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Quando noi diciamo che la colpa di tutto non é tanto dei protagonisti di certi fatti e comportamenti quanto,soprattutto,dei cittadini che li votano.Dice un vecchio detto “Vi é piaciuta la bicicletta ed ora pedalate e non vi lamentate”.

Cesaro, il mistero del fascicolo scomparso 

L’inchiesta 

Cesaro, il mistero del fascicolo scomparso 

Nel 1984 il deputato forzista incontra il luogotenente di Cutolo. E venti anni dopo è al summit con i casalesCorrieredelMezzogiorno 

L’inchiesta 

Cesaro, il mistero del fascicolo scomparso 

Nel 1984 il deputato forzista incontra il luogotenente di Cutolo. E venti anni dopo è al summit con i casalesi 

 

Luigi Cesaro con il giornalista Claudio Pappaianni durante un’intervista per la trasmissione «Servizio Pubblico»Luigi Cesaro con il giornalista Claudio Pappaianni durante un’intervista per la trasmissione «Servizio Pubblico»

«Ma che sta succedenn?» chiede divertita la vecchietta seduta su una panchina del centro di Napoli. Pensa di trovarsi nel mezzo di una gag, una scena improvvisata di una fiction prodotta all’ombra del Vesuvio.
«Lei è uno scostumato!», urla il protagonista inseguito da una telecamera, un fonico e un giornalista. Non è finzione. Quello che sembra un attore consumato, avvolto nel suo cappotto di cachemire blu, è un politico di primo piano con all’attivo un arresto per rapporti con la camorra di Raffaele Cutolo. È Luigi Cesaro, deputato ed ex presidente della Provincia di Napoli, fedelissimo di Silvio Berlusconi. «Lei la deve smettere, io sono stato assolto in Cassazione perché il fatto non sussiste», sbraita proprio passando davanti all’anziana e inconsapevole spettatrice. Sono giorni tesi, quelli, in cui il partito del Cavaliere aveva deciso — per volere dell’attuale ministro degli Interni del Governo Renzi, Angelino Alfano — di non candidare Nicola Cosentino. Impresentabile, l’ex sottosegretario all’economia oggi in carcere, per quella allora doppia richiesta di arresto per i suoi presunti legami col clan dei Casalesi. Ma che in quelle ore, un’altra richiesta pendesse sul capo di Luigi Cesaro, era il segreto di Pulcinella: a via dell’Umiltà a Roma, come tra i fedelissimi del Cavaliere a Napoli. 
 

Luigi Cesaro a una manifestazione per la sua candidatura alla Provincia di Napoli, presente lo stato maggiore del Pdl Luigi Cesaro a una manifestazione per la sua candidatura alla Provincia di Napoli, presente lo stato maggiore del Pdl 

Oltre un anno prima, la Procura aveva inoltrato la richiesta all’ufficio gip del Tribunale di Napoli: se in quel lasso di tempo il magistrato incaricato avesse deciso, ieri forse non ci sarebbe stato bisogno di inoltrare gli atti alla Camera dei Deputati. Non è andata così: ci son voluti altri sedici mesi, prima del provvedimento. Il “postino”Quando Cesaro quel giorno vide la telecamera, cercò subito di deviare strada e discorso: in fondo, non ha mai avuto un buon rapporto con la televisione, pronta a immortalare le sue improbabili doti da oratore mancato. Usciva dalla sede della Provincia di Napoli, a piazza Matteotti, da quello che era stato il suo quartier generale fino a pochi mesi prima. Conquistato con un plebiscito di voti, contro l’ex ministro Luigi Nicolais, sul quale il centrosinistra aveva riposto le sue speranze. Da un lato uno scienziato, dall’altro l’uomo che evitava comizi e incontri pubblici per evitare brutte figure: Napoli, la sua provincia, scelsero il secondo, ai più noto come Giggino ’a Purpetta. E insieme agli elettori, anche politici, imprenditori, Prefetti, professionisti, accademici, pure giornalisti: tutti con lui, senza imbarazzi. Nonostante le prime pesanti accuse nei suoi riguardi di un pentito, Gaetano Vassallo, fossero già finite sui giornali. Parte di quelle contemplate nell’ordinanza notificata ieri a Montecitorio. Accompagnato dal suo ex vicepresidente, Antonio Pentangelo, che ne aveva ereditato ruolo e poteri senza essere stato eletto, Cesaro prova a respingere le accuse: «I rapporti con Cutolo? Ho chiarito tutto», dice. Ignora, in quelle ore, che don Raffaele Cutolo, il fondatore della Nuova camorra organizzata, lo abbia tirato in ballo: «Questo ora è uno importantissimo» dice il boss alla nipote, durante un colloquio intercettato in carcere. «Io non ci ho mai mandato nessuno ma è stato il mio avvocato e mi deve tanto», dice don Raffae’ a proposito di Cesaro, del quale scandisce bene il cognome. «Faceva il mio autista, figurati», chiosa il boss. Accuse respinte con forza dal parlamentare, che tuttavia quel giorno non chiarisce del tutto quei rapporti ravvicinati del terzo tipo con la Nco. La sentenza firmata da Corrado Carnevale, passato alla storia come “giudice ammazzasentenze”, lo assolve «perché il fatto non sussiste», dopo una condanna in primo grado a 5 anni e assoluzione «per insufficienza di prove» in Appello. Ma non cancella i dubbi dei suoi incontri con Rosetta Cutolo, sorella del boss, allora latitante, e quelli con il reggente del clan durante la detenzione all’Asinara di don Raffae’. Quel Pasquale Scotti, Pasqualino ‘o collier, che ancora oggi resta il più longevo latitante nella lista dei ricercati del Viminale. Cesaro giustifica quegli incontri perché, dice, vessato dalle richieste del clan: «Ero vittima di estorsione», si difende. Non va dai Carabinieri, però, nonostante i suoi buoni uffici con ufficiali dell’Arma. Si rivolge a Rosetta Cutolo, che gli affida una lettera da far arrivare a Scotti. La lettera viene consegnata e, grazie a quel messaggio, Scotti entra in contatto direttamente con Cutolo, chiuso in un carcere di massima sicurezza. Non dovrebbe avere contatti con l’esterno, il boss, tanto meno con il regista della stagione stragista del suo clan. I fatti dimostrano il contrario. E Cesaro, probabilmente in modo inconsapevole, fa da “postino” in quella che appare come un’altra “trattativa” tra Cutolo e pezzi dello Stato. Che nessuno ha mai chiarito.Deja vu«Non è un “politico-camorrista” ma un “camorrista-politico”, perché solo una persona che ha una caratura camorristica può incontrarsi con un personaggio di spicco della camorra come Guida Luigi, detto ’o Drink, che a quel tempo, da latitante, era il massimo esponente del gruppo Bidognetti», ha raccontato ai magistrati Gaetano Vassallo, uno dei due pentiti che accusa Cesaro. Sassi, non parole. Macigni. Negli atti del procedimento a carico del parlamentare e dei suoi fratelli, i Cesaros, viene descritto l’incontro tra lui e Luigi Guida. Non uno qualunque: il reggente della fazione Bidognetti dell’allora potente cartello dei Casalesi. Stavolta si parla di affari. Senza missive, in maniera diretta: una tangente del 10 per cento da riconoscere alla camorra che ha fatto aggiudicare un appalto pubblico alla famiglia del politico. 

Accuse che, se confermate, darebbero un significato diverso anche a quella vicenda passata, per quanto penalmente archiviata. E che rafforzano quel concetto espresso appena una settimana fa dal pm Antonello Ardituro, uno dei titolari dell’inchiesta sui Cesaros, durante la sua dura requisitoria al cosiddetto “Processo Fabozzi”: «Il sistema di Gomorra non è quello che si regge sui Casalesi. È quello della corruzione della gestione della cosa pubblica e dell’economia. In questo sistema c’è innanzitutto la politica, poi vengono la camorra e l’impresa». Che, in alcuni casi, sono un tutt’uno indistinto

Aemilia: si apre un nuovo filone con 23 indagati

MAFIE NEWS 

Aemilia: si apre un nuovo filone con 23 indagati

Dettagli 
Pubblicato: 23 Luglio 2016

toga codice penaledi Sara Donatelli
E’ stato notificato l’atto di chiusura delle indagini preliminari da parte dei PM della DDA di Bologna, Marco Mescolini ed Enrico Cieri, già impegnati nel processo Aemilia, le cui udienze riprenderanno il 7 settembre. Numerosi i reati contestati: trasferimento fraudolento di beni, minaccia, distrazione di beni sequestrati, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, detenzione illegale di munizioni da guerra, rilevazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, estorsione e false fatture. I nomi già li conosciamo, molti di loro infatti compaiono già sul banco degli imputati del processo Aemilia. Abbiamo numerosi membri della famiglia Giglio e Vertinelli, ritroviamo i fratelli Pasquale e Pierino Vetere, insieme a Francesco Lerose. Compare nuovamente il nome di Domenico Mesiano (ex autista del Questore, già condannato in abbreviato a 8 anni e 6 mesi), così come noto è il nome del Maresciallo Alessandro Lupezza, la cui figura è stata dettagliatamente descritta dal Maresciallo Calì durante la sua deposizione nel pre-fabbricato bunker del tribunale di Reggio Emilia, luogo dove si sta celebrando il rito ordinario del processo Aemilia, che vede imputate 147 persone. I nomi che però più hanno richiamato l’attenzione dei media sono quelli dell’imprenditore Pasquale Brescia(anche lui imputato al processo Aemilia, titolare del famoso locale Antichi Sapori dove il 21 marzo 2012 si consumò la famosa cena a cui parteciparono molti imputati, tra cui anche il politico Giuseppe Pagliani, accusato di concorso esterno ma assolto con formula piena) e, insieme a lui, il nome del suo avvocato di fiducia, Luigi Comberiati. Per entrambi il capo di imputazione è “concorso in minacce aggravate dal metodo mafioso” nei confronti del sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi. La vicenda fa riferimento alla famosa lettera inviata da Pasquale Brescia (detenuto presso il carcere di Bologna) il 1° febbraio 2016 al primo cittadino reggiano. Lettera che fu consegnata dal suo avvocato alla redazione del Resto del Carlino. Per l’accusa, l’azione di Pasquale Brescia nei confronti del sindaco è stata una “grave e larvata minaccia, anche evocando la sua propria appartenenza a un gruppo di cutresi ‘discriminati’ e ‘criminalizzati’, con ciò riferendosi non certo ai soggetti originari di Cutro emigrati a Reggio, ma piuttosto ai soggetti colpiti da ordinanza di custodia cautelare per il reato di associazione di stampo mafioso e attualmente processati per l’appartenenza al sodalizio ’ndranghetistico”, si legge nell’avviso di chiusura indagini preliminari. Nella lettera, Pasquale Brescia faceva riferimento a informazioni in suo possesso riguardo la moglie del sindaco, Maria Sergio, di origine cutrese, e dei suoi congiunti. Si parlava infatti della presenza, ai funerali del padre della donna, di soggetti come  Gianluigi SarconeAlfonso PaoliniAntonio Muto e altre persone oggi imputate nel processo Aemilia. L’imputato citava anche la compagna elettorale dell’attuale sindaco reggiano. Campagna che, secondo Pasquale Brescia, si sarebbe svolta “grazie al contributo degli zii pregiudicati della moglie e mediante incontri nei vari circoli cittadini alla presenza di Paolini, Muto o altri imputati del processo Aemilia”. Per quanto riguarda invece la posizione dell’avvocato di Brescia, Luigi Comberiati, i PM parlano di un “contributo consapevole e causale che avrebbe del tutto travalicato il mandato difensivo assunto, ben conoscendo il contenuto intimidatorio della missiva”.

REATI ED INDAGATI

·         Trasferimento fraudolento di beni per eludere le misure di prevenzione patrimoniale

1.       Giuseppe Giglio (il primo pentito del processo Aemilia, già condannato in abbreviato a 12 anni e 6 mesi)

2.       Antonio Giglio

3.       Francesco Giglio

4.       Giovanna Giglio

5.       Gaetana Crugliano

6.       Donato Agostino Clausi (già condannato in abbreviato a 10 anni e 4 mesi)

7.       Sergio Lonetti

8.       Mario Mazzotti

9.       Giulio Giglio

10.   Palmo Vertinelli

11.   Giuseppe Vertinelli

12.   Daniele Bonaccio

·         Minaccia aggravata dal metodo mafioso nei confronti del sindaco Luca Vecchi

1.       Pasquale Brescia

2.       Luigi Comberiati

·         Distrazione di beni sequestrati

1.       Antonio Vertinelli

2.       Antonio Vertinelli

3.       Giuseppe Vertinelli

4.       Giovanna Schettini

·         Minaccia a pubblico ufficiale

1.       Giulio Giglio

·         Detenzione illegale di munizioni da guerra

1.       Domenico Mesiano

·         Rilevazione e utilizzazione di segreti d’ufficio

1.       Pasquale Brescia

2.       Alessandro Lupezza

·         Estorsione e false fatture

1.       Pierino Vetere

2.       Pasquale Vetere

3.       Francesco Lerose

Gli indagati hanno 20 giorni di tempo per presentare memorie difensive. Dopodiché la Procura potrà depositare le richieste di rinvio a giudizio.

Ecomafie, torna in carcere l’avvocato Chianese: è stato condannato per disastro ambientale

  Ecomafie, torna in carcere l’avvocato Chianese: è stato condannato per disastro ambientale

Il Mattino, Sabato 23 Luglio 2016

Ecomafie, torna in carcere l’avvocato Chianese: è stato condannato per disastro ambientale

di Marilù Musto

Caserta. L’avvocato Cipriano Chianese di Parete è stato arrestato, ieri pomeriggio, su richiesta dei giudici di Napoli dopo la sentenza di condanna, del 15 luglio, a venti anni di reclusione per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti con l’aggravante mafiosa. A chiedere il ritorno in carcere di Chianese, ritenuto l’inventore delle ecomafie per conto del clan dei Casalesi, è stato il magistrato dell’accusa nel processo sulla discarica Resit e sullo smaltimento illegale di rifiuti nell’invaso gestito dall’avvocato a Giugliano in Campania, utilizzato anche dal commissariato in occasione di uno dei periodi più acuti dell’emergenza in Campania. Chianese, durante il lungo processo che si è svolto in tribunale a Napoli, aveva usufruito degli arresti domiciliari, ma dopo la pena inflitta a 20 anni, i magistrati hanno accolto l’istanza del pm.

Le nuove stalle simbolo dei Di Silvio

Le nuove stalle simbolo dei Di Silvio

Sabato 23 Luglio 2016

I rom si stanno riorganizzando dopo le ultime inchieste. Le corse in strada con i cavalli per ostentare la forza del clan

Nonostante le velleità criminali, il clan Di Silvio proprio non rinuncia alle tradizioni che rimandano alle umili origini della famiglia rom. Anzi, l’utilizzo di cavalli e carrozzelle tra le strade del capoluogo per corse clandestine e improbabili allenamenti è diventato un mezzo per celebrare la rinascita del sodalizio che le inchieste degli ultimi anni avevano decimato e indebolito. Così sono tornate a spuntare stalle e pascoli abusivi, soprattutto tra i lotti incolti dei quartieri simbolo come Campo Boario e Gionchetto, strutture centrali per l’avanzata delle nuove leve.
Il principale ricovero per animali, tra i quali anche asini e pony oltre ai puledri di razza, si trova in fondo a via Muzio Scevola, nel cuore di Campo Boario a portata di mano delle abitazioni degli esponenti di spicco del clan. La nuova stalla della famiglia rom a quanto pare è stata realizzata sul terreno di proprietà di un uomo residente fuori provincia che forse è ignaro dell’occupazione o peggio preferisce starsene per i fatti suoi intuendo la mala parata. Un’area del tutto degradata che provoca non pochi disagi per i residenti come testimonia un recente incendio di sterpaglie che ha rasentato le abitazioni e messo a rischio la vita degli animali stessi.

fonte:www.latinaoggi.eu

Traffico di rifiuti, gli atti non arrivano in Cassazione: il processo ai Pellini rischia la prescrizione

Il Fatto Quotidiano, Venerdì 22 Luglio 2016

Traffico di rifiuti, gli atti non arrivano in Cassazione: il processo ai Pellini rischia la prescrizione

di Nello Trocchia

Pochi giorni fa ho seguito in aula la lettura della sentenza a carico di Cipriano Chianese, considerato l’inventore dell’ecomafia in Campania. Da giornalista e da cittadino campano. Dietro al vetro, nel luogo riservato al pubblico, c’erano comitati, attivisti, testimoni del disastro, ma anche del riscatto. Sono il vero stato nel vuoto delle istituzioni. Dopo la sentenza che ha condannato Chianese a venti anni, è emerso chiaro l’orizzonte per chi segue queste vicende da anni: monitorare i processi. Lo dovrebbero fare tutti, stampa compresa, ma non accade.

C’è un altro processo, in corso, molto importante, quello a carico dei fratelli Pellini che rischia di finire in prescrizione. Ecco quello che è accaduto.

Le motivazioni della sentenza sono state depositate il 23 aprile 2015. Una sentenza, emessa dalla quarta sezione della Corte di Appello di Napoli. Dopo il ricorso per Cassazione presentato dagli avvocati degli imputati, secondo la legge, gli atti vengono “senza ritardo” trasmessi al giudice dell’impugnazione, ma al momento di quel plico, in Cassazione, non c’è traccia. La vicenda riguarda il processo a carico dei fratelli Pellini, tra quelli in corso, uno dei più importanti contro il sistema di inquinamento ambientale. In secondo grado, Salvatore, Cuono e Giovanni Pellini sono stati condannati a 7 anni per traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale aggravato.

Il fascicolo del procedimento penale, al momento, non è approdato nella capitale presso la Suprema Corte di Cassazione. Tempi lunghi, carenza di personale, difficoltà dovute ai carichi di lavori, ma il risultato è che, ormai passato un anno dal deposito delle motivazioni della sentenza di appello, senza l’arrivo del fascicolo non è possibile fissare l’udienza e arrivare alla definizione del processo. Il rischio è che tutto finisca in prescrizione, soprattutto se la Cassazione dovesse decidere per l’annullamento con rinvio in Corte di Appello. L’allarme è stato lanciato da Alessandro Cannavacciuolo, la sua famiglia è parte civile nel processo. “Sono andato a Roma presso la segreteria della Cassazione per verificare l’arrivo degli atti, ma non c’era traccia e poi a Napoli dove abbiamo avuto la triste conferma”.

Un lungo giro, accompagnato dall’attivista Enzo Tosti, per capire l’iter del fascicolo dove dentro c’è un pezzo di vita e della lunga battaglia di Alessandro e della sua famiglia. L’avvocato di parte civile Mimmo Paolella, che ha seguito il processo insieme all’avvocato Giovanni Bianco, spiega: “E’ emerso dalle nostre verifiche che il fascicolo, per difetti di notifiche e altri adempimenti da svolgere, non è stato inviato in Cassazione, confidiamo che tutto avvenga nel più breve tempo possibile. La prescrizione sarebbe una vera e propria sciagura”. Proprio la sentenza di secondo grado ha riconosciuto il disastro ambientale aggravato a carico dei fratelli Pellini.

Alessandro Cannavacciuolo non perde la fiducia: “Noi siamo grati al lavoro dei giudici di secondo grado, proprio la quarta sezione, presidente Eugenio Giacobini, ha emesso una sentenza storica riconoscendo il disastro ambientale aggravato. Ora bisogna affrettare i tempi per evitare la prescrizione”. Proprio uno dei Pellini, intanto, è tornato in attività, socio in un’azienda che fa incetta di appalti pubblici, come denunciato proprio da ilfattoquotidiano.it.

L’inchiesta, denominata Carosello, avviata nel 2006 dalla Procura di Napoli, ha messo sotto accusa un sistema che ha provocato, secondo i giudici, un disastro ambientale nel territorio di Acerra, movimentando e scaricando illegalmente tonnellate di pattume di ogni genere.

La prescrizione cancellerebbe tutto questo. A distanza di un anno in Cassazione aspettano il fascicolo per fissare l’udienza e chiudere questa lunga vicenda giudiziaria.

twitter: @nellotro

Traffico di rifiuti, imprenditore condannato in appello fa incetta di appalti: “Paradosso di legge”

Il Fatto Quotidiano, Domenica 13 marzo 2016

Traffico di rifiuti, imprenditore condannato in appello fa incetta di appalti: “Paradosso di legge”

Giovanni Pellini, socio dell’Atr di Acerra, per i giudici d’appello è colpevole di disastro ambientale per aver movimentato “monnezza” di ogni genere nella città campana. Eppure l’azienda ssi è appena aggiudicate diverse gare, ultima quella del Comune di Bari per l’amianto. L’assessore: “Tutto regolare, ma normativa è troppo formale”. Interviene l’Anac

di Nello Trocchia

Non solo Napoli, l’impresa riconducibile ai fratelli Pellini, imprenditori condannati per traffico illecito di rifiuti, vince appalti ovunque. Il caso esplode a fine febbraio quando l’azienda Atr srl di Acerra si aggiudica la gara, indetta dal Comune di Napoli per lo smaltimento e la bonifica dell’amianto. Il vicesindaco di Napoli Raffaele Del Giudice ha rassicurato i comitati che avevano protestato: “L’aggiudicazione è con riserva, abbiamo stoppato tutto”.

Dopo gli articoli l’Autorità nazionale anticorruzione ha avviato un’attività di vigilanza coinvolgendo la sezione anticorruzione della Guardia di Finanza. L’obiettivo è capire il ruolo svolto e il peso del soggetto condannato all’interno dell’impresa. L’impresa risulta nell’albo gestori e non c’è alcuna legge perché venga esclusa dalle gare. Tra i proprietari dell’azienda, socio al 20%, figura Giovanni Pellini, condannato in secondo grado per traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale a 7 anni di reclusione. Giovanni Pellini, insieme ai fratelli Cuono e Salvatore, quest’ultimo ex maresciallo dei carabinieri, sono accusati di aver provocato un disastro ambientale nel territorio di Acerra, in provincia di Napoli, movimentando e scaricando illegalmente tonnellate di pattume di ogni genere.

Ma proprio in questi giorni l’Atr sbarca anche a Bari dove il Comune ha aggiudicato lavori per 3 milioni di euro. L’impresa dei Pellini si deve occupare del trasporto e dello smaltimento di manufatti in cemento amianto tipo eternit nelle scuole. Si tratta di un contratto tipo accordo quadro che prevede la sostituzione dei manufatti con strutture di materiale diverso. L’importo dei lavori ammonta a 150mila euro. L’assessore ai lavori pubblici del comune di Bari Giuseppe Galasso spiega: “La società si è aggiudicata una gara aperta nella quale hanno concorso una ventina di imprese. Tutto è stato fatto rispettando la legge. Siamo al paradosso di una normativa che eccede in formalismi, ma consente casi del genere”.

La sentenza di secondo grado a carico dei Pellini è arrivata lo scorso anno, ma loro continuano tranquillamente a lavorare, in attesa della Cassazione. L’Atr fa incetta di lavori anche con altri enti. Nell’ottobre 2014, in quel caso la condanna era di primo grado, l’azienda dei Pellini si è aggiudicata un appalto con il Ministero della difesa, aeronautica militare, per la rimozione di cassoni e canne fumarie. Nel 2015, invece, la professionalità della ditta acerrana è stata messa a disposizione dell’Arpa Basilicata per la manutenzione della rete piezometrica in Val Basento. Anche in questo ultimo caso tutto secondo legge. L’Atr, insomma, è azienda leader nel settore nonostante la condanna di secondo grado per il suo socio Giovanni Pellini. I giudici d’appello negando le attenuanti generiche hanno descritto così l’attività dei Pellini: “La condotta si connota di particolare gravità, tenuto conto della professionalità serbata nell’azione criminosa e del grave allarme sociale che promana dal fatto”.

twitter @nellotro

 

 

NOTA ASSOCIAZIONE CAPONNETTO.

 

C’è anche  l’obbligo  per i Prefetti,in materia di prevenzione antimafia,di emettere interdittive a carico dei soggetti che risultano gravati da condanne o comunque chiacchierati.Perché i Prefetti non hanno ottemperato a questo obbligo di legge?????


 

Rifondazione Comunista Formia:“Il Comune si costituisca parte civile”.Il lodevole intervento di Rifondazione Comunista di Formia a favore del lavoratore aggredito mentre svolgeva il proprio lavoro.L’Associazione Caponnetto nell’Associarsi alla condanna di RC chiede al Prefetto ed al Questore di Latina l’applicazione delle misure speciali previste dalla legge in casi e situazioni del genere.

Il Giornale di Latina 23 Luglio 2016

Dopo l’aggressione al dipendente della Frz, la solidarietà del circolo “Enzo Simeone”
“Il Comune si costituisca parte civile”
La richiesta di Rifondazione al sindaco: “Partecipare al processo, non basta condannare”

di GIUSEPPE MALLOZZI

Una “ignobile aggressione” ai danni di un lavoratore della Formia Rifiuti Zero. Così definisce il circolo Circolo “Enzo Simeone” del partito della Rifondazione Comunista l’episodio accaduto qualche giorno fa sul lungomare di Gianola, dove un netturbino, insieme ad un suo collega, è stato malmenato ed è dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso per aver fotografato un conferimento non corretto dell’immondizia.

“Evidentemente – dichiara il circolo – ci sono persone che credono di poter fare ‘il bello e il cattivo tempo’ nella nostra città, tanto da ritenere normale aggredire un lavoratore della nettezza urbana, quando invece è proprio aquesta categoria, da sempre una delle più bistrattate, a cui deve andare tutta la nostra considerazione, viste le condizioni di massimo disagio nelle quali gli operatori ecologici sono costretti a lavorare, con mezzi di lavoro che spesso – come abbiamo più volte scritto – sono difettosi e usurati, cosa che mette a rischio la loro incolumità e quella dei cittadini.

Cogliamo inoltre l’occasione per ricordare che da tempo è in corso sui “social network” un’accesa discussione su chi è colpevole dello stato di sporcizia in cui versa la nostra città.

Molti danno la colpa ai lavoratori, quando invece il colpevole è ben chiaro e quindi i cittadini farebbero bene a indirizzare le loro lamentele – circa le inefficiente che caratterizzano la rac-
colta dei rifiuti – non contro i lavoratori – da sempre considerate vittime sacrificali dai padroni – ma contro gli amministratori della Formia Rifiuti Zero, incapaci di fare il lavoro per cui sono profumatamente pagati.

Da parte nostra esprimiamo la solidarietà al lavoratore vittima dell’aggressione e crediamo di rappresentare il sentimento della parte sana della nostra città, perché chi tocca un lavoratore tocca tutti noi.

Bene ha fatto il sindaco Bartolomeo a condannare l’accaduto, ma riteniamo che non basti fermarsi alla semplice solidarietà, perché così facendo il risultato è pari a zero e ci sarà sempre
qualcuno che si sentirà autorizzato a poter alzare le mani contro i lavoratori”.

“Crediamo – conclude Rifondazione – che sia necessario che il comune di Formia si costituisca parte civile nel processo che verrà celebrato da qui a breve (lo si spera), proprio per dimostrare la fattiva solidarietà dell’intera popolazione for-miana alla vittima di tale i-naudita aggressione”.

Rapporto Zoomafie.Quando si dice:”non comprate i cani,adottateli nei canili o fra i randagi”.Comprarli significa finanziare le varie organizzazioni mafiose che li commercializzano.

Crimini organizzati contro gli animali, il nuovo rapporto Zoomafia

Dettagli 
Pubblicato: 23 Luglio 2016

logo lavdi Ciro Troiano
Illegalità, malaffare, violenza: tutto a danno degli animali. È un lungo catalogo di violenze organizzate, spesso sistematiche e seriali, che mietono migliaia di animali ogni anno, quello analizzato nel Rapporto Zoomafia 2016 della LAV. I traffici legati alla sfruttamento degli animali rappresentano un’importante fonte di guadagno per i vari gruppi criminali che manifestano una spiccata capacità di trarre vantaggio da qualsiasi trasformazione del territorio e di guadagnare il massimo rischiando poco. Si tratta di una criminalità che si distingue per la sua capacità di agire su vasta scala, per il suo orientamento al business, per la capacità di massimizzare il profitto riducendo il rischio. Del resto il business è tanto, sono diversi i miliardi di euro l’anno intascati con i vari traffici clandestini che sfruttano gli animali: combattimenti tra cani, traffico di cuccioli, corse clandestine di cavalli, contrabbando di fauna, macellazioni clandestina ecc.

Il triangolo della zoomafia
Per spiegare la zoomafia possiamo ricorrere alla rappresentazione grafica del triangolo: la base è formata dal business, dai guadagni che i traffici a danno degli animali garantiscono; un lato è formato dai limiti della normativa e dalla sua scarsa applicazione; il terzo lato è costituito da una sinergia scellerata di interessi diversi ma convergenti che unisce trafficanti, l’imprenditoria zoomafiosa, addetti ai controlli infedeli e affaristi.
Alla base, come per  tutti i gruppi criminali, ci sono i soldi. Quasi tutti i business zoomafiosi garantiscono guadagni cospicui a fronte di rischi, in un’ottica malavitosa, più che accettabili. È proprio qui che occorre intervenire, sui flussi di denaro, sul capitale accumulato, sull’evasione fiscale, se si vuole adoperare una efficace e decisa azione di contrasto, e le esperienze investigative lo dimostrano: laddove sono stati fatti accertamenti di natura economico-fiscale è stata inferta una ferita profonda.
Un altro lato è formato dalla inadeguatezza del nostro apparato normativo e dalla carenza dei controlli. Non si possono combattere interessi associativi criminali con gli strumenti pensati per reprimere fattispecie meno complesse. Occorre comprendere che gli interessi zoomafiosi sono interessi speciali, particolari, complessi, eccezionali rispetto alle illegalità diffuse e generiche presenti nei vari filoni. Proprio come la criminalità organizzata è diversa dalla criminalità comune. La soluzione è sempre la stessa: rivedere in modo sistematico la normativa e adeguarla all’offensiva zoocriminale in atto.
Il terzo lato è composto dalla convergenza di più interessi che si trasformano in rapporti di corruttela, connivenze, ammiccamenti. È il substrato dove opera quella imprenditoria zoomafiosa che si presenta pubblicamente linda e pulita, ma che in realtà va a braccetto con apparati della pubblica amministrazione collusi, con trafficanti e delinquenti. Si tratta di scenari già tristemente noti in altri contesti.
È su questi tre punti, su questi tre lati del triangolo zoomafioso, che occorre intervenire energicamente. Recidere anche uno solo dei tre lati significa interrompere la stabilità e la solidità dell’intero triangolo.

La piaga dei combattimenti
I combattimenti sono ritornati ad essere un’emergenza. Nel 2015, rispetto all’anno precedente c’è stato un aumento del 64% dei cani sequestrati e del 110% delle persone denunciate: 46 cani, tra cui 30 pit bull, e 21 persone denunciate, tra cui un minorenne. Un combattimento è stato interrotto in flagranza. Gli scenari sono quelli di illegalità, degrado, criminalità diffusa. Detenzione di armi clandestine, furto di energia elettrica, ricettazione, possesso di droga: sono alcuni dei reati accertati nell’ambito dei combattimenti. Persone denunciate, combattimenti fermati, ritrovamenti di cani con ferite da morsi, o di cani morti con cicatrici riconducibili alle lotte, furti e rapimenti di cani di grossa taglia o di razze abitualmente usate nei combattimenti, sequestri di allevamenti di pit bull, pagine Internet o profili di Facebook che esaltano i cani da lotta, segnalazioni: questi i segnali che indicano una recrudescenza del fenomeno. Per contrastare il preoccupante aumento delle lotte clandestine dal 1° luglio 2016 è tornato attivo il numero LAV “SOS Combattimenti” tel. 064461206. Lo scopo è quello di raccogliere segnalazioni di combattimenti tra animali per tracciare una mappa dettagliata del fenomeno e favorire l’attivazione di inchieste giudiziarie e sequestri di animali.

Il traffico di cuccioli
La tratta dei cuccioli dai Paesi dell’Est si conferma uno dei business più redditizi che coinvolge migliaia di animali ogni anno e che vede attive vere e proprie organizzazioni transazionali. Sono circa 500 i cuccioli sequestrati (dal valore complessivo di circa 400mila euro) e 28 le persone denunciate nel 2015. Nei Paesi di origine i cuccioli vengono allevati in strutture fatiscenti  e venduti per pochi euro, spesso arrivano ammalati e accompagnati da falsi pedigree e da documentazione contraffatta. La regia del business fa capo a gruppi organizzati che importano gli animali e li smerciano attraverso venditori compiacenti o tramite annunci su Internet.

Le corse clandestine di cavalli
I numeri relativi alle corse clandestine e alle illegalità nell’ippica parlano da soli: 11 interventi delle forze dell’ordine, 2 corse clandestine bloccate, 13 persone denunciate, 9 persone arrestate, 15 cavalli sequestrati solo nel 2015. In 18 anni, da quando L’Osservatorio Nazionale Zoomafia LAV ha iniziato a raccogliere i dati, ovvero dal 1998 al 2015 compreso, sono state denunciate 3366 persone, 1253 cavalli sequestrati e 113 corse e gare clandestine bloccate. Solo nel 2015 sono stati 69 i cavalli che correvano in ippodromi ufficiali risultati positivi a sostanze vietate. Tra le sostanze somministrate ai cavalli anche la Benzoilecgonina (metabolita della cocaina).

Il contrabbando di fauna
Il traffico internazionale di animali o parti di essi, uno dei pericoli principali per la sopravvivenza delle specie minacciate, trova nel nostro paese un’importante punto di arrivo e di transito. Crotali, macachi, varani, boa, pitoni, rane freccia, testuggini, puma, cebi cappuccini, leopardi, tigri, canguri, iguane, caimani, aquile, pappagalli, tartarughe azzannatrici, farfalle, cavallucci marini, ma anche caviale, corallo, avorio, corni di rinoceronti, borse, cinture e portafogli prodotti in pelle di animali protetti, farmaci derivati da specie protette: sono solo alcuni degli animali o parte di essi sequestrati. Nel 2015 il Servizio CITES ha effettuato controlli su 12.574 animali vivi tra tartarughe, pappagalli, felini e primati (ad esclusione dei pesci), 6.896 piante vive (5.200 cicas) e 221.230 parti e derivati (210.000 sono prodotti in pelle di rettile).
Il bracconaggio uccide 8 milioni di uccelli, vengono abbattuti illegalmente anche specie rarissime come il Nibbio Reale e il Capovaccaio, secondo dati Lipu. In tre anni oltre 100 lupi sono morti per cause non naturali. Sono stati ammazzati anche 5 Ibis sacri. La vendita di animali imbalsamati e il traffico di fauna per l’alimentazione umana muovono un giro d’affari milionario. Armi da fuoco clandestine, fucili modificati, silenziatori, puntatori laser, congegni esplosivi, munizioni, lacci, reti, coltelli, machete, trappole di vario tipo, cianuro e veleni vari: l’arsenale dei  bracconieri.
Il business randagismo è una vera manna per trafficoni, imbroglioni e affini che mirano alle convenzioni con gli Enti locali. La situazione del randagismo in alcune aree della Penisola continua ad essere una vera emergenza, con conseguente allarme sociale e preoccupazioni vere o presunte per la sicurezza pubblica. Cani tenuti  in pessime condizioni igieniche, ammalati e non curati, tenuti in strutture fatiscenti, sporche e precarie, animali ammassati in spazi angusti, denutriti: questi alcuni casi accertati nel 2015. 11 tra canili e strutture – con oltre 1500 cani e 200 gatti – sequestrati nel corso del 2015 e 13 le persone denunciate per reati che vanno dalla truffa al maltrattamento, all’esercizio abusivo della professione veterinaria.

Il malandrinaggio di mare
Sono sempre più evidenti gli interessi dei sodalizi criminali per tutta la cosiddetta “filiera dal pesce”, dall’attività di pesca alla vendita all’ingrosso, da quella al dettaglio fino alla ristorazione. Nel 2015 diverse inchieste hanno portato a sequestri e denunce contro appartenenti a clan che controllavano segmenti del “mercato ittico”. Il mare viene saccheggiato da organizzazioni dedite alla pesca di frodo con esplosivi, alla raccolta di datteri e ricci di mare destinati al mercato clandestino di ristoratori compiacenti, e alla pesca illegale di novellame, pesce spada e tonno rosso. Continua senza tregua la guerra per le vongole, raccolta illegalmente in zone di divieto. Si registrano sempre con maggior frequenza furti su commissione in allevamenti e vivai ittici di ostriche, mitili e pesce rivenduti al mercato nero. Da menzionare anche il fenomeno della pesca e della commercializzazione delle Oloturie, meglio note come “Cetrioli di mare”: i mercati asiatici arrivano a pagare fino a 600 euro al chilo. Il Mediterraneo è sovra sfruttato: secondo il Wwf ogni anno vengono pescati 1,5 milioni di tonnellate di pesce, con l’85% delle subpopolazioni soggette a pesca commerciale sovra pescate e l’89% esaurite.
Il bracconaggio ittico, un’attività silenziosa che non suscita clamore, eppure si tratta di un fenomeno in aumento e che crea allarme e preoccupazione negli addetti ai lavori. In alcune province del Nord i fiumi sono saccheggiati da bande di predatori umani: pescatori di frodo, quasi tutti stranieri dell’Est Europa, che dispongono di mezzi, barche potenti, furgoni-frigo, reti lunghe centinaia di metri e che usano, spesso, intimidazioni e minacce nei riguardi degli addetti ai controlli. Pescano di tutto e rivendono al mercato nero, soprattutto il Siluro (Silurus glanis), un pesce particolarmente apprezzato nei paesi dell’Est e per questo oggetto di vere e proprie rappresaglie in stile militare nei nostri fiumi. Un giro d’affari di svariati milioni di euro l’anno. La pirateria fluviale si accompagna alla sparizione, ovvero ai furti, di barche e motori, in forte aumento.

La mafia dei pascoli
La penetrazione della criminalità organizzata nel mondo degli allevamenti, della macellazione e della distribuzione della carne trova un’evidente conferma dai dati giudiziari del 2015, basta vedere i provvedimenti adottati dalla magistratura o i sequestri della polizia giudiziaria: terreni, allevamenti di bovini e ovini, caseifici, aziende bufaline. Ogni anno scompaiono nel nulla circa 150.000 animali. L’abigeato, reato da sempre sottovalutato, è in realtà un vero business per la criminalità organizzata. Solo in Sicilia nel 2015 si sono registrati più di 12 mila animali da allevamento rubati o smarriti. Sui Monti Nebrodi in Sicilia è stato registrato un crescente aumento di casi di furto di animali – cavalli, agnelli, mucche, pecore. La mafia dei pascoli, messa in pericolo da nuovi provvedimenti, ha ripreso a sparare, come dimostra l’attentato subito dal presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci. Sullo sfondo un vero sistema di malaffare legato alla gestione di allevamenti, alle truffe, al traffico illegale di medicinali e sostanze dopanti, al furto di animali da allevamento, alla falsificazione di documenti sanitari. La mafia è nata nelle compagne, negli allevamenti, tra i pascoli e non ha mai reciso il cordone ombelicale che la lega alle sue origini territoriali. Anzi, non è un caso che proprio nel territorio di origine trovano rifugio e protezione i boss latitanti. Non è solo una questione di sicurezza: stare nel proprio territorio significa controllarlo, non perderne il dominio, far percepire la propria presenza e ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, chi comanda. Controllare i pascoli significa sì assicurarsi in modo fraudolento i fondi europei, ma significa anche controllare il territorio e esercitare un dominio sociale. Tipico esempio è rappresentato dalle “vacche sacre”, bovini, perlopiù non anagrafati e di provenienza ignota, che vengono lasciati pascolare senza alcun governo nei fondi altrui. Fenomeno radicato fortemente in Calabria, ma presente anche in altre regioni. Non si tratta solo di una mera questione di pascolo abusivo: dietro le mandrie vaganti ci sono ben altri interessi. Interessi che possono spingere ad uccidere. Il potere su un territorio lo si esercita anche con animali liberi di entrare nei terreni altrui; animali, loro malgrado, simboli viventi della tracotanza criminale. Le vacche che girano per boschi e fondi ricordano chi comanda, chi è il padrone, chi decide tutto e a chi manifestare la propria riconoscente sottomissione. In Calabria come a Brescello, dove recentemente è stata sequestrata una mandria di ovini di noti pregiudicati.
Al mondo dei pascoli è legata la macellazione clandestina, nelle sue diverse forme, che vanno da quella domestica, o per uso proprio, a quella organizzata, riconducibile a traffici criminali, da quella collegata alla caccia di frodo a quella etnica. Le sofisticazioni alimentari creano sempre maggiore allarme sociale. Tonnellate di alimenti di origine animale sequestrate. Nel 2015 sono stati chiuse dai Nas 1035 strutture del sistema agroalimentare con il sequestro di 25,2 milioni di prodotti alimentari adulterati, contraffatti, senza le adeguate garanzie qualitative o sanitarie, o carenze nell’etichettatura e nella rintracciabilità. Dai 38.786 controlli effettuati dai Nas nell’ultimo anno sono emerse non conformità in un caso su tre (32%).

Crimini organizzati e strutturati
L’analisi dei crimini zoomafiosi fa emergere l’esistenza di sistemi criminali consolidati, di veri apparati con connivenze tra delinquenti, colletti bianchi,  amministratori e funzionari pubblici. Sistemi criminali a danno degli animali e, in generale, della società. Le illegalità legate al mondo animale sono molteplici e richiamano le attenzioni di diverse categorie. Non deve sorprendere, quindi, il fatto che vengono denunciate persone appartenenti a categorie culturali, economiche e sociali completamente diverse tra loro: l’interesse criminale per gli animali è eterogeneo, trasversale, complesso e multiforme, ed è organizzato in gruppi di individui dotati di strutture, regole, vertici e sistemi di controllo; gruppi che sono costituiti per commettere crimini, e in particolare crimini per fini di lucro. È sempre più evidente la presenza di una sorta di affaristi zoomafiosi formati da imprenditori senza scrupoli e speculatori che, per il raggiungimento dei loro obiettivi, creano sinergie scellerate con delinquenti, funzionari collusi e faccendieri, uniti dall’interesse economico comune. Segnali di questo tipo si rilevano nel traffico di cuccioli, nella gestione dei canili, nell’allevamento e macellazione di animali, nella distribuzione agroalimentare. Nel traffico di cuccioli, ad esempio, è noto l’interesse di alcuni esponenti della camorra, mentre nella gestione dei canili basta ricordare le vicende di “mafia capitale”, che hanno evidenziato il tentativo di accaparramento degli appalti comunali. Sul piano investigativo occorrerebbe intervenire più approfonditamente per far emergere questi profili criminali e per adottare strategie di contrasto più radicali. Parimenti occorrerebbe intensificare l’analisi e il contrasto a tutte le forme di maltrattamento organizzato di animali, come ad esempio i combattimenti tra animali e le corse clandestine di cavalli, per individuare e reprimere in primis proprio il loro profilo organizzato e programmato, poiché si tratta di forme di maltrattamento intrinsecamente consociative che trovano la loro consumazione solo sotto forma di evento pianificato e strutturato.
Varie inchieste fatte negli ultimi anni –inchieste che hanno riguardato diverse regioni e per fatti diversi tra loro-, hanno delineato in modo preoccupante il ruolo dei cosiddetti insospettabili, ovvero pubblici ufficiali addetti ai controlli o al rilascio di autorizzazioni amministrative, che avrebbero dovuto garantire il rispetto della legge negli allevamenti e nei macelli e che si sono rivelati autentici complici di varie organizzazioni dichiarando controlli mai eseguiti, fornendo timbri e documenti falsi, fornendo la necessaria copertura e ausilio nella macellazione abusiva e nella vendita delle carni illegali. Ovviamente si tratta di poche mele marce che offendono l’onore dell’intera categoria, ma quanti di questi professionisti dopo la condanna passata in giudicato sono stati radiati? Ci sono casi di pubblici ufficiali condannati con sentenza definitiva che ricoprono ancora il loro ruolo. Che credibilità possono avere le istituzioni se non provvedono a fare pulizia di elementi simili? Perché chi doveva vigilare amministrativamente sull’operato di funzionari infedeli non è intervenuto? Notoriamente spesso questi reati sono accompagnati da fenomeni di corruzione e di falso documentale. La corruzione esaspera il malaffare dei traffici contro gli animali aprendo varchi nel sistema dei controlli. Va rafforzato l’apparato normativo contro la corruzione con l’acquisizione di strumenti normativi tipici del contrasto alla criminalità mafiosa, e prevedere aggravanti per il coinvolgimento collusivo di pubblici ufficiali in questi reati, perché sono proprio loro che di fatto rendono possibile, con la loro malafede, la realizzazione del reato.

I dati delle Procure: ogni ora un nuovo fascicolo per reati contro gli animali
Dall’analisi dei dati delle Procure, prendendo in esame un campione di Procure di cui sono disponibili i dati sia per il 2014 che per il 2015, si evince che nel 2015 c’è stato un aumento del 3% dei procedimenti penali per reati contro gli animali, mentre gli indagati sono diminuiti del 4%. L’Osservatorio Nazionale Zoomafia, come ogni anno, ha chiesto a tutte le Procure Ordinarie (140) e a quelle presso i Tribunali per i Minorenni (29) dati relativi al numero totale dei procedimenti penali sopravvenuti nel 2015, sia noti che a carico di ignoti, e al numero indagati per reati a danno animali: uccisione di animali (art. 544bis cp), maltrattamento di animali (art. 544ter cp), spettacoli e manifestazioni vietati (art. 544quater cp), combattimenti e competizioni non autorizzate tra animali (art. 544quinquies cp), uccisione di animali altrui (art. 638 cp), abbandono e detenzione incompatibile (art. 727 cp), reati venatori (art. 30 L. 157/92) e traffico illecito di animali da compagnia (art. 4 L. 201/10). Le risposte sono arrivate dal 70% delle Procure. In particolare le risposte sono arrivate da 93 Procure Ordinarie, su un totale di 140, pari al 66% del totale e da 25 Procure presso i Tribunali per i Minorenni su un totale di 29, pari all’86% del totale. Sommando le risposte delle Procure Ordinarie e delle Procure presso i Tribunali per i Minorenni si arriva al 70% di tutte le Procure del Paese.
Il totale dei procedimenti sopravvenuti nel 2015, sia a carico di noti (Mod. 21) che di ignoti (Mod. 44), per i reati a danno degli animali e per il campione del 66% delle Procure Ordinarie è di 6249 (2843 a carico di noti e 3406 a carico di ignoti) con 3749 indagati.
La proiezione dei dati su scala nazionale conferma, tenendo presente le dovute variazioni, il dato relativo all’apertura di un fascicolo all’ora per reati a danno di animali e di una persona indagata ogni 90 minuti. Il reato più contestato è quello di maltrattamento di animali, art. 544ter cp, con 1870 procedimenti, pari al 29,93% del totale dei procedimenti (6249), e 1252 indagati. Seguono: uccisione di animali, art. 544bis cp, con 1789 procedimenti, pari al 28,63%, e 354 indagati; reati venatori, art. 30 L. 157/92, con 1315 procedimenti, pari al 21,05%, e 1164 indagati; abbandono e detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura, art. 727 cp, con 896 procedimenti, pari al 14,34%, e 735 indagati; uccisione di animali altrui, art. 638 cp, con 316 procedimenti, pari al 5,6%, e 86 indagati; traffico di cuccioli, art. 4 L. 201/10, con 26 procedimenti, pari allo 0,41%, e 45 indagati; spettacoli e manifestazioni vietati, art. 544quater cp, con 21 procedimenti, pari allo 0,33%, e 44 indagati; infine, organizzazione di combattimenti tra animali e competizioni non autorizzate, art. 544quinquies cp, con 16 procedimenti, pari allo 0,25%, e 69 indagati.
Per quanto riguarda il traffico illecito di animali da compagnia, reato previsto e punito dall’art. 4 L. 201/10, si registra una diminuzione del 18,75% dei procedimenti e un aumento del 4,6% del numero degli indagati: sono stati aperti 26 procedimenti (24 noti e 2 ignoti), con 45 indagati.

*Criminologo, responsabile Osservatorio Zoomafia LAV

La zoomafia in Italia

MORTO ENRICO SPADA, BOSS DI OSTIA: GESTIVA DROGA E CASE POPOLARI

MORTO ENRICO SPADA, BOSS DI OSTIA: GESTIVA DROGA E CASE POPOLARI

Venerdì 22 Luglio 2016, 08:54

E’ morto Enrico Spada detto «Pelè», uno dei primi boss del clan Spada di Ostia Nuova. Era in carcere e malato. Sieropositivo, il virus dell’hiv era per lui un’arma. Dalle carte dell’inchiesta del sostituto procuratore della repubblica Ilaria Calò, era «Pelè» che minacciava di infettare chi non si piegasse agli ordini degli Spada. Un capo nei famosi e tristi anni’80 e’90 quando Piazza Gasparri iniziò a far paura e diventò per antonomasia il Bronx sul mare di Roma, dove nessuno voleva entrare. Nemmeno la polizia. Negli ultimi tempi era lo strumento con cui di lui, malato e in fin di vita, faceva paura agli altri.

Racket delle case popolari, spaccio di droga e rapine in tutto questo si racchiude la vita di Enrico Spada, 58 anni passati in strada tra botte e minacce. Il «rispetto» concesso è quello mistificato nel suo significato più profondo: il tributo della gente che si inchina al sodalizio criminale che gestisce la «piazza» e che promette lavoro al posto dello stato, lì dove le istituzioni non sono mai arrivate. Un filone di indagine incrocia «Pelè» con l’ultimo tentato omicidio avvenuto in strada a Ostia, sotto gli occhi di decine di passati.

fonte:http://www.leggo.it/

Colpo di scena nel processo agli “scissionisti” del clan : affiliato si pente in aula e confessa tutto

Colpo di scena nel processo agli “scissionisti” del clan : affiliato si pente in aula e confessa tutto
Uno degli imputati ha descritto come è avvenuto l’agguato di un affiliato e chi erano i mandanti

di REDAZIONE

NAPOLI. Colpo di scena al processo in Corte di Assise d’Appello per l’omicidio di Giovanni Bottiglieri – come riportato dal sito cronachedellacampania- uno dei fedelissimi del clan Cuccaro di Barra, ucciso in un centro scommesse nell’ottobre del 2013. Uno dei imputati degli “scissionisti” dei Valda, si è pentito in aula e ha accusato i Formicola di essere i mandanti dell’agguato insieme con Luigi Valda e il figlio Raffaele. Si tratta di Salvatore Cianniello deteneuto a Parma che collegato in videoconfernza si è poi rifiutato di rispondere alle altre domande del Pg perché ha detto: “Ho paura”. A quel punto Raffaele Valda ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee. “Ammetto l’addebito”, ha sostenuto. E alle fine questa sua strategia è servita ad evitare l’ergastolo.

Il pg infatti ha chiesto 30 anni di carcere per lui come mandante, mentre ha confermato il massimo della pena per il killer solitario Ciro Niglio. Riduzione della pena anche per Raffaele Valda e il genero Luigi De Martino per i quali il pg ha chiesto 6 anni e 4 mesi di carcere rispetto ai 14 del primo grado. Per il neo pentito Salvatore Cianniello si passa da 10 a 5 anni di carcere, l’altro esponente di spicco degli “scissionisti”, ovvero Vincenzo Amodio passa da 18 anni a 11 anni e 4 mesi. Infine Vincenzo Vilni passa da 8 anni a 6 anni e 5 mesi. Il processo nasce dagli omicidi maturati nell’ambito della rottura interna al clan Cuccaro iniziata il 21 giugno del 2012 quando fu ucciso Ciro Abrunzo detto ‘o cinese. Delitto firmato dagli Amato-Pagano di Secondigliano per fare una cortesia alla Vanella-Grassi. La vittima infatti era parente del boss Arcangelo Abete che in quel periodo era in guerra con i “Girati”.

I Cuccaro avrebbero dato appoggio ai killer per compiere l’omicidio e di qui ci fu la scissione con la famiglia Valda. Il 23 gennaio del 2013 fu ucciso infatti Ciro Valda che pubblicamente aveva accusato i Cuccaro di aver venduto Abrunzo alla Vanella. Gli scissionisti si vendicarono con l’omicidio di Giovanni Bottiglieri, fedelissimo dei Cuccaro.

21/07/2016

fonte:www.internapoli.it

Vittima innocente di camorra. A 17 anni ammazzato per sbaglio, Lo Russo svela i nomi dei killer

Vittima innocente di camorra. A 17 anni ammazzato per sbaglio, Lo Russo svela i nomi dei killer

Vittima innocente di camorra. A 17 anni ammazzato per sbaglio, Lo Russo svela i nomi dei killer
Cesarano fu ammazzato nel centro storico. Il boss pentito può far luce su un delitto rimasto privo di responsabili

di REDAZIONE

NAPOLI. Ci sono le lettere dal carcere, al centro dell’ultimo filone di indagine sul clan Lo Russo. Lettere spedite da Giuseppe Lo Russo, ormai unico boss della famiglia dei cosiddetti «capitoni», al fratello Carlo che, dal canto suo, ha invece deciso di collaborare con la giustizia. Dopo Mario Lo Russo, dunque, ecco la svolta di Carlo, da qualche mese in cella con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Pasquale Izzi. Un terremoto nel sistema criminale alle porte di Napoli, il pentimento di Carlo Lo Russo potrebbe spiegare tante cose: a cominciare dalla politica delle stese criminali, quelle continue irruzioni armate messe a segno tra l’area nord (Miano, Capodimonte, via Ianfolla) e il centro storico cittadino dove, meno di un anno fa venne ucciso per errore il 17enne Genny Cesarano. Un omicidio rimasto privo di responsabili, su cui è molto probabile che Carlo Lo Russo abbia le idee chiare. Era libero quando partì la stesa in cui venne centrato il minorenne, che si attardava sotto casa, all’esterno di un pub di piazza Sanità. Ora più che mai potrebbe prendere quota la pista di un agguato voluto dai Lo Russo, anzi – per essere precisi – proprio da Carlo Lo Russo, all’epoca libero e saldamente in sella al proprio potere camorristico. Pagine di omissis, siamo solo all’inizio dei sei mesi che la legge assegna a chi collabora con la giustizia, decisivo il vaglio degli inquirenti, sotto il coordinamento dell’aggiunto Filippo Beatrice e del pm Enrica Parascandolo.

Ma torniamo alle lettere dal carcere. Sono piene di parole in codice – secondo quanto ha raccontato Carlo Lo Russo – di espressioni convenzionali con cui Giuseppe Lo Russo impartiva gli ordini all’esterno. Ma non è tutto. Nel corso dei primi verbali depositati venerdì mattina dalla Dda di Napoli dinanzi al Riesame, l’ex boss di via Miano parla dell’omicidio di Pasquale Izzi, ammazzato sotto casa alla fine dello scorso marzo. Ricorda la sua abitudine a fare footing, nei pressi della casa di Izzi, ma anche una lettera che gli venne spedita da un suo giovane affiliato che lo avvertiva proprio della possibilità che Izzi potesse «filare» un delitto per conto del giovane Valter Mallo. Spiega Carlo Lo Russo: «Mi resi conto che andavo a fare footing in una piazza dove abitava Izzi e capivo che quel ragazzo mi aveva avvertito su una cosa concreta, fu così che diedi ordine di fare l’omicidio: ci sono anche altri nomi da inserire tra i responsabili, oltre quelli che avete arrestato». Particolari pulp legati invece al fallito attentato a carico di Valter Mallo, a sua volta braccio destro di Antonio Genidoni, boss scissionista dei Vastarella della Sanità. Stando alla ricostruzione fatta in presa diretta, Lo Russo ordinò a un suo affiliato di uccidere Mallo, di ficcarne la testa in un water comprato ad hoc». Sappiamo tutti come è invece andata, con Mallo che scampa all’attentato per un soffio, sopravvivendo a circa trenta colpi, prima di essere arrestato. Ma c’è anche un altro pentito nelle fila del clan Lo Russo: si chiama Claudio Esposito, è lo zio di Annalisa, moglie Antonio Lo Russo. È stato condannato a dieci anni di reclusione, portava le «imbasciate» al giovane boss nel corso della sua lunga latitanza in giro per l’Europa. La sua collaborazione viene ritenuta comunque strategica per indebolire l’ultima ala del clan dei capitoni, che fa capo proprio ad Antonio Lo Russo, al figlio di Salvatore da mesi alle prese con il rigore del carcere duro.

FONTE: CRONACHE DELLA CAMPANIA

18/07/2016

fonte:www.internapoli.it


 

Il boss ordina ed i killer eseguono, 20 colpi di pistola per ammazzare Ferrone e Scafaro: 3 ergastoli

Il boss ordina ed i killer eseguono, 20 colpi di pistola per ammazzare Ferrone e Scafaro: 3 ergastoli
Per i giudici ad armare Alfonso Criscuolo, Giuseppe Di Vaio e Carlo Radice fu il capoclan Mazzarella

di REDAZIONE

NAPOLI. Ergastolo. Questa la pena che è stata inflitta per due omicidi che sono stati messi a segno nel 2005 dagli uomini di Francesco Mazzarella, primo tra gli imputati e condannato al carcere a vita. Stessa pena inflitta ad Alfonso Criscuolo, Giuseppe Di Vaio e Carlo Radice che invece sono considerati gli esecutori materiali di quel delitto. Gli esperti investigatori, partendo dalle dichiarazioni del pentito reo confesso Giuseppe Persico, oltre a Errico Autiero hanno chiarito gli omicidi di Francesco Ferrone, cognato dei Mauro ucciso il 3 febbraio 2004; di Antonio Scafaro (6 marzo 2005) e dei due fratelli Rom, Mirko e Goran Radosavljevic, avvenuto nel 2004. Per i tre gravi fatti di sangue il Gip ha emesso cinque ordinanze di custodia cautelare a carico di Francesco Mazzarella, 41enne; Alfonso Criscuolo, 44 anni; Giuseppe Di Vaio, 43, Errico Autiero, 40enne e Carlo Radice di 33 anni, capo e luogotenenti del clan. Sul movente, per inquirenti e investigatori, non ci sono dubbi Francesco Ferrone e Antonio Scafaro erano persone vicine ai Mauro e lavoravano a stretto contatto con loro, in particolare nella gestione di un garage.

I contrasti con i Mazzarella scoppiarono violentemente per ragioni economiche, ma prima degli omicidi si verificarono due incendi dolosi in altrettante autorimesse riconducibili agli imprenditori di piazza Mercato. Poi, gli attaccanti passarono alle maniere forti e fu assassinato Francesco Ferrone, vittima di un agguato mentre si trovava nel proprio ufficio, su un soppalco all’interno del garage “Gama”, seduto su una sedia alle spalle di una scrivania. Contro di lui, secondo l’accusa, Carlo Radice esplose due colpi di pistola mentre Giuseppe Persico lo spalleggiava. Presunto mandante, Francesco Mazzarella. Il 6marzo 2005 fu ucciso Antonio Scafaro in piazza Largo al Mercato. Una pioggia di fuoco si abbatté sull’uomo: ben 17 proiettili,di cui 5 a segno, tanto che alcuni fori furono trovati sulla saracinesca di un negozio vicino al luogo dell’agguato. Per gli inquirenti (e fermo restando la presunzione d’innocenza per tutti gli indagati fino all’eventuale condanna definitiva) l’azione di fuoco fu compiuta da Errico Autiero e Giuseppe Persico, con Giuseppe Di Vaio“specchiettista” e Francesco Mazzarella mandante.

FONTE: IL ROMA

21/07/2016

fonte:www.internapoli.it


 

«Aiutatemi, vogliono ammazzarmi». Caccia ai Barbudos: i killer dei Vastarella bloccati dai carabinieri

CRIMINALITA’ ORGANIZZATA
«Aiutatemi, vogliono ammazzarmi». Caccia ai Barbudos: i killer dei Vastarella bloccati dai carabinieri
Prosegue la guerra di camorra per il controllo del centro storico e di Miano

di Sabrina Della Corte

NAPOLI. E’ stato fermato e rilasciato già nella serata di ieri l’affiliato al clan Vastarella della Sanità indicato come uno dei probabili componenti di un commando che voleva portare a compimento una vittima designata, Costantino Esposito di 43 anni, è riuscita a fuggire e ha avvertito carabinieri e i militari dell’esercito che stavano pattugliando la zona e che lo hanno salvato.

Ci sono stati momenti di forte tensione nel tardo pomeriggio di ieri tra i vicoli del quartiere Sanità. Esposito, con precedenti per spaccio, in sella al suo Piaggio Liberty si fionda sui militari di “Strade sicure” e chiede aiuto. Dice: “Mi stanno inseguendo, vogliono ammazzarmi”. Scatta l’allarme e con i carabinieri in zona si lanciano all’inseguimento di un gruppetto di giovani sospetti. Uno viene fermato ma non avendo armi e non essendoci prove del suo coinvolgimento nell’agguato fallito viene rilasciato in serata. I carabinieri intanto continuano le indagini per risalire agli autori del mancato agguato e del perché. In quattro in sella a due moto avrebbero intercettato Costantino Esposito che ha notato uno armato e intuendo le loro intenzioni ha accelerato tentando la disperata fuga. La folle corsa nei vicoli della Sanità è stata in un primo momento interrotta da una caduta generale delle moto di inseguito e inseguitori. Ma Esposito è stato più lesto a rimettersi in sella ed è riuscito ad arrivare a mettersi in salvo tra le braccia dei militari in piazza Sanità. Ora bisogna capire il perché qualcuno ( ma in questo caso dovrebbe essere il clan Vastarella) vuole la sua morte. Per gli investigatori pur avendo lo stesso cognome degli Esposito del clan dei “Barbudos” non è ne un loro parente ne risulta affiliato.

CRONACHE DELLA CAMPANIA

21/07/2016

fonte:www.internapoli.it

MADDALONI. Gli imprenditori della città stroncati dal pm della Dda: “La camorra sopravvive grazie all’ignavia della locale classe imprenditoriale.”

MADDALONI. Gli imprenditori della città stroncati dal pm della Dda: “La camorra sopravvive grazie all’ignavia della locale classe imprenditoriale.”

MADDALONI. Gli imprenditori della città stroncati dal pm della Dda: “La camorra sopravvive grazie all’ignavia della locale classe imprenditoriale.” I casi dei tombinari D’Orso, di Francesco Pascarella e di Pasquale Ardolino

In calce all’articolo lo stralcio integrale del testo dell’ordinanza

MADDALONI – I tombini della famiglia D’Orso, Pasquale Ardolino, titolare di un grande ingrosso di detersivi nei pressi della Statale Appia e Francesco Pascarella titolare di un noto negozio di abbigliamento con un passato da imprenditore edile.

Lo spettacolo è sempre lo stesso. A camorristi in galera, a boss pentiti omertà e bugie davanti all’autorità giudiziaria. Attenzione non è solo una nostra impressione perchè mano mano che leggiamo i vati passi dei documenti giudiziari relativi alla camorra di Maddaloni, ci imbattiamo in giudizi sempre più duri da parte della magistratura nei confronti degli imprenditori locali.

Non ci credete? Controllate in calce se quello che stiamo per scrivere risponda o meno a verità. Il pm della Dda scrive, a conclusione della testimonianza di Salvatore D’Orso e di suo fratello al seguente frase: “Le citate dichiarazioni, chiaramente addomesticate, evidenziano la persistente operatività del sodalizio criminale maddalonese che sopravvive grazie all’ignavia della locale classe imprenditoriale.”

Qualche imprenditore tipo Pascarella, qualcosa ammette sul proprio ruolo dio vittima anche perchè lui ha subito effettivamente un attentato intimidatorio visto e considerato che le vetrine del suo negozio sono state attinte da una sventagliata di proiettili. Sempre D’Orso tratteggia una scenetta quasi idilliaca con questo giovane, dice lui, “tutt’altro che minaccioso” che chiede con educazione dei soldi e ricevendo un diniego, con molta tranquillità e senso di civiltà va via senza dire nemmeno una parola e senza formulare alcuna minaccia.

Non solo ma nel racconto fantasmagorico di D’Orso sarebbe bastato quel suo semplice rifiuto ad allontanare per sempre la camorra dalla sua attività. Sempre D’Orso che quasi quasi si commuove davanti a tanta educazione e generosità da parte dei camorristi, racconta che qualche volta ha pagato però lamentandosi della crisi avrebbe incrociato una lamentela speculare quanto solidale di questo giovane camorrista che lo avrebbe quasi implorato di pagargli la rata di Natale, garantendogli, nel contempo, che non sarebbe passato a Pasqua, come poi effettivamente avvenne sempre secondo il racconto dei due fratelli dei tombini.

Quadro assolutamente sconfortante, i pm naturalmente bollano con parole chiare e dirette con false anche le dichiarazioni rese da Francesco Pascarella e da Pasquale Ardolino.

G.G.

 

’Ndrangheta, latitante Giuseppe Alvaro si lancia da finestra per sfuggire a cattura: arrestato

Il Corriere della Sera, Giovedì 21 luglio 2016

Vibo valentia
’Ndrangheta, latitante Giuseppe Alvaro si lancia da finestra per sfuggire a cattura: arrestato
Detto «Peppazzo», il 34enne – ricercato da 9 anni – era ai vertici della cosca «Carni i cani» con interessi nel Nord e in Lazio. Nella tentata fuga si è fratturato una caviglia

di Carlo Macrì

REGGIO CALABRIA – Dai locali della dolce vita  di via Veneto , alla casa colonica  di Monterosso Calabro (Vibo Valentia). È qui  che è stato arrestato giovedì mattina Giuseppe Alvaro, 34 anni, da nove latitante, figlio di Carmine considerato dagli inquirenti il capo dell’omonima cosca di Sinopoli. La squadra mobile di Reggio Calabria e i colleghi di Vibo Valentia  e Polistena  l’hanno scovato al termine di una attività investigativa durata anni.

 

Investimenti al Nord e a Roma

Giuseppe Alvaro era l’ultimo rampollo della famiglia rimasto in libertà. Era riuscito a sottrarsi alla cattura nel 2009 quando era stato emesso contro di lui e altri familiari un ordine di arresto per associazione mafiosa e riciclaggio. Deve scontare una condanna di otto anni rimediata in appello. Il nome degli Alvaro in questi ultimi anni è stato associato ad una serie di investimenti finanziari e immobiliari nel Nord Italia e, soprattutto, a Roma.

 

 

Il «Cafè de Paris»

Lo storico «Cafè de Paris» di via Veneto, a pochi passi dall’ambasciata americana, secondo i magistrati della direzione antimafia di Reggio Calabria era finito nelle mani degli Alvaro.   La famiglia l’avrebbe acquistato per 250 mila euro, anche se l’atto d’acquisto era stato firmato dal barbiere Damiano Villari, un insospettabile calabrese originario di Sinopoli.

 

Il volo dalla finestra

Per sfuggire alla cattura Giuseppe Alvaro si è lanciato da una finestra procurandosi la frattura della caviglia destra.  Arrestati due favoreggiatori. Tra i reati che vengono contestati a Giuseppe Alvaro c’è il riciclaggio di valuta estera dollari americani e asiatici.  «Un altro pericoloso latitante è stata assicurato alla giustizia», ha detto il ministro dell’Interno Angelino Alfano.

Feste,sfilate,fiaccolate,celebrazioni e tante chiacchiere.E intanto la mafia entra dovunque,anche in noi stessi.,mentre molti continuano ad inneggiare ai papariello ed ai franceschiello

 

CELEBRAZIONI E RICORRENZE NON SCONFIGGONO LA MAFIA CHE ORMAI VIVE DENTRO DI NOI

di  · 19 luglio 2016

Palermo, anniversario delle stragi di Capaci e Via d’Amelio

 

di Gianni Manzo

Siamo ormai alla ventiquattresima celebrazione della morte di Paolo Borsellino e  prima c’è stata quella di Giovanni Falcone. La lotta alla mafia ha prodotto certamente tante ricorrenze da onorare. Una lista sempre più lunga  per ricordare  che la mafia non è finita e che serve quindi rinnovare un impegno antimafia ,una parola che ormai definisce competenze professionali. Le celebrazioni sono diventate “celebrazioni spettacolo”, cortei, sfilate, discorsi ,il silenzio ,  l’emozione scandita dalle note del silenzio d’ordinanza eseguito da un trombettiere militare. Arrivano pure le crociere con le navi della legalità. In un articolo a firma di Nicola Aiello pubblicato dal  sito web  Di Palermo col titolo  “io non lo chiamo Paolo”  l’autore che è un magistrato siciliano definisce “una grande testa di minchia” chi pensa di sconfiggere la mafia da solo” . Impresa impossibile! Sono parole che hanno un loro fondamento, in realtà  nell’indifferenza generale  manifestiamo il nostro impegno in quelle giornate celebrative. Un po come a Natale che ogni anno celebriamo all’insegna della bontà  salvo poi scannarci nei giorni feriali. In Sicilia  da sempre le celebrazioni hanno riguardato l’aspetto religioso con le varie processioni alle quali adesso si aggiungono anche le commemorazioni antimafia.boss-madonna-mafia-20140707095245  E non mancano le connessioni considerato l’inchino che spesso fanno fare al simulacro religioso quando passa di fronte all’abitazione del boss. E poi c’è anche il proverbio a relegare come occasionale la partecipazione ” Finita la festa gabbato lo santo” Servirebbe un impegno comune e costante  mentre  le divisioni  si acuiscono e prevalgono gli egoismi  sia in Italia che in Europa. Il 19 luglio di 24 anni fa ero in vacanza a Cefalù e l’emittente veronese  Telearena per la quale lavoravo mi chiese di fare un servizio e quindi ho seguito l’evento. Mi venne da pensare che dopo la miorte di Falcone e Boresellino ,di quelli che noi chiamiamo gli eroi dell’antimafia, la vittoria sulle cosche sarebbe diventata  sempre più una chimera. E lo stesso Falcone  ebbe a dire in una sua intervista “la mafia prima o poi finirà perchè niente è eterno”. Io penso che ormai la mafia è dentro di noi, nel nostro modo di pensare ,di agire. Ci siamo abituati a tutto, alla violenza, alla corruzione, alle guerre. E mentre parliamo di Pace, di Onestà ciascuno di noi pensa nel suo intimo come scrisse Marcello D’Orta  : Io speriamo che me la cavo.

Mafia nigeriana, aggressioni col machete: a Palermo prime condanne per i boss:Non bastano tutte le mafie italiane ……………………!!!!!!

Il Fatto Quotidiano, Giovedì 21 luglio 2016

Mafia nigeriana, aggressioni col machete: a Palermo prime condanne per i boss

Il tribunale del capoluogo ha riconosciuto l’aggravate mafiosa a tre esponenti di Black Axe accusati di un pestaggio a colpi di ascia del gennaio 2014: e l’episodio che ha portato gli inquirenti a scoprire la presenza dell’associazione criminale africana anche in Sicilia

di F.Q.

Per la prima volta il tribunale di Palermo ha riconosciuto l’aggravante mafiosa a tre esponenti di Black Axe, l’associazione criminale nigeriana.  Si tratta di Austine Johnbull, ritenuto il capo della banda condannato a 12 anni e 4 mesi, di Vitanus Emetuwa condannato a 10 anni e 8 mesi e di Nosa Inofogha, condannato a 10 anni e 6 mesi. I tre sono stati dunque riconosciuti colpevoli di tentato omicidio, rapina e lesioni: reati aggravati dalla modalità mafiosa. I fatti oggetto del processo vanno in onda la notte del 27 gennaio del 2014 in via del Bosco, pieno centro storico della città, nel cuore del mercato di Ballarò, quando la polizia trovò due persone ferite a terra che non riuscivano neanche a parlare: gli aggressori, secondo una prima ricostruzione alla polizia da parte delle vittime, erano almeno in sei.

I feriti, assaliti a colpi di ascia e  machete, sono rimasti sfregiati in modo permanente al viso e in altre parti del corpo: l’aggressione arrivo al culmine di diversi scontri tra bande di nigeriani. Diverse le difficoltà nell’indagine da parte degli investigatori della squadra mobile nel mercato e con protagonisti stranieri senza domicili certi. Le indagini coordinate dai pm Sergio Demontis e Gaspare Spedale si scontrarono inoltre con l’omertà di parecchi possibili testimoni oculari, e arrivarono alla banda di Johnbull grazie alla collaborazione delle vittime e ad alcune attività tecniche.

Come raccontato dall’inchiesta del fattoquotidiano.it, infatti,  dopo un secolo e mezzo di storia criminale legata a Cosa nostra, in Sicilia, c’è infatti una nuova mafia, che ha messo radici a Palermo, tessendo alleanze e dettando legge tra i vicoli del centro storico. Qui i nuovi boss vengono da lontano, non parlano il siciliano, e la loro organizzazione ha un nome e una storia consolidate in un altro continente: la chiamano Black Axe, l’ascia nera, ed è nata negli anni ’70 all’università di Benin City, in Nigeria, come una confraternita di studenti. Ed è proprio alla Black Axe che sono affiliati Johnbull e i suoi sodali, autori del pestaggio a colpi di machete: alle persone rimaste ferite, assistite dall’avvocato Maurilio Panci, è stato riconosciuto un risarcimento che verrà stabilito in sede civile.

- Leggi l’inchiesta esclusiva del fattoquotidiano.it 

 

 

.La collusione fra politica e mafia determina un effetto devastante e mortale nell’animo del cittadino:la fine della fiducia nelle istituzioni,la morte della civiltà e della democrazia.

.La collusione fra politica e mafia  determina un effetto devastante e mortale nell’animo  del cittadino:la fine della fiducia nelle istituzioni,la morte della civiltà e della democrazia.

L’EFFETTO PIU’ DRAMMATICO E LETALE DELLA COLLUSIONE FRA POLITICA E MAFIA SI HA NELLA PERSONA LA QUALE PERDE COSI’ LA FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI E CREA QUELLA ROTTURA FRA STATO E POPOLO CHE E’ ALLA BASE DI UNA SOCIETA’ CIVILE E DEMOCRATICA.
QUANDO,POI,AGGIUNGIAMO A TUTTO CIO’ LA NOTIZIA DRAMMATICA E SCONVOLGENTE,SALVO SEMPRE IL PRINCIPIO DI INNOCENZA FINO AL GIUDIZIO FINALE,DEL COINVOLGIMENTO DI UN MAGISTRATO DEL CONSIGLIO DI STATO-IL MASSIMO ORGANO DELLA GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA-NELLA “VICENDA RICUCCI “,ALLORA C’E’ DA DOMANDARSI COSA CI RESTA PIU’ DI DEMOCRATICO E CIVILE IN QUESTO NOSTRO DISGRAZIATO PAESE…………………..

 

 

Borsellino, La Spina (ANFP): collusione tra mafia e politica interrompe fiducia cittadini nelle istituzioni

Metro C, 13 gli indagati per truffa aggravata ai danni dello Stato.Da Blognotizie

21 Luglio 2016, 08:07 | Amalia D’elia

Roma, perquisizioni della Finanza in Campidoglio Si indaga sugli appalti della Metropolitana C

Una galleria della metro C di Roma

 

 

Il reato contestato è quello di truffa aggravata ai danni dello Stato. Gli inquirenti si riferiscono al periodo fino al 3 gennaio del 2014. Per Roma Metropolitane sono indagati: il direttore tecnico Luigi Napoli, il consigliere di amministrazione Massimo Palombi, il responsabile unico del procedimento Giovanni Simonacci, i consiglieri del cda, Laudato e Nardi, il responsabile unico del procedimento Sciotti.

Perquisizioni della guardia di finanza nella giornata di ieri in Campidoglio e nella sede di Roma Metropolitane per acquisire documentazione riguardante gli appalti della Metro C. Nell’elenco degli indagati figurano anche l’ex assessore alla Mobilità della giunta Marino, Guido Improta e l’ex dirigente del ministero dei TrasportiErcole IncalzaPer Metro C finiti nel registro degli indagati sono: il presidente Franco Cristini, l’a.d. A titolo di risarcimento per l’allungamento dei tempi e ritardi della pubblica amministrazione – tutte penalità non dovute e alle quali i costruttori avevano anzi rinunciato formalmente – si sono assegnati alle imprese 230 milioni di euro in più oltre a una tranche di 90 milioni “tombali” pagati sull’unghia. 300 milioni di euro di noi cittadini. Al centro delle indagini partite nel 2013, due pagamenti sospetti, uno di 230 milioni di euro e il secondo di 90 milioni. E che invece avrebbe dovuto essere comunicato agli altri enti che per legge dovevano essere coinvolti nell’approvazione. Anche in questo caso si tratterebbe di finanziamenti non dovuti perché frutto di un precedente accordo illecito: l’accordo transattivo.

Secondo la Procura, “mediante artifici e raggiri” il CIPE, Comitato interministeriale per la programmazione economica, sarebbe stato indotto a fornire autorizzazioni a pagamenti che poi Stato, Regione Lazio e Comune di Roma – enti co-finanziatori della Linea C della metropolitana di Roma – eseguivano.

Sono tredici le persone che risultano indagate nell’ambito dell’inchiesta sulla lievitazione dei costi per la Metro C di Roma. Oggetto lo sblocco dei fondi completare i lavori della prima tratta della linea C e i successivi appalti. Gli appalti sulla metro C e gli atti firmati dall’allora assessore Guido Improta sono ora sulla scrivania del pubblico ministero, Erminio Amelio. “Da parte nostra ci sarà sempre la massima collaborazione con l’autorità giudiziaria affinché a Roma siano ripristinati i principi di trasparenza e legalità“.

Il caso Trapani: una saldatura tra mafia e massoneria

La Stampa, Giovedì 21 Luglio 2016

 

Il caso Trapani: una saldatura tra mafia e massoneria
La visita della Commissione in Sicilia. Bindi: “Sui beni confiscati abbiamo dato troppa voce in capitolo all’agenzia regionale”

 

di RINO GIACALONE

 

La commissione nazionale antimafia è pronta ad aprire un caso Trapani e denuncia: «la latitanza di Matteo Messina Denaro è coperta da intrecci tra mafia e massoneria altolocata». Massoneria che oggi starebbe cavalcando un forte attacco contro la magistratura trapanese: «certe indagini stanno dando fastidio». Forti i toni usati dalla presidente Rosy Bindi, ma anche dal suo vice Claudio Fava, dai commissari Davide Mattiello (Pd), dai 5 Stelle Mario Giarrusso e Francesco Dell’Uva e dal leghista siciliano Angelo Attaguille. «Abbiamo sconfitto la mafia contro la quale combatterono Falcone e Borsellino, oggi – dice la presidente Bindi – abbiamo innanzi una mafia che è mutata, una mafia che uccide di meno ma incide di più nella vita sociale, politica ed economica del Paese».

 

La nuova cupola

Se volete venire a conoscere cos’è la nuova mafia, che c’entra tanto con le stragi del 1992, bisogna venire in provincia di Trapani. E la commissione antimafia su questo ha raccolto tanto ascoltando magistrati, giudici, investigatori. Claudio Fava: «Esiste una nuova cupola fatta di mafia e massoneria ed è strano che esistaun concentrato di logge segrete a Castelvetrano, la terra del boss latitante Matteo Messina Denaro e del suo sistema di potere». «In questa provincia – dice il deputato Davide Mattiello – bisogna ricercare quell’accordo forte denunciato ieri a Palermo dal procuratore generale Scarpinato sull’esistenza di un fronte “masso-mafia” che a Messina Denaro ha garantito coperture altolocate per la sua ventennale latitanza».

 

I magistrati non si sentono al sicuro

I magistrati trapanesi ascoltati, a cominciare dal procuratore Viola, hanno confermato indagini aperte sul fronte della massoneria ma hanno consegnato precisi elementi dei contrasti che la magistratura trapanese subisce. «Ci siamo trovati a fare un viaggio nel tempo – racconta il senatore Mario Giarrusso – abbiamo sentito parlare nel 2016 magistrati con le stesse parole che altri giudici usavano a Trapani negli anni ’80, quando si scopriva la loggia segreta Iside 2. Abbiamo sentito i magistrati inquirenti che si sono detti non al sicuro nelle proprie stanze, che non lasciano documenti in ufficio». «C’è una Procura sotto tiro – dice il vice presidente Fava – sotto le reazioni illecite di chi con fastidio giudica il lavoro della Procura, attenzioni che arrivano da parte di ambienti inquietanti».

 

I Gran Maestri in commissione

La presidente Bindi ha annunciato che verranno convocati i vertici degli ordini massonici, i Gran Maestri saranno convocati in commissione: «Chiederemo lorose sanno di logge segrete e se sanno perché non hanno denunciato, se invece non sanno chiederemo che agiscano per espellere questi corpi fornendo collaborazione all’autorità giudiziaria». Tanti i temi toccati, con l’annuncio, dopo avere ascoltato in giudici della Corte di Assise, Pellino e Corso, che verrà aperto un approfondito esame sui depistaggi emersi durante il processo per il delitto di Mauro Rostagno. Affrontato anche il tema della gestione dei beni confiscati, partendo dall’assedio che oggi continua a subire la Calcestruzzi Ericina, l’impresa confiscata al boss di Trapani Vincenzo Virga. C’è un progetto che prevede di mettere in rete la Calcestruzzi Ericina e tutte le imprese del settore che producono calcestruzzo, oggi sequestrate e confiscate.

 

«Troppa voce in capitolo»

Ma il progetto registra forti ritardi nell’attuazione e i ritardi stanno tutti dentro l’agenzia nazionale dei beni confiscati. La commissione ha puntato attenzione sulla sede regionale dell’agenzia e la Bindi ha chiosato: «Credo che sia stata lasciata all’agenzia regionale troppa voce in capitolo». Infine è stato affrontato il caso Castelvetrano, dove il Consiglio dopo un tira e molla si è sciolto per non far restare consigliere quel Lillo Giambalvo intercettato a esaltare la figura del latitante Matteo Messina Denaro. A Castelvetrano la commissione ha registrato attraverso le audizioni un maxi concentrato di logge, troppe per il territorio che protegge la latitanza di Matteo Messina Denaro.

 

Il sindaco non prende le distanze

La commissione ha sentito il sindaco di Castelvetrano Felice Errante e l’ex capogruppo del Pd Pasquale Calamia. «Ci saremmo aspettati una presa di distanza del sindaco di Castelvetrano che non c’è stata» ha detto la presidente Bindi e il vice presidente Fava continua: «Se Castelvetrano fosse in Baviera non ci porremmo il problema di una Giunta dove siedono tre assessori appartenenti alla massoneria, ma si tratta della città di Messina Denaro». E sul boss, latitante dal 93, la presidente Bindi aggiunge: «Aspettiamo anche noi la buona notizia della cattura».

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