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Riapertura indagini omicidio don Cesare

ESPRIMO GRANDE SODDISFAZIONE PER LA RIAPERTURA DELLE INDAGINI, DA PARTE DELLA PROCURA DI LATINA,
PER L’UCCISIONE BARBARA DI DON CESARE BOSCHIN; GRAZIE AL MIO LIBRO INCHIESTA .Felice Cipriani
” Quello Strano Delitto di Don Cesare Boschin” Merito va all’Avv. Stefano Maccioni e alla criminologa Imma Giuliani
che hanno avviato e risolto le procedure presso la Procura. Condivido la soddisfazione con gli amici di Borgo Montello,
con Don Luigi Ciotti. con Luciano Boschin, Lucia Cazzaro, Monica Zornetta, Angela Di Pietro, Elvio Di Cesare e l’editore Gian Luca Campagna.
L’insegnamento che si trae da questa vicenda? Non Fernarsi mai di fronte alle difficoltà.

Sen.Moscardelli vogliamo fatti e non chiacchiere.Abbia l’umiltà di riconoscere le colpe della sua parte politica e non si prenda meriti che non sono suoi.

Sen.Moscardelli vogliamo fatti e non chiacchiere.Abbia l’umiltà di riconoscere  le colpe della sua parte politica e non  si prenda meriti che non sono suoi.

NON CANTIAMO VITTORIA

IL GROSSO E’ TUTTO DA FARE

E non prendiamoci  meriti che a tutti spettano fuorché a coloro che oggi parlano.

Sorprendenti  sono le dichiarazioni del Sen. Moscardelli,del PD,subito dopo la sentenza  del processo Don’t Touch a Latina.

Noi della Caponnetto  sono anni che stiamo sbraitando per denunciare la gravità della situazione  esistente in provincia di Latina  e sono anni che non abbiamo mai trovato ascolto ed interesse dalla parte politica cui appartiene Claudio Moscardelli,parte politica che pur aveva ed ha tutti gli strumenti,a cominciare dal controllo dei Servizi con Minniti,per intervenire.

La lotta ai Di Silvio é stata condotta  dagli uomini della Mobile  prima di Tatarelli e poi di Nibbio e da alcuni giudici coraggiosi ,a cominciare da Lucia Aielli,e da nessun altro.

Abbiamo apprezzato le parole del Questore De Matteis che senza alcuna enfasi ha parlato solamente di un “inizio” della svolta.

Ci auguriamo che sia così ,ma è tutto da verificare perché  nel caso in esame di tutto si parla fuorchè di mafia. Non ci risulta,infatti,che  ci siano state condanne per il 416 bis.

A noi ,più che di criminalità comune,vogliamo parlare della mafia e per la mafia siamo ancora all’anno zero.

Moscardelli,quindi,non ci venga a parlare di mafia e  di riflettori che egli avrebbe  fatto accendere  sulla provincia di Latina con il suo ingresso  nella Commissione Parlamentare Antimafia perché non é così. Egli sa molto bene che,se non ci fossero stati  i parlamentari del M5S che hanno letteralmente bombardato il Parlamento di interrogazioni,mozioni e quant’altro,oggi sulla provincia di Latina e sul Basso Lazio  graverebbero i silenzi che gravano da 30 anni in qua.E di silenzi,come di misteri,ce ne stanno un elenco interminabile.

Quindi abbiamo tutti l’umiltà di tacere e di cominciare a fare quello che va fatto.

Non lo diciamo per partigianeria perché noi non siamo vincolati a chicchessia e non abbiamo padroni.

Ma non ci si vengano a raccontare fandonie perché altrimenti insorgiamo  ed apriamo veramente i processi dicendo pane al pane e vino al vino 

Ma in piazza ,non al chiuso e nemmeno sul web e sulla stampa.

Se egli e il PD vogliono effettivamente cominciare a fare qualcosa  di serio,anche se é tardi ed ormai i buoi sono scappati dalle stalle,costringano Alfano e Bubbico a disporre immediatamente l’apertura di un Supercommissariato  della Polizia di Stato  a Formia con una sezione  nutrita della Squadra Mobile e l’invio presso ogni Commissariato di gente esperta che sa cosa significa e come si fa un’indagine sui patrimoni,sulle movimentazioni finanziarie e che capisca,inoltre, qualcosa anche in materia urbanistica .La qualità,la qualità ,più che la quantità,ad evitare che tutta l’enfasi sul prossimo invio a Formia di personale della Squadra Mobile si riduca all’assegnazione  a Formia di  2-3 unità ,così  com’é  nel Commissariato di Cassino,altra nota dolente,tanto per far vedere che si é fatto qualcosa.

Se  il Sen.Moscardelli  ed il PD non sanno come stanno le cose abbiano l’umiltà di fare come fanno  i parlamentari del M55 : ci chiamino per farsi informare.

Noi siamo a disposizione di tutti,purché però ci si dimostri di voler fare seriamente i fatti ,non le chiacchiere.

Gentili colleghi trasmettiamo in allegato comunicato con aggiornamenti sulla cerimonia di consegna del Premio Amato Lamberti 2016. con preghiera di diffusione e partecipazione. Grazie

 

Ufficio stampa Premio Amato Lamberti

Domina Comunicazione

contatti: 347.3615263

Aprilia,Aprilia,Aprilia !!!!……………………..

APRILIA,APRILIA,APRILIA!

 UNO DEI PUNTI “CALDI” QUANDO  SI PARLA  DI MAFIE  E  DI CRIMINALITA’ IN PROVINCIA DI LATINA.  EPPURE NESSUNO  SEMBRA CHE NE VOGLIA PARLARE. PERCHE’?

Non riveliamo nulla di inedito e di eccezionale se parliamo di Aprilia come  di uno dei punti più “caldi” della provincia di Latina.

A ridosso  di Roma e di tutta l’area dei Castelli romani e del litorale Anzio-Nettuno-Pomezia-Torvaianica ed Ostia,essa  occupa uno dei primi posti nelle Relazioni di tutte le Commissioni Parlamentari Antimafia,della Direzione Nazionale Antimafia e della DIA.

Il crocevia  di affari e di clan di tutte le specie.

Ci sembra di avvertire una certa idiosincrasia  nella gente nel  parlare di questo aspetto e ciò comporta ovviamente conseguenze  gravissime costituite dal disinteresse e dal silenzio più assoluti rispetto a fatti rilevanti sui quali  grava il buio più completo.

Ci riferiamo,in particolare,all’assassinio  dell’avv.Mario Maio avvenuto nel 1990,alle minacce  ed agli attentati ai danni dell’ex Assessore  Antonio Chiusolo – costretto alle dimissioni ed addirittura al ritiro a vita privata nel 2013 – ed alla botte subite dal consigliere comunale Pasquale De Maio nello stesso periodo.

Tre  fatti  di una gravità eccezionale che ci raffigurano il quadro di una città  e di un territorio nei quali  assassini,delinquenti,affaristi di ogni specie  l’hanno fatta  da padroni,tutti impuniti,e pronti probabilmente a rifarla appena se ne dovessero ripresentare l’occasione e le condizioni .

Questo é il quadro,piaccia o non piaccia,perché,se dovesse perdurare quel buio  di cui parlavamo e che costituisce l’humus  che ha alimentato  la crescita – o la decrescita che dir si voglia- di una città fra le più importanti del Lazio,non si andrebbe da nessuna parte e parlare di legalità e di giustizia non solo ad Aprilia ma anche nel resto della provincia di Latina sarebbe un puro e semplice esercizio retorico senza alcun aggancio alla realtà.

Dietro quelle pallottole ,quelle bombe incendiarie e quelle mazzate si nasconde tutto un mondo assassino ,depravato,affaristico che ,impunito e perciò baldanzoso,potrebbe,secondo noi,essere pronto   a reiterare le gesta criminali in qualsiasi momento.

Altro che ………….reati in diminuzione ed altre pinzillacchere del genere.

Si annotano i fatti,non quello che non appare all’evidenza ed alla luce del sole,”dietro” di essi.

Come anche nel caso degli investimenti di capitali sospetti che non si sono  mai voluti indagare per individuarne la provenienza.

Incapacità,ignoranza,mancanza di volontà o peggio ancora ?

Non lo sappiamo ,ad oggi,anche se siamo determinati con il tempo a capirci qualcosa in più.

Certo è che le cose ,almeno fino ad oggi,non hanno funzionato  e l’impianto investigativo pontino ha mostrato e mostra tutte le sue deficienze,le sue carenze,le sue crepe.

E questo non é assolutamente tollerabile.

Noi non abbiamo il dono dell’ubiquità,non siamo volutamente  molti   perché non ci piacciono parolai ed opportunisti   e non abbiamo tutte quelle risorse di cui dispone la cosiddetta antimafia di regime.

In più la nostra dimensione nazionale non ci consente di dedicarci anima e corpo ad un’area limitata quale é  quella  di  una provincia o di una regione solamente.

Ci troviamo ad affrontare problemi anche di altre regioni più o meno lontane dal nostro acquartieramento.

C’é da aggiungere,inoltre,che il modello di fare antimafia  da noi prescelto sin dalla nostra nascita ci fa rifuggire dalla declamazione e dalla retorica che  riteniamo i nemici peggiori di un’antimafia reale,effettiva,efficace.

A noi,al contrario,piace andare al fondo dei problemi,alle cause che li determinano,che li creano.

Ecco perché gridiamo tutto il nostro dissapore quando vediamo che le cose non vanno come dovrebbero andare.

Senza guardare in faccia a chicchessia  perché noi non abbiamo paura  di nessuno  e non prendiamo nè vogliamo soldi da nessuno e non abbiamo padroni. 

Di una cosa,però,tutti debbono essere certi:

se l’Associazione Caponnetto prende nelle sue mani un problema ne viene a capo.

Prima o poi.

Costi quello che costi.

E il “problema  Latina e del Basso Lazio” lo ha preso da qualche tempo nelle sue mani e ne verrà a capo.

Si cominci,quindi,a lavorare come si deve .

Con il Giudice Lello Magi,un’icona della lotta alla camorra,estensore della sentenza al processo Spartacus,l’Associazione Caponnetto aprì anni fa ,a Gaeta ,la stagione dei Convegni nel Basso Lazio,il territorio definito a giusta ragione ,per la presenza massiccia dei Casalesi in particolare,”provincia di Casale”.L’intervento di questo grande e coraggioso Magistrato,ora in Cassazione,volle essere,secondo i nostri intendimenti, un segnale importante che noi volemmo dare alla società ed alle istituzioni di quel territorio.Forse non tutti ne compresero la portata e le finalità.Abbiamo voluto continuare,grado a grado e spostandoci di volta in volta in altri comuni altrettanto “caldi”,come Formia,Fondi,Cassino ed altri ancora,ma sempre ricadenti in quell’area della “provincia di Casale”,proprio per far capire che era cambiata l’aria e per dare un senso a quella direttrice di marcia che costituì il motto di un altro convegno sempre dell’Associazione Caponnetto a Formia “Bonificare la politica,bonificare il territorio”. A tutti i convegni,vecchi e nuovi,abbiamo fatto in modo che partecipassero sempre magistrati di punta,impegnati ,come inquirenti soprattutto ma anche giudicanti,sul fronte della lotta alle mafie ed alla corruzione.Un elenco lungo che diventa interminabile,poi,se parliamo dei Convegni svolti a Napoli,a Caserta e così via, ove abbiamo avuto la partecipazione di magistrati del livello del Procuratore Nazionale Franco Roberti ed altri. Ma oggi ci piace fermarci a Lello Magi perché é a lui –ed anche ad Antonello Ardituro che lo seguì subito dopo in un convegno che organizzammo a Formia- che dobbiamo dire un grazie affettuoso e riconoscente per aver creduto in noi in un periodo in cui l’Associazione Caponnetto,nata da poco,non era ancora forte,autorevole,rispettata e temuta qual’è oggi e quale sarà sempre più. Ed é appunto in onore di Lello Magi che ci piace pubblicare questo articolo di 3 anni fa del Corsera nel quale,alla notizia del suo trasferimento in Cassazione,si aggiunge un tratteggio dei suoi meriti e delle sue qualità . Giudice Magi,un grazie infinito e ad maiora.

  • Il Giudice Raffaello Magi Lascia Caserta,Scrisse La Sentenza Del Processo «Spartacus»

CASALESI

Il giudice Raffaello Magi lascia Caserta,
scrisse la sentenza del processo «Spartacus»

Estensore del testo con 95 condanne e 21 ergastoli ai boss
Ora passa in Cassazione, compirà 50 anni tra un mese

 

CASERTA – Raffaello Magi, il giudice di Gomorra, estensore della sentenza di primo grado contro il clan dei casalesi nel processo “Spartacus” lascia Caserta. Dopo Federico Cafiero de Raho, magistrato della Dda che ha seguito le indagini più importanti nella caccia ai latitanti della cosca, un altro magistrato simbolo della lotta dello Stato alla camorra casalese dopo 19 anni va via da Terra di lavoro. Magi si appresta infatti da oggi a lasciare il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere per approdare, martedì prossimo, alla Prima sezione penale della Corte di Cassazione, presieduta da Severo Chieffi.

LA BIOGRAFIA - Magistrato dal 1993 (compirà 50 anni esattamente tra un mese, ndr), al tribunale sammaritano dal 1994, dopo un inizio nell’ufficio Gip è poi passato alla Corte
d’Assise dove si è occupato del processo per l’omicidio Imposimato e soprattutto del processo ai Casalesi iniziato il primo luglio del 1998 e conclusosi con la sentenza del 15 settembre 2005 che comminò 95 condanne (21 ergastoli) ai boss e agli affiliati del cartello criminale casertano. Un’esperienza di cui ha parlato nei suoi libri «Questa Corte condanna» e «Dentro la giustizia». Passato poi a presiedere il tribunale collegiale, dal 2011 ha proseguito la sua offensiva ai clan come presidente della sezione misure di prevenzione, comminando sequestri e confische ai colletti bianchi dei Casalesi – come i Passarelli (re dello zucchero) e l’imprenditore Pasquale Pirolo – e degli altri clan casertani, è il caso dei fratelli Acconcia (vicini ai Belforte di Marcianise). Da ultimo, in uno dei suoi provvedimenti, è emerso come la camorra casertana, con l’interesse dei servizi segreti deviati, avesse messo le mani sulle remunerative attività di bonifica ambientale. 

Provincia di Latina – Aggiornamento al 31/05/2016 dell’”Elenco delle aziende per la partecipazione a procedure negoziate relative a lavori, servizi e forniture per un importo compreso tra €. 40.000,00 ed €. 1.000.000,00

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UN FILO CHE LEGA LE DUE VICENDE DI DON BOSCHIN E DI ILARIA ALPI ?

 UN FILO CHE LEGA LE DUE VICENDE  DI DON BOSCHIN E DI ILARIA ALPI ?

 

Cambiano gli scenari ma c’é  un sottile filo conduttore che le collega in quanto,mutatis mutandis,entrambe sono  probabilmente riconducibili al mondo dei traffici sporchi.

Quella  di Don Boschin alla munnezza ed alle sostanze radioattive  e quella di Ilaria Alpi alle armi e,forse,anch’essa alle sostanze radioattive.

Con dietro lo stesso teatro-la provincia di Latina,fra Gaeta e Borgo Montello e non solo – e probabilmente gli stessi mondi ,camorristi,trafficanti di vario genere e  pezzi deviati ( il giudice Ferdinando Imposimato ci corregge sempre quando noi parliamo di …..”pezzi deviati) dei Servizi.

C’é sempre da chiarire il ruolo e l’identità di coloro che trasportavano  dal nord a Borgo Montello ed anche di quelli che trasportavano da e per il porto di Gaeta per lidi e terre ignoti.

Non si è mai riusciti a far chiamare questi autisti e quei trasportatori per domandare  loro da chi avevano avuto l’incarico e dove avevano portato la “roba”.

Forse perché nemmeno ce n’é stato bisogno in quanto chi doveva sapere sa tutto e chi non doveva sapere non deve sapere niente.

Forse é per questo che chiunque abbia tentato o tenti di mettere il naso in queste vicende abbia fatto una brutta fine,come l’hanno fatta Don Cesare,Ilaria ed il suo operatore.

Il problema é che in qualsiasi momento uno tenti di fare un  minimo di chiarezza sull’uccisione di Don Cesare riparte la campagna di calunnie.

Noi,in quel periodo,collaboravamo nella Redazione dell’Avvenire nella Curia di Latina e ci giunse subito la notizia ma notammo subito una certa riluttanza a farle  dare  spazio perché erano subito partite,da ambienti indefiniti ed indefinibili esterni ovviamente,le infamie. 

Un pò come successe anche con Don Diana,definito,dopo che lo avevano ucciso,camorrista,pedofilo e non so cos’altro ancora.

La mafia non si accontenta di uccidere una sola volta e lo fa sempre anche la seconda per distruggerti l’immagine.

Lo ha fatto e lo farà sempre e ci avrebbe provocato meraviglia se non lo avesse fatto anche con Don Boschin,pur avendo questi …………oltre 80 anni ………..!!!!!!!!!!!

Un’altra prova,questa delle calunnie ai suoi danni,che é stata la mafia ad ucciderlo o,comunque,a farlo uccidere da qualche banda di pregiudicati,forse anche drogati,che chissà che fine hanno fatto anch’essi.

Mafia e non solo.

L’altro giorno un amico giornalista ,parlandoci della “verità“,ci ha detto :”le verità si sanno”.

Sì,é vero,ma quando non si riesce a supportarle con le prove,resteranno pur sempre delle ipotesi e con le ipotesi non si va da nessuna parte.

L’Italia é piena di misteri ed anche la provincia di Latina – che,non dimentichiamolo mai,é la porta d’ingresso  della Capitale d’Italia – é piena di misteri!

Ne potremmo citare  tanti,a cominciare dall’assassinio dell’Avv.Maio ad Aprilia ed arrivare ai tempi nostri.

Ma vogliamo fermarci qua,almeno per ora.

Relazione Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti (Anno 2011)

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Ci dovremmo vergognare per il male che stiamo facendo al Paese ed ai nostri figli

TAGLIUZZANDO,RESETTANDO,SCOMPONENDO E RICOMPONENDO,PER SEPARARE IL GRANO DAL LOGLIO,IL SANO DAL MARCIO E CREARE QUELLE  SINERGIE UTILI PER RISANARE UN AMBIENTE MALATO

 

E’ il lavoro complesso e delicato,oltre che irto di ostacoli,che siamo impegnati a fare su un territorio dove c’é chi trama per fare della legalità carta straccia e chi,al contrario,vuole  difenderla  con i denti, ma che rischia di soccombere per mancanza di supporti adeguati.

” A Latina la legalità é un optional”,sentenziò  un ex Presidente del Tar Lazio al momento di accomiatarsi dalla “provincia di Casale”,intendendo Casale per Casal di Principe,la patria di Sandokan e dei Casalesi.

Una provincia,Latina, che ha costituito la porta d’ accesso  , della camorra soprattutto ma anche  della ndrangheta , nella Capitale.

Un lavoro complesso,delicato ed irto di ostacoli ,dicevamo,perché non sai mai con chi hai a che fare,se amico o nemico,se persona sincera e leale nei confronti dello  Stato – quello vero,di diritto,però e non lo stato-mafia – o che ti si presenta sotto mentite spoglie.

Perché,oggi,il problema  é proprio qua in quanto la mafia più insidiosa va cercata proprio su questo versante,su quello delle istituzioni.

Non tanto nell’ambito politico in quanto ormai si sa  bene chi sta di qua e chi di là,ma in quello dello Stato,delle istituzioni.

Non a caso si parla di due Stati : lo Stato-Stato,quello nel quale ci riconosciamo noi ,insieme a  tutte le persone perbene,e lo stato-mafia,quello costituito da tutti i corrotti,ladri e mafiosi d’Italia,che rappresentano la maggioranza del Paese.

Quante volte ci siamo sentiti dire :”io ho scritto ma non dipende da me…”?

L’altro giorno un nostro amico,peraltro un parlamentare,ma di quelli “puliti”,ha postato sulle  pagine Fb dell’Associazione Caponnetto:

“Ho la nausea”.

Nausea  di fronte a tutto ciò che noi denunciamo,al contenuto delle notizie che divulghiamo e che di certo fanno venire il vomito anche a noi ,ma che,purtuttavia , ci vediamo costretti a rendere pubbliche nella speranza,speriamo non vana, che almeno la parte onesta del Paese abbia,prima o poi , un sussulto di dignità e di orgoglio e reagisca.

Nausea di fronte a quella melma nella quale ci hanno ridotto a vivere e che fa gridare all’ex alto magistrato cui abbiamo fatto cenno all’inizio di queste nostre righe che ……….”la legalità é un optional”.

Ecco la complessità del nostro lavoro,con tutte le difficoltà  ed i pericoli connessi.

A cominciare dal rischio di commettere errori letali nell’individuazione delle porte e delle  scrivanie giuste perché non hai mai la garanzia assoluta  di trovarti  a che fare con un servitore dello Stato-Stato e non  dello stato-mafia.

Perché se sbagli mandi a gambe all’aria tutto il lavoro che hai fatto in anni di fatiche e di sacrifici.

E di soldi spesi fra visure camerali e quant’altro.

Soldi che non ti dà nessuno perché sei obbligato a difendere la tua autonomia da tutto e da tutti.

Quando noi diciamo che una vera Associazione antimafia deve fare solo antimafia e non mettersi a gestire affari per conto o con uno Stato che non sai mai se é questo giusto o quello malsano.

Si marcia sempre su un crinale scivoloso e pieno di pericoli di ogni sorta.

La gente,gran parte di essa,non vuole rendersi conto del fatto che oggi  il problema della mafia ,anzi delle mafie,è il primo problema del Paese.

Mafia vuol dire corruzione,illegalità,ingiustizia,incultura, assenza di crescita e di sviluppo.

Stiamo lasciando ai giovani  ed ai nostri stessi figli e nipoti un avvenire da brivido e li stiamo costringendo ad emigrare per tentare di salvarsi.

Ci dovremmo vergognare per il male che stiamo facendo al Paese ed a noi stessi !!!!!!

La mafia,il problema dei problemi.

La mafia,il problema dei problemi.

SETTARE,RESETTARE,AMICI,LE PARTI MARCE DELLA POLITICA E DELLE ISTITUZIONI E FARE RETE CON QUELLE SANE PER COMBATTERE CONTRO  I MAFIOSI,I LADRI ED I CORROTTI

 

 

Con le chiacchiere non si va da nessuna parte e nemmeno con i “mi piace” ed i “condivido”.

La situazione nel Paese é drammatica e chi veramente vuole dare una mano  concreta  per combattere mafie e corruzione DEVE  scendere in campo.

Sporcarsi le mani.

Metterci la faccia.

E l’anima.

Dobbiamo farlo per i nostri figli e per i nostri nipoti ai quali stiamo lasciando un avvenire di fame e di disperazione ,costringendoli ad andare via da questo Paese.

Chi non avverte questo bisogno ,oltre ad essere un irresponsabile ,é un infame.

Gratteri  parla di “figli di ndranghetisti annidati nella pubblica amministrazione”.

Egli si riferisce ovviamente alla sua Calabria.

Ma qua il discorso  non investe solo la Calabria ,ma tutta Italia.

E non si tratta solo di “figli” ma di orde di delinquenti,di ladri,di corrotti e di mafiosi che si stanno impadronendo delle leve del potere in tutti,proprio tutti,gli ambienti.

Dalla società,all’economia,alla politica,alle istituzioni.

C’é molta gente ,troppa,che pensa di risolvere il problema scendendo in piazza per gridare “viva Falcone e Borsellino”o mettendo un “mi piace” o un “condivido”.

Fuffa.

Masturbazione mentale.

Oggi la lotta alla mafia si fa e si deve fare non indicando la luna,sapendo che c’é una massa enorme di persone che,anziché la luna che viene loro indicata,guardano il dito che gliela indica.

Bisogna prendere atto di una realtà ineludibile che vede  gran parte della gente vittima di un processo di inculturazione mafiogena che é stato portato avanti in decenni,per non dire secoli, della storia di questo Paese.

La mafia é connaturale con il Potere e spesso si identifica con questo.

Non si tratta di  sposare le tesi di Pareto e degli elitari,ma é la storia che ce lo insegna:le rivoluzioni le fanno le minoranze e noi che combattiamo le mafie,cioé quel Potere cui abbiamo fatto cenno,siamo la minoranza.

Una minoranza illuminata,pensosa del bene collettivo e non personale, che DEVE,cosciente di essere tale,organizzarsi bene,saper individuare   chi é  e dove sta il nemico  e studiare strategie e tattiche per attaccarlo per colpirlo al cuore.

Non alla spalla o alla gamba perché altrimenti ci sbrana.

Fare “antimafia” é una cosa seria e non ci si può affidare a gaglioffi,parolai,opportunisti,affaristi ed a gente che non sa nemmeno di cosa stiamo parlando.

Fare “antimafia” significa parlare delle sorti del Paese e dell’avvenire dei nostri figli,non di chiacchiere,di bruscolini o di franceschielli.

Quando noi della Caponnetto diciamo che solo con l’INDAGINE,la DENUNCIA  e la PROPOSTA si può e si deve combattere il potere – il “predominio” lo abbiamo definito in occasione  del prossimo convegno del 7 luglio a Sperlonga (Latina)-mafioso,lo facciamo perché siamo coscienti della realtà ed intendiamo,perciò,fare rete,collaborare,con quella parte sana del Paese che va individuata nella magistratura che,con tutti i suoi limiti che sono propri del nostro essere umano,resta comunque  l’unico presidio di legalità e di giustizia nel nostro Paese.

L’unico,ricordatelo!

Bisogna,perciò,difenderla e,soprattutto,AIUTARLA.

Ma aiutarla significa non darle analisi  e trattati di storia,di economia o di sociologia,ma nomi e cognomi.

Nomi e cognomi di corrotti e mafiosi da individuare e far perseguire.

Il compito,questo,di un’organizzazione seria che voglia veramente  e concretamente combattere mafie e corruzione,le due facce del “sistema”.

L’”organizzazione della mafia ” alla quale bisogna contrapporre l’”organizzazione dell’antimafia” sapendo in anticipo  che quest’ultima ,la nostra,ha di fronte a sé un esercito di una potenza incalcolabile.

Non capire questo – o non volerlo capire,ma in tal caso si tratta di malafede e bisogna,pertanto,diffidarne – significa  essere destinati all’insignificanza ed alla sconfitta.

A quella insignificanza e a quella sconfitta cui sono destinati non solo i singoli individui ,ma anche quei soggetti – partiti,movimenti o “soggetti intermedi ” che siano- che non capiscono -o non vogliono capire -che la mafia ,cioé il Potere,é oggi in Italia ……..il problema dei problemi.

Un collage di articoli e di interrogazioni parlamentari sulla provincia di Latina,su Gaeta e sul suo Porto

Un collage  di articoli e di interrogazioni parlamentari   sulla provincia di Latina,su Gaeta e sul suo Porto

MISTERI,TANTI MISTERI  SUI QUALI C’E’ L’ESIGENZA DI FARE LUCE.

IN ESSI APPAIONO  SPESSO NELLA PROVINCIA DI LATINA  GAETA ED IL SUO PORTO …………….

 

 

IL FATTO QUOTIDIANO.IT

 

Mafia capitale e la palude di Latina: tra omertà e minacce, indagare non si può

Minacce ai pm, fughe di notizie e decreti di intercettazione appena attivate in mano a chi non doveva averle. Il procuratore aggiunto di Roma: “Senza registrazioni telefoniche e ambientali non riusciamo a fare inchieste sulle organizzazioni mafiose”

di Andrea Palladino | 13 dicembre 2014

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Lo sguardo dei due poliziotti all’ingresso della prefettura diLatina improvvisamente si irrigidisce. Claudio Fazzone – il senatore divenuto famoso per aver difeso la sua città natale Fondi dallo scioglimento per mafia – entra senza guardarsi attorno. Questo è il palazzo da dove partì la commissione d’accesso che andò a verificare l’operato della giunta retta dal suo amico e socio Luigi Parisella, tra il 2008 e il 2009. E questo era l’ufficio dove sedeva Bruno Frattasi, il prefetto che chiese a Maroni di mandare a casa il consiglio comunale fondano, con il sospetto di essere stato troppo tenero con i clan di ‘ndrangheta e camorra. Oggi il senatore Fazzone varca la soglia con un ruolo inaspettato: componente della commissione parlamentare antimafia, arrivata a Latina per capire quanto forte sia il peso della criminalità organizzata a sud di Roma. Presenza, la sua, sorprendente, visto che fino a ieri a palazzo San Macuto non si era fatto mai vedere.

 

Latina è da decenni un pezzo dello scacchiere delle mafie, dove ‘ndrangheta, Cosa Nostra e camorra si spartiscono affari, pezzi di territorio, conquista del litorale, logistica: “Una presenza ormai radicata e strutturata” avevano spiegato il procuratore della Dda di Roma Giuseppe Pignatone e il suo aggiuntoMichele Prestipino, dopo aver a lungo raccontato l’inchiesta diMafia Capitale, basando le parole sui tanti fascicoli accumulati dall’antimafia da più di un decennio. Processi che hanno visto imputati – poi condannati – gente del calibro di Zagaria, o i fratelli Tripodo, figli del mammasantissima di Reggio Calabria don Mico, nome storico delle cosche del sud, ucciso nel carcere diPoggio Reale negli anni ’70.

Su una cosa Fazzone non ha dubbi: “Il consiglio comunale di Roma va sciolto per infiltrazione mafiosa”, racconta ai giornalisti a margine della audizioni che la commissione parlamentare ha tenuto oggi. In tanti si guardano negli occhi: “A Fondi era differente – aggiunge, intuendo il paradosso delle sue parole – lì non c’era un solo consigliere comunale condannato, solo un assessore finito nell’inchiesta per problemi personali. Qui le mafie non sono strutturate – spiega – la presenza è la conseguenza di qualche personaggio arrivato da fuori. Non generalizziamo, ne va di mezzo l’economia del territorio”. Una realtà ben lontana da quella disegnata dagli ufficiali che nel 2008 analizzarono le carte del comune del sud pontino, sottolineando in rosso gare d’appalto, procedure extra ordinem, amicizie sospette. Se Roma brucia, Latina per il momento sonnecchia.

Dietro l’aria di festa natalizia che già si respira nelle strade c’è ungiudice minacciato pesantemente, con due manifesti funebri appesi davanti alla scuola delle figlie. Si chiama Lucia Aielli, e fu lei a presiedere la sezione penale che giudicò i mafiosi di Fondi. La commissione parlamentare antimafia l’ha convocata per ascoltare il suo racconto, che viene definito “toccante e intenso”. Uscendo dalla sala della prefettura di Latina spiega di aver ricordato il clima pesante che viveva quando doveva giudicare i fratelli Tripodo di Fondi, poi condannati fino in Cassazione per mafia. Sensazioni che difficilmente può dimenticare, che si mescolano con l’immagine di quei due manifesti funebri che una mano ignota le ha dedicato poco meno di un mese fa. Poi tocca al procuratore Andrea De Gasperis, al presidente del Tribunale e ai comandanti delle forze dell’ordine. Cosa hanno raccontato? “Non chiediamo dettagli sulle indagini in corso, neanche in seduta segreta – spiega il capogruppo del M5s in commissione antimafia Francesco D’Uva – perché c’è sempre il rischio che tra i 50 parlamentari commissari vi possa essere qualcuno che poi riferisca le notizie riservate”. Insomma, non si sa mai, di questi tempi meglio non fidarsi. E a Latina certe prudenze assumono un certo peso.

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Il giorno prima della missione e delle audizioni nella capitale pontina è stato il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino a spiegare alla commissione come sia difficile fareindagini antimafia da queste parti. “Vi racconto un episodio significativo”, aveva esordito, chiedendo apertamente di non  secretare il suo racconto. Una storia apparentemente strampalata di spioni e ricatti, ma che bene descrive la palude pontina in fondo mai bonificata del tutto. “Tempo fa un signore querela una persona per molestie. Un fatto banale – ha esordito il magistrato romano – che alla fine termina con una remissione di querela”. I due, però, continuano ad avere screzi e decidono di incontrarsi a Roma per risolvere la questione. La vittima della molestia si presenta con un giubbotto antiproiettile. L’altro si allarma, chiama i carabinieri che lo perquisiscono. E qui c’è una sorpresa degna di una spy story: “I carabinieri trovano addosso all’uomo alcuni decreti d’intercettazione appena attivate, proprio su Latina”, ha raccontato Prestipino davanti a commissari decisamente sorpresi.

Atti d’indagine della Dda di Roma coperti da segreto. La giustificazione è ancora più sorprendente: “Sono un collaboratore dei servizi di sicurezza – ha raccontato l’uomo, un romano, titolare di una società di security a Londra, ma ben noto nella capitale – e ho avuto un incarico da chi si occupa di intercettazioni a Latina”. Peccato che la Ddanon ne sapesse nulla. Alla fine alcuni titolari della ditta incaricata di eseguire quelle delicate attività tecniche d’indagine sono stati indagati. “Capite come è difficile fare indagini a Latina? – ha commentato il magistrato romano – Senza intercettazioni non riusciamo a fare indagini per mafia”. Non è chiaro al momento se questa storia – divenuta pubblica in questi giorni – sia ascrivibile ad una semplice leggerezza. E, soprattutto, non è chiaro il profilo di Molayem, che sosteneva di lavorare perfino per il Mossad. Se Mafia Capitale vuol dire politica, affari e metodo mafioso, la palude pontina aggiunge un altro elemento al quadro. E’ il silenzio. Tra i coloni veneti che qui arrivarono negli anni ’30 si dice spesso “magna e tasi”, mangia e stai zitto. Qui in fondo le mafie investono e a guadagnarci sono in tanti. Forse troppi.

 

 

Michele Prestipino, procuratore aggiunto a Roma e titolare dell’inchiesta “Mafia capitale”, ha raccontato in Commissione antimafia un episodio al limite dell’incredibile che riguarda Latina.

In seguito a una banale denuncia un uomo è stato perquisito a Roma. Il soggetto indossava un giubbotto antiproiettile, sotto al quale nascondeva una chiavetta usb contenente un decreto del Gip di autorizzazione per effettuare alcune intercettazioni nell’ambito di un’inchiesta sulla mafia.

L’uomo aveva addirittura i primi brogliacci di un’attività investigativa ancora in corso, iniziata da poco e affidata alla DDA di Roma. Aveva anche un finto tesserino del Mossad e di un’azienda inglese che si occupa di intercettazioni telefoniche. Dagli approfondimenti è emerso anche di peggio: questa persona lavorava per una ditta che si occupava di moltissime intercettazioni telefoniche nella zona di Latina. Una sorta di subappalto che coinvolge evidentemente persone non integre, né affidabili.

Un caso gravissimo che, secondo Prestipino, non è assolutamente isolato, tanto che è possibile ipotizzare che molte intercettazioni vengano – dopo alcuni giorni – in qualche modo sottoposte ai diretti interessati, vanificandone l’utilità.

 

 

 

INTERROGAZIONE  ON.CRISTIAN IANNUZZI DEL 23.5.2016

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/13286

Dati di presentazione dell’atto

Legislatura: 17

Seduta di annuncio: 629 del 23/05/2016

Firmatari

Primo firmatario: IANNUZZI CRISTIAN 
Gruppo: MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO
Data firma: 
23/05/2016

 

Destinatari

Ministero destinatario:

·         PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 

·         MINISTERO DELLA GIUSTIZIA 

·         MINISTERO DELL’INTERNO 

·         MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE

Attuale delegato a rispondere: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI delegato in data 23/05/2016

Stato iter: 

IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-13286

presentato da 

IANNUZZI Cristian

testo di 

Lunedì 23 maggio 2016, seduta n. 629

  CRISTIAN IANNUZZI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia, al Ministro dell’interno, al Ministro dell’economia e delle finanze . — Per sapere – premesso che:
dagli anni ‘90 si parla di negoziato fra pezzi di Stato ed esponenti di primo piano della camorra; un negoziato che è stato messo bene in luce da Massimiliano Amato nel saggio, «L’altra trattativa», pubblicato nelle «Edizioni Cento Autori»;
alla trattativa tra Stato e camorra ci si riferisce anche nei documenti relativi all’inchiesta condotta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse la cui desecretazione è stata disposta in data 31 ottobre 2013 e, in particolare, nelle dichiarazioni rilasciate dal boss Carmine Schiavone nel lontano 1997;
la giornalista, e ora senatrice Rosaria Capacchione, rese noto su « Il Mattino» di Napoli un incontro che sarebbe avvenuto in una «villa» dei servizi segreti a Gaeta fra esponenti di questi e di altre istituzioni dello Stato con la criminalità. A seguito della pubblicazione di tale notizia, sembra che la DDA di Napoli abbia disposto, ai tempi in cui era coordinata dal Procuratore Cafiero de Rhao, un’indagine da parte dei ROS dei carabinieri;
per essere più precisi sull’argomento, il 25 febbraio 2011 Rosaria Capacchione scriveva su Il Mattino di affari che, ruotano attorno alla gestione e allo smaltimento dei rifiuti nel basso Lazio, e di una inquietante trattativa Stato-Casalesi, confermata dalle dichiarazioni dell’ex sub commissario all’emergenza rifiuti Giulio Facchi, che ha raccontato ai pubblici ministeri Federico Cafiero de Raho, Catello Maresca e Alessandro Milita l’incontro a Gaeta con tre agenti del Sisde che nel 2003 lo avrebbero individuato come loro interlocutore istituzionale e interrogato per informarsi dell’infiltrazione camorristica nella gestione della filiera dello smaltimento dei rifiuti;
prima di lui, altri funzionari, e referenti istituzionali della struttura commissariale si sarebbero incontrati con altri uomini dei servizi segreti. In un caso, ha riferito Facchi, anche con Antonio Bassolino: «Fu io a fissare quell’incontro visto che in altre occasioni mi ero incontrato con un altro funzionario, almeno tre quattro volte, l’agente A.C. Sono certo che i servizi, dopo il 2004, riuscirono alla fine a piazzare un loro uomo all’interno del commissariato, una persona che era già stata consulente di un consorzio casertano»;
a suo dire, dunque, nell’ufficio del commissario per l’emergenza rifiuti, in epoca Catenacci, avrebbe lavorato direttamente un agente degli apparati di sicurezza già impiegato in precedenza in uno dei consorzi di bacino del Casertano, probabilmente il Ce2 o il Ce4;
è in questo contesto che sarebbero avvenuti gli incontri (almeno due) con il capo del clan dei Casalesi Michele Zagaria, allora latitante. Incontri durante i quali, in cambio della « paxsociale» la camorra avrebbe chiesto e ottenuto una contropartita economica sotto forma di appalti e affidamenti di servizi;
tale sospetto è forte, anche alla luce delle affermazioni di Carmine Schiavone; il 13 dicembre 2014 il Fatto Quotidiano titolava «Mafia Capitale e la palude di Latina: tra omertà e minacce, indagare non si può», riportando il resoconto dell’audizione del magistrato Michele Prestipino, resa alla Commissione antimafia nella prefettura di Latina, che evidenzia, quanto, nel, circondario di Latina, siano difficoltose le indagini rispetto al fenomeno mafioso, anche per la presenza di oscuri personaggi in possesso di intercettazioni secretate che si vantano di appartenere ad organismi dei servizi segreti;
nella relazione di fine 2009 al procuratore Piero Grasso, la procura distrettuale antimafia di Roma affermava che la parcellizzazione delle indagini sui fatti criminosi che interessavano tutte le province del Basso Lazio, impedisce di cogliere i segnali della presenza della criminalità mafiosa e favorisce il suo progressivo radicamento; nel documento si può leggere inoltre che «appare utile realizzare un efficace coordinamento con le Procure circondariali, soprattutto Latina e Frosinone. Gravi episodi – gambizzazioni, incendi, attentati – si realizzano infatti quasi quotidianamente in quei territori, ma vengono rubricati, e trattati, come fitti di criminalità comune»;
in fatto di rubricazioni di reati di stampo mafioso avvenute presso la procura di Latina a proposito del caso Fondi e del mancato scioglimento del comune per infiltrazioni del clan di ‘ndrangheta dei Tripodo, all’epoca, sono stati molto duri i pubblici ministeri della direzione distrettuale antimafia di Roma Diana De Martino e Francesco Curcio che nella loro inchiesta hanno scritto a proposito della procura Pontina: nella stragrande maggioranza dei casi si è proceduto da parte delle diverse autorità giudiziarie di questo distretto, rubricando la massa dei reati fatti oggetto di indagine, in realtà di stampo mafioso, come fatti di criminalità comune;
secondo gli interroganti, senza entrare nel merito dell’inchiesta in corso presso la procura di Latina, denominato «sistema Sperlonga» riservata alla competenza dell’autorità giudiziaria, ma analizzando unicamente i documenti o gli articoli di stampa pubblicati sulla vicenda, si nota che le ipotesi di reato rilevate, come abusi edilizi, lottizzazione abusiva, abusi della pubblica amministrazione continuano ad essere perseguiti come reati comuni e singolarmente;
non appare immune dalla presenza di interessi malavitosi anche la zona turistica situata a nord di Sperlonga, denominato «Salto di Fondi» dove, da quanto si apprende da numerosi articoli di stampa e da dichiarazioni pubbliche di amministratori e politici locali, nel corso degli anni sono stati acquistati ingenti appezzamenti di terreni da parte di soggetti campani anche gravati da precedenti penali di natura mafiosa che hanno dato vita anche a lussuosi agriturismi, frequentati assiduamente anche da ex generali, politici nazionali e locali e da qualche magistrato anche esso locale;
frequentazioni che ingenerano negli interroganti forti perplessità dovute alla presenza di soggetti di cui si ipotizza l’appartenenza a clan camorristi, in particolare dei clan Gaglione – Moccia;
sarebbe opportuno disporre approfonditi accertamenti atti a verificare se sussistano intralci, ritardi, omissioni da parte dei funzionari e degli amministratori coinvolti e al fine di verificare sul territorio delle province di Latina e Frosinone la presunta esistenza di una lobby affaristico-istituzionale o politico-malavitosa atta a condizionare l’attività istituzionale –:
se siano a conoscenza dei fatti sopra riportati e se non si ritenga di disporre, per quanto di competenza, verifiche approfondite per appurarne la piena fondatezza, anche alla luce dell’asserito coinvolgimento di personale degli apparati di sicurezza;
se non si intenda valutare la sussistenza dei presupposti per promuovere iniziative ispettive presso gli uffici giudiziari pontini ai fini dell’esercizio di tutti i poteri di competenza. (4-13286)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Andrea Palladino 

Toxicleaks per Left, 22 febbraio 2014

Le navi di Ilaria Alpi, le armi, i Casalesi

Domenica 22 febbraio, alle ore 11.15, l’ex collaboratore di giustizia Carmine Schiavone è morto per infarto nell’ospedale di Viterbo. Il procuratore di Reggio Calabria Cafiero de Raho – a capo per anni della Dda di Napoli – ha dichiarato che “andranno svolti tutti gli accertamenti che il caso richiede”. La procura di Viterbo ha disposto l’autopsia, acquisendo le cartelle cliniche.
Ripubblichiamo un reportage di ToxicLeaks e un’intervista a Carmine Schiavone, realizzata un anno fa, dove l’ex boss dei casalesi racconta dettagli inediti sui traffici via nave dal porto di Napoli e Gaeta. Un capitolo ancora da approfondire.

By Redazione ToxicLeaks@toxicleaksFeb 23, 2015

 

Il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone

GAETA (LATINA) – Bisogna salire su una collina per capirla questa città. Un golfo così grande è raro vederlo: sulla destra la base Usa – o quel che ne rimane – proprio a fianco alla scuola nautica della Guardia di finanza. E poi, sulla sinistra, verso Formia, il nuovo porto, con le navi cargo che caricano i rottami ferrosi arrivati dal sud, dalla Terra di lavoro, la provincia di Caserta che sfiora il sud pontino. È Gaeta, città antica, marinara per vocazione. Crocevia di tanti destini, interpretati da nomi di navi esotici e impronunziabili.

Se scendi verso la città trovi l’anima più antica. Dal vecchio porto le stradine salgono verso il Duomo, nel dedalo di vicoli e profumi della Tiella, la torta rustica tipica della zona. Carmine Schiavone da Casal di Principe saliva spesso da queste parti.
A Formia – appena quattro chilometri – fin dagli anni ’80 abitano i Bardellino, la famiglia del capostipite Antonio. Prima di essere ucciso in Brasile – nel maggio del 1988 – era lui il capo indiscusso del cartello dei Casalesi. «C’è una stradina proprio dove c’era il porto – racconta – e qui c’era un locale, lo chiamavamo “‘a chiavatoia”, tanto per essere chiari». Un bordello, per chi non frequenta quel dialetto.

«Era uno dei luoghi controllati dal nostro uomo nel sud pontino, Gennaro De Angelis, che ufficialmente aveva delle concessionarie, tra la provincia di Latina e quella di Frosinone», spiega stringendo gli occhi, cercando la precisione, arma di salvezza per ogni collaboratore di giustizia.

La motonave 21 Oktobar II della Shifco (veritaprivatadelmobyprince.com) 

Un nome, quello di De Angelis, ben noto all’antimafia, fin dal marzo del 1996, quando Schiavone – collaboratore dal 1993 – aveva raccontato per ore la geografia criminale della provincia di Latina ai carabinieri guidati dall’allora capitano Vittorio Tomasone, poi passato negli anni scorsi ai vertici dell’arma. Aggiunge però qualcos’altro Schiavone: «Quel locale era frequentato dai somali e da gente dei servizi». Occorre un passo indietro.

TUTTE LE NAVI DI ILARIA

Gaeta era la base di partenza delle navi della compagnia somala Shifco, società creata negli anni ’80 con i soldi della cooperazione italiana. Nel 1993 aveva stretto un accordo con la Panapesca colosso del pesce congelato con sede operativa nel sud pontino; secondo alcune fonti consultate da Left, già da anni, però, esisteva un accordo di fatto: «I somali giravano a Gaeta con la borsa piena di timbri, pronti a firmare le autorizzazioni necessarie», racconta un operatore portuale che chiedono l’anonimato.

Di quella compagnia italo-somala si stava interessando Ilaria Alpi durante il suo ultimo viaggio in Somalia, qualche giorno prima dell’agguato del 20 marzo 1994, dove morì insieme a Miran Hrovatin. Molto probabilmente era questa l’inchiesta che l’aveva portata a Bosaso, nell’ex Migiurtina italiana. Il 4 marzo del 1994 – ovvero dieci giorni prima del suo arrivo nel nord della Somalia – uno dei pescherecci costruiti dalla cooperazione italiana e gestiti dalla Shifco, la Faraax Omar, era stato sequestrato dai pirati migiurtini.

L’ultima intervista di Ilaria Alpi al sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor 

Ilaria, nella sua intervista al Bogor di Bosaso, cercava di capire meglio il vero ruolo della Shifco, scontrandosi con risposte evasive. O allusive: «Lei è del Sismi?», chiede ad un certo punto, sorridendo, il Bogor. Una sigla citata non a caso: secondo la newsletter “Indian Ocean” i servizi italiani in quel momento si stavano occupando del caso. Una circostanza mai confermata dall’intelligence militare. Somali e servizi segreti, ricorda oggi Carmine Schiavone, parlando di Gaeta. Un’alleanza decisamente curiosa.

I PORTI, LE ARMI, I CASALESI

«Sono sicuro che anche da Gaeta partissero le armi e i rifiuti, proprio in quel periodo», prosegue nel racconto Carmine Schiavone. Nei locali vicino al porto – ricorda – i somali parlavano. E i suoi uomini ascoltavano. Per poi riferire a Casal di Principe, la capitale del cartello comandato da Francesco “Sandokan” Schiavone. «Così avveniva a Napoli – prosegue l’ex collaboratore di giustizia – dove le navi che portavano il cemento sfuso della nostra società Eurocem e ripartivano cariche di armi, verso i paesi del nord Africa e del Medio Oriente». Organizzate da chi? «Non da noi, ma dai servizi di sicurezza». Parole che dovranno essere confermate dalle inchieste della magistratura, se mai ve ne saranno, visto il tempo passato. In ogni caso fino ad oggi Schiavone è stato ritenuto un collaboratore «attendibile e di alto profilo», come hanno attestato nel 2010 i magistrati antimafia in un rapporto.

Il trafficante d’armi Monser Al Kassar 

L’utilizzo delle navi gestite dalla Shifco per il trasporto delle armi trova un importante riscontro nei documenti delle Nazioni unite, che dal 1992 monitorano i commerci di armamenti verso la Somalia, paese otto embargo Onu. Nel rapporto divulgato il 25 marzo del 2003 gli analisti delle Nazioni unite riportano il caso di un trasporto clandestino di armi, avvenuto nel 1992, attraverso un trasbordo – avvenuto al largo delle coste somale – che sarebbe stato garantito «apparentemente da un peschereccio della compagnia Shifco», verso il porto di Adale. Il direttore della società italo-somala Farah Munye – sentito dagli esperti – aveva però negato ogni coinvolgimento. L’organizzatore del traffico – secondo il rapporto – era Monzer al-Kassar, noto broker di armi, arrestato nel 2008 dalla Dea. E proprio nel 1992 dalla comunità somala di Roma sarebbe partito un bonifico di 500 mila dollari diretto ad al-Kassar, come documenta un documento declassifica del Sismi, depositato nei fascicoli di un’inchiesta della procura di Torre Annunziata.

I porti da dove partivano le armi – e i rifiuti, sottolinea Carmine Schiavone – non erano solo Gaeta e Napoli. «A Trapani c’era una collaborazione tra Cosa nostra e i servizi – racconta l’ex cassiere dei Casalesi – come mi raccontava in carcere un boss di Mazara del Vallo». Anche in questo caso il suo racconto è “de relato”, ma probabilmente attendibile, visto lo stretto rapporto esistente tra il clan casertano e Cosa Nostra. Un rapporto non solo di fiducia, ma di scambio di informazioni. Il caso Alpi è oggi sostanzialmente fermo dal punto di vista giudiziario. L’unico approfondimento su Gaeta e il traffico d’armi risale al 1995-1996. Tutto, allora, venne archiviato e nessuno chiese a Carmine Schiavone chi fossero i veri padroni del porto. E cosa finisse in quelle navi spedite verso la Somalia.

 

Andrea Palladino 

Toxicleaks per Left, 22 febbraio 2014

 

INTERROGAZIONE  SENATORI  SIMEOMI ,FACCIANO E FUCKSIA

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05832


Atto n. 4-05832

Pubblicato il 18 maggio 2016, nella seduta n. 629

SIMEONI , VACCIANO , FUCKSIA - Ai Ministri dell’interno e della giustizia. -

Premesso che:

il tema di un presunto negoziato tra apparati dello Stato ed esponenti di primo piano della mafia viene periodicamente ripreso a partire dagli anni ’90, ed ampiamente illustrato nel saggio “L’altra trattativa” di Massimiliano Amato. Invero, tale trattativa sarebbe emersa anche nei verbali recentemente desecretati dalla Camera dei deputati, il 31 ottobre 2015, in merito alle rivelazioni rilasciate dal boss Carmine Schiavone nel 1997;

anche la giornalista, ed ora senatrice, Rosaria Capacchione, in un articolo apparso su “Il Mattino”, avrebbe riportato la notizia dell’avvenuto incontro in una “villa” nelle disponibilità dei servizi segreti a Gaeta (Latina), tra questi ultimi, esponenti di altre istituzioni dello Stato ed appartenenti alla criminalità organizzata. La Direzione distrettuale antimafia di Napoli, all’epoca coordinata dal procuratore Cafiero De Raho, avrebbe disposto, a seguito della pubblicazione dell’articolo, l’avvio di un’indagine in merito da parte del Ros dei Carabinieri;

invero, nel suo articolo, la Capacchione, il 25 febbraio 2011, denunciava un possibile giro di affari incentrato sulla gestione e smaltimento dei rifiuti nei territori del basso Lazio, nonché di un’inquietante accordo tra Stato e Casalesi, sulla base delle dichiarazioni rese dall’ex sub commissario all’emergenza rifiuti Giulio Facchi. Questi avrebbe, inoltre, confermato ai pm Federico Cafiero De Raho, Catello Maresca ed Alessandro Milita l’incontro a Gaeta con 3 agenti in forza al Sisde che, nel 2003, lo avrebbero individuato quale loro interlocutore istituzionale per informarsi, altresì, dell’eventuale infiltrazione criminale all’interno della gestione dello smaltimento dei rifiuti;

Facchi avrebbe inoltre riferito che prima di lui altri funzionari e referenti istituzionali della struttura commissariale si sarebbero incontrati con diversi uomini dei servizi segreti, in una circostanza, sembrerebbe anche con Antonio Bassolino: “Fu io a fissare quell’incontro visto che in altre occasioni mi ero incontrato con un altro funzionario, almeno tre quattro volte, l’agente A.C. Sono certo che i servizi, dopo il 2004, riuscirono alla fine a piazzare un loro uomo all’interno del commissariato, una persona che era già stata consulente di un consorzio casertano”, come riportato da un articolo de “il Fatto Quotidiano” del 5 febbraio 2011;

pertanto, stando alle dichiarazioni rese da Facchi, un agente degli apparati di sicurezza, già impiegato in precedenza in uno dei consorzi di bacino del casertano, probabilmente il Ce2 o il Ce4, avrebbe lavorato direttamente nell’ufficio del commissario per l’emergenza rifiuti, durante la gestione Catenacci;

in tale contesto, sarebbero dunque avvenuti almeno 2 incontri tra il reggente del clan dei Casalesi, Michele Zagaria, all’epoca ancora latitante. Incontri durante i quali, in cambio della pax sociale, la camorra avrebbe chiesto ed ottenuto una contropartita economica sotto forma di appalti, nonché di affidamento di servizi;

ad avvalorare ulteriormente le tesi esposte dall’ex subcommissario, anche alla luce delle dichiarazioni del pentito Schiavone, vi sarebbe un articolo apparso su “il Fatto Quotidiano” del 13 dicembre 2014, ove, sotto il titolo “Mafia Capitale e la palude di Latina: tra omertà e minacce, indagare non si può″, veniva riportata l’audizione del magistrato Michele Prestipino presso la Commissione di inchiesta sul fenomeno delle mafie, nella quale egli evidenzia le difficoltà riscontrate nel prosieguo di indagini rispetto al fenomeno mafioso locale, anche in virtù della presenza di taluni oscuri personaggi che sarebbero stati in possesso di intercettazioni secretate, millantando, forse, una presunta appartenenza ad organismi dei servizi segreti;

ancora, la Procura distrettuale antimafia di Roma, nella relazione del 2009, sottolineava la parcellizzazione delle indagini afferenti ai fatti criminosi che interessavano tutte le province del basso Lazio, impedendo, in tal modo, di fatto, l’acquisizione di elementi che indicassero incontrovertibilmente la presenza della criminalità organizzata sul territorio, favorendone, contestualmente, il progressivo radicamento. Ed invero, come si legge nel documento, la Procura distrettuale sottolinea come “appare utile realizzare un efficace coordinamento con le Procure circondariali, soprattutto Latina e Frosinone. Gravi episodi – gambizzazioni, incendi, attentati – si realizzano infatti quasi quotidianamente in quei territori, ma vengono rubricati, e trattati, come fatti di criminalità comune”;

in merito alla sistematica derubricazione presso la Procura di Latina dei reati associativi di stampo mafioso, in ordine, specialmente, al mancato scioglimento del Comune di Fondi per infiltrazioni del clan ‘ndranghetista dei Tripodo, i pm della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Diana De Martino e Francesco Curcio, si sarebbero espressi, secondo quanto risulta agli interroganti, nell’ambito dell’inchiesta da loro condotta a proposito della Procura di Latina, in termini molto duri, arrivando a sostenere che nella maggioranza dei casi le diverse autorità giudiziarie di detto distretto avrebbero proceduto alla derubricazione dei reati oggetto di indagine, da delitti connotati dallo stampo mafioso a fatti di comune criminalità;

considerato che:

a parere degli interroganti, ferma restando l’intenzione di non entrare nel merito di procedimenti in corso presso la Procura di Latina nell’ambito del “sistema Sperlonga”, desta preoccupazione, sulla base di quanto si è avuto modo di apprendere in particolare dalla stampa locale, la constatazione che plurime ipotesi di reato quali abusi edilizi, lottizzazioni abusive, illeciti della pubblica amministrazione continuino ad essere perseguiti quali reati comuni ed analizzati singolarmente, invece di essere inquadrati in un più ampio sistema criminale, ormai organico sul territorio;

l’estensione di tale sistema criminale, peraltro, starebbe drammaticamente interessando l’intera regione del basso Lazio, comprendendo anche la zona turistica a nord di Sperlonga nota come “Salto di Fondi”, tanto è vero che, nel corso degli anni, si assisterebbe sempre più frequentemente, come puntualmente riportato da numerosi articoli di stampa, avvalorati dalle ripetute dichiarazioni pubbliche di amministratori e politici locali, all’acquisto di ingenti appezzamenti di terreno da parte di cittadini campani non di rado aggravati da precedenti penali, anche di natura mafiosa, ove sorgerebbero, tra l’altro, lussuosi agriturismi, assiduamente frequentati sia da politici locali e nazionali sia da ex generali e magistrati. Tali frequentazioni ingenerano negli interroganti forti perplessità, in particolare stante la presenza di soggetti di cui si ipotizza l’appartenenza a clan camorristi, nello specifico dei clanGaglione-Moccia,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e se non intendano, nell’ambito delle rispettive competenze, intraprendere idonee iniziative, affinché siano condotte indagini approfondite al fine di verificarne la veridicità;

se non intendano disporre l’invio di commissari ministeriali, al fine di verificare la presunta esistenza, sul territorio delle province di Latina e Frosinone, di una lobby affaristico-istituzionale o politico-malavitosa atta a condizionare l’attività istituzionale;

se, in virtù delle dichiarazioni rese dal magistrato Prestipino, dall’ex subcommissario Facchi e dal pentito Schiavone, nonché sulla base della relazione della Procura distrettuale antimafia di Roma, il Ministro della giustizia non ritenga necessario attivare procedure ispettive o di verifica, nonché, qualora sussistessero gli estremi e nei limiti delle proprie competenze, proposte disciplinari a carico della Procura di Latina, con particolare riguardo alle presunte e indebite derubricazioni o parcellizzazioni di reati di competenza della Direzione distrettuale antimafia verificatesi presso gli uffici giudiziari pontini.

 

 

 

 Latitanza e incontri istituzionali

Zagaria, una latitanza sotto il segno dei rifiuti

INCHIESTA. Le prime rivelazioni del Mattino. E le conferme raccolte da Terra. Sarebbero stati almeno due gli incontri tra il capo dei Casalesi e uomini delle istituzioni. Ma il riserbo è massimo. 

Di Giorgio Mottola 

Sull’emergenza rifiuti cala l’ombra di una possibile trattativa tra rappresentati dello Stato e criminalità organizzata. Tra il 2006 e il 2008, esponenti dei servizi segreti e delle istituzioni avrebbero incontrato in più occasioni il capo dei capi del clan dei Casalesi, Michele Zagaria, latitante dal 1994. E avrebbero contrattato con il boss una sorta di via libera all’azione del commissariato per l’emergenza rifiuti nelle province di Napoli e Caserta, in cambio di appalti, ristori e garanzie di varia natura, libertà compresa. La Dda di Napoli avrebbe aperto sulla vicenda un fascicolo, secondo quanto riportato da Rosaria Capacchione, che quattro giorni fa sul Mattino ha dato per prima (e finora da sola) la notizia dell’inchiesta. Il coordinatore dell’antimafia napoletana, Federico Cafiero De Raho, non conferma ma neppure smentisce. Fonti ufficiose interne alla Dda ammettono però che un’indagine è realmente partita, ma fino a questo momento è coperta dalla massima segretezza.

L’incontro cui fa riferimento la giornalista del Mattino risalirebbe alla fine del 2006, quando la crisi del ciclo dei rifiuti in Campania comincia ad aggravarsi tanto da sembrare irreversibile. Probabilmente non è stato l’unico. Agli inquirenti, con cui Terra ha parlato, risulta infatti almeno un altro faccia a faccia tra Michele Zagaria, uomini dei servizi e delle istituzioni, avvenuto qualche mese dopo, nel 2007, in un Comune della provincia di Napoli. Stando alla ricostruzione di Rosaria Capacchione, il boss dei Casalesi avrebbe dato ai rappresentanti dello Stato il suo benestare alla costruzione del termovalorizzatore di Santa Maria la Fossa in un’area dove sono presenti numerose aziende zootecniche legate ai clan. Come contropartita, la camorra avrebbe avuto libero accesso agli appalti, avrebbe partecipato alla spartizione della ricca torta dei ristori e soprattutto la latitanza di Zagaria sarebbe stata coperta direttamente da settori “para-istituzionali”.

Nessuno ne parla, ma, al di là di quali saranno gli esiti delle indagini sulla trattativa, il ruolo che i servizi segreti hanno avuto nell’emergenza rifiuti campana è stato tutt’altro che secondario. «Tutti i livelli istituzionali ne erano perfettamente consapevoli. Uomini dei servizi segreti entravano e uscivano dal Commissariato per l’emergenza rifiuti a Napoli come se fossero stati a casa loro. Ogni volta che parlavo con Bertolaso, lui dava sempre per scontata questa cosa», spiega Tommaso Sodano, che all’epoca dei fatti era presidente della Commissione Ambiente al Senato. Non ne fa mistero nemmeno Giulio Facchi, subcommissario tra il 2000 e il 2004 e rinviato a giudizio insieme a Bassolino per vicende relative all’emergenza rifiuti. Il ruolo che ricopriva lo ha portato in quegli anni ad avere rapporti motlo frequenti con i servizi segreti.

«Ricordo che una volta mi portarono a in un villa a Gaeta, che era una loro centrale operativa, e lì per undici ore mi fecero domande sulla situazione in Campania e soprattutto su Impregilo e sulla Fibe (la società che ha costruito il temrovalorizzatore di Acerra, ndr), che io avversavo apertamente», racconta Giulio Facchi. Si tratta di una presenza che a partire dal 2004 diviene sempre più forte sul territorio. In questo periodo c’è anche un avvicendamento al vertice dei servizi segreti regionali: il reponsabile dell’Agenzia in Liguria ai tempi del G8, uomo fedelissimo di Gianni De Gennaro, viene spedito a guidare i servizi in Campania. Nel 2008, il clima però comincia a farsi più pesante. Walter Ganapini, assessore regionale all’Ambiente, denuncia un’eccesiva ingerenza dei servizi.

In un audio finito sul sito di Wikileaks, l’ex assessore all’Ambiente denuncia di aver subito forti pressioni contro l’apertura di Parco Saurino. Si tratta di una discarica da quasi 800 mila tonnellate, situata in Provincia di Caserta, che avrebbe risolto l’emergenza per qualche mese. Con una pesante controindicazione però: si rischiava in questo modo di rallentare la corsa verso la costruzione dei termovalorizzatori, che i Casalesi consideravano un loro business (almeno per quanto riguarda quello di Santa Maria La Fossa, bloccato dalla Dda per infiltrazioni camorristiche). Dopo le pressioni e le «intimadazioni,» che Ganapini ancora oggi conferma, Parco Saurino è definitivamente scomparso dal novero delle possibili soluzioni.

Se la presenza dei servizi segreti può essere per alcuni una scoperta, non lo è affatto il ruolo assunto dalla camorra nell’emergenza rifiuti e soprattutto la sua capacità di condizionare le scelte della politica L’inchiesta sulla Eco4, la società dei fratelli Orsi ma controllata, secondo gli inquirenti, dall’ala bidognettiana dei Casalesi, ne è una delle tante dimostrazioni. Quella società, a testimonianza di «un patto scellerato tra politica e camorra, garanti a vicenda della loro sopravvivenza, che si autoalimentava con il business dei rifiuti», hanno scritto i magistrati. L’inchiesta sulla trattativa, qualora fosse dimostrata, potrebbe forse fornire una spiegazione anche al lungo elenco di aziende, che hanno lavorato grazie ad affidamenti diretti del Commissariato per l’emergenza rifiuti, ma che sono state colpite da interdittive antimafia nel giro di pochi mesi. I casi più eclatanti sono stati quelli della Veca Sud di Caturano e Ventrone, che trasportava il percolato delle discariche, ma aveva rapporti con i clan; la Simont, che un paio di commissari hanno additato come azienda modello, consentendogli di lavorare tantissimo, ma che vedeva il titolare socio di un parente del boss Michele Zazza; la Fontana Costruzioni, che secondo una prima interdittiva (annullata però lo scorso febbraio dal Tar) faceva riferimento al boss Zagaria.

In questa vicenda contano moltissimo le date. Nella gestione dell’emergenza rifiuti qualcosa è sicuramente cambiato a partire dal 2004, quando Antonio Bassolino rassegnò le dimissioni da commissario. «In una cena risalente alla fine del 2003, in cui erano presenti anche Paolucci e Vanoli (rispettivamente subcommissario e vicecommissario, ndr), Bassolino ci disse che non poteva andare avanti altrimenti ci saremmo messi nei pasticci. Era necessario che arrivasse un prefetto o un militare», ricorda Giulio Facchi. E infatti di lì a poco fu nominato commissario l’ex prefetto Corrado Catenacci, che, su indicazione del Consiglio dei ministri, riempì la struttura di uomini appartenenti alle forze dell’ordine e all’esercito Tra questi anche «un collaboratore dei servizi che aveva rapporti con il consorzio di Caserta», come sostiene sempre l’ex subcommisario.

(07/01/2011) fonte: Zagaria, una latitanza sotto il segno dei rifiuti | Terra – Quotidiano di informazione pulita

L’audio di Ganapini

Su l’Espresso si possono ascoltare spezzoni rilevanti, in un articolo dell’anno scorso: Dai rifiuti spunta lo 007 – L’espresso

Qui invece si può scaricare l’audio integrale. Ganapini lo si ascolta a circa un’ora dall’inizio della registrazione fino alla fine:http://dl.dropbox.com/u/15720903/lug…e_Ganapini.mp3

Un problema attualissimo: Itri devastata dalla cementificazione.E’ stato controllato se dietro ci sia o meno la camorra?

OCCORRE UN INTERVENTO FORTE DELLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI LATINA SUL FRONTE DELL’ABUSIVISMO EDILIZIO AD ITRI, UN FENOMENO GRAVISSIMO DIETRO IL QUALE POTREBBE ESSERCI LA MANO DELLA CAMORRA

La mano della camorra su Itri?

Non spetta a noi rispondere a questa domanda.

Certo è, però, che ci sono molte presenze ed attività sospette.

Troppa “napoletanità”, direbbe la Bernardini dei radicali.

Con questo, tanto per citare Giorgio Bocca, non vogliamo assimilare Napoli alla camorra perché c’è Napoli e Napoli, la Napoli di gente perbene e quella della camorra.

E, poi, non tutto va classificato come “Napoli” in quanto può darsi che si tratti di Casal di Principe, Casapesenna, di Somma Vesuviana, Giuliano, Frattamaggiore, di Caserta ecc. ecc.

E di Itri stessa!

E, sì, perché è invalsa l’abitudine di guardare sempre la pagliuzza nell’occhio altrui trascurando di osservare la trave in quello proprio.

Qui cominciano le note dolenti.

Per anni si è consentito di fare e strafare.

Per anni si è girata la faccia dall’altra parte.

Per anni si sono approvati strumenti, varianti urbanistiche, che hanno consentito a certa gente di realizzare lottizzazioni e quant’altro.

Per anni si è stati tolleranti, troppo tolleranti.

Per anni, forse, qualcuno ha fatto affari insieme.

Forse.

Qualcuno ha tentato di protestare, di fare qualcosa per frenare una deriva che ha portato al saccheggio di uno dei territori più suggestivi del Lazio.

Si è arrivati- si dice – perfino alle minacce nei confronti di chi ha tentato di… resistere.

Itri ha avuto uno sviluppo edilizio sproporzionato rispetto al suo numero di abitanti ed anche rispetto alle previsioni.

Una logica rapinatoria del territorio che fa a cazzotti con una politica di utilizzo razionale del suolo.

Siamo alle solite: una politica non finalizzata al bene comune.

All’interesse generale.

Non vogliamo accusare tutto e tutti.

C’è stato chi ha avvertito la pericolosità di certi fenomeni ed ha tentato di fare qualcosa.

Forse non ha saputo imboccare le strade giuste, non ha saputo raccordarsi con i canali giusti.

O ha avuto paura di condurre la battaglia fino in fondo.

Itri è vicinissima a Gaeta, a Formia, a Sperlonga ed a Fondi, 6-7 chilometri da ognuno di questi centri.

E’, quindi, inevitabile che “chi” è interessato a certe attività in uno di questi comuni non pensi, prima o poi, anche agli altri.

L’occupazione del territorio è avvenuta grado a grado negli anni da parte di gente estranea ad esso.

Prima con il commercio, poi nel settore dell’edilizia.

Si è controllato?

Si è monitorato?

Si è segnalato???

Si è intervenuti???

Noi sappiamo che ci sono state anche delle interrogazioni parlamentari su fatti molto gravi, rimaste, come spesso accade, senza risposta alcuna e, probabilmente, senza i dovuti accertamenti sulla veridicità delle cose in esse denunciate.

L’altra sera un cittadino di Itri ci ha telefonato per denunciare la realizzazione di una significativa opera abusiva nel centro storico.

Non sappiamo se Vigili Urbani e Carabinieri di Itri abbiano informato la Procura di Latina.

Verificheremo.

Abbiamo consigliato a quel cittadino di richiedere anche l’intervento del Commissariato della Polizia di Stato di Formia.

Ma il problema è un altro e riguarda il clima di impunità che sembra consolidarsi sempre di più.

E stiamo parlando di gente locale.

Di cittadini di Itri e non di comuni della Campania.

Ecco perché ha ragione Giorgio Bocca quando dice che “Napoli siamo noi”

MA PERCHE’ TANTO ACCANIMENTO PER IL BASSO LAZIO E NON ANCHE PER LE ALTRI PARTI DEL PAESE PUR INVASE DALLE MAFIE DI OGNI GENERE ?”,CI HA DOMANDATO TEMPO FA UN’AMICA DEL NORD ITALIA .

 

 

 

Una domanda,questa ,pertinente che impone  delle spiegazioni   a noi dell’Associazione Caponnetto che concepiamo la lotta alle mafie  in maniera diversa da tanti altri ,  NON  come un esercizio retorico ,ma,al contrario, come sostegno reale,pratico alla Magistratura  inquirente  e a tutti coloro che istituzionalmente sono chiamati a fare lo stesso.

Il nome che portiamo , i valori  che rappresentiamo e dei quali siamo portatori attivi ,convinti e tenaci,gli obiettivi che intendiamo perseguire , ci impongono quella sorta di “diversità” della quale andiamo fieri  e che ci ha consentito di guadagnarci,dopo anni di impegno duro e di sacrifici inenarrabili,quella stima e quell’apprezzamento che non intendiamo minimamente  tradire.

Per noi la lotta alle mafie,a tutte le mafie,militari o economiche o politiche o istituzionali,quelle “basse” ma ancor di più quelle “alte” che spesso si identificano con il Potere,quello malsano e corrotto,si sostanzia in tre elementi fondamentali,senza i quali essa non é tale e non esiste:

1) l’INDAGINE,

2) la  DENUNCIA,

3)la PROPOSTA.

C’è in Italia qualche altro,come la Casa della Cultura e della legalità di Cristian Abbandonanza  di Genova,che la pensa come noi e condivide la stessa metodologia di azione ,ma siamo in pochi ,molto pochi rispetto a quell’esercito sterminato  di parolai- e talvolta,purtroppo,di opportunisti o affaristi- che affollano il mondo della cosiddetta “antimafia sociale”, spesso,peraltro,  asservita ai partiti o a congregazioni di varia natura e che nulla hanno a che fare con la lotta alle mafie.

Diciamo che noi ci siamo posti ,quindi,due obiettivi principali:

il primo,di natura pedagogica,di ideatori e sostenitori di un nuovo “modello” di fare antimafia,quello,appunto,dell’INDAGINE e della DENUNCIA,quali sostegno concreto e non accademico alla Magistratura ed agli inquirenti istituzionali;

il secondo,più pratico,che punta con i FATTI  e non con le sole parole a colpire al cuore i mafiosi ed i corrotti.

Un ruolo incisivo ,effettivo,che rifugge dall’insignificanza di quanti si limitano agli slogan,alle suppliche,agli appelli.

Alle sceneggiate.

Senza mai fare un nome e mantenendosi nel recinto della genericità ,del vago.

Per non urtare più di tanto il “padrone”,il manovratore di turno.

Il Palazzo.

Non a caso noi abbiamo scelto di portare il nome di un Magistrato,di un grande Magistrato che fa parte,insieme a pochi altri ,della storia della lotta alla mafia nel Paese  e non possiamo non essere coerenti con la scelta fatta.

Siamo quelli,pertanto,della prima linea,della punta di attacco alla mafia ed al malaffare.

A quella mafia ed a quel malaffare ,dilaganti ed imperanti ormai,  nel Paese e che si trovano annidati dovunque,nella società,nelle professioni,nella politica,nelle istituzioni.

Nello Stato.

Mafia e malaffare,mafie quindi,che si fanno un baffo degli appelli,delle suppliche,delle sceneggiate,delle parole insomma e che si possono combattere solamente con uno strumento :la DENUNCIA,nomi e cognomi.

Punto.

I nostri referenti privilegiati ,coloro con i quali siamo obbligati a rapportarci per il ruolo che abbiamo scelto di svolgere  e che svolgiamo il più coerentemente possibile,sono i Magistrati,quelli che stanno nella prima linea,come noi pur in altra veste,ed i Magistrati hanno bisogno di nomi e cognomi,non di trattati di storia,di economia o di sociologia,materie,queste,che chi lo desidera  ed  é in grado di farlo , deve studiare e trattare  in altre sedi,nelle proprie case,nei propri studi,nelle aule accademiche ,nei convegni culturali.

Essi hanno bisogno di fatti,insomma e non di parole.

Ma perché tanto impegno e tanto accanimento per il Basso Lazio da parte di un’associazione che ha dimensioni e competenze nazionali e non circoscritte? 

Perché il Basso Lazio,al confine con la Campania e con il Sud ,dai quali provengono  le organizzazioni criminali storiche, rappresenta la porta di accesso alla Capitale d’Italia.

E’ attraverso di esso,il Basso Lazio, che per lo più esse sono transitate  lasciando nelle retrovie,come tatticamente  fanno gli eserciti che occupano un territorio, dei presidi stanziali.

Sono 15 anni che é nata l’Associazione Caponnetto ed essa ha avuto origine proprio nel Basso Lazio,prima a livello provinciale,poi regionale ed infine nazionale,nella e per la consapevolezza che la “linea della palma” stava salendo dal sud verso il nord e che,pertanto,andava subito attrezzata una linea di contenimento che impedisse l’occupazione della Capitale e ,grado a grado com’é purtroppo avvenuto,del nord del Paese.

Grida,appelli,denunce che essa ha fatto e va ripetendo un giorno sì e l’altro pure non hanno trovato né seguito né ascolto fino a qualche tempo fa.

Procure disattente ,Prefetture inerti,pezzi dello Stato conniventi fino al punto da far sospettare – come hanno riportato e dichiarato  alcuni giornali e soggetti autorevoli campani ,oltre che pentiti dello spessore di Carmine Schiavone – veri e propri “patti” con la camorra,rimozione di Prefetti,come Bruno Frattasi,che stavano facendo il loro dovere contro la criminalità organizzata,costituiscono ,tutti insieme,  i punti clou di quel quadro che ha determinato  il cedimento,la resa alla camorra ed alle mafie.

Forse,se si fosse intervenuti allora,non saremmo arrivati alla situazione attuale .

Quel “quadro” che ha fatto gridare a qualcuno che “Nei Palazzi della Capitale si parla troppo napoletano” e che ha,come risposta,portato il grande Giorgio Bocca,con l’aiuto della nostra Rita Pennarola, a scrivere quel saggio meraviglioso dal titolo “Napoli siamo noi”,a voler significare che la mafia é dentro di noi tutti italiani.

“E’ tutto finito”,quindi,come disse sconsolato ed in prima battuta prima di correggersi, di fronte alla salma devastata di Paolo Borsellino,il nostro “nonno Nino” e,cioé, Nino Caponnetto?

Forse no ,perché oggi,grazie a Dio,c’é una maggiore consapevolezza in molti-purtroppo non in tutti- della gravità della situazione e,soprattutto,perché sono arrivati nella Capitale ,finalmente,magistrati bravi e coraggiosi come Pignatone,Prestipino ,Ielo,Cascini,Calò,Sargenti e tutti gli altri loro colleghi della DDA.

Persone che hanno alle loro spalle anni ed anni di lotta alla criminalità organizzata spesi in prima linea.

A combattere ,non a chiacchierare!

E,poi,perché il torbido clima politico sta lentamente cambiando con l’avvento di soggetti  nuovi e diversi.

Comincia a respirarsi aria un pochino più pulita di ieri.

Molto dipende dalla nostra determinazione e questo cominciano a capirlo in parecchi.

E’ stato detto e si dice che…….la mafia non sta né a Palermo,nè a Reggio Calabria ,nè a Napoli,ma a Roma e noi ne siamo convinti fermamente .

Ed è per questo che la battaglia finale e decisiva va combattuta nel Lazio,cominciando dai presidi^,per indebolire l’edificio dalle fondamenta.

Noi abbiamo cominciato con le nostre strategie e con le nostre coordinate e possiamo dire con orgoglio di aver individuato alcuni punti “chiave”.

Si tratta ora di allargare gli squarci,di sapere incunearsi in essi per allargarli,di affondare  il pugnale nelle ferite per renderle mortali.

E’ quello che ci prepariamo a fare.

Il problema é che siamo in pochi perché la gran parte della gente é vile ed ha paura in quanto  aveva ragione Bocca a dire che “Napoli siamo noi”.

Il peggiore nemico:la gente vile ed omertosa.

Se non collusa.

Ma siamo pronti e determinati ad andare avanti,costi quello che costi.

E non con le chiacchiere .

A tutti gli altri una scelta definitiva,irreversibile:

o di qua o di là,o con lo Stato di Diritto e con la Giustizia o con la mafia!!!!!!!!!

Ma bando alle chiacchiere perché é l’ora dei FATTI.

E chi non é capace o non vuole fare i FATTI  se ne stia a casa.

Ed in silenzio!

Infami,mille volte infami !

Infami,mille volte infami !

INFAMI ,INFAMI  MILLE VOLTE !!!!!!!

Sembra che qualcuno abbia tentato  di denigrarci dicendo alle nostre  spalle che  noi……………parleremmo contro le forze dell’ordine della provincia di Latina.

Se la notizia che un anonimo ci ha  riferito  risultasse veritiera,non  potremmo che ripetere ancora una volta : INFAMI !!!!!!

Niente di più falso e,prima di parlare,l’infame domandi a chi  ci conosce bene,dovunque.

Da parte di chi ha senso dello Stato – e noi stiamo dimostrando da anni che ne abbiamo ad iosa,più,forse,di tanti altri – cose così poco commendevoli non può e non deve aspettarsele.

Almeno se si é in buona fede.

Perché se non lo si é , allora il discorso cambia.

Quando noi protestiamo,gridiamo,denunciamo,ce l’abbiamo con le persone,non con le istituzioni, non con lo Stato.

Stato che siamo anche noi .

La sensazione é che qualche infame  potrebbe  essere tentato di………buttarsi  avanti per non cadere indietro; di accusare  per non essere accusato.

Noi siamo stati,siamo e saremo  sempre critici con chi non dovesse fare  il proprio dovere,lo ammettiamo e andiamo  di questo  fieri .

Non saremmo,come siamo,un’associazione antimafia seria !

Ma le nostre critiche sono sempre rivolte  alle persone e mai all’Istituzione.

A meno che  qualcuno voglia  identificare la sua persona con l’istituzione,con lo Stato.

Ma,grazie a Dio,non é proprio il caso che ci interessa  perché,almeno formalmente,siamo ancora in democrazia!!!

Molti debbono  lavarsi  la bocca quando parlano  dell’Associazione Caponnetto!!!!!!

Può un Sindaco interdetto per un anno con sentenza definitiva partecipare con tanto di fascia tricolore alla cerimonia della Festa della Repubblica ? Futuro Molise giornale online Ambiente e Territorio Attualità Cronaca Cultura Economia Esteri Lavoro Politica Salute Tecnologia Associazione Antimafia e contro ogni illegalità A. Caponnetto Sez. Abruzzo e Molise – Anomalie istituzionali alla Festa della Repubblica Isernia Redazione 3 giugno 2016 Associazione Antimafia e contro ogni illegalità A. Caponnetto Sez. Abruzzo e Molise – Anomalie istituzionali alla Festa della Repubblica Isernia2016-06-03T15:29:42+00:00 Attualità Riceviamo e pubblichiamo. Associazione Antimafia e contro ogni illegalità A. Caponnetto Sez. Abruzzo e Molise Comunicato Stampa anomalie istituzionali Festa della Repubblica Isernia “Deprime l’immagine di un sindaco interdetto dai pubblici uffici per un anno con sentenza definitiva della suprema Corte di Cassazione partecipare con tanto di fascia tricolore alla Festa della Repubblica ad Isernia.Un’immagine che rappresenta un cazzotto al buonsenso,alla Giustizia ed ai valori fondanti della Costituzione.Ci siamo nuovamente rivolti alle autorità centrali compreso il Presidente della Repubblica, per mettere fine ad un’anomalia istituzionale davvero sconcertante”.Romano De Luca

Futuro Molise giornale online

Associazione Antimafia e contro ogni illegalità A. Caponnetto Sez. Abruzzo e Molise – Anomalie istituzionali alla Festa della Repubblica Isernia

Riceviamo e pubblichiamo.
Associazione Antimafia e contro ogni illegalità A. Caponnetto
Sez. Abruzzo e Molise
Comunicato Stampa
anomalie istituzionali Festa della Repubblica Isernia
“Deprime l’immagine di un sindaco interdetto dai pubblici uffici per  un anno con sentenza definitiva della  suprema Corte di Cassazione  partecipare  con tanto di fascia tricolore alla Festa della Repubblica ad Isernia.Un’immagine che rappresenta un cazzotto  al buonsenso,alla Giustizia ed ai valori fondanti della Costituzione.Ci siamo nuovamente rivolti  alle autorità centrali compreso il Presidente della Repubblica, per mettere  fine ad un’anomalia istituzionale davvero sconcertante”.Romano De Luca

Nessuna indagine antimafia sarebbe stata fatta a Gaeta? Perché? Attendiamo un chiarimento dal Questore e dai Comandanti provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza di Latina.

MA  CHI  MONITORA   GLI  INVESTIMENTI  DELLA CAMORRA  A  GAETA ?

 

 

L’altra sera,a Monitor,la trasmissione di TV Lazio alla quale siamo stati chiamati  a  partecipare  insieme al Sindaco di Aprilia per parlare della criminalità in provincia di Latina,abbiamo ascoltato  stralci dell’audizione del Questore di Latina  da parte della Commissione Parlamentare Antimafia.

Dichiarazioni,quelle del Dr.De Matteis,obiettive,franche  ed anche coraggiose   che ben hanno inquadrato la gravità della situazione esistente in provincia di Latina,una provincia non a caso  chiamata “provincia di Casale”,intendendo per Casale ” Casal di Principe”.

C’é stata una parte di quelle dichiarazioni che hanno riguardato il territorio di Gaeta,Formia e Minturno,il cosiddetto “triangolo di fuoco” dove la camorra ha investito montagne di capitali soprattutto nell’edilizia e del commercio,oltre che in altri settori come la ristorazione e le altre attività legate all’economia della zona,non esclusa probabilmente  quella delle attività portuali dove già a suo tempo fu individuata  un’impresa facente capo alla famiglia Riina.

Ma,mentre su Formia c’é  una discreta attività soprattutto su impulso della DDA di Napoli e,poi,anche di quella di Roma,dove  risulta,invece, carente qualsiasi attività investigativa  è a Gaeta.

Questo ci preoccupa  notevolmente  in quanto,stando a quanto é venuto fuori dalle nostre ricerche  sulla stampa,proprio su Gaeta si sarebbero svolte operazioni che lasciano basiti.

Infatti,a parte le dichiarazioni di Carmine Schiavone a proposito dei traffici che si sarebbero svolti nel Porto di Gaeta ed alcuni servizi giornalistici de Il Mattino,Terra e CasertaCe che hanno parlato di un “patto” stipulato in una “villa di Gaeta” fra pezzi delle istituzioni ed elementi della camorra,voci insistenti parlano di massicci  investimenti di capitali di sospetta   provenienza  sempre nella città del Golfo.

Voci e notizie che avrebbero dovuto richiedere un’attività intensa  da parte dei presidi locali di polizia per verificarne la fondatezza e,se del caso,per informarne la DDA di Roma.

Si è fatto ?

A quanto pare,no.

Di certo non pretendiamo di avere dettagli sul contenuto,ammesso che siano state effettuate,delle indagini sugli investimenti della camorra ,ma  una cosa abbiamo diritto di chiedere: le indagini necessarie  sono state svolte o No???????

A noi risulta di no,ma siamo pronti a correggerci in caso contrario.

La domanda la rivolgiamo  personalmente al Questore De Matteis  ed ai comandanti provinciali dei Carabinieri Colonnello Calvi e della Guardia di Finanza Colonnello Reccia.

La nostra inquietudine  é aumentata nell’ascoltare quanto ha dichiarato il Prefetto di Latina,sempre in audizione da parte della Commissione Parlamentare Antimafia,il quale ha ammesso  ufficialmente che “NESSUNA” interdittiva antimafia é stata emessa da parte di quella Prefettura.

NESSUNA  interdittiva significa NESSUNA indagine!

Restiamo in attesa di una risposta ufficiale. 

 

Associazione A.Caponnetto

Ma cosa é successo con la provincia di Latina?

MA COSA E’ SUCCESSO  CON LA PROVINCIA DI LATINA????????????????…………………………….

 

Ci stiamo apprestando ad affrontare la….madre di tutte le nostre battaglie:

quella di tentare di far luce  su decenni di misteri che interessano  l’area delicatissima che  fa da cuscinetto fra  Lazio e Campania e che ha costituito una sorta di porta di accesso alla Capitale di tutte le mafie italiane.

Mafie che,inizialmente estranee alle tradizioni,alla storia ed alla cultura  di quell’area,sono riuscite negli anni a compenetrarla  e cumsostanziarla al punto da  trasformarla  in parte  intranea rispetto al loro territorio di origine.

In “provincia di Casale”,l’ha definita qualcuno,intendendo “Casale” per Casal di Principe,come in effetti é diventata ed é.

Un processo partorito da menti sottili,anche se perverse e portato avanti  con caparbietà in decine di anni.

In altra veste ed altri luoghi,chi scrive  lo aveva individuato e denunciato ,quel processo,30-40 anni fa.

Ovviamente  inascoltato da quella palude di ignoranza e di irresponsabilità intrise,peraltro, da quella dose  massiccia  di supponenza che è tipica dei soggetti incapaci di vedere i fatti , di saperli leggere ed  interpretare capendone le dinamiche.

Il processo della “meridionalizzazione” o della “salita della linea della palma” che dir si voglia.

Con tutto il suo carico di problemi e di conseguenze.

Qualche ministro ed uomo di stato con il quale si ebbe occasione di confronto ne intuì le implicazioni ma si conoscono le involuzioni della storia del Paese e tutto finì là.

Purtroppo.

Ed oggi ci si trova  di fronte ai  cocci causati  dall’insipienza e dal cupio dissolvi prevalenti  e tipici di una società in declino  e di istituzioni in piena anomia.

Si é finiti preda di gruppi loschi di predoni e di gente di malaffare al soldo  ed all’ombra di menti perverse che impartiscono gli ordini.

Il core business,il vero potere.

E’ questo lo scenario di cui bisogna tenere conto – per chi é in grado di capire,ovviamente -e con il quale abbiamo iniziato a fare i conti.

La madre di tutte le battaglie,appunto.

Costi quello che costi.

         Associazione A.Caponnetto

Ora basta !!!!!!!

ORA BASTA  VERAMENTE  !!!!………..

 

Un tessuto sociale omertoso e in parte connivente,istituzioni completamente assenti,per non dire altro,hanno portato le mafie nel Basso Lazio a dare la zampata finale  al territorio.

Basta,basta veramente.
Stiamo preparando una risposta forte che dovra’ segnare l’inizio di una nuova stagione.

Basta con i “fateci i nomi” ed altre scuse del genere.

I nomi noi siamo abituati a farli  a chi ne vale la pena  e non a chi non ha fatto un c………. per 20 anni  facendo ridurre il Basso Lazio ad una riserva  supermafiosa.

Perché di questo si tratta e fermiamoci qua perché altrimenti sbottiamo.

         

Lo Stato non può continuare ad essere assente  apparendo ,così,quasi connivente.

“Patti” o non patti,deve finire l’epoca dei papariello e dei franceschiello.

Qua non stiamo parlando di bruscolini ma,al contrario,dell’avvenire  dei nostri figli e dei nostri nipoti.  Dei ragazzi tutti.

E se ci sono vigliacchi,corrotti o collusi,noi siamo determinati a stanarli ed a  tirarli fuori uno per uno.

Non intendiamo  assolutamente scherzare!!!

 

    Associazione A.Caponnetto

Altro” ed “Alto”,stiamo arrivando

“ALTRO ” ED ” ALTO”

 

LO  STIAMO GRIDANDO  DA QUANDO SIAMO NATI: “ALTRO ” ED “ALTO”.

L’EFFICACIA DI UN’ANTIMAFIA SERIA ED EFFETTIVA  SI MISURA  NON DAI PROCLAMI,DAGLI ANNUNCI,DALLE  NARRAZIONI, DALLE DECLAMAZIONI,MA,AL CONTRARIO,DALLA CAPACITA’ DI SAPER  LEGGERE “DIETRO” I FATTI CHE CI VENGONO  RAPPRESENTATI ,DI SAPERNE SCOPRIRE DI NUOVI,POSSIBILMENTE PRIMA CHE SI VERIFICHINO E NON DOPO.

TRE ANNI DI INTENSO LAVORO  DI ASCOLTO,DI RICERCHE,DI INCROCI DI NOTIZIE, LETTE O SENTITE,E SIAMO PROSSIMI ALLA META  CHE CI ERAVAMO PREFISSATI,AL CORE BUSINESS.

NOMI,COGNOMI,LUOGHI DI INCONTRO,INTERRELAZIONI,AFFINITA’,INTERESSI.

ALCUNI ALTRI MESI  DI IMPEGNO E,POI,COMINCERA’ LA SECONDA FASE ,QUELLA DI METTERE AL CORRENTE CHI DI DOVERE.

LA LOTTA ALLE MAFIE  NOI L’INTENDIAMO COSI’.

TUTTO IL RESTO NON CI INTERESSA !!!

 

 

             ASS. A.CAPONNETTO

www.comitato-antimafia-lt.org

Con il senno del poi…………………..Oggi non resta che un atroce rimorso…………………….

CON IL SENNO DEL POI………………………………………

 

 

 

 

Alcune decine di anni ci fu a Latina uno scontro fra istituzioni oltremodo lacerante.

Esso interessò il Questore dell’epoca Dr.Carnevale ed alcuni magistrati della Procura della Repubblica territoriale.

Erano i tempi della RETE di Leoluca Orlando,Alfredo Galasso e  Diego Novelli  e chi scrive  era il responsabile provinciale di quel Movimento politico.

A quel Movimento,come si ricorderà,aderì anche ,subito dopo che andò in pensione,anche Nino Caponnetto.

Dello scontro  di cui in premessa  si  interessò,com’é prassi,anche la Procura della Repubblica di Perugia.

Interessato da taluni ambienti, chi scrive si adoperò per far presentare  al Parlamento una sfilza  di interrogazioni – non ricorda bene se 6 o 7 – contro il Questore di Latina dai parlamentati della Rete.

A seguito di tali interventi  il Dr.Carnevale fu trasferito in Sardegna  dove restò per alcuni anni prima di ottenere il trasferimento a L’Aquila.

Nel capoluogo abruzzese egli,purtroppo, morì a  seguito di una grave malattia. 

Con chiunque chi scrive si é trovato a parlare dopo tale evento doloroso ,il Dr.Carnevale  gli é stato descritto come un grande Questore,un pò come  gli é capitato a proposito dell’ex  Prefetto ,sempre di Latina,Bruno Frattasi,entrambi rimossi per aver fatto il loro dovere di servitori dello Stato di diritto.

Se l’uno e l’altro non fossero stati trasferiti da Latina  forse le cose in quella provincia non sarebbero andate a finire come tutti sappiamo……………….

Oggi non resta che un atroce  rimorso ……………………….

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