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FAIDA DI PONTICELLI – Guerra tra il clan dei ‘Fraulella’ ed i rivali parla il pentito: «Così uccidemmo uno dei De Micco»

FAIDA DI PONTICELLI
Guerra tra il clan dei ‘Fraulella’ ed i rivali parla il pentito: «Così uccidemmo uno dei De Micco»
Ricostruito, tramite la confessione di Raffaele Stefanelli, uno degli omicidi che aprirono la contrapposizione armata

di REDAZIONE

NAPOLI. È l’ultimo pentito di Ponticelli e ha esordito confessando di aver ucciso il 18 marzo 2015 Raffaele Canfora, un 25enne che vendeva droga per conto suo pur avendo contatto con la malavita di Secondigliano. Raffaele Stefanelli, ex affiliato ai D’Amico, ha cominciato a collaborare con la giustizia il 25 ago-sto 2015 e ha ammesso di aver partecipato a diversi raid armati organizzati dai “Fraulella” contro i De Micco. Tra i fatti di sangue da lui ricostruiti c’è anche il tentato omicidio di Alessandro Pane, come ha spiegato nel corso del suo primo verbale da “picciotto” passato dalla parte dello Stato. Ecco alcuni stralci dell’interrogatorio, con la consueta premessa che le persone citate devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «In ordine al tentato omicidio di Alessandro Pane, devo dire che oltre a me e a Mario Buonomo hanno partecipato pure Salvatore Ercolani detto “Chernobyl” e Giuseppe Righetto detto“Peppe o’ blob”.

Obiettivo dell’agguato era Roberto Boccardini quanto esponente del clan De Micco. All’epoca devo precisare che io e Righetto eravamo parte di un gruppo autonomo del rione De Gasperi, con Pasquale Austero e Antonio Tarantino, poi ucciso, che aveva stretto rapporti prima con Antonio D’Amico in carcere e poi con Giuseppe D’Amico, con il quale avevamo raggiunto un accordo per attaccare i De Micco. Ho conosciuto Raffaele Canfora come fornitore di droga dei D’Amico e iniziai ad acquistare lo stupefacente da lui. Nel tempo si sono verificati degli screzi, prima per la cattiva qualità di una partita di cocaina che lui aveva venduto al marito della sorella di “Chernobyl”. Poi ci fu un secondo problema, sempre per la cattiva qualità della droga che aveva fornito questa volta a Giacomo D’Amico. Decidemmo allora di truffarlo, io e Giacomo D’Amico, acquistando otto chili di fumo per non pagarli».

22/06/2016

fonte:www.internapoli.it

CAMORRA A MARCIANISE. Omicidio Dallarino. Il Riesame scarcera Gennaro Buonanno

Confermata la misura per Domenico Belforte. L’indagato era ai domiciliari a Roma per motivi di salute

MARCIANISE – Si è svolta ieri e oggi ne s’è conosciuto l’esito l’udienza davanti al tribunale del Riesame sui ricorsi presentati dai difensori dei tre indagati, colpiti da ordinanza di custodia cautelare per l’omicidio di Pasquale Dallarino, avvenuto nel 97 ad opera del clan Belforte.

Dei tre indagati, uno, cioè Gennaro Buonanno ha incassato una decisione positiva da parte del Riesame visto che l’ordinanza di arresto gli è stata annullata, in accoglimento delle tesi esposte dai suoi avvocati difensori Massimo Trigari e Giuseppe Foglia.

Confermata invece l’ordinanza per Domenico Belforte.

Red.Cro.

PUBBLICATO IL: 24 giugno 2016 ALLE ORE 11:27 fonte:www.casertace.net

 

La lotta alla corruzione ed alle mafie si fa con i fatti e non con le chiacchiere

LA LOTTA ALLE MAFIE ED ALLA CORRUZIONE  SI FA CON I FATTI E NON CON LE CHIACCHIERE

 

 

“E’ un errore imperdonabile il pensare che tutto il peso della  lotta alla mafia debba  gravare sulle sole spalle della magistratura e delle forze dell’ordine.”,diceva Paolo Borsellino.

I cittadini debbono collaborare,segnalando,denunciando ogni fatto  del quale vengono a conoscenza.

E’ un dovere civico,oltre che morale ed anche giuridico.

Comprendiamo le difficoltà ed anche la paura  del singolo cittadino di recarsi  in una DDA  o in una Questura o Comando  per segnalare un investimento di capitali sospetti o qualunque altro fatto che riguardi un insediamento delle mafie sul proprio territorio,ma per questo ci sono le  associazioni  antimafia che hanno il compito di raccogliere ogni elemento utile all’Autorità Giudiziaria  per avviare delle indagini e di renderne,poi, partecipe chi di dovere.

Sanno esse,almeno quelle serie ,come ed a chi veicolare  le notizie che si acquisiscono attraverso un lavoro costante  di ascolto e di indagine che debbono fare  quotidianamente .

Una lotta seria alle mafie si fa così e non limitandosi ad un “mi piace” o ad un “condivido” su Facebook,ad uno slogan,ad una battuta,ad una fiaccolata,ad un “viva Falcone ” e roba del genere. 

Sono anni che noi  dell’Associazione Caponnetto insistiamo nel dire che l’adesione, anche ideale  e non solo  organizzativa, ad un’associazione antimafia  ,tenuto  conto della gravità della situazione  nella quale si trova il Paese ormai  dominato dalle organizzazioni criminali,deve comportare soprattutto l’obbligo morale  di dare una mano nel senso di un aiuto concreto  alla Magistratura competente ,un aiuto  in termini di  fatti e non di  chiacchiere.

Vediamo,purtroppo,che ,al di là delle enunciazioni di principi che,poi,non trovano mai riscontro nella realtà,sono pochi coloro che mostrano quella sensibilità e quel senso civico necessari per affrontare una seria battaglia contro la corruzione e le mafie che stanno devastando il Paese.

Ci sono aree dalle quali non ci perviene una sola notizia,un solo elemento per accendervi un focus,dei riflettori per richiedere a chi di competenza gli interventi necessari.

Questo fa riflettere sulla serietà e sulla coerenza di tantissima gente che predica bene e razzola male.

ESCLUSIVA. TUTTI I NOMI E LE RICHIESTE DI CONDANNA. CAMORRA E RICEVIMENTI GRATIS AL “MAMA”.COLPO AL CLAN DEI “MUZZONI” DI SESSA AURUNCA

ESCLUSIVA. TUTTI I NOMI E LE RICHIESTE DI CONDANNA. CAMORRA E RICEVIMENTI GRATIS AL “MAMA”. 67 anni di carcere chiesti dalla Dda a carico degli esponenti dei Muzzone. Confisca dei beni….

Lunga requisitoria del Pm, che….

SESSA AURUNCA – Al termina di una lunga requisitoria del pm della Dda, nell’ambito del processo incardinato presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere, per la nota vicenda dei ricevimenti e delle cerimonie gratis al ‘Mama casa in campagna’, di Federico Falco e Carlo Emini, da concedere ai familiari degli indagati, la procura Antimafia ha presentato un’articolata richiesta di condanna a carico di 6 imputati. Nel febbraio del 2015, proprio le indagini della Guardia di Finanza consentirono alla Dda di Napoli di chiedere e incassare l’emissione di un’ordinanza cautelare a carico  di Gaetano Di Lorenzo, già detenuto e ritenuto dagli inquirenti, il reggente del clan dei Muzzoni, operante a Sessa Aurunca e dintorni. Assieme a lui vennero colpiti dal provvedimento in questione anche Domenico e Pasquale Gallo.(CLICCA QUI PER LEGGERE).

Ebbene per la Dda, oggi, Domenico Gallo va condannato a 14 anni di carcere, mentre 12 sono gli anni richiesti per Pasquale Gallo. 11 anni è la pena invocata per Vincenzo Gallo. A carico di Gaetano Di Lorenzo è stata richiesta una pesante condanna a 14 anni, mentre 8 anni di reclusione rappresentano le pene richieste dai magistrati a carico di Giuseppe Chierchia e Maria Di Lorenzo.

A margine di questa esosa richiesta, la Dda vuole anche la confisca di tutti i beni intestati al Lamberti e Gallo.

PUBBLICATO IL: 24 giugno 2016 ALLE ORE 13:35 

fonte:www.casertace.net

Camorra. Fiumi di droga e ‘amnesia’ dall’Olanda. Mazzata al clan Contini

TRAFFICO INTERNAZIONALE DI DROGA
Camorra. Fiumi di droga e ‘amnesia’ dall’Olanda. Mazzata al clan Contini
Eseguite ben 33 ordinanze di custodia cautelare: coinvolti i boss Aieta, Bosti e Tolomelli

di REDAZIONE

NAPOLI. Una indagine sprint quella che la Procura di Napoli ha voluto condurre per il clan Contini e per un gruppo di trafficanti internazionali che dall’Olanda gestivano il traffico di droga con patti trasversali fino ad arrivare a Napoli. La Dda ha infatti chiuso le indagini preliminari. Questo vuol dire che a breve partiranno i 415 bis che decreteranno l’avvio del processo. Fiumi di droga dal l’Olanda e lungo l’asse Italia Spagna-Colombia, tra cui la terribile “amnesia” che spappola i cervelli, permettevano ai ras del clan Contini di condurre una vita lussuosa tra Rolex, barche e serate in posti da vip. A capo della holding c’era Antonio Aieta, cognato del boss detenuto Eduardo Contini “’o romano”, che si avvaleva di due luogotenenti: Ettore Bosti “’o russo, figlio di Patrizio “’o Patriziotto”, e Vincenzo Tolomelli, pregiudicato di lungo corso originario dei Quartieri Spagnoli.

Per anni un esercito di una cinquantina di persone ha trafficato sostanza stupefacente, ma ieri mattina è giunta la resa dei conti. Con un’operazione dei carabinieri del Ros e del Nucleo investigativo di Napoli, con il coordinamento della Dda, sono state seguite ben 33 ordinanze di custodia cautelare su 35 emesse dal Gip del Tribunale di Napoli. Contemporaneamente la Guardia di finanza ha sequestrato beni per 20 milioni di euro ad alcuni indagati. L’indagine è cominciata nel 2011 e ha permesso di capire che nel clan Contini, con base all’Arenaccia ma ramificazioni in vari quartieri fino a Secondigliano e Giugliano, i vertici si erano resi conto che le estorsioni non bastavano più a garantire il sostentamento delle famiglie dei detenuti. Così è partita l’organizzazione di un vasto traffico di droga e inquirenti e investigatori si sono imbattuti nei personaggi di maggiore spicco allora in libertà, a cominciare da Antonio Aieta ed Ettore Bosti.

L’inchiesta ha anche dato la conferma sull’alleanza tra gli uomini del boss “’o romano” e i Piccirillo della Torretta, tra l’altro imparentati con i Licciardi dell’Alleanza di Secondigliano. Intercettazioni telefoniche e ambientali hanno portato alla luce l’esistenza di un’associazione “strutturata e armata, finalizzata al traffico e allo spaccio di droga; un canale di approvvigionamento della sostanza a Vasto in provincia di Chieri; il controllo da parte del clan Contini del fiorente mercato di “amnesia”, un tipo di marijuana il cui effetto viene aumentato con gocce di metadone e altre sostanze tossiche in un cocktail micidiale; due piazze di spaccio protette da “vedette” al Vasto, all’Arenaccia, San Giovanniello e al “Buvero”, il borgo Sant’Antonio Abate, con a capo Antonio Aieta coadiuvato da Ettore Bosti e Vincenzo Tolomelli; l’esistenza di una cassa comune,con i proventi del narco-traffico reinvestiti nell’acquisto di ulteriori partite di polvere bianca e“fumo”; il ruolo di cerniera tra la cosca napoletana e un esponente della ‘ndrangheta di un imprenditore del settore floreale, FeliceBarra.

FONTE: IL ROMA

24/06/2016

fonte:www.internapoli.it

Catanzaro, fotografo ucciso per vendetta nel 1996: il mandante è il boss Cannizzaro

Il Messaggero, Giovedì 23 Giugno 2016

Catanzaro, fotografo ucciso per vendetta nel 1996: il mandante è il boss Cannizzaro

di Ilario Filippone

Lo hanno ammazzato per avere arrestato un fedelissimo del clan Cannizzaro nel pieno di una rapina consumata a Tivoli. I sicari sono entrati in azione in un casolare di campagna a Lamezia Terme, il 16 dicembre 1996, quando oramai il 26enne Gennaro Ventura si era congedato dall’Arma per fare il fotografo. Dopo averlo ucciso con due colpi di pistola alla testa, hanno infilato il cadavere in una vasca sotterranea: i resti dell’uomo verranno rinvenuti soltanto a 12 anni di distanza dalla sua scomparsa. Oggi, la polizia ha chiuso il cerchio. Un mandato di cattura è stato notificato al boss Domenico Cannizzaro, alias Mimmo. E’ il mandante, ha ordinato lui la morte del fotografo con un passato da carabiniere: il provvedimento è stato notificato nel carcere di Tolmezzo, dove il padrino sta scontando una pena per mafia. Nel corso delle indagini, coordinate dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, gli agenti sono riusciti a scoprire il movente, che è legato ai trascorsi della vittima: quando prestava servizio alla compagnia di Tivoli, il militare Gennaro Ventura aveva arrestato un big della famiglia mafiosa di Lamezia Terme, scatenando l’ira della cosca. A sparare è stato proprio un fidato del clan, Gennaro Pulice. Una volta in prigione, l’uomo ha saltato il fosso, decidendo di collaborare con la giustizia. L’ex malavitoso ha indicato come mandante il boss Domenico Cannizzaro. “E’ stato accertato – affermano gli investigatori – che Pulice, dopo aver attirato in trappola Gennaro Ventura, con la scusa di un appuntamento di lavoro, ha esploso all’indirizzo del fotografo diversi colpi di pistola, uccidendolo e occultandone il cadavere in una vasca sotterranea all’interno di un casolare agricolo in località Carrà Cosentino di Lamezia Terme, lo stesso luogo ove poi verranno rinvenuti i resti della vittima”. Determinanti sono stati anche i verbali riempiti dal pentito Paolo Stranges:”Il minuzioso raffronto tra le propalazioni dei due collaboratori di giustizia – spiega la Questura di Catanzaro – ha permesso di delineare un solido quadro probatorio utile alle contestazioni di cui all’odierno provvedimento cautelare”. Il corpo senza vita del fotografo è stato rinvenuto in una tinozza nascosta sottoterra

Roma, sequestrati beni per 20 milioni al clan Fasciani di Ostia

La Repubblica, Venerdì 24 giugno 2016

Roma, sequestrati beni per 20 milioni al clan Fasciani di Ostia
I due provvedimenti emessi su richiesta della Direzione distrettuale Antimafia

di RORY CAPPELLI

L’operazione si chiama Medusa, forse per la morsa tentacolare in cui il clan ha stretto il X Municipio, quello di Ostia, non a caso commissariato ormai da tempo. E all’alba di stamattina 150 finanzieri del comando provinciale della guardia di Finanza di Roma hanno eseguito due provvedimenti di sequestro che vanno a colpire il cuore del gruppo criminale dei Fasciani.

Il patrimonio sequestrato ha un valore di 20 milioni di euro. E i provvedimenti sono stati emessi dalla Sezione specializzata in misure di prevenzione del Tribunale di Roma, su richiesta della Procura – Direzione Distrettuale Antimafia.

Qualche settimana fa era arrivata la sentenza con cui la Corte d’Appelo di Roma aveva condannato per associazione a delinquere semplice alcuni membri del clan Fasciani per i quali il procuratore generale aveva invece chiesto che venisse riconosciuto il reato di associazione maifosa. Una sentenza che aveva suscitato qualche polemica: «Giustizia schizofrenica — aveva detto il senatore dem e commissario del Pd di Ostia Stefano Esposito — allora perché il municipio è stato sciolto per mafia?».

Dal Corsera.Maxi sequestro beni clan Fasciani

 

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Il blitz è scattato prima dell’alba. Oltre 150 uomini del Comando provinciale della Guardia di finanza di Roma sono entrati in azione per eseguire due provvedimenti di sequestro emessi dal Tribunale di Roma – sezione specializzata misure di prevenzione, su richiesta della locale Procura – Direzione distrettuale antimafia, nei confronti di elementi di vertice del noto gruppo criminale Fasciani, per un valore complessivo di stima pari a circa 20 milioni di euro. Il clan ha interessi soprattutto nella zona del litorale di Ostia, ma l’operazione riguarda attività e beni anche a Milano, L’Aquila, Prato, Parma e in provincia di Caserta.

 

MELITO – La droga prima di tutto: il ferimento del baby boss non ferma le piazze di spaccio

IL RETROSCENA
La droga prima di tutto: il ferimento del baby boss non ferma le piazze di spaccio
La vendita di stupefacenti è proseguita anche durante le ore convulse che hanno seguito la mattanza del parco Padre Pio

di Sabrina Della Corte

MELITO. Il mercato della droga, nevralgico per gli Amato Pagano, non può fermarsi, neanche quando il rampollo della famiglia, nipote di due boss del clan operante tra Melito e Mugnano, è in ospedale con un colpo al torace. Lunedì scorso, mentre in via Giulio Cesare si stava scatenando l’inferno, Domenico A, a soli 16 anni, restava ferito dal ‘fuoco amico’ e Mohammed Nouvo e Alessandro Laperuta cadevano sotto i colpi dei killer, le principali aree di spaccio melitese hanno continuato a lavorare. Nel parco Monaco e nei rioni 219 non hanno smesso per un attimo di smerciare cocaina, erba e hashish per rimpinguare le casse del clan.

Pali e spacciatori, insieme a vedette e sentinelle, a bordo di motorini, hanno intensificato, se possibile, il loro lavoro: guadagno e controllo del territorio non conoscono contrattempi e così, a poche ore dai fatti del civico 118, i carabinieri, guidati dal capitano Antonio De Lise, nel corso delle perquisizioni nel parco Monaco, hanno constatato come nulla fosse cambiato. Arrivati nel popoloso complesso abitativo di corso Europa, gli uomini dell’arma hanno smantellato le protezioni passive alzate davanti a un portone adibito a sportello di smercio e, oltrepassato il portoncino, si sono trovati dinanzi al posto di lavoro di uno spacciatore stakanovista: appena dietro l’ingresso, su un tavolino in alluminio, erano ancora presenti i resti del pranzo del pusher. Non ci sono orari e bisogni fisiologici che tengano: gli affari sono affari e devono continuare, nonostante in molti non si sentano più sicuri. Nel corso delle perquisizioni, infatti, gli uomini della compagnia di Giugliano e della tenenza di Melito hanno trovato, in appartamenti attenzionati, valigie pronte per la fuga. Il clima è teso e gli equilibri sono instabili. Basti pensare che la mattanza di via Giulio Cesare sembra essere il frutto della sparizione di una partita di droga, anche se non si esclude l’ipotesi di una faida per l’egemonia sulle piazze di spaccio tra le più proficue, forse solo dopo Afragola e Caivano, in Italia.

23/06/2016

 

fonte:www.internapoli.it

 

Camorra. Processo al clan Lo Russo, stangata al boss Antonio e ai suoi fedelissimi

LE CONDANNE AI ‘CAPITONI’
Camorra. Processo al clan Lo Russo, stangata al boss Antonio e ai suoi fedelissimi
Condanne per 125 anni di carcere per i sedici imputati accusati di associazione di stampo mafioso, estorsione e traffico di droga

di REDAZIONE

MIANO. Una mazzata nonostate lo sconto di pena con il rito abbreviato per il clan lo Russo di Miano o meglio per la costola dei duri dei “capitoni” rimasti fedeli ad Antonio Lo Russo, il boss della bella vita e figlio del pentito Salvatore. Condanne complessive per 125 anni di carcere per i sedici imputati accusati di associazione di tipo camorristica, estorsione, traffico di droga, sigarette di contrabbando e gasolio – riporta Cronache della Campania -. Le ha inflitte il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Napoli che ha accolto in massima parte le richieste del pm Enrica Parascandolo della Dda.

Le pene più severe sono state inflitte a Carlo Davide(cugino di Carlo Lo Russo), Claudio Esposito (zio della moglie di Antonio Lo Russo, Annalisa Gargano) e Pasquale Torre (16 anni a testa). Si è beccato dieci anni di carcere invece il boss Antonio Lo Russo e con lui Giovanni Campaiola e Luigi Forino. Tra gli imputati ci sono anche degli insospettabili, persone delle quali la cosca si serviva, secondo l’accusa, per riuscire a garantire una latitanza dorata ad Antonio: Giovanni Campaiola e Luigi Forino. Il gruppo fu smantellato il 12 gennaio scorso nel corso di un blitz nel quale furono anche sequestrati beni immobili, oggetti d’oro e soldi, da parte del Gico della Guardia di Finanza di Napoli. Un decreto di sequestro preventivo d’urgenza per togliere tra le mani degli affiliati il loro “tesoro”, il “guadagno” di attività illecite. Così finirono sotto sequestro e sono ancora sotto sequestro, aziende per la produ- zione di guanti, giocattoli e articoli per la casa con punti vendita a Napoli e Latina, un centro scommesse, case a Napoli e Fondi, conti correnti per un totale di oltre 20 milioni di euro.

LE CONDANNE

Lo Russo Antonio 10 anni

Briante Antonio 2 anni

Campaiola Giovanni 10 anni

Capone Luigi 4 anni

Cennamo Antonio 3 anni e 8 mesi

D’Andrea Emanuele 3 anni e 4 mesi

Davide Carlo 16 anni

Esposito Claudio 16 anni

Forino Luigi 10 anni

Mercolino Alfredo 9 anni

Palma Crescenzo 9 anni

Potenza Gerardo 2 anni e 4 mesi

Russo Umberto 9 anni

Torre Pasquale 16 anni

Vitale Bruno 3 anni

23/06/2016

fonte:www.internapoli.it

 

Inchiesta «Jambo», la Cassazione annulla l’ordinanza di custodia cautelare per il fratello del boss Zagaria

Il Mattino, Giovedì 23 Giugno 2016

Inchiesta «Jambo», la Cassazione annulla l’ordinanza di custodia cautelare per il fratello del boss Zagaria

di Mary Liguori

CASERTA – Inchiesta «Jambo», la suprema corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carmine Zagaria, fratello del boss Michele.

Gli ermellini hanno accolto l’istanza degli avvocati Andrea Imperato e Raffaele Quaranta, inviando gli atti ad altra sezione del Riesame. I penalisti hanno contestato l’attendibilità dei collaboratori di giustizia che indicano in Carmine Zagaria uno dei fautori delle modifiche urbanistiche che portarono alla realizzazione dello svincolo della Statale di Trentola Ducenta che la Dda ritiene dettate dai Casalesi per favorire il centro commerciale finito sotto sequestro.
Modifiche al piano regolatore di Trentola Ducenta dettate dalla camorra, dunque, per consentire ai Casalesi di costruire e ampliare quella che – secondo la Dda – è «la creatura commerciale di Michele Zagaria», ovvero il centro commerciale Jambo.

Sono queste le accuse che i pentiti Generoso Restina e Massimiliano Caterino muovono al fratello del boss, Carmine Zagaria, colpito nel dicembre scorso da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere insieme ad altre cinquanta persone, incluso l’ex sindaco di Trentola Ducenta, Michele Griffo e il patron del Jambo, Alessandro Falco.
La Cassazione ha dunque accolto l’istanza della difesa, annullando la misura. È la prima breccia che si apre nel teorema accusatorio che verrà sostenuto durante il processo, che inizierà a luglio, dai sostituti procuratori Antimafia Catello Maresca, Maurizio Giordano e Alessandro D’Alessio.

Tra Gomorra e realtà. Nunziata D’Amico come Scianel: la camorrista che si sentiva uomo dentro

Tra Gomorra e realtà. Nunziata D’Amico come Scianel: la camorrista che si sentiva uomo dentro

Tra Gomorra e realtà. Nunziata D’Amico come Scianel: la camorrista che si sentiva uomo dentro
Dalle intercettazioni ambientali viene fuori l’animo della donna che al comando del clan Fraulella ha fatto la guerra ai De Micco

di REDAZIONE

NAPOLI EST. Una parte predominante delle 1200 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare che ha colpito gli 89 tra boss e gregari del clan dei “fraulella” D’Amico del rione Conocal di Ponticelli è dedicata alla figura della donna boss Nunzia D’Amico “a passulona”. Ruota intorno al suo potere, alle sue decisioni, lo scontro che c’è stato con i “Bodo” De Micco e che l’ha vista soccombere perché uccisa lo scorso anno. Omicidio che, per il momento, ha sancito la fine del cruento scontro. Eppure Nunzia D’Amico era una che comandava davvero e che si “sentiva uomo dentro” come diceva lei stessa nel corso di una delle tante conversazioni intercettate nella sua abitazione dalla microspia abilmente piazzate dalle forze dell’ordine e che per sei lunghi mesi hanno carpito tutti i segreti dei D’Amico. Parte di queste intercettazioni vengono riportate dal quotidiano Il Roma in edicola oggi.

Era il 14 marzo 2014 e a parlare erano la sorella dei boss Antonio e Giuseppe “Fraulella” e Raffaele Stefanelli detto “’o russo”.

Nunziata: «Con lui ci litigammo…perché io dicevo ma com’è vuoi far comandare a Tonino…siete due cognati dei “fraulella”..ha costruito mio fratello ..perché quello ha costruito mio fratello ci è venuto a fare due ergastoli per costruire..mangiamocela noi questa fetta di torta».

“Fraulella”. Qua decidiamo noi, non lui».

Raffaele: «Mh…».

Nunziata: «No tutti con Tonino».

Raffaele: «Parla a bassissima voce».

Nunziata: «Uh…dissi io qua sto già, è un onore parlare con me».

Raffaele: «Eh»

Nunziata: «Poi dici tu con le femmine non vuoi parlare…come vuoi parlare dissi io…perché io non sono maschio, sono una femmina perché esternamente sono femmina ma dentro mi sento uomo dissi io, non lo feci parlare più…Io ho parlato con i Sarno quando erano i Sarno..mi mandavano a chiamare loro a me figuriamoci con quella poi….caro Enzuccio…..a Tonino malamente io ero incinta avevo una bucchina di pancia ho detto….dissi vicino a Tonino e ce la faccio pure qua sopra la figura di merda avanti a Totore Tarantino. A Tonino…io non sono la guagliona di nessuno e non ho mai fatto la guagliona di nessuno…ià fai presto…con chi stai parlando dissi io..con tua sorella? Ma questa sfaccimma di confidenza io con la pancia avanti…chi sfaccimma sei».

In un’altra conversazione registrata dalla microspia, sempre a marzo del 2014, Nunziata D’Amico raccontava a un uomo chiamato “’o zio” di una proposta dei De Micco sulla spartizione degli affari illeciti rispedita al mittente. «Qua comandiamo noi e non lui», disse la donna nel riferire la sua riposta ai “Bodo” e in particolare a Salvatore De Micco (nella ricostruzione degli inquirenti) Ecco alcuni brani dell’intercettazione.

Nell’abitazione era presente anche Raffaele Stefanelli. Nunziata: «Ha lasciato a lui in mezzo nel Conoclal e noi stiamo là sopra…però dovete…Io dissi: diglielo a Savio che qua non le mette lui le direzioni nella…nella casa dei “Fraulella”. Qua decidiamo noi, non lui».

22/06/2016

fonte:www.internapoli.it

 

Agguati ed aggressioni intimidatorie, così il clan Mallardo cerca di frenare l’anarchia criminale a Giugliano

 Agguati ed aggressioni intimidatorie, così il clan Mallardo cerca di frenare l’anarchia criminale a Giugliano

LA RICOSTRUZIONE
Agguati ed aggressioni intimidatorie, così il clan Mallardo cerca di frenare l’anarchia criminale a Giugliano
Gli arresti eccellenti di capi e reggenti hanno rotto l’organigramma della cosca. L’organigramma si affida alle ‘vecchie maniere’ per frenare i nuovi gruppi che cercano di farsi spazio sul territorio

di Antonio Mangione

GIUGLIANO. Le acque sono agitate, e non poco. A seguito degli arresti eccellenti di capi e gregari, la vecchia organizzazione che aveva il clan Mallardo si è disintegrata. Ciò non vuol dire che la cosca sia scomparsa, anzi. Di certo non esiste più quella perfetta scala gerarchica che ha consentito per anni al clan di comandare indisturbato sul territorio.
La cosca, come raccontato più volte dai vari collaboratori di giustizia, vantava un esercito di oltre 1000 affiliati divisi in gruppi e sottogruppi che controllavano angolo per angolo la città. Nulla scappava alla cosca, grazie soprattutto ad un’organizzazione capillare e ad un sistema ratificato che garantiva entrate mensili per centinaia di migliaia di euro. Soldi che andavano a finire nella cassa del clan e che venivano distribuiti tra le percentuali per i capi, gli ‘stipendi’ per i reggenti, le ‘mesate’ per gli affiliati ed il sostegno alle famiglie dei carcerati. Una piova, insomma, che ha consentito ai Mallardo di controllare in modo indisturbato ogni tipo di affare illecito sul territorio: dal racket agli appalti, dalle scommesse alla prostituzione fino al riciclaggio.

LA DEFLAGRAZIONE DEI GRUPPI - Adesso gli equilibri sono cambiati. I capi apicali della cosca sono oramai braccati. Giuseppe Mallardo è stato condannato all’ergastolo, mentre il fratello Francesco è finito di nuovo in manette dopo che gli inquirenti hanno scoperto che utilizzava il suo periodo di libertà vigilata per impartire comandi agli affiliati. I quattro gruppi di cui è composto il clan Mallardo hanno perso pezzi per strada. Ad andare più in crisi è stato il gruppo del Rione San Nicola. Dopo la morte di Feliciano Mallardo e l’arresto del reggente Francesco Napolitano, la zona è rimasta sguarnita. Ad approfittarne è un ‘nuovo-vecchio’ gruppo, quello delle Palazzine di via San Vito che aveva in Michele De Biase il suo rappresentante più importante. Il ras dei Mallardo sarebbe stato punito per aver dato il via allo spaccio di droga sul territorio giuglianese, scelta da sempre osteggiata dai vertici i quali, invece, hanno preferito trasformarsi in una ‘camorra borghese’ occupandosi di appalti ed estorsioni piuttosto che dare vita ad attività di vendita di stupefacenti. Un business ritenuto pericoloso, poiché se da una parte riesce a far intascare alla cosca soldi liquidi, dall’altra comporta un aumento dei controlli da parte delle forze dell’ordine.

LE MINACCE - Dopo la scomparsa di Di Biase, alias ‘Paparella, due agguati di stampo camorristico si sono verificati nel rione Ina Casa. Si tratta di intimidazioni verso il nuovo gruppo che sta cercando, anche con l’ausilio di vecchie leve legate ai cutoliani, ai Maisto e qualcuno dei D’Alterio, di creare un nuove fronte criminale a Giugliano. Quello delle Palazzine, però, non è l’unico gruppo criminale che sta cercando di farsi spazio. Altre piccole e grandi fazioni, approfittando del vuoto di potere, si stanno organizzando in autonomia con spaccio ed estorsioni. Chi viene scoperto dagli storici del clan Mallardo, però, rischia di una severa punizione come pestaggi, ferimenti ed agguati, come quello ai danni di Gennaro Catuogno, detto o’ scoiattolo, e l’aggressione e la gambizzazione di un giovane avvenuta pochi giorni fa in pieno centro storico.

LE ZONE CALDE - Non se la passano meglio gli altri gruppi. ‘Quelli di via Cumana’ hanno perso la guida di Raffaele Mallardo e di Michele Di Nardo, ma contano su un notevole gruppo di manovalanza, così come la zona del Selcione, da sempre capitanata da Giuseppe Dell’Aquila, detto o’ciuccio, la più forte insieme al rione San Nicola, soprattutto per il numero di ‘guaglioni’ di cui è formato.
Sguarnito anche il gruppo di Licola-Varcaturo-Lago Patria, che secondo i pentiti era capeggiato da Vincenzo d’Alterio, sotto processo nell’inchiesta Bick Sick, scarcerato pochi giorni fa per decorrenza dei termini. Alla sbarra ci sono anche altri due elementi apicali del clan come Patrizio Picardi, Giuliano Amicone (reggente dell’area San Nicola) e Biagio Micillo, ritenuto luogotenente a Qualiano per conto dei Mallardo.
In questo mare magnum di anarchia criminale, quello che resta del clan Mallardo sta cercando dunque serrare i ranghi stringendo nuove alleanze e rinsaldando quelle vecchie. In quest’ottica va vista la reggenza affidata ai Contini ed in particolare ad un esponente storico che ha fatto per anni da raccordo tra i Secondiglianesi, i Casalesi ed i Mallardo, fedelissimo di Peppe o’ ciuccio. Resta da vedere se i Mallardo riusciranno a zittire i nuovi gruppi o se invece queste frizioni si trasformeranno in una nuova faida di camorra.

22/06/2016

 

fonte:www.internapoli.it

MONDRAGONE. Scarcerato Buonocore. Era stato arrestato nel blitz di camorra dei 51

MONDRAGONE. Scarcerato Buonocore. Era stato arrestato nel blitz di camorra dei 51

Lo ha disposto la XI sezione del tribunale del RiesameMONDRAGONE – La XII sezione del Riesame di Napoli, presieduta dal Dott. Esposito, in accoglimento delle argomentazioni difensive, dell’avvocato Luigi Iannettone, ha annullato per “ Insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza al reato di associazione nonché di agevolare e favorire la stessa dimostrando l’estraneità ai fatti del proprio assistito relativamente all’organicità del gruppo operante sul territorio mondragonese, disponendo l’immediata scarcerazione di Buonocore Alessandro classe 95’.

Il Buonocore era detenuto in carcere a Santa Maria, a seguito dell’ordinanza emessa dal Giudice per le indagini preliminari dr Marcopido, di applicazione della misura cautelare personale. Il 24/05/2016 i Carabinieri della Compagnia di Mondragone hanno dato esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare, tra le Province di Caserta, Napoli, Latina e Varese, Pavia e Roma, nei confronti dei 51 indagati tra cui il Buonocore Alessandro , ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, tentato omicidio in concorso, detenzione e porto illegale di armi da fuoco e ricettazione tutti aggravati dal metodo mafioso.

L’indagine,  complessa ed articolata, è stata svolta attraverso l’uso di intercettazioni telefoniche ed ambientali nonché attraverso numerosi servizi di osservazione e pedinamento svolti dai Carabinieri di Mondragone, i cui elementi di prova emersi, corroborati dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, hanno permesso di fotografare le diversificate attività poste in essere dal gruppo criminale organizzato operante nel Comune di Mondragone. L’avvocato Luigi Iannettone nonostante la complessità dell’indagini svolte, ha sostenuto l’assoluta estraneità del giovane Buonocore che oggi è totalmente libero l’unico per il quale il Tribunale del Riesame ha Annullato la misura cautelare.

PUBBLICATO IL: 22 giugno 2016 ALLE ORE 20:35 

fonte:www.casertace.net

Le varianti urbanistiche ed i cambi di destinazione d’uso:un modo di favorire le mafie delle amministrazioni corrotte

Le varianti urbanistiche ed i cambi di destinazione d’uso:un modo di favorire le mafie delle amministrazioni corrotte

QUANDO UN’AMMINISTRAZIONE COMUNALE CORROTTA VUOLE FAVORIRE LA MAFIA

 

Ieri ci ha telefonato un amico per dirci:” Ho impiegato una vita per farmi una casetta dove andare con la famiglia a trascorrere i periodi di riposo ma se continua così faccio come i miei vicini che stanno tutti svendendo a favore dei camorristi. Sono solo questi in grado di darti sull’unghia i soldi”.

Un modo come tanti altri di  favorire la mafia:il cambio di destinazione d’uso.

Continuare a classificare un’area come agricola o,comunque,inedificabile, e non realizzandovi pertanto alcuna opera  fino a quando essa non sarà venduta ai mafiosi ,per,poi,trasformarla in edificabile.

Capita spesso.

Non ci stancheremo mai di dire che la guerra alle mafie non si fa con gli slogan e le fiaccolate,con i “mi piace ” ed i “condivido” e con i racconti di franceschiello e papariello,ma con l’INDAGINE e la DENUNCIA !!!!!!!!!

CAMORRA E CEMENTO D’ORO A MARCIANISE. Prima grana per Velardi

CAMORRA E CEMENTO D’ORO A MARCIANISE. Prima grana per Velardi

CAMORRA E CEMENTO D’ORO A MARCIANISE. Prima grana per Velardi: proposta la sorveglianza speciale e l’obbligo di soggiorno per il super dirigente dell’utc Fulvio Tartaglione e per tutti gli altri imputati nel processo sul Centro Direzionale Vanvitelli

Domani approfondiremo i contenuti della proposta, presentata dalla questura di Caserta, il cui testo di 7 pagine, pubblichiamo, già ora integralmente, nel link in calce

MARCIANISE – Relativamente al noto procedimento a carico, tra gli altri, dell’ing. Fulvio Tartaglione ed Angelo Piccolo, mi riferisco a quello del Centro Direzionale Vanvitelli, la Questura di Caserta (v. allegato) ha avanzato al Tribunale di S. Maria C.V. – sezione Misure di Prevenzione - proposta per l’applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a carico degli imputati di quel processo.

 

CLICCA proposta di M.P. PER LEGGERE LA PROPOSTA DI SORVEGLIANZA SPECIALE

PUBBLICATO IL: 22 giugno 2016 ALLE ORE 21:37

fonte:www.casertace.net

Cosentino, corruzione: ex sottosegretario condannato a quattro anni di carcere

Il Mattino, Mercoledì 22 Giugno 2016

Cosentino, corruzione: ex sottosegretario condannato a quattro anni di carcere

di Marilù Musto

Condanna a quattro anni di reclusione per Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario all’Economia del governo Berlusconi, imputato per aver corrotto – stando all’ipotesi accusatoria della Procura – un agente della polizia penitenziaria interna al carcere di Secondigliano, casa circondariale dove l’ex politico è stato detenuto. Il dispositivo di sentenza è stato letto in aula alle 19 e 30 dalla presidente del collegio giudicante del tribunale di Napoli nord, dopo oltre tre ore di camera di consiglio. Per Cosentino sono state concesse le attenuanti generiche (l’imputato è incesurato e i fatti contestati non sarebbero stati ritenuti di eccezionale gravità),escluse dalla richiesta del pubblico ministero durante la requisitoria. Cosentino avrebbe corrotto l’agente Umberto Vitale, il quale lo favoriva in carcere attraverso l’introduzione non consentita di generi alimentari, capi d’abbigliamento e altri beni, come un Ipod.
I legali difensori di Cosentino hanno già anticipato che presenteranno appello alla sentenza dopo aver letto le motivazioni dei giudici. «Non contestiamo che siano stati introdotti generi alimentari non consentiti nella struttura detentiva – spiegano gli avvocati Stefano Montone e Agostino De Caro – riteniamo, invece, che non ci sia la prova della corruzione».

‘Ndrangheta, dopo 20 anni scoperto il mandante dell’omicidio Ventura: è il boss Cannizzaro

Il Fatto Quotidiano, Giovedì 23 giugno 2016

‘Ndrangheta, dopo 20 anni scoperto il mandante dell’omicidio Ventura: è il boss Cannizzaro
La famiglia mafiosa Cannizzaro-Daponte-Iannazzo aveva ordinato l’omicidio del fotografo, perché quando era un carabiniere ausiliario a Tivoli aveva fatto arrestare un soggetto legato alle cosche, Raffaele Rao

di Lucio Musolino
Sono stati necessari 20 anni per fare luce sull’omicidio di  Gennaro Ventura, il fotografo di Lamezia Terme ucciso a colpi di pistola nel 1996: il corpo fu gettato in una vasca per la fermentazione del mosto all’interno di un casolare agricolo abbandonato in contrada Carrà Cosentino.  Su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, guidata dal procuratore Nicola Gratteri, il gip Giovanna Gioia ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Domenico Antonio Cannizzaro, detto Mimmo, accusato di essere il mandante del omicidio.

I resti del fotografo furono trovati solo nel 2008 insieme alla sua attrezzatura fotografica.  La famiglia mafiosa Cannizzaro-Daponte-Iannazzo lo ha punito perché pochi anni prima, quando era un carabiniere ausiliario a Tivoli (in provincia di Roma), aveva compiuto il proprio dovere, facendo arrestare un soggetto legato alle cosche, Raffaele Rao, coinvolto in una rapina ai danni di un perito della Procura al quale era stata sottratta della droga che serviva per esami di laboratorio.

Poco dopo Ventura lascia l’Arma e torna in Calabria, a Lamezia Terme dove diventa uno dei fotografi più conosciuti. Ma la ‘ndrangheta non dimentica il suo passato da carabiniere. Non lo dimentica, in particolare, Mimmo Cannizzaro, cugino di Rao, che nel 1996 ordina al killer Gennaro Pulice di fare fuori Ventura. Con la scusa di un servizio fotografico, Pulice (all’epoca diciottenne) accompagna la vittima in una zona di campagna, presso un casolare abbandonato, e lo fredda con due colpi di pistola, occultandone il cadavere. Una scomparsa, quella di Ventura, di cui si occupa anche la trasmissione Chi l’ha Visto?, e che per 12 anni sarà trattata come un caso di “lupara bianca”. Almeno fino al 2008 quando un acquirente del pezzo di terreno che comprendeva il casolare,  vide le ossa riaffiorare dalla vasca per la fermentazione del vino.

Da subito, Pulice e Cannizzaro furono indagati perché Ventura aveva annotato nella sua agenda l’appuntamento di lavoro con il suo carnefice ma le indagini si erano concluse con un’archiviazione per mancanza di prove. Un omicidio per il quale Cannizzaro era sicuro di non essere più scoperto. La svolta arriva nel 2013 quando si pente il killer della cosca Cannizzaro-Daponte-Iannazzo. Pulice racconta tutto al pm Elio Romano e al procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri e le sue dichiarazioni forniscono il riscontro necessario ai verbali redatti da un altro collaboratore di giustizia, Pietro Paolo Stranges.

“L’incarico dell’omicidio mi è stato dato da Mimmo Cannizzaro – dice Pulice – Il Ventura appunto partecipò all’arresto di un parente, di un cugino dei Cannizzaro che si chiama Rao, se non mi sbaglio, Raffaele. Mimmo Cannizzaro si segnò l’offesa e colse il momento giusto per vendicarsi. Mi disse che era una persona che doveva essere eliminato perché aveva fatto questo, questo, questo e quell’altro. Io quindi mi feci dare la pistola e organizzai l’omicidio. Io sono l’unico esecutore, ma nessuno era stato messo a conoscenza. Tranne con chi ho organizzato comunque il delitto, tranne Mimmo Cannizzaro che è il mandante”.

Corruzione, il pm chiede la condanna, sei anni per Nicola Cosentino

Il Mattino, Mercoledì 22 Giugno 2016,

Corruzione, il pm chiede la condanna sei anni per Nicola Cosentino

di Marilù Musto

Ha chiesto la condanna a sei anni di reclusione con l’esclusione delle generiche, la pm della procura di Napoli nord nei confronti dell’ex sottosegretario all’Economia di Forza Italia, Nicola Cosentino. La richiesta alle tre giudici del collegio che entro oggi dovranno emettere la sentenza  è stata pronunciata a termine dell requisitoria di due ore. Cosentino deve risposdere del reato di corruzione degli agenti della penitenziaria di Secondigliano.L’ex politico è presente in aula accompagnato dai due figli gemelli. E’ apparso sereno.

ESCLUSIVA. Un’altra donna coinvolta nella maxi inchiesta che ha smantellato il nuovo clan dei MONDRAGONESI finisce agli arresti domiciliari

 ESCLUSIVA. Un’altra donna coinvolta nella maxi inchiesta che ha smantellato il nuovo clan dei MONDRAGONESI finisce agli arresti domiciliari
ESCLUSIVA. Un’altra donna coinvolta nella maxi inchiesta che ha smantellato il nuovo clan dei MONDRAGONESI finisce agli arresti domiciliari

E’ la moglie di….

MONDRAGONE – Era finita anche lei tra le persone rimaste coinvolte nell’ordinanza di custodia cautelare emessa a carico di 51 persone che aveva smantellato il nuovo assetto criminale della camorra di Mondragone. Stiamo scrivendo di Fernanda Palumbo,moglie di Carmine Pollio. Per lei era stato disposto il divieto di dimora. Ebbene a qualche settimana di distanza, è stato imposto un aggravamento della misura cautelare per la suddetta donna, in quanto in base a dei controlli effettuati dai carabinieri, la stessa avrebbe violato la prescrizione imposta dal Gip.

Quindi Ferdinanda Palumbo è stata ristretta alla detenzione domiciliare.

PUBBLICATO IL: 21 giugno 2016 ALLE ORE 18:54

fonte:www.casertace.net

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