Documenti

Le chiacchiere stanno a zero. Quelli che contano sono i fatti. La lotta alle mafie è possibile solo con Magistrati bravi e preparati, con investigatori capaci e con Prefetti non subordinati al volere di questo o quel personaggio politico, di questo o quel partito o schieramento politici

LO STATO DI INADEGUATEZZA DELLE STRUTTURE INVESTIGATIVE PONTINE E’ SEMPRE UNA CONSEGUENZA DELLA “QUALITA’ ” DEI PREFETTI.
E’ SEMPRE COSI’: DOVE CI SONO PREFETTI BRAVI, PREPARATI E NON CONDIZIONATI DA GRUPPI POLITICI, CI SONO QUESTORI E COMANDANTI PROVINCIALI BRAVI.
Un’associazione antimafia seria, prima di affrontare la situazione della sicurezza e dell’ordine pubblico in un territorio, ha il dovere di analizzare in maniera approfondita le condizioni generali degli apparati dello Stato preposti alla loro tutela.
Se ci sono apparati efficienti e qualificati, ne consegue che il loro operato è positivo;
altrimenti no.
Gli apparati dello Stato dovrebbero essere autonomi dai condizionamenti della politica, ma, purtroppo, non è sempre così.
Talché, se la politica su quel territorio è corrotta e in parte collusa con le mafie, anche gli apparati
dello Stato o, comunque, parti di questi, corrono il rischio di essere inquinati.
Orbene tutti conosciamo la situazione in cui versa la politica pontina per quanto riguarda l’atteggiamento che questa ha assunto negli anni rispetto al problema “mafie”.
Ci sono state inchieste giudiziarie – quali la “Formia Connection”di Formia o le “Damasco” di Fondi – che hanno messo in parte in luce il livello di contiguità, se non di compromissione, fra segmenti importanti della politica e delle istituzioni con la criminalità organizzata.
C’è da rilevare al riguardo che le verità giudiziarie non sempre coincidono con quelle reali ed esse non sempre riescono a porre in completa luce la situazione complessiva in quanto esse si riferiscono a fatti singoli, specifici, peraltro locali, sui quali spesso non è possibile raccogliere tutte le prove.
Di conseguenza è lecito sospettare che le verità emerse dalle inchieste e dai procedimenti svolti finora rappresentano solamente una piccola parte, la punta dell’iceberg, di quella generale.
D’altra parte basta leggere con un minimo di attenzione le numerose dichiarazioni già rilasciate e che continuano ad essere rilasciate ai magistrati
di varie DDA da numerosi Collaboratori di Giustizia, per comprendere quanto la situazione sia ancora più grave di quella emersa fino ad oggi e quanto il livello di inquinamento mafioso della politica e di parte delle istituzioni sia ancor più alto di quello accertato finora..
Non sveliamo un mistero, infatti, se diciamo che ci sono in corso inchieste – alcune delle quali in dirittura di arrivo come a Formia ma non solo – che tentano di recuperare, prescrizione permetten do, il tempo perso su fatti passati e recenti a causa di una colpevole “disattenzione” – definiamola così – dei vecchi apparati amministrativi, giudiziari ed investigativi che non hanno saputo o potuto cogliere il livello di gravità della situazione criminale in provincia di Latina.
Apparati amministrativi – Prefetti soprattutto – che non hanno evidentemente rappresentato in maniera obiettiva e completa agli organi governativi centrali la gravità della situazione, determinandone, così, una raffigurazione riduttiva, se non edulcorata e deviante.
Ciò è probabilmente all’origine di scelte non oculate e selettive per quanto attiene all’assegnazione ai vertici degli organi investigativi della provincia di Latina di
personale non altamente preparato, fatta qualche rarissima eccezione, così come la situazione imponeva.
Quando un Prefetto o un Procuratore Capo non evidenziano compiutamente agli organi centrali -Ministero degli Interni e Procura Generale – la gravità della situazione criminale mafiosa esistente sul territorio di loro competenza, è ovvio che il personale più preparato e più aggressivo viene assegnato ad aree ritenute più “calde” e sensibili.
E, gira gira, ritorniamo sempre all’importanza vitale del ruolo dei Prefetti e della loro statura.
E, per altro verso, anche dei Procuratori Capo della Repubblica, perché, anche in presenza di Questori e Comandanti provinciali non sufficientemente preparati ed attivi, quando un Procuratore li convoca dicendo ad essi “voglio questo e quello”, essi sono obbligati a fare “questo e quello”.
Ma parliamo dei Prefetti.
Il Prefetto è il rappresentante del Governo centrale sul territorio e in tale veste egli è il responsabile della sicurezza e dell’ordine pubblico nella provincia a lui assegnata.
E’ nel meccanismo di nomina dei Prefetti che va individuato il punto di criticità del sistema.
Ne abbiamo già trattato e ci torneremo in maniera approfondita perché, se si vuole affrontare con serietà il problema della lotta alle mafie, bisognerà sciogliere questo nodo battendosi per modificare la legge e dare un’autonomia di gestione, come si è fatto per i Magistrati con il CSM, ai Prefetti sottraendoli ai condizionamenti della politica..
Il Prefetto, infatti, viene nominato dal Consiglio dei Ministri su indicazione del Ministro degli Interni, il quale è un politico, espressione, peraltro, di una fazione politica.
Fazione politica che, inoltre, cambia di volta in volta.
Quindi il Prefetto è un’espressione della parte politica che governa in quel momento.
Egli è solo teoricamente il rappresentante dello Stato perché, quando il Consiglio dei Ministri deve nominare i Prefetti, il Ministro degli Interni chiede l’indicazione o, comunque, il beneplacito, al referente del suo partito sul territorio interessato.
E’ difficile trovare, quindi, un Prefetto che, fatto nominare -o comunque agevolato o non contrastato – da quel politico, non sia condizionabile..
E, quando egli dovesse eventualmente rifiutarsi di cedere ai condizionamenti, come si è verificato nei casi eclatanti dei Prefetti Mosca a Roma o Frattasi a Latina, ma non solo, la “politica “, quella dominante in quel momento, subito se ne sbarazzerebbe.
Così si verifica che i più bravi ed autonomi vengono emarginati, mentre restano quelli più disponibili ad accettare i condizionamenti del referente politico della fazione del Ministro degli Interni che lo ha fatto nominare e che lo può rimuovere in un qualsiasi momento.
Se non si cambia il meccanismo di gestione dei Prefetti ci troveremo sempre in questa situazione e, quando la parte politica che in quel momento governa non intende combattere le mafie, va da sé che è un’illusione attendersi che gli apparati sul territorio dello Stato si battano seriamente contro le mafie.
Secondo voi, i partiti che ci hanno governato finora e ci governano attualmente vogliono effettivamente combattere la criminalità mafiosa?
L’appello accorato che l’Associazione Caponnetto sente di dover rivolgere alle parti sane della politica ed, in particolare, a quelle che effettivamente vogliono, con i fatti e non solo con le chiacchiere, combattere le mafie e le inefficienze di questo Stato, è quello di cominciare ad analizzare bene il ruolo delle Prefetture e dei Prefetti, molti dei quali hanno avuto ed hanno gravi problemi con la Giustizia, perché se non si cambiano le leggi e si rendono le Prefetture veramente presidi dello Stato e non covi, qualcuna, della politica collusa, la lotta alle mafie sarà sempre, come è stata finora, una pia illusione delle anime belle.
Le chiacchiere stanno a zero.
Quelli che contano sono i fatti!!!

Considerazioni e programmi dell’Associazione Caponnetto per rendere più efficace la lotta alle mafie e far fronte alle carenze ed all’inadeguatezza dell’azione della politica e delle istituzioni

COLPE PER QUANTO RIGUARDA LA GRAVITA’ DELLA SITUAZIONE CRIMINALE IN PROVINCIA DI LATINA E NEL LAZIO:
QUELLA DI NON AVER DIFESO CON DETERMINAZIONE ESTREMA LE CONDIZIONI E LE RAGIONI DELLA LEGALITA’ E DI UNA MAGGIORE GIUSTIZIA DI FRONTE AD UN PROCESSO DI DEGRADO E DI SFILACCIAMENTO DELLE ISTITUZIONI.

Forse avremmo dovuto fare di più, inventarci qualcosa di nuovo, di più eclatante e determinato, di più innovativo, tale da indurre l’opinione pubblica, i media e gli apparati investigativi e giudiziari centrali ad accendere maggiormente i riflettori su una situazione che nei decenni è andata sempre più degradando.
Forse avremmo dovuto puntare la nostra maggiore attenzione, più che sulle attività dei clan che stavano invadendo il Basso Lazio, sulle non attività dei vecchi apparati investigativi e giudiziari che non hanno fatto appieno o non hanno fatto affatto quello che, invece, andava fatto.
Forse avremmo dovuto essere più attenti all’azione di contaminazione che le organizzazioni criminali andavano dispiegando nei confronti di pezzi di apparati pubblici e politici ed essere più inflessibili nelle nostre denunce.
E’, questa, una riflessione che proponiamo a tutti i nostri militanti ed amici perché per il presente e per l’avvenire si evitino gli eventuali errori, omissioni, carenze da noi fatti e si adottino tattiche e strategie più efficaci per contrastare le mafie.
Anche se, ormai, i danni sono stati fatti ed è estremamente difficile ridurre a dimensioni più accettabili, più umane e civili un “sistema” che e’ “il” sistema che regola la vita delle popolazioni della regione nella quale è
ubicata la Capitale del Paese e nella quale si concentrano tutti i grandi affari ed il Potere.
Avremmo potuto fare di più e meglio per bloccare un processo che con il tempo ha compromesso la vivibilità civile e democratica della regione piu’ importante del Paese?
Questa è la domanda che ci tormenta e che occupa i nostri pensieri a 15 anni dalla nascita dell’Associazione Caponnetto.
Ma credeteci – e questo non lo diciamo a nostra giustificazione -, noi abbiamo trovato sin dalla nostra nascita dei muri insormontabili dovuti soprattutto da una parte al nostro rifiuto di assoggettamento alla politica ed a queste istituzioni e dall’altra alla scelta da noi fatta di un modello di lotta alle mafie basato NON sugli slogan e sui “viva Falcone e Borsellino” (lasciamoli in pace nelle loro tombe e non macchiamone la memoria più di quanto non sia stata macchiata fino ad oggi) come fanno molti, per non dire i più, ma, soprattutto se non esclusivamente, su un’azione quotidiana di
“indagine” e di “denuncia”, nomi e cognomi di mafiosi, in particolare in giacca e cravatta, e di collaborazione operativa e affatto parolaia con le parti vive e capaci della magistratura inquirente e delle forze dell’ordine.
Per noi questa è l’antimafia che va fatta:
l’indagine, la denuncia e la proposta.
La proposta, per quanto attiene ai miglioramenti della legislazione in materia di lotta alle mafie ed alla corruzione, al superamento delle criticità e delle carenze, alla punizione dei comportamenti lesivi dell’immagine e del ruolo delle istituzioni democratiche.
Strategicamente abbiamo, tenendo conto dell’esiguità delle nostre forze determinata dalla gravosità e anche dalla pericolosità dell’impegno, che chiediamo ai nostri militanti, conseguente ad un lavoro in gran parte basato sulle “ricerche” e sulle “visure camerali” per individuare i mafiosi -, concentrato le nostre maggiori attenzioni sui punti della regione Lazio che ritenevamo i più “sensibili” ed aperti alle infiltrazioni mafiose:
il cassinate e il sud pontino, Ardea ed il litorale a sud della Capitale, Civitavecchia, il litorale a nord di Roma ed il Viterbese.
Inaspettatamente ci siamo trovati sotto il fuoco concentrico di varie parti politiche le quali evidentemente hanno reagito in tutti i modi ad una nostra “azione di disturbo degli “equilibri” che esse erano andate costruendo sin dai tempi del dopoguerra.
Quello che ci ha più sorpreso è stato il comportamento nei nostri confronti del PD e di SEL che sin dai tempi della “gestione Marrazzo” alla Regione Lazio, per non parlare di quella Zingaretti, hanno fatto del tutto per emarginare ed ostacolare l’Associazione Caponnetto, negandole perfino il diritto – riconoscendolo, invece, a sigle inconsistenti ed esistenti solo sulla carta – alla partecipazione ad organismi della medesima Regione preposti alla lotta alle mafie.
E, quando qualche volta si sono visti obbligati a convocarla a qualche riunione, come quelle che hanno riguardato, ad esempio, i “casi” del radicamento e delle attività mafiosi ad Ostia
ed a Civitavecchia, hanno tentato in tutti i modi di impedire ai suoi rappresentanti di parlare.
Un atteggiamento, insomma, di ostilità preconcetta ai nostri danni che la dice lunga sulla reale volontà di combattere nei fatti le mafie.
Si privilegia, così, un modello di antimafia esclusivamente parolaia ed inconcludente, benedetta dalla politica e dalle istituzioni e che non porti alcun contributo effettivo alla magistratura antimafia ed alle forze dell’ordine, che non intacca, pertanto, minimamente il processo di espansione e di radicamento delle mafie, non incidendo sulla qualità dell’impegno anche delle istituzioni competenti su questo versante in quanto non fa pervenire a queste quegli input e quelle sollecitazioni ad operare bene e con la maggiore efficacia.
E’ il cane che si morde la coda:
politica quanto meno distratta, se non in parte collusa come nei “casi” di Fondi (“inchieste “Damasco” e di Formia, inchiesta “Formia
Connection”) e, di conseguenza, istituzioni non zelanti attente ed attive (come nel caso del mancato scioglimento della vecchia amministrazione di Ardea).
Un’ostilità che ci è stata manifestata su più fronti ed in vari modi, accompagnata da massicci tentativi, per altro verso, di infiltrazione fra le nostre file non solo di soggetti che miravano a piegare la nostra Associazione ad interessi politici ed elettoralistici di una parte o dell’altra, ma addirittura di grossi nomi di famiglie camorristiche che mostravano un particolare interesse nei confronti della nostra Associazione evidentemente ritenuta da essi quella ” più pericolosa ” per il suo modo di fare antimafia basato non sulle chiacchiere ma sull’INDAGINE e sulla DENUNCIA, non generiche, ma con nomi e cognomi.
Le difficoltà cui ci siamo trovati di fronte nel nostro percorso sono state notevoli.
Eppure, malgrado ciò, possiamo vantare successi eccezionali che ci hanno meritato la citazione del nome dell’Associazione
Caponnetto anche in importanti atti giudiziari che hanno portato alla cattura di interi sodalizi criminali.
Decine sono state, inoltre, le segnalazioni da noi fatte e che hanno fornito importanti piste per azioni svolte e da svolgere.
Ma, insieme alle rose, ci sono anche le spine.
E queste sono costituite da insuccessi che provano quanto siano difficoltose le strade che noi percorriamo, oltre a quelle già indicate e che denotano quanto sia densa l’aria di ostilità che noi respiriamo.
Fra questi insuccessi noi registriamo – uno dei più eclatanti – il fallimento finora di dell’azione sviluppata sul territorio di Gaeta e del territorio circostante del sud pontino.
Gaeta non è una grande città, ma essa rappresenta, purttuttavia, uno dei più importanti snodi dei grandi affari e di fortissima attrazione delle mafie militari e politiche per la presenza di uno dei più importanti Porti del Mar Tirreno.
Il “pentito di camorra “Carmine Schiavone l’ha definita, insieme a tutto il sud
pontino, “provincia di Casale” per i fortissimi interessi che i Casalesi hanno su questo territorio.
Ed infatti, oltre alle presenze di soggetti molto sospetti di appartenenza soprattutto ai Casalesi ma anche ad altri clan e ‘ndrine massicciamente operanti in quasi tutti i settori economici – dal commercio alla ristorazione, dall’edilizia agli appalti ed i subappalti pubblici e privati, dalla portualità al trasporto dell’ortofrutta, dal settore alberghiero a quelli del tempo libero, del lattiero-caseario e via dicendo – si è andata costituendo un’area grigia in loco, indigena quindi, che legittima il sospetto di fortissime connivenze che magistratura, forze dell’ordine e Prefettura locali non hanno mai individuato e contrastato adeguatamente.
Apparati istituzionali scarsamente attivi e, a quanto è sembrato, anche scarsamente preparati, fatta qualche rarissima eccezione come quella, brevissima però, che ha riguardato la gestione del Prefetto Bruno
Frattasi subito trasferito da Latina al Ministero degli Interni.
Citiamo solamente due esempi che la dicono tutta sull’inadeguatezza degli apparati investigativi e giudiziari locali e che riguardano entrambi soprattutto Gaeta ma anche Fondi collegate entrambe da un’asse politico ed economico che si va vieppiù consolidando:
-il primo:
nella Relazione della Commissione di accesso al Comune di Fondi, Commissione costituita da alti funzionari ed Ufficiali delle tre forze dell’ordine oltre che da Vice Prefetti, sarebbero contenute, fra le altre, gravissime accuse nei confronti di un Dirigente di quel Comune che ricopre attualmente la carica di Sindaco di Gaeta.
Tale Relazione, inspiegabilmente “segretata”, è stata acquisita agli atti dei processi “Damasco” e, quindi, a conoscenza della Procura della Repubblica di Latina.
Orbene, dovere di questa era quello di dar vita ad un’indagine ed inizio ad un eventuale procedimento.
Accuse, si dice, molto serie, compresa quella di non aver chiesto i certificati antimafia ad imprese campane alle quali sono stati affidati lavori pubblici.
Invece, nulla è stato fatto e, a quanto risulta, sembra che il predetto Sindaco non sia stato chiamato da nessuno per fornire una qualsiasi spiegazione a tale suo comportamento.
Il secondo:
il Collaboratore di Giustizia Carmine Schiavone, fra le decine di dichiarazioni rilasciate a proposito dei traffici di rifiuti tossici che avrebbero interessato anche il Porto di Gaeta, ha fornito un elenco di targhe di camion che avrebbero trasportato tali rifiuti.
Dalla ricerca fatta presso gli Uffici competenti, sarebbe emerso che fra i proprietari di tali camion vi sarebbero cittadini di Itri e di altri comuni della
provincia di Latina che, peraltro, avrebbero fatto parte anche di un consorzio di autotrasportatori del Porto di Gaeta.
La logica avrebbe imposto la convocazione, ove le notizie fornite da Schiavone fossero risultate fondate, di queste persone per fornire spiegazioni in ordine all’identità dei committenti ed alle località in cui essi avrebbero trasportato questi rifiuti nocivi.
Anche per questo, invece, non ci sarebbe stata alcuna iniziativa da parte della magistratura e delle forze dell’ordine locali.
Questi sono l’ambiente ed il clima nei quali noi ci troviamo ad operare.
Noi ci siamo sforzati anche di indicare delle soluzioni al “problema Latina e Lazio” proponendo alcune idee – come quella della coodelega in base all’articolo 51 comma 3 bis del CPP della Procura Generale alle Procure territoriali in materia di reati associativi di natura mafiosa e di una seconda che prevede l’istituzione dei Comitati comunali contro la criminalità composti da magistrati, forze
dell’ordine ed associazioni antimafia EFFETTIVAMENTE presenti ed operanti sul territorio – per affrontare e risolvere il problema della ” QUALITA’” dell’azione di contrasto, ma nessun Comune del Lazio, a cominciare da quelli di Gaeta e Formia che inizialmente sembravano intenzionati ad istituirli, ci ha voluto dare ascolto.
Stiamo riprendendo in questo periodo il discorso sul “caso Fondi” perché riteniamo che su quel territorio sia stata scoperta solo la punta dell’iceberg e ci stiamo organizzando al meglio per affrontare quello della Campania e, sempre nell’ambito delle nostre possibilità, del Molise.
Ma, se altre persone volenterose ed oneste non si decideranno a venirci a dare una mano passando dalle lamentazioni ad un’antimafia operativa, pratica e senza blabla, considerata la mole del lavoro che c’è da fare e la scarsità dei mezzi e del personale a nostra disposizione (noi NON SIAMO FINANZIATI DA NESSUNO PERCHE’ NON VOGLIAMO ESSERE
CONDIZIONATI NE’ DA PARTITI E NE’ DA ISTITUZIONI), non potremo fare i miracoli.
Senza tenere conto del fatto che, essendo noi un’Associazione nazionale, dobbiamo, prima o poi, cominciare a dedicarci anche ad altre parti d’Italia, oltre alle regioni che curiamo ora!

Senza la DENUNCIA, nomi e cognomi, dei clan e dei loro sodali annidati nella politica e nelle istituzioni, NON è antimafia. E’ altra cosa. O ci si decide ad invertire la rotta passando da un’”antimafia” parolaia e politicizzata ad una completamente diversa, tutta operativa, pratica, basata sulla INDAGINE e sulla DENUNCIA, o prendiamo atto della sconfitta definitiva della vera antimafia

“LA TRAVE PASSA ED IL PELO INTOPPA”
E’ con un profondo senso di angoscia che appare sempre più evidente l’inadeguatezza di un’azione di contrasto alle mafie da parte, non solo delle istituzioni e della politica, ma anche di gran parte di quella cosiddetta antimafia sociale che, al contrario, spingendo, sollecitando, denunciando, supportando magistratura e forze dell’ordine e fornendo a queste stimoli e piste investigative, dovrebbe rappresentare la punta di diamante nella lotta al crimine organizzato.
Non si riscontra, purtroppo, quel fervore di attività e di iniziative di DENUNCIA che dovrebbe rappresentare la bandiera di combattimento, il distintivo di una qualsiasi associazione effettivamente antimafia.
Anche nelle aree sottoposte al dominio militare, oltre che economico, politico, sociale, delle organizzazioni mafiose, quali sono storicamente quelle del sud, non riscontriamo quella tensione, quello spirito di iniziativa che dovrebbero rappresentare la base, il fulcro di un impegno sul piano della lotta ai clan.
Si preferisce, tutt’al più, guardare al pelo piuttosto che all’uovo, al piccolo evento, con un occhio più attento alle possibilità di strumentalizzarlo secondo un’ottica politica che non contro i clan, ai quali, di conseguenza, si lascia il campo libero di operare indisturbati.
Si pensa, commettendo il più grosso errore che uno possa commettere, che con un convegno di quelli che solitamente si promuovono, con una sfilata, con una manifestazione, si possa combattere i clan e non ci si rende conto del fatto che questi, inseriti ormai massicciamente nei gangli della politica e delle stesse istituzioni, non ricevono, così, il benché minimo disturbo.
Sembra, insomma, che ormai rassegnazione ed assuefazione all’illegalità ed al crimine abbiano preso il sopravvento nell’animo
e nella mente dei più e che l’Italia si stia rapidamente avviando a trasformarsi in un paese criminale.
D’altra parte, i segnali ci sono tutti, compreso quello, se fondato, secondo il quale si starebbe decidendo di assumere i proventi di attività criminali a base del calcolo del PIL.
Senza considerare l’azione di continuo depotenziamento della forze dell’ordine che si sta portando avanti ostinatamente.
Sempre più, di fronte ad una situazione di così estremo pericolo che sta correndo il Paese, urge un soprassalto di orgoglio e di senso civico da parte delle persone perbene perché si decidano a prendere atto della gravità della situazione nella quale ci troviamo e si decidano a venirci dare una mano sul fronte di un’azione seria contro le mafie che si stanno impossessando dell’Italia e del mondo.
Senza la DENUNCIA, nomi e cognomi, non è antimafia!
La lotta alle mafie non si fa con le sfilate ma solo con la DENUNCIA, senza della quale non ha alcun senso parlare di antimafia!!!

Non consentiremo a nessuno di attentare alla nostra più assoluta autonomia da mafie e politica. Il profumo della nostra indipendenza

Il rischio che corre sempre un’associazione che voglia fare seriamente un’azione di contrasto alle mafie è quello che la vede esposta in continuazione, oltre che a tentativi di infiltrazione mafiosa, anche di condizionamento politico.
Non sono poche le persone che si avvicinano con l’intento di strumentalizzare a fini politici un’associazione antimafia, soprattutto se prestigiosa ed apprezzata qual’è la Caponnetto.
Non si tratta di una delle tante associazioni anonime che pullulano nel paese.
Essa incute rispetto e l’appartenenza ad essa dà prestigio.
Credeteci, la nostra è una fatica immane e costante, quasi quotidiana, la difesa della nostra indipendenza più rigorosa rispetto al rischio di vederci infiltrati su più fronti.
Abbiamo subito e subiamo rischi di infiltrazione da parte di elementi appartenenti a gruppi criminali, come anche da soggetti che vorrebbero vederci piegati a difendere gli interessi di questo o quel partito politico, di questa o quella fazione politica, di questo o quel personaggio politico.
Noi siamo nati INDIPENDENTI e tali rimarremo.
Ci siamo dati liberamente uno Statuto che ce lo impone e non consentiremo a nessuno, costi quel che costi, di imporci un cambiamento di rotta.
Ognuno sul versante dell’appartenenza politica può fare, personalmente, quello che vuole e noi apprezziamo tutti, nessuno escluso, dal momento che sono finite le differenziazioni fra le forze politiche fra chi è mafioso e chi non lo è; ma come Associazione è diverso.
L’Associazione antimafia è associazione antimafia e basta.
Il compito nostro è esclusivamente quello di individuare i mafiosi, uno per uno, denunciarli, farli arrestare e far sottrarre ad essi i beni accumulati illecitamente. E di proporre soluzioni, aggiustamenti, aggiornamenti di natura legislativa ed organizzativa.
Paghiamo per questo prezzi altissimi, in termini di tentativi di isolamento e di ostracismo da parte di soggetti politici ed istituzionali soprattutto e non riteniamo azzardato affermare che a combatterci sono più i mafiosi annidati nelle pieghe del Potere che non quelli dell’ultimo livello.
Paghiamo anche in termini economici perché noi abbiamo deciso di non fruire di finanziamenti, se non esclusivamente di appena un paio di migliaia di euro all’anno di 5 x 1000 da parte di nostri amici, somma che non ci basta nemmeno per organizzare 3-4 convegni e pagare le montagne di “visure camerali” che facciamo interrottamente per individuare le imprese mafiose in tutta Italia e di una somma irrisoria che ricaviamo dal tesseramento che manteniamo risicatissimo per evitare appunto le infiltrazioni politiche e mafiose.
Tutto il resto arriva dalle tasche personali di uno-due di noi.
A noi sta bene così!
Non consentiremo a nessuno, pertanto, di attentare alla nostra autonomia da tutto e da tutti.

A Latina si spara e ci si arricchisce, mentre a Fondi si usa il tritolo. Viva la provincia di Latina, terra di Casale e di ‘ndrangheta

TRITOLO PER FONDI, PALLOTTOLE A LATINA
E tutta la provincia di Latina vittima del crimine.
Si spara, si spara ed ancora si spara.
E si parla di far saltare per l’aria strutture e persone.
Sembrava che, dopo un periodo di pace, il fuoco si fosse fermato e, invece, si ricomincia.
Alla grande, con un chilo di tritolo.
Mai verificatosi in maniera così virulenta ed eclatante.
Non sappiamo se in entrambi i casi si tratti di “mafia” o di “pizzo” di qualche banda comune.
Forse a Fondi, sì.
Ci rimettiamo comunque alla bravura del nuovo Questore De Matteis, che ha avuto, così, il suo battesimo di fuoco.
Ben arrivato, Dr. Matteis.
Una storia lunga che si snoda negli anni, nei decenni passati e che si srotola attraverso omicidi anche eccellenti come quello del Parroco di Borgo Montello.
Un omicidio di camorra, quello.
Anche se non sono mai stati individuati mandanti ed esecutori.
Latina, una città ed una provincia opulente e civili, con forti connotazioni del nord, ridotte dalla criminalità mafiosa e comune, indigena e non, in uno stato di disagio economico, civile, politico e culturale da orde selvagge che ne hanno sconvolto l’intero assetto.
Decine e decine di banche, grattacieli che svettano in ogni dove, decine di grandi centri commerciali, centinaia di Ferrari e di SUV, un aspetto da grandi metropoli americane ed un’attività edilizia privata di lusso che ignora la richiesta di quella popolare.
Quasi tutta, quest’ultima, nelle mani di imprese che vengono da fuori regione, per lo più da quelle del sud.
Una volta un grande Comandante provinciale della Guardia di Finanza di una provincia del Lazio vicina a quella di Latina ci disse:
“Io, appena insediatomi al comando, ho cominciato nella maniera più elementare. Ho studiato il tenore di vita della popolazione e sono andato in giro per la città da solo ed in borghese. Ho notato subito il gran numero di Ferrari e SUV che circolavano. Ho chiamato i miei ed ho richiesto ad essi l’elenco dei proprietari di quelle macchine. Ho scoperto di lì a poco cose incredibili. Ecco, è facile risalire alle ricchezze improprie”.
Bisognerebbe fare così dovunque.
Molto dipende dai Prefetti, i quali, presiedendo i Comitati Provinciali per la Sicurezza e l’ordine pubblico, possono stabilire le “priorità” negli interventi da fare.
E dai Procuratori Capo della Repubblica.
Ma fino a quando si corre dietro gli scontrini e si assegnano alla CO appena 2-3 persone, non si va da nessuna parte.
Latina da questo punto di vista, fatta qualche eccezione, è stata sempre sfortunata.
E così essa raccoglie i frutti di quanto ha saputo seminare.
Zero, o quasi.
Con un impianto investigativo e giudiziario locali così così al punto da esigere quasi sempre l’intervento di corpi ed organismi di altre regioni e di altre province e distretti, con un tessuto sociale frammentato, variegato ed omertoso, con un tessuto politico impreparato e, a volte, colluso, piange in continuazione le sue vittime.
D’altra parte cosa ci si può aspettare nella “provincia di Casale”?

Testimoniare per la giustizia?

Per un pelo durante l’estate non sono stato coinvolto in un tentato omicidio. Per mia fortuna ho deciso all’ultimo momento di rinunciare ad un caffè che mi sarebbe rimasto sullo stomaco. In una ridente cittadina italiana, un giovane col casco (dicono le cronache: l’unico giovane col casco in tutta la ridente cittadina) è entrato nel bar principale e ha sparato due colpi nello stomaco alla proprietaria, che stava dietro il bancone. La <<lezione>> è stata impartita il giorno dopo una retata che aveva portato in galera diciotto appartenenti al racket locale delle estorsioni. Dicono le cronache che i parenti della signora gravemente ferita sarebbero stati tra quelli che avevano denunciato gli estorsori.

Il problema dei costi di una collaborazione con la giustizia, in termini di rischio, di tempo, di pazienza, di salute è ben noto a quelli che hanno fatto esperienza direttamente. Beato chi non c’è passato di persona: non sa cosa si è perduto.

C’è una tipologia che compendia il problema nella sua quintessenziale drammaticità: quelle persone che si sono trovate casualmente ad essere testimoni di un grave fatto di sangue e che hanno avuto il coraggio civile di testimoniare. Queste persone non sono molte, come sappiamo per conoscenza quasi quotidiana: se c’è di mezzo la criminalità organizzata, il più efferato delitto spesso può avvenire a faccia scoperta, in pieno sole. Raramente qualcuno testimonia. Perché raramente? Per quello che gli succede dopo.

Un precedente importante in materia è la storia di Pietro Nava, il commerciante lombardo che nel 21 settembre 1990 fu testimone oculare dell’esecuzione del giudice Rosario Livatino e che non si ritrasse davanti al processo. Anche se la sua vita ne uscì distrutta. Sulla sua vicenda allucinante fu scritto un bel libro di Pietro Calderoni, L’avventura di un uomo tranquillo. Storia vera di Pietro Nava, supertestimone di un delitto di mafia, edito da Rizzoli, e fu girato un film nel 1997, Testimone a rischio, diretto da Pasquale Pozzessere, prodotto da Marco Valsecchi, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, Claudio Amendola, Margherita Buy. La storia di Pietro Nava sembrava un incubo, ma, si diceva, guarda chi erano all’epoca Presidente della Repubblica, Presidente del consiglio, Ministro degli interni: Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Antonio Gava…

Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti. La situazione è peggiorata. Avevamo poca conoscenza obiettiva in merito a quel che accade ai testimoni di giustizia in episodi connessi alla criminalità organizzata. Ma ora ne sappiamo di più, e sappiamo innanzitutto che il vaso si è colmato: i testimoni di giustizia sono i primi a sperimentare sulla loro pelle quell’insieme di inettitudine, di ignoranza, di barbarie, di irresponsabilità che spesso caratterizza il funzionamento del nostro sistema. In proposito c’erano finora conoscenze sommarie, e si pensava che l’inefficienza riguardasse casi isolati. Si è scoperto invece da poco che <<l’inefficienza>> riguarda sistematicamente (anche se in forme che variano da caso a caso) tutti i testimoni di giustizia, che tanto per cominciare sono sempre stati assistiti dalle stesse strutture che gestiscono i cosiddetti pentiti, mentre ovviamente esiste una differenza abissale tra chi dice di essersi <<pentito>> di aver commesso un delitto e chi non ha commesso alcun delitto, anzi ha offerto alla giustizia la propria determinante partecipazione, mostrando uno spirito civico esemplare.

Il problema è veramente grave: da destra e da sinistra osservatori imparziali hanno sottolineato l’esistenza di una situazione insopportabile, in termini ancora più pesanti di quanto non si stia facendo in queste righe. Il settimanale L’Espresso ha dedicato un servizio all’argomento; il magistrato Alfredo Mantovano ha scritto un illuminante libretto: Testimoni a perdere, Editore Manni, lire 18.000; una trasmissione televisiva della rete pubblica ha documentato alcuni casi particolarmente abnormi e ha chiamato a commentarli imbarazzatissimi luminari, che non hanno potuto smentire l’evidenza.

Per far capire meglio di che cosa stiamo ragionando, è meglio lasciare la parola a due di questi testimoni di giustizia, citando alcuni brani dalle lettere che hanno scritto alla Commissione antimafia: <<Mi chiamo M. N.: il sottoscritto è stato decisivo per la condanna all’ergastolo del killer dell’imprenditore Giovanni Pannunzio e dell’intera banda composta da altri 47 criminali che furono condannati ad un totale di 413 anni. Io e altri come me abbiamo letteralmente sacrificato le nostre vite per quello stesso Stato che in seguito ci ha privato della nostra dignità, del nostro nome, della nostra terra, in pratica della nostra esistenza. Lo Stato dopo essersi avvalso delle nostre testimonianze ci ha abbandonato al nostro destino e alla completa mercè dei mafiosi che, quando vorranno, potranno colpirci indisturbati… >>

<<Mi chiamo G. C. e con mia moglie A. M. ho testimoniato facendo condannare all’ergastolo un capocosca di camorra, Giovanni Salemme, che il 15 ottobre 1990 uccise in un agguato, a Licola, vicino a Napoli, i fratelli Izzo. Passavamo per caso e, benché fossero presenti molte persone, fummo gli unici testimoni. La condanna fu confermata in appello nel febbraio del ’94. Sino al mese prima fummo lasciati in balia dei camorristi che ci chiedevano invano di ritrattare: minacciati, danneggiati, inseguiti, spiati, uccisero il nostro cane e poggiarono una corona da morto al cancello della nostra villetta. Mandammo in galera anche alcuni fiancheggiatori (uno di essi patteggiò e ancora oggi fa il vigile urbano). Il 28 gennaio di quello stesso anno, il ’94, fummo finalmente scortati al servizio centrale di protezione, a Roma, e poi tenuti per più di quattro mesi in albergo dove pare risiedessero collaboratori “pentiti”: ci vergognammo come ladri…

Ci avevano assicurato che lo Stato avrebbe estinto il mutuo della nostra casa, che avrebbero fornito un altro alloggio e cambiato lavoro – sia io che mia moglie siamo dipendenti pubblici – in poche settimane. Dopo circa cinque mesi ci fu assegnata una casa con contratto stipulato dal Ministero degli Interni… Dopo un anno e mezzo disperavamo ormai di poter costruire un futuro normale per noi e i nostri figli, che oggi hanno otto e sei anni… Mia moglie aveva un brutto esaurimento… Ho avuto e ho enormi difficoltà per l’assistenza sanitaria, dato che non mi sono state fornite le nuove tessere sanitarie… Ho chiesto un aiuto economico per procurarmi un’abitazione vendendo la mia, ma non ho avuto neanche risposta… Nel gennaio del ’99 chiesi il rinnovo del mio porto d’armi: mi fu negato dato che mia moglie era in cura psichiatrica… Ho cercato e poi trovato da solo lavoro e casa. Non possiamo però trasferirci perché non è possibile intestarci le utenze senza rischiare di essere rintracciati. Ogni richiesta di aiuto è rimasta inascoltata o negata e siamo costretti al pendolarismo con disagio nostro e aggravio di spese per noi e per il servizio che ancora ci paga l’alloggio ma comunque non risponde alle nostre sollecitazioni… Il messaggio martellante, purtroppo, è sempre lo stesso: “Chi te l’ha fatto fare?”>>. Non chiedetemi più perché termino questi pezzi sul funzionamento del pianeta giustizia scrivendo ad alta voce: Viva l’Italia!

Quando l’Associazione Caponnetto dice che a Fondi il “sistema” non è stato nemmeno scalfito!!! Ricomincia il tritolo

QUANDO LA CAPONNETTO DICE CHA A FONDI IL “SISTEMA” NON E’ STATO NEMMENO SCALFITO!
In qualcuno, a Fondi, trascorso qualche tempo dai ben noti fatti, sicuramente stanno cominciando a crollare alcune certezze.
Siamo stati obiettivi e sereni durante la testimonianza da noi resa in Tribunale appena qualche mese fa.
Non una sola parola in più e fuori luogo.
Obiettività ed estrema pacatezza pur di fronte ad alcuni interventi a nostro avviso inidonei.
Abbiamo testimoniato con profondo senso di distacco e senza alcuna animosità convinti come siamo che la realtà giudiziaria non sempre riesce totalmente a far luce su tutti gli aspetti degli eventi e delle situazioni.
I giudici giudicano sulla base delle carte che arrivano sulle loro scrivanie.
Non spetta, quindi, ad essi sostituirsi ad altri apparati deputati a disegnare il quadro completo delle situazioni individuandone tutti gli attori, maggiori o minori che siano.
Ma non è tanto di questo che vogliamo ora occuparci quanto, soprattutto. di quanto sta – o, meglio, non sta – avvenendo “dopo” quegli eventi che hanno fatto parlare le cronache di molti Paesi.
Forse in quel “qualcuno” di cui parlavamo all’inizio sta maturando l’idea che, se anzicché nei nostri confronti egli avesse diretto i suoi pensieri in altra direzione, ne avrebbe tratto giovamento non solo personale ma, in particolare, ne avrebbe fatto trarre a tutti i cittadini perbene di Fondi e non solo in quanto avrebbe potuto eventualmente aiutare chi di dovere a far piena luce su tanti aspetti che a nostro avviso sono rimasti occulti.
L’Associazione Caponnetto è stata violentemente attaccata in mezzo Lazio, da Civitavecchia fino alle sponde del Garigliano, sulle piazze, sulle televisioni, dovunque.
Rea di aver toccato alcuni nervi sensibili di alcune realtà.
Un attacco veemente che ci è piovuto da più parti, anche da chi non ce lo saremmo mai aspettati.
Ci risuonano ancora nelle orecchie gli insulti e le accuse di… “falsa associazione” in alcuni comizi nelle piazze di Fondi, Monte San Biagio, SS. Cosma e Damiano. San Felice Circeo, Fondi, Terracina e attraverso qualche emittente televisiva.
Un’intera campagna elettorale contro la Caponnetto e contro le nostre persone descritte come dei diavoli, oltre che come dei millantatori.
E, qui, andiamo al nodo dei problemi: le trasversalità politiche.
Chi scrive viene “da lontano”, da “molto lontano” e conosce, pertanto, molto bene mentalità, abitudini, consuetudini, storie della vita pubblica laziale e nazionale.
Egli non è, insomma, uno sprovveduto, uno che non sa.
Il Lazio particolarmente, sede della Capitale del Paese e del Potere, è stato sempre, dai tempi della Costituente, la regione degli accordi sotterranei, dei compromessi, delle trasversalità.
C’è stata sempre una diplomazia parallela e coperta che ha condotto le cose e tracciato le linee talvolta in sintonia con l’opposizione di allora, quella del PCI.
Si faceva a Roma, a Frosinone, a Latina, a Viterbo, a Rieti, dapperttutto.
Ed anche, per altro verso, a Milano, Torino, Venezia, Napoli, Palermo e così via.
Perché non si sarebbe dovuto fare e si dovrebbe continuare a fare anche a Fondi, Gaeta, Formia, Terracina, Aprilia e negli altri comuni della provincia di Latina?
Esiste un termine in gergo: “inaffidabile”.
Questo è colui che non accetta la regola; colui per il quale il bianco è il bianco ed il nero il nero.
In politica chi è “inaffidabile” va fuori, viene espulso, emarginato, messo fuori campo.
E’ successo con il “Manifesto”, con l’ACPOL di Livio Labor e succederà sempre nell’Italia del “trasformismo”, dei grandi misteri, delle mafie.
Come anche ora, con Renzi e Berlusconi.
Ritornando a Fondi, almeno le persone più avvedute ed informate si sono mai chiesto CHI ha governato la Regione Lazio e quali maggioranze hanno espresso nel tempo i commissari o i presidenti del MOF?
Per carità, non sono di certo responsabili questi se nella struttura si sono infiltrati o non infiltrati elementi facenti capo ai clan, ma certo è che qualcuno non ha vigilato come avrebbe dovuto vigilare.
Il Presidente e il Commissario non sono presenti nella struttura 24 ore su 24 e non possono, quindi, essere a conoscenza di ogni movimento, di ogni ingresso, di ogni insediamento.
E va detto, per onestà intellettuale, anche che le responsabilità non vanno imputate tutte all’interno, in quanto proprio noi della Caponnetto abbiamo negli anni sempre insistito sulla necessità di istituire nel MOF un saldo, adeguato presidio di polizia che controllasse ingressi ed uscite di merci e soggetti.
Come anche noi della Caponnetto abbiamo chiesto più volte di controllare le “residenze”, soprattutto quelle campane, dal momento che di quelle siciliane e calabresi si sapeva già tutto.
Per l’istituzione del presidio di polizia non ci è stato mai risposto (come non ci viene oggi risposto anche per il Supercommissariato
a Formia dove ce ne sarebbe un urgente bisogno!!!), mentre per le residenze” campane” qualcuno ci rispose che si trattava di tutte persone perbene scappate dalla Campania per sfuggire alla camorra.
Oggi ci lamentiamo e piangiamo perché i clan la fanno da padroni, perché arriva il tritolo per qualche commerciante, perché, oltre che nel commercio, anche nell’edilizia l’imprenditoria locale è sparita a vantaggio dei “napoletani” ed avanti di questo passo.
Ma se si dice che nella “Relazione Frattasi” è scritto che non sarebbero stati richiesti per alcuni lavori pubblici nemmeno i certificati antimafia e nessuno, da sinistra a destra, ha gridato allo scandalo ed ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine e della Magistratura?
E’ falsa questa notizia???
Ma di cosa vogliamo parlare per prenderci ulteriormente in giro???
Quando la Caponnetto dice che a Fondi il “sistema” non è stato nemmeno scalfito!

Ritornano gli attentati a Fondi?

QUANDO NOI DICIAMO CHE A FONDI NON E’ CAMBIATO NIENTE. ANZI!
Cambia tutto per non cambiare niente.
E’ la classica logica gattopardesca cui hanno fatto sempre ricorso i cultori dello status quo.
Sul “caso Fondi” è mancata finora la volontà di un’analisi approfondita degli avvenimenti che hanno caratterizzato la storia cittadina di appena pochi anni fa.
L’impero non è stato nemmeno scalfito.
“Per volontà superiore”, dicono.
E per “volontà superiore” si va avanti, come se nulla fosse successo e nulla succedesse.
Anzi, il “sistema” addirittura è stato esportato.
A Gaeta, per esempio.
Un dato è certo: a Fondi hanno operato forze e sodalizi davvero raffinati, anche se oscuri.
Per lo mezzo ci sono andati soggetti di mezza tacca, di scarso rilievo.
Calzette vecchie e di poco conto.
Conosciute.
Il grosso, quello che conta veramente, sembra rimasto indenne, immacolato, neppure sfiorato.
” Sono volati gli stracci”, ci hanno detto a mezza bocca due vecchietti.
La virulenza delle polemiche che abbiamo registrato nel periodo di maggiore vivacità ci aveva consentito di intravvedere un sottofondo di forti tensioni fra due identità tutte interne ad un unico “sistema” dove la mafia fungeva solo da coperchio.
Ciò, a nostro avviso, è provato dal fatto che non si è proceduto a carico di chi si doveva procedere nemmeno di fronte alla valanga
di accuse mosse a carico di taluni nella corposa relazione della Commissione di Accesso, la cosiddetta “Relazione Frattasi”, nella quale risulterebbe (ancora misteriosamente essa resta “secretata”, senza che nessuno ne chieda ragione) che non sarebbero state rispettate nemmeno le norme che prescrivono l’obbligatorietà della richiesta del certificato antimafia alle imprese che effettuano lavori pubblici.
Relazione “secretata” e, quindi, esclusa dalle azioni giudiziarie, anche se sembrerebbe acquisita dalle autorità giudiziarie del distretto.
Ma quello che sorprende più di ogni altra cosa è il silenzio tombale dell’allora opposizione – PD in testa- che, ad eccezione del povero Bruno Fiore, suo unico consigliere locale che ha subito perfino due attentati mafiosi, dopo un paio di fuochi di paglia è piombata in un’inerzia incredibile.
Un comportamento anticipatore di quella grande alleanza PD-PDL che particolarmente in provincia di Latina e nel Lazio ha nei decenni caratterizzato i fasti della vita politico-amministrativa?
Restano tutte senza risposte le tante domande del “caso Fondi”, non esclusa quella che riguarda il misterioso suicidio del Comandante della Compagnia della Guardia di Finanza Conti.

 

Bari/ Sventato attentato dinamitardo a ditta import-export a Fondi (Latina)

La Guardia di finanza di Bari ha arrestato due persone e ne ha fermate altre due sventando un attentato dinamitardo che, secondo le indagini, avrebbe dovuto colpire una ditta di import-export vicino Latina. In manette sono finiti, mercoledì scorso a Molfetta (Bari), due stranieri – R. M. albanese di 27 anni e K. G. romeno di 28 anni – bloccati mentre si immettevano sull’autostrada A14 direzione nord, diretti verso Fondi (Latina). A bordo dell’auto è stato trovato circa un chilo di tritolo, una miccia e un detonatore. L’attentato alla ditta avrebbe sicuramente coinvolto anche un vicino distributore di carburante, con area di servizio. Dopo l’arresto dei due stranieri, gli investigatori hanno cercato i mandanti, che nel frattempo avevano già programmato un nuovo attentato. Sono stati così fermati lunedì, sempre a Molfetta, un italiano, D. C. di 38 anni, e A. B. un albanese di 28 anni. Dell’indagine si occupa la Procura di Trani che procede nei confronti dei quattro per le accuse di possesso di esplosivi, tentata strage, tentato incendio. Le indagini continuano per individuare altre persone coinvolte nella vicenda e per capire le motivazioni dell’attentato progettato.

Attività Ministero degli Interni

http://www.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/24/2012_08_15_report_Viminale_Ferragosto.pdf

Nel campo dell’antimafia è necessaria ed urgente una svolta

Amici, vi siamo grati per le “condivisioni” e per gli apprezzamenti che manifestate nei nostri confronti, ma essi non bastano a frenare l’avanzata costante delle mafie che si stanno sempre più impossessando della ricchezza del Paese.
Se tutte le persone oneste e di buonsenso non decideranno di sporcarsi le mani, scendendo direttamente in campo, associandosi e cominciando ad aiutare magistratura e forze dell’ordine, non riusciremo mai quanto meno a contenere l’offensiva scatenata da questi delinquenti che stanno letteralmente diventando i padroni assoluti dell’Italia.
Una ben organizzata campagna di disinformazione continua a rappresentarci la mafia come una semplice, mera organizzazione criminale rappresentata da uomini violenti e barbari, quando, invece, questi ne rappresentano solamente il livello basso, il braccio armato.
La mafia o, meglio, le mafie sono “altro”.
Esse sono annidate nei salotti buoni, fra i professionisti, nei partiti politici, nel Parlamento, talvolta al governo, fra i sindaci, gli amministratori pubblici, i banchieri ed i bancari, gli imprenditori, nei luoghi dove si decide e si legifera, spesso anche nelle forze dell’ordine, fra i Prefetti e qualche magistrato.
E’ una pia illusione il pensare che con gli appelli, le passeggiate colorate, le fiaccolate, gli stessi convegni che non siano correlati a situazioni del territorio e che non vedano come protagoniste le persone che vi operano (magistrati delle DDA, dirigenti della DIA, giornalisti d’inchiesta), si possano sconfiggere le mafie.
Non facciamo ad esse nemmeno il sollecito e ci faremmo solo ridere in faccia.
Ecco perché noi dell’Associazione Caponnetto riteniamo che l’unica – e ripetiamo, l’UNICA – strada da seguire per combattere le mafia sia quella della DENUNCIA, nomi e cognomi.
Non ce ne sono altre.
Non si può pretendere, a questo punto, che due-tre – quattro associazioni in tutta Italia si facciano carico di un peso che riuscirebbero a sopportare sì e no in almeno un centinaio.
Sì, perché, a parlar chiaro, sono centinaia e forse migliaia le associazioni o le pseudo associazioni che parlano di mafia e di antimafia, che gestiscono i beni confiscati ai mafiosi, che gestiscono sportelli antiracket, associazioni in alcune delle quali, talvolta, si nascondono anche individui collegati con la criminalità organizzata mafiosa.
Ma quante sono quelle che INDAGANO, DENUNCIANO, SI ESPONGONO, INDICANO ALLE FORZE DELL’ORDINE ED ALLA MAGISTRATURA INQUIRENTE IMPORTANTI PISTE INVESTIGATIVE???’
Guardatevi attorno e datevi voi stessi la risposta.
Orbene, è urgente e necessario cominciare a porsi la domanda se sia utile, per i fini che ci proponiamo, militare in sodalizi che si limitano solamente a parlare di mafie senza far nulla di concreto per combatterle effettivamente e sul terreno.
In associazioni collegate con partiti politici, schieramenti politici,
con le istituzioni, prive, di conseguenza, di autonomia assoluta e di ampi spazi di agibilità.
Sono, questi, spunti di riflessione che sottoponiamo ai nostri amici di tutta Italia accompagnati dalla domanda che rivolgiamo a tutti se non sia opportuno e necessario, a questo punto, cominciare ad impegnarsi in quelle associazioni, fra le quali la Caponnetto, che hanno fatto dell’INDAGINE, della DENUNCIA e della PROPOSTA la loro bandiera di combattimento.
Noi riconosciamo comunque l’utilità dell’azione di “coscientizzazione” che taluni ritengono di portare avanti, ma ci domandiamo e domandiamo a tutti se ci sia tempo ancora di aspettare che… le coscienze maturino quando ormai il nemico lo abbiamo dentro casa.
Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur (T. Livio).

Non è più tempo di chiacchiere

Forse non tutti hanno capito appieno il senso del nostro impegno.
Alcuni fanno addirittura finta di non capirlo.
Il problema è che noi siamo i sostenitori di un modo “diverso” di fare antimafia, più autentico, adeguato ai tempi.
Non che ci riteniamo i migliori, i più bravi, per carità.
Ogni modo è buono, tutti i modi sono buoni, anche il solo parlare di mafie è buono.
Noi abbiamo deciso di andare “oltre”, di aggredire le mafie corpo a corpo, di affrontarle alla luce del sole, allo scoperto, snanando i mafiosi uno per uno. Ci riusciamo?
Finora ci siamo riusciti più volte e ci sono anche degli atti che parlano dandocene atto.
Noi riteniamo che, stante la gravità della situazione che vede ormai le mafie padrone di gran parte della ricchezza del Paese, non ci sia più tempo per ca@@eggiare (ci si passi il termine).
Rispettiamo, comunque, il pensiero di chi la pensa diversamente.
Gli avvenimenti futuri daranno ragione a noi o agli altri.
Ma non è tanto per questo che vogliamo marcare una certa nostra “diversità” quanto, soprattutto, per talune incompatibilità che ineluttabilmente si creano con altri.
Incompatibilità -sia ben inteso – di natura in particolare tattica se non del tutto strategica, in quanto le divergenze, se così possiamo chiamarle, ci sono sul piano della scelta delle armi di attacco.
Noi siamo per lo sfondamento, per la DENUNCIA, nomi e cognomi, per un’azione di ” supporto” alla Magistratura ed alle forze dell’ordine, a quelle parti di queste attive ovviamente, appunto perché riteniamo che, oggi, così come stanno le cose, questo sia rimasto l’unico modo per combattere con efficacia le mafie.
Non c’è più tempo per la retorica, per le chiacchiere.

La lotta alle mafie è più semplice di quanto appare. Basta volerla fare, senza chiacchiere, senza sceneggiate, con un database e le visure camerali

DICIAMOCI LA VERITA’…
Chiunque voglia seriamente fare un’azione significativa ed importante contro le mafie è in grado di farla.
Basta volerlo.
Ed è più semplice di quanto appaia.
E’, però, necessario che egli faccia propria l’idea che con le chiacchiere non si va da nessuna parte.
Oggi, ormai, la lotta è a corpo a corpo; le mafie hanno conquistato spazi di presenza ed agibilità così estesi, nella politica, nelle istituzioni, nell’economia, nella società, nelle professioni, dovunque, che con i proclami, le sceneggiate, il ricordo di cose passate ed altre cose del genere non si fa ad esse nemmeno il solletico.
O, quindi, ci si convince della necessità di passare alla fase dell’INDAGINE e della DENUNCIA, nomi e cognomi dei mafiosi e dei loro sodali, o è meglio lasciar perdere.
Basta rapportarsi con un’associazione antimafia seria, che non fa chiacchiere e che si sia dotata di un database che le consenta di fare ricerche su qualsiasi soggetto ed il grosso è fatto. Poi basta chiedere alle Camere di Commercio le “visure camerali” (ognuna costa pochi euro e, se poi si ha come amico un commercialista, questo paga ancora di meno perché solitamente è abbonato) e, incrociando nel database le notizie acquisite, può risalire a chiunque.
Basta un minimo di buona volontà!!!
Il tutto, di volta in volta, va ” girato”, poi, a chi di competenza.
Ma anche qua bisogna essere estremamente attenti e cauti…

Gaeta, Città del Golfo, il cui territorio è gravato da attività molto sospette e che meriterebbe, perciò, la maggiore attenzione e che, invece, è trascurata da parte dello Stato e della politica. Eppure i Collaboratori di Giustizia ne hanno parlato come di un enclave della camorra dove l’economia e non solo sono sotto il tallone delle organizzazioni criminali. Perché?

A Formia è stato fatto e si sta facendo un buon lavoro e
sicuramente avremo, a breve, dei risultati abbastanza importanti e
significativi.
Complimenti soprattutto ai Carabinieri ed anche alla Guardia di
Finanza.
A Gaeta, purtroppo, no.
La Città del Golfo non è stata, ad oggi, attenzionata
sufficientemente.
Eppure ci sono stati e ci sono fenomeni oltremodo interessanti che
richiederebbero un’attenzione particolare.
Dagli investimenti milionari nel settore dell’edilizia, quasi tutto
nelle mani di imprese di oltre Garigliano e sulle cui vere identit
nessuno ha avviato fino ad ieri un’attività seria di indagine, ad una
sospetta vivacità in quelli del commercio, della ristorazione e dei
bar, alle attività portuali e così via.
Possiamo dire senza tema di essere smentiti che le attività che
meriterebbero una maggiore attenzione sono quelle portuali ed
edili dove molte sono le voci di presenze che andrebbero tutte
individuate e sottoposte ad un rigoroso screening.
Purtroppo Gaeta non ha mai disposto di un impianto investigativo
sufficientemente efficiente ed attento così come la situazione
imporrebbe e questo fenomeno francamente inquieta ed al
contempo sorprende non poco.
Più volte abbiamo richiamato l’attenzione del Questore di Latina e
dello stesso Capo della Polizia sulla necessità di una più
razionale organizzazione delle forze sul territorio con l’istituzione
di un Supercommissariato a Formia diretto da un 1° Dirigente,
con la dotazione di personale preparato e con la creazione di una
sezione distaccata della Squadra Mobile di Latina, ma non siamo
riusciti, ad oggi, a trovare sufficiente ascolto.
Un disinteresse inquietante, questo, forse anche in parte voluto per
chissà quali ragioni, aggravato dall’esistenza di un tessuto sociale
estremamente inerte ed omertoso.
Ci ripromettiamo di analizzare a fondo la questione per cercare di
comprendere bene le “ragioni” per le quali, a fronte di una
situazione esplosiva che vede l’intero Basso Lazio e, in
particolare, il sud pontino, sotto il tallone di camorra e
n’drangheta, Ministero degli Interni e i vari Comandi Generali non
adottano provvedimenti adeguati e risolutivi con l’assegnazione ai
presidi locali di risorse adeguate e personale preparato che
potrebbero risolvere tutte le criticità sul territorio che si estende
dalle sponde del Garigliano fino a Fondi-Terracina.
E’ il problema dei problemi per la cui soluzione impegneremo il
massimo delle nostre energie.
Speriamo che con l’arrivo a Latina di un Questore attivo e bravo
qual’è il Dr. De Matteis, qualcosa cambi.
Come anche, oltre che nella Polizia di Stato, anche nella Tenenza
dei Carabinieri gaetana, dopo l’avvenuto declassamento da
Compagnia, ci auguriamo che venga rafforzata la presenza di
sottufficiali preparati soprattutto nel settore delle indagini
patrimoniali e finanziarie.
A dirla tutta fino in fondo, non ce la sentiamo più di tacere su una
situazione che sta diventando sempre piu’ inquietante ed
intollerabile, una situazione, peraltro, a fronte della quale una classe
politica accorta ed amante del bene comune dovrebbe insorgere e
far sentire la sua voce, ma che, invece, resta indifferente ed inerte.
Tutta quanta, tolti esclusivamente M5S e Rifondazione, i
quali, però, dovrebbero elevare il loro livello di impegno
sforzandosi di disegnare, nome per nome, la mappa dei soggetti e
delle attività sospetti.
Questa, purtroppo, è la situazione a Gaeta, Città del Golfo, dotata di
uno dei Porti più importanti del Tirreno, crocevia di interessi
colossali e di traffici di persone e merci di ogni natura, comprese
alcune probabilmente nocive.

Come svolgere una seria azione contro le mafie

Il primo passo, quello più importante, da compiere, se si vuole fare un’azione significativa contro le mafie, riguarda la dotazione di un database.
Senza questo non si va da nessuna parte e tutto si riduce ad un bla bla senza alcun risultato.
Il database consiste in un sistema che ti consente di fare qualsiasi ricerca su qualsiasi soggetto: un’impresa, una società, una persona.
Si incamerano nel computer nome e cognome della persona o della società e, così, si risale a qualsiasi identità.
Notizie anche apparentemente insignificanti che ti consentono, anche attraverso gli incroci, di ricostruire storie, attività e percorsi di ognuno.
Molte notizie si ricavano da una lettura attenta e mattiniera dei giornali e dall’inserimento nel database di quelle che vengono ritenute le più significative, le più “sensibili”.
Dopodiché segue la richiesta della “visura camerale”.
Spesso si nota che un’impresa che abbia la sua sede legale a Canicattì – attraverso dei prestanome o soggetti che fanno parte dello stesso assetto societario ma che hanno un nome diverso dall’amministratore o dal rappresentante legale – hanno vinto delle gare di appalto a Bologna, Torino o, comunque, nel nord.
O addirittura ci sono casi di società che, con nomi diversi, hanno varie sedi legali, alcune al sud ed altre al nord.
Lo fanno per depistare e per dare l’impressione che si tratti di imprese del nord mentre, invece, provengono dal sud.
I mafiosi, poi, adottano tattiche più sottili ancora:
si inseriscono in imprese del nord originariamente “pulite” diventandone sostanzialmente padroni assoluti ma sotto il nome del titolare originario.
Oggi, per fare un’azione efficace, incisiva, significativa contro le mafie, è necessario saperle colpire dove è necessario.
Cosa che pochi fanno e sanno fare.
Ecco perché tutto si riduce ad un bla bla, al racconto della nonnina, talvolta ad un business, per camparci e fare della cosiddetta “antimafia” uno strumento per guadagnare e anche prendere voti.
Si parla sempre e solo del passato, raccontando fatti noti e stranoti, ma mai affrontando i problemi attuali, le situazioni attuali, le azioni attuali.
Ma quella non è “antimafia”; è altra cosa.
Le mafie ormai rappresentano la più grande impresa del Paese, quella più potente e ricca, il vero Potere.
Illudersi di poterle continuare ad aggredire con le chiacchiere e le sceneggiate è semplicemente ridicolo!!!
Orbene, chi effettivamente vuole impegnarsi a fare qualcosa di concreto contro le mafie o cambia direzione di marcia, stimolando peraltro altre persone a fare altrettanto, o sarà anche egli complice della disfatta definitiva della legalità, della Giustizia, della democrazia e della civilta’.
Tertium non datur.

Non tutti sono capaci di fare una vera “antimafia”

QUANDO SENTIAMO DIRCI “QUA NON C’E’ MAFIA” INORRIDIAMO PERCHE’ VUOL DIRE CHE QUELLA PERSONA CHE LO DICE NON HA CAPITO NIENTE, NON VEDE E NON SENTE

Restiamo stupefatti e spaventati quando sentiamo dirci: “qua non c’è mafia”.
Ci capita spesso e, in casi del genere, vuol dire che mancano spirito di osservazione e attenzione.
Nessun luogo è indenne dal fenomeno di insediamento e di investimento di capitali da parte delle organizzazioni criminali.
Nessuno.
Soprattutto laddove c’è più possibilità di fare business.
Stenta a farsi strada il concetto di “nuova mafia”, la mafia imprenditrice, la mafia che investe i suoi capitali, la mafia costituita da tutta quell’area grigia che, pur non facendo organicamente parte delle organizzazioni criminali, è la più insidiosa in quanto le tiene bordone.
E’ là la difficoltà di individuarla, di capirne i meccanismi, le dinamiche, come si muove e dove si muove.
E, allorquando, essa non appare, non spara, non usa la violenza, vuol dire che sta operando alla grande, indisturbata, certa di non essere ostacolata nelle sue operazioni.
Quando c’è la cosiddetta “pax” vuol dire che ce n’è più che in altri luoghi dove essa appare e spara.
Ecco perché noi sosteniamo che fare “antimafia” non è facile e richiede profonda capacità di analisi e di osservazione.

Senza DENUNCIA non è antimafia…

SENZA DENUNCIA NON E’ ANTIMAFIA. E’ ALTRA COSA: FUFFA, ARIA FRITTA
Lo abbiamo sempre detto: parlare di mafia non è come parlare di bruscolini.
Bisogna avere piena contezza della sua potenza.
Stiamo parlando della più grande “impresa” del Paese, proprietaria di una ricchezza senza confini.
Stiamo parlando de ” o sistema”, del ” Potere” in parole povere e non è detto che questo non abbia già preso il sopravvento nel Paese, anche grazie alla corruzione, ormai sempre più dilagante e con istituzioni flaccide e permeabilissime.
Il resto lo fa la politica corrotta.
Cè chi dice che la guerra alla mafia sia già persa e che anche nel cosiddetto fronte “antimafia” c’è tanta gente che alla mafia tiene bordone.
Sciascia parlava di… “professionisti dell’antimafia”, di gente, cioé, che con una finta antimafia ci campa e fa carriera.
Anche politica, oltreché economica.
E’ diventato per molti un “mestiere”, con la gestione dei beni confiscati, i corsi di cultura cosiddetta della legalità, i corsi accademici e tante altre diavolerie che si inventano giorno dopo giorno.
Se un giorno ipoteticamente dovessero sparire le mafie, tantissima gente rimarrebbe disoccupata.
Quando noi sosteniamo che per fare un’antimafia seria, reale, significativa, incisiva, aggressiva, graffiante, , è assolutamente indispensabile imboccare una sola strada:
quella dell’INDAGINE e della DENUNCIA.
Senza indagine e senza denuncia NON è antimafia, è altra cosa: è fuffa, aria fritta, bla-bla.
Il discrimine è qua, fra chi fa DENUNCIA e chi fa bla-bla.

Cose dell’altro mondo. Ma perché nessuno ci segnala questi scandali? Possibile che siete tutti conniventi?

Pompei, gli scavi sepolti dall’ipermarket. Aperta indagine dopo denuncia Espresso

Dopo la segnalazione del nostro giornale, il caso del centro commerciale dal cui cantiere sono emersi i resti dell’antica area industriale di Pompei è al centro di un’inchiesta ad ampio raggio della procura di Torre Annunziata

Un’inchiesta “a ampio raggio”. Lo scandalo della Pompei 2 sotterrata da un centro commerciale, denunciato in esclusiva dall’Espresso, è finito sul tavolo della procura di Torre Annunziata. Il procuratore capo della cittadina in provincia di Napoli e competente per l’area di Pompei, Alessandro Pennasilico, ha aperto un fascicolo e lo ha affidato a un pool di magistrati. Delle indagini si occuperanno i carabinieri, proprio mentre a Pompei la gestione degli scavi è stata da poche settimane affidata a un generale dell’Arma, il super direttore Giovanni Nistri.

La procura vuole capire come sia stato possibile che dal cantiere di un centro commerciale siano spuntati i resti dell’antica città industriale e nessuno abbia fermato i lavori. Ed è partita la caccia ai testimoni in grado di riferire su quel tesoro sommerso e misteriosamente abbandonato tra le fauci di supermarket, fast food e negozi. Nel mirino ci sono gli attori, sovrintendenze su tutti, che hanno autorizzato tutte le procedure, regolarmente eseguite a partire dal 2007, quando fu aperto il cantiere distante appena 500 metri dalla celebre via Consolare, la strada dei Sepolcri del sito archeologico più famoso del mondo, e solo ottocento metri dall’antica linea del mare.

Pompei, lo scavo mancato

“E’ un filone di inchiesta assolutamente nuovo per questa procura e ci pare che abbia dell’incredibile come sia potuto accadere, ma per questo dovremo fare tutti gli accertamenti e ci vorranno tempi lunghi” – spiega il procuratore capo di Torre annunziata Alessansdro Pennasilico. Che sottolinea come “per una volta sia un giornale, cioè l’Espresso, a far partire le indagini” e che “al momento non si può aggiungere altro perché siamo in una fase davvero preliminare”. Nel mirino ci sarebbe anche la società costruttrice del megashopping, la Oplonti srl, controllata da una compagnia fiduciaria e di trust citata in una interdittiva antimafia. Un aspetto questo che potrebbe aprire un secondo filone su presunte infiltrazioni mafiose nei lavori, che passerebbe per competenza alla procura antimafia di Napoli. “Vedremo” conclude il procuratore.

Intanto c’è chi affila le armi e prepara dossier. Il Movimento 5 Stelle ha pronta una interrogazione parlamentare, mentre si sono scatenate le troupe televisive internazionali che stanno per invadere Pompei. E non da turisti.

Sul sito archeologico è andata avanti un’altra inchiesta delicata e coordinata dal procuratore Pennasilico, quella sullo scempio consumato ai danni del Teatro Grande duranti i lavori di ristrutturazione del 2010. A marzo ci sarà l’udienza preliminare che deciderà sulle richieste di rinvio a giudizio e vedrà tra i principali imputati Marcello Fiori, allora commissario straordinario e oggi braccio destro di Silvio Berlusconi e Anna Maria Caccavo, rappresentante legale della Caccavo srl, società di Pontecagnano aggiudicatrice dell’appalto per la ristrutturazione del teatro. Costi gonfiati, colate di tufo, allestimenti grossolani. L’inchiesta sul Teatro Grande ha fatto tra le sue vittime, il buon gusto e il buon senso. Quel tempio è stato ridotto a un’area da villaggio Valtur dai lavori di ristrutturazione, gonfiati del 400 per cento, secondo le accuse dei magistrati. Il teatro è stato invaso da tufo e mattoni e ha perso per sempre la sua originaria e antica dimensione mentre le lamiere dei container, che venivano utilizzate come camerini degli artisti, sono incredibilmente ancora li.


Ferruccio Fabrizio

Non c’é antimafia se non c’é mafia. Non ci sono pesci se non c’é il mare. Non c’é polizia se non ci sono furfanti. Tutti si alimentano a vicenda

Prendiamo a prestito da Luigi Bonaventura e non c’é bisogno – per chi vuole capire ed è pulito intellettualmente e moralmente – di commenti.
Noi dell’Associazione Caponnetto ci teniamo a precisare alcune cose che, meglio di ogni altra parola, disegnano il nostro DNA:
1) non abbiamo finanziamenti né pubblici né privati, nè da partiti politici né dalle istituzioni;
2) operiamo con un paio di migliaio di euro all’anno di 5 x mille per la scelta fatta da nostri iscritti e simpatizzanti, oltre a poche altre centinaia di euro dei soli iscritti per un tesseramento che manteniamo limitatissimo ad evitare possibili infiltrazioni mafiose, come già si stava verificando qualche tempo fa;
3) non gestiamo – volutamente! – beni di qualsiasi natura ad evitare contaminazioni e condizionamenti;
4) per ogni altra evenienza, ove le esigenze organizzative dovessero superare il livello delle disponibilità di cassa, è il Segretario dell’Associazione che mette mani nelle proprie tasche; il che capita spesso.
La lotta alle mafie VA FATTA senza interessi e non a fini di lucro
Essa NON DEVE essere un mestiere ed uno strumento per camparci, come purtroppo alcuni pensano!!!

 

La lotta alle mafie e’ solo un business… nessuno vuole in realta’la loro fine a parte qualche povero Cristo… Oggi il “Made in Italy MAFIE” e’un marchio fiorente in tutto il mondo… che sia oggi ‘ndrangheta, ieri Cosa Nostra e domani chi sara’… La fine delle mafie decreterebbe di conseguenza la fine dell’ antimafia e tutto cio’che gli gira intorno, credete davvero possibile tutto cio’…??? E non dimentichiamoci l’ardua resistenza di chi invece vive con o facendo mafia… Sapete quanta gente il giorno dopo non saprebbe più cosa “fare” e come “magnare”…??? Paradossalmente bisognerebbe che nascesse un altro nuovo fronte tipo terrorismo o un’altra piaga similare che si tradurrebbe da prima in emergenza poi, in prodotto, , marchio e quindi business. Sono le guerre che fanno girare l’economia e quelle esistenti in attesa di meglio vengono alimentate, in assenza di queste, vengono create e la lotta contro le mafie e’una “guerra”…! Ecco anche perché il programma di protezione non funziona come si deve. In realtà sta bene un pò a tutti, basta solo (a secondo del momento) che riesca a fare girare la “catena di montaggio” quanto basti per non fare bloccare la “produzione”… Ne più e ne meno…! Ma io nonostante sia consapevole di tutto cio’non mollo uguale, perché: da buon Calabrese sono capa tosta… , , , , e soprattutto perche’: NE VALE SEMPRE LA PENA…! lb ps: Non c’e’pegior mafioso di un antimafioso mafioso… !

Primo comandamento: non chiedere mai dove uno sta. Secondo. Massime riservatezza e disponibilità all’ascolto

E’ ormai una regola non scritta, ma consolidata:
non domandare mai da dove uno telefona e dove è.
Né dove sei tu.
In genere tutti si attengono al rispetto di quella regola, ma talvolta
qualcuno no.
Ed allora entri subito in allarme.
Per ragioni di sicurezza e perché non sai mai al 100% chi è il tuo
interlocutore dall’altra parte del telefono.
Meno parli e meglio è e devi essere più disposto all’ascolto che
non alla parola.
Non si sa mai.
Capita talvolta che ti senti chiamare da un Testimone o da un
Collaboratore di Giustizia.
Il contenuto delle telefonate si può intuire.
Non sono mai telefonate gioiose.
Ascolti talvolta telefonate che ti strappano l’anima.
Le più diverse, con storie spesso drammatiche.
Familiari e personali.
Non puoi negarti.
Hai fatto una scelta di vita e hai l’obbligo morale di calarti nelle
realtà le più diverse, con tutte le implicazioni ed i rischi.
Alcune volte ti dicono che ti chiamano più per uno sfogo che per
una richiesta di aiuto.
D’altra parte quale aiuto puoi offrire quando i processi sono in
corso ed il confronto è tutto ed unicamente demandato alle parti
attrici e né sei, peraltro, in grado giudicare il comportamento di
chiunque da qualche stralcio di esso?
Sul piano giudiziario assolutamente no perché è compito esclusivo
dei giudici e degli avvocati.
Il desiderio, però, di parlare con qualcuno propenso
all’ascolto, come noi siamo obbligati a fare, non li trattiene.
L’impegno, anche se non dichiarato e solamente sottinteso, è alla
riservatezza.
Estrema.
Come se ci si trovasse in confessione.
Ma da questo punto di vista le garanzie sono illimitate ed i tuoi interlocutori lo sanno molto bene.
Altrimenti non ti chiamerebbero e non ti esternerebbero i loro pensieri, i loro giudizi, le loro ambasce, le loro delusioni. , un caleidoscopio di sentimenti e di pulsioni che, se non hai nervi ed idee ben saldi e corroborati, crolli.
Il punto doloroso, un vero pugno nello stomaco, arriva quando talvolta ti senti dire quella frase che non vorresti mai sentire pronunciare:
“Se potessi tornare indietro non lo rifarei. Non collaborerei più″.
Oppure, ancor più grave: ” Vado ai processi e ritratto tutto”.
Ti senti un cazzotto nello stomaco che ti provoca dolore, un dolore indescrivibile, che ti fa sentire un senso di vuoto, di inutilita’, di sconfitta e di rabbia al contempo.
Sconfitta dello Stato e, con lo Stato, sconfitta di te stesso, perché chi, come noi, fa queste cose, lo Stato lo sente suo.
S U O!!! N O S T R O!!!
Ed allora ti monta una rabbia dentro, incontenibile, nel constatare che, mentre tu ti dedichi con tutte le tue forze a costruire quello Stato da una parte, trovi sempre chi rema in senso opposto.
E, quando costui dovesse per caso indossare una divisa o addirittura una toga, allora ti sentiresti piombare il mondo addosso.
Dura lex sed lex, è vero e noi siamo tutti obbligati ad osservarla, nessuno escluso.
E’ la norma dello Stato di diritto.
Ma siamo certi che sia sempre e dovunque così?

Che uso si fa dei soldi confiscati alle mafie???

Tutti parlano di “beni” confiscati, immobili, aziende agricole e quant’altro ed è business alla grande.
Ma nessuno parla, invece, dei soldi confiscati, acquisiti anche essi definitivamente al patrimonio dello Stato e nella piena disponibilità di questo.
Che uso se ne fa?
A quanto ammontano?
Non si sa niente.
Ogni volta che ti azzardi a porre il problema avverti un senso di rifiuto.
Come se si stesse a parlare di cose di un altro mondo.
Eppure ogni tanto qualcuno ne fa cenno timidamente sostenendo, peraltro, che si tratta di somme con le quali si potrebbe fare più di una manovra finanziaria.
Possibile che non ci sia un solo parlamentare disponibile a chiedere conto di tutto ciò???

Archivi