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Relazione sul sistema di protezione dei testimoni di giustizia

Un importante passo in avanti è stato fatto con la “Relazione sul sistema di protezione dei testimoni di giustizia”. Un lavoro complesso e articolato che dimostra la nostra ferma volontà di essere sempre presenti sui temi che riguardano la lotta e il contrasto alle mafie. Un tema molto delicato e importante riguarda il sistema di protezione dei testimoni di giustizia.
Oltre gli annunci, in questa relazione si possono leggere non solo un’analisi approfondita ma proposte concrete. Il Movimento Cinque Stelle ha uno dei suoi capisaldi nell’antimafia e lo dimostra con i fatti, con il lavoro dei sui membri in commissione.

(La relazione integrale è disponibile nell’articolo originale linkato qui sotto)

http://www.beppegrillo.it/movimento/parlamento/antimafia/2014/10/relazione-sul-sistema-di-protezione-dei-testimoni-di-giustizia.html

Quanti “Nanà ‘o cecato” possono stare a Gaeta e vivere ed operare tranquilli?

LA NOTIZIA ORMAI E’ DATATA PERCHE’ RISALE AD ALCUNI GIORNI FA, MA NOI VOGLIAMO RIPROPORLA LO STESSO PER AFFRONTARE UN PROBLEMA SPINOSO:
L’OMERTA’ DELLA GENTE…
QUESTO SIGNORE ABITAVA A GAETA DA TEMPO. IN UNA TRAVERSA DI CORSO ITALIA. GIRAVA E FERQUENTAVA GENTE. ERA UN BOSS E NON UNO QUALSIASI ED UN BOSS E’ PRIMA O POI RICONOSCIBILE. NESSUNO SE NE ERA ACCORTO, NESSUNO LO HA NOTATO, NESSUNO AVEVA NOTATO LE SUE FREQUENTAZIONI, I SUOI MOVIMENTI… NESSUNO. SE NON FOSSE STATO PER I CARABINIERI DEL CAPITANO DE NUZZO E DEL LUOGOTENENTE LATORRE CHISSA’ PER QUANTO
TEMPO ANCORA QUESTO SIGNORE AVREBBE CONTINUATO A FARE GLI AFFARI DEL CLAN A GAETA E NEL SUD PONTINO! QUANDO SI DICE CHE LA MAFIA VA CERCATA IN MEZZO ALLA GENTE!!! “Camorra: arrestato Gaetano Tibaldi, esponente clan Lo Russo 15: 14 19 OTT 2014 (AGI) – Latina, 19 ott. – Arrestato dai carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile di Formia Gaetano Tipaldi, 68enne di Napoli considerato pericoloso esponente del clan camorristico Lo Russo. L’uomo, domiciliato a Gaeta da tempo, era stato colpito il 17 ottobre da ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Napoli per estorsione in concorso con l’aggravante associativa mafiosa. Il 68enne, che secondo gli inquirenti aveva un ruolo di dirigente e organizzatore del sodalizio criminale operante nell’area a Nord di Napoli, e’ stato catturato al termine di un’indagine condotta per due giorni dai militari della Compagnia di Formia tra le province di Latina, Caserta e Napoli, avvalendosi dell’ausilio di mezzi tecnici e attivita’ di osservazione, controllo e pedinamento. Tipaldi e’ stato rintracciato a Napoli, nel quartiere Miano, in procinto di allontanarsi per rifugiarsi altrove rendendosi irreperibile. Arrestato e’ stato
trasportato nel carcere di Secondigliano dove resta a disposizione dell’autorita’ giudiziaria. (AGI) ”
GAETA E’ LA CITTA’ DELLA PROVINCIA DI LATINA E DEL BASSO LAZIO CHE STORICAMENTE HA IL PIU’ ALTO NUMERO DI BENI CONFISCATI ALLA CAMORRA.
CONSIDERATA DAI CASALESI “PROVINCIA DI CASALE”, LA CITTA’ DEL GOLFO HA SUBITO NEI DECENNI UN PROCESSO DI TRASFORMAZIONE CHE NE HA MUTATO I CONNOTATI SOCIALI, CULTURALI, ECONOMICI, POLITICI CON L’INNESTO NEL SUO IMPIANTO DI CENTINAIA, PER NON DIRE MIGLIAIA, DI PERSONE TUTTE PROVENIENTI DALLE REGIONI DEL SUD.
UN PROCESSO DI MERIDIONALIZZAZIONE CHE NE NA MUTATO I CONNOTATI FINO AD INDURRE LA POPOLAZIONE INDIGENA A CONSIDERARSI QUASI “ESTRANEA” AL TERRITORIO, STRANIERA IN PATRIA.
PARTE DI ESSA SI E’ VISTA COSTRETTA, STRANGOLATA DAI COSTI
DEL MERCATO DELLE LOCAZIONI, AD ANDARE VIA.
ITRI, GIANOLA DI FORMIA, FONDI E GLI ALTRI COMUNI VICINI SI SONO RIEMPITI DI CITTADINI GAETANI COSTRETTI AD ABBANDONARE IL TERRITORIO NATIO MENTRE MIGLIAIA DI ABITAZIONI SONO RIMASTE VUOTE ED UTILIZZATE SOLAMENTE NEI MESI ESTIVI, IN UN MERCATO SELVAGGIO E SPECULATIVO DELLE LOCAZIONI TIPICO DELLE ECONOMIE MALATE E PARASSITARIE.
A LEGGERE I NOMI SUI CITOFONI DELLE CASE SI NOTANO PER LO PIU’ NOMINATIVI DEL SUD ITALIA.
PERSONE PER BENE SICURAMENTE, MOLTE DI QUESTE, MA, PROBABILMENTE, NON TUTTE.
NON A CASO SI PARLA DI FREQUENZE SULLE SPIAGGE GAETANE, – QUELLE MENO SOTTO L’OCCHIO DEI PIU’- DI SOGGETTI BEN NOTI NEI TERMINALI DELLE FORZE DI POLIZIA.
SPARITA QUASI PER INTERO TUTTA L’IMPRENDITORIA GAETANA, OGGI IN TUTTE LE ATTIVITA’ ECONOMICHE NON
SI SENTE PIU’ PARLARE LA LINGUA LOCALE.
LA SITUAZIONE SI E’ ANDATA SEMPRE PIU’ AGGRAVANDO – E SEMPRE PIU’ SI AGGRAVERA’ – GRADO A GRADO CHE IL PORTO SI E’ ANDATO INGRANDENDO CALAMITANDO MERCI E SOGGETTI DI OGNI SPECIE E DI OGNI LATITUDINE.
SUL PORTO DI GAETA, UNO DEI PIU’ IMPORTANTI DI TUTTO IL MAR TIRRENO, SI E’ SCRITTO DI TUTTO.
FIUMI INTERMINABILI DI INCHIOSTRO E SICURAMENTE MOLTO ANCORA SI SCRIVERA’.
UNA POPOLAZIONE ED UNA CLASSE POLITICA ATTENTE E PENSOSE DEL BENE COMUNE DI FRONTE AD UNA SITUAZIONE DEL GENERE AVREBBERO DOVUTO SGRANARE TANTO DI OCCHI E CIO’ ANCHE AL FINE DI DETERMINARE E GUIDARE CERTI PERCORSI NON SUBENDO CERTE SCELTE E LASCIANDOSI, INVECE, CONDIZIONARE DA DECISIONI IMPOSTE DALL’ESTERNO E DA ALTRI,
INVECE, PURTROPPO, NON E’ COSI’ E SI HA, FATTA QUALCHE RARISSIMA
ECCEZIONE, UN TESSUTO SOCIALE E POLITICO IL PIU’ ABULICO, APATICO, INERTE CHE POSSA ESISTERE.
UNA VITA SOCIALE E POLITICO-AMMINISTRATIVA SENZA RESPIRO E SCIALBA, DI BASSISSIMO PROFILO E CHE IGNORA LE DINAMICHE CHE SCUOTONO UNA SOCIETA’ IN CONTINUO MOVIMENTO, CON FENOMENI CHE SI ACCAVALLANO IN CONTINUAZIONE.
FENOMENI CHE POSSONO COMPORTARE SVILUPPI CORRETTI, SCORRETTI.
ED ANCHE CRIMINALI.
E RITORNIAMO AL PUNTO CHE CI RIGUARDA IN QUESTO MOMENTO.
UN SINDACO, IN PASSATO, HA PARLATO DI GAETA COME DI ” UNA LAVATRICE DI DENARO SPORCO DELLA CAMORRA ”
PECCATO CHE EGLI NON ABBIA VOLUTO CONTINUARE O CHE, FORSE, QUALCUNO GLI ABBIA IMPEDITO DI CONTINUARE.
FORSE.
ANCHE QUESTO SAREBBE UTILE SAPERE.
PER “CAPIRE”.
MA EGLI NON LO DICE.
ALMENO A NOI!
ABBIAMO CHIESTO, PER DIRADARE LE NEBBIE, ALL’ATTUALE AMMINISTRAZIONE DI COSTITUIRE UN OSSERVATORIO COMUNALE CONTRO LA CRIMINALITA’, MA, DOPO UN INUTILE TERGIVERSARE, NON SIAMO RIUSCITI AD OTTENERLO!
ABBIAMO CHIESTO A VARIE PERSONE, ANCHE QUALCHE CONSIGLIERE COMUNALE, DI FORNIRCI UN ELENCO DELLE DITTE CHE HANNO EFFETTUATO ED EFFETTUANO LAVORI PUBBICI E PRIVATI IN MODO DA POTER FARE UNO SCREENING ONDE POTERNE VERIFICARE LA CORRETTEZZA E NON SIAMO RIUSCITI AD OTTENERLO.
NESSUNO TI FORNISCE UNA NOTIZIA, NESSUNO, A COMINCIARE DA QUELLI CHE SU FACEBOOK TI SCRIVONO ” CONDIVIDO”, TI FORNISCE UN MINIMO DI INFORMAZIONE, DI COLLABORAZIONE PER INDIVIDUARE CAMORRISTI E COMPLICITA’ LOCALI.
L’ARIA GRIGIA.
QUELLA CHE RUOTA SEMPRE INTORNO ALLA CAMORRA E CHE LE CONSENTE DI AGIRE.
NON CI MERAVIGLIAMO, QUINDI, CHE A GAETA “PROVINCIA DI CASALE” POSSANO VERIFICARSI FENOMENI COME QUELLI CHE HANNO RIGUARDATO IL BOSS DEL CLAN LO RUSSO, GAETANO TIPALDI DETTO “NANA’ ‘O CECATO”.
A GAETA, SE NON CI FOSSERO I CARABINIERI DEL COMANDANTE LATORRE, DI “NANA’ ‘O CECATO” CE NE POTREBBERO STARE A DECINE E VIVERE ED OPERARE TRANQUILLAMENTE!
PECCATO!

Cosa significa una presenza quasi stabile di “nanà ‘o cecato” a Gaeta? Cosa stava a fare?

Gaeta, arrestato esponente di spicco del clan “Lo Russo”

Gaeta – Duro colpo quello inferto dalla giustizia alla criminalità organizzata durante il week-end, con l’arresto firmato dai Carabinieri del Nucleo Operativo Radiomobile della Compagnia di Formia di Gaetano Tipaldi, considerato pericoloso esponente del clan “Lo Russo”, pare noto nell’ambiente con il soprannome di “Nanà o’ cecato”. Nato a Napoli nel 1946, pluripregiudicato, residente del capoluogo partenopeo, ma domiciliato a Gaeta, secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’uomo ricopriva il ruolo di dirigente ed organizzatore del sodalizio mafioso operante nell’area nord di Napoli. Sabato, al termine di un’intensa attività di indagine dei militari tra le province di Latina, Caserta e Napoli, è stato individuato ed arrestato nel quartiere di Miano della città ai piedi del Vesuvio anche Gaetano Tipaldi, che risulterebbe essere un’altra figura preminente del sodalizio. L’azione investigativa è scattata a seguito dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere che il Tribunale di Napoli, lo scorso 17 ottobre, ha emesso a carico del Tialdi per l’articolo 416 bis del Codice Penale, ovvero “associazione di tipo mafioso” e gli articoli 110 e 629 del Codice Penale in relazione all’articolo 628/3, ovvero “concorso in estorsione”. Il boss, raggiunto dai mi- litari dell’Arma di Formia, è stato sorpreso in procinto di allontanarsi per rifugiarsi altrove, nel tentativo di rendersi irreperibile. Nonostante ciò, però, l’uomo è stato bloccato e tradotto presso la casa circondariale di Napoli, Secondigliano, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria. E’ un nome diverso, rispetto ai clan noti alle cronache della zona, quello che emerge alla ribalta con questo nuovo arresto nel Sud Pontino, che si conferma “terra di mezzo”, “terra d’interesse”, “terra di camorra”.

 

E’ un segnale davvero inquietante la presenza a Gaeta di un personaggio di spicco di un clan importante qual’è quello dei Lo Russo.
“Nanà ‘o cecato” non è un soggetto qualsiasi, un “soldato”, ma un boss.
Sembra che egli sia addirittura imparentato con i Lo Russo e, se ciò risultasse vero, egli sarebbe “un” boss, se non proprio “il” boss.
La camorra napoletana non è strutturata come “Cosa Nostra”, con una “cupola” che regolamenta tutto l’agire delle singole famiglie.
I Casalesi possono definirsi affiliati a Cosa Nostra e sono alleati di Cosa Nostra, ma gli altri clan no.
Questi rappresentano una costellazione di clan ognuno dei quali agisce per conto proprio, spesso l’un contro l’altro armato.
Ognuno ha il suo territorio, attento a non sconfinare, pena l’insorgenza di conflitti sanguinosi
Orbene la presenza stabile – si dice che il Tipaldi stesse a Gaeta ad abitare da parecchio tempo in una traversa di Corso Italia e si facesse anche vedere in giro- potrebbe significare tante cose.
Gaeta, come in genere il sud pontino, è “provincia di Casale”, quindi terra sotto il tallone dei Casalesi.
Stupisce, quindi, il fatto che ci sia stata una presenza stabile di un- o del- capo di un clan del napoletano.
Un clan, peraltro, importante e pericolosissimo.
Cosa stava facendo a Gaeta “Nanà ‘ o cecato”?
Non di certo in villeggiatura perché questa è gente che non può permetterselo in quanto deve stare sempre su piazza a dirigere, a controllare, a curare gli affari del clan.
Sicuramente egli aveva delle sponde, dei sostegni, degli alleati, dei sodali.
In un periodo in cui i vertici dei Casalesi sono stati decapitati da un’azione forte della Magistratura e delle forze dell’ordine e le varie loro bande sono momentaneamente allo sbando, è possibile che egli stesse qua per approfittare
di tale sbandamento con l’obiettivo di soppiantarli nel controllo del territorio.
Se tale lettura fosse fondata, si sarebbe potuto ipotizzare a breve uno scontro a fuoco fra l’esercito dei Lo Russo e le varie frange di quello dei Casalesi che, non avendo più alla loro testa un capo carismatico, avrebbero potuto agire da schegge impazzite e sfuggire a qualsiasi regola.
Si è verificato più volte e non solo ai tempi di Schiavone-Bardellino contro i cutoliani, ma anche in un recente passato con i Di Lauro e gli “scissionisti”.
In passato sia a Formia che a Gaeta ci sono state compresenze di “napoletani” e “casertani”, ma erano altri tempi.
Il carniere era ben guarnito e c’erano affari da fare per tutti.
Oggi la situazione è cambiata in quanto, vuoi per la crisi che attanaglia il Paese ed il sud pontino, vuoi per la forte pressione che hanno cominciato ad esercitare, finalmente, magistratura e forze dell’ordine, i margini di manovra si sono ridotti, il carniere si è impoverito e non c’è più spazio per tutti.
O tu o io.
Questa potrebbe essere una chiave di lettura che ci potrebbe portare ad un ‘ipotesi di scontro mortale fra bande.
Una seconda potrebbe essere quella di un accordo intercorso fra i Casalesi ed i Lo Russo dopo che i primi si sono visti costretti a prendere atto della loro debolezza e, quindi, a cedere lo scettro del comando ad un altro clan.
Anche, però, nel caso di questa seconda chiave di lettura, si sarebbe potuto ipotizzare qualcosa di pirotecnico nel senso che non tutti, fra i Casalesi, potrebbero essere stati d’accordo a diventare subalterni e qualcosa di grosso si sarebbe potuto comunque verificare.
Nell’uno come nell’altro caso, con la presenza di questo soggetto a Gaeta, si è rischiato grosso e la sua cattura è servita probabilmente ad evitarlo.
Il problema è:
chi ha “coperto” “nanà ‘o cecato”, trovandogli casa?
Chi ha frequentato?
Quali sono le persone del posto con le quali aveva rapporti?
Quali attività intendeva intraprendere?
In quali campi?
Traffici di stupefacenti?
di armi?
di prostituzione?
estorsioni?
riciclaggio?
compravendite”?
Sicuramente egli avrà tentato di intessere rapporti anche con qualcuno del mondo della politica e delle istituzioni locali, così come con altri pregiudicati e non, perché un boss, quando decide di spostarsi dal suo territorio ad un altro, lo fa solo dopo che soggetti locali suoi amici gli hanno assicurato di poter continuare a svolgere la sua attività losca.
Quanto prima e, forse, ancor più di prima!!!
Ora, catturato lui, bisogna individuare e catturare i suoi amici e compari.
Forse, il lavoro più complesso perché al magistrato devi portare i riscontri.

Evvai! Catturato!!! Abitava a Gaeta, dove nessuno vede, sente e parla…

EVVAI!!! CATTURATO!!! ABITAVA TRANQUILLAMENTE A GAETA!
Aveva stabilito la sua base a Gaeta, come probabilmente altri che nella città del Golfo hanno individuato ed individuano le condizioni ideali per… operare, vista anche l’esistenza di uno dei Porti più importanti del Tirreno.
Abitava in una traversa di Corso Italia, fuori dal centro storico, non troppo in vista e strategicamente ben posizionata per raggiungere presto la via Flacca e raggiungere il napoletano, la zona storica dove opera il suo clan, quello dei Lo Russo, con i quali sembra che sia anche imparentato.
Così è provato che a Gaeta, oltre alla camorra casertana dei Casalesi, c’è anche quella napoletana.
Non vengono di certo a prendere il sole ed a fare il bagno sulle spiagge dorate della città e del litorale!
Il camorrista, specialmente il boss, sa che la sua vita all’aria aperta è breve e che il suo tempo è destinato a trascorrerlo o in galera o sotto terra.
Talché è presumibile, per non dire certo, che egli, Gaetano Tipaldi detto “nanà ‘o cecato”, abbia scelto Gaeta per operare e continuare a fare quello che faceva prima di fissare la sua base nel Golfo.
I carabinieri sono stati bravi e lo avevano subito individuato.
Siamo certi che essi hanno anche individuato la rete dei rapporti che questo individuo sicuramente è riuscito a crearsi in loco in virtù del vecchio detto napoletano “gli aucielli si accoppiano in ciel’ ed i fetienti in terr’”…
I carabinieri nel triangolo Formia-Gaeta-Sperlonga, dai tempi del Colonnello Saccone, cominciano ad avere eccellenti investigatori, bravissimi Ufficiali e Sottufficiali, Comandante di Compagnia in testa, un paio di comandanti di Stazioni e qualche altro.
Naso fino, spirito di fedeltà alle istituzioni, onestà e capacità professionali, con larga esperienza alle spalle in zone di guerra.
Grazie a Dio.
Bravi veramente.
Meritano l’apprezzamento e l’affetto delle persone perbene.
E noi quanto più ci vediamo costretti a prendere atto del tessuto omertoso esistente nella maggioranza dei cittadini di Gaeta tanto più sentiamo il dovere di dire ai carabinieri operanti “bravi”.
Purtroppo su questo territorio è molto diffuso il principio del “pecunia non olet” in virtù del quale nessuno vede, sente e parla!…
Una tragedia che ha portato e porta all’invasione di questo territorio da parte della camorra di tutte le specie e latitudini.
Il problema dei problemi.
Non è possibile, ritornando a “Nanà ‘o cecato”, che costui abbia potuto girare frequentando gli stessi posti in un territorio ristretto qual’è appunto Gaeta e parlando con la gente, senza che a qualcuno sia venuta la curiosità di domandare e domandarsi chi era costui.
Come pure è impossibile che nessun abitante del palazzo e della strada in cui egli viveva si sia mai accorto di un pur minimo movimento che pur ci sarà stato trattandosi di un boss e non di un quaquaraquà.
Un discorso sul quale bisognerà tornare perché se non si riuscirà a rompere questo muro di indifferenza e di omertà qua saranno sempre più guai mano mano che le attività del Porto aumenteranno.

Proposta IDV uso soldi confiscati alla mafia. Anzicché tenerli congelati… vadano ai Testimoni di Giustizia.

BENI CONFISCATI: MESSINA (IDV), PARTE DEI SOLDI TOLTI ALLA MAFIA VADANO A TESTIMONI DI GIUSTIZIA E SANZIONARE INCAUTO AFFIDAMENTO.

“Crediamo che vi sia la necessità di rivedere il sistema di gestione e vendita dei beni confiscati. Con quei beni pari ad 80mld di euro ed i contanti e titoli di stato disponibili nel Fug pari a circa 2 miliardi, potremmo risanare molte priorità del Paese e destinarne una parte alla sicurezza dei testimoni di giustizia. Se dimostriamo di essere capaci di tutelare chi si ribella alla mafia, incentiveremo molti altri onesti a denunciare soprusi, ricatti e malaffare, assicurando protezione. Se toglie alla mafia e da alla gente onesta, lo Stato vince. Nella nostra proposta di legge prevediamo una riforma completa di tutto il sistema, a partire dall’istituzione di un albo dei beni confiscati ed il potenziamento dell’Agenzia Nazionale, che oggi nemmeno funziona, per finire con una norma che consenta di assegnare velocemente ad enti ed associazioni i beni confiscati, adottando le opportune tutele per evitare che ritornino nelle mani dei mafiosi. Oggi solo l’1% di questi beni viene restituito all’economia legale, vanificando l’azione di magistrati e forze dell’ordine che rischiano la vita per lottare la mafia. Bisogna prevedere anche una disciplina che sanzioni l’incauto affidamento così da costringere le banche ad una verifica più attenta dei finanziamenti spesso erogati in favore di soggetti e società colluse.

Le aste giudiziarie ed i fallimenti

LE ASTE GIUDIZIARIE. BANCHIERI DISONESTI, AFFARISTI E MAFIOSI DIETRO???
Un disastro.
Una falcidia di imprese e di uomini.
Dovunque andiamo e qualunque giornale apriamo sentiamo parlare e leggiamo di “fallimenti di imprese” e di suicidi di persone.
La crisi sta falcidiando l’economia legale, quella sana, e la gente onesta.
Gravate di debiti cui non riescono più a far fronte.
A tutto vantaggio di banchieri disonesti, cravattari e di mafie probabilmente.
Un filone da attenzionare perché qua si sta rischiando di trasformare il Paese in una nazione criminale, da legale in illegale.
Il sospetto è che dietro tutto ciò le mafie stanno mungendo a piene mani.
Poco più di un anno fa corremmo dal Procuratore Pignatone, insieme ad una delegazione di proprietari di aziende agricole tutte in crisi dell’agro pontino, e gli sottoponemmo il caso.
Dopo qualche mese fummo convocati dalla Squadra M obile di Latina per essere interrogati.
Non sappiamo quello che la Squadra Mobile di Latina ha accertato.
Già allora sentivamo parlare di soggetti “napoletani” che giravano per le campagne dell’agro pontino, da Terracina in sù e fino alle porte della Capitale, per chiedere notizie sulle aziende all’asta e sulle altre in crisi profonda..
Le aste giudiziarie, maledette aste, lo specchio dell’immensa sofferenza di tantissime povere famiglie ridotte al fallimento e lo strumento che fa ingrassare papponi, banchieri disonesti e mafiosi
Un settore che dovrebbe essere messo sotto strettissima e continua osservazione da Procure e Guardia di Finanza.
Uno screening di tutte le aste e delle procedure fallimentari.
Siamo convinti che uscirebbe di tutto.
Il problema ci si è riproposto in queste ultime settimane con un’azienda agricola del sud pontino.
Una grossa azienda di un valore notevole messa all’asta per qualche centinaia di migliaia di euro.
Non ci abbiamo visto più.
Siamo corsi dove dovevano andare perché non si può tollerare che per poche centinaia di migliaia di euro debbano andare in fumo i sacrifici di una famiglia di onesti lavoratori.
Non è tollerabile.
Faremo del tutto per individuare il “quadro” delle persone che stanno dietro queste operazioni, quelle che non compaiono mai.
I pupari.
Perché di pupari si tratta e se non si acchiappano questi la falcidia non finirà mai e la gente perbene continuerà all’infinito a finire sul lastrico.
Ed a morire.
A tutto vantaggio di mafiosi e ladri.
Perché quasi sicuramente dietro le persone che si propongono con offerte di denaro a strozzo ci sono i… “napoletani”…
Le Procure e la Guardia di Finanza comincino, per favore, ad acquisire tutti gli elenchi delle aste giudiziarie vecchie e
nuove e a verificare “chi” sono coloro che se le sono aggiudicate o vogliono aggiudicarsele.
Passato e presente.
Troveranno sicuramente ” facce pulite”, ma non si fermino lì perché quasi sicuramente dietro alcune di queste troveranno dell’altro.
E’, questa, una richiesta che, come Associazione Caponnetto, facciamo ad esse ufficialmente.
Noi saremo, come al solito, al loro fianco e lavoreremo anche noi informandole di tutto ciò di cui dovessimo venire a conoscenza.

Un’informazione intelligente, corretta, completa e, soprattutto, MIRATA

L’INFORMAZIONE, AMICI, L’INFORMAZIONE!
SARA’ IL NOSTRO SLOGAN DA OGGI IN AVANTI!!!
La serietà di un’associazione antimafia si misura anche dal “tipo” di informazione che essa recepisce e diffonde e, in particolare, dalla sua “efficacia” rispetto alle finalità che essa persegue.
Partiamo dalle finalità che l’Associazione Caponnetto persegue:
la lotta alle mafie ed alle illegalità.
Illegalità in senso non generico, ma, al contrario, sempre connesse all’obiettivo principale che è quello della
LOTTA ALLE MAFIE.
TUTTO, quindi, deve essere finalizzato all’azione di contrasto alle organizzazioni criminali.
Orbene, tutto quanto noi recepiamo e diffondiamo DEVE essere finalizzato al perseguimento di questo obiettivo.
Non ci interessano, quindi, come Associazione, notizie di natura squisitamente politica e che riguardino la vita di partiti, amministrazioni pubbliche e che non abbiano riferimenti, diretti od indiretti, con la criminalità soprattutto mafiosa.
Un ambito ben definito, studiato soprattutto per non dare spazio ad eventuali tentativi di strumentalizzazione politica che nulla hanno a che fare con gli obiettivi della Caponnetto, la quale è nata e deve restare un’associazione apartitica e libera da tutto e da tutti, partiti, istituzioni, gruppi di affari e quant’altro del genere.
Partiamo da un esame dello stato delle cose nel nostro Paese.
Le mafie – quelle militari, ma soprattutto quelle politiche, economiche, istituzionali ecc – hanno raggiunto un livello di radicamento nei gangli vitali del tessuto nazionale tale da condizionarne la vita.
Non ci sono un ambito, un settore nei quali esse non siano presenti ed attive.
E’ un grosso errore pensare e dichiarare che in un ambiente o in un territorio esse non siano presenti.
Oltre che fare della disinformazione, è anche diseducativo perché NON è così.
Nessun ambito, nessuna porzione di territorio sono indenni da questa piaga.
NESSUNO.
IL FATTO CHE IN UNA ZONA, IN UNA CITTA’, IN UNA PROVINCIA ESSE NON SPARINO, NON AMMAZZINO, NON INCENDIANO, NON USANO LA VIOLENZA, NON VUOL DIRE CHE ESSE NON CI SIANO.
Anzi, è esattamente il contrario, perché vuol dire che esse sono già riuscite a penetrare nel tessuto di quel territorio, attraverso probabilmente la corruzione e gli investimenti di capitali, da non aver bisogno di ricorrere alla violenza.
Vuol dire che esse ormai sono padrone quasi di tutto.
Laddove sembra che ci sia pace, la “pax”, là c’è maggiormente la mafia.
Là si vede la bravura di chi dice di volerle combattere.
La si vede la capacità di scovarle.
Si tratta di mafia evidentemente “alta”, quella dei “colletti bianchi”, la più pericolosa perché non appare, della cosiddetta gente “perbene”, di professionisti, di imprenditori, di esponenti politici, di uomini e donne delle istituzioni.
Gente abituata a frequentare i salotti “buoni ” e che gode di “rispetto”.
La mafia che comanda e decide della vita e dell’avvenire di ognuno di noi, dei nostri figli, dei nostri nipoti, dei giovani.
Quando leggiamo o sentiamo qualcuno, quindi, che dice “qua non c’è mafia”, vuol dire che o che quella persona non ha capito niente, è uno sprovveduto, che vive al di fuori della realtà in cui vive, o, peggio, che è un colluso.
Tertium non datur.
Detto questo, passiamo all’argomento che stiamo trattando.
L’Associazione Caponnetto ritiene che per aggredire, oggi, la mafia – in un contesto corrotto ed afflitto ormai quasi per intero da una cultura mafiogena, qual’è quello italiano, che nelle statistiche mondiali figura ai livelli più alti quanto a corruzione e criminalità -, pur non disdegnando lo strumento della “prevenzione”, quello più incisivo sia quello della “repressione”.
Anche sul piano educativo, allorquando non c’è sinergia fra tutte le agenzie educative ed i contesti in cui ognuno di noi vive, non si riuscirà mai a raggiungere gli obiettivi desiderati.
In parole povere, quando io insegno ai ragazzi la legalità e, poi, questi si trovano, fuori dalle aule scolastiche, a vivere, in famiglia e nella società, in contesti violenti, corrotti, immorali e criminali, ho perso solamente tempo e soldi.
Può sembrare, questo, un discorso disfattista e che diffonde sfiducia, ma non è quello cui puntiamo noi.
Chi svolge un compito, una missione, un lavoro – chiamateli come volete – quali sono quelli che svolgiamo noi, DEVE stare con i piedi per terra, deve prendere atto della realtà ed adottare gli strumenti, le tattiche e le strategie più adatti per affrontarla.
TUTTO, quindi, deve essere finalizzato al raggiungimento del fine che ci proponiamo, senza esitazioni, deviazioni, sbavature di sorta.
L’esperienza, soprattutto ed uno studio attento e lungo della realtà nella quale tutti noi viviamo, ci ha indotti ad impostare l’azione dell’Associazione Caponnetto su tre elementi fondamentali, tre capisaldi:
1) l’INDAGINE,
2) la DENUNCIA,
3) la PROPOSTA.
L’INDAGINE.
Bisogna partire dalla conoscenza profonda del territorio in cui viviamo ed operiamo, conoscerne stili di vita, costumi, mentalità, comportamenti, atti, fatti.
E’ necessario avere rapporti, per raccogliere notizie, anche quelle apparentemente non importanti, ascoltare tutto e tutti, più che parlare.
L’ascolto è fondamentale.
LA DENUNCIA
TUTTE le notizie raccolte -atti, sospetti, confidenze ecc. – sui vari territori vanno trasmessi agli organi dirigenti dell’Associazione, i quali li vagliano, li selezionano, li arricchiscono, li supportano attingendo alle conoscenze eventualmente già in possesso e, alla fine, li veicolano nella direzione e nelle forme giuste, alle persone ed agli organi giusti.
Questo serve, oltretutto, a preservare i singoli da eventuali rischi di ogni natura.
LA PROPOSTA
L’Associazione valuta quali sono le eventuali incongruenze, anomalie, omissioni, carenze, complicità, responsabilità, le denuncia e cerca di proporre le soluzioni alle persone ad agli organismi competenti.
Uno sforzo immane, come si vede, che richiede oculatezza, studio, valutazioni continui ed impegnativi, tutti tesi a centrare gli obiettivi- che sono, lo ripetiamo, quelli di colpire al cuore le mafie ed i singoli mafiosi – e a fare in modo che il tutto non si riduca ad un esercizio retorico, di parata, inconcludente.
Uno sforzo che DEVE puntare possibilmente a PREVENIRE – l’antimafia del “giorno prima” contro quella del “giorno dopo”- l’insediamento delle mafie.
INTERVENIRE, INSOMMA, A MONTE E NON A VALLE.
PRIMA CHE I BUOI SCAPPINO DALLE STALLE E NON DOPO, QUANDO I DANNI SONO STATI GIA’ FATTI.
Tutto ciò mal si concilia con la vecchia e diffusa abitudine del racconto di fatti già avvenuti che, secondo noi, non incide nemmeno sulle coscienze di persone inserite in un contesto già deteriorato da una subcultura del malaffare e, quindi, potenzialmente criminale.
Un contesto ASSUEFATTO ormai alla notizia dell’atto criminale e non in grado, quindi, di reagire in alcun modo.
Oggi la società ha perso perfino la capacità di indignarsi e resta solo un’esigua -molto esigua- minoranza capace di reagire emotivamente di fronte all’inarrestabile processo di decadenza morale, culturale e materiale del Paese.
L’INFORMAZIONE.
Noi disponiamo di un volume “di fuoco” non indifferente -un sito web -www. comitato-antimafia-lt. org – e due pagine Facebook ufficiali intestati all’Associazione Caponnetto, più altre due -tre che ci fiancheggiano e sappiamo di essere attentamente seguiti e letti da centinaia di migliaia di persone, amiche e più ancora nemiche: mafiosi, esponenti politici e delle istituzioni e, infine, simpatizzanti ed iscritti.
Un’Associazione antimafia seria ha il DOVERE di fornire un’informazione MIRATA, diretta, cioè, ad un ambito maturo, cosciente e sensibile.
Un’ informazione, mai disgiunta dall’azione, da un profondo contenuto, quindi, PEDAGOGICO, che punta, cioè, ad informare correttamente quell’ambito di persone pensanti ed intellettualmente e moralmente sane, senza censure e travisamenti, manipolazioni ecc. e che sia in grado di suscitare nel loro animo e nelle loro menti delle emozioni e dei pensieri positivi ed in grado di provocare delle reazioni che possono portare ad un loro impegno sul campo.
Cosa può interessare a quell’ambito di persone mature, sensibili e pensose dell’interesse collettivo e del bene del Paese – e cosa c’entra con i nostri obiettivi – se il tale muro di via Arenula nella Capitale sta per crollare o se la tale piazza di Roccacannuccia è sporca, o, ancora, del furto in un appartamento di Palermo, o del singolo stupro e della tal rapina???
Ma, infine, c’è un altro aspetto che deve interessarci e, forse, il più importante.
Ecco perché parliamo della necessità di un ‘informazione attenta e soprattutto MIRATA.
Ci risulta che quanto noi scriviamo viene letto con molta attenzione da soggetti ed organi istituzionalmente preposti alla lotta alle organizzazioni mafiose, forze di polizia e magistrati.
La nostra informazione deve essere in grado di fornire, possibilmente, delle piste interessanti anche dal punto di vista investigativo.
Solo così, oltre che informare e formare nella maniera più corretta possibile, possiamo assolvere ad un ruolo significativo e di servizio agli interessi dello Stato di diritto.
Contro le mafie.
Tutte le mafie!

L’antimafia vera si fa mantenendosi autonomi dalla politica e dalle istituzioni e senza chiedere ed accettare favori, vantaggi, beneficenze da esse. Il “modello” dell’Associazione Caponnetto

ATTENTI ALL’INFORMAZIONE CHE SI VEICOLA SUL WEB…
Lo diciamo soprattutto a chi sostiene di combattere o di voler combattere il malaffare e le mafie.
Lo diciamo a noi stessi, ai nostri aderenti, ai nostri simpatizzanti ed a tutti coloro che dicono di apprezzare il nostro modo di fare “antimafia” e ci trasmettono notizie con il proposito di farle pubblicare sul nostro sito e sulle nostre pagine Facebook.
Un volume di fuoco non indifferente alla cui “qualità” noi dedichiamo una particolare attenzione guardando soprattutto al suo alto contenuto educativo, di orientamento, pedagogico, di denuncia, di stimolo
L’Associazione Caponnetto non va vista come un’associazione al pari di tante altre.
Un’associazione, cioè, messa in piedi per soddisfare le esigenze d’immagine o politiche o economiche di qualcuno o di alcuni, un sodalizio che esaurisce tutto il suo essere farfugliando giudizi politici o parapolitici, parlando di cose passate e peraltro non analizzandone genesi e conseguenze, promuovendo commemorazioni o altre iniziative di parata, di immagine e basta.
Essa, al contrario, ha tenuto, sin dall’origine, a caratterizzarsi come un gruppo operativo, di attacco, un’avanguardia che ha come suo esclusivo obiettivo quello di colpire al cuore i mafiosi.
Non tanto quelli del livello basso, l’ala militare, ma soprattutto la “testa “della mafia, la mafia “alta”, quella che si annida nella politica, nelle istituzioni, nell’economia, nelle professioni.
La testa, non i piedi.
Orbene, bisogna saper “leggere” la mafia, capirne struttura e punti di comando.
Altrimenti si macina aria fritta.
Si fa bla bla.
Che non conta niente.
Non incide.
Non colpisce. Anzi, peggio, si disinforma.
Si diseduca.
Si depista.
Si fa il gioco dei mafiosi.
Qualcuno parla di mafia nell’antimafia.
Questo ci indigna e ci addolora al contempo.
Parlare di strada rotta, di ponte che rischia di crollare, di semplice corruzione nella pubblica amministrazione, senza andare ad analizzarne cause, se naturali o volute, a scoprirne retroscena, non significa combattere le mafie.
Tutta la spazzatura che ci arriva tramite agenzie, messaggi, fonti varie, private o pubbliche, va attentamente analizzato e selezionato.
Insomma, l’informazione va studiata prima di farla propria e ne va utilizzata solo quella parte che si presta al tipo di attività che noi svolgiamo.
Un’attivita’ – lo ripetiamo – che ha come unico scopo quello di colpire al cuore ed alla testa la mafia.
Anzi, per essere ancor più precisi, le mafie.
Ma per fare ciò, è assolutamente necessario essere LIBERI da tutto e da tutti perché, se noi ammettiamo che la mafia vera si annida nella politica e nelle istituzioni, saremmo in piena e palesa contraddizione con noi stessi se accettassimo di appiattirci, con privilegi, favori, concessioni, beneficenze, vantaggi di
qualsiasi natura, come purtroppo fanno altri, su uomini e segmenti della politica e delle istituzioni.
L’antimafia sociale, se tale vuole essere, DEVE farsi gratuitamente e senza alcun interesse.
Di qualsiasi natura.
Così è nata l’Associazione Caponnetto e così essa sarà per l’avvenire.

Se l’antimafia sociale diventa un mestiere, uno strumento per campare o per fare carriera politica, non è più antimafia. L’antimafia sociale è volontariato ed il volontariato è soprattutto gratuità

La mafia – si sa – sarebbe stata già sconfitta se la politica lo avesse voluto e se non la sostenesse.
Talune volte restandone fuori, molte altre facendone parte integrante.
Ormai la battaglia è tutta interna ai partiti e, quindi, alle istituzioni.
E’ deviante e diseducativo, pertanto, limitarsi a parlare di… “cultura della legalità” quando ormai quasi tutti i giorni ci vediamo obbligati a leggere di arresti “eccellenti” che interessano i cosiddetti “colletti bianchi”, esponenti di partiti ed uomini delle istituzioni.
Parlamentari, ministri e sottosegretari, direttori generali, manager, generali, colonnelli, sindaci, assessori, consiglieri, dirigenti di banche, magistrati.
Nessuna categoria e nessun grado vengono risparmiati.
Nessun ambiente e nessun livello restano indenni dal pericolo di essere contaminati e corrotti.
E la corruzione è figlia e non è quasi mai disgiunta dalla mafia.
Perciò si parla di “mafie”, al plurale -mafia militare, mafia politica, mafia istituzionale, mafia-stato che è il contrario di Stato-Stato.
Uno Stato-Stato, il contrario di stato-mafia, che appare sempre più minoritario e perdente, considerata la presenza sempre più massiccia e pervasiva nelle sue pieghe di elementi corrotti e collegati, direttamente od indirettamente, con le organizzazioni criminali.
Andare a parlare di… “cultura della legalità” a questa massa enorme di corrotti e di mafiosi significa vedersi ridere in faccia…
Ormai è il “sistema” che è corrotto e mafioso e non ammetterlo è quanto di più inquietante e disonorevole.
Deviante.
Significa essere ciechi, sprovveduti, disinformati, o, peggio, mafiosi direttamente, organicamente.
Nell’uno come nell’altro caso non si combattono le mafie.
Anche le parti sane della società, quelle non ancora contaminate, se non indagano e DENUNCIANO, nomi e cognomi, stando anche attente a “CHI” si rivolgono per denunciare, finiscono per fare il gioco delle mafie.
Ecco perché ci viene l’amaro in bocca quando vediamo che uomini e donne, pur in perfetta buona fede, espressione di un’antimafia sociale autentica, accettano i richiami del Potere, di diventare, cioè, l’espressione di quelle istituzioni su parte delle quali gravano molti dubbi di collusione con il “sistema”.
Noi restiamo fermamente convinti della necessità di tenerci lontani, se si vuole fare veramente un’antimafia seria ed operativa, dal “sistema ” e sordi alle sirene fascinose del Potere.
L’antimafia sociale è prima di tutto gratuità.
Se diventa un mestiere è altra cosa…

Sotto mentite spoglie il “sistema” resta immutato…

SOTTO MENTITE SPOGLIE IL “SISTEMA” RESTA… IMMUTATO A LATINA COME NEL PAESE

Peccato che la gente abbia la memoria corta ed abbia già dimenticato le parole profetiche di Nanni Moretti che gridò da un palco nella Capitale che… con questa classe dirigente non si va da nessuna parte…
Quante illusioni!
Quante speranze, tutte svanite nel nulla.
Si cambia tutto per non cambiare nulla.
In un’ottica gattopardesca che ci fa perdere d’occhio la realtà di un “sistema” immutabile.
Come nel “caso Fondi”… , dove sono volati gli stracci a causa di un palese strabismo che non ha consentito una vista a 360 gradi.
O come nel “caso Italia” che vede negli “sconfitti”, con il patto del Nazzareno, gli eterni padroni delle sorti del Paese.
Bianchi, neri, gialli o turchini, il trasformismo è sempre di moda, mentre il “sistema” resta sempre quello.
In provincia di Latina, ma non solo, è così.
Non limitiamoci a guardare solo il dito che indica la luna…
Cambiano i componenti della banda, ma la musica resta la stessa.

Indagine, Denuncia e Proposta. Il resto non ci interessa

UNA MALEDIZIONE SULL’ANTIMAFIA SOCIALE:  LA POLITICIZZAZIONE, LA RETORICA E, TALVOLTA, L’AFFARISMO
Le tre malattie che impediscono l’affermazione di un’antimafia sociale reale.
Vera.
Incisiva.
Significativa.
Un’antimafia che faccia veramente male alle tante mafie che imperversano nel Paese.
Da quella politica, a quella istituzionale, da quella militare a quella comune, alla delinquenza in salsa meramente criminale.
Non si colgono – perché, forse, qualcuno non vuole – le cointeressenze, le contiguità, le sovrapposizioni, fra mafia, “questa” politica e fette significative delle istituzioni.
E non si vuole capire l’incompatibilità che forse intercorre fra un impegno nei partiti- e soprattutto in certi partiti – e quello nell’associazionismo antimafia.
Perché -parliamoci chiaramente – è proprio nella politica, in questa politica e nelle istituzioni, in queste istituzioni, che la mafia trova il suo humus, la sua sponda.
Crediamo che qualsiasi persona che si interessi operativamente di mafia ed antimafia possa testimoniare sul fatto che le maggiori difficoltà ed i maggiori impedimenti per lottare seriamente e concretamente contro le mafie si trovano proprio nei partiti e nelle varie articolazioni delle istituzioni.
E’, questo, un dato di fatto che nessuna persona onesta può negare.
Talché appoggiarsi a questo o quel partito, parteggiare per l’uno o per l’altro, usufruendo, peraltro, di agevolazioni, favori e privilegi, significa non voler fare antimafia.
Significa voler fare un’”antimafia” solamente parolaia, retorica.
Di facciata e basta.
Sono le burocrazie dei partiti che fanno le leggi e sono esse le responsabili, la fonte, la causa di tutte le carenze, le omissioni, le criticità che impediscono una reale azione dello Stato contro le mafie.
E’ deviante girare attorno all’argomento, senza porcelo in tutta la sua portata ed i suoi risvolti.
Proprio in questi giorni una Consigliera alla Regione Lazio, senza forse nemmeno prefigurarsi la deflagrazione che ne potrebbe nascere, ha posto pubblicamente il tema dei finanziamenti di quell’ente a talune associazioni antimafia.
Sta divampando una polemica fortissima che francamente non giova all’immagine di tutto il fronte dell’antimafia sociale.
Noi dell’Associazione Caponnetto perciò siamo stati da sempre sostenitori di una linea di distacco assoluto dalla politica e dalle istituzioni.
E’ una linea, quella nostra, che molti non condividono, ma per noi va bene così!
Siamo nati autonomi e distanti da tutto e da tutti e vogliamo con i denti difendere la nostra autonomia per continuare a fare una reale, effettiva lotta contro le mafie, basata tutta su tre piedistalli:
INDAGINE
DENUNCIA
PROPOSTA.

L’ostilità del PD nel Lazio nei confronti dell’Associazione Caponnetto. Una nostra risposta alla Consigliera regionale Gaia Pernarella

LEGGIAMO SU “IL MESSAGGERO” IL SEGUENTE ARTICOLO NEL QUALE SI PARLA ANCHE DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO.
CI VEDIAMO, PERTANTO, COSTRETTI A FARE ALCUNE PRECISAZIONI
“M5S: “mafiosi” i fondi della regione Lazio a don Ciotti senza bando L’associazione Libera di don Ciotti prende fondi pubblici senza bando, e in questo ha «un atteggiamento, tra virgolette, “mafioso”». È l’opinione della consigliera M5s del Lazio Gaia Pernarella, espressa a margine della seduta di Consiglio regionale di mercoledì. In apertura di seduta Pernarella aveva toccato il tema dei contributi a Libera intervenendo riguardo al patrocinio non oneroso dato dalla Regione a una manifestazione sportiva. «C’è una indicazione chiara sul fatto che tutti i patrocini onerosi sono stati erogati a enti pubblici – ha affermato -. L’unica associazione che ha ricevuto un contributo di 15 mila euro è Libera. Siccome sappiamo che questo Consiglio, questa Giunta e questa maggioranza sono particolarmente vicine all’associazione di Don Ciotti, io sostengo da tempo che essa goda un trattamento diciamo privilegiato da parte di questa giunta». A chi le chiedeva se la lotta alle mafie non fosse a suo avviso meritevole di una attenzione maggiore da parte delle istituzioni rispetto ad altri temi, Pernarella ha risposto: «Io sono attiva in diverse associazioni antimafia tra cui la Caponnetto e la Cittadini contro le mafie e la corruzione, quindi sono la prima a dirlo. Però non mi piace la propaganda antimafia, mi piacciono di più gli atti. Quindi intitolare aule, o fare dei bei proclami contro le mafie non è come fare denuncia o fare informazione nelle scuole, che è una attività che Libera fa ma che comunque, anche in questo caso, è l’unica a prendere soldi pubblici per fare questa attività. La mia è una valutazione sui fatti – ha detto ancora – ho valutato i patrocini onerosi erogati dalla Regione Lazio. L’unica associazione che non sia ente pubblico, o scuola, o università, o pubblica amministrazione a prendere questi
soldi pubblici è stata Libera, senza bando pubblico. Se combattiamo le mafie, perché sappiamo che le mafie si insinuano lì dove vengono sorpassati gli iter di evidenza pubblica – ha concluso Pernarella – un contributo di 15 mila euro senza bando pubblico è un atteggiamento, tra virgolette, “mafioso”». «Le dichiarazioni rilasciate dalla consigliera del M5S, Gaia Pernarella sono gravissime e infondate. L’impegno della Regione Lazio contro ogni forma di mafia passa attraverso una serie di azioni concrete a fianco di associazioni e cittadini. La questione sollevata dalla consigliera pentastellata è dunque priva di fondamento. La Regione Lazio ha sottoscritto un accordo con l’associazione Libera di Don Ciotti nel mese di luglio attraverso la firma di un protocollo che prevede anche la promozione di un evento triennale di carattere nazionale come gli Stati Generali dell’Antimafia-Contromafie. Questo è solo uno degli eventi sui quali Regione e Libera stanno già lavorando. Altri eventi finalizzati alla sensibilizzazione contro ogni forma di mafia sono in programma anche con altri enti. Non esiste dunque alcun tipo di atteggiamento mafioso da parte della Regione. Certe parole non possono essere utilizzate con troppa leggerezza, soprattutto da chi rappresenta le Istituzioni». Lo afferma in una nota il presidente dell’Osservatorio regionale per la sicurezza e la legalità, Gianpiero Cioffredi. ” Fin qui l’articolo de “Il Messaggero” Di seguito una brevissima nostra nota: “Noi siamo grati alla Consigliera Regionale del Lazio Gaia Pernarella per le sue espressioni di simpatia e di vicinanza all’Associazione Caponnetto, ma ci teniamo a precisare che con gli attuali esponenti regionali e provinciali di questo PD non siamo disponibili a… prenderci nemmeno il caffè. E questo per due motivi principali: -il primo in quanto non ravvisiamo nella politica da essi portati avanti alcuna sostanziale differenza con quella degli uomini di Berlusconi;
-il secondo perché l’attuale classe dirigente del PD del Lazio, sin dalla data di costituzione, 15 anni fa, dell’Associazione Caponnetto sta dimostrando, con numerosissimi suoi atti, una particolare ostilità nei nostri confronti. Evidentemente gli uomini di Marrazzo prima e di Zingaretti poi non gradiscono il modo di fare antimafia dell’Associazione Caponnetto la quale non si limita a fare della semplice retorica -un’antimafia parolaia e di facciata -, ma scava, indaga, denuncia, nomi e cognomi, non guardando in faccia a chicchessia ed aiutando, così, come dovrebbero fare tutte le persone oneste, le forze dell’ordine e la magistratura a combattere le mafie ed il malaffare. Sono 15 anni che il PD ci fa la guerra per esserci noi rifiutati, restando liberi da tutto e da tutti, di trasformarci, tradendo i nostri principi, in un suo scendiletto. Pur essendo l’Associazione più prestigiosa e quella il cui nome compare in atti che hanno portato ad importanti operazioni contro le mafie, essa è stata sempre discriminata dai dirigenti laziali del PD. Esclusa da ogni organismo antimafia della Regione Lazio e dell’Amministrazione Provinciale della Capitale governate dai vari Marrazzo e Zingaretti, l’Associazione Caponnetto ha dovuto sempre subire, a vantaggio di altri soggetti che esistono solo sulla carta e non svolgono alcuna azione significativa e reale contro le mafie, una pervicace e costante azione di isolamento e di ostilità da parte dei dirigenti del PD.
Non ce ne duole. Anzi, il contrario, perché questo ci ha consentito di guardare in faccia la realtà e di conoscere a fondo l’ambiente nel quale ci troviamo ad operare. “

A Formia già si è fatto con molte luci ma anche qualche ombra. Ora si faccia dovunque sia possibile in tutta Italia. Ma attenti a mandarci persone serie, capaci e non mosse da altri fini

GLI OSSERVATORI COMUNALI CONTRO LA CRIMINALITA’
Circa 2 anni fa l’Associazione Caponnetto inviò a tutti i Sindaci del Lazio, della Campania e del Molise la proposta di costituzione degli Osservatori Comunali contro la criminalità. Essa allegò a tale richiesta la seguente bozza di Regolamento:

REGOLAMENTO PER L’OSSERVATORIO COMUNALE SULLA LEGALITA’ Art.1 E’ istituito l’Osservatorio Comunale sulla Legalità inteso come centro di studi,ricerca,documentazione e di iniziativa sociale a sostegno della legalità e della lotta alla corruzione ed alla criminalità comune e mafiosa. Art.2 L’Osservatorio svolge i compiti: a)studiare e “fotografare” le forme criminali tradizionali ed emergenti presenti sul territorio; b)individuare i settori a maggior rischio di infiltrazione mafiosa; c)analizzare l’efficienza delle strutture preposte al contrasto della criminalità e proporre tutte quelle mutazioni,aggiustamenti,integrazioni che dovessero rendersi necessari per aumentarne l’efficacia;
d)vagliare il senso di sicurezza soggettiva dei cittadini comparandola a quella oggettiva; e)effettuare una “mappatura” delle istituzioni del privato sociale connesse con problemi della sicurezza e del contrasto alla criminalità; f)verificare la compatibilità con le leggi ed i regolamenti di tutti gli atti assunti dalla pubblica amministrazione locale. Art.3 L’Osservatorio é presieduto dal Sindaco ‐ o suo delegato in caso di assenza ‐ ed é composto da: a) 2 rappresentanti designati dalle associazioni di volontariato presenti sul territorio comunale e che svolgano con continuità da almeno due anni attività in favore dell’azione di sostegno alla legalità ed alla lotta alla criminalità comune e mafiosa; b)il Prefetto o suo rappresentante; c)il Questore o suo rappresentante; d)il Comandante provinciale dei Carabinieri o suo rappresentante; e)il Comandante provinciale della Guardia di Finanza o suo rappresentante; f)il Comandante provinciale del Corpo Forestale dello Stato o suo rappresentante; g) il Comandante della Polizia Municipale; h) 2 magistrati,il primo in rappresentanza della Procura della Repubblica territoriale ordinaria ed il secondo della Direzione Distrettuale Antimafia competente per il territorio; i)il responsabile della SUA (Stazione Unica Appaltante); l)il Dirigente del Servizio comunale competente (da cambiare a seconda dell’oggetto in discussione); m)3 rappresentanti dei sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro più rappresentativi a livello nazionale. Art.4 La nomina dei componenti l’Osservatorio avviene con atto di Giunta Municipale su designazione dei rispettivi sodalizi o enti di appartenenza. Essi restano in carica fino alla scadenza della consiliatura. Art.5 Il Sindaco provvede alla prima convocazione ed all’insediamento dell’Osservatorio; a)In caso di dimissioni,decesso o impedimento di un membro dell’Osservatorio si provvede alla sua sostituzione secondo le modalità di cui all’art.4; b)l’assenza a tre sedute consecutive comporta la decadenza dalla nomina e la conseguente sostituzione del soggetto decaduto con altro indicato dallo stesso ente o sodalizio di appartenenza; c)l’Osservatorio é validamente costituito con la nomina di almeno la metà dei suoi membri. Art.6 Il Presidente provvede alla convocazione della riunione dell’Osservatorio almeno 3 volte l’anno; il Presidente é tenuto a convocare,inoltre, la riunione dell’Osservatorio ogni volta che a farne richiesta sia almeno un terzo dei componenti dello stesso; le riunioni dell’Osservatorio sono valide con la partecipazione della maggioranza dei suoi membri; l’Osservatorio delibera a maggioranza dei presenti. Art.7 L’Osservatorio provvede a nominare durante la sua prima riunione il Segretario scegliendolo fra i suoi componenti. Art.8 L’Amministrazione comunale provvederà a dotare l’Osservatorio di tutti i supporti strumentali,tecnici,documentali e regolamentari per consentirgli lo svolgimento dei suoi compiti; l’Amministrazione comunale si attiverà per recuperare in sede provinciale,regionale,nazionale e comunitaria finanziamenti a sostegno delle attività e delle iniziative promosse dall’Osservatorio. Art.9 La partecipazione alle riunioni ed alle attività dell’Osservatorio é gratuita e non dà diritto ad alcun compenso,retribuzione o rimborso.”.

Come può rilevarsi, la proposta è innovativa rispetto ad altre formulate da altri in quanto contiene tre elementi fondamentali: 1) la gratuità del servizio (i componenti dell’Osservatorio non hanno diritto ad alcun compenso, rimborso spese o quant’altro);
2) l’esclusione, quali componenti dell’Osservatorio, di consiglieri comunali, esponenti politici o di ogni altra figura che potrebbe comprometterne l’assoluta indipendenza dai partiti e dalle caste o gruppi di affari locali; 3) l’inserimento, quali membri, di magistrati non solo delle Procura ordinarie ma soprattutto di quelli delle DDA e dei rappresentanti PROVINCIALI delle forze dell’ordine. Tre elementi fondamentali senza dei quali l’Osservatorio rischierebbe di diventare uno strumento vuoto, il solito organismo di facciata. Bene sarebbe se si riuscisse a far aggiungere a tali tre elementi un quarto: il diritto di ogni singolo membro al libero accesso a qualsivoglia documento, atto, pratica dell’Amministrazione Comunale. Nessuna risposta è pervenuta da parte dei Sindaci delle tre regioni indicate e questo la dice lunga sulla reale volontà della classe politica, di destra come di sinistra, di Lazio, Campania e Molise di combattere seriamente le mafie! , L’unico Sindaco a rispondere – e per giunta positivamente – è stato quello di Formia (in provincia di Latina) e proprio in questi giorni si sta dando vita all’Osservatorio. Nel Regolamento approvato dal Consiglio Comunale di Formia sono state accolte tutte le indicazioni dell’Associazione Caponnetto, eccetto una: quella dell’inserimento quali membri dell’Osservatorio dei
rappresentanti delle forze dell’ordine e dei magistrati ma in compenso è prevista la facoltà di chiamarli in ogni momento a partecipare. Ci è stato riferito, al riguardo, che sarebbero stati essi – e non l’amministrazione comunale – a rifiutare di farne parte organicamente e, francamente, conoscendo noi bene mentalità e abitudini, siamo propensi a credere a tale versione. Speriamo che essi si presentino e partecipino allorquando verranno invitati. Nel Regolamento, però, è stato aggiunto il quarto elemento: la libertà di accesso da parte di ogni singolo membro ad ogni documento, atto, pratica del Comune. Noi, dichiarandoci in gran parte soddisfatti, ci accingiamo ad iniziare il solito nostro duro lavoro anche da questo nuovo versante e proponiamo agli altri amici di tutta Italia di fare altrettanto. Il problema è, però, di “chi” si manda in tale Osservatorio da parte delle Associazioni che lo compongono che aderiscono perché se ci si fa rappresentare da uno che non ha spina dorsale, da uno che non conosce il territorio ed i suoi problemi, da un incompetente, da uno che si ispira logiche politiche o da ragioni di facciata e che, pertanto, va là per altri scopi, allora sarà un fallimento. Comunque l’utilità di tale organismo è evidente e noi, perciò, chiediamo agli amici di tutta Italia di proporne l’istituzione dovunque sia possibile.
Stando, però, attenti a CHI vi si manda perché, se non si ha nessuno che sia degno di rappresentarci, è meglio soprassedere.

Andate a monitorare tutto il settore delle “aste giudiziarie” ed accertate CHI se le è aggiudicate e se le aggiudica!!! In provincia di Latina c’é un impianto investigativo carente

L’INADEGUATEZZA (VOLUTA?) DEGLI IMPIANTI INVESTIGATIVI E GIUDIZIARI IN PROVINCIA DI LATINA
Ci svolazzano idealmente davanti agli occhi – e la loro immagine non ci abbandona mai, levandoci il sonno – quelle note buttate giù e rese pubbliche, la prima, durante la vicenda Fondi, dei due magistrati della DNA a proposito delle inchieste fatte nel distretto giudiziario di Latina riguardanti reati di natura mafiosa rubricati come reati comuni e la seconda di pochi giorni fa di un ex commissario aggiunto della Questura di Latina che denuncia l’impedimento che gli sarebbe stato opposto per portare avanti inchieste di un certo rilievo.
Ci saremmo aspettati al riguardo un chiarimento da parte della Questura di Latina al quale avremmo dato la più ampia divulgazione, ma dobbiamo constatare che, ad oggi esso, non è arrivato.
Confermiamo tale nostra disponibilità in qualsiasi momento.
Le cose sono cambiate nella Procura di Latina dopo l’arrivo dei nuovi Procuratori e di altri magistrati e ci auguriamo che anche nella Questura di Latina, con la venuta del Questore De Matteis che conosciamo come funzionario bravo e competente, l’azione della Polizia di Stato in provincia di Latina contro la criminalità mafiosa diventi più incisiva ed efficace, soprattutto per
quanto riguarda l’individuazione dei patrimoni illeciti e delle movimentazioni finanziarie sospette.
Confidiamo molto nelle qualità del nuovo Questore quindi, tenuto anche conto degli eccezionali compiti di natura preventiva che gli attribuisce la legge la quale gli consente di emettere provvedimenti in maniera del tutto autonoma, al contrario di quanto, come si sa, è previsto per i Comandanti provinciali della Guardia di Finanza e dei Carabinieri.
Il problema, sempre per quanto riguarda la Polizia di Stato, resta nelle strutture periferiche, soprattutto nel sud pontino, dove le criticità non toccano affatto l’aspetto numerico come molti ritengono, ma la “qualità” dell’azione investigativa.
Oggi, quando si parla di mafia, bisogna parlare di impresa, di capitali, di soldi.
Giovanni Falcone diceva sempre: “seguite il filone dei soldi e troverete la mafia”.
La Questura di Latina deve attrezzarsi, sia al centro che nei Commissariati, con degli efficienti gruppi specializzati in indagini di natura patrimoniale.
Altrimenti essa non ce la farà facilmente ad uscire, per quanto riguarda la lotta alla criminalità mafiosa, dallo stato di inadeguatezza nel quale è piombata dopo che bravi investigatori del livello di Nicolino Pepe, di Cristiano Tatarelli, di Alessandro Tocco sono stati trasferiti altrove, ad incarichi superiori.
Via, intanto, il Commissariato da Gaeta, con il trasferimento del personale a quello di Formia che deve essere elevato al rango di Supercommissariato, con al vertice un 1° Dirigente e con l’istituzione in esso di una Sezione della Squadra Mobile di Latina e, poi, anche una rotazione dei vari dirigenti negli altri Commissariati della provincia.
Al fronte occorre personale motivato e preparato.
Della Guardia di Finanza non possiamo che parlare che bene dopo la svolta impressa dai Colonnelli Kalenda e Brioschi che, purtroppo, sono andati via, chiamati a più alti incarichi, il primo al Comando Generale ed il secondo all’estero. Ma abbiamo fiducia nei nuovi Comandanti provinciale, del gruppo di Formia, della Compagnia di Fondi e dei gruppi mobili.
I risultati si cominciano a vedere.
L’ultimo, quello che riguarda il sequestro del fabbricato a Formia il cui acquisto era sfuggito all’attenzione tra le maglie di una legislazione sulle aste giudiziarie che va tutta monitorata perché è fra quelle maglie che si corre il rischio che la criminalità e bande di affaristi si infiltrino.
E, a proposito di aste giudiziarie, riteniamo doveroso attirare l’attenzione su quella che riguarda una grossa azienda di allevamento di Itri, messa sù con tanti sacrifici da lavoratori onesti di questa cittadina e che nei prossimi giorni, purtroppo, andrà per la terza volta all’incanto su mandato del Tribunale di Cassino.
L’Associazione Caponnetto ha già chiesto più di un anno fa al Procuratore Pignatone di disporre l’apertura di un’inchiesta su tutto il settore delle aste giudiziarie da Roma fino ai confini con la Campania. Ciò, in quanto abbiamo la sensazione – ed ora più di una semplice sensazione- che la camorra voglia mettere le mani sopra alle aziende in difficoltà.
Bisogna cominciare a controllare bene, per fugare ogni preoccupazione al riguardo, quanto avviene negli ambienti dei fallimenti.
Davanti ai nostri occhi si alternano ombre e piccole luci, le prime che riguardano il passato, le seconde che ci aprono il cuore e la mente ad un pò di speranza.
Sempre, però, che non si metta, come talvolta, di traverso una classe politica – e quella istituzionale eventualmente appiattita su questa – che è la più impreparata ed irresponsabile che ci sia mai stata in provincia di Latina e nel Lazio dal dopoguerra ad oggi.
Riflettori, quindi, accesi al massimo.
Ma da parte di TUTTi, proprio TUTTI, NESSUNO ESCLUSO.
Questo anche perché non va mai dimenticato che quelli delle mafie sono SEMPRE accesi, senza un attimo di interruzione!

Il Prefetto di Roma continua a dire che… ”Roma è la città più… sicura d’Italia”. Prefetto di Roma e Prefetti di tutta Italia SVEGLIATEVI!!|!

MENTRE LE MAFIE SI IMPOSSESSANO DI TRE QUARTI DELLE NOSTRE CITTA’ E DELL’INTERO PAESE, IL PREFETTO DI ROMA SI AFFANNA A DIRE CHE ” ROMA E’… LA CITTA’ PIU’ SICURA D’ITALIA”.
ALMENO TACCIA!!!
Una litania – ed anche fastidiosa e sgradevole – che nemmeno la CGIL, che è l’organizzazione che ha promosso l’altro giorno il convegno ed ha avuto modo di ascoltarla in diretta, ha sentito il dovere di interrompere e di farla cessare.
Una buona volta per sempre, considerato anche lo sconcio, sempre in diretta, di un’implicita, reciproca sconfessione che ha visto da una parte il Procuratore della Repubblica e dall’altra il Prefetto, entrambi della Capitale.
Il primo che ha parlato del gran numero di sequestri di beni mafiosi operati dalla Magistratura ed il secondo che si affanna a descrivere la Capitale come… un’oasi felice, indenne dalla contaminazione criminale.
Ah, quando nei sindacati c’era ancora il gusto del confronto ed anche dello scontro con il Potere!!!
Il Prefetto di Roma, anziché un’immagine edulcorata della capitale, ci prospetti quella reale e ci spieghi, al di là dei numeri ufficiali, che non sono mai esaustivi, come, perché e per colpa di chi le mafie sono diventate padrone di Roma, del Lazio e dell’intero Paese.
Non di certo per colpa dell’imbianchino, del netturbino o della dattilografa!!!
Ci spieghi cosa egli ha fatto o fa, essendo peraltro il responsabile dell’ordine pubblico e della sicurezza sul territorio, per monitorare e contrastare il fenomeno delle mani delle mafie sulle aste giudiziarie, sui passaggi di proprietà sospetti di immobili, aziende, esercizi commerciali e quant’altro.
Ci spieghi, ci spieghi e non si limiti a dire che il numero degli omicidi si è ridotto rispetto a quello degli anni precedenti, come pure quello dei furti, delle rapine, degli stupri e così via.
Ammesso che sia anche vero, non viene il dubbio al Prefetto di Roma ed a quanti altri la pensano come lui che ciò potrebbe dipendere dal livello del controllo che le mafie vanno sempre più aumentando sul territorio e che, di conseguenza, esse stiano cominciando ad applicare la loro vecchia legge che recita “non c’è foglia che si muova che la mafia non voglia”?
Prefetto di Roma e Prefetti di tutta Italia, SVEGLIA

Come si fa e SI DEVE fare antimafia…

LIBERTA’ DA TUTTI!!!
SI VA AFFERMANDO E CONSOLIDANDO IL VEZZO DI SEGNALARE E DENUNCIARE PIU’ CASI E FENOMENI DI MALAFFARE POLITICO- AMMINISTRATIVO CHE NON DI VERE E PROPRIE ATTIVITA’ MAFIOSE.
QUESTO VA ASSOLUTAMENTE EVITATO
in quanto potrebbe, oltretutto, ingenerare il dubbio che un’Associazione antimafia seria quale è la Caponnetto venga considerata non più come tale ma, al contrario, come uno strumento di lotta politica.
E’ vero che nella sigla essa viene definita anche come soggetto di lotta ” contro le illegalità“, ma questo solo nel caso in cui ci sia un’attinenza strettissima con lo scopo principale, che è e resta quello della lotta alle mafie.
Altrimenti si avrebbe uno snaturamento delle sue finalità.
Continuiamo, perciò, ad insistere con tutti fino alla noia che all’Associazione Caponnetto NON interessano atti e comportamenti, da parte di chicchessia, siano essi di destra o di sinistra, bianchi, gialli verdi, rossi o turchini, che abbiano sapore squisitamente ed unicamente politico, di una fazione contro un’altra.
Noi siamo un’Associazione ANTImafia e basta.
Punto.
Il nostro compito è, pertanto, quello di scovare i mafiosi, soprattutto quelli con i colletti bianchi e non solo i quacquaracqua, denunciarli, farli arrestare e far togliere ad essi le ricchezze accumulate illecitamente.
E, per fare questo, considerato che questi mafiosi sono annidati soprattutto, oltre che fra i professionisti e gli imprenditori, anche e soprattutto nei partiti e nelle istituzioni, per fare vera lotta alle mafie, è necessario essere liberi da schematismi di natura ideologica che possono condizionare anche i comportamenti dei singoli.
Mai, quindi, confondere le due dimensioni, quella dell’impegno eventuale politico e l’altra associativa.
Un’Associazione antimafia seria DEVE essere libera da tutto e da tutti.
Questo anche perché è proprio nella politica e nelle istituzioni, a parte qualche rarissima eccezione, che sono presenti ed attivi i peggiori mafiosi.
Talvolta qualcuno ci risponde che su alcuni territori… non ci sarebbero attività mafiose.
Questo non è esatto perché le mafie sono presenti ed attive DOVUNQUE.
E, proprio quando la loro attività non è visibile, vuol dire che ormai esse, le mafie, hanno il controllo assoluto del territorio e non hanno bisogno di sparare e di farsi vedere.
Proprio in questi casi, quando, cioè, esse non appaiono, vuol dire che essere operano a livello economico e finanziario, investendo, riciclando, comprando, corrompendo tutto e tutti.
La bravura di uno che vuole fare o fa antimafia si vede appunto dalla sua capacità di scovare i mafiosi quando essi non sono visibili!!!
Se ognuno di noi che vuole fare ANTImafia non è in grado o non vuole per qualsiasi motivo scovare e cercare di neutralizzare i mafiosi che ANTImafia fa???

Il ruolo dei Prefetti. Urge cambiare la legge

INVITIAMO ISCRITTI E SIMPATIZZANTI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO E NON SOLO A DEDICARE DA ORA IN AVANTI UN’ATTENZIONE PARTICOLARE ALL’AZIONE CHE I PREFETTI HANNO IL DOVERE DI SVOLGERE IN MATERIA DI LOTTA ALLA CRIMINALITA’ MAFIOSA
RIPRODUCIAMO, PERTANTO, UN ARTICOLO PUBBLICATO TEMPO FA SUL SITO WEB E SULLE PAGINE FACEBOOK DELL’ ASSOCIAZIONE CAPONNETTO PER RIPROPORRE ALCUNE NOSTRE CONSIDERAZIONI, SUGGERIMENTI ED ANCHE CRITICHE SUL RUOLO DEI PREFETTI NEL PAESE E SULL’URGENTE NECESSITA’ DI CAMBIARE LA LEGGE APPORTANDOVI QUELLE MODIFICHE E QUELLE INEGRAZIONI NECESSARIE PER RENDERE PIU’ EFFICACE ED INCISIVA L’AZIONE CONTRO LA CORRUZIONE E LE MAFIE.
L’ENORME POTERE CONFERITO FINORA AI PREFETTI NON E’ BASTATO A COLMARE TUTTE QUELLE DEFICIENZE E QUELLE
STORTURE CHE SPESSO NON HANNO DATO PER NIENTE LUSTRO ALL’ISTITUZIONE.
FATTA QUALCHE ECCEZIONE, INFATTI, LA MAGGIOR PARTE DEI PREFETTI HA MOSTRATO DI NON ESSERE – O, PEGGIO, DI NON VOLER ESSERE – IN GRADO DI ADEMPIERE APPIENO AI DOVERI CHE LA LEGGE IMPONE AD ESSI.
CI RIFERIAMO, IN PARTICOLARE, AL MANCATO SVOLGIMENTO DELLE FUNZIONI DI VIGILANZA PREVENTIVA IN MATERIA DI CONTRASTO DELLA CRIMINALITA’.
IL PREFETTO, COM’E’ NOTO, HA LA POSSIBILITA’ DI EMETTERE PROVVEDIMENTI INTERDITTIVI SULLA BASE DI SEMPLICI INFORMATIVE DELLE FORZE DELL’ORDINE E SENZA ATTENDERE LE SENTENZE DELLA MAGISTRATURA E DI IMPEDIRE, COSI’, PRIMA CHE ESSO AVVENGA, L’INSERIMENTO DELLA CRIMINALITA’ MAFIOSA NELL’ECONOMIA, NELLE ISTITUZIONI E NELLA POLITICA.
DITECI VOI QUANTE “INTERDITTIVE ANTIMAFIA” HANNO EMESSO ED EMETTONO I PREFETTI DELLE VOSTRE PROVINCE A CARICO DI IMPRESE SOSPETTE E QUALE AZIONE DI PREVENZIONE LA MAGGIOR PARTE DI ESSI ABBIANO SVOLTO SUL VERSANTE DELLA LOTTA ALLE MAFIE, COORDINANDO LE FORZE DELL’ORDINE, DANDO AD ESSE DEGLI INPUT IN MATERIA DI METODOLOGIE DI AZIONE, STIMOLANDOLE AD AGIRE PIU’ CHE
CON UN’OTTICA DA ” ORDINE PUBBLICO”, COME NORMALMENTE AVVIENE, CON UNA, INVECE, PIU’ MODERNA ED ADEGUATA ALLA REALTA’ ATTUALE CHE VEDE LA MAFIA COME UN SOGGETTO IMPRENDITORE.
LA RIPUBBLICAZIONE DI QUESTO NOSTRO DOCUMENTO DEVE SERVIRE AD INDURRE TUTTI I NOSTRI ISCRITTI ED I SIMPATIZZANTI – ED ANCHE ALTRI DI ALTRE ASSOCIAZIONI ANTIMAFIA- AD INCENTRARE LA LORO ATTENZIONE SUI TEMI REALI DELLA LOTTA ALLE MAFIE, REALIZZANDO UN SALTO DI QUALITA’ CON L’ABBANDONO DI QUELLA PRASSI CHE VEDE MOLTI PIU’ PROPENSI A PARLARE DI TEMI GENERICI, NARRATIVI, COMMEMORATIVI, CHE NON, COME E’ NECESSARIO, PRATICI, ATTUALI ED OPERATIVI.

 

Il fenomeno del condizionamento delle istituzioni e degli Enti locali. Si deve cambiare subito la legge sul ruolo dei Prefetti Pubblicato 5 Agosto 2014 | Da admin2. L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO PUBBLICA QUESTA NOTA AL FINE DI AVVIARE NEL PAESE UN’ APPROFONDITA RIFLESSIONE SUL RUOLO DEI PREFETTI SUL VERSANTE DELLA LOTTA ALLE MAFIE E SULL’URGENTE NECESSITA’ DI UNA MODIFICA DELLA LEGISLAZIONE IN MATERIA. NON E’ POSSIBILE PARLARE SERIAMENTE DI LOTTA ALLE MAFIE PERPETUANDO L’ATTUALE STATO DELLE COSE. Il fenomeno del condizionamento delle istituzioni e degli Enti locali –Il degrado delle Istituzioni I recenti eventi giudiziari che hanno coinvolto due ex ministri dell’Interno (Scajola e Cancellieri) per fatti di rilevante gravità nonché i recenti arresti di prefetti (Blasco, La Motta, Ferrigno) e l’incriminazione di ex Prefetti (Maria Elena Stasi e Maddaloni entrambi condannati in primo grado) sempre per fatti riferibili ad ambienti della criminalità organizzata o meglio ad ambienti politici contigui alla criminalità organizzata, devono necessariamente indurci a fare una riflessione sul ruolo e sui poteri che la legge assegna all’Amministrazione dell’interno nella lotta alla criminalità organizzata. Ovviamente occorre doverosamente sottolineare che l’amministrazione dell’Interno registra la presenza di una stragrande maggioranza di persone che dedicano la loro vita lavorativa e in molti casi anche personale, al servizio esclusivo dello Stato. Proprio per tutelare anche questa categoria di servitori dello Stato e per consentire a questi di poter svolgere con serenità e senza interferenze della politica, le azioni istituzionali di contrasto al crimine organizzato, occorre capire quali siano state le cause che hanno determinato la devianza dell’azione di settori dell’amministrazione dell’interno ad appannaggio degli interessi di contesti socio politico criminale.
Analizzando bene i fatti di cronaca giudiziaria che vedono coinvolti ministri dell’interno e prefetti si capisce subito che nelle vicende stesse hanno un ruolo centrale interessi personali riferibili a politici spesso di rilevo nazionale. Basta citare a solo titolo esemplificativo il caso dell’ex parlamentare Nicola Cosentino ed il recente coinvolgimento dell’ex prefetto Stasi. Infatti i fatti giudiziari in questione rilevano come spesso le contestazioni formulate dalla Magistratura riguardino condotte volte a favorire uomini politici. Basta vedere la vicenda del prefetto Stasi nell’ambito dell’indagine sui distributori di carburanti di proprietà della famiglia Cosentino ovvero la vicende di appalti al comune di Caserta per la quale sono state condannati i prefetto Stati e Maddaloni per interessi riferibili a ditte di Nicola Ferrara, esponente politico regionale dell’UDEUR, oppure la vicenda esaminata nel corso del processo cosentino del mancato scioglimento del consiglio comunale di Mondragone la cui compagine politica era riconducibile all’ex ministro Landolfi ovvero al mancato rilascio del certificato antimafia interdittivo alle ditte ECO Quattro e Aversana Petroli, entrambe riferibili ad interessi della famiglia Cosentino. Appare quindi evidente la correlazione tra condizionamento dell’azione dei Prefetti ed in genere dell’amministrazione dell’Interno con la politica nella quale ampi settori spesso sono contigui ad ambienti della criminalità organizzata (soprattutto nelle regioni meridionali). Ma perché i prefetti si piegano alla Politica ovvero perché sono condizionati dalla stessa? Prima di rispondere a questa domanda vediamo chi sono e cosa fanno i prefetti. Il prefetto è il massimo organo amministrativo periferico, terminale politico-operativo dell’apparato della sicurezza, agente elettorale del governo, motore della vita economica e sociale della provincia, tutore dell’ente locale. Il prefetto ha una posizione di eminenza del Prefetto rispetto alle altre cariche amministrative periferiche in virtù del riconoscimento della rappresentanza dell’esecutivo nella provincia e, conseguentemente, il carattere tendenzialmente “generale” del campo delle attribuzioni. L’art.2 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (t. u. l. p. s. ), concede un’amplissima facoltà al Prefetto di adottare atti contingibili e urgenti per esigenze di sicurezza pubblica. Il Prefetto presiede i Comitati Provinciali della Pubblica Amministrazione e dei comitati metropolitani; ha funzioni in materia di droga, scioperi nei servizi pubblici essenziali, antimafia, statistica; della ricostruzione del ruolo del Prefetto rispetto alle autonomie territoriali. Insomma la legge ha conferito ai prefetti poteri enormi. Tra questi è appena il caso di ricordare quelli che esercita attraverso il Comitato provinciale Ordine e sicurezza pubblica, che vede la partecipazione, in posizione di subordinazione funzionale, del Questore e dei Comandanti Provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. E’ proprio nel comitato che si decidono le proposte al consiglio dei ministri degli scioglimenti dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose, le misure di tutela da assegnare ai magistrati, ai cittadini minacciati, ecc. ecc. Gli stessi vertici delle Forze dell’ordine a livello provinciale sono soggetti, ai fine dell’avanzano di carriera, delle valutazioni da parte dei prefetti. Quindi i prefetti sono potenzialmente in grado di incidere sulle figure apicale delle tre forze di polizia e indirettamente sui magistrati esposti a pericoli di attentati o di sicurezza personale, dovendo il prefetto decidere se e a chi assegnare le misure di tutela (vigilanza, scorta, nei sui diversi livelli di gravità, ecc) Ci si renderà conto che il Prefetto, stante la delicatezza dei compiti assentatigli dalla legge e il ruolo centrale nelle vicende più delicate di ordine e sicurezza pubblica, deve svolgere le proprie finzioni nel pieno ed inderogabile rispetto del principio di imparzialità dettato dall’art.97 della nostra carta costituzionale. Il prefetto è posto nelle condizioni di poter esercitare liberamente e fuori da ogni forma di condizionamento le proprie delicatissime funzioni? Per poter rispondere è necessario capire come si articola la carriera prefettizia e come vengono nominati i prefetti e assegnati alle sedi provinciali. La nostra carta costituzionale non prevede, come per l’ordine giudiziario, un organo di autogoverno che possa assicurare l’indipendenza e l’autonomia dei Prefetti. Invero non prevede neppure la figura del prefetto la cui presenza deriva dalla normativa del ventennio fascista.
Invero i prefetti vengono nominati dal Consiglio dei ministri. Sono cioè nominati dalla politica che in un dato momento storico è posta alla presidenza del consiglio dei ministri e ne ha maggioranza politica in seno allo stesso Organo. Quindi, come è agevole, comprendere, i perfetti vengono nominati a secondo della loro contiguità o meglio del gradimento di quella o quell’altra forza politica. Quindi, per esempio, ci troveremo che nel periodo del Governo Berlusconi sono stati nominati prefetti, coloro ritenuti di gradimento di quella forza politica. In genere queste scelte risentono anche delle indicazioni provenienti dai coordinatori regionali. In Campania nel periodo dei governo Berlusconi, per un lungo lasso tempo il ruolo di coordinatore regionale è stato assunto dall’ex parlamentare Nicola Cosentino, oggi sottoposto a processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Insomma l’imparzialità che deve inderogabilmente risiedere alla base delle scelte dei prefetti può inconfutabilmente essere minata da questi meccanismi di nomina che ineludibilmente possono creare momenti di devianza nelle scelte prefettizie. Non è la prima volta che prefetti non allineati alla politica ovvero ad una certa parte di politica deviata, siano stati gravati da provvedimenti dal carattere sanzionatorio. Tutti ricorderanno il prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli che sciolse il consiglio comunale di Reggio e con l’insediameno del Ministro calabrese Alfano è stato repentinamente trasferito altrove. Ovvero il prefetto di Agrigento Fulvio Sodano trasferito dal sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì, quest’ultimo poi incriminato per concorso in associazione mafiosa. Insomma appare improcrastinabile l’esigenza di blindare talune delicate funzioni di ordine e sicurezza pubblica assegnate ai prefetti. Due sono le strade: o si modificano le leggi prevedendo un meccanismo di nomina dei Prefetti attraverso un sistema simile a quello previsto per i magistrati oppure si trasferiscono queste funzioni strategiche per la sicurezza dei cittadini e dei servitori dello stato alla magistratura. Appare inaccettabile che debba essere un funzionario dello stato nominato, prefetto, dalla politica a decidere se un magistrato (che spesso si trova ad indagare politici di rilievo nazionale presenti direttamente o indirettamente nel consiglio dei Ministri) debba o meno avere misure di tutela a fronte di minacce anche potenziali o di esposizioni elevante a rischio attentato. Appare paradossale che debba essere il prefetto, espressione della politica a formulare giudizi e valutazione sul questore e sui Comandati provinciali dell’arma e della g di f. Innegabilmente gli stessi possono per questi giudizi subire una sorta di condizionamento o di timore reverenziale nei confronti del prefetto ogni qual volta si trovano a dover indagare su fatti e vicende che riguardano gli stessi prefetti o politici che hanno espresso gradimento per quello stesso prefetto. O peggio ancora, appare assurdo che debba essere il prefetto a decidere se e quando sottoporre ad indagini antimafia, un consiglio comunale per infiltrazione della criminalità organizzata, quando lo stesso consiglio comunale è dello stesso partito politico che risiede nel Consiglio dei ministri e che quindi potenzialmente può incidere sul prefetto stesso. Non è la prima volta che pur in presenza di evidenti episodi di infiltrazioni della criminalità organizzata non si sia proceduto allo scioglimento delle amministrazione risultate permeabili alla c. o.. (basti citare i casi del Comune di Fondi, del comune di Mondragone, Castellammare di stabia, di torre annunziata, di torre del greco, e di tanti altri comuni). Analoga considerazione vale per il rilascio dei certificati antimafia. Appare assurdo che un imprenditore per poter stipulare contratti con la pubblica amministrazione debba essere sottoposto alla valutazione del prefetto ai fini del rilascio della c. d. liberatoria antimafia. E’ evidente che in siffatto contesto e meccanismo di nomina e rimozione dei prefetti, l’imprenditore che sarà di gradimento della politica di maggioranza e quindi dei prefetti, risulterà immune da problemi di antimafia (vedi il caso della società Aversana petroli dei Fratelli Cosentino, la Eco Quattro di Castel Volturno riferibili agli stessi politici della corrente di Cosentino, alla società dei fratelli Buglione, e tante altre società notoriamente infiltrate dalla criminalità ma che operano indisturbate e di contro ditte che non si sono piegate ai voleri della politica che invece vengono colpite da interdittive antimafia per vicende banali ed insignificanti La democrazia in siffatti condizione è messa a dura prova. La politica sana e la società civile devono farsi carico di indicare le soluzioni. Occorre che in
attesa di una legislazione che garantisca l’imparzialità e l’indipendenza dei funzionari dello stato preposti all’esercizio di delicati compiti in materia di ordine e sicurezza pubblica e soprattutto nella lotta alla criminalità organizzata, dette funzioni vengano trasferita alla Magistratura che, per effetto dell’autonomia ed indipendenza garantitagli dalla Costituzione possa adottare le decisioni più giuste ed imparziali e scevre da condizionamenti della politica che, come si diceva risente della presenza di ampi settori contigui alla criminalità organizzata. Le implicazioni con la vita politica napoletana costituiscano il punto di partenza storico di un intreccio perverso che ha determinato il consolidarsi del fenomeno dell’infiltrazione e del condizionamento degli Enti locali Nel corso degli anni ottanta, infatti, In Campania tanto per citare un esempio, si è assistito all’espandersi ed al consolidarsi di un fenomeno sociale molto grave che ha messo in luce i diffusi rapporti nell’ambito della gestione della “ cosa pubblica” tra politica, affari e malavita organizzata di tipo mafioso. Il degrado delle Istituzioni a Napoli era tale da indurre il Procuratore Cordova a una denuncia amara ma non disperata: «Lo Stato a Napoli, dice Cordova, è un’entità eventuale, aleatoria, virtuale. Parlo dello Stato ufficiale non di quello reale, l’unico che a Napoli la gente conosce e teme per davvero: la camorra. Le leggi dello Stato sono lente, i processi non finiscono mai e la pena è un evento remoto, prescrivibile, amnistiabile, depenalizzabile. Le leggi della camorra sono ferree e immutabili, semplici e inderogabili, i giudizi si celebrano fulmineamente, e le sentenze sono rapidissime, inappellabili e immediatamente esecutive. È ovvio che i cittadini temono lo stato effettivo, quello camorristico, e non quello ufficiale». La camorra si è trasformata in stato, che ci si trova di fronte ad un vero e proprio fenomeno di banditismo sociale, di neo brigantaggio populista. La fiducia dei cittadini nelle Istituzioni cala di giorno in giorno. Non vi e’ indagine su organizzazioni camorristiche che non riveli preoccupanti fenomeni di penetrazione collusiva nelle istituzioni. Per molti versi, lo Stato sembra corrispondere a modelli ideali di sviluppo degli interessi criminali, anziché« di salvaguardia degli interessi della collettività e delle istituzioni statuali. In estrema sintesi si può quindi affermare che si è di fronte ad un nuovo soggetto che oramai può essere definito Alta Camorra che ha dato prova di non essere più ai margini della società, ma sta conquistando progressivamente – o forse ha già conquistato – i centri dei poteri politico, economico e sociale. Insomma la camorra sta tentando di non porsi in posizione esterna o antitetica, ma di stare ben dentro lo Stato, la politica, la società, l’economia. Insomma la repressione dei delitti e delle illegalità, che è un sacrosanto dovere dovrebbe essere accompagnato da un controllo capillare, da un meticoloso accertamento sulla debolezza istituzionale di fronte alla pressione corruttiva e alle collusioni di gran parte di essa con l’Alta Camorra. In definitiva è condivisibile quanto sostenuto da un noto giornalista che “ I grandi camorristi stanno nell’ombra “. L’intreccio tra criminalità, politica e affari negli enti locali è sicuramente quello maggiormente avvertito dal cittadino comune in quanto gli stessi Enti più di ogni altra istituzione risultano, in considerazione delle funzioni istituzionali cui sono deputati per legge, a stretto contatto con la collettività amministrata. Le indagini condotte dalla magistratura Il primo ed incisivo intervento, che il legislatore ha posto in essere per tutelare gli enti locali dalle ingerenze della criminalità organizzata si è avuto con l’approvazione della Legge 22.7.1991, n.221 che ha introdotto l’art.15 bis della L.55/1990 concernente lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali coinvolti in fenomeni di infiltrazione e di condizionamento mafioso. La stessa norma oggi è confluita nell’art.143 del D. lgt.267/2000 E’ una norma sicuramente di carattere eccezionale, in quanto a prescindere dal giudizio penale, l’amministrazione locale risulta evidentemente inquinata, al punto che nessun’altra misura, al di fuori dello scioglimento, potrebbe risultare idonea al recupero della legalità. Era presente nell’ordinamento un vuoto normativo, che consentiva di fronteggiare queste situazioni, e per riempirlo si era fatto ricorso ad un uso indiretto della potestà di scioglimento dei consigli comunali per motivi di ordine pubblico (si ricorda il caso del comune di Quindici, retto da un esponente apicale di una nota famiglia camorristica, sciolto nel 1983 per motivi di
ordine pubblico dall’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini. La legislazione speciale antimafia in questione intende, prioritariamente, salvaguardare gli interessi pubblici dalle mire della criminalità organizzata, ancora prima che si vengano a determinare le condizioni oggettive e concrete dell’aggressione a beni giuridicamente protetti. In particolare il procedimento di accertamento scaturente dai poteri previsti e demandati dalla suddetta legislazione ai Prefetti, ovvero alle Commissioni delegate, all’uopo istituite, risponde alla funzione di prevenzione cautelare globale che prescinde, nella sua applicazione, da istituti e concetti dell’ordinamento penale, da cui se ne discosta dichiaratamente. Particolarmente innovativa risulta la disposizione contenuta nell’art.143 del D. lgt.267/2000 che prevede la possibilità che il prefetto, nella fase istruttoria del procedimento di scioglimento, acquisisca dal procuratore della repubblica notizie utili a motivare la decisione, in deroga all’art.329 del codice di procedura penale, superando cioè l’obbligo di segretezza disposto da tale norma con riguardo alle esigenze del procedimento penale. Ma la facoltà più significativa conferita dal legislatore al prefetto per la ricerca di ogni elemento di valutazione utile allo svolgimento dell’azione amministrativa assegnatagli dalla stessa norma scaturisce dal disposto normativo di cui al Decreto legge 354/1991, convertito nella Legge 30.12.1991, n.410 che consente, attraverso poteri investigativi, di verificare se ricorrono pericoli di infiltrazione tipo mafioso nell’ambito dello svolgimento dei “ servizi” cui sono deputati per legge gli enti locali. Nel 2009 con la legge 94, l’art.143 del d. lgs.267/2000 ha subito una modifica che appare aver ridimensionato e affievolito l’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Infatti è stato stabilito che le indagini antimafia debbano essere svolta da una commissione composta “ da tre funzionari della pubblica amministrazione. Invero prima dell’entrata in vigore della legge 94/2009 le indagini venivano svolte da organi di polizia che stante le loro specifiche conoscenze e professionalità info-investigative, potevano fornire un contributo determinate al buon esito delle indagini. Invece il legislatore del 2009 ha affidato a tre funzionari della P. A. dette attività di indagini. Ogni commento appare del tuto superfluo. Infatti precedentemente per le operazioni di accesso antimafia nei comuni, i prefetti si avvalevano di apposite commissione composte da rappresentanti di tutte le forze, dell’ordine nonché da un rappresentante della D. I. A. , nonché da funzionari statali appartenenti ad amministrazioni che, nell’ambito delle proprie attività istituzionali, avevano competenza e conoscenza delle attività amministrative cui i comuni sono deputati per legge.

Approvato dal Comune di Formia l’Osservatorio contro la criminalità su proposta dell’Associazione Caponnetto

REGOLAMENTO PER L’OSSERVATORIO COMUNALE SULLA LEGALITA’
(Questa è la bozza proposta dall’Associazione Caponnetto a tutti i comuni del Lazio, della Campania e del Molise. Sarà compito dell’amministrazione di Formia rendere pubblico il testo approvato dal suo Consiglio Comunale)
Pubblicato 28 Ottobre 2013 | Da admin2 ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER LA LOTTA ALLE ILLEGALITA’ E LE MAFIE “ANTONINO CAPONNETTO” www. comitato-antimafia-lt. org info@comitato-antimafia-lt. org tel 3470515527 REGOLAMENTO PER L’OSSERVATORIO COMUNALE SULLA LEGALITA’ Art.1 E’ istituito l’Osservatorio Comunale sulla Legalità inteso come centro di studi, ricerca, documentazione e di iniziativa sociale a sostegno della legalità e della lotta alla corruzione ed alla criminalità comune e mafiosa. Art.2 L’Osservatorio svolge i compiti: a) studiare e “fotografare” le forme criminali tradizionali ed emergenti presenti sul territorio; b) individuare i settori a maggior rischio di infiltrazione mafiosa; c) analizzare l’efficienza delle strutture preposte al contrasto della criminalità e proporre tutte quelle mutazioni, aggiustamenti, integrazioni che dovessero rendersi necessari per aumentarne l’efficacia; d) vagliare il senso di sicurezza soggettiva dei cittadini comparandola a quella oggettiva; e) effettuare una “mappatura” delle istituzioni del privato sociale connesse con problemi della sicurezza e del contrasto alla criminalità; f) verificare la compatibilità con le leggi ed i regolamenti di tutti gli atti assunti dalla pubblica amministrazione locale. Art.3 L’Osservatorio è presieduto dal Sindaco – o suo delegato in caso di assenza – ed è composto da: a) 2 rappresentanti designati dalle associazioni di volontariato presenti sul territorio comunale e che svolgano con continuità da almeno due anni attività in favore dell’azione di sostegno alla legalità ed alla lotta alla criminalità comune e mafiosa; b) il Prefetto o suo rappresentante; c) il Questore o suo rappresentante; d) il Comandante provinciale dei Carabinieri o suo rappresentante; e) il Comandante provinciale della Guardia di Finanza o suo rappresentante; f) il Comandante provinciale del Corpo Forestale dello Stato o suo rappresentante; g) il Comandante della Polizia Municipale; h) 2 magistrati, il primo in rappresentanza della Procura della Repubblica territoriale ordinaria ed il secondo della Direzione Distrettuale Antimafia competente per il territorio; i) il responsabile della SUA (Stazione Unica Appaltante); l) il Dirigente del Servizio comunale competente (da cambiare a seconda dell’oggetto in discussione); m) 3 rappresentanti dei sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro più rappresentativi a livello nazionale. Art.4 La nomina dei componenti l’Osservatorio avviene con atto di Giunta Municipale su designazione dei rispettivi sodalizi o enti di appartenenza. Essi restano in carica fino alla scadenza della consiliatura. Art 5 Il Sindaco provvede alla prima convocazione ed all’insediamento dell’Osservatorio; a) In caso di dimissioni, decesso o impedimento di un membro dell’Osservatorio si provvede
alla sua sostituzione secondo le modalità di cui all’art.4; b) l’assenza a tre sedute consecutive comporta la decadenza dalla nomina e la conseguente sostituzione del soggetto decaduto con altro indicato dallo stesso ente o sodalizio di appartenenza; c) l’Osservatorio è validamente costituito con la nomina di almeno la metà dei suoi membri. Art 6 Il Presidente provvede alla convocazione della riunione dell’Osservatorio almeno 3 volte l’anno; il Presidente è tenuto a convocare, inoltre, la riunione dell’Osservatorio ogni volta che a farne richiesta sia almeno un terzo dei componenti dello stesso; le riunioni dell’Osservatorio sono valide con la partecipazione della maggioranza dei suoi membri; l’Osservatorio delibera a maggioranza dei presenti. Art 7 L’Osservatorio provvede a nominare durante la sua prima riunione il Segretario scegliendolo fra i suoi componenti. Art 8 L’Amministrazione comunale provvederà a dotare l’Osservatorio di tutti i supporti strumentali, tecnici, documentali e regolamentari per consentirgli lo svolgimento dei suoi compiti; l’Amministrazione comunale si attiverà per recuperare in sede provinciale, regionale, nazionale e comunitaria finanziamenti a sostegno delle attività e delle iniziative promosse dall’Osservatorio. Art.9 La partecipazione alle riunioni ed alle attività dell’Osservatorio è gratuita e non dà diritto ad alcun compenso, retribuzione o rimborso
Fin qua la bozza del Regolamento proposta dall’Associazione Caponnetto.
Il fatto che sia stata solo l’Amministrazione Comunale di Formia, in tutto il Lazio, la Campania ed il Molise – regioni a cui sindaci l’Associazione Caponnetto ha inviato un paio di anni fa la sopraccitata proposta di costituzione di un Osservatorio contro la criminalità- ad aderire all’invito, pur con notevole ritardo, già la dice lunga e induce a sospettare che gli amministratori comunali delle tre regioni citate, siano essi di destra come di sinistra, mal digeriscono di essere controllati.
Un elemento altamente indicativo della reale volontà di contrastare o meno l’avanzata delle mafie in ogni ambito!!!
Un’associazione antimafia seria e non parolaia ha l’obbligo di stare ai fatti e di non lasciarsi condizionare da pregiudizi politici di qualsiasi natura, stante anche il fatto che le mafie non sono nè di destra né di sinistra e le cui tracce le troviamo spesso presenti dovunque.
Dobbiamo dare atto all’Amministrazione Comunale di Formia di essersi mostrata l’unica sensibile alla nostra richiesta.
Non ci interessano le motivazioni.
Qualunque esse siano state, questi sono i fatti.
Punto.
Anzi dobbiamo aggiungere che nel corso degli incontri avvenuti pochi mesi fa per approfondire gli aspetti dello schema da noi elaborato sono stati introdotti elementi migliorativi rispetto ad esso..
E’ stato, ad esempio, introdotto nel Regolamento approvato dal Consiglio comunale, un articolo in cui è sancito il diritto da parte di ogni SINGOLO membro dell’Osservatorio di consultare qualunque documento, atto e quant’altro del Comune che egli dovesse ritenere utile per svolgere appieno il suo ruolo.
Un’Amministrazione comunale che spalanca le sue porte.
Un caso più unico che raro soprattutto in una provincia, qual’è quella di Latina, devastata e sopraffatta da una presenza mafiosa massiccia ed asfissiante e dove i “silenzi” di tutte le altre amministrazioni comunali, di destra come di centrosinistra, di fronte alla proposta dell’Associazione Caponnetto sono a dir poco… eloquenti per chi sia in grado e voglia “leggere” certi fatti!
Tanto più se si considera, peraltro, che l’autrice di tale atto- quella attuale di Formia appunto – è un’amministrazione che succede ad un’altra della quale taluni suoi atti sono al vaglio. di alcune Procure e di alcune DDA.
Nel Regolamento approvato dal Consiglio Comunale sono stati sanciti tre principi che l’Associazione Caponnetto ritiene fondamentali:
1) la gratuità del servizio da parte dei singoli componenti dell’Osservatorio i quali non hanno diritto ad alcun compenso ed ad alcun rimborso eventuale di spese che essi dovessero sostenere.
2) l’esclusione, ad evitare possibili condizionamenti di sorta, quali componenti dell’Osservatorio di consiglieri comunali, assessori ed esponenti politici. La preoccupazione dell’Associazione Caponnetto, infatti, è stata sempre quella di fare in modo che fossero assicurate la massima neutralità ed obiettività da parte di qualsiasi organo che svolgesse, fra i suoi compiti, anche un ruolo di vigilanza sulla correttezza degli atti della pubblica amministrazione. , senza privilegiare, quindi, alcuna fazione politica.
3) la facoltà (in verità noi avremmo preferito la loro partecipazione come membri effettivi-) di magistrati delle Procure ordinarie e soprattutto delle DDA oltre che dei comandanti provinciali delle forze dell’ordine, di partecipare alle riunioni dell’Osservatorio.
Noi riteniamo la costituzione di tale Osservatorio a Formia un fatto estremamente positivo ed una vittoria dell’Associazione Caponnetto tanto più se si considera che essa può rappresentare uno stimolo nei riguardi di altre amministrazione a fare altrettanto.
Il problema ora è quello che riguarda la “qualità” delle persone che si indicano quali componenti dell’Osservatorio e questo comporta l’assunzione di molte responsabilità in quanto, se si nominano soggetti non qualificati, non preparati e che vanno nell’Osservatorio a fare da zerbini a tizio o caio, senza un minimo di capacità non solo di vigilare ma anche di proporre idee innovative, il rischio di squalificare l’Associazione che li ha nominati è veramente grande.
Comincia ora, pertanto, l’era delle responsabilità soprattutto se si considera che c’è in giro probabilmente, per non dire sicuramente, troppa gente che farà del tutto per non far funzionare o funzionare male l’Osservatorio a Formia…
Formia, come tutto il sud pontino, com’è noto, è un vulcano in piena eruzione..
Intelligenti pauca!!!

Quante umiliazioni per chi, come noi, fa un’antimafia di fatti e non di parole. Una frase che ci brucerà nel cervello e nell’anima per tutta la vita!!!

QUANTE UMILIAZIONI PER CHI SI BATTE, COME NOI, PER LA LEGALITA’ DA PARTE DI QUANTI DOVRESTI, INVECE, TROVARE DALLA TUA PARTE!

Ci è capitato alcuni mesi fa al
Ministero degli Interni, dove ci
siamo recati per avere un
incontro, insieme ad un
Testimone di Giustizia e tre
rappresentanti di Change org, per
consegnare al V. Ministro
Bubbico una petizione con
40.000 firme di persone che peroravano la soluzione del problema di quello sventurato.
Questo Testimone di Giustizia stava facendo uno sciopero della fame davanti a quel dicastero da quasi un mese senza che qualcuno si preoccupasse del suo precario stato di salute.
Noi siamo entrati due volte nelle stanze riservate di quel Ministero:
la prima quando iniziò il “caso Fondi” e noi chiedemmo di essere ricevuti dal Ministro -all’epoca Maroni- per
consegnargli della documentazione importante;
e la seconda in occasione della vicenda del Testimone di Giustizia di cui stiamo parlando.
La prima volta fummo trattati con i guanti gialli dal Capo di Gabinetto di Maroni il quale ci trattenne oltre un’ora e ci ringraziò per la collaborazione che l’Associazione Caponnetto stava dando alla Giustizia ed al Ministero.
Lo stesso Maroni passò a salutarci, scusandosi per non poter partecipare all’incontro in quanto doveva andare ad una
riunione del Consiglio dei Ministri.
La seconda volta, l’ultima, l’incontro con Bubbico è stato per noi traumatico.
Un distacco, un senso di fastidio indicibili che ti lasciavano chiaramente intendere che, se non ci fossero stati i rappresentanti di Change con le loro 40.000 firme da consegnare, , nè noi nè lo stesso Testimone di Giustizia saremmo mai stati ricevuti ed ammessi a quell’incontro che, peraltro, non portò a nulla.
Infatti, se non fosse intervenuto, dopo qualche mese, un bravo magistrato della DDA di Napoli verso il quale noi nutriremo per tutta la vita una profonda gratitudine, i problemi di questo sfortunato non sarebbero mai stati risolti. Giova sottolineare questi scappava da anni, senza un euro e quasi vivendo di carità, per tutta Italia, per sfuggire alla vendetta di coloro che aveva denunciato, vivendo come un barbone e mangiando e dormendo dove e quando capitava.
Quel “la dovete finire di portare i Testimoni di Giustizia come Madonne Pellegrine in processione” rivolto all’Associazione Caponnetto ci brucia e ci brucerà per tutta la vita.
A noi che per serietà siamo rispettati dovunque ci presentiamo!!!
A noi che, al contrario di quanto fanno molti altri, ci esponiamo ed affrontiamo pericoli di ogni sorta!!!
A noi che, quando conduciamo le nostre battaglie contro i mafiosi, non siamo mai i secondi
ad entrare dovunque, anche quando sappiamo che è in pericolo la nostra stessa vita!!!
A noi che combattiamo senza chiedere un soldo a nessuno e rimettendoci anche di tasca nostra!!!
A noi che portiamo un nome che solo da sè dovrebbe indurre gli uomini delle Stato a chinare la testa per rispetto!!!
A noi che godiamo di rispetto e di stima da parte di tutti quei magistrati inquirenti e rappresentanti delle forze dell’ordine con i quali, per ragioni del nostro servizio, siamo
venuti e veniamo in contatto un giorno sì e l’altro pure e che ben sanno che noi non facciamo chiacchiere e bla bla!!!
A noi che da ben 15 anni siamo al servizio della Giustizia, quella con la G maiuscola, senza se e senza ma, non pretendendo mai nulla e non perseguendo finalità di carattere personale, politico e quant’altro!!!
Questi atteggiamenti francamente ci stupiscono, ci turbano e ci fanno sospettare che da questa classe politica persone ed associazioni che veramente combattono – e non fanno finta di
combattere -le mafie non sono affatto gradite!
A bocce ferme, chiunque sia in buona fede ed abbia un cervello non gravato da schematismi faccia le considerazioni che vuole…
Sappiano, però, questi signori che noi non siamo coloro che si lasciano intimidire e scoraggiare.
Anzi, il contrario.!!!
E, se stiamo combattendo con rabbia, la battaglia a tutela degli interessi sia dei Testimoni che dei Collaboratori di Giustizia, lo facciamo – e lo faremo sempre di più- sia perché chi sta dalla
parte della Giustizia per noi, in questa società per lo più di corrotti e vigliacchi, è un EROE (purtroppo, non dovrebbe essere così perché tutti dovrebbero stare dalla parte della Giustizia!!!), sia perché sospettiamo che sia in corso l’attuazione di un disegno perverso che tende a colpire – maltrattando e negando loro i diritti previsti dalla stessa legge i Testimoni e Collaboratori – i magistrati e la legislazione antimafia.
Si mena a suocera per colpire nuora???!

La vera antimafia si fa affrontando e cercando di risolvere i fatti non limitandosi a fare bla bla. Il problema drammatico dei Collaboratori e dei Testimoni di Giustizia trattati a pesci in faccia.

DA OGGI IN POI NOI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO SAREMO SPIETATI CONTRO TUTTI COLORO CHE IN UN MODO O NELL’ALTRO ATTACCANO O COMUNQUE MALTRATTANO I COLLABORATORI ED I TESTIMONI DI GIUSTIZIA, I QUALI RAPPRESENTANO L’UNICO STRUMENTO VERO DI LOTTA ALLE MAFIE (INSIEME ALLE INTERCETTAZIONI) E, COME RICOMPENSA, VENGONO
TRATTATI A PESCI IN FACCIA…
E’ inutile parlare di lotta alle mafie, ipocriti di tutta Italia, se, poi, si permette ad un esercito di irresponsabili di distruggere o rendere inefficaci quei pochi strumenti di lotta che lo Stato di Diritto ha a disposizione per combattere efficacemente le mafie.
E’ bene che tutti sappiano che i Testimoni – e più ancora i Collaboratori, i cosiddetti
“pentiti”, quelli veri però – sono gli UNICI strumenti che consentono un’azione risolutiva di contrasto nei confronti della criminalità mafiosa.
Insieme alle intercettazioni.
Senza Collaboratori, Testimoni e intercettazioni, non è possibile combattere le mafie.
E ciò per vari motivi che qua sarebbe lungo elencare.
Lo faremo in altra occasione ed in maniera specifica ed approfondita, citando anche qualche nome.
Non possono farlo gli interessati, ma lo faremo noi!!!
Tutti coloro che vanno gridando nelle piazze e nei teatri “viva Falcone e Borsellino” debbono sapere che fu proprio FALCONE il “padre” del cosiddetto PENTITISMO in quanto egli fu il primo che diede credito al “pentitismo” e riconobbe, servendosene, la sua importanza vitale.
Quando noi parliamo di Falcone dovremmo almeno sapere di chi e che cosa stiamo parlando.
Dovremmo sapere, ad esempio, che Falcone pensava e diceva che senza “pentiti” non si va da nessuna parte.
Se vogliamo, quindi, onorare veramente la memoria di Falcone e non ridursi, quindi, a fare i burattini ridicolizzando, peraltro, tutta l’antimafia sociale, abbiamo il dovere, tutti, dal primo all’ultimo, di PRETENDERE che i Collaboratori (sempre quelli veri e ritenuti credibili dai magistrati, non quelli falsi) vengano rispettati e gratificati come meritano dagli organi
dello Stato preposti alla trattazione e definizione dei loro problemi, dai Ministri -in particolare quello degli Interni, l’altro della Giustizia-, dalla Commissione Centrale ex art.10 legge n.82/91 e dal Servizio Centrale… Sprotezione del Ministero degli Interni, fino all’usciere del Ministero ed al piantone.
Sprotezione, ripetiamo, perché se dipendesse da noi, quel servizio lo sopprimeremmo, per come non funziona, in 24 ore.
Qua, ad essere buoni, ci vediamo costretti a definire il
funzionamento di quel servizio letteralmente penoso.
Collaboratori e Testimoni mandati… in “località protetta” (si fa per dire!!!) in mezzo a loro compaesani e concittadini, alcuni dei quali con conti con la Giustizia o, comunque, amici o familiari di boss; “carte” che non vengono “ricaricate”; sistemazione in appartamenti fatiscenti e senza un minimo di confort; dinieghi di ogni genere…
E potremmo continuare all’infinito.
Ma lo faremo prossimamente perché si tratta di una situazione scandalosa ed intollerabile.
Chi non ha la volontà o la competenza per gestire cose e situazioni così delicate va rimosso e sostituito.
Senza se e senza ma.
Conoscono bene la situazione quei magistrati delle DDA che vengono a contatto con molti di questi casi- da quello di Luigi Bonaventura a quelli di Pino Grasso-Francesca Franzé, il primo Collaboratore e gli altri due Testimoni, tanto per fare
qualche nome- ed a tanti altri ancora.
L’impressione che se ne ricava è che, mentre i Magistrati si danno da fare per combattere le mafie, c’è qualcuno negli apparati che rema contro trattando male chi -Collaboratori e Testimoni-collabora con la Giustizia e causando inevitabilmente una loro reazione con il possibile rifiuto a confermare, soprattutto, in sede dibattimentale le accuse e scoraggiando altri.
Si sta già verificando e questo ci preoccupa moltissimo
perché, mentre da una parte c’è gente che muore per combattere i mafiosi, c’è chi cerca di vanificare tutta l’azione che viene intrapresa.
Noi riceviamo quasi quotidianamente messaggi drammatici da Collaboratori e Testimoni.
O da loro familiari che, oltre che lasciati letteralmente senza soldi nemmeno per mangiare e curarsi, vengono anche presi in giro.
Cercheremo di portare l’attenzione su questa situazione da parte della Commissione
Parlamentare antimafia, contando soprattutto sull’onestà intellettuale e sulla competenza del suo V. Presidente Claudio Fava – che, oltre che conoscere da una vita, è anche egli stesso una vittima di mafia- e di altri amici parlamentari che sono sensibili a questa tematica drammatica.
Certo è, però, che non ci limiteremo a questo perché da oggi in avanti non daremo tregua ai vari Alfano, Bubbico, Generale Pascali e quant’altri.
Lo sappiano tutti.
La Caponnetto è un’associazione antimafia e un’associazione antimafia DEVE FARE questo e non chiacchiere!

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