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Il Testimone di Giustizia Ignazio Cutrò colto da malore e il sistema sicurezza se ne accorge dopo un quarto d’ora. La protezione dello Stato che fa cilecca

“Il testimone di giustizia Ignazio Cutrò e la protezione dello Stato che fa cilecca”

Sotto scorta per aver contribuito a smantellare una cosca, l’imprenditore dell’agrigentino è stato colto da un malore di fronte alle telecamere che sorvegliano casa sua. Ma per 15 minuti, come mostra questo video, nessuno lo ha soccorso. Una falla nella sua protezione che lo fa sentire ancora più solo

di Piero Messina

Si può rischiare di morire di fronte agli occhi inermi dello Stato? Sì, e lo dimostrano le telecamere a circuito chiuso che proteggono – dovrebbero proteggere?- la vita di Ignazio Cutrò, il testimone di giustizia che con le sue dichiarazioni ha contribuito a smantellare una cosca mafiosa dell’agrigentino. Gli occhi elettronici dello Stato ieri sera hanno fatto cilecca. Erano le 19, 10 quando Cutrò scende nello spazio di fronte alla sua abitazione, si avvicina alla sua autovettura e all’improvviso un malore lo fa schiantare al suolo. La scena è registrata dalla rete di telecamere poste a tutela del testimone.
L’imprenditore siciliano Ignazio Cutrò ha denunciato il racket delle estorsioni e vive sotto scorta. Ma ora chiede che le istituzioni lo aiutino a lavorare di nuovo: “La mafia mi vuole distruggere senza uccidermi”
Quelle telecamere, montate e attivate in modo tale da proteggere la vita di Cutrò e dei suoi familiari, oggetto di minacce di morte da parte dei clan mafiosi, sono collegate in presa diretta, 24 ore su 24, con due stazioni dei carabinieri. Ma per oltre un quarto d’ora, il corpo di Cutrò resterà al suolo senza nessun alert da parte di chi, dall’altra parte della telecamera con i video accesi, avrebbe dovuto proteggerlo e controllarlo. Saranno i familiari del testimone a soccorrere il parente e chiamare lo staff dei carabinieri che scorta Cutrò in ogni suo passo.

Sotto protezione per aver contribuito a colpire un clan, l’imprenditore agrigentino ha avuto un malore di fronte casa. Ma nonostante la telecamera di sorveglianza fosse attiva, nessuno lo ha soccorso per molti minuti. Mostrando, come si vede in questo video, quanto la sua posizione sia vulnerabile

Il referto dell’ospedale parla di crisi ipertensiva acuta. Il testimone di giustizia ha rischiato di morire per un principio di ictus. Ma quell’incidente dimostra che le telecamere sono in realtà dei fari spenti sulla vita dell’ormai ex imprenditore edile. E ora Cutrò si sente più solo. “Se per un quarto d’ora nessuno si è accorto di quel che stava accadendo – racconta il testimone all’Espresso – vuol dire che il livello di controllo è nullo e chiunque può avvicinarsi o accedere nei pressi della mia abitazione, e nei fatti agire indisturbato”.
Ignazio Cutrò, imprenditore antiracket: “Ha vinto la mafia, lascio l’Italia”
L’imprenditore agrigentino che fece arrestare i suoi estorsori ha deciso di vendere quel che resta della sua azienda e abbandonare il Paese. “Ormai siamo in miseria e qui non posso lavorare”
Cutrò aveva deciso di abbandonare la Sicilia e trasferirsi all’estero dopo aver venduto i mezzi della sua azienda edile. “Sino ad ora non ho compiuto quel passo – continua – perché avevo ricevuto precise rassicurazioni su un intervento dello Stato a favore della mia famiglia. Ma non è successo nulla. Soltanto parole”. Il testimone di giustizia rischia di rimanere “bloccato” in Sicilia, strangolato dai debiti e dal disinteresse verso il suo caso. “Non lavoro più e il premio per avere denunciato la mafia, semmai qualcuno debba essere premiato per questo, è l’essere stato messo alla gogna da tasse e creditori”.

Un clima insostenibile, aggravato dal totale isolamento che Cutrò vive all’interno della sua comunità in provincia di Agrigento. “Ho tentato di vendere tutti i miei mezzi anche a prezzi stracciati – racconta – ho pubblicato la lista dei materiali che avrei voluto liquidare per pagare i miei debiti, in silenzio e senza chieder aiuto a nessuno. Con quel che mi sarebbe rimasto, avrei potuto contare su una piccola risorsa economica per ricominciare una vita in un posto diverso dalla Sicilia, dall’Italia. Ma per quelle attrezzature non ho ricevuto neanche una singola offerta. Le cose di Cutrò non si debbono toccare, mi sembra che il messaggio sia chiaro e sia stato compreso. Anch’io l’ho capito: agli occhi della gente sono un morto che cammina, ma la mia unica colpa è avere combattuto la mafia”. (Fin qui l’Espresso)

Nota dell’Associazione A. Caponnetto:
Caro Ignazio, ti siamo vicini e ti vogliamo bene. Non mollare. Abbiamo deciso di farci rappresentare all’incontro degli Stati Generali Antimafia di Libera a Roma da Gennaro Ciliberto proprio per rafforzare e qualificare la presenza dei Testimoni di Giustizia di fronte al mondo dell’antimafia sociale ed istituzionale nazionale e porre i vostri problemi sotto i riflettori dei media nazionali. Fate rete e fatevi sentire. Un abbraccio da tutti noi. Ass. A. Caponnetto

La mafia ed il business della sicurezza. E’ assurdo!!!

Ancora un provvedimento antimafia a bloccare una società di vigilanza privata. Stavolta è il prefetto di Roma ad emetteva un’interdittiva per infiltrazione mafiosa, nei confronti dell’azienda Metronotte Città di Roma. La Guardia di Finanza era già intervenuta lo scorso febbraio, eseguendo, su ordine della Procura di Roma, le perquisizioni nella sede amministrativa di Guidonia e nelle abitazioni dei nuovi e vecchi amministratori della società. Tra questi, anche Fabrizio Montali, condannato a 18 mesi di reclusione per usura nel mese di novembre 2013 e in primo grado. Tra i capi di imputazione contestati, anche il riciclaggio di denaro e l’intestazione fittizia di beni. Nel medesimo processo, come imputato, figura addirittura Enrico Nicoletti, ex tesoriere della banda della Magliana. Anche in questo caso, per dribblare le insufficienti norme antimafia in materia, Montali era uscito dalla compagine aziendale.
L’Istituto di vigilanza in questione, come altri su cui insistono forti sospetti di infiltrazioni mafiose (vedasi Sipro http://quannomepare.blogspot.it/2014/09/lamafia-e-il-business-della-sicurezza.html), si sarebbe aggiudicato appalti di rilievo sino ad occuparsi della sorveglianza di importanti palazzi nell’ambito della Capitale, tra cui Ambasciata americana, ospedali, Asl, Banca d’Italia, Rai, Agenzia delle Entrate, alcuni ministeri e  linee metropolitane.
Lo scorso settembre scorso, un’altra società è stata colpita da interdittiva antimafia. L’Ausengineering srl, con sede a Pieve Emanuele (MI), colpita dal provvedimento del Prefetto meneghino, su imput della Dia, per presunti legami dei titolari della società stessa con la potente ‘ndrina Mancuso di Limbadi (VV). La società si occupava dei sistemi di sicurezza dell’Expo 2015.
E’ evidente a questo punto che anche in questo settore, quello della vigilanza privata, la mafia è definitivamente e prepotentemente entrata in gioco. Il punto di svolta, probabilmente, è stato qualche anno fa, quando il governo Berlusconi decise di privatizzare una grossa fetta della sicurezza e da lì, “Panza mia fatti capanna”, avranno pensato gli esperti economici di mafia holding.
A questo punto le interdittive e i sequestri preventivi di istituti di vigilanza affiorano ormai per ogni dove, ripercorrendone qui di seguito alcuni:
  • Aprile 2010, un’interdittiva antimafia alla società di vigilanza del Consiglio regionale della Campania. Il Prefetto di Napoli emette il provvedimento poiché: “Nei confronti delle aziende riferibili ai fratelli Buglione sussistono concreti, univoci elementi di permeabilità e contiguità con la criminalità organizzata e che rilevano, comunque, l’inconfutabile sussistenza nei confronti delle aziende agli stessi riferibili, dei tentativi di infiltrazione mafiosa”.
  • Giugno 2013, i carabinieri del Ros e del comando provinciale di Cosenza arrestano 23 ‘ndranghetosi. Dall’indagine emergono interessi della cosca, guidata da Nicola Acri e Salvatore Morfò, sempre in merito a questioni di vigilanza privata.
  • Dicembre 2013, i carabinieri del comando provinciale di Livorno, nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Napoli contro il clan della camorra Belforte, danno esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carlo Chiaese, nato a Marcianise, del ’65, ma residente a Cecina e proprietario fittizio della società di vigilanza “Fedelpol s.r.l.” . I carabinieri procedono anche al sequestro dei beni della “Fedelpol s.r.l.”, in particolare di 5 conti correnti e 4 automezzi. Sempre a Livorno gli stessi militari sequestrano anche beni intestati alla “Silpress Vigilanza s.r.l.”, con titolare Domenico Di Carluccio, di Marcianise del 1965. Sarà arrestato a Caserta.
  • Gennaio 2014, i carabinieri di Aversa (CE) fermano 12 persone in odor di camorra nell’ambito dei Di Cicco. Da indagini coordinate dalla DDA di Napoli, imponevano ai commercianti di Lusciano (CE) i servizi di una società di vigilanza a loro vicina.
  • Gennaio 2014, la Presidente Boldrini chiede la desecretazione degli atti relativi al ruolo di importanti imprenditori della Vigilanza Privata nel traffico dei rifiuti tossici, ritenuti in odor di complicità con la criminalità organizzata.
  • Febbraio 2014, sedici arresti, otto ai domiciliari, con un provvedimento notificato a un indagato già detenuto e altre 27 persone denunciate in stato di libertà. E’ il bilancio dell’operazione ‘Prato verde’ della Dia di Catania, che disarticola una frangia del clan dei Cappello, eseguendo 25 arresti tra la Sicilia, la Lombardia, la Sicilia e la Germania. Tra gli affari al centro dell’inchiesta, oltre al solito spaccio di droga, il ‘guardianiaggio’ di terreni imposto con metodi mafiosi agli agricoltori della Piana di Catania, tramite il quale la cosca controllava il territorio in questione.
  • Aprile 2014, la Guardia di Finanza arresta il prefetto di Benevento, Ennio Blasco, a seguito di un’inchiesta condotta dalla Procura di Avellino per presunti episodi di corruzione relativi a certificazioni antimafia rilasciate a imprese di vigilanza privata facenti capo ai fratelli Carmine e Carlo Buglione, nel periodo tra il 2009 e il 2011 (vedasi notizia dell”aprile 2010). Il prefetto Blasco, per favorire le imprese di vigilanza privata dei suddetti Buglione avrebbe in ipotesi accettato gioielli, viaggi, un’auto con autista per i suoi spostamenti e perfino il pagamento di spese di lavanderia.
  • Luglio 2014, secondo indagini della Dda di Napoli, l’ex direttore del Consorzio unico di bacino delle province di Napoli e Caserta, Antonio Scialdone, durante la campagna elettorale per le amministrative comunali di Vitulazio del giugno 2009, avrebbe promesso a Maurizio Fusco, considerato referente di zona del clan dei casalesi, in quota Schiavone, l’assunzione di alcuni familiari in società di vigilanza privata e in società operanti nel settore della gestione dei rifiuti.
Potrei continuare, ma credo che il quadro sia già abbastanza esaustivo.
Ormai gli uomini e le donne della vigilanza privata sono circa 50mila unità. Persone che vengono sbattute in strada, senza formazione, costrette a lavorare senza sosta giorno e notte, e che rischiano la pelle per mille euro al mese. Per diventare vigilante basta essere incensurati e ottenere il porto d’armi. Non è previsto alcun test attitudinale o psico-fisico, ma solo un corso di quattro ore dentro un poligono di tiro, al termine del quale si diventa automaticamente guardia particolare giurata. Il vigilante, poi, si deve procurare la pistola, che rimane in suo possesso anche in caso di perdita del lavoro.
Molti di questi arrivano anche a togliersi la vita perché non più in grado di andare avanti, stressati e oppressi da un lavoro che non ti consente una vita normale e serena.
Va da se che anche in questo settore a farla da padrone, in maniera devastante, è l’assurda regola del massimo ribasso, prevista negli appalti. In questa giungla, di fatto, le imprese, anche quelle infiltrate e patrocinate dalla criminalità organizzata, continuano naturalmente a fare affari, schiavizzando i lavoratori, portandoli alla fame con contratti di precariato e allo stremo con orari pazzeschi.
Ovviamente a pagare il dazio in tutto ciò sono le aziende linde e pinte, che scontano questa forte ingerenza della criminalità organizzata, probabilmente, costrette ad accontentarsi delle briciole.
Da anni le società colpite da provvedimenti antimafia, pur chiaccherate la fanno franca grazie a una normativa che è un colabrodo. Un semplice ricorso al Tar e una rapida operazione di maquillage, mettendo nel consiglio d’amministrazione figli, nipoti, o teste di legno, sono sufficienti per continuare a delinquere.
Ma gli escamotage non finiscono qui. Molte aziende, per avere un canale privilegiato con Prefetture o Questure, assumono ex appartenenti alle forze di polizia, nella maggior parte dei casi funzionari o ufficiali, cui assegnano ruoli apicali. In questo modo si lavora meglio e le autorizzazioni sono rilasciate più agevolmente dal prefetto. I titolari della licenze, in Italia sono circa 900. Devono essere incensurati e avere cinque anni di esperienza nel settore o avere frequentato un master. Fin qui tutto bene, ma il problema è che dietro al titolare della licenza, spesso, c’è qualcun altro che comanda.
E tutto questo pandemonio mentre le forze dell’ordine chiudono i posti di polizia e gli istituti di vigilanza proliferano.

Un vecchio articolo sulla triste storia di Luigi Coppola. Un calvario senza fine di un Testimone di Giustizia che lo Stato la settimana scorsa ha ripagato con un “foglio di via” da Roma per tre anni

Il testimone scaricato dallo Stato e cacciato dal Viminale: “Mi restano in tasca solo 70 centesimi”
In sciopero della fame per protesta contro la revoca della scorta il testimone di camorra Luigi Coppola racconta la sua epopea: “Lo Stato mi ha abbandonato”

di Claudia Daconto

La scorsa settimana Panorama. it aveva raccolto la denuncia-video del testimone di camorra Luigi Coppola in sciopero della fame per protesta contro la revoca della scorta. Oggi sono esattamente due settimane che l’imprenditore campano di 47 anni e sua moglie Michela dormono in macchina davanti al ministero dell’Interno nella vana attesa di essere ricevuti dal ministro Anna Maria Cancellieri.

Qualche giorno fa Michela, 42 anni, mamma di due figli di 14 e di 17 anni, ha avuto un malore. I medici del San Camillo che l’hanno visitata hanno diffidato Luigi dal continuare a non farla mangiare.
“Ma io ho solo 70 centesimi in tasca – ci confessa sconsolato il marito – e anche volendo non saprei come fare”.
Perché non torna a casa, a Pompei? Gli chiediamo, “Non so come arrivarci, non posso nemmeno comprare i biglietti del treno”, la risposta di un uomo disperato che dopo aver denunciato nel 2001 i suoi estorsori e testimoniato, fino al 2009, in numerosi processi contro i clan della camorra del napoletano, facendo scattare decine di arresti e portando a quasi trenta condanne definitive, oggi si sente, ed è, abbandonato dallo Stato. Lo stesso Stato con cui ha deciso, ormai oltre 10 anni fa, di collaborare in nome di un principio di legalità e giustizia e per cui ha perso tutto e rischiato altrettanto.
Ieri pomeriggio, giunti all’esasperazione per una situazione che non ha mai dato segni di potersi sbloccare, la coppia ha tentato, invano, di entrare nel dicastero di Piazza del Viminale. Immediata è stata infatti la reazione del personale di guardia che, racconta Coppola, ha letteralmente scaraventato i due fuori dal palazzo. “Una quarantina di persone, tra poliziotti, funzionari, guardie giurate, ci hanno strattonati e buttati fuori. Siamo stati insultati, ci hanno dato dei battitori di cassa, ci hanno detto che il ministero non è un bancomat e che il ministro non ci avrebbe mai ricevuto perché tutto quello che si poteva fare noi era stato fatto. Alla richiesta di Michela di aiutarci a trovare un lavoro ci hanno risposto che il Viminale non è un ufficio di collocamento”.
In verità Luigi Coppola, come ci ha spiegato lui stesso, ha già ricevuto dal ministero circa 250mila euro per riavviare la sua attività di rivenditore di auto dopo essere stato costretto a sospenderla negli anni in cui è vissuto sotto protezione. Soldi spesi per acquistare gli autoveicoli, come prova la documentazione che Coppola ha regolarmente fornito al ministero sull’utilizzo di questi fondi, ma che purtroppo non sono stati sufficienti a far ripartire il negozio ormai disertato dai clienti dopo la scelta di Luigi di collaborare con la giustizia e denunciare i camorristi della zona. Una scelta che gli ha inflitto addirittura l’umiliazione di una richiesta, parte del sindaco di Pompei, sollecitato dai suoi concittadini, ad andarsene dal paese perché ormai indesiderato.
“Non è giusto che ad altri collaboratori, che non hanno mai avuto un’impresa, siano stati dati gli stessi soldi, se non di più, che hanno dato a me e che, a differenza mia, che li ho dovuti tutti investire documentando ogni spesa, se li sono messi in tasca puliti beneficiando, in alcuni casi, anche di un’abitazione pagata dal ministero”.
Quello che oggi vorrebbe Coppola, la cui richiesta è però stata esaminata e bocciata per due volte dal Viminale, è un lavoro. Aspirazione di molti altri testimoni di giustizia nelle sue stesse condizioni.
Da circa un anno giace in commissione giustizia del Senato una proposta di legge, appoggiata da un vasto schieramento politico bipartisan, per l’assegnazione di un impiego nella Pubblica amministrazione agli ex collaboratori.
E mentre tutto è fermo, i clan – dai Pesacane di Boscoreale, ai Cesarano di Pompei e Castellammare di Stabia che Luigi Coppola ha contribuito a decapitare, e che tempo fa gli hanno fatto ritrovare una bottiglia contenente liquido infiammabile e alcuni proiettili in auto – ringraziano.
Lui e la sua famiglia, invece, tremano. Ma con soli 70 centesimi in tasca e nulla più da perdere, a parte la dignità, dicono “Ormai siamo pronti a tutto

Testimoni di Giustizia, vuoti a perdere. La triste storia di Luigi Coppola, sfruttato dallo Stato e buttato come uno straccio

“Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Cantava così Giorgio Gaber e non so se Luigi Coppola, testimone di giustizia dopo la vicenda accaduta nella giornata di ieri pensa più alla fortuna o sfortuna di essere italiano. In un paese che si fonda sulla democrazia è triste sapere che un pezzo di stato la calpesti con i suoi gesti. Nella giornata di ieri Luigi Coppola con altri dieci testimoni di giustizia si era recato innanzi ai palazzi delle istituzioni romane per protestare contro la cancellazione delle speciali misure di protezione nei confronti dei testimoni di giustizia e dei propri nuclei familiari dopo la chiusura dei processi.

Come a dire: arrivederci e grazie, se la camorra vuole. Una vicenda che mette a rischio la vita di coloro i quali hanno collaborato in importanti inchieste. Ebbene Luigi ed i suoi sfortunati amici vengono bloccati e portati in commissariato alle 9 del mattino, e dopo la minaccia di dare loro il cd “foglio di via” per tre anni da Roma, vengono trattenuti per tutta la giornata nello stesso commissariato. Quando ho sentito telefonicamente il testimone non credevo alle mie orecchie, invece ahimè, era tutto vero. Una normale giornata di regime in un paese democratico. La cosa assurda al di là della violenza psicologica nei confronti di chi manifestava per ottenere un diritto negato, è il trattamento che lo Stato usa nei confronti di chi collabora.

Se sei camorrista bene, avrai protezione ed un futuro a spese dei contribuenti; se sei un commerciante, un imprenditore che aiuta con le proprie denunce a mandare in galera camorristi mettendo a rischio la propria vita e quella dei suoi familiari, ti devi affidare al padreterno! Peccato che Luigi e gli altri Testimoni non sono mai stati camorristi! La differenza sostanziale tra i due istituti sta nel fatto che i collaboratori (i cd pentiti) sottoscrivono un “contratto” con lo Stato basato sulla fornitura di informazioni provenienti dall’interno dell’organizzazione criminale in cambio di benefici processuali, penali e penitenziari, della protezione e del sostegno economico per sé e per i propri famigliari. I testimoni invece forniscono la loro testimonianza relativamente all’accadimento di un fatto delittuoso e per tale ragione godono di una protezione da parte degli organi dello Stato appositamente creati. Non dico di trattare allo stesso modo anche sotto l’aspetto economico le due figure che hanno pari importanza nelle questioni giudiziarie, ma almeno di mettere al sicuro anche i testimoni! La storia di Luigi è alquanto singolare.

Luigi Coppola è un testimone di giustizia. Nel 2001 commerciava auto, denunciò le estorsioni e l’usura subite facendo scattare decine e decine di arresti che hanno portato a quasi trenta condanne definitive. In pratica, grazie alle sue testimonianze, viene decapitato il clan di Boscoreale, i Pesacane, e quello dei Cesarano della zona di Pompei e Castellammare di Stabia. Come in tutte le fiabe, viene subito protetto e coccolato dallo Stato, e nel 2002 viene inserito nel programma di protezione testimoni assieme alla sua famiglia, moglie e due figlie. A riportare con i piedi per terra Coppola è quel sistema per cui chi denuncia non viene obbligato a rimanere nella sua terra per dare un segnale forte ai clan, ma viene sradicato e portato in giro come un pacco postale, assieme alla sua famiglia, come un pentito di mafia da nascondere. Solo nel luglio 2007 riesce a tornare nella sua terra, la Campania, precisamente a Pompei.

E proprio allora quel che sembra un lieto fine si trasforma in un incubo: la sua concessionaria d’auto viene disertata dagli acquirenti, la gente del suo paese fa persino una petizione al sindaco per cacciarlo da Pompei e quando si reca dal Prefetto di Napoli, quest’ultimo quasi giustifica chi non lo vuole a Pompei. E siccome le vergogne viaggiano sempre in compagnia, i proprietari dell’abitazione presso cui era in affitto con un giro di valzer lo buttano fuori di casa; Luigi ne cerca un’altra, prova anche a comprarne una, ma la risposta è sempre la stessa: a lei non si loca né si vende. Luigi per un certo periodo ha dormito nella macchina di scorta sotto il palazzo comunale. Nel frattempo accade ciò che per un testimone di giustizia è l’inizio della fine: la sua ultima deposizione è nel marzo 2007 e i processi, nel 2009, arrivano alla Cassazione, dunque Coppola non serve più e può essere avviato allo smaltimento rifiuti.

Così, magicamente, nel gennaio 2010 il Viminale gli notifica la decisione di revoca, seduta stante, della scorta e della vigilanza fissa sotto la sua abitazione. Nella delibera della commissione centrale del Ministero dell’Interno si legge che anche la Prefettura ha comunicato che la posizione di Coppola è stata esaminata e visto che i suoi “impegni giudiziari sono da tempo terminati” e che le persone da lui denunciate sono attualmente detenute, Luigi non rischia niente. Tutto ciò, è bene dirlo, non è uno scherzo. Da allora più volte la camorra si è fatta sentire con segnali, minacce. Oggi a farsi sentire è lo Stato cancellando il suo diritto a manifestare e minacciando. Al peggio non c’è mai fine!!!

Tonino Scala

L’antimafia a comando. Quando l’”antimafia” viene gestita dalla politica!!! Ecco perché la vera antimafia deve stare lontana dai partiti e dalle istituzioni che li rappresentano

Mascariamenti, accuse di corruzione e di mafia, lotte al coltello sotto il tendone dell’antimafia. Il Pd e il centrosinistra offrono questo spettacolo a elettori e militanti sgomenti. Forse sarebbe il caso di rileggere Sciascia. 

Ogni volta che c’è in gioco una posizione di potere, una poltroncina in prima fila, torna l’antimafia a comando. Lampeggia l’avviso in calce alla polemica: attenzione, il mio collega di partito, il mio vicino di coalizione, colui che, fino a ieri, era l’amico prediletto, adesso risulta corrotto e mafioso. Io che vi parlo dal pulpito ho il crisma dell’alfiere della purezza, gli altri sono, nel migliore dei casi, conniventi. Si tratta di un vecchio numero da circo, di una bomba a mano funzionale al mantenimento delle posizioni nelle trincee della politica. I ragionamenti non la disinnescano. Non ci riuscì neanche Sciascia con quel monumento di articolo sui professionisti dell’antimafia (intuizione esatta, con l’esempio sbagliato di Paolo Borsellino, integrazione utile per chiarire, ndr). Ed era Leonardo Sciascia, uno che aveva capito tutto. Eppure lo chiamarono quaquaraquà. Una antica tradizione di sinistra, l’antimafia-accusa a comando, che va a braccetto con l’altro
costume in voga: il massacro dei compagni, piuttosto che degli avversari. Una memoria di coltellate giunta fino ai giorni nostri, dopo avere dribblato anni di mascariamenti. Basta riascoltare – per rendersene conto – Beppe Lumia, al convegno del Megafono, mentre maledice, in odio al ‘consociativismo’: “quella parte del Partito democratico, esso stesso un partito burocratico e clientelare e con tratti anche di affarismo e di corruzione mafiosa”. Affarismo, corruzione e mafia, le chiavi di volta dell’anatema lumiano alla convention megafonista di Taormina, spese per tracciare il perimetro della scomunica. Buttate lì per distinguere i buoni dai cattivi. Munizioni indispensabili nella difesa del fortino di Rosario Crocetta dall’assalto di “quella parte del Pd” che vede il governatore come fumo negli occhi. Artiglieria antimafiosa. Lo ha sottolineato, con un giudizio graffiante, anche il segretario regionale dei democratici, Fausto Raciti: “E’ insopportabile l’ipocrisia di chi pretende di rilasciare patenti di moralità a seconda che si contesti o meno il governo della Regione Sicilia”. L’antimafia a comando questo fa. Distribuisce “la patente”, seguendo il canone dell’amicizia o dell’inimicizia, dell’interesse o del disinteresse. E finisce per sconfessare, con la sua ossessione partigiana, l’antimafia seria che lavora sul campo, perseguendo – se si mantiene equilibrata e rifugge dalla retorica – il traguardo della giustizia. A margine, sarebbe opportuno rivolgere al senatore Lumia qualche domanda. Se il Pd è un obbrobrio, lo è sempre stato o lo è diventato? E se lo è sempre stato, come era compatibile con la militanza di uno specchiato antimafioso del calibro di Beppe Lumia? Se lo è diventato – poiché la trasformazione non può essere avvenuta in un mese – perché il latore delle accuse non ha denunciato per tempo? In aggiunta, nella damnatio del consociativismo: cosa era il Partito Democratico quando spartiva il potere con Raffaele Lombardo, figura assai diversa – e non c’erano ancora sentenze ad approfondire il solco – dalla sostanza etica e politica di un agglomerato di centrosinistra? Beppe Lumia fu una delle architravi di quel patto. Stava con Raffaele, come ora sta con Saro, senza battere ciglio, sempre nel segno zodiacale dell’antimafia. Tema affatto nuovo, tradizione di sinistra, consuetudine di mascariamenti, l’antimafia a comando. Tanto che il proconsole renziano in Sicilia, Davide Faraone, innestò una sua personale polemica contro ‘la cosiddetta ‘antimafia 2.0′. Disse Faraone: “Ieri c’erano vantaggi a fingere d’ignorare che la mafia esistesse; oggi ci sono vantaggi a proclamare che la mafia esiste e che bisogna combatterla con tutti i mezzi. Il potere fondato sulla lotta alla mafia è molto simile, tutto sommato, al potere mafioso e al potere fascista. Ora, non voglio dire se Sciascia allora avesse ragione o torto, ma sono certo, che quelle riflessioni sono attuali oggi. I 2.0 usano l’antimafia, non soltanto per popolarità e lotta politica, ma per costruire blocchi di potere politico-economici alternativi a quelli esistenti”. Questo è il dettaglio della rissa di cortile e d’antimafia. Sullo sfondo, si narra la deriva del centrosinistra siciliano, ormai separato dal preambolo della questione morale. Enrico Berlinguer predicò
l’urgenza della questione morale, la diversità di chi non accetta compromessi al ribasso che stravolgano l’identità di un cammino, perché mira davvero al rinnovamento. Pio La Torre visse e morì della prassi della questione morale che, in Sicilia, coincide con una schietta etica antimafiosa e si riconosce nella costruzione della legalità di sostanza, non nella sua mascherata. I successivi detentori del marchio hanno progressivamente ripudiato la via maestra, per praticare la scorciatoia dell’inciucio senza rinnovare alcunché. Hanno contrabbandato l’inganno della rivoluzione, prendendo la questione morale siciliana a paravento. Hanno falsificato l’antimafia, trasformandola in contraffazione, per garantirsi la salvaguardia delle poltroncina. Così, tra macerie e coltellate, si consuma l’ultimo fiato di ‘qualcosa’ che annotava ambizioni di rinascita, sbandierando il pedigree di gloriose battaglie trascorse. Sotto le bandiere di una volta, uomini e cose hanno cambiato verso, ma nel senso della speranza tradita. Se Raffaele Lombardo fu la quintessenza del compromesso, Rosario Crocetta è l’inveramento di un incubo (ci sono solo due percorsi drammatici e portano entrambi alla devastazione: la sfiducia come atto supremo di suicidio, il sostegno come agonia, lento spegnimento). L’antimafia è la tenda che copre questo circo degli orrori. Faraone si tranquillizzi, se può, davanti a un simile spettacolo e risolva finalmente il dilemma. Sciascia aveva ragione.

Le mafie controllano le filiere alimentari

La mafia si siede a tavola. Il conto è di 14 miliardi

I clan gestiscono le filiere alimentari. Dal latte alla carne c’è il rischio adulterazioni

Non solo droga e traffici illeciti, Mafia Spa, si è seduta anche a tavola, su quella delle migliori produzioni alimentari del «made in Italy», contabilizzando del suo conto economico una cifra di circa 14 miliardi di euro. A spiegare come le ramificazioni della criminalità organizzata siano ormai solide anche nel settore alimentare è stata la Coldiretti in un’indagine sul prezzo dell’illegalità, presentata al Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione che si è chiuso ieri a Cernobbio. MAFIA E MOZZARELLA La criminalità – sottolinea Coldiretti – controlla in molti territori la distribuzione e talvolta anche la produzione di interi comparti. Nella rete mafiosa sono entrate le filiere del latte, della
carne, della mozzarella, dello zucchero, dell’acqua minerale, della farina, del pane, del burro, della frutta e della verdura. I criminali con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione impongono la vendita di determinate marche e determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della crisi economica, arrivano a rilevare e gestire direttamente. Non solo «si appropriano di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma – conclude la Coldiretti – compromettono in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio Made in Italy». Un fenomeno in netta controtendenza rispetto alla fase recessiva del Paese, perché la criminalità organizzata trova terreno fertile proprio nel tessuto economico indebolito dalla crisi. Proprio per contrastare questi fenomeni la Coldiretti insieme all’Eurispes ha promosso la Fondazione «Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare» con il procuratore Giancarlo Caselli alla guida del Comitato Scientifico della Fondazione e il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo alla presidenza. IL FALSO «BOCELLI» La contaminazione a tavola non è solo causata dal crimine. Molti operatori economici, non legati alle mafie, approfittano della crisi per portare a tavola alimenti adulterati o prodotti frutto di sofisticazioni. È sempre la Coldiretti che indica alcuni esempi di falso cone il prestigioso vino spumante del tenore Bocelli fino alle finte cotenne di prosciutto di Parma utilizzate per fare i fagioli con cotiche, piatto povero della tradizione. Proprio a Cernobbio i carabinieri dei Nas hanno allestito la prima esposizione degli strumenti di contraffazione e dei prodotti alimentari sequestrati in Italia. Le frodi a tavola – ha sottolineato la Coldiretti – consentono un guadagno che va da 5 a 60 volte il costo della sofisticazione a seconda del prodotto e colpiscono soprattutto i simboli del Made in Italy per il valore aggiunto che garantiscono. Si va dai marchi dei vini più prestigiosi come il Brunello, il Chianti o il Morellino di Scansano fino alle confezioni contrassegnate da marchi appartenenti a ditte inesistenti che contengono olio di semi allungato con clorofilla e spacciato come extravergine. L’attività dei carabinieri dei Nas ha consentito di smascherare anche mozzarelle fasulle ottenute dalla lavorazione anche con sostanze chimiche di semilavorati industriali, dette cagliate, importati dall’estero come i cosci di prosciutto marchiati come Parma grazie all’utilizzo di falsi punzoni. Ma la nuova frontiera delle frodi è internet dove si moltiplicano le offerte di prodotti contraffatti come le «smart drugs» oggetto di ripetuti sequestri. IL RECORD Con la crisi sono praticamente quadruplicate le frodi a tavola con un incremento record del 277 per cento del valore di cibi e bevande sequestrate perché adulterate, contraffate o falsificate, per garantire la sicurezza alimentare. La Coldiretti è arrivata a questo risultato analizzando l’attività svolta dai carabinieri dei Nas dal 2008 al 2014. Nei primi nove mesi del 2014 sono stati sequestrati beni e prodotti per un valore di 318,7 milioni di euro soprattutto con riferimento a prodotti base dell’alimentazione come la carne (29 per cento), farine pane e pasta (16 per cento), latte e derivati (12 per cento), prodotti ittici (9 per cento), ma anche in misura rilevante alla ristorazione (15 per cento) dove per risparmiare si diffonde purtroppo l’utilizzo di ingredienti low cost che spesso nascondono frodi e adulterazioni. L’attività dei carabinieri dei Nas nei primi nove mesi del 2014 ha portato all’arresto di ben 10 persone mentre 1310 sono state segnalate all’autorità giudiziaria e 7672 a quella amministrativa. «Le frodi a tavola si moltiplicano nel tempo della crisi soprattutto con la diffusione dei cibi low cost e sono crimini particolarmente odiosi perché si fondano sull0inganno nei confronti di quanti, per la ridotta capacità di spesa, sono costretti a risparmiare sugli acquisti di alimenti», ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che «oltre un certo limite non è possibile farlo se non si vuole mettere a rischio la salute». Gli ottimi risultati dell’attività di contrasto messa in atto dalla Magistratura e da tutte le forze dell’ordine impegnate confermano la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie troppo larghe della
legislazione a partire – ha concluso Moncalvo – dall’obbligo di indicare in etichetta la provenienza della materia prima impiegata. SALUTE A RISCHIO L’illegalità e le frodi alimentari in aumento, instillano insicurezza nei consumatori, al punto che il 65 per cento degli italiani ritiene che la crisi abbia fatto aumentare i rischi alimentari. L’indagine Coldiretti anzi evidenzia peraltro che ben il 12% dei consuimatori italiani dichiara di esserne stato vittima. Sotto accusa per un italiano su cinque sono i cibi low cost dietro i quali spesso si nascondono, infatti, ricette modificate, l’uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi ma – denuncia la Coldiretti – possono a volte mascherare anche vere e proprie illegalità, come è confermato dall’escalation dei sequestri. A preoccupare il 21% è invece l’apertura delle frontiere con l’arrivo di alimenti che vengono da Paesi lontani con diverse condizioni sanitarie e produttive, ma che – sostiene la Coldiretti – non possono essere ben identificati sugli scaffali per la mancanza di un sistema trasparente di etichettatura di origine.

(Tratto da Il Tempo)

Il boss del clan Lo Russo era domiciliato a Gaeta ed i cittadini e gli amministratori gaetani dormono sonni tranquilli

UN ALTRO CAPOSALDO DELLA CAMORRA NEL SUD PONTINO SMANTELLATO DAI CARABINIERI.
COMPLIMENTI ALLA COMPAGNIA DI FORMIA
Non è tanto la cronaca a se stante che ci interessa quanto il “quadro” nel quale questa si va ad inserire.
Un altro caposaldo della camorra è stato smantellato dai Carabinieri nel sud pontino e di questo dobbiamo essere grati agli investigatori ed al Comandante della Compagnia di Formia, i quali hanno saputo dimostrare di saper fare un lavoro davvero eccellente.
Complimenti.
Un pericoloso pregiudicato appartenente al clan Lo Russo è stato catturato e neutralizzato.
Era domiciliato a Gaeta.
Non si trattava di uno qualsiasi, ma di un capo, imparentato, sembra, con il boss, il capo del clan e, quindi, un boss anch’egli..
La notizia per noi finisce qua.
Quello che ci interessa, invece, è il “quadro” che da essa emerge.
Di Gaeta e della presenza mafiosa in essa si parla da decenni, anche se la gente e gli amministratori sembrano di non volersene rendere conto.
Di mafia a Gaeta si cominciò a parlarne quando furono confiscate tantissime proprietà ai Magliulo, quasi una decina fra abitazioni e terreni.
Oggi sono tutte di proprietà del Demanio e, peraltro, inutilizzate e non messe a profitto.
Si parlò, poi, di una presenza, che sarebbe stata individuata dalla Guardia di Finanza, di soggetti sospettati di far capo alla ex Banda della Magliana.
Poi, ancora, di quella di una impresa, impegnata nella realizzazione dei primi lavori di ampliamento del Porto di Gaeta che sarebbe stata riconducibile a familiari di Toto’ Riina ma con sede legale nel nord.
Infine, del colpo grosso delle voci sui traffici nel Porto, delle vicende collegate con l’assassinio di Ilaria Alpi e delle dichiarazioni di Carmine Schiavone il quale ha parlato delle provincia di Latina e, in particolare, di Gaeta e Formia come della “provincia di Casale”.
In videoconferenza ad un processo che si è svolto qualche settimana fa a Latina, sempre Schiavone è tornato a parlare del… “Porto di Gaeta”…
Un nome che ricorre da anni e spesso ogni volta che si parla di camorra, come di una sorta di crocevia degli affari dei Casalesi e non solo.
Un nome che ritorna sempre allorquando si parla di una catena di iniziative economiche che interesserebbero vari quartieri e varie vie di Gaeta, da quello di Porta di Terra-via Begani a quello di Via Bologna-via Garibaldi-Via Sermoneta ed altri ancora e che vedrebbero, come attori, quasi tutti soggetti provenienti da oltre Garigliano.
Iniziative, queste, di natura edilizia.
Per non parlare, poi, di quelle di natura commerciale.
Qualcuno, in passato, ha parlato di Gaeta come di “una lavatrice di denaro della camorra”, ma, poi, ha subito taciuto, come se qualcuno fosse intervenuto per farlo tacere.
Ma l’aspetto che oggi sorprende è quello che riguarda, oltre che la presenza presunta di presenze “casalesi”, anche quella del livello di altri clan.
Nel caso di ieri, del clan Lo Russo
Tutto ciò, mentre cittadini ed amministratori gaetani dormono sonni tranquilli!

Testimoni di Giustizia, nessuno vuole parlarne. Verità scomode?

BARI – Un uomo è stato ucciso e il suo corpo distrutto dalle fiamme nelle campagne di Valenzano, a sud di Bari: l’ipotesi investigativa, tutta da confermare, è che i piccoli frammenti di ossa recuperati sotto un albero carbonizzato possano appartenere al corniciaio Alessandro Leopardi, ex testimone di giustizia scomparso il primo ottobre scorso. Sulla vicenda i carabinieri della compagnia di Triggiano, coordinati dal pm Manfredi Dini Ciacci, indagano per omicidio volontario.

Per accertare l’identità della vittima la Procura ha affidato al medico legale Francesco Introna l’incarico per compiere gli esami antropologici e l’estrazione del Dna. L’esito di questi accertamenti, eseguiti oggi pomeriggio nell’istituto di medicina legale dell’Università di Bari, non si conoscerà prima di venti giorni. L’ipotesi che i resti appartengano al corniciaio scomparso da Valenzano cinque giorni fa, rafforza i sospetti che Leopardi sia stato vittima di una lupara bianca.

Già dalle prime ore dopo la denuncia della moglie, l’attenzione degli investigatori si era concentrata sul passato dell’uomo. Nel 2005 aveva denunciato tre pregiudicati ritenuti vicini al clan barese Stramaglia. Sulla base delle sue dichiarazioni erano finiti in manette Michele Buscemi (nipote del boss ‘Chelangelò Stramaglia, ucciso in un agguato mafioso nel gennaio 2008), Luca Masciopinto e Matteo Radogna, attualmente tutti e due a piede libero.
Dopo quella denuncia Leopardi aveva lasciato la Puglia e, fino al 2011, ha vissuto nelle Marche sotto protezione come testimone di giustizia. E’ tornato a Valenzano con la famiglia per sua scelta e, fino ad oggi, non aveva avuto – a quanto è dato sapere – nè minacce nè ritorsioni. Non ci sono del resto elementi che colleghino la scomparsa con quella vicenda giudiziaria.

Ma il caso si presta a commenti. Per Davide Mattiello (Pd), componente della commissione Antimafia, “la valutazione della attualità e della gravità del pericolo in situazioni come questa è rimessa alla Procura distrettuale, che può proporre il soggetto esposto all’attenzione della Commissione centrale affinché questa disponga le misure speciali previste dalla legge. Mi chiedo se dal ritorno in località d’origine del Leopardi, siano state fatte queste valutazioni”.

Mattiello chiede attenzione anche per un altro ex testimone di giustizia, Francesco Di Palo, “uscito dal programma di protezione e tornato in località d’origine, Altamura (Bari) “. “Confido nella massima attenzione da parte della Procura barese: non si può abbassare la guardia mai. Proprio per la prossima settimana – conclude – è attesa la sentenza di primo grado per l’assassinio di Domenico Noviello”, punito per denunce che aveva fatto diversi anni prima.

Il viceministro Bubbico promette magie!

DA TESTIMONE DI GIUSTIZIA FIN DAL LONTANO 2001 CREDO DI POTERMI PERMETTERE DI CONTRADDIRE LE PROMESSE DI BUBBICO IL QUALE CONTINUA AD ILLUDERE I CREDULONI E MEGLIO ANCORA COLORO CHE FRESCHI DI ESCA SI SONO TROVATI AD ENTRARE IN UN TUNNEL CHIAMATO PROTEZIONE CHE IO PER ESPERIENZA CHIAMEREI SPROTEZIONE E NON PER ATTACCARE IL “SERVIZIO CENTRALE PROTEZIONE” MA BENSI’ PER EVIDENZIARE CHE IL MALE ARRIVA DA UN PROBLEMA PIU’ PROFONDO MA CHE OGNUNO FA FINTA DI NON CONOSCERE O FAR EMERGERE PERCHE ‘ FA COMODO COSI’. PURTROPPO LE LAMENTELE SONO PERENNI COME PURE LE PROMESSE CHE NEGLI ANNI SI SONO SUSSEGUITE. LA VERITA’ E’ UNA SOLA. CHI DENUNCIA DIVENTA UN PESO E LO STATO CHE DOVREBBE ESSERE GARANTE DI ALLEVIARE LE PENE CHE INEVITABILMENTE AFFLIGGONO CHI SI OPPONE AL CRIMINE DIVENTA ANCH’ESSO UN NEMICO. ANZI LO STATO TENDE A LIQUIDARTI CON POCHI SPICCIOLI PUR SAPENDO CHE CHI DENUNCIA PERDE LA POSSIBILITA’ DI SVOLGERE ATTIVITA’ E ANCORA PIU’ GRAVE PERDE LA POSSIBILITA’ DI AVERE UNA VITA SOCIALE NORMALE CHE GIA’ LA PROTEZIONE SI PERDE. MA QUESTO IL BUON BUBBICO NON LO DICE NE’ ALTRI LO HANNO DETTO E MAI LO DIRANNO SALVO LA POLITICA DELL’APPARIRE E LE ASSOCIAZIONI CHE SU DI NOI HANNO FATTO E FANNO CARRIERA E SOLDI
E POI CI SONO I TESTIMONI DEI CERCHI MAGICI QUELLI DEL PERICOLO A VITA SEMPRE ACCUDITI E SCORTATI
COME CI SONO I TESTIMONI PER CONVENIENZA CHE A TAVOLINO HANNO STUDIATO LE MOSSE ECONOMICHE
QUINDI BUBBICO QUANDO ASSERISCE CHE I TESTIMONI SONO COSCIENTI CHE LUI SI STA IMPEGNANDO SI RIFERISCE A QUELLI DEL CERCHIO MAGICO OPPURE A CHI A TAVOLINO STUDIA ANCORA LE MOSSE DA PORTARE AVANTI
NON PENSO CHE BUBBICO POSSA RIFERIRSI ALLO SCRIVENTE VISTO CHE GLI AVEVO CHIESTO DI FARMI VISITA A ME E FAMIGLIA IN POMPEI PER RENDERSI CONTO DI COME NON VIVE UN VERO TESTIMONE DI GIUSTIZIA UNO CHE E RITORNATO NELLA PROPRIA TERRA RIAPRENDO LA PROPRIA ATTIVITA SFIDANDO GLI OSTACOLI DELLA CRIMINALITA E DELLE STESSE ISTITUZIONI CHE NON GRADIRONO IL MIO RITORNO
E TUTTORA CI TRATTANO COME ESSERI INUTILI LASCIATI A MENDICARE, A VIVERE TRA AUTO E UN CAPANNO, A SCAPPARE DALLE INTIMIDAZIONI CAMORRISTICHE
E TUTTORA A RICEVERE PORTE IN FACCIA DICHIARANDOCI AUTORI DELLA NOSTRA DISFATTA
BUBBICO SI DOVREBBE VERGOGNARE DI ESSERE IL PRESIDENTE DI UNA COMMISSIONE DEL VIMINALE CHE PUR SAPENDO DEI TANTI TORTI NULLA STA FACENDO PER RIMEDIARE E RIDARE DIGNITA’ A QUATTRO PERSONE
Luigi coppola e famiglia
Il testimone di giustizia
Che non crede alle favole del pifferaio magico”

E’, questa, appena una, l’ennesima, delle note di indignazione e di protesta che riceviamo quasi quotidianamente dai Testimoni e dai Collaboratori di Giustizia, categorie di persone senza delle quali non sarebbe possibile alcuna azione contro la criminalità mafiosa.
Fossimo in Renzi, avremmo già cacciato dal Ministero degli Interni Alfano, Bubbico ed i vertici di un Servizio Centrale Protezione che si sono rivelati assolutamente inadeguati a gestire un mondo, quello appunto dei Testimoni e dei Collaboratori di Giustizia, così delicato e complesso.
Un mondo che richiede sensibilità, acume, accortezza, disponibilità all’ascolto e, consentitecelo, profondo senso dello Stato.
Sì, perché se questi signori non capiscono che senza Testimoni e Collaboratori, soprattutto, di Giustizia non sarebbe possibile nemmeno impostare un processo contro le mafie, vuol dire che a capo di uno dei Ministeri più importanti e delicati ci sono persone che di senso delle Istituzioni ne hanno ben poco o addirittura zero. Punto. Ci dispiace essere così crudi, ma cominciamo ad essere fortemente preoccupati per le gravissime ricadute che si potrebbero a breve avere sul piano dell’azione di contrasto alle mafie.
Oltre alla sofferenza indicibile che ti provoca, come uomo e, soprattutto, come padre e nonno, nel constatare lo stato di umiliazione profonda in cui sono cadute persone che, da imprenditori per lo più quali erano, sono ridotte oggi a chiederti i 20 euro per una ricarica telefonica o addirittura per comprare il latte ed il pane ai propri figli, qua si paventa la prospettiva di una reazione diffusa che potrebbe portare al rifiuto di continuare a collaborare con la Giustizia e a confermare nei dibattimenti le accuse contro le organizzazioni criminali. Questo per quanto riguarda i processi in corso. Ma ancor più grave è il pericolo che si sta delineando per quanto riguarda gli effetti psicologici che potrebbero ottenersi e che potrebbero portare tantissime persone a rifiutare per l’avvenire di collaborare con lo Stato nella lotta contro le mafie.
E, questo, al di là dell’aspetto umano che pur ci turba e non poco, è quanto ci inquieta in maniera particolare.
Sarebbe la fine della lotta alle mafie.
La resa definitiva dello Stato di diritto alle mafie.
L’affermazione dello stato-mafia.
La fine della civiltà e della democrazia.
Stiamo assistendo a degli spettacoli che, superato il limite del ridicolo, stanno sfociando nella vergogna.
Da una parte leggiamo le promesse miracolistiche di Bubbico e dall’altro le smentite plateali di un Alfano che addirittura prefigura un trasferimento in massa all’estero di Collaboratori e Testimoni. Un ministro che smentisce oggettivamente il suo vice, mentre, al contempo, il cosiddetto “Servizio Centrale Protezione” se ne va per conto proprio, non risponde alle logiche di una pur minima strategia di protezione e fa acqua da tutte le parti.
Una situazione intollerabile sotto ogni aspetto e vista da ogni angolazione: umana, politica, sociale, istituzionale.
Ci sono state già delle azioni di protesta attraverso trasmissioni televisive ed altre –lo sappiamo-ce ne saranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane.
Il livello del malcontento e della rabbia sta montando e questo ci preoccupa notevolmente.
Noi ci siamo permessi di consigliare a qualcuno che ci ha telefonato di rivolgersi, illustrando dettagliatamente lo stato delle cose e prima di organizzare una manifestazione nella Capitale, non più ad Alfano e Bubbico, vista l’inutilità delle richieste precedenti, direttamente al Presidente del Consiglio ed al Procuratore Nazionale Antimafia, Renzi e Roberti ed, eventualmente, anche al Capo dello Stato ed al Presidente e Vice Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia. Bindi e Fava.
Ciò in quanto è probabile che questi non siano stati messi al corrente della gravità della situazione.
Da parte nostra non possiamo esimerci, confermando tutta la nostra affettuosa solidarietà a queste persone coraggiose che hanno messo a repentaglio la vita loro e dei loro cari ed hanno rinunciato ad una vita di benessere, peraltro, riducendosi alla miseria ed alla solitudine, dal rivolgere un accorato appello al Capo dello Stato ed al Presidente del Consiglio dei Ministri perché intervengano personalmente e con urgenza per dare una soluzione il più possibile positiva ad una situazione che sta diventando sempre più preoccupante.

Bubbico parla di Decreto a favore dei Testimoni di Giustizia. Se ne sta parlando da mesi, per non dire anni, ma ancora non si vede niente. Comunque ancora un pò di pazienza…

SPERIAMO!!!
MA, INTANTO, BUBBICO IL 16 MAGGIO U. S. AVEVA DICHIARATO ALL ‘ESPRESSO CHE LA CARTA DEI DIRITTI DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA SAREBBE STATA STILATA “ENTRO 6 MESI, NON UN GIORNO IN PIU’”. I 6 MESI SCADRANNO IL 16 NOVEMBRE PROSSIMO MA LEGGIAMO CHE OCCORRERANNO “2 MESI”. ALTRI DUE MESI SIGNIFICA CHE BISOGNERA’ ASPETTARE NON PIU’ FINO A NOVEMBRE, COME AVEVA PROMESSO, MA FINO A DICEMBRE…
E SPERIAMO ANCORA CHE SI TRATTI DI DICEMBRE 2O14 E NON DI DICEMBRE 2020…
COMUNQUE ARRIVERA’ PURE DICEMBRE, ON. BUBBICO E SE PASSERA’ ANCHE QUEL MESE NON SI DISPIACCIA SE L’ATTACCHEREMO SENZA SOSTA.

Bubbico: “Stileremo la Carta dei Diritti dei Testimoni di Giustizia entro 6 mesi, non un giorno in più”. Lo ha dichiarato all’Espresso che lo ha pubblicato il 16 maggio u. s.. I 6 mesi, ammesso che Bubbico lo abbia dichiarato il 16 maggio giorno stesso della pubblicazione, scadranno il 16 novembre prossimo. Aspettiamo ancora quest’altro mese e non ci pronunciamo ancora, ma ci teniamo a mettere in evidenza che di quella Carta non se ne parla più. Una bubbola? Comunque ancora un pò di pazienza…

Testimoni di giustizia, arriva la Carta dei diritti

Il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico ha istituito una commissione ad hoc. Sociologi, avvocati, magistrati e funzionari del Servizio centrale di Protezione hanno sei mesi per rendere eque le normative a favore di chi rischia la vita per accusare le cosche mafiose

di Piero Messina
16 maggio 2014

La lotta alle mafie avrà un’arma in più. Si chiama “Carta per i diritti dei testimoni di giustizia” ed è il progetto lanciato dal viceministro dell’Interno, Filippo Bubbico, con l’obiettivo di aggiornare e rendere eque le normative a favore di quel drappello di uomini e donne che negli anni sono sfilati di fronte ai Tribunali per accusare le cosche mafiose. Sono quasi un centinaio i testimoni di giustizia che in questi anni stanno offrendo il loro contributo alla Magistratura. Grazie alle loro dichiarazioni, la magistratura è riuscita a disarticolare intere cosche mafiose. I testimoni di giustizia provengono tutti dal Sud e sono inseriti, con i loro familiari, all’interno dei sistemi di protezione. La normativa attuale discende dalla legge sui “collaboratori” di giustizia. La linea di demarcazione tra i due status è netta: il collaboratore è un ex mafioso o un fiancheggiatore che ha deciso di saltare il fosso; il “testimone” è una vittima innocente di fatti di mafia.

Per giungere alla stesura della Carta, il Viminale ha creato una commissione ad hoc, un gruppo composto da sociologi, avvocati, magistrati e funzionari del Servizio centrale di Protezione, che nei prossimi sei mesi avrà il compito di studiare le normative vigenti e proporre le modifiche necessarie. Bubbico promette una svolta in tempi certi.

Perché è necessario cambiare le regole?
“Perché manca un quadro di certezze giuridiche ed operative che valga per tutti. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che sia necessaria un’azione di trasparenza. E spiego perché: i testimoni inseriti nei programmi di protezione non hanno ben chiari i propri obblighi e propri diritti. Così, è necessario per lo Stato rivalutare misure e strumenti, garantire condizioni di sicurezza e risarcire questi cittadini esemplari per i disagi che vivono. Ecco, la Carta dei diritti del testimone di giustizia dovrà creare un quadro di certezze giuridiche ed operative”. La stileremo in sei mesi, non un giorno di più″.

Cosa non ha funzionato?
“Dalla legge del 1991 alle successive modifiche, abbiamo costantemente aggiornato i profili di intervento. Ci siamo adeguati al contesto di volta in volta, creando un modello di risposta in progress che, magari avrà sortito delle soluzioni tampone, ma proprio per la sua natura sperimentale ha causato episodi discrezionali. Non tutti sono stati trattati allo stesso modo. E questo non è più accettabile. Servono regole eguali per tutti, principio caposaldo per una concreta azione legalitaria. Non è più possibile procedere con un quadro normativo che si è consolidato per successive approssimazioni”.

I testimoni come vivono il loro status?
“Stiamo vivendo un paradosso. Lo Stato impegna notevoli fondi sul piano finanziario (per collaboratori e testimoni di giustizia il budget del Servizio centrale Protezione sfiora gli 80 milioni di euro l’anno,ndr) ma anche in termini di risorse umane e strumentali. Ma dai testimoni di giustizia registriamo una insoddisfazione crescente. Ed è comprensibile, purtroppo. Così come è comprensibile il sacrificio silenzioso di migliaia di operatori di giustizia, uomini delle forze dell’ordine e della magistratura, che offrono il loro apporto in condizioni complesse. Con la Carta metteremo mano anche a queste situazioni”.

Perché i testimoni di giustizia si lamentano?
“E’ necessaria una premessa. Chi decide di testimoniare offre un contributo determinante nella lotta al crimine organizzato ed espone se stesso e la sua famiglia a rischi nella sicurezza personale ed a disagi profondi che segnano l’esistenza. La loro vita viene sconvolta perché, in ossequio al dovere di cittadinanza, hanno testimoniato di fatti illeciti o atti violenti. C’è chi ha cambiato città, chi ha deciso di utilizzare nuove identità e chi, infine, ha scelto di restare in trincea, nei luoghi dove ha denunciato le cosche mafiose”.

Tra i testimoni di giustizia che hanno deciso di non lasciare la sua terra e non cambiare identità c’è Ignazio Cutrò. Ora, però, l’imprenditore di Bivona sembra sul punto di arrendersi ?
“Chi ha deciso di continuare a vivere nei luoghi dove sono avvenuti i fatti che ha denunciato è più di un testimone di giustizia. Diventa un testimone di legalità. Lo Stato deve saper cogliere queste risorse strategiche, perché la libertà si conquista restando in trincea. Se mi metto nei panni di chi ha scelto di restare, mi rendo conto di quanto difficile sia la sfida. C’è il rischio di essere isolati da una comunità, le persone che prima ti salutavano non ti rivolgono più lo sguardo, non ti degnano di una parola. In queste condizioni è quasi impossibile immaginare un reinserimento a pieno titolo. Come fa un imprenditore a lavorare in un contesto simile? Questa per noi è una sfida anche culturale, da vincere a tutti costi, perché le mafie si sconfiggono nei tribunali ma anche giorno dopo giorno, grazie al coraggio di chi, essendone stato vittima, ha denunciato”.

Quali misure saranno introdotte?
“Bisogna lavorare su più fronti. In primis, si deve garantire la sicurezza e il benessere psicofisico dei testimoni di giustizia. Abbiamo monitorato la situazione e non posso nascondere che sono tante le persone che soffrono. Poi, si deve puntare a ricostruire la vita economica e sociale di questi cittadini modello, con misure economiche che siano eguali per tutti. Sino ad oggi esistono due linee di ristoro economico: il fondo nazionale antiracket e quello della commissione centrale per la protezione. E’ successo che casi analoghi siano stati trattati in maniera diversi per aspetti puramente formali. Brutalmente, c’è chi ha preso di più e chi meno. E questo non è giusto. Ma ci saranno altre novità sul piano legislativo. E’ in dirittura d’arrivo la norma che consente l’assunzione nella pubblica amministrazione dei testimoni di giustizia. Il decreto attuativo è frutto di uno studio congiunto tra il Ministero dell’Interno e la Funzione pubblica. Abbiamo dovuto superare scogli giuridici non indifferenti: da una parte sancire il diritto all’assunzione, dall’altra la necessità di non svelare i nomi di chi ha assunto una nuova identità. Ostacoli superati”.

http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/05/16/news/testimoni-di-giustizia-arriva-la-carta-dei-diritti-1.165640

Quando gli ideali quali la legalità e il senso di appartenenza ad uno Stato di diritto vengono sottratti dal comportamento di chi dovrebbe essere garante per un mondo libero dalle Mafie

Racconto di vita incredibile di un “meglio che resti ignoto” testimone di giustizia.
Un giorno Lui, il nostro futuro testimone di giustizia, occhi svegli e viso sorridente, trova lavoro in un’impresa. Ottimo stipendio, buona posizione lavorativa. Sveglia presto al mattino ma rientra soddisfatto la sera. Ha fatto il suo lavoro e lo ha fatto bene, onestamente come gli ha insegnato suo padre, quel mito di suo padre, un uomo come pochi.
Passa qualche tempo e un giorno Lui si rende conto che nell’azienda in cui lavora qualcosa non va come dovrebbe. Non vengono eseguiti dei controlli, si risparmia sui materiali, i progetti iniziali promettono perfezione ma l’esecuzione è fallace in fase di realizzazione. Prova a capire, rifà i conti, nel frattempo nota movimenti strani, personaggi strani che si avvicendano, nomi che appartengono a famiglie che contano.
Nessuno parla, nessuno dice niente. Tutti lavorano in silenzio, pur essendo sotto gli occhi di tutti che qualcosa non va per il verso giusto e che, quel qualcosa, può determinare in futuro dei seri problemi, anche per la vita altrui.
Nessuno parla perché gli incidenti accadono e poi, di questi tempi, un posto di lavoro va salvaguardato e poi ogni nostra piccola e misera vita vale sempre più delle vite altrui.
Il nostro lui non riesce a tacere. Pensa che se non parla si sentirà sulla coscienza le vite che possono essere coinvolte da probabili incidenti. E parla, denuncia e… manda in frantumi la sua vita e la sua serenità. Nessuno lo avvisa che, Lui, da quel momento testimone di giustizia sarà un uomo braccato, che nessuno proteggerà per anni e che, anche quando sarà incluso nel programma di protezione, la vita che condurrà non potrà essere una vita “normale”. La sua denuncia è utile, circostanziata, valida. Partono le inchieste, partiranno i processi ma Lui dovrà sottostare a continui spostamenti, a una vita in fuga, dovrà stare con il cuore in gola per chi ama, temendo vendette, senza sentirsi realmente sicuro, sobbalzando quando sente parlare il suo dialetto, quando per i casi della vita si trova davanti qualche malavitoso. Con la sua denuncia ha toccato gli interessi economici di una famiglia, e ha imparato in questi anni di fuga che Loro non dimenticano.
A volte, quando la mattina gli propone una giornata quasi normale, illuminata dal sorriso di chi ama, sta bene. Sorride e pensa a quando potrà uscire da un programma di protezione che vive come insufficiente (che non gli fa dormire sonni tranquilli).
A volte, quando i pensieri della notte non lo abbandonano con i primi raggi del sole, vorrebbe sparire, diventare trasparente, rifarsi una vita lontano, ignoto tra ignoti, cambiando nome, cambiando lingua, lontano da un’Italia che lo ha deluso, per la quale ha sconvolto la sua esistenza, ricevendo in cambio una vita che è un inferno di incertezza e paura. E in quel giorno la rabbia, contenuta dalla sua forza d’animo, è talmente grande che la vorrebbe urlare al mondo, affacciandosi alla finestra. Lui, un uomo che si sente solo.

Programma di protezione
venerdì 17 ottobre 2014

Mafia: Bubbico, assunzioni nella Pa per i testimoni di giustizia. Ci crederemo quando si avvererà. Sono state fatte tante promesse e presi tanti impegni finora, sempre disattesi. Speriamo bene!!!

”Lo Stato è vicino ai testimoni di giustizia: non li abbiamo mai abbandonati. Loro ne sono consapevoli, stiamo lavorando per migliorare il servizio di protezione e le possibilità di reinserimento sociale”. Parola di Filippo Bubbico, vice ministro dell’Interno, che in un’intervista all’Adnkronos assicura: ”Dobbiamo garantire diritti e offrire un quadro di certezze e di trasparenza ai soggetti che hanno titolo a ricevere queste attenzioni e misure” perché hanno testimoniato contro la mafia, contribuendo a far condannare criminali e a scoprire affari illeciti.

Una misura concreta che il governo mette in campo per aiutarli, è il decreto di assunzione nella pubblica amministrazione. ”Una legge dello Stato -spiega Bubbico- prevede una ‘riserva di posti’ per i testimoni. A questa si è aggiunta una legge approvata dalla Regione Siciliana, che prevede per i testimoni siciliani, circa 40, l’assunzione presso strutture regionali o enti locali”. ”Stiamo definendo un protocollo d’intesa con la presidenza della Regione Siciliana -rimarca il vice ministro dell’Interno- per supportarli nell’attività tesa a collocare queste persone nelle strutture della pubblica amministrazione”.

Ma la misura non si ferma nell’isola. ”Per quel che riguarda la legge nazionale -rimarca infatti Bubbico- abbiamo definito il decreto attuativo, che abbiamo inviato al Consiglio di Stato. Abbiamo poi rivisto il testo sulla base di alcuni rilievi che erano stati posti, e lo abbiamo ritrasmesso a Palazzo Spada, che dovrebbe approvarlo nel giro di poco tempo. In questo modo, si partirà con le altre amministrazioni pubbliche su scala nazionale, e c’è da augurarsi che questa misura aiuti concretamente i testimoni di giustizia a trovare lavoro”.

”Chi cambia identità e lascia le terre in cui ha vissuto -spiega ancora Bubbico- ha bisogno di aiuto per inserirsi e trovare un’occupazione, al sicuro dalle minacce di mafia, camorra o ‘ndrangheta”. I testimoni di giustizia provengono principalmente dal Sud e sono inseriti, con i loro familiari, all’interno dei sistemi di protezione. A quanto risulta all’Adnkronos, al 30 giugno 2014 risultano censiti complessivamente 1.244 titolari di programma di protezione, ripartiti in 1.158 collaboratori e 86 testimoni. I familiari beneficiari di misure tutorie ammontano complessivamente a 4.759 unità, di cui 4.496 congiunti di collaboratori e 263 congiunti di testimoni. Nel suo insieme la popolazione protetta ammonta quindi a 6.003 unità, mentre nel primo semestre 2014 il totale delle spese è di 42.077.595 euro.

Ma la lotta alle mafie ha un altro strumento che può incidere e creare altri terreni di possibilità per smascherare gruppi criminali e violenze. E’ la ‘Carta per i diritti dei testimoni di giustizia’, un progetto lanciato dallo stesso Bubbico. Il gruppo di studio sull’applicazione della normativa su testimoni e collaboratori di giustizia è al lavoro, e ”il rapporto finale dovrebbe arrivare entro un paio di mesi”, assicura il vice ministro dell’Interno.

”Il gruppo di studio -sottolinea infatti Bubbico- sta facendo un lavoro approfondito, ci troviamo di fronte a situazioni complesse che meritano attenzione e profondità. Queste non sono semplici pratiche amministrative: si tratta di aiutare persone costrette a cambiare vita perché hanno denunciato la mafia. Il coraggio va premiato, siamo tutti dalla stessa parte, quella dello Stato, contro mafie, connivenze e omertà”.

Il lavoro del gruppo di studio, sottolinea Bubbico, ”indicherà come migliorare il servizio di protezione. Abbiamo verificato -fa notare il numero due del Viminale- come, nonostante lo Stato spenda circa 80 milioni di euro l’anno impegnando tantissimi agenti delle forze di polizia, ci sia una percezione da parte dei beneficiari di queste misure che non sempre corrisponde agli investimenti fatti dallo Stato. L’obiettivo è migliorare la qualità della protezione”.

Per questo, prosegue Bubbico, ”il gruppo di lavoro realizzerà un bilancio umano e sociale di queste esperienze per approdare a una definizione di una ‘Carta dei Diritti’, per rendere trasparenti le reciproche obbligazioni tra Stato e testimoni. Spesso accadde che i testimoni, ma anche i collaboratori, non conoscendo i propri diritti, non riescano a capire neanche i loro doveri. E’ importante definire il perimetro”.

Insomma, vanno migliorate le criticità del sistema di protezione, ma il Viminale è al lavoro per affrontarle, ”perché possano essere risolte le condizioni di sofferenza che spesso leggiamo in chi, avendo cambiato amicizie, abitudini e luoghi in cui ha costruito la propria vita, fa fatica a trovare un nuovo equilibrio e un’altra storia. Queste persone che hanno lottato e lottano con lo Stato contro le mafie, devono essere aiutate. E’ questo il nostro impegno -conclude Bubbico- e nessuno sarà lasciato indietro”.

http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2014/10/17/bubbico-decreto-per-assumere-nella-pubblica-amministrazione-testimoni-giustizia_1bJ25D096VAZ3gXOUtx4QI.html

Abbandonati dallo Stato

Lettera di Gennaro Ciliberto: testimone di giustizia

 

(Questa lettera è stata scritta dopo aver atteso inutilmente per un’ora di essere ricevuto da un generale, insieme alla scorta e all’avvocato. Essere deboli in Italia significa non contare?)

“Che stupido che sono, quanti ideali, quante turbe mentali, il credere di essere parte di uno Stato, di essere a fianco dello Stato.
Tutto sbagliato, tutto un errore, solo utopia.
L’aver perso tutto era solo l’inizio, solo la punta di un iceberg, il bello deve ancora venire dicevano quei tanti sventurati miei predecessori, ed io quasi sognatore dicevo loro “no vi sbagliate non è cosi certamente sarà cambiato il sistema” che stupido che sono stato a non dar peso alle frasi di questi uomini e donne onesti .
Tutti pazzi qualcuno un tempo gridò, “cosa vogliono?”. Vero, cosa vogliamo, se non il vivere, il non essere continuamente umiliati, il non essere trattati come cartacce da mettere in un faldone da riporre in un armadio.
No cittadini onesti non è un eccezione riservata allo scrivente. ma una regola fissa, collaudata nel tempo, quei diritti calpestati, poi ci sono quei doveri a cui ognuno di noi è obbligato, che rendono il tutto un inferno.
Due pesi due misure, e pronti lì per bacchettarti, io sono io e tu non sei un c……… questa è la regola , non importa se sei malato, se con te ci sono dei figli, se le tua precedente vita era una vita normale, tutto il passato non fa testo.
Vorresti salvarti da chi con ferocia ti bracca e chiedi aiuto ma dopo poco ti accorgi che forse morire è il male minore .
Chiudi gli occhi credendo che questo incubo possa finire ma basta solo aprirne uno di occhio per vedere quanto male, quanta cattiveria e quanta indifferenza c è in chi dovrebbe essere garante della tua attuale vita.

Vero che non sono tutti uguali c’è sempre l’eccezione, ma dal basso c’è comprensione e umanità che poi svanisce nel salire di grado sino a toccare il nulla …..quel nulla che poi si trasforma in arroganza di potere in quel io sono io e tu non se i un c…………,

Cari amici sappiate che questo non è un lamento, non è un rimprovero, è la storia, la memoria di un uomo onesto, dell’ennesimo TDG che entra a far parte di quel sistema che stritola le menti, logora il fisico e distrugge la vita.
Scappare via dal sistema si può, cosa poi accadrà ?
L’unica certezza è che quei giorni che ci resteranno da vivere li vivremo da uomini liberi e senza dover subire continuamente umiliazioni.
Ci vuol coraggio a resistere, tanta forza, ma bisogna farcela perché non bisogna darla vinta a nessuno .
Denunciare è un dovere il resto solo utopia.”

http://www.stampacritica.it/Attualita/Voci/2014/10/17_Abbandonati_dallo_Stato.html

A proposito della ristrutturazione e dell’unificazione delle forze di polizia…

“Renzi fonde le forze dell’ordine? Pensi alla sicurezza, non solo ai tagli”

L’INTERVISTA/ Forestale e Penitenziaria nella Polizia di Stato, Guardia di Finanza nei Carabinieri. Da 5 corpi di sicurezza a 2. E’ il piano del governo Renzi che porterebbe a un risparmio di2 miliardi. “Non si può pensare solo a tagliare e indebolire il controllo sul territorio”, dichiara il delegato Cocer Vincenzo Romeo, che commenta il piano in un’intervista ad Affaritaliani. it: “Ok accorpare ma con una logica. Se ne occupi un vero esperto, non un ragioniere o un economo”. Sulle conseguenze: “La delinquenza cresce e i poliziotti diminuiscono. Si perde di vista il vero obiettivo: la sicurezza”

Forestale e Penitenziaria nella Polizia di Stato, Guardia di Finanza nei Carabinieri. Da cinque corpi di sicurezza a soltanto due. E’ il piano del governo Renzi che porterebbe a un risparmio di 2 miliardi di euro. “Non si può pensare solo a tagliare e indebolire il controllo sul territorio”, dichiara il delegato Co.Ce.R.Vincenzo Romeo, che commenta il piano in un’intervista ad Affaritaliani.it: “Accorpare può essere giusto ma deve essere fatto con una logica, non per tagliare e basta. Se ne occupi un vero esperto, non un ragioniere o un economo”. Sulle conseguenze: “La delinquenza sta crescendo e gli uomini delle forze dell’ordine sono meno. Non possiamo perdere di vista il vero obiettivo: la sicurezza”.

“NON SE NE OCCUPINO LE CASTE” – “Il risparmio ci può essere anche perché realizzando quel piano avremmo meno dirigenti”, afferma Vincenzo Romeo. “Avremmo meno persone che gestiscono la sicurezza ma bisogna stare attenti ai costi funzionali delle forze di Polizia. Se vogliono accorpare per poi avere meno forze di Polizia e non fare nuovi arruolamenti potrebbe essere interessante dal punto di vista economico ma è un’operazione che va fatta con degli obiettivi precisi”.

“Se Renzi pensa di farlo solo per seguire una classica politica di sinistra che è quella di indebolire le forze dell’ordine sul territorio non va bene”, continua Romeo. “Per colpire i dirigenti finirebbe che si andrebbe a colpire chi è in mezzo alla strada per dare sicurezza ai cittadini. Perché, anche se i ministri non possono dirlo, oggi la delinquenza sta crescendo in maniera esponenziale. E gli uomini impegnati sulla sicurezza sono sempre di meno”.

“Non si può ragionare sulle cose solo dal punto di vista economico”, conclude Romeo. “Ok l’accorpamento ma non può farlo un tecnico, un ragioniere o un economo. Deve occuparsene una persona che ha nel sangue la sicurezza, una persona con esperienze importanti e che possibilmente non appartiene a nessuna casta di potere altrimenti si perderebbe solo tempo. Non bisogna perdere di vista l’obiettivo principale dello Stato, che oggi sta perdendo l’essenza di questa parola: prevenire e reprimere il crimine e offrire ai cittadini un servizio di sicurezza che funziona”.

Lorenzo Lamperti

Lo stato dimentica la camorra no!

Camorra: testimone giustizia, minacciato e abbandonato dallo Stato

Napoli, 15 ott. (AdnKronos)

Minacciato di morte, denuncia di essere stato abbandonato dallo Stato. A parlare è Luigi Coppola, Testimone di giustizia, che ha presentato una denuncia ai carabinieri di Pompei in cui racconta di essere stato vittima di un’intimidazione. Ieri mattina, secondo quanto da lui riferito, sarebbe stato affiancato da un Suv di colore scuro, il cui passeggero gli avrebbe rivolto minacce di morte. Nella denuncia, il collaboratore di giustizia spiega di non aver preso il numero di targa né di riconoscere l’autore delle minacce.
“La minaccia – dichiara Coppola – che non è l’unica subita negli ultimi anni, è certamente riconducibile alle vicende giudiziarie da me intraprese contro i clan camorristici della zona. Riterrò responsabile di quanto mi dovesse accadere le istituzioni che contrariamente a quanto da me più volte denunciato ritengono che io non corra alcun pericolo”.
Commerciante di Pompei (Napoli), Coppola negli anni scorsi ha denunciato i camorristi che gli imponevano il pizzo e da tempo dichiara di essere vittima di minacce, “ma per lo Stato non conta. Per loro conta il risparmio e se capita di essere ammazzati pazienza, chi denuncia la camorra deve metterlo nel conto che può morire”.

I testimoni e pentiti costano troppo. E lo Stato pensa di mandarli all’estero

Le persone sottoposte a programmi di protezione hanno superato quota 6000. E In sei mesi sono stati spesi oltre 42 milioni di euro. Alfano parla di ‘emergenza’. E il Viminale spera in un aiuto dagli altri Paesi

Il numero dei collaboratori e dei testimoni di giustizia è in aumento E in soli sei mesi lo Stato ha messo a bilancio oltre 42 milioni di euro per il loro sostegno economico. La soluzione? Proteggerli sì, ma all’estero. Un sacrificio enorme chiesto a chi ha dato un contributo alle indagini. E soprattutto a quei commercianti e imprenditori che non hanno commesso alcun reato, ma liberamente e con coraggio hanno scelto di denunciare.

Le persone sottoposte a programmi di protezione, il dato è di fine giugno, hanno superato quota 6000. Mai così tante dal 1995. Un aiuto notevole nella lotta al crimine organizzato, che rischia di innescare un problema di risorse per lo Stato, privo di mezzi e uomini a sufficienza per garantire ai pentiti, ai testimoni e ai relativi familiari la necessaria sicurezza e il sostegno economico.

In sei mesi sono stati spesi oltre 42 milioni di euro, il Ministero dell’interno ha cercato di risparmiare in tutti i modi, ma mancano finanziamenti adeguati. A lanciare l’allarme è stato lo stesso ministro Angelino Alfano, in una relazione inviata a Montecitorio e relativa al monitoraggio compiuto sui programmi di protezione, tra gennaio e giugno di quest’anno. Il fenomeno della collaborazione è stato definito dal Viminale “in crescita esponenziale”. La protezione è stata concessa a 1158 collaboratori di giustizia (1144 nel 2003), a 86 testimoni di giustizia (80 nel 2003) e a 4759 familiari di pentiti e testi, per un totale appunto di 6003 persone. In sei mesi una crescita di 162 unità.

I pentiti di camorra sono 521, di Cosa Nostra 289, di ‘ndrangheta 139, della criminalità organizzata pugliese 113 e delle altre organizzazioni criminali 97. Per quanto riguarda invece i testimoni di giustizia il numero maggiore riguarda quelli dei procedimenti contro la n’drangheta (28), seguiti da quelli dei procedimenti contro la camorra (22), Cosa Nostra (15), criminalità organizzata pugliese (7), senza contare quelli contro le altre organizzazioni (14). Per quanto riguarda le nuove richieste di protezione avanzate dalle Procure il numero maggiore è arrivato da Napoli (34), seguita da Bari (5), Salerno (4), Catania (3), Palermo (3), Catanzaro (3), Reggio Calabria (2), Caltanissetta (2). Una sola proposta infine è arrivata dalle Procure di Roma, Perugia, Messina, Lucca, Bologna e L’Aquila.

I pentiti in stato di libertà sono 476, 387 quelli ammessi a misure alternative al carcere e 295 ancora reclusi. La situazione più pesante riguarda, però, i familiari di collaboratori e testimoni, strappati ai loro affetti e alla loro vita, in particolare i minorenni, a cui viene fornito sostegno psicologico. I minori inseriti nei programmi di protezione sono ben 1997, 452 tra 0 e 5 anni, 617 tra 6 e 10 anni, 629 tra gli 11 e i 15 anni, e 298 tra 16 e 18 anni.

Complesso, infine, per lo Stato reinserire nel mondo del lavoro chi aiuta gli inquirenti nelle indagini. In molti finiscono così per continuare a gravare sul bilancio delle spese di protezione. Una piaga. Tanto che Alfano ha parlato di una gestione “sempre più emergenziale”, con una “carenza di disponibilità finanziaria che si protrae ormai da parecchi anni”. Soluzioni dietro l’angolo non se ne vedono e il Viminale spera in un aiuto dagli altri Paesi con uno scambio di ospitalità di nuclei familiari da proteggere tra Stati membri. Per chi decide di collaborare con la giustizia si profila così un ulteriore sacrificio: addio alla propria vita e anche al proprio Paese.

Clemente Pistilli

http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/10/13/news/boom-di-pentiti-1.183879

CORRUZIONE. Il «re dei farmacisti» arrestato. Sapeva dell’indagine, pronto a fuggire

Nazario Matachione, l’imprenditore farmaceutico arrestato oggi nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte irregolarità nelle verifiche fiscali della Guardia di Finanza, sapeva con largo anticipo che sarebbe stato sottoposto ad accertamenti dopo l’arrivo di un esposto anonimo che segnalava i suoi rapporti con il colonnello Fabio Massimo Mendella. Emerge dall’ordinanza notificata oggi a Matachione, Mendella e all’altro ufficiale Fabrizio Giaccone.

Nel provvedimento cautelare infatti è riportata la relazione di servizio del capitano Gaetano Capuozzo, comandante della compagnia della Guardia di Finanza di Torre del Greco, in cui l’ufficiale riferisce di una singolare visita che gli fece Matachione in compagnia del suo avvocato. L’imprenditore farmaceutico gli si presentò e subito dopo riferì di essere amico di alcuni importanti ufficiali delle Fiamme gialle, tra cui Mendella e Giaccone.

Aggiunse di essere a conoscenza già da tre mesi che sarebbe stato sottoposto a verifiche fiscali in seguito a un esposto anonimo e si lamentò del fatto che, mentre altri reparti della Guardia di Finanza facevano i controlli sulle farmacie del suo gruppo “in maniera serena e distensiva”, quelli della compagnia di Torre del Greco li eseguivano “in maniera molto più capillare e ostativa”. Matachione, secondo quanto riferito dalla ex moglie, si adoperò perciò per far allontanare il capitano Capuozzo rivolgendosi a “un generale della Guardia di Finanza in pensione, forse Spaziante”.

http://www.metropolisweb.it/Multimedia/Servizi/corruzione_arrestato_matachione_re_farmacisti_video.aspx

Mafia, Cantone: «Scioglimento anche per le Regioni come già previsto per i Comuni»

“Tra mafia e corruzione il rapporto è strettissimo: tanto più i pubblici poteri sono vulnerabili tanto più le mafie hanno gioco facile. I pubblici amministratori locali, fino al livello regionale, sono quelli di maggiore interesse per le organizzazioni mafiose. Uno dei temi su cui andrebbe avviata una riflessione è la possibilità di estendere le regole sullo scioglimento dei consigli comunali anche alle amministrazioni regionali”. Lo ha detto il presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone, in audizione davanti alla Commissione parlamentare Antimafia.

“Molto meno rilevante – ha aggiunto – è la presenza delle mafie negli organi di potere centrale. Le organizzazioni mafiose ritengono molto più interessanti e utili i rapporti corruttivi e illeciti con le amministrazioni locali in cui si usa il denaro pubblico e si gestisce la vita quotidiana dei cittadini. Il rapporto tra organizzazioni criminali va spesso legato a logiche di consenso. In alcuni ambiti vasti, come nelle Asl – ha concluso Cantone – è significativa la presenza di organizzazioni mafiose presenti anche attraverso meccanismi corruttivi”.

http://www.metropolisweb.it/Notizie/Napoli/Cronaca/mafia_cantone_scioglimento_anche_regioni_come_gia_previsto_comuni.aspx

Corruzione nella Guardia di Finanza. Arresti eccellenti

 L’ex Comandante della Guardia di Finanza di Latina arrestato per corruzione

IL COL. GIACCONE A CAPO DELLA TRIBUTARIA

Il colonnello Fabrizio Giaccone, ex comandante della GdF a Fiumicino e Latina, e l’imprenditore farmaceutico Nazario Matacchione sono stati arrestati con l’accusa di corruzione. L’arresto è stato eseguito dalla Gdf nell’ambito dell’inchiesta del procuratore aggiunto di Napoli Piscitelli e dei pm Woodcock e Carrano che nel luglio scorso portò all’arresto del colonnello Fabio Massimo Mendella per presunte irregolarità nelle verifiche fiscali. Mendella risulta coinvolto anche in quest’indagine. Giaccone è accusato di corruzione per avere ricevuto dall’imprenditore Nazario Matacchione Rolex, altri oggetti di valore e viaggi gratis per Parigi e New York in cambio di verifiche fiscali compiacenti. Fatti accaduti quando era comandante del gruppo della Guardia di Finanza di Torre Annunziata (Napoli). Accuse analoghe anche per il colonnello Fabio Massimo Mendella, già detenuto. Sono complessivamente tre le persone destinatarie delle misure cautelari. Oltre al colonnello Fabrizio Giaccone, ex comandante della Guardia di finanza di Fiumicino, e a Nazario Matacchione, titolare di numerose farmacie in Campania e in altre regioni, il provvedimento e’ stato notificato anche al colonnello Fabio Massimo Mendella, ex comandante provinciale di Livorno gia’ arrestato lo scorso giugno e tuttora detenuto. I fatti contestati ai tre si riferiscono al periodo in cui Mendella era in servizio al nucleo di polizia tributaria di Napoli e Giaccone comandava la compagnia di Torre Annunziata (Napoli). Secondo l’accusa, i due ufficiali avrebbero svolto accertamenti in maniera “compiacente” nei confronti di attivita’ di Matachione, ottenendo da quest’ultimo, oltre a viaggi aerei in business class e soggiorni in alberghi di lusso, anche l’assunzione di persone amiche nelle farmacie dell’imprenditore.

Stefano Cortelletti

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