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MAFIA: Vita di un uomo di mondo

L’autobiografia senza precedenti del più famoso pentito di mafia.

Di Alfredo Galasso

‘Ndrangheta ed appalti, perquisizioni anche in provincia di Latina.La situazione della criminalità mafiosa e comune in provincia di Latina appare sempre più grave.

 Quello che indispettisce é il fatto che  la maggior parte della gente  rifiuta di rendersi conto di ciò e gira lo sguardo dall’altra parte.Sembra di stare nelle regioni del sud dove pure  qualche  segnale di risveglio c’é con i Testimoni di Giustizia e qualche altro. In questi giorni si sta parlando di Ilaria Alpi.Non si può fare a meno al riguardo di pensare a Gaeta dove per anni c’é stata sequestrata la nave “21 Ottobre” che faceva parte di quelle flotta sui cui traffici indagava Ilaria Alpi.Sempre a Gaeta  si dice che si siano svolti  “incontri” fra  pezzi dello Stato e camorra come pure   risulta che  già nei primi anni 2000 é stato  confiscato alla camorra il più alto numero di beni  della camorra. Sapete dei cosa parlano a Gaeta ? Di paparielli,roccocç,isole pedonali,regine e rotonde !!!!!! “Nun sacciu niente “,nessuno sa niente.

‘Ndrangheta ed appalti, perquisizioni anche in provincia di Latina

Venerdì 20 gennaio 2017 – 23:37    

di Mirko Macaro

L’onda lunga delle inchieste “Cumbertazione” e “5 Lustri”, coordinate rispettivamente dalla Dda di Reggio Calabria e da quella di Catanzaro, che giovedì hanno portato ad un maxi-blitz congiunto che tra decine d’arresti e sequestri ha attraversato buona parte della penisola, è arrivata anche nella provincia di Latina: in terra pontina la guardia di finanza ha effettuato due perquisizioni, una ad Aprilia, l’altra a Fondi.

Nella città di fondazione a nord del capoluogo le Fiamme gialle si sono recate in via Montello, presso l’abitazione di una persona ritenuta prestanome del sodalizio che, secondo gli inquirenti, vedeva insospettabili imprenditori e ‘Ndrangheta spartirsi gli appalti pubblici della piana di Gioia Tauro e del Cosentino.

A Fondi la perquisizione, con annessa acquisizione di documentazione commerciale, ha invece riguardato la sede della Gival, società di via Pantanello operante in campo edile e fallita nel 2013 dopo un periodo d’amministrazione giudiziaria. Un’impresa che, come i suoi referenti, al di là dell’accertamento ad ogni modo non risulta toccata da alcun provvedimento nell’ambito della maxi-operazione di ieri.

Nel 2011 la Gival finì in un’altra inchiesta antimafia, la “Scacco matto”, vedendo anche l’arresto del responsabile dei cantieri e del legale rappresentante: si ipotizzava l’utilizzo, in subappalto, di ditte e maestranze in odore di criminalità organizzata nei lavori per il completamento di un polo scolastico a Polistena, provincia di Reggio Calabria. Contestazioni risalenti ad un appalto del 2008, e che nel 2015, al termine del processo di primo grado, portarono a riconoscerne la liceità, con contestuale piena assoluzione dei due imprenditori fondani dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Non senza un “incidente di percorso”. Liberi da ogni ombra, tra un amministratore giudiziario e l’altro, nominati a partire dal 2011 dal Tribunale di Palmi, gli imprenditori pontini si erano visti riconsegnare un’azienda che da sana era stata nel frattempo dichiarata fallita.

Un’impresa “morta” da tempo, dunque, eppure ugualmente finita in maniera marginale sotto la lente d’ingrandimento di finanzieri ed Antimafia nell’ambito dell’ultima operazione contro la ‘Ndrangheta.

IL COMUNICATO DIFFUSO DOPO L’OPERAZIONE

Sotto il coordinamento delle Direzioni Distrettual Antimafia di Reggio Calabria e di Catanzaro, personale del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e di Cosenza, con l’ausilio del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata e dei Nuclei di Polizia Tributaria di Roma, Viterbo, Latina, Rieti Mantova, Milano, Agrigento, Messina, Palermo, Ragusa, Catanzaro, Cosenza, Crotone, Vibo Valentia, Caserta, Napoli, Salerno, Pisa ha eseguito su tutto il territorio nazionale il fermo di indiziato di delitto, emesso dalle menzionate D.D.A. nei confronti di n. 35 soggetti responsabili dei reati associazione per delinquere di tipo mafioso, associazione per delinquere aggravata dall’art. 7 L.203/1991, turbata libertà degli incanti, frode nelle pubbliche forniture, corruzione e falso ideologico in atti pubblici, rapina ed estorsione, aggravate dal metodo mafioso (art. 7 l. 203/1191). nonché il sequestro preventivo di n. 54 imprese.

I provvedimenti rappresentano l’epilogo di un’articolata attività investigativa condotta dal Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata (G.I.C.O.) del Nucleo di Polizia Tributaria di Reggio Calabria e dal Nucleo PT di Cosenza, nell’ambito di due distinti procedimenti penali incardinati rispettivamente presso le Direzioni Distrettuali Antimafia di Reggio Calabria (operazione ‘CUMBERTAZIONE‘, e di Catanzaro (operazione ‘5 LUSTRI‘), volta ad approfondire i profili imprenditoriali della criminalità organizzata operante nella piana di Gioia Tauro e nel cosentino, legati al settore degli appalti pubblici, le quali trovano punto di convergenza nella figura di alcuni imprenditori legati alla ‘ndrangheta.

Le predette indagini hanno accertato:
1. il diretto coinvolgimento del gruppo imprenditoriale BAGALA’, che ha costituito e consolidato nel settore degli appalti pubblici in Calabria una posizione di assoluto predominio, sfruttando l’appartenenza alla nota cosca PIROMALLI, tra le più potenti della ‘ndrangheta, riuscendo sistematicamente a turbare almeno 27 gare indette da plurime stazioni appaltanti (tra cui, i Comuni di Gioia Tauro (RC), Rosarno (RC), Cosoleto (RC), la Provincia di Reggio Calabria (Stazione Unica Appaltante – S.U.A.P.), l’A.N.A.S., ecc…) nel periodo 2012/2015 per un valore complessivo superiore a €. 90.000.000.
L’illecito modus operandi – posto in essere grazie anche ai rapporti corruttivi con funzionari appartenenti alle medesime stazioni appaltanti nonché all’operato di diversi professionisti collusi – ha consentito di sviare il regolare svolgimento delle gare pubbliche mediante la costituzione di un cartello composto da oltre 60 società che, attraverso la presentazione di offerte precedentemente concordate, è stato in grado di determinare l’aggiudicazione degli appalti a una delle imprese della cordata.
Proprio sotto tale profilo, nel corso delle indagini è stata individuata una cerchia di soggetti risultati pienamente inseriti in quella organizzazione che gli indagati, negli stessi dialoghi intercettati, hanno definito la “CUMBERTAZIONE” (termine dialettale reggino utilizzato per indicare un’associazione “chiusa”).
Accanto al nucleo essenziale della famiglia BAGALA’ – in particolare dei fratelli Giuseppe cl. 57 e Luigi cl. 46, nonché dei rispettivi figli Francesco cl. 90 e Francesco cl. 77 – sono stati
individuati altri soggetti, con ruoli chiave nel sistema di controllo degli appalti di lavori gestito dai BAGALA’.
Si pensi anzitutto all’Ing. NICOLETTA Pasquale detto Rocco ed alla sorella di questi, NICOLETTA Angela, anch’essa parte del sodalizio criminale e testa di ponte della cosca PIROMALLI all’interno dell’amministrazione comunale di Gioia Tauro.
Senz’altro un ruolo di spicco è stato ricoperto da MORABITO Giorgio, soggetto originario di San Giorgio Morgeto (RC) che, già attivo nel settore degli appalti di lavori, si è affiliato alla cosca PIROMALLI avendo intuito che per fare il salto di qualità nel settore degli appalti doveva sposarne la causa.
Accanto a tali soggetti, si sono collocate una serie di ditte compiacenti aventi sede in Calabria, nel Lazio, in Sicilia, in Campania, in Toscana a cui venivano fatte presentare le offerte secondo importi che avrebbero automaticamente garantito ad una di esse l’aggiudicazione.
In taluni casi, le predette imprese, scelte in ragione dei propri requisiti tecnici ed economici (come nel caso dei gruppi CITTADINI e BARBIERI), si sono prestate a partecipare fittiziamente alle gare, singolarmente o in ATI o RTI, per conto dell’organizzazione (ricevendo in cambio una percentuale che variava dal 2,5% al 5% sull’importo posto a base d’asta, al netto del ribasso), in altri casi, le stesse hanno presentato offerte fittizie, ricevendo in cambio, ad esempio, la garanzia che l’organizzazione, a sua volta, avrebbe presentato offerte fittizie per appalti di loro interesse così aiutandole ad aggiudicarsi le relative gare.
In questo sistema, sostenuto da un collante composito fatto di corruzione, imposizione ‘ndranghetistica e collusione, lo scopo perseguito dai BAGALA’ è stato quello di garantirsi il controllo del sistema delle gare pubbliche indette dalle stazioni appaltanti calabresi, procurandosi l’aggiudicazione illecita delle commesse da parte di imprese colluse, per poi effettuare direttamente i lavori garantendosi la presenza sul territorio attraverso il sistema delle procure speciali rilasciate al MORABITO Giorgio e ad altri. Anche laddove il richiamato cartello non fosse riuscito vincitore, infatti, venivano messe in atto manovre – sotto forma del subappalto o della procedura di nolo – al fine di controllare in maniera diretta la gara.

Il vantaggio derivante in capo all’organizzazione, ma in particolare ai BAGALA’ e quindi alla cosca PIROMALLI, è stato molteplice. Da un lato, quello economico direttamente derivante dall’esecuzione dell’appalto “per procura”; in secondo luogo quello di favorire diversi imprenditori mafiosi operanti sul territorio di esecuzione dei lavori, così da aumentare il prestigio dell’organizzazione, creare sinergie imprenditoriali/mafiose, consenso ed alleanze (è questo il caso dei rapporti con SCALI Gianluca e GALLO Domenico); in terzo luogo, vi è il vantaggio in termini mafiosi di eseguire visibilmente tutti i lavori in un dato territorio, come il comune di Gioia Tauro, rafforzando così la posizione della cosca PIROMALLI. Infatti, l’occupazione dei cantieri locali permette anche l’assunzione delle maestranze imposte dalle famiglie ‘ndranghetistiche competenti per territorio, così ulteriormente permettendo all’organizzazione di creare un sistema “per cui tutti sono contenti”, prendendo in prestito le parole del BAGALA’ Giuseppe cl. 57.
Naturalmente per ottenere tali benefici, l’organizzazione ha curato i rapporti con il territorio, ossia con le cosche di ‘ndrangheta competenti localmente, riconoscendo la tradizionale “tassa ambientale” del 3%. Proprio a tal proposito, BAGALA’ Giuseppe cl. 57 ha parlato di un fondo a ciò deputato ed alimentato con una percentuale del valore dell’appalto accantonata dall’organizzazione.
L’operato illecito dell’organizzazione ha interessato anche la fase più propriamente esecutiva dei lavori in quanto, in alcune gare, sono state apportate varianti non autorizzate al progetto ed è stato riscontrato l’utilizzo di materiale scadente e/o di qualità diversa rispetto a quella prevista nel capitolato di appalto.

Tra le principali gare turbate, si evidenziano le seguenti:

a. “Sviluppo water front della Città di Gioia Tauro, realizzazione piazza, sistemazione lungomare, costruzione parco urbano” – importo pubblico dell’operazione pari a euro 2.300.000,00;
b. “Sviluppo water front della Città di Gioia Tauro, costruzione parcheggio interrato con piazza” – importo pubblico dell’operazione pari a euro 3.000.000,00;
c. “Sviluppo water front della Città di Gioia Tauro, sistemazione palazzetto dello sport con annessi parcheggi e viabilità” – importo pubblico dell’operazione pari a euro 400.000,00;
d. “Riqualificazione ambientale Torrente Budello” della Città di Gioia Tauro – importo pubblico dell’operazione pari a euro 1.000.000,00;
e. “Realizzazione centro polifunzionale a servizio della città-porto sul water front” della Città di Gioia Tauro – importo pubblico dell’operazione pari a euro 5.100.000,00;
f. “Riqualificazione e ripristino percorsi pedonali stazione centro storico” della Città di Rosarno – importo pubblico dell’operazione pari a euro 300.000,00
g. “Centro polisportivo a servizio della città – porto” della Città di Rosarno – importo pubblico dell’operazione pari a euro 7.000.000,00.
Sono emerse, infine, irregolarità anche nell’esecuzione dei lavori dello svincolo di Rosarno dell’autostrada A3 Salerno – Reggio Calabria in relazione alla procedura del c.d. “accordo bonario” prevista dal Codice degli Appalti, in quanto sono state riconosciute all’impresa appaltante sostanziali agevolazioni in virtù di rapporti collusivi e/o corruttivi con funzionari pubblici.
2. una fitta rete di rapporti di carattere finanziario/economico, che legava un importante gruppo imprenditoriale cosentino con gli esponenti di spicco di alcuni clan, quello dei “Muto” (operante sulla costa dell’alto Tirreno), quello bruzio “Lanzino – Ruà – Patitucci” e quello reggino dei “Piromalli”.
Nello specifico, seguendo gli spostamenti di un dipendente fidato dell’imprenditore intraneo alla cosca, i finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Cosenza hanno ricostruito le dinamiche, le relazioni e gli accordi con gli altri gruppi criminali operanti sul territorio calabrese.
Grazie a questi solidi intrecci, 10 aziende riconducibili allo stesso imprenditore sono riuscite ad aggiudicarsi i più importanti appalti (costruzione e gestione) nella provincia di Cosenza nel triennio 2013/2015.
Il valore complessivo degli appalti ammonta ad oltre 100.000.000 derivanti dalla costruzione, riqualificazione e gestione venticinquennale (da qui il nome dell’operazione) degli impianti e dei servizi annessi.
I cantieri interessati sono:
a. riqualificazione e rifunzionalizzazione ricreativo-culturale di piazza “Carlo Bilotti” e realizzazione di un parcheggio interrato, nonché relativa gestione per 28 anni del parcheggio multipiano, della struttura polifunzionale (ivi compreso il museo) e del MAB.
b. comprensorio sport-natura di Lorica (CS) e relativa gestione per 25 anni;
c. riqualificazione delle aree prospicienti l’aviosuperficie di Scalea (CS) ai fini della realizzazione di servizi turistici e della riduzione dell’impatto ambientale, nonché relativa gestione per 25 anni.
Per questi motivi, appurata la connotazione “mafiosa” dell’imprenditore e delle imprese a lui facenti capo, la DDA di Catanzaro ha disposto mirati provvedimenti cautelari reali puntando al sequestro dei cantieri sopracitati, delle 10 società coinvolte, dei relativi conti correnti, dei numerosissimi beni ad esse intestate: nr. 38 immobili (ville, box, locali commerciali), 1 struttura alberghiera, munita di 144 camere e con annessa spiaggia, piscina, ristorante e impianti sportivi, 1 locale notturno (discoteca), 1 sala slot e videolottery, 5 automezzi. Il tutto per un valore di oltre 10 milioni”.

GLI ARRESTATI E LE SOCIETA’ SEQUESTRATE

“Alla luce del suddetto quadro probatorio e considerato anche che uno degli indagati era in procinto di recarsi all’estero, si è resa necessaria l’emissione del provvedimento di fermo. Pertanto, su disposizione delle richiamate Direzioni Distrettuali Antimafia di Reggio Calabria e di
Catanzaro, in data 19 gennaio 2017, sono stati sottoposti a fermo di indiziato di delitto i seguenti soggetti, a cui sono stati sequestrati anche i rapporti finanziari loro intestati:
1. BAGALA Luigi, nato il 13/05/1946 a Gioia Tauro (RC);
2. BAGALÀ Giuseppe, nato il 19/03/1957 a Gioia Tauro (RC);
3. BAGALÀ Francesco, nato il 13/03/1977 a Gioia Tauro (RC);
4. BAGALÀ Francesco, nato il 04/01/1990 a Gioia Tauro (RC);
5. MORABITO Giorgio, nato il 27/10/1974 a Taurianova (RC);
6. NICOLETTA Pasquale Rocco, nato il 30/04/1968 a Taurianova (RC);
7. NICOLETTA Angela, nata il 19/07/1964 a Taurianova (RC);
8. CITTADINI Carlo, nato l’08/06/1975 a Roma (RM);
9. BARBIERI Giorgio Ottavio, nato il 29/04/1976 a Roma (RM);
10. SCALI GIANLUCA, nato il 25/03/1972 a Locri (RC);
11. ZULIANI CRISTIANO, nato il 12/08/1980 a Roma (RM);
12. DELLA FAZIA Ettore, nato il 21/07/1960 a Dogliola (CH);
13. MIGLIORE Francesco, nato il 23/07/1961 a Palermo (PA);
14. MIGLIORE Filippo, nato il 20/07/1969 a Cammarata (AG);
15. LA CORTE Alessio, nato il 20/05/1984 a Santo Stefano Quisquina (AG);
16. LA GRECA Vito, nato il 04/08/1978 a Santo Stefano Quisquina (AG);
17. FEDELE Santo, nato l’ 01/11/1954 a Varapodio (RC);
18. FEDELE Francesco, nato il 22/06/1984 a Cinquefrondi (RC);
19. POLIFRONI Bruno, nato il 10/10/1967 a Varapodio (RC);
20. LEVA Rocco, nato il 05/08/1975 a Taurianova (RC);
21. MADAFFARI Bruno, nato il 15/05/1972 a Santa Cristina D’Aspromonte (RC);
22. PLASTINA Maria Vittoria, nata il 31/12/1979 a Paola (CS);
23. CIPOLLA EMILIO, il 12/11/1971 a Cosenza (CS);
24. COPPOLA Domenico, nato il 17/10/1981 a Gioia Tauro (RC);
25. ZURZOLO Angelo, nato il 14/04/1968 a Taurianova (RC);
26. CASTIGLIONE Gaspare, nato il 28/07/1971 a Reggio di Calabria (RC);
27. PELLEGRINI Mirko, nato il 16/11/1978 a Roma (RM).
nonché:
28. BARBIERI Giorgio Ottavio, nato il 29.04.1976 a Roma (RM).
29. BENCARDINO Davide, nato il 15.08.1970 a Belvedere Marittimo (CS).
30. CAPUTO Giuseppe nato il 18.01.1966 in Germania.
31. CORSANTO Angelina nata il 07.01.1943 a Cetraro (Cs).
32. LONGO Massimo, nato il 20.04.1966 a Genova.
33. PIROMALLO Mario, inteso Renato, nato il 18.04.1967 a Cosenza.

Contestualmente, è stato disposto il sequestro preventivo delle seguenti società e del relativo patrimonio aziendale:
1. EDILINFRA S.R.L. – P.I. 07252311001 – con sede a Roma, viale Pasteur nr. 78;
2. ALTERNATIVIA S.r.l. – P. I. 10108971002 – con sede a Roma, via dell’Annunziatella nr. 131;
3. CENTRO ASFALTI S.r.l. – P.I. 08894001000 – con sede a Roma, via Cassia nr. 1081;
4. MANUTENZIONI STRADALI SRL in Liquidazione – P.I. 11323691003 – con sede a Roma, vicolo Acqua Acetosa Anagnina 144;
5. VEGA S.r.l. – P.I. 08246291002 – con sede a Roma, via Casilina nr. 1890/I;
6. DUE M APPALTI S.r.l. – P.I. 08306631006 – con sede a Roma, via Bruzzano Zeffiro nr. 6;
7. EDILSTRADE S.r.l. a socio unico – P.I. 09194761004 – con sede legale a Roma, Viale Gianluigi Bonelli nr. 40;
8. AURORA APPALTI S.r.l. – P.I. 10243631008 – con sede a Roma, via della Stazione di Ciampino nr. 135;
9. LA.E.STRA. S.r.l. – P.I. 10679771005 – con sede a Roma Viale Gianluigi Bonelli nr. 40;
10. L.D.F. APPALTI S.r.l. a socio unico – P.I. 09334861003 – con sede ad Ardea (RM), via dei Licheni nr. 12/A;
11. I.C.S. S.r.l. a socio unico – P.I. 11329321001 – con sede a Roma, Via Giacinto Camassei nr. 13/B;
12. G.B. COSTRUZIONI DI BOSSIO GENNARO – P.I. 02631630783 – con sede in via Sadat nr. 4/A, Mirto- Crosia (CS);
13. EDIFIM S.r.l. – P.I. 09747811009 – con sede a Roma, via Mesopotamia nr. 18 sc. A – Studio Cozzone;
14. IMPRESA TIBERI RICCARDO – P.I. 00442350583 – con sede a Roma, via Marsico Nuovo nr. 38;
15. MULTISERVIZI FRANCO PETTI S.r.l. a socio unico – P.I. 07643731008 – con sede a Roma, via Bernardo Minozzi nr. 86;
16. BARBIERI COSTRUZIONI S.r.l. – P.I. 07504861001 – con sede legale a Sangineto (CS), via della Libertà nr. 40;
17. GRANCHI S.r.l. – P.I. 01248990507 – con sede legale a Pomarance (PI), località Ponte di Ferro 296 snc;
18. THERMOS HABITAT S.r.l. – P.I. 01213270505 – con sede legale a Castelnuovo di Val di Cecina (PI), via dei Martiri nr. 30;
19. LGF di BAGALÀ Francesco (già CO.ME.BA. di BAGALÀ Francesco) – P.I. 01552210807 – con sede a Gioia Tauro in via Messina nr. 1;
20. EUROCOME S.r.l. – P.I. 02501320804 – con sede a Gioia Tauro, via IV Trav. SS 111;
21. FUTURA S.r.l. – P.I. 02647360805 – con sede a Roma, Piazza Guglielmo Marconi nr. 15;
22. INGEOS S.r.l. – P.I. 02271670784 – con sede ad Acri via A. Moro nr. 496;
23. NOVARTIS S.r.l. – P.I. 02720420799 – con sede a Filandari (VV) via Toledo nr. 4;
24. CITTADINI S.R.L. – P.I. 01915151003 – con sede a Roma viale Pasteur n. 78;
25. DC EDIL S.R.L. – P.I. 02441380801 – con sede a Gioia Tauro contrada Morrone s.n.c.;
26. POLIEDIL S.R.L. – P.I. 01489610806 – con sede a Varapodio (RC) via San Rocco nr. 94;
27. COSTRUEDIL DI Gagliostro & C. S.n.c. – P.I. 02327710808 – con sede a Palmi (RC) in via Antonio Altomonte;
28. ELOQUENTE CATERINA – P.I. 02772920803 – con sede a San Giorgio Morgeto (RC) in contrada Ianneri nr. 10;
29. RAMA GROUP S.r.l. – P.I. 03098370780 – con sede a Polistena (RC) via Catena snc;
30. COMEL S.r.l. – P.I. 02478210848 – con sede a Cammarata (AG) in via Panepinto nr. 90;
31. INTERCONSOLIDAMENTI S.r.l. – P.I. 02704660840 – con sede a Cammarata (AG) in via Bonfiglio nr. 7;
32. ARISTAGORA S.R.L. – P.I. 12152551003 – con sede a Roma, in via Giuseppe Pecci nr. 4;
33. IEMA COSTRUZIONI di Pasquale Ierace e Domenico Maugeri S.n.c. – P.I. 02359370802 – con sede a San Giorgio Morgeto (RC) via Sorrenti nr. 7;
34. CONDOTTE S.R.L. – P.I. 03180120796 – con sede a Serrastretta (CZ), Piazza Immacolata nr. 4;
35. NOBEL S.R.L. – P.I. 03189190402 – con sede in Traversa via dell’Agricoltura nr. 4, Satriano (CZ);
36. PECCI S.R.L. – P.I. 08028531005 – con sede legale a Roma, via delle Vigne nr. 198;
37. SOCIETÀ APPALTI PUBBLICI S.R.L. – P.I. 11227901003 – con sede legale a Roma, via Valle Lupara 10, presso Grandi Uffici Roma GRA;
38. EFFEPI S.R.L., P.I. 05371750828, con sede a Villafrati (PA), viale Europa nr. 20;
39. MODUSDOMUS s.r.l. – P.I. 06953301006 – con sede in via Enrico Ortolani, nn.rr. 73/75, Roma;
40. CONSORZIO STABILE DINAMICO – P.I.03136880832 – con sede a Roma via delle Quattro fontane 130;
41. ALL CONSTRUCTION s.r.l. – P.I. 12515541006 – con sede a Roma, in via Arno nr. 51;
42. DI PAOLA s.a.s. di DI PAOLA Roberto – P.I. 01205660887 – con sede in Vittoria (RG), via Circonvallazione nr. 11;
43. ST GLOBAL SRL – P.I. 02606740807 – con sede legale a Roma in Piazza Euclide nr. 31;
44. PRO-GINEER S.R.L. – P.I. 02609260803 – sede a Varapodio (RC) in via San Rocco nr. 94 int. 1;
nonché:
45. BARBIERI COSTRUZIONI Srl, con sede in con sede Sangineto (CS), via della Libertà nr. 40 –– P. Iva 07504861001;
46. BILOTTI PARKING Srl, con sede in Napoli, via Cornelia dei Gracchi 28/C, Cod. fisc. 12423911002;
47. LORICA SKI, con sede in Cosenza, via Pasquale Rossi n. 15 – P. Iva 03394050789;
48. CLOGO Srl, con sede in Cosenza Via Paolo Borsellino n.17/21 – P. Iva 10156031006;
49. AEROPORTO DI SCALEA Srl, con sede in Cosenza, via Pasquale Rossi n. 15 – P. Iva 03378820785;
50. ATLANTE SRL, con sede in Sangineto (CS) via della Libertà n. 40 p.i. 13325561002;
51. “B HOLDING S.R.L.”, con sede in Roma (RM), Via Luigi Roncinotto n. 1 – P.Iva 06030011008.
52. MORGANA S.r.l., in liquidazione con sede in Sangineto (CS) via della Libertà n. 40 – P. Iva 07504871000;
53. C.O.S.T.A. BRUZIA S.R.L., con sede in Sangineto (CS), via della Libertà n. 40 – P.Iva 00144730785;
54. GABBIANO S.R.L., con sede in Sangineto (Cs), via della Libertà n. 40 – P.Iva 00155460785″

fonte:www.h24notizie.com

Da “ilfattoquotidiano” sabato 21/01/2017 SEGUI I SOLDI Milano, la nuova mafia: alta finanza e colletti bianchi LOTTA AI CLAN – AUDITA DALLA COMMISSIONE PARLAMENTARE, BOCCASSINI ILLUSTRA I NUOVI METODI D’INDAGINE. “MENO DROGA PIÙ REATI ECONOMICI” di Davide Milosa

 

 

Non più solo boss e picciotti, estorsioni e controllo del territorio. Non più, dunque, un approccio tradizionale alle associazione mafiose. Ora a Milano si guarda oltre, si ragiona in altro modo. L’obiettivo vero diventano i soldi e il riciclaggio. Ecco, dunque, la nuova frontiera della Direzione distrettuale antimafia: reati finanziari e colletti bianchi. La ricetta è stata illustrata giovedì alla Commissione parlamentare antimafia direttamente dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Le indagini, è stato in sostanza il ragionamento del capo dell’antimafia, devono ora puntare direttamente alla cosiddetta zona grigia che tiene dentro i broker delle cosche, ma anche uomini delle istituzioni.

Su questo il magistrato ha insistito molto, facendo riferimento alla recente inchiesta “Underground” sulla cricca calabro-bergamasco che in pochi anni, in Lombardia, si è messa in tasca decine di subappalti pubblici, e quasi il 70% di tutte le opere dell’Expo. Citazione non a caso. Visto che dagli atti emerge il rapporto tra un faccendiere bresciano, pagato dai colletti bianchi, e l’ex prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca. Diversi i contatti messi in rubrica dal faccendiere, anche quello con un ex capo di stato maggiore della Guardia di Finanza. La direzione scelta dalla Dda e condivisa dal neo procuratore Francesco Greco, è decisamente ambiziosa, anche se non sempre, va detto, condivisa dalle varie polizie giudiziarie abituate, fino a oggi, a inchieste più tradizionali come il traffico di stupefacenti. La droga, appunto.

Un settore che negli ultimi anni non ha incrociato gli interessi della Dda. Troppi, è il ragionamento di Ilda Boccassini, i gruppi criminali che se ne occupano sulla piazza meneghina. Gli attori della coca così si polverizzano sul territorio. “È più redditizio – ha detto il magistrato – concentrarsi sui reati economici”. Un modus operandi decisamente moderno. Che emerge, netto, anche in un’altra recente indagine che ha portato la Procura a chiedere il commissariamento per infiltrazioni mafiose addirittura di Fiera spa, istituzione simbolo di Milano. Anche in questo caso, l’obiettivo non è stato perseguire il reato secco di 416 bis, ma arrivarci seguendo il denaro, in questo caso della corruzione.

NON SOLO I BOSS

Il procuratore Francesco Greco: “Da segnalazioni di operazioni sospette inchieste sul terrorismo”
È proprio di ieri la notizia che il pm Paolo Storari nel processo con rito abbreviato a carico di Giuseppe Nastasi, presunto colletto bianco di Cosa nostra infiltrato in Fiera e collegato, secondo l’accusa, a Matteo Messina Denaro, ha chiesto pene fino a nove anni. L’indagine “Giotto” è entrata in Fiera attraverso una partecipata come Nolostand, anche questa commissariata. Agli atti, poi, sono state messi diversi passaggi di mazzette. La corruzione è tra privati. Questo, però, non alleggerisce il problema. “In Lombardia – ha spiegato la dottoressa Boccassini – è grave la soglia di corruzione. Per quanto riguarda Fiera c’è stato grande ostruzionismo segno che la corruzione è considerata una cosa non grave”. Il tema è stato al centro di alcune domande dei parlamentari. L’argomento è dibattuto da tempo. Sul punto, però, giovedì si sono registrate idee contrapposte. Da un lato il procuratore generale della Corte d’Appello Roberto Alfonso ne propone l’integrazione all’interno del reato di associazione mafiosa. Posizione opposta per Boccassini e Greco che lo ritengono già integrato nell’articolo 416 bis. Sempre sul fronte corruzione lo stesso Greco ha auspicato che quella tra privati venga equiparata a quella pubblica. Di grande interesse e rilievo, poi l’intervento del procuratore Francesco Greco, il quale ha lanciato un allarme sull’abbandono di molti beni confiscati. Mafiosi o meno. L’esempio è stato, infatti, quello degli immobili acquisiti durante l’indagine sulla clinica Salvatore Maugeri. Il processo di primo grado si è concluso con la condanna tra l’altro di Roberto Formigoni (6 anni per corruzione), ma ad oggi, ha spiegato Greco, gli immobili non sono utilizzati. Diverso il destino dei beni mobili messi subito a profitto.

Il riciclaggio, dunque, resta il tema principale del nuovo corso dell’antimafia. In questo senso, sempre Francesco Greco ha criticato in maniera ferma il progetto del governo di eliminare l’obbligo per i comuni italiani di denunciare operazioni sospette. Un’attività, quella delle segnalazioni, dove Milano è certamente all’avanguardia, grazie anche al lavoro della Commissione antimafia di palazzo Marino presieduta dal consigliere Pd David Gentili. Ed è su questa linea che il procuratore di Milano ha spiegato che proprio da una segnalazione del Comune è nata un’importantissima inchiesta sul riciclaggio finalizzato al finanziamento del terrorismo internazionale. Insomma, tante notizie e una nuova prospettiva, quella della Dda di Milano, decisamente coraggiosa

Clan, edilizia e politica: il «sacco» di Marano

Clan, edilizia e politica: il «sacco» di Marano

Il Mattino, Venerdì 20 Gennaio 2017

Clan, edilizia e politica: il «sacco» di Marano

di Ferdinando Bocchetti

MARANO. Un vero e proprio sistema politico-affaristico che “comandava” in città. Un sistema criminale che, secondo il racconto di numerosi collaboratori di giustizia, si sarebbe servito anche di esponenti politici del territorio, alcuni dei quali hanno ricoperto o ricoprono cariche di primo piano. E’ quanto emerge dalle 650 pagine della sentenza di condanna degli imprenditori Antonio, Benedetto e Luigi Simeoli, fondatori e titolari della Sime costruzioni e di altre società del ramo immobiliare. I re del mattone, condannati  in primo grado per associazione mafiosa, erano di fatto la longa manus del clan Polverino. Per circa trent’anni Antonio Simeoli, meglio noto come “Ciaulone” ha esercitato la sua attività imprenditoriale in regime pressoché di monopolio. “Ciaulone”, poi affiancato dai figli Benedetto e Luigi, ha riciclato nelle sue attività i soldi del boss Giuseppe Polverino, alias ‘o Barone, in carcere dal 2012, e investito parte dei proventi nelle lucrose attività dello spaccio di hashish, orchestrate sulla rotta Marocco-Spagna-Marano dai sodali di Polverino.

I legami con i Nuvoletta e i Polverino.

“I Simeoli – racconta il collaboratore di giustizia Salvatore Izzo, cresciuto nel clan Nuvoletta  – avevano inizialmente realizzato costruzioni con i soldi dei Nuvoletta, poi avevano proseguito con il clan Polverino. I Simeoli avevano fatto molte operazioni utilizzando i soldi dei Polverino, certamente tra il 2001 e il 2002, quando gli stessi, in occasione delle elezioni comunali, misero gli occhi su alcuni terreni non edificabili”. Izzo ha riferito anche del ruolo di primo piano ricoperto da un altro imprenditore del ramo edile di Marano, Angelo Simeoli, meglio noto come “Bastone”, cugino di Antonio e indagato in un altro procedimento giudiziario. Entrambi espressione del clan Polverino, secondo il pentito, ma ognuno con il proprio referente politico sul territorio.

Le riunione nelle case dei Simeoli.

Non solo costruzioni, ma un ruolo ben più ampio e di spessore all’interno del clan. “Simeoli aveva messo a disposizione del clan diversi appartamenti del parco Sime – ha riferito il pentito Biagio Di Lanno, uomo di punta dei Polverino, condannato per traffico di droga – Gli affiliati vi si riunivano quando dovevano raccogliere le puntate per le partite di droga dalla Spagna”.

Il monopolio sul mercato immobiliare e l’influenza sulla politica locale.

“Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, quando i Polverino si staccarono dai Nuvoletta – ha riferito il pentito Roberto Perrone, braccio destro del “Barone” e uomo di riferimento per gli affari nel comune di Quarto – non c’era concessione edilizia, a Quarto e a Marano, che non venisse gestita dalla nostra organizzazione. La gestione era stata affidata ai Simeoli”. Un’influenza esercitata anche nella pubblica amministrazione. “Antonio Simeoli  riusciva a condizionare gli esiti delle elezioni politiche a Marano, poiché era molto influente. Alla fine degli anni Ottanta – secondo Perrone – riuscì a far eleggere suo nipote Luigi Simeoli (attualmente in carcere ndr), poi divenuto vicesindaco della città. “Ciaulone”, negli anni successivi,  è riuscito ad ottenere tutti i titoli abitativi e le concessioni per le sue costruzioni, soprattutto grazie alle conoscenze e alle pressioni che riusciva ad esercitare sulla componente politica del Comune di Marano”.

Il cimitero di Poggioreale.

“Antonio Polverino (zio di Giuseppe, attualmente latitante ndr) – ha riferito inoltre Perrone – era intervenuto in merito ad un appalto che Simeoli aveva preso presso il cimitero di Poggioreale dove avrebbe dovuto costruire centinaia di loculi. L’area era sotto la giurisdizione del clan Contini. Allora un affiliato dei Polverino, Giuseppe Ruggiero (attualmente in carcere ndr), fece da intermediario per evitare che i Contini si presentassero al cantiere e fosse concesso ai Simeoli uno sconto sulla tangente da pagare”.

IL SINDACO DI NAPOLI LANCI UN APPELLO AI NAPOLETANI ONESTI E LI INVITI TUTTI, A COMINCIARE DA LUI STESSO, AD ANDARE A FARE DA OGGI IN AVANTI LA SPESA NEL NEGOZIO DEL TESTIMONE DI GIUSTIZIA. COSI’ SI DIMOSTRA CON I FATTI LA SOLIDARIETA’ ALLE PERSONE PERBENE E SI TRACCIA UN CONFINE FRA DELINQUENTI E BARBARI DA UNA PARTE E PERSONE PERBENE DALL’ALTRA !

”Palombo: Mo’, mo’ ci penso io, quel figlio di puttana del co… Cusani: Il sindaco scriverà ufficialmente al comandante del Gruppo e al comandante della forestale per trasmettergli questa cosa Palombo: robe dell’altro mondo, questo è un bastardo veramente”

 

Latina, “politico di Forza Italia fermò servizio delle Iene sull’hotel di famiglia”. Gli autori: “No, avevamo dei dubbi”

di  | 17 gennaio 2017 

Latina, “politico di Forza Italia fermò servizio delle Iene sull’hotel di famiglia”. Gli autori: “No, avevamo dei dubbi”

Giustizia & Impunità
Le carte dell’inchiesta che ha portato all’arresto del sindaco di Sperlonga Armando Cusani e di altre nove persone per corruzione e turbativa d’asta. Secondo il gip, il potente politico locale tornato in sella dopo una sospensione ex legge Severino è riuscito a evitare la messa in onda di un’inchiesta della trasmissione di Italia uno. Roma e Parenti, sentiti da ilfattoquotidiano.it, negano. L’intercettazione con l’ex generale dei carabinieri contro l’ufficiale che condotto le indagini: “Mo’ ci penso io, quel figlio di p…”. Dagli imprenditori coinvolti, sostegno anche alla candidata romana Alessandra Bianchi, di una lista a sostegno di Giachetti

Non importava il partito. Forza Italia o Pd, alla fine, era la stessa cosa. Per il cartello di imprenditori del sud del Lazio arrestati lunedì mattina tra LatinaSperlongaAnzio e Nettuno per turbativa d’asta e corruzione, l’unica cosa che contava veramente era di scommettere sul cavallo giusto. Poteva essere l’ex presidente della provincia pontina Armando Cusani, tornato alla politica attiva come sindaco di Sperlonga dopo una sospensione per la legge Severino. Uomo di ferro di Forza Italia, in grado – per gli investigatori – di benedire gli accordi per la spartizione degli appalti, è finito in carcere con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta. O poteva essere l’imprenditrice di Anzio Alessandra Bianchi, candidata nella lista civica “Più Roma” che appoggiava Roberto Giachetti alle elezioni comunali di Roma, arrestata anche lei e mandata ai domiciliari, accusata di aver fatto parte di quel cartello criminale per la spartizione degli appalti nel sud del Lazio al centro dell’inchiesta della procura di Latina. Un sistema, dove la politica garantisce, sponsorizza, copre. Un’alleanza dove “se arrivo io, arrivate tutti”, come spiegava Bianchi in una intercettazione telefonica con l’imprenditore Nicola Volpe, in grado di garantire – secondo l’accusa – l’appoggio politico giusto per le elezioni al consiglio comunale capitolino.

“Fermate le iene”
Il cartello di Latina era potente, molto potente. Poteva contare su un nome di un cavallo di razza della politica del sud pontino, quell’Armando Cusani che insieme a Claudio Fazzone si oppose strenuamente contro la richiesta di scioglimento del comune di Fondi per infiltrazione mafiosa. Politico sempre attivo, pronto a cucire rapporti, nonostante la sospensione dalla carica di presidente della provincia per la legge Severino nel 2014 lo allontanò, temporaneamente, dall’amministrazione provinciale e dal consiglio comunale di Sperlonga, come conseguenza di un paio d’inchieste per abuso d’ufficio. Lo scorso giugno torna in sella, dopo la revoca della sospensione, come neo sindaco. Ma il suo nome, in realtà, non aveva mai smesso di contare.

 

Lo spiega bene il Gip di Latina Giuseppe Cario, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, riportando i risultati di alcune intercettazioni telefonicherealizzate dai carabinieri della città laziale durante le indagini. E’ lo scorso aprile e le Iene si stanno occupando di Cusani e dell’albergo “Grotte di Tiberio”, l’hotel di Sperlonga in parte abusivo, di proprietà della sua famiglia. Filippo Roma, inviato del programma di Italia 1, stava girando da quelle parti, creando qualche preoccupazione all’ex presidente della provincia e attuale sindaco della città. Ed ecco che “si attiva Cusani – si legge nell’ordinanza – chiedendo che quel servizio vada in onda dopo le amministrative (siamo ad aprile, a due mesi dal voto che vedrà vincitore lo stesso Cusani, ndr). Il servizio in questione non andrà più in onda. Riesce a contattare i vertici Mediaset e scongiurare la messa in onda del programma”. Vecchi contatti che ancora contano, probabilmente. L’autore e creatore delle Iene Davide Parenti conferma a ilfattoquotidiano.it che effettivamente lo scorso aprile stavano realizzando un servizio a Sperlonga: “Ma questo servizio non lo abbiamo ultimato – spiega – non perché sia entrato qualcuno dei vertici Mediaset, cosa che succede ogni tanto, ma perché c’era venuto un dubbio sulla denuncia che stavamo facendo”. Versione ripetuta al Fatto anche dallo stesso Filippo Roma: “Abbiamo deciso noi di non montare il servizio, e in realtà volevamo riprenderlo per la prossima stagione”.

L’ex generale dei carabinieri e l’inchiesta da bloccare
Armando Cusani non si limita a bloccare – secondo il Gip – il programma delle Iene. Fa qualcosa di più, punta al maresciallo dei carabinieri che stava conducendo le indagini. Il 14 aprile scorso gli investigatori intercettano una lunga comversazione dell’ex presidente della provincia con l’ex generale dei carabinieri Mario Palombo: “Il Cusani si scaglia contro l’operato della polizia giudiziaria – si legge nell’ordinanza – ‘che va rompendo il cazzo’”. E quando il sindaco di Sperlonga si lamenta con Palombo del maresciallo in servizio nella sua città, la risposta che arriva è molto poco istituzionale:

Palombo: Mo’, mo’ ci penso io, quel figlio di puttana del co…
Cusani: Il sindaco scriverà ufficialmente al comandante del Gruppo e al comandante della forestale per trasmettergli questa cosa 
Palombo: robe dell’altro mondo, questo è un bastardo veramente

Per il Giudice di Latina l’attività frenetica di Armando Cusani – che da una parte teneva in un clima di soggezione i dipendenti del comune di Sperlonga, e dall’altra si attivava con Mediaset per bloccare un servizio ostile e con l’ex generale Palombo per rimuovere un maresciallo scomodo – ha creato le condizioni per richiedere la custodia cautelare in carcere, “per interrompere le possibili ingerenze”.

La caccia ai voti
La politica, d’altra parte, era il motore indispensabile per gli affari. Quando lo scorso anno si sono tenute le elezioni amministrative le intercettazioni telefoniche hanno captato l’agitazione degli imprenditori, impegnati nel puntare sul cavallo giusto. Nicola Volpe, uno dei costruttori arrestati “si riteneva tranquillo per tutti i candidati supportati”, scrive il Gip. Era quella la chiave giusta per gli affari: “L’esito favorevole alle consultazioni amministrative era linfa vitale per l’associazione criminale”, commentano i magistrati. E in questo senso le intercettazioni telefoniche tra due imprenditori coinvolti nell’inchiesta e finiti agli arresti erano chiare:

Mauro Ferrazzano: Incrociamo le dita… incrociamo le dita per domenica (…)
Nicola Volpe: Ho rastrellato nord e sud, est ed ovest Mauro, bassifondi e altifondi Mauro…
Mauro Ferrazzano: Perfetto
Nicola Volpe: Mo’ se escono mille voti non è mica colpa mia
Mauro Ferrazzano: (…) se ci sta uno che ha dato una mano forte quello sei tu

Dopo il voto commentano che a Sperlonga, dove era in corso uno degli appalti monitorati dagli investigatori per 700mila euro, le cose erano andate decisamente bene:

Nicola Volpe: Armando, sì, Armando… sì Armando ha vinto, il sessanta e passa per cento (si riferisce all’elezione a Sindaco di Cusani al primo turno)
Mauro Ferrazzano: Ah! Bene a te… a Sperlonga quindi sta apposto?

Strategica era ovviamente anche Roma, dove Nicola Volpe avrebbe scommesso sull’imprenditrice di Anzio Alessandra Bianchi, candidata al consiglio comunale in appoggio a Roberto Giachetti, poi non eletta. “Nonostante una militanza per Forza Italia, però, (Volpe) si attiva concretamente per la campagna elettorale della Bianchi – scrivono i magistrati – nelle fila del Pd per Roberto Giachetti Sindaco; anche qui è la promessa di future commesse che lo alletta”. Se a Roma le cose per questo cartello di imprenditori sono andate male, i risultati nel sud pontino erano serviti per far vincere i cavalli giusti. Politici di razza, come l’ex presidente della Provincia Cusani.

Caccia agli elenchi degli iscritti, La mossa di Bindi agita i massoni

Caccia agli elenchi degli iscritti, La mossa di Bindi agita i massoni

 

Il Corriere della Sera, Venerdì 20 Gennaio 2017

Caccia agli elenchi degli iscritti
La mossa di Bindi agita i massoni
Grande Oriente d’Italia, Antimafia pronta al sequestro. Loro: «I nomi saranno tutelati?»

di Fabrizio Caccia

ROMA Ora i «fratelli» sono tutti preoccupati, dice Stefano Bisi, Gran maestro del Grande Oriente d’Italia, la comunione massonica più vasta del nostro Paese, con le sue 850 logge e i quasi 23 mila iscritti. Rosy Bindi, la presidente della commissione parlamentare Antimafia, sembra decisa a far sequestrare entro fine mese(dalla Guardia di Finanza) gli elenchi del Grande Oriente d’Italia per chiarire i rapporti tra mafia e massoneria, specie in Sicilia, dalle parti di Castelvetrano, la terra di Matteo Messina Denaro, il capo dei capi di Cosa Nostra, dove da anni, insieme alle zagare, fioriscono anche le logge.

Il Gran maestro

«Ma chi ci garantisce che tutti i nomi presenti nei nostri elenchi verranno effettivamente tutelati? — protesta il Gran maestro Bisi —. Se uno è massone e lo vuole dire pubblicamente, d’accordo. Ma se uno non lo vuol dire, perché dev’essere obbligato? In Italia, mi pare, esiste il diritto alla privacy…».

I diritti

Già, diritto sacro e inviolabile. Anche se i massoni del Terzo Millennio ormai vanno in televisione, scrivono libri, organizzano convegni e appongono grandi targhe sui loro portoni («Avete visto la scritta che abbiamo messo davanti alla sede di Milano, vicino alla Stazione Centrale? Se la batte con la pubblicità dello Stock 84…», Bisi dixit). Insomma, la segretezza è diventata un optional. Tanto che quando è stato arrestato il «fratello» Giulio Occhionero con l’accusa di aver rubato migliaia di file dalle mail di politici e manager di Stato, oltre a essere entrato nei sistemi informatici di numerose aziende, in molti hanno sentito il bisogno di rilasciare interviste a giornali e tv.

Il caso Cyberspionaggio

Ora invece si dicono preoccupati: «Se escono gli elenchi, specie in una città papalina come Roma, con un’antica tradizione antimassonica, sono in tanti a temere conseguenze, qualcuno potrebbe finire addirittura licenziato…», afferma l’ingegner Giacomo Manzo, 90 anni, membro del Goi del Lazio, che dopo lo scandalo dei presunti cyber spioni non ha voluto comunque lasciare la loggia «Paolo Ungari-Nicola Ricciotti – Pensiero e azione» di Roma, di cui era stato «maestro venerabile» proprio Occhionero, ancora a Regina Coeli.

L’accostamento

L’accostamento massone-mafioso, però, lo trovano offensivo: «Noi a Castelvetrano – dice il Gran maestro del Goi – abbiamo una sola loggia, la “Francisco Ferrer”, composta di 40 fratelli. E sono già stati loro, spontaneamente, a consegnare alla Digos i registri. Ma io non mi posso portare il peso sulle spalle anche di quelli che non conosco: in Italia ci sono almeno un’ottantina di altre obbedienze massoniche e sta alla polizia, alla magistratura, andare a scandagliarle. Noi che c’entriamo?».

La privacy

Si mette sulla stessa lunghezza d’onda Gioele Magaldi, Gran maestro del Grande Oriente d’Italia Democratico, movimento massonico d’opinione, di natura più trasversale e sovranazionale: «Le comunioni massoniche sono tutte associazioni legali — obietta Magaldi, autore nel 2014 del libro Massoni società a responsabilità illimitata — e lo stato di diritto che si vuole garantire con la lotta alla mafia si tutela pure con il rispetto della privacy di chi troppo spesso in Italia è stato oggetto di demonizzazione e caccia alle streghe. I mafiosi, peraltro, si possono annidare anche in organizzazioni religiose, cui però non si chiedono liste…».

«E già — ancora il Gran maestro Bisi — ci vedono come tanti piccoli Licio Gelli che stanno sempre a tramare nell’ombra coi loro guanti e coi loro grembiulini. Invece non sapete niente di noi, delle nostre raccolte fondi per illuminare il campo sportivo di Norcia o per ricostruire il liceo musicale di Camerino. E non ci sono logge, badate!, a Norcia e a Camerino. La fratellanza, da sempre, vuol solo dare una mano al mondo e lavorare per la gloria del grande architetto dell’universo, il Dio che ogni massone si porta dentro…».

I fratelli dentisti

Addirittura si vanta perché c’è una nuova iniziativa, quella del camper odontoiatrico dei «fratelli dentisti» pronto a partire oggi stesso da Torino per girare l’Italia offrendo cure gratis ai profughi, «ma la burocrazia ce lo impedisce». E tanto basta a dimostrare che di segretezza neanche a parlarne visto che gli appuntamenti sarebbero nelle piazze.

Il Canada è diventato il paradiso dei mafiosi

Il Canada è diventato il paradiso dei mafiosi

 

L’Espresso, Venerdì 20 gennaio 2017


Il Canada è diventato il paradiso dei mafiosi
Lo stato Nordamericano è diventato la zona franca della ’ndrangheta globale. Che ricicla, traffica e spara. Mentre i boss sono  al sicuro dalla legge italian e godono della massima libertà di movimento

DI GIOVANNI TIZIAN

Nel milieu di Toronto era conosciuto come “the Animal”. Quelli del suo clan, invece, al corrente di quanto fosse goloso di pecorini, vini e salumi calabresi, preferivano chiamarlo Ciccio Formaggio. Quale sia stato l’epiteto preferito da don Carmine Verduci è ormai superfluo. Lo è da quando un freddo pomeriggio di aprile di tre anni fa la polizia ha trovato il suo cadavere crivellato di colpi. Ucciso in pieno giorno nel sobborgo di Woodbridge su Regina Road, una manciata di chilometri a nord dell’aeroporto di Toronto. Questo, del resto, è sempre stato il regno del padrino d’oltreoceano.

L’Ontario che fa da sfondo alla saga della ’ndrangheta “international” non è quello dei boschi sconfinati e delle casette in legno affacciate sui laghi ghiacciati. Ma è una provincia canadese che mostra il suo lato più oscuro, un crinale sul quale si intrecciano omicidi, cocaina, riciclaggio, appalti, riti arcaici e complicità insospettabili. Una trama nera, con intense sfumature di grigio, che racconta cinquant’anni di mafia calabrese in Nordamerica. Woodbridge è il nuovo quartiere italiano. Villette a due piani, prati inglesi curati alla perfezione, il tradizionale barbecue in cortile. Ciccio Formaggio viveva da queste parti. In una villetta al 167 di Lio avenue, una stradina che affaccia sul Sonoma boulevard. Tutto attorno un dedalo di strade dal sapore made in Italy: via Carmine avenue, via Montebello, Toscana road e persino Villa antica drive. Regina road, la scena del crimine dell’esecuzione di don Carmine, si trova a nove chilometri da qui.

Ciccio” Verduci, per quanto si sforzasse di parlare in inglese, si esprimeva quasi sempre in dialetto, quello duro e spigoloso dell’Aspromonte. I suoi parenti, del resto, sono originari di Oppido Mamertina, paesone arroccato sui monti noto alle cronache nazionali per l’inchino “forzato” della statua della Madonna sotto il palazzo del capo mafia durante la processione. Se le origini sono necessarie nel curriculum di un mafioso, la cittadinanza canadese lo è ancora di più. A Carmine Verduci, per esempio, ha evitato la galera. A dimostrazione che i miracoli di San Michele Arcangelo, eletto come proprio patrono dagli ’ndranghetisti, spesso non servono: basta un vuoto normativo per evitare la prigione. Quando la procura antimafia di Reggio Calabria ha spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti, don Carmine l’ha fatta franca perché il Canada non ha concesso l’estradizione: nel “Criminal Code” il reato di associazione mafiosa non esiste.

E quindi il boss Verduci, pur ricercato numero uno per le autorità italiane, era un cittadino libero di muoversi in terra canadese. Tanto che i killer non hanno avuto alcun problema a pedinarlo e freddarlo alla luce del sole. Per l’antimafia italiana, però, era ancora un latitante. Salvo dalle patrie galere, ma condannato a morte in Canada. In fin dei conti, forse, se don Carmine avesse previsto il futuro avrebbe scelto di costituirsi e rientrare nel Paese di origine da padrino in manette. Resta da chiedersi come sia stato possibile che gli investigatori dell’Ontario non abbiano predisposto neppure un minimo di sorveglianza su un boss di tale livello.

Domanda alla quale difficilmente verrà mai data una risposta. Ciccio Formaggio è ormai un fantasma. Gli eredi al trono della ’ndrangheta canadese hanno già rimpiazzato “the Animal”. Più giovani di lui, ma come lui ricercati dalle polizie italiane. E che in Canada, ovviamente, godono della massima libertà di movimento. Negli ultimi 6 anni il numero dei “rifugiati” delle ’ndrine è salito a 15: dopo l’uccisione di Verduci e l’arresto di un affiliato per reati minori, la quota è scesa a 13. È come se tra Toronto, Montréal, Thunder Bay e Vancouver, esistesse una zona franca per i mafiosi.

La zona franca
E di zona franca ha parlato in maniera esplicita Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, che davanti alla commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi ha lanciato l’allarme: «Il rischio concreto è quello di garantire a figure di elevato spessore criminale, ricercate dalla magistratura italiana, la libera permanenza sul territorio come in una sorta di zona franca». Nell’agenda di Roberti la questione “’ndrangheta international” è in cima alle priorità. Lo dimostra un suo viaggio recente a Ottawa. «Abbiamo elaborato e firmato un protocollo con delle linee guida per snellire le procedure di cooperazione tra le nostre autorità e le loro», spiega all’Espresso il procuratore. Queste linee guida non sono però vincolanti.

La strada, dunque, è ancora lunga prima di raggiungere un’armonia necessaria per combattere il crimine globalizzato, di cui la ’ndrangheta è protagonista assoluta. Per questo, pur ammettendo che qualche timido passo avanti è stato fatto, il capo della procura nazionale non ha nascosto le sue perplessità ai parlamentari della commissione antimafia: «Siamo insoddisfatti del livello dell’interlocuzione che ci è stato proposto. Ribadisco: quando un capo delegazione viene il primo giorno e il secondo giorno non si presenta senza giustificare l’assenza e lascia che la sottoscrizione del documento sia fatta da un altro rappresentante di livello minore del suo mi sembra un fatto deludente, che può lasciare adito a qualche perplessità per quanto riguarda l’assunzione di responsabilità che quella sottoscrizione al documento comporta per le autorità canadesi».

Un successo nella cooperazione però c’è stato. Dopo quasi un anno di attesa, la polizia canadese ha inviato ai magistrati dell’antimafia diReggio Calabria le intercettazioni effettuate durante l’indagine denominata Ophoenix che ha portato all’arresto di alcuni criminali per droga, per le autorità italiane pezzi grossi della ’ndrangheta globale. In quei nastri c’è la prova, sostengono gli inquirenti, della capacità dei mafiosi calabresi di dirigere il traffico mondiale dell’organizzazione. Le microspie canadesi avrebbero infatti intercettato riunioni in cui i grandi capi dell’Ontario discutevano di dinamiche internazionali: dalla Locride all’Australia, dall’Olanda fino al nord Italia. E ora che le prime intercettazioni sono arrivate saranno utilizzate nei processi istruiti dall’antimafia reggina guidata da Federico Cafiero De Raho. Con la speranza che arrivi in fretta il resto del malloppo giudiziario.

Ricercati e funerali
Martedì 29 aprile 2014, Ore 9 e 30. Le campane della chiesa di santa Chiara di Assisi a Woodbridge suonano a lutto. La bara di don Carmine Verduci arriva puntuale: ad accoglierlo parenti, amici, soldati e luogotenenti. I funerali, come i matrimoni, hanno sempre rappresentato per i clan calabresi il rito che rafforza alleanze e l’occasione di riunire l’esercito di fedelissimi. Valeva per quelli celebrati in Calabria e vale per quelli che si tengono all’estero. Tra i presenti, così come rivela una fonte autorevole dell’antimafia, c’erano molti dei latitanti che la nostra magistratura, insieme al Servizio centrale operativo della polizia, alla squadra Mobile di Reggio Calabria e al Ros dei Carabinieri, inseguono da anni, scontrandosi con il muro di gomma canadese. Oltre al danno – ripetono molti dei detective impegnati nella ricerca – la beffa: mafiosi per i quali l’Italia attende l’estradizione, quindi a tutti gli effetti latitanti, che ostentano la loro arroganza mostrandosi in pubblica piazza per porgere l’ultimo saluto al padrino ucciso. In effetti, è un fatto che neppure nel più sperduto dei paesi ad alto tasso di mafia accadrebbe più. In Calabria e Sicilia, ma anche in Campania, terre cioè addestrate a combattere le cosche, i funerali dei mafiosi sono ormai blindati, inaccessibili e svolti con un manipolo di familiari alle prime luci dell’alba. Le ordinanze dei questori sono ormai prassi consolidata. Sarebbe strano il contrario, come quanto è accaduto a Roma per la cerimonia show dei Casamonica.

In Canada, in tutte le province dall’Ontario al Québec, funziona esattamente come a Roma: funerali liberi per i mafiosi, con tanto di passerella pubblica per chi dovrà prendere in mano le redini della famiglia. L’ultimo funerale celebrato in grande stile è avvenuto il 3 giugno scorso. Questa volta a Montréal. Territorio ostile alla ’ndrangheta, patria della Cosa nostra americana, quella celebrata in decine di pellicole cinematografiche. Le campane della chiesa erano quelle del quartiere Ahuntsic-Cartierville. Il padrino si chiamavaRocco Sollecito, per gli amici semplicemente “Sauce”, come la salsa di pomodoro. Fuori, ferme ad aspettare il feretro, c’erano tre limousine nere con i vetri scuri. Gli uomini con abiti eleganti portavano le corone di fiori bianchi all’interno. Le donne indossavano grandi occhiali per coprire le lacrime, le signore più anziane attendevano l’entrata della bara sui gradini della chiesa a pochi chilometri dalla “piccola Italia” della città canadese. Duecento persone in tutto, in fila per assistere al funerale di don Rocco, ucciso sei giorni prima mentre guidava il suv bianco marca Bmw. Don Rocco “Sauce” era un underboss, in questo caso del clan Rizzuto, la più potente famiglia di Cosa nostra nel territorio canadese. Underboss, in pratica, vuol dire luogotenente del padrino della famiglia mafiosa di appartenenza.

La messa<br />
          per Rocco Sollecito

Il nome di Sollecito è finito sulle pagine dei quotidiani italiani prima di Natale. Don Rocco, infatti, viveva a Montréal ma era originario di Grumo Appula. E proprio in questo paesone pugliese in provincia di Bari il questore aveva vietato i funerali nel giugno scorso. Ma nonostante ciò il parroco di Grumo, don Delle Foglie, a sette mesi dall’omicidio e in occasione dell’arrivo del figlio di “Sauce”, in visita al paese d’origine per le feste natalizie, ha deciso di organizzare una messa per ricordare il padrino che non c’è più. Con tanto di manifesti affissi in paese che richiamavano i fedeli a unirsi alla preghiera. Alla fine però il clamore mediatico ha bloccato la cerimonia. La vicenda di Rocco Sollecito è la sintesi perfetta delle differenze culturali tra l’antimafia canadese e quella italiana. Ciò che qui ormai è vietato, al dì la dell’oceano diventa possibile.

Don Carmine e don Rocco – Ciccio Formaggio e “Sauce” – hanno più cose in comune di quanto possa apparire da una prima lettura superficiale. L’uno rappresentante della ’ndrangheta in Ontario, figlio di uno dei cartelli criminali più potenti al mondo chiamato “Siderno group of crime”; l’altro successore di Vito Rizzuto, che è come dire Bernardo Provenzano in Sicilia. Queste due organizzazioni occupano territori diversi ma non troppo distanti. Gli omicidi degli ultimi anni – una ventina ne hanno contati i nostri detective anti clan – potrebbero essere inquadrati in una guerra tra la mafia calabrese e siciliana, il cui potere non è più lo stesso, granitico, di un tempo. Gli ’ndranghetisti hanno scalato posizioni ai vertici del crimine globale grazie alle loro connessioni con i cartelli della droga messicani e colombiani. Cosche che della cocaina hanno fatto il loro core business, trasformando New York nella piazza affari della coca, e i porti di Rotterdam, Anversa e Gioia Tauro negli scali internazionali del traffico mondiale. Non solo: anche la presenza di broker della polvere bianca nei luoghi dove si produce la merce più preziosa al mondo ha fatto salire il rating di affidabilità dei mammasantissima calabresi. Insomma, nel momento in cui il clan Rizzuto di Montréal è in profonda crisi, i padrini venuti dalla Locride potrebbero aver progettato il colpo finale.

C’è un particolare, di cui i nostri investigatori sono a conoscenza, che delinea meglio i contorni dell’omicidio di Verduci. Ci sono intercettazioni telefoniche agli atti di una monumentale indagine chiamata Acero-Crupi – condotta dalla procura di Reggio Calabria guidata da Federico Cafiero De Raho insieme a carabinieri e squadra mobile reggina – che rivelano quanto l’atteggiamento di Verduci stesse provocando fastidio ad altri due capi ’ndrina canadesi, conosciuti come “i Briganti”, anche loro nella black list dei ricercati e tranquillamente residenti dalle parti di Woodbridge. Frizioni interne ai clan dell’Ontario, di cui parlano due indagati intercettati dalle microspie e che persino gli investigatori della polizia riportano in loro recenti informative.

Dissidi, forse alla base dell’agguato a Verduci, scoppiati dalla scoperta di un inatteso legame tra Ciccio Formaggio e uomini dell’odiato clan Rizzuto. Su questa ipotesi stanno lavorando anche i nostri specialisti antimafia. Che, ora, metteranno alla prova la controparte canadese dopo la firma delle linee guida volute da Franco Roberti. “The Animal”, colpito dal fuoco di due padrini emergenti che mirano a prendersi anche il Québec, cioè Montréal, la città dove Cosa nostra è più forte e il tessuto economico più florido. Ecco cosa scrive in un inedito rapporto il servizio centrale investigativo sul crimine organizzato (Scico) della Finanza: «L’analisi degli eventi criminali accaduti negli ultimi anni porta a ritenere che effettivamente il clan Rizzuto si sia pesantemente ridimensionato perdendo quella posizione di egemonia che aveva ai tempi sulla città di Montréal, capitale dello Stato del Québec che è territorio fiorente e ricco di imprese che potrebbe essere entrato nelle “mire” criminali dei citati ed agguerriti clan della ’ndrangheta, già attestati in posizione egemonica nella provincia canadese dell’Ontario».

Il Cartello
«Non è da escludere che l’organizzazione criminale calabrese possa fare quel salto di qualità che la porterà a estendersi in altre province canadesi, forte della forza militare e dell’enorme disponibilità di denaro di cui dispone il Siderno Group of Crime», è l’analisi degli investigatori italiani impegnati in missioni contro le cosche canadesi. Il Siderno group è un vero e proprio cartello criminale, con rami che raggiungono l’Australia. Al pari del più celebre gruppo di Medellín in Colombia, o del Sinaloa in Messico, la sua storia è per certi aspetti una saga del crimine. Prende il nome da un paese della Locride, Siderno appunto, che tra i record negativi ha avuto quello di trovarsi con un ex sindaco arrestato con l’accusa di essere un capo della ’ndrangheta. Da qui provengono, del resto, i ricercati che per i canadesi ricercati non sono.

I nostri detective hanno in mano una mappa precisa delle colonie di ’ndrangheta nel mondo, in particolare in Canada e in Australia. Nei loro rapporti riservati Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia, concordano su un fatto: «Il livello di infiltrazione è tale che risultano operativi almeno 9 Locali (cosche ndr) di ’ndrangheta nell’area di Toronto con un indice di vitalità da richiedere la costituzione di un “Crimine”, ovvero il più alto livello gerarchico dell’organizzazione al fine di dirigere e pianificare le ramificate attività criminali dei Locali, nonché dirimere eventuali controversie interne». Il Ros dei Carabinieri va oltre e nel documento inviato alla procura nazionale antimafia osserva: «I rappresentanti dei clan canadesi sono dediti a importanti operazioni di riciclaggio e reinvestimento di denaro di provenienza illecita per reati commessi anche nel territorio nazionale».

E aggiungono: «Operano in stretta simbiosi con i vertici delle più importanti cosche della ’ndrangheta della costa ionica della provincia di Reggio Calabria. Costanti, al riguardo, erano gli scambi di comunicazioni che avvenivano attraverso emissari inviati per partecipare a riunioni strategiche». La casa madre calabrese, dunque, è sempre la mamma da cui tornare quando le cose si mettono male, quando qualche testa calda crea disordine nel sistema criminale stabilito dalle ’ndrine. Il reparto speciale della Finanza che indaga sulla criminalità organizzata in un suo recente dossier riporta ulteriori dettagli sugli interessi dei boss calabresi: «Contemporaneamente, queste famiglie hanno investito i proventi di tali attività in diversi esercizi commerciali (principalmente bar e ristoranti), situati nel centro di Toronto, ma soprattutto nell’area di Woodbridge. Bar e ristoranti che vengono utilizzati, non solo per riciclare, ma anche come basi logistiche».

Capaci, anche, di riciclare diversi milioni di euro della cocaina nel paradiso fiscale di Turks e Caicos grazie alla complicità di un noto avvocato di Toronto. Il giro di quattrini è stato scoperto solo dopo la cattura di un importante capo cosca calabrese, un vero “principe” della coca, ospite in un lussuoso appartamento con vista sul lago Ontario. Per i finanzieri però il livello di complicità è più profondo. Si annida persino negli appalti pubblici: «Società e personaggi riconducibili alla ’ndrangheta hanno investito anche nello smaltimento dei rifiuti». Pure in questo caso domina il cartello del Siderno Group. Che ha solo cambiato mare e passaporto ma non metodo: dai paesi della costa ionica ha trovato rifugio nelle terre bagnate dall’Atlantico del Nord.

 

La Commissione antimafia a Milano: la luce sulle infiltrazioni è sempre accesa

La Stampa, Giovedì 19 Gennaio 2017

 

La Commissione antimafia a Milano: la luce sulle infiltrazioni è sempre accesa
La Lombardia è la quarta regione italiana per presenza mafiosa. Corsico è caso emblematico

 

di ILARIA LIBERATORE

 

«La Lombardia è la quarta regione italiana per numero di infiltrazioni mafiose, dopo Sicilia, Calabria e Campania e in alcune zone il numero delle locali della ‘ndrangheta è pari a quello di certe province della Calabria». E’ la presidentessa della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, a parlare della situazione mafiosa in Lombardia, in occasione della conferenza stampa in prefettura a Milano, dove oggi si sono svolte le audizioni dell’organismo bicamerale. «Continuiamo a tenere la luce accesa su Milano e Lombardia», e resta «permanentemente aperta» anche l’attenzione su Expo. Per quanto riguarda la vicenda di Fiera Milano, Bindi si è limitata a commentare che «aspettiamo l’incontro con la Procura».

 

È la quarta visita milanese svolta dalla Commissione durante questa Legislatura, dettata dall’esigenza di monitorare una regione in cui la criminalità è molto radicata, che «inchieste sia giudiziarie sia giornalistiche continuano a descrivere come tra le più critiche del Paese, dove si manifesta il volto più moderno delle mafie, in particolare della ‘ndrangheta», ma dove è anche vero, sempre come ricordato da Bindi, che non mancano «segnali positivi, dovuti al fatto che le mafie ci sono, ma vengono scoperte e assicurate alla giustizia».

 

Il caso di Corsico è emblematico della situazione della regione: in occasione della sagra dello stocco di Mammola, patrocinata dal Comune e organizzata da Vincenzo Musitano, genero del boss Giuseppe Perre, il sindaco Filippo Errante ha manifestato «complicità o inconsapevolezza – ha commentato Bindi -. L’inconsapevolezza però va dimostrata e, in questo caso, le prove non sono ancora sufficienti». «Il sindaco di Corsico deve dimostrare di voler cancellare ogni dubbio su questa vicenda – ha aggiunto il senatore Franco Mirabelli – Ma può farlo in un modo solo: individuando i responsabili politici, cioè gli assessori che hanno svolto le funzioni che hanno determinato la presenza di una famiglia notissima di ‘ndranghetisti corsichesi, e rimuoverli dal loro incarico».

 

Ma non è solo Corsico a preoccupare la Commissione parlamentare antimafia. Mirabelli ha ricordato il caso del comune di Cisliano (MI), in cui «il vicesindaco Claudio Spadoni, è stato intercettato mentre avvertiva affiliati al clan Valle del fatto che alcune loro vetture erano sotto osservazione. Nel dubbio è sbagliato mantenere una figura di questo tipo in giunta. Tanto più se ci sono persone che, chiedono trasparenza, vengono intimidite con minacce e querele». E Bindi ha menzionato i comuni di Tribiano e Melegnano (MI), dove sono state segnalate «situazioni che denotano la capacità di ‘ndrangheta e mafie straniere di controllare il territorio e condizionare l’amministrazione».

 

In mattinata la Commissione ha visitato il carcere di Opera, nell’ambito di un’inchiesta sul 41bis, «sull’applicazione di questo regime carcerario particolarmente rigoroso», ha spiegato Bindi. Domani l’organismo parteciperà all’inaugurazione del primo dottorato di ricerca sulle mafie, presso l’Università Statale di Milano, che coinvolgerà anche altri atenei italiani.

Cusani in manette: la terza sospensione, il corteo “fantasma” e la commissione Antimafia

Cusani in manette: la terza sospensione, il corteo “fantasma” e la commissione Antimafia

 

Cusani in manette: la terza sospensione, il corteo “fantasma” e la commissione Antimafia

20 gennaio 2017

di Mirko Macaro

Il cittadino Armando Cusani è stato arrestato lunedì dai carabinieri nell’ambito dell’operazione “Tiberio”, il politico Armando Cusani è tornato forzatamente in panchina. Estromesso fino a data da destinarsi dalle sue funzioni pubbliche, per quella che è la terza sospensione dal 2013. Un provvedimento notificato d’ufficio al Comune di Sperlonga dal prefetto di Latina Pierluigi Faloni nella tarda serata di mercoledì, e che avrà efficacia per la durata della misura restrittiva cui l’attuale sindaco (al terzo mandato) e già due volte presidente della Provincia è stato sottoposto con le accuse di corruzione e turbata libertà degli incanti.

La prima sospensione era giunta nel 2013 per la condanna di primo grado nel processo per gli abusi edilizi all’hotel “Grotta di Tiberio”, la seconda per la condanna inflittagli in seguito alla rimozione della comandante della Municipale. Per un prolungato stop seguito, una volta riammesso alla politica attiva,dalla nuova discesa in campo che la scorsa estate aveva portato Cusani ad indossare nuovamente la fascia tricolore della Perla del Tirreno. Fino al terremoto d’inizio settimana che l’ha portato in carcere e, giovedì mattina, davanti al gip, al quale nel corso dell’interrogatorio ha provato a chiarire la propria posizione difendendosi da ogni contestazione.

Nel frattempo, giunta la terza sospensione, le redini della macchina amministrativa comunale sono state affidate al vicesindaco Francescantonio Faiola, anch’egli indagato nell’ambito della “Tiberio”, e che già aveva assunto il ruolo di traghettatore durante l’ultima consiliatura.

Sospeso Cusani dal Prefetto, sospesi dal Comune i due dipendenti dell’ente locale arrestati nella stessa inchiesta, il responsabile dell’ufficio tecnico Isidoro Masi e uno dei suoi predecessori, Massimo Pacini, attualmente responsabile del settore Ambiente. Doppio stop dal servizio formalizzato mercoledì dal comparto Affari generali, e che si protrarrà fino a nuovi sviluppi sul piano giudiziario.

Intanto, su tutt’altro versante, tra mercoledì e giovedì una sequela da polverone: in paese si stava organizzando un corteo pro Cusani, circostanza successivamente censurata dai vertici della commissione parlamentare Antimafia.

IL CORTEO (STOPPATO) E LE CRITICHE DALLA COMMISSIONE ANTIMAFIA

Il tamtam da mercoledì mattina, in particolare via Whatsapp con un messaggio che stava diventando virale: “Sperlonga si unisce per manifestare solidarietà al proprio sindaco Armando Cusani e alla sua famiglia. L’appuntamento è per sabato 21 gennaio 2017 alle 15 in piazza Municipio per il corteo #IOSTOCONCUSANI

Uniamoci per gridare alta la nostra solidarietà con i toni pacifici di un sentimento puro, con la sola bandiera del cuore, del rispetto e della stima per Armando. Se lo desideri unisciti a noi. Insieme siamo ancora più forti!”

A certe latitudini, più di qualcuno era quindi intenzionato far sentire la propria voce in difesa del sindaco. “Amici”, spiegano ufficiosamente i beninformati. Che hanno però assicurato come tutto sia nato e morto nell’arco di poche ore: in serata, saputo dell’iniziativa, a chiedere lo stop sarebbe stata la stessa famiglia di Cusani, giudicandola inopportuna. Niente manifestazione.

Ma la voce si era già sparsa ad ampio raggio. Tanto che giovedì a riguardo è arrivato l’intervento di Claudio Fava. Il vicepresidente della commissione dell’Antimafia, peraltro nei mesi scorsi di scena a Sperlonga in un convegno sulla criminalità organizzata firmato dall’associazione Caponnetto. “Un corteo di solidarietà per un sindaco arrestato per corruzione ci sembra un’iniziativa grave e irrispettosanei confronti di magistrati e forze dell’ordine”, ha affermato Fava. “Ci auguriamo che la Prefettura di Latina possa e voglia adottare opportune e preventive misure per evitare un’iniziativa che ha il sapore di provocazione più che della solidarietà”. Non ce ne sarà bisogno.

Nel frattempo, è tornata alla carica l’opposizione. Con i componenti del gruppo di “Sperlonga Cambia”, guidati dall’ex candidato sindaco Marco Toscano, che hanno avanzato la richiesta di dimissioni. Tanto di Cusani che del consiglio comunale. “Un passaggio necessario”, secondo la minoranza. Ed eccone spiegate le motivazioni:

LA MINORANZA CHIEDE DIMISSIONI DI MASSA

Il sindaco, oltre ad esser un amministratore pubblico, è anche una persona inserita nel contesto sociale di una comunità, ha legami e affetti familiari. Se capita che un sindaco venga arrestato si innesca, quindi, un sentimento di vicinanza umana e di solidarietà che travalica le ragioni giuridiche o politiche, e che trova il suo unico fondamento nel senso di amicizia, amore e affetto. Non c’è nulla di sbagliato in questo. È umano, comprensibile e, per certi aspetti, condivisibile.

L’aspetto giuridico e quello politico, tuttavia, non possono essere sminuiti, ignorati o cancellati. Il sindaco di una comunità deve rispondere dei suoi comportamenti alla legge e ai cittadini che lo hanno eletto.
A Sperlonga è accaduto un fatto grave, non solo sotto il profilo umano, ma anche sotto il profilo giuridico e politico.
Se sotto il lato umano ciascuno è libero di esprimere come meglio crede i suoi sentimenti, così non è, per ovvie ragioni, per l’aspetto giuridico e politico.
Per quanto riguarda la responsabilità penale, c’è un indagine della procura in corso e saranno i giudici a valutare se e quali reati siano stati commessi, stabilendo quindi una pena. Per quanto riguarda il profilo politico, la valutazione spetta in prima luogo a coloro che ricoprono un ruolo politico, ma anche a tutti i cittadini che vivono, partecipano e si interessano alla propria comunità.
In questi giorni a Sperlonga si ha l’impressione che tali aspetti, volutamente o meno, vengano confusi, mischiati, unificati. Tutto questo porta a esprimere giudizi sommari e parziali, assolutori o di condanna, che hanno come unico obiettivo quello di creare confusione e dividere una comunità che, proprio in un momento così delicato, ha bisogno di essere unita e matura.
Ciò che non si comprende, o in alcuni casi non si vuole comprendere, è che l’arresto di Cusani è al centro di un acceso dibattito perché Cusani è il sindaco di Sperlonga e la politica non può non parlare di questo.
Abbiamo chiesto e chiediamo le dimissioni del sindaco e dei consiglieri perché
, così facendo, la politica potrà occuparsi di altro, ovvero di come affrontare il futuro del nostro paese. Non è possibile assicurare il buon andamento dell’amministrazione in un paese che ha il sindaco in carcere, il vice sindaco indagato e due importanti funzionari comunali, tra l’altro responsabili di due uffici fondamentali come l’ufficio ambiente e l’ufficio tecnico, agli arresti.
Cusani si difenderà dalle accuse che gli vengono contestate, ma se lui e la sua maggioranza si ostinano ad andare avanti senza voler prendere atto della gravità dell’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto l’amministrazione comunale, dimostrano di non avere a cuore l’interesse generale di Sperlonga.
Se la politica vuole dare finalmente il buon esempio, è necessario che in questa vicenda si inizi a distinguere il lato umano, quello giuridico e quello politico.
Le dimissioni del sindaco e dell’intero consiglio comunale sono un passaggio necessario per consentire a Sperlonga e all’intera comunità di andare avanti“
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Fonte:www.h24notizie.com


Calabria, patto tra clan e imprenditori: 35 fermi. “Scoperto codice degli appalti della ‘ndrangheta che impoverisce la regione”

Il Fatto Quotidiano, Giovedì 19 gennaio 2017

Calabria, patto tra clan e imprenditori: 35 fermi. “Scoperto codice degli appalti della ‘ndrangheta che impoverisce la regione”

L’inchiesta “Cumbertazione” ha fatto luce sul sistema per rastrellare la maggior parte dei lavori in provincia di Reggio Calabria e Cosenza: dallo sviluppo “water front” di Gioia Tauro al progetto per lo svincolo di Rosarno passando per la riqualificazione del percorsi pedonali della città della Piana

di Lucio Musolino

“Abbiamo scoperto il codice degli appalti della ‘ndrangheta che impoverisce la Calabria”. Il generale della Guardia di finanza Gianluigi Miglioli è entusiasta durante la conferenza stampa dell’inchiesta “Cumbertazione” che ha portato all’arresto di 35 imprenditori, legati secondo l’accusa alle cosche, che riuscivano a rastrellare la maggior parte degli appalti in provincia di Reggio Calabria e Cosenza.

L’indagine della guardia di finanza (la parte coordinata dalla Dda di Reggio) ruota attorno alla figura degli imprenditori Bagalà (già coinvolti nell’inchiesta “Ceralacca”) e ha stroncato il sistema di infiltrazione della ‘ndrangheta nei lavori pubblici più importanti: dallo sviluppo “water front” di Gioia Tauro ai lavori per lo svincolo di Rosarno passando per la riqualificazione del percorsi pedonali della città della Piana.

“Nella maggior parte dei casi – ha affermato il procuratore Federico Cafiero De Raho – si creava un vero e proprio cartello di imprese che quando alle gare d’appalto presentano le offerte in bianco. Poi chi di dovere si occupa di riempirle in modo che il cartello si aggiudichi i lavori”.

Ma se nella Piana di Gioia Tauro a fare da padrona c’era la cosca Piromalli, in provincia di Cosenza chi dettava legge negli appalti era il boss Franco Muto, finito in carcere a luglio nell’ambito di un’altra inchiesta sul clan di Cetraro.

Dopo il suo arresto, le redini della cosca sono state prese dalla moglie, Angelina Corsanto colpita oggi dal decreto di fermo firmato dal procuratore Nicola Gratteri, dagli aggiunti Giovanni Bombardieri e Vincenzo Luberto e dai sostituti della Dda Camillo Falvo e Alessandro Prontera.

Nel mirino dei magistrati sono finiti tre grossi lavori pubblici per un valore di oltre 100 milioni di euro. Lavori che i Muto sarebbero riusciti ad accaparrarsi grazie al noto imprenditore Giorgio Barbieri che – è scritto nel decreto di fermo – “finisce (anche) per partecipare dell’organizzazione ‘ndranghetistica dei ‘Muto’, della quale infatti implementa la capacità economica con mensili corresponsioni di denaro e il controllo mafioso del territorio”.

I cantieri interessati dall’inchiesta, infatti, sono quello della famosa Piazza Bilotti a Cosenza (che comprendeva  anche la realizzazione di un parcheggio interrato e la gestione per 28 anni della struttura polifuzionale e del Mab), quello del comprensorio sport-natura di Lorica (e la relativa gestione per 25 anni) e la riqualificazione dell’aeroporto turistico di Scalea che sarebbe stato gestito dagli indagati per 25 anni.

Secondo il procuratore Gratteri, tra il Tirreno cosentino e la città Cosenza “era tutta una combine, come nel calcio. Abbiamo scoperto che il maggior imprenditore della provincia, Barbieri, era d’accordo con i colletti bianchi dei Muto. Lavoravano sempre in cordata, a Cosenza come a Cetraro”. Barbieri lavorava anche a Gioia Tauro dove “la cosca Morabito – scrivono i pm – controlla gli appalti pubblici della provincia reggina attraverso la famiglia Bagalà”. Si tratta di una famiglia di imprenditori che ha “creato un cartello di imprese che, anche per il tramite della collusione di funzionari pubblici, si accaparra gli appalti”.

Nelle intercettazioni ambientali, gli inquirenti sentono Giorgio Morabito (procuratore speciale delle società di Barbieri) e l’imprenditore cosentino parlare di milioni di euro. In particolare, più volte Giorgio Morabito fa riferimento a un “milione di euro‘chiesto’ da Barbieri, che lui aveva anticipato perché si era ‘impegnato’ e per non “perdere la faccia’”.

La restituzione di quei soldi doveva avvenire l’11 maggio scorso ma in realtà i due si incontreranno il giorno successivo quando la guardia di finanza registra una  conversazione dalla quale emerge la capacità del principale indagato di trovarsi a suo agio tanto con la ‘ndrangheta quando con la politica. “Barbieri raccontava a Morabito – è scritto nel provvedimento di fermo – di aver avuto un incontro il giorno precedente a Lorica con il Presidente della Regione, con il quale aveva anche cenato, motivo per il quale non si era recato a Polistena il giorno precedente”.

Mentre in provincia di Reggio, Barbieri si limita ad aggiudicarsi gli appalti – scrive la Dda di Catanzaro – “svolgendo il ruolo di prestanome dei Bagalà, per gli appalti pubblici che si aggiudica a Cosenza pretende di gestirli autonomamente, sebbene avvalendosi di numerosi subappaltatori e riesce a ridimensionare le pretese estorsive per il tramite dell’intervento di Franco Muto che ha una partecipazione agli utili di una serie di imprese formalmente intestate a Barbieri”.

La procura di Catanzaro parla di “una consolidata interazione sinergica tra l’imprenditore Barbieri e la cosca di ‘ndrangheta dei Muto: in altre parole, un rapporto di sostanziale sinallagma che poggia, da un lato, sulla garanzia di intervento della cosca per la soluzione in favore dell’imprenditore e delle sue aziende di problematiche di natura economica come criminale, dall’altro, sulla stabile compartecipazione della stessa cosca ai proventi d’impresa generati da Barbieri”. È quello che il generale Miglioli definisce “il codice degli appalti della ‘ndrangheta”.

 

‘Ndrangheta, turbativa di appalti: 35 arresti e 54 sequestri. L’operazione antimafia approda anche a Latina.Perquisizioni a Fondi ed Aprilia.Poteva mancare la provincia di Latina ?

 

‘Ndrangheta, turbativa di appalti: 35 arresti e 54 sequestri. L’operazione antimafia approda anche a Latina

Giovedì 19 Gennaio 2017

Sotto il coordinamento delle Direzioni Distrettuali Antimafia di Reggio Calabria e di Catanzaro, questa mattina il personale del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e di Cosenza, con l’ausilio del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata e dei Nuclei di Polizia Tributaria di Roma, Viterbo, Latina, Rieti Mantova, Milano, Agrigento, Messina, Palermo, Ragusa, Catanzaro, Cosenza, Crotone, Vibo Valentia, Caserta, Napoli, Salerno, Pisa ha eseguito su tutto il territorio nazionale il fermo di indiziato di delitto, emesso dalle due Dda, di 35 persone ritenute responsabili dei reati associazione per delinquere di tipo mafioso, associazione per delinquere aggravata dall’art. 7 L.203/1991, turbata libertà degli incanti, frode nelle pubbliche forniture, corruzione e falso ideologico in atti pubblici, rapina ed estorsione, aggravate dal metodo mafioso (art. 7 l. 203/1191). nonché il sequestro preventivo di 54 imprese. I provvedimenti rappresentano l’epilogo di un’articolata attività investigativa condotta dal Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata (Gico) del Nucleo di Polizia Tributaria di Reggio Calabria e dal Nucleo Polizia Tributaria di Cosenza, nell’ambito di due distinti procedimenti penali incardinati rispettivamente presso le Direzioni Distrettuali Antimafia di Reggio Calabria (operazione “Cumbertazione”, e di Catanzaro (operazione “5 lustri”), volta ad approfondire i profili imprenditoriali della criminalità organizzata operante nella piana di Gioia Tauro e nel cosentino, legati al settore degli appalti pubblici, le quali trovano punto di convergenza nella figura di alcuni imprenditori legati alla ‘ndrangheta.

fonte:http://www.latinacorriere.it/


Gioielleria del Tarì come forziere del clan: in cella lady di ferro

Il Mattino, Giovedì 19 Gennaio 2017

Gioielleria del Tarì come forziere del clan: in cella lady di ferro

di Viviana Lanza

Ripulivano i milioni di euro della droga investendo in oro, brillanti, gioielli e soprattutto orologi. Per i vertici del clan Amato-Pagano i preziosi erano più che una passione, il boss Cesare Pagano aveva una collezioni di oltre cinquanta orologi e tutti da 70mila euro in su. C’era un catalogo dei gioielli del capoclan, con tanto di foto e indicazioni delle caratteristiche di ogni singolo pezzo, realizzato appositamente per lui e custodito da un gioielliere che i collaboratori di giustizia indicano come «persona di fiducia e custode per loro conto di beni e preziosi». Una copia l’aveva il boss Pagano, un’altra la teneva il gioielliere amico.

Ogni volta che c’era un’occasione importante il boss inviava suoi fedelissimi al Tarì dal gioielliere amico per ritirare gli orologi e i gioielli scelti dal catalogo che lui o i suoi familiari intendevano indossare e che poi avrebbero riconsegnato al custode di fiducia. Tutto era rigorosamente registrato, con tanto di ricevuta a uso interno rilasciata ogni volta che un gioiello rientrava nella cassaforte del custode. È per questo che ieri una perquisizione è stata fatta anche in alcuni locali del Tarì di Marcianise (struttura estranea all’inchiesta) oltre che in casa, nei negozi, in depositi e caveau nella disponibilità di Giuseppe Casillo, l’imprenditore indagato per aver aiutato i boss a ripulire i loro soldi con investimenti in gioielli e in due ville acquistate nel 2006 nel cuore di Secondigliano, in via Cupa dell’Arco, a pochi passi dal bunker dei Di Lauro. Gli 007 dell’Antimafia sono alla ricerca del tesoro degli scissionisti, seguendo le indicazioni di ex affiliati passare a collaborare con lo Stato. E mentre ieri è iniziata la caccia all’oro del boss, nell’hinterland a nord di Napoli è scattato il blitz che ha portato all’arresto di reggenti, narcos e gregari: 14 in carcere, tre agli arresti domiciliari. In manette anche Rosaria Pagano, la sorella del boss Cesare. Le indagini coordinate dai pm Maurizio De Marco e Vincenza Marra, del pool anticamorra coordinato dal procuratore aggiunto Filippo Beatrice e dal sostituto procuratore antimafia Maria Vittoria De Simone, hanno svelato il ruolo assunto dalla donna negli ultimi anni. Indagini condotte dalla squadra mobile del primo dirigente Fausto Lamparelli.

Dopo la cattura di Mario Riccio, il genero del boss, nel febbraio 2014, tutti gli affiliati prendevano ordini da lei. Inquirenti e collaboratori di giustizia hanno tracciato il ritratto della lady camorra: donna determinata, capace di riportare unità all’interno del clan degli scissionisti superando le contrapposizioni tra la fazione Amato e quella Pagano che si verificarono dopo la definizione del primo processo al clan con le prime severe condanne per i vertici dell’organizzazione. «Conclusa la faida Rosaria Pagano si collocava a capo di un gruppo composto sia da affiliati rimasti negli anni fedeli agli Amato sia da personaggi di rilievo già vicini a Riccio ma da quest’ultimo progressivamente esclusi dalle posizioni di prestigio in favore di suoi fedelissimi provenienti dall’area maranese» si legge nel capo di imputazione. La leadership di Rosaria Pagano, secondo l’accusa, ha consentito di consolidare il gruppo di fuoco del clan, mantenere il controllo della vendita all’ingrosso di cocaina e quello delle piazze di spaccio di Melito e Arzano, di definire la gestione delle estorsioni a Mugnano nonché stabilire i nuovi rapporti con il clan della Vanella Grassi con specifiche modalità di pagamento della droga che questi acquistavano all’ingrosso. Sotto la lente degli inquirenti sono finiti anche i rapporti di persone del clan con persone appartenenti alle amministrazioni locali dell’hinterland a nord di Napoli dove il clan Pagano ha le sue ramificazioni.

All’operazione che è valsa la cattura di Rosaria Pagano nella sua lussuosa casa di ori e stucchi e all’arresto di narcos e affiliati hanno lavorato gli agenti della squadra mobile di Napoli agli ordini del primo dirigente Fausto Lamparelli, gli uomini dell’Interpool e organismi di cooperazione internazionale. Camorra e droga sono le accuse al cuore dell’inchiesta che è, in ordine di tempo, l’ultima spallata che la Dda ha dato agli scissionisti all’indomani della terza faida.

Arresto di Cusani, il vicesindaco (indagato): “Certi dell’onestà del sindaco”

Arresto di Cusani, il vicesindaco (indagato): “Certi dell’onestà del sindaco”
Arresto di Cusani, il vicesindaco (indagato): “Certi dell’onestà del sindaco”

Giovedì 19 gennaio 2017

di Mirko Macaro

Dopo gli arresti all’alba di lunedì nell’ambito dell’operazione “Tiberio” per presunti appalti pilotati e sospetta corruzione, incassate le stilettate delle forze d’opposizione, dal Municipio sperlongano rompono il mutismo iniziale: l’amministrazione comunale appena “decapitata” del sindaco Armando Cusani, tra i principali destinatari delle ordinanze cautelari, c’è e va avanti. Nelle intenzioni, la barca continuerà a veleggiare sicura. Nessun dietrofront rispetto ai mesi scorsi, quelli dell’ultimo plebiscito popolare a sancire la vittoria alle comunali della compagine espressione di Forza Italia, al dominio da un ventennio. Ed un’ulteriore sottolineatura. Forte e decisa: la sua squadra è certa “della limpidezza e dell’onestà” di Cusani. Sottolineature che arrivano per bocca del vicesindaco Francescantonio Faiola, pure lui indagato nella “Tiberio”, sebbene, a differenza di altri, con contestazioni marginali.

Una Sperlonga “unita, ancora più di prima”, quella tratteggiata dall’attuale numero due del Comune a margine del terremoto che ha portato anche all’arresto dell’attuale dirigente dell’ufficio tecnico e del suo predecessore. “Certo, le vicende degli ultimi giorni hanno scosso tutti e, comprensibilmente anche gli amministratori comunali”ha detto Faiola. “Ma la macchina amministrativa non ha spento i motori né li ha messi in folle. Ho avuto modo di tastare i sentimenti e le volontà di ciascuno di loro. Tutti, nessuno escluso, hanno dimostrato grinta, forza e desiderio di continuare il lavoro iniziato non dal giugno 2016, bensì venti anni fa dal nostro sindaco Armando CusaniI frutti del suo costante impegno sono attorno a noi, apprezzati in tutto il mondo. E può, deve ancora crescere”.

Intanto, mentre ieri si sono tenuti i primi interrogatori, si andrà avanti con l’impegno degli altri. “Tutti i collaboratori dell’amministrazione, consiglieri, assessori e delegati, stanno dimostrando un grande senso di responsabilità nei confronti del loro ruolo e della volontà dei cittadini espressa lo scorso giugno. Lo fanno individualmente ma grazie anche ad un grande spirito di squadra, costruito nel tempo e che si sta confermando in questi giorni, umanamente difficili”.

Primi sodali del due volte presidente della Provincia e tre volte sindaco, Faiola e i restanti componenti del gruppo forzista che ruota attorno alla civica “Lista Cusani” hanno una convinzione: la loro guida saprà rialzarsi prontamente, dimostrando d’essere estranea ad ogni contestazione.La stessa linea del consigliere regionale (ed amico) Giuseppe Simeone.

La Giustizia dovrà fare il suo corso, accerterà eventuali responsabilità e nel caso prenderà provvedimenti”, ha evidenziato il vicesindaco Faiola. “Noi siamo certi della limpidezza e dell’onestà del nostro sindaco, valori che ci ha trasmesso quotidianamente, con le parole e con l’esempio. Per questo siamo sicuri che le istituzioni preposte lo confermeranno, ne abbiamo piena fiducia. Sperlonga nel frattempo continuerà a navigare sicura e solida, verso gli obbiettivi che questa squadra si è prefissa. La nave non affonda”.

fonte:www.h24notizie.com

 

Bisogna dare atto ai cronisti di Latina Editoriale Oggi,fra i quali appunto Graziella Di Mambro,di essere la punta avanzata di un’informazione di inchiesta coraggiosa e corretta.Come pure non vanno dimenticati Francesco Furlan e Adriano Pagano di H 24 Notizie ,Clemente Pistilli, ed altri ancora.In un tessuto omertoso qual’é quello pontino e,in particolare,del sud pontino,dove sembra di vivere nell’estremo sud e nelle peggiori civiltà,non é facile parlare di certe cose contro i poteri forti e chi lo fa corre rischi molto forti.Vogliamo ,pertanto,ringraziarli di cuore per quanto fanno al servizio della verità e della giustizia.Lo meritano a pieno titolo.

Articolo21

Il dovere di informare il diritto ad essere informati

Ndrangheta, turbativa di appalti: 35 arresti e 54 sequestri. L’operazione antimafia approda anche a Latina.RIECCO LATINA ANCHE IN QUE4STA INCHIESTA DALLA CALABRIA.

 

‘Ndrangheta, turbativa di appalti: 35 arresti e 54 sequestri. L’operazione antimafia approda anche a Latina

Giovedì 19 Gennaio 2017

Sotto il coordinamento delle Direzioni Distrettuali Antimafia di Reggio Calabria e di Catanzaro, questa mattina il personale del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e di Cosenza, con l’ausilio del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata e dei Nuclei di Polizia Tributaria di Roma, Viterbo, Latina, Rieti Mantova, Milano, Agrigento, Messina, Palermo, Ragusa, Catanzaro, Cosenza, Crotone, Vibo Valentia, Caserta, Napoli, Salerno, Pisa ha eseguito su tutto il territorio nazionale il fermo di indiziato di delitto, emesso dalle due Dda, di 35 persone ritenute responsabili dei reati associazione per delinquere di tipo mafioso, associazione per delinquere aggravata dall’art. 7 L.203/1991, turbata libertà degli incanti, frode nelle pubbliche forniture, corruzione e falso ideologico in atti pubblici, rapina ed estorsione, aggravate dal metodo mafioso (art. 7 l. 203/1191). nonché il sequestro preventivo di 54 imprese. I provvedimenti rappresentano l’epilogo di un’articolata attività investigativa condotta dal Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata (Gico) del Nucleo di Polizia Tributaria di Reggio Calabria e dal Nucleo Polizia Tributaria di Cosenza, nell’ambito di due distinti procedimenti penali incardinati rispettivamente presso le Direzioni Distrettuali Antimafia di Reggio Calabria (operazione “Cumbertazione”, e di Catanzaro (operazione “5 lustri”), volta ad approfondire i profili imprenditoriali della criminalità organizzata operante nella piana di Gioia Tauro e nel cosentino, legati al settore degli appalti pubblici, le quali trovano punto di convergenza nella figura di alcuni imprenditori legati alla ‘ndrangheta.

fonte:http://www.latinacorriere.it/

 

La ‘ndrangheta padrona degli appalti. Agli imprenditori lasciato solo il 3%. COSI’ IL SUD NON CRESCERA’ MAI

 

Il Corriere della Sera, Giovedì 19 gennaio 2017 

La ‘ndrangheta padrona degli appalti. Agli imprenditori lasciato solo il 3%

Inchiesta delle procure antimafia di Reggio Calabria e Catanzaro: fermati 35 appaltatori. Il controllo anche dal carcere del capoclan Franco Muto

di Carlo Macrì

REGGIO CALABRIA In Calabria negli ultimi anni la ‘ndrangheta ha direttamente gestito i più importanti appalti pubblici. È questa l’analisi che viene fuori dall’inchiesta delle procure antimafia di Reggio Calabria e Catanzaro che ha portato al fermo di 35 imprenditori.

L’indagine della Guardia di Finanza

Sino ad oggi si è sempre parlato di un «pizzo» del 3% che le cosche ottenevano dagli imprenditori a salvaguardia dell’appalto che, comunque, veniva gestito dalle imprese. Oggi questa inchiesta ha capovolto questo principio. Sono gli imprenditori che ricevono l’«obolo» del 3%, mentre il resto della torta viene diviso dalle cosche. L’indagine della Guardia di Finanza ha accertato che le famiglie mafiose calabresi sono direttamente coinvolte negli appalti, con mezzi e attività proprie e con prestanomi al di sopra di ogni sospetto. A Cosenza tutti gli appalti pubblici sono stati effettuati da ditte vicine al capoclan Franco Muto che, seppure in carcere, ha lasciato le redini del comando alla moglie Angelina Corsanto che ha continuato ad amministrare le attività illecite della cosca.

Nel mirino 27 gare d’appalto

Tra gli imprenditori coinvolti c’è Giorgio Ottavio Barbieri che gli inquirenti indicano come «vicino» al clan Muto. Nell’occhio della magistratura di Catanzaro sono finite tutte le ultime mega opere gestite dall’imprenditore. Anche in provincia di Reggio Calabria le attività imprenditoriali erano in mano alla ‘ndrangheta. Un gruppo di imprese si era affidato al clan Piromalli di Gioia Tauro per «turbare» quasi tutte le gare pubbliche, riuscendoci. Almeno 27 quelle passate al setaccio dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria che abbracciano il periodo 2012/2015.

Operazione Tiberio, oggi l’interrogatorio di Cusani. Sabato corteo a Sperlonga

Operazione Tiberio, oggi l’interrogatorio di Cusani. Sabato corteo a Sperlonga

Lui viene interrogato in carcere, a Sperlonga preparano un corteo di solidarietà. Sarà sentito questa mattina dal giudice Armando Cusani, sindaco della cittadina del sud pontino e potente uomo politico della provincia di Latina. E’ stato arrestato nei giorni scorsi dai carabinieri nell’ambito dell’operazione Tiberio per appalti pilotati.

Ieri il suo vice, Francesco Faiola, indagato nella stessa inchiesta, ha diffuso un comunicato che difende l’operato del sindaco e ne sottolinea l’onestà, mentre sui telefoni cellulari in una sorta di catena di Sant’Antonio con whatsapp viene inviato il messaggio: “Sperlonga si unisce per manifestare solidarietà al proprio Sindaco Armando Cusani e alla sua famiglia. L’appuntamento è per sabato 21.01.2017 alle ore 15:00 in piazza municipio per il corteo #IOSTOCONCUSANI”

Massoneria, Bisi (Goi): “Non darò elenco all’Antimafia. Non ci sono parlamentari iscritti”

Massoneria, Bisi (Goi): “Non darò elenco all’Antimafia. Non ci sono parlamentari iscritti”

Il Fatto Quotidiano, Mercoledì 18 gennaio 2017

Massoneria, Bisi (Goi): “Non darò elenco all’Antimafia. Non ci sono parlamentari iscritti”

Bisi è stato convocato dopo l’arresto dei fratelli Occhionero, accusati di aver carpito dati a oltre 18mila persone. Tra le vittime del cyberspionaggio, secondo le indagini della Procura di Roma, ci sarebbe stato anche il Gran Maestro che rispondendo a una domanda dice: “Non mi risultano fratelli coperti”

di F. Q.

“Sulla consegna degli elenchi ho scritto una lettera alla presidente Bindi motivando il perché la consegna degli elenchi non può avvenire. Si ritiene che consegnando gli elenchi dei 23mila fratelli del Grande Oriente si compierebbe un reato, il Parlamento ha approvato una legge sulla privacy che tutela la riservatezza dei dati sensibili”. Il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Stefano Bisi, risponde così a una domanda durante l’audizione come testimone in Commissione Antimafia: “Parlamentari iscritti al Goi non mi risulta che ce ne siano”. Bisi è stato convocato dopo l’arresto dei fratelli Occhionero, accusati di aver carpito dati a oltre 18mila persone. Tra le vittime del cyberspionaggio, secondo le indagini della Procura di Roma, ci sarebbe stato anche Bisi che ha sospeso Giulio Occhionero iscritto alla loggia massonica.

Per Bisi “poteva essere una preoccupazione legittima” quella di Giulio Occhionero di vedere diffusi gli elenchi con gli iscritti al Goi, “perché in Italia c’è ancora un grave pregiudizio contro la massoneria”. Bisi ha affermato che il Goi non si era accorto dell’attività di Occhionero, “altrimenti la sospensione sarebbe avvenuta immediatamente, anzi avremmo aperto una procedura disciplinare per il fratello che ha commesso reati o altro. Non ci eravamo accorti delle attività dihackeraggio o spionaggio altrimenti lo avremmo ammonito prima e poi espulso”. “Non capisco perché spiasse i circa 300 fratelli di cui parlano i giornali. Noi siamo vittime, il motivo va chiesto a lui”.

“Nella costituzione e nell’ordinamento del Goi ci sono dei moduli da compilare – ha aggiunto Bisi – con documenti che bisogna presentare, e spero che i partiti e i movimenti politici di questo Paese possano fare altrettanto. Abbiamo dei controlli interni che ci fanno stare tranquilli, anche se non facciamo dei controlli come la polizia”. Rispondendo a una domanda della presidente Bindi il testimone ha poi risposto che dal 1982 “non esistono logge segrete di alcun tipo come non esistono fratelli segreti. La loggia Scontrino non era parte del Goi, non so neppure di quale comunione massonica facesse parte. Fratelli coperti non ce ne sono, a me non risulta. Dal 1982 non ci sono più i “fratelli all’orecchio”: sono tutti registrati all’anagrafe del Goi”, ha poi spiegato, aggiungendo che “tutti quelli che sapevano qualcosa non ci sono più: questo sistema sbagliato è finito nel 1982. Ormai da molti anni la segretezza non c’è più, sono note le sedi, i vertici. Se la segretezza è servita non lo so. Di segreto non c’è più niente nel Goi, non so se è così anche nelle altre organizzazioni massoniche, che, di altro tipo, ci sono”.

Bisi poco prima aveva spiegato le procedure di controllo interno. “Da quanto io sono Gran maestro del Grande oriente d’Italia, da due anni e mezzo, sono state abbattute le colonne di 3 o 4 logge: 3 in Calabria in provincia di Reggio Calabria e un’altra credo nel Lazio. Non c’era il numero sufficiente, non avevano condotta regolare rispetto a doveri e regolamenti, per problemi organizzativi o altro. Finché non c’è uncertificato penale non possiamo agire come fossimo polizia giudiziaria – ha aggiunto, rispondendo alle domande della presidente dell’Antimafia, Rosy Bindi fatte anche a nome degli altri parlamentari dell’Antimafia – Non chiediamo automaticamente l’aggiornamento dei certificati maabbiamo controlli interni che ci fanno stare moderatamente tranquilli, abbiamo nelle logge gli ispettori che sono tenuti a vigilare sul comportamento dei fratelli: le attività di controllo interno sono numerose e quando intuiamo comportamenti contrari agli antichi doveriprovvediamo alle sospensioni o alla demolizione della loggia. Ogni loggia ha i fascicoli personali e una storia; la documentazione, almeno una parte, viene tenuta nella struttura centrale”. Le logge in Italia sono 850 e circa 23 mila i fratelli iscritti. Bisi ha aggiunto che la tassa di iscrizione al Goi varia: 180 euro a persona vanno per la struttura centrale, poi c’è il funzionamento delle 850 logge; in media il costo annuo di ogni fratello ammonta a 400-500 euro l’anno. Il patrimonio del Goi è fatto dalle case massoniche che sono una cinquantina. Sarebbe stato un patrimonio più ampio – ha aggiunto – se la Repubblica ci avesse riconsegnato Palazzo Giustiniani che ci è stato confiscato dal fascismo. I dipendenti sono solo 14″.

SOLDI SPORCHI | ‘Ndrangheta, 35 imprenditori in manette fra Reggio e Cosenza

Maxioperazione della Guardia di Finanza coordinata dalle Dda rette da Cafiero de Raho e Gratteri. In ginocchio i colletti bianchi dei clan Piromalli, Muto e Lanzino-Ruà. Sequestrate 54 imprese. Nel mirino gli appalti alla Provincia di Cosenza

Giovedì, 19 Gennaio 2017 06:41 Pubblicato in Cronaca

SOLDI SPORCHI | &#039;Ndrangheta, 35 imprenditori in manette fra Reggio e Cosenza

REGGIO CALABRIA Maxioperazione contro l’imprenditoria di ‘ndrangheta in Calabria. Per ordine delle Dda di Reggio Calabria e Catanzaro un provvedimento di fermo è stato emesso nei confronti di 35 imprenditori, considerati punto di riferimento per i clan Piromalli, Muto e Lanzino-Ruà e per questo accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso, turbata libertà degli incanti, frode nelle pubbliche forniture, corruzione e falso in atti pubblici. Sotto sequestro sono finite 54 importanti società, molte delle quali con sede a Roma.
Due i filoni di indagine riuniti nella maxi-operazione eseguita oggi dagli uomini della Guardia di Finanza. Il primo, coordinato dalla Dda di Reggio Calabria, ha permesso di accertare come fra il 2012 e il 2015 il potentissimo clan Piromalli, grazie ad un noto gruppo imprenditoriale, abbia messo le mani su 27 gare, aggiudicandosi importanti – e remunerativi – appalti pubblici nell’area della Piana di Gioia Tauro. Stesso metodo, ha scoperto la Dda di Catanzaro utilizzato dal clan Muto nella zona dell’alto Tirreno cosentino e dal reggente della cosca cosentina Lanzino-Ruà-Patitucci, che in questo modo si è aggiudicato i più importanti appalti della Provincia di Cosenza nel periodo 2013/2015.
I dettagli dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle ore 10.30 presso il comando provinciale della Guardia di finanza di Reggio Calabria, alla presenza del procuratore capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, unitamente al procuratore aggiunto Calogero Gaetano Paci, e del procuratore capo della Procura della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, unitamente ai procuratori aggiunti Giovanni Bombardieri e Vincenzo Luberto.

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

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