Articoli

La Cooperativa Concordia “in affari con i Casalesi”.Sei arresti.Indagato Diana ex DS dell’antimafia.

Il Manifesto, Sabato 4 Luglio 2015

La Coop Concordia «in affari con i Casalesi». Sei arresti
Indagato Diana, ex Ds dell’antimafia

di Adriana Pollice

L’inchiesta sulla coop rossa Cpl Con­cor­dia, dopo aver tra­volto il sin­daco Pd di Ischia, prende la via del caser­tano e tra gli inda­gati fini­sce Lorenzo Diana, ex sena­tore Ds e sim­bolo dell’anticamorra. Secondo la Dda di Napoli, i ver­tici della coo­pe­ra­tiva emi­liana avreb­bero stretto un accordo con i Casa­lesi gra­zie all’intermediazione di Anto­nio Pic­colo, impren­di­tore con affari nel cen­tro Ita­lia ma, soprat­tutto, orga­nico alla fazione Zaga­ria. Ieri sono state ese­guite otto misure cau­te­lari (tra cui sei arre­sti), di nuovo nei guai i ver­tici della coop mode­nese a comin­ciare dall’ex pre­si­dente Roberto Casari (accu­sato di con­corso esterno in asso­cia­zione mafiosa).

A indi­riz­zare le inda­gini anche le rive­la­zioni del boss pen­tito Anto­nio Iovine. L’accordo riguar­dava la meta­niz­za­zione di 7 comuni caser­tani (Casal di Prin­cipe, Villa Literno, Casa­pe­senna, San Cipriano d’Aversa, Villa di Briano, San Mar­cel­lino e Fri­gnano). Il Con­sor­zio Euro­gas fu costretto dai clan a cedere la con­ces­sione per i lavori a titolo gra­tuito alla Cpl. Due mesi dopo venne pro­mul­gata la legge 266/97 che stan­ziava risorse pub­bli­che per la meta­niz­za­zione nel Mezzogiorno.

Alla camorra Con­cor­dia avrebbe affi­dato i subap­palti, ver­sato una tan­gente «già inse­rita dalla Cpl nel prezzo dei lavori» e girato una «grossa fetta dei con­tri­buti pub­blici» (23 milioni). Gli accordi pre­ve­de­vano l’assunzione nella coop di affi­liati, come l’autista di Iovine, all’epoca lati­tante. Per­sino i locali affit­tati dalla Cpl a San Cipriano erano di pro­prietà di parenti del boss pen­tito. Si è sco­perto che, per rispar­miare sui lavori, le ditte di camorra hanno inter­rato i tubi a 30 cen­ti­me­tri, anzi­ché i 60 pre­scritti, ren­dendo le con­dut­ture pericolose.

Secondo il pro­cu­ra­tore aggiunto di Napoli Giu­seppe Bor­relli, Lorenzo Diana (inda­gato per con­corso esterno) avrebbe avuto un ruolo di «faci­li­ta­tore». All’epoca era nella com­mis­sione par­la­men­tare Anti­ma­fia, nella com­mis­sione Lavori pub­blici e con­si­gliere del comune di San Cipriano: avrebbe eser­ci­tato «un inter­vento sulla pre­fet­tura di Caserta per quei comuni com­presi nel Bacino, sot­to­po­sti a com­mis­sa­ria­mento per infil­tra­zioni mafiose, per otte­nere le deli­bere di appro­va­zione della con­ces­sione e dei pro­getti pre­sen­tati dalla Cpl nei tempi pre­vi­sti per acce­dere ai finan­zia­menti pubblici».

Tutto ciò «nella con­sa­pe­vo­lezza dell’esistenza dell’accordo per l’affidamento diretto dei lavori a imprese dei casa­lesi». A San Cipriano ci sarebbe stato poi un patto tra Pic­colo, Diana e il sin­daco Raf­faele Rec­cia per affi­dare gli appalti per un milione a società di parenti del sin­daco. E i due poli­tici avreb­bero otte­nuto «appog­gio nelle com­pe­ti­zioni elettorali».

La Cpl ha anche assunto il figlio di Diana, lo stesso figlio per cui Diana avrebbe chie­sto favori a Manolo Iengo, sosti­tuto pro­cu­ra­tore fede­rale della Figc, in cam­bio di inca­ri­chi pro­fes­sio­nali per 10mila euro al Caan, il cen­tro agroa­li­men­tare di Volla con­trol­lato dal comune di Napoli, di cui Diana era pre­si­dente. Il sin­daco Luigi de Magi­stris ieri lo ha sospeso.


Quanto più pagano, più devono/Quanto più ricevono, meno possiedono/Quanto più vendono, meno incassano/Impiegano sempre più ore di lavoro per guadagnare sempre meno/impiegano sempre più prodotti proprio per ricevere meno prodotti altrui

Un governo di indagati …ma non hanno dignita ‘

Maurizio Lupi indagato per abuso d’ufficio con 2 dirigenti e 2 appaltatori

“Lascio il governo a testa alta”. Il 20 marzo scorso Maurizio Lupi annunciò alla Camera le dimissioni da ministro delle Infrastrutture rivendicando di non essere indagato: “Dopo due anni di indagini i pm non hanno ravvisato nulla nella mia condotta da perseguire”. A travolgere Lupi era stato soprattutto il Rolex regalato al figlio da Stefano Perotti, l’ingegnere arrestato con Ercole Incalza dalla procura di Firenze.

Ma le parole di Lupi erano viziate da un vago eccesso di ottimismo. Lupi infatti risulta indagato per abuso d’ufficio, e la sua posizione è al vaglio del Tribunale dei ministri di Roma. Nel mirino c’è dunque un reato ministeriale. La vicenda è ben riassunta dalla lista degli altri indagati. Giacomo Aiello è stato fino al 20 marzo scorso capo di gabinetto di Lupi al ministero. Roberto Linetti è il Provveditore alle Opere pubbliche di Lazio, Abruzzo e Sardegna. Ci sono poi due imprenditori delle costruzioni, Lupo Rocco, titolare dell’omonima impresa con sede a Gaeta, e Francesco Bachetoni, titolare della Inteco di Roma. L’ipotesi è dunque che il ministro delle Infrastrutture abbia commesso un abuso d’ufficio in concorso con due dirigenti e due appaltatori.

Pubblicità

L’inchiesta parte dalla complessa vicenda dell’ex Provveditore del Lazio Donato Carlea, nominato a settembre 2010 dall’allora ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli al posto di Giovanni Guglielmi. Quest’ultimo, oggi direttore generale per l’edilizia statale nonostante i diversi procedimenti penali a suo carico, aveva lasciato in eredità a Carlea la grana della ristrutturazione della Questura dell’Aquila, danneggiata dal terremoto del 2009.

I lavori erano stati affidati con procedura “fiduciaria” a un raggruppamento di imprese composto da Lupo Rocco e Inteco, per un importo di 3 milioni di euro. Nel giro di poche settimane l’appalto si era gonfiato fino a 18,5 milioni, provocando la reazione della Corte dei Conti che sollevò corpose obiezioni di legittimità. Per quella vicenda Guglielmi e altri sono stati indagati nel 2011. Fu Carlea, appena subentrato, a bloccare l’appalto e a fare rapidamente una nuova gara, aggiudicata al prezzo di 5,4 milioni.

A testimonianza del clima val la pena ricordare un articolo pubblicato su Repubblica da un giornalista esperto come Alberto Statera a fine 2010, nelle more della seconda gara: “Vogliamo fare una scommessa? La garetta riparatrice sarà vinta dalla stessa Inteco, che magari è un’ottima impresa corretta e timorata. Ma la parabola della questura dell’Aquila rivela i danni delle procedure emergenziali introdotte dalla coppia Balducci-Bertolaso, con il fattivo sostegno della presidenza del Consiglio e segnatamente del supersottosegretario Gianni Letta”. La maliziosa scommessa di Statera è stata persa, così come l’Inteco ha perso l’affare.

Carlea ha raccolto un centinaio di offerte per il lavoro e l’ha aggiudicato a un’altra impresa. A fine 2011 Lupo Rocco e Bachetoni hanno cercato di rifarsi partecipando alla gara bandita dal Provveditore per le opere pubbliche di Firenze per il restauro dell’ex caserma De Laugier, e hanno avuto successo. A febbraio 2013 il Provveditore, Roberto Linetti, cresciuto al provveditorato di Roma nella squadra di Angelo Balducci, in seguito onnipotente dominus della cosiddetta “cricca”, ha aggiudicato alle due imprese un appalto da 12,8 milioni.

A settembre 2013 Lupi e Aiello hanno deciso di far fuori Carlea, che pure rivendicava importanti risultati soprattutto nella ricostruzione dell’Aquila. Tanto che il suo siluramento provocò la protesta del sindaco del capoluogo abruzzese, Massimo Cialente. Lo stesso Carlea apostrofò senza mezzi termini Lupi e Aiello: “Quella che voi chiamate rotazione è invece una restaurazione”.

Al posto di Carlea è stato nominato Linetti, oggi indagato con Lupi, Aiello e i due imprenditori. In seguito si è aperto uno scontro senza esclusione di colpi tra Carlea e i vertici del ministero. Il primo ha denunciato con un certo vigore l’andazzo incline alla corruzione che vigeva alle Infrastrutture. Lupi e Aiello per tutta risposta lo hanno sospeso dall’incarico di Provveditore della Campania verso il quale lo avevano dirottato. Mesi prima dell’arresto di Ercole Incalza, l’uomo forte del ministero che ha trascinato nella sua disgrazia anche Lupi, Carlea ha scritto al presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone che, a fronte della sua sospensione, “all’interno del ministero che Lupi e Aiello stanno distruggendo ci sono decine di casi di gente, dirigenti generali e non, che hanno in corso procedimenti penali per reati gravissimi”.

Twitter@giorgiomeletti

Da Il Fatto Quotidiano del 3 luglio 2015

IL COINVOLGIMENTO DI LORENZO DIANA NELL’INCHIESTA DELLE DDA DI NAPOLI

Da “Il Fatto Quotidiano”, Venerdì 3 luglio 2015

Camorra, in carcere ex vertici della Cpl Concordia. Indagato Diana, icona antimafia
Otto misure cautelari, di cui 6 arresti, sono state eseguite dai Carabinieri del Noe nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Napoli sui rapporti della coop rossa con i clan dei Casalesi relativi ad appalti per la metanizzazione in vari comuni del Casertano. Fra i destinatari di un’ordinanza in carcere vi è anche l’ex presidente della Cpl, Roberto Casari, già ai domiciliari

di Vincenzo Iurillo

C’è anche l’icona anticamorra Lorenzo Diana, ex senatore del Pds e amico di Roberto Saviano nonché unico politico citato in positivo nel libro Gomorra, tra gli indagati dell’inchiesta della Dda di Napoli sul presunto patto tra Cpl Concordia e clan dei Casalesi per la metanizzazione dell’agro aversano. Diana risulta indagato per concorso esterno in associazione camorristica, per corruzione (già prescritta) e per abuso d’ufficio in due distinte ordinanze. Solo in una di queste il Gip ha disposto per lui una misura cautelare lieve, e solo per reati contro la pubblica amministrazione: il divieto di dimora in Campania.

All’alba i carabinieri del Noe agli ordini del capitano Sergio De Caprio hanno eseguito otto misure cautelari tra carcere e domiciliari. In manette ex dirigenti della coop rossa modenese (tra i quali l’ex presidente Roberto Casari, già finito in carcere nell’inchiesta sulla metanizzazione di Ischia), subappaltatori e imprenditori della metanizzazione compiuta nei comuni tra Casal di Principe, Casapesenna e limitrofi, il bacino Caserta 30. Secondo i pm Cesare SirignanoCatello Maresca e Maurizio Giordano, Diana avrebbe avuto un ruolo attivo nel patto tra l’impresa e la camorra, ottenendone un tornaconto in termini di rafforzamento dell’influenza politica sul territorio.

Però l’ex senatore, attualmente presidente del Centro Agroalimentare di Volla-Napoli (Caan) – su nomina del sindaco di Napoli Luigi de Magistris – non è tra gli arrestati. Diana è stato invece raggiunto da un provvedimento di divieto di dimora in Campania, per un presunto scambio di favori compiuto in qualità di presidente del Caan. Una circostanza scoperta dagli inquirenti attraverso alcune recenti intercettazioni telefoniche, disposte nei giorni in cui Cpl Concordia è finita nel ciclone dell’inchiesta sugli appalti di Ischia e nelle carte delle indagini comparvero le tracce delle vecchie frequentazioni tra Casari e Diana

 

 

Il coinvolgimento di Lorenzo Diana nell’inchiesta della DDA di Napoli ci ha lasciati letteralmente sconcertati in quanto non ce lo saremmo mai aspettati da uno che e’ stato da molti  considerato finora una vera e propria “icona” dell’impegno antimafia.

Noi vogliamo augurarci  che egli sappia dimostrare la sua innocenza rispetto alle accuse formulate nei suoi confronti ,anche se,conoscendo personalmente la serietà e la bravura dei magistrati che le hanno formulate,ci vediamo costretti a nutrire  pochi dubbi  a proposito della  loro fondatezza.

Non abbiamo mai avuto occasione di avere contatti   con Diana e,quindi,non lo conosciamo  personalmente,ma abbiamo avuto modo di ascoltarlo  in alcuni suoi interventi televisivi e radiofonici in nome e per conto  di associazioni  e fondazioni antimafia su temi e situazioni nei quali noi  siamo da anni impegnati duramente e,quindi,conosciamo benissimo,quali,ad esempio,quelli che riguardano l’occupazione mafiosa del Basso Lazio.

Dobbiamo confessare che non abbiamo avuto alcun dubbio nell’ascoltarlo che egli volesse in certo qual modo edulcorare,come spesso avviene da parte della maggioranza della gente,la realtà anche se le analisi da lui fatte ci sono sembrate un tantino frettolose e non approfondite rispetto a quella reale che noi conosciamo a menadito  e sappiamo,quindi,quanto sia delicata,complessa  e pericolosa.

Ma non più di tanto.

Possiamo comprendere,ora,alla luce di quanto scoperto dai Magistrati,lo sconcerto di cui sono rimasti vittime nell’apprendere la notizia il Sindaco di Napoli De Magistris che gli aveva attribuito un importante incarico istituzionale  e Roberto Saviano che,a quanto scrivono i giornali,lo aveva onorato della sua amicizia.

Cose che capitano,ma che,comunque,debbono indurre  a fare delle profonde riflessioni sul modo……….. di fare antimafia e ,soprattutto,sulle modalità di reclutamento e  di selezione di coloro che sono chiamati  a rappresentare le associazioni cosiddette antimafia.

Il mondo dell’antimafia sociale e dell’antiracket ,che con esso si intreccia, pullula di soggetti considerati delle vere e proprie “icone” e che poi tali non si rivelano e che magari-almeno alcuni – vediamo tradotti con le manette ai polsi in galera.

Quando la cosiddetta antimafia sociale si intreccia con  la politica – e con certa politica -  e viene gestita da elementi che non si sa bene se considerano il loro impegno associativo prioritario o secondario rispetto a quello politico e quando,inoltre, l’antimafia e l’antiracket gestiscono soldi,interessi  e potere ,allora c’é sempre da dubitare che qualcuno potrebbe farli per altri scopi,diversi da quelli per i quali si dice di voler combattere.

Noi siamo molto attenti ad accettare chiunque e,prima di accogliere le domande di adesione alla nostra Associazione,ci informiamo bene,riflettiamo a lungo,valutiamo bene gli eventuali  rischi che potremmo correre.

E’ capitato anche a noi di sbagliare consentendo l’iscrizione   all’Associazione  Caponnetto elementi che poi si sono rivelati poco affidabili,ma siamo corsi subito ai ripari estromettendoli immediatamente dalle liste dei nostri iscritti.

Noi,quando ci accorgiamo che qualcuno vuole entrare o  entra nella nostra Associazione per tentare di piegarla agli interessi di un partito o di una qualsiasi parte politica,lo emarginiamo immediatamente e non gli affidiamo alcun incarico di carattere organizzativo.

Come pure,quando,peggio, vediamo che quel qualcuno vuole perseguire finalità di carattere economico ed affaristico chiedendoci di partecipare a bandi per la gestione di beni,per l’organizzazione dei cosiddetti corsi della legalità e quanto  altro del genere,tutti strumenti per fare business,quattrini,lo allontaniamo subito.

Un’associazione  antimafia  deve contrastare le mafie e basta e non deve pensare a far quattrini,gestire potere,trasformarsi in un’impresa.

L’antimafia sociale é volontariato ed il volontariato va fatto GRATUITAMENTE e senza alcun interesse.

Punto.

 

Chi vuole  impegnarsi a fare antimafia deve essere pronto anche a rimetterci di tasca propria ed a rischiare anche la propria incolumità fisica,oltre che i propri averi.

I mafiosi oggi difficilmente sparano,ma denunciano in sede civile e ti levano i soldi trovando sempre qualche  giudice che dà ad essi  ragione e a te torto.

Chi la pensa in maniera opposta non ha le qualità per impegnarsi sul fronte della lotta alle mafie e deve ,pertanto,essere allontanato. se si avvicina.

Perché l’associazione Caponnetto insiste molto sull’INDAGINE e sulla DENUNCIA,senza delle quali NON è antimafia ?

Perchè l’INDAGINE e la DENUNCIA,oltre ad essere gli unici strumenti per colpire veramente i mafiosi,rappresentano una sorta di discrimine nella selezione dei soggetti.

Chi non vuole INDAGARE e DENUNCIARE vuol dire che non vuole combattere le mafie e questo suo atteggiamento é già di per sé un suo biglietto da visita.

Vuol dire,cioè,che quel soggetto non è affidabile e che  é venuto o vuol venire nell’Associazione per altri scopi,siano essi politici ,economici o altro.

INDAGINE e DENUNCIA ,nomi e cognomi,sono gli elementi,unici,per poter verificare se un’Associazione ed un singolo vogliono effettivamente combattere i mafiosi.

Paolo Borsellino,poco prima di essere ucciso,disse in suo intervento che é un errore imperdonabile pensare che tutto il peso della lotta alle mafie debba essere accollato sulle sole spalle di magistrati e forze dell’ordine.

Il cittadino perbene -ed a maggior ragione un’associazione o una  fondazione antimafia- hanno il DOVERE  di aiutarle.

Chi non lo fa e vuole non farlo NON  fa antimafia !!!!!!!!!…………………

Indagato Lorenzo Diana. Divieto di dimora nei suoi confronti.De Magistris pronto a revocargli gli incarichi attribuitigli.

Otto misure cautelari nell’ambito dell’inchiesta sulla metanizzazione dei Comuni del Casertano. Coinvolto l’ex segretario della Commissione Antimafia. L’accusa: carte false per far assumere il figlio. Lui: «Siamo su Scherzi a parte?»

di Titti Beneduce

 

Lorenzo Diana

Lorenzo Diana

NAPOLI — Otto ordinanze cautelari sono state notificate nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Napoli (dei magistrati Cesare Sirignano, Catello Maresca e Antonello Ardituro coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli) sulla metanizzazione dei Comuni del Casertano da parte della Cpl Concordia. Tra i destinatari figura l’ex presidente Roberto Casari, già ai domiciliari. Proprio mentre i pm di Modena si avviano a chiudere le indagini preliminari per la vicenda ischitana, una nuova tegola si abbatte sul capo della cooperativa emiliana: secondo l’ipotesi accusatoria, si è aggiudicata gli appalti nel Casertano grazie al clan dei Casalesi. Fondamentali le dichiarazioni di Antonio Iovine, l’ex boss da circa un anno collaboratore di giustizia. 

Il coinvolgimento del politico

Nell’ambito dell’inchiesta è indagato per concorso esterno in associazione camorristica l’ex senatore e componente Ds della commissione Antimafia Lorenzo Diana. Sarebbe stato lui a far ottenere, a discapito di aziende concorrenti, gli appalti per la metanizzazione alla Cpl. In cambio, la coop gli avrebbe riservato l’assunzione del figlio. All’ex parlamentare, oggi presidente del Caan (Consorzio agro alimentare di Napoli) viene contestato anche il reato di abuso di ufficio in relazione a un concorso alla Fifa, sempre per il figlio. Per ottenere i documenti necessari, dei quali il figlio non era in possesso, Diana avrebbe ottenuto dei falsi da un sostituto procuratore federale, cui avrebbe promesso, in cambio, un posto nel consiglio di amministrazione del Caan (posto tuttavia non occupato).

Divieto di dimora

«Non ho letto ancora il provvedimento e cosa mi si addebita. Mi sembra di essere tra un sogno e Scherzi a parte» dice, interpellato dall’Ansa, Lorenzo Diana. Nei suoi confronti è stato disposto un divieto di dimora. Nell’ordinanza è contestato il reato di abuso di ufficio.

Falsi documenti per il figlio

A Lorenzo Diana e al sostituto procuratore della Figc Manolo Iengo i carabinieri hanno notificato un’ordinanza che vieta loro di dimorare in Campania. Iengo avrebbe fornito all’ex senatore un documento falso che attestava come il figlio del politico, Daniele, avesse svolto il ruolo di dirigente della squadra Asd Nerostellati Frattese, militante in serie D. In questo modo Daniele Diana potè iscriversi ad un corso regionale per dirigenti sportivi e successivamente ad un master della Fifa in Management, Diritto e Scienze umane di sport.

Gli incarichi

In cambio del falso documento, Iengo avrebbe ottenuto incarichi di assistenza stragiudiziale e giudiziale nell’interesse del Caan, società controllata dal Comune di Napoli,nonostante una delibera lo vietasse espressamente.Prima che a Iengo, Lorenzo Diana si era rivolto a Luigi Cuomo, coordinatore nazionale di Sos Impresa cui è stata affidata la società Nuova Quarto Calcio, finita in amministrazione giudiziaria dopo l’arresto del presidente Castrese Parsgliola. Cuomo tuttavia si rifiutò di attestare il falso.

I presunti accordi

Lorenzo Diana, all’epoca senatore del Pd, componente della commissione Antimafia nonché consigliere comunale e per un periodo assessore di San Cipriano d’Aversa, assieme al sindaco Angelo Reccia si sarebbe accordato con i dirigenti della CPL Concordia e con Antonio Piccolo, esponente apicale del clan Zagaria, che stava gestendo l’affare della metanizzazione nell’agro aversano, per l’affidamento e la gestione delle opere. L’accordo aveva l’obiettivo di affidare l’ esecuzione dei lavori e, successivamente, la manutenzione della rete e la distribuzione del metano ad imprese scelte dal sodalizio e legate ai vertici del clan. Fondamentali le dichiarazioni del boss ora pentito Antonio Iovine. Le ordinanze di custodia cautelare sono sei, di cui quattro in carcere (tra i destinatari figurano Piccolo e Roberto Casari, ex presidente della Cpl Concordia) e due ai domiciliari. A queste si aggiungono le due ordinanze che impongono il divieto di dimora a Diana e al sostituto procuratore della Figc Iengo per la vicenda del falso documento.

De Magistris: pronto a sostituirlo ad horas

Ad assegnare la guida del Caan a Diana è stato de Magistris considerando che il Comune detiene la maggioranza delle quote del Centro. Proprio in virtu’ di ciò, de Magistris ha annunciato che si pone la necessità di «sostituire ad horas Diana a tutela nostra – ha detto – e per consentirgli di difendersi in modo completamente libero da qualsiasi incarico». La decisione di provvedere a una sostituzione di Diana dalla guida del Caan si rende necessaria – ha evidenziato il sindaco – “anche perche’ siamo in presenza di una misura restrittiva”. De Magistris ha detto di non voler entrare nel merito della vicenda “perche’ – ha spiegato – devo leggere le carte prima di esprimere un commento”, ma ha sottolineato che “l’indagine non significa colpevolezza e pertanto – ha concluso – non esprimo giudizi riprorevoli nei suoi confronti. La storia di Diana e’ quella di una persona a garanzia di legalità». De Magistris ha riferito di non aver sentito Diana in questi giorni.

Camorra, in carcere ex vertici della Cpl Concordia. Indagato Diana, icona antimafia. Noi siamo garantisti ed aspettiamo,pertanto,prima di pronunciarci,le sentenze.Ma il solo fatto di vedere indagato un’…..”icona dell’antimafia” ci fa sobbalzare dalla sedia e ci addolora. Quando noi diciamo che ….c’é antimafia ed ……………….“antimafia” !!!!!!!!!!!! Non si tratta di essere…..”presuntuosi” o di ritenersi…. i duri e puri,ma di salvaguardare l’immagine,l’onorabilità e la credibilità di tutta l’antimafia e,in particolare,di quelli che ci rimettono vita,soldi e quant’altro !!!!!!!!!…………………………………………….Comunque auguriamo sentitamente all’ex Sen.Diana di uscire prosciolto da ogni eventuale accusa.Restiamo sempre più convinti della necessità di ritenere ben distinti impegno associativo ed impegno politico per non avere alcuna commistione con il “potere”.La vera antimafia é quella che si fa ,intanto con la DENUNCIA perché questa qualifica chi la fa e lo rende credibile,e,poi, senza compromessi con la politica e le istituzioni !!!!!!!!!!! LIBERI DA TUTTO E DA TUTTI,SENZA LACCI E LACCIUOLI,PER POTER COMBATTERE CORRUZIONE,MALAFFARE E MAFIE DOVUNQUE ESSI SIANO !!!!!!!!!!!!

Il Fatto Quotidiano, Venerdì 3 luglio 2015

 

 

 

Camorra, in carcere ex vertici della Cpl Concordia. Indagato Diana, icona antimafia
Otto misure cautelari, di cui 6 arresti, sono state eseguite dai Carabinieri del Noe nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Napoli sui rapporti della coop rossa con i clan dei Casalesi relativi ad appalti per la metanizzazione in vari comuni del Casertano. Fra i destinatari di un’ordinanza in carcere vi è anche l’ex presidente della Cpl, Roberto Casari, già ai domiciliari

di Vincenzo Iurillo

 

C’è anche l’icona anticamorra Lorenzo Diana, ex senatore del Pds e amico di Roberto Saviano nonché unico politico citato in positivo nel libro Gomorra, tra gli indagati dell’inchiesta della Dda di Napoli sul presunto patto tra Cpl Concordia e clan dei Casalesi per la metanizzazione dell’agro aversano. Diana risulta indagato per concorso esterno in associazione camorristica, per corruzione (già prescritta) e per abuso d’ufficio in due distinte ordinanze. Solo in una di queste il Gip ha disposto per lui una misura cautelare lieve, e solo per reati contro la pubblica amministrazione: il divieto di dimora in Campania.

All’alba i carabinieri del Noe agli ordini del capitano Sergio De Caprio hanno eseguito otto misure cautelari tra carcere e domiciliari. In manette ex dirigenti della coop rossa modenese (tra i quali l’ex presidente Roberto Casari, già finito in carcere nell’inchiesta sulla metanizzazione di Ischia), subappaltatori e imprenditori della metanizzazione compiuta nei comuni tra Casal di Principe, Casapesenna e limitrofi, il bacino Caserta 30. Secondo i pm Cesare SirignanoCatello Maresca e Maurizio Giordano, Diana avrebbe avuto un ruolo attivo nel patto tra l’impresa e la camorra, ottenendone un tornaconto in termini di rafforzamento dell’influenza politica sul territorio.

Però l’ex senatore, attualmente presidente del Centro Agroalimentare di Volla-Napoli (Caan) – su nomina del sindaco di Napoli Luigi de Magistris – non è tra gli arrestati. Diana è stato invece raggiunto da un provvedimento di divieto di dimora in Campania, per un presunto scambio di favori compiuto in qualità di presidente del Caan. Una circostanza scoperta dagli inquirenti attraverso alcune recenti intercettazioni telefoniche, disposte nei giorni in cui Cpl Concordia è finita nel ciclone dell’inchiesta sugli appalti di Ischia e nelle carte delle indagini comparvero le tracce delle vecchie frequentazioni tra Casari e Diana.

Gaeta, Antimafia in Comune: acquisiti documenti su Ecocar e personale

Gaeta all’attenzione di DDA e forze dell’ordine.Non é la prima volta che DDA,DIA ecc,debbono interessarsi di situazioni esistenti nella città del Golfo,”provincia di Casale”,come la definì Carmine Schiavone riferendosi a tutto il territorio del sud pontino. Un territorio che avrebbe dovuto avere  perciò un’attenzione maggiore e particolare ,stante l’altissimo livello di pervasività delle mafie e  la massiccia penetrazione mafiosa nel suo tessuto economico – e,forse,anche politico ed istituzionale –, da parte delle istituzioni centrali ma che,purtroppo,è stato lasciato nel più assoluto abbandono e con un impianto burocratico ,investigativo e quant’altro,di scarso livello. Una sola volta é stato mandato a Latina un Prefetto di tutto rispetto –il Dr.Bruno Frattasi – ma é stato subito mandato via,promosso a mansioni superiori,appena……………ha osato affrontare il “caso Fondi”.

Un segnale inquietante,questo,che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni per chiunque sa usare il cervello per capire tutto il……………….”resto”……………..
Grazie a Dio,oggi,dopo l’arrivo alla DDA di Roma dei Procuratori Pignatone e Prestipino,l’aria é cambiata  e gli effetti si stanno vedendo ed ancor più si vedranno in quanto  la bravura dei magistrati della DDA di Roma si aggiunge a quella dei loro colleghi di Napoli.
Resta sempre il problema che quando si parla di inchieste,di operazioni di polizia,di interdittive antimafia a carico di imprese sospette e di tutto ciò che riguarda i reati  associativi di natura mafiosa,vediamo come attori soggetti quasi mai pontini e sempre provenienti da altre province se non da altre regioni :   DDA    di Roma,Napoli,Reggio Calabria ecc,,DIA,ROS.GICO di Roma o Napoli e così via.
Quando il Viminale,il Capo della Polizia ed i Comandi Generali si decideranno a mandare personale specializzato é sempre tardi !!!!!!!!!!

di

dda

I carabinieri di Gaeta, su delega della Direzione distrettuale antimafia di Roma, hanno acquisito tutti i documenti relativi al bando e alla gara che ha visto vincitrice la ditta Ecocar di Angelo Deodati nell’appalto sulla gestione dei rifiuti a Gaeta. A questo proposito è bene ricordare come la Ecocar sia stata colpita nei mesi scorsi da ben due interdittive antimafia, emesse dalle Procure di Roma e Caserta, perchè a rischio infiltrazione mafiosa. Per questo motivo ne fu deciso dall’ex prefetto di Latina il commissariamento. Provvedimento impugnato dalla proprietà e poi sospeso dal Tar.

Anche l’Anticorruzione di Cantone si è recentemente interessata alla vicenda, anche perchè la ditta vanta già una ben nota storia giudiziaria. A cominciare dagli arresti avvenuti 13 anni fa nella “Pomeziopoli” che portò in carcere oltre al patron Deodati anche politici del Comune di Pomezia per mazzette sull’appalto. E poi continuata con l’indagine di Malagrotta del “Supremo” Manlio Cerroni che con Deodati è collaboratore di vecchia data. Vedi sequestro della Pontina Ambiente.

Insomma per la Dda bisogna tenere alta l’attenzione e allora hanno preso tutti gli incartamenti relativi ad un servizio che alla fine dovrebbe valere circa 50 milioni di euro. Oltre a questo c’è un altro aspetto da sottolineare. Ovvero che i militari dell’Arma hanno avuto mandato di sequestrare anche tutta la documentazione relativa all’organico completo del Comune di Gaeta. Come se voessero vederci chiaro sulle relazioni, le parenetele e i collegamenti tra ditta e Comune.

Da Mondo Criminale.Le mafie a Roma

Mafia Capitale/ Pignatone:” A Roma più organizzazioni criminali e mafiose”

Mafia Capitale/ Pignatone:" A Roma più organizzazioni criminali e mafiose"

«Roma non è Palermo, Reggio Calabria o Napoli, è troppo grande e complessa per essere controllata da un’organizzazione mafiosa, non c’è una sola organizzazione in grado di controllare il mercato criminale, quello che avviene a Roma secondo quello che ci dicono le indagini compresa ‘Mondo di mezzo “ è che vi sono più organizzazioni criminali, comprese quelle mafiose, come Fasciani ad Ostia e mafia capitale, altre forze no ma comunque continuiamo con le indagini, che coesistono e agiscono sul territorio romano, evitando scontri sulla base di un preciso calcolo di convenienza». Lo ha detto il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, nel corso dell’audizione in commissione Antimafia.

Ecocar, la Dda sequestra gli atti del bando rifiuti a Gaeta e Minturno

Ecocar, la Dda sequestra gli atti del bando rifiuti a Gaeta e Minturno

di Giuseppe Mallozzi

GAETA E MINTURNO – Indagini in tutta Italia da parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, nei Comuni che hanno un appalto dei rifiuti gestito dalla Ecocar.

Nel sud pontino, in particolare, gli enti coinvolti sono Gaeta e Minturno, ma nei giorni scorsi i carabinieri hanno già fatto visita, tra gli altri, al Comune di Anzio, dove la situazione è critica in quanto il bando di gara dei rifiuti è da tempo in sospeso a causa di una serie di ricorsi, assegnazioni e revoche tra la prima e la seconda ditte aggiudicatarie. Tra l’altro, proprio tre giorni fa la EcoCar ha ottenuto un’importante vittoria con la sentenza della seconda sezione del Tar del Lazio, che ha accolto il suo ricorso rimuovendo l’interdittiva antimafia e togliendo in questo modo le cause ostative alla sua vittoria nell’ultimo bando di appalto per la raccolta dei rifiuti ad Anzio.

Secondo quanto si apprende, la Dda è interessata alla documentazione del bando di gara dei rifiuti affidato alla ditta di Roma, colpita da un’interdittiva antimafia che era stata sospesa grazie ad un ricorso al Tar. Ma a quanto pare da Roma vogliono vederci chiaro se sull’azienda della famiglia Deodati “sussistono tentativi di infiltrazione mafiosa da parte della criminalità organizzata”, come recita l’interdittiva.

Anche nei Comuni di Gaeta e Minturno è giunta la richiesta del giudice Paolo Ielo della Dda di Roma che chiede copia della documentazione del bando e di tutte le ditte che hanno partecipato ma anche l’elenco completo di tutte le persone che lavorano all’interno degli uffici comunali. A Minturno, dove è in vigore un appalto temporaneo che va avanti di proroga in proroga da un anno, la Dda ha già preso tutta la documentazione, mentre a Gaeta – che ha appalto definitivo di sette anni – nei prossimi giorni.

fonte:http://www.temporeale.info/

DA GIORNALETTISMO .QUANDO SI SOSTIENE LA VERITA’ E SI HA IL CORAGGIO DI LOTTARE FINO IN FONDO PER FARLA EMERGERE,LA GIUSTIZIA TRIONFA SEMPRE,QUELLA CON LA G MAIUSCOLA. ORA CONSIGLIAMO AL CARO AMICO GIUSEPPE DI BELLO DI RIVALERSI IN SEDE GIUDIZIARIA PER TUTTI I DANNI RICEVUTI,NON SOLO QUELLI ORDINARI MA ANCHE QUELLI BIOLOGICI E,EVENTUALMENTE,SUL PIANO DELLA CARRIERA. E,AD EVITARE CHE A PAGARE LA PROTERVIA DI COLORO CHE LO HANNO DANNEGGHIATO SIA,COMA AVVIENE AL SOLITO,LA FINANZA PUBBLICA, CIOE’ I CITTADINI,AVVII ,TRAMITE IL SUO LEGALE,OLTRE CHE UN PROCEDIMENTO CIVILE PRESSO IL TRIBUNALE, ANCHE UN SECONDO PRESSO LA PROCURA REGIONALE DELLA CORTE DEI CONTI A CARICO DEI SINGOLI SOGGETTI RESPONSABILI. L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO E’ DALLA SUA PARTE !!!!!!!!! BATTIAMOCI TUTTI PER LA GIUSTIZIA !!!!!!!

Giuseppe Di Bello, prosciolto il tenente che denunciava l’inquinamento del Pertusillo

25/06/2015 – di

La Corte Cassazione ha annullato le sentenze di condanna. Di Bello aveva vinto le regionarie in Basilicata per il Movimento 5 Stelle, ma era stato fatto fuori da Beppe Grillo

Giuseppe Di Bello, prosciolto il tenente che denunciava l'inquinamento del Pertusillo
Giuseppe Di Bello, prosciolto il tenente che denunciava l’inquinamento del Pertusillo

La Corte Cassazione ha annullato le sentenze di condanna, di primo e secondo grado, a carico di Giuseppe Di Bello, tenente della Polizia provinciale di Potenza che era stato condannato per aver diffuso i dati sull’inquinamento dell’invaso Pertusillo, in Val d’Agri, Potenza. Di Bello era stato condannato in appello del reato di rivelazione di segreto d’ufficio e fu escluso da Beppe Grillo per la sua elezione avuta dopo la candidatura a portavoce del Movimento 5 Stelle Basilicata.

giuseppe di bello

GIUSEPPE DI BELLO E L’INQUINAMENTO DEL PERTUSILLO

- La sua storia la racconta Basilicata 24:

Nel gennaio del 2010 il tenente della polizia provinciale (Di Bello) insieme al leader dei radicali lucani (Maurizio Bolognetti) non fidandosi dei dati diffusi dall’Arpab, si autofinanziarono delle analisi indipendenti per far luce sullo stato di salute di alcuni invasi lucani: Pertusillo, Camastra e Montecugno. Emersero agenti inquinanti biologici e chimici. Di Bello e Bolognetti (anche lui processato e assolto) informarono la stampa e la Procura di Potenza. La Procura, però, invece di concentrarsi sull’oggetto della denuncia, spostò la sua attenzione sui denuncianti aprendo un fascicolo a loro carico. Il tenente di Bello, all’indomani della denuncia di inquinamento, fu sospeso dal servizio in via cautelare e poi riammesso in servizio a “fare il guardiano al Museo provinciale di Potenza”. “Oggi- ha dichiarato Di Bello- la Cassazione ha fatto finalmente giustizia”. Anche se resta impunito chi ha causato l’inquinamento del Pertusillo.

C’E’ UN DATO OBIETTIVO DEL QUALE VA PRESO ATTO E DI CUI ,SENZA ALCUNA PARTIGIANERIA,VA DATO PUBBLICAMENTE MERITO : SE SI ESCLUDONO M5S E RIFONDAZIONE COMUNISTA NESSUN’ALTRA FORZA POLITICA, A COMINCIARE DAL PD,MOSTRA SENSIBILITA’ ED INTERESSE AI PROBLEMI DELLA SICUREZZA ED ALLA LOTTA ALLE MAFIE. RINGRAZIAMO ENTRAMBI DAL PROFONDO DEL CUORE,MA CI PERMETIAMO DI RICORDARE AD ENTRAMBI DI PRETENDERE DALLE AMMISTRAZIONI COMUNALI CHE VOLESSERO EVENTUALMENTE ACOGLIERE LA LORO RICHIE…STA DI ISTITUZIONE DELL’OSSERVATORIO COMUNALE SULLA LEGALITA’ L’ACCETTAZIONE COMPLETA DEL REGOLAMENTO ELABORATO DALL ‘ASSOCIAZIONE CAPONNETTO CON L’INCLUSIONE COME MEMBRI EFFETTIVI DEI MAGISTRATI SIA DELLA PROCURA ORDINARIA CHE DELLA DDA E DEI RAPPRESENTANTI PROVINCIALI DELLE FORZE DELL’ORDINE. SENZA DI QUESTI NON E’ ASSOLUTAMNTE OPPORTUNO CHE SI COSTITUISCANO PERCHE’ SI CORREREBBE IL RISCHIO DI FARNE UN INSTRUMENTUM REGNI DELL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DALLA QUALE L’OSSERVATORIO DEVE TENERE LE DISTANZE PER SALVAGUARDARE LA SUA PIU’ PIENA AUTONOMIA E LA LIBERTA’ DI AZIONE. ASSOCIAZIONE CAPONNETTO

Osservatorio antimafia a Castelforte e Santi Cosma e Damiano, lo chiedono i 5 Stelle

di –H24 NOTIZIEUno degli spari che hanno colpito l'albergo di Suio

Uno degli spari che hanno colpito l’albergo di Suio

Alla luce degli ultimi eventi che hanno turbato con frequenza la quiete ed il vivere civile nei nostri territori il Meetup 5 stelle di Castelforte e Santi Cosma e Damiano si chiede se fosse stato il caso di dare ascolto a quanto dei “semplici Cittadini”, spinti dal desiderio di legalità e trasparenza in data 29 agosto 2013, in sinergia con tutti i Meetup del Golfo avevano protocollato presso tutte le rispettive amministrazioni comunali, ivi comprese quella castelfortese e sancosimese”. Lo ricorda il Meetup 5 Stelle – Castelforte e Santi Cosma e Damiano.

“Si chiedeva allora l’istituzione di un osservatorio antimafia. Tutto ciò grazie all’ausilio della celebre Associazione Caponnetto, la quale opera su tutto il fronte nazionale in forma gratuita e con assoluto riconoscimento.Purtroppo ci avevamo visto bene e da lontano… inutile ribadire che la nostra richiesta non è stata presa in considerazione dato che non ci è mai pervenuta alcuna risposta. Tutto ciò lascia pensare e presagire che i problemi (forse) si affrontano solo dopo che hanno arrecato danni spesso irreparabili come ad esempio dopo la morte.

Nel sud del Lazio, si continua ancora a pensare di contrastare le mafie con le metodologie e letture di trent’anni fa. Non si riescono ancora a capire i mutamenti delle mafie, che si sono ormai trasformate in “impresa”, mutamenti che richiedono, quindi, intelligenze e tecniche investigative moderne. Va impostato tutto un lavoro di intelligence e di seria investigazione sulla “provenienza” dei capitali che vengono investiti sul nostro territorio. Vanno fatte, insomma, quelle indagini patrimoniali che noi invochiamo da anni e che si continua a fare poco o, addirittura niente.

Vorremmo inoltre ricordare che non serve poi sbandierare su di un palco o in pubblica piazza le memorie di una persona, andare ai funerali con la fascia sul petto con il dolore nel cuore (?). C’è da chiedersi se tutto ciò si poteva evitare? Certamente non si contrasta il crimine o più semplicemente atti intimidatori con l’immobilismo.

Saremmo stati tutti più tranquilli, se non risvegliati nel cuore della notte da colpi di fucile puntati verso qualche struttura e/o persona. A questo punto ci chiediamo con forza, sono i cittadini che ve lo chiedono: chi sarà il prossimo e cos’altro dobbiamo aspettare affinché richieste legittime per lo più senza l’aggravio di costi vengano prese in considerazione? Si dovrebbe apprezzare chi nonostante non ha ancora voce nei Consigli comunali e senza alcuno interesse personale cerca di dare il proprio contributo spinto dal solo spirito di coscienza se non quello di migliorare la vivibilità e l’onestà nei nostri amati paesi”.

Il problema “mafie” nel sud pontino e più in generale nel Basso Lazio.Se non vi si manderanno investigatori preparati e specializzati in particolare nella lotta alle mafie e Prefetti che sappiano e vogliano fare seriamente l’azione preventiva antimafia come prescrive la legge,la situazione peggiorerà sempre.Lo stiamo gridando da almeno un decennio,ma é come parlare al vento.L’impressione che se ne ricava é che ci sia un piano occulto di resa alla camorra ed alle altre organizzazioni criminali e di cessione del controllo del territorio del Basso Lazio da parte dello Stato.C’é qualcuno che vuole che le cose vadano così,altrimenti non si giustificherebbe il fatto che Prefetti bravi e validi come Bruno Frattasi vengono subito mandati via e sostituiti da altri che fanno poco o niente per attaccare lo statu quo e non si qualificano le forze dell’ordine mandando personale di prim’ordine.Al fronte si mandano truppe e comandanti scelti……………………!!!!!!!!!!!!!!!

IL SUD PONTINO E  LE MAFIE

I problemi in provincia di Latina sono l’assenza,dopo l’andata via di investigatori preparati  come Nicolino Pepe,Cristiano Tatarelli ,Alessandro Tocco e qualche altro,di un apparato investigativo adeguato ed una  Prefettura poco incline a svolgere un’efficace e  massiccia azione preventiva antimafia.

E così non sarà mai possibile svolgere nel Basso Lazio un’azione incisiva contro le mafie stante,peraltro,la ” qualità” della classe politica che in larga parte é impreparata e scadente ed in altra appare addirittura collusa,mentre il tessuto sociale è per lo più omertoso e scarsamente,quindi,reattivo.Lo stato-mafia che sta prevalendo sullo Stato-Stato,grazie anche a governi centrali e periferici flaccidi ed arrendevoli di fronte al fenomeno della corruzione e delle mafie.

 

 

 

—————————————————————–

 

 

 

Il quadro che siamo riusciti finora a configurarci  relativamente alla  presenza ed alle attività mafiose nell’estremo sud del Lazio e,in particolare,nell’area che va da Fondi fino alla sponda del Garigliano,ci propone due momenti  e tipi di analisi.

Il primo caratterizzato da episodi di maggiore virulenza ed aggressività ,con taluni episodi anche di sangue ,che hanno visto come autori per lo più soggetti di provenienza non autoctona.

Il secondo,quello attuale,che ci raffigura una mafia meno sanguinaria,più radicata sul territorio e con robusti collegamenti con questo anche grazie alle giovani generazioni nate e cresciute  qua  e che hanno saputo e potuto,quindi,interrelazionarsi con il tessuto locale,fino a diventarne parte integrante.

Il figlio del vecchio camorrista é un cittadino cresciuto,se non nato addirittura,nei comuni pontini,ha studiato e studia negli istituti scolastici locali,esercita la professione qua,si é inserito nella vita pubblica locale,si presenta candidato nelle elezioni comunali o, comunque, presenta e sostiene candidati locali  di sua fiducia,investe parte dei suoi capitali,ormai ripuliti dopo 6-7 passaggi avvenuti grazie anche a complicità locali,nel luogo  dove ha fissato la residenza.

Insomma é diventato a tutti gli effetti un cittadino del sud pontino,di Formia,di Gaeta,di Fondi e così via.

Stiamo parlando ovviamente dei….rampolli,di coloro cioè che vantano una condotta pulita,una fedina penale non compromessa,una faccia apparentemente pulita.

Ma con alle spalle capitali ,oggi ripuliti, ma che all’origine tali non erano.

Ciò,però,non esclude  la presenza anche di alcuni loro genitori .dei”vecchi”,i quali,pur continuando ad esercitare attività economiche che,se si scavasse bene,tanto pulite non apparirebbero,hanno apparentemente  condotte che non danno luogo a scandali ed eccessivi allarmi.

Specialmente grazie anche ,da una parte, ad un tessuto omertoso che caratterizza quei territori dove  la gente stenta ancora,molte volte volutamente  e malgrado tutto,a percepirne il peso e la pericolosità e ,dall’altra ,ad un apparato  dello Stato flaccido , disattento e,talvolta,in parte colluso.

I due cancri di quell’area geografica  platealmente definita  dai Casalesi “provincia di Casale”, con Gaeta , Formia  e Fondi  centri nevralgici di attività e operazioni economiche ,con significative appendici a Sperlonga ed Itri dove alcuni hanno fissato le loro residenze pur non disdegnando di far sentire in maniera soft anche là la loro presenza comprando,costruendo ed accaparrandosi parte delle economie locali.

E tentando di creare discreti collegamenti con  pezzi delle politiche locali.

Questo é il quadro generale che noi siamo riusciti a raffigurarci.

Scendendo,per quello che ci concedono ovvi motivi di riservatezza,nei particolari dei singoli comuni ,dobbiamo rilevare che,mentre a Formia ed anche a Fondi  siamo riusciti,in verità senza eccessiva fatica grazie ad una maggiore sensibilità di taluni cittadini ed anche di  qualche esponente politico, a svegliare un interesse intorno a questi fenomeni al punto da portarci e portare ad una significativa azione di resistenza,le maggiori difficoltà le stiamo trovando a Gaeta dove ci sono  un tessuto civile ed un apparato statale scarsamente reattivi,fatta eccezione,ma da poco,di pochissime persone che si possono contare sulle dita di una mano.

Ed é quello che ci inquieta notevolmente,in quanto,a parte le storie del passato che si raccontano sul Porto,noi siamo riusciti – qua con molta fatica perché nessuno ti segnala niente – a rilevare alcune presenze  che  ci provocano qualche inquietudine.

E ciò per due motivi:

il primo perché il tessuto politico e sociale  di Gaeta  non é nemmeno alla lontana paragonabile a quelli di Formia,al punto che non é possibile contare sull’apporto proprio di nessuno;

il secondo perché il livello di penetrazione e di contaminazione é così diffuso, ma meno vistoso, rispetto a quello formiano al punto che solo attraverso il sistema della ricostruzione di scatole cinesi a mezzo delle visure camerali si può arrivare a rilevare le presenze sospette.

E quello che ci preoccupa é quanto si potrebbe verificare con l’avvenire del Porto e relativo indotto ed anche con i lavori in programma che potrebbero calamitare un interesse dei clan.

Comunque ,anche se a fatica ,anche su questo versante stiamo, con molta pazienza riuscendo a ,mettere in piedi un apparato di difesa che prima o poi ci darà i suoi frutti.

Mafie a Gaeta e nessuno indaga.

VOGLIAMO    INDAGARE    O    NO    COME   SI DEVE    SULLE    PRESENZE    E    SULLE   ATTIVITA’ MAFIOSE   A    GAETA ??????????

 

Un gruppo di parlamentari del M5S e del Gruppo Misto della Camera ha  sollevato tempo fa  alla Camera il problema delle pale eoliche nel Molise e sui traffici di queste  fra il Porto di Gaeta e quella regione.

Vogliamo riproporre al riguardo dei vecchi nostri servizi  con l’intento di far capire a chi ci segue di cosa stiamo parlando.

Ma l’occasione ci è utile  anche per ritornare su  un argomento più generale,oltre a quello che investe le attività e le presenze sospette ( dai tempi di Fecarotta e della nave 21 Ottobre” ad oggi )  nel Porto della Città del Golfo  e che riguarda i grossi investimenti fattivi dalla camorra.

Non dimentichiamo mai che Gaeta é la città in provincia di Latina,nel Basso Lazio,in cui  é stato confiscato il più grosso numero di beni ai clan.

Come pure non bisogna mai dimenticare,come é risultato peraltro dalle intercettazioni fatte nel corso di talune inchieste,che essa è una sorta di buen retiro e luogo di svago per gente le cui origini sono di oltregarigliano.

Anche recentemente i Carabinieri di Napoli hanno catturato un esponente del clan Lo Russo – nanà ‘o cecato -   che aveva stabilito da tempo il suo domicilio in una traversa di Corso Italia a Gaeta,nell’area di Serapo,in quella stessa area dove,a distanza di qualche centinaio di metri,risulta ( o risultava ?) risiedere altro soggetto  sempre campano abbastanza noto .

Ma non   é l’aspetto dell’ordine pubblico che ci interessa più di tanto in quanto a Gaeta,come a Formia e nel sud pontino,il discorso delle presenze e delle attività mafiose investe soprattutto il versante degli INVESTIMENTI,DEI CAPITALI,DEL BUSINESS.

Una mafia “bianca” ,con ampi collegamenti con pezzi di politica ed istituzioni,come hanno provato molte inchieste fatte,a cominciare dalla “Formia Connection”,”Damasco” ecc.,,mafia sulla quale bisognerebbe indagare di più e meglio e non lo si fa  anche perchè mancano le specializzazioni,la qualità dell’impianto investigativo.

Il problema della “qualità” degli investigatori locali ci conduce al discorso delle “codeleghe” da parte della DDA e della Procura Generale (ma perché nel Lazio c’é solo una DDA mentre in Campania ce ne sono tre?) alle Procure territoriali perché fino a quando non ci sarà a Latina,come a Velletri,Cassino,Tivoli,Civitavecchia ecc,un Procuratore che chiami i Questori ed i Comandanti provinciali della Gdf,deì Carabinieri,del Corpo Forestale dello Stato e dica ad essi “voglio questo e quello e in tre mesi voglio l’informativa sul tavolo”,questi non si sentiranno mai obbligati a far venire nei Commissariati ,nelle Compagnie,nelle Brigate personale esperto e capace di andare a vedere i flussi finanziari di Michele,Aniello e Ciccio , dove questi hanno preso i soldi e perché l’Assessore,il Sindaco o il dirigente ha dato ad essi la concessione,il permesso e così via.

Un grosso problema,questo,che abbiamo posto da tempo ma per il quale non siamo riusciti,ad oggi,a tirar fuori il ragno dal buco.

Non parliamo,poi,dei Prefetti,fatta qualche rarissima eccezione,che non svolgono alcuna attività di “prevenzione” come sarebbero obbligati a fare.

Un disastro che ha portato il Lazio nelle mani delle varie mafie,militari,politiche,economiche ed istituzionali.

Con una classe politica in parte corrotta e collusa. lasciata libera di fare e disfare,incoraggiata dal clima di impunità .

Se non intervengono i corpi specializzati e le DDA  da fuori,Roma,Napoli,Reggio  Calabria,Palermo ecc.,qua nessuno indaga come dovrebbe indagare.

Questa é la triste realtà a Gaeta,a Formia,a Cassino,nel frosinate e così via.

.

Per Gaeta,in particolare,essa é più complessa per la presenza del Porto e per i grossi investimenti fatti e che si continuano a fare,senza che nessuno controlli.

Ad un tessuto sociale omertoso si aggiungono le carenze dell’apparato investigativo locale ed il gioco per la camorra (solo camorra ?) é fatto.

 

 

 

 

L’eolico.Esiste un nesso fra Gaeta e il Molise ?

Pubblicato 20 Gennaio 2015 | Da admin3

Nel 2010-2012 c’é stato sull’asse Porto di Gaeta -Molise un intenso traffico di pale eoliche

Sono passate dal porto di Gaeta le pale destinata all’edificazione dei parchi eolici del Molise, d’Abruzzo e del Gargano. Provenivano da quattro società spagnole e una francese.  Un affare milionario considerato quanta energia produce un sistema eolico.

Eppure probabilmente  “sospetto” come si potrebbe intendere se ai primi di aprile la DIA di Trapani su mandato dello stesso Tribunale ha messo sottosequestro un miliardo e mezzo di euro tra beni immobili, quarantatre società di capitali con partecipazioni estere e ingentissimi patrimoni, più di 60 rapporti finanziari e decine di lussuosissime autovetture, oltre a uno splendido catamarano di 14 metri appena costruito.

Tutti beni riconducibili a Vito Nicastri, 54enne imprenditore di Alcamo, ex elettricista, soprannominato dal Financial Times come “il signore del vento”, ma anche sospettato di collegamenti con ambienti attenzionati dall’Autorità Giudiziaria. Da venti anni latitante, soprannominato Diabolik, attualmente il quarto latitante più ricercato del mondo.

E Gaeta? Inevitabilmente, vista la destinazione delle merci, tra il 2010 e il 2012 era il porto dove le pale eoliche e le turbine di Nicastri transitavano per le località del centro Italia dove dovevano essere installate.

Stoccate su un piazzale regolarmente preso in affitto dall’Autorità Portuale, le pale venivano poi affidate a cooperative di trasporto  che da anni operano  nei trasporti industriali ed eccezionali sia sul territorio italiano che europeo. E’ che, negli ultimi anni, qualcuna di queste  si é contraddistinta per il trasporto di impianti eolici in quanto dispone di veicoli speciali esclusivamente adibiti al trasporto di componenti eoliche. Tutto regolare.

Ma è la figura di Nicastri, ancora una volta, ad emergere sopra ogni altra. Professione ufficiale “sviluppatore” (il suo compito era di “vendere” il prodotto eolico: parchi eolici e fotovoltaici forniti chiavi in mano alle grosse aziende energetiche), innumerevoli erano le aziende che si rivolgevano a lui che, secondo gli inquirenti, metteva in contatto la mafia con le imprese pulite.

“Gli dico: Vito fai scendere gli spagnoli qua e gli dici che se non portano un altro milione e mezzo… Ma cxxxx! Loro devono sapere, prima di accendere il quadro che costa niente quel quadro non si metterà mai. Loro ci scendono con l’esercito e io la notte gli mando il topo”, è una delle intercettazione fatta a casa di alcuni mafiosi alcamesi riferita all’imprenditore che, prima di altri, aveva già capito l’enorme business delle energie rinnovabili e in breve era diventato un mago nell’ottenere concessioni dallo Stato (concessioni che in certi casi erano state negate persino all’Enel), acquistare terreni, costruire i parchi eolici e poi cederli “tutto incluso” ai grandi colossi del settore.

Nel centro Italia, passando dal porto di Gaeta.

Ideale giovani news – Francesco Furlan

Incendio nel Molise . Si indaga a tutto campo. La Procura vuole vederci chiaro. Il fascicolo al PM Venditti

Si indaga a tutto campo sull’incendio al mezzo adibito al trasporto di pale eoliche andato distrutto nella notte scorsa nel piazzale recintato di una ditta di autotrasporti laziale. I proprietari dell’azienda sono stati ascoltati dai Carabinieri, ma non hanno saputo dare spiegazioni sull’accaduto. Alcuni giorni fa nella stessa zona sono stati esplosi colpi di arma da fuoco sulla vetrina degli uffici della ditta. L’indagine e’ coordinata dal sostituto procuratore Rossana Venditti. Occorre ricordare che l’azienda si occupa di trasporto di componenti per pale eoliche anche in altre regioni. Gia’ qualche anno fa nella stessa impresa si verifico’ un simile incendio. Due mezzi andarono completamente distrutti.

Ma chì é  Vito Nicastri?

Leggiamo sul sito dell’Osservatorio provinciale sulle mafie di Novara di Libera  l’articolo seguente:

“Ecco perchè Vito Nicastri non è un “mafioso” o un prestanome di Messina Denaro…

apr 4th, 2013

Come è cambiata la mafia. Cosa c’è al posto di Cosa Nostra.
I vecchi boss non hanno capito niente. Erano abituati a muoversi su vecchie Cinquecento scassate – per controllare il territorio dicevano – che ne possono capire i loro coetanei, epigoni ed eredi di energia solare, di biomasse, e di “impatto zero”? Che ne possono capire loro così legati alla terra – da attraversare, misurare palmo a palmo, comandare, con tutta la roba e i cristiani che ci vivono sopra – che oggi la terra non conta più nulla, che tutto è diverso?

Sono convinti di essere stati loro a gestire il business dei nuovi totem della finta energia alternativa. La chiamano “eolo-mafia”. Ma in realtà Cosa Nostra ha gestito ben poco questo affare. Il cemento per alzare le pale, si. Ma è poca cosa. L’affare è la pala, non il cemento. E’ un po’ la frustrazione di chi di un gelato gustoso si mangia solo la cialda. Le tangenti per ammorbidire le pratiche tra i consigli comunali e le stanze dei Comuni. Ma anche lì, sono già costi messi in conto. L’estorsione per comprare i terreni dove piantare le pale, certo. Ma più delle minacce, i contadini sono stati convinti dalla crisi che attanaglia i loro terreni ormai incolti e improduttivi. Un ettaro di terreno agricolo destinato al fotovoltaico o all’eolico porta un utile di esercizio di circa cinquemila euro l’anno, con bassissimi costi di manutenzione. A conti fatti, molto più conveniente della produzione di olive o di uva.

I vecchi mafiosi non sono dotati di elevate capacità imprenditoriali: continuano a fare affari in settori soprattutto tradizionali, e anche quando allargano il raggio di azione in settori più innovativi, raramente danno prova di possedere particolari capacità manageriali, tecniche e finanziarie. Il loro interesse per il settore delle energie rinnovabili è circoscritto alle attività connesse al “cemento” e alla realizzazione delle infrastrutture di supporto degli impianti. Stanno lì a guardare con il naso all’insù, gli ultimi mafiosi, credendo che quei mostri magri e bianchi che si alzano siano opera loro.

In realtà i soldi girano altrove. Ai mafiosi di Cosa Nostra va il contentino di sentirsi padroni. Ai nuovi rampanti epigoni di Cosa Grigia invece vanno i soldi. Quelli veri, quelli facili. L’Italia ha il primato di paese più generoso al mondo in quanto a incentivi pubblici all’energia verde. E non girano solo con le pale eoliche. Girano con il fotovoltaico, che attrae nel sud Italia investimenti da tutto il mondo.

Mafioso non è l’imprenditore di Alcamo, Vito Nicastri. Mafioso non è, anche se ci si diverte (come sta accadendo) ad accostarlo a Matteo Messina Denaro, in virtù di un pizzino al boss o per il procedimento di confisca “più ingente mai fatta in Italia”. Nicastri ha costruito una fortuna dal nulla. Quando è venuta la moda delle pale eoliche, lui era lì, da un pezzo.

Nicastri faceva lo “sviluppatore”: sviluppava parchi eolici e li rivendeva chiavi in mano. Lo sviluppatore elabora il progetto del parco eolico o fotovoltaico, convince i proprietari dei terreni a vendergli le aree che interessano, si fa dare tutti i nulla osta dagli enti pubblici di competenza, richiede i finanziamenti statali o comunitari, realizza l’impianto, lo cede a qualche multinazionale.

Nicastri non è un prestanome di Matteo Messina Denaro, né di altri mafiosi. Non è la testa di legno di nessuno. Nicastri è Nicastri. Uno che si è fatto da solo, e che in Sicilia è diventato padrone dell’intero settore, mettendo in riga tutti, anche i vecchi mafiosi. Le capacità di Nicastri coincidono con un nuovo modo di “fare mafia”: conoscenza del territorio, ottime relazioni con funzionari della pubblica amministrazione e pezzi grossi della politica, capacità d’intervento nel potere locale, buoni partner finanziari, ottima conoscenza del meccanismo dei contributi e delle agevolazioni.

Nicastri non ha fatto mai un giorno di galera per mafia. Corruzione tanta. Mafia, mai. Il suo collega imprenditore Salvatore Moncada denuncia alla polizia, nel 2009, una cosa strana: perché le mie pratiche per installare impianti eolici si fermano tra mille lacci della burocrazia e quelle di Nicastri no? La domanda lui l’aveva rivolta anche al suo collega più fortunato, che gli aveva detto: dammi diecimila euro per ogni pratica e te la faccio passare liscia. Nicastri in pratica, teneva sotto scacco tutti, i colleghi imprenditori come i pubblici funzionari. Nell’’ultima ordinanza di arresto (a luglio) c’è un passaggio che racchiude molte cose : “Nicastri è il vero dominus del sistema di potere legato in Sicilia al settore delle energie alternative”. Un sistema in cui c’è il funzionario corrotto, che sistema il figlio nelle imprese di Nicastri, e ci sono mazzette che girano e fatture false e truffe su truffe allo Stato per intascare contributi e strozzare sul nascere la concorrenza. Tra il 2005 e il 2006, solo per dare un dato, una delle società da lui acquisite ha ricevuto contributi a fondo perduto dalla Regione Siciliana per oltre tre milioni di euro.

Questo mondo, questo modo di fare , non è isolato. Figure come quella di Nicastri ce ne sono tante per il paese e vanno ben oltre la semplice pala eolica piantata nel petto delle nostre colline. Per mettere su un parco eolico sono necessari investimenti ingenti di denaro, e quindi garanzie bancarie, istituti di credito che garantiscono sulla bontà di quei flussi finanziari, sulla “qualità” di quel denaro che invece dovrebbe puzzare come lo sterco perché non si sa da dove proviene.

Ci sono in ballo circa centosettanta miliardi di euro per i prossimi vent’anni nel campo delle energie alternative. Non è un caso che solo nel 2010 dalle regioni del Sud Italia sono partite richieste per 150.000 mila watt. Un’esagerazione assoluta, se si pensa che il record di domanda elettrica di tutta Italia non ha mai superato i 56.000 watt.
Ecco perché il vero business dell’energia sostenibile, in Sicilia, comincia molto prima dello scandalo dell’eolico. Inizia nelle ragnatela di contatti, nel gioco di tessere a incastro di truffe per ottenere contributi comunitari destinati alle stesse.

Se l’economia è green, anche la mafia lo diventa. Quando Obama inaugurava la sua “green economy”, per rilanciare l’innovazione e la competitività americana, non poteva immaginare che, dall’altra parte dell’oceano una mutazione era già avvenuta.

Giacomo di Girolamo e Giuseppe Passalacqua “

Prosegue il calvario dei dipendenti del Trasporto pubblico locale di Caserta: dipendenti CIP Caserta a maggio senza paga.Cosa fanno i commissari ?

. Il calvario di un Testimone di Giustizia. Scandaloso !

 

 

 

 

Associazione   Nazionale  per la lotta contro le illegalità e le mafie

“Antonino Caponnetto”

www.comitato-antimafia-lt.org                                 info@comitato-antimafia-lt.org

                                                                                   tel 3470515527

 

 

                                                 24.6.2015

 

                             MINISTRO DELL’INTERNO

                                                ROMA

 

                             V.MINISTRO DELL’INTERNO

                                                ROMA

 

                             PRESIDENTE COMMISSIONE

                              PARLAMENTARE ANTIMAFIA

 

                                                 ROMA

 

 

                            PREFETTO  DI

 

                                                VIBO VALENTIA

 

 

                        PROCURATORE DELLA REPUBBLICA

 

                                               VIBO  VALENTIA

 

                          DIREZIONE DISTRETTUALE

                          ANTIMAFIA

                                                  CATANZARO

 

              

  E,PER CONOSCENZA

 

                           AL PROCURATORE NAZIONALE

                           ANTIMAFIA

                                                     ROMA

 

 

 

 

 

OGGETTO: Testimone di Giustizia

Salvatore Barbagallo 

 

 

                    Il “Corriere della Sera” pubblica nell’edizione odierna il servizio che sotto riportiamo:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“CORRIERE DELLA SERA

 

 

 

L’ODISSEA BUROCRATICA

Milano, 24 giugno 2015 – 07:26

 

 

 

L’imprenditore ridotto in povertà
per aver denunciato la ‘ndrangheta

 

 

 

 

 

 

Vibo Valentia, Salvatore Barbagallo denunciò i clan che gli chiedevano il pizzo all’anti-racket. Dopo 8 anni il processo non è ancora iniziato e lui vive con gli aiuti della Caritas

di Federico Fubini

 

 

 

La vergogna di uno Stato ingrato.Il “caso” del Testimone di Giustizia Salvatore Barbagallo:” Oggi combatto contro la fame ed il Tribunale di Vibo Valentia”.Ed il Prefetto di Vibo Valentia se ne frega.VERGOGNA,VERGOGNA,VERGOGNA,MILLE VOLTE VERGOGNA.

L’ODISSEA BUROCRATICA
Milano, 24 giugno 2015 – 07:26

L’imprenditore ridotto in povert
per aver denunciato la ‘ndrangheta

Vibo Valentia, Salvatore Barbagallo denunciò i clan che gli chiedevano il pizzo all’anti-racket. Dopo 8 anni il processo non è ancora iniziato e lui vive con gli aiuti della Caritas

di Federico Fubini

Una foto di Salvatore Barbagallo, 65 anni, ex imprenditore

gio Salvatore Barbagallo, un ex imprenditore di 65 anni, si è steso sul selciato nel centro di Limbadi. Limbadi è un comune di 3.400 abitanti in provincia di Vibo Valentia, dove quel giorno era in visita la commissione parlamentare antimafia. Lì ha le sue basi uno dei clan più pericolosi d’Italia: i Mancuso. Le polizie di tutto il mondo li conoscono per i traffici di cocaina, e di recente il loro nome è emerso negli atti di Mafia Capitale.

Barbagallo è rimasto a terra pochi minuti, impedendo all’auto di Rosy Bindi di andarsene. Poi la presidente dell’antimafia è scesa, gli ha parlato un po’, gli ha lasciato il numero del suo ufficio, lo ha aiutato a rialzarsi. Ed è partita per l’aeroporto.

Non è la prima volta che Barbagallo agisce in modo imprevedibile. Il 3 marzo del 2007, quando era ancora titolare di un’impresa di trivellazioni, era entrato nella Questura di Vibo sapendo che da quel giorno la sua vita sarebbe cambiata. Ciò che non aveva previsto è che quel gesto si sarebbe trasformato in una lezione ben assimilata da quasi tutti gli altri imprenditori della provincia: in un sistema burocratico e giudiziario in crisi, denunciare il racket è come buttarsi da un aereo senza sapere se il paracadute che vi hanno dato si aprirà.

«Ero alla disperazione», dice oggi Barbagallo. Si riferisce a quando fece i nomi di una decina di esponenti dei Mancuso per una serie di reati ai suoi danni. Per anni lo avevano obbligato a scavare pozzi gratis sulle loro terre, quindi si sono impadroniti delle sue trivelle, infine avrebbero approfittato della bancarotta a cui l’aveva ridotto per sottrargli la casa in un’asta giudiziaria truccata.
Barbagallo è stato uno dei pochi imprenditori in questa parte d’Italia a parlare dell’oppressione che devasta l’economia, e lo ha fatto solo perché non sapeva più come conviverci. Da allora è in terra di nessuno. Non ha più l’azienda, lavora come badante, ma la sua richiesta di accedere all’indennizzo riservato agli imprenditori che denunciano il racket resta senza risposta. Dopo otto anni non ha né un sì, né un no. Ha scritto a uffici di ogni tipo e la procura antimafia lo convoca regolarmente a testimoniare contro la ‘ndrangheta. Lui va, ma per una serie di vizi di forma e rinvii, i processi per i reati ai suoi danni restano bloccati. La prescrizione incombe. «Oggi combatto contro la fame e contro il tribunale di Vibo Valentia», ha riassunto in una memoria al viceministro dell’Interno Filippo Bubbico.

L’ex imprenditore vive delle donazioni del Banco alimentare, di una parrocchia e della Caritas. Era così anche un anno fa ma, nota, l’aiuto si sarebbe intensificato dopo che al clero locale sarebbe arrivata un’email dagli uffici in risposta a una sua lettera a papa Francesco.
Non aveva previsto di arrivare a questo punto, perché il governo prevede da anni un sostegno per chi denuncia. Quando una dichiarazione fa scattare un’ipotesi di reato per estorsione, l’imprenditore ha diritto a un indennizzo dal Fondo del ministero dell’Interno per le vittime del racket e dell’usura, la cui contabilità mostra tuttavia che qualcosa non funziona: è una delle poche voci nel bilancio dello Stato in cui la disponibilità supera la spesa. Nel 2014 il fondo aveva 81,5 milioni di euro, ma ne ha impiegati 60,8 e di questi appena 10,9 per le vittime del racket. Ci sarebbe spazio per triplicare le denunce, e sarebbe logico: secondo il Censis, l’80% degli imprenditori in Italia trova che negli ultimi due anni l’estorsione sia aumentata.

I testimoni sottoposti a protezione sono 88, secondo le stime di questa primavera del ministero dell’Interno. Ma ormai sul lastrico, a volte scoprono che il ministero chiede loro di anticipare le spese del trasferimento verso una località sicura. Per gli indennizzi poi il percorso è anche più arduo: l’anno scorso le domande pendenti erano 692 (su decine di migliaia di casi di estorsione), quelle accolte 128. È giusto che lo Stato cerchi di prevenire le truffe, ma per farsi aiutare dal fondo anti-racket oggi un imprenditore deve attraversare un vero e proprio labirinto: la denuncia in Procura, la domanda in Prefettura, l’istruzione della pratica, la convocazione dei comitati per quantificare i danni, l’inoltro al commissariato anti-racket di Roma, la valutazione dell’istruttoria, la conferma delle somme, il rinvio alla società pubblica che gestisce i pagamenti (Consap), che a sua volta fa una nuova istruttoria sulla posizione finanziaria del denunciante. Per ogni nuova firma può servire un mese, e ne servono almeno nove. Anche senza intoppi, l’intera procedura dura più di un anno durante il quale l’imprenditore vive chiuso in casa, minacciato, senza reddito. Pochi osano.

A otto anni dalla denuncia di Barbagallo, i testimoni da lui indicati non sono ancora stati sentiti, i processi sono fermi, il reato di estorsione che innesca la domanda di indennizzo non è neanche stato ipotizzato. Lo citò una volta un magistrato, ma all’udienza successiva era già stato sostituito: il tribunale di Vibo è così cronicamente sotto organico che molti cercano di farsi trasferire al più presto e i rinvii d’ufficio si inseguono. I dati sul penale non sono disponibili, ma quelli sul civile parlano di un’emergenza: con una media di 1491 casi per magistrato, Vibo è fra i tribunali più intasati d’Italia e vi contribuisce la massa di piccole liti prodotte da una pletora di avvocati. L’Italia ha cinque volte più legali della Francia, Vibo il doppio della media nazionale per abitante.
Nella folla di 1.600 fra legali e praticanti, solo due si occupano di denunce degli imprenditori contro le mafie. «È una nicchia rimasta scoperta» dice Giacinto Inzillo, l’avvocato di 35 anni che assiste Barbagallo. Lui guadagna sugli indennizzi dei testimoni dunque, ammette, «soffro con loro». Dopo l’incontro di Limbadi Barbagallo ha scritto a Bindi, quindi l’antimafia avrebbe contattato il prefetto di Vibo. «Ma per ora – precisa Inzillo – non sappiamo altro».

24 giugno 2015 | 07:26
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Molise, arrestato assessore del Pd: accusato di truffa ai danni della Regione

Molise, arrestato assessore del Pd: accusato di truffa ai danni della Regione

L’assessore regionale alle Attività produttive del Molise Massimiliano Scarabeo (Pd) è stato arrestato questa mattina nell’ambito di un’operazione della Guardia di Finanza nelle province di Campobasso e Isernia. L’inchiesta riguarderebbe i reati di truffa e frode fiscale.

L’assessore Scarabeo è finito agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Procura di Isernia. Con lui ai domiciliari anche il fratello Gabriele. I reati contestati sono quelli di frode fiscale e truffa ai danni della Regione Molise. All’operazione partecipano una ventina di finanzieri che stanno eseguendo perquisizioni in abitazioni private, aziende e uffici pubblici, comprese le sedi della Regione a Campobasso.

A dire il vero anche noi dell’Associazione Caponnetto saremmo stati più contenti se ………………………………….

www.lanazione.it http%3A>

DA  “ LA NAZIONE “.Firenze, 21 giugno 2015 – Oggi a Casal di Principe si è aperta la mostra “La luce vince l’ombra”, nella quale sono esposte 20 opere importanti della galleria degli Uffizi di Firenze. L’esposizione, a cura di Antonio Natali (Direttore della Galleria degli Uffizi) e Fabrizio Vona (Direttore del Polo Museale Regionale della Puglia), è ospitata presso Casa don Diana. Si tratta di un evento importante, che vuole contribuire alla costruzione di un’alternativa sociale ed economica per il rilancio di terre che sono state per anni assoggettate al potere e alla violenza della Camorra. Non è un caso, infatti, che la mostra sia stata allestita in una villa confiscata al boss Egidio Coppola soprannominato ‘Brutus. E in questa manifestazione, le opere fiorentine hanno ricoperto un ruolo importante.

Tuttavia, l’Associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili non ha avuto parole dolci per questo evento. «A Casal di Principe l’arte sfregiata, i quadri ‘feriti’ agli Uffizi il 27 maggio 1993, visite del ministro Franceschini e dello scrittore Saviano, che rappresenterebbero il riscatto sulla mafia. Sembra un quadretto naif, tanto risplende nei colori pastello». Lo scrive in una nota la presidente dell’Associazione, Giovanna Maggiani Chelli. «Il dramma – aggiunge – è che le mafie unirono le forze il 27 maggio 1993 sotto la galleria degli Uffizi, infatti morirono 5 persone e 48 rimasero invalide per sempre e questi torti non si possono pareggiare con la ‘rinascita’ di quadri recuperati, di scritti nei libri, di parole pelose della retorica, ostentando arresti di soli mafiosi».

 

 

 

 

Una nostra breve nota:

 

A DIRE IL VERO,PUR RICONOSCENDO IL VALORE DI QUESTA INIZIATIVA,ANCHE NOI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO SAREMMO STATI ANCORA PIU’ CONTENTI SE l’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI CASAL DI PRINCIPE,ADERENDO ANCHE AGLI INVITI DELL’AVVOCATO IORIO DIFENSORE DI LUIGI GALLO,SI FOSSE COSTITUITA PARTE CIVILE NEL PROCESSO PROMOSSO APPUNTO DA GALLO CONTRO COSENTINO-ZAGARIA ED ALCUNI DIPENDENTI COMUNALI DI CASAL DI PRINCIPE PRESSO IL TRIBUNALE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE.
LA COSTITUZIONE DI P…
ARTE CIVILE DELL’AMMINISTRAZIONE DI CASAL DI PRINCIPE IN QUEL PROCESSO – COSA CHE HA FATTO l’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO – SAREBBE STATO UN SEGNALE FORTE E DALL’ALTO VALORE SIMBOLICO DI RISCOSSA VERSO IL PASSATO.
PURTROPPO NON E’ STATO COSI’ E FRANCAMENTE CIO’ CI E’ DISPIACIUTO.

ASSOCIAZIONE A.CAPONNETTO

 

Giustizia allo sbando ,il governo tace 21-giu-2015 02:21

Giustizia allo sbando  ed il governo se ne frega.Renzi ed Orlando si vergognino !!!! E stiamo in un territorio delicatissimo sul quale la camorra la  fa da padrona…………………….Irresponsabili.E’ la qualifica più benevola che si possa attribuire ai nostri governanti!

Sabelli (presidente Anm) in visita a tribunale Napoli Nord: «Situazione gravissima»

di Nicola Rosselli
A+ A- Stampa
AVERSA – «La situazione è gravissima e credo assolutamente di non esagerare». Il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Rodolfo Sabelli, in visita nella tarda mattinata di ieri presso il Tribunale di Napoli Nord, ospitato nel Castello Aragonese di Aversa, per fare il punto sulla grave situazione di carenze in organico, sia di magistrati che di personale di cancelleria, si dimostra seriamente preoccupato nel descrivere la situazione ai cronisti dopo aver incontrato la presidente della struttura giudiziaria normanna Elisabetta Garzo, il procuratore generale Francesco Greco, il responsabile locale dell’Anm Giuseppe Cioffi e i magistrati in servizio a Napoli Nord.

«Ero venuto ad Aversa –ha continuato Sabelli – un anno fa insieme alla giunta esecutiva centrale dell’Anm. Oggi la situazione è migliorata per quanto riguarda i magistrati grazie all’arrivo di diversi colleghi, soprattutto di prima nomina. Continua, invece, a rimanere estremamente grave la situazione per quanto riguarda il personale di cancelleria. Incontrando la presidente e il procuratore di Napoli Nord ho appreso che le carenze di organico di amministrativi rasenta l’80%, un’enormità che vanifica il lavoro di tutti gli altri soggetti che operano nel settore. Circostanza tanto più grave se si considera che queste carenze incidono su un territorio estremamente delicato. Se è vero che la Giustizia versa in una difficoltà generalizzata questa di Napoli Nord è certamente la situazione più grave».

Al presidente Sabelli è stato anche chiesto quali saranno i prossimi passi: «Ne parlerò con chi di competenza, certamente anche con il ministro della giustizia e, confidando nella sua sensibilità, che ben conosco, credo che si attiverà per cercare di porre rimedio allo stato attuale. Non bisogna, infine, dimenticare anche le carenze logistiche, di necessità di nuovi locali a servizio del tribunale di Napoli Nord come hanno tenuto a segnalarmi sia la presidente che il procuratore».

«Siamo felici –dichiara da parte sua il responsabile del tribunale di Napoli Nord per l’Anm Giuseppe Cioffi- di questa visita e della solidarietà espressa dal presidente Sabelli che si è reso conto delle difficoltà di carenza di personale nella quale il tribunale di Napoli Nord è lasciato giacere. Questa presenza ci rafforza nei tentativi che quotidianamente facciamo per amministrare la giustizia cercando di non vanificare il lavoro di tanti giovani colleghi».

Dopo quelle che possono sembrare parole di circostanza, l’affondo: «Non posso non evidenziare –conclude Cioffi- il pericolo reale di vedere vanificate tutte le indagini ambientali condotte sul territorio in questi ultimi tempi. Se non c’è un ufficio giudiziario che funzioni, tutte queste verifiche rischiano di essere vanificate. Se si è istituito il tribunale di Napoli Nord per far fronte alle carenze di altri uffici giudiziari trovo assurdo che questo ufficio giudiziario oggi sia già in sofferenza a causa di un organico carente per il 70, 80%».

«Siamo molto contenti – ha dichiarato il presidente della camera civile di Aversa avvocato Carlo Maria Palmiero- della condivisione dei magistrati sullo stesso obiettivo e confidiamo che anche grazie all’autorevolezza del presidente Sabelli. Speriamo che oltre a prendere atto, agisca perché oggi è in gioco l’autorevolezza della Giustizia nel circondario di Napoli Nord». 

La passarella sulla ss 36 tra Cinisello Balsamo e Monza poteva crollare , Il testimone attendibile al 100%.Ombre sul sistema di certificazione negli appalti pubblici

La passerella di viale Lombardia al confine con Monza rischiava di crollare

La passerella al centro del processo
  • Lunedì 15 giugno 2015

La passerella di viale Lombardia al confine con Monza rischiava di crollare

 

«Saldature inammissibili»: insomma, la passerella del centro commerciale tra Monza e Cinisello sarebbe potuta crollare da un momento all’altro. Lo sostiene la procura nel processo in corso a Monza contro i costruttori.

«Quelle saldature erano inammissibili». La passerella di viale Lombardia, quella all’altezza del maxi centro commerciale di Cinisello Balsamo, poco distante dal confine con Monza, rischiava di crollare sulla testa di qualcuno delle migliaia di pendolari, brianzoli e non. Lo sostiene la procura, e il suo consulente, l’ingegner Massimo Bardazza, nominato dopo che gli inquirenti avevano posto sotto sequestro l’intera struttura e sentito in aula come teste nel processo in corso contro Mario e Pasquale Vuolo della Carpenfer, la società di Castellammare di Stabia che ha realizzato in subappalto la passerella, Edmondo Troisi, direttore tecnico della stessa società, Alfio Cirami, direttore di cantiere, e di Ernesto Valiante di Italsoa spa, società che certifica i requisiti delle aziende che lavorano negli appalti pubblici. Le accuse sono di “attentato alla sicurezza stradale”, oltre che di minacce e falso.

“La denuncia è risultata veritiera al 100%”, ha detto il consulente, riferendosi alla denuncia presentatata da G.C., ex addetto alla sicurezza nel cantiere di viale Lombardia, che oggi vive sotto scorta (Pasquale Vuolo ha subito una condanna per associazione mafiosa a causa di legami con la camorra). Il processo getta un’ombra sinistra sul sistema di certificazioni delle società che partecipano ad appalti pubblici. Un compito che nel caso della Carpenfer, è toccato alla Italsoa di Afragola, nell’hinterland napoletano, stessa zona in cui sorge la Quality Service, società che avrebbe controllato la regolarità delle saldature sulla struttura sospesa sopra le teste degli automobilisti monzesi. si L’uomo che ha fatto denuncia, che ad oggi ha cambiato nove domicili, si è costituto parte civile assieme ad Impregilo e ad Anas. La passerella, invece, è stata rimessa in sicurezza, ma ad oggi è ancora chiusa e non utilizzata dal pubblico.

 

Date sotto a tutti quei soggetti che amministrano,gestiscono,fanno convenzioni per lucrare e non per i fini per i quali dicono di essere nati.Questi danneggiano l’immagine e l’onorabilità di tutti gli altri,a cominciare da quelli sani e seri

Truffa dei centri di accoglienza
Intercettati personaggi eccellenti

Giovedì nuovo interrogatorio per il gestore delle onlus al centro dell’inchiesta

di Titti Beneduce

NAPOLI – Regione Campania e Caritas: è in queste direzioni che sembra estendersi l’inchiesta sulla truffa dell’assistenza ai migranti. Nei prossimi giorni, in vista di una nuova udienza del Tribunale del Riesame, gli inquirenti potrebbero depositare altri documenti, tra cui alcune intercettazioni telefoniche dal contenuto «forte». Intercettazioni recenti e, secondo indiscrezioni, estremamente imbarazzanti per le persone coinvolte. Il procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli e i sostituti Raffaello Falcone e Ida Frongillo hanno preparato una lista di documenti che occorrono per imprimere un’accelerazione all’inchiesta; documenti che saranno acquisiti presto dalla Guardia di Finanza del I gruppo di Napoli, cui sono delegate le indagini. Completato il quadro, i magistrati potrebbero procedere all’iscrizione di altre persone nel registro degli indagati.

Nel frattempo prosegue l’attività istruttoria: giovedì prossimo sarà interrogato nuovamente Alfonso De Martino, il fondatore della onlus «Un’ala di riserva» considerato promotore di un’associazione a delinquere finalizzata alla truffa e alla turbativa d’asta. Già ascoltato più volte dagli inquirenti, De Martino (che nel frattempo ha lasciato «Un’ala di riserva» e ha fondato «E uscimmo a riveder le stelle», attiva degli stessi settori) ha già fatto ammissioni parziali, rivelando i suoi agganci all’interno degli uffici regionali. Agganci che in cambio di denaro gli hanno consentito, appena è cominciato il fenomeno dell’immigrazione di massa, di lanciarsi con impegno nel nuovo business. È possibile che nel prossimo interrogatorio l’indagato faccia altre ammissioni e racconti altri retroscena, consentendo ai magistrati di rafforzare il quadro accusatorio nei confronti di alcune persone. Per le due onlus, che si occupano sia di assistenza ai migranti sia di servizio civile, saranno nominati nelle prossime ore degli amministratori giudiziari. L’attività svolta dalle due associazioni negli ultimi anni viene esaminata con attenzione e l’esame potrebbe riservare nuove sorprese.

L’inchiesta, paradossalmente, ha preso il via da una denuncia di De Martino, il quale si rivolse ai carabinieri sostenendo di venire minacciato da due immigrati. I due furono arrestati, ma successivamente si comprese che erano vittime di «Un’ala di riserva» e non autori di reati. A De Martino infatti avevano chiesto, esasperati, di ottenere i beni che la legge destina loro: vitto e alloggio dignitosi e piccole somme di denaro, note come «pocket money», per le spese spicciole di tutti i giorni.

Articoli recenti

Archivi