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Avellino. Corruzione, l’ex prefetto Blasco rinviato a giudizio

Il giudice per le udienze preliminari del tribunale di Avellino ha rinviato a giudizio l’ex prefetto di Avellino, Ennio Blasco, per il reato di corruzione. Insieme all’alto funzionario dello Stato sono stati rinviati a giudizio anche Erasmo Caliendo, suo factotum, e Carmine Buglione che insieme al fratello Carlo avevano corrotto, secondo l’accusa, il prefetto Blasco, pur di ottenere un ritardo nel rilascio dell’interdittiva antimafia che se giunta in tempo avrebbe compromesso gli appalti milionari che avevano in essere con i due istituti di vigilanza privata.

Il gup ha prosciolto Antonio Buglione, primo dei tre fratelli, per non aver commesso il fatto.

http://www.ilmattino.it/AVELLINO/prefetto-blasco-giudizio-corruzione-avellino/notizie/984417.shtml

Concorso fantasma alla Regione Lazio?

Lazio, la Regione sospende 11 dirigenti: “Vinsero un ‘concorso fantasma’”

La Regione Lazio, a sei mesi dall’apertura di un’indagine interna su alcuni dirigenti assunti presumibilmente senza concorsonel 2008, ha deciso di rimuoverli dall’incarico. Sulla vicenda sta indagando anche la magistratura a seguito di un esposto presentato dal consigliere regionale 5 Stelle Valentina Corrado alla Procura di Roma che punta il dito in particolare su 11 dirigenti (con stipendi che oscillano dai 110mila ai 78mila euro annui) tra i quali spuntano anche due parenti di Raniero De Filippis, il dirigente coinvolto nello scandalo rifiuti legato al nome di Manlio Cerroni. Aspetti penali
che si intreccerebbero con aspetti contabili e amministrativi visto che i dirigenti senza titolo, per anni, avrebbero percepito indebitamente stipendi rilevanti, causando un danno erariale di milioni di euro per le casse regionali oltre a una serie di problemi inerenti l’invalidità degli atti amministrativi. Si perché alcuni dei dirigenti in questione in questi anni hanno svolto ruoli di rilievo nell’amministrazione pubblica. Come D.N., nominato ad aprile scorso segretario generale dell’Autorità dei Bacini Regionali del Lazio o come P.S. che nel novembre 2013 è diventato direttore vicario dell’Ardis, l’Agenzia regionale per la Difesa del Suolo.
“L’intervento di annullamento dell’inquadramento di alcuni dirigenti vincitori di un concorso ‘fantasma’ – chiarisce la Regione Lazio – è iniziato diversi mesi fa grazie a un procedimento interno attivato dalla Regione Lazio. L’amministrazione, dopo aver effettuato alcune verifiche presso gli archivi del personale, ha riscontrato che i fascicoli dei soggetti in questione erano incompleti o vuoti. Dopo una fase di ricerca della documentazione necessaria, che però non ha portato ad alcun risultato, la Direzione del personale ha formalmente domandato agli interessati, con una nota del 23 maggio 2014, di produrre tutte le carte in loro possesso”. Le risposte, secondo la Regione, che sono pervenute nei mesi di luglio e di agosto di quest’anno, hanno consentito di ricostruire solo una parte dell’iter che ha portato alla loro assunzione. “Per questo abbiamo acquisito lo scorso 29 settembre la relazione tecnica dellaProcura di Latina (che a suo tempo aveva aperto un’inchiesta sul concorso ‘fantasma’), un atto formale che ha consentito di delineare definitivamente i contorni dell’intera vicenda. E così abbiamo adottato provvedimenti necessari all’accertamento della nullitàdegli atti che hanno portato all’inquadramento dei soggetti in questione nella qualifica dirigenziale e di conseguenza alla rimozione degli stessi dall’incarico assunto”.
“Da oltre un anno – spiega Valentina Corrado – cerchiamo di farci ascoltare da Zingaretti attraverso interrogazioni, esposti, ricorsi e diffide. Dopo l’inchiesta de ilfattoquotidiano.it è arrivato anche Report e il 24 ottobre, guarda caso lo stesso giorno dell’intervista rilasciata dal presidente Zingaretti alla trasmissione di Rai Tre, hanno deciso di annullare i contratti ai dirigenti irregolari. Siamo contenti che finalmente la Regione si sia mossa, certo la tempistica non può che apparire sospetta. Dispiace notare – conclude il consigliere 5 Stelle – che il presidente dia più considerazione a taccuino e telecamera che alle procedure di legge”.
Soddisfatta la Direr, sindacato dei dirigenti regionali. “Finalmente la Giunta regionale – sottolinea la segretaria regionale Roberta Bernardeschi – ha preso coscienza della grave ‘anomalia’ che abbiamo segnalato più volte negli ultimi anni. Purtroppo però dobbiamo anche prendere atto che i provvedimenti riguardano solo una parte dei soggetti reclutati con procedure illegittime e manca anche la trasparenza. Infatti sia il reclutamento precedente sia gli attuali provvedimenti di nullità nei confronti dei dirigenti irregolari sono ‘oscurati’ sul sistema informatico interno, in violazione della legge”.

(Tratto da Il Fatto Quotidiano)

L’ex ministro Tremonti indagato a Milano per corruzione

L’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è indagato dalla procura di Milano per corruzione. Secondo i magistrati Tremonti sarebbe coinvolto in una presunta tangente da 2,4 milioni di euro versata nel maggio 2008 da Finmeccanica per ottenere il via libera all’acquisizione della societa statunitense Drs. La tangente sarebbe stata mascherata dietro un finto contratto di consulenza con lo studio tributario Vitali Romagnoli Piccardi & Associati di Milano, fondato da Tremonti. La procura ipotizza un reato ministeriale, dal momento che nel 2008 Tremonti era responsabile del ministero di Via XX Settembre, e ha trasmesso le carte al Tribunale dei ministri di Milano. Drs, una società di apparecchiature militari, venne acquistata da Finmeccanica, all’epoca guidata da Pierfrancesco Guarguaglini, per 5,2 miliardi di dollari, l’equivalente di 3,4 miliardi di euro, ma oggi – secondo gli analisti – il suo valore si sarebbe quasi dimezzato.

Insieme a Tremonti – come anticipato dall’Espresso e dal Corriere della Sera – sarebbero indagati anche Enrico Vitali, socio dello studio tributario, l’ex presidente di Finmeccanica Guarguaglini e Alessandro Pansa, ex direttore finanziario e poi ex amministratore delegato della società pubblica.

Il nome dell’ex ministro sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati due settimane fa dai sostituti procuratori Roberto Pellicano e Giovanni Polizzi, d’intesa con il loro ex capo del dipartimento anticorruzione Alfredo Robledo e dopo un vertice con il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati, e in questi giorni la procura ha fatto partire la procedura di trasmissione degli atti al Tribunale dei ministri. Nel frattempo i magistrati non potranno effettuare altre indagini. Nei prossimi giorni Tremonti avrà la possibilità di esaminare gli atti e difendersi davanti al Tribunale dei ministri.

L’inchiesta nasce Roma, dove il pm Paolo Ielo raccoglie nel 2010 la testimonianza del faccendiere Lorenzo Cola, utilizzato da Guarguaglini per gestire l’acquisizione della Drs. Finmeccanica avrebbe pagato a Cola una consulenza da 16,6 milioni di dollari, parte dei quali sarebbero finiti in Svizzera. Dopo le dichiarazioni di Cola, Ielo trasmette, per competenza, le carte alla procura di Milano e l’indagine approda sui tavoli di Pellicano e Polizzi.

La vicenda al centro dell’inchiesta inizia nel 2008, quando Finmeccanica affida un incarico di consulenza per l’operazione Drs alla società di revisione Ernst & Young e allo studio di tributaristi fondato da Tremonti (l’ex ministro in quegli anni si era dimesso e ne è rientrato recentemente). Per quella consulenza, Ernst & Young incassa 400mila euro il 31 luglio del 2008, altri 800mila il 30 gennaio 2009 e infine ulteriori 400mila euro il 20 marzo del 2009, per un totale di 1,6 milioni. Lo studio Vitali Romagnoli Piccardi & Associati (che oggi si chiama Tremonti Vitali Romagnoli Piccardi & Associati) incassa invece 2,4 milioni il 13 marzo del 2009.

A destare i sospetti dei magistrati sarebbe stato un anomalo cambio di linea di Tremonti, inizialmente contrario all’acquisizione miliardaria di Drs. Alla vigilia dell’accordo l’ex ministro avrebbe cambiato posizione concedendo il via libera all’operazione. L’assenso, ipotizzano i pm, sarebbe stato accordato dopo che lo studio tributario da lui fondato avrebbe firmato il contratto di consulenza con Finmeccanica. Lo stesso Cola, negli interrogatori davanti al pm romano Ielo, avrebbe rilevato che tra la prima posizione di Tremonti e il cambio di linea ci sarebbe stato il contratto con Ernst & Young e con lo studio Vitali Romagnoli Piccardi. Il contratto di consulenza viene infatti stipulato l’8 maggio 2008, l’acquisizione della Drs è di cinque giorni dopo, il 13 maggio.

Al prezzo di 5,2 miliardi di dollari Drs era stata valutata circa 11 volte l’Ebitda che era atteso alla fine del 2008. La società americana era una public company che produceva equipaggiamenti elettronici per mezzi militari come elicotteri e aerei e nel 2008 era al 17° posto tra i fornitori della difesa Usa. Nel 2007 aveva registrato ricavi per 2,8 miliardi di dollari, un Ebitda in crescita del 60% a 382,5 milioni di dollari e utili netti per 127,1 milioni. Aveva complessivamente quasi 10mila dipendenti.

Il faccendiere Lorenzo Cola, dallesui dichiarazioni sono partiti i sospetti dei magistrati nei confronti di Tremonti, è stato arrestato la prima volta nel luglio 2010 per riciclaggio e ha patteggiato 3 anni e 4 mesi per la vicenda Digint. È stato poi riarrestato nel 2011 per il caso Enav.

A decidere sulle sorti di Tremonti sarà adesso il Tribunale dei ministri. In base alla legge costituzionale del 16 gennaio 1989 numero 1, i reati commessi dal presidente del Consiglio e dai ministri nell’esercizio delle loro funzioni sono giudicati, appunto, dal Tribunale dei ministri, un collegio composto da tre membri effettivi e tre supplenti estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio nei tribunali del distretto di competenza (in questo caso Milano).

Il collegio, entro 90 giorni dal ricevimento degli atti, dopo aver compiuto indagini preliminari e aver sentito il pubblico ministero, se non ritiene che si debba archiviare l’inchiesta, invia gli atti al procuratore della Repubblica per la loro immediata trasmissione al presidente del ramo del Parlamento competente. In caso diverso, il collegio, dopo aver sentito il pubblico ministero, dispone l’archiviazione con decreto non impugnabile. Prima del provvedimento di archiviazione, il procuratore della Repubblica può chiedere al collegio, precisandone i motivi, di svolgere ulteriori indagini e il collegio adotta le sue decisioni entro 60 giorni. Oggi il il collegio di Milano è composto dal presidente di sezione civile del Tribunale di Como, Paolo Negri Della Torre, dal capo dei gip di Monza, Alfredo De Lillo, e dal giudice del lavoro di Milano, Stefano Tarantola.

http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/notizie/2014-10-30/l-ex-ministro-tremonti-indagato-milano-corruzione–115135.shtml?uuid=AB2NfN8B

Lazio, arrestato direttore regionale dell’Agenza del demanio. Siamo ormai alla frutta

Renzo Pini è finito ai domiciliari, insieme ad altre 8 persone, nell’ambito di un’inchiesta sull’affidamento di un appalto. E’ accusato di abuso d’ufficio
Finito in manette con l’accusa di abuso d’ufficio. Renzo Pini, direttore regionale del Lazio dell’Agenzia del Demanio, è stato arrestato all’alba dai Militari del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Procura di Roma sull’affidamento di un appalto.

Oltre a Pini sono state arrestate altre 8 persone: tra loro Marcello Visca, ex componente del comitato di gestione dell’Agenzia del Demanio del Lazio, imprenditori e funzionari di banca. Per tutti è stata disposta la misura cautelare degli arresti domiciliari.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/30/lazio-arrestato-direttore-regionale-dellagenza-demanio-per-abuso-dufficio/1179737/

Che vergogna!

Da Dagospia. Senza parole!

UNO SBERLEFFO LUNGO 24 ANNI – TOTÒ RIINA RACCONTA LA SUA LATITANZA AL COMPAGNO DI CARCERE: VIAGGIO DI NOZZE A VENEZIA, CASE DI LUSSO E OGNI ESTATE VACANZE AL MARE

Nelle conversazioni con il compagno d’aria Alberto Lo Russo il racconto di 24 anni da ricercato eccellente. Riina si vanta di aver sempre camminato “in mezzo alla gente”, di aver sempre mandato i figli a scuola, di aver vissuto in eleganti appartamenti blindati e di “non aver mai rinunciato a un’estate al mare”…

Francesco Viviano e Alessandra Ziniti per “la Repubblica”

TOTO RIINA
«A Montecassino io ci sono andato. Ci ho fatto il viaggio di nozze, ci ho portato a mia moglie. Una volta che ero libero, ho detto: ora ci vado… Poi sono salito verso Venezia. Io la vita l’ho presa così, mi sono sentito sempre libero». Ride Totò Riina passeggiando nel cortile del carcere di Opera insieme al suo compagno d’aria Alberto Lo Russo. Ride e, oltre a dire la sua su tutta la storia d’Italia dal Dopoguerra ad oggi, per la prima volta racconta anche la sua vita da latitante, quei 24 anni in cui il capo di Cosa nostra ha vissuto più o meno indisturbato non troppo lontano dalla sua Corleone, sposandosi, facendo tre figli, ordinando stragi e omicidi, stringendo patti con la politica e (forse) con gli apparati deviati delle istituzioni.

TOTO RIINA
Niente a che vedere con la latitanza “povera” di Bernardo Provenzano, sorpreso in un casolare con ricotta e cicoria. Il Riina latitante che si racconta a Lo Russo è un uomo che si vanta di aver sempre beffato lo Stato camminando «in mezzo alla gente», di aver sempre mandato i suoi figli a scuola, di aver vissuto in eleganti appartamenti blindati e ville con piscina e di avere anche viaggiato, «senza rinunciare neanche un’estate ad andare a mare». «Come un uomo libero – dice a Lo Russo – oggi a Montecassino, domani a Caserta, domani là vicino Napoli, ma giravo, camminavo a Venezia. Ora tutte queste cose è uno sfottimento allo Stato… Io non ho voluto fare patti con la legge, ventiquattro anni, sono arrivato a ventiquattro anni e sei mesi. E vedi che loro mi cercavano notte e giorno. Non si potevano raccapezzare dov’ero… in questi posti dice che non c’ero perché ci vanno i turisti».

BAGARELLA
Il 16 aprile 1974 è il giorno delle nozze di Totò Riina. Lui è latitante già da cinque anni, lei è una bella ragazza ventenne di Corleone che avrebbe voluto fare la maestra. «Quando eravamo fidanzati seguivano a Ninetta pensando che quando si allontanava da Corleone veniva da me e invece ero io che andavo a casa sua». Ninetta, sorella di Leoluca Bagarella, decide di seguire Totò nella latitanza. I due vengono sposati da don Antonio Coppola in clandestinità in una villa tra Capaci e Carini, C’è Bernardo Provenzano e c’è anche Luciano Liggio che, nonostante sia latitante, non intende perdere l’occasione.

«A un dato momento mi sono sposato – racconta Riina a Lo Russo – e me ne sono andato in un hotel a mare. A padre Coppola non gli hanno potuto fare niente perché uno non è tenuto a sapere se sposa un latitante ». «Quando ci siamo sposati logicamente abbiamo organizzato il viaggio di nozze, quindi siamo andati dalle parti di Napoli e siamo rimasti una settimana, siamo andati a Montecassino, poi siamo andati a Venezia e siamo rimasti tre, quattro giorni. Poi quando è trascorso circa un mese siamo tornati a Palermo. Già avevo la casa, mia madre mi aveva comprato un appartamento con sette stanze a Palermo, tutto ammobiliato. Poi mi sono dovuto allontanare perché lo sapevano parecchi».

LA CATTURA DI BAGARELLA

Ed eccoli i luoghi della latitanza di Totò Riina, tutti attorno al suo regno di Corleone. Prima a Mazara del Vallo, poi a Castelvetrano e a San Giuseppe Jato, sempre senza lesinarsi vacanze, ville, e affari: imprese, magazzini, cantine sui quali adesso la Procura di Palermo intende mettere le mani. «Poi me ne sono andato dalle parti di Mazara, sono rimasto molto tempo a Mazara, eravamo in estate, a Mazara avevo la villa, avevo tutte cose, un appartamento… io dappertutto avevo… a Castelvetrano, ad esempio, avevo un appartamento, un fabbricato di lusso, ognuno che arrivava diceva: minchia qua è un paradiso.

BERNARDO PROVENZANO
A San Giuseppe Jato ci facevo la vita. Ho pure lavorato con Binnu, ho fatto uno stabilimento, ho fatto sopra una casa di lusso, tutta corazzata, sotto c’erano due cantine. Io in questa casa ci stavo solo quando si andava a fare la fermentazione, quando facevano la vendemmia me ne andavo là, prendevo soldini buoni, quaranta milioni l’anno guadagnavo da là. Poi mi sono messo in società con uno di là che mi vendeva il vino ».

BERNARDO PROVENZANO
Il Riina latitante, negli anni in cui le strade di Palermo sono segnate dalla mattanza dell’ascesa dei Corleonesi, è uno che fa la bella vita a differenza di Provenzano. «Dire a Binnu, “ma perché non fai la bella vita”? Non gliel’ho mai detto perché mi pareva mortificante, umiliante». In latitanza Ninetta e Totò mettono al mondo quattro figli, Giovanni, Giuseppe, Concetta e Lucia. «Gira, gira, ventiquattro anni e mezzo e la stessa vita l’hanno fatta fare a mia moglie e ai miei figli, perché poi questi picciriddi dovevano studiare, io li mandavo a scuola, sempre a scuola li mandavo. Poi a scuola non ci sono potuti andare più e quindi abbiamo capito che la vita era questa e dovevamo affrontarla per quello che era».

LUCIANO LIGGIO

Quando andava a scuola, però, Maria Concetta era la più brava della classe. Per il resto i piccoli Riina vivevano mimetizzati tra la gente, come tutti i ragazzi della loro età. Dal padre ricevevano la paghetta per andare a mangiare la pizza o per il campo di calcetto. «Durante la latitanza si sono creati le loro amicizie». Una sola avvertenza, niente compagni nel bel residence di via Bernini, nella villa con piscina dove Totò e famiglia abitavano nel ’93 quando Balduccio Di maggio indicò al Ros dove andare a prendere il capo di Cosa nostra.

LUCIANO LIGGIO

«Non se li dovevano portare dentro. Se ne andavano fuori a giocare, frequentavano il bar, prendevano il caffè, una vita normale… quasi come spavaldi, cose da non credere. Poi gli ho fatto la piscina là dentro, cento milioni, allora i soldi c’erano». Ma dove sono ora i soldi di Totò Riina? È nel suo lunghissimo sproloquio con Alberto Lo Russo nell’ora d’aria che i pm del pool misure patrimoniali della procura di Palermo cercheranno le tracce del suo tesoro nascosto. È lo stesso Riina a dire: «I miei figli li ho fatti ricchi».

I D’Alessandro utilizzavano un prestanome della Piana di Sorrento

di ALESSANDRA STAIANO

CASTELLAMMARE - Non era semplice paura. Antonino Di Martino viveva nel terrore. L’imprenditore di Piano di Sorrento, indagato con l’accusa di avere riciclato i soldi sporchi dei D’Alessandro, era spaventato dopo l’omicidio di Gennaro Chierchia, alias Rino ‘o pecorone, trucidato il 13 marzo 2010 davanti a una pasticceria. Segno che gli affari condivisi con il ras della vecchia guardia della camorra stabiese non erano nè pochi, nè di poco conto.

Il particolare emerge dall’inchiesta della Dda di Cagliari, in cui il 49enne è coinvolto insieme alla moglie Angela Miccio 49 anni e la sorella Luisa Di Martino 41 anni, che ruota intorno al resort di lusso “S’incantu” a Villasimius, in cui avrebbero investito anche i Casalesi, che ha portato a un maxi- sequestro della Finanza da 20 milioni di euro e che vede coinvolti politici del centrodestra: il consigliere regionale della Campania Luciano Passariello (Fratelli d’Italia), l’europarlamentare Salvatore Cicu, politico sardo ex sottosegretario alla Difesa, l’ex sindaco e un attuale consigliere comunale di Sestu, rispettivamente Luciano Taccori e Paolo Cau, tutti e tre di Forza Italia. Antonino Di Martino ha avuto anche un trascorso politico: nel 2005 si candidò alle Regionali per Alleanza Nazionale, incassando appena 3.257 preferenze.

Il dettaglio potrebbe aprire uno spiraglio su uno degli omicidi eccellenti che la nuova generazione dei D’Alessandro mise a segno nell’intensa stagione di sangue che dal 2008 al 2010 seminò il terrore tra Castellammare e Gragnano. Era l’epoca in cui Salvatore Belviso, cugino di primo grado dei fratelli-boss D’Alessandro reggeva le redini del clan. L’obiettivo era punire chi aveva “sbagliato” con Scanzano, in particolare chi aveva goduto dei favori di “don” Michele, il fondatore della cosca deceduto per cause naturali sul finire degli anni ’90, e si era “scordato” del clan. Da pentito eccellente, Sasà Belviso ha spiegato alla Dda di Napoli che Chierchia venne ucciso «perché mangiava da solo». Tra i suoi affari, emerge dall’inchiesta sarda, anche il resort di lusso “S’incantu”. Chierchia, il 5 agosto 2003, portò 400mila euro all’aeroporto di Cagliari su richiesta di Antonino Di Martino. Che, quando ormai l’inchiesta era già avviata e lui era stato chiamato dalla Finanza per degli accertamenti, si tradì al telefono con un altro indagato Alessandro Falco, 41 anni di Aversa: «Io per pagare Passariello e Venturino ho fatto venire a quel signore… »«una persona che ora non ci sta nemmeno più, con quattrocentomila euro… ».

Ma la prima volta che gli investigatori sardi hanno sentito un riferimento a Chierchia risale a tre mesi dopo il suo omicidio, avvenuto il 13 marzo 20120. E’ il 3 giugno di quell’anno. Di Martino chiama un suo amico, che vive ed ha importanti investimenti in Africa (lo stesso Di Martino ha la residenza a Dar Es Salaam capitale della Tanzania). E’ Ferdinando Ponti. Secondo il gip lui e Di Martino «sono soci in affari da molto tempo, in attività economiche svolte sia in Italia, che in Tanzania, nei settori turistico/alberghiero/ristorazione/immobiliare/costruzioni e dei trasporti». Sono mesi che i due non si sentono. Di Martino confessa a Ponti che ha paura di essere ucciso, gli dice che «non mette fuori da casa manco gli occhi», sottolinea che lì «più di uno è scomparso», alludendo agli omicidi tra cui quello di Chierchia. Dodici giorni dopo, è il 15 giugno, è Ponti a chiamare Di Martino. Parlano di affari, di soldi che devono essere rimessi in Italia. Ma ancora una volta Tonino dice a Nando di avere paura di essere ucciso, che deve restare chiuso in casa. Il socio gli mostra solidarietà, Di Martino ribatte che non sa se al suo rientro in Italia lui «sarà ancora a piede libero». Ma comunque non potranno stare insieme nella stessa macchina, «perché è un morto che cammina». Il motivo? Di Martino «spiega che questa situazione è dovuta a delle cose fatte con “quello” e ad altre e ribadisce che è da quattro mesi che vive chiuso dentro casa». Ponti gli chiede: «ma tu hai timore di questo stronzo, sempre quel famoso là, quello quello», alludendo a Chierchia. Di Martino gli dice che «non ci sta più». Ponti capisce che lo hanno fatto fuori e cade dalle nuvole. Sorpreso dalla notizia, scrive il gip. Di Martino gli spiega che «ci sono state delle ripicche e che delle persone si sono recate a casa sua (di Chierchia ndr) perché aveva dei debiti e aveva messo in mezzo pure lui». L’imprenditore di Piano di Sorrento descrive così l’omicidio di Chierchia: «Pensa nu poco cosa è successo… sta una pasticceria… sotto la casa… entrarono.. dicendo tu ti devi imparare… hai capito… perché hai fatto troppi guai». La paura di Di Martino è che i “guai” di Chierchia potessero danneggiare anche lui.

Tratto da MeotroplisWeb

Ecco cos’è il Servizio Centrale… Sprotezione del Ministero degli Interni. Abbiamo torto noi quando diciamo che vanno cambiati anche i pavimenti? E’ un coro di proteste che ci pervengono un giorno sì e l’altro pure!!!

“Noi collaboratori di giustizia spremuti e abbandonati dallo Stato”. L’odissea di Antonio Scifo

Si chiama Antonio Scifo e oggi ha 37 anni. Ma la sua storia non è quella di un quarantenne qualunque: questo perché il signor Scifo, padre di un bambino di 8 anni, è uncollaboratore di giustizia.

Ex affiliato a Cosa Nostra, Scifo deve combattere ogni giorno affinché i diritti derivanti dal suo status di collaboratore vengano rispettati. Ormai da anni denuncia un sistema pieno di falle e inottemperanze, che pongono la sua vita e quella di suo figlio a repentaglio: un’Odissea senza fine, che si protrae giorno dopo giorno, senza miglioramenti rilevanti.

Dopo la morte di suo padre, Scifo, ancora ragazzino, si lasciò trascinare nell’universo della criminalità organizzata. Lo fece volontariamente, nonostante la sua famiglia fosse, come da lui stesso spiegatoci, “benestante, onesta e molto stimata”. Nel giro di pochi anni divenne responsabile del suo paese per conto di Pinuccio Pinnintula, il boss di Noto Antonio Trigiala, collegato ai Santapaola di Catania. Il suo compito era quello di occuparsi di estorsioni, spaccio, bische clandestine e altri affari simili.

Nel novembre del 2010, poi, gli venne affidato un altro compito, diverso da quelli a cui era abituato. “Quel giorno si dovevano commettere altre cose”, ci spiega, senza specificare quali. “Mentre stavo per uscire di casa”, però, “ mio figlio, all’epoca piccolino, si attaccò alla mia gamba: non voleva che andassi”.

Fu “un segno del destino, la mia salvezza”: a seguito del comportamento del bambino, infatti, Scifo contattò i carabinieri e annunciò di essere intenzionato a collaborare con la giustizia. “Una scelta da uomo libero, senza alcuna condanna, restrizione e senza che mi sentissi braccato”. Voleva, semplicemente, far crescere suo figlio “in un ambiente sano, dargli un esempio di legalità”, evitandogli il rischio di ritrovarsi “un padre condannato a vita, dietro le sbarre”. Solo per tale motivo “infransi le regole del clan” e, in cambio, “chiedevo solo protezione per lui”.

Le sue aspettative, però, furono disattese. “Venni subito inserito nel programma provvisorio di protezione, allontanato dal mio paese d’origine assieme alla mia famiglia” e, successivamente, preso in consegna dal servizio centrale di protezione.

“Sarebbe più adatto chiamarlo servizio centrale di non protezione”, commenta ora ad Articolotre.com, amareggiato. Da quel momento, infatti, ebbe inizio il suo calvario. In questi quattro anni di collaborazione, Scifo è stato trasferito 15 volte, suo figlio 17.

Il motivo di tanti trasferimenti è presto detto: “In ogni città in cui arrivavamo, incontravo miei compaesani, persone che mi conoscevano”. Alla fine, considerato che “non veniva compiuto alcun preventivo controllo nelle città dove venivamo inseriti, stilai una lista di località controindicate”. Ma il Nop, il nucleo operativo di protezione, sembrò disinteressarsene. “Per un periodo, mentre io mi trovavo in Sardegna”, per esempio, “mio figlio, con la mia ormai ex moglie, fu portato a Rovigo, città in cui vi erano persone che avevo denunciato. Non potendo arrivare a me, avrebbero potuto vendicarsi su di lui: per farlo trasferire dovetti incatenarmi alla Prefettura”.
Vi è poi la questione della segretezza: spesso il collaboratore di giustizia si è trovato nolentemente protagonista di spiacevoli episodi che dimostrano come il sistema presenti evidenti falle. “Una volta dovevo recarmi dal mio avvocato e dovevo prendere l’aereo”, ricorda Scifo. “Mi fecero fare il viaggio senza scorta e con biglietti nominativi, con il mio vero nome stampato sopra”.

Allo stesso modo, suo figlio non viene tutelato a sufficienza: “A scuola, per esempio, sapevano tutti che era sotto protezione. Ugualmente quando si trovò con me in un hotel: nessuno doveva, in linea teorica, sapere chi fossimo, eppure persino la donna delle pulizie ne era conoscenza”. Quando, però, Scifo segnalò tali episodi, “il servizio mi rispose ‘tu vai dove ti diciamo noi, altrimenti ti diffidiamo’. Solo ricatti.”

“Io ho denunciato tutte queste loro malefatte”, prosegue Scifo, arrabbiato e deluso, “e sono stato distrutto psicologicamente”. Non solo: “mi hanno anche ricattato utilizzando mio figlio”, del quale gli fu tolto il collocamento, per assegnarlo alla madre, estromessa dal programma di protezione per “gravi violazioni.” “Un giudice come può fare ciò e mettere in pericolo la vita di mio figlio?”, si chiede ora l’uomo, che fu “costretto, così, a denunciare anche il giudice”.

Al danno si aggiunge poi la beffa: “Lasciandomi con mia moglie, sono entrato nel business delle separazioni. Fino a questo momento, il mio divorzio è costato oltre5mila euro, a fronte del contributo di 750 euro mensili che lo Stato mi assegna”. Troppo pochi, per sopravvivere. Soprattutto considerato che spesso il collaboratore di giustizia si è trovato a doversi pagare da solo gli spostamenti. E’ il caso, appunto, di quando si trovò in Sardegna, con il figlio a Rovigo.

“In quel periodo”, ci racconta Scifo, “il Generale Sergio Pascali, direttore del ‘non servizio di protezione’ nonché direttore della seconda sezione che gestisce l’area Sicilia dei collaboratori, mi disse: ‘Se vuoi vedere tuo figlio ti paghi le spese’.” “Mi sceglievano però loro gli hotel: mi facevano pernottare in alberghi di un costo di 180 euro a notte, senza considerare il vitto e le spese di aereo”. Inoltre, denuncia ancora Scifo, “Pascali si concesse il lusso, essendo Generale, di abusare del proprio ruolo eimpedirmi di vedere mio figlio per un mese intero, violando così le disposizioni dell’autorità giudiziaria”. “Le avessi violate io, mi avrebbero arrestato”.

“Il servizio di protezione mi ha ricattato sempre, in qualsiasi modo, per portarmi alla disperazione e magari al suicidio”, ci rivela ancora, con amarezza e rabbia. Quella di non riuscire a fare abbastanza per tutelare suo figlio: “Il sistema mi ha spremuto e abbandonato al mio destino”. Per questo, dopo che “il mio ottimo magistrato della Dda”, unico a non averlo lasciato solo, “è stato trasferito in un’altra sede, ho deciso di uscire dal programma, che non mi garantisce alcun futuro”. Adesso, infatti, gli è stato assegnato un altro giudice, con cui “ho chiesto di parlare, ma non si è degnato nemmeno di sentirmi”. Pur restando “sempre a fianco della magistratura”, dunque, “mi sono visto obbligato ad uscire dal programma, per potermi inserire da solo nel contesto sociale, rifarmi una vita e cercarmi un lavoro. Lo stesso che, tra l’altro, come da contratto sottoscritto, dovrebbe garantirmi il servizio di non protezione”.

Ora, la vicenda di Scifo finirà di fronte anche la Corte Europea di Strasburgo. La speranza è che presto il sistema, riflesso di uno Stato assente nei confronti dei collaboratori di giustizia così come dei testimoni, possa dirsi più vicino a chi denuncia, in un modo o nell’altro, la criminalità organizzata. E se ciò non dovesse accadere, Scifo è pronto ad un gesto estremo “per amore di mio figlio e per amore dei figli dei collaboratori di giustizia”: “una denuncia dettagliata con nomi, cognomi e indirizzi di 70/80 collaboratori di giustizia. Per dimostrare come sia facile risalire a noi nelle località protette: basta una semplice telefonata.”

“Non è una bella situazione”, conclude Scifo. “Sa solo Dio che male fa e che sofferenza mi porta. Ma io devo lottare per mio figlio”.

Gea Ceccarelli

(tratto da ArticoloTre)

L’assedio delle mafie (di Enzo Trani)

Quando il malaffare inquina la politica.
L’assedio mafioso a Fondi e dintorni

di Vincenzo Trani

“Fatti, non parole”. Nessun altro titolo avrebbe potuto meglio qualificare il fecondo dibattito, alieno dalle retoriche d’occasione, svoltosi al convegno organizzato dall’Associazione Antimafia Antonino Caponnetto a Fondi lo scorso 19 settembre. I fatti, dunque, sorpresi nella loro nuda evidenza e reale consistenza. Ma a quali fatti dovremmo rivolgere l’attenzione, visto che il solo fatto reale cui si può far riferimento oggi è la guerra in atto tra due essenziali poteri nella nostra Repubblica? Gli attacchi incessanti mossi alla magistratura da parte della politica sono ormai sotto gli occhi di tutti, sicché non manca mai l’occasione per delegittimare il lavoro di questo o quel magistrato che concentri la sua attenzione sul pantano nel quale certa politica continua a sguazzare, troppo spesso in collusione con la malavita organizzata.
A partire dagli anni di tangentopoli, la magistratura del nostro Paese si è trovata con qualsiasi governo, legittimato o meno che fosse dal voto popolare, a sottostare alle paralizzanti interferenze delle burocrazie, piuttosto che a perseguire con mezzi adeguati e con pene davvero deterrenti gli autori dei reati legati alla pubblica amministrazione, al falso in bilancio, all’arricchimento indebito, all’associazione di stampo mafioso. Ogni maggioranza che s’è avvicendata al governo non ha mancato di annunciare tra le riforme necessarie e irrinunciabili quella della magistratura; lo ha sempre fatto, peraltro, ricorrendo a slogan urlati più o meno platealmente, senza che ad essi si desse mai seguito col fornire ai magistrati gli strumenti idonei al più efficace svolgimento del loro lavoro. Partendo dalla demonizzazione delle intercettazioni telefoniche, e passando per un esame ipercritico delle carriere dei magistrati, si è da ultimo arrivati alla messa in discussione della durata delle loro ferie. Tutto ciò dopo aver ridotto ai minimi termini i tempi di prescrizione dei reati, ed aver praticamente annullato il reato di falso in bilancio. Si è arrivati addirittura alle sconce ed eversive esibizioni di ministri della giustizia che hanno partecipato ostentatamente ad oscene proteste nei tribunali contro sentenze definitive pronunciate in danno dei leader politici di riferimento. Altro che volontà di combattere la mafia e la malavita organizzata!
Accade così che nel Paese che gode del privilegio di avere la Costituzione forse più completa e moderna – molti dicono “la più bella del mondo” – ci si appresta a modificarla con pratiche truffaldine prodotte da un Parlamento di nominati non eletti dal popolo, dove bivaccano in gran numero pregiudicati per gravi reati contro la pubblica amministrazione. Si tratta del medesimo parlamento che da ultimo ha inscenato l’indecoroso e avvilente spettacolo di estenuanti rinvii, di miserabili ricatti e meschine ripicche, in occasione delle tribolate votazioni per l’elezione dei rappresentanti nel Consiglio Superiore della Magistratura e nella Corte Costituzionale. È, ancora, quel parlamento che tarda a far luce sulle presunte trattative tra mafia e rappresentanti dello stato avvenute negli anni Novanta. Gli stessi anni in cui un criminale camorrista certificato come Carmine Schiavone rilasciava le sue allarmanti dichiarazioni sull’avvelenamento delle nostre campagne con l’interramento di rifiuti tossici pericolosissimi che avrebbero seminato morte negli anni avvenire. Dopo tali inquietanti rivelazioni qualsiasi padre di famiglia si sarebbe preoccupato di mettere in salvo i propri figli e le proprie famiglie; non è stato così per i politici italiani, che hanno pensato bene di segretare quelle dichiarazioni senza sottoporle ad alcuna verifica, senza mettere in sicurezza la popolazione.
Intanto a Borgo Montello veniva assassinato un prete ultraottantenne. Don Cesare Boschin veniva trovato morto massacrato di botte, incaprettato e soffocato dalla propria dentiera: aveva osato lanciare l’allarme sugli innumerevoli viaggi notturni di camion diretti alla discarica di Borgo Montello. La morte del sacerdote grida ancora vendetta, soprattutto perché la sua vicenda venne considerata alla stregua d’un caso di pedofilia e rapina; purtroppo nessuno è riuscito mai a ridare dignità nemmeno alla sua memoria. Al contrario, tutti sono pronti a inscenare ipocritamente iniziative in memoria di magistrati, giornalisti e preti vittime della mafia, che sono soprattutto vittime dell’isolamento da parte delle Istituzioni.
Tra l’indifferenza generale si rinvia indefinitamente la nomina del procuratore generale antimafia di Palermo, mentre Riina in carcere può continuare a lanciare i suoi terribili editti di morte nei confronti di magistrati che combattono la mafia con alto senso dello Stato e del dovere. Troppi sono i silenzi colpevoli, grande è l’indifferenza di un’opinione pubblica dotata di scarsa memoria storica, troppi sono gli intrecci tra una malavita efficiente e ben organizzata e la pratica politica cinica e meschina d’una pletora di burocrati lestofanti pronti a sporcarsi nella marmellata del potere. Quella stessa marmellata della quale nella nostra provincia di Latina si sono ingozzati insudiciandosi tanti avventurieri della politica, al punto che sembra ormai arduo distinguere il bene dal male, il lercio dal pulito.
Appare allora evidente come la recente sentenza della Cassazione pronunciata sul cosiddetto “caso Fondi” non possa di certo esser considerata esaustiva, nelle sue determinazioni, riguardo a quanto accade ormai da un ventennio su tutto il territorio provinciale. Come si fa infatti ad accettare l’erogazione di condanne definitive per aver influenzato le scelte del palazzo comunale di Fondi senza che, per le dovute conseguenze logiche e di fatto, sia stato colpito almeno un politico locale o un dirigente comunale? Sono dubbi che difficilmente troveranno risposte. Allo stesso modo non s’è mai voluto far chiarezza sulle gravi affermazioni dell’allora presidente della provincia pontina, l’ineffabile Armando Cusani, che dichiarò che “pezzi deviati dello stato” condizionavano il caso Fondi. Sono troppi gli intrecci tra servizi deviati, politici influenti e delinquenza d’alto rango che hanno permeato gran parte del tessuto politico istituzionale dell’intera provincia: non solo del comune di Fondi, come qualche interessato interprete d’un vieto ed insulso negazionismo vorrebbe far intendere.
La politica ha di fatto e quasi irreversibilmente ceduto alle lusinghe del malaffare e della delinquenza. L’appetito smodato e il gusto dissennato per il potere hanno purtroppo lasciato campo libero a una malavita organizzata che ha saputo investire capitali ingenti in tutto il territorio provinciale di Latina. Così che non fa troppo scandalo, sembrando quasi normale, il fatto che a poche centinaia di metri dalla caserma dei Carabinieri di Sperlonga sia nato un quartiere che la gente locale definisce “dei casalesi”. Come pure passa nell’indifferenza quasi generale che il sindaco d’una città importante come Formia sia stato riluttante a cacciar via un discusso personaggio per “sistemare” il quale s’era addirittura inventata la stravagante posizione di cerimoniere comunale pur di averlo come alleato, trascurando i presunti malaffari di cui questi è accusato. E che dire poi di Terracina? Malgrado la bancarotta delle casse comunali, i cittadini hanno dimenticato prestissimo il suicidio d’un segretario comunale, come pure l’omicidio d’un noto camorrista assassinato in piena estate in un affollatissimo centro balneare. Tutto ciò accadeva e continua ad accadere mentre i maggiori e più qualificati rappresentanti politici dell’intera provincia di Latina negavano, e contro ogni evidenza continuano a negare, la pervasiva presenza della malavita organizzata nel territorio.
Non potendo trattenere un moto di disgusto di fronte all’inerzia ed al generale ottundimento delle facoltà critiche e delle capacità di reazione dell’opinione pubblica, ci risulta oggi difficile sperare nella rinascita d’una cittadinanza attiva e civilmente impegnata. Resterebbe allora poco da dire sui fatti che realmente potrebbero efficacemente contrastare le mafie, se è vero che a fronte di tanti misfatti che rivelano il malessere d’una comunità occorrono – come si diceva all’inizio – fatti e non parole. Ma vogliamo comunque e nonostante tutto sperare che fatti reali corrispondenti a comportamenti orientati da integrità e giustizia possano, a dispetto d’ogni pessimismo, giungere a positivo sostegno della magistratura operosa e delle forze dell’ordine sane. Se davvero si ha ragione di credere che ci sia ancora qualcosa di sano nel nostro Paese.

D’Alessandro, clan con un potere economico e non solo senza limiti

Il ministro Alfano aiuti subito i testimoni di giustizia. La prima cosa da fare è quella di cacciare tutti i vertici del cosiddetto “Servizio Centrale di Protezione” del Ministero degli Interni, i quali, così come sono composti, sono assolutamente inadeguati. Non abbiamo finora sentito uno solo dei Testimoni o dei Collaboratori di Giustizia che frequentiamo parlarne bene. Tutti se ne lamentano.

“Il Ministro Alfano garantisca la partecipazione dei Testimoni di Giustizia agli Stati Generali dell’Antimafia. A due TdG che hanno chiesto di partecipare alla manifestazione organizzata da Libera in questi giorni a Roma è stato risposto che non si può, per motivi di sicurezza”.

È Davide Mattiello, deputato indipendente del Pd e componente della commissione antimafia, che parla, che denuncia la situazione paradossale dei Testimoni di giustizia in Italia.

“Ci sentiamo soli, abbandonati. Isolati”, spiega uno dei due testimoni.

Presente, nonostante tutto, all’evento ‘ControMafie’ organizzato da Libera, da solo, senza alcuna protezione. Con una diffida del Servizio Centrale di Protezione, “per motivi di sicurezza”, “per l’esposizione al rischio a cui andrebbe incontro” per la “la natura pubblica dell’evento” e per la “rilevanza mediatica”.

I Testimoni di giustizia, cittadini onesti che hanno semplicemente fatto il loro dovere, vanno chiusi in ‘campane di vetro’. Una situazione paradossale: i mafiosi possono fare quello che vogliono, sul ‘loro’ territorio, mentre i testimoni, le persone che hanno denunciato e testimoniato contro i mafiosi, devono scappare. Nascondersi. Per ‘motivi di sicurezza’ devono stare isolati. Il sistema di protezione non ammette repliche.

Il convegno antimafia organizzato da Libera, che si sta tenendo a Roma, è off limits. Sulla carta. Il Testimone diffidato, ‘esposto a rischi’, ha raggiunto da solo la Capitale per partecipare all’evento. “Non c’è cosa più brutta – scrive in una mail l’uomo che ha ‘sfidato’ la camorra – della limitazione della libertà personale, aggravata dal fatto che da cittadino incensurato mi viene limitata la libertà a recarmi ad un evento che si svolge ogni tre anni. Evento che è forza e dimostrazione vivente che c’è un esercito del bene, fatto di uomini e donne che in vari ruoli contrastano le mafie. Troppo pericoloso… questo è quanto dovutomi in relazione alla mia educata comunicazione”.

Cosa ne pensa il ministro dell’Interno Alfano interrogato sul punto da un componente della commissione antimafia? Nessuna risposta pervenuta. Continua Mattiello, relatore della fresca relazione, approvata all’unanimità, sui testimoni di giustizia: “Lo Stato ha senz’altro il prioritario obiettivo di garantire l’incolumità di queste persone, ma lo Stato ha anche il dovere di garantire a queste persone libertà e autonomia. Queste persone non sono delinquenti da gestire con severità, sono cittadini che hanno contribuito alla giustizia, dei quali lo Stato dovrebbe andare orgoglioso. Per altro questi testimoni, che hanno fatto formale richiesta nei modi dovuti, non hanno il cambio di generalità e quindi non c’è il bisogno di mantenerne celata l’identità. Lo Stato ha certamente le risorse per garantire a due Testimoni di giustizia che vogliano partecipare ad una iniziativa anti-mafia, di farlo in sicurezza, se così non fosse, sarebbero ben altri gli interrogativi cui rispondere”.

Sono tanti gli interrogativi posti in questi anni dai pochi Testimoni. In Italia sono circa 80, la maggior parte con esperienze pessime. Per colpa di uno Stato, quello con la ‘s’ minuscola, silente. Poco attento, che gira la testa dall’altra parte. “In quattro lunghi anni – sfoga la sua rabbia il testimone con la diffida – ho sentito di tutto, tante promesse e tanti proclami, ma resta nella mente quella frase detta da chi è dalla parte dei ‘buoni’: “chi te lo ha fatto fare, hai perso tutto e non finisce qui”. Vero non finisce qui, in quattro anni sono diventato una ‘bestia’, ho provato le peggiori umiliazioni, le peggiori negazioni, ho visto pian piano sgretolare una vita, inabissare una famiglia normale in un baratro. Ho vissuto l’isolamento, la malattia, la paura e l’angoscia, ho dormito per strada, in auto. Ho mangiato alla Caritas, sono stato rinchiuso per mesi in un alloggio senza corrente nè gas, ho provato il freddo, il gelo, la fame. Ma ho resistito. Ho resistito per vivere, per chi mi ama, nonostante tutto ciò. Voglio vivere, vivere libero di scegliere dove andare cosa fare e con chi stare. La mia scelta resta una scelta di legalità, un atto normale, le mie denunce sono la prova che un sistema corrotto e colluso può e deve essere scardinato. Se coloro che ho denunciato vivono attualmente liberi e nel lusso mentre chi scrive non vive ‘libero’ e stenta ad arrivare a fine mese qualcosa non funziona”.

L’ultima legge sui Testimoni di giustizia risale al 2001, nella precedente (quella del 1991) non c’era nemmeno la distinzione tra collaboratori e testimoni. “Il legislatore del 2001 – si legge nella relazione approvata pochi giorni fa – non colse che la legge sui pentiti non aveva spazio per altri, ma, principalmente, non colse che la differenza tra collaboratori e testimoni era tale da andare oltre la diversa posizione processuale e che, anzi, quell’opera di diversificazione tra le due figure […] significava invece accostare e contaminare entità tanto lontane e tanto dissimili da non dovere essere nemmeno paragonate”.

I Testimoni di giustizia hanno bisogno di un’altra legge, della loro legge. “Io mi fermo – conclude il testimone -, credo di aver dato quattro anni della mia vita allo Stato, alle istituzioni e che il debito contratto con chi mi ama è troppo alto. Non c’è prezzo che possa ripagare questo mio attuale stato di sofferenza. Io ritorno a vivere e anche se dovessero uccidermi morirò da uomo libero perché questa mia condanna del non vivere non è un prezzo da pagare”.

http://www.restoalsud.it/2014/10/24/il-ministro-alfano-aiuti-subito-i-testimoni-di-giustizia/

L’amaro sfogo di una Testimone di Giustizia. Non c’é un solo Testimone di Giustizia finora che abbiamo sentire parlare bene di questo Ministero degli Interni

CARMELINA PRISCO TdG a: ‘Restate scomodi’ intervista a Rai Radio 1 sui testimoni di giustizia Carmelina Prisco: ” Voglio un lavoro, io rivoglio la mia dignità, io non voglio andare in Chiesa a chiedere al prete di pagarmi la bolletta, non voglio andare ai servizi sociali perché io non sono una miserabile una pezzente che non si è saputa creare una vita: sono una persona alla quale è stata strappata la vita e parlo a nome di tutti gli altri testimoni perbene, persone oneste, veri testimoni che c’hanno rimesso casa, famiglia, tutti i sacrifici di una vita. Ora ci ritroviamo ad elemosinare… Sulla relazione approvata all’unanimità in commissione antimafia è a disposizione del Governo, in particolare del Ministro dell’Interno… Risponde: Carmelina Prisco: “Chiedo che si smetta di giocare con la vita delle persone oneste perché questi giochini sporchi che fanno, non fanno altro che avvantaggiare la delinquenza. Loro non invogliano le persone ad abbattere il muro di omertà. Anzi, chi sente me e altre persone trattate allo stesso modo si tiene ben lontano dall’andare a denunciare. Essere onesti ha un costo troppo alto… Questi signori pensano di giocare ma noi siamo degli esseri umani delle persone e abbiamo una sola vita a disposizione da vivere. Già più della metà c’è stata rubata: restituiteci quel po’ che ci rimane e fatecelo vivere dignitosamente.

Vicenda Bentivoglio, Rampelli (FdI): “versione Alfano stravolge i fatti”

Roma. “La versione dei fatti del ministro Alfano è diversa, molto diversa da quella che abbiamo noi. E pecca anche di estrema mancanza di rispetto nei confronti di una persona che ha dimostrato coraggio e senso di responsabilità. E’ questa la vostra lotta alla mafia?”. Così il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale ha risposto al ministro dell’Interno Angelino Alfano nel question time presentato da Rampelli sull’imprenditore Tiberio Bentivoglio.

“L’imprenditore- ha detto Rampelli – dovrebbe essere portato a esempio da parte dello Stato per come si combatte la criminalità organizzata. E questo non è successo. I fondi destinati alle vittime della mafia, 50 milioni di euro, sono stati distratti pera finanziare l’operazione Mare Nostrum”.

“Alla persecuzione della ‘ndrangheta, si è aggiunta Equitalia che ha messo all’asta per ben due volte la sua abitazione- ha osservato- Lo Stato non c’è al fianco di chi ha avuto il coraggio di opporsi alla logica del pizzo”. “Lo Stato – ha concluso – conferma di non esserci vista la solerzia con la quale Equitalia ha proceduto nei confronti dell’imprenditore.

http://www.reggiotv.it/notizie/politica/38650/vicenda-bentivoglio-rampelli-fdi-versione-alfano-stravolge-fatti

La mafia a Sorrento

di SALVATORE DARE e FILOMENA SALE
«Non esistono più zone che possano dirsi incontaminate. Una volta, forse, Sorrento era al di fuori della portata del reinvestimento camorristico. Ora è diverso». L’allarme non è lanciato dal politico di turno. Né da gente comune. Ma arriva da

chi, in prima linea, giorno dopo giorno, da anni combatte contro la criminalità. Senza paura, senza timori. Con tanto orgoglio e senso del dovere. Come quando ha lottato, in aula e non solo, nel processo «Spartacus» contro il clan camorristico casertano dei Casalesi. Federico Cafiero de Raho parla chiaro: «Il rischio c’è» sussurra al municipio di Sorrento, quando i giornalisti lo avvicinano per intervistarlo a margine della presentazione del libro «La Repubblica delle stragi impunite» scritto dall’ex magistrato Ferdinando Imposimato.

(Tratto da http://www.metropolisweb.it)

Il procuratore aggiunto della Repubblica presso la Direzione distrettuale antimafia di Napoli dice chiaro e tondo le cose come stanno. Dopo mesi di infuocate polemiche e pesanti botta e risposta fra politici di ogni colore che hanno duellato attorno ad un quesito fondamentale. Davvero la camorra sta assediando la penisola? Ora arriva una risposta a quella domanda così tesa, inquietante. E le parole di Cafiero de Raho suonano quasi come una condanna per chi si è sempre distinto per un atteggiamento fin troppo remissivo. «Oggi non esistono più zone che siano del tutto fuori dalle aspirazioni della camorra, ovvero quella di occupare settori economici importanti, redditizi – spiega il magistrato -. Anzi, laddove c’è meno preparazione alla reazione, è tanto più facile che si infiltri la criminalità. Le dimostrazioni plurime degli ultimi anni dell’approdo delle mani della criminalità organizzata in comuni del nord della ‘Ndrangheta e dei Casalesi dimostra come sia certo che le organizzazioni criminali vanno indubbiamente nei territori dove la reazione e la capacità di contrastare sono più basse rispetto alla media».
Parole che fanno tremare i polsi, quelle del procuratore della Dda, pronunciate in una sala consiliare dove fra maggioranza e opposizione piovvero frecciate al cianuro che hanno rappresentato l’apice dello scontro politico a Sorrento su una questione più volte affrontata anche dal senatore sorrentino del Pdl, Raffaele Lauro: «Chi nega l’esistenza di un rischio di infiltrazioni criminali in penisola è illuso o, nel peggiore dei casi, è colluso». Tanti gli episodi che hanno fatto alzare il livello d’attenzione, qui dove i turisti amano passeggiare in centro storico, qui dove c’è una classe imprenditoriale facoltosa, qui dove la crisi si sente ma non come nel resto del Paese.
Si tratta di una perla che, anche per Cafiero de Raho, deve «essere preoccupata dal pericolo della camorra, soprattutto in un momento del genere di crisi economica in cui le difficoltà sono tali da aprire l’accesso al denaro da qualsiasi parte provenga – evidenzia il magistrato -». Esistono indagini in corso sulla penisola sorrentina? «Non so, non so». Poi un sospiro e l’ultima riflessione nuda e cruda: «Di inchieste ce ne sono dappertutto, credo anche qui – conclude Cafiero de Raho -. Lo ripeto, ritengo che ci siano elementi su cui basare il rischio e il sospetto che possono dimostrare la presenza di denaro di provenienza camorristica».

Antimafia, preso una nuova legge per i Testimoni di Giustizia. L’Associazione Caponnetto concorda con tutte le proposte formulate dalla Commissione Parlamentare antimafia, a patto, però, che venga sostituito tutto il personale del Sevizio Centrale Protezione, dal direttore in giù. Quello attuale si è mostrato assolutamente impreparato ed inadeguato. A noi arrivano quasi quotidianamente sia da Testimoni che da Collaboratori di Giustizia lamentele di ogni tipo sul comportamento di alcuni dirigenti di quel Servizio e, francamente, è diventata una situazione non più sostenibile. Fate preso e mandate via dirigenti

Antimafia, presto nuova legge per testimoni giustizia
Bindi, testo innovativo approvato all’unanimit
22 ottobre, 18:47
(di Valentina Roncati) (ANSA) – ROMA, 22 OTT – I testimoni di giustizia in Italia sono quest’anno 85, la maggior parte tra i 26 e i 60 anni, e 253 sono i loro familiari, di cui 103 hanno tra 0 e 18 anni. Sono persone speciali, “perle rare”: sono coloro che hanno subito un reato o vi hanno assistito e hanno trovato la forza di denunciare. Per loro però non esiste una legge ad hoc: la norma esistente è nata nel 1991 per i collaboratori di giustizia. “Serve una legge nuova dedicata ai testimoni: solo una legge pensata fin dalle fondamenta per loro sarà in grado di cogliere tutti gli aspetti di questa figura”, spiega Davide Mattiello, Pd, coordinatore del V Comitato della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie, che ha messo a punto la quarta relazione della Commissione, approvata all’unanimità dalla Commissione Antimafia in seduta plenaria. “Questa relazione è un lavoro innovativo, che porterà presto a mettere a punto un progetto di legge, un testo organico che farà tesoro dei limiti della legislazione attuale”, aggiunge il presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi. Il testo sottolinea, tra l’altro, la necessità di una più precisa definizione delle caratteristiche del testimone di giustizia: “definito chi è il testimone di giustizia – afferma il deputato Francesco D’Uva, M5S – questo deve essere tutelato dal punto di vista economico e sociale nella maniera più adeguata e personalizzata”. La Commissione Antimafia suggerisce il superamento dell’attuale schema che distingue le misure di assistenza economica dedicate e a chi sta in programma di “protezione” da quelle dedicate a chi sta nelle “speciali misure” e che ai testimoni di giustizia possano essere applicate tutte le misure di assistenza economica attualmente previste dalla normativa. Complessivamente il sistema di protezione si occupa in Italia di 6200 persone ma, i testimoni sono solo 80; di questi, solo 17 sono alle “misure speciali” ovvero protetti nella propria abitazione, mentre tutti gli altri hanno dovuto aderire al programma di protezione, ovvero hanno abbandonato la propria casa e il proprio lavoro per essere nascosti in località protette. Nella relazione vengono delineate storie di testimoni che per lungo tempo non hanno potuto svolgere alcuna attività, rimanendo al di fuori di ogni contesto di relazione, con una conseguente sensazione di solitudine e di inutilità e quindi un forte disagio esistenziale. “Invece bisogna far riprendere al testimone la propria vita – osservano concordi Bindi, D’Uva e Mattiello – altrimenti lo Stato ha fallito. Il programma di protezione dovrebbe essere residuale, mentre al momento è preponderante. Diverso è il caso del collaboratore di giustizia che, giustamente, vuole cambiare luogo di residenza e vita”.

Un’altra delle proposte qualificanti della relazione è il Comitato di assistenza e il referente fisso. Il referente fisso è una persona che ha il preciso compito di assistere il testimone, aiutandolo a comprendere quanto gli sta capitando, a chi rivolgersi e per cosa. Simmetricamente, la Commissione Antimafia propone la costituzione di una Comitato di assistenza: una sorta di poliambulatorio professionale, anch’esso costituito dalla Commissione Centrale, composto da avvocati, psicologi, commercialisti, cui il testimone di giustizia possa fare riferimento per affrontare fin dall’inizio della sua vicenda, col massimo di efficacia e tempestività, tutte le situazioni di complessa gestione patrimoniale e personale che si aprono. Altro punto toccato dalla relazione dell’Antimafia, è la necessità del potenziamento del Servizio centrale di protezione del ministero dell’Interno, a cui vanno garantiti uomini, mezzi e formazione.

“Proponiamo – aggiunge Mattiello – che il Servizio centrale di protezione sia il responsabile unitario della gestione sia dei programmi speciali che delle misure speciali”. Un appello è stato fatto da Mattiello al vice ministro all’Interno Bubbico affinché i temi affrontati dalla relazione siano la base per un decreto

Rifiuti tossici. L’Associazione Caponnetto alla DDA di Roma: ”Riaprire le indagini in Molise”

Articolo de Il Quotidiano del Molise

Mafia: più denunce, nuove tutele per testimoni giustizia

Commissione Antimafia ha approvato relazione

(ANSA) – ROMA, 22 OTT – Il numero delle denunce da parte di imprenditori vittime di estorsione è cresciuto nel corso degli anni anche se si tratta ancora di una esigua quantità rispetto ai dati reali e si vanno sperimentando varie forme di “denuncia collettiva” grazie alla quale più imprenditori si accordano per denunciare contemporaneamente le estorsioni subite o tentate: sono alcune dei dati positivi che emergono dalla relazione sui testimoni di giustizia appena approvata dalla Commissione Parlamentare Antimafia e illustrata oggi dal presidente della Commissione Rosy Bindi e dal relatore Davide Mattiello (Pd). I testimoni di giustizia – coloro che hanno assistito o subito un reato e che hanno trovato la forza di denunciare – in Italia, al 31 dicembre scorso, erano 57 uomini e 23 donne a cui si devono aggiungere i loro familiari: 110 di sesso maschile e 157 femminile più i minori. Altri sono i numeri dei collaboratori di giustizia, ovvero di coloro che hanno fatto parte dell’organizzazione criminale e trattano la resa con lo Stato per ottenere protezione: sono 1083 di sesso maschile e 61 donne a cui si aggiungono 1785 familiari uomini e 2565 donne. Per quanto riguarda l’età dei testimoni, la gran parte ha tra i 26 e i 60 anni; tra i familiari, oltre il 70% tra i 6 e i 15 anni. La Commissione Antimafia, nella relazione approvata, dopo aver rilevato la grave mancanza di un testo ad hoc per i testimoni di giustizia, sottolinea la necessità di una diversa tutela economica dei testimoni stessi, propone un Comitato di assistenza e un referente fisso, ovvero figure giuridiche e psicologiche alle quali il testimone possa fare riferimento, e chiede il potenziamento del Servizio centrale di protezione del ministero dell’Interno, “a cui – sostiene Mattiello – vanno garantiti uomini, mezzi e formazione”. Definisce infine alcuni criteri grazie ai quali delineare la figura del testimone di giustizia. “Soprattutto le donne di mafia – spiega Mattiello – devono sentirsi riconosciute dalla legge: non basta, come oggi succede, che ci sia un riconoscimento di fatto ma bisogna che la legge si faccia carico di riconoscere questa situazione”.

Proprio a due donne, Rita Atria e Lea Garofoli, che hanno perso la vita cercando libertà dalla mafia e giustizia, il relatore Mattiello dedica questo testo, che presto verrà tramutato in proposta di legge dalla stessa Commissione.

Nicola Gratteri e l’ennesima commissione antimafia

Nicola Gratteri, presidente dell’ennesima commissione antimafia, nominato da Matteo Renzi per formulare l’ennesima proposta di soluzione del problema mafia, camorra e ndrangheta, ha dichiarato che se passerà la sua proposta il fenomeno mafioso sarà abbattuto del 70 – 80%.

Mi viene da sorridere. Ogni soluzione che si propone di abbattere il fenomeno mafioso con nuove apposite norme mi induce al sorriso, se penso ai risultati che hanno prodotto le precedenti norme antimafia. Fin da quando si è avuta la certezza che nella società meridionale si annidava il triste fenomeno, è stato un continuo legiferare per contrastare con norme specifiche la situazione. Più la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta venivano in evidenza, e più lo stato formulava nuove norme di contrasto. Ad un certo punto non si contentò più di norme provenienti dalle intelligenze di questo o quel partito, ma si crearono apposite commissioni di indagine, di proposte, d’inchiesta. Il lavoro di tutti questi maestri di pensiero erano impeccabili dal punto di vista legislativo, ed in un giuoco a tavolino, che poteva pure chiamarsi guerra alla mafia, avrebbe potuto vincerla. Solo che la guerra alla mafia non si fa solo contrastandola, quando mafia è diventate e mafia è.

Bisognerebbe agire sul terreno di cultura del fenomeno, capirne le ragioni ed eliminarne. E qui casca l’asino. Cambiare la società, soddisfare le sue legittime esigenze, migliorarne le condizioni socio – economiche, farne un corpo istruito e capace di aspirare liberamente al bene comune, non è un obbiettivo che si può raggiungere con una legge o con un decreto. Si tratta, né più e né meno, che fondare una nuova repubblica. Per farla ci vorrebbero le persone, le eccezionali personalità che sole potessero intuirla e che avessero il coraggio e la forza di farla.

Le disuguagliane della società sono talmente vistose che non basterebbe un generazione, facciamo venti anni di storia, per progredire definitivamente in avanti. L’esempio, anche se negativo, è scritto ormai nei testi storiografici: vent’anni di fascismo, in cui alla fine il paese è piombato nella più nera tragedia, partorirono la stessa nazione che il fascismo aveva tentato invano di sostituire. Nell’Italia post-fascista e repubblicana si amalgamarono, contrastandosi, il fascismo dell’aborrito ventennio e l’altro facismo degli antifascisti. Cosicché alla fine della notte buia, i cittadini si trovarono contesi da un doppio fascismo: quello degli ex fascisti e quello dei nuovi fascisti, sotto la mentita casacca democratica.

Non erano mutate le differenze sociali tra nord e sud, tra i ricchi eccessivamente ricchi e i poveri eccessivamente poveri. Il risultato: una società con insanabili contrasti, in cui allignò, e alligna, la soluzione facile per l’equiparazione per mezzo del crimine organizzato. Talmente ben organizzato che ad un certo punto divenne braccio destro dello stato deviato, non solo dei servizi segreti deviati, ma della classe politica e della burocrazia, del parastato e del sottobosco.

Ecco perché se non si avvia una seria riforma dello stato a tutti i livelli, partendo dal miglioramento del sistema educativo, non si arriverà mai alla soluzione del problema mafia – camorra – ‘ndrangheta.

Mafia: i testimoni di giustizia sono un bene comune?

di Consuelo Cagnati | 6 agosto 2014

“La testimonianza in questo paese non è considerata un bene comune” così afferma l’Associazione Antimafie Rita Atria che il prossimo 8 agosto a Milazzo festeggerà i suoi primi vent’anni. Vent’anni spesi a denunciare le mafie e a fornire sostegno ai testimoni di giustizia. Se la testimonianza ad oggi non è considerata un bene comune la responsabilità è di tutti i livelli politici e sociali di questo Paese. Innanzitutto è fondamentale la differenza tra testimone e collaboratore di giustizia: nel 2001 una legge sancisce le differenze ma ciò non basta, si riscontra molta confusione, spesso anche tra i media. Emblematico il caso di Lea Garofalo che nel 2009 -qualche mese prima di essere bruciata in un fusto – scriveva al Presidente della Repubblica e sottolineava che lei non era una collaboratrice ma una testimone.

Testimone è chi –pochi sono i casi – porta la propria testimonianza oculare disinteressata, testimone è chi denuncia e proviene da una famiglia mafiosa da cui si dissocia, testimone è l’imprenditore o il commerciante che denuncia gli estorsori e, quasi sempre, vuole rimanere nella propria terra.

Il 13 giugno, Nadia Furnari, membro del direttivo nazionale dell’associazione, è stata ascoltata dal V comitato della Commissione nazionale antimafia, proprio sul tema dei testimoni di giustizia. L’obiettivo è apportare le necessarie integrazioni alla legge 45/2001, legge che non ha analizzato né risolto alcuni gravi problemi che hanno afflitto gran parte dei testimoni, senza peraltro trovare completa ed efficace applicazione nemmeno per le problematiche riconosciute nella sua stessa stesura.

In qualsiasi paese testimoniare dovrebbe essere un normale atto civico, ma in Italia molto spesso non è così e le conseguenze ricadono su chi l’ha compiuto e sulla sua famiglia. Per questo l’Associazione propone di aggiungere all’art. 16-ter un comma per prevedere un tutoraggio psicologico fin dall’inizio della collaborazione con gli inquirenti. E’ noto che moltissimi testimoni, a causa della traumatica esperienza vissuta per i disagi e le privazioni dipendenti dalle stesse misure speciali di protezione, necessitano di cure e sostegno psicologico. In molti, per esempio, tentano il suicidio o inseguono il disperato bisogno di tornare nella terra d’origine.

Viene poi suggerito un altro comma affinché i testimoni di giustizia possano beneficiare della contribuzione previdenziale dall’inizio della collaborazione fino alla definitiva cessazione delle speciali misure di sicurezza. Si chiede inoltre il diritto del reinserimento lavorativo anche a chi ha reso testimonianza prima dell’entrata in vigore della legge 45/2001.

E’ assolutamente necessario apportare delle modifiche migliorative a questa legge. E’ infatti perdente uno Stato che manda in esilio i suoi testimoni. In esilio o meglio, in galera, deve andare chi compie il reato. Lo Stato deve proteggere il testimone attraverso leggi appropriate, combattendo contro quella mentalità che porta l’individuo a vedere solo il proprio benessere. Queste le parole di Rita Atria: “Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse, se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”.

Affinché anche in Italia, la testimonianza cominci ad essere un bene comune.

In ricordo di Rita Atria, testimone di giustizia. Figlia del boss di Partanna, a soli 17 anni, decise di seguire le orme della cognata Piera Aiello e di raccontare alla magistratura ciò che sapeva. Il primo a raccogliere le sue rivelazioni fu il giudice Paolo Borsellino al quale si legò come ad un padre tanto da scrivere – dopo la strage di Via d’ Amelio- sul suo diario”Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta.” Una settimana dopo Rita Atria si uccise a Roma, dove viveva in segreto, lanciandosi dal settimo piano di un palazzo.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/06/mafia-i-testimoni-di-giustizia-sono-un-bene-comune/1083478/

Mafia, indagati rettore Lum e boss a Bari

Emanuele Degennaro e Savinuccio per concorso in riciclaggio

(ANSA) – BARI, 21 OTT – La Dda di Bari ha chiuso le indagini sul presunto riciclaggio dei soldi del clan Parisi “ripuliti” – scrivono gli inquirenti – con operazioni immobiliari eseguite da Emanuele Degennaro, rettore della Lum (Libera università mediterranea). Indagati per concorso in riciclaggio con l’aggravante di aver agevolato un’associazione mafiosa sono lo stesso rettore, il boss di Bari-Japigia, Savinuccio Parisi e Vincenzo Lagioia. Lo rende noto la Gazzetta del Mezzogiorno di oggi.

http://www.ansa.it/puglia/notizie/2014/10/21/mafiaindagati-rettore-lum-e-boss-a-bari_33f019f7-fe21-47b0-9825-a370b328133e.html

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