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Scampia, così la morsa dei clan non finirà mai

Il Mattino, Giovedì 23 Marzo 2017

Scampia, così la morsa dei clan non finirà mai

di Isaia Sales

Scampia ha rappresentato per alcuni anni un esempio di quartiere- Stato, di zona franca retta da un controllo illegale-criminale. Ciò non vuol dire che si tratta di un quartiere abitato da criminali, ma solo che la minoranza criminale ne aveva la giurisdizione e ne regolava le attività fino a poco tempo fa. La caratteristica di quartieri come Scampia era l’esistenza di « condomini-impresa», cioè di palazzi in cui vigeva il monopolio dell’economia della droga (confezioni di dosi, vendita, consumo, etc.). Un abitante di questi palazzi così ha descritto la situazione che si era venuta a creare: «Sopra di me abita un boss. Per arrivare al mio appartamento si devono passare dei posti di controllo. Gli estranei non sono fatti passare. Il penultimo e l’ultimo piano delle case sono abitati dagli uomini della camorra. Loro hanno due piani, sotto c’è la zona giorno, sopra la zona notte». Spesso venivano fatti sgomberare gli appartamenti dalle persone non ritenute gradite ai boss, soprattutto se parenti di avversari, e assegnate alle famiglie dei propri affiliati.

I boss della camorra sono stati i veri decisori del diritto alla casa, hanno svolto la funzione di Istituto delle case popolari (Iacp) del crimine. E nei casi di forzata latitanza degli esponenti del clan dominante si faceva ricorso alla cosiddetta «ospitalità»: il boss individuava una serie di inquilini insospettabili, li avvicinava, faceva loro la proposta non rifiutabile di ospitare a casa loro dei latitanti senza fare domande e senza dire niente in giro, in cambio ottenevano un fitto mensile e il pagamento delle bollette di luce, gas e telefono. Il controllo era totale, come un «Grande fratello» criminale. Una minoranza socialmente, culturalmente e militarmente compatta avvolgeva, coinvolgeva e al tempo stesso opprimeva il resto maggioritario della popolazione. Non dimentichiamo che da alcuni appartamenti delle case popolari fatti sgomberare o occupati abusivamente sono partiti diversi raid criminali, varie missioni di morte, tra cui quella che portò all’uccisione di Lino Romano, morto innocente nell’ultima faida di Scampia, come ricorda nel suo articolo di oggi Daniela De Crescenzo.

Scampia è stato per anni la più grande e pubblica delegittimazione dello Stato di diritto e la sconfessione del monopolio della violenza da parte delle forze di sicurezza e delle istituzioni pubbliche. Perché dei boss ricchi grazie al traffico delle droghe debbono abitare in case popolari, potendosi permettere ben altro? Semplicemente perché abitando fuori da quei luoghi il loro dominio sarebbe compromesso: l’attività economica illegale ha bisogno dell’occhio del padrone allo stesso modo delle attività legali.

Poi la situazione è cambiata, grazie all’attenzione mediatica che si è concentrata su questa inammissibile situazione, e soprattutto grazie ad una strategia di contrasto portata avanti dalle forze dell’ordine che hanno riconquistato (in parte) il monopolio della violenza legittima e della giurisdizione costringendo i clan di camorra a rinunciare alla più grande piazza di spaccio dell’Occidente e a riorganizzarsi diversamente. Le Vele di Scampia, dunque, hanno rappresentato plasticamente questo «sistema» criminale e una lezione per l’architettura contemporanea: bisogna fidarsi solo degli architetti che vanno a vivere nei luoghi che progettano. Tra poco saranno abbattute. Era ora. Le Vele non hanno rappresentato solo un assurdo modo di abitare, ma anche un modo di vivere, un modello criminale, un sistema compatto basato sul dominio degli interessi economici e sociali dei boss della camorra e dei loro accoliti su tutti i condòmini e gli altri abitanti dei quartieri. Quindi chi ha messo in atto un progetto alternativo (l’amministrazione comunale di Napoli con un finanziamento del governo nazionale) deve avere tutto il sostegno possibile. A condizione che sia sempre chiara e coerente la strategia: mai più si deve ripetere quello che è già avvenuto. Che su di un quartiere finanziato dallo Stato e sotto la giurisdizione dello Stato, i criminali si impossessino delle case, decidano delle assegnazione e trasformino i beni pubblici nella loro privata e criminale bottega.

Quello che scrive nel suo articolo Daniela De Crescenzo sull’interpretazione delle norme sulle assegnazioni non va nella direzione di una radicale modifica di ciò che hanno rappresentato le Vele fino a poco tempo fa. Certo, un errore non si deve trasformare in un destino per nessuno: ma non stiamo parlando del diritto all’abitazione da parte di chi ha commesso qualche reato; stiamo parlando di famiglie di boss che prima dominavano su quei palazzi e che ora, in base ad una particolare interpretazione della legge, torneranno ad abitare nei nuovi palazzi che hanno l’ambizione di cambiare radicalmente le modalità di vita delle Vele, compreso il dominio criminale. E se il rispetto delle regole di assegnazione delle case (sorte per sostituire le Vele) dovessero portare le famiglie dei boss a vivere alla porta a fianco a quelle che pensavano di liberarsi dalla loro oppressione, si creerebbe una ulteriore delegittimazione dello Stato di diritto.

Insomma, secondo il mio parere, se una famiglia di un boss, che ha occupato illegalmente un’abitazione e ha trasformato il condominio nella sua personale azienda criminale, viene reinserita nel nuovo condominio sorto per mettere fine alla situazione precedente, allora vuol dire che le leggi dello Stato non sono giuste. Mettiamoci per un attimo nei panni degli altri assegnatari che pensavano di liberarsi da quella dittatura. Cosa mai potranno pensare della Legge e della logica delle Istituzioni pubbliche? L’idea dello Stato non è mai astratta, ed essa si incarna nelle scelte e nei comportamenti concreti di chi lo rappresenta: se lo Stato permette agli oppressori di prima di continuare anche dopo, non è uno Stato serio. Punto. L’amministrazione comunale di Napoli lo tenga presente, e chieda nelle sue scelte la piena compartecipazione del Ministero dell’Interno, della Giustizia e dell’intero governo nazionale. Non è una questione di poco conto quella che si sta decidendo a Scampia. Soprattutto per il senso dello Stato degli abitanti non criminali delle Vele.

‘Ndrangheta in curva, spunta un’intercettazione di Andrea Agnelli: “Quelli hanno ucciso gente…”

La Repubblica, Mercoledì 22 marzo 2017

‘Ndrangheta in curva, spunta un’intercettazione di Andrea Agnelli: “Quelli hanno ucciso gente…”

Colpo di scena, riportato dall’Huffington Post, nelle indagini sui rapporti tra la Juve e capi ultrà legati ai clan: l’ipotesi degli investigatori è che il presidente sapesse dello spessore criminale di alcuni personaggi. La Commissione antimafia precisa: “Il problema riguarda anche altre società, le sentiremo”


di redazione

Andrea Agnelli, presidente della Juve, incontrava i capi ultrà. E sembrava essere bene a conoscenza dello spessore criminale di alcuni di essi. Lo rivela un’intercettazione ancora secretata, e che gli stessi avvocati della società bianconerfa chiedono di de-secretare, diffusa dall’Huffington Post. In essa Agnelli parla di Loris Grancini, leader milanese dei Viking su cui pende una richiesta di sorveglianza speciale del Tribunale di Torino: “Il problema è che questo – dice Agnelli riferendosi a Grancini – ha ucciso gente”. Il presidente bianconero è al telefono con Alessandro D’Angelo, amico e collaboratore che si occupa della sicurezza allo stadio. Il quale replica correggendolo: “…ha mandato a uccidere”. Una conversazione risalente al marzo del 2014 che, secondo il procuratore della Federcalcio Giuseppe Pecoraro, smonterebbe la linea secondo la quale la società Juve non era a conoscenza del profilo criminoso di alcuni esponenti ultrà.

'Ndrangheta<br />
        in curva, spunta un'intercettazione di Andrea Agnelli:<br />
        "Quelli hanno ucciso gente..."


Questa è una delle intercettazioni che la presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi, ha letto ieri al legale della Juve, Luigi Chiappero, nell’ambito dell’audizione a Palazzo San Macuto sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nella curva bianconera che ha portato, nel luglio scorso, all’arresto di Rocco Dominello, figlio di un boss della ‘ndrangheta che oggi è a processo a Torino per associazione mafiosa: i suoi avvocati hanno confermato gli incontri con Andrea Agnelli, sottolineando però che “erano leciti”. Al centro di tutta l’inchiesta dell’Antimafia, e di quella aperta dalla giustizia sportiva, ci sono proprio i rapporti diretti che Agnelli avrebbe intrattenuto con Dominello, e che invece il presidente bianconero smentisce. Ma quell’intercettazione non sarebbe l’unica. Durante l’audizione, quando l’avvocato sostiene «Agnelli non sapeva nemmeno che tra i capi ultrà ci fossero ‘ndranghetisti», la presidente Bindi lo mette all’angolo: «Forse le manca qualche carta, ma da alcune intercettazioni sembra emergere il contrario». Si tratterebbe sempre di una conversazione tra Agnelli e D’Angelo: a spiegarlo è il senatore democratico Stefano Esposito che però ne mette in dubbio l’esistenza: «In un colloquio secretato ci è stato citato lo stralcio di un’intercettazione in cui Andrea Agnelli dice “hanno arrestato due fratelli di Rocco. Lui è incensurato, parliamo con lui”».

I rapporti diretti tra il presidente della Juventus Andrea Agnelli e Rocco Dominello, figlio di un boss della ndrangheta, sono documentati da due intercettazioni e da una testimonianza dello stesso Dominello resa nel corso dell’interrogatorio in carcere. I documenti che contraddicono quanto affermato dall’avvocato della Juventus Luigi Chiappero nell’audizione in commissione Antimafia sono contenuti nel deferimento del procuratore della Figc Giuseppe Pecoraro, avvenuto in settimana e citato non a caso oggi dalla presidente della commissione Rosy Bindi per contestare a Chiappero quanto affermato in entrambi le audizioni rese a San Macuto.

Elementi che hanno spinto l’ex-prefetto di Roma ad aprire un procedimento sul fronte della giustizia sportiva, che viaggia su binari autonomi da quella ordinaria, visto che nell’ambito dell’inchiesta penale “Alto Piemonte” la Procura di Torino ha considerato gli esponenti della società semplicemente testimoni, ma che il legale bianconero ha dichiarato di non conoscere. Nella prima parte dell’audizione, avvenuta mercoledì scorso, Chiappero aveva escluso categoricamente ogni contatto diretto tra Dominello e Andrea Agnelli, aggiungendo che in ogni caso nessun dipendente della società era a conoscenza dei rapporti di Dominello con la ndrangheta.

Pecoraro ha anche fornito alla Commissione antimafia un’intercettazione in cui si parla chiaramente di un incontro tra Agnelli, Dominello e altri ultrà presso la Lamse SpS, holding controllata dallo stesso Agnelli. La conversazione risale all’agosto del 2016, e Agnelli racconta: “So che erano lì…io ogni volta che li vedevo, quando li vedevo a gruppi facevo scrivere sempre le cose sui fogli, perché nella mia testa era per dargli importanza che scrivevo quello che dicevano”. Più avanti Agnelli si riferisce alla rivendita di biglietti forniti dalla società: “Loro comprano quello che devono comprare, a noi ci pagan subito e poi gestiscono loro!”. Dominello, come risulterebbe da un’altra intercettazione tra Agnelli e D’Angelo, aveva avviato una costante e cordiale corrispondenza via sms con l’allora allenatore della squadra Antonio Conte, che addirittura, a detta di Dominello, “si apre” con lui. Al termine dell’audizione di oggi, Chiappero ha chiesto la desecretazione degli atti citati, e ha ribadito la disponibilità di Agnelli ad essere ascoltato, il che avverrà verosimilmente ad aprile. Non sarà l’unico, assicurano comunque a Palazzo San Macuto: “”Il problema riguarda anche altre società e saranno chiamati qui altri presidenti, con lo scopo di individuare insieme come uscire da una realtà innegabile”.

Una realtà di cui parla anche il senatore Esposito: “Evidentemente, pur nel rispetto delle valutazioni del magistrato, risulta evidente come sia necessario riflettere sulle oggettive difficoltà attraverso le quali si muovono le società calcistiche italiane, soprattutto se figure dal profilo criminale come quelle di Grancini possono continuare liberamente ad accedere agli stadi. Spiace rilevare come si continui, da parte di molti, ad avvalorare un’idea di contiguità tra i vertici della Juventus e la ‘ndrangheta, senza minimamente tener conto che nessun tesserato e dipendente della Juventus è chiamato in causa nel processo penale e interpretando in modo strumentale, e a questo punto senza neanche le necessarie verifiche sulle dichiarazioni rese in Commissione Antimafia e su alcuni stralci di intercettazioni”.

L’Assemblea del 9 aprile a Roma degli iscritti all’Associazione Caponnetto

PRONTI PER L’ASSEMBLEA DEL 9 APRILE A ROMA DEGLI ISCRITTI ALL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO

Il nuovo Consiglio Direttivo Nazionale.

    LE PROPOSTE

 

- 4 operatori di Polizia – della Polizia di Stato,della Polizia Penitenziaria,della Guardia di Finanza ;

-1 Testimone di Giustizia;

-1 Parlamentare e due ex Parlamentari;

-Avvocati ( almeno 2);

-Altri professionisti;

- Un sindacalista;

-Parecchie donne di prima linea;

-Altri.

 

DOPO L’ASSEMBLEA ,PRIMA RIUNIONE DEL CONSIGLIO DIRETTIVO PER PROGRAMMARE LE AZIONI DELL’ANNO IN CORSO

.Pentiti, aumentano i protetti dallo Stato ma diminuiscono i soldi.NON E’ SOLO PROBLEMA DI SOLDI,MA C’ E’ ANCHE QUELLO DELLA PREPARAZIONE,DELL’ORGANIZZAZIONE,DELLA SENSIBILITA’ DEL PERSONALE DEL SERVIZIO CENTRALE PROTEZIONE E DEI NOP.MOLTE COSE NON VANNO COME DOVREBBERO ANDARE.

Testimoni e collaboratori di giustizia. Aumenta il numero dei protetti dallo Stato, ma diminuiscono i soldi. E cresce il rischio dei falsi pentiti


di Jacopo Corsini

Cronaca

pentiti

Il tentativo di imbavagliare l’informazione

Calabria, Tribunale: “Richiesta da un milione a giornalista è intimidazione”. Condannato ex governatore Scopelliti

di  | 22 marzo 2017 

Calabria, Tribunale: “Richiesta da un milione a giornalista è intimidazione”. Condannato ex governatore Scopelliti

Giustizia & Impunità
La Sentenza del Tribunale civile di Reggio Calabria: l’ex presidente della Regione dovrà pagare 21mila euro di spese processuali dopo la richiesta di risarcimento contro Lucio Musolino, cronista del Fatto Quotidiano. E’ “radicalmente infondata – si legge nel dispositivo – idonea per la sua entità ad intimidire il destinatario, connotata da profili di temerarietà“

di  | 22 marzo 2017
Una richiesta di risarcimento danni per un milione di euro che il Tribunale civile di Reggio Calabria ha ritenuto al pari di un’intimidazione subita dal giornalista Lucio Musolino. L’ex governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti è stato condannato a pagare oltre 21mila euro di spese legali. Dopo quasi sette anni, si è conclusa in primo grado la causa intentata dal politico calabrese contro il collaboratore del Fatto Quotidiano che era stato accusato di aver diffamato Scopelliti nelle due puntate di Annozero andate in onda il 7 e il 21 ottobre 2010.

Intervistato dalla trasmissione di Michele Santoro, infatti, Musolino aveva riportato il contenuto di un’informativa dei carabinieri del Ros che avevano registrato la presenza di Scopelliti a un banchetto organizzato da un imprenditore arrestato per mafia e dove c’era il boss Cosimo Alvaro. Nei due interventi, inoltre, il giornalista aveva ricordato che dalle indagini del sostituto procuratore della Dda Giuseppe Lombardo erano emersi i contatti e i rapporti tra esponenti politici vicini a Scopelliti e soggetti legati alle cosche di Reggio Calabria. “Circostanze – sottolinea il giudice civile Patrizia Morabito motivando la sentenza – emergenti da processi, da indagini, fatti mai smentiti né contestati nella loro veridicità”.

Accogliendo la tesi dell’avvocato Antonino Battaglia che ha assistito il giornalista, il Tribunale è stato durissimo nei confronti dell’ex presidente della Regione Calabria: “Ciò che ha suscitato l’odierna domanda giudiziale (cioè la richiesta di risarcimento, ndr) – scrive sempre il giudice – non è la falsità dei fatti riferiti dal Musolino… ma evidentemente il fastidio e disagio dello Scopelliti che fosse data diffusione a circostanze emergenti dai processi e che, seppure non lo vedevano indagato, lo avrebbero esposto a riprovazione. Ma questo non è certamente causa del comportamento di Musolino, quanto evidentemente della oggettività dei comportamenti dell’attore (Scopelliti). La funzione della stampa è proprio quella di far conoscere all’opinione pubblica i comportamenti di coloro che si propongono quali rappresentanti politici, elettivi o figure istituzionali”.

Ecco perché il Tribunale ha giudicato la richiesta di risarcimento “radicalmente infondata”, soffermandosi pure sulla sproporzione della cifra che Scopelliti pretendeva da Musolino per le sue dichiarazioni ad Annozero.

In sostanza per il giudice ha definito la richiesta di un milione di euro era “rilevantissima, priva di riferimenti a qualsiasi parametro di liquidazione di danni da diffamazione correntemente determinato dalla giurisprudenza nazionale, idonea per la sua entità ad intimidire il destinatario, disancorata a qualsiasi motivazione puntuale dei criteri di calcolo o determinazione di siffatta domanda, che appare connotata da profili di temerarietà”.

Arresti e ribellioni non fermano il clan, non bastano i 50mila ‘no’ alla camorra, il quartiere è sempre nelle mani dei De Micco

Arresti e ribellioni non fermano il clan, non bastano i 50mila ‘no’ alla camorra, il quartiere è sempre nelle mani dei De Micco

di REDAZIONE

NAPOLI. Le mani della famiglia del Lotto Zero si allungano su racket e piazze di spaccio. Ma il rione del corteo è sempre nella morsa del clan De Micco su imprenditori e, soprattutto, commercianti si fa ancora sentire nonostante i colpi inferti nel corso degli ultimi anni da polizia e carabinieri agli uomini del racket e della droga.
Ma con un’importante differenza: i De Micco hanno saputo resistere a ondate di arresti (compresi i due fratelli capi clan Salvatore e Marco), i D’Amico e gli ex Sarno non sono riusciti con il turnover a riciclarsi sul territorio, almeno per il momento. Con la conseguenza che attualmente i “Bodo”rappresentano il nemico principale per lo Stato.

Per tre anni ha infuriato la guerra tra i De Micco e i D’Amico, poi i “Fraulella” hanno subito due colpi da K.O.: l’omicidio di Nunzia D’Amico, la sorella ras dei fratelli boss Antonio, Giuseppe e Giacomo, e una maxi-operazione che ebbe come epicentro il parco Conocal. Così è iniziata la crisi del clan, ma non la scomparsa tengono a precisare gli investigatori.
Mentre il fronte degli ex Sarno, tra vicissitudini varie, non ha mai sfondato nel quartiere. Emanuele Cito, uno degli ex luogotenenti, è stato vittima di un agguato salvandosi per miracolo mentre il suo guardaspalle è invece morto sul colpo. A novembre dell’anno scorso c’è stato un tentativo di attacco ai De Micco, ma il grave episodio non ha causato l’effetto sperato e i “Bodo” sono ritenuti in maniera in maniera unanime dagli investigatori ancora i vincenti sul territorio.

Nel mirino dei sicari finì Luigi De Micco, fratello di Salvatore e Marco, il cui ruolo più defilato rispetto a quello dei congiunti è stato messo in rilievo dal pentito Domenico Esposito “’o cinese”, primo del clan dei “Bodo” a passare dalla parte dello Stato. Si devono al collaboratore di giustizia, in contemporanea alla decisione di abbandonare i vecchi amici, la scoperta e il sequestro di un arsenale del gruppo di malavita. Allora infuriava la guerra tra i De Micco e i D’Amico per la gestione delle piazze di droga in varie zone di Ponticelli. Una faida che provocò, tra l’altro, il duplice omicidio Castaldi-Minichini, su cui proprio il pentito fece luce.
Il 16 maggio 2013, nel riconoscere fotograficamente Luigi De Micco, Domenico Esposito ne ha delineato il profilo: «Noi tentavamo sempre di proteggerlo, evitando di esporlo a controlli insieme a noi, ma era organico al nostro gruppo. Partecipava alle riunioni in cui prendevamo le decisioni, ma non alle fasi operative. Era invece presente il giorno prima del mio arresto quando cercavamo qualcuno dei “Fraulella” da prendere.
Inoltre era lui a tenere la cassa del clan, per le macchinette e il gioco online, che lui gestiva via internet da casa sua ricevendo le puntate per telefono. Ho personalmente visto le ricevute delle giocate». Proprio per non essere mai stato coinvolto in fatti di sangue, Luigi De Micco ha trascorso poco tempo dietro le sbarre o ai domiciliari. Da tempo è libero.

22/03/2017

fonte:www.www.internapoli.it

Mafia, Palermo: confiscati beni per 450 mln a “re detersivi” Ferdico

La Repubblica, Mercoledì 22 marzo 2017

Mafia, Palermo: confiscati beni per 450 mln a “re detersivi” Ferdico

Era stato assolto da accusa riciclaggio e concorso associazione

La sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo ha confiscato il patrimonio del commerciante Giuseppe Ferdico, “re” nella distribuzione dei detersivi, ritenuto vicino al clan mafioso di San Lorenzo-Tommaso Natale. Passano allo Stato dunque beni immobili, mobili, quote di società, titoli e denaro per circa 450 milioni di euro.

Ferdico fu processato per concorso in associazione mafiosa e riciclaggio, ma venne assolto. L’assoluzione, però, non gli ha evitato le misure di prevenzione. Oltre alla confisca del patrimonio, il tribunale gli ha imposto la misura personale della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza. La confisca è stata chiesta e ottenuta dalla dda di Palermo. Le indagini patrimoniali, condotte dalla Finanza, sono state coordinate dal procuratore Francesco Lo Voi e dal pm Piero Padova.

Per il collegio, presieduto da Giacomo Montalbano, ci sono indizi che Ferdico sia mafioso e che abbia riciclato denaro di Cosa nostra. A suo carico i giudici citano le dichiarazioni di una serie di collaboratori di giustizia – Onorato, Galatolo, Spataro – che lo descrivono come imprenditore  “pronto a dare il suo contributo” ai clan e disposto a ripulire soldi sporchi. La sua vicinanza alle cosche gli avrebbe consentito di imporsi sul mercato e gli ha “garantito una rapida espansione e un accesso al credito bancario”.

“All’ascesa imprenditoriale di Ferdico – scrivono i magistrati – risulta associata la costante capacità di meritare la fiducia di numerosi esponenti di spicco della consorteria tanto da inserirsi a pieno titolo tra i riciclatori del denaro di una delle famiglie mafiose più radicate nel tessuto economico della città come quella dell’Acquasanta”. Il collegio sottolinea inoltre i rapporti tra Ferdico e i boss di san Lorenzo Salvatore e Sandro Lo Piccolo.

Nel provvedimento si definisce l’imprenditore “socialmente pericoloso” e gli si impone la sorveglianza speciale per tre anni e sei mesi. Tra i beni confiscati risultano il capitale sociale della “Ferdico Giuseppe e C s.n.c”, vari terreni nel comune di Palermo, uno stabilimento industriale a Carini, decine di appartamenti, conti correnti.

 

Il polverino dell’Ilva nella discarica in odor di mafia, i 5 stelle: “Smaltite 40 mila tonnellate, Galletti chiarisca”

La Repubblica, Mercoledì 22 marzo 2017

Il polverino dell’Ilva nella discarica in odor di mafia, i 5 stelle: “Smaltite 40 mila tonnellate, Galletti chiarisca”

Interrogazione alla Commissione europea presentata dal deputato Corrao. Secondo la procura di Catania il sito della Cisma a Melilli non rispettava le norme ambientali. Lì anche i rifiuti urbani siciliani grazie a un provvedimento firmato da Crocetta. L’inchiesta di Repubblica: la Sicilia terra dei fuochi

di ANTONIO FRASCHILLA

Il caso del polverino dell’Ilva smaltito in Sicilia nella discarica della Cisma a Melilli sbarca al Parlamento Europeo. Il deputato del Movimento 5 stelle, Ignazio Corrao, ha firmato una interrogazione che punta il dito sul ministro dell’Ambiente Galletti:  “Il Ministro Galletti deve spiegare perché ha chiuso accordi con una azienda in odor di mafia e chiarire come mai, sebbene abbia prima autorizzato e poi annunciato uno stop al trasferimento del polverino Ilva di Taranto alla discarica Cisma Ambiente di Melilli in Sicilia, siano arrivate altre decine di tonnellate di materiale da smaltire in maniera anomala – dice Corrao -  già nel 2015 avevamo informato la Commissione Europea dello spostamento e smaltimento di rifiuti speciali dall’Ilva, alla discarica Cisma Ambiente di Melilli. La Commissione rispose che avrebbe monitorato la situazione e chiesto alle autorità italiane ulteriori chiarimenti. Da quella interrogazione al dicembre 2016, grazie all’inerzia istituzionale e autorizzazioni false, sono entrati nel suolo siciliano circa 40 mila tonnellate di polverino e fanghi industriali. La Commissione Europea deve dirci dove viene smaltito il materiale, fornire dettagli sulla situazione attuale della Cisma, comprese le analisi e lo stoccaggio dei cumuli e se intenda verificare le autorizzazioni rilasciate della Regione siciliana su rifiuti e discariche. È merito dei cittadini e di associazioni come Peacelink se oggi c’è più trasparenza sul materiale che viene gettato in discarica. Grazie a loro la battaglia per impedire che i rifiuti tossici arrivino in Sicilia può essere vinta”.

Di certo c’è che la Sicilia è ormai una terra dei fuochi: come raccontato in una inchiesta di Repubblica, negli ultimi anni le indagini delle procure hanno alzato il velo su una smaltimento illegale di rifiuti, provenienti anche dalla Campania, pari a oltre 2 milioni di tonnellate di sostanze pericolose.

Il Caso della Cisma è esploso dopo gli arresti dei manager, i Paratore, con accuse di presunte tangenti date a funzionari regionali per avere le certificazioni e presunti legami con i clan di Catania. Dalle carte dell’indagine sono emersi anche rapporti con i ministeri, prima con un appuntamento ottenuto con il ministro Galletti da un funzionario regionale a loro legato, Mario Corradino, poi direttamente con il “vice ministro dello Sviluppo Economico nel 2015″ grazie al quale incontro poi i Paratore avrebbero ottenuto l’appalto dell’Ilva, come scrivono i magistrati.

Ma c’è di più. Come raccontato da Repubblica, la Cisma ha ottenuto lo scorso luglio anche il conferimento di rifiuti urbani grazie a un provvedimento in deroga firmato dal governatore Rosario Crocetta nel pieno dell’emergenza rifiuti della scorsa estate. Il tutto con una documentazione esaminata in appena tre giorni. Il governatore si è difeso: “Non sapevamo nulla su indagini in corso nei confronti del Cisma”. Adesso la Regione sta verificando tutte le autorizzazioni rilasciate dai funzionari regionali arrestati. Tra queste anche quelle che riguardano la discarica di rifiuti speciali a Lentini e la stazione di trasferenza a Terrasini, entrambi gli impianti molto contestati dagli ambientalisti e dalle comunità locali. Impianti autorizzati con certificazioni che portano la firma degli stessi funzionari arrestati nella indagine di Catania su Cisma.

Milano, sportello per le vitttime della mafia e piano di assistenza contro la criminalità organizzata.POLITICI CHE IPOCRITAMENTE VI SBRACCIATE NELLE MANIFESTAZIONI PUBBLICHE PER PARLARE DI LOTTA ALLE MAFIE SONO QUESTE LE INIZIATIVE CHE DOVRESTE ASSUMERE IN TUTTA ITALIA PER DARE UN SENSO ALLE VOSTRE ENUNCIAZIONI,ALLE VOSTRE PROMESSE,AI VOSTRI PROCLAMI CHE IL PIU’ DELLE VOLTE RESTANO PAROLE AL VENTO E SENZA SEGUITO.VERGOGNATEVI!!!!!!

La Repubblica, Martedì 21 marzo 2017

Milano, sportello per le vitttime della mafia e piano di assistenza contro la criminalità organizzata
Il Comune pubblica online il bando da 193mila euro. Prevede: una linea telefonica dedicata per tutti i cittadini in difficoltà e forme di sostegno specifiche a partire dall’assistenza legale

di redazione

È online, sul sito del Comune di Milano, il bando di gara per l’affidamento del servizio di assistenza e aiuto alle vittime dei reati di stampo mafioso e della criminalità organizzata. La cifra base dell’appalto per il servizio complessivo è di 193.677 euro e il termine ultimo per la presentazione delle offerte è il prossimo 5 aprile. Il progetto, finanziato da un bando della Regione Lombardia, vede il Comune di Milano capofila di una rete di partenariato e si articola su tre azioni: supporto alle vittime, sensibilizzazione e comunicazione, informazione e formazione.

Il supporto alle vittime prevede la creazione di uno sportello e una linea telefonica dedicata per offrire, con un’equipe interdisciplinare, attività di assistenza diretta alle vittime di reati di stampo mafioso o dei reati tipici della criminalità organizzata (racket, pizzo, usura, riciclaggio, tratta di persone, estorsione) e ai loro familiari. In particolare il servizio offrirà gratuitamente consulenza legale, supporto e assistenza psicologica, accompagnamento alla rete dei servizi sociali e assistenziali territoriali. Questo sportello centrale si raccorderà con i nove sportelli aperti al pubblico che già esistono nelle sedi dei municipi, in modo da garantire la massima diffusione territoriale. Lo sportello sarà aperto ai cittadini dal lunedì al venerdì per 25 ore settimanali.

L’attività dello sportello sarà affiancata da un lavoro di comunicazione e sensibilizzazione, anche sui social media, sulla promozione della cultura della legalità e sul contrasto alla criminalità organizzata, favorendo la collaborazione con la rete delle risorse territoriali (associazioni inquilini, scuole, istituti di formazione professionale, associazioni giovanili, associazioni di commercianti, scuole e istituti professionali, Forze dell’Ordine e Polizia Locale) per raggiungere le potenziali vittime e contribuire all’emersione del sommerso. Altro aspetto importante sarà quello della formazione con l’obiettivo di sviluppare sul territorio presidi di contrasto alla criminalità e di promozione della cultura della legalità. Saranno previsti inoltre moduli formativi per gli operatori del settore (Forze dell’Ordine, assistenti sociali e altri) per sviluppare una maggiore sensibilità sui bisogni delle vittime.

“Le istituzioni devono essere sempre vigili e mai abbassare la guardia – spiega l’assessora alla Sicurezza Carmela Rozza – perché nessuna comunità può sentirsi immune dalle infiltrazioni mafiose. Questo progetto vuole offrire gli strumenti utili e tutta l’assistenza possibile alle vittime e ai loro familiari per denunciare e reagire. Sapere di poter contare sul supporto dell’amministrazione e su persone competenti sia sotto il profilo psicologico sia pratico – come sporgere denuncia o come avere assistenza legale – aiuta le vittime a non sentirsi soli”.

Regolamento beni confiscati regione Lazio

Per opportuna conoscenza  di chi fosse eventualmente interessato.Giovani,lavoratori,disoccupati,famiglie disagiate,costituitevi in cooperative e non lasciate questi beni nelle mani dei soliti maneggioni dietro alcuni dei quali ci potrebbero essere anche i mafiosi

http://www.osservatorelaziale.it/2017/03/21/regione-lazio-beni-confiscati-alla-mafia-approvato-il-regolamento-per-lassegnazione/20260-26-6

Rifiuti tossici.Il genocidio di massa

LO STATO  SAPEVA TUTTO,NOMI E COGNOMI,LOGICHE E QUANT’ALTRO E NON E’ INTERVENUTO ED INTANTO LA GENTE MUORE.

LA TRISTE,LUGUBRE PROFEZIA DI CARMINE SCHIAVONE:

“MORIRANNO CINQUE MILIONI DI PERSONE “

IlFattoQuotidiano.it / BLOG / di Arnaldo Capezzuto

 

 

AMBIENTE & VELENI 

Rifiuti tossici in Campania, ora lo Stato ci spieghi quei segreti

di Arnaldo Capezzuto | 2 novembre 2013

 

Arnaldo Capezzuto
Giornalista e responsabile Comunicazione M5s Campania

Si resta disorientati, ammutoliti, incazzati con la rabbia agli occhi e il cuore in tempesta. Lo Stato, dunque, conosceva bene i nomi, i cognomi, i protagonisti, le logiche, i segreti inconfessabili dello scempio ambientale che ha trasformato la Campania e il meridione d’Italia in una Chernobyl. Una bomba ambientale dagli effetti nefasti. Non è un caso se il tumore nelle nostre disgraziate terre è un’epidemia, quasi una malattia esantematica. Hanno negato per anni anche i dati sulle morti per neoplasie. Stranamente ancora oggi non esiste un registro operativo e conoscitivo sui dati delle patologie in Campania.

Diciamolo con chiarezza: c’è un’ipoteca di scarsa aspettativa di vita sulla testa di almeno tre generazione di italiani che vivono nel sud del Paese. Le parole del collaboratore di giustizia Carmine Schiavone non sono profezie ma fatti raccontati a verbale il 7 ottobre del 1997 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. La decisione della Camera dei Deputati di rendere pubblica quell’audizione segretata ci mette di fronte a uno Stato che nelle sue più diverse articolazioni si è macchiato del genocidio di una popolazione.

Lo Stato sapeva tutto. Su quei segreti a doppia mandata, una casta di politici, funzionari, mafiosi, hanno costruito le loro scellerate carriere, rafforzato il loro potere autoreferenziale. Tutti sapevano tranne chi abitava quei territori. Rileggendo il verbale di Carmine Schiavone forse dobbiamo ammettere che il più onesto della compagnia è stato proprio l’ex cassiere dei Casalesi oggi 71enne. In quelle 50 pagine di fottuto verbale non ci sono macabre profezie ma una denuncia circostanziata e precisa di fatti con tanto di documenti allegati. Nessuno è intervenuto.

C’erano forti interessi affinché la Campania e in generale il Mezzogiorno d’Italia accompagnassero e sostenessero il boom economico dell’Italia settentrionale, il miracolo della locomotiva del Nord Est e di mezza Europa. Gli atti della Commissione, non parlo solo dell’audizione di Schiavone, certificano l’esistenza dei livelli quell’impasto di camorristi, n’dranghetisti, mafiosi, sacra corona unita, massoni, esponenti di vertice delle istituzioni e dei partiti politici. E’ questo il volto vero del nostro Stato? Quell’organismo parlamentare, allora presieduto dal verde Massimo Scalia, approvò all’unanimità una proposta di legge per meglio combattere gli inquinatori. Norme e leggi rigidissime che per la prima volta introducevano nel codice penale il concetto di “delitti contro l’ambiente” e l’inserimento nel Codice penale l’associazione di tipo mafioso contro l’ambiente cioè nasce il concetto di ecomafie

Nel lavoro della commissione c’era davvero tutto. Troppo per uno Stato colluso e che faceva affari con le mafie. Quel pregevole lavoro è rimasto per sedici anni sotterrato nei cassetti. Chiedo perché?

Anzi lo stesso Massimo Scalia come il suo collega di partito Edo Ronchi e tanti altri furono cacciati su due piedi dai Verdi e poi espulsi dalla politica. Erano degli appestati. Come non pensare all’ex leader e ministro dell’Agricoltura il salernitano Alfonso Pecoraro Scanio, un vero tsunami che azzerò con la sua politica rampante e di compromesso la storia ambientalista in Italia. Neppure i cocci si posso raccogliere. Il più pulito ha la rogna. I politici che adesso si strappano le vesti e parlano di bonifiche cosa facevano all’epoca oltre che a portare la borsa e intrallazzare? E i magistrati dov’erano? Nell’ultima intervista Carmine Schiavone dice sferzante a Rainews24 “20 anni ho fatto scuola, 30 anni alta mafia ed ora è da 20 anni che vivo in mezzo a questo schifo di istituzioni”.

Ecco queste schifo di istituzioni devono spiegare. Hanno il dovere di farlo.Concludo con ciò che scrive sulla sua bacheca don Maurizio Patriciello: “Il popolo campano chiede, vuole, pretende che lo Stato si spieghi. Spieghi perché per quasi 20 anni queste dichiarazioni esplosive sono state tenute segrete, e per di più, si è agito come se non esistessero. Spieghi perché non ha avvisato, come era suo dovere, i cittadini del pericolo incombente che correvano. Sono domande che prorompono da cuori scorticati. Meritano e impongono risposte piene e immediate”.

 

Dalla strage di Duisburg a Locri stanato il super latitante Vottari

Il Mattino, Martedì 21 Marzo 2017

Dalla strage di Duisburg a Locri stanato il super latitante Vottari

di s.m.

REGGIO CALABRIA – Si nascondeva ad appena venti chilometri da Locri, in un bunker a Benestare, nel Reggino. È finita così la latitanza del boss Santo Vottari, uomo di spicco del clan Pelle-Vottari, arrestato all’alba dai Carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria. Era ricercato dal 2007 e inserito nell’elenco dei ricercati dell’Europol. Il 45enne si sottrasse alla cattura dopo la strage di Duisburg del 15 agosto di dieci anni fa ed è ritenuto responsabile dell’omicidio di Maria Strangio, moglie di Giovanni Nirta, avvenuto a San Luca il 25 dicembre 2006, nonché del tentativo di omicidio di alcuni esponenti di cosche ostili. Su Vottari pendeva una condanna a 30 anni di carcere per omicidio, lesioni personali gravi e associazione a delinquere.

Processo Aemilia, il boss della ‘ndrina di Rho: “Con i kalashnikov e la dinamite abbiamo cacciato gli zingari”.LA MAFIA CHE SI SOSTITUISCE ALLO STATO E CHE DIVENTA ESSA STATO

Il Fatto Quotidiano, Mercoledì 22 Marzo 2017

Processo Aemilia, il boss della ‘ndrina di Rho: “Con i kalashnikov e la dinamite abbiamo cacciato gli zingari”

La deposizione del collaboratore di giustizia Francesco Oliverio: “Il Comune di Cornaredo (nel milanese, ndr) non riusciva a mandarli via. Ma la ‘ndrangheta ci sa fare e questo torna utile al momento delle elezioni. Avevamo interessi nella zona perché sapevamo che dovevano partire grossi appalti legati a Expo”

di Chiara Pracchi

“Con i kalashnikov siamo entrati nell’accampamento degli zingari. Il Comune di Cornaredo non riusciva a sfrattarli e noi li abbiamo cacciati in una notte. Perché c’erano delle donne che andavano a rubare ai vecchietti e noi questa cosa non la sopportavamo. Glielo abbiamo detto una, due, tre volte. Poi gli abbiamo messo una stecca di dinamite sotto una roulotte disabitata, l’abbiamo fatta saltare e il mattino dopo non c’era più nessuno. Perché la ‘ndrangheta con il popolo ci sa fare. Con il consenso ci sa fare e questo torna utile al momento delle elezioni”. Alprocesso Aemilia, il più grande dibattimento di ‘ndrangheta mai tenutosi in Emilia Romagna, ha deposto fra gli altri il collaboratore di giustizia Francesco Oliverio che, in qualità di ex capo della locale di Belvedere Spinello e della ‘ndrina distaccata di Rho, alle porte di Milano, ha testimoniato sulle sue conoscenze di sodali di Cutro e Isola di Capo Rizzuto in Emilia. Ma soprattutto sull’esercizio del potere nella cittadina di Expo.

“Già nel 2004, prima di essere ucciso, Carmine Arena voleva fare un rimpasto della ‘ndrangheta nella nostra zona (Belvedere Spinello e Valle di Neto, nel crotonese, ndr) e aveva interesse a riattivare il locale di Rho, perché era già attivo nel ’90. Venne sospeso dopo l’omicidio di Gaetano Aloisio, all’epoca capo locale della cittadina. Sapevamo che dovevano partire grossi appalti legati a Expo. Pubblicamente non era venuto fuori ancora nulla, però noi già lo sapevamo. Si parlava che sarebbero statiespropriati i terreni in quelle zone. Quindi – diceva Arena – se lo riapriamo noi il locale di Rho, che è sempre stato del crotonese, poi gliinteressi vengono tutti qua e siamo noi”.

Come è andata a finire Francesco Oliverio lo ha già raccontato: dal momento che non gli piacevano alcuni vecchi ‘ndranghetisti comeStefano Sanfilippo e Gaetano Bandiera, scelse di non mettersi a capo del locale, ma di attivare una propria ‘ndrina distaccata, rispondente direttamente a Belvedere Spinello, e di riservarsi alcune attività, come il traffico di droga, il movimento terra e il controllo dei venditori ambulanti di panini.

Lungi dall’essere indebolito dalla presenza di un locale sullo stesso territorio, Oliverio esercitò un controllo capillare su tutte le attività, grazie anche al rapporto con agenti infedeli delle forze dell’ordine. “I miei camion – ha dichiarato in aula – non li hanno mai fermati. Viaggiavano in centro, considerando che da lì non avrebbero potuto passare. Noi davamo la lista con le targhe per avere i permessi e non li fermavano. Perché i vigili “mangiavano”. Non solo i vigili. Anche polizia e carabinieri. Noi avevamo anche un commissario a Rho.”

Per tornare al raid nel campo rom di Cornaredo, occorre ripercorrere una vicenda che sembra uscita da un film di Totò e Peppino. Racconta il collaboratore di essere stato contattato da Pasquale Brescia, imputato al Processo Aemila, per una truffa subita da un rom, che si era spacciato per un emiro arabo. Questi si era fatto dare 250mila euro in taglio piccolo, contro 500 in taglio grande, rivelatisi poi falsi. Dal momento che Oliverio aveva rapporti con bande criminali rom, Brescia e altri si recarono “nel mio ristorante al centro di Rho, l’Exò. Temendo microspie, però, li ho mandati al ristorante Cadorna, dove si erano tenute già molte riunioni di ‘ndrangheta (come risulta anche dalla sentenza passata in giudicato del processo Infinito, ndr). Quello era un posto strategico, vicino alla caserma dei carabinieri e quando passava una pattuglia ci avevano garantito che non lo avrebbero scritto”. Dall’incontro emerge una richiesta di aiuto per ritrovare il responsabile e “scaricargli la pistola in testa”.

“Gli zingari a noi a Milano ci tenevano. Se li mandavo a chiamare venivano – prosegue Oliverio – e sapendo come ragionavamo noi, si sono messi a disposizione e me lo avrebbero fatto avvicinare per recuperare i soldi”. Ma, fortunatamente per il rom milanese, individuato in Spagna, Oliverio non è stato particolarmente desideroso di vendicare l’onore del sodale emiliano.

Consip, le accuse di Romeo: “Le gare sono tutte truccate”

L’Espresso, Mercoledì 22 marzo 2017

Consip, le accuse di Romeo: “Le gare sono tutte truccate”
Esposto dell’imprenditore in manette contro le cooperative rosse ed Ezio Bigotti: «Vince sempre lui, è un uomo di Verdini. C’è un cartello permanente». Inchiesta dell’Anac e dell’Antitrust sul sistema della stazione appaltante

DI EMILIANO FITTIPALDI

«Io poi non voglio il male di Bigotti. Facesse quello che cazzo vuole! Ma non rumpete o’ cazz a me!». Qualche mese fa Alfredo Romeo aveva invitato l’imprenditore Carlo Russo nel suo studio per parlare d’affari, e aveva deciso di sfogarsi. Contro i suoi nemici, contro l’ad di Consip Luigi Marroni, contro coloro che lo vorrebbero fuori dai ricchi appalti di Stato.

L’informativa di Carabinieri e Finanza sull’inchiesta che sta terremotando la stazione appaltante e mezzo Partito democratico nasconde stralci di conversazioni che, uniti ad altri documenti riservati, mostrano con evidenza come Romeo (in carcere per la presunta corruzione del dirigente di Consip Marco Gasparri, l’udienza al tribunale del riesame è prevista in giornata) si sentisse davvero accerchiato.

Vittima di un presunto «complotto» dei vertici della società di stato che, a suo parere, favorivano sistematicamente le cooperative rosse. E, insieme a loro, le imprese di quello che l’imprenditore di Cesa considera il suo principale avversario: Ezio Bigotti. Un immobiliarista vicino a Denis Verdini e presunto dominus, a detta di Romeo, di un sistema di potere che in Consip riesce a fare da anni il bello e il cattivo tempo.

Non è un caso che, come scriverà L’Espresso nel numero in edicola domenica 25 marzo, gli avvocati di Romeo abbiano inserito come prova regina nella memoria difensiva un esposto della Romeo Gestioni. Spedito a Marroni ad aprile 2016, dunque in tempi non sospetti, e contestualmente al presidente dell’Anac Raffaele Cantone e a quello dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella. Un atto d’accusa durissimo, su cui cui risulta che sia l’Antitrust che Anac abbiano aperto due distinti procedimenti.

L’esposto viene scritto subito dopo l’esclusione della Romeo Gestioni dalla gara per il “Servizio Luce” per la pubblica amministrazione. Una commessa da ben 967 milioni divisa in otto lotti, due dei quali inizialmente assegnati allo stesso Romeo. Quando a marzo 2016 l’imprenditore napoletano, eliminato dalla tenzone per tre irregolarità di alcune società a lui consorziate, viene a sapere che uno dei due lotti è stato assegnato proprio a Bigotti decide di passare al contrattacco. «Dalla documentazione risulta che ben 5 lotti di gara su 8 risultano di fatto aggiudicati ad istanze imprenditoriali che vedono la partecipazione sostanziale di aziende del gruppo Sti, presieduto da Ezio Bigotti», scrive il legale di Romeo.

Che segnala pure come i lotti 5 e 7 siano stati aggiudicati alla Conversion&Lighting srl di Bigotti solo perché a novembre 2015 l’arcirivale ha comprato da Manutencoop proprio l’azienda che era arrivata seconda dietro la Romeo, la Smail spa. «La Conversion&Lighting è al 51 per cento controllata dalla Exitone (altra società di Bigotti) e al 49 per cento dal Consorzio stabile energie locali, già aggiudicatario del lotto 2 e che vede tra i propri consorziati la Gestione Integrata srl. Anche questa partecipata per l’85 per cento da Bigotti», chiosano i legali di Romeo. «Con tale aggiudicazioni un unico centro imprenditoriale si assicura oltre il 76 per cento del complesso delle attività poste in gara. Un risultato “incredibile”».

Per Romeo, la Consip i Marroni protegge dunque «un cartello permanente», e ipotizza come «partecipazioni “dubbie” già riscontrate in passato» rischiano di turbare altre gare in futuro. In primis il bando miliardario FM4, dove a suo parere esiste una sorta di «desistenza competitiva» tra Bigotti e Cofely («le due candidature coprano ben 12 lotti senza mai sovrapporsi se non nell’unico marginale caso del lotto 8)». La risposta di Marroni arriva dopo un mese, ed è altrettanto diretta: o ti rimangi tutto o faremo una querela.

Qualche mese dopo sarà lo stesso amministratore delegato, però, ad ammettere agli investigatori di aver incontrato Bigotti, su richiesta di Verdini, al ristorante “Al Moro”, per parlare proprio delle gare Consip. Fatto che dimostra che forse i sospetti di Romeo sulla forza politica e i legami del contendente non fossero totalmente infondati.

 

Boss dei Casalesi evaso dal carcere arrestati agenti polizia penitenziaria

Il Mattino, Mercoledì 22 Marzo 2017

Boss dei Casalesi evaso dal carcere arrestati agenti polizia penitenziaria

di Angela Nicoletti

Le indagini sull’evasione di Alessandro Menditti, il boss del clan Belforte di Marcianise, hanno dato un’accelerazione a provvedimenti che stanno eseguendo in tutta Italia i carabinieri del Nucleo Investigativo ­di Frosinone, nelle province di Latina, Napoli, Terni, Avelli­no, Pistoia ed Iserni­a.

Si tratta di ordinanza  di Cus­todia Cautelare emess­a dal GIP del Tribuna­le di Frosinone per i­ reati di concorso in­ corruzione di P.U. (­319 e 321 C.P.) nei c­onfronti di 13 person­e (13 misure cautelari d­i cui 4 in carcere, 1­ agli arresti domicil­iari e 8 obblighi di ­dimora nel Comune di ­attuale domicilio).

Il provvedimento scat­urisce da attività di­ indagine condotta da­l citato Nucleo e rif­erita a più episodi d­i corruzione, commess­i da un Assistente de­lla Polizia Penitenzi­aria (colpito da misura cautelare arre­sti domiciliari) in servizio presso Casa Circon­dariale, di Frosinone, finalizzati ­all’introduzione frau­dolenta di oggetti e ­droga all’interno delle celle dei detenuti.

Falsi attestazioni lavori pubblici – Campania – ANSA.it.

(ANSA) – ROMA, 22 MAR -I finanzieri del Nucleo Speciale Anticorruzione della Guardia di Finanza di Roma, coordinati dalla Procura, stanno eseguendo 5 ordinanze di custodia cautelare domiciliare e 2 misure interdittive dall’esercizio di attività imprenditoriali e professionali nei confronti di altrettanti indagati nell’ambito del filone di inchieste incentrate sull’illecito rilascio di attestazioni SOA, ossia certificazioni obbligatorie per la partecipazione a gare d’appalto per l’esecuzione di lavori pubblici. Le indagini hanno riguardato una Società Organismo di Attestazione con sede a Roma, deputata al rilascio della certificazione. A finire ai domiciliari due persone ai vertici della società di attestazione e 3 imprenditori. Le ordinanze, oltre che nella Capitale, sono in corso di esecuzione anche nelle provincie di Napoli, Salerno ed Agrigento.

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Scalea, l’aeroporto sul letto del fiume. Gli ambientalisti: “Una speculazione, fermatevi”

Scalea, l’aeroporto sul letto del fiume. Gli ambientalisti: “Una speculazione, fermatevi”

La Repubblica, Mercoledì 22 marzo 2017

Scalea, l’aeroporto sul letto del fiume. Gli ambientalisti: “Una speculazione, fermatevi”

La Regione Calabria finanzia uno scalo fra la Riviera dei Cedri e la costa di Maratea. Italia Nostra e Legambiente presentano una denuncia al Ministero dell’Ambiente: “Non potrà mai funzionare, è rischioso e contro le leggi. Ecco le foto dello scandalo”

di GIULIANO FOSCHINI

SCALEA. Politici e imprenditori da mesi non parlano d’altro: “Costruiremo strade e alberghi. Villaggi turistici e stabilimenti balneari. Grazie al nuovo aeroporto porteremo i turisti di tutto il mondo nelle nostre meraviglie”, dicono. Ed effettivamente non hanno tutti i torti: perché chi mai atterrerà a Scalea, Calabria, un passo dalla Riviera dei Cedri e dalla costa di Maratea, lo farà proprio all’interno di una di quelle meraviglie, il letto del fiume Lao, dove da quasi un anno stanno realizzando la nuova aerostazione.

Per crederci basta guardare le foto dall’alto che Italia Nostra e Legambiente hanno scattato e inviato all’autorità giudiziaria, alla Regione e al Ministero dell’Ambiente per denunciare “l’assurdità di questo aeroporto che non potrà mai funzionare, è contro ogni legge e mette tutti a rischio: serve soltanto per far guadagnare soldi pubblici a imprenditori e non solo”, spiega Renato Bruno, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle che da mesi sta conducendo una battaglia contro la realizzazione dello scalo.

Le parole di Bruno non sono casuali. Perché due milioni di soldi pubblici sono già stati spesi, lo scalo chissà se mai aprirà ma certamente qualcuno ci ha già guadagnato: la ‘ndrangheta. Un’ultima inchiesta della procura Distrettuale antimafia di Catanzaro ha documentato come Luigi Muto, figlio del boss Franco, pretendeva una tangente dello 0,7 per cento del finanziamento pubblico intascato dal gruppo Barbieri. E – così per lo meno si evince dalle intercettazioni – Barbieri pagava.

Tant’è che in azienda si meravigliano del fatto che arrivi una seconda richiesta estorsiva: quando i dipendenti trovano una bottiglia piena di benzina e un accendino davanti al cantiere prima provano a non fare la denuncia (“Queste sono cose di cui mi occupo io e basta!! Non se ne deve occupare nessun altro, sono cose che faccio io!!…perché io ce sono da cinquant’anni in questa cazzo di terra e sono cazzi miei queste cose qua, ok??!..” grida Barbieri al socio che premeva per installare la videosorveglianza al cantiere), e poi costretti dal passaparola portano una copia della denuncia proprio al boss, per dimostrare che era contro ignoti.

Ora al di là dell’interesse della ‘ndrangheta per l’opera, resta da capire se davvero un aeroporto in un fiume potrà mai aprire. La questione, come sempre in questi casi, da un punto di vista burocratico è assai complessa. La pista (lunga poco meno di duce chilometri e larga 30) è stata realizzata nel 2001 quando è stata creata l’aviosuperficie che fino a qui ha ospitato aerei leggeri o al massimo scuole di paracadutismo. Qualche tempo fa si decide però di fare il salto di qualità: utilizzando i fondi europei viene appaltato in project financing la realizzazione di un vero e proprio aeroporto.

Il pubblico mette sul piatto due milioni di euro, il privato ne promette circa cinque e in cambio intasca la gestione dello scalo per i prossimi 25 anni. “Faremo decollare charter turistici e compagnie aeree regionali, atterreranno aerei anche con 200 persone” spiegano dalla ditta Barbieri che ha vinto il bando. Un anno fa partono i lavori per realizzare terminal, strade, in attesa di ottenere dall’Enac, l’ente nazionale civile, le abilitazioni per fare atterrare un certo tipo di aerei. Arriveranno mai? “Certamente” dicono dall’azienda. “Sarebbe una follia” incalzano gli ambientalisti. “Secondo l’autorità di Bacino” denuncia il presidente regionale di Legambiente, Francesco Falcone, “si tratta di un’area soggetta ad alluvione e quindi in grado di dare problemi all’incolumità delle persone”.

E’ una zona naturale di interesse comunitario, tutelata da Bruxelles, con l’erosione del suolo richia di mangiarsi tutto” dicono quelli di Italia nostra.“Si sta creando un caso sul nulla” rispende però l’ingegner Alberto Ortolani, amministratore delegato della società Aeroporto di Scalea. “Non c’è nessun pericolo idrogeologico, il fiume ha la giusta distanza, la autorizzazioni sono a posto dal 2001 quando fu creata l’aviosuperficie, ora stiamo realizzando soltanto le infrastrutture attorno” Ma ci sarà una differenza se fare atterrare un superleggero o un charter? “No”, dice Ortolani. Una posizione che non convince tanto ambientalisti, 5 Stelle e ora anche ministero dell’Ambiente che, dopo la denuncia di Italia Nostra, ha chiesto chiarimenti alla Regione Calabria dando di fatto una sorta di stop ai lavori. “Ci sono dei ritardi, è vero, difficilmente si farà tutto entro il 2017 quando era previsto. Ma stiamo lavorando, il via libera dell’Enac è soltanto una formalità, ce la faremo” giura Ortolani, battezzando così il primo aeroporto anfibio del mondo.

Lo sfogo di un Testimone di Giustizia :” Io,Testimone di Giustizia,vivo come un latitante” https://office.com/getword

Agguato ad Antoci, le indagini sull’attentato le fa la mafia

 

 

L’Espresso, Martedì 21 Marzo 2017

Agguato ad Antoci, le indagini sull’attentato le fa la mafia
L’assalto ai danni del presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, uscitone illeso, non ha ancora un colpevole. Ma a cercare il responsabile, oltre alle forze dell’ordine, ci sono i boss

DI FRANCESCO VIVIANO


Chi è stato? Anzi, per dirla con il dialetto usato dai mafiosi: «Cu fu?». E stavolta a voler scoprire l’identità dell’autore dell’attentato compiuto in provincia di Messina nel maggio dello scorso anno al presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, uscitone illeso, non ci sono soltanto carabinieri e polizia. Ci sono anche uomini delle cosche di Cosa nostra.

Per raccontare la storia occorre fare un passo indietro. La notte del 18 maggio Antoci, dopo aver partecipato a un convegno antimafia, torna verso casa a bordo dell’automobile blindata con due poliziotti di scorta. La strada provinciale che collega i paesi dei Nebrodi Cesarò e San Fratello è bloccata da alcuni massi: la blindata si ferma e improvvisamente, stando al racconto dei protagonisti, qualcuno spara dei colpi di fucile. I pallettoni sfondano la lamiera nella parte bassa dello sportello posteriore dove Antoci è seduto. La scorta risponde al fuoco ma, nel frattempo, sopraggiunge casualmente un’altra automobile con a bordo il dirigente Daniele Manganaro del commissariato di Sant’Agata di Militello e un altro agente. Sparano anche loro contro gli attentatori che sarebbero fuggiti in mezzo alla campagna, coperti dal buio della notte.

«Il mio capo scorta mi ha immediatamente preso e messo sotto il sedile, si è posto sopra di me, mentre continuavo a sentire gli spari» ha raccontato Antoci agli investigatori il giorno dopo l’agguato. «L’autista ha fermato l’auto, è sceso, ha aperto il fuoco e lo stesso ha fatto il mio capo scorta. Dietro eravamo seguiti dalla vettura del dottor Manganaro, che pur non essendo personale addetto alla mia scorta è arrivato, grazie a Dio, durante l’agguato. È così che sono stato salvato. Erano almeno 5 o 6, e avevano molotov da lanciare per scatenare un incendio nell’auto, costringerci a scendere e quindi ucciderci».

Una ricostruzione dei fatti che anche il dirigente del commissariato di Sant’Agata di Militello e gli altri agenti ribadiscono. Loro, dopo aver ricevuto la gratitudine dello stesso Antoci, adesso sperano in una promozione. Ma non è detto che arrivi.

L’inchiesta si rivela subito difficile per le forze dell’ordine che sguinzagliano in tutte le direzioni i loro informatori. Ma da questi, a distanza di tanti mesi e nonostante il grande sforzo investigativo riversato sul territorio, non hanno avuto neanche una piccola traccia, un’ipotesi, un sospetto. Niente di niente. Neanche gli esami del dna dal sangue rilevato nel luogo dell’attentato, e che si presume possa appartenere a uno degli assalitori, hanno permesso di risalire all’identità di chi ha sparato e quindi al movente.

Le inchieste sulle cosche mafiose fanno però emergere un altro lato della vicenda. Perché oltre ai poliziotti e ai carabinieri, alla ricerca degli autori dell’agguato a quanto pare si siano messi pure i boss mafiosi dei clan messinesi e di quelli che agiscono sul territorio dei Nebrodi. Intercettazioni rivelano che gli uomini di Cosa nostra sono interessati a capire come si sono svolti i fatti e soprattutto a scoprire chi ha agito senza il loro permesso. E per questo svolgono indagini autonome e parallele a quelle degli investigatori delegati dall’autorità giudiziaria. I padrini sospettano che possa essere stato qualche “cane sciolto”. Ma, intanto, indagano.

L’incredibile interesse della mafia messinese per scoprire chi avrebbe sparato all’auto di Giuseppe Antoci è stato svelato da una decina di intercettazioni telefoniche e ambientali eseguite dai carabinieri del Ros e dagli agenti della squadra mobile di Messina che indagano sulla mafia dei Nebrodi. Qualche giorno dopo l’agguato al presidente del parco dei Nebrodi i boss, parlando tra di loro, si chiedono insistentemente «cu fu» (chi è stato?). Da una cosca all’altra la domanda è sempre la stessa, ma anche la risposta: «Noi non siamo stati». E questo potrebbe rientrare nella tipicità del metodo mafioso. Ma qui sembra essere diverso l’atteggiamento dei boss.

«Potrebbero essere stati i catanesi?» chiede un intercettato al suo interlocutore, che risponde: «Ce l’avrebbero detto, quantomeno ci avrebbero avvertiti per evitarci ulteriori guai». Insomma, gli storici clan dei Bontempo-Scavo e le altre famiglie che in questi mesi hanno avuto tra le loro file decine di arresti non si danno pace. Anche loro brancolano nel buio e, se avessero avuto notizie, avrebbero fatto giustizia a modo loro oppure, come spesso la storia della mafia insegna, avrebbero segnalato in maniera anonima agli investigatori gli autori dell’attentato per allentare la pressione nei loro confronti.

L’unica segnalazione anonima che è arrivata fino ad ora è invece quella inviata a tre procure, Messina, Patti e Termini Imerese, al Ministero dell’Interno, al capo della Polizia e all’autorità Anticorruzione. Sono sette pagine piene di veleni scritte, secondo chi indaga, a più mani: non escluse quelle di qualche poliziotto e di qualche politico locale. La denuncia anonima adesso è al vaglio delle tre procure siciliane: vi si trovano accuse anche nei confronti di Manganaro. Secondo l’anonimo il dirigente del commissariato di Sant’Agata di Militello sarebbe anche “vicino” a esponenti politici del Pd e ad alcuni personaggi dell’Antimafia come il senatore Giuseppe Lumia, eletto nella lista “il megafono” di Rosario Crocetta.

Ma torniamo alle intercettazioni tra i boss. Nelle loro conversazioni i mafiosi si lamentano dell’opera di Antoci che ha denunciato i lucrosi affari delle cosche. Queste avevano in concessione pascoli di migliaia di ettari nei Nebrodi, pagando cifre irrisorie per gli affitti dei terreni in cambio di milioni di euro di contributi regionali ed europei. I boss avrebbero quindi avuto motivi per toglierlo da quella posizione, pericolosa per i loro interessi. Ma negano, nelle intercettazioni, di aver preparato e attuato l’attentato. Di più, si lamentano di come quell’agguato abbia provocato ulteriori difficoltà ai loro affari: da allora l’attenzione degli investigatori su tutta la zona è aumentata parecchio.

L’appello di Mario Congiusta: «Orlando mi aiuti a fare giustizia per mio figlio ucciso dalla ‘Ndrangheta»

Il Mattino, Lunedì 20 Marzo 2017

L’appello di Mario Congiusta: «Orlando mi aiuti a fare giustizia per mio figlio ucciso dalla ‘Ndrangheta»

di Serafina Morelli

LOCRI (RC) – «Da quando è stato barbaramente ucciso Gianluca sono passati 11 anni e 10 mesi, tutti di dolore per l’intera famiglia». E da quel 24 maggio 2005, giorno in cui venne ucciso l’imprenditore di Siderno, il papà Mario Congiusta non riesce a darsi pace e continua a lottare con tutte le sue forze per poter rendere giustizia a suo figlio. Ha deciso di scrivere una lettera aperta al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che domani, 21 marzo, sarà a Locri in occasione della XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, organizzata da Libera. «Ritengo importante la sua decisione di voler camminare insieme ai familiari delle Vittime, Innocenti, tra i quali ci sarò anche io – scrive Mario Congiusta – che chiedono solo Verità e Giustizia. Quella verità e Giustizia che per oltre il 90% di loro non arriverà mai, per svariati motivi, che Lei meglio di me conosce. Qualche volta, però, quella Giustizia anelata, non arriva a causa di vuoti legislativi». Ed è da qui che parte il racconto della storia di Gianluca Congiusta (in foto), assassinato in un agguato a Siderno mentre era alla guida della sua auto. Freddato sul colpo, in una serata di pioggia che cambierà per sempre le vite dei suoi familiari e dei sidernesi, increduli perché nel mirino era finito «uno di noi», lontano dagli ambienti della criminalità organizzata.

Congiusta, secondo gli inquirenti, è stato ucciso da Tommaso Costa: stando all’ipotesi della Procura, il boss avrebbe deciso di ammazzare il giovane perché era venuto a conoscenza di una lettera estorsiva fatta recapitare ad Antonio Scarfò, all’epoca suocero di Congiusta, proprio da Costa, che a breve sarebbe uscito dal carcere, e quindi avrebbe dovuto “riacquisire” credibilità mafiosa a Siderno, senza che però i rivali della cosca Commisso venissero a conoscenza dei suoi progetti criminali. «Tale assassino – scrive il padre di Gianluca – è stato condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Locri per l’omicidio di mio figlio oltre che per associazione di stampo mafioso ed altro. Tale decisione è stata confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria. Ciononostante, la seconda sezione della Cassazione, dopo una brevissima camera di consiglio, nonostante l’articolata requisitoria del procuratore generale, che chiedeva la conferma dell’impugnata sentenza, annullava con rinvio, relativamente al solo omicidio, a diversa sezione della Corte d’Assise d’Appello per un nuovo giudizio».

Papà Mario ripercorre tutta la storia giudiziaria chiedendo al ministro Orlando «un suo interessamento inteso a colmare il vuoto legislativo». Il punto infatti riguarda l’utilizzabilità come prova solo delle intercettazioni ambientali e telefoniche «mentre non regolamenta l’utilizzabilità delle lettere intercettate ai detenuti». Un punto fondamentale, perché il movente di Costa per uccidere Gianluca era emerso proprio tramite alcune lettere intercettate nel carcere di Catanzaro. Senza una legge specifica, però, l’intimità di quelle lettere è inviolabile e «processualmente inutilizzabile». La Procura generale infatti aveva chiesto l’incostituzionalità della legge, ma la Consulta ha rigettato il ricorso.

«È facilmente comprensibile che, se il vuoto normativo non viene tempestivamente eliminato, il crimine organizzato – scrive Congiusta rivolgendosi ad Orlando – continuerà ad avere a sua disposizione un mezzo di comunicazione, semplice ma efficace e, soprattutto, assolutamente inviolabile dagli organi inquirenti, che consentirà, ad esempio, anche ai “boss” detenuti, di continuare ad impartire ordini e direttive agli affiliati. Non posso sapere come finirà il processo che mi riguarda, ma di un fatto sono certo, che a distanza di quasi dodici anni, non riesco ad avere quella giustizia che mi è dovuta».

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