che esse fanno momento dopo momento.

Con i fatti e non con le chiacchiere,stando,peraltro,alla finestra o semplicemente dietro una tastiera e basta.

Noi portiamo – non a caso – il Nome di un grande Magistrato che é stato,peraltro,il “papà” di Falcone e Borsellino ed i nostri riferimenti ideali sono in maniera rigorosa e ferrea a “quella” scuola ed a nessun’altra.

Noi siamo e VOGLIAMO essere sempre di più,pur con i nostri limiti e le nostre deficienze,”quelli”,gli allievi di “quei” Maestri.

I nostri Maestri; i LORO eredi spirituali e morali.

Nelle parole,ma ,soprattutto, nell’ AZIONE.

Falcone,Borsellino e Caponnetto o,se volete,Borsellino,Caponnetto e Falcone per rispettare l’ordine alfabetico,il trio,l’UNICO trio dei nostri riferimenti e delle nostre coordinate.

E della nostra direttrice di marcia.

Ecco perché “Altro” ed “Alto”.

Ecco perché FATTI  e non parole.

Ecco perché  INDAGINE,DENUNCIA  e PROPOSTA.

La mafia si combatte con i fatti e non con le chiacchiere.

Con l’INDAGINE,LA DENUNCIA  e la PROPOSTA.

E con persone,unite nell’Associazione e non da sole – come fa la mafia che ha capito l’importanza vitale dell’organizzazione – che sanno e vogliono fare INDAGINE  e DENUNCIA soprattutto.

Per aiutare la Magistratura a fare il proprio lavoro.

Il prossimo 9 aprile ,all’assemblea degli iscritti all’Associazione Caponnetto a Roma,vogliamo darci una struttura organizzativa più adeguata e più confacente alla situazione drammatica nella quale ci troviamo ed  alle esigenze di un sodalizio consapevole di dover operare al fronte contro un nemico dalla potenza illimitata.

Persone serie,non fanfaroni e parolai,consapevoli,informate  e motivate,dotate di senso dello Stato di diritto e non mosse da interessi  ed ambizioni personali,e,soprattutto,abituate al combattimento:poliziotti,Testimoni di Giustizia,avvocati e donne ed uomini temprati alla lotta e capaci di operare nelle prime linee.

Il gruppo di testa,quello che dà il ritmo della corsa e stabilisce  velocità ,metodi,tecniche e strategie.

Il gruppo che “TRASCINA” tutti gli altri.

Che Dio lo assista!

La nave affonda e l’orchestra continua a suonare………….Un mondo di ossimori!

UN MONDO DI OSSIMORI………

 

….,ferreo,granitico,ormai ossidato e difficile,pertanto , ad intaccare,soprattutto se non hai i supporti morali e materiali di un tessuto sveglio e combattivo,di un popolo che non sia in letargo , indifferente ed insensibile ai problemi reali del Paese.

Un Paese divorato dalla corruzione e dalle mafie alle quali si aggiungono e fanno loro da spalla l’indifferenza,l’insensibilità  e l’ ignoranza di gran parte della gente.

Morbi letali che corrodono lo Stato e la società e perpetuano il sistema feudale vassalli-valvassori.

“O sistema”.

Il sistema che sopravvive – e che sembra,anzi,rafforzarsi -  anche di fronte  al tintinnio ininterrotto  delle manette ad opera di chi ancora crede nella Giustizia.

L’assioma,pur condivisibile sul piano teorico,di chi sostiene che solo con l’educazione  e la formazione delle giovani generazioni si può sperare nella salvezza,mostra le sue crepe ,su quello pratico,  nella constatazione dell’assenza di sintonia fra le varie agenzie educative.

La famiglia in primis, e,poi,la società,la scuola,la chiesa,i partiti,le associazioni,i movimenti,la realtà quotidiana.

In un mondo generalizzato di sovvertimento dei valori positivi,le parole e  gli insegnamenti di pochi restano inascoltati ed inapplicati.

Se ne rendono conto ,senza alcuna difficoltà,pedagogisti  ed educatori vari,i cui ruoli e la cui opera diventano sempre più gravosi ,ma,purtroppo,in gran parte infruttuosi.

Si semina 100 per raccogliere,sì e no,10.

Si predica giustizia e si assiste al dilagare dell’ingiustizia.

Pochi  invocano amore e solidarietà e si riscontrano nei più  odi ,divisioni,egoismi , razzismo.

In questi giorni siamo impegnati in alcune operazioni delicate e complesse per tentare di scardinare “‘o sistema”su un territorio abbastanza importante  e non potete nemmeno immaginare le difficoltà e gli ostacoli che ci vengono frapposti in ambienti che pur non dovrebbero essere a noi ostili.

Quello che più ci sconcerta e ci addolora,però, non é tanto questo,quanto,soprattutto,la solitudine nella quale veniamo sistematicamente a trovarci,ogni volta che  ci accingiamo ad affrontare una battaglia difficile.

Tutti piangono,tutti si lamentano,ma il vecchio detto “armiamoci e partite” é sempre valido per i più………..

Meglio,pensano questi, continuare a stare alla finestra a guardare.

E’ questa ,purtroppo la regola della maggioranza della gente di un Paese alla deriva.

La nave affonda ma l’orchestra continua a suonare.

Una grossa campagna di distrazione di massa in terra di camorra e ,forse,anche di ndrangheta.Siamo a Gaeta ed in provincia di Latina.

SUVVIA,ALZIAMO UN PO’ IL LIVELLO DEL DIBATTITO SU QUALE FINE VOGLIAMO FAR FARE AL SUD PONTINO,ALLA PROVINCIA DI LATINA  ED A GAETA IN PARTICOLARE,SE SVENDERLI DEFINITIVAMENTE A CAMORRA (E NDRANGHETA ? ) O RESTITUIRLI ALLE COMUNITA’ LOCALI.

 

 Si parla dell’”arrivo” anche di “calabresi” e nessuno si preoccupa  di  andare a vedere di cosa e di che gente si tratta.

Qua si corre il rischio di far alzare allo Stato bandiera bianca di fronte alle mafie  e di cedere definitivamente e completamente ad esse il territorio.

Siamo alle porte della Capitale d’Italia ed un caposaldo mafioso in prossimità della cintura di questa può costituire una sorta di breccia di Porta Pia per l’accesso a questa e per la sua completa occupazione.

Come se questa,la Capitale,non fosse già abbondantemente occupata !!!!!!!!!!…….

Non si tratta di bruscolini ma di cose serie.

Molto serie.

Allora ,suvvia,mettiamoci di buona lena,cari parlamentari,consiglieri regionali,dirigenti politici vari e cittadini responsabili ed alziamo il confronto sui problemi reali di questo territorio.

Stiamo seguendo con apprensione l’andamento delle cose a Gaeta perché per i motivi che ci stiamo sforzando di evidenziare la consideriamo il (non uno,ma il ) “motore” al centro del sistema pontino.

Troppi silenzi,troppo finto disinteresse su quella città e su quel territorio,sia dall’interno che dall’esterno.

E questi,silenzi e finto disinteresse,sono i primi elementi che ci insospettiscono,sapendo molto bene  fatti pregressi e chissà se ancora non attuali come noi temiamo.

Altro sospetto é quello rappresentato dal fiorire ad ogni pié sospinto di liste civiche,composte sicuramente da persone pulite ed in buonafede,ma che in qualcuna delle quali potrebbe inserirsi qualche elemento che tale non lo è.

Sospetti,timori,supposizioni,per carità,ma,con i tempi che corrono e con gli ambienti che caratterizzano la zona,non si sa mai.

C’é in corso,altro elemento sospetto,una campagna di distrazione dalla realtà con un profluvio di racconti e raccontini ,favole e favolette,della nonnina,su storie passate,sulle bellezze, e,poi,con tanti,tantissimi re,regine,marchesi,papi,luminarie e tarantelle  che ti sbattono in faccia ad ogni angolo di strada,senza tener conto del fatto  che

 i soggetti di cui stiamo parlando non vanno in quella città e in quell’area per godersi il sole , il  mare e le bellezze naturalistiche e storiche.

E’ gente……non “intranea” a questi temi ed a queste suggestioni,ma a ben altre che sembra difficile far entrare  nei cervelli ottenebrati e più sensibili ad altre culture, per non dire subculture,ad altri modi di vedere,pensare  ed agire.

Continuando,non ci piace affatto la ….”parcellizzazione ” che si sta facendo dei temi ,visto ognuno a se stante,senza alcuna connessione con gli tutti gli altri della città e,cosa ancor più importante,del territorio ,del comprensorio,della regione e di più regioni.

Il porto,la sua qualificazione e l’utilizzo delle vecchie aree industriali dismesse,a cominciare da quelle di Arzano e di Serapo.

Perché di queste si tratta e pare che non se ne  voglia parlare,pur di fronte al rischio di una grossa,veramente grossa, ……..pappata.

Perché ?

Perché???????????????

La madre di tutte le battaglie per quanto riguarda un’area sensibile,particolarmente sensibile.

 

Ohibò!

Le dichiarazioni desecretate di Carmine Schiavone sui rifiuti

Leggere QUI

Il 9 aprile a Roma assemblea degli iscritti dell’Associazione Caponnetto.

DOMENICA 9 APRILE UNA RINNOVATA E PIU’ FORTE ASSOCIAZIONE CAPONNETTO

 

Il sogno di tanti anni trascorsi nell’inquietudine,nelle ansie,nelle paure

di non potercela fare a dare un volto sempre moderno,sempre più marcato ed  aggressivo all’Associazione prima di prepararmi a cedere il passo.

Il sogno di lasciarla in  mani sicure,affidabili,a menti e cuori capaci di restare coerenti con i valori ed i fini che sono alla base  del suo essere.

Cuori e menti determinati ad anteporre gli interessi del Paese e della collettività a quelli personali,consapevoli appieno del valore e della nobiltà della missione che liberamente abbiamo voluto darci nel nome di una Persona che ha dato lustro al Paese e che non ci sentiamo di tradire.

Costi quel che costi.

Anni di lavoro intenso,di osservazione attenta e silenziosa,di valutazione,di giudizio dei singoli a mò del conducente di un’autovettura impegnato a sottoporla ad una revisione costante per mantenerla sempre efficiente e sicura e preservarla da guasti e sconquassi.

Il nostro é un cammino difficile,complesso,anche irto di pericoli vari e che richiede,pertanto, grandi capacità e grandi doti.

Morali soprattutto ,perché l’interesse collettivo deve sempre prevalere su quello personale.

Il Paese é in pericolo,lo Stato di diritto é attentato minuto dopo  minuto da orde potenti  e numerose di delinquenti,di mafiosi,di ladri che dall’interno e dall’esterno lo assalgono per demolirlo dalla fondamenta  e noi non possiamo consentirci nemmeno il più piccolo errore,sia sul piano strategico che su quello tattico,che potrebbe agevolare l’opera dei criminali.

Grande senso di responsabilità,senso dello Stato ( quello vero e non lo stato-mafia),piena consapevolezza del pericolo che questo corre,spirito di sacrificio e rinuncia al bene personale a vantaggio di quello generale.

Non é ,questa,roba da tutti,purtroppo.

Quando noi diciamo “Non tocchiamo la magistratura perché questa é rimasta l’unico presidio a difesa della legalità e della giustizia in questo Paese sfortunato”,lo facciamo non per spirito di parte,corporativo o altro,ma solo perché questa é la verità.

Possiamo trovare  anche il singolo magistrato corrotto ed incapace ,che ti condanna ingiustamente ( anche chi scrive ne é rimasto vittima come tanti altri che fanno il nostro lavoro,giornalisti,ecc),ma l’istituzione é sana.

E,per noi,sacra!

Ed é per questo che abbiamo il dovere morale e civile di stare al suo fianco e di difenderla dagli attacchi dei criminali e degli sconsiderati.

E di sostenerla ed aiutarla.

Con i fatti e non con le chiacchiere,fornendole ogni supporto,piste,indicazioni,suggerimenti,notizie,nomi e cognomi.

Se non facessimo questo non avremmo alcuna ragione di esistere.

La lotta alle mafie non si fa con gli slogan,con gli appelli e le preghiere ,con le parate,con le elucubrazioni storiche o sociologiche,con le commemorazioni ed i racconti della nonnina dei fatti già avvenuti ,facendosi magari pagare lautamente da istituzioni che poi potrebbero rivelarsi corrotte e mafiose,ma con nomi e cognomi e contrastando coloro che eventualmente volessero farti deviare dal percorso che abbiamo scelto.

INDAGINE,DENUNCIA E PROPOSTA.

Questo é il motto dell’Associazione Caponnetto e questo DEVE restare.

Per sempre.

Chi vuole venire DEVE saperlo.

Come deve sapere anche che noi misuriamo sul campo i singoli e non ci lasciamo suggestionare politicamente da nessuno perché ,”venendo da lontano,molto lontano” come chi scrive,sappiamo molto bene che nessuno,da sinistra a destra,fatta qualche rarissima  eccezione,� esente da colpe e responsabilità gravissime.

Abbiamo attraversato un momento delicato e che ci ha obbligato,per evitare anche alcuni gravi rischi,ad un’opera di ristrutturazione interna quasi radicale.

A noi servono persone che siano in possesso delle qualità indicate sopra,persone che chiacchierino il meno possibile e che lavorino.

Lavorare significa INDAGARE,FORNIRCI NOTIZIE significative e utili per i magistrati.

Il Consiglio Direttivo che ci accingiamo ad eleggere Domenica 9 Aprile prossimo a Roma sarà composto,oltre che da alcuni vecchi iscritti che hanno rivelato negli anni grandi capacità sia organizzative che investigative,da alcuni rappresentanti in servizio delle forze dell’ordine,da alcuni parlamentari ed ex parlamentari,da qualche Testimone di Giustizia,da avvocati e da tante donne impegnate ed abituate a stare in prima linea.

“Gente tosta”,come sul dirsi ed esperta.

Una macchina da guerra.

Al servizio del Paese,dello Stato di diritto e della gente onesta.

Come é stata e vuole essere sempre di più l’Associazione Caponnetto. 

                Elvio Di Cesare

Il processo Cosentino .Parte civile l’Associazione Caponnetto

A Gaeta nessuno parla di mafia.Si naviga nella nebbia più assoluta

GAETA,IL CORE BUSINESS,IL CENTRO MOTORE ,LA CENTRALE OCCULTA  DI REGIA  DEL TERRITORIO PONTINO,REGREDISCE ANZICHE’ CRESCERE

Gaeta,il luogo della “trattativa” secondo i “pentiti” e la stampa meglio informata campana,locomotiva  dell’occupazione mafiosa della provincia di Latina e del Basso Lazio.

La città dove sembra proibito parlare di mafia perché tutto deve apparire soft,obnubilato,”pulito”,anche se tale non é per una presenza radicata .silenziosa ma  pervasiva di gente venuta da talune regioni del  sud e dell’investimento di capitali sulla cui “origine” nessuno ha voluto finora indagare.

Eppure se si va in un palazzo,un qualsiasi palazzo,in una villa,in un supermercato,in un bar,nell’area del porto,su un terreno ,dovunque insomma,non si sente più parlare il dialetto gaetano,ma,al suo posto,si sente parlare “napoletano” e da qualche tempo anche “calabrese”.

Certa cultura  del sud,inoculata  intelligentemente per anni e caparbiamente,ha prodotto i suoi risultati e la linea della palma é salita .

Oggi il territorio é quasi per intero occupato ed i cittadini gaetani – come quelli romani che storicamente avevano scelto una delle antiche  perle del Tirreno come dimora per le vacanze- sono scappati verso altri lidi ed altre terre lontani e vicini.

Il territorio di Gaeta non é più dei cittadini gaetani.

Come si fa in una situazione del genere a parlare di programmi se il territorio non é più tuo ma di “altri” nessuno te lo spiega.

E come si fa a non parlare di questo nessuno si azzarda a dirtelo.

Tabù,silenzio ,il “padrone” non lo consente.

Gaeta – e l’intero Basso Lazio – sono sempre di più “provincia di Casal di Principe”,ma nessuno vuole ammetterlo e nessuno lo dice.

Si naviga nelle nebbie.Le più fitte.

Il nostro orgoglio di essere l’Associazione Caponnetto. “Altro ed Alto”

NOI SIAMO L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO!
L’ORGOGLIO DI APPARTENERVI .
LA NOSTRA “DIVERSITA’ “CHE STA ALLA BASE DEL NOSTRO MOTTO “ALTRO ED ALTO”.
ABBIAMO VOLUTO FORTISSIMAMENTE SCEGLIERE LA STRADA DI RAPPRESENTARE L’EREDITA’ MORALE E SPIRITUALE DI QUELLE ECCEZIONALI PERSONE – FALCONE,BORSELLINO,CAPONNETTO ED ALTRE,IL FAMOSO POOL DI PALERMO – CHE HANNO SEGNATO IL PUNTO PIU’ ALTO E NOBILE DELLA STORIA RECENTE DEL PAESE,PER DARCI UNA IDENTITA’ CHE CI COLLOCA AL DI FUORI ED
 AL DI SOPRA DEGLI SCHEMI TRADIZIONALI DELLA COSIDDETTA “ANTIMAFIA”.
ANCHE IL NOSTRO MODO DI AGIRE E’ “DIVERSO”:
NIENTE FINANZIAMENTI DA PARTE DELLE ISTITUZIONI CHE SPESSO SI RIVELANO IN PARTE CORROTTE E CONTIGUE ALLA MAFIA PER EVITARE CONTAMINAZIONI E TUTTO BASATO SU TRE ELEMENTI FONDAMENTALI ED INSCINDIBILI:
INDAGINE,
DENUNCIA,
PROPOSTA .
IL DOVERE DI OGNI CITTADINO PERBENE E’ QUELLO DI AIUTARE ,CONCRETAMENTE E NON SOLO A PAROLE ,MAGISTRATURA E FORZE DELL’ORDINE NELLA LOTTA CONTRO IL MALAFFARE ED IL CRIMINE ORGANIZZATO.
SENZA INDAGINE,DENUNCIA E PROPOSTA NON SI HA RAGIONE,PER UNA VERA ASSOCIAZIONE ANTIMAFIA, DI ESISTERE.
NON A CASO ABBIAMO VOLUTO COME NOSTRO PRESIDENTE ONORARIO E CAPO DEL NOSTRO UFFICIO LEGALE,ALFREDO GALASSO,UN’ICONA DELL’ANTIMAFIA MILITANTE ,UN PRINCIPE DEL FORO IN TUTTI I PIU’ GRANDI PROCESSI CONTRO LA MAFIA IN ITALIA,MA ,SOPRATTUTTO,UNO DEI POCHI COMPONENTI RIMASTI DI QUELLA SQUADRA CHE FACEVA CAPO APPUNTO A FALCONE,CAPONNETTO E BORSELLINO E CHE HA SCRITTO LA STORIA RECENTE DEL NOSTRO PAESE.
IL RISPETTO E LA STIMA DI CUI GODIAMO NEGLI AMBIENTI PIU’ QUALIFICATI E RESPONSABILI NAZIONALI – RISPETTO E STIMA CHE CI GRATIFICANO DEI TANTI SACRIFICI E PERICOLI CHE ALCUNI DI NOI FRA I MAGGIORI RESPONSABILI HANNO AFFRONTATO ED AFFRONTANO OGNI MOMENTO – SONO IL FRUTTO DELLA NOSTRA,PIU’ RIGOROSA ONESTA’ INTELLETUALE E MORALE,DELLA NOSTRA ATTIVITA’ QWUOTIDIANA, OLTRE CHE DELLA NOSTRA STORIA.
UNA STORIA NON COMUNE E NON DI TUTTI.
ECCO ANCHE PERCHE’ NOI CHIEDIAMO A CHI INTENDE ADERIRE ALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO ESTREMO RIGORE MORALE ED INTELLETTUALE,RISPETTO DELLA NOSTRA STORIA E DEI NOSTRI PRINCIPI ED AZIONE CONTINUA.
AZIONE , NON CHIACCHIERE E,IN PARTICOLARE, MASSIMA AUTONOMIA DA SCHEMATISMI DI NATURA IDEOLOGICA E PARTITICA.
LA POLITICA DIVIDE E NOI DI TUTTO ABBIAMO BISOGNO PER COMBATTERE LA MAFIA – CHE E’ UNITA E COMPATTA – FUORCHE’ DELLE DIVISIONI.
PAROLAI,SALTIMBANCHI,OPPORTUNISTI,AFFARISTI E DOPPIOGIOCHISTI NON POSSONO TROVARE SPAZIO IN UN’ASSOCIAZIONE QUAL’E’ LA NOSTRA.
A NOI SERVONO PERSONE SERIE,CHE SIANO FEDELI INTERPRETI DELLA NOSTRA STORIA E DEI NOSTRI VALORI – CHE SONO,RIPETIAMO,QUELLI DEI MAGISTRATI DEL POOL DI PALERMO IN QUANTO NOI ABBIAMO SCELTO DI ESSERE ,PUR CON I NOSTRI LIMITI, GLI EREDI DIRETTI DI QUELLA STORIA – ED ESTREMAMENTE ATTIVE NELLA LOTTA ALLA CORRUZIONE ED ALLE MAFIE.
IL NOSTRO ORGOGLIO DI ESSERE L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO !!!

Oplà! La mafia non c’é !

COME VA A FINIRE IN FUMO UN’INDAGINE A CARICO DI UN’ORGANIZZAZIONE MAFIOSA.

QUANDO NOI PARLIAMO DI ” PREPARAZIONE” E DI “QUALITA’” PIUTTOSTO CHE DI “QUANTITA’”……….

 

 

All’inizio dell’ attività dell’Associazione  Caponnetto,una quindicina anni fa circa ,indagando sulla penetrazione mafiosa in alcuni territori,un amico avvocato ci fece rilevare uno dei modi per mandare in fumo un’indagine.

Stavamo seguendo alcune piste in materia di abusivismo edilizio in un comune di certe dimensioni dove avvertivamo puzza di una forte penetrazione mafiosa.

Si trattava di  un comune di una certa importanza e  ci accorgemmo di trovarci di fronte ad una serie contemporanea di inchieste in materia di abusivismo edilizio che ci portavano per lo più agli stessi protagonisti.

In effetti si era verificato  che ,a fronte di un fenomeno di forte abusivismo edilizio che aveva devastato un territorio,facendo le visure camerali delle  imprese che ne erano state le autrici,rilevammo di trovarci davanti a pochissimi nomi.

La cosa ci insospettì ed andammo oltre.

Accendemmo una serie di riflettori,cercando di raccogliere qua e là il massimo possibile di notizie in un ambiente come al solito omertoso ed alla fine di una ricerca che ,malgrado ciò,durò pochissimo tempo, rilevammo che non solo quelle pochissime imprese- 2 o 3 – che avevano realizzato le opere su proprietà spezzettate con astuzia venivano dalla Campania o,comunque,erano collegate alla Campania,ma che anche il materiale utilizzato ed il personale impiegato avevano la stessa provenienza.

Per non parlare,poi,dei progettisti e dei direttori dei lavori che erano stati gli stessi 2 o 3.

Ditte,materiale,personale avevano la stessa provenienza mentre i tecnici,pur essendo nativi o comunque insediati da tantissimi anni nella città e nel suo territorio,avevano lavorato alle dipendenze di quelle imprese.

Tutti lavori di privati,su proprietà private e dove il Comune non c’entrava  niente,ma che in sostanza avevano visto i vari proprietari passare attraverso le medesime strettoie.

Nessuno colse questo aspetto e ci fu una frammentazione delle indagini al punto che non si colse il vincolo associativo.

Sanatorie e prescrizioni,poi, avevano fatto il resto e,oplà,con un solo colpo, gli imprenditori locali erano stati fatti fuori,le imprese locali furono costrette a sparire e “casertani” e “napoletani” erano entrati, da padroni, nel tessuto economico e sociale del territorio.

L’invasione ha avuto inizio così,insieme ad un altro fenomeno che é stato quello dei domicili coatti di gente proveniente sempre da oltre il Garigliano,dalle aree,cioè,del sud.

Un qualsiasi inquirente che avesse un minimo di acume e di esperienza si sarebbe subito accorto del fenomeno della “frammentazione” – o “parcellizzazione ” che dir si voglia- delle indagini,una parcellizzazione che porta sempre alla non individuazione del “vincolo associativo” e,conseguentemente,all’andata in fumo,anche a causa di una legislazione carente,degli impianti accusatori.

La grandezza ed il valore del “pool” pensato e realizzato, per mettere tutti contemporaneamente nelle condizioni di sapere le stesse cose e di avere una visione di insieme dei vari problemi , dai grandi magistrati di Palermo ai tempi di Chinnici,Caponnetto,Falcone , Borsellino,Guarnotta ecc. e che ha portato al maxiprocesso che rappresentò una grande,storica vittoria contro la mafia; maxiprocesso  che noi dell’Associazione Caponnetto ,insieme all’Associazione Nazionale Magistrati ed al Consiglio Nazionale Forense,che ci ispiriamo a quella storia e a quegli Uomini,abbiamo voluto non a caso ricordare il 14 e 15 scorsi nell’Aula Magna della Suprema Corte di Cassazione con la partecipazione del Ministro Orlando,della Presidente Bindi,del Presidente Grasso,con Alfredo Galasso e con i Procuratori di mezza Italia ,a cominciare da Pignatone di Roma,Lo Voi di Palermo e tanti altri.

Una storia che vogliamo nuovamente ricordare e celebrare con un altro grande convegno in preparazione in un’altra importante località d’Italia per i prossimi mesi con la partecipazione sempre di Alti Magistrati ed Autorità varie.

“Altro” ed “Alto”.

Ieri pomeriggio,a conclusione di una lunga turnè che ci ha portato per l’intera giornata  in 4 diverse località ,avendo appreso di un incontro del M5S in piazza a Sperlonga che vedeva gli interventi di un parlamentare della Commissione Parlamentare Antimafia,di un secondo del Parlamento Europeo e di un Consigliere della Regione Lazio,abbiamo voluto assistervi,ovviamente da semplici spettatori ad evitare,com’é doveroso per ogni associazione antimafia seria ed operativa, di apparire  schierati da una parte o dall’altra politiche.

Tale incontro si é svolto nella piazza centrale della cittadina,di fronte al Comune ed alla Chiesa centrale e il tema era quello che riguarda tutta la “vicenda Sperlonga” con  gli arresti e le inchieste in corso e di cui tanto ha parlato e sta parlando la stampa sia locale che nazionale.

La piazza dell’incontro dista dall’abitazione del povero Benito di Fazio 15-20 metri e noi abbiamo sentito il bisogno di ripassare e fermarci,con le lacrime agli occhi,davanti a quel portone sulla cui facciata apparvero quelle frasi minacciose nei suoi confronti che ci sconvolsero il cuore e il cervello.

Pochi secondi,per risentire ,in silenzio nelle nostre orecchie, le parole che ci disse,un paio di giorni prima di quella maledetta giornata che  ce  lo ha portato via per sempre:

“Alla prossima riunione del Consiglio Direttivo dobbiamo decidere di andare dal Ministro Orlando e dal Procuratore Generale per chiedere loro un intervento per la parcellizzazione delle indagini su Sperlonga.Telefona a Galasso per dirgli  di cominciare a chiedere gli appuntamenti perché sai che sta succedendo ? La frammentazione delle inchieste:una sull’albergo,un’altra sul piano integrato,una terza sul porto,una quarta su Bazzano ed una quinta sui Casalesi. Così salta il vincolo associativo e  con le prescrizioni e senza questo finisce tutto  a tarallucci e vino.”.

Siamo andati nella piazza ed abbiamo ascoltato ,da un angolino ,D’Uva , Castaldo ,la consigliera regionale e tutti gli altri ,ma con  le parole di Benito ancora nelle orecchie e con la promessa rinnovata di non deluderlo ora che ci sta guardando  da un’altra dimensione.

Siamo ritornati tardi alla base stanchi fisicamente e con il cuore gonfio di commozione e di rabbia.

…..E con la notte trascorsa,insonne e con gli incubi !!!!!

Prevenzione antimafia. Competenze da sottrarre alle Prefetture in quanto raramente e non efficacemente ottemperano agli obblighi di legge e loro affidamento alle DDA.Le proposte di modifica legislativa dell’Associazione Caponnetto illustrate ai gruppi parlamentari che hanno voluto ascoltarle. Un dibattito da portare avanti per eliminare una gravissima anomalia che sta portando tanto danno all’azione di contrasto alle mafie.Invitiamo gli amici di tutta Italia a farsene portavoci in tutti i luoghi ed in tutti gli ambienti.Si tratta di un argomento vitale ed urgente.

 

Prevenzione antimafia.Azione delle Prefetture inadeguata.Sottrarre al più presto ai Prefetti le competenze e trasferirle alle DDA.Le proposte dell’Associazione Caponnetto

Pubblicato 2 Novembre 2016 | Da admin3 | Modifica

Prevenzione antimafia.Azione delle Prefetture inadeguata.Sottrarre  al più presto ai  Prefetti le competenze  e trasferirle alle DDA.Le proposte dell’Associazione Caponnetto

APPARE SEMPRE PIU’  INADEGUATA  L’AZIONE DI PREVENZIONE  ANTIMAFIA DA PARTE DEI PREFETTI.

LA LEGGE,COM’E’ NOTO,DELEGA ALLE PREFETTURE IL COMPITO DELLE PREVENZIONE.

SONO POCHI,PERO’,I PREFETTI CHE LA OSSERVANO E LA APPLICANO IN PIENO.

L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO HA  ELABORATO DELLE PROPOSTE CHE PREVEDONO LA  SOTTRAZIONE AD ESSI  DI TALE COMPITO CON IL PASSAGGIO DELLE COMPETENZE ALLE DDA.

NIENTE DI ASSIOMATICO E DEFINITIVO,MA SOLO UNA PROVOCAZIONE PER APRIRE UN DIBATTITO SU UNA SITUAZIONE CHE STA ARRECANDO DANNI GRAVISSIMI AL PAESE ED ALLA LEGALITA’.

UNA SITUAZIONE ALLA QUALE  E’ NECESSARIO PORRE RIMEDIO CON URGENZA.

Sottrarre ai Prefetti ,per trasferirle ai Procuratori delle DDA,le competenze in materia di prevenzione antimafia.

Le proposte dell’Associazione Caponnetto

Pubblicato 14 Giugno 2015 | Da

ANCHE ALLA LUCE DI QUANTO SEMBRA EMERGERE DA TALUNE VICENDE GIUDIZIARIE NEL PAESE,SI RENDE SEMPRE PIU’ NECESSARIA ED URGENTE L’APPROVAZIONE DI UNA LEGGE CHE SOTTRAGGA AI PREFETTI,PER TRASFERIRLE AI PROCURATORI DELLE DDA,LE COMPETENZE IN MATERIA DI PREVENZIONE ANTIMAFIA.
Le proposte modificative del Codice Antimafia dell’Associazione Caponnetto esposte  a Montecitorio ai parlamentari del M5S – gli unici a risponderci  e ad ascoltarci fra i tanti gruppi ai quali abbiamo chiesto un incontro – della Commissione Parlamentare Antimafia

LE PROPOSTE DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO MODIFICATIVE DEL CODICE ANTIMAFIA

Associazione Nazionale per la lotta contro le illegalità e le mafie

“Antonino Caponnetto”
info@comitato-antimafia-lt.org sito http://www.comitato-antimafia-lt.org/Tel3470515527
Codice Antimafia

Proposte modificative della legislazione antimafia

Trasferimento delle competenze in materia di prevenzione antimafia dai prefetti ai procuratori distrettuali

L’associazione Nazionale Antimafia Antonino Caponnetto, segue con molta attenzione e preoccupazione le diverse modifiche introdotte nella legislazione antimafia e le condotte poste in essere dai vertici di importanti amministrazioni centrali e periferiche in sede di applicazione della stessa normativa.

La preoccupazione risiede nella percezione di una visibile e concreta perdita di efficacia dell’azione di prevenzione e di contrasto al deleterio fenomeno delle mafie ovvero del dilagare del deleterio della c.d. mafizzazioene di settori delle istituzioni o meglio delle infiltrazione di sodalizi criminalità nella pubblica amministrazione.

Sull’argomento, a mero titolo esemplificativo si richiama il recentissimo intervento del Sig. Procuratore Nazionale Antimafia, dr. Franco Roberti , riportato dalla stampa Nazionale, reso in audizione in Commissione Giustizia alla Camera sulla revisione del Codice Antimafia: “è opportuna una riflessione sul comma 6 del nuovo articolo 32 bis” del Codice antimafia “che non prevede un filtro per l’adozione del provvedimento di controllo giudiziario, sicché qualsiasi impresa destinataria di informazione interdittiva antimafia ne può bloccare gli effetti presentando al tribunale” competente per l’applicazione delle misure di prevenzione “una richiesta di applicazione del controllo giudiziario”. “La mancanza del filtro – ha detto Roberti – “è un regalo ai mafiosi”.

Le osservazioni formulate dal Procuratore Nazionale Antimafia, pienamente condivide da questa Associazione, appaiono mettere in luce come gli uffici legislativi di importanti Ministeri, come, nel caso della legislazione antimafia, quelli del Ministero dell’Interno, retti da Prefetti, e del Ministero della Giustizia, elaborino proposte di legge che, a voler escludere ogni celata volontà a realizzare norme finalizzate a concedere “ un regalo ai mafiosi“sembrano indirizzate più a garantire una legalità apparente piuttosto che sostanziale.

Proprio in relazione alla legislazione Antimafia e alle altre correlate disposizioni, l’Associazione Caponnetto ha avuto modo di intercettare altre inspiegabili modifiche legislative che, appaiono anch’esse volte a sacrificare la legalità sostanziale e quindi produrre come ricaduta, maggiori opportunità di inserimento ovvero di consolidamento di sodalizi affaristici criminali in apparati della Pubblica Amministrazione.

Ci si riferisce, per esempio, alle modifiche apportate dall’articolo 2, comma 30, della legge 15 luglio 2009, n. 94, all’art. 143 del d.lgs. 267/2000. La norma in questione riguarda lo scioglimento degli organi di governo degli enti locali e delle aziende sanitarie per condizionamento da parte della criminalità organizzata.

Trattasi di una normativa, collocabile tra le c.d. misure di prevenzione avanzate, recepita nell’art. 15 bis della Legge 55/90, introdotto dal legge 221/1991, poi confermata nell’art. 143 del d.lgs. 267/2000 che in applicazione dell’articolo 2, comma 2-quater, del decreto-legge 29 ottobre 1991, n. 345, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 dicembre 1991, n. 410, assegna ai prefetti titolari di sedi provinciali, previa delega del Ministro dell’interno, i poteri di accesso antimafia di cui al D.L. 629/82 ( c.d. Legge La Torre) al fine di assumere elementi volti a verificare l’eventuale sussistenza presso Enti Locali delle condizioni per adottare la misura di rigore dello scioglimento degli organi di vertice inquinati dalla mafia .

Si tratta, di un potere straordinario posto a tutela della funzionalità degli organi elettivi e della rispondenza a fondamentali canoni di legalità dell’apparato dell’ente interessato, in un quadro di lotta alla criminalità organizzata e di connesso avanzamento della soglia di prevenzione rispetto a fatti anche sintomatici di interferenze malavitose sulla fisiologica vita democratica dell’ente.

Le modifiche apportate dalla citata legge 15 luglio 2009, n. 94, hanno sensibilmente ridimensionato l’originaria previsione normativa e la spiccata finalità di prevenzione avanzata contenuta nell’art. 15 bis della L.55/1990 ( dichiarato legittima dalla Corte Costituzionale con sentenza 103/1993).

La formulazione originaria, che ha superato il vaglio di legittimità costituzionale, consentiva di conferire significatività ai fini dell’applicazione della misura di rigore, a situazioni non traducibili in addebiti personali, ma tali da rendere plausibile, nella concreta realtà contingente, l’ipotesi di una possibile soggezione degli amministratori alla criminalità organizzata (vincoli di parentela o di affinità, rapporti di amicizia o di affari, frequentazioni), e ciò, pur quando il valore indiziario dei dati raccolti non sia sufficiente per l’avvio dell’azione penale o per l’adozione di misure individuali di prevenzione.

Egualmente ampio, secondo il modello legale posto dalla norma citata, risultava il margine per l’apprezzamento degli effetti derivanti dai collegamenti o dalle forme di condizionamento in termini di compromissione della libera determinazione degli organi elettivi, del buon andamento della Amministrazione, del regolare funzionamento dei servizi, ovvero in termini di grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica, con conseguente idoneità anche di quelle situazioni che non rivelino né lascino presumere l’intenzione degli amministratori di assecondare gli interessi della criminalità organizzata (pena, in tal caso, l’intervento dei modelli penalistici o di prevenzione).

Da quanto precede emerge, in conclusione, che lo scioglimento del Consiglio comunale ai sensi dell’art. 143 D.lgs. n. 267 del 2000 ( già art. 15 bis della L. 55/90) nella versione vigente prima delle modifiche del 2009, rappresentava la risultante di una valutazione il cui asse portante era costituito, da un lato, dalla accertata o notoria diffusione sul territorio della criminalità organizzata e, dall’altro, dalle precarie condizioni di funzionalità dell’ente” .

La norma aveva quindi carattere preventivo, più che sanzionatorio, mirando ad eliminare le situazioni in cui obiettivamente, a prescindere, cioè, da ogni accertamento circa il grado di responsabilità individuale, l’esercizio del governo locale diveniva soggetto ad anomale interferenze che ne alterano la capacità di conformare la propria azione ai canoni fondamentali della legalità.”. (cfr., IV Sez., 4 febbraio 2003, n. 562 e 22 giugno 2004, n. 4467; V Sez., 14 maggio 2003, n. 2590 e 23 giugno 1999, n. 713;, 22 marzo 1999, n. 319, 3 febbraio 2000, n. 585, 2 ottobre 2000, n. 5225; C.G.A.R.S. 22 aprile 2002, n. 205 – 14 maggio 2003, n. 2590; IV Sezione 10 dicembre 2003, n. 8126; V Sezione 23 marzo 2004, n. 1556- Sentenza C di S – Sez. IV^ n. 1573/2005 – Sentenza C di S Sez. V ^ 23 agosto 2006 n. 4946).

Invero le modifiche introdotte della L. 94/2009 hanno innalzato la soglia di gravità degli elementi richiesti per l’applicazione della misura di rigore, prevedendo l’acquisizione di elementi “concreti, univoci e rilevanti “. Quindi,viene ad essere spostata la valenza giuridica da misura di prevenzione avanzata a misura che pur essendo ancora inquadrabile tra quelle di prevenzione, si accosta significativamente alle misure sanzionatorie e pertanto con l’obbligo da parte dell’Organo statale preposto alle indagini, di assumere elementi caratterizzati da un livello di gravità oltremodo più elevato e conseguentemente con un apporto info-investigativo molto più impegnativo con consegue sensibile riduzione di applicazione della misura di rigore in questione.

Ma vi è di più., pur avendo il legislatore del 2009 previsto un livello di indagini molto più profondo, ha di contro, stabilito che per le attività di indagini volte ad accertare il condizionamento mafioso deve essere delegata una “commissione di indagine” composta da tre funzionari della pubblica amministrazione, e non più, come avveniva precedentemente, da una Commissione composta anche da delle FF.O.

La norma così formulata comporta la estromissione dalle commissioni di accesso – definite con la nuova norma “ di indagine “ – degli appartenenti alle Forze dell’Ordine . L’assenza dei rappresentati delle Forze di Polizia comporta da un lato il venir meno dell’insostituibile supporto qualitativo ( info-investigativo) offerto dalle stesse FF.O. nel corso delle attività di accesso antimafia presso enti locali e dall’altro una inconfutabile delegittimazione delle stesse.

Precedenti scioglimenti hanno rivelato come il contributo collaborativo offerto dalle FF.O., in quanto componenti delle commissioni di accesso, sia stato determinante nella individuazione di fatti e vicende amministrative rivelatrice di condizionamenti mafiosi dell’azione amministrativa degli Enti oggetto di ispezioni.

Infatti, come è noto, è proprio è soprattutto grazie al contributo degli appartenenti alle Forze di Polizia che è possibile acquisire elementi cognitivi di colleganza di amministratori con la criminalità organizzata, (sia per le persone fisiche che per quelle giuridiche aventi rapporti con gli enti locali ispezionati) .

Non prevedere la presenza nelle commissioni di accesso di appartenenti alle ff.o. ( Guardia di Finanza – Carabinieri – Polizia di Stato e DIA ) potrebbe produrre innegabilmente concrete ricadute negative sull’esito qualitativo delle indagini stesse e quindi sulla possibile concreta agevole applicazione della norma stessa. Peraltro, tali criticità applicative della norma in questione appaiono accentuate dalle ulteriori modifiche cui si è fatto cenno precedentemente e cioè quelle apportate ai commi 1° e 8° dello stesso art. 143 che prevedono l’acquisizione, come si diceva, di elementi di permeabilità mafiosa caratterizzati da una più elevata soglia di gravità e quindi di maggiore difficoltà acquisitiva rispetto a quelli previsti della originaria normativa . In altri termini, da un lato si aumenta la soglia di gravità degli indizi di mafiosità e dall’altro si riducono i profili professionali specializzati ( FF.OO.) preposti alla ricerca degli elemnti di permeabilità mafiosa.

E evidente che un esito liberatorio elle attività d’indagine da parte della commissione di accesso ( per carenza di indagini) può addirittura produrre paradossalmente una surrettizia legittimazione delle amministrazioni ispezionate, pur se condizionate dalla criminalità organizzata, e consentire alle stesse di fregiarsi di essere state dichiarate immuni da condizionamento mafiosi. .

L’istituto dello scioglimento degli enti per condizionamento mafioso di rigore all’art. 143 del d.lgs. 267/2000 sta, quindi, attraversando una fase di collassamento in termini di efficacia nei risultati soprattutto con riferimento al raggiungimento degli obbiettivi prefissati dalla legge nella sua versione originaria e cioè quelli di impedire sul nascere condotte di inquinamento della vita amministrativa degli enti interessati.

E’ bene ricordare che il procedimento amministrativo relativo all’applicazione delle misura ex art. 143 ruota intorno alla figura dei prefetti titolari di sedi provinciali, i quali, come è noto, sono oggetto di nomina politica ( in quanto deliberata dal Consiglio d Ministri ) con conseguente esposizione degli stessi prefetti al volere dei politici locali che possono incidere sulle decisioni dei politici presenti in seno allo stesso C d M . Profilo questo che fa sorgere non pochi dubbi e perplessità sulla effettiva imparzialità delle decisioni adottate in siffatta materia dagli stessi prefetti. Sul punto ci si soffermerà nelle successive che seguono.

Fatta questa doverosa premessa sullo scioglimento di enti per condizionamento da parte della criminalità organizzata, , occorre, adesso brevemente soffermarsi sulla legislazione afferente la prevenzione antimafia con riferimento alle imprese destinatarie di appalti pubblici e concessioni.

La relativa legislazione di riferimento ha assunto nel tempo una portata giuridica analoga a quello dello scioglimento dei Consiglio comunali per condizionamento mafioso e cioè basata sulla c.d. prevenzione avanzata.

Ai sensi del D.P.R. 252/1998, poi trasfuso con modificazioni, nel codice antimafia approvato con d.lgs. 159/2011, la relativa misura antimafia viene adottata attraverso la c.d. informativa antimafia.

Questa tipologia di atto antimafia, stante la sua natura spiccatamente di prevenzione, non richiede un accertamento di responsabilità e neppure la prova dell’effettiva infiltrazione mafiosa nella impresa, ovvero la prova del condizionamento effettivo della gestione dell’impresa da parte della criminalità organizzata .

L’ampiezza dei poteri di accertamento, giustificata dalla finalità preventiva del provvedimento cui cospirano, giustifica che il prefetto possa ravvisare l’emergenza di tentativi di infiltrazione mafiosa anche in maniera indiretta, ovvero in ogni fattispecie che possa potenzialmente agevolare le attività criminali o esserne in qualche modo condizionata per la presenza, nei centri decisionali, di soggetti legati ad organizzazioni criminali.

Anche questa normativa, purtroppo, ha recentemente subito un intervento legislativo che ne ha ridimensionata l’efficacia. Infatti il nuovo codice antimafia, approvato con d.lgs. 159/2011, al comma 3 dell’art. 94 stabilisce che per le informative antimafia interdittive, relative alle ditte appaltatrici di appalti di servizi e forniture, cioè proprio quegli appalti pubblici ritenuti più appetitosi per le consorterie malavitose, ( appalti rifiuti, trasporti, forniture di pasti ospedalieri e refezione scolastica, vigilanza privata, ecc), non vi è più l’obbligo di recedere dai relativi contratti. Basta una banale motivazioni da parte dell’ente destinatario del provvedimento antimafia, riferita all’indicazione di un generico interesse pubblico per superare il provvedimento antimafia interdittivo.

Inoltre il nuovo codice antimafia ha abrogato le disposizioni di cui al comma 9 del d.p.r. 252/1998 laddove veniva consentito ai Prefetti di trasmettere alle stazioni appaltanti le informative ex art. 1 septies del d.l. 629/82 ( c.d informative atipiche) . Invero questa tipologia di informative ha consentito nel tempo ai prefetti di colpire, attraverso i protocolli di legalità, quelle ditte in odore di mafia che cambiavano la sede legale al fine di aggirare fraudolentemente la normativa antimafia .

Le azioni di prevenzione antimafia di cui si sta discutendo, come si diceva, sono, affidate ai Prefetti titolari di sedi provinciali.

Purtroppo gli eventi giudiziari anche recenti, stanno dimostrando come le azioni dei prefetti in siffatta materia risultino, spesso, sterili nel fine e sembrano perseguire una mera legalità formale/apparente mentre la violazione della legalità sostanziale viene accertata solo grazie all’intervento della Magistratura penale e, quindi, solo quando oramai i reati sono stati consumanti con gravi danni alla collettività amministrata.

Al riguardo, a solo titolo esemplificativo, basta richiamare la preoccupante vicenda delle infiltrazioni camorristiche nell’azienda ospedaliera di Caserta.

Ebbene in quell’’azienda ospedaliera era stata inviata una commissione d’indagine, nominata dal Prefetto di Caserta, per effettuare l’accesso antimafia al fine di verificare la sussistenza delle condizioni per lo scioglimento dell’Azienda stessa per condizionamento da parte della criminalità organizzata

Invero, come si legge nel decreto dell’ 11.3.2014 firmato dal Ministro dell’Interno Angelino Alfano del 11.03.2014 veniva attestata dallo stesso prefetto di Caserta, l’insussistenza dei presupposti per lo scioglimento dell’Azienda e addirittura l’insussistenza delle condizioni per l’adozione di altri provvedimenti di cui al comma 5 dell’art. 143 del D.lgs. 267/2000.

Ebbene gli esiti delle verifiche antimafia condotte al riguardo dal prefetto di Caserta sono state clamorosamente smentiti dalla DDA di Napoli dopo pochi mesi.

Si legge, infatti sugli organi di stampa del gennaio 2015 : “CASERTA- L’ospedale di Caserta nelle mani della Camorra, 24 arresti. Ci sono Angelo Polverino, Nicola Cosentino e Maddaloni, figlio dell’ex vice Prefetto”

Si legge nello stesso articolo di stampa : “Il sodalizio mafioso, negli ultimi anni, si era “gradualmente infiltrato nel tessuto politico-amministrativo della struttura sanitaria casertana, trasformandosi in un complesso apparato in grado di gestire gli affidamenti dei lavori pubblici in assoluta autonomia, potendo contare sul potere derivante dalla matrice mafiosa”

Dalla letture dei fatti emersi e riportati dalla stampa locale e nazionale, si capisce chiaramente che l’infiltrazione mafiosa nell’ospedale era oramai radicata, diffusa e consolidata .

Stupisce che la prefettura di Caserta, alla quale sarebbero bastati solo elementi indiziari per poter ottenere lo scioglimento degli organi di governo dell’Azienda ospedaliera, abbia, appena pochi mesi prima dagli arresti operati dalla DDA, escluso la sussistenza delle condizioni per l’applicazione della misura di rigore di cui all’art. 143del d.lgs. 267/2000, consentendo, per effetto di questo singolare ed incomprensibile comportamento, agli stessi soggetti colpiti da misure cautelari della restrizione della libertà personale, di continuare indisturbati a consumere le condotte criminali contestate, interrotte solo grazie all’intervento della Magistratura.

Ebbene, come si evince dagli organi di stampa che si sono interessati alla vicenda, tra i soggetti colpiti dai provvedimenti della magistratura Napoli, figura anche il figlio di un vice prefetto di Caserta.

Quindi, appare evidente come in tale vicenda, la funzione di prevenzione, attribuita dalla legge all’azione dei prefetti in tale delicato segmento dell’ordine e della sicurezza pubblica sia stata di fatto sterile nel fine. Infatti,solo dopo l’intervento della DDA si è provveduto a sciogliere l’azienda sanitaria di Caserta.

I casi nei quali è intervenuta la magistratura penale anziché il prefetto, per accertare gravi infiltrazioni mafiose già consumate negli enti locali e altri organismi pubblici sono tantissimi.

Spesso, in questi contesti, il prefetto interviene solo DOPO E NON PRIMA COME DOVREBBE  che la magistratura penale ha eseguito provvedimenti cautelari a carico di camorristi e amministratori collusi , cioè interviene quando orami i reati si sono consumati e non, invece, per impedire che i reati vengano consumati.

L’elenco dei Comuni sciolti solo dopo l’intervento della magistratura antimafia è interminabile, basta ricordare, tanto per citarne qualcuno, il caso dei comuni di Quarto, di Gragnano, di San Cipriano D’Aversa, di Casal di principe, e di tanti altri comuni.

Così pure con le imprese affidatarie di appalti pubblici, le interdittive antimafia pervengono spesso solo dopo eclatanti operazione della magistratura. Basta ricordare le imprese subappaltatrici impiegate nella realizzatone delle opere connesse ad expo 2015, colpite da provvedimenti antimafia solo dopo i gravi episodi di infiltrazione mafiosa accertati dalla Magistratura.

Eppure al prefetto sono attribuiti ampi poteri sostituitivi  e ispettivi come quali previsti dall’art. 19, R.D. n. 383/1934 e dall’art. 14 del d.l. 152/91.

Invero dalle notizie riportate dalla stampa appare emergere un livello di inquinamento mafioso delle istituzioni locali e di diverse istituzioni centrali nonché di monopolizzazione degli appalti pubblici da parte di ambienti della criminalità organizzata, di tale gravità che ogni ulteriore indugio nella individuazione di misure concrete di prevenzione antimafia , potrebbe, ad avviso di questa Associazione Antimafia, risultare letale per la democrazia.

Il modello vigente di prevenzione antimafia che vede il Prefetto titolare di sede provinciale , al centro di questo strategico potere dello Stato di intervento preventivo con finalità di prevenzione antimafia, appare del tutto superato, inidoneo e, come visto, inefficace.

Le ragioni di questa evidente criticità appaiono essere molteplici, ma quella che più di ogni altra si ritiene abbai negativamente inciso sembra essere quella che riguarda le modalità di nomina dei prefetti .

La nostra carta costituzionale non prevede, come per l’ordine giudiziario, un organo di autogoverno che possa assicurare l’indipendenza e l’autonomia dei Prefetti . Invero non prevede neppure la figura del prefetto la cui presenza deriva dalla normativa del ventennio fascista con derivazione dal periodo borbonico.

I prefetti vengono nominati dal Consiglio dei Ministri.

Sono cioè nominati dalla politica che in un dato momento storico è posta alla presidenza del consiglio dei ministri e ne ha la maggioranza politica in seno allo stesso Organo.

Quindi, come è agevole, comprendere , i perfetti vengono nominati a secondo della loro contiguità o meglio del gradimento di quella o quell’altra forza politica.

Per esempio, ci troveremo che nel periodo del Governo Berlusconi sono stati nominati prefetti , coloro ritenuti di gradimento di quella forza politica. In genere queste scelte risentono anche delle indicazioni provenienti dai coordinatori regionali. In Campania nel periodo dei governo Berlusconi, per un lungo lasso tempo il ruolo di coordinatore regionale è stato assunto dall’ex parlamentare Nicola cosentino, oggi sottoposto a processo per concorso esterno in associazione mafiosa.

Insomma l’imparzialità che deve inderogabilmente risiedere alla base delle scelte dei prefetti nela materia antimafia può inconfutabilmente essere minata da questi meccanismi di nomina che ineludibilmente possono creare momenti di devianza nelle scelte prefettizie.

Non è la prima volta che prefetti non allineati alla politica ovvero ad una certa parte di politica, siano stati gravati da provvedimenti dal carattere sanzionatorio. Tutti ricorderanno il prefetto di Agrigento Fulvio Sodano trasferito dal sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì, quest’ultimo poi gravato da vicende giudiziarie di particolare significatività.

Insomma appare improcrastinabile l’esigenza di affidare questa delicata funzione di prevenzione antimafia ad Organi dello Stato in grado di garantire una concreta posizione di terzietà e di piena autonomia ed imparzialità.

Non appare accettabile che possa essere un organo nominato dalla politica a dover svolgere le delicate funzioni di ordine e sicurezza pubblica assegnate ai prefetti soprattutto quelle correlata alla prevenzione antimafia e non solo. Si consideri, infatti, che il prefetto è preposto anche all’ adozione delle misure di tutela ( scorte ecc) per personalità pubbliche espsote a rischi per la propria incolumità fisica come per esempio i Magistrati .Riesce difficile immagine come possa un prefetto, espressione della politica, determinarsi liberamente e senza condizionamenti ai fini della concessione della scorta a magistrati che svolgono indagini proprio sui politici che hanno reso possibili per la sua nomina a prefetto.

L’associazione Caponnetto ritiene indifferibile l’adozione di misure volte a garantire la legalità sostanziale, con la modifica di quelle norme che di fatto rendono fattibile la mera legalità apparente..

I prefetti, peraltro, proprio per la singolare posizione di privilegio di cui godono, dovuta agli immensi poteri conferitogli dalla legge da un lato e dai collegamenti con la politica dall’altro, sono spesso coinvolti in delicate indagini penali che, se analizzate , consentono di convincersi sempre di più che , la figura del Prefetto, esaltata e rafforzata nel periodo del fascismo, è da considerarsi oramai superata ed inadeguata per fronteggiare le delicate e gravi problematiche di ingerenza mafiosa nelle istituzioni e negli appalti pubblici.

Sono molti gli episodi giudiziari riportati da organi di stampa che vedono coinvolti i prefetti:Ne potremmo rendere noto un elenco lunghissimo.:Non lo facciamo  per senso dello Stato e per non  buttare ulteriori  palate di fango su un’istituzione che non ha più senso  e  su i  molti che la dirigono. e che non di certo la onorano.

L’associazione antimafia Caponnetto, si è, pertanto, convinta che l’attività di prevenzione antimafia nei confronti dei fenomeni di infiltrazione mafiosa negli enti locali e nei confronti delle imprese affidatarie di appalti pubblici non può più essere gestita da questa categoria di funzionari statali.

L’unico e forse l’ultimo organismo dello Stato che si è dimostrato in grado di agire efficacemente per tutelare la legalità , resta la Magistratura penale.

Quindi, l’Associazione Antimafia Caponnetto ritiene che oramai sia divenuta improcrastinabile la necessità di apportare modifiche alla vigente legislazione antimafia nella parte concernente la competenza dei prefetti, prevedendo il trasferimento delle stesse competenze ai Procuratori Distrettuali, ove sono attive le sedi di Direzioni Distrettuali Antimafia.

Per tali finalità l’Associazione ha eseguito un approfondito esame della legislazione correlata all’esercizio dei poteri di prevenzione antimafia affidati ai prefetti, elaborando le proposte modificative contenute nell’allegato documento, e che riguardano prevalentemente , il vigente codice antimafia, approvato con D.lgs. 159/2011 nonché il vigente Testo Unico sull’ordinamento degli enti locali, approvato con D.lgs. 267/2000 .

Tali proposte modificative si sottopongono alla valutazione delle Forze Politiche presenti in Parlamento, per le valutazioni e le iniziative legislative ritenute del caso

PROPOSTE DI MODIFICA DELLA VIGENTE LEGISLAZIONE ANTIMAFIA FORMULATE DALL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE ANTIMAFIA “ANTONINO CAPONNETTO”

In via preliminare occorre rammentare che le misure di rigore di cui all’art. 143 del d.lgs. 267/2000 (scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose) e quella di cui all’art. 4 del d. lgs. n. 490 del 1994 e dall’art. 10 del D.P.R. 3 giugno 1998, n. 252 (ed oggi dagli articoli 91 e segg. del d. lgs. 6 settembre 2011, n. 159, recante il Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione): hanno una funzione spiccatamente di prevenzione, non richiedono per essere adottate un accertamento di responsabilità e neppure la prova dell’effettiva infiltrazione mafiosa nella impresa, ovvero la prova del condizionamento effettivo della gestione dell’impresa o dell’ente locale da parte della criminalità organizzata . Quindi sono misure preventive volta a colpire l’azione della criminalità organizzata impedendole di avere rapporti contrattuali con la pubblica amministrazione.(Consiglio di Stato, Sezione III, sentenza 30 gennaio 2015, n. 455. )
Quindi si tratta, di misure di prevenzione seppur basate su fatti che non raggiungono quella soglia di gravità richiesta per l’applicazione delle misure di prevenzioni personali ( dall’art. 1 e ss del d.lgs. 159/2011) e patrimoniali (dall’art. 16 e ss del d.lgs. 159/2011).

Peraltro un elemento di correlazione di detti provvedimenti alle misure di prevenzione di cui al libro 1 del d.lgs. 159/2011 ( dall’art. 1 all’art. 81) si ricava anche dalla copiosa giurisprudenza amministrativa formatasi in materia di informative antimafia (art. 10 del d.p.r. 252/98, trasfuso con modificazioni nell’art. 91 del d.lgs. 159/2011) e di provvedimenti di rigore concernenti lo scioglimento dei consigli comunali per condizionamento mafioso ( art. 143 del d.lgs 267/2000) che esclude, la comunicazione dell’avvio del procedimento di cui alla L. 241/90 ( legge sul procedimento amministrativo), trattandosi di un’attività di natura preventiva e cautelare, per la quale non vi è necessità di alcuna partecipazione (cfr. tra le altre la Sentenza 14 febbraio 2014, n. 727della III Sezione del Consiglio di Stato),
Acclarato che i provvedimenti in questione rientrano tra quelli di prevenzione, seppur correlati ad elementi che non raggiungono la soglia di gravità richiesta per le misure di prevenzione già contemplate dalla legge 575/1965, occorre adesso capire come rendere fattibile la proposta formulata dall’Associazione Nazionale Antimafia Caponnetto, di trasferire le competenze dei prefetti in materia antimafia ai Procuratori Distrettuali .

Si ritiene che si debba semplicemente integrare il quadro normativo di cui al libro I del D.lgs. 159/2011, traslando nello stesso le norme di cui al Libro secondo dello stesso D.Lgs. 159/2011 e quelle di cui al Titolo VI, capo II del D.Lgs. 267/2000, con la possibilità di poter disporre, quindi, l’applicazione delle procedure previste dalle norme di cui allo stesso Libro I. Ovviamente occorrerà effettuare una mirata azione di armonizzazione tra le norme di settore.

In tal modo si rende fattibile la competenza del Procuratore Distrettuale Antimafia anche ai fini dell’applicazione delle misure di prevenzione di cui agli artt. 91 del d.lgs. 159/2011 e 143 del d.lgs. 267/2000

Infatti con l’inclusione nel Libro primo delle norme di cui al Libro secondo del codice antimafia e di quelle alle stesse correlate, e previa armonizzazione di dette disposizioni normative, saranno applicabili alle misure di prevenzione ex art. 91 del Cod. Antimafia e ex art. 143 del TUEL i procedimenti tipici delle misure di prevenzione già previsti dalla L. 575/1965

Quindi risulteranno applicabili alle misure di prevenzione di cui agli artt. 91 e 143 le disposizioni di cui all’art. 5 del codice antimafia che attribuisce al questore e al direttore della Direzione investigativa antimafia la proposta di applicazione delle misure di prevenzione previste dallo stesso codice antimafia. Pertanto saranno due organi di polizia altamente qualificati a valutare se proporre o meno l’applicazione delle misure in parola . ( scioglimento di enti locali per infiltrazione mafiosa – art. 143 del TUEL – interdittiva antimafia ex art. 91 del d.lgs. 159/2011.

La proposta dovrà essere formulata, previa modifica ed integrazione dell’art. 7 del medesimo codice antimafia, al procuratore distrettuale antimafia che provvederà ad accogliere ovvero a rigettare la richiesta di applicazione della misura interdittiva di cui all’art. 91, adottando al riguardo il provvedimento antimafia del caso, mentre per quanto riguarda lo scioglimento di enti per condizionamento da parte della criminalità organizzata, la proposta di scioglimento da parte del Questore o del Direttore della DIA, sarà sottoposta al Procuratore Distrettuale Antimafia che, se dallo stesso condivisa, la sottoporrà con una propria proposta di scioglimento, al Tribunale di cui all’art. 7 del codice antimafia, che provvederà in merito secondo le modalità previste dagli artt. 7, 8 e 9 dello steso d.lgs. 159/2011.

Infine, l’associazione Caponnetto esprime le proprie preoccupazioni anche per le forme di ingerenze e condizionamenti da parte della criminalità organizzata nei comuni di grandi dimensioni ovvero di quelli capoluoghi di regione, che, in considerazione dell’importanza degli stessi, richiedono un attenzione e un apporto info investigativo qualitativodi rilevante significatività ( vedasi ad esempio vicende giudiziarie comune di Roma).

Per tali fattispecie l’associazione Caponnetto propone modifiche legislative che possano consentire la partecipazione al relativo procedimento anche del Procuratore nazionale antimafia. In tale ottica si potrebbe integrare il regio decreto n. 12/1941, modificando l’art. 110 ter, nel senso che segue “il Procuratore nazionale antimafia può disporre, nell’ambito dei poteri attribuitigli dall’articolo 371 bis del codice di procedura penale e sentito il competente procuratore distrettuale, l’applicazione temporanea di magistrati della Direzione nazionale antimafia alle procure distrettuali per la trattazione di singoli procedimenti di prevenzione patrimoniale e di quelli di cui all’art. 143 del d.lgs. 267/2000 per i comuni capoluoghi di regione”.

Ovviamente per rendere concretamente eseguibili le correlate attività istruttorie , occorrerà disporre ai sensi della normativa di settore, la mobilità presso i competenti Uffici giudiziari del personale attualmente impiegato presso le prefetture per le relative incombenze istruttorie.

Le modifiche preposte determineranno la necessità di operare un’armonizzazione tra le diverse normative di riferimento.

Pertanto si renderà necessario effettuare le opportune e conseguenziali modifiche alle disposizioni normative di seguito elencate:

- articolo 2, comma 2-quater, del decreto-legge 29 ottobre 1991, n. 345, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 dicembre 1991, n. 410 è sostituito dal seguente:

- commi 2, 3, 4 e 5 dell’art. 143 del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267

- commi 7 , 8 e 9 dell’art. 143 del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267

- commi 11 e 12 dell’art. 143 del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n.

- commi 1, 2 e 3 dell’art. 144 del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267

- comma 1 dell’art. 145 del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267

- commi4 e 4 bis dell’art. 84 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- comma 3 dell’art. 86 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- art.. 89-bisdel Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- commi 2 e 3 dell’art. 90 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- commi 5, 6, 7 e 7 bis, lettera d) dell’art. 91 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- commi 2, 2-bis dell’art. 92 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- articolo93 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- comma 2 dell’art. 94 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- comma 3 dell’ art. 94 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 se ne propone l’abrogazione perché consente alle ditte appaltatrici di appalti di servizi e forniture di proseguire il rapporto contrattuale ancorché colpite da interdittiva antimafia

- comma 3 dell’art. 95 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- comma 2 dell’art. 98 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- articolo 32, comma 10, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114,

- commi 3-bis e 3-ter. dell’art. 14 del Decreto-Legge 13 maggio 1991, n. 152 convertito con modificazioni dalla L. 12 luglio 1991, n. 203

Indignazione ed inquietudine per i silenzi dei cittadini di Gaeta sul problema “mafie”.

 

 

L’indignazione,mista a tanta,tantissima preoccupazione,nascono in noi dal disinteresse totale da parte dei cittadini di Gaeta al problema delle mafie che hanno invaso,impadronendosene , il loro territorio.

Il primo campanello di allarme  é suonato quando anni fa organizzammo nella città un convegno facendovi partecipare come relatori rappresentanti della DIA e magistrati di frontiera come Lello Magi,l’estensore della sentenza del famoso processo Spartacus e la PM Falcioni della Procura di Latina.

Vennero 7 cittadini di Gaeta,fra i quali 3 esponenti politici, uno dei quali intervenne e parlò di tutt’altre cose.

Non il sindaco,non un assessore,non un consigliere e appena 4 cittadini.

Questa fu la partecipazione gaetana e se non fossero venuti amici perfino dalla Calabria e da altri comuni del Lazio e della Campania ,avremmo registrato  un flop clamoroso.

Eppure si parlava di problemi della città e del territorio del sud pontino gravati da un’asfissiante presenza mafiosa accertata e documentata in mille atti investigativi e giudiziari e resa pubblica dai media.

Quando un popolo perde l’orgoglio e perfino la volontà di reagire  nemmeno quando gli sottrai il territorio e perfino la propria casa vuol dire che é morto e di un morto i malintenzionati possono fare quello che vogliono.

La nostra inquietudine nasce da questa considerazione.

Abbiamo avuto la riprova  in occasione dei tanti convegni che abbiamo promosso nelle città vicine,da Fondi,a Sperlonga,a Formia,a Terracina.

3 ,massimo 4,cittadini di Gaeta in ognuno di essi.

Da non credere.

Nemmeno a Crotone,a Palmi,o Casal di Principe puoi aspettarti cose del genere!

Ognuno é libero di comportarsi come ritiene,ma quando sono in gioco gli interessi e la vita di territori  che si estendono oltre i confini della propria casa ci si aspettano la partecipazione ed il contributo della maggioranza della gente.

Questo perché la diserzione totale  di una parte della gente  di quel territorio danneggia il fronte generale,gli interessi di tutti gli altri vicini.

Non solo.

Non bisogna mai dimenticare che quando la mafia si accorge che in una città non c’é alcuna resistenza,essa finisce per considerarla come una “zona franca”  dove le é possibile insediarsi saldamente e di là partire per occupare anche il territorio circostante.

 Cioè Formia,Minturno-Scauri,Sperlonga,Itri,Fondi  , tutto il sud pontino ed il Basso Lazio,fino a Latina ed oltre,alle porte della Capitale dell’Italia.

Roba da far venire i brividi.

E’ quanto dichiarò Carmine Schiavone che parlò di una “trentina di soldati” guidati da alcuni soggetti radicati nel Basso Lazio ed operanti per conto dei soli Casalesi in tutta la provincia di Latina ed in quella di Frosinone.

Senza considerare tutti gli altri clan,ndrine , famiglie e loro annessi e connessi.

Un esercito di centinaia,se non migliaia di persone provenienti da fuori ma ormai stanziali ed altri  ancora indigeni,nativi del territorio.

Un esercito che nemmeno dieci centri della DIA e della DDA riuscirebbero a stanare e neutralizzare. 

D’altra parte non va dimenticato che Gaeta non é una città come le altre perché la presenza in essa  di un Porto- commerciale,turistico  e militare- fra i più importanti  del Tirreno la fa essere un polo di attrazione per tutti i traffici e gli affari di un’area geografica che si estende  dal Lazio,alla Campania,all’Abruzzo e Molise , alla Sicilia ed anche oltre.

Un Porto dal quale,peraltro,stando alle dichiarazioni di pentiti e a notizie di stampa,sarebbe passato di tutto.

Ma quello che ci inquieta ancor più sono il silenzio e la mancanza di qualsiasi riferimento nei vari programmi elettorali e nel sentire comune della gente della parola “mafia”,quasi fosse in ossequio ad un disegno ben studiato ed elaborato  in qualche ambiente perverso che vieta di parlarne.

Un sospetto che si va rafforzando in noi che sentiamo parlare solo di principi e di re,di tarantelle e roccocò,di inezie ,feste e festarelle,ma mai di mafia,la cui puzza eppur si sente fino a mille miglia di distanza. 

Cosa si nasconde  dietro a tali  silenzi? Solo ignoranza o paura ?

Alla domanda della Presidente della Commissione Antimafia al Prefetto di Latina Falomi sul numero delle interdittive antimafia fatte dalla Prefettura di Latina ecco la risposta del Prefetto:

 “ PRESIDENTE. Quante interdittive?

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Non ne abbiamo fatte, signor presidente.”.

NON AVER FATTO INTERDITTIVE SIGNIFICA NON AVER FATTO NESSUNA INDAGINE PREVENTIVA ANTIMAFIA.LA MIGLIORE SMENTITA A CHI SOSTIENE CHE IN PROVINCIA DI LATINA SI FA  LA LOTTA ALLE MAFIE! VERGOGNA

Questo é il verbale della seduta della Commissione Parlamentare Antimafia :

Camera Rif. normativi
XVII Legislatura
Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere
Resoconto stenografico

Seduta n. 153 di Mercoledì 4 maggio 2016
Bozza non corretta
INDICE

Comunicazioni della presidente:
Bindi Rosy , Presidente … 2
 

Sulla pubblicità dei lavori:
Bindi Rosy , Presidente … 2 

Audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni:
Bindi Rosy , Presidente … 2 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 3 ,
Bindi Rosy , Presidente … 8 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 8 ,
Bindi Rosy , Presidente … 12 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 12 ,
Bindi Rosy , Presidente … 12 ,
Moscardelli Claudio  … 12 ,
Capacchione Rosaria  … 14 ,
Fava Claudio (SI-SEL)  … 15 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 15 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 16 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 16 ,
Gaetti Luigi  … 17 ,
Mattiello Davide (PD)  … 17 ,
Bindi Rosy , Presidente … 18 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 18 ,
Bindi Rosy , Presidente … 18 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 18 ,
Fava Claudio (SI-SEL)  … 20 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 20 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 20 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 21 ,
Mattiello Davide (PD)  … 21 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 21 ,
Bindi Rosy , Presidente … 
21

Testo del resoconto stenografico
Pag. 2

PRESIDENZA DELLA PRESIDENTE ROSY BINDI

  La seduta comincia alle 14.45.

Comunicazioni della presidente.

  PRESIDENTE. Propongo di passare in seduta segreta.

  (Così rimane stabilito. La Commissione procede in seduta segreta, indi riprende in seduta pubblica).

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.

(Così rimane stabilito).

Audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni.

  PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l’audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni, il accompagnato dal capo di gabinetto, il viceprefetto Monica Perna, dal viceprefetto vicario Luigi Scipioni e dal viceprefetto Domenico Talani. L’audizione è dedicata a un aggiornamento sulla situazione dell’ordine pubblico in provincia di Latina a un anno e mezzo dalla missione ivi svolta dalla Commissione l’11 dicembre 2014. Ricordo che la seduta odierna si svolge nelle forme libere dell’audizione libera e che, ove necessario, i lavori potranno proseguire in forma segreta. Ringrazio il prefetto Faloni, che si è reso immediatamente disponibile, in pochissimi giorni, a riferire in Commissione. Anche se avevamo da tempo previsto quest’audizione, il prefetto è stato informato solo di recente, quindi voglio ringraziarlo per questa sua disponibilità. Si è resa Pag. 3necessaria con una certa urgenza, perché stiamo completando la nostra relazione su Roma, anche in vista delle prossime elezioni, quindi per noi acquisire le notizie sulla situazione di Latina e del basso Lazio è particolarmente importante. Cedo la parola al prefetto Faloni e lo ringrazio ancora una volta.

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Signora presidente, signore e signori componenti della Commissione, la presente relazione sulla criminalità organizzata di stampo mafioso nella provincia di Latina è stata redatta a sintesi degli elementi di conoscenza e delle informazioni acquisite dalle forze di polizia territoriale e dalla direzione investigativa antimafia (DIA) nonché dalle risultanze processuali dei numerosi procedimenti penali, alcuni dei quali giunti a sentenza definitiva, altri ancora pendenti nei confronti di diversi sodalizi criminali operanti sul territorio. Nell’ultimo censimento generale del 2011, la provincia di Latina ha fatto registrare una popolazione di 550 mila abitanti, con un incremento rispetto al 2010 del 10 per cento. La popolazione è composta nel 2015 da 46 mila stranieri regolari, circa l’8 per cento del totale degli abitanti. Così Latina rappresenta, dunque, la seconda provincia del Lazio dopo Roma anche per numero di cittadini immigrati. È da evidenziare, però, che nel periodo che va da maggio a ottobre si registra un consistente aumento della popolazione, che raggiunge picchi di circa 2,5 milioni di persone, dato confermato da alcune stime degli operatori turistici nonché sulla base di dati oggettivi, come i consumi di energia elettrica e di conferimento dei rifiuti. I settori trainanti per l’economia locale sono rappresentati dal distretto chimico-farmaceutico, che nel 2015 ha ottenuto valori di assoluta eccellenza, con il primo posto in Italia per fatturato, 4 miliardi di euro. Il secondo, l’agroalimentare, con 135 milioni rappresenta il 2,48 per cento delle esportazioni pontine. C’è poi il settore turistico ricettivo. In tale Pag. 4contesto, la situazione economica del 2015 fa registrate segnali di ripresa sia pur lieve in diversi settori produttivi, anche se alcuni settori denunciano uno stato di difficoltà, come quello del commercio. Nel 2015, i movimenti demografici del registro delle imprese camerale in provincia di Latina mostrano uno stock di imprese pari a 57.657 unità, con un saldo positivo di 96 unità rispetto all’anno precedente. Per il comparto turistico, il dato 2015 riporta un saldo positivo di 98 imprese. Sotto il profilo della criminalità cosiddetta comune o diffusa, nel 2015 la provincia pontina ha visto una flessione di reati pari al 9,79 per cento rispetto al 2014, con 21 mila delitti denunciati contro i 23 mila del 2014. In particolare, si è registrata una diminuzione significativa delle rapine, –8 per cento, meno rilevante quella dei furti, –6 per cento. La continuità con il territorio romano e con quello campano favorisce, inoltre, l’incursione di pregiudicati, cosiddetti trasferisti, dediti prevalentemente alla commissione di reati contro il patrimonio e lo spaccio di stupefacenti. Nel 2015, sono stati commessi quattro omicidi, di cui nessuno riconducibile alla criminalità organizzata. Gli autori sono stati identificati e arrestati. Tra questi, si evidenzia quello dell’avvocato Mario Piccolino, autore di un blog di denuncia contro la criminalità organizzata nel sud pontino. Quest’uccisione si è verificata nel maggio 2015 a Formia e ha suscitato tra la popolazione veramente una grande reazione, a significare quanto sia sentita la portanza del fenomeno criminale sul nostro territorio. Quanto agli altri reati di particolare evidenza sotto il profilo oggetto della presente analisi, i cosiddetti reati spia, si evidenzia che gli indicatori statistici relativi alle denunce per usura presentate nell’intera provincia, 8 nel 2014 e 5 nel 2015, farebbero pensare a una realtà in cui il fenomeno usurario dovrebbe considerarsi marginale. Si tratta, tuttavia, di dati che non rispecchiano l’entità del fenomeno, che Pag. 5conosce ampie zone di sommerso a causa anche della resistenza delle vittime a presentare denuncia. In realtà, il problema ha ben altre proporzioni e coinvolge prevalentemente le piccole e medie imprese, commercianti e artigiani locali. Nell’attuale periodo di difficile congiuntura economica anche le famiglie rischiano di entrare nella spirale dell’usura in relazione a esigenze di consumo, a improvvise necessità familiari o per inadeguata capacità di gestione delle proprie risorse e di debiti che si assumono. Quanto evidenziato è altresì confermato da dati relativi alle istanze di accesso al fondo di solidarietà per le vittime all’usura e all’estorsione, di cui la prefettura cura l’istruttoria per il commissariato per il coordinamento delle iniziative antiracket. Nel biennio 2014-2015, infatti, risultano essere state presentate alla prefettura di Latina complessivamente 57 domande di accesso al fondo, di cui solo 6 hanno riguardato ipotesi di reato di usura, mentre per le restanti 51 istanze si è trattato di domande legate a denunce per usura bancaria. Di queste ultime, ben 14 sono state inoltrate da un unico soggetto. Negli ultimi anni poi, per quanto riguarda le denunce di estorsione, sono state 79 nel 2014 e 69 nel 2015. Per quanto concerne gli altri fenomeni criminosi, quali gli incendi e i danneggiamenti, questi sono stati nel corso del 2015, rispettivamente, 282 e 1.817, contro i 221 e i 1.952 dell’anno precedente. Al riguardo, si evidenzia che, con riferimento agli episodi nei confronti di attività commerciali, quelli verificatisi in particolare nel sud pontino negli ultimi anni – 2014, 2015 e 2016 – sono consistiti in episodi incendiari ai danni di esercizi commerciali o macchinari, danneggiamenti dei veicoli, in esplosioni di colpi di arma da fuoco contro le serrande di negozi e locali: in particolare, 8 a Santi Cosma e Damiano, 4 a Castelforte e uno Minturno. In relazione, invece, alla presenza della criminalità organizzata di stampo mafioso, si evidenzia che, Pag. 6secondo le risultanze investigative e processuali svolte al riguardo nel tempo, la provincia di Latina si è caratterizzata per la compresenza di esponenti di vari tipi di organizzazione criminale quali quelle mafiose, come camorra, ‘ndrangheta e cosa nostra, e quelle di tipo autoctono. Il territorio pontino, infatti, ha rappresentato da tempo un bacino geo-economico appetibile per le organizzazioni criminali grazie alla sua peculiare dislocazione geografica. La vicinanza a realtà significative per dimensioni e consistenza criminale come quella casertana e napoletana nonché la presenza sin dagli anni Sessanta e Settanta di pregiudicati campani e calabresi inviati nella provincia in soggiorno obbligato perché colpiti da altre misure di prevenzione personali ha favorito l’incursione di propri affiliati per il riciclaggio di proventi illeciti in attività imprenditoriali apparentemente lecite, sfruttando tra l’altro l’elevata vocazione agricola, la presenza del mercato ortofrutticolo di Fondi (MOF) e i settori dell’edilizia, della logistica, del turismo, del commercio all’ingrosso e di quello al dettaglio. In particolare, tali sodalizi sono stati attratti soprattutto per la possibilità di reinvestire in modo più sicuro i loro ingenti proventi illeciti considerata la posizione geografica centrale e la sua vicinanza con Roma e la Campania; la presenza in zona di numerose e diversificate attività commerciali, che consentivano una più facile mimetizzazione delle risorse impiegate; l’assenza di un’organizzazione criminale dominante locale a fronte di una realtà relativamente tranquilla, che favoriva la possibilità di affermazione delle varie organizzazioni nel territorio; una più facile mimetizzazione rispetto ai territori d’origine; la possibilità di investire sull’acquisto di grandi appezzamenti terrieri al fine di intraprendere redditizie attività economiche sia commerciali sia immobiliari. A partire dagli anni Ottanta si è, quindi, assistito a un graduale ingresso di diversi sodalizi Pag. 7mafiosi nei settori agroalimentare, commerciale, immobiliare, turistico e balneare, soprattutto attraverso la costituzione o l’acquisto di quote sociali per mezzo di prestanome di fiducia. A differenza di quanto accaduto nelle regioni d’origine, dove tendono ad assumere un controllo del territorio di tipo militare, in questa provincia le organizzazioni criminali non sembrano aver posto in essere comportamenti manifestamente e continuativamente violenti, ma hanno cercato di realizzare una forma di inserimento attraverso l’instaurazione di relazioni con imprenditori, commercianti, professionisti e operatori del mondo finanziario.
Uno dei settori maggiormente interessati al fenomeno è stato quello dell’edilizia, che ha coinvolto anche le attività collaterali del trasporto delle cave, dell’estrazione di materiali inerti, dello smaltimento dei rifiuti. Parallelamente, si sono registrate nel tempo anche quelle manifestazioni criminali tipiche di tali sodalizi, come dimostrano varie indagini susseguitesi negli anni, che hanno riguardato il traffico di sostanze stupefacenti, l’usura, l’estorsione, la ricettazione, il riciclaggio e il trasferimento fraudolento di valori. Allo stato attuale, comunque, pur evidenziandosi il tentativo di radicamento di attività illecite connesse agli interessi delle organizzazioni criminali di tipo mafioso, si può ritenere che le stesse non abbiano interesse a una forma di controllo militarizzato del territorio, ma siano più interessate a sviluppare una coesistenza e convivenza con le altre realtà presenti, realizzando una commistione tra lecito e illecito e confondendosi sempre più nella società civile e legale. La complessità ad attestare questa strisciante infiltrazione a livello sia investigativo sia giudiziario deriva dalla già accennata minore frequenza del ricorso a manifestazioni criminali violente, antitetiche rispetto ad attività di riciclaggio, a cui è funzionale la minimizzazione nel contesto socio economico. Le Pag. 8proiezioni delle organizzazioni criminali nell’area in esame risultano, infatti, sino a oggi essere prevalentemente di natura economico-finanziaria, legate all’attività di riciclaggio di proventi illeciti, poste in essere da soggetti congiunti ai consessi criminali. L’analisi delle evidenze investigative sul territorio pontino, alcune delle quali trasfuse in provvedimenti patrimoniali giudiziari, hanno evidenziato che gli investimenti si concentrano nelle costruzioni e nel commercio all’ingrosso nonché in quello al dettaglio, in particolare di autovetture, nell’attività di bar e ristorazione, nell’attività di onoranze funebri. I rapporti tra le diverse organizzazioni criminali si svolgono prevalentemente su un piano paritario di accettazione e di convivenza, che non fa escludere la possibilità di una fattiva collaborazione. Tale dato costituisce un tratto del tutto peculiare, che contraddistingue la realtà del sud pontino rispetto ai territori di origine, caratterizzati invece dalla prevalenza di un’organizzazione sulle altre e da frequenti scontri per la conquista di una posizione di egemonia sul piano locale.

  PRESIDENTE. Propongo di passare in seduta segreta.

  (Così rimane stabilito. La Commissione procede in seduta segreta, indi riprende in seduta pubblica).

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Vengo ora al fenomeno migratorio. La vocazione agricola del territorio pontino fa registrare una massiccia presenza di cittadini stranieri dediti al lavoro stagionale in agricoltura. Al 1° gennaio 2015, ultimo dato ufficiale disponibile, risultano presenti 45.749 stranieri regolari, che costituiscono circa l’8 per cento del totale degli abitanti. Latina rappresenta così la seconda provincia del Lazio dopo Roma per numero di cittadini immigrati. La prima collettività straniera è rappresentata dai cittadini romeni, con Pag. 919 mila presenze, quasi il 41 per cento del totale degli stranieri residenti sul territorio. La principale nazionalità non comunitaria è quella indiana di religione sikh, proveniente dal Punjab, che sono 9.138, con una presenza pari al 20 per cento del totale degli immigrati pontini. Comunità storicamente presenti in provincia sono anche quelle albanese, 2.118, ucraina, magrebina, impegnate prevalentemente in manodopera nel settore edile e nella collaborazione domestica, dove è specificatamente prevista la presenza di lavoratori moldavi, ucraini e filippini. Un’attenzione particolare occorre porre alla comunità indiana. I cittadini indiani regolarmente presenti in Italia al 1° gennaio 2015 sono 147.815, rappresentanti il 2,9 per cento degli stranieri residenti. Ben il 60 per cento di questi indiani residenti in Italia sono uomini, un dato questo che differisce molto dalla situazione nazionale, ben oltre 12 punti percentuali sopra la media. Si tratta prevalentemente di giovani in età lavorativa dai 19 ai 30 anni. Anche la comunità indiana stanziata nella provincia di Latina ricalca queste caratteristiche, 9.138 sono i cittadini indiani registrati al 1° gennaio 2015, il 6 per cento del totale della nazione, prevalentemente uomini dai 19 ai 26 anni, stanziati per la maggior parte nei comuni del sud pontino poiché impegnati nel settore agricolo. La comunità pontina è tra le più numerose in Italia. La città di Terracina è al terzo posto in Italia per valore assoluto di cittadini indiani residenti con 1.774 unità. Per valore assoluto, prima di Terracina troviamo solamente Roma, 9 mila unità, e Brescia con 2.200 unità. Per le tematiche attinenti ai lavoratori indiani, presso la prefettura è stato istituito una task force a cui partecipano 22 componenti rappresentanti: la regione Lazio, la provincia, il comune di Sabaudia, le forze di polizia, gli uffici statali interessati (INAIL, INPS, DTL, ASL), la camera di commercio, le associazioni sindacali (CGIL, CISL, UIL e UGL), datoriali (CIA, Pag. 10Confagricoltura, Coldiretti) e del volontariato (AIIL e InMigrazione).
Questa task force è stata istituita l’8 settembre 2014 e al suo interno ha costituito due sottogruppi. Il primo è costituito da rappresentanti della regione Lazio, dalle associazioni sindacali, da quelle datoriali e del volontariato, per la prevenzione del lavoro irregolare. Il secondo è composto dalle forze di polizia, dalla DTL, dall’INPS e dall’ASL per il contrasto al caporalato e ai controlli nelle aziende. Il primo si è già riunito sei volte, cinque nel 2015 e una nel 2016. Nel corso delle riunioni si è svolto un lavoro di analisi sulla consistenza delle imprese del comparto agricolo, sulla normativa vigente per le assunzioni in agricoltura, sul funzionamento dei centri per l’impiego, e sono state avviate due iniziative particolarmente condivise dalle organizzazioni sindacali: l’elaborazione di una proposta di legge regionale e l’attivazione di un servizio di collocamento sulla scorta delle liste di disoccupazione fornite dai cinque centri per l’impiego, per facilitare attraverso una maggiore capillarità degli sportelli sul territorio l’assunzione da parte dei datori di lavoro. È da evidenziare che nel corso delle riunioni uno dei punti fondamentali oggetto di confronto è stata la necessità di denunciare la situazione di sfruttamento di chiunque fosse a conoscenza. Al riguardo, in data 6 maggio 2015 è stato sottoscritto uno specifico protocollo d’intesa tra la questura di Latina e i sindacati CGIL CISL e UIL, che prevede canali privilegiati per la denuncia e l’accertamento dei casi di sfruttamento. Dalla data di sottoscrizione del predetto protocollo il signor questore ha rappresentato che non è stata sporta ancora alcuna denuncia. Il secondo gruppo ha di fatto da subito avviato l’azione di controllo e contrasto del lavoro irregolare. Nel corso del 2015 sono stati effettuati i seguenti controlli: l’Arma dei carabinieri, nell’ambito delle specifiche attività svolte dal nucleo Pag. 11 carabinieri ispettorato del lavoro, ha eseguito 92 ispezioni, rilevando in 34 aziende 67 lavoratori irregolari e 74 in nero, comminando sanzioni per 280 mila euro, ammende per 78 mila euro. Sono state, inoltre, deferite all’autorità giudiziaria 14 persone e adottati 22 provvedimenti di sospensione dell’attività. La direzione territoriale del lavoro ha eseguito 84 ispezioni nel settore agricolo, rilevando in 48 aziende 128 posizioni lavorative irregolari, 102 in nero. Sono state sospese 27 attività e comminate sanzioni pecuniarie per 41 mila euro. Nel primo trimestre 2016, il citato ufficio ha espletato 20 controlli rilevando in 15 aziende 41 posizioni lavorative irregolari. Sono state comminate sanzioni per altri 34 mila euro. La Guardia di finanza, nell’ambito di attività di contrasto all’evasione fiscale e del lavoro sommerso svolta, ha riscontrato in riferimento al settore agricolo la presenza di 19 lavoratori irregolari nel 2015 e di altri 43 lavoratori in nero nel corso di quest’anno. Per quanto concerne il contrasto al radicalismo islamico, si segnala l’espulsione con decreto del Ministero dell’interno del cittadino tunisino Triki Mohamed. Vengo all’attività della prefettura. Intensa è l’attività di coordinamento espletata dalla prefettura di Latina in sede di comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e riunioni tecniche di coordinamento al fine di una concreta azione di contrasto posta in essere dalle Forze di polizia. In particolare, nel corso del 2015 si sono tenute trenta riunioni, di cui cinque del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e venticinque riunioni tecniche di coordinamento, nel corso delle quali è stata messa in atto una nuova strategia di prevenzione e contrasto della criminalità organizzata attraverso la sperimentazione di forme di controllo del territorio interforze anche con l’ausilio delle polizie locali nonché con l’impiego dei reparti territoriali crimine della Polizia di Stato, delle compagnie di intervento operativo dell’Arma Pag. 12 dei carabinieri e del pronto impiego della Guardia di finanza. Ciò ha consentito l’aumento di tutti i servizi, sia di quelli a carattere generale sia di quelli mirati alla prevenzione e al contrasto di determinati fenomeni criminali, come i reati di carattere predatorio, elevando altresì il livello di percezione della sicurezza mediante la massima visibilità delle Forze di polizia nei servizi stessi.
In particolare, nel corso del 2015 sono stati effettuati 76 mila servizi, contro i 70 mila del 2014, con incremento pari al 7 per cento, per un totale di 120 mila uomini impiegati rispetto ai 113 mila del 2014. I servizi mirati sono stati 5.500, contro i 4.800 del periodo precedente, con un incremento del 14 per cento, per un numero complessivo sul piano delle attività poste in essere di 62 mila posti di controllo effettuato, contro i 58 mila del 2014, 287 mila persone identificate, contro le 274 mila sempre relative al precedente anno, 228 mila mezzi controllati, a fronte dei precedenti 224 mila. Per quanto riguarda l’attività dell’ufficio antimafia, si evidenzia che nel corso del 2014 sono state rilasciate 1.893 certificazioni antimafia e, nel 2015, 2.056. Per quanto concerne i beni confiscati alla criminalità organizzata, risultano confiscati nell’ambito provinciale 45 immobili.

  PRESIDENTE. Quante interdittive?

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Non ne abbiamo fatte, signor presidente.

  PRESIDENTE. Ringrazio il prefetto. Do ora la parola agli onorevoli colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

  CLAUDIO MOSCARDELLI. Ringrazio il prefetto per la relazione, che ha affrontato tutte le criticità della provincia di Latina. Emerge un quadro per cui, se volessimo fare una sintesi Pag. 13della condizione di difficoltà della provincia, potremmo dire che è una provincia che ha un volume di arresti all’anno pari a quello della provincia di Caserta. Questo dà l’idea del livello di radicamento, oltre l’infiltrazione, di una serie di organizzazioni criminali. A distanza di un anno e mezzo dalla missione della Commissione antimafia a Latina, sono accaduti alcuni eventi importanti nell’azione di contrasto alla criminalità. In particolare, vorrei centrare l’attenzione sulla città di Latina, che da un punto di vista del fenomeno criminale rappresenta una realtà meno conosciuta, sebbene negli ultimi anni sia stato acceso un faro, un’attenzione che ha portato risultati sul piano anche di provvedimenti definitivi a livello giurisdizionale. In questa città opera il clan Ciarelli Di Silvio, collegato anche per legami di parentela ai Casamonica a Roma. Rispetto anche alla mancata infiltrazione dei casalesi a Latina, va detto che questo clan ha poi raggiunto un accordo con i casalesi, e quindi opera anche per conto loro nella realtà di Latina. Si tratta di un clan che ha una forza particolare, stimata in mille adepti, quindi sostanzialmente una capacità anche di controllo e presenza sul territorio molto forte. Questo clan nel corso degli ultimi vent’anni ha avuto una crescita esponenziale. Accanto alle attività classiche che ha sempre svolto, di usura, racket, spaccio di stupefacenti e così via, ha visto aumentare in maniera esponenziale la propria presenza e infiltrazione sul territorio anche attraverso l’acquisizione di molti esercizi commerciali e aziende. C’è stata una sua crescita anche da un punto di vista «politico». Nel senso che, proprio per questa massa enorme di cui dispone, il clan è risultato avere grande facilità di accesso presso alcune istituzioni, come il comune di Latina, ad esempio per tutta la vicenda relativa alla gestione degli alloggi di case popolari o di sussidi ed emolumenti erogati a decine e decine, se non centinaia, di esponenti di questo clan sotto forma di aiuti Pag. 14economici perché giudicati in condizioni disagiate. C’è stata anche l’occupazione indisturbata di vaste aree e terreni comunali, che hanno utilizzato come fossero proprio terreni per loro attività, fino addirittura all’emersione di rapporti con la società di calcio e di vicende legate allo stadio per questioni urbanistiche. Vorrei chiederle, prefetto, la sua valutazione su come questo fenomeno possa essere riuscito a crescere in maniera sempre più forte. C’è stata, secondo lei, una sottovalutazione o addirittura possiamo parlare anche di copertura di questa capacità di crescita? Vorrei anche chiederle, relativamente alla facilità di movimento che ha su tutto il territorio comunale sul piano economico, ma anche alla facilità di rapporti nelle istituzioni per le vicende che stanno emergendo e che ho prima citato, come giudica i rapporti di questo clan con il livello politico. Vorrei citare ancora una vicenda, come quella di un’interrogazione apparsa e poi ritirata dal deputato Maietta contro il questore di Latina sulla vicenda stadio: può essersi configurato, secondo lei, un atto intimidatorio proprio nella fase più calda di azione di contrasto delle forze di polizia, del prefetto, degli organi dello Stato, che hanno indubbiamente operato in questi due anni un salto di qualità nell’azione di contrasto? Un’ultima domanda è relativa alla questione dei lavoratori immigrati nel settore agricolo: lei definirebbe questa situazione di fenomeno diffuso di lavoro nero o possiamo, invece, configurarla ancora di più come una vicenda di sfruttamento/schiavitù di lavoratori che nella nostra provincia vengono impiegati in questo settore?

  ROSARIA CAPACCHIONE. Vorrei proseguire su quanto anticipato dal collega Moscardelli. Mi è sembrato da tutta la relazione che ci fosse molto sullo sfondo, per dire forse anche un po’ ignorato, il ruolo della politica in combutta con le varie organizzazioni criminali che operano sul territorio, a partire Pag. 15dal basso Lazio, cui ha fatto riferimento, quindi con l’infiltrazione della famiglia Bardellino, lì da venticinque anni, con il controllo sull’amministrazione comunale, con il clan Moccia, con il clan Mallardo, con la famiglia Bidognetti, che opera sempre nel basso Lazio, col gruppo Zagaria, che opera nella zona di Castelforte andando verso Cassino, via via fino alla città capoluogo. Poi c’è Fondi, il mercato ortofrutticolo. Fondi è stata al centro di una grossa polemica nella passata legislatura proprio su una relazione di un suo collega che aveva chiesto lo scioglimento di quell’amministrazione comunale. Mi sembra dalla sua relazione che tutto questo sia sparito nel nulla. Non c’è più nulla di attuale, a suo giudizio, o invece questi rapporti con la politica permangono e persistono? E quali sono i rapporti, per esempio, se sono stati documentati, tra la famiglia Ciarelli Di Silvio e uomini dell’amministrazione comunale del capoluogo?

  CLAUDIO FAVA. Prefetto, la collega ha già anticipato la mia domanda. La mia domanda è una battuta ed è sulla capacità di condizionamento oggi delle organizzazioni criminali nei confronti della politica, la capacità concreta, non astratta. Fondi non fu sciolta perché si dimise il consiglio comunale all’ultimo momento utile, abbiamo un’inchiesta a Formia per voto di scambio, Latina viene considerata un hub delle mafie. La sensazione è che non si limitino soltanto a un controllo criminale del territorio, ma che questo controllo sociale abbia a che fare anche con la politica e con la capacità di forte, diretto condizionamento dell’attività dell’amministrazione. Vorremmo sapere se lei avverte questo rischio e ha qualcosa, anche eventualmente in segreta, da poterci dire.

  FRANCESCO D’UVA. Vorrei ricollegarmi a un’audizione che abbiamo svolto della DDA di Roma. In particolare, l’aggiunto Pag. 16Prestipino ci parlò di un problema relativo alle intercettazioni nel territorio di Latina. Non so se la presidente ha memoria di questa vicenda in cui c’erano queste intercettazioni che dovevano essere secretate ed erano in mano a soggetti esterni, persone che evidentemente avevano contatti con la ditta esterna che esegue le intercettazioni. A seguito di quell’audizione, di quella notizia stampa – non era secretata e avevamo fatto anche delle dichiarazioni al riguardo – è stato fatto qualcosa? È possibile fare qualcosa per evitare che intercettazioni delicate possano finire nelle mani di estranei, soggetti esterni alla società di intercettazioni stessa? Si è fatto ordine o è possibile farlo in questo campo? Riguardo al comune di Sperlonga, mi risulta che il sindaco sia stato rimosso, se non sbaglio, in base alla legge Severino e che consiglieri comunali abbiano subìto minacce e intimidazioni: qual è la situazione a Sperlonga? È il caso di indagare ulteriormente su questa realtà? Anche se una commissione d’accesso forse è un po’ forte, la prefettura ha valutato qualcosa al riguardo? Lo stesso vale per il comune di Formia. Mi risulta ci sia appunto il processo «sistema Formia»: al di là del lavoro dell’autorità giudiziaria, la prefettura può fare qualcosa per mettere al riguardo? È stata già posta la domanda sul basso Lazio, in generale è già stato detto. Secondo notizie di stampa ho anche sentito parlare di lobby deviata: è possibile qualche chiarimento riguardo i legami tra criminalità organizzata e politica? Ancora, nel luglio 2015 i carabinieri, su disposizione della procura di Latina, sequestravano una lottizzazione abusiva effettuata da società di Marcianise e Parete. Considerata la pressione della camorra in provincia di Latina, dietro la vicenda della lottizzazione vi sono interessi della criminalità organizzata?

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Lottizzazioni dove?

  FRANCESCO D’UVA. A Sperlonga.

Pag. 17

  LUIGI GAETTI. Vorrei tornare un po’ sul rapporto con la città di Latina, nel senso di quest’intreccio tra la politica e alcune associazioni criminali. Vorrei anche chiedere come si comporta la società civile. Sappiamo che lì c’è stato un grosso problema nell’ambito del tribunale con arresti, che ha coinvolto anche numerosi professionisti, sia commercialisti sia architetti per la valutazione. Questo ha comportato il fallimento di molte società, soprattutto quelle capitalizzate, per cui sono state vendute poi probabilmente a gruppi di persone che si sono arricchite in maniera indebita. Su questo ho avuto numerose segnalazioni. È strano, peraltro, che nonostante si sia evidenziata questo criticità, le vendite per incanto stiano andando avanti, e queste sono persone che chiaramente sono state truffate da una sistema che, oltretutto, purtroppo è un’istituzione. Queste persone sono state vittime due volte, per mano sia di professionisti corrotti sia dell’istituzione, che non è stata in grado di tutelarle: è stato fatto qualcosa? Queste persone sono state aiutate? Si sta cercando di porre rimedio? Soprattutto, in relazione ai professionisti, si è svolta un’attività nei confronti degli ordini per sensibilizzarli, per spiegare al meglio queste criticità?

  DAVIDE MATTIELLO. Prefetto, ha fatto riferimento al gruppo di lavoro permanente dedicato ai lavoratori immigrati, allo sportello aperto se non ho capito male un anno fa, nel maggio 2015, lo sportello che avrebbe dovuto favorire le denunce. Parlando della task force ha parlato dello sportello aperto presso la questura. Se ho sentito male, però, ha detto che a oggi non è arrivata alcuna denuncia. Vorrei chiederle una valutazione di questo dato negativo. Che cosa significa, che la modalità di funzionamento dello sportello non è adeguata o che un certo allarme rispetto alla situazione è stato in realtà una sopravvalutazione?

Pag. 18

  PRESIDENTE. Ho una domanda anch’io, che riguarda in particolare Ciarelli, che dovrebbe essere agli arresti domiciliari a Venafro, in Molise, nonostante sia stato condannato a vent’anni per reati di associazione mafiosa.

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. A noi risulta ancora agli arresti domiciliari a Rieti.

  PRESIDENTE. Va bene. Do la parola al prefetto per la replica.

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. L’attenzione viene rivolta, se è possibile riunire un po’ gli argomenti, sui rapporti tra criminalità e politica. Io sono lì da un anno e vedo nella realtà del comune di Latina una provincia nella quale sono vissute insieme sin da piccole persone che oggi condividono professionalità e atteggiamenti diversi. Molte di queste persone sono andate a scuola insieme e hanno convissuto sulla stessa realtà insieme. Alcuni sono andati sulla retta via, altri non sono andati sulla retta via. Questo non vuol dire che chi continua ad avere rapporti con uno che ha avuto nella sua attività un momento di défaillance o ce l’ha ancora. Nel momento in cui è libera, una persona onesta che frequenta o prende un caffè con un delinquente non deve essere delinquente anche lei. Questa premessa è per dire che un prefetto deve essere attento alla realtà che vive e nel contempo considerare quello che vede come il presupposto che poi lo fa agire nella sua azione quotidiana. Io sono da un anno a Latina e quello che mi preme sottolineare è che la percezione di sicurezza è cambiata, perlomeno così mi si dice, e forse l’ha confermato il senatore Moscardelli nella sua domanda. In prefettura abbiamo aperto le porte e abbiamo ricevuto tutti coloro che volessero essere assieme alle istituzioni utilizzando come metro di comportamento Pag. 19 esclusivamente la legalità e il rispetto delle regole. Non mi sono dimenticato dei politici nella relazione. Prima di leggere la relazione ho premesso quattro righe dicendo che la mia analisi era esclusivamente fatta sulle evidenze info-operative delle forze di polizia e dei risultati di sentenze della magistratura, definite o in corso di definizione. Attualmente, quindi, ci sono procedimenti in atto importanti. Come ha evidenziato il senatore Moscardelli, le indicazioni della possibilità che ci sia un momento di congiunzione relativamente a quanto poc’anzi affermavate sono sotto esame della magistratura. Io posso dire quello che le carte mi dicono o con le sensazioni che percepisco indirizzare la mia azione di prevenzione e controllo. Il prefetto non svolge l’attività di repressione del magistrato. Io devo prevenire e controllare. In un anno di attività la prevenzione e il controllo su questo territorio c’è stata, perché c’è stato un decremento di tutti i reati. Non solo, ma c’è una percezione di sicurezza nella città maggiore di prima. Non solo, si sono aperti più procedimenti di prima. Non solo, si sono rotte situazioni che sembravano impossibili da toccare. Lo abbiamo fatto attraverso una riunione continua con le forze di polizia. Con i magistrati il mio rapporto è quello che, se mi chiamano e mi chiedono quello che so, io riferisco, ma la magistratura è un organo che agisce autonomamente, dando poi a uno la determinazione di imputato o testimone o altro. È palese che nella provincia di Latina, dal nord al sud, sono presenti organizzazioni criminali o nella loro struttura o tramite persone a esse affiliate o collegate, che sono nel territorio pontino magari per un solo affare. Ad esempio, i Crupi hanno commercializzato 370 tonnellate di cioccolato. Si parlava di droga, ma ci sono anche altre situazioni. La corruzione c’è anche a Latina. Adesso bisogna dimostrarla attraverso il procedimento, che conosciamo, democratico di un processo. Questa Pag. 20 relazione è stata fatta sulle cose che adesso sono certe nelle carte. Se avessi dovuto parlare di tutti i procedimenti, la relazione non sarebbe stata di venti pagine, ma di molte di più. Quello che mi interessa dirvi in questo momento– non so se sono stato compiuto nella mia risposta – è che stiamo lavorando, stiamo lavorando bene, senza mettere da parte nessuna attenzione. Da qui, però, a chiedere a un prefetto notizie che debbono essere chieste a un tribunale, per esempio che cosa si sta facendo sulla successione di Lollo. Questo non attiene a un prefetto, ma a un tribunale. Perché non è stato cambiato il magistrato e non è stato messo un altro magistrato? Se vuole, posso chiederlo e riferire, ma non posso conoscere le determinazioni di un altro organo istituzionale. Io rispondo per la mia attività. Sono d’accordo con lei, quindi, onorevole, condivido, ma…

  CLAUDIO FAVA. Io non le chiedo di condividere, ma solo di rispondere. La mia domanda non è se siano in corso indagini. Ci sono, lo sappiamo, e gli atti giudiziari sono nella nostra disponibilità come nella sua. Le chiedevo una cosa diversa, e cioè una valutazione dal suo punto di vista, un punto di vista che utilizza evidenze giudiziarie, ma anche evidenze sociali d’altro tipo. Dal suo punto di vista, il rischio, come è accaduto in passato, che ci sia un condizionamento di alcune amministrazioni del territorio di Latina, è attuale o no? Non è un fatto giudiziario, ma la valutazione del prefetto di Latina.

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. La valutazione è che attualmente le forze di polizia sono ben attente a evidenziare i fatti di questo genere.

  FRANCESCO D’UVA(fuori microfono) Quanto a Sperlonga e alle intercettazioni?

Pag. 21

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Delle intercettazioni, mi scusi, non sono a conoscenza, quindi non posso risponderle su cose che non conosco. Per quanto riguarda Sperlonga, c’è stato da parte del Corpo forestale dello Stato un sequestro non indifferente. È un procedimento in itinere. C’è un secondo sequestro anche da parte dei Carabinieri, ancora in itinere, che ha visto una grossissima lottizzazione. Vi è, quindi, certezza di questo.

  DAVIDE MATTIELLO(fuori microfono) Sulle denunce che mancano…

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Questo è importante. Specialmente in questi giorni è evidenziata, come avete visto su tutti i giornali, la situazione dei sikh. Dalle analisi investigative attualmente non si evidenzia per noi uno sfruttamento in schiavitù, ma un’irregolarità nella contrattualistica e per il lavoro nero. Questo è sicuramente importante. Tutte le autorità coinvolte nell’investigazione hanno trovato persone senza permessi o che hanno permessi di soggiorno ma che sono sfruttate. Sotto quest’aspetto, devo rassicurarla che stanno procedendo. Dall’altra parte – purtroppo, questo è un dato di fatto – a noi denunce effettive non sono state mai presentate. Io stesso ho chiamato in prefettura i rappresentanti datoriali, ai quali ho chiesto cortesemente, atteso che le denunce sarebbero nei confronti di chi in questo caso è imprenditore, e quindi responsabile di un’azienda, di essere parte attiva nella denuncia o perlomeno a farci conoscere posizioni di irregolarità, anche nel loro interesse.

  PRESIDENTE. Ringraziamo il prefetto.
Dichiaro conclusa l’audizione.

  La seduta termina alle 15.50.

L’INTERVISTA DEL DR.CRISTIANO TATARELLI ,VICARIO DEL QUESTORE DI LATINA,A TELEUNIVERSO

.”VISTA SUL GOLFO del 16-02-2017″ su YouTube
https://youtu.be/Wl_QbzrJILs

Un’intervista,quella del Dr.Tatarelli ,importante  sia perché  egli é uno dei poliziotti più seri,bravi e preparati  di tutta Italia  e sia  per la nitidezza  del quadro  che egli  disegna  in relazione  alla situazione  criminale della provincia di Latina,il cui territorio,alle porte della Capitale,com’é noto,é stato letteralmente invaso dai  clan.L’intervista,però – non se ne abbia il Dr.Tatarelli – ci offre lo spunto per talune considerazioni  che non possiamo esimerci dal fare sempre in rapporto alla situazione da lui prospettata all’emittente .  E’ vero che egli non ha alcuna colpa in quanto  il suo girovagare  per  importanti Commissariati di mezza Italia,dalla Sicilia,al  Lazio,alla Campania,non gli ha consentito di operare stabilmente  nel Lazio e,quindi,egli non ha alcuna responsabilità circa le carenze  che noi andiamo denunciando da sempre.Le responsabilità sono tutte di altri,Prefetti soprattutto ,fatta qualche eccezione,e Procuratori precedenti ( a questo punto sentiamo il dovere di esprimere pubblicamente  il nostro giudizio altamente positivo  e  pieno di gratitudine  al Procuratore attuale di Cassino  Dr.Luciano D’Emmanuele ),i quali hanno mostrato scarsa attenzione  al  fenomeno mafioso.E’ il potere  politico-amministrativo che ha le maggiori responsabilità perché é ai Prefetti che  la legge attribuisce tutte le funzioni in materia di prevenzione antimafia  e sono essi –i Prefetti -  che,anche nella loro   veste di responsabili dei Comitati Provinciali della Sicurezza e dell’ordine pubblico,hanno l’obbligo di  impartire le direttive,gli input,le coordinate per l’azione delle forze dell’ordine.Queste eseguono gli ordini che ricevono e,se nelle priorità decise dai predetti Comitati,la lotta alle mafie  non figura al primo posto,esse ovviamente  finiscono per considerarla  così come viene loro ordinato.Il problema é che da questo punto di vista le cose non é che siano cambiate granché rispetto al passato,tant’é che tutte le operazioni più importanti finora fatte in materia di lotta alle mafie nel Basso Lazio – ed in particolare in provincia di Latina- hanno visto il timbro di Corpi speciali,DIA,GICO,ROS,SCO,tutti provenienti da fuori provincia e su delega delle DDA di Roma,Napoli,Reggio Calabria ecc..Questo é un dato di fatto che nessuno può smentire.Oggi,proprio per i “vuoti” da noi denunciati,la situazione é  compromessa,malgrado ogni buona volontà di tizio o di caio , perché le mafie si sono letteralmente impadronite del territorio inquinandone tutti i settori,non esclusi quelli politici ed istituzionali.Tonnellate di capitali  esse  hanno investito per costruire o comprare tutto,anche l’aria che respiriamo ed é  difficile,oggi,considerati i  probabili vari passaggi che sono stati fatti fare ad essi,risalire alla loro “provenienza”.E’ da presumere,quindi,che,ad esempio, abbia costruito o comprato Caio ma che attualmente  la proprietà risulti intestata a Sempronio per una serie di  passaggi fatti a teste di legno e individui dalla fedina penale immacolata  ma che sono sempre la longa manus di Caio.E qui arriviamo al problema della preparazione e dell’esperienza perché se noi non abbiamo personale qualificato e ben organizzato sul posto siamo destinati a fare  sempre il classico buco nell’acqua.
Dr.Tatarelli,lei sa che noi dell’Associazione Caponnetto non siamo dei……pivellini e veniamo da….”molto,molto lontano” ed abbiamo,in virtù della nostra esperienza,”antenne molto  solide e ramificate” che ci consentono di vedere e sapere quanto non tutti vedono e sanno.Almeno fra di noi diciamoci,quindi,come stanno effettivamente  le cose.
                                                                                                                                                                                                                                   Associazione Caponnetto

Il maxiprocesso di Palermo e l’ “Altro” ed Alto” dell’Associazione Caponnetto

LA  “MEMORIA” CHE SI FA PRESENTE E CHE NON E’,QUINDI,INTERPRETATA IN MANIERA ASETTICA ED AUTOCELEBRATIVA.

 

L’altro giorno abbiamo voluto celebrare,con una nota del Prof.Alfredo Galasso,nostro Presidente onorario  e capo del nostro Ufficio legale,l’anniversario del 31° maxiprocesso di Palermo,il processo più importante nella storia del nostro Paese contro la mafia.

Galasso in quel processo  é stato il coordinatore delle parti civili,mentre Ayala era il PM e Grasso un giudice.

Tre protagonisti,insieme ai quali,il 14 e 15 ottobre scorsi,nella prestigiosa Aula Magna della Suprema Corte di Cassazione a Roma,con la partecipazione dell’Associazione Nazionale Magistrati ed il Collegio nazionale forense,l’Associazione Caponnetto ha voluto aprire la celebrazione di quell’avvenimento storico,celebrazione che chiudiamo con la pubblicazione ,oggi,della nota di Alfredo.

Ci abbiamo tenuto a riandare  a quell’evento per  ricordare a noi stessi e ricordare a tutti gli altri quali sono le nostre radici e quali sono gli obiettivi che ci proponiamo.

L’Associazione Caponnetto é nata idealmente,attraverso le figure di Alfredo Galasso e,poi,di Nino Caponnetto  - del quale ci onoriamo  di portare il nome anche qua per esaltarne la “memoria ” – in quell’epoca e in quel filone di valori  che ci riportano ad essa.

Una “memoria” che  si fa continuità e corpo e carne,cioé lotta.

Ecco perché l’Associazione Caponnetto rivendica la sua “diversità” rispetto a tanti altri sodalizi  disseminati nel Paese.

Perché essa é ,appunto,carne e corpo del maxiprocesso di Palermo e di tutte le azioni successive che portano i nomi di Alfredo Galasso e di Nino Caponnetto ,i quali sono in Italia e nel mondo,l’uno in ruolo e l’altro in uno diverso,due giganti della lotta alle mafie.

Per noi,i punti di riferimento e le coordinate per proseguirne l’azione.

“Altro ” ed “Alto”,il nostro motto.

“Altro” ed “Alto” che mal si coniugano con la superficialità,la vuotaggine,l’ignoranza   di quanti pensano di aderire all’Associazione Caponnetto per perseguire ,eventualmente, fini oscuri  di natura egoistica , personalistica o politica.

L’adesione all’Associazione Caponnetto  richiede una conoscenza delle sue radici ideali e   della storia di questo Paese e   va fatta in maniera consapevole e convinta in quanto anche chi vi aderisce é “Altro” ed “Alto”.

Lo ripetiamo “Altro ” ed “Alto”.

Ed in maniera “altra” ed “alta” si pretende che  si comportino tutti i propri aderenti,nessuno escluso,dal Presidente,al Segretario fino al più recente iscritto.

Pubblichiamo ora la nota del Prof.Galasso e con questo atto chiudiamo la celebrazione del 31° anniversario del maxiprocesso di Palermo invitando tutti gli iscritti,oltre che a coltivare la “memoria”,a far sì che questa diventi carne ed ossa  di un’azione quotidiana sui territori.

Un caro saluto a tutti.

 

 

Oggi è il 31° anno dall’apertura del maxiprocesso nell’Aula Bunker di Palermo costruita in tempo record per consentire la presenza di 475 imputati di reati di mafia, dalla strage all’associazione di tipo mafioso. Le imputazioni erano descritte nella ordinanza sentenza firmata dai giudici istruttori Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta e sottoscritta pagina per pagina dal Capo dell’Ufficio Antonino Caponnetto.

Il processo, conclusosi in Cassazione il 31 gennaio 1992 con la conferma della condanna per centinaia di mafiosi e centinaia di anni, ha segnato una svolta decisiva nella lotta antimafia, non solo sul piano giudiziario ma anche e soprattutto nella società civile e nella coscienza collettiva delle successive generazioni. Da allora l’azione di contrasto alla criminalità organizzata è proseguita tra alti e bassi, tra impulsi e ritardi, tuttavia nessuno ha potuto dire di non saperne nulla, come nei decenni precedenti.

La memoria di quella esperienza, che ho vissuto personalmente quale coordinatore delle parti civili per la prima volta presenti in un processo di mafia, non va dispersa nel senso che occorre verificare le novità intervenute negli anni fino ai giorni nostri; novità sociali, economiche, politiche oltre che legislative e giudiziarie. Su iniziativa dell’Associazione “A.Caponnetto” in collaborazione con l’ANM e il CNF, nell’ottobre scorso si è svolto un Convegno presso l’Aula Magna della Cassazione, che di una tale verifica si è fatto carico con risultati positivi e incoraggianti. Infatti, ciò che è necessario, anche per onorare gli artefici dell’azione giudiziaria del tempo, è non abbassare la guardia e per così dire monitorare il fenomeno mafioso, che rimane presente e devastante per la società, l’economia e la pubblica amministrazione, cioè per il bene pubblico, pur agendo in modi e ambienti differenti e più ampi rispetto al passato. Il processo Mafia Capitale in corso presso il Tribunale di Roma è uno spaccato inquietante della ramificazione e della penetrazione nel sistema economico e nella istituzioni dei vecchi e nuovi capimafia, e in questo processo la nostra Associazione è costituita parte civile, rappresentata dall’avv. Licia D’Amico, a tutela di un interesse collettivo che è la ragione fondante e permanente dell’Associazione stessa.

Palermo 10 febbraio 2017.

Alfredo Galasso “

.Il maxiprocesso di Palermo e l’Associazione Caponnetto.Una nota del Prof.Galasso

CHI SIAMO,DA DOVE VENIAMO ,COSA VOGLIAMO E PER COSA LOTTIAMO.

IL PROF.ALFREDO GALASSO,PRESIDENTE ONORARIO E CAPO DELL’UFFICIO LEGALE DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO,UNO ,CON AYALA E GRASSO,DEI PROTAGONISTI MAGGIORI DEL MAXIPROCESSO DI PALERMO COME COORDINATORE DI TUTTE LE PARTI CIVILI,CI RICORDA QUELL’EVENTO CHE RESTA NELLA STORIA DELLA LOTTA  ALLE MAFIE.

MEMORIA CHE,PERO’,DEVE FARSI PRESENTE. 

 

Oggi è il 31° anno dall’apertura del maxiprocesso nell’Aula Bunker di Palermo costruita in tempo record per consentire la presenza di 475 imputati di reati di mafia, dalla strage all’associazione di tipo mafioso. Le imputazioni erano descritte nella ordinanza sentenza firmata dai giudici istruttori Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta e sottoscritta pagina per pagina dal Capo dell’Ufficio Antonino Caponnetto.

Il processo, conclusosi in Cassazione il 31 gennaio 1992 con la conferma della condanna per centinaia di mafiosi e centinaia di anni, ha segnato una svolta decisiva nella lotta antimafia, non solo sul piano giudiziario ma anche e soprattutto nella società civile e nella coscienza collettiva delle successive generazioni. Da allora l’azione di contrasto alla criminalità organizzata è proseguita tra alti e bassi, tra impulsi e ritardi, tuttavia nessuno ha potuto dire di non saperne nulla, come nei decenni precedenti.

La memoria di quella esperienza, che ho vissuto personalmente quale coordinatore delle parti civili per la prima volta presenti in un processo di mafia, non va dispersa nel senso che occorre verificare le novità intervenute negli anni fino ai giorni nostri; novità sociali, economiche, politiche oltre che legislative e giudiziarie. Su iniziativa dell’Associazione “A.Caponnetto” in collaborazione con l’ANM e il CNF, nell’ottobre scorso si è svolto un Convegno presso l’Aula Magna della Cassazione, che di una tale verifica si è fatto carico con risultati positivi e incoraggianti. Infatti, ciò che è necessario, anche per onorare gli artefici dell’azione giudiziaria del tempo, è non abbassare la guardia e per così dire monitorare il fenomeno mafioso, che rimane presente e devastante per la società, l’economia e la pubblica amministrazione, cioè per il bene pubblico, pur agendo in modi e ambienti differenti e più ampi rispetto al passato. Il processo Mafia Capitale in corso presso il Tribunale di Roma è ino spaccato inquietante della ramificazione e della penetrazione nel sistema economico e nella istituzioni dei vecchi e nuovi capimafia, e in questo processo la nostra Associazione è costituita parte civile, rappresentata dall’avv. Licia D’Amico, a tutela di un interesse collettivo che è la ragione fondante e permanente dell’Associazione stessa.

Palermo 10 febbraio 2017.

Alfredo Galasso

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