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Guardate cosa appare su Facebook.Io –Elvio Di Cesare – risulterei fra i sostenitori del sì,quando,invece,sono per il NO.Vergogna!

Il nuovo Consiglio Direttivo nazionale dell’Associazione Caponnetto che avrà vita nell’Assemblea generale degli iscritti che ci sarà ad aprile prossimo.Ora avanti con la campagna tesseramento ed attenti alle infiltrazioni di mafiosi ed anche di persone equivoche e non serie……………………….

IL  CONSIGLIO DIRETTIVO NAZIONALE CHE VERRA’ FUORI DALL’ASSEMBLEA GENERALE DEGLI ISCRITTI  ALL’ASSOCIAZIONE  CAPONNETTO NELL’APRILE PROSSIMO….

 

Un  Direttivo di acciaio,costituito tutto da persone che operano o hanno operato al fronte e che sanno cosa significa “mafia”.

Almeno due Testimoni di Giustizia, due-tre  parlamentari ed ex parlamentari  che hanno combattuto e combattono sul fronte della legalità e della Giustizia,due -tre funzionari di polizia  ed altri  appartenenti alle forze dell’ordine anche essi combattenti di prima linea e con larghissima esperienza nella lotta alle mafie,avvocati di grido ed esperti di problemi di mafia,e,poi,amici provati e motivati,senza alcun interesse se non quello di combattere il malaffare e le mafie:Gennaro Varriale,Bruno Fiore,Paolo Costa ed ancora combattenti come Stella Dante,Gabriella Alfonsi,neofite,ma anche esse  combattenti  attualmente nella vita pubblica.Ed ancora altre ed altri amici  che individueremo  attraverso il nuovo tesseramento  che,iniziato ora,si chiuderà alla fine di marzo.

Una macchina da guerra,come la situazione drammatica del Paese impone,che terrà lontani  gaglioffi,affaristi,opportunisti ,parolai ed ignavi.

Il motto dell’Associazione Caponnetto é “Altro ed Alto” ed “altro ed alto” essa sarà.

Il sogno che chi scrive ha inseguito  in quindici anni di duro lavoro fatto sempre con l’aiuto di due-tre, massimo quattro  amici ed amiche.

In mezzo anche a persone che si avvicinavano  con intenzioni becere ed opportunistiche e che,poi,se ne scappavano  al primo schioppo di fucile.

Dire mafia non é come dire  bruscolini e per combatterla  seriamente c’é bisogno di persone serie,motivate,riservate,preparate e che abbiano senso dello Stato.

Quello di diritto,però,quello vero e non lo stato-mafia !

C’é bisogno di combattenti.

Tosti e sempre pronti ad uscire dalla trincea per assalire  il nemico.

Quale giudizio si può esprimere,secondo voi, nei confronti di un Governo che non applica la legge nei confronti di una categoria qualsiasi ma di uomini e donne che che hanno messo e mettono a repentaglio la loro vita e quella dei loro familiari per difendere la legalità e la Giustizia ?

 

                      IL MINISTRO DELL'INTERNO 

                           di concerto con 

                 IL MINISTRO PER LA SEMPLIFICAZIONE 
                    E LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE 

  Visto il decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito in  legge,
con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82,  recante  «Nuove
norme in materia di sequestri di persona a scopo di estorsione e  per
la protezione dei testimoni di giustizia, nonche' per  la  protezione
ed il trattamento sanzionatorio di  coloro  che  collaborano  con  la
giustizia», e successive integrazioni e modificazioni; 
  Visto l'articolo 7, comma 1, lettere a) e b) del  decreto-legge  31
agosto 2013, n. 101, convertito, con modificazioni,  dalla  legge  30
ottobre  2013,  n.  125,  recante  «Disposizioni   urgenti   per   il
perseguimento  di  obiettivi  di  razionalizzazione  nelle  pubbliche
amministrazioni»; 
  Visto, in particolare, l'articolo16-ter del citato decreto-legge 15
gennaio 1991, n. 8, convertito in  legge,  con  modificazioni,  dalla
legge 15 marzo 1991, n. 82; 
  Visto il decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, recante  «Norme
generali   sull'ordinamento   di   lavoro   alle   dipendenze   delle
amministrazioni» e successive integrazioni e modificazioni; 
  Visto il decreto del Ministro dell'interno 13 maggio 2005, n.  138,
adottato di concerto con il Ministro della giustizia, recante «Misure
per il reinserimento sociale dei collaboratori di giustizia  e  delle
altre persone sottoposte a protezione, nonche'  dei  minori  compresi
nelle speciali misure di protezione»; 
  Sentita la Commissione centrale di cui all'articolo 10, comma 2 del
citato decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito in legge,  con
modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82; 
  Visto l'articolo 17, commi 3 e 4, della legge 23  agosto  1988,  n.
400; 
  Uditi i pareri del Consiglio di Stato resi dalla Sezione consultiva
per gli atti normativi del Governo nelle adunanze del 28 agosto  2014
e del 23 ottobre 2014; 
  Vista la comunicazione alla Presidenza del Consiglio dei ministri a
norma dell'articolo 17, comma 3, della citata legge 23  agosto  1988,
n. 400 in data 17 ottobre 2014; 

                               Adotta 
                      il seguente regolamento: 

                               Art. 1 

                          Norme definitorie 

  1. Ai sensi del presente regolamento, per Commissione  centrale  si
intende  la  Commissione  centrale  di  cui   all'articolo   10   del
decreto-legge 15  gennaio  1991,  n.  8,  convertito  in  legge,  con
modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82. 
  2. Per  Servizio  centrale  si  intende  il  Servizio  centrale  di
protezione di cui all'articolo 14 del citato decreto-legge 15 gennaio
1991, n. 8, convertito in legge, con modificazioni,  dalla  legge  15
marzo 1991,  n.  82,  per  l'attuazione  e  la  specificazione  delle
modalita' esecutive del programma speciale di  protezione  deliberato
dalla Commissione centrale. 
  3. Per Funzione Pubblica si intende il Dipartimento della  Funzione
pubblica istituito nell'ambito della  Presidenza  del  Consiglio  dei
ministri. 
  4. Per amministrazione pubblica si intendono i soggetti pubblici di
cui all'articolo 1, comma 2 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n.
165. Al programma di assunzione di cui all'articolo 16-ter, comma  1,
lettera e-bis) e comma 2-bis, del  citato  decreto-legge  15  gennaio
1991, n. 8, si provvede per chiamata diretta nominativa,  nell'ambito
dei rapporti di lavoro di cui  all'articolo  2,  commi  2  e  3,  del
decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive  integrazioni
e modificazioni.
			          Avvertenza: 
              Il testo delle note qui  pubblicato  e'  stato  redatto
          dall'amministrazione  competente  per  materia,  ai   sensi
          dell'art. 10, comma 3, del testo unico  delle  disposizioni
          sulla  promulgazione  delle  leggi,   sull'emanazione   dei
          decreti   del   Presidente   della   Repubblica   e   sulle
          pubblicazioni   ufficiali   della   Repubblica    italiana,
          approvato con D.P.R. 28 dicembre 1985,  n.  1092,  al  solo
          fine di facilitare la lettura delle disposizioni  di  legge
          alle quali e'  operato  il  rinvio.  Restano  invariati  il
          valore e l'efficacia degli atti legislativi qui trascritti. 
          Nota al titolo: 
              - Si riporta il testo vigente  dell'art.  7,  comma  1,
          lettere a) e b) del decreto-legge 31 agosto 2013,  n.  101,
          convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2013,
          n.  125  (Disposizioni  urgenti  per  il  perseguimento  di
          obiettivi    di    razionalizzazione    nelle     pubbliche
          amministrazioni). 
              «Art.  7  (Disposizioni  in  materia  di   collocamento
          obbligatorio, di commissioni  mediche  dell'amministrazione
          della pubblica sicurezza, di lavoro carcerario, nonche'  di
          interpretazione  autentica).  -  1.  All'art.  16-ter   del
          decreto-legge  15  gennaio  1991,  n.  8,  convertito,  con
          modificazioni, dalla legge  15  marzo  1991,  n.  82,  sono
          apportate le seguenti modificazioni: 
              a) al comma 1,  dopo  la  lettera  e)  e'  inserita  la
          seguente: 
              "e-bis) ad accedere, anche se non piu' sottoposti  allo
          speciale  programma  di  protezione,  a  un  programma   di
          assunzione in una pubblica amministrazione, con qualifica e
          funzioni  corrispondenti  al  titolo  di  studio  ed   alle
          professionalita'  possedute,   fatte   salve   quelle   che
          richiedono il possesso di specifici requisiti;"; 
              b) dopo il comma 2 e' inserito il seguente: 
              "2-bis. Alle assunzioni di  cui  al  comma  1,  lettera
          e-bis),  si  provvede  per  chiamata  diretta   nominativa,
          nell'ambito dei rapporti di lavoro di cui all'art. 2, commi
          2 e 3, del decreto legislativo 30 marzo  2001,  n.  165,  e
          successive modificazioni,  nei  limiti  dei  posti  vacanti
          nelle piante organiche delle Amministrazioni interessate  e
          nel rispetto delle disposizioni limitative  in  materia  di
          assunzioni, sulla  base  delle  intese  conseguite  fra  il
          Ministero dell'interno e le Amministrazioni interessate.  A
          tal fine, si applica ai testimoni di giustizia  il  diritto
          al  collocamento  obbligatorio  con   precedenza   previsto
          dall'art. 1, comma 2, della legge 23 novembre 1998, n. 407,
          in materia di vittime del terrorismo e  della  criminalita'
          organizzata. Con decreto del Ministro dell'interno, emanato
          ai sensi dell'art. 17-bis, di concerto con il Ministro  per
          la  pubblica  amministrazione,   sentita   la   commissione
          centrale di cui all'art. 10, comma  2,  sono  stabilite  le
          relative  modalita'  di  attuazione,  anche  al   fine   di
          garantire la sicurezza delle persone  interessate.  Con  il
          medesimo decreto sono espressamente stabiliti i criteri  di
          riconoscimento del diritto ai soggetti non piu'  sottoposti
          allo speciale programma di protezione, anche  in  relazione
          alla  qualita'  ed  entita'  economica  dei  benefici  gia'
          riconosciuti e alle cause  e  modalita'  della  revoca  del
          programma di protezione."». 
          Note alle premesse: 
              - Per il testo dell'art. 7, comma 1, lettere a)  e  b),
          del decreto-legge 31 agosto 2013, n.  101,  si  veda  nella
          nota al titolo. 
              - Si riporta il  testo  vigente  degli  articoli  10  e
          16-ter del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8,  convertito
          in legge, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991,  n.
          82 (Nuove norme in materia di sequestri di persona a  scopo
          di  estorsione  e  per  la  protezione  dei  testimoni   di
          giustizia, nonche'  per  la  protezione  e  il  trattamento
          sanzionatorio di coloro che collaborano con la giustizia): 
              «Art. 10 (Commissione centrale  per  la  definizione  e
          applicazione delle speciali misure di protezione). - 1. 
              2. Con decreto del Ministro dell'interno,  di  concerto
          con  il  Ministro  della  giustizia,  sentiti  i   Ministri
          interessati, e' istituita una commissione centrale  per  la
          definizione  e  applicazione  delle  speciali   misure   di
          protezione. 
              2-bis.  La  commissione  centrale  e'  composta  da  un
          Sottosegretario di Stato all'interno che  la  presiede,  da
          due magistrati  e  da  cinque  funzionari  e  ufficiali.  I
          componenti della commissione diversi  dal  presidente  sono
          preferibilmente  scelti  tra  coloro  che  hanno   maturato
          specifiche esperienze nel settore e che siano  in  possesso
          di  cognizioni  relative  alle   attuali   tendenze   della
          criminalita' organizzata, ma che non sono addetti ad uffici
          che  svolgono  attivita'  di  investigazione,  di  indagine
          preliminare  sui  fatti  o   procedimenti   relativi   alla
          criminalita'    organizzata    di    tipo     mafioso     o
          terroristico-eversivo. 
              2-ter. Sono coperti dal segreto di ufficio, oltre  alla
          proposta  di  cui  all'art.  11,  tutti  gli   atti   e   i
          provvedimenti comunque pervenuti alla commissione centrale,
          gli atti e i provvedimenti della commissione stessa,  salvi
          gli  estratti  essenziali  e  le   attivita'   svolte   per
          l'attuazione delle misure di protezione.  Agli  atti  e  ai
          provvedimenti  della  commissione,   salvi   gli   estratti
          essenziali che devono essere comunicati a organi diversi da
          quelli preposti all'attuazione  delle  speciali  misure  di
          protezione, si applicano altresi' le norme per la tenuta  e
          la circolazione degli atti classificati, con classifica  di
          segretezza adeguata al contenuto di ciascun atto. 
              2-quater. Per lo svolgimento dei compiti di  segreteria
          e  di  istruttoria,  la  commissione  centrale  si   avvale
          dell'Ufficio per il coordinamento e la pianificazione delle
          Forze  di  polizia.  Per  lo  svolgimento  dei  compiti  di
          istruttoria,  la  commissione  puo'  avvalersi  anche   del
          Servizio centrale di protezione di cui all'art. 14. 
              2-quinquies. La tutela avverso  i  provvedimenti  della
          commissione centrale con cui vengono applicate,  modificate
          o revocate le speciali misure di  protezione  anche  se  di
          tipo urgente o provvisorio a norma dell'art. 13,  comma  1,
          e' disciplinata dal codice del processo amministrativo. 
              2-sexies. 
              2-septies. 
              2-octies. 
              2-nonies. Con decreto  del  Ministro  dell'interno,  di
          concerto con il Ministro  dell'economia  e  delle  finanze,
          vengono  stabilite  le  modalita'  di  corresponsione   dei
          gettoni  di  presenza  ai  componenti   della   commissione
          centrale ed al personale chiamato a partecipare con compiti
          di segreteria e di istruttoria alle riunioni della medesima
          commissione.  All'onere   derivante   dall'attuazione   del
          presente comma, determinato nella misura massima di  42.000
          euro per l'anno 2002 e di 100.000 euro  annui  a  decorrere
          dall'anno  2003,  si   provvede   mediante   corrispondente
          riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio
          triennale 2002-2004, nell'ambito  dell'unita'  previsionale
          di base di parte corrente "Fondo speciale" dello  stato  di
          previsione del Ministero dell'economia e delle finanze  per
          l'anno   2002,   allo   scopo   parzialmente    utilizzando
          l'accantonamento relativo al medesimo Ministero. 
              3. 
              (Omissis).». 
              «Art.  16-ter  (Contenuto  delle  speciali  misure   di
          protezione). - 1. I testimoni di giustizia cui e' applicato
          lo speciale programma di protezione hanno diritto: 
              a)  a  misure  di  protezione   fino   alla   effettiva
          cessazione del pericolo per se' e per i familiari; 
              b) a misure di assistenza, anche  oltre  la  cessazione
          della protezione, volte  a  garantire  un  tenore  di  vita
          personale e familiare  non  inferiore  a  quello  esistente
          prima  dell'avvio  del  programma,  fino   a   quando   non
          riacquistano  la  possibilita'  di  godere  di  un  reddito
          proprio; 
              c) alla capitalizzazione del costo dell'assistenza,  in
          alternativa alla stessa; 
              d) se dipendenti pubblici, al mantenimento del posto di
          lavoro, in aspettativa retribuita, presso l'amministrazione
          dello Stato al cui  ruolo  appartengono,  in  attesa  della
          definitiva sistemazione anche presso altra  amministrazione
          dello Stato; 
              e) alla corresponsione di una somma a titolo di mancato
          guadagno, concordata con la  commissione,  derivante  dalla
          cessazione  dell'attivita'   lavorativa   propria   e   dei
          familiari nella localita' di provenienza,  sempre  che  non
          abbiano ricevuto un risarcimento  al  medesimo  titolo,  ai
          sensi della legge 23 febbraio 1999, n. 44. Si applicano, in
          quanto compatibili,  le  disposizioni  dell'art.  13  della
          legge 23 febbraio 1999, n.  44,  e  il  Dipartimento  della
          pubblica sicurezza del Ministero dell'interno e' surrogato,
          quanto alle somme corrisposte al testimone di  giustizia  a
          titolo  di  mancato   guadagno,   nei   diritti   verso   i
          responsabili dei danni. Le somme  recuperate  sono  versate
          all'entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnate
          allo stato di  previsione  del  Ministero  dell'interno  in
          deroga all'art. 2, commi 615, 616 e  617,  della  legge  24
          dicembre 2007, n. 244; 
              e-bis) ad accedere, anche se non piu'  sottoposti  allo
          speciale  programma  di  protezione,  a  un  programma   di
          assunzione in una pubblica amministrazione, con qualifica e
          funzioni  corrispondenti  al  titolo  di  studio  ed   alle
          professionalita'  possedute,   fatte   salve   quelle   che
          richiedono il possesso di specifici requisiti; 
              f) a mutui agevolati volti  al  completo  reinserimento
          proprio e dei familiari nella vita economica e sociale. 
              2.  Le  misure  previste  sono  mantenute   fino   alla
          effettiva cessazione del rischio,  indipendentemente  dallo
          stato e dal grado in cui si trova il procedimento penale in
          relazione al quale  i  soggetti  destinatari  delle  misure
          hanno reso dichiarazioni. 
              2-bis. Alle assunzioni  di  cui  al  comma  1,  lettera
          e-bis),  si  provvede  per  chiamata  diretta   nominativa,
          nell'ambito dei rapporti di lavoro di cui all'art. 2, commi
          2 e 3, del decreto legislativo 30 marzo  2001,  n.  165,  e
          successive modificazioni,  nei  limiti  dei  posti  vacanti
          nelle piante organiche delle Amministrazioni interessate  e
          nel rispetto delle disposizioni limitative  in  materia  di
          assunzioni, sulla  base  delle  intese  conseguite  fra  il
          Ministero dell'interno e le Amministrazioni interessate.  A
          tal fine, si applica ai testimoni di giustizia  il  diritto
          al  collocamento  obbligatorio  con   precedenza   previsto
          dall'art. 1, comma 2, della legge 23 novembre 1998, n. 407,
          in materia di vittime del terrorismo e  della  criminalita'
          organizzata. Con decreto del Ministro dell'interno, emanato
          ai sensi dell'art. 17-bis, di concerto con il Ministro  per
          la  pubblica  amministrazione,   sentita   la   commissione
          centrale di cui all'art. 10, comma  2,  sono  stabilite  le
          relative  modalita'  di  attuazione,  anche  al   fine   di
          garantire la sicurezza delle persone  interessate.  Con  il
          medesimo decreto sono espressamente stabiliti i criteri  di
          riconoscimento del diritto ai soggetti non piu'  sottoposti
          allo speciale programma di protezione, anche  in  relazione
          alla  qualita'  ed  entita'  economica  dei  benefici  gia'
          riconosciuti e alle cause  e  modalita'  della  revoca  del
          programma di protezione. 
              3. Se lo speciale programma di  protezione  include  il
          definitivo trasferimento in altra localita',  il  testimone
          di giustizia ha diritto ad ottenere l'acquisizione dei beni
          immobili dei quali  e'  proprietario  al  patrimonio  dello
          Stato, dietro corresponsione dell'equivalente in  denaro  a
          prezzo di  mercato.  Il  trasferimento  degli  immobili  e'
          curato da un amministratore, nominato dal  direttore  della
          sezione per i testimoni di giustizia del Servizio  centrale
          di  protezione  tra  avvocati  o   dottori   commercialisti
          iscritti nei rispettivi albi professionali,  di  comprovata
          esperienza.». 
              - Il decreto legislativo 30 marzo 2001, n.  165  (Norme
          generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze  delle
          amministrazioni pubbliche)  e'  pubblicato  nella  Gazzetta
          Ufficiale 9 maggio 2001, n. 106, supplemento ordinario. 
              - Il  decreto  ministeriale  13  maggio  2005,  n.  138
          (Misure per il reinserimento sociale dei  collaboratori  di
          giustizia e delle altre persone  sottoposte  a  protezione,
          nonche'  dei  minori  compresi  nelle  speciali  misure  di
          protezione)  e'  pubblicato  nella  Gazzetta  Ufficiale  19
          luglio 2005, n. 166. 
              - Si riporta il testo vigente dell'art. 17, commi  3  e
          4,  della  legge  23  agosto  1988,  n.   400   (Disciplina
          dell'attivita' di Governo e  ordinamento  della  Presidenza
          del Consiglio dei ministri): 
              «Art. 17 (Regolamenti). - (Omissis). 
              3. Con decreto  ministeriale  possono  essere  adottati
          regolamenti nelle materie di competenza del Ministro  o  di
          autorita'  sottordinate  al  ministro,  quando   la   legge
          espressamente conferisca tale potere. Tali regolamenti, per
          materie di competenza  di  piu'  Ministri,  possono  essere
          adottati con decreti interministeriali, ferma  restando  la
          necessita' di apposita autorizzazione da parte della legge.
          I regolamenti ministeriali ed interministeriali non possono
          dettare norme contrarie a quelle  dei  regolamenti  emanati
          dal Governo. Essi debbono essere comunicati  al  Presidente
          del Consiglio dei Ministri prima della loro emanazione. 
              4. I regolamenti di cui al comma  1  ed  i  regolamenti
          ministeriali ed interministeriali,  che  devono  recare  la
          denominazione di «regolamento», sono adottati previo parere
          del  Consiglio  di  Stato,  sottoposti  al  visto  ed  alla
          registrazione della Corte  dei  conti  e  pubblicati  nella
          Gazzetta Ufficiale.». 

          Note all'art. 1: 
              -  Per  il  testo  degli  articoli  10  e  16-ter   del
          decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8,  si  veda  nelle  note
          alle premesse. 
              - Si riporta il testo vigente dell'art. 14  del  citato
          decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8: 
              «Art. 14 (Servizio centrale di protezione). -  1.  Alla
          attuazione e alla specificazione delle modalita'  esecutive
          del  programma  speciale  di  protezione  deliberato  dalla
          commissione  centrale  provvede  il  Servizio  centrale  di
          protezione istituito, nell'ambito  del  Dipartimento  della
          pubblica sicurezza, con decreto del Ministro  dell'interno,
          di concerto con il Ministro  del  tesoro,  del  bilancio  e
          della  programmazione  economica  che  ne   stabilisce   la
          dotazione di personale e di mezzi,  anche  in  deroga  alle
          norme vigenti, sentite le amministrazioni  interessate.  Il
          Servizio  centrale  di  protezione  e'  articolato  in  due
          sezioni,  dotate  ciascuna  di  personale  e  di  strutture
          differenti  e  autonome,  aventi   competenza   l'una   sui
          collaboratori di  giustizia  e  l'altra  sui  testimoni  di
          giustizia. Il Capo della polizia - direttore generale della
          pubblica sicurezza coordina i rapporti tra prefetti  e  tra
          autorita' di sicurezza nell'attuazione degli altri tipi  di
          speciali misure di protezione, indicate nei decreti di  cui
          all'art. 17-bis, comma 1, la cui determinazione  spetta  al
          prefetto del luogo di residenza attuale del  collaboratore,
          anche   mediante   impieghi   finanziari    non    ordinari
          autorizzati, a norma dell'art. 17, dallo stesso Capo  della
          polizia - direttore generale della pubblica sicurezza.». 
              - Si riporta il testo vigente degli articoli  1,  comma
          2, e 2, commi 2 e 3,  del  citato  decreto  legislativo  30
          marzo 2001, n. 165: 
              «Art. 1 (Finalita' ed ambito di applicazione)  (Art.  1
          del decreto legislativo n. 29  del  1993,  come  modificato
          dall'art. 1 del decreto legislativo  n.  80  del  1998).  -
          (Omissis). 
              2. Per amministrazioni pubbliche si intendono tutte  le
          amministrazioni dello Stato, ivi compresi  gli  istituti  e
          scuole di ogni ordine e grado e le  istituzioni  educative,
          le aziende ed amministrazioni dello  Stato  ad  ordinamento
          autonomo, le regioni, le province, i comuni,  le  comunita'
          montane, e loro consorzi  e  associazioni,  le  istituzioni
          universitarie, gli  Istituti  autonomi  case  popolari,  le
          camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e
          loro associazioni, tutti gli enti  pubblici  non  economici
          nazionali,  regionali  e  locali,  le  amministrazioni,  le
          aziende  e  gli  enti  del  Servizio  sanitario  nazionale,
          l'Agenzia per la rappresentanza negoziale  delle  pubbliche
          amministrazioni (ARAN) e  le  agenzie  di  cui  al  decreto
          legislativo 30 luglio 1999, n.  300.  Fino  alla  revisione
          organica della disciplina di settore,  le  disposizioni  di
          cui al presente decreto continuano ad applicarsi  anche  al
          CONI.». 
              «Art. 2 (Fonti) (Art. 2, commi da 1  a  3  del  decreto
          legislativon. 29 del 1993, come sostituiti prima  dall'art.
          2 del decreto legislativo n. 546 del 1993 e poi dall'art. 2
          del decreto legislativo n. 80 del 1998). - (Omissis). 
              2.  I  rapporti  di   lavoro   dei   dipendenti   delle
          amministrazioni   pubbliche   sono    disciplinati    dalle
          disposizioni del capo I, titolo II, del libro V del  codice
          civile e dalle leggi sui  rapporti  di  lavoro  subordinato
          nell'impresa, fatte salve le diverse disposizioni contenute
          nel presente  decreto,  che  costituiscono  disposizioni  a
          carattere  imperativo.  Eventuali  disposizioni  di  legge,
          regolamento  o  statuto,  che  introducano  discipline  dei
          rapporti di lavoro la cui applicabilita'  sia  limitata  ai
          dipendenti delle amministrazioni pubbliche, o  a  categorie
          di essi, possono essere derogate da successivi contratti  o
          accordi collettivi e,  per  la  parte  derogata,  non  sono
          ulteriormente   applicabili,   solo   qualora   cio'    sia
          espressamente previsto dalla legge. 
              3. I rapporti individuali di lavoro di cui al  comma  2
          sono regolati contrattualmente. I contratti collettivi sono
          stipulati secondo i criteri e  le  modalita'  previste  nel
          titolo III del presente decreto;  i  contratti  individuali
          devono conformarsi ai principi di cui all'art. 45, comma 2.
          L'attribuzione  di  trattamenti  economici  puo'   avvenire
          esclusivamente mediante contratti collettivi e salvo i casi
          previsti dai commi 3-ter  e  3-quater  dell'art.  40  e  le
          ipotesi  di  tutela  delle  retribuzioni  di  cui  all'art.
          47-bis, o, alle  condizioni  previste,  mediante  contratti
          individuali. Le disposizioni di legge, regolamenti  o  atti
          amministrativi che attribuiscono incrementi retributivi non
          previsti da contratti cessano di avere efficacia a far data
          dall'entrata in vigore dal relativo rinnovo contrattuale. I
          trattamenti economici piu'  favorevoli  in  godimento  sono
          riassorbiti con le modalita' e nelle  misure  previste  dai
          contratti  collettivi  e  i  risparmi  di  spesa   che   ne
          conseguono  incrementano  le  risorse  disponibili  per  la
          contrattazione collettiva.».

Beni confiscati

Beni confiscati

Manifestazione Latina per apertura commissariato di polizia quartieri Q4 e Q5 La manifestazione/fiaccolata per l’apertura di un commissariato/presidio di polizia in Latina nelle zone Q4 e Q5 è stata fissata per il giorno 24 novembre p.v. dalla ore 18 alle ore 20 in Latina piazza della Libertà, di fronte alla locale Prefettura.

Per l’ennesima volta ripubblichiamo quanto andiamo rendendo noto da anni sugli obblighi assegnati dalla legge in materia di prevenzione antimafia ai Prefetti,obblighi non ottemperati,purtroppo,i da tutti.Vogliamo affrontare e risolvere questo problema o no ?

SAREBBERO SCOPPIATI I “CASI” DI MILANO (EXPO),ROMA(MAFIA CAPITALE ),VENEZIA ( MOSE),LATINA (SISTEMA LATINA ) E TANTI ALTRI ANCORA  IN ITALIA SE I PREFETTI AVESSERO OTTEMPERATO AGLI OBBLIGHI LORO IMPOSTI DALLA LEGGE  IN MATERIA DI PREVENZIONE ANTIMAFIA  ???????????????????????????????…………

 

 

RIPUBBLICHIAMO  PER L’ENNESIMA VOLTA QUANTO  STIAMO SCRIVENDO AL RIGUARDO DA ANNI .

 

 

Sottrarre subito ai Prefetti le competenze in materia di prevenzione antimafia

Pubblicato 20 Luglio 2015 Da admin3

LA RECENTE RICHIESTA DELLA PROCURA DI REGGIO CALABRIA DI RINVIARE A PROCESSO IL PREFETTO DI QUELLA CITTA’ PER NON AVER OTTEMPERATO AI SUOI DOVERI IN MATERIA DI VIGILANZA SULLA GESTIONE DEI RIFIUTI RIPROPONE CON FORZA IL PROBLEMA DA TEMPO SOLLEVATO DALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO DEI POTERI AFFIDATI AI PREFETTI RIGUARDO ALLA PREVENZIONE ANTIMAFIA.
E’ NECESSARIO SOTTRARRE AI PREFETTI QUEI POTERI PER TRASFERIRLI ALLE DIREZIONI DISTRETTUALI ANTIMAFIA.

Il ruolo dei Prefetti. Urge cambiare la legge

HANNO PERFINO DEPOTENZIATO LE COMMISSIONI DI ACCESSO CON L’ESTROMISSIONE DA ESSE DEI RAPPRESENTANTI DELLE FORZE DELL’ORDINE

Pubblicato 3 Ottobre 2014 sul sito web dell’Associazione Caponnetto www.comitato-antimafia-lt.org

INVITIAMO ISCRITTI E SIMPATIZZANTI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO E NON SOLO A DEDICARE DA ORA IN AVANTI UN’ATTENZIONE PARTICOLARE ALL’AZIONE CHE I PREFETTI HANNO IL DOVERE DI SVOLGERE IN MATERIA DI LOTTA ALLA CRIMINALITA’ MAFIOSA
RIPRODUCIAMO, PERTANTO, UN ARTICOLO PUBBLICATO TEMPO FA SUL SITO WEB E SULLE PAGINE FACEBOOK DELL’ ASSOCIAZIONE CAPONNETTO PER RIPROPORRE ALCUNE NOSTRE CONSIDERAZIONI, SUGGERIMENTI ED ANCHE CRITICHE SUL RUOLO DEI PREFETTI NEL PAESE E SULL’URGENTE NECESSITA’ DI CAMBIARE LA LEGGE APPORTANDOVI QUELLE MODIFICHE E QUELLE INEGRAZIONI NECESSARIE PER RENDERE PIU’ EFFICACE ED INCISIVA L’AZIONE CONTRO LA CORRUZIONE E LE MAFIE.
L’ENORME POTERE CONFERITO FINORA AI PREFETTI NON E’ BASTATO A COLMARE TUTTE QUELLE DEFICIENZE E QUELLE
STORTURE CHE SPESSO NON HANNO DATO PER NIENTE LUSTRO ALL’ISTITUZIONE.
FATTA QUALCHE ECCEZIONE, INFATTI, LA MAGGIOR PARTE DEI PREFETTI HA MOSTRATO DI NON ESSERE – O, PEGGIO, DI NON VOLER ESSERE – IN GRADO DI ADEMPIERE APPIENO AI DOVERI CHE LA LEGGE IMPONE AD ESSI.
CI RIFERIAMO, IN PARTICOLARE, AL MANCATO SVOLGIMENTO DELLE FUNZIONI DI VIGILANZA PREVENTIVA IN MATERIA DI CONTRASTO DELLA CRIMINALITA’.
IL PREFETTO, COM’E’ NOTO, HA LA POSSIBILITA’ DI EMETTERE PROVVEDIMENTI INTERDITTIVI SULLA BASE DI SEMPLICI INFORMATIVE DELLE FORZE DELL’ORDINE E SENZA ATTENDERE LE SENTENZE DELLA MAGISTRATURA E DI IMPEDIRE, COSI’, PRIMA CHE ESSO AVVENGA, L’INSERIMENTO DELLA CRIMINALITA’ MAFIOSA NELL’ECONOMIA, NELLE ISTITUZIONI E NELLA POLITICA.
DITECI VOI QUANTE “INTERDITTIVE ANTIMAFIA” HANNO EMESSO ED EMETTONO I PREFETTI DELLE VOSTRE PROVINCE A CARICO DI IMPRESE SOSPETTE E QUALE AZIONE DI PREVENZIONE LA MAGGIOR PARTE DI ESSI ABBIANO SVOLTO SUL VERSANTE DELLA LOTTA ALLE MAFIE, COORDINANDO LE FORZE DELL’ORDINE, DANDO AD ESSE DEGLI INPUT IN MATERIA DI METODOLOGIE DI AZIONE, STIMOLANDOLE AD AGIRE PIU’ CHE
CON UN’OTTICA DA ” ORDINE PUBBLICO”, COME NORMALMENTE AVVIENE, CON UNA, INVECE, PIU’ MODERNA ED ADEGUATA ALLA REALTA’ ATTUALE CHE VEDE LA MAFIA COME UN SOGGETTO IMPRENDITORE.
LA RIPUBBLICAZIONE DI QUESTO NOSTRO DOCUMENTO DEVE SERVIRE AD INDURRE TUTTI I NOSTRI ISCRITTI ED I SIMPATIZZANTI – ED ANCHE ALTRI DI ALTRE ASSOCIAZIONI ANTIMAFIA- AD INCENTRARE LA LORO ATTENZIONE SUI TEMI REALI DELLA LOTTA ALLE MAFIE, REALIZZANDO UN SALTO DI QUALITA’ CON L’ABBANDONO DI QUELLA PRASSI CHE VEDE MOLTI PIU’ PROPENSI A PARLARE DI TEMI GENERICI, NARRATIVI, COMMEMORATIVI, CHE NON, COME E’ NECESSARIO, PRATICI, ATTUALI ED OPERATIVI.

Il fenomeno del condizionamento delle istituzioni e degli Enti locali. Si deve cambiare subito la legge sul ruolo dei Prefetti Pubblicato 5 Agosto 2014 | Da admin2. L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO PUBBLICA QUESTA NOTA AL FINE DI AVVIARE NEL PAESE UN’ APPROFONDITA RIFLESSIONE SUL RUOLO DEI PREFETTI SUL VERSANTE DELLA LOTTA ALLE MAFIE E SULL’URGENTE NECESSITA’ DI UNA MODIFICA DELLA LEGISLAZIONE IN MATERIA. NON E’ POSSIBILE PARLARE SERIAMENTE DI LOTTA ALLE MAFIE PERPETUANDO L’ATTUALE STATO DELLE COSE. Il fenomeno del condizionamento delle istituzioni e degli Enti locali –Il degrado delle Istituzioni I recenti eventi giudiziari che hanno coinvolto due ex ministri dell’Interno (Scajola e Cancellieri) per fatti di rilevante gravità nonché i recenti arresti di prefetti (Blasco, La Motta, Ferrigno) e l’incriminazione di ex Prefetti (Maria Elena Stasi e Maddaloni entrambi condannati in primo grado) sempre per fatti riferibili ad ambienti della criminalità organizzata o meglio ad ambienti politici contigui alla criminalità organizzata, devono necessariamente indurci a fare una riflessione sul ruolo e sui poteri che la legge assegna all’Amministrazione dell’interno nella lotta alla criminalità organizzata. Ovviamente occorre doverosamente sottolineare che l’amministrazione dell’Interno registra la presenza di una stragrande maggioranza di persone che dedicano la loro vita lavorativa e in molti casi anche personale, al servizio esclusivo dello Stato. Proprio per tutelare anche questa categoria di servitori dello Stato e per consentire a questi di poter svolgere con serenità e senza interferenze della politica, le azioni istituzionali di contrasto al crimine organizzato, occorre capire quali siano state le cause che hanno determinato la devianza dell’azione di settori dell’amministrazione dell’interno ad appannaggio degli interessi di contesti socio politico criminale.
Analizzando bene i fatti di cronaca giudiziaria che vedono coinvolti ministri dell’interno e prefetti si capisce subito che nelle vicende stesse hanno un ruolo centrale interessi personali riferibili a politici spesso di rilevo nazionale. Basta citare a solo titolo esemplificativo il caso dell’ex parlamentare Nicola Cosentino ed il recente coinvolgimento dell’ex prefetto Stasi. Infatti i fatti giudiziari in questione rilevano come spesso le contestazioni formulate dalla Magistratura riguardino condotte volte a favorire uomini politici. Basta vedere la vicenda del prefetto Stasi nell’ambito dell’indagine sui distributori di carburanti di proprietà della famiglia Cosentino ovvero la vicende di appalti al comune di Caserta per la quale sono state condannati i prefetto Stati e Maddaloni per interessi riferibili a ditte di Nicola Ferrara, esponente politico regionale dell’UDEUR, oppure la vicenda esaminata nel corso del processo cosentino del mancato scioglimento del consiglio comunale di Mondragone la cui compagine politica era riconducibile all’ex ministro Landolfi ovvero al mancato rilascio del certificato antimafia interdittivo alle ditte ECO Quattro e Aversana Petroli, entrambe riferibili ad interessi della famiglia Cosentino. Appare quindi evidente la correlazione tra condizionamento dell’azione dei Prefetti ed in genere dell’amministrazione dell’Interno con la politica nella quale ampi settori spesso sono contigui ad ambienti della criminalità organizzata (soprattutto nelle regioni meridionali). Ma perché i prefetti si piegano alla Politica ovvero perché sono condizionati dalla stessa? Prima di rispondere a questa domanda vediamo chi sono e cosa fanno i prefetti. Il prefetto è il massimo organo amministrativo periferico, terminale politico-operativo dell’apparato della sicurezza, agente elettorale del governo, motore della vita economica e sociale della provincia, tutore dell’ente locale. Il prefetto ha una posizione di eminenza del Prefetto rispetto alle altre cariche amministrative periferiche in virtù del riconoscimento della rappresentanza dell’esecutivo nella provincia e, conseguentemente, il carattere tendenzialmente “generale” del campo delle attribuzioni. L’art.2 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (t. u. l. p. s. ), concede un’amplissima facoltà al Prefetto di adottare atti contingibili e urgenti per esigenze di sicurezza pubblica. Il Prefetto presiede i Comitati Provinciali della Pubblica Amministrazione e dei comitati metropolitani; ha funzioni in materia di droga, scioperi nei servizi pubblici essenziali, antimafia, statistica; della ricostruzione del ruolo del Prefetto rispetto alle autonomie territoriali. Insomma la legge ha conferito ai prefetti poteri enormi. Tra questi è appena il caso di ricordare quelli che esercita attraverso il Comitato provinciale Ordine e sicurezza pubblica, che vede la partecipazione, in posizione di subordinazione funzionale, del Questore e dei Comandanti Provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. E’ proprio nel comitato che si decidono le proposte al consiglio dei ministri degli scioglimenti dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose, le misure di tutela da assegnare ai magistrati, ai cittadini minacciati, ecc. ecc. Gli stessi vertici delle Forze dell’ordine a livello provinciale sono soggetti, ai fine dell’avanzano di carriera, delle valutazioni da parte dei prefetti. Quindi i prefetti sono potenzialmente in grado di incidere sulle figure apicale delle tre forze di polizia e indirettamente sui magistrati esposti a pericoli di attentati o di sicurezza personale, dovendo il prefetto decidere se e a chi assegnare le misure di tutela (vigilanza, scorta, nei sui diversi livelli di gravità, ecc) Ci si renderà conto che il Prefetto, stante la delicatezza dei compiti assentatigli dalla legge e il ruolo centrale nelle vicende più delicate di ordine e sicurezza pubblica, deve svolgere le proprie finzioni nel pieno ed inderogabile rispetto del principio di imparzialità dettato dall’art.97 della nostra carta costituzionale. Il prefetto è posto nelle condizioni di poter esercitare liberamente e fuori da ogni forma di condizionamento le proprie delicatissime funzioni? Per poter rispondere è necessario capire come si articola la carriera prefettizia e come vengono nominati i prefetti e assegnati alle sedi provinciali. La nostra carta costituzionale non prevede, come per l’ordine giudiziario, un organo di autogoverno che possa assicurare l’indipendenza e l’autonomia dei Prefetti. Invero non prevede neppure la figura del prefetto la cui presenza deriva dalla normativa del ventennio fascista.
Invero i prefetti vengono nominati dal Consiglio dei ministri. Sono cioè nominati dalla politica che in un dato momento storico è posta alla presidenza del consiglio dei ministri e ne ha maggioranza politica in seno allo stesso Organo. Quindi, come è agevole, comprendere, i perfetti vengono nominati a secondo della loro contiguità o meglio del gradimento di quella o quell’altra forza politica. Quindi, per esempio, ci troveremo che nel periodo del Governo Berlusconi sono stati nominati prefetti, coloro ritenuti di gradimento di quella forza politica. In genere queste scelte risentono anche delle indicazioni provenienti dai coordinatori regionali. In Campania nel periodo dei governo Berlusconi, per un lungo lasso tempo il ruolo di coordinatore regionale è stato assunto dall’ex parlamentare Nicola Cosentino, oggi sottoposto a processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Insomma l’imparzialità che deve inderogabilmente risiedere alla base delle scelte dei prefetti può inconfutabilmente essere minata da questi meccanismi di nomina che ineludibilmente possono creare momenti di devianza nelle scelte prefettizie. Non è la prima volta che prefetti non allineati alla politica ovvero ad una certa parte di politica deviata, siano stati gravati da provvedimenti dal carattere sanzionatorio. Tutti ricorderanno il prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli che sciolse il consiglio comunale di Reggio e con l’insediameno del Ministro calabrese Alfano è stato repentinamente trasferito altrove. Ovvero il prefetto di Agrigento Fulvio Sodano trasferito dal sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì, quest’ultimo poi incriminato per concorso in associazione mafiosa. Insomma appare improcrastinabile l’esigenza di blindare talune delicate funzioni di ordine e sicurezza pubblica assegnate ai prefetti. Due sono le strade: o si modificano le leggi prevedendo un meccanismo di nomina dei Prefetti attraverso un sistema simile a quello previsto per i magistrati oppure si trasferiscono queste funzioni strategiche per la sicurezza dei cittadini e dei servitori dello stato alla magistratura. Appare inaccettabile che debba essere un funzionario dello stato nominato, prefetto, dalla politica a decidere se un magistrato (che spesso si trova ad indagare politici di rilievo nazionale presenti direttamente o indirettamente nel consiglio dei Ministri) debba o meno avere misure di tutela a fronte di minacce anche potenziali o di esposizioni elevante a rischio attentato. Appare paradossale che debba essere il prefetto, espressione della politica a formulare giudizi e valutazione sul questore e sui Comandati provinciali dell’arma e della g di f. Innegabilmente gli stessi possono per questi giudizi subire una sorta di condizionamento o di timore reverenziale nei confronti del prefetto ogni qual volta si trovano a dover indagare su fatti e vicende che riguardano gli stessi prefetti o politici che hanno espresso gradimento per quello stesso prefetto. O peggio ancora, appare assurdo che debba essere il prefetto a decidere se e quando sottoporre ad indagini antimafia, un consiglio comunale per infiltrazione della criminalità organizzata, quando lo stesso consiglio comunale è dello stesso partito politico che risiede nel Consiglio dei ministri e che quindi potenzialmente può incidere sul prefetto stesso. Non è la prima volta che pur in presenza di evidenti episodi di infiltrazioni della criminalità organizzata non si sia proceduto allo scioglimento delle amministrazione risultate permeabili alla c. o.. (basti citare i casi del Comune di Fondi, del comune di Mondragone, Castellammare di stabia, di torre annunziata, di torre del greco, e di tanti altri comuni). Analoga considerazione vale per il rilascio dei certificati antimafia. Appare assurdo che un imprenditore per poter stipulare contratti con la pubblica amministrazione debba essere sottoposto alla valutazione del prefetto ai fini del rilascio della c. d. liberatoria antimafia. E’ evidente che in siffatto contesto e meccanismo di nomina e rimozione dei prefetti, l’imprenditore che sarà di gradimento della politica di maggioranza e quindi dei prefetti, risulterà immune da problemi di antimafia (vedi il caso della società Aversana petroli dei Fratelli Cosentino, la Eco Quattro di Castel Volturno riferibili agli stessi politici della corrente di Cosentino, alla società dei fratelli Buglione, e tante altre società notoriamente infiltrate dalla criminalità ma che operano indisturbate e di contro ditte che non si sono piegate ai voleri della politica che invece vengono colpite da interdittive antimafia per vicende banali ed insignificanti La democrazia in siffatti condizione è messa a dura prova. La politica sana e la società civile devono farsi carico di indicare le soluzioni. Occorre che in
attesa di una legislazione che garantisca l’imparzialità e l’indipendenza dei funzionari dello stato preposti all’esercizio di delicati compiti in materia di ordine e sicurezza pubblica e soprattutto nella lotta alla criminalità organizzata, dette funzioni vengano trasferita alla Magistratura che, per effetto dell’autonomia ed indipendenza garantitagli dalla Costituzione possa adottare le decisioni più giuste ed imparziali e scevre da condizionamenti della politica che, come si diceva risente della presenza di ampi settori contigui alla criminalità organizzata. Le implicazioni con la vita politica napoletana costituiscano il punto di partenza storico di un intreccio perverso che ha determinato il consolidarsi del fenomeno dell’infiltrazione e del condizionamento degli Enti locali Nel corso degli anni ottanta, infatti, In Campania tanto per citare un esempio, si è assistito all’espandersi ed al consolidarsi di un fenomeno sociale molto grave che ha messo in luce i diffusi rapporti nell’ambito della gestione della “ cosa pubblica” tra politica, affari e malavita organizzata di tipo mafioso. Il degrado delle Istituzioni a Napoli era tale da indurre il Procuratore Cordova a una denuncia amara ma non disperata: «Lo Stato a Napoli, dice Cordova, è un’entità eventuale, aleatoria, virtuale. Parlo dello Stato ufficiale non di quello reale, l’unico che a Napoli la gente conosce e teme per davvero: la camorra. Le leggi dello Stato sono lente, i processi non finiscono mai e la pena è un evento remoto, prescrivibile, amnistiabile, depenalizzabile. Le leggi della camorra sono ferree e immutabili, semplici e inderogabili, i giudizi si celebrano fulmineamente, e le sentenze sono rapidissime, inappellabili e immediatamente esecutive. È ovvio che i cittadini temono lo stato effettivo, quello camorristico, e non quello ufficiale». La camorra si è trasformata in stato, che ci si trova di fronte ad un vero e proprio fenomeno di banditismo sociale, di neo brigantaggio populista. La fiducia dei cittadini nelle Istituzioni cala di giorno in giorno. Non vi e’ indagine su organizzazioni camorristiche che non riveli preoccupanti fenomeni di penetrazione collusiva nelle istituzioni. Per molti versi, lo Stato sembra corrispondere a modelli ideali di sviluppo degli interessi criminali, anziché« di salvaguardia degli interessi della collettività e delle istituzioni statuali. In estrema sintesi si può quindi affermare che si è di fronte ad un nuovo soggetto che oramai può essere definito Alta Camorra che ha dato prova di non essere più ai margini della società, ma sta conquistando progressivamente – o forse ha già conquistato – i centri dei poteri politico, economico e sociale. Insomma la camorra sta tentando di non porsi in posizione esterna o antitetica, ma di stare ben dentro lo Stato, la politica, la società, l’economia. Insomma la repressione dei delitti e delle illegalità, che è un sacrosanto dovere dovrebbe essere accompagnato da un controllo capillare, da un meticoloso accertamento sulla debolezza istituzionale di fronte alla pressione corruttiva e alle collusioni di gran parte di essa con l’Alta Camorra. In definitiva è condivisibile quanto sostenuto da un noto giornalista che “ I grandi camorristi stanno nell’ombra “. L’intreccio tra criminalità, politica e affari negli enti locali è sicuramente quello maggiormente avvertito dal cittadino comune in quanto gli stessi Enti più di ogni altra istituzione risultano, in considerazione delle funzioni istituzionali cui sono deputati per legge, a stretto contatto con la collettività amministrata. Le indagini condotte dalla magistratura Il primo ed incisivo intervento, che il legislatore ha posto in essere per tutelare gli enti locali dalle ingerenze della criminalità organizzata si è avuto con l’approvazione della Legge 22.7.1991, n.221 che ha introdotto l’art.15 bis della L.55/1990 concernente lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali coinvolti in fenomeni di infiltrazione e di condizionamento mafioso. La stessa norma oggi è confluita nell’art.143 del D. lgt.267/2000 E’ una norma sicuramente di carattere eccezionale, in quanto a prescindere dal giudizio penale, l’amministrazione locale risulta evidentemente inquinata, al punto che nessun’altra misura, al di fuori dello scioglimento, potrebbe risultare idonea al recupero della legalità. Era presente nell’ordinamento un vuoto normativo, che consentiva di fronteggiare queste situazioni, e per riempirlo si era fatto ricorso ad un uso indiretto della potestà di scioglimento dei consigli comunali per motivi di ordine pubblico (si ricorda il caso del comune di Quindici, retto da un esponente apicale di una nota famiglia camorristica, sciolto nel 1983 per motivi di
ordine pubblico dall’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini. La legislazione speciale antimafia in questione intende, prioritariamente, salvaguardare gli interessi pubblici dalle mire della criminalità organizzata, ancora prima che si vengano a determinare le condizioni oggettive e concrete dell’aggressione a beni giuridicamente protetti. In particolare il procedimento di accertamento scaturente dai poteri previsti e demandati dalla suddetta legislazione ai Prefetti, ovvero alle Commissioni delegate, all’uopo istituite, risponde alla funzione di prevenzione cautelare globale che prescinde, nella sua applicazione, da istituti e concetti dell’ordinamento penale, da cui se ne discosta dichiaratamente. Particolarmente innovativa risulta la disposizione contenuta nell’art.143 del D. lgt.267/2000 che prevede la possibilità che il prefetto, nella fase istruttoria del procedimento di scioglimento, acquisisca dal procuratore della repubblica notizie utili a motivare la decisione, in deroga all’art.329 del codice di procedura penale, superando cioè l’obbligo di segretezza disposto da tale norma con riguardo alle esigenze del procedimento penale. Ma la facoltà più significativa conferita dal legislatore al prefetto per la ricerca di ogni elemento di valutazione utile allo svolgimento dell’azione amministrativa assegnatagli dalla stessa norma scaturisce dal disposto normativo di cui al Decreto legge 354/1991, convertito nella Legge 30.12.1991, n.410 che consente, attraverso poteri investigativi, di verificare se ricorrono pericoli di infiltrazione tipo mafioso nell’ambito dello svolgimento dei “ servizi” cui sono deputati per legge gli enti locali. Nel 2009 con la legge 94, l’art.143 del d. lgs.267/2000 ha subito una modifica che appare aver ridimensionato e affievolito l’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Infatti è stato stabilito che le indagini antimafia debbano essere svolta da una commissione composta “ da tre funzionari della pubblica amministrazione. Invero prima dell’entrata in vigore della legge 94/2009 le indagini venivano svolte da organi di polizia che stante le loro specifiche conoscenze e professionalità info-investigative, potevano fornire un contributo determinate al buon esito delle indagini. Invece il legislatore del 2009 ha affidato a tre funzionari della P. A. dette attività di indagini. Ogni commento appare del tutto superfluo. Infatti precedentemente per le operazioni di accesso antimafia nei comuni, i prefetti si avvalevano di apposite commissione composte da rappresentanti di tutte le forze, dell’ordine nonché da un rappresentante della D. I. A. , nonché da funzionari statali appartenenti ad amministrazioni che, nell’ambito delle proprie attività istituzionali, avevano competenza e conoscenza delle attività amministrative cui i comuni sono deputati per legge.

In provincia di Latina un quadro sempre più inquietante…………….

Grado a grado si vanno  ricomponendo tutti gli elementi di  un puzzle che  rendono il quadro  esistente in provincia di Latina estremamente inquietante.

Sono decenni  che  si tenta in tutti i modi di negare l’evidenza  e di fare quindi in modo che  non si indaghi come si dovrebbe sul versante della lotta alla criminalità mafiosa.

Vogliamo ricordare  al riguardo alcuni di questi elementi:

1) all’interno dell’ex stabilimento  della Miralanza a Pontinia,anni fa ci fu  un dibattito pubblico organizzato da Anna Scalfati per conto della RAI nel  quale  ebbero modo di confrontarsi  il Segretario dell’Associazione Caponnetto  e l’allora Procuratore Capo della Repubblica di Latina.

Mentre il primo denunciava  la presenza e le attività delle mafie in provincia di Latina,il secondo ,al contrario,sosteneva che……. non ci sono in terra pontina  organizzazioni radicate;

2) le dichiarazioni di Carmine Schiavone ,di Facchi e di altri collaboratori di Giustizia  soprattutto sul ruolo del Porto di Gaeta nei traffici delle organizzazioni criminali  e sui contatti fra pezzi dello Stato e elementi della camorra. Quando  si parla del Porto di Gaeta non si può non ricordare,fra l’altro,tutta la vicenda relativa all’assassinio di Ilaria Alpi che stava indagando appunto sul traffico di rifiuti e di armi;

3) tutta la storia  del “caso Fondi” e il trasferimento del Prefetto Frattasi;

4) le dichiarazioni del Procuratore Aggiunto ,nonché coordinatore della DDA di Roma , Prestipino ,riportate da IL Fatto Quotidiano  nel dicembre 2014 nel famoso articolo di Andrea Palladino “Mafia Capitale e la palude pontina,fra omertà e minacce indagare non si può″;

5) le dichiarazione dell’ex Ispettore Marongiu della Questura di Latina  il quale  ha parlato di impedimenti alla sua attività investigativa su fatti e soggetti connessi  con l’inchiesta in corso denominata “Olimpia” su Latina;

6) le notizie relative alle cosiddette “coperture istituzionali” in questa inchiesta nelle quali si é parlato anche dell’ex Questore e dell’ex Capo di Gabinetto dell’allora Sindaco di Latina,il quale ultimo ,oltre ad essere stato un  funzionario della Polizia di Stato,avrebbe ricoperto anche un ruolo nei Servizi Segreti;

7)l’inadeguatezza  dell’impianto investigativo pontino  sul versante della lotta alle mafie.

Mettendo insieme tutti questi elementi in un quadro unitario ed approfondendo l’aspetto della gravità della situazione in cui versa  l’intera provincia di Latina ormai quasi per intero sotto il tallone delle mafie ,la domanda che viene spontanea é:

non é che lo Stato abbia abdicato al suo ruolo e deciso di cedere il controllo della provincia di Latina alla mafia in quel “patto” che,secondo alcuni organi di stampa campani,sarebbe stato concluso in una “villa”dei Servizi  a Gaeta ai tempi della guerra della “munnezza in Campania ?

Una sorta di trattativa mafia-stato,una delle tante delle quali si parla in Italia ??????

Non si spiegherebbero altrimenti ,prima,  l’ostinato  negazionismo  pur di fronte ad una realtà che sta sotto gli occhi di tutti e,poi, la quasi inerzia di soggetti istituzionali il cui operato  ha fatto sì che la provincia di Latina ed il Basso Lazio più in generale  diventassero  una sorta di “zona franca” per la mafia.

Se non si riesce a fare chiarezza completa e definitiva  su questo aspetto,é inutile parlare di …………..lotta alle mafie  perché sarebbe una presa in giro a noi stessi ed agli altri.

Per concludere:

Questi sono i due  segmenti dell’inchiesta “Olimpia” che a nostro avviso vanno approfonditi,insieme ad un terzo che riguarda l’accertamento del ruolo  svolto dal Capo di Gabinetto dell’ex Sindaco il quale  si dice che fosse un ex  funzionario dei Servizi Segreti.

In parole povere l’Associazione Caponnetto é interessata a “capire” bene  se ci sia stato  a Latina,come in altre parti della provincia ,un “ruolo” dei Servizi  in alcune vicende.

Pubblichiamo,qui di seguito,due titoli di articoli  apparsi  sulla stampa pontina  in relazione all’inchiesta “Olimpia” che  ci offrono spunti per una profonda riflessione sulle cose  da noi sopra ricordate. 

 

Operazione Olimpia, la presunta “copertura” dell’ex Questore Intini alle trame di Maietta

 

Quando si punì il poliziotto che indagava sull’onorevole

 

La vicenda Latina…………………..

LA VICENDA DI LATINA ………………….

 

A quanti non sono adusi alla tipologia del lavoro che facciamo noi della Caponnetto sembrerà quasi  paradossale  quello che stiamo per dire.

Dal nostro angolo visuale la parte più interessante  ed inquietante di  tutto quanto sta emergendo nell’inchiesta  é quella che riguarda gli impedimenti che sarebbero stati frapposti al lavoro dell’ispettore Marongiu  della Questura di Latina, al quale ,stando alle dichiarazioni da lui fatte qualche anno fa e diffuse anche attraverso un video ,sarebbe stato impedito di svolgere  certe indagini che riguarderebbero  fatti connessi con le attuali indagini.

Quelle dichiarazioni ,sottovalutate dai più ,fanno ,secondo noi,il paio con le altre fatte dal Procuratore Aggiunto di Roma Prestipino  e riportate  in un articolo di dicembre 2014  di Andrea Palladino su “Il Fatto Quotidiano” dal titolo “Mafia Capitale e la palude pontina,fra omertà e minacce indagare non si può″.

Non é solamente Marongiu,quindi,  che sostiene che in provincia di Latina  non é facile fare indagini,ma a lui si aggiunge addirittura il Coordinatore della DDA di Roma,il Dr.Prestipino,un magistrato  serio e particolarmente preparato.

C’é un “qualcosa” che  le impedisce e le blocca.

Cos’é questo “qualcosa” ?

Sicuramente si tratta di uomini e non di cose.

Ma chi sono questi uomini?

Alcuni pentiti e la stampa  campana hanno parlato  tempo fa di “incontri” fra uomini  della camorra  e alcuni  dei Servizi in una “villa” di Gaeta.

Anche nella vicenda di Latina abbiamo letto  della presenza di  qualcuno che ha fatto parte dei Servizi e,quando si è fatto parte di questi,non se ne esce nemmeno quando si  va via,in pensione.

Allora il sospetto che ci nasce é che qua,fra i Di Silvio-Casamonica  e qualcuno che ha fatto o fa parte dei Servizi,la questione é più seria di quanto appare.

Anche nel caso Fondi qualcuno  accennò ai  servizi (“deviati”,disse,se ricordiamo bene).

Servizi qua,servizi là,c’é materia di indagine a 360 gradi.

E’ stata interessata la DDA di Roma ?

 

                                                                                                        Associazione A.Caponnetto

Salvatore, il parrucchiere antiracket di Largo Ecce Homo lasciato solo dallo Stato.L’Associazione Caponnetto invita tutte le donne oneste di Napoli a servirsi di questo coraggioso imprenditore

Salvatore, il parrucchiere antiracket di Largo Ecce Homo lasciato solo dallo Stato.L’Associazione Caponnetto invita tutte le donne  oneste di Napoli  a servirsi di  questo  coraggioso  imprenditore

Guard rail anas.Guardate come vengono installati ed in quale stato stanno

La petizione è a più di 20 mila firme ….presto andiamo da Delrio…..

Contiuate a firmare

Gennaro Ciliberto

“Autostrada A25. Come si può avere sicurezza strutturale senza manutenzione?”

 

Una storia lunga e complessa,difficile  a raccontarsi.Ma facile a capire da parte di chi,come noi,conosce già certe realtà del sistema.Ne sentiamo tutti i giorni  dalla vive voce  dei protagonisti che sono sempre le vittime.Storie complesse,dolorose ,che ci strappano il cuore e che ci costringono a calarci nei problemi,quelli reali e duri.Mondi sommersi che pochi  conoscono – e peggio ancora immaginano- e che ci rivelano tutto il putridume ,accompagnato dall’albagia,di  una società in piena,assoluta agonia  ed in disfacimento.Ci siamo ormai abituati,purtroppo.Non siamo soliti restare indifferenti ed inerti.Non é nel nostro  costume.Vogliamo capire ,bene e,poi,studiare quello che é necessario e possibile fare.

Prevenzione antimafia.Azione delle Prefetture inadeguata.Sottrarre al più presto ai Prefetti le competenze e trasferirle alle DDA.Le proposte dell’Associazione Caponnetto

Prevenzione antimafia.Azione delle Prefetture inadeguata.Sottrarre  al più presto ai  Prefetti le competenze  e trasferirle alle DDA.Le proposte dell’Associazione Caponnetto

APPARE SEMPRE PIU’  INADEGUATA  L’AZIONE DI PREVENZIONE  ANTIMAFIA DA PARTE DEI PREFETTI.

LA LEGGE,COM’E’ NOTO,DELEGA ALLE PREFETTURE IL COMPITO DELLE PREVENZIONE.

SONO POCHI,PERO’,I PREFETTI CHE LA OSSERVANO E LA APPLICANO IN PIENO.

L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO HA  ELABORATO DELLE PROPOSTE CHE PREVEDONO LA  SOTTRAZIONE AD ESSI  DI TALE COMPITO CON IL PASSAGGIO DELLE COMPETENZE ALLE DDA.

NIENTE DI ASSIOMATICO E DEFINITIVO,MA SOLO UNA PROVOCAZIONE PER APRIRE UN DIBATTITO SU UNA SITUAZIONE CHE STA ARRECANDO DANNI GRAVISSIMI AL PAESE ED ALLA LEGALITA’.

UNA SITUAZIONE ALLA QUALE  E’ NECESSARIO PORRE RIMEDIO CON URGENZA.

 

 

 

Sottrarre ai Prefetti ,per trasferirle ai Procuratori delle DDA,le competenze in materia di prevenzione antimafia.Le proposte dell’Associazione Caponnetto

Pubblicato 14 Giugno 2015 Da admin3

ANCHE ALLA LUCE DI QUANTO SEMBRA EMERGERE DA TALUNE VICENDE GIUDIZIARIE NEL PAESE,SI RENDE SEMPRE PIU’ NECESSARIA ED URGENTE L’APPROVAZIONE DI UNA LEGGE CHE SOTTRAGGA AI PREFETTI,PER TRASFERIRLE AI PROCURATORI DELLE DDA,LE COMPETENZE IN MATERIA DI PREVENZIONE ANTIMAFIA.
Le proposte modificative del Codice Antimafia dell’Associazione Caponnetto esposte ieri a Montecitorio ai parlamentari del M5S della Commissione Parlamentare Antimafia
Pubblicato 26 Maggio 2015 | Da admin3
LE PROPOSTE DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO MODIFICATIVE DEL CODICE ANTIMAFIA

Associazione Nazionale per la lotta contro le illegalità e le mafie

“Antonino Caponnetto”
info@comitato-antimafia-lt.org sito http://www.comitato-antimafia-lt.org/Tel3470515527
Codice Antimafia

Proposte modificative della legislazione antimafia

Trasferimento delle competenze in materia di prevenzione antimafia dai prefetti ai procuratori distrettuali

L’associazione Nazionale Antimafia Antonino Caponnetto, segue con molta attenzione e preoccupazione le diverse modifiche introdotte nella legislazione antimafia e le condotte poste in essere dai vertici di importanti amministrazioni centrali e periferiche in sede di applicazione della stessa normativa.

La preoccupazione risiede nella percezione di una visibile e concreta perdita di efficacia dell’azione di prevenzione e di contrasto al deleterio fenomeno delle mafie ovvero del dilagare del deleterio della c.d. mafizzazioene di settori delle istituzioni o meglio delle infiltrazione di sodalizi criminalità nella pubblica amministrazione.

Sull’argomento, a mero titolo esemplificativo si richiama il recentissimo intervento del Sig. Procuratore Nazionale Antimafia, dr. Franco Roberti , riportato dalla stampa Nazionale, reso in audizione in Commissione Giustizia alla Camera sulla revisione del Codice Antimafia: “è opportuna una riflessione sul comma 6 del nuovo articolo 32 bis” del Codice antimafia “che non prevede un filtro per l’adozione del provvedimento di controllo giudiziario, sicché qualsiasi impresa destinataria di informazione interdittiva antimafia ne può bloccare gli effetti presentando al tribunale” competente per l’applicazione delle misure di prevenzione “una richiesta di applicazione del controllo giudiziario”. “La mancanza del filtro – ha detto Roberti – “è un regalo ai mafiosi”.

Le osservazioni formulate dal Procuratore Nazionale Antimafia, pienamente condivide da questa Associazione, appaiono mettere in luce come gli uffici legislativi di importanti Ministeri, come, nel caso della legislazione antimafia, quelli del Ministero dell’Interno, retti da Prefetti, e del Ministero della Giustizia, elaborino proposte di legge che, a voler escludere ogni celata volontà a realizzare norme finalizzate a concedere “ un regalo ai mafiosi“sembrano indirizzate più a garantire una legalità apparente piuttosto che sostanziale.

Proprio in relazione alla legislazione Antimafia e alle altre correlate disposizioni, l’Associazione Caponnetto ha avuto modo di intercettare altre inspiegabili modifiche legislative che, appaiono anch’esse volte a sacrificare la legalità sostanziale e quindi produrre come ricaduta, maggiori opportunità di inserimento ovvero di consolidamento di sodalizi affaristici criminali in apparati della Pubblica Amministrazione.

Ci si riferisce, per esempio, alle modifiche apportate dall’articolo 2, comma 30, della legge 15 luglio 2009, n. 94, all’art. 143 del d.lgs. 267/2000. La norma in questione riguarda lo scioglimento degli organi di governo degli enti locali e delle aziende sanitarie per condizionamento da parte della criminalità organizzata.

Trattasi di una normativa, collocabile tra le c.d. misure di prevenzione avanzate, recepita nell’art. 15 bis della Legge 55/90, introdotto dal legge 221/1991, poi confermata nell’art. 143 del d.lgs. 267/2000 che in applicazione dell’articolo 2, comma 2-quater, del decreto-legge 29 ottobre 1991, n. 345, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 dicembre 1991, n. 410, assegna ai prefetti titolari di sedi provinciali, previa delega del Ministro dell’interno, i poteri di accesso antimafia di cui al D.L. 629/82 ( c.d. Legge La Torre) al fine di assumere elementi volti a verificare l’eventuale sussistenza presso Enti Locali delle condizioni per adottare la misura di rigore dello scioglimento degli organi di vertice inquinati dalla mafia .

Si tratta, di un potere straordinario posto a tutela della funzionalità degli organi elettivi e della rispondenza a fondamentali canoni di legalità dell’apparato dell’ente interessato, in un quadro di lotta alla criminalità organizzata e di connesso avanzamento della soglia di prevenzione rispetto a fatti anche sintomatici di interferenze malavitose sulla fisiologica vita democratica dell’ente.

Le modifiche apportate dalla citata legge 15 luglio 2009, n. 94, hanno sensibilmente ridimensionato l’originaria previsione normativa e la spiccata finalità di prevenzione avanzata contenuta nell’art. 15 bis della L.55/1990 ( dichiarato legittima dalla Corte Costituzionale con sentenza 103/1993).

La formulazione originaria, che ha superato il vaglio di legittimità costituzionale, consentiva di conferire significatività ai fini dell’applicazione della misura di rigore, a situazioni non traducibili in addebiti personali, ma tali da rendere plausibile, nella concreta realtà contingente, l’ipotesi di una possibile soggezione degli amministratori alla criminalità organizzata (vincoli di parentela o di affinità, rapporti di amicizia o di affari, frequentazioni), e ciò, pur quando il valore indiziario dei dati raccolti non sia sufficiente per l’avvio dell’azione penale o per l’adozione di misure individuali di prevenzione.

Egualmente ampio, secondo il modello legale posto dalla norma citata, risultava il margine per l’apprezzamento degli effetti derivanti dai collegamenti o dalle forme di condizionamento in termini di compromissione della libera determinazione degli organi elettivi, del buon andamento della Amministrazione, del regolare funzionamento dei servizi, ovvero in termini di grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica, con conseguente idoneità anche di quelle situazioni che non rivelino né lascino presumere l’intenzione degli amministratori di assecondare gli interessi della criminalità organizzata (pena, in tal caso, l’intervento dei modelli penalistici o di prevenzione).

Da quanto precede emerge, in conclusione, che lo scioglimento del Consiglio comunale ai sensi dell’art. 143 D.lgs. n. 267 del 2000 ( già art. 15 bis della L. 55/90) nella versione vigente prima delle modifiche del 2009, rappresentava la risultante di una valutazione il cui asse portante era costituito, da un lato, dalla accertata o notoria diffusione sul territorio della criminalità organizzata e, dall’altro, dalle precarie condizioni di funzionalità dell’ente” .

La norma aveva quindi carattere preventivo, più che sanzionatorio, mirando ad eliminare le situazioni in cui obiettivamente, a prescindere, cioè, da ogni accertamento circa il grado di responsabilità individuale, l’esercizio del governo locale diveniva soggetto ad anomale interferenze che ne alterano la capacità di conformare la propria azione ai canoni fondamentali della legalità.”. (cfr., IV Sez., 4 febbraio 2003, n. 562 e 22 giugno 2004, n. 4467; V Sez., 14 maggio 2003, n. 2590 e 23 giugno 1999, n. 713;, 22 marzo 1999, n. 319, 3 febbraio 2000, n. 585, 2 ottobre 2000, n. 5225; C.G.A.R.S. 22 aprile 2002, n. 205 – 14 maggio 2003, n. 2590; IV Sezione 10 dicembre 2003, n. 8126; V Sezione 23 marzo 2004, n. 1556- Sentenza C di S – Sez. IV^ n. 1573/2005 – Sentenza C di S Sez. V ^ 23 agosto 2006 n. 4946).

Invero le modifiche introdotte della L. 94/2009 hanno innalzato la soglia di gravità degli elementi richiesti per l’applicazione della misura di rigore, prevendendo l’acquisizione di elementi “concreti, univoci e rilevanti “. Quindi,viene ad essere spostata la valenza giuridica da misura di prevenzione avanzata a misura che pur essendo ancora inquadrabile tra quelle di prevenzione, si accosta significativamente alle misure sanzionatorie e pertanto con l’obbligo da parte dell’Organo statale preposto alle indagini, di assumere elementi caratterizzati da un livello di gravità oltremodo più elevato e conseguentemente con un apporto info-investigativo molto più impegnativo con consegue sensibile riduzione di applicazione della misura di rigore in questione.

Ma vi è di più., pur avendo il legislatore del 2009 previsto un livello di indagini molto più profondo, ha di contro, stabilito che per le attività di indagini volte ad accertare il condizionamento mafioso deve essere delegata una “commissione di indagine” composta da tre funzionari della pubblica amministrazione, e non più, come avveniva precedentemente, da una Commissione composta anche da delle FF.O.

La norma così formulata comporta la estromissione dalle commissioni di accesso – definite con la nuova norma “ di indagine “ – degli appartenenti alle Forze dell’Ordine . L’assenza dei rappresentati delle Forze di Polizia comporta da un lato il venir meno dell’insostituibile supporto qualitativo ( info-investigativo) offerto dalle stesse FF.O. nel corso delle attività di accesso antimafia presso enti locali e dall’altro una inconfutabile delegittimazione delle stesse.

Precedenti scioglimenti hanno rivelato come il contributo collaborativo offerto dalle FF.O., in quanto componenti delle commissioni di accesso, sia stato determinante nella individuazione di fatti e vicende amministrative rivelatrice di condizionamenti mafiosi dell’azione amministrativa degli Enti oggetto di ispezioni.

Infatti, come è noto, è proprio è soprattutto grazie al contributo degli appartenenti alle Forze di Polizia che è possibile acquisire elementi cognitivi di colleganza di amministratori con la criminalità organizzata, (sia per le persone fisiche che per quelle giuridiche aventi rapporti con gli enti locali ispezionati) .

Non prevedere la presenza nelle commissioni di accesso di appartenenti alle ff.o. ( Guardia di Finanza – Carabinieri – Polizia di Stato e DIA ) potrebbe produrre innegabilmente concrete ricadute negative sull’esito qualitativo delle indagini stesse e quindi sulla possibile concreta agevole applicazione della norma stessa. Peraltro, tali criticità applicative della norma in questione appaiono accentuate dalle ulteriori modifiche cui si è fatto cenno precedentemente e cioè quelle apportate ai commi 1° e 8° dello stesso art. 143 che prevedono l’acquisizione, come si diceva, di elementi di permeabilità mafiosa caratterizzati da una più elevata soglia di gravità e quindi di maggiore difficoltà acquisitiva rispetto a quelli previsti della originaria normativa . In altri termini, da un lato si aumenta la soglia di gravità degli indizi di mafiosità e dall’altro si riducono i profili professionali specializzati ( FF.OO.) preposti alla ricerca degli elemnti di permeabilità mafiosa.

E evidente che un esito liberatorio elle attività d’indagine da parte della commissione di accesso ( per carenza di indagini) può addirittura produrre paradossalmente una surrettizia legittimazione delle amministrazioni ispezionate, pur se condizionate dalla criminalità organizzata, e consentire alle stesse di fregiarsi di essere state dichiarate immuni da condizionamento mafiosi. .

L’istituto dello scioglimento degli enti per condizionamento mafioso di rigore all’art. 143 del d.lgs. 267/2000 sta, quindi, attraversando una fase di collassamento in termini di efficacia nei risultati soprattutto con riferimento al raggiungimento degli obbiettivi prefissati dalla legge nella sua versione originaria e cioè quelli di impedire sul nascere condotte di inquinamento della vita amministrativa degli enti interessati.

E’ bene ricordare che il procedimento amministrativo relativo all’applicazione delle misura ex art. 143 ruota intorno alla figura dei prefetti titolari di sedi provinciali, i quali, come è noto, sono oggetto di nomina politica ( in quanto deliberata dal Consiglio d Ministri ) con conseguente esposizione degli stessi prefetti al volere dei politici locali che possono incidere sulle decisioni dei politici presenti in seno allo stesso C d M . Profilo questo che fa sorgere non pochi dubbi e perplessità sulla effettiva imparzialità delle decisioni adottate in siffatta materia dagli stessi prefetti. Sul punto ci si soffermerà nelle successive che seguono.

Fatta questa doverosa premessa sullo scioglimento di enti per condizionamento da parte della criminalità organizzata, , occorre, adesso brevemente soffermarsi sulla legislazione afferente la prevenzione antimafia con riferimento alle imprese destinatarie di appalti pubblici e concessioni.

La relativa legislazione di riferimento ha assunto nel tempo una portata giuridica analoga a quello dello scioglimento dei Consiglio comunali per condizionamento mafioso e cioè basata sulla c.d. prevenzione avanzata.

Ai sensi del D.P.R. 252/1998, poi trasfuso con modificazioni, nel codice antimafia approvato con d.lgs. 159/2011, la relativa misura antimafia viene adottata attraverso la c.d. informativa antimafia.

Questa tipologia di atto antimafia, stante la sua natura spiccatamente di prevenzione, non richiede un accertamento di responsabilità e neppure la prova dell’effettiva infiltrazione mafiosa nella impresa, ovvero la prova del condizionamento effettivo della gestione dell’impresa da parte della criminalità organizzata .

L’ampiezza dei poteri di accertamento, giustificata dalla finalità preventiva del provvedimento cui cospirano, giustifica che il prefetto possa ravvisare l’emergenza di tentativi di infiltrazione mafiosa anche in maniera indiretta, ovvero in ogni fattispecie che possa potenzialmente agevolare le attività criminali o esserne in qualche modo condizionata per la presenza, nei centri decisionali, di soggetti legati ad organizzazioni criminali.

Anche questa normativa, purtroppo, ha recentemente subito un intervento legislativo che ne ha ridimensionata l’efficacia. Infatti il nuovo codice antimafia, approvato con d.lgs. 159/2011, al comma 3 dell’art. 94 stabilisce che per le informative antimafia interdittive, relative alle ditte appaltatrici di appalti di servizi e forniture, cioè proprio quegli appalti pubblici ritenuti più appetitosi per le consorterie malavitose, ( appalti rifiuti, trasporti, forniture di pasti ospedalieri e refezione scolastica, vigilanza privata, ecc), non vi è più l’obbligo di recedere dai relativi contratti. Basta una banale motivazioni da parte dell’ente destinatario del provvedimento antimafia, riferita all’indicazione di un generico interesse pubblico per superare il provvedimento antimafia interdittivo.

Inoltre il nuovo codice antimafia ha abrogato le disposizioni di cui al comma 9 del d.p.r. 252/1998 laddove veniva consentito ai Prefetti di trasmettere alle stazioni appaltanti le informative ex art. 1 septies del d.l. 629/82 ( c.d informative atipiche) . Invero questa tipologia di informative ha consentito nel tempo ai prefetti di colpire, attraverso i protocolli di legalità, quelle ditte in odore di mafia che cambiavano la sede legale al fine di aggirare fraudolentemente la normativa antimafia .

Le azioni di prevenzione antimafia di cui si sta discutendo, come si diceva, sono, affidate ai Prefetti titolari di sedi provinciali.

Purtroppo gli eventi giudiziari anche recenti, stanno dimostrando come le azioni dei prefetti in siffatta materia risultino, spesso, sterili nel fine e sembrano perseguire una mera legalità formale/apparente mentre la violazione della legalità sostanziale viene accertata solo grazie all’intervento della Magistratura penale e, quindi, solo quando oramai i reati sono stati consumanti con gravi danni alla collettività amministrata.

Al riguardo, a solo titolo esemplificativo, basta richiamare la preoccupante vicenda delle infiltrazioni camorristiche nell’azienda ospedaliera di Caserta.

Ebbene in quell’’azienda ospedaliera era stata inviata una commissione d’indagine, nominata dal Prefetto di Caserta, per effettuare l’accesso antimafia al fine di verificare la sussistenza delle condizioni per lo scioglimento dell’Azienda stessa per condizionamento da parte della criminalità organizzata

Invero, come si legge nel decreto dell’ 11.3.2014 firmato dal Ministro dell’Interno Angelino Alfano del 11.03.2014 ( che si allega) veniva attestata dallo stesso prefetto di Caserta, l’insussistenza dei presupposti per lo scioglimento dell’Azienda e addirittura l’insussistenza delle condizioni per l’adozione di altri provvedimenti di cui al comma 5 dell’art. 143 del D.lgs. 267/2000.

Ebbene gli esiti delle verifiche antimafia condotte al riguardo dal prefetto di Caserta sono state clamorosamente smentiti dalla DDA di Napoli dopo pochi mesi.

Si legge, infatti sugli organi di stampa del gennaio 2015 : “CASERTA- L’ospedale di Caserta nelle mani della Camorra, 24 arresti. Ci sono Angelo Polverino, Nicola Cosentino e Maddaloni, figlio dell’ex vice Prefetto”

Si legge nello stesso articolo di stampa : “Il sodalizio mafioso, negli ultimi anni, si era “gradualmente infiltrato nel tessuto politico-amministrativo della struttura sanitaria casertana, trasformandosi in un complesso apparato in grado di gestire gli affidamenti dei lavori pubblici in assoluta autonomia, potendo contare sul potere derivante dalla matrice mafiosa”

Dalla letture dei fatti emersi e riportati dalla stampa locale e nazionale, si capisce chiaramente che l’infiltrazione mafiosa nell’ospedale era oramai radicata, diffusa e consolidata .

Stupisce che la prefettura di Caserta, alla quale sarebbero bastati solo elementi indiziari per poter ottenere lo scioglimento degli organi di governo dell’Azienda ospedaliera, abbia, appena pochi mesi prima dagli arresti operati dalla DDA, escluso la sussistenza delle condizioni per l’applicazione della misura di rigore di cui all’art. 143del d.lgs. 267/2000, consentendo, per effetto di questo singolare ed incomprensibile comportamento, agli stessi soggetti colpiti da misure cautelari della restrizione della libertà personale, di continuare indisturbati a consumere le condotte criminali contestate, interrotte solo grazie all’intervento della Magistratura.

Ebbene, come si evince dagli organi di stampa che si sono interessati alla vicenda, tra i soggetti colpiti dai provvedimenti della magistratura Napoli, figura anche il figlio di un vice prefetto di Caserta.

Quindi, appare evidente come in tale vicenda, la funzione di prevenzione, attribuita dalla legge all’azione dei prefetti in tale delicato segmento dell’ordine e della sicurezza pubblica sia stata di fatto sterile nel fine. Infatti,solo dopo l’intervento della DDA si è provveduto a sciogliere l’azienda sanitaria di Caserta.

I casi nei quali è intervenuta la magistratura penale anziché il prefetto, per accertare gravi infiltrazioni mafiose già consumate negli enti locali e altri organismi pubblici sono tantissimi.

Spesso, in questi contesti, il prefetto interviene solo dopo che la magistratura penale ha eseguito provvedimenti cautelari a carico di camorristi e amministratori collusi , cioè interviene quando orami i reati si sono consumati e non, invece, per impedire che i reati vengano consumati.

L’elenco dei Comuni sciolti solo dopo l’intervento della magistratura antimafia è interminabile, basta ricordare, tanto per citarne qualcuno, il caso dei comuni di Quarto, di Gragnano, di San Cipriano D’Aversa, di Casal di principe, e di tanti altri comuni.

Così pure con le imprese affidatarie di appalti pubblici, le interdittive antimafia pervengono spesso solo dopo eclatanti operazione della magistratura. Basta ricordare le imprese subappaltatrici impiegate nella realizzatone delle opere connesse ad expo 2015, colpite da provvedimenti antimafia solo dopo i gravi episodi di infiltrazione mafiosa accertati dalla Magistratura.

Eppure al prefetto sono attribuiti ampi poteri sostituiti e ispettivi come quali previsti dall’art. 19, R.D. n. 383/1934 e dall’art. 14 del d.l. 152/91.

Invero dalle notizie riportate dalla stampa appare emergere un livello di inquinamento mafioso delle istituzioni locali e di diverse istituzioni centrali nonché di monopolizzazione degli appalti pubblici da parte di ambienti della criminalità organizzata, di tale gravità che ogni ulteriore indugio nella individuazione di misure concrete di prevenzione antimafia , potrebbe, ad avviso di questa Associazione Antimafia, risultare letale per la democrazia.

Il modello vigente di prevenzione antimafia che vede il Prefetto titolare di sede provinciale , al centro di questo strategico potere dello Stato di intervento preventivo con finalità di prevenzione antimafia, appare del tutto superato, inidoneo e, come visto, inefficace.

Le ragioni di questa evidente criticità appaiono essere molteplici, ma quella che più di ogni altra si ritiene abbai negativamente inciso sembra essere quella che riguarda le modalità di nomina dei prefetti .

La nostra carta costituzionale non prevede, come per l’ordine giudiziario, un organo di autogoverno che possa assicurare l’indipendenza e l’autonomia dei Prefetti . Invero non prevede neppure la figura del prefetto la cui presenza deriva dalla normativa del ventennio fascista con derivazione dal periodo borbonico.

I prefetti vengono nominati dal Consiglio dei Ministri.

Sono cioè nominati dalla politica che in un dato momento storico è posta alla presidenza del consiglio dei ministri e ne ha la maggioranza politica in seno allo stesso Organo.

Quindi, come è agevole, comprendere , i perfetti vengono nominati a secondo della loro contiguità o meglio del gradimento di quella o quell’altra forza politica.

Per esempio, ci troveremo che nel periodo del Governo Berlusconi sono stati nominati prefetti , coloro ritenuti di gradimento di quella forza politica. In genere queste scelte risentono anche delle indicazioni provenienti dai coordinatori regionali. In Campania nel periodo dei governo Berlusconi, per un lungo lasso tempo il ruolo di coordinatore regionale è stato assunto dall’ex parlamentare Nicola cosentino, oggi sottoposto a processo per concorso esterno in associazione mafiosa.

Insomma l’imparzialità che deve inderogabilmente risiedere alla base delle scelte dei prefetti nela materia antimafia può inconfutabilmente essere minata da questi meccanismi di nomina che ineludibilmente possono creare momenti di devianza nelle scelte prefettizie.

Non è la prima volta che prefetti non allineati alla politica ovvero ad una certa parte di politica, siano stati gravati da provvedimenti dal carattere sanzionatorio. Tutti ricorderanno il prefetto di Agrigento Fulvio Sodano trasferito dal sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì, quest’ultimo poi gravato da vicende giudiziarie di particolare significatività.

Insomma appare improcrastinabile l’esigenza di affidare questa delicata funzione di prevenzione antimafia ad Organi dello Stato in grado di garantire una concreta posizione di terzietà e di piena autonomia ed imparzialità.

Non appare accettabile che possa essere un organo nominato dalla politica a dover svolgere le delicate funzioni di ordine e sicurezza pubblica assegnate ai prefetti soprattutto quelle correlata alla prevenzione antimafia e non solo. Si consideri, infatti, che il prefetto è preposto anche all’ adozione delle misure di tutela ( scorte ecc) per personalità pubbliche espsote a rischi per la propria incolumità fisica come per esempio i Magistrati .Riesce difficile immagine come possa un prefetto, espressione della politica, determinarsi liberamente e senza condizionamenti ai fini della concessione della scorta a magistrati che svolgono indagini proprio sui politici che hanno reso possibili per la sua nomina a prefetto.

L’associazione Caponnetto ritiene indifferibile l’adozione di misure volte a garantire la legalità sostanziale, con la modifica di quelle norme che di fatto rendono fattibile la mera legalità apparente..

I prefetti, peraltro, proprio per la singolare posizione di privilegio di cui godono, dovuta agli immensi poteri conferitogli dalla legge da un lato e dai collegamenti con la politica dall’altro, sono spesso coinvolti in delicate indagini penali che, se analizzate , consentono di convincersi sempre di più che , la figura del Prefetto, esaltata e rafforzata nel periodo del fascismo, è da considerarsi oramai superata ed inadeguata per fronteggiare le delicate e gravi problematiche di ingerenza mafiosa nelle istituzioni e negli appalti pubblici.

A mero titolo esemplificativo si citano alcuni episodi giudiziari riportati da organi di stampa che vedono coinvolti i prefetti:

- L’arresto e poi il rinvio a giudizio del Prefetto Blasco, per fatti correlati agli istituti di vigilanza dei noti Fratelli Buglione di Nola;

- L’arresto ed il recente rinvio a giudizio del Prefetto La Motta per la sottrazione di ingenti somme di denaro pubblico;

- L’arresto e la condanna dell’ex Prefetto di Napoli Ferrigno per fatti correlati a reati sessuali

- l’incriminazione degli ex Prefetti Maria Elena Stasi e Paolino Maddaloni entrambi condannati in primo grado sempre per fatti riferibili ad ambienti della criminalità organizzata o meglio ad ambienti politici ritenuti contigui alla criminalità organizzata;

- Il recente rinvio a giudizio del prefetto Maria Elena Stasi unitamente all’ex parlamentare Nicola Cosentino per i fatti connessi alle azioni criminali consumate a danno del sig. Luigi Gallo;

- Le recenti vicende giudiziarie che hanno coinvolto il colosso delle Cooperative , la Cpl Concordia che, secondo le risultanze di indagini, otteneva dalla Prefettura di Modena ogni sorta di favoritismo , anche in merito alle certificazioni antimafia

- Le indagini per abusi in atti d’ufficio sull’ex prefetto di Catania, Cancellieri, poi nominata dal governo Monti, Ministro dell’interno

- Le offese da parte dell’ex prefetto di Napoli De Martino alla dignità di don Patriciello, impegnato quest’ultimo nel denunciare i fatti connessi ai traffici di rifiuti nella terra dei fuochi ;

- L’arresto dell’ex prefetto di Caserta, Corrado Catenacci per fatti connessi al traffico di percolato estratto dalle discariche

- Si legge sul quotidiano IL Mattino “del 27.1.2014 Tra gli indagati nell’inchiesta che ha portato al sequestro di 23 locali della camorra a Roma del clan Contini c’è Francesco Sperti, 59 anni, viceprefetto che in passato ha svolto incarichi anche in comuni sciolti per infiltrazioni mafiose.

- Il corriere del mezzogiorno del 18.2.2015 riporta la notizia relativo alla scandalo degli appalti per il vestiario ai militari che ha portato a 4 arresti e dove risulta indagato un vice prefetto di Roma

- L’inquietante vicenda delle chiavi della Reggia di Caserta consegnate dal Prefetto di Caserta all’ex parlamentare Nicola Cosentino, oggi in carcere perché accusato di reati di mafia

- Sul mattino del 9.1.2015 si legge : AVELLINO – Daniele Sessa, 31 anni, figlio del prefetto di Avellino, Carlo, è stato arrestato ieri dai militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Taranto, su disposizione del giudice per le indagini preliminari. Sessa è finito in carcere all’alba per usure e estorsioni,

- La recente incriminazione del prefetto di Brescia per abuso d’ufficio

- Si legge sul quotidiano Il Corriere del mezzogiorno del 26.11.2014 : Valente: “ Cosentino bloccò l’interdittiva alla società degli Orsi grazie a Maddaloni «Fu Nicola Cosentino nel 2004 a bloccare l’emissione dell’interdittiva antimafia da parte della Prefettura di Caserta diretta alla società Eco4 dei fratelli Orsi. Ottenne il risultato grazie all’interessamento dell’allora vice-prefetto Paolino Maddaloni».Parole del collaboratore di giustizia Giuseppe Valente, pronunciate nel corso dell’udienza del processo all’ex sottosegretario Nicola Cosentino”

- Si legge sul quotidiano Il mattino del 25.11.2014: “ Caserta. Pentito accusa Cosentino: «Intervenne su prefettura per bloccare interdittiva Eco4»

- Si legge sul quotidiano La Repubblica del 11.11.2014: “Rifiuti, parla il pentito “Cosentino e Landolfi i registi della protesta” “ha ricordato Valente — nel 2002 Cosentino e Landolfi incontrarono l’allora prefetto di Caserta Carlo Schilardi perché intervenisse sulla questione della commissione d’accesso al Comune di Mondragone, nel senso di bloccarne il lavoro e impedire che proponesse lo scioglimento dell’ente per infiltrazioni camorristiche »

In ordine a questi ultimi inquietanti episodi, solo a titolo informativo, si evidenzia che effettivamente il consiglio comunale di Mondragone non venne sciolto nè il prefetto di Caserta emise l’informativa antimafia interdittiva nei confronti della società ECO 4 del Fratelli Orsi.

L’associazione antimafia Caponnetto, si è, pertanto, convinta che l’attività di prevenzione antimafia nei confronti dei fenomeni di infiltrazione mafiosa negli enti locali e nei confronti delle imprese affidatarie di appalti pubblici non può più essere gestita da questa categoria di funzionari statali.

L’unico e forse l’ultimo organismo dello Stato che si è dimostrato in grado di agire efficacemente per tutelare la legalità , resta la Magistratura penale.

Quindi, l’Associazione Antimafia Caponnetto ritiene che oramai sia divenuta improcrastinabile la necessità di apportare modifiche alla vigente legislazione antimafia nella parte concernente la competenza dei prefetti, prevedendo il trasferimento delle stesse competenze ai Procuratori Distrettuali, ove sono attive le sedi di Direzioni Distrettuali Antimafia.

Per tali finalità l’Associazione ha eseguito un approfondito esame della legislazione correlata all’esercizio dei poteri di prevenzione antimafia affidati ai prefetti, elaborando le proposte modificative contenute nell’allegato documento, e che riguardano prevalentemente , il vigente codice antimafia, approvato con D.lgs. 159/2011 nonché il vigente Testo Unico sull’ordinamento degli enti locali, approvato con D.lgs. 267/2000 .

Tali proposte modificative si sottopongono alla valutazione delle Forze Politiche presenti in Parlamento, per le valutazioni e le iniziative legislative ritenute del caso

PROPOSTE DI MODIFICA DELLA VIGENTE LEGISLAZIONE ANTIMAFIA FORMULATE DALL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE ANTIMAFIA “ANTONINO CAPONNETTO”

In via preliminare occorre rammentare che le misure di rigore di cui all’art. 143 del d.lgs. 267/2000 (scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose) e quella di cui all’art. 4 del d. lgs. n. 490 del 1994 e dall’art. 10 del D.P.R. 3 giugno 1998, n. 252 (ed oggi dagli articoli 91 e segg. del d. lgs. 6 settembre 2011, n. 159, recante il Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione): hanno una funzione spiccatamente di prevenzione, non richiedono per essere adottate un accertamento di responsabilità e neppure la prova dell’effettiva infiltrazione mafiosa nella impresa, ovvero la prova del condizionamento effettivo della gestione dell’impresa o dell’ente locale da parte della criminalità organizzata . Quindi sono misure preventive volta a colpire l’azione della criminalità organizzata impedendole di avere rapporti contrattuali con la pubblica amministrazione.(Consiglio di Stato, Sezione III, sentenza 30 gennaio 2015, n. 455. )
Quindi si tratta, di misure di prevenzione seppur basate su fatti che non raggiungono quella soglia di gravità richiesta per l’applicazione delle misure di prevenzioni personali ( dall’art. 1 e ss del d.lgs. 159/2011) e patrimoniali (dall’art. 16 e ss del d.lgs. 159/2011).

Peraltro un elemento di correlazione di detti provvedimenti alle misure di prevenzione di cui al libro 1 del d.lgs. 159/2011 ( dall’art. 1 all’art. 81) si ricava anche dalla copiosa giurisprudenza amministrativa formatasi in materia di informative antimafia (art. 10 del d.p.r. 252/98, trasfuso con modificazioni nell’art. 91 del d.lgs. 159/2011) e di provvedimenti di rigore concernenti lo scioglimento dei consigli comunali per condizionamento mafioso ( art. 143 del d.lgs 267/2000) che esclude, la comunicazione dell’avvio del procedimento di cui alla L. 241/90 ( legge sul procedimento amministrativo), trattandosi di un’attività di natura preventiva e cautelare, per la quale non vi è necessità di alcuna partecipazione (cfr. tra le altre la Sentenza 14 febbraio 2014, n. 727della III Sezione del Consiglio di Stato),
Acclarato che i provvedimenti in questione rientrano tra quelli di prevenzione, seppur correlati ad elementi che non raggiungono la soglia di gravità richiesta per le misure di prevenzione già contemplate dalla legge 575/1965, occorre adesso capire come rendere fattibile la proposta formulata dall’Associazione Nazionale Antimafia Caponnetto, di trasferire le competenze dei prefetti in materia antimafia ai Procuratori Distrettuali .

Si ritiene che si debba semplicemente integrare il quadro normativo di cui al libro I del D.lgs. 159/2011, traslando nello stesso le norme di cui al Libro secondo dello stesso D.Lgs. 159/2011 e quelle di cui al Titolo VI, capo II del D.Lgs. 267/2000, con la possibilità di poter disporre, quindi, l’applicazione delle procedure previste dalle norme di cui allo stesso Libro I. Ovviamente occorrerà effettuare una mirata azione di armonizzazione tra le norme di settore.

In tal modo si rende fattibile la competenza del Procuratore Distrettuale Antimafia anche ai fini dell’applicazione delle misure di prevenzione di cui agli artt. 91 del d.lgs. 159/2011 e 143 del d.lgs. 267/2000

Infatti con l’inclusione nel Libro primo delle norme di cui al Libro secondo del codice antimafia e di quelle alle stesse correlate, e previa armonizzazione di dette disposizioni normative, saranno applicabili alle misure di prevenzione ex art. 91 del Cod. Antimafia e ex art. 143 del TUEL i procedimenti tipici delle misure di prevenzione già previsti dalla L. 575/1965

Quindi risulteranno applicabili alle misure di prevenzione di cui agli artt. 91 e 143 le disposizioni di cui all’art. 5 del codice antimafia che attribuisce al questore e al direttore della Direzione investigativa antimafia la proposta di applicazione delle misure di prevenzione previste dallo stesso codice antimafia. Pertanto saranno due organi di polizia altamente qualificati a valutare se proporre o meno l’applicazione delle misure in parola . ( scioglimento di enti locali per infiltrazione mafiosa – art. 143 del TUEL – interdittiva antimafia ex art. 91 del d.lgs. 159/2011.

La proposta dovrà essere formulata, previa modifica ed integrazione dell’art. 7 del medesimo codice antimafia, al procuratore distrettuale antimafia che provvederà ad accogliere ovvero a rigettare la richiesta di applicazione della misura interdittiva di cui all’art. 91, adottando al riguardo il provvedimento antimafia del caso, mentre per quanto riguarda lo scioglimento di enti per condizionamento da parte della criminalità organizzata, la proposta di scioglimento da parte del Questore o del Direttore della DIA, sarà sottoposta al Procuratore Distrettuale Antimafia che, se dallo stesso condivisa, la sottoporrà con una propria proposta di scioglimento, al Tribunale di cui all’art. 7 del codice antimafia, che provvederà in merito secondo le modalità previste dagli artt. 7, 8 e 9 dello steso d.lgs. 159/2011.

Infine, l’associazione Caponnetto esprime le proprie preoccupazioni anche per le forme di ingerenze e condizionamenti da parte della criminalità organizzata nei comuni di grandi dimensioni ovvero di quelli capoluoghi di regione, che, in considerazione dell’importanza degli stessi, richiedono un attenzione e un apporto info investigativo qualitativodi rilevante significatività ( vedasi ad esempio vicende giudiziarie comune di Roma).

Per tali fattispecie l’associazione Caponnetto propone modifiche legislative che possano consentire la partecipazione al relativo procedimento anche del Procuratore nazionale antimafia. In tale ottica si potrebbe integrare il regio decreto n. 12/1941, modificando l’art. 110 ter, nel senso che segue “il Procuratore nazionale antimafia può disporre, nell’ambito dei poteri attribuitigli dall’articolo 371 bis del codice di procedura penale e sentito il competente procuratore distrettuale, l’applicazione temporanea di magistrati della Direzione nazionale antimafia alle procure distrettuali per la trattazione di singoli procedimenti di prevenzione patrimoniale e di quelli di cui all’art. 143 del d.lgs. 267/2000 per i comuni capoluoghi di regione”.

Ovviamente per rendere concretamente eseguibili le correlate attività istruttorie , occorrerà disporre ai sensi della normativa di settore, la mobilità presso i competenti Uffici giudiziari del personale attualmente impiegato presso le prefetture per le relative incombenze istruttorie.

Le modifiche preposte determineranno la necessità di operare un’armonizzazione tra le diverse normative di riferimento.

Pertanto si renderà necessario effettuare le opportune e consequenziali modifiche alle disposizioni normative di seguito elencate:

- articolo 2, comma 2-quater, del decreto-legge 29 ottobre 1991, n. 345, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 dicembre 1991, n. 410 è sostituito dal seguente:

- commi 2, 3, 4 e 5 dell’art. 143 del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267

- commi 7 , 8 e 9 dell’art. 143 del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267

- commi 11 e 12 dell’art. 143 del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n.

- commi 1, 2 e 3 dell’art. 144 del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267

- comma 1 dell’art. 145 del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267

- commi4 e 4 bis dell’art. 84 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- comma 3 dell’art. 86 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- art.. 89-bisdel Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- commi 2 e 3 dell’art. 90 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- commi 5, 6, 7 e 7 bis, lettera d) dell’art. 91 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- commi 2, 2-bis dell’art. 92 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- articolo93 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- comma 2 dell’art. 94 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- comma 3 dell’ art. 94 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 se ne propone l’abrogazione perché consente alle ditte appaltatrici di appalti di servizi e forniture di proseguire il rapporto contrattuale ancorché colpite da interdittiva antimafia

- comma 3 dell’art. 95 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- comma 2 dell’art. 98 del Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

- articolo 32, comma 10, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114,

- commi 3-bis e 3-ter. dell’art. 14 del Decreto-Legge 13 maggio 1991, n. 152 convertito con modificazioni dalla L. 12 luglio 1991, n. 203

La palude pontina e l’inerzia delle istituzioni locali sul piano dell’azione di contrasto alle mafie

La palude pontina e l’inerzia delle istituzioni locali sul piano dell’azione di contrasto alle mafie
Anche all’interno di alcuni ambienti sindacali di categoria cominciano ad emergere molte preoccupazioni per come (NON ) vanno le cose in provincia di Latina sul versante dell’azione di contrasto alle mafie.
In provincia di Latina NON si fa un’efficace lotta alle organizzazioni criminali che occupano il territorio.Tante parole ma zero fatti.Zero interdittive antimafia,zero azione di prevenzione,quasi zero azione di contrasto
se non da parte dei soli corpi esterni.
Ieri incontro proficuo con alcuni rappresentanti sindacali regionali,con la decisione di impostare alcune iniziative comuni per richiamare l’attenzione del Ministero dell’Interno sulla necessità di provvedere urgentemente alla creazione di un impianto più adeguato alla drammatica realtà.

La situazione criminale nel Basso Lazio é drammatica.L’azione di contrasto alle mafie non é adeguata e si indaga poco.O il Ministero dell’Interno ed il Capo della Polizia si decidono a mandare Prefetti e Questori esperti in materia di lotta alle mafie o dichiarino ufficialmente la resa dello Stato di fronte alle mafie !!!!!

 La situazione criminale nel Basso Lazio é drammatica.L’azione di contrasto alle mafie non é adeguata e si indaga poco.O il Ministero dell’Interno ed il Capo della Polizia si decidono a mandare Prefetti e Questori esperti in materia di lotta alle mafie o dichiarino ufficialmente la resa dello Stato di fronte alle mafie !!!!!

COSI’ NON SI PUO’ PIU’ ANDARE AVANTI  !

 

4 MAGGIO 2O16  INTERDITTIVE   ANTIMAFIA  IN PROVINCIA DI LATINA :  0

QUESTO SIGNIFICA CHE NON SI FA ALCUNA ATTIVITA’ DI PREVENZIONE ANTIMAFIA E NON SI INDAGA.

 

IL MINISTERO DELL’INTERNO O SI DECIDE A MANDARE  IN PROVINCIA DI LATINA PREFETTI E QUESTORI ESPERTI IN MATERIA DI LOTTA ALLE MAFIE O LO STATO  ALZI DEFINITIVAMENTE  BANDIERA BIANCA  E DICHIARI UFFICIALMENTE CHE  LA MAFIA HA VINTO E CHE LE ISTITUZIONI NON HANNO PIU’ IL CONTROLLO DEL TERRITORIO DEL BASSO LAZIO.

 

 Audizione Prefetto di Latina del  4 maggio 2016  da parte della Commissione Parlamentare Antimafia:in un anno interdittive antimafia 0

 

 

Audizione prefetto di latina – in un anno interdittive antimafia 0

 

Rif. Camera Rif. normativi

XVII Legislatura

 

Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere

 

Resoconto stenografico

 


 

Seduta n. 153 di Mercoledì 4 maggio 2016

Bozza non corretta

 

INDICE 

Comunicazioni della presidente:
Bindi Rosy , Presidente … 2
 

Sulla pubblicità dei lavori:
Bindi Rosy , Presidente … 2
 

Audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni:
Bindi Rosy , Presidente … 2 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
3 ,
Bindi Rosy , Presidente … 8 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
8 ,
Bindi Rosy , Presidente … 12 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
12 ,
Bindi Rosy , Presidente … 12 ,
Moscardelli Claudio  … 
12 ,
Capacchione Rosaria  … 
14 ,
Fava Claudio (SI-SEL)  … 15 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 15 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
16 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 16 ,
Gaetti Luigi  … 
17 ,
Mattiello Davide (PD)  … 17 ,
Bindi Rosy , Presidente … 18 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
18 ,
Bindi Rosy , Presidente … 18 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
18 ,
Fava Claudio (SI-SEL)  … 20 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
20 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 20 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
21 ,
Mattiello Davide (PD)  … 21 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
21 ,
Bindi Rosy , Presidente … 
21

Testo del resoconto stenografico

Pag. 2

PRESIDENZA DELLA PRESIDENTE ROSY BINDI

  La seduta comincia alle 14.45.

Comunicazioni della presidente.

  PRESIDENTE. Propongo di passare in seduta segreta.

  (Così rimane stabilito. La Commissione procede in seduta segreta, indi riprende in seduta pubblica).

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.

(Così rimane stabilito).

Audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni.

  PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l’audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni, il accompagnato dal capo di gabinetto, il viceprefetto Monica Perna, dal viceprefetto vicario Luigi Scipioni e dal viceprefetto Domenico Talani. L’audizione è dedicata a un aggiornamento sulla situazione dell’ordine pubblico in provincia di Latina a un anno e mezzo dalla missione ivi svolta dalla Commissione l’11 dicembre 2014. Ricordo che la seduta odierna si svolge nelle forme libere dell’audizione libera e che, ove necessario, i lavori potranno proseguire in forma segreta. Ringrazio il prefetto Faloni, che si è reso immediatamente disponibile, in pochissimi giorni, a riferire in Commissione. Anche se avevamo da tempo previsto quest’audizione, il prefetto è stato informato solo di recente, quindi voglio ringraziarlo per questa sua disponibilità. Si è resa Pag. 3necessaria con una certa urgenza, perché stiamo completando la nostra relazione su Roma, anche in vista delle prossime elezioni, quindi per noi acquisire le notizie sulla situazione di Latina e del basso Lazio è particolarmente importante. Cedo la parola al prefetto Faloni e lo ringrazio ancora una volta.

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. Signora presidente, signore e signori componenti della Commissione, la presente relazione sulla criminalità organizzata di stampo mafioso nella provincia di Latina è stata redatta a sintesi degli elementi di conoscenza e delle informazioni acquisite dalle forze di polizia territoriale e dalla direzione investigativa antimafia (DIA) nonché dalle risultanze processuali dei numerosi procedimenti penali, alcuni dei quali giunti a sentenza definitiva, altri ancora pendenti nei confronti di diversi sodalizi criminali operanti sul territorio. Nell’ultimo censimento generale del 2011, la provincia di Latina ha fatto registrare una popolazione di 550 mila abitanti, con un incremento rispetto al 2010 del 10 per cento. La popolazione è composta nel 2015 da 46 mila stranieri regolari, circa l’8 per cento del totale degli abitanti. Così Latina rappresenta, dunque, la seconda provincia del Lazio dopo Roma anche per numero di cittadini immigrati. È da evidenziare, però, che nel periodo che va da maggio a ottobre si registra un consistente aumento della popolazione, che raggiunge picchi di circa 2,5 milioni di persone, dato confermato da alcune stime degli operatori turistici nonché sulla base di dati oggettivi, come i consumi di energia elettrica e di conferimento dei rifiuti. I settori trainanti per l’economia locale sono rappresentati dal distretto chimico-farmaceutico, che nel 2015 ha ottenuto valori di assoluta eccellenza, con il primo posto in Italia per fatturato, 4 miliardi di euro. Il secondo, l’agroalimentare, con 135 milioni rappresenta il 2,48 per cento delle esportazioni pontine. C’è poi il settore turistico ricettivo. In tale Pag. 4contesto, la situazione economica del 2015 fa registrate segnali di ripresa sia pur lieve in diversi settori produttivi, anche se alcuni settori denunciano uno stato di difficoltà, come quello del commercio. Nel 2015, i movimenti demografici del registro delle imprese camerale in provincia di Latina mostrano uno stock di imprese pari a 57.657 unità, con un saldo positivo di 96 unità rispetto all’anno precedente. Per il comparto turistico, il dato 2015 riporta un saldo positivo di 98 imprese. Sotto il profilo della criminalità cosiddetta comune o diffusa, nel 2015 la provincia pontina ha visto una flessione di reati pari al 9,79 per cento rispetto al 2014, con 21 mila delitti denunciati contro i 23 mila del 2014. In particolare, si è registrata una diminuzione significativa delle rapine, –8 per cento, meno rilevante quella dei furti, –6 per cento. La continuità con il territorio romano e con quello campano favorisce, inoltre, l’incursione di pregiudicati, cosiddetti trasferisti, dediti prevalentemente alla commissione di reati contro il patrimonio e lo spaccio di stupefacenti. Nel 2015, sono stati commessi quattro omicidi, di cui nessuno riconducibile alla criminalità organizzata. Gli autori sono stati identificati e arrestati. Tra questi, si evidenzia quello dell’avvocato Mario Piccolino, autore di un blog di denuncia contro la criminalità organizzata nel sud pontino. Quest’uccisione si è verificata nel maggio 2015 a Formia e ha suscitato tra la popolazione veramente una grande reazione, a significare quanto sia sentita la portanza del fenomeno criminale sul nostro territorio. Quanto agli altri reati di particolare evidenza sotto il profilo oggetto della presente analisi, i cosiddetti reati spia, si evidenzia che gli indicatori statistici relativi alle denunce per usura presentate nell’intera provincia, 8 nel 2014 e 5 nel 2015, farebbero pensare a una realtà in cui il fenomeno usurario dovrebbe considerarsi marginale. Si tratta, tuttavia, di dati che non rispecchiano l’entità del fenomeno, che Pag. 5conosce ampie zone di sommerso a causa anche della resistenza delle vittime a presentare denuncia. In realtà, il problema ha ben altre proporzioni e coinvolge prevalentemente le piccole e medie imprese, commercianti e artigiani locali. Nell’attuale periodo di difficile congiuntura economica anche le famiglie rischiano di entrare nella spirale dell’usura in relazione a esigenze di consumo, a improvvise necessità familiari o per inadeguata capacità di gestione delle proprie risorse e di debiti che si assumono. Quanto evidenziato è altresì confermato da dati relativi alle istanze di accesso al fondo di solidarietà per le vittime all’usura e all’estorsione, di cui la prefettura cura l’istruttoria per il commissariato per il coordinamento delle iniziative antiracket. Nel biennio 2014-2015, infatti, risultano essere state presentate alla prefettura di Latina complessivamente 57 domande di accesso al fondo, di cui solo 6 hanno riguardato ipotesi di reato di usura, mentre per le restanti 51 istanze si è trattato di domande legate a denunce per usura bancaria. Di queste ultime, ben 14 sono state inoltrate da un unico soggetto. Negli ultimi anni poi, per quanto riguarda le denunce di estorsione, sono state 79 nel 2014 e 69 nel 2015. Per quanto concerne gli altri fenomeni criminosi, quali gli incendi e i danneggiamenti, questi sono stati nel corso del 2015, rispettivamente, 282 e 1.817, contro i 221 e i 1.952 dell’anno precedente. Al riguardo, si evidenzia che, con riferimento agli episodi nei confronti di attività commerciali, quelli verificatisi in particolare nel sud pontino negli ultimi anni – 2014, 2015 e 2016 – sono consistiti in episodi incendiari ai danni di esercizi commerciali o macchinari, danneggiamenti dei veicoli, in esplosioni di colpi di arma da fuoco contro le serrande di negozi e locali: in particolare, 8 a Santi Cosma e Damiano, 4 a Castelforte e uno Minturno. In relazione, invece, alla presenza della criminalità organizzata di stampo mafioso, si evidenzia che, Pag. 6secondo le risultanze investigative e processuali svolte al riguardo nel tempo, la provincia di Latina si è caratterizzata per la compresenza di esponenti di vari tipi di organizzazione criminale quali quelle mafiose, come camorra, ‘ndrangheta e cosa nostra, e quelle di tipo autoctono. Il territorio pontino, infatti, ha rappresentato da tempo un bacino geo-economico appetibile per le organizzazioni criminali grazie alla sua peculiare dislocazione geografica. La vicinanza a realtà significative per dimensioni e consistenza criminale come quella casertana e napoletana nonché la presenza sin dagli anni Sessanta e Settanta di pregiudicati campani e calabresi inviati nella provincia in soggiorno obbligato perché colpiti da altre misure di prevenzione personali ha favorito l’incursione di propri affiliati per il riciclaggio di proventi illeciti in attività imprenditoriali apparentemente lecite, sfruttando tra l’altro l’elevata vocazione agricola, la presenza del mercato ortofrutticolo di Fondi (MOF) e i settori dell’edilizia, della logistica, del turismo, del commercio all’ingrosso e di quello al dettaglio. In particolare, tali sodalizi sono stati attratti soprattutto per la possibilità di reinvestire in modo più sicuro i loro ingenti proventi illeciti considerata la posizione geografica centrale e la sua vicinanza con Roma e la Campania; la presenza in zona di numerose e diversificate attività commerciali, che consentivano una più facile mimetizzazione delle risorse impiegate; l’assenza di un’organizzazione criminale dominante locale a fronte di una realtà relativamente tranquilla, che favoriva la possibilità di affermazione delle varie organizzazioni nel territorio; una più facile mimetizzazione rispetto ai territori d’origine; la possibilità di investire sull’acquisto di grandi appezzamenti terrieri al fine di intraprendere redditizie attività economiche sia commerciali sia immobiliari. A partire dagli anni Ottanta si è, quindi, assistito a un graduale ingresso di diversi sodalizi Pag. 7mafiosi nei settori agroalimentare, commerciale, immobiliare, turistico e balneare, soprattutto attraverso la costituzione o l’acquisto di quote sociali per mezzo di prestanome di fiducia. A differenza di quanto accaduto nelle regioni d’origine, dove tendono ad assumere un controllo del territorio di tipo militare, in questa provincia le organizzazioni criminali non sembrano aver posto in essere comportamenti manifestamente e continuativamente violenti, ma hanno cercato di realizzare una forma di inserimento attraverso l’instaurazione di relazioni con imprenditori, commercianti, professionisti e operatori del mondo finanziario.
Uno dei settori maggiormente interessati al fenomeno è stato quello dell’edilizia, che ha coinvolto anche le attività collaterali del trasporto delle cave, dell’estrazione di materiali inerti, dello smaltimento dei rifiuti. Parallelamente, si sono registrate nel tempo anche quelle manifestazioni criminali tipiche di tali sodalizi, come dimostrano varie indagini susseguitesi negli anni, che hanno riguardato il traffico di sostanze stupefacenti, l’usura, l’estorsione, la ricettazione, il riciclaggio e il trasferimento fraudolento di valori. Allo stato attuale, comunque, pur evidenziandosi il tentativo di radicamento di attività illecite connesse agli interessi delle organizzazioni criminali di tipo mafioso, si può ritenere che le stesse non abbiano interesse a una forma di controllo militarizzato del territorio, ma siano più interessate a sviluppare una coesistenza e convivenza con le altre realtà presenti, realizzando una commistione tra lecito e illecito e confondendosi sempre più nella società civile e legale. La complessità ad attestare questa strisciante infiltrazione a livello sia investigativo sia giudiziario deriva dalla già accennata minore frequenza del ricorso a manifestazioni criminali violente, antitetiche rispetto ad attività di riciclaggio, a cui è funzionale la minimizzazione nel contesto socio economico. LePag. 8proiezioni delle organizzazioni criminali nell’area in esame risultano, infatti, sino a oggi essere prevalentemente di natura economico-finanziaria, legate all’attività di riciclaggio di proventi illeciti, poste in essere da soggetti congiunti ai consessi criminali. L’analisi delle evidenze investigative sul territorio pontino, alcune delle quali trasfuse in provvedimenti patrimoniali giudiziari, hanno evidenziato che gli investimenti si concentrano nelle costruzioni e nel commercio all’ingrosso nonché in quello al dettaglio, in particolare di autovetture, nell’attività di bar e ristorazione, nell’attività di onoranze funebri. I rapporti tra le diverse organizzazioni criminali si svolgono prevalentemente su un piano paritario di accettazione e di convivenza, che non fa escludere la possibilità di una fattiva collaborazione. Tale dato costituisce un tratto del tutto peculiare, che contraddistingue la realtà del sud pontino rispetto ai territori di origine, caratterizzati invece dalla prevalenza di un’organizzazione sulle altre e da frequenti scontri per la conquista di una posizione di egemonia sul piano locale.

  PRESIDENTE. Propongo di passare in seduta segreta.

  (Così rimane stabilito. La Commissione procede in seduta segreta, indi riprende in seduta pubblica).

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. Vengo ora al fenomeno migratorio. La vocazione agricola del territorio pontino fa registrare una massiccia presenza di cittadini stranieri dediti al lavoro stagionale in agricoltura. Al 1° gennaio 2015, ultimo dato ufficiale disponibile, risultano presenti 45.749 stranieri regolari, che costituiscono circa l’8 per cento del totale degli abitanti. Latina rappresenta così la seconda provincia del Lazio dopo Roma per numero di cittadini immigrati. La prima collettività straniera è rappresentata dai cittadini romeni, con Pag. 919 mila presenze, quasi il 41 per cento del totale degli stranieri residenti sul territorio. La principale nazionalità non comunitaria è quella indiana di religione sikh, proveniente dal Punjab, che sono 9.138, con una presenza pari al 20 per cento del totale degli immigrati pontini. Comunità storicamente presenti in provincia sono anche quelle albanese, 2.118, ucraina, magrebina, impegnate prevalentemente in manodopera nel settore edile e nella collaborazione domestica, dove è specificatamente prevista la presenza di lavoratori moldavi, ucraini e filippini. Un’attenzione particolare occorre porre alla comunità indiana. I cittadini indiani regolarmente presenti in Italia al 1° gennaio 2015 sono 147.815, rappresentanti il 2,9 per cento degli stranieri residenti. Ben il 60 per cento di questi indiani residenti in Italia sono uomini, un dato questo che differisce molto dalla situazione nazionale, ben oltre 12 punti percentuali sopra la media. Si tratta prevalentemente di giovani in età lavorativa dai 19 ai 30 anni. Anche la comunità indiana stanziata nella provincia di Latina ricalca queste caratteristiche, 9.138 sono i cittadini indiani registrati al 1° gennaio 2015, il 6 per cento del totale della nazione, prevalentemente uomini dai 19 ai 26 anni, stanziati per la maggior parte nei comuni del sud pontino poiché impegnati nel settore agricolo. La comunità pontina è tra le più numerose in Italia. La città di Terracina è al terzo posto in Italia per valore assoluto di cittadini indiani residenti con 1.774 unità. Per valore assoluto, prima di Terracina troviamo solamente Roma, 9 mila unità, e Brescia con 2.200 unità. Per le tematiche attinenti ai lavoratori indiani, presso la prefettura è stato istituito una task force a cui partecipano 22 componenti rappresentanti: la regione Lazio, la provincia, il comune di Sabaudia, le forze di polizia, gli uffici statali interessati (INAIL, INPS, DTL, ASL), la camera di commercio, le associazioni sindacali (CGIL, CISL, UIL e UGL), datoriali (CIA, Pag. 10Confagricoltura, Coldiretti) e del volontariato (AIIL e InMigrazione).
Questa task force è stata istituita l’8 settembre 2014 e al suo interno ha costituito due sottogruppi. Il primo è costituito da rappresentanti della regione Lazio, dalle associazioni sindacali, da quelle datoriali e del volontariato, per la prevenzione del lavoro irregolare. Il secondo è composto dalle forze di polizia, dalla DTL, dall’INPS e dall’ASL per il contrasto al caporalato e ai controlli nelle aziende. Il primo si è già riunito sei volte, cinque nel 2015 e una nel 2016. Nel corso delle riunioni si è svolto un lavoro di analisi sulla consistenza delle imprese del comparto agricolo, sulla normativa vigente per le assunzioni in agricoltura, sul funzionamento dei centri per l’impiego, e sono state avviate due iniziative particolarmente condivise dalle organizzazioni sindacali: l’elaborazione di una proposta di legge regionale e l’attivazione di un servizio di collocamento sulla scorta delle liste di disoccupazione fornite dai cinque centri per l’impiego, per facilitare attraverso una maggiore capillarità degli sportelli sul territorio l’assunzione da parte dei datori di lavoro. È da evidenziare che nel corso delle riunioni uno dei punti fondamentali oggetto di confronto è stata la necessità di denunciare la situazione di sfruttamento di chiunque fosse a conoscenza. Al riguardo, in data 6 maggio 2015 è stato sottoscritto uno specifico protocollo d’intesa tra la questura di Latina e i sindacati CGIL CISL e UIL, che prevede canali privilegiati per la denuncia e l’accertamento dei casi di sfruttamento. Dalla data di sottoscrizione del predetto protocollo il signor questore ha rappresentato che non è stata sporta ancora alcuna denuncia. Il secondo gruppo ha di fatto da subito avviato l’azione di controllo e contrasto del lavoro irregolare. Nel corso del 2015 sono stati effettuati i seguenti controlli: l’Arma dei carabinieri, nell’ambito delle specifiche attività svolte dal nucleo Pag. 11carabinieri ispettorato del lavoro, ha eseguito 92 ispezioni, rilevando in 34 aziende 67 lavoratori irregolari e 74 in nero, comminando sanzioni per 280 mila euro, ammende per 78 mila euro. Sono state, inoltre, deferite all’autorità giudiziaria 14 persone e adottati 22 provvedimenti di sospensione dell’attività. La direzione territoriale del lavoro ha eseguito 84 ispezioni nel settore agricolo, rilevando in 48 aziende 128 posizioni lavorative irregolari, 102 in nero. Sono state sospese 27 attività e comminate sanzioni pecuniarie per 41 mila euro. Nel primo trimestre 2016, il citato ufficio ha espletato 20 controlli rilevando in 15 aziende 41 posizioni lavorative irregolari. Sono state comminate sanzioni per altri 34 mila euro. La Guardia di finanza, nell’ambito di attività di contrasto all’evasione fiscale e del lavoro sommerso svolta, ha riscontrato in riferimento al settore agricolo la presenza di 19 lavoratori irregolari nel 2015 e di altri 43 lavoratori in nero nel corso di quest’anno. Per quanto concerne il contrasto al radicalismo islamico, si segnala l’espulsione con decreto del Ministero dell’interno del cittadino tunisino Triki Mohamed. Vengo all’attività della prefettura. Intensa è l’attività di coordinamento espletata dalla prefettura di Latina in sede di comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e riunioni tecniche di coordinamento al fine di una concreta azione di contrasto posta in essere dalle Forze di polizia. In particolare, nel corso del 2015 si sono tenute trenta riunioni, di cui cinque del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e venticinque riunioni tecniche di coordinamento, nel corso delle quali è stata messa in atto una nuova strategia di prevenzione e contrasto della criminalità organizzata attraverso la sperimentazione di forme di controllo del territorio interforze anche con l’ausilio delle polizie locali nonché con l’impiego dei reparti territoriali crimine della Polizia di Stato, delle compagnie di intervento operativo dell’Arma Pag. 12 dei carabinieri e del pronto impiego della Guardia di finanza. Ciò ha consentito l’aumento di tutti i servizi, sia di quelli a carattere generale sia di quelli mirati alla prevenzione e al contrasto di determinati fenomeni criminali, come i reati di carattere predatorio, elevando altresì il livello di percezione della sicurezza mediante la massima visibilità delle Forze di polizia nei servizi stessi.
In particolare, nel corso del 2015 sono stati effettuati 76 mila servizi, contro i 70 mila del 2014, con incremento pari al 7 per cento, per un totale di 120 mila uomini impiegati rispetto ai 113 mila del 2014. I servizi mirati sono stati 5.500, contro i 4.800 del periodo precedente, con un incremento del 14 per cento, per un numero complessivo sul piano delle attività poste in essere di 62 mila posti di controllo effettuato, contro i 58 mila del 2014, 287 mila persone identificate, contro le 274 mila sempre relative al precedente anno, 228 mila mezzi controllati, a fronte dei precedenti 224 mila. Per quanto riguarda l’attività dell’ufficio antimafia, si evidenzia che nel corso del 2014 sono state rilasciate 1.893 certificazioni antimafia e, nel 2015, 2.056. Per quanto concerne i beni confiscati alla criminalità organizzata, risultano confiscati nell’ambito provinciale 45 immobili.

  PRESIDENTE. Quante interdittive?

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. Non ne abbiamo fatte, signor presidente.

  PRESIDENTE. Ringrazio il prefetto. Do ora la parola agli onorevoli colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

  CLAUDIO MOSCARDELLI. Ringrazio il prefetto per la relazione, che ha affrontato tutte le criticità della provincia di Latina. Emerge un quadro per cui, se volessimo fare una sintesi Pag. 13della condizione di difficoltà della provincia, potremmo dire che è una provincia che ha un volume di arresti all’anno pari a quello della provincia di Caserta. Questo dà l’idea del livello di radicamento, oltre l’infiltrazione, di una serie di organizzazioni criminali. A distanza di un anno e mezzo dalla missione della Commissione antimafia a Latina, sono accaduti alcuni eventi importanti nell’azione di contrasto alla criminalità. In particolare, vorrei centrare l’attenzione sulla città di Latina, che da un punto di vista del fenomeno criminale rappresenta una realtà meno conosciuta, sebbene negli ultimi anni sia stato acceso un faro, un’attenzione che ha portato risultati sul piano anche di provvedimenti definitivi a livello giurisdizionale. In questa città opera il clan Ciarelli Di Silvio, collegato anche per legami di parentela ai Casamonica a Roma. Rispetto anche alla mancata infiltrazione dei casalesi a Latina, va detto che questo clan ha poi raggiunto un accordo con i casalesi, e quindi opera anche per conto loro nella realtà di Latina. Si tratta di un clan che ha una forza particolare, stimata in mille adepti, quindi sostanzialmente una capacità anche di controllo e presenza sul territorio molto forte. Questo clan nel corso degli ultimi vent’anni ha avuto una crescita esponenziale. Accanto alle attività classiche che ha sempre svolto, di usura, racket, spaccio di stupefacenti e così via, ha visto aumentare in maniera esponenziale la propria presenza e infiltrazione sul territorio anche attraverso l’acquisizione di molti esercizi commerciali e aziende. C’è stata una sua crescita anche da un punto di vista «politico». Nel senso che, proprio per questa massa enorme di cui dispone, il clan è risultato avere grande facilità di accesso presso alcune istituzioni, come il comune di Latina, ad esempio per tutta la vicenda relativa alla gestione degli alloggi di case popolari o di sussidi ed emolumenti erogati a decine e decine, se non centinaia, di esponenti di questo clan sotto forma di aiutiPag. 14economici perché giudicati in condizioni disagiate. C’è stata anche l’occupazione indisturbata di vaste aree e terreni comunali, che hanno utilizzato come fossero proprio terreni per loro attività, fino addirittura all’emersione di rapporti con la società di calcio e di vicende legate allo stadio per questioni urbanistiche. Vorrei chiederle, prefetto, la sua valutazione su come questo fenomeno possa essere riuscito a crescere in maniera sempre più forte. C’è stata, secondo lei, una sottovalutazione o addirittura possiamo parlare anche di copertura di questa capacità di crescita? Vorrei anche chiederle, relativamente alla facilità di movimento che ha su tutto il territorio comunale sul piano economico, ma anche alla facilità di rapporti nelle istituzioni per le vicende che stanno emergendo e che ho prima citato, come giudica i rapporti di questo clan con il livello politico. Vorrei citare ancora una vicenda, come quella di un’interrogazione apparsa e poi ritirata dal deputato Maietta contro il questore di Latina sulla vicenda stadio: può essersi configurato, secondo lei, un atto intimidatorio proprio nella fase più calda di azione di contrasto delle forze di polizia, del prefetto, degli organi dello Stato, che hanno indubbiamente operato in questi due anni un salto di qualità nell’azione di contrasto? Un’ultima domanda è relativa alla questione dei lavoratori immigrati nel settore agricolo: lei definirebbe questa situazione di fenomeno diffuso di lavoro nero o possiamo, invece, configurarla ancora di più come una vicenda di sfruttamento/schiavitù di lavoratori che nella nostra provincia vengono impiegati in questo settore?

  ROSARIA CAPACCHIONE. Vorrei proseguire su quanto anticipato dal collega Moscardelli. Mi è sembrato da tutta la relazione che ci fosse molto sullo sfondo, per dire forse anche un po’ ignorato, il ruolo della politica in combutta con le varie organizzazioni criminali che operano sul territorio, a partire Pag. 15dal basso Lazio, cui ha fatto riferimento, quindi con l’infiltrazione della famiglia Bardellino, lì da venticinque anni, con il controllo sull’amministrazione comunale, con il clan Moccia, con il clan Mallardo, con la famiglia Bidognetti, che opera sempre nel basso Lazio, col gruppo Zagaria, che opera nella zona di Castelforte andando verso Cassino, via via fino alla città capoluogo. Poi c’è Fondi, il mercato ortofrutticolo. Fondi è stata al centro di una grossa polemica nella passata legislatura proprio su una relazione di un suo collega che aveva chiesto lo scioglimento di quell’amministrazione comunale. Mi sembra dalla sua relazione che tutto questo sia sparito nel nulla. Non c’è più nulla di attuale, a suo giudizio, o invece questi rapporti con la politica permangono e persistono? E quali sono i rapporti, per esempio, se sono stati documentati, tra la famiglia Ciarelli Di Silvio e uomini dell’amministrazione comunale del capoluogo?

  CLAUDIO FAVA. Prefetto, la collega ha già anticipato la mia domanda. La mia domanda è una battuta ed è sulla capacità di condizionamento oggi delle organizzazioni criminali nei confronti della politica, la capacità concreta, non astratta. Fondi non fu sciolta perché si dimise il consiglio comunale all’ultimo momento utile, abbiamo un’inchiesta a Formia per voto di scambio, Latina viene considerata un hub delle mafie. La sensazione è che non si limitino soltanto a un controllo criminale del territorio, ma che questo controllo sociale abbia a che fare anche con la politica e con la capacità di forte, diretto condizionamento dell’attività dell’amministrazione. Vorremmo sapere se lei avverte questo rischio e ha qualcosa, anche eventualmente in segreta, da poterci dire.

  FRANCESCO D’UVA. Vorrei ricollegarmi a un’audizione che abbiamo svolto della DDA di Roma. In particolare, l’aggiunto Pag. 16Prestipino ci parlò di un problema relativo alle intercettazioni nel territorio di Latina. Non so se la presidente ha memoria di questa vicenda in cui c’erano queste intercettazioni che dovevano essere secretate ed erano in mano a soggetti esterni, persone che evidentemente avevano contatti con la ditta esterna che esegue le intercettazioni. A seguito di quell’audizione, di quella notizia stampa – non era secretata e avevamo fatto anche delle dichiarazioni al riguardo – è stato fatto qualcosa? È possibile fare qualcosa per evitare che intercettazioni delicate possano finire nelle mani di estranei, soggetti esterni alla società di intercettazioni stessa? Si è fatto ordine o è possibile farlo in questo campo? Riguardo al comune di Sperlonga, mi risulta che il sindaco sia stato rimosso, se non sbaglio, in base alla legge Severino e che consiglieri comunali abbiano subìto minacce e intimidazioni: qual è la situazione a Sperlonga? È il caso di indagare ulteriormente su questa realtà? Anche se una commissione d’accesso forse è un po’ forte, la prefettura ha valutato qualcosa al riguardo? Lo stesso vale per il comune di Formia. Mi risulta ci sia appunto il processo «sistema Formia»: al di là del lavoro dell’autorità giudiziaria, la prefettura può fare qualcosa per mettere al riguardo? È stata già posta la domanda sul basso Lazio, in generale è già stato detto. Secondo notizie di stampa ho anche sentito parlare di lobby deviata: è possibile qualche chiarimento riguardo i legami tra criminalità organizzata e politica? Ancora, nel luglio 2015 i carabinieri, su disposizione della procura di Latina, sequestravano una lottizzazione abusiva effettuata da società di Marcianise e Parete. Considerata la pressione della camorra in provincia di Latina, dietro la vicenda della lottizzazione vi sono interessi della criminalità organizzata?

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. Lottizzazioni dove?

  FRANCESCO D’UVA. A Sperlonga.

Pag. 17

  LUIGI GAETTI. Vorrei tornare un po’ sul rapporto con la città di Latina, nel senso di quest’intreccio tra la politica e alcune associazioni criminali. Vorrei anche chiedere come si comporta la società civile. Sappiamo che lì c’è stato un grosso problema nell’ambito del tribunale con arresti, che ha coinvolto anche numerosi professionisti, sia commercialisti sia architetti per la valutazione. Questo ha comportato il fallimento di molte società, soprattutto quelle capitalizzate, per cui sono state vendute poi probabilmente a gruppi di persone che si sono arricchite in maniera indebita. Su questo ho avuto numerose segnalazioni. È strano, peraltro, che nonostante si sia evidenziata questo criticità, le vendite per incanto stiano andando avanti, e queste sono persone che chiaramente sono state truffate da una sistema che, oltretutto, purtroppo è un’istituzione. Queste persone sono state vittime due volte, per mano sia di professionisti corrotti sia dell’istituzione, che non è stata in grado di tutelarle: è stato fatto qualcosa? Queste persone sono state aiutate? Si sta cercando di porre rimedio? Soprattutto, in relazione ai professionisti, si è svolta un’attività nei confronti degli ordini per sensibilizzarli, per spiegare al meglio queste criticità?

  DAVIDE MATTIELLO. Prefetto, ha fatto riferimento al gruppo di lavoro permanente dedicato ai lavoratori immigrati, allo sportello aperto se non ho capito male un anno fa, nel maggio 2015, lo sportello che avrebbe dovuto favorire le denunce. Parlando della task force ha parlato dello sportello aperto presso la questura. Se ho sentito male, però, ha detto che a oggi non è arrivata alcuna denuncia. Vorrei chiederle una valutazione di questo dato negativo. Che cosa significa, che la modalità di funzionamento dello sportello non è adeguata o che un certo allarme rispetto alla situazione è stato in realtà una sopravvalutazione?

Pag. 18

  PRESIDENTE. Ho una domanda anch’io, che riguarda in particolare Ciarelli, che dovrebbe essere agli arresti domiciliari a Venafro, in Molise, nonostante sia stato condannato a vent’anni per reati di associazione mafiosa.

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. A noi risulta ancora agli arresti domiciliari a Rieti.

  PRESIDENTE. Va bene. Do la parola al prefetto per la replica.

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. L’attenzione viene rivolta, se è possibile riunire un po’ gli argomenti, sui rapporti tra criminalità e politica. Io sono lì da un anno e vedo nella realtà del comune di Latina una provincia nella quale sono vissute insieme sin da piccole persone che oggi condividono professionalità e atteggiamenti diversi. Molte di queste persone sono andate a scuola insieme e hanno convissuto sulla stessa realtà insieme. Alcuni sono andati sulla retta via, altri non sono andati sulla retta via. Questo non vuol dire che chi continua ad avere rapporti con uno che ha avuto nella sua attività un momento di défaillance o ce l’ha ancora. Nel momento in cui è libera, una persona onesta che frequenta o prende un caffè con un delinquente non deve essere delinquente anche lei. Questa premessa è per dire che un prefetto deve essere attento alla realtà che vive e nel contempo considerare quello che vede come il presupposto che poi lo fa agire nella sua azione quotidiana. Io sono da un anno a Latina e quello che mi preme sottolineare è che la percezione di sicurezza è cambiata, perlomeno così mi si dice, e forse l’ha confermato il senatore Moscardelli nella sua domanda. In prefettura abbiamo aperto le porte e abbiamo ricevuto tutti coloro che volessero essere assieme alle istituzioni utilizzando come metro di comportamento Pag. 19 esclusivamente la legalità e il rispetto delle regole. Non mi sono dimenticato dei politici nella relazione. Prima di leggere la relazione ho premesso quattro righe dicendo che la mia analisi era esclusivamente fatta sulle evidenze info-operative delle forze di polizia e dei risultati di sentenze della magistratura, definite o in corso di definizione. Attualmente, quindi, ci sono procedimenti in atto importanti. Come ha evidenziato il senatore Moscardelli, le indicazioni della possibilità che ci sia un momento di congiunzione relativamente a quanto poc’anzi affermavate sono sotto esame della magistratura. Io posso dire quello che le carte mi dicono o con le sensazioni che percepisco indirizzare la mia azione di prevenzione e controllo. Il prefetto non svolge l’attività di repressione del magistrato. Io devo prevenire e controllare. In un anno di attività la prevenzione e il controllo su questo territorio c’è stata, perché c’è stato un decremento di tutti i reati. Non solo, ma c’è una percezione di sicurezza nella città maggiore di prima. Non solo, si sono aperti più procedimenti di prima. Non solo, si sono rotte situazioni che sembravano impossibili da toccare. Lo abbiamo fatto attraverso una riunione continua con le forze di polizia. Con i magistrati il mio rapporto è quello che, se mi chiamano e mi chiedono quello che so, io riferisco, ma la magistratura è un organo che agisce autonomamente, dando poi a uno la determinazione di imputato o testimone o altro. È palese che nella provincia di Latina, dal nord al sud, sono presenti organizzazioni criminali o nella loro struttura o tramite persone a esse affiliate o collegate, che sono nel territorio pontino magari per un solo affare. Ad esempio, i Crupi hanno commercializzato 370 tonnellate di cioccolato. Si parlava di droga, ma ci sono anche altre situazioni. La corruzione c’è anche a Latina. Adesso bisogna dimostrarla attraverso il procedimento, che conosciamo, democratico di un processo. Questa Pag. 20 relazione è stata fatta sulle cose che adesso sono certe nelle carte. Se avessi dovuto parlare di tutti i procedimenti, la relazione non sarebbe stata di venti pagine, ma di molte di più. Quello che mi interessa dirvi in questo momento– non so se sono stato compiuto nella mia risposta – è che stiamo lavorando, stiamo lavorando bene, senza mettere da parte nessuna attenzione. Da qui, però, a chiedere a un prefetto notizie che debbono essere chieste a un tribunale, per esempio che cosa si sta facendo sulla successione di Lollo. Questo non attiene a un prefetto, ma a un tribunale. Perché non è stato cambiato il magistrato e non è stato messo un altro magistrato? Se vuole, posso chiederlo e riferire, ma non posso conoscere le determinazioni di un altro organo istituzionale. Io rispondo per la mia attività. Sono d’accordo con lei, quindi, onorevole, condivido, ma…

  CLAUDIO FAVA. Io non le chiedo di condividere, ma solo di rispondere. La mia domanda non è se siano in corso indagini. Ci sono, lo sappiamo, e gli atti giudiziari sono nella nostra disponibilità come nella sua. Le chiedevo una cosa diversa, e cioè una valutazione dal suo punto di vista, un punto di vista che utilizza evidenze giudiziarie, ma anche evidenze sociali d’altro tipo. Dal suo punto di vista, il rischio, come è accaduto in passato, che ci sia un condizionamento di alcune amministrazioni del territorio di Latina, è attuale o no? Non è un fatto giudiziario, ma la valutazione del prefetto di Latina.

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. La valutazione è che attualmente le forze di polizia sono ben attente a evidenziare i fatti di questo genere.

  FRANCESCO D’UVA(fuori microfono) Quanto a Sperlonga e alle intercettazioni?

Pag. 21

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. Delle intercettazioni, mi scusi, non sono a conoscenza, quindi non posso risponderle su cose che non conosco. Per quanto riguarda Sperlonga, c’è stato da parte del Corpo forestale dello Stato un sequestro non indifferente. È un procedimento in itinere. C’è un secondo sequestro anche da parte dei Carabinieri, ancora in itinere, che ha visto una grossissima lottizzazione. Vi è, quindi, certezza di questo.

  DAVIDE MATTIELLO(fuori microfono) Sulle denunce che mancano…

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. Questo è importante. Specialmente in questi giorni è evidenziata, come avete visto su tutti i giornali, la situazione dei sikh. Dalle analisi investigative attualmente non si evidenzia per noi uno sfruttamento in schiavitù, ma un’irregolarità nella contrattualistica e per il lavoro nero. Questo è sicuramente importante. Tutte le autorità coinvolte nell’investigazione hanno trovato persone senza permessi o che hanno permessi di soggiorno ma che sono sfruttate. Sotto quest’aspetto, devo rassicurarla che stanno procedendo. Dall’altra parte – purtroppo, questo è un dato di fatto – a noi denunce effettive non sono state mai presentate. Io stesso ho chiamato in prefettura i rappresentanti datoriali, ai quali ho chiesto cortesemente, atteso che le denunce sarebbero nei confronti di chi in questo caso è imprenditore, e quindi responsabile di un’azienda, di essere parte attiva nella denuncia o perlomeno a farci conoscere posizioni di irregolarità, anche nel loro interesse.

  PRESIDENTE. Ringraziamo il prefetto.
Dichiaro conclusa l’audizione.

  La seduta termina alle 15.50.

Audizione Prefetto di Latina del 4 maggio 2016 da parte della Commissione Parlamentare Antimafia:in un anno interdittive antimafia 0

Audizione Prefetto di Latina del  4 maggio 2016  da parte della Commissione Parlamentare Antimafia:in un anno interdittive antimafia 0
Audizione prefetto di latina – in un anno interdittive antimafia 0
Rif. Camera Rif. normativi
XVII Legislatura
Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere
Resoconto stenografico

Seduta n. 153 di Mercoledì 4 maggio 2016
Bozza non corretta
INDICE

Comunicazioni della presidente:
Bindi Rosy , Presidente … 2

Sulla pubblicità dei lavori:
Bindi Rosy , Presidente … 2

Audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni:
Bindi Rosy , Presidente … 2 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 3 ,
Bindi Rosy , Presidente … 8 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 8 ,
Bindi Rosy , Presidente … 12 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 12 ,
Bindi Rosy , Presidente … 12 ,
Moscardelli Claudio  … 12 ,
Capacchione Rosaria  … 14 ,
Fava Claudio (SI-SEL)  … 15 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 15 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 16 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 16 ,
Gaetti Luigi  … 17 ,
Mattiello Davide (PD)  … 17 ,
Bindi Rosy , Presidente … 18 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 18 ,
Bindi Rosy , Presidente … 18 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 18 ,
Fava Claudio (SI-SEL)  … 20 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 20 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 20 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 21 ,
Mattiello Davide (PD)  … 21 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 21 ,
Bindi Rosy , Presidente … 21

Testo del resoconto stenografico
Pag. 2

PRESIDENZA DELLA PRESIDENTE ROSY BINDI

  La seduta comincia alle 14.45.

Comunicazioni della presidente.

  PRESIDENTE. Propongo di passare in seduta segreta.

  (Così rimane stabilito. La Commissione procede in seduta segreta, indi riprende in seduta pubblica).

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.

(Così rimane stabilito).

Audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni.

  PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l’audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni, il accompagnato dal capo di gabinetto, il viceprefetto Monica Perna, dal viceprefetto vicario Luigi Scipioni e dal viceprefetto Domenico Talani. L’audizione è dedicata a un aggiornamento sulla situazione dell’ordine pubblico in provincia di Latina a un anno e mezzo dalla missione ivi svolta dalla Commissione l’11 dicembre 2014. Ricordo che la seduta odierna si svolge nelle forme libere dell’audizione libera e che, ove necessario, i lavori potranno proseguire in forma segreta. Ringrazio il prefetto Faloni, che si è reso immediatamente disponibile, in pochissimi giorni, a riferire in Commissione. Anche se avevamo da tempo previsto quest’audizione, il prefetto è stato informato solo di recente, quindi voglio ringraziarlo per questa sua disponibilità. Si è resa Pag. 3necessaria con una certa urgenza, perché stiamo completando la nostra relazione su Roma, anche in vista delle prossime elezioni, quindi per noi acquisire le notizie sulla situazione di Latina e del basso Lazio è particolarmente importante. Cedo la parola al prefetto Faloni e lo ringrazio ancora una volta.

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Signora presidente, signore e signori componenti della Commissione, la presente relazione sulla criminalità organizzata di stampo mafioso nella provincia di Latina è stata redatta a sintesi degli elementi di conoscenza e delle informazioni acquisite dalle forze di polizia territoriale e dalla direzione investigativa antimafia (DIA) nonché dalle risultanze processuali dei numerosi procedimenti penali, alcuni dei quali giunti a sentenza definitiva, altri ancora pendenti nei confronti di diversi sodalizi criminali operanti sul territorio. Nell’ultimo censimento generale del 2011, la provincia di Latina ha fatto registrare una popolazione di 550 mila abitanti, con un incremento rispetto al 2010 del 10 per cento. La popolazione è composta nel 2015 da 46 mila stranieri regolari, circa l’8 per cento del totale degli abitanti. Così Latina rappresenta, dunque, la seconda provincia del Lazio dopo Roma anche per numero di cittadini immigrati. È da evidenziare, però, che nel periodo che va da maggio a ottobre si registra un consistente aumento della popolazione, che raggiunge picchi di circa 2,5 milioni di persone, dato confermato da alcune stime degli operatori turistici nonché sulla base di dati oggettivi, come i consumi di energia elettrica e di conferimento dei rifiuti. I settori trainanti per l’economia locale sono rappresentati dal distretto chimico-farmaceutico, che nel 2015 ha ottenuto valori di assoluta eccellenza, con il primo posto in Italia per fatturato, 4 miliardi di euro. Il secondo, l’agroalimentare, con 135 milioni rappresenta il 2,48 per cento delle esportazioni pontine. C’è poi il settore turistico ricettivo. In tale Pag. 4contesto, la situazione economica del 2015 fa registrate segnali di ripresa sia pur lieve in diversi settori produttivi, anche se alcuni settori denunciano uno stato di difficoltà, come quello del commercio. Nel 2015, i movimenti demografici del registro delle imprese camerale in provincia di Latina mostrano uno stock di imprese pari a 57.657 unità, con un saldo positivo di 96 unità rispetto all’anno precedente. Per il comparto turistico, il dato 2015 riporta un saldo positivo di 98 imprese. Sotto il profilo della criminalità cosiddetta comune o diffusa, nel 2015 la provincia pontina ha visto una flessione di reati pari al 9,79 per cento rispetto al 2014, con 21 mila delitti denunciati contro i 23 mila del 2014. In particolare, si è registrata una diminuzione significativa delle rapine, –8 per cento, meno rilevante quella dei furti, –6 per cento. La continuità con il territorio romano e con quello campano favorisce, inoltre, l’incursione di pregiudicati, cosiddetti trasferisti, dediti prevalentemente alla commissione di reati contro il patrimonio e lo spaccio di stupefacenti. Nel 2015, sono stati commessi quattro omicidi, di cui nessuno riconducibile alla criminalità organizzata. Gli autori sono stati identificati e arrestati. Tra questi, si evidenzia quello dell’avvocato Mario Piccolino, autore di un blog di denuncia contro la criminalità organizzata nel sud pontino. Quest’uccisione si è verificata nel maggio 2015 a Formia e ha suscitato tra la popolazione veramente una grande reazione, a significare quanto sia sentita la portanza del fenomeno criminale sul nostro territorio. Quanto agli altri reati di particolare evidenza sotto il profilo oggetto della presente analisi, i cosiddetti reati spia, si evidenzia che gli indicatori statistici relativi alle denunce per usura presentate nell’intera provincia, 8 nel 2014 e 5 nel 2015, farebbero pensare a una realtà in cui il fenomeno usurario dovrebbe considerarsi marginale. Si tratta, tuttavia, di dati che non rispecchiano l’entità del fenomeno, che Pag. 5conosce ampie zone di sommerso a causa anche della resistenza delle vittime a presentare denuncia. In realtà, il problema ha ben altre proporzioni e coinvolge prevalentemente le piccole e medie imprese, commercianti e artigiani locali. Nell’attuale periodo di difficile congiuntura economica anche le famiglie rischiano di entrare nella spirale dell’usura in relazione a esigenze di consumo, a improvvise necessità familiari o per inadeguata capacità di gestione delle proprie risorse e di debiti che si assumono. Quanto evidenziato è altresì confermato da dati relativi alle istanze di accesso al fondo di solidarietà per le vittime all’usura e all’estorsione, di cui la prefettura cura l’istruttoria per il commissariato per il coordinamento delle iniziative antiracket. Nel biennio 2014-2015, infatti, risultano essere state presentate alla prefettura di Latina complessivamente 57 domande di accesso al fondo, di cui solo 6 hanno riguardato ipotesi di reato di usura, mentre per le restanti 51 istanze si è trattato di domande legate a denunce per usura bancaria. Di queste ultime, ben 14 sono state inoltrate da un unico soggetto. Negli ultimi anni poi, per quanto riguarda le denunce di estorsione, sono state 79 nel 2014 e 69 nel 2015. Per quanto concerne gli altri fenomeni criminosi, quali gli incendi e i danneggiamenti, questi sono stati nel corso del 2015, rispettivamente, 282 e 1.817, contro i 221 e i 1.952 dell’anno precedente. Al riguardo, si evidenzia che, con riferimento agli episodi nei confronti di attività commerciali, quelli verificatisi in particolare nel sud pontino negli ultimi anni – 2014, 2015 e 2016 – sono consistiti in episodi incendiari ai danni di esercizi commerciali o macchinari, danneggiamenti dei veicoli, in esplosioni di colpi di arma da fuoco contro le serrande di negozi e locali: in particolare, 8 a Santi Cosma e Damiano, 4 a Castelforte e uno Minturno. In relazione, invece, alla presenza della criminalità organizzata di stampo mafioso, si evidenzia che, Pag. 6secondo le risultanze investigative e processuali svolte al riguardo nel tempo, la provincia di Latina si è caratterizzata per la compresenza di esponenti di vari tipi di organizzazione criminale quali quelle mafiose, come camorra, ‘ndrangheta e cosa nostra, e quelle di tipo autoctono. Il territorio pontino, infatti, ha rappresentato da tempo un bacino geo-economico appetibile per le organizzazioni criminali grazie alla sua peculiare dislocazione geografica. La vicinanza a realtà significative per dimensioni e consistenza criminale come quella casertana e napoletana nonché la presenza sin dagli anni Sessanta e Settanta di pregiudicati campani e calabresi inviati nella provincia in soggiorno obbligato perché colpiti da altre misure di prevenzione personali ha favorito l’incursione di propri affiliati per il riciclaggio di proventi illeciti in attività imprenditoriali apparentemente lecite, sfruttando tra l’altro l’elevata vocazione agricola, la presenza del mercato ortofrutticolo di Fondi (MOF) e i settori dell’edilizia, della logistica, del turismo, del commercio all’ingrosso e di quello al dettaglio. In particolare, tali sodalizi sono stati attratti soprattutto per la possibilità di reinvestire in modo più sicuro i loro ingenti proventi illeciti considerata la posizione geografica centrale e la sua vicinanza con Roma e la Campania; la presenza in zona di numerose e diversificate attività commerciali, che consentivano una più facile mimetizzazione delle risorse impiegate; l’assenza di un’organizzazione criminale dominante locale a fronte di una realtà relativamente tranquilla, che favoriva la possibilità di affermazione delle varie organizzazioni nel territorio; una più facile mimetizzazione rispetto ai territori d’origine; la possibilità di investire sull’acquisto di grandi appezzamenti terrieri al fine di intraprendere redditizie attività economiche sia commerciali sia immobiliari. A partire dagli anni Ottanta si è, quindi, assistito a un graduale ingresso di diversi sodalizi Pag. 7mafiosi nei settori agroalimentare, commerciale, immobiliare, turistico e balneare, soprattutto attraverso la costituzione o l’acquisto di quote sociali per mezzo di prestanome di fiducia. A differenza di quanto accaduto nelle regioni d’origine, dove tendono ad assumere un controllo del territorio di tipo militare, in questa provincia le organizzazioni criminali non sembrano aver posto in essere comportamenti manifestamente e continuativamente violenti, ma hanno cercato di realizzare una forma di inserimento attraverso l’instaurazione di relazioni con imprenditori, commercianti, professionisti e operatori del mondo finanziario.
Uno dei settori maggiormente interessati al fenomeno è stato quello dell’edilizia, che ha coinvolto anche le attività collaterali del trasporto delle cave, dell’estrazione di materiali inerti, dello smaltimento dei rifiuti. Parallelamente, si sono registrate nel tempo anche quelle manifestazioni criminali tipiche di tali sodalizi, come dimostrano varie indagini susseguitesi negli anni, che hanno riguardato il traffico di sostanze stupefacenti, l’usura, l’estorsione, la ricettazione, il riciclaggio e il trasferimento fraudolento di valori. Allo stato attuale, comunque, pur evidenziandosi il tentativo di radicamento di attività illecite connesse agli interessi delle organizzazioni criminali di tipo mafioso, si può ritenere che le stesse non abbiano interesse a una forma di controllo militarizzato del territorio, ma siano più interessate a sviluppare una coesistenza e convivenza con le altre realtà presenti, realizzando una commistione tra lecito e illecito e confondendosi sempre più nella società civile e legale. La complessità ad attestare questa strisciante infiltrazione a livello sia investigativo sia giudiziario deriva dalla già accennata minore frequenza del ricorso a manifestazioni criminali violente, antitetiche rispetto ad attività di riciclaggio, a cui è funzionale la minimizzazione nel contesto socio economico. LePag. 8proiezioni delle organizzazioni criminali nell’area in esame risultano, infatti, sino a oggi essere prevalentemente di natura economico-finanziaria, legate all’attività di riciclaggio di proventi illeciti, poste in essere da soggetti congiunti ai consessi criminali. L’analisi delle evidenze investigative sul territorio pontino, alcune delle quali trasfuse in provvedimenti patrimoniali giudiziari, hanno evidenziato che gli investimenti si concentrano nelle costruzioni e nel commercio all’ingrosso nonché in quello al dettaglio, in particolare di autovetture, nell’attività di bar e ristorazione, nell’attività di onoranze funebri. I rapporti tra le diverse organizzazioni criminali si svolgono prevalentemente su un piano paritario di accettazione e di convivenza, che non fa escludere la possibilità di una fattiva collaborazione. Tale dato costituisce un tratto del tutto peculiare, che contraddistingue la realtà del sud pontino rispetto ai territori di origine, caratterizzati invece dalla prevalenza di un’organizzazione sulle altre e da frequenti scontri per la conquista di una posizione di egemonia sul piano locale.

  PRESIDENTE. Propongo di passare in seduta segreta.

  (Così rimane stabilito. La Commissione procede in seduta segreta, indi riprende in seduta pubblica).

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Vengo ora al fenomeno migratorio. La vocazione agricola del territorio pontino fa registrare una massiccia presenza di cittadini stranieri dediti al lavoro stagionale in agricoltura. Al 1° gennaio 2015, ultimo dato ufficiale disponibile, risultano presenti 45.749 stranieri regolari, che costituiscono circa l’8 per cento del totale degli abitanti. Latina rappresenta così la seconda provincia del Lazio dopo Roma per numero di cittadini immigrati. La prima collettività straniera è rappresentata dai cittadini romeni, con Pag. 919 mila presenze, quasi il 41 per cento del totale degli stranieri residenti sul territorio. La principale nazionalità non comunitaria è quella indiana di religione sikh, proveniente dal Punjab, che sono 9.138, con una presenza pari al 20 per cento del totale degli immigrati pontini. Comunità storicamente presenti in provincia sono anche quelle albanese, 2.118, ucraina, magrebina, impegnate prevalentemente in manodopera nel settore edile e nella collaborazione domestica, dove è specificatamente prevista la presenza di lavoratori moldavi, ucraini e filippini. Un’attenzione particolare occorre porre alla comunità indiana. I cittadini indiani regolarmente presenti in Italia al 1° gennaio 2015 sono 147.815, rappresentanti il 2,9 per cento degli stranieri residenti. Ben il 60 per cento di questi indiani residenti in Italia sono uomini, un dato questo che differisce molto dalla situazione nazionale, ben oltre 12 punti percentuali sopra la media. Si tratta prevalentemente di giovani in età lavorativa dai 19 ai 30 anni. Anche la comunità indiana stanziata nella provincia di Latina ricalca queste caratteristiche, 9.138 sono i cittadini indiani registrati al 1° gennaio 2015, il 6 per cento del totale della nazione, prevalentemente uomini dai 19 ai 26 anni, stanziati per la maggior parte nei comuni del sud pontino poiché impegnati nel settore agricolo. La comunità pontina è tra le più numerose in Italia. La città di Terracina è al terzo posto in Italia per valore assoluto di cittadini indiani residenti con 1.774 unità. Per valore assoluto, prima di Terracina troviamo solamente Roma, 9 mila unità, e Brescia con 2.200 unità. Per le tematiche attinenti ai lavoratori indiani, presso la prefettura è stato istituito una task force a cui partecipano 22 componenti rappresentanti: la regione Lazio, la provincia, il comune di Sabaudia, le forze di polizia, gli uffici statali interessati (INAIL, INPS, DTL, ASL), la camera di commercio, le associazioni sindacali (CGIL, CISL, UIL e UGL), datoriali (CIA, Pag. 10Confagricoltura, Coldiretti) e del volontariato (AIIL e InMigrazione).
Questa task force è stata istituita l’8 settembre 2014 e al suo interno ha costituito due sottogruppi. Il primo è costituito da rappresentanti della regione Lazio, dalle associazioni sindacali, da quelle datoriali e del volontariato, per la prevenzione del lavoro irregolare. Il secondo è composto dalle forze di polizia, dalla DTL, dall’INPS e dall’ASL per il contrasto al caporalato e ai controlli nelle aziende. Il primo si è già riunito sei volte, cinque nel 2015 e una nel 2016. Nel corso delle riunioni si è svolto un lavoro di analisi sulla consistenza delle imprese del comparto agricolo, sulla normativa vigente per le assunzioni in agricoltura, sul funzionamento dei centri per l’impiego, e sono state avviate due iniziative particolarmente condivise dalle organizzazioni sindacali: l’elaborazione di una proposta di legge regionale e l’attivazione di un servizio di collocamento sulla scorta delle liste di disoccupazione fornite dai cinque centri per l’impiego, per facilitare attraverso una maggiore capillarità degli sportelli sul territorio l’assunzione da parte dei datori di lavoro. È da evidenziare che nel corso delle riunioni uno dei punti fondamentali oggetto di confronto è stata la necessità di denunciare la situazione di sfruttamento di chiunque fosse a conoscenza. Al riguardo, in data 6 maggio 2015 è stato sottoscritto uno specifico protocollo d’intesa tra la questura di Latina e i sindacati CGIL CISL e UIL, che prevede canali privilegiati per la denuncia e l’accertamento dei casi di sfruttamento. Dalla data di sottoscrizione del predetto protocollo il signor questore ha rappresentato che non è stata sporta ancora alcuna denuncia. Il secondo gruppo ha di fatto da subito avviato l’azione di controllo e contrasto del lavoro irregolare. Nel corso del 2015 sono stati effettuati i seguenti controlli: l’Arma dei carabinieri, nell’ambito delle specifiche attività svolte dal nucleo Pag. 11 carabinieri ispettorato del lavoro, ha eseguito 92 ispezioni, rilevando in 34 aziende 67 lavoratori irregolari e 74 in nero, comminando sanzioni per 280 mila euro, ammende per 78 mila euro. Sono state, inoltre, deferite all’autorità giudiziaria 14 persone e adottati 22 provvedimenti di sospensione dell’attività. La direzione territoriale del lavoro ha eseguito 84 ispezioni nel settore agricolo, rilevando in 48 aziende 128 posizioni lavorative irregolari, 102 in nero. Sono state sospese 27 attività e comminate sanzioni pecuniarie per 41 mila euro. Nel primo trimestre 2016, il citato ufficio ha espletato 20 controlli rilevando in 15 aziende 41 posizioni lavorative irregolari. Sono state comminate sanzioni per altri 34 mila euro. La Guardia di finanza, nell’ambito di attività di contrasto all’evasione fiscale e del lavoro sommerso svolta, ha riscontrato in riferimento al settore agricolo la presenza di 19 lavoratori irregolari nel 2015 e di altri 43 lavoratori in nero nel corso di quest’anno. Per quanto concerne il contrasto al radicalismo islamico, si segnala l’espulsione con decreto del Ministero dell’interno del cittadino tunisino Triki Mohamed. Vengo all’attività della prefettura. Intensa è l’attività di coordinamento espletata dalla prefettura di Latina in sede di comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e riunioni tecniche di coordinamento al fine di una concreta azione di contrasto posta in essere dalle Forze di polizia. In particolare, nel corso del 2015 si sono tenute trenta riunioni, di cui cinque del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e venticinque riunioni tecniche di coordinamento, nel corso delle quali è stata messa in atto una nuova strategia di prevenzione e contrasto della criminalità organizzata attraverso la sperimentazione di forme di controllo del territorio interforze anche con l’ausilio delle polizie locali nonché con l’impiego dei reparti territoriali crimine della Polizia di Stato, delle compagnie di intervento operativo dell’Arma Pag. 12dei carabinieri e del pronto impiego della Guardia di finanza. Ciò ha consentito l’aumento di tutti i servizi, sia di quelli a carattere generale sia di quelli mirati alla prevenzione e al contrasto di determinati fenomeni criminali, come i reati di carattere predatorio, elevando altresì il livello di percezione della sicurezza mediante la massima visibilità delle Forze di polizia nei servizi stessi.
In particolare, nel corso del 2015 sono stati effettuati 76 mila servizi, contro i 70 mila del 2014, con incremento pari al 7 per cento, per un totale di 120 mila uomini impiegati rispetto ai 113 mila del 2014. I servizi mirati sono stati 5.500, contro i 4.800 del periodo precedente, con un incremento del 14 per cento, per un numero complessivo sul piano delle attività poste in essere di 62 mila posti di controllo effettuato, contro i 58 mila del 2014, 287 mila persone identificate, contro le 274 mila sempre relative al precedente anno, 228 mila mezzi controllati, a fronte dei precedenti 224 mila. Per quanto riguarda l’attività dell’ufficio antimafia, si evidenzia che nel corso del 2014 sono state rilasciate 1.893 certificazioni antimafia e, nel 2015, 2.056. Per quanto concerne i beni confiscati alla criminalità organizzata, risultano confiscati nell’ambito provinciale 45 immobili.

  PRESIDENTE. Quante interdittive?

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Non ne abbiamo fatte, signor presidente.

  PRESIDENTE. Ringrazio il prefetto. Do ora la parola agli onorevoli colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

  CLAUDIO MOSCARDELLI. Ringrazio il prefetto per la relazione, che ha affrontato tutte le criticità della provincia di Latina. Emerge un quadro per cui, se volessimo fare una sintesi Pag. 13della condizione di difficoltà della provincia, potremmo dire che è una provincia che ha un volume di arresti all’anno pari a quello della provincia di Caserta. Questo dà l’idea del livello di radicamento, oltre l’infiltrazione, di una serie di organizzazioni criminali. A distanza di un anno e mezzo dalla missione della Commissione antimafia a Latina, sono accaduti alcuni eventi importanti nell’azione di contrasto alla criminalità. In particolare, vorrei centrare l’attenzione sulla città di Latina, che da un punto di vista del fenomeno criminale rappresenta una realtà meno conosciuta, sebbene negli ultimi anni sia stato acceso un faro, un’attenzione che ha portato risultati sul piano anche di provvedimenti definitivi a livello giurisdizionale. In questa città opera il clanCiarelli Di Silvio, collegato anche per legami di parentela ai Casamonica a Roma. Rispetto anche alla mancata infiltrazione dei casalesi a Latina, va detto che questo clan ha poi raggiunto un accordo con i casalesi, e quindi opera anche per conto loro nella realtà di Latina. Si tratta di un clan che ha una forza particolare, stimata in mille adepti, quindi sostanzialmente una capacità anche di controllo e presenza sul territorio molto forte. Questo clan nel corso degli ultimi vent’anni ha avuto una crescita esponenziale. Accanto alle attività classiche che ha sempre svolto, di usura, racket, spaccio di stupefacenti e così via, ha visto aumentare in maniera esponenziale la propria presenza e infiltrazione sul territorio anche attraverso l’acquisizione di molti esercizi commerciali e aziende. C’è stata una sua crescita anche da un punto di vista «politico». Nel senso che, proprio per questa massa enorme di cui dispone, il clan è risultato avere grande facilità di accesso presso alcune istituzioni, come il comune di Latina, ad esempio per tutta la vicenda relativa alla gestione degli alloggi di case popolari o di sussidi ed emolumenti erogati a decine e decine, se non centinaia, di esponenti di questo clan sotto forma di aiutiPag. 14economici perché giudicati in condizioni disagiate. C’è stata anche l’occupazione indisturbata di vaste aree e terreni comunali, che hanno utilizzato come fossero proprio terreni per loro attività, fino addirittura all’emersione di rapporti con la società di calcio e di vicende legate allo stadio per questioni urbanistiche. Vorrei chiederle, prefetto, la sua valutazione su come questo fenomeno possa essere riuscito a crescere in maniera sempre più forte. C’è stata, secondo lei, una sottovalutazione o addirittura possiamo parlare anche di copertura di questa capacità di crescita? Vorrei anche chiederle, relativamente alla facilità di movimento che ha su tutto il territorio comunale sul piano economico, ma anche alla facilità di rapporti nelle istituzioni per le vicende che stanno emergendo e che ho prima citato, come giudica i rapporti di questo clan con il livello politico. Vorrei citare ancora una vicenda, come quella di un’interrogazione apparsa e poi ritirata dal deputato Maietta contro il questore di Latina sulla vicenda stadio: può essersi configurato, secondo lei, un atto intimidatorio proprio nella fase più calda di azione di contrasto delle forze di polizia, del prefetto, degli organi dello Stato, che hanno indubbiamente operato in questi due anni un salto di qualità nell’azione di contrasto? Un’ultima domanda è relativa alla questione dei lavoratori immigrati nel settore agricolo: lei definirebbe questa situazione di fenomeno diffuso di lavoro nero o possiamo, invece, configurarla ancora di più come una vicenda di sfruttamento/schiavitù di lavoratori che nella nostra provincia vengono impiegati in questo settore?

  ROSARIA CAPACCHIONE. Vorrei proseguire su quanto anticipato dal collega Moscardelli. Mi è sembrato da tutta la relazione che ci fosse molto sullo sfondo, per dire forse anche un po’ ignorato, il ruolo della politica in combutta con le varie organizzazioni criminali che operano sul territorio, a partire Pag. 15dal basso Lazio, cui ha fatto riferimento, quindi con l’infiltrazione della famiglia Bardellino, lì da venticinque anni, con il controllo sull’amministrazione comunale, con il clan Moccia, con il clan Mallardo, con la famiglia Bidognetti, che opera sempre nel basso Lazio, col gruppo Zagaria, che opera nella zona di Castelforte andando verso Cassino, via via fino alla città capoluogo. Poi c’è Fondi, il mercato ortofrutticolo. Fondi è stata al centro di una grossa polemica nella passata legislatura proprio su una relazione di un suo collega che aveva chiesto lo scioglimento di quell’amministrazione comunale. Mi sembra dalla sua relazione che tutto questo sia sparito nel nulla. Non c’è più nulla di attuale, a suo giudizio, o invece questi rapporti con la politica permangono e persistono? E quali sono i rapporti, per esempio, se sono stati documentati, tra la famiglia Ciarelli Di Silvio e uomini dell’amministrazione comunale del capoluogo?

  CLAUDIO FAVA. Prefetto, la collega ha già anticipato la mia domanda. La mia domanda è una battuta ed è sulla capacità di condizionamento oggi delle organizzazioni criminali nei confronti della politica, la capacità concreta, non astratta. Fondi non fu sciolta perché si dimise il consiglio comunale all’ultimo momento utile, abbiamo un’inchiesta a Formia per voto di scambio, Latina viene considerata un hub delle mafie. La sensazione è che non si limitino soltanto a un controllo criminale del territorio, ma che questo controllo sociale abbia a che fare anche con la politica e con la capacità di forte, diretto condizionamento dell’attività dell’amministrazione. Vorremmo sapere se lei avverte questo rischio e ha qualcosa, anche eventualmente in segreta, da poterci dire.

  FRANCESCO D’UVA. Vorrei ricollegarmi a un’audizione che abbiamo svolto della DDA di Roma. In particolare, l’aggiunto Pag. 16Prestipino ci parlò di un problema relativo alle intercettazioni nel territorio di Latina. Non so se la presidente ha memoria di questa vicenda in cui c’erano queste intercettazioni che dovevano essere secretate ed erano in mano a soggetti esterni, persone che evidentemente avevano contatti con la ditta esterna che esegue le intercettazioni. A seguito di quell’audizione, di quella notizia stampa – non era secretata e avevamo fatto anche delle dichiarazioni al riguardo – è stato fatto qualcosa? È possibile fare qualcosa per evitare che intercettazioni delicate possano finire nelle mani di estranei, soggetti esterni alla società di intercettazioni stessa? Si è fatto ordine o è possibile farlo in questo campo? Riguardo al comune di Sperlonga, mi risulta che il sindaco sia stato rimosso, se non sbaglio, in base alla legge Severino e che consiglieri comunali abbiano subìto minacce e intimidazioni: qual è la situazione a Sperlonga? È il caso di indagare ulteriormente su questa realtà? Anche se una commissione d’accesso forse è un po’ forte, la prefettura ha valutato qualcosa al riguardo? Lo stesso vale per il comune di Formia. Mi risulta ci sia appunto il processo «sistema Formia»: al di là del lavoro dell’autorità giudiziaria, la prefettura può fare qualcosa per mettere al riguardo? È stata già posta la domanda sul basso Lazio, in generale è già stato detto. Secondo notizie di stampa ho anche sentito parlare di lobby deviata: è possibile qualche chiarimento riguardo i legami tra criminalità organizzata e politica? Ancora, nel luglio 2015 i carabinieri, su disposizione della procura di Latina, sequestravano una lottizzazione abusiva effettuata da società di Marcianise e Parete. Considerata la pressione della camorra in provincia di Latina, dietro la vicenda della lottizzazione vi sono interessi della criminalità organizzata?

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Lottizzazioni dove?

  FRANCESCO D’UVA. A Sperlonga.

Pag. 17

  LUIGI GAETTI. Vorrei tornare un po’ sul rapporto con la città di Latina, nel senso di quest’intreccio tra la politica e alcune associazioni criminali. Vorrei anche chiedere come si comporta la società civile. Sappiamo che lì c’è stato un grosso problema nell’ambito del tribunale con arresti, che ha coinvolto anche numerosi professionisti, sia commercialisti sia architetti per la valutazione. Questo ha comportato il fallimento di molte società, soprattutto quelle capitalizzate, per cui sono state vendute poi probabilmente a gruppi di persone che si sono arricchite in maniera indebita. Su questo ho avuto numerose segnalazioni. È strano, peraltro, che nonostante si sia evidenziata questo criticità, le vendite per incanto stiano andando avanti, e queste sono persone che chiaramente sono state truffate da una sistema che, oltretutto, purtroppo è un’istituzione. Queste persone sono state vittime due volte, per mano sia di professionisti corrotti sia dell’istituzione, che non è stata in grado di tutelarle: è stato fatto qualcosa? Queste persone sono state aiutate? Si sta cercando di porre rimedio? Soprattutto, in relazione ai professionisti, si è svolta un’attività nei confronti degli ordini per sensibilizzarli, per spiegare al meglio queste criticità?

  DAVIDE MATTIELLO. Prefetto, ha fatto riferimento al gruppo di lavoro permanente dedicato ai lavoratori immigrati, allo sportello aperto se non ho capito male un anno fa, nel maggio 2015, lo sportello che avrebbe dovuto favorire le denunce. Parlando della task force ha parlato dello sportello aperto presso la questura. Se ho sentito male, però, ha detto che a oggi non è arrivata alcuna denuncia. Vorrei chiederle una valutazione di questo dato negativo. Che cosa significa, che la modalità di funzionamento dello sportello non è adeguata o che un certo allarme rispetto alla situazione è stato in realtà una sopravvalutazione?

Pag. 18

  PRESIDENTE. Ho una domanda anch’io, che riguarda in particolare Ciarelli, che dovrebbe essere agli arresti domiciliari a Venafro, in Molise, nonostante sia stato condannato a vent’anni per reati di associazione mafiosa.

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. A noi risulta ancora agli arresti domiciliari a Rieti.

  PRESIDENTE. Va bene. Do la parola al prefetto per la replica.

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. L’attenzione viene rivolta, se è possibile riunire un po’ gli argomenti, sui rapporti tra criminalità e politica. Io sono lì da un anno e vedo nella realtà del comune di Latina una provincia nella quale sono vissute insieme sin da piccole persone che oggi condividono professionalità e atteggiamenti diversi. Molte di queste persone sono andate a scuola insieme e hanno convissuto sulla stessa realtà insieme. Alcuni sono andati sulla retta via, altri non sono andati sulla retta via. Questo non vuol dire che chi continua ad avere rapporti con uno che ha avuto nella sua attività un momento di défaillance o ce l’ha ancora. Nel momento in cui è libera, una persona onesta che frequenta o prende un caffè con un delinquente non deve essere delinquente anche lei. Questa premessa è per dire che un prefetto deve essere attento alla realtà che vive e nel contempo considerare quello che vede come il presupposto che poi lo fa agire nella sua azione quotidiana. Io sono da un anno a Latina e quello che mi preme sottolineare è che la percezione di sicurezza è cambiata, perlomeno così mi si dice, e forse l’ha confermato il senatore Moscardelli nella sua domanda. In prefettura abbiamo aperto le porte e abbiamo ricevuto tutti coloro che volessero essere assieme alle istituzioni utilizzando come metro di comportamento Pag. 19 esclusivamente la legalità e il rispetto delle regole. Non mi sono dimenticato dei politici nella relazione. Prima di leggere la relazione ho premesso quattro righe dicendo che la mia analisi era esclusivamente fatta sulle evidenze info-operative delle forze di polizia e dei risultati di sentenze della magistratura, definite o in corso di definizione. Attualmente, quindi, ci sono procedimenti in atto importanti. Come ha evidenziato il senatore Moscardelli, le indicazioni della possibilità che ci sia un momento di congiunzione relativamente a quanto poc’anzi affermavate sono sotto esame della magistratura. Io posso dire quello che le carte mi dicono o con le sensazioni che percepisco indirizzare la mia azione di prevenzione e controllo. Il prefetto non svolge l’attività di repressione del magistrato. Io devo prevenire e controllare. In un anno di attività la prevenzione e il controllo su questo territorio c’è stata, perché c’è stato un decremento di tutti i reati. Non solo, ma c’è una percezione di sicurezza nella città maggiore di prima. Non solo, si sono aperti più procedimenti di prima. Non solo, si sono rotte situazioni che sembravano impossibili da toccare. Lo abbiamo fatto attraverso una riunione continua con le forze di polizia. Con i magistrati il mio rapporto è quello che, se mi chiamano e mi chiedono quello che so, io riferisco, ma la magistratura è un organo che agisce autonomamente, dando poi a uno la determinazione di imputato o testimone o altro. È palese che nella provincia di Latina, dal nord al sud, sono presenti organizzazioni criminali o nella loro struttura o tramite persone a esse affiliate o collegate, che sono nel territorio pontino magari per un solo affare. Ad esempio, i Crupi hanno commercializzato 370 tonnellate di cioccolato. Si parlava di droga, ma ci sono anche altre situazioni. La corruzione c’è anche a Latina. Adesso bisogna dimostrarla attraverso il procedimento, che conosciamo, democratico di un processo. Questa Pag. 20relazione è stata fatta sulle cose che adesso sono certe nelle carte. Se avessi dovuto parlare di tutti i procedimenti, la relazione non sarebbe stata di venti pagine, ma di molte di più. Quello che mi interessa dirvi in questo momento– non so se sono stato compiuto nella mia risposta – è che stiamo lavorando, stiamo lavorando bene, senza mettere da parte nessuna attenzione. Da qui, però, a chiedere a un prefetto notizie che debbono essere chieste a un tribunale, per esempio che cosa si sta facendo sulla successione di Lollo. Questo non attiene a un prefetto, ma a un tribunale. Perché non è stato cambiato il magistrato e non è stato messo un altro magistrato? Se vuole, posso chiederlo e riferire, ma non posso conoscere le determinazioni di un altro organo istituzionale. Io rispondo per la mia attività. Sono d’accordo con lei, quindi, onorevole, condivido, ma…

  CLAUDIO FAVA. Io non le chiedo di condividere, ma solo di rispondere. La mia domanda non è se siano in corso indagini. Ci sono, lo sappiamo, e gli atti giudiziari sono nella nostra disponibilità come nella sua. Le chiedevo una cosa diversa, e cioè una valutazione dal suo punto di vista, un punto di vista che utilizza evidenze giudiziarie, ma anche evidenze sociali d’altro tipo. Dal suo punto di vista, il rischio, come è accaduto in passato, che ci sia un condizionamento di alcune amministrazioni del territorio di Latina, è attuale o no? Non è un fatto giudiziario, ma la valutazione del prefetto di Latina.

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. La valutazione è che attualmente le forze di polizia sono ben attente a evidenziare i fatti di questo genere.

  FRANCESCO D’UVA(fuori microfono) Quanto a Sperlonga e alle intercettazioni?

Pag. 21

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Delle intercettazioni, mi scusi, non sono a conoscenza, quindi non posso risponderle su cose che non conosco. Per quanto riguarda Sperlonga, c’è stato da parte del Corpo forestale dello Stato un sequestro non indifferente. È un procedimento in itinere. C’è un secondo sequestro anche da parte dei Carabinieri, ancora in itinere, che ha visto una grossissima lottizzazione. Vi è, quindi, certezza di questo.

  DAVIDE MATTIELLO(fuori microfono) Sulle denunce che mancano…

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Questo è importante. Specialmente in questi giorni è evidenziata, come avete visto su tutti i giornali, la situazione dei sikh. Dalle analisi investigative attualmente non si evidenzia per noi uno sfruttamento in schiavitù, ma un’irregolarità nella contrattualistica e per il lavoro nero. Questo è sicuramente importante. Tutte le autorità coinvolte nell’investigazione hanno trovato persone senza permessi o che hanno permessi di soggiorno ma che sono sfruttate. Sotto quest’aspetto, devo rassicurarla che stanno procedendo. Dall’altra parte – purtroppo, questo è un dato di fatto – a noi denunce effettive non sono state mai presentate. Io stesso ho chiamato in prefettura i rappresentanti datoriali, ai quali ho chiesto cortesemente, atteso che le denunce sarebbero nei confronti di chi in questo caso è imprenditore, e quindi responsabile di un’azienda, di essere parte attiva nella denuncia o perlomeno a farci conoscere posizioni di irregolarità, anche nel loro interesse.

  PRESIDENTE. Ringraziamo il prefetto.
Dichiaro conclusa l’audizione.

  La seduta termina alle 15.50.

‘Ndrangheta, boss minaccia il pm Marisa Manzini. Gratteri: “Toccati nervi scoperti”.L’Associazione Caponnetto esprime alla Dr,ssa .Manzini,uno dei magistrati più coraggiosi di tutta la Calabria ,i sentimenti della più calda solidarietà e vicinanza.

 

AFFOGANO NELLA CAMORRA,SONO STATI ESTROMESSI DALL’ECONOMIA,5 -6 MILA CITTADINI SI SONO VISTI  COSTRETTI AD ANDARE A VIVERE IN COMUNI VICINI PER I PREZZI DROGATI DELLE LOCAZIONI  DEGLI APPARTAMENTI MOLTI DEI QUALI NELLE MANI DELLA CAMORRA  E NESSUNO,MA PROPRIO NESSUNO,TI FA UNA SEGNALAZIONE, UN NOME,UN SOPRANNOME E TI FORNISCE UNA NOTIZIA.

“NUN SACCIU NIENT”.

PROF,GUIDOTTO,ALTRO CHE……… OMERTA’ DEI VENETI.

A GAETA ED IN PROVINCIA DI LATINA PORTANO LA BANDIERA !!!!!!!

E SIAMO AI CONFINI CON CASERTA,LA PORTA ATTRAVERSO LA QUALE I CLAN SONO PASSATI PER INVADERE  IL PAESE!!!!!!

ANCHE VOI NEL VENETO !!!!!

 

 

“Nun sacciu nient”,La risposta che ti senti dare da tutti.

Eppure Gaeta ha tenuto per anni il primato per numero di beni confiscati ai clan.

A Gaeta si sono fatti ,come hanno scritto Il Mattino,Terra ed altri giornali campani,i “patti” fra i casalesi e pezzi dello Stato;a Gaeta per anni é stata ormeggiata,sequestrata dalla magistratura, la nave “21 Ottobre ” della Scifco implicata nei traffici sui quali indagava Ilaria Alpi;di Gaeta hanno parlato Carmine Schiavone ed altri pentiti;a Gaeta ed alle sue porte abitano persone dai nomi “pesanti”;a Gaeta e sulle sue spiagge villeggiano figli,consorti e parenti di boss;a Gaeta lavorano quasi in regime di monopolio ditte di Casal di Principe,Casapesenna ,San Cipriano d’Aversa e di tutta quell’area;a Gaeta non trovi quasi più un ristorante,un bar,un qualsiasi esercizio dove si parli gaetano ;

e nessuno parla,nessuno ti fa una confidenza e nessuno indaga.

Qualche pusher,di tanto in tanto,qualche furtarello  e tutto finisce là. Zona franca!

“Nun sacciu nient”.

Ti parlano di rotonde e di luminarie,di paparielli e roccocò e quando cominci a parlare di camorra,di investimenti sospetti,di appalti e subappalti ,di traffici strani e roba del genere ti fanno il vuoto attorno e se ne vanno.

O cominciano a parlarti ,facendo finta di non capire,di poesia e letteratura.

Come se si trovassero di fronte a persone che su queste materie  non ci abbiano consumato una vita !!!!!

Mah!!!!!!

Poveri giovani e poveri figli di una società vile ed egoista  ed incapace di riscattarsi da secoli  di sudditanza a principi e marchesi !!!!!! e ….don.

Nun sacciu nient!……………..

 

L’Associazione Caponnetto,il suo motto “Altro ed Alto” ed il Convegno nella Capitale con l’Associazione Nazionale Magistrati ed il Consiglio Nazionale Forense sotto l’Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica

L’Associazione Caponnetto,il suo motto “Altro ed Alto” ed il Convegno  nella Capitale con l’Associazione Nazionale Magistrati ed il Consiglio Nazionale Forense sotto l’Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica

IN UNA SOLA  SETTIMANA 3 INIZIATIVE  DI ALTISSIMO VALORE:

LA DEFINIZIONE E LA CONSEGNA DI VARI DOSSIER SU TALUNE SITUAZIONI SPECIFICHE;

IL CONVEGNO , INSIEME  ALL’ANM ED AL CNF ,NELL’AULA MAGNA DELLA CORTE DI CASSAZIONE A ROMA; 

LA RICHIESTA E L’INVIO  DI OSSERVAZIONI  ALLA  COMMISSIONE GIUSTIZIA DELLA CAMERA ALLA NUOVA LEGGE PER I  TESTIMONI DI GIUSTIZIA.

IL VOLO “ALTRO ED ALTO” DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO.

 

Con un bacio ,un abbraccio ed una battuta fuori cattedra  sul rapporto mafia-potere fra il nostro segretario nazionale ed il Prof.Enzo Ciconte alla fine del convegno del 14 e 15 uu.ss.,si é conclusa l’iniziativa assunta dall’Associazione Caponnetto,insieme all’Associazione Nazionale Magistrati ed al Consiglio Nazionale Forense,nell’Aula Magna della Corte di Cassazione sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica.

Da oggi in avanti comincia la nuova fase dell’Associazione Caponnetto alla quale viene richiesto di dare un significato concreto,oltre che visibile,al suo motto “Altro ed Alto”.

Significato concreto significa che  all’attività storica di INDAGINE,DENUNCIA e PROPOSTA -  che non deve essere abbandonata,ma che,anzi,va stimolata e rafforzata da parte di tutti i nostri militanti e dirigenti – bisogna aggiungere,da oggi in avanti,un interesse ed un ‘attenzione maggiori ai temi centrali delle situazioni e delle politiche della lotta alle mafie e al malaffare in Italia e nel mondo.

Cominciando a dare un senso a quel concetto di “organizzazione” che rappresenta il gap che divide mafie ed antimafia e che vede le prime ben organizzate e dirette e la seconda procedere -anzi,presumere ed illudersi di procedere – a ranghi sgangherati ed a mo’ di un esercito di franceschiello al grido di “maestà faccim ammuina”,a copertura,talvolta,in tale “ammuina”,di atti e saccheggi  indecenti e di tradimento.

Da oggi “ammuine” e  disorganizzazione,per quanto ci riguarda, non sono più  tollerate e verrà perseguita rigorosamente la linea dell’ORGANIZZAZIONE.

Chi ci sta sta perché i primi  requisiti di un’Associazione antimafia sono la serietà,singola e collettiva,e la consapevolezza piena di situazioni e finalità.

Non ci si può continuare ad illudere che una forza fortemente organizzata e potente qual’é la mafia – o,meglio,le mafie  ,con fortissimi addentellati ,peraltro,nel Potere,per non dire connaturale con il  Potere – possa essere combattuta e vinta con bande disorganizzate che pensano di poter andare allo scontro  con la baionetta  contro i carri armati ed i missili al grido di……”maestà facimm ammuina” , a piedi nudi , pantaloni e giacche stracciati.

O ci si organizza e si stringono i ranghi con persone serie e motivate e,soprattutto,idee chiare su situazioni ed obiettivi,o ci si ritira lasciando che le mafie occupino definitivamente tutti gli spazi del potere in Italia come nel mondo e schiavizzino un popolo costituito in maggioranza da ignavi  saltimbanchi da strapazzo,parolai ed affaristi di bassa lega.

Con gente del genere si va a sbattere ed a morire sotto i colpi di un esercito spietato ,senza scrupoli e potente,anzi potentissimo e con mezzi moderni e micidiali.

Chi scrive ha sentito ieri il dovere di abbracciare e baciare,come segno di riconoscenza per le cose da lui dette nell’intervento conclusivo dei lavori del Convegno nell’Aula Magna della Cassazione,Enzo Ciconte,ma con una precisazione affettuosa che voleva dare sostanza a tutto l’essere e le finalità dell’Associazione Caponnetto :”Enzo,mafia e potere non sono ,come tu sostieni,due entità distinte che si alleano,ma ,al contrario,connaturali l’una con l’altra e che si confondono in una sola entità,in un unicum.  Bisogna fare un salto di qualità e prenderne definitivamente atto abbandonando  la fase della retorica e passando a quella della DENUNCIA,DENUNCIA e DENUNCIA. Senza DENUNCIA non si va da nessuna parte”.

Ecco perché “Altro ed Alto”,il motto da noi prescelto ed al quale bisogna dare un senso e  concretezza  nell’AZIONE  quotidiana.

L’INDAGINE,la DENUNCIA e la PROPOSTA,alle quali aggiungiamo l’ORGANIZZAZIONE .

I dossier.  Da confezionare con accortezza e dettagli,nomi e cognomi , senza svolazzi sociologici,storici e politici e stando,poi,estremamente attenti su quali scrivanie farli arrivare.

La lotta ai mafiosi ed ai corrotti e corruttori si fa andandoli ad individuare uno per uno e colpendoli uno per uno e non parlando del sesso degli angeli.

Il nemico si combatte andandolo a colpire,come esso fa nei nostri confronti,nei suoi alloggiamenti e nelle sue posizioni e non sparando a vanvera,se non solo a chiacchiere.

Ecco l’ORGANIZZAZIONE e la selezione del personale combattente.

L’Associazione Caponnetto ha scelto sin dal suo nascere un ruolo delicato,difficile,complesso.

E responsabile.

Quello di prima linea,di frontiera,puntando tutto sulla “QUALITA” e non sulla “QUANTITA’”.

Un pugno di uomini e donne hanno messo per questo in gioco le loro storie personali,le loro famiglie,la loro dignità,la loro stessa vita,pagando finora prezzi altissimi.

Ieri al convegno a Roma sono venuti amici ed amiche che hanno fatto centinaia – e qualcuno anche migliaia-di chilometri ed a proprie spese.

E non é la prima volta perché si é verificato lo stesso ai vari convegni fatti in passato,pranzando e cenando,insieme e pagando ….”alla romana”, in rosticcerie con il panino,il calzone o il primo piatto e la bottiglietta d’acqua.

Persone che ci credono , vogliono combattere e combattono,senza altri interessi e mettendo in gioco tutto se stesse.

Queste sono la persone che siamo , vogliamo essere e cerchiamo.

Questa é l’Associazione Caponnetto.

“Altro ed Alto”.

Tutto il resto non serve.

Il Paese , lo Stato di diritto,il mondo intero e ,quindi, noi stessi e le nostre famiglie, sono e siamo sotto l’attacco concentrato di criminali e ladri di ogni specie e non possiamo permetterci disattenzioni , latitanze o,peggio,tradimenti.

Già ci sono stati vastissimi  territori del Paese,come la Campania e non solo,che stanno pagando,con il loro avvelenamento e con la morte di centinaia di migliaia di innocenti,prezzi altissimi in termini di  condizioni di vita e di salute fisica a causa dei silenzi e dell’inerzia di fronte all’avanzare della barbarie mafiosa.

E questo é solo un aspetto della situazione nella quale siamo ridotti.

Senza considerare la mancanza di un avvenire per i nostri giovani costretti ad emigrare per un tozzo di pane.

Di fronte ad una situazione così drammatica che vedrà vittime non tanto le nostre persone quanto,soprattutto,i nostri figli , i nostri nipoti ed i giovani tutti,non possiamo e dobbiamo girarci dall’altra parte e restare inerti.

Gente seria,responsabile,informata , motivata , pronta alla lotta e determinata.

Questa é quella che serve per salvare il Paese,la Democrazia e la Civiltà.

Contro la barbarie mafiosa che sta distruggendo lo Stato,quello vero e noi tutti.

Guarda “ALFANO: TESTIMONI DI GIUSTIZIA PREZIOSI PER LO STATO, DOBBIAMO AIUTARLI” su YouTube

Il ministro Alfano ed il suo vice Bubbico dovrebbero vergognarsi e vedere questo video ogni giorno.

https://youtu.be/vDCu4UsobSE

SE NON SI HA PIENA CONSAPEVOLEZZA DELLA GRAVITA’ DELLA SITUAZIONE NELLA QUALE VERSA IL PAESE E DEL RUOLO VITALE CHE SONO CHIAMATI A SVOLGERE COLORO CHE VOGLIONO COMBATTERE SERIAMENTE LE MAFIE, non si va da nessuna parte.

 

 

 

 

L’Associazione Caponnetto  sin dall’inizio  ha puntato  sulla ” QUALITA’  “  e non sulla  “quantità” dei suoi iscritti e,più ancora,dei suoi dirigenti.

Gli eserciti sgangherati e non ben motivati non servono per combattere un nemico potente e pericoloso qual’é la mafia!

Serve,al contrario,uno squadrone ben organizzato,affiatato,carico,di persone convinte e determinate.

E serie.

Militare in un’associazione antimafia non é come lo stare in un partito politico,in un circolo culturale,sportivo o di altra natura.

Militare in un’associazione antimafia significa dover combattere le mafie.

E le mafie non sono caramelle o dei giocattoli,ma,al contrario,organizzazioni criminali e potenti,le più pericolose per il Paese,per il mondo e per se stessi.

E per l’avvenire dell’umanità,della civiltà.della democrazia.

E dei propri figli , nipoti e dei giovani tutti.

Combattere le mafie non é come lo stare in un circolo di tennis ,in un campo dove ci sono  la competizione fra i singoli,il prevalere dell’uno sull’altro,ma dove,al contrario,occorre il gioco di squadra e dove,soprattutto,si deve avere  piena consapevolezza del valore,della potenza  dell’avversario.

Se non si ha questa consapevolezza e non si studiano ed attuano,di conseguenza,le strategie e le tattiche più adeguate per sconfiggerlo ,é meglio lasciar perdere e cambiare mestiere.

La “qualità“,quindi,che si coniuga con la consapevolezza di quello che si é chiamati a fare nell’interesse del Paese e della collettività.

Spirito di servizio,altruismo,umiltà,spirito di sacrificio e di dedizione ,pragmatismo,onestà,coraggio,determinazione.

E serietà,tanta serietà,individuale e collettiva.

Questi sono gli elementi fondamentali per una vera ed efficace azione di contrasto alle mafie.

Abbiamo scelto come motto dell’Associazione Caponnetto 

“Altro ed Alto” proprio per la sua valenza pedagogica ed il suo significato profondo in relazione a quello che noi siamo e vogliamo essere sempre di più.

Noi  abbiamo scelto di essere un’Associazione , intanto ,libera da lacci e lacciuoli di natura partitica ,economica o di altra natura    - e per questo rifiutiamo finanziamenti,convenzioni,privilegi,accordi,patti con istituzioni e privati – e,poi,soprattutto “operativa”,come sul dirsi in gergo,intendendo per tale il rifiuto della retorica,del bla bla e la scelta dell’AZIONE, che significa :

INDAGINE,DENUNCIA  e PROPOSTA.

Un’Associazione,la Caponnetto,quindi,che ha scelto di stare al fronte e non nelle retrovie e dove servono persone motivate,combattive e consapevoli.

Responsabili,soprattutto,e che fanno il gioco di squadra senza guardare ai galloni sulla divisa di chi sta al loro fianco nella trincea.

Perché al fronte i galloni non contano,si sia caporale,sergente,maresciallo o capitano o colonnello o soldato semplice.

Contano ,invece,solamente il coraggio,la consapevolezza,l’altruismo e la lealtà verso i commilitoni combattenti.

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