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Roma capitale: anche per la mafia

La strategia della mafia nera di Roma

Pochi omicidi, ma con finalità più ampie. I legami con le cricche legate alla politica. E i rapporti con i neofascisti. L’allarme del procuratore antimafia Roberti sulla nuova criminalità della capitale

di Paolo Biondani

Roma capitale: anche per la mafia. Una nuova mafia che uccide, ma solo quando è necessario. Ha una smisurata forza economica. Complici eccellenti tra imprenditori e professionisti. Usa la corruzione per comprare politici e pubblici funzionari. E stringe rapporti con terroristi mai pentiti della destra eversiva, cresciuti all’ombra di storiche protezioni garantite da pezzi dei servizi segreti e da altri settori dello Stato, compresa qualche divisa o toga sporca.

Su “l’Espresso” in edicola domani il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, lancia l’allarme sulla criminalità nera che soffoca la metropoli capitolina. «Una volta gli omicidi a Roma venivano liquidati come “regolamenti di conti”. E non si parlava mai di mafia, solo di “mala”. Oggi non parlerei di guerra, anche perché molte indagini sono in corso. Ma alcuni omicidi sembrano avere una finalità strategica più ampia».

È il caso dell’assassinio di Silvio Fanella, il tesoriere di Gennaro Mokbel, l’ex neofascista condannato per il maxi-riciclaggio del caso Fastweb?

«Dico solo che mi riferisco ad alcuni omicidi. E ad altri episodi inquietanti».

In che senso oggi a Roma si parla di “nuova mafia”?
«Negli ultimi anni lo sviluppo dei gruppi criminali è stato segnato dalla globalizzazione dei mercati e dalla saldatura con l’economia. Il riciclaggio, il reimpiego di capitali illeciti, le connivenze nella finanza sono aspetti caratteristici delle organizzazioni mafiose moderne».

La Magliana e i terroristi neri spesso sceglievano obiettivi ricattatori: non si svaligia una banca a caso, ma il caveau del palazzo di giustizia, perché è lì che si nascondono i segreti dei potenti. Oggi la mafia nera ha poteri di ricatto?
«Risponderanno le indagini. Di certo la storia della mafia a Roma è fatta di questo potere di condizionamento». E la politica è ancora collusa? «Per una mafia economica l’omicidio è un atto estremo: prima ci provano con i soldi. Infatti i legami con certe cricche legate alla politica sono diventati strettissimi. Oggi la corruzione è lo strumento principe della metodologia mafiosa».

Il giornalista de “l’Espresso” Lirio Abbate, che vive sotto tutela da quando lavorava a Palermo, continua a subire intimidazioni a Roma.
«Leonardo Sciascia diceva che i mafiosi odiano i magistrati e i giornalisti perché ricordano. Lirio Abbate ha memoria storica: conosce nomi, date, fatti e sa collegarli al presente. Per questo è visto come un pericolo dalla mafia romana».

Torre Annunziata. Incarichi legali, blitz della guardia di finanza in Comune

Incarichi legali al Comune, bufera in municipio: la Guardia di Finanza piomba negli uffici e acquisisce gli atti relativa alla gestione del contenzioso degli ultimi dieci anni.

L’accesso, avvenuto nei giorni scorsi, segue di alcune settimane un esposto presentato alla procura di Torre Annunziata dal sindaco Sebastiano Giordano, che aveva ricevuto un apposito mandato in tal senso da parte della giunta a inizio ottobre.

L’inchiesta che ne è seguita, affidata al sostituto procuratore Rosa Annunziata, è partita proprio dall’acquisizione degli atti sospetti segnalati nell’esposto denuncia.

http://www.metropolisweb.it/Notizie/Stabiese/Cronaca/lettere_incarichi_legali_blitz_guardia_finanza_comune.aspx

Accusa-choc al pm Raffaele Marino: «Rivelò notizie a Casalesi»

E’ accusato di aver rivelato a due esponenti del clan arresti imminenti e notizie delicate. Giudice a processo a Roma

E’ accusato di aver rivelato a due esponenti del clan dei Casalesi arresti imminenti e notizie delicate. Per questo un ex magistrato della Dda di Napoli nonché procuratore aggiunto a Torre Annunziata, Raffaele Marino, è stato rinviato a giudizio dal gup di Roma Simonetta D’Alessandro. Assieme al magistrato, accusato anche di favoreggiamento personale, a processo il sottufficiale dei carabinieri Carmine Confuorto.

La prima udienza è stata fissata per il 5 febbraio prossimo davanti alla seconda sezione penale. Il provvedimento del giudice è stato anche comunicato al Csm ed agli organi disciplinari.

http://www.metropolisweb.it/Notizie/Torrese/Cronaca/accusa_choc_pm_raffaele_marino_rivelo_notizie_casalesi.aspx

«Rivelò notizie ai casalesi», rinviato a giudizio ex magistrato della Dda

http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/casalesi-notizie-magistrato-raffaele-marino/notizie/1022425.shtml

Sblocca Italia… un regalo ai corrotti? Ed ora occhi spalancati al massimo!!!

Ed ora ci mancava solo questo altro regalo ai corrotti…

Un parere autorevole che mette in discussione uno dei provvedimenti più voluti dal governo Renzi, che ha già ricevuto la fiducia di entrambe le Camere. Sarebbero questi i dubbi dell’Autorità anticorruzione sulle norme contenute nel decreto che alzano a 5, 2 milioni di euro l’importo degli appalti per i quali non è necessaria una gara: “è un po’ preoccupante, la trattativa privata lascia qualche perplessità” ha continuato Squinteri, annunciando che la Corte dei conti terrà alta l’attenzione e “vigilerà” sul provvedimento.

Latina, minacce al giudice antimafia Lucia Aielli: “Sarà commemorata il 28 novembre”. VIGLIACCHI!

Inquietanti manifesti con la finta notizia della ‘prematura scomparsa’ del magistrato affissi vicino al liceo delle figlie in prossimità del tribunale. E’ stata il giudice titolare del processo Damasco sulle infiltrazioni delle famiglie di ‘ndrangheta Trani e Tripodo a Fondi, che terminò con la condanna di 23 persone a 110 anni di carcere

Il giudice Lucia Aielli Cinque manifesti ‘commemorativi’ che riportavano annunci di morte del giudice Lucia Aielli, magistrato del Tribunale di Latina impegnato in processi mafia, sono stati trovati in mattinata dagli agenti della Questura di Latina. I manifesti parlano di una commemorazione fissata per il 28 novembre, venerdì prossimo, e annunciavano la ‘prematura scomparsa’ del magistrato, impegnato in processi contro le infiltrazioni delle cosche calabresi nel territorio di Fondi, nel basso Lazio, e in passato oggetto di altre minacce, sono stati sequestrati nei pressi di un liceo frequentato dalle figlie del magistrato, in prossimità del tribunale in corso Mazzini.

Sull’atto intimidatorio indaga la Digos, ovviamente l’interrogativo principale riguarda il riferimento alla data mentre sono in corso anche accertamenti tecnici della polizia scientifica sui manifesti.

Un mese fa il giudice aveva ricevuto altre minacce da un uomo che è stato poi arrestato e in passato ha subito, invece, diversi tentativi di furto nella sua abitazione a Latina. Nel 2009 è stata il giudice titolare del processo Damasco relativo all’inchiesta sulle infiltrazioni delle famiglie di ‘ndrangheta Trani e Tripodo, che terminò il 19 dicembre del 2011 con la condanna di 23 persone ad un totale di 110 anni di carcere.

In particolare furono inflitti 5 e 13 anni di reclusione ai due principali imputati, i fratelli Venanzio e Carmelo Tripodo, figli di don Mico, capobastone di Sambatello, cittadina che si affaccia verso il mare, sulla collina che sovrasta Reggio Calabria.

Condannati anche alcuni importanti esponenti della politica e dell’amministrazione locale: sei anni per l’ex assessore ai lavori pubblici Riccardo Izzi, di Forza Italia, primo degli eletti nel 2006; nove mesi per l’ex comandante dei vigili urbani, Dario Leone, cugino dell’ex sindaco Luigi Parisella.

La famiglia Tripodo riveste un ruolo di particolare importanza nella storia della criminalità organizzata: secondo un collaboratore Domenico Tripodo fu “compare d’anello” di Totò Riina. Fino al 1976, anno della sua morte, il padre dei due fratelli migrati a Fondi era considerato, insieme ad Antonio Macrì e Girolamo Piromalli, parte del vertice della ‘ndrangheta e capo indiscusso di Reggio Calabria.

Fu un collaboratore di giustizia della camorra Carmine Schiavone, a squarciare un velo sul ruolo dei Tripodo a Fondi: “Per quanto possa io desumere – disse in una sua deposizione – Carmelo Tripodo doveva avere già negli anni 1985-86, un incasso netto di circa 200 milioni di lire al mese per il traffico di stupefacenti, intendendo per questi sia la cocaina che gli fornivamo noi, sia l’eroina ottenuta dal giordano, dai calabresi e da altri”, spiegava nel 1996.

Insomma Fondi in poco tempo divenne una base logistica, anche grazie alla creazione del centro ortofrutticolo, il Mof. E già a partire dagli anni ’80 Carmelo Tripodo iniziò a ricevere le prime denunce per tentata estorsione e incendio, proprio all’interno degli spazi del mercato.

Intanto, nonostante denunce, processi e arresti, gli affari della Lazio Net Service di Carmelo Tripodo andavano a gonfie vele, fino ad iniziare una collaborazione con l’amministrazione comunale retta da Luigi Parisella, amico e socio del senatore del Pdl Claudio Fazzone.

Le reazioni. Messaggi di solidarietà al giudice Aielli sono arrivati da diverse istituzioni. Il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti ha detto: “L’ennesimo vile attacco che testimonia l’importanza dell’impegno di tutti, forze dell’ordine, magistratura e istituzioni nella lotta contro ogni forma di criminalità. I finti manifesti mortuari sono una macabra provocazione non solo all’indirizzo di un magistrato impegnato in prima linea contro le infiltrazioni mafiose nel capoluogo pontino ma di tutti coloro che si battono per far accendere i riflettori sulla criminalità organizzata ormai presente nel tessuto economico di questo territorio. Un fenomeno che non può passare inosservato e sul quale – conclude Zingaretti – continueremo a tenere alta la guardia, anche grazie al lavoro che stiamo portando avanti insieme all’Osservatorio per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio”.

Il presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi ha espresso “la piena solidarietà e la vicinanza della Commissione parlamentare Antimafia al giudice Lucia Aielli del tribunale di Latina per l’ennesimo atto intimidatorio. I finti manifesti che annunciano la sua morte – osserva Bindi – sono il messaggio inquietante di una criminalità organizzata sempre più arrogante e pericolosa. Non lasceremo soli i magistrati e le forze dell’ordine che stanno conducendo difficili indagini contro le infiltrazioni mafiose nell’agro pontino. La Commissione parlamentare Antimafia – conclude Bindi – sarà presto a Latina per approfondire la situazione nel sud del Lazio”.

“Siamo al suo fianco e a quello di tutta la magistratura di Latina – ha detto il sottosegretario di Stato alle Riforme e ai rapporti con il Parlamento Maria Teresa Amici – per l’impegno per la legalità“.
Per l’assessore del Comune di Roma con delega alle Politiche del turismo Marta Leonori è “un segnale inquietante che non va sottovalutato”. Infine il senatore Claudio Moscardelli, componente della commissione Antimafia ha annunciato che presenterà una interrogazione Interrogazione urgenti al ministro dell’Interno Alfano “per conoscere quali provvedimenti intende adottare per tutelare e favorire il lavoro dei giudici più esposti, in provincia di Latina”.

http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/11/19/news/latina_minacce_al_giudice_antimafia_aielli-100961856/

Autostrade della cuccagna. Cantone, se ci sei batti un colpo!

Salerno-Reggio Calabria. Siamo all’ennesimo rifinanziamento, 315 milioni e spiccioli deliberati dal Cipe. Lo annuncia trionfalmente il ministro per le infrastrutture Maurizio Lupi, che parla di “grande opera d’ingegneria”. Ha perfettamente ragione, perchè ci vuole grande, “scientifico” ingegno per tagliare, in un colpo solo, tanti traguardi. Record nei tempi, primato per la (s)qualità delle opere, e soprattutto top nell’ingrassare le mafie. Partiamo proprio dalla coda, che più velenosa non si può. Con un colpo di bacchetta magica, è stata data per anni, anzi decenni, e viene ancora – evidentemente – data oggi la possibilità a camorra e ‘ndrangheta di ricevere soldi freschi dalle casse pubbliche, tanto più preziosi oggi, alla faccia dei tagli (per i pensionati e chi non ha) e delle spending review: due piccioni, dunque, con una fava (senza contare i rapporti d’amicizia e affari con coppole e colletti bianchi siculi). Non basta, perchè la possibilità di lavare più bianco tanti danari non proprio immacolati è, in simili contesti di lavori pubblici, smisurata. Sono serviti a qualcosa articoli e inchieste che hanno storicamente documentato la lievitazione dei business malavitosi grazie al propellente degli appalti da “autostrada eterna”? Macchè. Ha provocato effetti concreti o comunque rappresentato un argine la mega inchiesta della magistratura, che fino agli esiti di Cassazione, ha radiografato chilometro per chilometro, lotto per lotto la capillare presenza di clan e ‘ndrine lungo tutto il percorso dei lavori per la Salerno-Reggio Calabria delle meraviglie? Al massimo, qualche prurito, neanche sfiorati lorsignori – i timonieri della spesa pubblica facile per gli uomini di rispetto, difficile, impossibile per chi non ha santi in paradiso né il diavolo d’un amico -protettore in terra – dall’idea di un controllo effettivo, serio, concreto, non fasullo, farlocco e taroccato, caso mai il solito certificato antimafia che anche le imprese più inquinate possono tranquillamente esibire (gli artifici ormai consueti delle teste di legno o dei parenti dalla fedina penale candida come un giglio). Ma si sa, lungo il territorio, così come proliferano le gang, così spuntato i politici di riferimento: e i rapporti si fan sempre più saldi in vista delle tornate elettorali, come s’annunciano in una Campania e in una Calabria sempre più terra di nessuno.
E’ lo stesso, eterno copione. Così era successo, trenta e passa anni fa, per i lavori della terza corsia Roma-Napoli, con mega appalti appannaggio di alcune star pubbliche e private del mattone, regolarmente smistati agli allora emergenti clan del casertano, casalesi già a far capolino (e con ogni probabilità a trarre la loro prima linfa vitale). Così è successo per i lavori dell’alta velocità partoriti a fine anni ’80, capolavoro scientifico di saccheggio delle casse pubbliche, lavori inutili e costi decuplicati e più per massacrare il territorio e finanziare mafie e imprese di partito (proprio sui primissimi vagiti della Tav avevano cominciato a indagare Falcone e Borsellino, possibile movente per le stragi di Capaci e via d’Amelio). Così è successo dalla Campania del dopo terremoto con le tante bretelle “elastiche” (si parte da 10 e si arriva a 100), fino alla Lombardia della Bre.be.mi.
E alle concessioni “a vita” che lo stesso attuale governo sta studiando (tra i beneficiari maximi i Gavio, ora folgorati sulla via di Renzi). Concessioni a vita come, per fare un solo esempio, quella della Tangenziale di Napoli spa, con i cittadini-sudditi costretti a pagare quanto già pagato (oggi al vertice di Tangenziale e numero due di Autostrade Meridionali l’inossidabile ‘O ministro, Paolo Cirino Pomicino).
Qualche parola sui lavori eterni? Cantieri come ferite sempre aperte lungo la Roma-Napoli, per la serie i rattoppi fanno sempre cassa. 40 maledetti chilometri come una piaga purulenta lungo la Salerno-Reggio Calabria, un vero calvario per tutti i cristi che si avventurano oltre Eboli verso le lande del sud (caso mai col giusto miraggio del mare verde blu delle coste calabre). Record da condividere – passando ai lavori per i metrò – con quello made in Napoli: decollo dei cantieri, con i primi movimenti terra ad opera dei casalesi (ruspe e trattori di don Michele Zagaria) a metà anni ’70, appalti e subappalti a go go, tangenti & mazzette per la tangentopoli partenopea, fino ai clamorosi crolli alla Riviera di Chiaia di un anno e mezzo fa, costi alle stelle (per 1 chilometro il triplo rispetto alle spese per un chilometro di tunnel sotto Manica), mega danni architettonico-ambientali: insomma, un bidone scientifico. Per la serie: a “quel” (dis)servizio dei cittadini, per la gioia di lorsignori.
Un’altra chicca? I caselli autostradali e i cavalcavia di mezza Italia. Vengono giù a pezzi, un pericolo per l’incolumità e fiumi di danaro pubblico al vento. Al solito, un affare per alcune imprese di rispetto, che – secondo copione – ricevono in subappalto da sigle para pubbliche. Sotto i riflettori di svariate procure, il gruppo Vuolo, quartier generale nella bollente Torre Annunziata, epicentro di tanti affari nella zona costiera a sud di Napoli. Ma come mai, al solito, tutto crolla e niente cambia? Come mai nella giungla degli appalti pubblici le maglie sono così miracolosamente larghe? Dei controlli neanche a parlarne? Cantone, se ci sei, batti un colpo.

Davide Mattiello – Il grido dei Testimoni di Giustizia va raccolto!

(ANSA) – ROMA, 19 NOV – “Va raccolto il grido dell’Associazione nazionale testimoni di giustizia. Da oltre un anno sono in vigore le nuove norme che prevedono l’assunzione nella pubblica amministrazione dei testimoni di giustizia, norme che per diventare operative hanno bisogno di un decreto attuativo nazionale e di un protocollo specifico in relazione alla Regione Sicilia, che ha nel frattempo legiferato a sua volta. Entrambi i testi risultano pronti. Ma c’e’ sempre qualche motivo che all’ultimo ne blocca la pubblicazione”. A denunciarlo e’ Davide Mattiello, Pd, componente della Commissione Antimafia e della Commissione Giustizia. “Intanto – spiega – passano i mesi e crescono tensione e frustrazione. Sono consapevole della complessita’ della materia e non dubito della buona volonta’ del Vice Ministro Bubbico e dei suoi collaboratori, ma proprio per questo e’ lecita una domanda: cosa sta succedendo al Viminale? C’e’ un problema di coperture finanziarie? C’e’ altro?”. Mattiello ricorda che oggi la Corte di Assise di Santa Maria Capua a Vetere ha condannato tutti e sette gli imputati per l’omicidio di Domenico Noviello, testimone e imprenditore ammazzato nel maggio del 2009: “un segno di giustizia, ma a che prezzo! I cittadini italiani devono sapere di poter esercitare il proprio diritto di denuncia e il proprio dovere di rispondere all’autorita’ giudiziaria, senza avere per questo la vita stravolta”, conclude l’esponente del Pd.

In arresto gli amministratori della ditta che fece lavori del carcere di Larino

Larino. Martedì mattina, gli uomini della Guardia di finanza di Castellammare di Stabia, coordinati dalla Procura di Torre Annunziata, hanno eseguito misure cautelari (rispettivamente arresti domiciliari e obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria) per Mario Vuolo, 62 anni e il figlio Antonio di 27, amministratori della P.T.A.M. Costruzione srl vincitrice dell’appalto per i lavori di adeguamento acustico presso la casa circondariale di Larino. Gli imprenditori campani sono accusati di bancarotta fraudolenta in concorso per la già fallita Carpenefer Roma srl.
Il nome degli imprenditori campani Vuolo è collegato al Molise per la controversa vicenda dei lavori di “adeguamento acustico” del carcere di Larino (un appalto da oltre 600 mila euro) provvisoriamente affidati a una impresa di Castellamare di Stabia su cui gravano sospetti di collusione con la camorra. La società in questione è la P.T.A.M. Costruzioni Srl.

Il 15 settembre del 2012 il Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche di Campania e Molise (che dipende direttamente dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) indice un bando di gara a evidenza pubblica per affidare i lavori di recinzione del penitenziario di contrada Monte Arcano, a Larino. Sono lavori che prevedono la costruzione di alcune paratie intorno al penitenziario in modo da eliminare i cosiddetti “fenomeni di inquinamento acustico”. Alla gara, i cui termini per la presentazione delle offerte scadevano il 17 ottobre del 2013, partecipano 27 ditte. L’ importo complessivo previsto era di 937.630,66 euro, la base d’asta di 907mila euro.
La P.T.A.M. riesce a spuntarla sulla concorrenza proponendo il prezzo più basso. Nel maggio dello scorso anno il sostituto procuratore Nicola D’Angelo aprì un fascicolo d’indagine conoscitiva, protocollata col numero 316/13 al modello 44, nel tentativo di accertare sull’esistenza o meno di infiltrazioni della criminalità organizzata nella nostra regione. Oggi, i Vuolo, conosciuti anche come i “Re del ferro”, sono accusati di essere gli amministratori di fatto della Carpenfer srl, dichiarata fallita nel 2013. Secondo l’accusa, avrebbero tenuto le scritture contabili in modo da non poter ricostruire il patrimonio, distraendo beni, in particolare automezzi. Inoltre, Mario Vuolo ha costituito varie società, tra cui la P.T.A.M. Costruzioni srl, tutte operanti nella carpenteria metallica stabiese, tra cui quella utilizzata al posto della fallita Carpenfer.

Le indagini continueranno anche nei prossimi giorni quando potrebbero scattare nuovi provvedimenti da parte degli organi inquirenti. I finanzieri, infatti, sono al lavoro per risalire al reale patrimonio dei Vuolo. Il modus operandi era quello di dichiarare fallita l’azienda, impedire la ricostruzione del patrimonio attraverso la contabilità e spostare beni e denaro e lavoratori verso altre aziende costituite dai Vuolo. Collegamento tra tutte le aziende, secondo gli inquirenti, è Mario Vuolo che si è servito del figlio, Antonio, per portare a compimento il suo piano.

Alessandro Corroppoli

http://www.primonumero.it/attualita/news/1416417339_larino-in-arresto-gli-amministratori-della-ditta-che-fece-lavori-del-carcere.html

Castellammare di Stabia. Ras cartelli stradali. Padre e figlio sospettati di avere fatto sparire beni della Carpenfer

Castellammare di Stabia. Hanno creato molteplici società facenti capo direttamente o indirettamente a loro, utilizzate per far sparire beni e denaro di un’altra azienda fallita. Società importanti che negli anni hanno lavorato anche per Autostrade per l’Italia, Pavimental, Autostrade Meridionali. Il reato di cui dovranno rispondere gli imprenditori Mario Vuolo di 62 anni e suo figlio Antonio di 27 anni è di bancarotta fraudolenta in concorso: guardia di finanza e magistrati hanno accertato che erano loro gli amministratori di fatto della «Carpenfer Roma srl» con sede a Castellammare. Ieri mattina i militari della compagnia stabiese, diretti dal comandante Mario Aliberti, coordinati dalla Procura di Torre Annunziata, hanno eseguito nei confronti dei Vuolo due misure cautelari emesse dal gip oplontino Elena Conte. Il 62enne è agli arresti domiciliari mentre per Antonio Vuolo è scattato l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Nell’ambito dell’inchiesta risulta indagato anche Fioravante Di Stefano di 48 anni, legale rappresentante della Carpenfer dal 2010 al 2013, indicato dalle autorità come prestanome dei Vuolo. È stato inoltre posto sotto sequestro preventivo un autocarro Iveco del valore di circa 10mila euro. Le indagini continueranno anche nei prossimi giorni quando potrebbero scattare nuovi provvedimenti da parte dell’autorità giudiziaria: i finanzieri sono al lavoro, infatti, per risalire al reale patrimonio degli imprenditori. La ditta Carpenfer è già finita alla ribalta delle cronache più volte negli ultimi anni e il suo nome compare nelle inchieste di ben quattro Procure: Firenze, Santa Maria Capua Vetere, Alba e Monza. Si tratta di indagini incentrate sulla concessione di appalti, sui cui ci sarebbe anche l’ombra della criminalità organizzata, per la costruzione di caselli e altre strutture sulle autostrade italiane per la quale sarebbe stata utilizzata manodopera non qualificata e materiale scadente. Un esempio su tutti: il cartellone di metallo che indicava l’uscita di Santa Maria Capua Vetere sull’Autosole precipitato sull’asfalto nel dicembre del 2011. Tornando al caso della bancarotta, un primo e più evidente risultato delle indagini dei finanzieri è stato quello di ricondurre con chiarezza la Carpenfer a Mario, già condannato una volta per bancarotta fraudolenta, ed Antonio Vuolo. La società è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Torre Annunziata il 17 gennaio 2013. Il modus operandi era quello di dichiarare fallita l’azienda, impedire la ricostruzione del patrimonio attraverso la contabilità e spostare beni, denaro e lavoratori verso altre aziende costituite dai Vuolo: l’obiettivo era quello di evitare l’attacco dei creditori. La frode è avvenuta alterando costantemente le scritture contabili della società in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e del volume d’affari, omettendo di riportare i reali cespiti patrimoniali posseduti ed effettuando anche fittizie cessioni a società risultate poi comunque riconducibili ai presunti responsabili della bancarotta. Secondo gli inquirenti il ruolo centrale sarebbe rivestito da Mario Vuolo, autore e regista delle operazioni di bancarotta che, servendosi della complicità del figlio Antonio, ha costituito varie società, tutte operanti nel medesimo settore della carpenteria metallica stabiese. Tutte le aziende hanno utilizzato lo stesso personale, la stessa officina, gli stessi uffici localizzati nel complesso immobiliare dei Vuolo. I finanzieri hanno ricostruito i movimenti degli imprenditori incrociando dichiarazioni dei dipendenti e verifiche dei conti correnti delle società.

(Francesco Ferrigno – Il Mattino)

Ritardi sulle assunzioni dei testimoni di giustizia: “Si firmi subito il protocollo d’intesa” | Focus. Senza parole. Comportamenti che non hanno bisogno di commenti. Questo è il peggiore governo che l’Italia abbia avuto dal dopoguerra ad oggi. Vergognatevi!

di Francesca Mondin – 19 novembre 2014
Nessuna assunzione, ancora attese per chi ha denunciato la mafia affidandosi allo Stato. Il forte segnale che era stato dato quest’estate con l’approvazione della norma sull’assunzione dei testimoni di giustizia o dei famigliari all’interno dell’amministrazione pubblica regionale siciliana rischia di perdersi nel labirinto della burocrazia. L’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia ha lanciato questa mattina un appello al viceministro degli Interni, Filippo Bubbico, chiedendo a gran voce che venga firmato quanto prima il protocollo d’intesa con la Regione Sicilia.
“Da settimane assistiamo a continui e ingiustificabili rinvii, da parte del Viminale, spiegabili forse solamente in una reale mancanza di volontà” dicono i protagonisti vittime di questi continui rallentamenti. “Da oltre un anno sono in vigore le nuove norme che prevedono l’assunzione nella pubblica amministrazione dei testimoni di giustizia” ha spiegato Davide Mattiello componente della Commissione Antimafia e della Commissione Giustizia, che ha raccolto l’appello dei testimoni di giustizia.

Queste “norme per diventare operative hanno bisogno di un decreto attuativo nazionale e di un protocollo specifico in relazione alla Regione Sicilia, che ha nel frattempo legiferato a sua volta. Entrambi i testi risultano pronti. Ma c’è sempre qualche motivo che all’ultimo ne blocca la pubblicazione”. Infatti dopo più di due mesi di continui rimbalzi, approvazioni e rinvii due settimane fa circa, lo stesso viceministro Bubbico aveva affermato che: “Il decreto attuativo PA è pronto. Il Consiglio di Stato ha, infatti, espresso ieri parere favorevole sullo schema di regolamento”. Da allora però nessun’altra notizia. “Basta con i ritardi! – dice Ignazio Cutrò presidente dell’Associazione nazionale testimoni di giustizia – Siamo stufi di continui rinvii e di parole inutili, chiediamo che si proceda subito alla firma del protocollo di intesa e alla firma dei contratti di assunzione dei testimoni.”
Non è la prima volta che le promesse fatte ai testimoni di giustizia da parte delle Istituzioni e del viceministro dell’Interno cadono nel vuoto o subiscono eccessivi ritardi. Esemplare è il fatto avvenuto in pubblico durante la trasmissione di “La vita in diretta” ad aprile di quest’anno dove Bubbico aveva promesso che nel giro di alcune settimane avrebbe cercato di risolvere la situazione di Ignazio Cutrò. Il quale, dopo i vari tentativi falliti di ottenere le agevolazioni economiche spettanti ai testimoni di giustizia per legge, non riuscendo a mantenere la famiglia (non riceveva dallo stato nessun aiuto né per ricominciare a lavorare né per garantire beni di prima necessità, ndr), aveva deciso di lasciare l’Italia. Eppure sono passati oltre cinque mesi prima di assegnarli degli ausili economici. Altri due casi di lunghi ritardi da parte dello Stato sono il malfunzionamento del sistema di videosorveglianza, denunciato quasi un anno fa da Ignazio Cutrò e ancora inefficiente, e l’aumento della protezione di Valeria Grasso, concessa dopo oltre un mese dalle ultime pesanti intimidazioni subite. Ritardi che possono compromettere la vita di questi uomini e donne che hanno scelto di stare dalla parte della giustizia e denunciare la mafia.
A novembre scade anche il termine che si era dato Bubbico per la definizione della famosa Carta dei diritti. Documento creato dal lavoro della commissione ideata ad hoc dal viceministro con l’obiettivo di aggiornare e rendere eque le normative anche per i testimoni di giustizia che decidono di rimanere in loco.
Scadenze che troppo spesso non vengono rispettate, e intanto la situazione dei testimoni di giustizia rimane immobile e come spiega Mattiello che ha raccolto il grido dei testimoni di giustizia: “passano i mesi e crescono tensione e frustrazione”.

 http://www.antimafiaduemila.com/2014111952443/focus/ritardi-sulle-assunzioni-dei-testimoni-di-giustizia-si-firmi-subito-il-protocollo-dintesa.html#.VGzna2_djms.twitter

L’appello dell’Associazione Caponnetto a Civitavecchia e nel circondario la pronta risposta del Sindaco di Civitavecchia che preannuncia anche nel suo comune, dopo Formia, l’Istituzione dell’Osservatorio contro la criminalità da noi richiesto. Quando ci si trova di fronte a Sindaci perbene e sensibili al problema della legalità e della Giustizia!!! Queste sono le vittorie dell’Associazione Caponnetto: i fatti e non le chiacchiere!!!

http://www.terzobinario.it/associazione-antonino-caponnetto-furgoni-incendiati-ora-costituzione-di-un-osservatorio-per-la-legalita/56109

http://www.bignotizie.it/news/civitavecchia/cronaca/27871-2014-11-19-08-59-19.html

http://www.bignotizie.it/news/civitavecchia/comune/27874-2014-11-19-11-39-17.html

http://www.trcgiornale.it/news/cronaca/71877-pulmini-aga-nel-2010-un-altro-incendio-la-caponnetto-lancia-lallarme-criminalita-organizzata.html

http://www.trcgiornale.it/news/cronaca/71879-cozzolino-lsubito-un-osservatorio-antimafiar.html

http://www.civonline.it/articolo/lassociazione-caponnetto-criminalita-organizzata-dietro-lincendio-dei-4-pulmini

Bancarotta, preso il re del ferro

Torre Annunziata. Tangenti, indagato il fedelissimo del sindaco Giosué Starita

Una tangente in cambio della nomina di un tecnico. E’ l’ipotesi di reato che grava sul consigliere comunale di Torre Annunziata Davide Alfieri, fedelissimo del sindaco Giosué Starita. Un’ipotesi di reato su cui è atteso il verdetto del pubblico ministero che potrebbe archiviare o invocare il processo per il politico, ma che – in ogni caso – apre una bufera all’interno dei corridoi del municipio. Un secondo terremoto giudiziario, dopo i guai scattati per il consigliere comunale Raffaele De Stefano che avrebbe favorito il matrimonio di un affilliato al clan fuori dalla casa comunale. Ora la bufera si riapre.

I fatti iniziano ad ottobre del 2011. Al Comune di Torre Annunziata deve essere costituito l’oiv, l’organismo indipendente di valutazione. Si tratta di un organismo di vigilanza sovracomunale composto da professionisti che attraverso diverse mansioni vigilano sugli atti prodotti dall’ente. Ma a mettere le mani sulle nomine, come spesso accade, ci pensa la politica. Le poltrone finiscono sotto i riflettori di Davide Alfieri, all’epoca e tutt’oggi consigliere comunale di maggioranza. Sono gli atti del pubblico ministero Andreana Ambrosino a ricostruire nei minimi dettagli l’intera vicenda che incastrerebbero l’uomo di fiducia del sindaco Giosué Starita per avere chiesto una tangente a Gennaro Giugliano.

 http://www.metropolisweb.it/Notizie/Torrese/Cronaca/torre_annunziata_tangenti_indagato_fedelissimo_sindaco_giosue_starita.aspx

Terra dei fuochi, il primo boss pentito: “Si poteva fermare tutto 25 anni fa. Si sapeva tutto, c’erano nomi e cognomi. Non li hanno toccati”

“Abbiamo riempito di monnezza prima il nord e poi abbiamo scaricato al sud. Le navi? Partivano per la Somalia con armi e rifiuti. Ai magistrati spiegai ‘La monnezza è oro e la politica è una monnezza’”. E’ il racconto esclusivo che il boss Nunzio Perrella, pentitosi nel 1992, affida alla Gabbia. Questa sera, su La7, il reportage di Nello Trocchia sulla Terra dei fuochi, un anno dopo la grande mobilitazione ‘Fiume in piena’, si intrecciano storie di dolore e coraggio mentre i roghi continuano e di bonifiche neanche a parlarne. Perrella, per primo, raccontò ai magistrati il sistema di gestione criminale del pattume industriale. Vennero fatti i nomi e i cognomi, ma i processi finirono tutti in prescrizione. Oggi ha paura: “Potevamo distruggere tutto 25 anni fa. Ora lo stato, finito il programma di collaborazione, non mi ha dato una nuova identità e ho paura di morire”

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/11/16/terra-dei-fuochi-primo-boss-pentito-si-poteva-fermare-tutto-25-anni-fa/312597/?utm_source=ifq&utm_medium=widget&utm_campaign=sidebar-home

Anas, indagato il presidente Ciucci. ‘Abuso d’ufficio per statale Maglie-Leuca’

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo sui ritardi e le anomalie nella costruzione della strada il cui iter di progettazione è iniziato negli anni novanta. Ma sotto il tracciato ci sono almeno tre discariche abusive. E il valore dell’affare è lievitato da 113 a oltre 280 milioni di euro

di Tiziana Colluto

Un indagato eccellente, il presidente di Anas Pietro Ciucci. E un appalto milionario al momento congelato, il raddoppio dell’arteria che collegherà Maglie con Leuca, nel leccese. L’affare finisce nel mirino della Procura di Roma. Un fascicolo per abuso d’ufficio è aperto sulla scrivania del pm Alberto Galanti, nome di peso della magistratura capitolina, lo stesso che porta avanti l’inchiesta sull’ex ministro all’Ambiente, Corrado Clini, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, e lo stesso, soprattutto, che ha smantellato il “sistema” che ruota attorno a Manlio Cerroni e la discarica di Malagrotta.

Un curriculum che non sembra essere un caso. Anche perché la storia della statale 275 ha molto a che fare con i rifiuti. Ci sono almeno tre siti in cui sono stati interrati scarti pericolosi vent’anni fa e collocati proprio lungo quello che sarà il futuro tracciato della strada. Sono state le confessioni di un ex operaio di una di quelle discariche a squarciare il velo. Tuttavia, non c’è solo questo. L’indice è stato puntato anche contro l’affidamento diretto della progettazione, senza procedura di evidenza pubblica, prima al Consorzio per lo Sviluppo industriale e dei servizi reali di Lecce e poi, da questo, alla Pro.sal spa, lo studio di progettazione dell’ingegnere Angelo Sticchi Damiani, attuale presidente dell’Aci. Era la metà degli anni ’90. Da lì in poi, l’opera è stata finanziata a più riprese, passando da 113,6 milioni di euro iniziali agli attuali 287,8 milioni di euro, di cui 152,4 a valere sulle risorse che il Cipe ha assegnato alla Regione Puglia e il resto a carico del Fondo infrastrutture per il Mezzogiorno.

Sono stati il Comitato Sos 275 e alcuni espropriandi, difesi dall’avvocato Luigi Paccione, a portare avanti la battaglia giudiziaria, incassando prima una bocciatura al Tar di Lecce, poi lo schiaffo dal Consiglio di Stato, che ha considerato non ammissibile il loro ricorso. Hanno proceduto, però, anche per altre strade, segnalando il tutto oltre un anno fa con esposti alla Procura di Lecce, di Roma e a quella della Corte dei Conti. A loro dire, quel vizio a monte avrebbe condizionato tutto il resto. E le discariche riemerse dalla pancia della terra confermerebbero l’inesistenza degli studi geognostici e idrogeologici commissionati. Sarebbe stata rilevata, inoltre, la sospetta mancanza di firme ai progetti contenuti nelle delibere Cipe del 2004 e del 2009.

Sono anche i motivi che hanno spinto la presidenza del Consiglio dei ministri a scrivere al ministro per le Infrastrutture e alla stessa Anas per chiedere lumi, dopo l’ennesimo esposto, stavolta al Cipe, inoltrato a luglio dagli ambientalisti salentini. Una telenovela tormentata e che ha trovato il suo apice nella clamorosa sentenza con cui il Consiglio di Stato, nel luglio scorso, ha bollato come illegittima l’aggiudicazione dell’appalto all’associazione temporanea d’imprese capeggiata dal Consorzio cooperative costruzioni. Per i giudici di Palazzo Spada, non avrebbe avuto i requisiti per partecipare alla gara. Di più, ad accaparrarsela avrebbe dovuto essere il gruppo Matarrese di Bari, a cui andrebbe corrisposto, ora, un risarcimento danni di 10 milioni di euro.

Un groviglio che ora tiene in stallo l’intera opera, per la quale si rischia di perdere i fondi se non si procederà allo sblocco immediato, come confermato anche dal sottosegretario ai Trasporti Umberto Del Basso De Caro. Per questo nei giorni scorsi è arrivata all’Autorità nazionale anticorruzione e alla Corte dei Conti del Lazio e della Puglia un’ulteriore segnalazione, stavolta a firma di una delle società del raggruppamento aggiudicatario, la Igeco. E un altro capitolo è pronto ad aprirsi.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/15/anas-indagato-presidente-ciucci-abuso-dufficio-per-statale-maglie-leuca/1214390/

Valente, un fiume in piena

VALENTE FIUME IN PIENA. “Cosentino chiamò Maddaloni per evitare l’interdittiva antimafia all’Eco4. E la perizia per i milioni di euro ad Orsi delle quote la reputo falsa”

La telefonata in prefettura sarebbe avvenuto durante un incontro veloce fuori al casello di Caserta Nord. Il perito del tribunale di S.Maria C.V. fece una valutazione di 9 milioni di euro. “Orsi mi disse che era una persona da loro conosciuta”

CASERTA – E’ proprio vero: dai diamanti non nasce niente. Dal letame, nel nostro caso dalla monnezza, invece, altro che fiori: sbocciano business incredibili, da capogiro. Al di là delle dinamiche argute, complesse, intricate, molte delle quali logicamente ancora da comprovare, da vagliare nei tribunali, i lettori appassionati delle tante vicende che orbitano intorno alla spazzatura dovrebbero sussultare, meravigliarsi (e probabilmente lo fanno) anche per la sostanza corposa delle cifre che sono circolate in nome di un servizio (gestione delle discariche, raccolta rifiuti e tutti gli annessi) il quale, , nonostante gli ingenti investimenti, di momenti rosei ne ha visti pochissimi.

L’uomo, perdonate l’ingenua deriva antropologica, è un animale sorprendete: è riuscito, pensate un po’, a fondare sugli scarti (perché l’immondizia, essenzialmente, di scarti è fatta) un giro di affari enorme, un circuito di finanza mica spicciola, macché, di finanza complessa, altissima.

La Dda di Napoli da tempo è a lavoro per cercare di comprendere gli andamenti alla base di questo commercio e gradualmente ci sta riuscendo. E a contribuire all’apertura di ‘sto vaso (verrebbe da dire bidone) di pandora sta notevolmente contribuendo quella che abbiamo chiamato “stagione dei pentimenti”, iniziata con Attilio Pellegrino e Antonio Iovine.

Ieri, giovedì, nell’ennesima udienza del processo Cosentino, accusato di concorso esterno in associazione camorristica per presunti rapporti con il clan dei Casalesi , il giudice antimafia Milita ha iniziato l’interrogatorio di Giuseppe Valente, ma, sostanzialmente, per ragioni di tempo, si è fermato, forse, neppure alla metà del canovaccio che ha intenzione di srotolare davanti alla corte presieduta da Guglielmi. Sicuramente Valente sarà ascoltato per tutta la prossima udienza, quella del 27 ottobre, e, probabilmente pure in parte di quella successiva fissata ad inizio novembre.

Intanto, però, cominciamo noi ad anticipare i possibili argomenti che il pm tratterà nei successivi incontri.

Se dici monneza dici società, consorzi, quote. Dei vari step che hanno condotto all’espletamento della gara bandita dal Ce4 e vinta dall’Ati degli Orsi già ne abbiamo scritto. Della costituzione di quello che fu il braccio operativo del Consorzio, l’Eco4, pure ne abbiamo già in una certa misura parlato. Facciamo, oggi, un piccolo salto in avanti. Arriviamo al maggio del 2005, quando proprio gli Orsi, ormai 9 anni fa, iniziarono a meditare un’uscita di scena dall’Eco4.

“Vi erano diverse ragioni per cui lo fecero – ha dichiarato l’ex presidente del Consorzio, lo scorso 26 giugno al pm Milita. – Innanzitutto vi erano state informazioni negative per il rilascio delle certificazione antimafia per l’Eco4, legate alla persona degli Orsi, ragione per la quale era più difficoltoso per loro continuare ad operare con la società: poi Sergio Orsi e lo stesso Cosentino mi dissero che vie erano indagini incorso sugli Orsi, proprio con riferimento alla gestione Eco4, informazioni che gli furono date da fonti che non citarono. Inoltre c’è da sottolineare che l’Eco4 non consentiva più utili significativi ed anzi vi era una situazione di sofferenza enorme dell’Eco4 in stato di insolvenza, quasi fallimentare.”

Ed è a questo punto che entra in scena un’altra multiservizi. “Inoltre gli Orsi, – ha proseguito Valente, –avevano puntato strategicamente sulla Gmc con la quale intendevano e stavano operando in modo analogo ed anche più redditizio, per estensione delle potenzialità dei servizi sui diversi comuni che entravano nella società stessa. Per queste ragioni, – ha sintetizzato il neo pentito, – Sergio Orsi mi disse che voleva cedere le loro azioni dell’Eco4 al Ce4, per lasciare tutto nelle mani del Consorzio stesso.”

Valente, in queste righe da noi trascritte integralmente, ha fatto cenno ai potenziali problemi che stavano sorgendo riguardanti la certificazione antimafia per l’Eco4. E proprio in merito a tale questione il mondragonese ha raccontato al pm di un incontro tenutosi all’uscita dell’autostrada di Caserta Nord. “[…]Sopraggiunse anche Nicola Cosentino e Sergio, me presente, riferì al Cosentino quel che stava succedendo in Prefettura dove, – ha raccontato Valente, – stavano predisponendo una relazione che avrebbe condotto all’interdittiva antimafia per l’Eco4 […]. Cosentino immediatamente telefonò in Prefettura e davanti a noi parlò credo con il Dr. Maddaloni (non sono certo sul nome ma sicuramente parlò con qualcuno della Prefettura), lamentandosi di questo fatto, dicendo che non era possibile che certe cose – ossia l’interdittiva – succedessero, anticipando che sarebbe andato di persona in Prefettura per parlare della cosa: le possibilità di incidere sulla Prefettura da parte di Cosentino erano notevoli […] In quella fase l’intervento di Cosentino, – ha proseguito Valente, – ebbe successo perché non giunsero notizie di interdittive antimafia […]. Lo stesso Orsi Sergio, sempre in mia presenza, parlò della stessa cosa con Mario Landolfi, anche se ormai l’intervento in Prefettura era già stato fatto da Nicola Cosentini in precedenza. Sergio Orsi aveva delle talpe nella commissione e gli era stato detto che era imminente l’emissione del provvedimento interdittivo e per questo Nicola Cosentino agì immediatamente al telefono per impedire che ciò avvenisse.”

Chiusa la parentesi sull’interdittiva Valente riprende l’argomento riguardante la cessione delle quote Eco4 al Consorzio: “Visto che c’era l’accordo di Nicola Cosentino io obbedì. Era dunque necessario accordarsi sul prezzo, – ha dichiarato durante l’interrogatorio, l’ex presidente del Ce4, – e si decise di comune accordo tra me e Sergio Orsi di affidare la valutazione ad un perito nominato dal tribunale di S.Maria C.V. Io ero, in quel periodo, sia presidente dell’Eco4, sia presidente del Consorzio. […] Venne nominato perito che era, per quel che mi disse Sergio Orsi, persona da loro conosciuta. Non mi dissero altro. [...] Io oggi reputo quella perizia del tutto falsa […] Una volta che la perizia venne depositata rilevai la sproporzione. La quota degli Orsi fu valutata in 9 milioni di euro circa. Non feci nulla per contestare questa perizia e se avessi fatto qualcosa sarebbe saltato tutto […] Io andai da Cosentino ed osservai che quella cifra era esagerata e chiesi lumi. Cosentino mi disse che quella cifra andava bene e che se c’era la perizia la cosa non doveva preoccuparmi. Mi chiese se ci fossero stati fondi disponibili ed io dissi che non c’erano e che l’unico modo di adempiere ad una compravendita, ancora non stipulata, era quello di cedere, quale corrispettivo una parte del credito riconosciuto dal Commissario di Governo, credito che era già stato ceduto ad una banca.”

Questa è la versione di Valente, che, ripetiamo, dovrà essere valutata dalla corte, dovrà essere analizzata anche dai legali di Cosentino. Ma resta pur sempre una visione, un’altra, che è entrata con forza nel processo.

Giuseppe Tallino

(Tratto da CasertaCE)

Napoli, indagati i vertici delle Entrate: «Favori fiscali al gruppo Ragosta»

http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/indagati-agenzia-entrate-ragosta/notizie/1013249.shtml

Scajola vende la casa al Colosseo e guadagna un milione di euro

http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/POLITICA/scajola_casa_colosseo_guadagna_un_milione_euro/notizie/1011798.shtml

Pur con tutte le riserve e le cautele di questo mondo dettate dal principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, questo episodio è di una gravita eccezione e ci induce ad aprire i riflettori anche negli ambienti giudiziari in Campania

Corruzione, la Procura Roma perquisisce casa e uffici del gip Alberto Capuano

Indagini sul magistrato in servizio a Napoli, avrebbe ricevuto favori dagli imprenditori Ragosta: lavori gratis nel centro estetico della moglie

NAPOLI – La Guardia di Finanza su mandato della Procura Roma ha perquisito casa e uffici del gip Alberto Capuano in servizio a Napoli. I pm capitolini stanno verificando se il magistrato abbia ottenuto favori dagli imprenditori Ragosta pure oggetto di indagini, nella fattispecie la ristrutturazione del centro estetico della moglie, in cambio dell’adozione di alcuni provvedimenti «ritenuti sospetti», in favore del gruppo imprenditoriale. E’ durato diverse ore il sopralluogo al quattordicesimo piano della Torre b del Tribunale di Napoli: i finanzieri hanno portato via faldoni e computer. L’accusa ipotizzata per il magistrato napoletano è quella di corruzione. Stando a quanto emerge dal decreto di perquisizione, Capuano avrebbe adottato provvedimenti ritenuti «errati» o sospetti in materia di misure personali e reali: come la scarcerazione di uno dei due fratelli indagati prima ancora che si esprimesse il Riesame, o il provvedimento col quale il magistrato napoletano ha consentito all’amministratore giudiziario di affittare una villa dei Ragosta in Costa Smeralda per i mesi estivi ad un prezzo stracciato. Favori in cambio di favori, è il sospetto: la ristrutturazione del centro estetico della moglie. La vicenda ha origine dalle indagini sul gruppo Ragosta: nell’estate del 2012 oggetto di arresti e sequestri effetto di indagini della Procure di Napoli e Salerno su acquisto di immobili, evasione fiscale, sino al rapporto con alcuni magistrati della commissione tributaria.

Tratto dal Corriere del Mezzogiorno

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