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LA CAMORRA AL COMUNE DI AVERSA E LE ACCUSE DI ANTONIO IOVINE O’NINNO

LA CAMORRA AL COMUNE DI AVERSA E LE ACCUSE DI ANTONIO IOVINE O’NINNO. L’imprenditore Michele Russo minacciato e costretto a rinunciare all’appalto per il Pip della città normanna. Le accuse a Ferdinando Di Lauro, gli altri due che hanno scampato la prigione

Sotto all’ormai noto microscopio di Casertace va a finire l’ordinanza che ha portato all’arresto, qualche giorno fa, di due nomi noti dell’imprenditoria dell’agro aversano

AVERSA – Prima di tutto il nome del gip: Federica Colucci, una super esperta delle cose relative al clan dei Casalesi, per altro reduce da un’ordinanza quella del centro commerciale Jambo, che noi consideriamo una sorta di pietra miliare della lotta dello Stato contro la camorra imprenditoriale, i grandi interessi coltivati, soprattutto dal gruppi Zagaria in diversi e anche variegati settori economici. E’ proprio Federica Colucci, giudice per le indagini preliminari del tribunale di Napoli, a firmare l’ordinanza nei confronti del boss pentito Antonio Iovine, per l’imprenditore di San Cipriano Ferdinando Di Lauro e dell’altro imprenditore Andrea Grieco, suo socio di Casoria, per la vicenda dell’aggiudicazione della gara d’appalto per la costruzione delle infrastrutture di quella che, al tempo, era la nuova area PIP del comune di Aversa.

Sono due i capi di incolpazione: uno riguarda solamente Ferdinando Di Lauro, il quale viene arrestato prima di tutto per il reato di associazione a delinquere di stampo camorristico, come elemento, intimamente legato dunque intraneo, al clan dei Casalesi, fazione Antonio Iovine; il secondo relativo alla contestazione di turbativa d’asta in concorso, aggravata dall’articolo 7, cioè dall’aver favortio il clan camorristico nella presunta realizzazione di questo reato, a carico dello stesso Di Lauro, di Antonio Iovine, di Andrea Grieco amministratore della Falco e Security, società controllante in quanto proprietaria delle quote di maggioranza della Pip Aversa srl Soc di progetto. Per lo stesso reato, cioè per la turbativa d’asta in concorso aggravata dall’articolo 7, sono indagati Enzo Di Federico di Castiglione Messere Raimondo in provincia di Terano, amministratore della G&D Prefabbricati spa, e Enrico Capogrosso, di Napoli, amministratore e socio di maggioranza, ma riconducibile, secondo i pubblici ministeri della Dda a Ferdinando di Lauro della società PIP Aversa srl Soc di progetto.

Alla turbativa d’asta ci avrebbe pensato Antonio Iovine minacciando o facendo minacciare l’imprenditore Michel Russo e costringendolo a rinunciare all’appalto del pip, con successiva riapertura della procedura che portò all’aggiudicazione della gara alla G&D, non solo ma Iovine avrebbe fatto ritirare, secondo quello che lo stesso boss divenuto collaboratore di giustizia ha dichiarato, anche un’altra impresa napoletana, non identificata, che pure aveva iniziato le procedure per partecipare al pubblico incanto.

Da quello che si comprende in premessa di ordinanza, la Dda aveva chiesto anche l’arresto di Enzo Di Federico e di Enrico Capogrosso per i quali però il gip Federica Colucci non ha ritenuto esistessero gli elementi, quei gravi indizi di colpevolezza ma comunque pressanti esigenze cautelari per ordinare misure di grave restrizione della loro libertà personale.

Questi i dati di premessa. Ora comincia l’analisi che non mancherà di interessare anche aspetti, relativi alla vita amministrativa del comune di Aversa negli anni che sono andati dal 2006 al 2011.

G.G.

 

QUI SOTTO LO STRALCIO DELL’ORDINANZA CONTENENTE LE INCOLPAZIONI PER GLI INDAGATI

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PUBBLICATO IL: 29 maggio 2016 ALLE ORE 18:50

fonte:www.casertace.net

Da Il Mattino.Le carceri sono piene e non c’é posto per il vivandiere del boss .Resti,quindi, a casa.

Il Mattino, Domenica 29 Maggio 2016

Non c’è posto, il vivandiere del boss resti a casa

di Dario Sautto

Torre Annunziata. Nessuna cella disponibile, il «vivandiere» del boss non va in carcere. Un’odissea lunga un’intera giornata, prima del rientro nella sua abitazione agli arresti domiciliari nella serata di venerdì. Vincenzo Ametrano era stato arrestato giovedì mattina mentre tentava la fuga a piedi dal covo di Trecase, all’ombra del Vesuvio, dove aiutava il 43enne Ciro Nappo reggente del clan Gionta di Torre Annunziata a continuare da oltre un anno la sua latitanza, non molto lontano da casa. Mentre Nappo era destinatario di un ordine di carcerazione per un residuo di pena da scontare di 4 anni e 5 mesi la condanna definitiva nel maxi processo «Alta Marea» alla camorra di Torre Annunziata, Ametrano era al primo arresto e, in attesa della «destinazione», ha trascorso una notte in una cella di sicurezza della caserma di via Dei Mille. Nel frattempo, per «Ciruzzo capa e auciello» è arrivato l’immediato trasferimento nel carcere di Secondigliano, in attesa della convalida (fissata per domattina) anche di una seconda ordinanza per violazione delle prescrizioni per essere sfuggito ai controlli da sorvegliato speciale.

Nello stesso penitenziario napoletano era stato destinato anche Vincenzo Ametrano ma, giunto al cancello di Secondigliano il giorno dopo, ha scoperto che erano finiti i posti disponibili ed è stato mandato indietro, o meglio «dirottato» verso il carcere Salvia di Poggioreale. Anche lì, però, i carabinieri che lo accompagnavano hanno dovuto incassare un «rifiuto» poiché mancano posti letto nelle celle. Nel circondario, rimaneva solo la casa circondariale di Avellino, ugualmente al collasso e costretta a rifiutare prima della partenza del detenuto da Napoli. Così, il magistrato di turno ha disposto per Vincenzo Ametrano il trasferimento d’urgenza agli arresti domiciliari, nonostante il tipo di reato contestato favoreggiamento aggravato dall’agevolazione mafiosa preveda almeno inizialmente la detenzione in carcere. Anche per Ametrano come Nappo assistito dagli avvocati Giovanni Tortora e Gaetano Rapacciuolo è stato fissato per domattina, dinanzi al gip di Torre Annunziata, l’interrogatorio per la convalida dell’arresto. A quel punto, è possibile che venga valutata la necessità del trasferimento in carcere, ma prima sarà necessario fare una nuova ricerca nei vari penitenziari per trovare un posto letto che possa ospitare il nuovo detenuto.

CAMORRA DI MADDALONI. Per decenni il bar “Gazebo” dei giardinetti ha pagato il pizzo

LA CAMORRA DI MADDALONI. Per decenni il bar “Gazebo” dei giardinetti ha pagato il pizzo. Il clan ha anche incendiato un camion del titolare del locale Spalliero

In calce all’articolo lo stralcio dell’ordinanza in cui, messo alle strette, l’imprenditore ammette di aver pagato il pizzo senza però fare un solo nome degli estorsori

MADDALONI – E’ una delle estorsioni storiche dei clan maddalonesi, che dimostra, secondo gli inquirenti, ma anche secondo la logica di ciò che si legge, il fatto che la camorra di Maddaloni, nonostante le decine e decine di arresti, non ha fatto mai mancare una linea di continuità nelle proprie attività criminali.

Prima c’erano Antonio Farina, Martino. Quando questi sono stati arrestati e si sono anche pentiti, hanno continuato gli altri. Tutti gli altri. Almeno fino all’estate del 2013, data in cui l’imprenditore Domenico Spalliero, proprietario del noto bar “Gazebo” nella zona dei giardinetti, quello, per intenderci, che si trova di fronte al bar Del Monaco, ha raccontato ai Carabinieri che lo interrogavano le modalità delle estorsioni.

In un primo tempo ha negato di averle subite, poi le ha ammesse, dopo che gli inquirenti gli hanno mostrato le confessioni dei pentiti e anche le intercettazioni. Ma non ha mai voluto fare i nomi e i cognomi di coloro a cui, materialmente, ha consegnato le tre rate annuali, da 1000 euro l’una, stabilite dal clan come provento derivato dall’attività estorsiva a carico del suo bar.

Spalliero racconta anche che quando alla fine degli anni ’90 lui e il fratello si rifiutarono di pagare l’estorsione, gli fu incendiato il camion. Spalliero ha mantenuto la titolarità della licenza del tabacchi interno al bar “Gazebo”, mentre le altre attività dell’esercizio commerciale le ha date in gestione a Luigi Biancardi.

Nonostante questo, ha continuato a versare lui le rate del pizzo agli uomini del clan. Interessante la conversazione intercettata nell’auto con cui Pasquale Nuzzo, il figlio Domenico e Giuseppe Ciardiello si dirigono verso il bar “Gazebo” per riscuotere la tangente. A un certo punto, si accorgono che è già passato a ritirarla Michele Lombardi che, a quanto pare, è un neopentito da un paio di mesi a questa parte.

Una circostanza che irrita non poco Nuzzo, il quale parla apertamente di un’invasione di campo, dell’incursione, da parte di Lombardi, in un locale la cui estorsione sarebbe stata di loro competenza.

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PUBBLICATO IL: 28 maggio 2016 ALLE ORE 19:29

fonte:www.casertace.net

CasertaCe.Alessandro Zagaria ha casa a Pietrelcina, il paese di Padre Pio.

Alessandro Zagaria ha casa a Pietrelcina, il paese di Padre Pio. Ecco l’intrigo che coinvolge Maria Rosaria Madonna, zia acquisita di Zagaria, che Biagio Di Muro nomina a capo della kermesse di S. MARIA C.V. da quasi 300mila euro

Emergono nuovi elementi anche sulla mattinata delle perquisizioni, avvenute il 20 luglio scorso, sui documenti trovati nella sede della Miafin di via Mazzocchi e su tutti quelli, parenti e non, che andarono fuori dalla caserma dei Carabinieri di Caserta durante quelle ore concitate

SANTA MARIA C.V. – La mattinata del 20 luglio fu lunga e complicata, non solo per gli indagati Biagio Di Muro, Alessandro Zagaria e compagnia, sottoposti a pesanti perquisizioni, ma anche per i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta, che dovettero muoversi in diverse direzioni fisiche per raggiungere tutti i luoghi da perquisire.

Chi ha seguito questa vicenda da dieci mesi a questa parte, cioè da quel giorno fino a quello degli arresti, conosce bene quali furono i luoghi visitati dai Carabinieri, compresi quelli pertinenti alle sedi universitarie di Capua e di Aversa, rispettivamente facoltà di Economia e di Architettura.

Meno si sapeva, invece, che una dimora perquisita e abitata da Alessandro Zagaria si trovasse, inopinatamente, a Pietrelcina, comune alle porte di Benevento conosciuto in tutto il mondo per aver dato i natali a Padre Pio.

Via dell’Avvenire numero 1: questo l’indirizzo preciso.

Zagaria<br />
          Pietrelcina

Altro particolare da rilevare è quello relativo al ritrovamento all’interno della Miafin, finanziaria di cui era titolare Vincenzo Gargiulo ma in cui Alessandro Zagaria faceva, in pratica, il bello e il cattivo tempo con presenza stabile nella sede di via Mazzocchi, di documenti riguardanti proprio il progetto di ristrutturazione di Palazzo Teti-Maffuccini.

Dopo le perquisizioni di quella mattina di luglio a 40 gradi all’ombra, un vero e proprio stuolo di accompagnatori seguì il giovane Alessandro Zagaria nella caserma del Comando Provinciale dei Carabinieri di via Laviano per i cosiddetti adempimenti di rito.

In caserma entrò anche suo fratello Giusto Raffaele , mentre fuori rimasero Iolanda Di Caterino, la sorella della moglie dell’imprenditore di Casal di Principe Francesco Madonna, padre della fidanzata di Alessandro Zagaria, nonchè moglie di Erminio Schiavone di Casal di Principe, e altri parenti e conoscenti.

Si presentò nei paraggi anche il fidanzato della sorella di Alessandro, Carmine Iaiunese.

Il discorso dei parenti è importante perchè ci permette di introdurre un’altra vicenda, posta in evidenza dagli inquirenti: l’incarico dato da Biagio Di Muro a Maria Rosaria Madonna, nome noto anche della politica casertana, con un trascorso da vicesindaco a Casal Di Principe.

Imprenditrice, che ha aperto ai figli un ristorante giapponese in via G.M Bosco a Caserta, si è candidata alle ultime elezioni regionali dell’anno scorso  nella lista Caldoro.

Ma Maria Rosaria Madonna è soprattutto un’organizzatrice di eventi. Biagio Di Muro, secondo gli inquirenti, le garantisce, ancor prima dell’inizio delle procedure amministrative, la direzione artistica della manifestazione “La città sotto la città”.

Non sfugge il fatto che Maria Rosaria Madonna abbia relazione con l’establishment politico della Regione Campania. Anche con quel Pasquale Sommese, assessore alla cultura e agli spettacoli ed erogatore sia dei finanziamenti per l’evento “La città sotto la città” sia di molti altri interventi di ristrutturazione monumentale in cui sono presenti l’ingegnere Gugliemo La Regina, arrestato per la vicenda di Palazzo Teti-Maffuccini.

Lo scriviamo alla fine, perchè tutto sommato è la cosa più importante: Maria Rosaria Madonna è la sorella di Francesco Madonna, dunque la zia della fidanzata di Alessandro Zagaria, nipote aspirante della dinamica signora di Casal di Principe.

 

G.G.

 

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PUBBLICATO IL: 28 maggio 2016 ALLE ORE 17:59

fonte:www.casertace.net

.TANGENTOPOLI E CAMORRA NEL COMUNE DI CASERTA. Rischia le manette un mister X che lavora nel settore Finanze ed Economato

TANGENTOPOLI E CAMORRA NEL COMUNE DI CASERTA. Rischia le manette un mister X che lavora nel settore Finanze ed Economato. Avrebbe preso mazzette per liquidare le fatture alla cooperativa di Angelo Grillo quando questi era già in carcere. E TRA I CANDIDATI ALLE COMUNALI….

Ieri c’era sfuggito di sottolineare un passaggio importantissimo della testimonianza di Alessandra Ferrante, che riproponiamo in calce con adeguata sottolineatura grafica.

CASERTA – Il racconto della coindagata, ma, soprattutto, testimone chiave a disposizione della Dda nel procedimento che ha portato all’arresto, tra gli altri, dell’ex vicesindaco di Caserta, Enzo Ferraro, è stato considerato molto seriamente, non solo dalla magistratura inquirente, ma anche dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Napoli, il quale, firmando l’ordinanza, ha deciso di rinchiudere nel carcere di Secondigliano il citato Enzo Ferraro.

Partendo da questo assunto dimostrato dal fatto che l’intero gruppo di coloro i quali consentivano alla cooperativa sociale “Voglia di Vivere” di essere pagata in tempi rapidissimi, in cambio di mazzette è diventata destinataria di provvedimenti cautelari di limitazione della libertà personale. Anche post mortem, perchè se è vero che il decesso di Giammaria Piscitelli estingue il reato, anche solo quello contestato da indagato, è anche vero che dall’ordinanza risulta, in tutta evidenza, che se Giammaria Piscitelli fosse stato ancora in vita, sarebbe stato arrestato a sua volta, oppure come è successo a Pino Gambardella, avrebbe subito comunque un provvedimento restrittivo.

E’ bene, nella presunta combriccola, descritta nei minimi particolari da Alessandra Ferrante è rimasto ancora incognito il nome dell’ultimo dei presunti mariuoli: Enzo Ferraro indagato e arrestato, di Giammaria Piscitelli abbiamo detto, di Pino Gambardella pure, ricordando che ha ricevuto un ordine di divieto di dimore nella Regione Campania, manca quella persona che la Ferrante definisce impiegato addetto alla liquidazione delle fatture.

La Ferrante è precisa, ma è chiaro che non conosceva l’organigramma e il funzionigramma del Comune di Caserta. E qui, per esempio, definisce Giammaria Piscitelli segretario comunale, con una indicazione non fallace, visto che Giammaria Piscitelli, pur non essendo il segretario comunale, era il dirigente dei Servizi Sociali, cioè colui a cui toccava l’ultima parola sui pagamenti.

E allora non può essere considerato un momento di confusione ciò che la Ferrante riferisce agli uomini del Nucleo Investigativo dei carabinieri di Caserta, quando afferma che esisteva un altro dipendente del Comune capoluogo, definito per l’appunto impiegato, che partecipava alla spartizione delle tangenti, in quanto addetto alla liquidazione materiale al pagamento rapido e profondamente discriminatorio nei confronti degli altri fornitori di beni e servizi del Comune di Caserta, delle fatture presentate da “Voglia di Vivere” di Angelo Grillo, anche quando quest’ultimo, come si evince qui sotto  dal racconto della Ferrante, fu arrestato insieme ad Angelo Polverino e ad altri, il 7 novembre 2013.

G.G.

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PUBBLICATO IL: 28 maggio 2016 ALLE ORE 13:24

fonte:www.casertace.net

Morire a 36 anni !!!!!!!!………………….Prosegue la carneficina..Carogne !!!!!! Carogne non solo coloro che hanno sversato i rifiuti avvelenando terra , persone e animali,ma soprattutto coloro che sapevano e facevano finta di non vedere.Doppiamente carogne!!!!!! Ma Dio non é un cattivo pagatore,non dimenticatelo mai !!!!!!

29 maggio 2016

Un’altra vittima de La Terra dei Fuochi: muore Don Marco, “il cantautore di Dio”

Il parroco aveva 36 anni ed è morto per un tumore. Celebre la sua partecipazione in TV al Talent show di Canale 5 condotto da Gerry Scotti

- 29 maggio 2016

A proposito della “trattativa” Stato-camorra e degli incontri in una villa dei Servizi a Gaeta

Facchi in procura: “Io interrogato dagli 007″

Trattativa Stato-Casalesi, l’ex-subcommissario conferma l’incontro a Gaeta con tre agenti del Sisde
25 febbraio 2011 – Rosaria Capacchione
Fonte: Il Mattino

Ha confermato tutto: l’incontro nel parcheggio dell’area di servizio di Teano, sull’A1, l’interrogatorio fiume nella casa di Gaeta, la formazione della squadretta di 007 che nel 2003 individuò nel subcommissario all’emergenza rifiuti Giulio Facchi il suo interlocutore istituzionale. È durato meno che allora, ma è durato comunque molto a lungo l’interrogatorio di Facchi che ieri pomeriggio, a sorpresa, è stato sentito in Procura dai pm Federico Cafiero de Raho e dai colleghi Catello Maresca e Alessandro Milita. È comparso alle 15 senza avvocato, nella veste di persona informata sui fatti. E per quattro ore ha ricostruito la lunghissima giornata di otto anni fa, quando rimase ostaggio dei servizi segreti per una intera giornata, rispondendo alle domande degli uomini che si qualificarono quali responsabili regionale, comprensoriale e nazionale del Sisde. Era l’epoca immediatamente precedente alla trattativa, di cui alcune fonti riservate parlano, tra Stato e camorra per la gestione della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Facchi ha raccontato ai magistrati, per la prima volta, ciò che aveva recentemente rivelato dinanzi alle telecamere di Rainews 24, e cioè: «Una volta fui portato dagli 007 a Gaeta. Parlammo della situazione rifiuti. Ero con tre funzionari dei servizi segreti. Si trattò, come in tutte le altre occasioni, di un incontro istituzionale. Fu tutto registrato». Il giorno successivo ebbe una telefonata: «Dal commissariato mi chiesero di quel colloquio, a riprova che i servizi avevano un canale aperto anche con i vertici». Da lui, aveva anticipato l’ex subcommissario, coinvolto in tutti i più importanti processi collegati alla gestione dell’emergenza rifiuti in epoca bassoliniana, volevano conoscere il livello di infiltrazione camorristico: «Io lo registravo più in alto, legato alla nuova gestione dei rifiuti e i servizi si mossero in quella direzione per individuarlo». Prima di lui, altri funzionari e referenti istituzionali della struttura commissariale si sarebbero incontrati con altri uomini dei servizi segreti. In un caso, ha riferito Facchi, anche con Antonio Bassolino: «Fu io a fissare quell’incontro visto che in altre occasioni mi ero incontrato con un altro funzionario, almeno tre quattro volte, l’agente A.C. Sono certo che i servizi, dopo il 2004, riuscirono alla fine a piazzare un loro uomo all’interno del commissariato, una persona che era già stata consulente di un consorzio casertano». A suo dire, dunque, nell’ufficio del commissario per l’emergenza rifiuti, in epoca Catenacci, avrebbe lavorato direttamente un agente degli apparati di sicurezza già impiegato in precedenza in uno dei consorzi di bacino del Casertano, probabilmente il Ce2 o il Ce4. È durante la permanenza negli uffici di via Medina dell’uomo misterioso che sarebbero avvenuti gli incontri (almeno due) con il capo del clan dei Casalesi Michele Zagaria, latitante oggi come allora. Incontri durante i quali, in cambio della pax sociale, la camorra avrebbe chiesto e ottenuto una contropartita economica sotto forma di appalti e affidamenti di servizi. Anche questa parte della storia è stata chiesta ieri a Giulio Facchi, pur se riferita a un’epoca successiva alla sua permanenza al Commissariato straordinario. Nel fascicolo, aperto dalla Dda dopo le anticipazioni del Mattino sulla trattativa tra camorra e apparati dello Stato per la gestione dell’emergenza rifiuti, sono stati acquisiti anche gli elenchi delle ditte aggiudicatarie degli appalti per il trasporto dei rifiuti, gare con affidamento diretto in virtù della situazione emergenziale. Alcuni di quei contratti sono stati rinnovati fino al 2010. Tra le ditte beneficiarie, ce ne sono alcune riconducibili direttamente a Michele Zagaria nonostante fossero state già destinatarie dell’interdittiva antimafia. Per esempio, la Euroscavi dei fratelli Bianco, che opera a San Tammaro nella discarica Maruzzella: uno dei titolari è stato condannato per detenzione illegale di armi ed estorsione. Oppure, la Fontana srl, i cui titolari sono stati più volte coinvolti in indagini sul clan Zagaria. Ancora: la Euro Truck 2000 di Raffaele Parente, che si occupa di trasporto (soprattutto di rifiuti): il titolare, che nel 2006 ha riottenuto dal Consiglio di Stato la certificazione antimafia, fu gravemente ferito in un agguato subito dopo la scomparsa di Antonio Bardellino. Ditte contenute in un elenco di oltre cento nomi sui quali sta già indagando il pm Antonello Ardituro. Acquisite le dichiarazioni di Giulio Facchi, ora toccherà molto probabilmente a Walter Ganapini, ex assessore regionale all’ambiente, che ha denunciato di aver subito varie minacce all’epoca dell’individuazione delle aree da adibire a discarica. Denuncia di cui esiste una traccia audio diffusa nel 2010 da Wikileaks.

Montreal: ucciso alla fermata del bus un esponente della mafia italiana.O in galera o sotto terra:questa é la fine riservata ai mafiosi.

Il Corriere della Sera

Montreal: ucciso alla fermata del bus un esponente della mafia italiana

Un killer ha freddato Rocco Sollecito, membro del clan Rizzuto. Dal 2010 è in corso una faida per il controllo della [Esplora il significato del termine: ] “piazza”. Eliminato uno a uno il «gruppo dirigente»

di Guido Olimpio

Il killer in nero ha atteso il bersaglio nel gabbiotto della fermata del bus, sobborgo di Laval, a nord di Montreal. Quando il SUV bianco è passato vicino l’uomo ha estratto una pistola ed ha fatto fuoco. Diversi colpi hanno centrato la vittima al capo, il cadavere è scivolato sui sedili. Il sicario è fuggito. Si è chiusa così, alle 8.30, la carriera di Rocco Sollecito, 67 anni, esponente di spicco del crimine organizzato italiano in Canada. Delitto eccellente. Probabilmente non l’ultimo della faida che ha decimato a partire dal 2010 il clan Rizzuto.
La commissione dei sei

Sollecito faceva parte della commissione di sei membri che, quasi un decennio fa, aveva gestito la cupola a Montreal dopo l’arresto del padrino storico, Vito Rizzuto, deceduto di morte naturale nel 2013. Di quel gruppo solo due restano ancora vivi, Francesco Del Balso e Francesco Arcadi, perché invece di rimetterli in libertà hanno preferito riportarli in prigione. Una decisione adottata dalla polizia dopo che il 1 marzo, sempre a Laval, hanno liquidato Lorenzo «Puzzola» Giordano, 52 anni, anche lui membro del comitato. L’impressionante serie di delitti iniziata nel 2010 con la sparizione di Paolo Renda, cognato di Vito. Quest’ultimo visto alcuni membri della sua famiglia spazzati via. Il padre centrato mentre mangiava la minestrina nel sala da pranzo della sua villa: un unico colpo sparato da un cecchino appostato nel bosco. Il figlio traforato di proiettili in una via di Montreal, sempre più simile alla Chicago degli anni 30. E i «contratti» si sono susseguiti, uno dopo l’altro, con vendette incrociate, agguati, omicidi su commissione compiuti dal Messico alla Sicilia. Battaglia che ha coinvolto anche gang di bikers, spesso in affari con gli “italiani”o pronti a fare da braccio armato. Più di quaranta le esecuzioni.

Vuoto di potere

Gli esperti ipotizzano diversi scenari e insistono sul vuoto di potere. Qualcuno vuole soppiantare i Rizzuto – dicono -, forse organizzazioni esterne che hanno trovato sponde tra gli scontenti. Oppure «giovani lupi», determinati a prendersi un pezzo di mercato senza rispettare la nomenclatura tradizionale. L’eliminazione sistematica dei sei è la prova evidente, anche se è difficile comprendere chi abbia abbastanza carisma per imporre il suo ordine. Per questo la lotta potrebbe riservare nuove sorprese e nuovi cadaveri.

 

Napoli. Clan Contini, sequestrato lo yacht di lusso di «’u russo»

Il Mattino, Sabato 28 Maggio 2016

Napoli. Clan Contini, sequestrato lo yacht di lusso di «’u russo»

Il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Napoli ha rintracciato e sequestrato uno yacht di lusso nella disponibilità di Ettore Bosti, detto «u russo», ritenuto dagli investigatori esponente apicale del clan Contini. Bosti era stato destinatario, lo scorso 2 marzo, di un’ordinanza di custodia cautelare personale, insieme ad altre 34 persone, eseguita dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri, per aver costituito un’associazione transnazionale armata finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, aggravata dalle finalità mafiose. In quella circostanza, il Gico di Napoli aveva sequestrato un patrimonio di origine illecita riconducibile ai soggetti colpiti dalla misura cautelare del valore complessivo di oltre 20 milioni di euro, costituito da quote societarie, immobili, oggetti preziosi e auto di lusso.

 

Il pentito Iovine: «Così ci siamo ripresi i terreni confiscati». Cacciati dalla porta e rientrati dalla finestra.Ecco come vengono gestiti ed assegnati i beni confiscati alla mafia!!!

Il Mattino, Venerdì 27 Maggio 2016

Il pentito Iovine: «Così ci siamo ripresi i terreni confiscati»

di Mary Liguori

Dichiarazioni choc di Antonio Iovine a margine dell’ultima inchiesta contro il clan dei Casalesi.
Il superpentito ha dichiarato che alcuni lotti di terreno affidati dal Consorzio Agrorinasce, che gestisce beni confiscati nel Casertano, «furono affidati a una società di miei parenti e a quella di Ferdinando Di Lauro», ovvero l’impreditore arrestato questa mattina con l’accusa di essere stato in società con i Casalesi.
Secondo l’ex boss, dunque, i terreni di San Cipriano d’Aversa sottratti proprio al clan Iovine grazie alle inchieste della Dda, sarebbero tornati nelle sue disponibilità attraverso di Di Lauro e la società dei parenti dell’ex padrino.

Da CasertaCe.Campania. Misure cautelari a imprenditori dei Casalesi: a Di Lauro appalti del Cardarelli

Il Mattino, Venerdì 27 Maggio 2016

Campania. Misure cautelari a imprenditori dei Casalesi: a Di Lauro appalti del Cardarelli

di Mary Liguori

È Ferdinando Di Lauro, l’imprenditore che ha avuto per anni quasi il monopolio degli appalti al Cardarelli, uno dei due destinatari dell’ordinanza spiccata dal gip su richiesta della Dda di Napoli. Con lui, nel blitz di oggi, è stato arrestato il socio, Andrea Grieco. L’indagine è stata coordinata dal pool antimafia coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e condotta dai carabinieri del comando provinciale di Caserta.

Secondo le indagini, Di Lauro era espressione diretta del boss Antonio Iovine che oggi, da pentito, lo accusa. L’operazione ha portato anche al sequestro di beni per due milioni e mezzo di euro ad opera del Gico della guardia di finanza. Al centro delle accuse la turbata libertà degli incanti rispetto alla realizzazione dell’area Pip di Aversa, opera che non ha mai visto la luce.

Secondo l’accusa tra il 2007 e il 2011 grazie alle «amicizie» nel Comune di Aversa, Di Lauro riuscì ad aggiundicarsi l’appalto da 21 milioni per la realizzazione dell’Area Pip. Nell’inchiesta risulta indagato anche Vincenzo Di Federico, un altro imprenditore ritenuto vicino a Di Lauro e, quindi, a Iovine.

Secondo il pentito Iovine, Di Lauro non solo lo ha aiutato durante la sua latitanza, ma ha avuto rapporti stabili con la malavita del Vomero e del centro di Napoli, in particolare con i Mazzarella. Il collaboratore di giustizia sostiene che “Di Lauro aveva rapporti diretti con i gruppi criminali che controllano il Cardarelli e in un caso fece anche da intermediario tra loro e Michele Zagaria”.

Dal Cardarelli, il direttore tecnico Ciro Verdoliva, fa sapere che «Le imprese che facevano capo a Ferdinando Di Lauro (sia per quelle di cui risultava formalmente il titolare sia per quelle che rappresentava di fatto) sono state, a seguito di miei provvedimenti, tutte soggette a rescissione contrattuale perché in capo a Di Lauro sussisteva una informativa prefettizia in materia antimafia». «Ho provveduto ad applicare la Legge, non ho assunto alcun comportamento “eccezionale” ma ho avuto senz’altro coraggio: da quel momento ho avuto numerose minacce», ha aggiunto Verdoliva.

Da CasertaCe.DROGA A CASERTA. Chiuse le indagini per 6 “distributori” di stupefacenti tra il Parco dei Fiori e il rione Vanvitelli. L’ombra dei Belforte….

DROGA A CASERTA. Chiuse le indagini per 6 “distributori” di stupefacenti tra il Parco dei Fiori e il rione Vanvitelli. L’ombra dei Belforte….
I fatti risalgono al biennio 2012-2013

CASERTA. Chiuse le indagini a carico  a carico di Francesco Alberto Spaziante, Fabrizio Iucchitto, Maurizio Cappa, Alberto Cecere, Rosa Zampella e Maria Piccirillo, arrestate lo scorso mese di gennaio, in quanto accusate di aver contribuito allo spaccio di stupefacenti a Caserta e soprattutto nel rione Vanvitelli, con il placet del clan Belforte.

I fatti risalgono al biennio 2012-2013, quando un gruppo criminale collegato a Giovanni Capone, fiancheggiatore dei Belforte aveva messo su un’attività criminale nel territorio comunale di Caserta, caratterizzata dal sostegno dei familiari e anche da estorsioni in danno dei commercianti.

Quindi non solo droga, ma anche veri e propri tentativi di imporre il pizzo. La distribuzione degli stupefacenti, hanno acclarato le indagini erano affidate a due organizzazioni criminali che si sarebbero divise il parco dei Fiori e il rione Vanvitelli. La droga affluiva da Caivano ….

Uno dei gruppi aveva creato anche una rete di solidarietà interna ali’organizzazione per i momenti di difficoltà economica, con contatti periodici per sollecitare le ripresa dei “consumi” nei periodi di allontanamento. Altra peculiarità propria di questo gruppo era l’effettuazione di “servizi” aggiuntivi, come la consegna dello stupefacente a domicilio.

PUBBLICATO IL: 28 maggio 2016 ALLE ORE 9:29

fonte:www.casertace.net

Da CasertaCe .Il bar targato Zagaria da loro gestito all’università di Capua perquisito dai carabinieri.

ESCLUSIVA AVERSA. Ora De Cristofaro chieda immediatamente a Luciano Sagliocco e a Ninì Migliaccio di far ritirare la candidatura di Grazia Masone, moglie di Giuseppe Emendato. Il bar targato Zagaria da loro gestito all’università di Capua perquisito dai carabinieri. ECCO LA PROVA

Ora possiamo dire che l’uomo è ufficialmente indagato per camorra e la moglie contribuisce all’elezione a sindaco di De Cristofaro

AVERSA –  La realtà è anche peggiore di quella che abbiamo raccontato nell’articolo (CLICCA QUI PER LEGGERLO) in cui davamo notizia della candidatura nella lista di Noi Aversani, a ulteriore sfregio della memoria di Giuseppe Sagliocco che questo movimento ha fondato, della moglie di Giuseppe Emendato, titolare dell’Imperial Service, nata sulle ceneri della imperiale costruzioni, della famiglia di Alessandro Zagaria.

C’eravamo fermati a questo che rappresentava già un fatto grave secondo noi. no, è peggio ed è per questo che noi non abbiamo più parole da spendere nei confronti di Nini Magliaccio e di Luciano Sagliocco, fratello del compianto Peppino che questa lista hanno composto.

Dall’informativa dei carabinieri, che ispira e informa, fondamentalmente l’ordinanza che ha portato all’arresto dell’ex sindaco di Santa Maria Capua Vetere Biagio di Muro, dello stesso Alessandro Zagaria e di altri, viene fatto preciso e specifico riferimento a un’altra delle tante perquisizioni, che furono effettuate dai carabinieri il giorno 20 luglio 2015, cioè nello stesso giorno in cui fu perquisita la casa di Di Muro e diversi comuni della provincia di Caserta. I militari inviati dalla Dda entrarono e perquisirono la bouvette della facoltà di economia di Capua della Seconda università degli studi di Napoli.

Lì identificarono i due titolari che erano proprio Giusepep Emendato e la moglie Grazia Masone. Attenzione, ad Emendato quale amministratore dell’Imperial Service fu notificato il decreto di perquisizione, cioè l’avviso di garanzia con la specifica richiesta di farsi assistere da un avvocato. La Masone fu identificata attraverso la sua carta d’identità. Era presente anche lei. Anche lei, dunque, gestiva le attività dietro alle quali c’era Alessandro Zagaria, c’era la sua famiglia, ma soprattutto, stando a quello che raccontano i collaboratori di giustizia Massimiliano Caterino e Attilio Pellegrino c’era stato Michele Zagaria che aveva propiziato l’aggiudicazione alla famiglia del titolare del ristorante Il Tempio di quella bouvettes.

Ora, Grazia Masone, proprio lei, proprio quella identificata dai carbainier quel giorno, ce la troviamo candidata ad Aversa al consiglio comunale.

G.G.

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PUBBLICATO IL: 27 maggio 2016 ALLE ORE 19:20 

fonte:www.casertace.net

MADDALONI, UNA PER UNA LE ESTORSIONI DELLA CAMORRA

MADDALONI, UNA PER UNA LE ESTORSIONI DELLA CAMORRA. I casi del negozio Devil Sport a un passo dal commissariato e quello dei tre fratelli Costantino detti o’disperat. E Gino Trombetta…Tra arroganza, paternalismo da mamma santissima da parte di Antonio Farina quando Gerardo Costantino va a fargli visita a casa, e la pratica di una impenetrabile omertà. IN CALCE ALL’ARTICOLO LO STRALCIO DELL’ORDINANZA CON TUTTI I NOMI E COGNOMI

MADDALONI – E’ impressionante, leggere, contandole una per una, le aziende che sono state sottoposte ad estorsione dalla camorra maddalonese al tempo in cui i boss erano a piede libero. Decine e decine, in una sorta di rastrellamento militare.

Ma è ancora più impressionante leggere dalle principali ordinanze risultanti dall’attività di indagine della Dda, che ha delegato soprattutto ai carabinieri di compierle, il numero di imprenditori che negano, che si rifugiano nell’omertà totale, al netto di qualche ammissione, solo parziale.

Paura? Indubbiamente. Però questo appare un vero e proprio pensiero unico. Per cui, secondo noi non è solo questione di omertà, ma di un modello di convivenza ampiamente legittimato da un consenso sociale che per anni ha convissuto con la camorra, senza odiarla al punto giusto e quanto bastava per combatterla.

Gino Trombetta è stato uno dei boss del clan Belforte, che per un certo periodo  ha anche comandato come reggente. Ma è stato, pochi lo sanno ma noi lo sappiamo, anche un eccellente pallavolista arrivato alle soglie della seria A che ha svolto la propria attività nella città di Benevento dove era conosciuto e anche stimato come atleta quando il sottoscritto lavorava nei giornali natii.

Quindi ci sta pure ed è altamente verosimile che Gino Trombetta, varcato il confine dell’illegalità, si sia presentato qualche volta all’interno del negozio di articoli sportivi Devil Sport per ritirare della merce, ovviamente senza pagarla, così come ha raccontato agli inquirenti il collaboratore di giustizia nonchè ex super boss Antonio Farina.

Era una preda affascinante per i camorristi quel negozio perchè lì si misurava l’ardimento criminale. Si trovava, infatti, a soli 150 metri di distanza dal commissariato di polizia e Vittorio Lai, storico esattore del clan, affermava che ci volevano gli attributi per prendersi le scarpe a pochi metri dalla sede della polizia. Scarpe che, ovviamente, non venivano pagate. Altrimenti perchè richiamarsi al coraggio degli attributi?

Nicola Arzano che in quel negozio ha lavorato ha negato tutto o quasi tutto, limitandosi ad ammettere, contraddicendo non solo ciò che i collaboratori di giustizia Antonio Farina e Nicola Martino hanno raccontato, ma anche le intercettazioni nelle quali apparivano chiari i versamenti in denaro delle scadenze canoniche, che gli unici episodi capitatigli riguardavano il prelievo di capi di abbigliamento mai pagati da parte di sole 3 persone, cioè Farina, Martino, arrestati nel 2006 e divenuti collaboratori di giustizia, e Angelo Amoroso, che pure non rappresentava  un pericolo in quanto defunto per effetto di un agguato di camorra in quel di Cervino.

Stesso discorso, anzi anche peggio, per quel che riguarda le estorsioni praticate alla famiglia dei tre fratelli Michele, Salvatore e Gerardo Costantino, soprannominati ognuno di loro 0’disperato, un soprannome mutuato da un loro zio a cui gli era stato appioppato già negli anni 50.

Anche qui Farina e Martino confessano perentoriamente di aver praticato estorsioni ai suoi danni. Farina, addirittura racconta di una visita che uno dei Costantino gli fece a casa per chiedergli di scalare sulla rata estorsiva il materiale edile che i vari esponenti del clan avevano prelevato gratis nel suo capannone che si trovava alle spalle della Face Standard.

Il soprannome “o’disperat” compare associato alla cifra di 500 euro, nell’agenda di Pasquale Magliocca. nonostante questo Gerardo Costantino nega tutto, ovviamente non creduto da chi lo interroga.

G.G.

 

QUI SOTTO GLI STRALCI DELL’ORDINANZA

 

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PUBBLICATO IL: 27 maggio 2016 ALLE ORE 18:32

fonte:www.casertace.net

Da CasertaCe .CAMORRA AL COMUNE DI AVERSA. Gli imprenditori di Antonio Iovine hanno fatto affari anche con Agrorinasce

CAMORRA AL COMUNE DI AVERSA. Gli imprenditori di Antonio Iovine hanno fatto affari anche con Agrorinasce
Eseguiti questa mattina gli arresti dei due imprenditori Andrea Grieco e Ferdinando Di Lauro

Gli affari di Ferdinando Di Lauro, l’imprenditore arrestato questa mattina insieme ad Andrea Grieco (CLICCA QUI PER APPROFONDIRE) hanno interessato anche il Consorzio Agrorinasce. Si tratta dell’affidamento di un terreno confiscato alla camorra.

Così ne parla il pentito Antonio Iovine in un interrogatorio datato 8 ottobre 2015: “La gestione della società Agrorinasce fu affidata a Lorenzo Diana nel corso dell’amministrazione di Angelo Reccia. Tengo a chiarire che le amministrazioni di sinistra nel comune di San Cipriano sono state sempre gestite da Lorenzo Diana. Questo mi consta personalmente per aver suggerito a Giuseppe Natale, ex Dc amico di mio cugino Paolo Caterino, di farsi candidare nella lista di sinistra proprio da Lorenzo Diana. Così infatti accadde con l’inserimento del figlio Carlo nella lista. A San Cipriano decideva tutto Lorenzo Diana e così anche la società Agrorinasce che è società di sinistra, creata da Lorenzo Diana. Nicola Di Bello, cognato di mio cugino Renato Caterino, era interessato ai lavori di riqualificazione pari ad un miliardo e mezzo circa, gestiti dalla società Agrorinasce che poi si è effettivamente aggiudicato. So che furono acquistati dei lotti relativi alla riqualificazione di un ex deposito militare di San Cipriano da Di Lauro, da fratello di Ernesto De Luca, impiegato comunale, e dall’Anav società a me riconducibile“.

PUBBLICATO IL: 27 maggio 2016 ALLE ORE 17:44 

fonte:www.casertace.net

Da CasertaCe. CASERTA. Ecco come, mano per mano, le mazzette, partendo da Roma, arrivavano, secondo il racconto della testimone chiave, nelle tasche di Enzo Ferraro.

CASERTA. Ecco come, mano per mano, le mazzette, partendo da Roma, arrivavano, secondo il racconto della testimone chiave, nelle tasche di Enzo Ferraro. Per lui anche viaggi e il regalo da Angelo Grillo di una Fiat Punto di colore celeste

Le ultime battute delle dichiarazioni di Alessandra Ferrante, che pubblichiamo in calce, non sono meno interessanti di tutte le altre

CASERTA – Le fondamentali dichiarazioni, rese da Alessandra Ferrante, una delle dipendenti di maggior livello di Angelo Grillo, si concludono, almeno per quel che riguarda la parte relativa ad Enzo Ferraro, con la descrizione minuziosa dell’intero percorso delle mazzette che partivano da Ciampino e da Roma, cioè dal conto corrente di Voglia di vivere fino al vicesindaco di Caserta passando per le mani di Pasquale Valente e poi per quelle di Gaetano Barbato che materialmente consegnava, sempre secondo la Ferrante, le mazzette a Ferraro.

Oltre a questo per il vicesindaco c’erano altri benefit: oltre ai viaggi di cui si è già parlato anche un’auto regalata a Ferraro, alla moglie o a un suo familiare. Precisamente una fiat punto di colore celeste.

G.G.

 

QUI SOTTO IL TESTO DELL’INTERROGATORIO DELLA FERRANTE

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PUBBLICATO IL: 27 maggio 2016 ALLE ORE 16:33 

fonte:www.casertace.net

CAMORRA A MONDRAGONE. Carcere duro per Giacomo Fragnoli

ESCLUSIVA, CAMORRA A MONDRAGONE. Carcere duro per Giacomo Fragnoli

ESCLUSIVA, CAMORRA A MONDRAGONE. Carcere duro per Giacomo Fragnoli
Disposto il 41 bis per uno dei capi storici del clan….

MONDRAGONE – La notizia è trapelata nelle ultime ore, ma risalirebbe già a qualche giorno fa, quando è stato disposto il 41 bis, cioè il carcere duro a carico di Giacomo Fragnoli, figlio di Giuseppe. Sempre Giacomo Fragnoli da anni è considerato dalla Dda  uno dei capi del clan di Mondragone. Detenuto nel carcere di L’Aquila, secondo gli inquirenti avrebbe assunto, prima dell’ascesa di Emilio Boccolato la reggenza della cosca mondragonese assieme al germano Luigi e ad Angelo Gagliardi detto Mangianastri.

Solo 3 giorni fa una maxi operazione dei carabinieri, coordinati dalla Dda, ha scompaginato la nuova consorteria criminale che stava tentando di affermarsi in città, a capo della quale c’erano De Filippis e Cinalli da un lato e dall’altro Antonio De Lucia. 

Proprio sul caso Cinalli, emergerebbe dall’ordinanza, che Giacomo Fragnoli avrebbe dato disposizioni, a suo tempo,riguardo una paventata lista di affiliati che dovevano percepire lo stipendio. (CLICCA QUI)

Red.Cro.

PUBBLICATO IL: 27 maggio 2016 ALLE ORE 17:13 fonte:www.casertace.net

Da CasertaCe .CAMORRA NEL COMUNE DI AVERSA

LA CAMORRA NEL COMUNE DI AVERSA. Antonio Iovine o’ninno tira in ballo l’ex sindaco Domenico Ciaramella: “Ci favorì nella gara d’appalto”

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia sono alla base dell’ordinanza che ha portato all’esecuzione dei due arresti di questa mattina

AVERSA – ANSA -Ombre sull’ex sindaco di Aversa Domenico Ciaramella emergono dall’inchiesta della Dda di Napoli che ha portato in carcere l’imprenditore edile Ferdinando Di Lauro, ritenuto vicino all’ex capoclan dei Casalesi Antonio Iovine, detto “‘o Ninno”, oggi collaboratore di giustizia. E’ proprio Iovine, in un interrogatorio reso ai pm della Direzione Distrettuale Antimafia del giugno 2014, a tirare in ballo l’ex primo cittadino, che peraltro non risulta indagato. “O’ ninno” racconta di quando “Di Lauro aveva acquistato unitamente a un socio di Napoli un terreno di 50mila metri quadrati inserito nell’area Pip di Aversa. Il nostro obiettivo era ottenere la trasformazione del terreno in zona edificabile”. 

Di Lauro – dice ancora il collaboratore di giustizia – mi coinvolse in quanto a me molto legato, eravamo praticamente un tutt’uno, e mi chiese se poteva rivolgersi all’allora sindaco di Aversa Domenico Ciaramella, persona che io conoscevo direttamente, sia in quanto lontano parente, anche perche’ come commercialista aveva curato societa’ a me riconducibili“. “Ovviamente – continua “o’ ninno” – noi sapevamo bene che, per un verso, il Di Lauro era notoriamente mia espressione, dall’altro che il sindaco appositamente contattato tramite lo stesso Di Lauro e Cerullo Antonio (fedelissimo di Iovine, ndr), si dichiaro’ ben disponibile a favorirci. Il Di Lauro spendeva del tutto legittimamente il mio nome, in quanto eravamo praticamente soci” aggiunge Iovine”.

In un ulteriore interrogatorio, Iovine, distingue le due categorie di imprenditori legati al clan, ovvero coloro che come Di Lauro erano diventati suoi soci occulti, acquistando un cosiddetto “pacchetto-assistenza”, dagli operatori che invece mantenevano una certa autonomia dalla cosca pur venendone spesso favoriti nella gare d’appalto.

Il pacchetto-assistenza, spiega il collaboratore, faceva nascere “una societa’ imprenditore-camorra che usava come paravento formale l’impresa dell’imprenditore colluso e che nascondeva la vera societa’, che era, come detto, una societa’ imprenditore-camorra” In cambio, l’imprenditore colluso “si garantiva che nessuna famiglia disturbasse i lavori, e la possibilita’ di chiedermi di intervenire o di spendere anche solo il mio nome nei confronti di fornitori, dipendenti, funzionari comunali, sindaci, che potevano intralciare, anche legittimamente, i lavori. Per questo – conclude l’ex boss – autorizzai Di Lauro a spendere il mio nome presso l’allora sindaco Ciaramella”.

PUBBLICATO IL: 27 maggio 2016 ALLE ORE 15:10


fonte:www.casertace.net

LA CAMORRA NEL COMUNE DI AVERSA. Antonio Iovine o’ninno tira in ballo l’ex sindaco Domenico Ciaramella: “Ci favorì nella gara d’appalto”

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia sono alla base dell’ordinanza che ha portato all’esecuzione dei due arresti di questa mattina

AVERSA – ANSA -Ombre sull’ex sindaco di Aversa Domenico Ciaramella emergono dall’inchiesta della Dda di Napoli che ha portato in carcere l’imprenditore edile Ferdinando Di Lauro, ritenuto vicino all’ex capoclan dei Casalesi Antonio Iovine, detto “‘o Ninno”, oggi collaboratore di giustizia. E’ proprio Iovine, in un interrogatorio reso ai pm della Direzione Distrettuale Antimafia del giugno 2014, a tirare in ballo l’ex primo cittadino, che peraltro non risulta indagato. “O’ ninno” racconta di quando “Di Lauro aveva acquistato unitamente a un socio di Napoli un terreno di 50mila metri quadrati inserito nell’area Pip di Aversa. Il nostro obiettivo era ottenere la trasformazione del terreno in zona edificabile”. 

Di Lauro – dice ancora il collaboratore di giustizia – mi coinvolse in quanto a me molto legato, eravamo praticamente un tutt’uno, e mi chiese se poteva rivolgersi all’allora sindaco di Aversa Domenico Ciaramella, persona che io conoscevo direttamente, sia in quanto lontano parente, anche perche’ come commercialista aveva curato societa’ a me riconducibili“. “Ovviamente – continua “o’ ninno” – noi sapevamo bene che, per un verso, il Di Lauro era notoriamente mia espressione, dall’altro che il sindaco appositamente contattato tramite lo stesso Di Lauro e Cerullo Antonio (fedelissimo di Iovine, ndr), si dichiaro’ ben disponibile a favorirci. Il Di Lauro spendeva del tutto legittimamente il mio nome, in quanto eravamo praticamente soci” aggiunge Iovine”.

In un ulteriore interrogatorio, Iovine, distingue le due categorie di imprenditori legati al clan, ovvero coloro che come Di Lauro erano diventati suoi soci occulti, acquistando un cosiddetto “pacchetto-assistenza”, dagli operatori che invece mantenevano una certa autonomia dalla cosca pur venendone spesso favoriti nella gare d’appalto.

Il pacchetto-assistenza, spiega il collaboratore, faceva nascere “una societa’ imprenditore-camorra che usava come paravento formale l’impresa dell’imprenditore colluso e che nascondeva la vera societa’, che era, come detto, una societa’ imprenditore-camorra” In cambio, l’imprenditore colluso “si garantiva che nessuna famiglia disturbasse i lavori, e la possibilita’ di chiedermi di intervenire o di spendere anche solo il mio nome nei confronti di fornitori, dipendenti, funzionari comunali, sindaci, che potevano intralciare, anche legittimamente, i lavori. Per questo – conclude l’ex boss – autorizzai Di Lauro a spendere il mio nome presso l’allora sindaco Ciaramella”.

PUBBLICATO IL: 27 maggio 2016 ALLE ORE 15:10


fonte:www.casertace.net

Da CasertaCe .LA NUOVA CAMORRA DI MONDRAGONE. Imprenditori omertosi e qualcuno offre la spesa

LA NUOVA CAMORRA DI MONDRAGONE. Imprenditori omertosi e qualcuno offre la spesa. Sparano nella serranda di un supermercato e il titolare nega di aver subito richieste estorsive. Ma Invito e la mamma….
Emergono particolari interessanti dalle intercettazioni che ricostruiscono anche il comportamento degli esercenti in città

MONDRAGONE – Più andiamo avanti nella lettura dell’ordinanza emessa dal Gip Marcopido, supportata dalle attività investigative della Dda di Napoli e dai carabinieri, è più ci convinciamo che così come sussisteva a Mondragone un clan in palese crisi economica e in fibrillazione per gli irrisori pagamenti degli stipendi agli esecutori materiali delle attività illecite, così esisteva e forse esiste una classe imprenditoriale locale omertosa e in alcuni casi scesa anche a compromessi con gli esponenti della nuova camorra per non avere fastidi.

Dalla lettura delle oltre 2300 pagine siamo incappati in vari episodi, tra cui quello messo in evidenza oggi, in cui il titolare di un supermercato, benchè fosse restio a pagare somme di denaro agli estorsori, aveva deciso di scendere a patti, offrendo, qualcosa che fosse pertinente alla propria attività d’impresa. Nel caso estrapolato dalla corposa ‘inchiesta che ha colpito ben 57 affiliati e presunti fiancheggiatori del clan mondragonese, il gestore di un esercizio commerciale mondragonese sarebbe arrivato a dire a Tommaso Della Valle, che nel frattempo, era riuscito ad ottenere un incontro per chiudere la partita estorsiva: “Tomma.., tu mi hai detto che venivano a fare solo la spesa, mica a pagare…

Ciò fa comprendere che l’accordo preso per evitare reazioni aggressive e sconsiderate del clan in danno dell’impresa era caratterizzato solo dall’offerta della spesa agli esponenti della malavita locale.

Ma a quanto pare, dal dialogo captato il 28 marzo 2014 dagli inquirenti, sia Simone Invito, che Tommaso Della Vale dovevano compiere una vera e propria riscossione in denaro per il periodo di Pasqua, in danno del suddetto imprenditore.

A questo punto, però accade qualcosa di imprevisto. Il 21 aprile del 2014 viene intercettata un’altra conversazione. Secondo quanto scrive il Gip Marcopido, Tommaso Della Valle all’inizio del mese di aprile del suddetto anno viene arrestato sempre per estorsioni, quindi Simone Invito è costretto a cercare un’altra persona che lo potesse semplicemente accompagnare sul luogo dove doveva avvenire la riscossione dell’obolo del clan. Ma a quanto pare incassa un diniego.

Poi la mattina del 1 maggio 2014 i carabinieri della locale Compagnia intervengono presso il supermercato attenzionato dagli estorsori, in quanto nella notte sono stati esplosi nella serranda alcuni colpi d’arma da fuoco.

A questo punto il titolare del centro commerciale viene ascoltato dagli inquirenti e nega di aver avuto richieste o approcci estorsivi. Siamo di fronte dunque ad un caso di omertà?

In base a quanto si evince dalla lettura degli atti giudiziari, sussiste un’intercettazione, che invece confermerebbe la tesi degli inquirenti riguardo l’atto intimidatorio, il quale sarebbe maturato proprio a seguito delle tentate estorsioni subite dell’esercente. Ad essere captati in auto, questa volta sono Simone Invito e la mamma. Proprio quest’ultima, secondo i magistrati “spera in cuor suo” che dopo l’attentato l’imprenditore pagasse.

L’epilogo di questa incresciosa storia giunge il giorno dopo, il 2 maggio 2014. Secondo i magistrati il dialogo intercettato tra i due fratelli Invito, confermerebbe la consumazione del reato. In effetti Simone avrebbe confessato ad Emanuele che chi di dovere si era “messo a posto”.

M.I.

 

 

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PUBBLICATO IL: 27 maggio 2016 ALLE ORE 14:03 

fonte:www.casertace.net

CAMORRA / IL MASSACRO DEI CAVALLI DOPATI. POVERI ANIMALI !!!!!!!!! CRIMINALI !!!!

CAMORRA / IL MASSACRO DEI CAVALLI DOPATI

9 maggio 2016

di Andrea Cinquegrani

Traffici di rifiuti tossici, sversamenti abusivi, inquinamento di falde acquifere, disastro ambientale. E tanto per gradire, anche gare ippiche clandestine, scommesse illegali, maltrattamenti e torture d’ogni sorta a decine e decine di puledri che venivano anche dopati, riempiti di botte e poi ammazzati, quindi macellati. Un autentico horror movie, quello che sta andando in scena al tribunale di Napoli, dove sono sotto processo ben 70 imputati per una sfilza di reati da far accapponare la pelle. Il tutto per un grosso giro d’affari, derivante sia dai lucrosi sversamenti di materiali “cari” da smaltire, sia per il vorticare da palate di euro per le gare e le scommesse sulla pelle dei cavalli. Tra gli imputati spicca un nome, quello di Antonio Agizza, che fa capo ad una delle più “note” dinasty partenopee impegnate da quasi trent’anni nel fortunato business della monnezza e protagonista in un’altra, identica storia, l’inchiesta “Chernobyl” che, iniziata esattamente dieci anni fa, sta morendo di prescrizione annunciata a Salerno.

Due storie “ai confini della realtà”, tutte da raccontare. Storie che vivono in un contesto, come quello campano, in coma profondo da anni, con un territorio distrutto dalle “mafie istituzionali”, percentuali di malattie cancerogene di gran lunga superiori alle medie nazionali (soprattutto nel cosiddetto triangolo della morte dell’hinterland partenopeo e nella “Terra dei Fuochi), una bonifica fatta solo di parole, mentre i cittadini continuano a morire.

Quasi trent’anni fa l’Acna di Cengio cominciava a sversare i suoi fanghi super tossici nella periferia (epicentro il quartiere di Pianura, nella zona ovest cittadina) e nell’hinterland di Napoli: la Voce scrisse la prima inchiesta nel 1989 (e già facevano capolino personaggi che solo pochi anni fa salgono alla ribalta delle cronache, come l’avvocato-faccendiere Cipriano Chianese e il monnezzaro-pentito Gaetano Vassallo).

E’ di 20 anni fa esatti la prima verbalizzazione, nella casera dei carabinieri a Castello di Cisterna, di Carmine Schiavone, che già allora fornì una marea di dettagli su modalità e luoghi di sversamento, cifre del business, tariffe, nomi dei politici di riferimento: quelle verbalizzazioni sono rimaste ad ammuffire dei cassetti degli inquirenti, fino a che Schiavone non ne ha parlato, due anni fa, in interviste tv e l’anno scorso è “ morto” cadendo da un albero nella località “protetta” dove viveva.

Ancora: a pochi giorni dalla morte dello zio di Sandokan, nella primavera 2015, quindi poco più di un anno fa, ha perso la vita in un “incidente” stradale, dalla dinamica mai chiarita, il magistrato che lavorava ad una maxi inchiesta sui rifiuti e proprio sulla scorta delle ultime verbalizzazioni del pentito: ma il ‘giallo’ del pm Carmine Bisceglia è stato subito archiviato, una tragica “fatalità”. Insomma, misteri & affari targati monnezza, in mezzo ai flop della “giustizia”, non finiscono mai. Anzi.

Ma veniamo ai due casi. La prima inchiesta parte per impulso delle Fiamme gialle di Afragola, popolosissimo comune della provincia di Napoli. Man mano dalle indagini emerge una fittissima rete di sigle, imprese, personaggi coinvolti nello smaltimento illegale d’ogni sorta di rifiuti: da quelli condominiali a quelli industriali, “sistemati” in modo del tutto illegale un po’ ovunque: fogne comunali, fiumi, campagne, ovunque, inquinando in modo capillare ampie fasce del territorio vesuviano. Un’attività a ciclo “completo”: dalle “public relations” per trovare clienti, agli accordi, al prelievo, al trasporto, fino alla vastissima gamma delle modalità di sversamento. In prima fila due sodalizi: il folto gruppo dei Barchetti (con ben sette suoi esponenti – i magnifici 7 della monnezza – attualmente sotto processo: 2 Gaetano, 2 Michele, Cesare Agostino, Luigi e Pasquale), la più ristretta famiglia Veneroso (Antonio, Francesco e Francesco, tutti soprannominati ‘0 Ricciolone); il già citato Antonio Agizza, riconducibile alla vasta dinasty capeggiata, negli anni ’80, da Vincenzo Agizza, socio e cognato di Domenico Romano, di cui la Voce ha scritto pochi giorni fa per la stretta amicizia con l’ex sindaco di Santa Maria Capua vetere Biagio Di Muro, protagonista nella fresca inchiesta che ha colpito come un ciclone il Pd campano e il suo segretario regionale Stefano Graziano.

CIFRE E DETTAGLI DEL MASSACRO

Proseguendo nelle indagini, i finanzieri di Afragola scoprono un altro giro d’affari, diramato in tutta la Campania, gli stessi protagonisti in campo, stavolta a base di scommesse, doping & cavalli. Ecco cosa viene scritto nel capo di imputazione: “un’associazione criminale dedita all’organizzazione di corse clandestine di cavalli, cui vengono somministrate sostanze dopanti che comportano sevizie o strazio per gli animali. Il sodalizio criminale ha costituito una sorta di circuito itinerante delle competizioni organizzate in pubbliche strade, noncurante dei pericoli cui vengono esposti sia gli animali che le persone presenti in tali manifestazioni eseguite senza le dovute precauzioni, durante le quali i cavalli subiscono vere e proprie ‘sevizie’ con la somministrazione, prima e durante la gara, di sostanze dopanti o con effetto dopante, dagli stessi proprietari o comunque da persone non qualificate, con il solo scopo di aumentare le prestazioni degli animali”.

Varie le tipologie di gare: dal confronto a due, con eliminatorie, ottavi e quarti di finale, semifinale e finalissima, a quelle ‘tipo trotto’, con calesse e driver, generalmente disputate di notte o all’alba nelle periferie dei centri abitati del devastato hinterland napoletano. E varie le tipologie di “sevizie” ai quali i poveri cavalli vengono regolarmente sottoposti: dalle terrificanti condizioni in cui vengono costretti a ‘sopravvivere’ (box 2 metri per 1 senza luce, garage, stalle abusive, “legati al morso con 2 catene e moschettoni da 30 centimetri, immobili per intere giornate”), alle bastonate quotidiane, alle mazze ferrate, fino ai martiri finali “spesso a colpi di martello”, nel migliore dei casi con un revolver. Nel bel mezzo, una gamma di torture per somministrare le droghe: in prevalenza “xenobiotici”; una sostanza che va per la maggiore è la “Benzoilecgonina”, un cosiddetto “metabolita della cocaina” che serve a migliorare in modo significativo le performance.

Ecco come si esprime, in perfetto stile britannico, uno dei protagonisti nell’organizzazione delle corse, intercettato dalle fiamme gialle: “quel bastardo di cavallo mi ha fatto sporcare di sangue perchè gli mettevo l’ago in vena e lui si ritraeva. Stavo prendendo l’ago per infilarglielo in gola”. Spesso ai puledri venivano spezzate le mandibole per somministrare meglio le pozioni miracolose.

Ma gli “organizzatori” non si fanno mancare niente e hanno a libro paga anche un veterinaria napoletana, studio a Fuorigrotta, la quale “suggeriva le sostanze da somministrare per aumentare le prestazioni nelle competizioni alle quali gareggiavano”.

Così denuncia la LAV nell’ultimo rapporto sulle “Zoomafie”. “Nel 2014 i numeri relativi alle pratiche legate all’ippica, pur facendo registrare una lieve diminuzione rispetto all’anno precedente, continuano ad essere allarmanti. Ben 110 cavalli impegnati in gare ufficiali sono risultati positivi a sostanze vietate, 4 corse clandestine sono state bloccate, 22 persone denunciate e 10 cavalli sequestrati”. Figurarsi il numero dei cavalli dopati in gare ‘non ufficiali’! Prosegue il rapporto: “Negli ultimi 17 anni, dal 1998 al 2014, sono state denunciate, nel complesso, 3.344 persone, 1.238 cavalli sono stati sequestrati e 111 corse e gare clandestine sono state bloccate”.

Campania e Sicilia in testa alla vergognosa hit. Descrive un giornalista palermitano: “In ogni provincia siciliana c’è un giro di almeno 1000 cavalli clandestini, ad ogni gara partecipano 250-300 persone, tutti scommettitori, le puntate variano da 30 a 100 euro in media, il fatturato del settore è di circa 1 miliardo. Cifre da capogiro. Le piazze principali sono quelle di Messina, Trapani, Siracusa e Palermo. Davanti alla Cittadella universitaria proprio di Palermo venne ritrovata la carcassa di un cavallo. La gran parte dei cavalli – prosegue – arriva dai paesi dell’ est o dalla Spagna, ma anche dagli ‘scarti’ degli ippodromi italiani. L’età media dei cavalli che vengono da fuori è di 4-5 anni, vengono acquistati a peso, da un minimo di 900-1000 euro ad un massimo di 4 mila. Vengono messi sotto torchio per un paio d’anni, se vincono bene, se muoiono non importa, se si azzoppano o non vincono li ammazzano e li rivendono ai macelli, guadagnandoci la spesa di acquisto”.

Oltre al ministero dell’Ambiente e al Comune di Napoli, diverse associazioni animaliste e ambientaliste si sono costituite parti civili, tra cui Wwf, Lav, la genovese No Macelli, Horse Angels patrocinate dagli avvocati Raffaella Cristofaro e Andrea Scardamaglio. La prossima udienza si svolgerà il 23 luglio presso la prima sezione penale del Tribunale partenopeo: si continua con la verbalizzazione di numerosi testi, pm Fabiana Magnetta, presidente della sezione Marco Occhiofino (tra i pm della Mani pulite partenopea inizio anni ’90). “Quando c’è un processo con tanti imputati c’è il rischio di tempi lunghi, intoppi, rinvii, spesso per le tante notifiche sbagliate o non andate a buon fine – fanno notare non pochi addetti ai lavori – anche per il processo Chernobyl è stato così. Tanti imputati e ora il rischio, ormai quasi certo, di prescrizione, con tutti i processati per reati gravissimi liberi come fringuelli e soprattutto liberi di delinquere di nuovo”. Come sta succedendo.

Emblematico il caso di Antonio Agizza. Tra gli imputati più in vista di “Chernobyl”, è ora ri-imputato, per gli stessi reati (con l’aggiunta equina), nel processo che riprende a luglio.

UNA CHERNOBYL IN VIA DI PRESCRIZIONE

Finiamo, allora, con alcuni flash dal processo cominciato a Santa Maria Capua Vetere a dicembre 2011, poi passato per “competenza territoriale” a Salerno, un’udienza preliminare dopo due anni esatti (dicembre 2013), rinvio a giudizio a febbraio 2014, quindi una interminabile serie di rinvii per cause “tecniche”: da aprile 2014 si passa a dicembre 2014, quindi da aprile 2015 si salta a giugno dello stesso anno. E ad oggi. Con una prescrizione-mannaia più che mai dietro l’angolo. “Il processo sta morendo”, commentano alcuni siti nel Vallo di Diano, “tutti i partiti se ne fregano, a nessuno conviene scoperchiare quel pentolone”. Solo i 5 Stelle stanno facendo battaglia perchè almeno a livello parlamentare quello scandalo non vada in naftalina ma almeno, per ora, possa rientrare nel mortale dossier “Terra dei Fuochi”. Una strage, si sa, tira l’altra, e fu proprio l’inchiesta Chernobyl (che prendeva le mosse da Ceppaloni, il paese di Clemente Mastella, ora candidato per Forza Italia a Benevento) a documentare, in modo scientifico, l’altrettanto scientifico avvelenamento delle terre di tutta la Campania, e non solo.

Il periodo finito sotto la lente degli investigatori era il biennio 2006-2007 (per la precisione da gennaio 2006 a giugno 2007), riuscendo a quantificare in quasi 1 milione (980 mila per la precisione) le tonnellate di rifiuti (anche tossici e speciali) sversate nei fiumi o interrate nel suolo, un giro d’affari da ben 50 milioni di euro e 38 imputati, tra singoli “affaristi” della monnezza, trasportatori, imprese di piccole, medie e anche grosse dimensioni, come l’avellinese De Vizia Transfer, la “Naturambiente” del gruppo Gallo (impegnato anche nel settore energetico) o un “esperto” del ramo come Antonio Agizza. Del quale così scriveva, nel 2007, Leandro Del Gaudio per il Mattino: “Incensurato e lontano parente di imprenditori coinvolti negli anni scorsi in indagini sul clan Nuvoletta di Marano. Assieme ai suoi stretti collaboratori – si legge nel decreto di fermo – procedeva all’illecito smaltimento di rifiuti liquidi provenienti dal porto di Napoli, con una capillare falsificazione dei ‘fir’, i fogli di identificazione dei rifiuti, i documenti che attestano l’avvenuto, regolare smaltimento. E non ci sono solo gli scarichi tossici di navi mercantili e militari. Dal porto e attraverso il porto passavano altre forme di immondizia. Quelle degli ospedali e delle cliniche private napoletane, delle fosse settiche di civili abitazioni, degli esercizi commerciali e dei lidi balneari. Dal porto dunque, dove Antonio Agizza aveva un ‘ragazzo suo’ – come si legge nelle intercettazioni del Noe napoletano – un ragazzo che si chiamava Alfonso, uomo fidatissimo di via Molo Carmine, che gli rivolge parole deferenti: ‘Donn’Antonio, il camion è uscito, tutto bene”. E Agizza gli risponde: ‘sì, ma adesso fai lavorare i miei autisti, non ti preoccupare, falli fare e non mettere l’orario, me lo vedo io’. Pochi dubbi – commenta Del Gaudio – da parte del pm sulla destinazione finale del carico: ‘i rifiuti gestiti dal gruppo Agizza vengono smaltiti illegalmente nella rete fognaria cittadina, immessi direttamente in tombini”.

“Un sistema diabolico, scellerato, criminale”, secondo gli inquirenti, quello messo in piedi per assicurare profitti a tutti: evidentemente ai membri del “sodalizio”, e anche ai contadini vittime e complici, pagati 600 euro a sversamento, per chiudere un occhio (anzi tutti e due) sui carichi di monnezza ospitati e interrati nelle proprie campagne.

Ad un convegno organizzato dall’associazione antimafia Antonino Caponnetto a Caserta l’8 maggio su riciclaggi e ecomafie nella Terra dei Fuochi, Tina Zaccaria, madre che ha perso due anni fa la sua bimba di 13 anni, Dalia, morta di linfoma, ha denunciato: “ci hanno nascosto che vivevamo in una terra avvelenata. Mio figlio è morto, tanti nostri figli sono morti, ma niente è cambiato. Lo Stato doveva controllare e non ha controllato, deve bonificare e non fa niente. Tutto è come prima. La gente sembra rassegnata, è stanca di combattere e non vedere una risposta. Lo Stato prima ci fa morire, poi non ci aiuta e non muove un dito per cambiare le cose”.

fonte:http://www.lavocedellevoci.it/?p=5966

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