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Racket Clan D’Alessandro i volti degli arrestati,Vuolo e Vicedomini

Camorra alla frutta a Castellammare di Stabiaarrestati due “soldati” affiliati al clan D’Alessandro 

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Camorra alla frutta a Castellammare di Stabia, arrestati due affiliati al clan D’Alessandro

Foto_carabinieri_repertorio-5(c.a.) – La Direzione Distrettuale Antimafia ha emesso un decreto di fermo nei confronti di due 37enni stabiesi: Michele Vicedomini e Pasquale Vuolo, finiti entrambi in manette nella notte tra il 24 e il 15 luglio con l’accusa di sequestro di persona a scopo di estorsione. Ad eseguire l’arresto i militari dell’arma dei Carabinieri di Castellammare di Stabia, guidati dal capitano Giampaolo Greco e dal tenente Carlo Sant’Arpia. I due arrestati avrebbero cercato di inserirsi, con forza, nel mercato delle forniture di ingredienti per l’attività dolciaria. Dalle indagini emergerebbe che i due stabiesi, già noti alle forze dell’ordine, sequestrarono e picchiarono un rappresentante di una ditta che forniva frutta e verdure a pasticcerie e caffetterie della zona. Ad aggravare la situazione dei due pregiudicati è l’articolo 7 d.l. 152/91, in quanto i due avrebbero agito a nome e per conto di una organizzazione mafiosa.

Camorra fra Formia,Gaeta ed il Cassinate.Un servizio dettagliato su H24 Notizie sulla recente e brillante operazione della DDA di Napoli e della Guardia di Finanza di Frosinone

 

La camorra tra Formia e Gaeta, in manette l’emissario dei Casalesi

di 

 

De Angelis

Gennaro De Angelis è stato arrestato giovedì a casa del nipote nel territorio del Comune di Castrocielo, dalla Guardia di Finanza di Frosinone, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale antimafia della Procura di Napoli, perchè ritenuto uno dei componenti di una cellula operativa del Clan dei Casalesi, nell’ambito di un’operazione che ha portato anche all’arresto di Luigi Zonfrilli a Cassino, di Baldassarre Licari e Nicola Schiavone, nipote di Sandokan, arrestati, invece, a Trentola Ducenta e a L’Aquila. 

Secondo il tenente colonnello della Guardia di Finanza Massimiliano Fortino, i quattro sono membri del gruppo che per conto dei Casalesi portava avanti gli interessi in Provincia di Frosinone ed in particolare a Cassino, con particolare attenzione al mercato delle rivendite di auto, degli autolavaggi, dei distributori e delle strutture ricettive. Sequestrati beni per 10 milioni di euro.

Domenico Bidognetti

Domenico Bidognetti

30 ANNI A FORMIA – Il nome di Gennaro De Angelis, nato a Casal di Principe 71 anni fa, non è affatto nuovo al basso Lazio. Anzi, in verità De Angelis è stato a tutti gli effetti un “cittadino” formiano, avendo vissuto per quasi tre decenni proprio a Formia, dapprima in una villetta nel quartiere di Vindicio, in via Unità d’Italia, e poi in un palazzo in via Vitruvio. E a Formia De Angelis, secondo quanto riferisce Domenico Bidognetti, nipote di Francesco “Cicciotto ‘e mezzanotte,uno dei più potenti capi della camorra di Casal di Principe, oggi in carcere al 41 bis dopo l’ergastolo incassato nel processo Spartacus e altre condanne, e la cui figlia Katia abita proprio a Formia, affermava in una delle sue deposizioni dopo essere diventato collaboratore di giustizia: “Lo incontravo spessissimo a Casal di Principe in quanto era persona di Francesco Bidognetti, anche se non abitava più a Casale, ma nel basso Lazio, tra Formia e Gaeta…“.

Francesco "Sandokan" Schiavone

Francesco “Sandokan” Schiavone

IL CLAN “DEANGELISIANO” A FORMIA – Un sodalizio solidissimo quello tra De Angelis e il boss Bidognetti, iniziato negli anni ’70, quando “questi, – racconta il report della Dia che corredal’ordinanza di sequestro di 100 milioni di euro di beni nel 2011 -, legato da vincoli di parentela con Schiavone, ha rappresentato per lungo tempo il punto di riferimento del clan dei Casalesi nel basso Lazio, dove si era trasferito all’inizio degli anni ’70 e dove si è occupato di attività estorsive, truffe, riciclaggio, ricettazione e, soprattutto, dell’import da altri Paesi UE di autovetture evadendo l’Iva. Procurò anche le armi usate nella guerra intestina al clan tra le fazioni «Bardellino» e «Schiavone». Infine, per conto del clan, ne investiva i capitaliAladino Saidi, a cui è contestato il trasferimento fraudolento di valori, era specializzato nelle frodi all’Erario. De Angelis, inoltre, a seguito delle indagini della direzione centrale antimafia, è risultato essere un vero e proprio caporegime, dapprima “nell’organizzazione di Antonio Bardellino e, successivamente alla scissione, nel gruppo camorristico capeggiato da Francesco Schiavone ‘Sandokan’ con il quale è imparentato“. De Angelis era addirittura arrivato a creare un gruppo criminale indipendente, grazie alla forza delle intimidazioni riconosciute dal clan camorristico, formando “un proprio ed indipendente gruppo criminale di tipo mafioso“, definito “Deangelisiano”.

I CASALESI E GLI AFFARI NEL SUDPONTINO – E proprio nel sudpontino, in particolare tra Formia e Gaeta, Gennaro De Angelis “ha partecipato alle attività estorsive nella zona di influenza attraverso l’indicazione al clan, degli obiettivi contro cui destinare le richieste estorsive, delle attività economiche più fiorenti nel territorio sud‑pontino“. Insomma un vero e proprio emissario del clan, un “incaricato“, come lo definisce la Dia, “ad operare investimenti in Italia ed all’estero dei capitali illecitamente accumulati dall’organizzazione criminale”.

Frnacesco Bidognetti, detto "Cicciotto 'e mezzanotte"

Francesco Bidognetti, detto “Cicciotto ‘e mezzanotte”

E proprio sulla guerra tra i Bardellino e gli Schiavone è ancora Domenico Bidognetti a riferire in una delle sue confessioni, allegata all’ordinanzaemessa dal Gip di Roma Cecilia Demmail 26 gennaio 2009 a carico di De Angelis e di altre 72 persone, che “egli (De Angelis, ndr) era in ottimo rapporto anche con Francesco Schiavone ‘Sandokan’, tanto che una volta gli regalò una Jaguar verde bottiglia. Ricordo questo episodio in quanto sapevo che Francesco Bidognetti aveva espressamente chiesto a De Angelis, che veniva a Casale con questa macchina, di regalarla a Sandokan, che era un appassionato di Jaguar”. E in effetti la donazione dell’auto di lusso avvenne proprio in presenza di Domenico Bidognetti che ricorda il fatto in questi termini: “Mario Caterino, tornando da Formia, entrando nell’abitazione di Schiavone, in via Bologna, rimase incastrato nel cancello elettrico che delimitava la proprietà, danneggiando l’auto. Tornando al De Angelis – prosegue Bidognetti -, posso dirle che io stesso mi sono recato in Formia sul finire degli anni ’80 per fare degli appostamenti finalizzati a rintracciare e uccidere componenti del clan Bardellino. Ebbene, chi ci dava appoggio in queste occasioni era proprio il Gennaro De Angelis. In particolare De Angelis aveva un mobilificio diventato un autosalone”.

La Jaguar verde bottiglia

La Jaguar verde bottiglia

E De Angelis prima dell’ultimo arresto, era già tornato agli onori delle cronache proprio nell’operazione verde bottiglia, che prende il nome dal colore della Jaguar, protagonista dell’aneddoto raccontato da Domenico Bidognetti. Perchè De Angelis emerge come una figura trasversale, è il paciere del clan, nel senso che dopo l’omicidio del capoclan Antonio Bardellino in Brasile, il cui corpo non è mai stato trovato, e di cui De Angelis era un fedelissimo affiliato – tanto che quando Bardellino il 30 maggio 1981 piazzò una bomba nei pressi del castello del boss Raffaele Cutolo a Ottaviano, De Angelis lo accompagnò – dopo la scomparsa di Antonio Bardellino, De Angelis prova ad ottenere la fiducia di Schiavone, che ha prevalso nel casertano.

Michele Zagaria

Michele Zagaria

I BUSINESS DELLA CAMORRA TRA FORMIA E GAETA – Fu poi un altro celebre pentito, Carmine Schiavone, a rivelare come De Angelis intrattenesse negli anni ’80, il traffico illecito di armi di provenienza statunitense, con i militari in servizio alla Us Navy di Gaeta. Ma De Angelis come detto era un factotum, ancora dal sudpontino imponeva il pizzo ai cantieri del territorio per conto di Michele Zagaria, Augusto La Torre, Mario Esposito detto «’o Muzzone» e Alberto Beneduce. De Angelis aveva il compito di fare da paciere. Si accordava sulla cifra, prendeva i soldi e li portava ai capi dei gruppi armati che gli versavano una quota. Secondo il pentito La Torre subì il pizzo anche l’impresa che a fine anni ’80 si occupava della raccolta dei rifiuti di Gaeta. Il pentito Luigi Diana indica De Angelis come colui che aprì la porta del sud pontino ai clan di Afragola. «Fu proprio Antonio Bardellino – ricorda – a presentargli Enzo Moccia, che era latitante. Gli diede aiuto per nascondersi nella zona di Formia-Cassino». De Angelis era poi solito incontrarsi col boss Salvatore Giuliano, interessato alle truffe milionarie sull’import-export di auto provenienti dalla Germania. Una volta, spiega La Torre, «chiesi a De Angelis di minacciare il proprietario di un terreno di Gaeta».

Tornando alla confisca dei 100milioni di euro di beni della Guardia di Finanza nel 2009, l’Operazione Verde bottiglia, i sequestri hanno toccato Gaeta relativamente ad un locale commerciale di 315 metri quadri al civico 45/a di via Indipendenza e un deposito bancario di risparmio presso la filiale della Banca Popolare di Fondi. Mentre a Formia sono stati confiscati alcuni immobili intestati alla ex moglie del 69enne casalese siti in via Mamurra e nel Vico I Traiano, a Castellone, dove i sigilli sono stati apposti a due monolocali – un vano e mezzo al primo e secondo piano, più una corte al secondo piano – intestati alla moglie di Giorgio Lucci, imputato nel processo <Ca-Morra> e ritenuto dagli inquirenti prestanome di Gennaro De Angelis.

Luigi Diana

Luigi Diana

I PENTITI. LUIGI DIANA E IL SUDPONTINO DI DE ANGELIS – A conferma di ciò anche le dichiarazioni del pentito Luigi Diana alla Dda che disse: “De Angelis Gennaro, che io conosco personalmente, a livello di camorra è proprio uno grossoqualcosa di più di un capo zona dei casalesi… lui è dentro ogni affare illecito che si svolge nella zona di Cassino, Formia e in generale nel frusinate… fa estorsioni, droga e truffe ad alto livello». Secondo quello che dice Luigi Diana «fu De Angelis Gennaro a favorire la latitanza di Moccia Enzo che si nascose a Formia…e da quel momento i Moccia misero solide basi nel basso Lazio…”.

Il boss Augusto La Torre

Il boss Augusto La Torre

AUGUSTO LA TORRE E LE ESTORSIONI AI CANTIERI A FORMIA – “I creditori del De Angelis non osavano andare da lui per chiedere i dovuti pagamenti. Diciamo che si trattava di estorsioni camuffate da truffe. In ogni caso con questi sistemi si è creato una forte posizione economica… riceveva uno stipendio cospicuo dal clan dei casalesi (ricordo che dopo la morte di Bardellino prendeva uno stipendio pari al mio e cioè 5 milioni di lire al mese) allorquando noi facevamo delle estorsioni nelle sue zone gli facevamo sempre un regalo…. De Angelis ci segnalava spesso anche le ditte a cui fare le estorsioni mentre se lui riusciva a chiudere qualche estorsione teneva tutto per lui… una volta un imprenditore di Formia stava realizzando degli appartamenti nella zona dell’ospedale di Formia… mandai dei miei ragazzi a fermare il cantiere… alcuni giorni dopo venne da me un mio affiliato, Pagliuca Donato, e mi disse che si era rivolto a lui tale S. persona di Formia che faceva l’allenatore di pallone… anche alla Mondragonese calcio. Questo S. non ricordo a quale titolo era collegato alla costruzione di questi appartamenti e aveva chiesto a Pagliuca se noi mondragonesi potevamo chiudere un occhio su questa situazione visto che il costruttore aveva già fatto un regalo a Gennaro De Angelis… io mandai a chiamare De Angelis e gli chiesi del regalo e lui mi confermò che lo aveva effettivamente ricevuto … io per mantenere i buoni rapporti non gli chiesi nessuna percentuale».

Antonio Bardellino

Antonio Bardellino

LE INTIMIDAZIONI PER IL TERRENO A GAETA – E’ ancora Augusto La Torreche nell’udineza del 3 marzo 2003 nell’ambito del processo Spartacusricorda lo spessore criminale di De Angelis affermando: “… nella zona di Formia, oltre a Guido Coppola, il clan dei casalesi poteva utilizzare Gennaro De Angelis e Armando Puoti. Si trattava di gente che in passato aveva appoggiato Bardellino…. Gennaro De Angelis è una persona di Casal di Principe che si è trasferito da molti anni nella zona tra Formia e Gaeta, è uno che vendeva i mobili… ed era uno nostro… era prima molto amico di Antonio Bardellino, dopo si è avvicinato ai vari personaggi tra cui De Falco, Sandokan, Bidognetti e compagnia bella, stava in zona e poteva succedere che se noi facevamo un’estorsione a qualcuno si rivolgeva a lui e lui lo mandava da noi e noi gli facevamo un regalo, però automaticamente loro prendevano anche uno stipendio… ci incontravamo sempre al suo mobilificio… lui mi parlava sempre di ‘Sandokan’, tanto è vero che mi disse che quando ‘Sandokan’ stava in carcere in Francia lui gli mandò un Jaguarino molto bello, glielo mandò perché ‘Sandokan’ lo doveva regalare a un avvocato e poi lui stesso mi disse ‘Non me lo hanno nemmeno pagato’». E ancora “… mi occupai negli anni 90 di convincere il proprietario della spiaggia di fronte alla casa di Mandara (Giuseppe, imprenditore ritenuto vicino ai La Torre ndc) a Gaeta a cedergli il terreno; per raggiungere lo scopo mi rivolsi a De Angelis Gennaro e a Puoti Armando affiliati ai casalesi e ‘competenti’ di zona affinché lo avvicinassero e lo costringessero a cedergli il terreno…”.


Spariti tutti gli anticorpi,in Italia ormai il sistema é irriformabile.Corruzione e mafie sono diventate sistema.Un’analisi spietata ma realistica su IL MANIFESTO

La corruzione in Italia, ecco perché il sistema non è riformabile 

Dall’Expo al Mose. Sul «popolo» che rifugge come la peste il politico utopista, ma è sempre pronto a giustificare o a comprendere

 

Imper­ver­sano le notizie-shock sul dila­gare della cor­ru­zione e ogni giorno ci si domanda quale altro nome eccel­lente lo tsu­nami tra­vol­gerà. La realtà supe­rando la fan­ta­sia, si atten­dono sor­prese. È un déjà vu, il gioco di società che dise­gna il ritratto più fedele della società ita­liana ai tempi della nuova moder­niz­za­zione. Se al Vimi­nale è stato il capo di un’associazione a delin­quere e ai ver­tici della Guar­dia di finanza i garanti di un gigan­te­sco sistema di tan­genti, non potrebbe darsi che tra i regi­sti di una mega-frode fiscale spun­tino un mini­stro delle Finanze, un giu­dice della Corte dei conti, un alto diri­gente della Ragio­ne­ria dello Stato?

Non accadde già ai tempi del gene­rale Giu­dice o con lo scan­dalo delle banane del mini­stro Tra­buc­chi? Si assi­ste per­plessi alla marea pro­vando repul­sione, incre­du­lità, indi­gna­zione. Dopo­di­ché capita di chie­dersi per­ché. Per­ché, tra i paesi euro­pei «avan­zati», la cor­ru­zione abbia eletto domi­ci­lio pro­prio in Ita­lia. E per­ché con que­ste dimen­sioni, que­sta potenza, que­sta incoer­ci­bile forza di radi­ca­mento. La Corte dei conti parla di 60 miliardi l’anno, più o meno dieci volte il costo del mira­co­loso bonus Irpef. E que­sto ad appena vent’anni da Mani pulite, quando si pensò che la bufera avesse spaz­zato via, col per­so­nale poli­tico della «prima Repub­blica», un’intera genìa di mal­fat­tori. La quale invece non ha sol­tanto con­ti­nuato imper­ter­rita, ma ha evi­den­te­mente figliato, si è mol­ti­pli­cata e ha pure raf­fi­nato le pro­prie com­pe­tenze cri­mi­nose. Insomma per­ché in Ita­lia la cor­ru­zione è sistema? Al punto che il sistema sele­ziona i cor­rotti e discri­mina gli one­sti, met­ten­doli in con­di­zione di non nuo­cere con la pro­pria improv­vida, ana­cro­ni­stica, anti­si­ste­mica onestà?

C’è una prima ragione di lungo periodo. Che non è meno vera per non essere una sco­perta dell’ultim’ora. La cor­ru­zione è un reato con­tro la col­let­ti­vità, una ferita ai suoi beni mate­riali e imma­te­riali. Ma si dà il caso che la nostra sia da tempo imme­more – già dall’eclissi dell’Impero romano – una società pul­vi­sco­lare, di pri­vati e di par­ti­co­lari. Nella quale la pas­sione civile non ha messo radici, fatta ecce­zione per qual­che spa­ruta cer­chia intel­let­tuale. Si capi­sce che qui la cor­ru­zione sia tol­le­rata e per­sino ben vista, anche da chi ha sol­tanto da per­dere non potendo pra­ti­carla in prima per­sona né trarne bene­fici. Se per un verso (in pub­blico) si storce il naso, per l’altro (in pri­vato) si è pronti ad ammi­rare e magari, potendo, a emu­lare chi la fa franca e su que­sta ambi­gua virtù costrui­sce for­tune. Si fac­cia quindi atten­zione alla dia­let­tica del con­trollo, che quanto più è severo, tanto più gra­ti­fica chi rie­sca a vio­larlo. Con­trol­lare è indi­spen­sa­bile, ma non ci si illuda: non ci sarà con­trollo che tenga fin­ché somma virtù sarà la valen­tia del fili­bu­stiere. Ma pro­prio in una società sif­fatta la poli­tica è il cuore del pro­blema. Non per­ché sia neces­sa­ria­mente l’epicentro della cor­ru­zione, come si ama ripe­tere nei salotti buoni e nelle reda­zioni. Anche se non va di moda dirlo, la cor­ru­zione sgorga spesso dalla benea­mata società civile: per­vade i mondi dell’impresa, del cre­dito e dell’informazione, il pri­vato non meno che il pub­blico. Il cuore del pro­blema è la poli­tica per­ché, tale essendo il costume, dalla poli­tica sol­tanto – in pri­mis dal legi­sla­tore – può muo­vere il riscatto.

E per­ché quindi, dove invece la poli­tica non si distin­gue dal costume e quindi lo asse­conda, ne deriva ine­vi­ta­bile un disa­stro. Il rove­scia­mento dei valori ne trae vigore e i com­por­ta­menti anti-sociali, già legit­ti­mati dal sen­tire comune, ne risul­tano lega­liz­zati, di nome o di fatto. Anche da que­sto punto di vista la sto­ria ita­liana offre un qua­dro deso­lante. Si pensi ieri alla Banca Romana, ai governi della mala­vita, alla cor­ru­zione dila­gante nel regime fasci­sta, la cui denun­cia costò la vita a Mat­teotti. E si pensi, nella sto­ria della Repub­blica, alla folta teo­ria degli scan­dali demo­cri­stiani e socia­li­sti, con al cen­tro il sistema delle par­te­ci­pa­zioni sta­tali, le casse di rispar­mio, la manna dei lavori pub­blici. Ciò nono­stante, que­sta sto­ria non è la notte delle vac­che nere. In un pae­sag­gio pres­so­ché uni­forme c’è stata una felice ano­ma­lia. E un pur breve tempo – tra gli anni Ses­santa e Set­tanta del secolo scorso – in cui le cose par­vero andare altri­menti. Si può leg­gere la sto­ria del Pci, nei primi cinquant’anni della sua vita, come quella di una pre­ziosa dis­so­nanza: del vet­tore di un’etica civile laica e di una cul­tura poli­tica nuove, per molti versi estra­nee alle tra­di­zioni di que­sto paese. Per non dire al suo carat­tere nazio­nale. Gram­sci lo dice a chiare let­tere: il moderno prin­cipe è il cata­liz­za­tore di una «riforma intel­let­tuale e morale» per l’avvento di una demo­cra­zia inte­grale. E dav­vero, fino agli anni Set­tanta, i comu­ni­sti ita­liani per­lo­più lo furono, con­ce­pendo e pra­ti­cando la poli­tica come impe­gno volto a far pre­va­lere un’idea. Come una pro­fes­sione in senso webe­riano – un «saper fare» fatto di com­pe­tenza, disin­te­resse e senso di respon­sa­bi­lità – con­sa­crata alla tra­sfor­ma­zione della società. Poi, nel corso degli anni Set­tanta, le belle ban­diere furono ammainate.

In que­sti giorni ricor­diamo l’ultimo grande segre­ta­rio del Pci scom­parso trent’anni or sono. La figura umana e morale di Enrico Ber­lin­guer è nel cuore di noi tutti. Ma non si dice abba­stanza forte che durante una prima lunga fase della sua segre­te­ria il par­tito cam­biò volto. Si buro­cra­tizzò e divenne il par­tito degli ammi­ni­stra­tori, seco­la­riz­zan­dosi nel senso meno nobile del ter­mine. Rimango dell’idea che anche di que­sto, che per lui fu un dramma, Ber­lin­guer morì. Quando – avver­tita la neces­sità di alzare il tiro con­tro l’arroganza dei padroni e le discri­mi­na­zioni di genere, con­tro l’acquiescenza all’imperialismo ame­ri­cano e, appunto, il dila­gare della cor­ru­zione – sco­prì che la bat­ta­glia era da com­bat­tersi già den­tro il par­tito, e che nem­meno qui il buon esito era acqui­sito. Sta di fatto che, morto Ber­lin­guer, il Pci si nor­ma­lizza e, ancor prima di chiu­dere i bat­tenti, cessa di essere una con­trad­di­zione. Per que­sto non regge all’implosione della «prima Repub­blica» né, tanto meno, si mostra capace di gui­dare una rina­scita. Anzi viene tra­volto, senza un’apparente ragione. Lasciando che Ber­lu­sconi, cam­pione di mora­lità, si fac­cia, dopo Tan­gen­to­poli, inter­prete della nuova moder­nità ita­liota. Siamo così ai nostri giorni. Chi fa poli­tica oggi in Ita­lia? E per­ché e come? Nella migliore delle ipo­tesi – scon­tate le debite, inin­fluenti ecce­zioni – il poli­tico è un tec­nico senza visione. Più spesso, un addetto ai lavori che cono­sce soprat­tutto e ha a cuore la rete di rela­zioni che gli ha per­messo di acqui­sire posi­zioni e influenza. Un esperto nella pra­tica del potere che vive tut­ta­via senza patemi il depe­rire del ruolo a fun­zioni ese­cu­tive o esor­na­tive. Sin­daci, pre­si­denti di regione, asses­sori si bar­ca­me­nano nei vin­coli posti dall’esecutivo, le cui deci­sioni i par­la­men­tari rati­fi­cano. Capi di governo e mini­stri si atten­gono alle diret­tive euro­pee e dei mer­cati. Sullo sfondo, un sistema di par­titi che vivono per ripro­dursi senza nem­meno più ven­ti­lare l’ipotesi di sot­to­porre a cri­tica que­sto stato di cose e di modificarlo.

Que­sto signi­fica essere cor­rotti? In larga misura sì. E ad ogni modo si capi­sce che la cor­ru­zione si svi­luppa molto più facil­mente quando la fina­lità del fare poli­tica è fare poli­tica: restare nel giro, par­te­ci­pare ai riti del potere, riti­rare i divi­dendi dello sta­tus, uti­liz­zare le isti­tu­zioni per intrat­te­nere rap­porti utili con la società civile. La quale, dal canto suo, ha tutto l’interesse di tro­vare inter­lo­cu­tori isti­tu­zio­nali com­pren­sivi e dispo­ni­bili a esau­dire i suoi non sem­pre irre­pren­si­bili desi­de­rata. Se è così, non c’è da stu­pirsi che dopo Tan­gen­to­poli le cose non siano cam­biate affatto, se non in peg­gio. Né vi è ragione di con­fi­dare – reto­ri­che a parte – in un’autoriforma del sistema o in una spal­lata rige­ne­ra­trice. Non che le masse si iden­ti­fi­chino entu­sia­ste con il governo in carica, come pre­tende la fan­fara di gior­nali e tv. Il 25 mag­gio e ancora il 9 giu­gno hanno vinto sopra tutti la disaf­fe­zione, l’astensionismo, il vaffa stri­sciante. Ma con­trad­di­zioni serie attra­ver­sano il “popolo”. Il risen­ti­mento qua­lun­qui­stico del «così fan tutti» è spesso solo la maschera dell’assuefazione. Il “popolo” per un verso stig­ma­tizza que­sti com­por­ta­menti e invoca la gogna per i cor­rotti. Per l’altro, è incline a com­pren­dere e a giu­sti­fi­care. A con­ce­dere atte­nuanti alla pro­pria parte (sem­pre meno cor­rotta delle altre) e a taci­ta­mente invi­diare il cor­rotto baciato dal suc­cesso. Anche per que­sto il “popolo” rifugge come la peste il poli­tico uto­pi­sta e visio­na­rio, l’ideologo idea­li­sta, il cat­tivo mae­stro di un tempo che fu. Dio ci scampi. Meglio, molto meglio gli uomini del fare, pro­prio per­ché senza idee e un poco mascalzoni.

Questo,se vero,é un fatto di una gravità eccezionale.Per espletare una gara ci vogliono,volendolo,al massimo 2 mesi che bastano ed avanzano.Intanto il Prefetto Gabrielli emetta subito le interdittive e fissi una scadenza. Con il 1 novembre sostituzione!

Roma, M5S: ‘In bilancio prorogati servizi affidati a coop coinvolte in Mafia Capitale’

di  | 31 luglio 2015 

Roma, M5S: ‘In bilancio prorogati servizi affidati a coop coinvolte in Mafia Capitale’

“In questa manovra sono stanziati 13 milioni per la proroga dei contratti ai soggetti che si occupano di fornire assistenza alloggiativa coinvolti nell’inchiesta della Procura di Roma”, spiega Daniele Frongia, consigliere M5S. “Dove ci sono proroghe – la risposta dell’assessore al Sociale del Comune di Roma Francesca Danese – o si tratta di capitoli di bilancio dove abbiamo risorse insufficienti per essere messe a bando, o riguardano servizi sociali essenziali che non possono essere interrotti”. Sabella, assessore alla Legalità: “Abbiamo ridotto le somme urgenza del 97%: quest’anno ammontano a 3 milioni a fronte degli oltre 110 milioni degli anni passati”

di  | 31 luglio 2015 
Tredici milioni di euro per prorogare i servizi relativi all’emergenza abitativa a cooperative coinvolte in Mafia Capitale, previsti nell’assestamento di bilancio che l’Assemblea capitolina è chiamata ad approvare in queste ore. E’ la denuncia dei consiglieri del M5S al Comune di Roma. “L’emergenza abitativa gestita a Roma con i Centri di Assistenza Abitativa Temporanei – spiega Daniele Frongia, consigliere del movimento- appartamenti e bungalow che noi paghiamo a peso d’oro da imprenditori, cooperative bianche e rosse, spendendo anche 3.000 euro per un buco in periferia”. Un sistema che garantisce un tetto a 1.931 nuclei familiari, ma che costa “milioni di euro che spariscono e vanno senza gara alle solite cooperative, agli amici degli amici – ha spiegato in conferenza stampa in mattinata il deputato Alessandro Di Battista - tra le cooperative coinvolte a cui arriveranno soldi senza nessuna gara ci sono la Domus Caritatis o la Eriches 29riconducibile a Salvatore Buzzi“. E questo, ha proseguito il parlamentare, “dopo 8 mesi dallo scoppio di Mafia Capitale”.

Da Il Giornale di Sicilia. Fondi-Giugliano-Palermo,i tre mercati ortofrutticoli nelle mani di cosa nostra e camorra.E i cittadini ne subiscono le conseguenze………………..

mafia, Sicilia, Mafia e Racket

Chicoli: «I clan fanno milioni a palate tutto a danno dei consumatori»

di — 

È un racket che gestisce in modo monopolistico il trasporto dell’ortofrutta d’ Italia, in una grossa fetta dal Lazio alla Sicilia. Chi vuole lavorare deve pagare i clan per ogni viaggio, un pizzo che comporta inevitabilmente un aumento del costo della merce a tutto svantaggio dei consumatori».
A parlare è il colonnello Renato Chicoli, capocentro della Direzione investigativa antimafia di Roma, profondo conoscitore delle dinamiche mafiose nei principali mercati della frutta e della verdura. A cominciare da quello di Fondi, in provincia di Latina, uno dei terminali del ricco business.

Colonnello Chicoli, sembra che i clan di diverse regioni del Sud abbiano trovato un accordo per gestire in grande stile l’affare dei trasporti. Come stanno le cose?
«Le varie indagini che sono state condotte negli ultimi anni hanno disvelato un sistema di infiltrazione mafiosa: Cosa nostra, ‘ndrangheta e casalesi hanno imposto il monopolio dei trasporti per il Sud ma anche per il Nord. E nonostante inchieste e arresti, le cosche si sono riorganizzate affidandosi a nuovi personaggi e a nuove ditte per continuare a fare milioni a palate. Il mercato dell’ ortofrutta è molto ricco e ogni Tir che raggiunge una destinazione scarica eri parte con un nuovo carico. Le rotte vengono monopolizzate. La criminalità organizzata utilizza ditte di propria emanazione o i cosiddetti padroncini, che per ogni viaggio sono costretti a pagare una “provvigione”, un pizzo che oscilla tra i 300 e i 400 euro. La cifra imposta è di 5 euro a bancale caricato. C’ è un’ agenzia mafiosa che decide chi far lavorare».

Imprenditori di Bitonto e Bari nella morsa del racket.Così il sud non potrà mai riprendersi

Imprenditori di Bari e Bitonto nella morsa del racket. In manette due cassanesi

Si tratta di un sorvegliato speciale di 43 anni e di un imprenditore 53enne

.C è qualcosa che non va tra accusa e riesame

 

L'arresto di Luigi Cimmino  

Napoli. Il Riesame scarcera Cimmino: il boss del Vomero torna libero dopo 11 giorni


di Viviana Lanza

Torna libero Luigi Cimmino, per gli inquirenti boss del Vomero tornato in città con l’obiettivo di riorganizzare il clan dopo gli anni in carcere. A distanza di undici giorni dal suo ultimo arresto, il Riesame (decima sezione) ha accolto la richiesta della difesa (avvocati Giovanni Esposito Fariello e Guido De Maio) e ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare.

Scarcerazione anche per il genero di Cimmino, Pasquale Palma, accusato di aver partecipato all’organizzazione del gruppo e alla suddivisione degli stipendi tra gli affiliati. Anche per Palma, difeso dagli avvocati Fariello e De Maio, i giudici del Riesame hanno annullato il provvedimento emesso al termine delle indagini della Dda.

Per conoscere le ragioni alla base delle scarcerazioni bisognerà attendere il deposito delle motivazioni del Riesame. La difesa ha puntato sulla insufficienza degli indizi, ritenendo che dalle indagini non siano emersi elementi tali da sostenere la tesi della Procura che, sulla scorta anche di dichiarazioni di collaboratori di giustizia e intercettazioni di sms e di colloqui in carcere tra affiliati ritenuti legati al clan del Vomero, ha ipotizzato invece il progetto di Cimmino di riprendere il controllo del malaffare nella zona collinare della città, tra Vomero e Arenella, delle estorsioni in primis. Un pentito ha raccontato che il boss voleva mettere «tutti in ginocchio» nel quartiere.
Una riunione in Spagna, a Comaruga, Barcellona, in un incontro con vari esponenti della camorra, avrebbe sancito l’inizio della nuova stagione del boss.

Personaggio controverso, Cimmino. Dalla finta pazzia alla mania per le microspie, la sua storia recente è finita agli atti di un’inchiesta condotta dall’Antimafia che mai ha abbassato la guardia sulla mala collinare, neanche dopo che il ras aveva finito di espiare la pena per vecchi reati ed era tornato libero. «Lucido, determinato, assolutamente orientato nello spazio e nel tempo, fattivo e capace di impartire ordini e direttive», lo ha descritto il gip Dario Gallo che aveva firmato il suo arresto, eseguito il 20 luglio scorso davanti a una folla di parenti e conoscenti che salutavano il boss in manette acclamandolo

Da Articolo 21.Il sequestro del porto di Roma

Si comincia a capire qualcosa di Mafia Capitale

Era prevedibile che si arrivasse in questi giorni al sequestro del porto turistico di Roma. Il presidente della struttura che era stato, a quanto pare, nominato da una giunta diversa da quella dell’attuale sindaco Ignazio Marino, Balini, è stato arrestato dalla Guardia di Finanza con le pesanti imputazioni di associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta riuscendo anche a far trovare di differente opinione il sindaco Marino e il neoassessore alla Mobilità Stefano Esposito che proprio l’attuale sindaco ha inserito nella nuova giunta.

Oltre ad avere sequestrato bloccandola i finanzieri stanno anche sequestrando della società concessionaria Ati, a seguito di un’indagine del procuratore aggiunto della capitale  Nello Rossi, strutture amministrative e commerciali e aree commerciali proprio a Roma. Il valore commerciale del sequestro sarà di oltre 400 milioni di euro.

Il porto turistico di Ostia-ha aggiunto tuttavia il procuratore Nello Rossi-continuerà a funzionare e gli amministratori dovranno tener aperto il porto e le strutture commerciali e ricettive presenti.

“Il giudice per le indagini preliminari Maria Grazia Giammarinaro  ha rivelato come Balini avesse collegamenti con soggetti della mafia, con Cleto Di Maria  così come gli incontri periodici con la moglie di Roberto Giordano erano “volti a consegnare le somme di sostentamento e si può plausibilmente ritenere che Balini sia il gestore di attività economiche e finanziarie ad una delle strutture criminali nel territorio di Ostia e che costituisca anche il terminale effettivo di interessi criminali.” Balini era già noto alle cronache giudiziarie per l’inchiesta “Nuova Alba” che due anni fa vide l’arresto di 51 persone.

Balini è nipote di Vittorio Balini l’imprenditore partito come bagnino per arrivare nel 1989, un secolo fa direbbe qualcuno, ad accumulare un vero e proprio tesoro con i diritti televisivi di serie come Dallas che la Rai cedette a Berlusconi che realizzò una fortuna o Dinasty. I soldi arrivarono in quella famiglia partita dalla spiaggia di Ostia e si decise di investirne buona parte proprio ad Ostia trasferendosi ai piani alti del potere economico-finanziario. Gli inquirenti hanno scoperto in quella località una vera e propria organizzazione criminale cui Balini era evidentemente colluso. Un’organizzazione criminale e mafiosa non tanto nascosta se Gaspare Spatuzza, il pentito che ha rivelato quel che avvenne a Palermo nell’assassinio di Paolo Borsellino, voleva trasferirsi ad Ostia per combinare i suoi affari.  Mauro Balini diventa proprietario del Porto turistico di Ostia nel 2013. Fino all’anno prima era stato gestito dall’Ati. All’approdo venne concesso l’ampliamento dalla giunta Alemanno con circa 611 nuovi punti di ormeggio per imbarcazioni da diporto dai 12 ai 70 metri e l’ipotesi di accogliere traghetti e navi da crociere per la superficie di circa 22 ettari che dispone di 640 posti barca .
Costruito nel 2001, il porto è da sempre stato un punto  molto frequentato del jet-set nautico nazionale e internazionale e un luogo ideale per sfilate di moda, regate ed esibizioni di case automobilistiche. Nell’inchiesta è coinvolto anche un avvocato del foro di Roma. I reati contestati vanno dall’associazione per delinquere al riciclaggio o utilità di provenienza illecita. Il crac della società capofila è del valore di oltre 160 milioni di euro.

30 luglio 2015

Cosa c’é di vero in tutto ciò ? Qualcuno sa risponderci?

Parentopoli a Gaeta, nuovi casi nelle assunzioni dalla Provincia

di 

gaeta comune

L’ombra della parentopoli sul Comune di Gaeta, ancora una volta. Questa volta strane parentele con attuali ed ex dipendenti in organico al Comune di Gaeta arrivano dalle assunzioni programmate e già approvate in giunta di personale dalla Provincia di Latina che sarà assorbito presso il comando di polizia locale. Dal quale comando, si ricorderà, arrivò la bufera di amici e parenti finiti primi nella graduataoria della prima prova scritta del concorso per le nuove assunzioni poi annullato a furor di popolo visti i troppo evidenti favoritismi. Stesso discorso per le consulenze d’oro pagate a Diva Stamegna, architetto nominato supporto al Rup e col papà membro della commissione paesistica.

Questa volta a beneficiare della consaguineità sarà anzitutto il nipote del neo dirigente all’ambiente Pasquale Fusco che alla polizia provinciale ha fatto addirittura il comandante. C’è poi una donna che di cognome fa Leccese, e non come il vicesindaco Cristian, ma come un ex dipendente del Comune di Gaeta: infatti è la figlia. Infine, anche se non c’è un rapporto di parentela, tra i cinque fortunati c’è anche Annamaria De Filippis, di Sperlonga, della quale abbiamo già parlato relativamente al centro per l’impiego di Formia, dove la donna era la responsabile fino alla pubblicazione di un nostro articolo sulla spartizione dei premi produzione. Rimpiazzata alcuni giorni dopo da Gerardo Stefanelli.

I cinque saranno assunti per un anno come previsto dalle norme che hanno fatto seguito alla legge di riordino delle province di Graziano Delrio. Una volta dentro, con tutta probabilità beneficeranno di proroghe o stabilizzazioni come già accaduto in passato. In ogni caso vanteranno una sorta di credito di priorità nell’ambito di nuove assunzioni a tempo indeterminato.

Bitonto, si continua a sparare

Ultim’ora. Colpi d’arma da fuoco in via Berlinguer. Si torna a sparare in città

A sparare sono stati due individui a bordo di uno scooter. Sono 6 i bossoli ritrovati sull’asfalto

Il Procuratore Capo di Napoli Colangelo ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia sulla sparizione della pen drive nel covo di Zagaria.”Attenti,egli ha detto fra l’altro,prima di attribuire patenti di legalità e massima attenzione anche ai lavori di “somma urgenza”Il caso dell’ex senatore Diana e di imprese della camorra che tentano di nascondersi dietro associazioni antiracket per darsi un’immagine di verginità- Ritorna sempre la questione della falsa antimafia.Ecco perché ,per dare un riconoscimento di rappresentanza ad una qualsiasi associazione,é necessario pretendere che questa scelga come strumento di lotta alle mafia la strada dell’INDAGINE e della DENUNCIA,nomi e cognomi.Di chi non DENUNCIA e si sporca le mani,esponendosi davanti a tutti,bisogna diffidare.

«La pen drive era dentro il covo, scopriremo chi l’ha fatta sparire»


di Leandro Del Gaudio

Su un punto il capo della Procura di Napoli non ha dubbi: la pen drive c’era in quel covo ed è sparita proprio nella mattina del blitz in cui è finito in manette il boss Michele Zagaria. Poi c’è un’altra convinzione in Giovanni Colangelo: le indagini vanno avanti, non sono terminate, «se sapessi chi è il poliziotto che ha fatto sparire quella pen drive, di sicuro non sarebbe a piede libero».

Un giallo, che resta tale, anche se la storia del covo di via Mascagni non è ancora finita. Anzi. Dice il capo dei pm napoletani: «La partita va avanti, il caso non è chiuso». Sono le due in punto a Palazzo San Macuto, quando il procuratore Colangelo prende la parola dinanzi alla commissione parlamentare antimafia. Ospite d’eccezione, la sua audizione – solo a tratti secretata – serve a mettere a fuoco gli esiti dell’inchiesta Medea, quella sulle somme urgenze per gli interventi di restauro dell’acquedotto campano. Clan, politica e imprese. Passano venti minuti, capitolo collusioni tra forze dell’ordine e clan, si entra nel vivo della questione: il caso della cattura di Zagaria, alla luce della possibile scomparsa della pen drive dell’ex latitante dal covo di via Mascagni. Era il 7 dicembre del 2011, Colangelo ripercorre i capitoli di una vicenda che non esita a definire «inquietante». C’è un primo punto anomalo in questa vicenda, per altro raccontato in tempo reale dal Mattino, con uno scoop della giornalista Rosaria Capacchione (oggi senatrice e componente della commissione antimafia, ndr): quando il boss venne tradotto in cella, disponeva di soldi che non gli erano stati sequestrati.

Prima anomalia, che si aggiunge a quella che sarebbe emersa dopo – spiega il procuratore – con le intercettazioni dei fratelli Augusto e Raffaele Pezzella. Entrambi ritenuti legati all’ala imprenditoriale del clan Zagaria, svelano in una intercettazione ambientale l’esistenza della pen drive a forma di cuoricino; un particolare appreso da un altro imprenditore, a sua volta legato alla famiglia di Casapesenna: «A questo punto – dice il magistrato – la nostra attenzione si focalizza su Orlando Fontana», l’uomo che avrebbe versato 50mila euro nelle mani di un non meglio precisato funzionario della Mobile di Napoli per ottenere la pen drive scomparsa dal covo di Zagaria e per restituirla a un non meglio precisato «casapesennese».

Silenzio in aula. Fioccano poi le domande sul punto – anche a monitor spenti – ma nessuno cita gli investigatori arrivati per primi nel covo di Zagaria. I nomi sono presenti invece nelle carte del Ros dei carabinieri che hanno condotto le indagini, ma anche nella misura cautelare che tiene in cella Orlando Fontana per un’ipotesi di corruzione aggravata. Stando alla ricostruzione del gip, i primi ad arrivare a tu per tu con Zagaria furono l’ex capo della Mobile Vittorio Pisani, il capo della Mobile casertana Alessandro Tocco e l’ex questore Guido Longo: tre eccellenze nel panorama investigativo che – bene chiarirlo – non risultano neppure sfiorati dalle indagini sulla scomparsa della pen drive. Cercano di approfondire il caso, i parlamentari Marco Di Lello e la stessa Capacchione, al punto tale che per un paio di volte l’audizione viene secretata. Colangelo sul punto è chiaro: «La pen drive c’è ed è sparita, non abbiamo perso la speranza di capire cosa è successo e chi è stato a farla sparire». Esplicito il riferimento alla consulenza sul computer del boss, che segnala l’introduzione di una pen drive (viene indicata marca, modello e finanche la «tradizionale forma di cuore», a conferma del contenuto della intercettazione dei Pezzella), alle 6.18 del giorno dell’arresto. Agli atti vengono inoltre elencati altri particolari di cui erano a conoscenza i Pezzella: come il permesso accordato al boss di farsi la doccia, al quale uno dei suoi vivandieri porterà abiti freschi. Passaggi di mano sospetti.

Inchiesta in corso, come emerge dagli esiti delle ultime indagini offerte due giorni fa al Tribunale del Riesame di Napoli (presieduto dal giudice Maria Vittoria Foschini): negli ultimi giorni, la Dda di Napoli ha ascoltato Augusto Pezzella, che ha probabilmente confermato alcuni tasselli legati all’arresto di Orlando.

E non è tutto. La storia dell’inchiesta Medea non è finita, come ribadisce lo stesso procuratore partenopeo, anche alla luce di un altro particolare: «In questi giorni, i carabinieri stanno ascoltando Luciano Licenza, uno degli imprenditori legati al caso delle somme urgenze». Ma non c’è solo l’inchiesta Medea a Palazzo San Macuto. Colangelo parla anche delle indagini sulla Concordia cpl e sul coinvolgimento dell’ex senatore Pd, (nonché ex vicepresidente della commissione parlamentare antimafia), Lorenzo Diana. Indagini che spingono il procuratore Colangelo a ricordare che «ci vuole cautela prima di concedere una patente di legalità», anche a proposito del tentativo di alcune aziende (capitanate dagli imprenditori Fontana) di sfruttare le associazioni antiracket «per rifarsi una verginità». Ma non si limita a rispondere alle domande, tanto da rivolgere un appello alle istituzioni ad affrontare il caso Napoli anche sotto un profilo non strettamente penale: le indagini su Forcella, Ponticelli o Torre Annunziata insegnano «che si è pericolosamente abbassata l’età criminale», come raccontano le indagini sulle «paranze dei bimbi»: «Noi arrestiamo e processiamo, bisogna riempire i vuoti con altri tipi di approcci».

A questo punto è il presidente Rosi Bindi a chiedere un parere sul disegno di legge che disciplina intercettazioni e tempi delle indagini: «Assegnare solo tre mesi al pm per la decisione dopo la chiusura delle indagini preliminari potrebbe porre una serie di difficoltà elevatissime: è noto a tutti che vi è un forte arretrato negli uffici giudiziari, che ha reso utopica la definizione di un procedimento nei termini indicati dal Codice e questo non solo per quel che riguarda la fase delle indagini ma anche e soprattutto la fase del giudizio». E le intercettazioni? «Sono uno strumento indispensabile di indagine, parlo di quelle giurisdizionali, le altre non mi riguardano».

Ultima battuta sulla domanda del parlamentare Marcello Taglialatela, a proposito della decisione di arrestare Pio Del gaudio (poi scarcerato) con un elicottero: «L’esecuzione degli arresti non spetta al pm, ma riguarda il lavoro della polizia giudiziaria. Guai se non fosse così».

Arresti a Roma per la gestione delle camere mortuarie di alcuni ospedali.Un pò di luce dopo che il nostro segretario fu denunciato dal rappresentante di una delle tre agenzie di pompe funebri che in regime monopolistico gestiscono il settore nella Capitale.Prosciolto in istruttoria,egli ha controdenunciato alla Procura di Roma

 

Da Il Messaggero del 30.7.2015

Droga e gestione camere mortuarie: arrestato il direttore del Sant’Andrea e un poliziotto

di Mauro Evangelisti
Gestivano la « lucrosa» piazza di spaccio di San Basilio, operando anche nell’usura disponendo non solo di armi da fuoco ma di contatti nel mondo delle istituzioni pubbliche, fino a e di ingerirsi, in maniera tentacolare, nelle mondo delleIstituzioni pubbliche, fino ad inserirsi nelle procedure di aggiudicazione di un importante appalto per le camere mortuarie al Sant’Andrea.
Queste le contestazioni per le quali, a seconda delle singole posizioni, nove persone sono state arrestate all’alba di oggi la Squadra Mobile di Roma, con la collaborazione dei militari della Compagnia Carabinieri della Compagnia Montesacro, del Reparto Prevenzione Crimine «Lazio» e del Reparto Mobile di Roma. Il gruppo, per gli investigatori faceva capo alla famiglia Primavera. Tra gli arrestati, in carcere, figura anche un Assistente Capo della Polizia di Stato attualmente in servizio al Commissariato Viminale.

Ai domiciliari anche il direttore generale del S.Andrea Egisto Bianconi.L’ordinanza custodiale è stata emessa dal Gip presso il Tribunale di Roma, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 9 soggetti (4 in carcere, di cui tre allo stato irreperibili; 4 ai domiciliari; uno con misura interdittiva della sospensione dal pubblico Ufficio attualmente esercitato per la durata di 12 mesi) ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, porto abusivo di armi da fuoco, usura aggravata e turbata libertà degli incanti.
Gli arresti e le venti perquisizioni nei confronti di altrettanti indagati, svolte perlopiù in zona San Basilio, hanno permesso di svelare gli interessi della famiglia Primavera nelle procedure di aggiudicazione di un appalto per le camere mortuarie all’ospedale Sant’Andrea.

L’assistente capo della polizia Diego Cardella avrebbe avvertito Guerino Primavera che la Squadra Mobile stava preparando un’operazione di polizia giudiziaria su larga scala – senza tuttavia conoscerne gli obiettivi – arresti che nella notte avrebbero colpito i contrapposti clan lidensi dei Fasciani e dei Triassi. Le indagini di polizia e carabinieri hanno infatti documentato le singole «soffiate» fatte dal Cardella nel corso delle investigazioni al gruppo Primavera. Quella relativa a Fasciani e Triassi risale al 25 luglio 2013. La «soffiata» del Cardella veniva girata dal Guerino al figlio Fabrizio al fine di consentirgli di «mettere in sicurezza» la piazza di spaccio di San Basilio ed al quale, con toni criptici il padre riferiva che «…..stanotte…piove de brutto…pare che dà i fulmini stanotte….» ottenendo in risposta dal figlio «….non me ne frega un cazzo tanto scappo….».

Questi gli arrestati nell’ambito dell’inchiesta sulla famiglia Primavera. Ai domiciliari sono finiti: Egisto Bianconi, direttore amministrativo, prima, ed attualmente direttore generale dell’azienda ospedaliera Sant’ Andrea, nato a Roma il 30.01.1968, per il reato di turbata libertà degli incanti, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio e corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio; Fabrizio Coppola, imprenditore edile, nato a Campagnano di Roma il 29.12.1967, per il reato di turbata libertà degli incanti, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio e corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio; Luciano Giustino Taffo, nato a Poggio Picenze (AQ) il 13.12.1959, per il reato di turbata libertà degli incanti, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio e corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio; Daniele Taffo, nato a Roma il 26.6.1988, per il reato di turbata libertà degli incanti e corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio. Gli ultimi due sono imprenditori titolari dell’omonima ditta di pompe funebri. Filippo Zanutti, nato a Roma il 21.2.1972, collaboratore del dg del Sant’Andrea Egisto Bianconi, per il reato di turbata libertà degli incanti è stato destinatario di una misura interdittiva della sospensione dal pubblico Ufficio attualmente esercitato per la durata di 12 mesi. In carcere appunto l’assistente Capo della Polizia di Stato attualmente in servizio al Commissariato Viminale Diego Cardella, nato a Roma il 13.05.1972, per il reato di usura aggravata, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio. Stessa misura per altri tre soggetti allo stato irreperibili: Guerino Primavera nato a Roma il 17.2.1958, per il reato di usura aggravata, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio e corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio; Fabrizio Primavera, nato a Roma il 29.10.1980, per il reato di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio, porto abusivo di armi da fuoco e corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio; Daniele Primavera, nato a Roma il 31.03.1983, per il reato di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio.

.Da ll Mattino. Camorra: Barbato resta in carcere

Caserta. Inchiesta su appalti e camorra, il Riesame scarcera Polverino. Barbato resta in carcere


di Mary Liguori 

Inchiesta Medea su appalti e camorra, nuovo colpo di scena dal tribunale deI Riesame che stanotte ha annullato l’ordinanza nei confronti di Angelo Polverino (avvocato Vittorio Giaquinto). Torna libero anche Antonio Fontana. Non è stata accolta, invece, l’istanza presentata da Tommaso Barbato (avvocato Francesco Picca) che resta in carcere a Secondigliano: determinanti potrebbero essere stati in tal senso i nuovi atti depositati ieri dalla Dda contro l’ex senatore che il gip ha definito “dominus” del sistema dell’affidamento forzato degli appalti in somma urgenza a favore delle ditte in odore di camorra. Resta ai domiciliari, poi, l’ex carabiniere Alessandro Cervizzi, sospettato di aver passato informazioni riservate ad alcuni degli indagati. Il Riesame ha respinto anche l’istanza presentata da Orlando Fontana, l’imprenditore che avrebbe consegnato 50mila euro al poliziotto infedele che durante la cattura di Michele Zagaria prese in consegna dal boss una pen drive per consegnarla alla sua famiglia. Episodio che questa mattina è oggetto di audizione del procuratore Giovanni Colangelo in Commissione parlamentare antimafia.

Usura ad Ercolano.Tre arresti.Coinvolto il fratello del vicesindaco

 

Giro d’usura a Ercolano: tre arresti. Ai domiciliari il fratello del vicesindaco scelto dal principe dei rottamatori

ERCOLANO - L’imprenditore Nicola Fiengo, titolare di una azienda per la lavorazione di pietra lavica, è una delle tre persone finite oggi ai domiciliari con l’accusa di usura. L’imprenditore è il fratello del vicesindaco del Comune di Ercolano (Napoli) Luigi Fiengo eletto nella scorsa tornata elettorale nelle liste del Centro Democratico e scelto da re dei rottamatori del Pd Ciro Buonajuto come numero due della sua squadra di governo cittadino.

Con Nicola Fiengo, sono stati arrestati dai carabinieri Ciro Di Buono, 51, barbiere, ed Antonio Lucarella, 75 anni, pregiudicato, di Ercolano. A Luigi Fiengo due settimane fa il sindaco, Ciro Buonajuto, ha conferito l’incarico di vice con deleghe ad Attività Sportive, Educazione allo Sport e Gemellaggi sportivi, Diffusione della pratica sportiva, Storia e Identità Cittadina, Servizi demografici e statistici, Politiche Veterinarie e tutela degli Animali. Nei confronti di Nicola Fiengo a gennaio nel 2014 fu sporta denuncia da parte di un imprenditore che, due anni prima, si era rivolto a lui per acquistare pietra lavica occorrente per i lavori di realizzazione della sua attività a Ercolano.

(Il testo continua dopo l’immagine.)

In seguito ne nacque un rapporto di frequentazione: l’imprenditore, trovatosi in difficoltà economica, nel maggio 2013 chiese e ottenne un prestito da Fiengo di 40mila euro. Prestito che – secondo l’accusa – avrebbe dovuto restituire entro il settembre 2013 con pagamento della somma di 10mila euro a titolo di interessi. Nella circostanza, come garanzia, l’indagato si sarebbe fatto consegnare cinque assegni per un totale di 50mila euro. Ma l’imprenditore, non riuscendo a restituire il prestito e avendo bisogno di ulteriore denaro, propose a Fiengo – sempre secondo l’accusa – di entrare in società con lui. Non se ne fece nulla ma un mese dopo, ad ottobre, l’imprenditore vendette al Fiengo il terreno su cui insisteva l’attività per la somma di appena 50mila euro, a fronte di un valore stimato in 270mila.

L’imprenditore, sempre secondo l’accusa, fu anche costretto a cedere a Fiengo gratis due auto. Rifiutò di concederne altre, su sua richiesta, e trovò il coraggio di denunciare. Sulla vicenda il sindaco raggiunto al telefono dice: ”Mi auguro che la giustizia faccia il suo corso e vengano svolti tutti gli accertamenti su questa vicenda. In questo momento non è opportuno confondere la responsabilità penale, personale, e come tale con estendibile ad altri familiari, con quella politica di un componente della giunta. Di certo vi sono dei motivi di opportunità politica che mi riservo di valutare con l’assessore”.

“ Governo e PD non vogliono più contrastare mafia e corruzione”

Il Governo e il PD non vogliono più contrastare mafia e corruzione

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Le responsabilità del Governo e del PD, resteranno nella storia di questo Paese. Se mafia e corruzione non verranno più penalmente perseguiti ma, anzi, continueranno ad alimentarsi in un fertile terreno di impunità, la responsabilità andrà cercata solo ed esclusivamente nella persona dell’attuale Presidente del Consiglio e di questo Governo.

In questi giorni alla Camera, infatti, dove si sta discutendo la legge delega sulla riforma del processo penale, quella che prevede il bavaglio sulle intercettazioni, il Governo ha superato ogni limite. Ha infatti previsto una norma che impone al PM il limite massimo di 3 mesi, dopo la fine delle indagini, per depositare la richiesta di rinvio a giudizio o di archiviazione, al gip.

In sostanza il PM entro 3 mesi deve valutare tutte le prove, leggere tutte le intercettazioni, ascoltare eventuali testimoni, verificare ed esaminare eventuali faldoni pieni zeppi di documenti, ascoltare le informative di polizia, interpretare tutti gli elementi probatori in suo possesso, ecc. Ciò significa che l’eventuale incompletezza delle indagini sarà “sanzionata” dall’emissione della sentenza di non luogo a procedere da parte del Giudice che, a seguito dell’abrogazione dell’art. 421 bis c.p.p.,. non potrebbe più ordinare nuove indagini, né potrebbe direttamente assumere prove per capire se l’accusa merita di essere sostenuta in giudizio o meno.

Inoltre, se consideriamo le recenti norme sulle responsabilità civile dei magistrati, sempre volute dal Governo, è evidente come molti Giudici inquirenti, per paura di sbagliare anche a seguito di carenze di prove, opteranno per la richiesta di archiviazione e, dunque, per non procedere. 

Per intenderci: le inchieste di Mafia Capitale o di molti altri processi per corruzione, appalti, ecc. che hanno avuto bisogno di mesi e mesi di indagine e di valutazione delle prove, con queste nuove norme volute dal Governo, non sarebbero mai state perseguite o, addirittura, esistite.

D’altronde, sembra essere proprio questa la finalità del Governo e del Pd, sempre più al centro di scandali legati a corruzione e infiltrazione mafiosa. 

M5S commissione Giustizia Camera e Senato

Collusi e conniventi;altro che voto di coscienza ………………………….

In fondo a Sinistra

Riflessioni politiche per inguaribili ottimisti

 

 

Questione Azzolini. Lo chiamano voto di coscienza ma quella è connivenza

silenzioemafiaAlla fine lo hanno salvato 

Qualcuno diceva giorni fa questa frase:

Mi chiedo come si possa immaginare che alle prossime elezioni amministrative i più indignati sotto il profilo politico si alleino con le ragioni della loro indignazione” (cliccate qui per leggere)

Bene lo ripeto ancora: dopo il nulla di fatto per Azzollini, penso che il PD, la maggioranza di governo, sia “collusa” e “connivente”. Pregna di omertà

Assisto sempre di più a una certa politica che vuole conquistare le luci della ribalta. Dei sepolcri imbiancati che improntano la propria esistenza politica  all’ossequio del più forte.

Ma sbagliano: tutti i cittadini devono continuare a pretendere giustizia per accertare la verità, qualunque essa sia.

Non lo so cosa accadrà e cosa sarà di questa diffusa e connivente ipocrisia.

Io non so cosa accadrà. Ho soltanto una speranza (è l’unica cosa che ci rimane): di conservare la passione civile.

Senza mai adeguarmi all’andazzo prevalente in questo paese, sempre più insofferente alla giustizia. Un paese troppe volte insofferente alla verità, all’indipendenza della magistratura, alla tutela dei valori costituzionali. Quella speranza è il mio sogno. Perché sono convinto che solo i cittadini possono cambiare sul serio la società, sconfiggendo finalmente la mafia (quella bianca e quella della lupara), la corruzione, la mentalità dell’appartenenza e dell’ossequio al potere.

Non bisogna mai smettere di coltivare questo sogno, alimentandolo con costanza, tenacia e passione. Spero quindi che ogni cittadino – giovane o meno giovane – continui a perseguire con forza i propri ideali, nel rispetto di quelli altrui.

Comunque vada, avremo combattuto per rendere più libero il nostro paese. E sarà stata una giusta battaglia. L’unica battaglia in grado di onorare i nostri morti (e qui penso a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e tanti altri) e liberare la nostra terra, per portare a termine – tutti insieme e ciascuno nel proprio ruolo – quella rivoluzione culturale che spargerà nel nostro Paese il fresco profumo della libertà.

Libertà che non potrà arrivare finché lo Stato, gli uomini delle istituzioni, non avranno il coraggio di guardare dentro se stessi. Prima che si arrivi ad un futuro in cui “mafia e sistema paese siano una cosa sola”.

“Collusi” e “conniventi”. Altro che voto di coscienza.  

Il Ministero dei beni culturali acquisti la villa di Cicerone, a Formia, che versa in uno stato di profondo degrado e utilizzi quel bene per il rilancio artistico e culturale della città tirrenica. A lanciare l’idea, dopo l’allarme dato dallo stesso sindaco Sandro Bartolomeo sul sito archeologico, sono stati quattordici senatori grillini, con un’interrogazione al ministro Dario Franceschini presentata da Michela Montevecchi insieme appunto a tredici colleghi pentastellati. La villa che ospitò il grande oratore, acquistata tra il 1867 e il 1868 dalla famiglia Rubino, sta cadendo a pezzi. “Il Fai – sottolineano i grillini – lo ha eletto luogo del cuore da salvare del Lazio, un grande e pregiato patrimonio oggi chiuso al pubblico e in stato di degrado che necessita di urgenti interventi di recupero, un altro esempio di storia del nostro Paese lasciato al suo destino di progressivo disfacimento”. I quattordici senatori hanno così proposto al ministro dei beni culturali Franceschini, “data anche l’indagine conoscitiva sulla mappa dell’abbandono dei luoghi culturali in corso presso la 7 Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport) del Senato”, “di presentare un’offerta di acquisto della proprietà”, contribuendo in tal modo allo sviluppo di Formia.

mercoledì, 29 luglio 2015

Sequestrato porto turistico a Roma: 4 arrestiROMA - I finanzieri del Comando Provinciale di Roma stanno eseguendo 4 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti dei componenti di un’ampia associazione criminale che fa capo a Mauro Balini, noto imprenditore e presidente del Porto Turistico di Roma. In corso il sequestro di beni all’interno del Porto per un oltre 400 milioni di euro.

Tra i beni sequestrati nel Porto turistico di Roma, che si trova a Ostia, ci sono posti barca, parcheggi, strutture amministrative, commerciali e aree portuali.

I dettagli dell’operazione verranno illustrati nel corso di una conferenza stampa che si terrà oggi presso la sede del Nucleo di Polizia Tributaria Roma, in via dell’Olmata n. 45, alla presenza del Procuratore Aggiunto Nello Rossi, del Comandante Provinciale della Guardia di Finanza, Gen. B. Giuseppe Magliocco e del Comandante del Nucleo di Polizia trobutaria, Col. Cosimo Di Gesù.

Da Il Messaggero. Chi si salva???????????………

Ostia, sequestrato il porto turistico
In manette il presidente, Mauro Balini

di Giulio Mancini
Dalle prime ore della mattinata i finanzieri del Comando Provinciale di Roma stanno eseguendo 4 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti dei componenti di un’ampia associazione criminale, facente capo a Mauro Balini, 50 anni, noto imprenditore operante nel settore turistico ed immobiliare, nonché Presidente del Porto Turistico di Roma.
Le accuse sono di associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta. Quest’ultima si riferirebbe allo scioglimento della società concessionaria ATI.
Sono in corso il sequestro di beni, tra cui posti barca, parcheggi, strutture amministrative, commerciali e aree portuali, all’interno del Porto Turistico di Roma, del valore commerciale complessivo di oltre 400 milioni di euro.

I dettagli dell’operazione verranno illustrati nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle ore 10.30 di oggi presso la sede del Nucleo di Polizia Tributaria Roma, in via dell’Olmata n. 45, alla presenza del Procuratore Aggiunto dott. Nello Rossi, del Comandante Provinciale della Guardia di Finanza, Gen. B. Giuseppe Magliocco Comandante del Nucleo p.t., Col. t.ST Cosimo Di Gesù.

Il Porto Turistico di Roma si sviluppa su una superficie di circa 22 ettari, dispone di 840 posti barca per accogliere imbarcazioni di lunghezza compresa fra gli 8 e i 60 m. articolati in 16 pontili fissi.

Da quando è stato costruito, nel 2001, il Marina ha sempre saputo conquistare il gradimento del turismo nautico nazionale ed internazionale. La struttura è teatro di grandi eventi nazionali ed internazionali come concerti musicali, esposizioni di prestigiose case automobilistiche, regate veliche e sfilate di moda, si è prestata a set cinematografici per spot pubblicitari e scene di film e fiction. Sotto l’amministrazione Alemanno la società concessionaria ha ottenuto le autorizzazioni per lavori di ampliamento finalizzati ad aumentare la capienza della struttura che potrà arrivare ad ospitare 1419 posti barca. A disposizione dei natanti circa 611 nuovi punti di ormeggio per imbarcazioni da diporto di lunghezza compresa tra 12,00 e 70,00 mt. Tra le ipotesi ventilate anche la possibilità di accogliere traghetti e navi da crociera.

Incredibile.Una legge che vanifica la lotta alle mafie ed al terrorismo.Irresponsabilità da brivido

TP24.it – Antimafia

28/07/2015 

Nuova legge sulle intercettazioni: “Indagini per mafia a rischio”

 Nuova legge sulle intercettazioni: “Indagini per mafia e terrorismo a rischio”

Il provvedimento è stato inserito con un blitz notturno nella legge delega sulla riforma del processo penale: colpisce con pene fino a quattro anni di carcere chi pubblica materiale audio e video raccolto all’insaputa dell’interlocutore e potenzialmente, dunque, molte delle inchieste giornalistiche che non diventano necessariamente prova in un processo. Ciò metterebbe a rischio l’efficacia delle indagini sulla criminalità organizzata, sulla mafia e sul terrorismo: l’allarme arriva dall’Autorità Nazionale Magistrati (Anm) e da Raffaele Cantone, magistrato oggi presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione.

In un’intervista al Corriere della Sera, Cantone dice che “molte volte la captazione nascosta di colloqui tra le persone ci è servita per individuare dei fatti gravi e colpire, di conseguenza, la criminalità organizzata. Ecco, vorrei che si tenesse conto di questo dato nella formulazione della futura norma”. Secondo Cantone il tema “impatta certamente sulla privacy delle persone ed anch’io trovo giusto che ci siano limiti alla divulgabilità delle intercettazioni”, ma quante volte, spiega, “vittime di estorsioni, penso a tanti imprenditori, sono andati all’appuntamento coi loro aguzzini con un registratore nascosto. E’ proprio grazie a quei colloqui rubati che è stato possibile inferire dei colpi seri alla criminalità organizzata. E’ uno strumento invasivo, può danneggiare immagini e reputazioni. Ma intanto l’estorsore è finito in cella”.

COSA DICONO I MAGISTRATI - Contro l’emendamento firmato dal deputato del Nuovo centrodestra e membro della commissione Giustizia Alessandro Pagano scende in campo anche la magistratura. A suscitare il timore dell’Associazione nazionale magistrati, più che per la norma sulle registrazioni nascoste, è quella che costringe il pm a chiudere l’inchiesta in soli tre mesi. “Altro che intercettazioni, qui sono a rischio tutte le grandi indagini per terrorismo, mafia, corruzione”, dice a Repubblica il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Rodolfo Maria Sabelli. E continua così:

Non difendo chi danneggia gli altri con la diffusione di registrazioni fraudolente, anche se mi chiedo se sia proprio una norma necessaria visto che nel codice ci sono già due articoli per punire condotte di questo tipo. Mi riferisco alla diffamazione e all’interferenza illecita nella vita privata.

LA POSIZIONE DEI PARTITI - Ieri il Movimento Cinque stelle ha già bollato l’emendamento come “una norma-bavaglio, una porcata a danno della libera informazione”: “Silvio Berlusconi voleva mettere il bavaglio alla stampa, mentre il premier – dicono i pentastellati – va ben oltre: questa è un’epurazione di massa”. Nel dibattito però non è entrato il partito di maggioranza, il Pd, che non ha ancora espresso una posizione ufficiale. Le uniche parole di peso le ha pronunciate il ministro della Giustizia Andrea Orlando che ha espresso le proprie “riserve e perplessità“. Un giudizio che non piace aa Alessandro Pagano, “padre” dell’emendamento, che non ammette nessun passo indietro. “L’impianto del mio emendamento resta così com’è”, dice in un’intervista a La Stampa, sostenendo che il diritto all’informazione resta garantito:

E’ punito chiunque diffonda registrazioni fraudolentemente effettuate al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui. Se uno fa giornalismo vero di certo non potrà essere punito. Siamo pronti a confrontarci. Le pene non sono un dogma. Ma bisogna restare dentro questa logica. L’alternativa è la logica dei Cinque stelle, mentre questa è una battaglia di civiltà. Non si può tornare indietro.

Da Il Fatto Quotidiano.Il colpo mortale alla Giustizia

Riforma giustizia, Morosini (Csm): “Limite di tre mesi? Mafia capitale e inchieste su Expo non sarebbero esistite”

di  | 27 luglio 2015 

Riforma giustizia, Morosini (Csm): “Limite di tre mesi? Mafia capitale e inchieste su Expo non sarebbero esistite”

Il presidente della commissione riforme di palazzo dei Marescialli sull’emendamento già bocciato da Gratteri e Sabelli :”Sono termini lontani anni luce da quello che hanno dimostrato le indagini negli ultimi tempi”. E in più a causa delle recenti norme sulla responsabilità civile dei magistrati “l’inquirente con troppo poco tempo per valutare indagini complesse potrebbe alla fine optare per uno sbocco minore nelle contestazioni agli indagati”

di  | 27 luglio 2015 
“Più che una riforma questo è un autogol, una legge che non guarda minimamente alla realtà giudiziaria del nostro Paese”. Parola di  Piergiorgio Morosini, presidente della commissione riforme del Csm, che commenta così la proposta di legge che impone ai pm il limite di tre mesi, dopo la fine delle indagini, per depositare la richiesta di rinvio a giudizio, o di archiviazione, al gip. Dopo l’allarme lanciato dal presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli, e le aspre critiche del pm Nicola Gratteridunque, anche Morosini boccia quella norma inserita nella riforma del processo penale. “Sono termini lontani anni luce da quello che hanno dimostrato le indagini negli ultimi tempi”, dice Morosini, che è stato per anni gip a Palermo.

“Alla fine di un’indagine il pm deve per forza rielaborare, compendiare e analizzare tutto il materiale probatorio acquisito: ma in un’indagine complessa come si fa a tenersi dentro i tre mesi? ” si chiede  il componente di Palazzo dei Marescialli. Che poi argomenta citando i dati emersi dagli ultimi mesi di attività inquirente delle procure italiane: “I dati parlano chiaro: le ultime inchieste hanno portato allo scoperto un sistema criminale diffuso, composto da numerosi soggetti, accusati a vario titolo di numerosi reati. Qualche esempio? Penso a Mafia capitale, ma anche all’indagine Aemilia, o alle inchieste sugli appalti in Lombardia: come fa in casi simili l’inquirente a passare in rassegna centinaia di elementi, su centinaia di indagati e diverse fattispecie di reato in soli tre mesi?”. Per il consigliere togato, il rischio è che “dal Parlamento esca fuori una riforma che non abbia niente a che vedere con la realtà giudiziaria del Paese, ma che al contrario rischia di deformare le inchieste”.

Ma non solo: perché il limite dei tre mesi, sommato alle recenti norme sulle responsabilità civile dei magistrati potrebbe nei fatti essere causa implicita d’impunità. “Comprensibilmente potrebbe capitare che l’inquirente con troppo poco tempoper valutare indagini complesse, abbia paura di sbagliare, e che alla fini opti per uno sbocco minore nelle contestazioni mosse agli indagati”. Per Morosini, relatore per il Csm di un parere depositato al governo sulla riforma del processo penale, la soluzione è contenuta in un’elasticità di quel termine di tre mesi. “Capisco che si voglia regolamentare il termine d’indagine, ma bisogna sempre pensare alla qualità delle inchieste, al numero degli indagati e alla complessità dell’attività d’indagine: le indagini non sono tutte uguali, mettere dei criteri temporali fissi rischia di amputare quelle più delicate”. E quindi quelle su mafia e corruzione.

Un’opinione, quella di Morosini, condivisa anche da Maria Teresa Principato, procuratore aggiunto di Palermo e coordinatrice delle indagini su Matteo Messina Denaro, l’ultima primula rossa di Cosa nostra. “Ha idea di cosa ci sia da fare prima di depositare e quindi elaborare una richiesta al gip? Ascoltare tutte le intercettazioni, le informative di polizia, capire quali sono quelle rilevanti, decidere se, sulla base del materiale raccolto, si possa chiedere o meno il rinvio a giudizio dell’indagato”, spiega il procuratore aggiunto . “Un lavoro – prosegue – che per le maxi indagini per mafia, con decine e decine d’indagati, non si può certo fare in così poco tempo: forse su un furto di energia  tre mesi vanno bene, ma se la riforma passa così le indagini antimafia subiranno un duro colpo”.

Dalla Sicilia alla Puglia, dalle indagini antimafia a quelle sulla Sacra Corona Unita, l’allarme delle toghe per la riforma del processo penale non si spegne. “Bisogna chiedersi: il termine di tre mesi velocizza o meno la giustizia? Io credo di no”, dice Milto De Nozza, sostituto procuratore a Brindisi. “In tre mesi posso forse chiedere il rinvio a giudizio per un caso di caccia non autorizzata, ma basta fermarsi ai numeri: a Brindisi ricevo 1.400 notizie di reato all’anno, in pratica dovrei smaltirne quattro al giorno, indipendentemente dalla tipologia del reato. Non credo che alla fine siano queste le riforme che servano alle procure di frontiera “.

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