Articoli

L’uomo scappa in ginocchio, il killer lo insegue e lo uccide. Ergastolo. Il drammatico video. Una ferocia che non ha niente di umano. Che sia ergastolo veramente perché questi soggetti non meritano di stare in un consesso umano!!!

Ergastolo ed isolamento diurno. La sentenza contro Gianluca Troise, imputato nel processo per l’omicidio di Luigi Felaco, alias “Ginetto”, è stata pronunciata stamani dai giudici della Corte d’assise di Napoli. L’omicidio, consumatosi il 6 dicembre del 2012 all’interno di un caseificio di Calvizzano, maturò nell’ambito di una resa dei conti interna al clan Polverino.

GUARDA IL VIDEO

Luigi Felaco – secondo gli inquirenti – aveva il compito di reimpiegare gli ingenti capitali frutto delle attività illecite del clan guidato da Giuseppe Polverino. Il padre, il defunto Giuseppe, imprenditore legato ai Polverino, salì alla ribalta internazionale quando le forze di polizia, nel corso di un blitz sul lago di Como, scoprirono che tra i suoi vicini figurava l’attore holliwoodiano George Clooney.

 

http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/l-39-uomo-scappa-in-ginocchio-il-killer-lo-insegue-e-lo-uccide.-ergastolo-il-drammatico-video/notizie/822222.shtml

Vittima innocente di camorra a Portici. Era una persona perbene. Non se ne può più

Apri la galleria in pdf

Il “sistema Formia”

di Francesco Furlan e Adriano Pagano

E’ tutto marcio. E non si salva quasi nulla. E’ il quadro desolante che emerge dalle intercettazioni telefoniche e ambientali che hanno dato riscontro al lavoro di indagine della Procura di Latina che a Formia, all’interno del Comune, ha ipotizzato sussistere un’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, concussione, abuso d’ufficio, omissione d’atti d’ufficio e peculato.

Sono centinaia le conversazioni che raccontano quello che la città, quella che vive per strada e non nel Palazzo, immaginava o su cui scherzava nei bar e nei ristoranti. Chiacchiere innocenti, quasi pudiche, rispetto a una realtà dei fatti che mai come in questa vicenda supera la fantasia e getta un’ombra anche su chi, subentrato nella gestione amministrativa nel 2013, continua a tenere molto vicino a sé personaggi il cui giuramento (obbligatorio dal 2009 per i nuovi assunti nella pubblica amministrazione), “di essere fedeli alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi, di adempiere ai doveri dell’ufficio nell’interesse dell’Amministrazione e dei cittadini per il pubblico bene”, sembra non solo essere posto in secondo piano e trascurato ma quotidianamente calpestato.

Come tutto fosse dovuto, in un estenuante intreccio di clientele, amicizie e parentele, la passata amministrazione guidata dal sindaco Michele Forte, sempre al limite e con il costante timore di essere scoperti da un momento all’altro, appare perseguire un disegno che stravolge il territorio dal punto di vista della sua identità paesaggistica e ambientale ma anche commerciale e sociale. Dove ogni abuso, anche il più improponibile, è possibile e reso lecito. E ogni gara, da quella per i parcheggi a quella per le panchine o le strisce pedonali e tanto altro, risulta viziata da accordi realizzati sottobanco con lavori infine eseguiti con “poca serietà, poca professionalità e poca correttezza”.

Tra Vindicio e Castellone, lungo via Vitruvio e poi al Monte di Mola, Largo Paone, Piazza Risorgimento, Gianola e Santa Croce, senza soluzione di continuità si dipana un gioco dove vige la legge del potere più forte, prevaricatore di ogni interesse pubblico e, se non allineato, anche privato, così limitando e ostacolando la libera concorrenza e la democrazia. E creando un’altra economia, riservata e protetta, che vive e prospera grazie al voto di scambio e ai politici, che a loro volta se ne avvantaggiano.

pastificio sequestroSe poi non bastassero i riscontri dei carabinieri della Stazione di Formia e del Nipaf di Latina, documentali, ambientali e telefonici, su sui si sostanziano le ipotesi della Procura, sono le parentele a disvelare il “sistema” di gestione del potere in città: dal rapporto padre figlio più noto ovvero Michele, sindaco, Aldo Forte, all’epoca assessore regionale, ai germani Erasmo, ex presidente del Consiglio comunale e ingegnere, e Rosanna Picano, comandante dei Vigili che dovrebbe controllare il primo nella sua attività professionale generando così un’evidente incompatibilità, a quello tra i cognati Benedetto Assaiante (anche cugino del vigile Favoccia), vice sindaco e assessore all’urbanistica, e il dirigente del settore sviluppo economico, Tiziana Livornese, che ne sposa il fratello.

Una fitta rete che si salda nei rapporti famigliari e poi si allarga a raggiera coinvolgendo chi incontra sul suo cammino, assegnando, e qui sta il lavoro di individuazione della Procura, ruoli più o meno preminenti nel “sistema”. Così se sono “soltanto” sei gli indagati la cui onorabilità è messa in discussione dall’ipotesi del reato associativo (Michele Forte, Roberto Guratti, Erasmo Picano, Stefania Della Notte, Antonio Calvano, Antonio Di Rocco), sono invece oltre quaranta le persone che, chi più chi meno, avrebbero partecipato all’universo descritto dal sostituto procuratore Giuseppe Miliano traendone vantaggio o tentando di averne.

A conclusione delle indagini, in attesa delle decisioni del Giudice, di fronte a un quadro tanto allarmante e che mette fortemente in dubbio il buon funzionamento della macchina amministrativa, anche considerato i filoni che da questa inchiesta potrebbero aprirsi, è inevitabile infine riflettere, prima di andare a sottolineare i passaggi più significativi delle intercettazioni, sul ruolo che alcuni degli indagati tuttora svolgono all’interno della nuova amministrazione di cui questa da qui in avanti, se già non ne ha preso atto, dovrà tenere conto.

Se Antonio Di Rocco è attuale presidente della commissione di trasparenza oltre che presente in commissione bilancio, ambiente, servizi sociali, ed Erasmo Picano è in commissione urbanistica e cultura, entrambi, seppure di opposizione, con libero accesso agli uffici dove avrebbero promosso la maggior parte dei reati loro attribuiti, così anche la sorella del secondo, Rosanna, continua a ricoprire l’incarico di comandante dei vigili urbani e oggi, dopo l’assegnazione da parte dell’attuale sindaco, anche la dirigenza dei servizi sociali. Come lei Stefania Della Notte, ex dirigente dell’ufficio tecnico, oggi al settore ambiente e sostenibilità urbana che si dovrebbe andare ad occupare a breve della delicata nuova società municipalizzata dedicata ai rifiuti, e anche Tiziana Livornese, sempre dirigente del settore sviluppo economico. Trasferitosi poi Roberto Guratti al Comune di Gaeta dove ricopre l’incarico di dirigente all’urbanistica, ai lavori pubblici e all’ambiente, a Formia c’è ancora Italo La Rocca a dirigere il settore cultura, anagrafe e affari generali e Filippo Gionta come funzionario del settore urbanistica. E, ancora, l’ex assessore all’urbanistica e vice sindaco Benedetto Assaiante, scelto dall’attuale sindaco nel ruolo di cerimoniere, Giovanni Acampora, capo di Gabinetto, denunciato nell’ambito del chiosco WelcHome a Vindicio. E poi il maresciallo Luigi Favoccia, autista del primo cittadino, che è stato anche lui denunciato perché in concorso con l’ex sindaco, tentò di farsi promuovere nella qualifica di vigile urbano coordinatore, declassando di fatto la comandante Picano, che inoltre avrebbe minacciato qualora non fosse riuscito nel suo intento. E questo per rimanere agli incarichi più importanti tralasciando gli altri indagati in servizio al Comune in altri ruoli, subalterni ma comunque rilevanti.

Un panorama, come sottolinea lo stesso sostituto procuratore Giuseppe Miliano, “inquietante”.

 

IL SISTEMA PARTE 1

Se c’è un aspetto che emerge con sconcertante chiarezza dalle intercettazioni telefoniche e ambientali a carico degli indagati della Procura, è la sistematicità all’abuso di certe figure posizionate in ruoli chiave della macchina amministrativa formiana, sia dalla parte politica che da quella tecnica. Come riporta altrettanto chiaramente lo stesso Miliano quando afferma che “una miriade di abusi e reati vengono commessi quotidianamente al Comune di Formia da politici e dirigenti, per interessi personali al fine di favorire amici, parenti e – addirittura – conoscenti”. Insomma la solita storia vista e rivista, nell’Italia degli ultimi anni, anzi decenni, dove ciò che più inquieta è come la tendenza al reato da parte di pubblici ufficiali venga, secondo la Procura, perpetrata “quotidianamente”.

Ma a proposito di cosa in particolare il pm afferma quanto appena riportato? Si tratta di un colloquio che avviene tra l’ex consigliere Antonio Calvano e il comandante dei vigili urbani Rosanna Picano avvenuta nel giugno del 2012. Il primo ricorda alla comandante della propria capacità di “dare una mano” con i voti che riesce a “girare”. Come già fatto in passato.

Eppoi aggiunge: “…. se io so che Rosanna è candidata e Rosanna mi vuole bene … capisci bene … perché qua bisogna imparare un pochettino a non dire: la politica è una cosa e l’amicizia è un’altra, che quando dicono così ti hanno inculata …”.

Ed è poi lo stesso Calvano che ricorda come sia capace anche di far muovere voti nuovamente a favore di Michele Forte se necessario. E allora sull’ex sindaco la Picano risponde: “ … è uno che tiene una forza che non finisce mai, però usa la politica a suo uso e consumo …”.

Il colloquio va avanti, e si passa a parlare di Erasmo Picano, fratello della comandante, definito da Calvano come uno che “…. se gli servi ti chiama 100 volte … tu invece – riferito alla comandante – ti ricordi anche dopo un mese … Totò quella volta ha avuto una piccola attenzione quindi io mi posso ricordare …”. E facendo subito poi riferimento ad un cambio di destinazione d’uso di alcuni uffici ex Enel in via Lavanga che devono diventare commerciali. Ma il colloquio continua e si amplia, passando poi sul figlio della Picano, Francesco Forcina, progettista nello studio dello zio Erasmo Picano, del quale lo stesso Calvano parla come di un “bravo ragazzo … Francesco ha una fortuna che ha te e crescerà molto velocemente … quello già oggi sa come comportarsi”, e ricorda del coinvolgimento del figlio della Picano in alcuni affari, tra i quali quello dell’apertura del Todis (presumibilmente), anche questo finito nell’indagine e che vede coinvolta la stessa comandante, tra gli altri. La quale, peraltro, in un’altra intercettazione, ricorda la Procura, cambia parere circa la possibilità di autorizzare l’apertura del supermercato.

Ma Calvano prosegue nel ricordare alla Picano“ … ho detto Erà, là ci danno due posti di lavoro … ho detto io uno lo dico a Rosanna perché non esiste che se c’è un posto libero, io non penso nessuno …”. E ancora Calvano ricorda “… metto solo a Francesco ogni cosa …” circa dei lavori di riqualificazione di un rudere, un autolavaggio, una lottizzazione edilizia a Gianola e una a Cassino il riferimento non manca di richiamare il coinvolgimento del figlio della comandante la quale ad un certo punto ricorda: “chi fa del bene soprattutto ai miei figli, uagliò, con me ha sempre una porta aperta …”. Per la Procura questa conversazione oltre che essere emblematica è “inquietante”, perché si va dalla spartizione dei posti di lavoro all’incompatibilità del ruolo della comandante rispetto agli incarichi del figlio il quale è aiutato e tutelato proprio dalla posizione della madre. E lo stesso atteggiamento di Calvano è finalizzato a sistemare pratiche e ottenere favori dalla comandante.

 

I FRATELLI PICANO SECONDO IL SISTEMA

CARABINIERI EDILIZIAMa nella logica dei rapporti parentali in seno al Comune, finiti nella contestazione di svariate fattispecie di reato, tra i fratelli Picano si crea un conflitto di interesse che, secondo la Procura, “non può essere sottaciuto”. Di fatti se da una parte la sorella è preposta prima di tutti alla prevenzione e alla repressione degli abusi edilizi, il fratello oltre a essere progettista ricopriva il ruolo di presidente del Consiglio comunale e oggi di consigliere di minoranza e membro della commissione urbanistica. Una “incompatibilità funzionale” che deve essere interrotta perché crea un controllo imparziale sulla materia edilizia di tutto il territorio del Comune di Formia.

A tal proposito vale la pena riportare quanto affermato dal cerimoniere dell’attuale sindaco Sandro Bartolomeo, Benedetto Assaiante, mentre intrattiene una discussione nell’ufficio di Luigi Scafetta, quando a un certo punto, riferendosi ai fratelli Picano è lo stesso Assaiante ad affermare:“Erasmo e la sorella saranno sempre un problema per le amministrazioni del centrodestra …. perchè è gente che non si accontenta mai … noi che siamo gente per bene … noi che siamo gente lavoratori … che stiamo qua dentro … “. E ancora è sempre Assaiante ad affermare riferendosi ad Erasmo Picano: “… se tu vuoi fare la politica non continuare a pensare sempre alla saccoccia … tu ti devi dimettere dagli incarichi che hai, allora si fare il presidente del Consiglio, a me mi dai fastidio come presidente … perché tanto che tu ti dimetti, e resti a fare il consigliere, tu n on dai nessun segnale, il segnale che lui doveva dare alla città a noi e all’amministrazione è che diceva: “ragazzi fermiamo, io mo mi difendo, per difendermi devo stare sereno, io mi dimetto dall’incarico!”. Mentre sempre con riferimento all’ex presidente del Consiglio comunale, durante una conversazione tra l’allora dirigente Roberto Guratti e il funzionario del settore urbanistica Filippo Gionta, quest’ultimo definisce Erasmo Picano “pericoloso, non ci sta un cazzo da fare, Picano è proprio pericoloso”. E ancora in una differente conversazione tra i funzionari Monica Mille, sempre Filippo Gionta e l’architetto Roberta Pennini, questi fanno riferimento, secondo la Procura, al fatto che le persone che hanno bisogno di pratiche di difficile approvazione si rivolgono a Picano in virtù del suo ruolo interno al Comune.

Insomma Picano viene descritto come uno che può determinare le scelte del Consiglio comunale facendo modificare, in suo favore, quelle in materia edilizia. C’è poi un’altra dipendente che durante una conversazione afferma come “questo è vergognoso … perché il presidente del Consiglio abbia le mani in pasta in questo modo …”. Riportando poi un aneddoto del quale erano protagonisti lo stesso Picano e l’architetto Roberto Guratti, il quale non aveva ancora fatto una pratica richiesta. Picano in quell’occasione, secondo la ricostruzione dei tre, avrebbe minacciato Guratti di far intervenire il senatore Claudio Fazzone per far spostare di “quartiere” proprio Guratti.

E non si tratta ovviamente solo di appartenenza politica, almeno stando a quanto afferma sempreBenedetto Assaiante il quale ricorda come “Erasmo mo sta aspettando che passa il momento … con o senza Bartolomeo, perché se io vado a vedere tutti i casi di Erasmo nascono con Bartolomeo, sono stati (divarizzati) oggi, ma nascono tutti nel 2006/2007/2008, l’unico incarico che gli abbiamo in questa legislatura, è stato Paone … che partono da lì, questo è! Che ti devo dire?”. E’ ancora nell’ufficio dell’architetto comunale Monica Mille che quest’ultima riferisce durante una conversazione dell’atteggiamento minaccioso di Picano. “… No ma poi il bello – afferma – non è dice che ragiona no, prende parte.

(Tratto da H24notizie)

Appalti, il clan guadagnava il 7%. Coinvolto anche l’ex Sindaco di Lusciano Isidoro Verolla

NAPOLI. L’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di nove tra politici, imprenditori ed affiliati ai Casalesi fa luce, non solo sui rapporti tra malavita organizzata, imprese e Istituzioni, ma evidenzia anche il modus operandi del clan che, anche senza gestire direttamente un’opera pubblica, si assicurava un introito sicuro. Un sistema che garantiva al gruppo “Bidognetti” il sistematico controllo degli appalti di maggior rilievo banditi nel comune di Lusciano, garantendo all’organizzazione il 7% sull’intero ammontare dei lavori sia per il Piano Insediamenti Produttivi (P.I.P.) che per la costruzione del Centro Sportivo Natatorio Polivalente. Ovviamente al centro dell’inchiesta le figure dei fratelli Cesaro, Luigi, Aniello e Raffaele. L’onorevole, ex presidente della Provincia di Napoli, secondo l’accusa, in qualità di esponente politico di rilievo nazionale, grazie alla mediazione di Nicola Ferraro (ex consigliere regionale), che aveva stabili rapporti criminali ed imprenditoriali con il clan dei Casalesi, nonché in rapporti politici ed imprenditoriali con i fratelli del deputato, Aniello e Raffaele, si accordava con Luigi Guida, per ottenere, mediante l’alterazione delle regole della libera concorrenza e dell’evidenza pubblica, l’aggiudicazione dei due appalti a Lusciano. Secondo l’accusa nelle casse del clan finiva una cospicua somma di denaro quantificabile nel 7% dell’ammontare del valore di lavori, costituente una risorsa essenziale per la prosecuzione e l’attuazione del programma criminoso dell’associazione mafiosa e per il controllo del territorio di Lusciano.
http://www.ilroma.net/content/appalti-il-clan-guadagnava-il-7

Fra gli arrestati l’ex Sindaco di Lusciano Isidoro Verolla

Lusciano: appalti truccati. Chiesto l’arresto di Luigi Cesaro. Manette anche per l’ex Sindaco Verolla

Il gip del Tribunale di Napoli ha accolto la richiesta di arresto della Dda per l’ex presidente della Provincia di Napoli, da mesi al centro delle indagini, dopo le accuse del pentito Luigi Guida, alias Gigino O’drink. Stando all’ex boss dei casalesi, due appalti assegnati a Lusciano, sarebbero stati dati alle aziende della famiglia Cesaro su pressioni del Clan dei Casalesi, fazione Bidognetti, grazie alla presunta connivenza di soggetti politici.
Si è giunto all’ordine di arresto, in merito al quale si dovrà esprimere la Camera dei Deputati, dopo una lunga attività di investigazione, coordinata dall’aggiunto Giuseppe Borrelli e dai pm Antonello Ardituro, Marco Del Gaudio, Giovanni Conzo e Cesare Sirignano. Vari i reati contestati a Cesaro, in particolare delle ipotesi di turbativa d’asta e i presunti legami con la camorra in relazione alla costruzione di un complesso sportivo. Luigi Cesaro detto “Giggino ‘a purpetta” è difeso dal penalista Vincenzo Maiello, e solo qualche giorno fa aveva dichiarato di essere disponibile a rinunciare allo scudo della immunità parlamentare.
Le misure sono scattate anche per: i fratelli di Cesaro, Aniello e Raffaele, Nicola Ferraro, l’ex consigliere regionale dell’Udeur Nicola Ferraro, l’ex sindaco di Lusciano, Isidoro Verolla, l’ex responsabile dell’ufficio tecnico del Comune Angelo Oliviero; Bernardo Cirillo, cugino del boss Francesco Bidognetti (in carcere dal ’93, anch’egli raggiunto da provvedimento cautelare), all’epoca dei fatti consigliere d’elezione nel settore delle opere edili, e Raffaele Bidognetti, figlio di Francesco.

E’ sempre più camorra–politica

E’ sempre più camorra-politica.
Mentre ci accingiamo a scrivere riceviamo una telefonata di un amico
che ci comunica l’arresto in provincia di Caserta di un imprenditore, sospettato di collegamenti con i Casalesi -area Bidognetti- che ha costruito una palazzina a Gaeta composta da alcuni appartamenti, alcuni dei quali venduti da tempo ed uno solo riservato alla propria famiglia.
Questa notizia ci offre lo spunto per riparlare di mafia a Gaeta, un tema di cui la maggior parte della gente e della classe politica di quella città sembra non voler parlare.
Quando l’asino non vuole bere è inutile fischiargli.
Gaeta, come tutto il sud pontino, sono pieni di questa gente.
Ma non è questo l’aspetto che ci interessa più di tanto, quanto, soprattutto, i probabili collegamenti di questi soggetti con esponenti della politica locale.
Chi ha consentito ad essi di invadere questi territori?
Chi ha rilasciato ad essi le concessioni e le autorizzazione per costruire, comprare, vendere e quant’altro?
Chi ha sanato con i condoni gli eventuali abusi edilizi?
Chi frequenta o ha frequentato questa gente?
Chi sono i loro amici?

Edilizia e clan, chiusa l’inchiesta: politici e imprenditori tra i 44 indagati. E’ sempre più politica-camorra

Edilizia e camorra, arrivano gli avvisi di conclusione delle indagini per 40 tra imprenditori, tecnici, politici e prestanome. Tra loro anche Biagio Iacolare, vicepresidente del Consiglio regionale, indagato nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Dda di Napoli e che ha portato all’arresto di Antonio, Luigi, Benedetto e Domenico Simeoli, tutti a capo di un impero immobiliare che sarebbe riconducibile al clan Polverino.

Il filone di indagine, partito nell’ottobre del 2013, si è sviluppato attraverso vari passaggi: dagli arresti dei colletti bianchi al sequestro di numerose cooperative edilizie, supermercati e altre attività commerciali. Una delle società finite nel mirino della Procura è la Edil San Rocco srl, amministrata fin dal 1990 da Biagio Iacolare, 52 anni, maranese doc e da sempre vicino alle istanze politiche di Ciriaco De Mita. Iacolare – secondo le ipotesi investigative – avrebbe contribuito, per la propria parte e in qualità di amministratore della cooperativa, alla realizzazione di un disegno criminoso teso a favorire il clan di Giuseppe Polverino, alias Peppe ‘o barone, agli arresti dal marzo del 2012. Il nome di Iacolare, tirato in ballo per la prima volta dal pentito Biagio Di Lanno, compare anche in alcune intercettazioni ambientali, raccolte nel carcere di Secondigliano, dove fino a qualche mese erano reclusi Benedetto, Luigi e Antonio Simeoli.

«Spero si faccia chiarezza quanto prima – spiega Iacolare – I miei legali si sono già attivati per recuperare gli atti giudiziari. Sono sereno e confido nella magistratura. Voglio tutelare il mio nome ma soprattutto l’equilibrio, la serenità di mia moglie e dei miei figli, che stanno vivendo un difficile momento». Tra gli indagati figurano anche alcuni tecnici ed ex dirigenti del Comune di Marano: Armando Santelia, Angelo Napolitano, Raffaele Perna e Gianluca Buonocore. E ancora: quello di Giovanni Gala, ex commercialista della Sime costruzioni, società leader nel settore fondata da Antonio Simeoli.
Con la notifica della chiusura delle indagini preliminari, gli indagati potranno ora esercitare la facoltà di accedere al fascicolo dell’inchiesta, di essere ascoltati dai magistrati inquirenti e di presentare un memoriale difensivo. Per loro si potrebbe profilare un rinvio a giudizio o un non luogo a procedere. I presunti rapporti criminali, gli intrecci, le speculazioni edilizie compiute nei comuni a nord di Napoli e le ingerenze nella pubblica amministrazione sono state svelate, nel corso degli ultimi anni, anche grazie al racconto di numerosi collaboratori di giustizia: uomini di punta dei clan Polverino e Mallardo, che hanno raccontato ai magistrati dei rapporti – consumatisi nell’arco di un ventennio – tra gli esponenti della famiglia Simeoli e l’organizzazione criminale che fa a capo a Giuseppe Polverino.
Non l’unica inchiesta della magistratura o operazione imprenditoriale che sta facendo discutere o che tiene con il fiato sospeso politici e imprenditori del territorio. Su tutte, la vicenda dell’ampliamento del cimitero di Marano, i cui lavori sono gestiti da una ditta, la Mastromimico di San Cipriano d’Aversa, da tempo in regime di amministrazione giudiziaria e con i titolari accusati di essere legati al clan dei Casalesi. E la maxi operazione dell’area per gli insediamenti produttivi, con un appalto vinto – come accaduto a Lusciano – dalla società (Iniziative industriali di Sant’Antimo) di proprietà della famiglia Cesaro.

http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/clan-edilizia/notizie/812949.shtml

Il Capo dello Stato vada a testimoniare al processo a Palermo e dia un segnale forte al Paese contro le mafie

Stato-mafia, Del Bene a Napolitano “Dia esempio e venga a deporre”

“Il presidente Napolitano dovrebbe venire a testimoniare per un principio di civiltà“. Così il sostituto procuratore di Palermo Francesco Del Bene intervistato da Klaus Davi per il programma KlausCondicio su Youtube.

Secondo Del Bene il presidente della Repubblica dovrebbe deporre al processo sulla trattativa Stato-mafia “innanzi tutto per rispetto del principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Come si reca a testimoniare qualsiasi cittadino italiano che venga chiamato a presentarsi davanti a un Tribunale, cosi penso dovrebbe fare il presidente della Repubblica o qualsiasi altra autorita’.

Quindi per Del Bene Napolitano dovrebbe osservare “la regola fondamentale di rispetto della legge, ma anche dei magistrati che celebrano un processo. Napolitano dovrebbe dare l’esempio presentandosi davanti al tribunale. Inoltre in una terra difficile come la Sicilia, contano molto i simboli. Pensiamo al segnale forte che ha dato il Presidente del Senato venendo a testimoniare. Un messaggio utile anche a colpire la mafia, il malaffare. La forza e l’autorevolezza di una istituzione si guadagna con l’esempio”.

(Tratto da BlogSicilia)

Si incatena davanti alla Prefettura di Vibo Valentia per i silenzi dello Stato dopo che la mafia gli ha ammazzato il figlio di 19 anni

L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO ESPRIME A QUESTA FAMIGLIA SFORTUNATA LA SUA VICINANZA E LA SOLIDARIETA’ PIU’ SENTITE E CHIEDE AL CAPO DELLO STATO ED AL GOVERNO DI ADOPERARSI PERCHE’ LE VENGA RICONOSCIUTO SUBITO LO STATUS DI “VITTIMA DI MAFIA”.
LA SITUAZIONE IN CALABRIA E’ DAVVERO PREOCCUPANTE PER L’INADEGUATEZZA DELL’INTERVENTO DA PARTE DELLO STATO.
CI SONO DECINE DI AMMINISTRAZIONI SCIOLTE PER MAFIA, IL LIVELLO DI INQUINAMENTO MAFIOSO NELLA POLITICA E NELLE ISTITUZIONI HA RAGGIUNTO LIVELLI INQUIETANTI, MENTRE LO STATO CENTRALE STA INERTE E TUTTE LE PROMESSE, A COMINCIARE DA QUELLA DI ALFANO DI MANDARE 800 UOMINI DI RINFORZO ALLE FORZE DELL’ORDINE, NON VENGONO MANTENUTE E LA MAGISTRATURA OPERA A RANGHI RIDOTTISSIMI.

 

«Mio figlio è vittima di mafia» . La protesta di Martino Ceravolo

Il padre di Filippo, ucciso per errore il 25 ottobre 2012, si è incatenato davanti la Prefettura di Vibo Valentia

VIBO VALENTIA – Martino Ceravolo, padre di Filippo Ceravolo, il giovane di 19 anni ucciso per errore il 25 ottobre 2012, si è incatenato davanti alla Prefettura di Vibo Valentia inscenando una protesta all’indirizzo del Ministero dell’Interno e dello Stato. Accanto a lui, anche una tanica di benzina.

«Mio figlio – spiega Ceravolo – deve essere riconosciuto vittima di mafia. Non so più cosa fare per chiedere giustizia. A due anni dalla sua scomparsa non abbiamo risposte sugli assassini che na hanno stroncato la giovane vita e non sappiamo chi ha sparato. Non è giusto ciò che io e la mia famiglia stiamo subendo». Filippo Ceravolo aveva avuto il solo “torto” di chiedere un passaggio alla persona sbagliata per far rientro a casa, da Pizzoni a Soriano Calabro, nel Vibonese.

Obbiettivo dei killer, secondo gli inquirenti, sarebbe stato invece l’autista dell’auto, un giovane rimasto ferito e noto alle Forze dell’ordine, oltre ad essere imparentato con elementi di un clan locale in faida da anni con altra consorteria criminale delle Preserre vibonesi. Martino Ceravolo, attraverso la protesta di oggi, oltre a risposte «immediate da parte dello Stato» chiede ai vibonesi «ed a tutta la gente onesta» di stargli «vicino in questa battaglia».

 

Emilio Fede: “E’ una manipolazione, tutto falso, ho già denunciato per calunnia e minacce”

Fede in un audio: “La vicenda Berlusconi? Soldi, mafia… Dell’Utri sa e ‘mangia’”. L’ex direttore del Tg4 registrato a sua insaputa dal personal trainer Gaetano Ferri: “Marcello ha 70 conti all’estero riconducibili a lui; ha chiesto 10 milioni a Samorì per farlo candidare con Silvio. Mangano un eroe”. Il giornalista smentisce: “Tutto falso, è una manipolazione, ho già denunciato per calunnia e minacce”.

Le mani dei clan sui rifiuti, in manette anche due avvocati

Infiltrazioni delle cosche negli appalti anche in Veneto e Francia, 24 arresti tra cui spiccano i nomi dei due penalisti Giulia Dieni e Giuseppe Putortì

REGGIO CALABRIA. Ci sono anche due noti penalisti reggini – gli avvocati Giulia Dieni e Giuseppe Putortì – fra i ventiquattro soggetti arrestati nel corso dell’operazione che i Carabinieri del Ros e del Comandoprovinciale di Reggio Calabria stanno eseguendo fin dalle prime luci dell’alba in Calabria, Veneto e Francia. Contro di loro, le accuse sono a vario titolo di associazione mafiosa, turbata libertà degli incanti, intestazione fittizia di beni e sottrazione di cose sottoposte a sequestro, con l’aggravante delle finalità mafiose. Al centro delle indagini del ROS, il clan Alampi – nota cosca “imprenditrice”, con forti interessi economici in tutta Italia e all’estero, gestiti all’ombra del più potente clan Libri – i cui capi e sodali erano riusciti ad allungare i propri tentacoli soprattutto nel settore dei rifiuti, ma anche in altri contesti nel settore degli appalti ecologici, nel cui ambito sono stati accertati gli accordi tra le cosche reggine per la spartizione degli enormi profitti derivanti dalla gestione fraudolenta delle discariche regionali, che i boss anche dal carcere riuscivano a spartirsi, grazie anche – stando a quanto emerso dalle indagini – ai messaggi che da dietro le sbarre i legali dei detenuti facevano filtrare. Documentato, anche, il controllo da parte degli indagati di imprese già sequestrate alla cosca, mediante la complicità di un amministratore giudiziario – Rosario Spinella – anch’egli destinatario di un provvedimento restrittivo.
Ma in manette è finito anche l’imprenditore ‘ndraghetista Matteo Alampi arrestato in Francia dal servizio regionale della polizia giudiziaria di Nizza e dal Ros, grazie al servizio di cooperazione interpol, insieme alla moglie Maria Giovanna Siclari. Subito dopo la scarcerazione avvenuta nel mese di marzo 2014, al termine di un periodo di detenzione per associazione mafiosa, Alampi si era trasferito a Villefranche sur mer, per sottrarsi alla notifica della sorveglianza speciale. La polizia giudiziaria di Nizza ed il Ros lo hanno rintracciato, notificandogli il mandato di arresto europeo emesso dalla procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, per associazione mafiosa ed intestazione fittizia di beni.
Alampi è ritenuto la mente imprenditoriale dell’organizzazione criminale, già capeggiata dal padre Giovanni Alampi, quest’ultimo tratto in arresto nel 2010 nel corso dell’operazione “il crimine”, che ne aveva delineato il ruolo di capo del “locale” di Trunca, attivo nell’omonima frazione del capoluogo reggino.

Alessia Candito

(Tratto dal Corriere della Calabria)

L’”antimafia“ dei campus

La sagra dei… “campus antimafia”

L’ANTIMAFIA DA PALCOSCENICO: E’ TEMPO DI SAGRE DEI… “CAMPUS ANTIMAFIA” NELLA “PROVINCIA DI CASALE”…

Noi, ovviamente, non ci siamo andati, ma chi l’ha fatto l’ha definita la passerella… dei sindaci.
Alcuni del PD, altri del PDL.
Siamo proprio in clima da larghe intese fra PD e PDL anche in questo pezzo d’Italia che Carmine Schiavone chiama “provincia di Casale”.
E’ stato inaugurato il “campus antimafia” a Gaeta.
Bene così.
C’è aria festaiola nell’antimafia istituzionale e colorata PD-PDL nel Basso Lazio.
Peccato che quando vai a parlare con questi signori per chiedere loro l’istituzione di un organismo
comunale contro la criminalità fanno tutti orecchie da mercante.
Per loro l’antimafia sono… i “campus” di qualche decina di ragazzi!!! Tutto qua.

Il pentito del clan d’Alessandro incomincia a parlare dei lavori dell’autostrada A3

Residence costruito con i soldi del clan: 9 arresti a Caserta, indagati funzionari comunali

Operazione a Marcianise contro la cosca dei Belforte, sequestrato il centro direzionale Vanvitelli

I soldi della camorra servivano per costruire un complesso di edilizia residenziale nel Casertano: la scoperta è avvenuta in seguito alle indagini di carabinieri, guardia di finanza e polizia, che all’alba hanno fatto scattare nove ordinanze di custodia cautelare in carcere a carico di affiliati al clan Belforte di Marcianise. L’indagine riguarda un vasto giro di riciclaggio di denaro sporco e intestazione fittizia di beni. Sotto sequestro è finito il Centro direzionale Vanvitelli, complesso di edilizia residenziale in località Macello, in via Fuccia, a Marcianise.

Complessivamente, il sequestro ha riguardato beni per decine di milioni di euro: oltre al centro composto da ottanta appartamenti, nel mirino delle forze dell’ordine sono finite ditte, abitazioni e società riconducibili a persone legate al clan camorristico Belforte.

L’ordinanza di custodia cautelare è stata notificata, tra gli altri, anche all’imprenditore Angelo Grillo, già detenuto per l’inchiesta sugli appalti truccati all’Asl di Caserta.

Gli altri arrestati sono Luca di Fuccia, Luigi Francese, Pasquale Lombardo, Eugenio Di Nuzzo, Francesco Picone, Concetta Marotta e Giuseppe Riganati. Indagati anche alcuni funzionari del Comune di Marcianise: Fulvio Tartaglione, Matteo Alberico e Angelo Piccolo.
http://www.metropolisweb.it/Notizie/Campania/Cronaca/residence_costruito_soldi_clan_9_arresti_caserta_indagati_funzionari_comunali.aspx

Non si può fingere di commemorare Borsellino e, poi, nei fatti, tradire il suo pensiero

Lo scrive il PM di Matteo su “Antimafia Duemila” e questo potrebbe essere il titolo di un saggio che qualcuno di noi potrebbe essere tentato di scrivere.
Ah, quanta ipocrisia.
Il 19 luglio scorso chi scrive si è rifiutato di andare -disapprovandole- a qualsiasi manifestazione perché quasi tutte o sono state organizzate da esponenti politici e con fini politici o, comunque, hanno visto la partecipazione di politici.
Personalmente, questi, probabilmente tutte persone oneste, ma, comunque, rappresentanti di quel mondo che moralmente è il responsabile delle stragi e della conquista del Potere da parte della mafie.
E chi scrive ha condiviso la scelta fatta dai ragazzi e dalle ragazze delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino di voltare le spalle alla Bindi, pur convinto dell’onestà personale di questa, che, però, è la rappresentante numero uno di un organismo istituzionale importantissimo che avrebbe potuto fare e potrebbe fare moltissimo sul piano della lotta alle mafie ma che, purtroppo, non ha fatto mai niente di significativo e decisivo da quando è stato costituito ad oggi.
Allora diciamocelo con franchezza una buona volta per sempre:
DIETRO LA MAFIA CI SONO LA POLITICA E LE ISTITUZIONI
e nessuno, ripetiamo nessuno, da destra a sinistra, può ritenersi il puro, l’immacolato, l’indenne da colpe, siano esse dirette od indirette.
Ci si può dire: ” ma ci sono anche rappresentanti politici e delle istituzioni onesti, puliti, che non sono compromessi con i furti, le rapine, le violenze che leggiamo tutti i giorni sui giornali”.
E’ vero e va dato merito ad essi, tanto più merito di quello che abbiamo riconosciuto finora in quanto essi sopravvivono in ambienti nei quali a prevalere sono la cultura e la metodologia mafiogene.
Le persone giuste ed oneste, diciamocelo con franchezza, vengono marginalizzate e private di ogni agibilità da un Potere che storicamente tale non è.
Ebbe il coraggio di affermarlo Leonardo Sciascia quando sostenne che il Potere, il vero potere non è… nel Consiglio comunale di Palermo, non è nel Parlamento, non è nelle assisi e nei luoghi deputati ad esercitarlo, ma al contrario è sempre e solo “ALTROVE”.
ALTROVE…
I “PUPI” ED I “PUPARI”, un titolo che assegnò un compianto direttore di un piccolo giornale di provincia a chi scrive e che gli consentì di analizzare a
fondo la situazione in cui abbiamo vissuto, viviamo e vivremo.
“Altrove”, “Pupi” e “Pupari”, le tre parole che dovrebbero rappresentare la linea guida delle nostre analisi e che, pertanto, dovremmo tenere sempre presenti nei giudizi che esprimiamo.
Ce la siamo presa e ce la prendiamo giustamente con l’istituzione Chiesa per i comportamenti collusivi o comunque tiepidi di alcuni preti nei confronti dei mafiosi.
Bene, ma perché non facciamo altrettanto con quelle persone che detengono il Potere politico ed amministrativo del Paese le quali sono le vere responsabili, quanto meno morali, di quanto è avvenuto ed avviene.
Parlate con i Testimoni, i Collaboratori e con quanti altri come noi si schierano dalla parte della Giustizia e della legalità e fatevi dire come vengono trattati!
Noi abbiamo sentito solamente i ragazzi di Salvatore Borsellino gridare ” Fuori la mafia dallo Stato” e sono stati solo quei ragazzi a voltare le spalle alla Bindi, non alla persona Bindi ma alla rappresentante di un’Istituzione importante.
Altri magari, che pur promuovono o partecipano a manifestazioni contro le mafie, a quel Potere ed a quello stato vanno a chiedere, dopo aver gridato ” la mafia è una montagna di merda”, convenzioni e privilegi.
Ignoranza, ipocrisia?
Comunque si vergognino!!!
“La sagra dell’ipocrisia” sulla pelle di chi ci ha rimesso e ci rimette la vita.
Povera Italia!!!
Noi abbiamo preferito trascorrere la giornata del 19 Luglio, proprio per fare onore alla memoria di Paolo Borsellino e delle altre vittime di mafia, con un Testimone di Giustizia e con la sua meravigliosa famiglia…
“Non si può fingere di commemorare Paolo Borsellino quando nei fatti si sta tradendo il suo pensiero” “Non si può fingere di commemorare Paolo Borsellino quando nei fatti si sta tradendo il suo pensiero” Intervento in via d’Amelio di Nino Di Matteo
Prendere oggi la parola, in questo luogo e nella stessa ora della strage di ventidue anni fa, è per me un grande onore ed una grande responsabilità alla quale non ho voluto sottrarmi con la precisa consapevolezza che le commemorazioni di oggi avranno un senso solo se sostenute dall’impegno, dalla passione civile, dal coraggio che dobbiamo dimostrare da domani. Non ho voluto sottrarmi alla profonda emozione che vivo in questo momento perché innanzitutto sento il bisogno di ringraziare, da cittadino, quei cittadini che, come tanti di voi, continuano a dare quotidiana testimonianza di essere innamorati della Giustizia, della Democrazia, della Costituzione, del nostro Paese. Per questo, riconoscendo in Paolo Borsellino l’incarnazione di quei sentimenti di amore e libertà, cercano di conservarne e tramandarne la memoria. Per questo si pongono a scudo di quei sacrosanti valori contro i tanti che anche oggi, anche nelle Istituzioni e nella Politica, continuano a calpestarli ed offenderli con l’arroganza dei prepotenti e degli impuniti. Voglio ringraziare i tanti cittadini che, nella semplicità e spontaneità delle loro espressioni di solidarietà, hanno saputo riconoscere coloro i quali ancora si battono per la verità, dimostrando di volerli proteggere non solo dalle insidie della violenza mafiosa ma ancor prima dal muro di gomma della indifferenza istituzionale, dal pericolo di quel tipo di delegittimazione ed isolamento che si nutre, oggi come ieri, di silenzi colpevoli, insinuazioni meschine, ostacoli e tranelli costantemente ed abilmente predisposti per arginare quell’ansia di verità che è rimasta patrimonio di pochi. Quei pochi che ancora non sono annegati nella palude del conformismo, del quieto vivere, dell’opportunismo più bieco sempre più spesso mascherato dalla invocata opportunità politica. Sono qui per dirvi che voi avete il sacrosanto diritto di continuare a chiedere tutta la verità sulla strage di via D’Amelio e noi magistrati il dovere etico e morale di continuare a cercarla anche nei momenti in cui, come questo che stiamo vivendo, ci rendiamo conto di quanto quel cammino costi, sempre più, lacrime e sangue a chi non ha paura di percorrerlo anche quando finisce per incrociare il labirinto del potere. Per continuare a ricercare la verità è però innanzitutto necessario, con grande onestà intellettuale, rispettare la verità e non avere mai paura a declamarla anche quando ciò può apparire impopolare o sconveniente. Paolo Borsellino ci ha insegnato a non avere mai paura della verità. Non dobbiamo avere allora paura a ricordare che affermano il falso i tanti che per ignoranza, superficialità o strumentale interesse ripetono che i processi celebratisi a Caltanissetta sulla strage di via D’Amelio hanno portato ad un nulla di fatto. Ignorano o fingono di ignorare che ventidue persone sono state definitivamente condannate per concorso in strage; ignorano, o fingono di ignorare che proprio quel lavoro di tanti magistrati ha consentito che venissero già allora alla luce i tanti e concreti elementi che oggi ci portano a ritenere che quella di via D’Amelio non fu soltanto una strage di mafia e che il movente non era certamente esclusivamente legato ad una vendetta mafiosa nei confronti del Giudice. Dobbiamo imparare il rispetto della verità ed il coraggio della sua affermazione ad ogni costo. Non è vero ciò che tutti indistintamente affermano, e falsamente rivendicano, sulla volontà di fare piena luce sulle stragi. La realtà è un’altra. Questo intendimento è rimasto patrimonio di pochi, spesso isolati e malvisti, servitori dello Stato. Dal progredire delle nostre indagini sappiamo che in molti, anche all’interno delle istituzioni, sanno ma continuano a preferire il silenzio, certi che quel silenzio, quella vera e propria omertà di Stato, continuerà, esattamente come è avvenuto fino ad ora, a pagare, con l’evoluzione di splendide carriere e con posizioni di sempre maggior potere acquisite proprio per il merito di aver taciuto, quando non anche sullo squallido ricatto di chi sa e utilizza il suo sapere per piegare le Istituzioni alle proprie esigenze. Dobbiamo sempre avere il coraggio di rispettare la verità e gridare la nostra rabbia perché ancora nel nostro Paese il cammino di liberazione dalla Mafia è rimasto a metà del guado. Incisivo, efficace, giustamente rigoroso nel contrasto ai livelli operativi più bassi (quelli della manovalanza mafiosa); timoroso, incerto, con le armi spuntate nei confronti di quei fenomeni, sempre più gravi e diffusi, di penetrazione mafiosa delle Istituzioni, della Politica e della Economia. Verso quel pericolosissimo dilagare della mentalità mafiosa che inevitabilmente si intreccia con una corruzione diffusa che, solo a parole, si dice di voler combattere, mentre ancora, nei fatti si assicura ai ladri, ai corrotti, agli affamatori del popolo la sostanziale impunità. Non si può ricordare Paolo Borsellino e restare silenti a fronte di ciò che sta accadendo nel nostro Paese e che rappresenta l’ennesima mortificazione di quei valori per tutelare i quali il Giudice Borsellino è andato serenamente incontro al suo destino con la fierezza e la dignità di un uomo dalla schiena dritta. Non si può ricordare Paolo Borsellino ed assistere in silenzio ai tanti tentativi in atto (dalla riforma già attuata dell’Ordinamento Giudiziario a quelle in cantiere sulla responsabilità civile dei giudici, alla gerarchizzazione delle Procure anche attraverso sempre più numerose e discutibili prese di posizione
del C. S. M. ) finalizzate a ridurre l’indipendenza della Magistratura a vuota enunciazione formale con lo scopo di comprimere ed annullare l’autonomia del singolo Pubblico Ministero ed il concetto di potere diffuso in capo a tutti i rappresentanti di quell’Ufficio. Non si può assistere in silenzio all’ormai evidente tentativo di trasformare il Magistrato Inquirente in un semplice burocrate inesorabilmente sottoposto alla volontà, quando non anche all’arbitrio, del proprio capo; di quei Dirigenti degli Uffici sempre più spesso nominati da un C. S. M. che rischia di essere schiacciato e condizionato nelle sue scelte di autogoverno dalle pretese correntizie e politiche e da indicazioni sempre più stringenti del suo Presidente. Non si può fingere di commemorare Paolo Borsellino quando nei fatti si sta tradendo il suo pensiero e il suo sentimento; il suo concetto, alto e nobile, dell’autonomia del Magistrato come garanzia di libertà ed eguaglianza per tutti. Poco prima di essere ucciso il Giudice Borsellino, intervenendo ad un incontro con gli studenti sull’annoso problema dei rapporti mafia-politica, stigmatizzava l’inveterata prassi del ceto politico di ripararsi, per giustificare la mancata attivazione dei necessari meccanismi di responsabilità politica, dietro il comodo paravento dell’attesa della definitività dell’accertamento giudiziario, nell’attesa quindi del passaggio in giudicato delle sentenze penali. Oggi, a distanza di ventidue anni da quelle amare riflessioni di Paolo Borsellino, qualcosa è cambiato, ma non certamente in meglio. In una sentenza definitiva della Corte di Cassazione è accertato che un partito politico, divenuto forza di Governo nel 1994, ha poco prima annoverato tra i suoi ideatori e fondatori un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra e che da molti anni fungeva da intermediario consapevole dei loro rapporti con l’imprenditore milanese che di quel partito politico divenne, fin da subito, esponente apicale. Oggi questo esponente politico (dopo essere stato a sua volta definitivamente condannato per altri gravi reati) discute, con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge Elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo suo respiro. E’ necessario non perdere la capacità di indignarsi e trovare, ciascuno nel suo ruolo e sempre nell’osservanza delle regole, la forza di reagire. Tutti abbiamo il dovere di evitare che anche da morto Paolo Borsellino debba subire l’onta di veder calpestato il suo sogno di Giustizia. Quel meraviglioso ideale che condivideva con Giovanni Falcone, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, e tanti altri giusti. Quei giusti la cui memoria non merita inganni, infingimenti, atteggiamenti di pavidità mascherati da prudenza istituzionale. Sono morti perché noi allora non fummo abbastanza vivi, non vigilammo, non ci scandalizzammo all’ingiustizia, ci accontentammo dell’ipocrisia civile, subimmo quel giogo delle mediazioni e degli accomodamenti che anche oggi ammorba l’aria del nostro Paese ed ostacola il lavoro di chi vuole tutta la verità. Noi continueremo a batterci, con umiltà ma altrettanta tenacia e determinazione. Lo faremo nelle aule di Giustizia e, per ciò che ci è consentito, intervenendo nel dibattito pubblico per denunciare i gravi e concreti rischi che incombono sulla indipendenza della Magistratura e, quindi, sul principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Lo faremo mantenendo sempre nel cuore l’esempio dei nostri morti, guidati esclusivamente dalla volontà di applicare i principi della nostra Costituzione e con lo sguardo fisso alla meta della verità, consapevoli che solo la ricerca della verità può legittimarci a commemorare chi è morto dopo aver combattuto la giusta battaglia. Nino Di Matteo

Vescovi calabresi preparano nuove linee guida antimafia. Galantino: «Ma non tocca alla Chiesa dire chi è nei clan». La Chiesa calabrese prende le distanze dalla ndrangheta. Lo faccia anche nelle altre regioni del Paese, a cominciare dalla Campania e dal Lazio

Il segretario generale Cei rilancia la linea ferma contro le infiltrazioni nei riti sacri. Ma precisa: «Ci sono compiti che spettano ai magistrati»

«La Chiesa non è la magistratura, non è la polizia; e la magistratura non è la Chiesa. Abbiamo criteri diversi con cui aggredire le realtà mafiose, nel rispetto delle competenze di ciascuno. Al prete, al vescovo, non compete dichiarare chi è mafioso e chi non lo è. Questo spetta alla magistratura». Lo afferma monsignor Nunzio Galantino, vescovo di Cassano Ionio e segretario generale della Cei, nell’intervista a Tv2000, l’emittente dei vescovi, rilasciata a conclusione della riunione della Conferenza Episcopale Calabra che si è tenuta nel Santuario di Paola, in provincia di Cosenza, e che ha stabilito di istituire una commissione per redigere una “nota pastorale” con indicazioni concrete da fornire per contrastare le infiltrazioni mafiose nei riti sacri.
Commentando le recenti vicende di Oppido Mamertina, con il presunto “inchino” della processione alla casa del boss il segretario della Cei sottolinea la necessità di fare «chiarezza» sulle competenze coinvolte nella gestione del fenomeno mafioso. «Il prete e il vescovo, come tutta la comunità cristiana – continua – dicono ovviamente con chiarezza chi è contro il Vangelo e contro i valori del Vangelo».

Galantino sottolinea però che «la mafia va aggredita da tutte le parti ognuno mantenendo le proprie competenze, ma con un impegno chiaro, leale, di collaborazione e
anche di decisione degli interventi». Il vescovo di Cassano allo Jonio ribadisce che dinanzi a «fenomeni così complessi abbiamo bisogno tutti quanti di ritrovarci, di riflettere, di verificare» e che da parte dei vescovi calabresi c’è «una presa di distanza senza equivoci, come chiesto Papa Francesco» perché, aggiunge, «tutti devono sapere che non c’è nessuna possibilità di commistione tra religione e malaffare».

Ai microfoni di Tv2000 Galantino spiega che «quello della pietà e della religiosità popolare è un fenomeno molto complesso» ma un dato è certo: «Se per caso, o di fatto, qualche malavitoso si accosta al santo, semmai paga anche i fuochi artificiali o le luminarie, deve sapere che quel gesto non lo riscatta dal suo essere fuori dalla Chiesa, non lo riscatta dal suo essere assolutamente non in linea con il Vangelo».

Il segretario della Cei conclude ribadendo che «non è l’offerta che ci fa santi, non è il pagare le spese o portare sulle proprie spalle la statua del santo che ci riscatta dalla malavita che noi viviamo. E’ altro: è il pentimento, la conversione e la voglia di far sapere pubblicamente che noi prendiamo le distanze da una vita vissuta male».

http://www.ilquotidianodellacalabria.it/news/cronache/727779/Vescovi-calabresi-preparano-nuove-linee-guida.html

 

Occhi ben aperti!!!

“…Non è esente dal virus una parte consistente del mondo dell’anticamorra campana… ”
La camorra e i suoi troppi soldati. Demoni contro angeli in una battaglia sconfinata

Il crimine organizzato spiegato in tre fasi, la mancata trasparenza dei movimenti economici e soprattutto l’astuta abilità nel modificare la cultura di un territorio. Questo e altro ancora prodotto da 4500 uomini.
Un esercito di 4500 affiliati appartenenti a 108 clan. E’ questo lo sconcertante dato che emerge dalla relazione del presidente della Corte d’appello di Napoli, Antonio Buonajuto, nel corso della cerimonia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a Castel Capuano. Un esercito di malavitosi abile nel vincere molte guerre, soldati capaci di inginocchiare lo Stato attraverso non solo la violenza, ma anche con metodi persuasivi allettanti, come nomine, mazzette, potere, prestigio. Buonajuto ha evidenziato quanto l’infiltrazione camorristica pervade in ogni livello sociale, inquinando il mercato dei capitali con investimenti nell’economia legale. La camorra è una vera e propria impresa, organizzata in ogni dettaglio, un’impresa professionale e pronta alle mutazioni economiche, un’enorme industria del malaffare capace di adattarsi ad ogni contesto.4500 persone.
Demoni che infettano la nostra terra, parassiti che deturpano i frutti del buon operato. Basta fare qualche calcolo elementare per capire che sono davvero pochi in confronto alle tante persone che agiscono con responsabilità. Se nulla cambia è perché questi demoni hanno la capacità di ramificarsi in sconfinati settori che, esattamente come accade per la diffusione dei virus, coinvolgono tante altre persone, tanti altri comportamenti, fino a modificare l’intero sistema di codici legali con astuzia e persuasione. A questo punto camorra diventa sinonimo di cultura e le comunità, un po’per omertà, un po’ per abitudine, si adattano nel peggiore dei modi attraverso un processo di identificazione in modelli negativi, come il guadagno facile e smisurato di denaro, l’indifferenza, l’estraniazione dal fenomeno, le spinte per la crescita delle carriere professionali, fino agli estremi del potere sul territorio con politici corrotti.
Non è esente dal virus una parte consistente del mondo dell’anticamorra campana, vari gruppi con bilanci poco trasparenti e con sovvenzioni milionarie, non sempre reinvestite in programmi concreti. Ma in che modo è possibile definire la camorra e le sue contaminazioni? Amato Lamberti spiegava che la camorra si evolve su tre livelli: predatorio (rapine, estorsioni), parassitario (contrabbando, Toto e Lotto nero… ), simbiotico, con investimenti nell’economia legale (immobili e settori a bassa tecnologia, grande manodopera e ampia circolazione di denaro, come supermercati o discoteche). Un intervento di tipo repressivo si ferma al primo livello, che si riforma immediatamente. Occorrono, invece, operazioni di risanamento sociale. Nella sua rubrica Città al setaccio, il Sociologo spiegava dettagliatamente i tre livelli: “Uno schema interpretativo, che identifica tre livelli organizzativi – di produzione e distribuzione di beni e servizi, illeciti e/o leciti, distinti ma in successione evolutiva: ‘livello predatorio’, ‘livello parassitario’, ‘livello simbiotico’.
Dal punto di vista dei fini perseguiti, un’organizzazione criminale, in Italia e nel mondo, nasce sempre come impresa che assicura e fornisce servizi illegali, come quelli della protezione delle persone, della sicurezza delle attività economiche, del contrabbando di merci, del gioco d’azzardo, dell’usura, richiesti dai mercati illegali. Dal punto di vista dei mezzi impiegati per il raggiungimento dei fini, la violenza è lo strumento, non sempre utilizzato, ma sempre ostentato come possibilità, oltre che minacciato, di quella che alcuni autori, come Gambetta (1992) chiamano industria della protezione ma che, forse più correttamente, si dovrebbe definire industria violenta della protezione, nella
quale, produzione di violenza e offerta di protezione e sicurezza formano un tutt’uno praticamente inscindibile, come accade, in particolare, in ogni forma di attività estorsiva.
Per questo possiamo parlare di uno stadio immediatamente e direttamente ‘predatorio’. Il passaggio successivo – ma nel tempo, quasi immediato se non contemporaneo – è quello al livello ‘parassitario’, dell’impresa illegale, come struttura di produzione e commercio di beni e servizi illeciti, che produce e/o vende sul mercato servizi illegali ma in forma non violenta, facendone semplicemente commercio abusivo e illegale: dal contrabbando di sigarette, allo spaccio di droga, alla produzione e commercializzazione di DVD, videocassette e musicassette falsificati, al totonero, al lotto clandestino, alla carne macellata clandestinamente o importata di contrabbando, al pane prodotto in forni clandestini e venduto abusivamente, ai giubbotti di similpelle griffati, alle scarpe griffate false, alle schede ‘pezzottate’ per decoder televisivi, alle cassette e DVD dei giochi elettronici. ecc. Si crea, in pratica, una sorta di mercato parallelo che vive accanto a quello legale.
L’impresa criminale offre prodotti apparentemente simili ma a prezzi molto più bassi. Parassitando il mercato legale lo prosciuga, e finisce quindi per alterarlo profondamente, sia attraverso la produzione che attraverso la commercializzazione di prodotti falsi o di contrabbando, i quali finiscono per invadere surrettiziamente anche il mercato legale nel tentativo, messo in atto da commercianti disonesti e/o in difficoltà, di resistere alla concorrenza usando gli stessi metodi. L’ultimo stadio evolutivo è quello ‘simbiotico’, in quanto l’organizzazione si scioglie praticamente nel tessuto economico e imprenditoriale del territorio dando vita, soprattutto attraverso partecipazioni societarie, ad imprese che forniscono prodotti legali con modalità spesso solo apparentemente legali, in quanto, anche quando vorrebbero essere pienamente legali non possono fare a meno di incorporare quel potenziale di violenza, intimidazione, corruzione che ne accompagna la nascita: ‘L’imprenditoria che origina dai capitali illeciti, sembra costituire l’indotto dell’imprenditoria criminale e, al pari dell’indotto dell’industria lecita, costituisce un’isola nella quale garanzie e regole sono sospese. ‘ (Ruggiero 1992, 21).
Nel settore dell’edilizia, ad esempio, molte imprese, regolarmente registrate alle Camere di Commercio, da un lato partecipano a gare per appalti pubblici, dall’altro costruiscono abusivamente lottizzazioni anche di una certa importanza. Continuano, cioè, ad essere presenti sia sul mercato legale sia su quello illegale. Il settore in maggiore espansione è però quello dei servizi legali richiesti a condizioni illegali. A questo livello, il campo di osservazione si amplia a dismisura, in corrispondenza a qualsivoglia esigenza dei mercati legali che si voglia soddisfatta con metodologie illecite in grado di ridurne i costi: dal trasporto e smaltimento rifiuti alla fornitura di inerti, dalla distribuzione di idrocarburi da autotrazione alla fornitura di prodotti industriali contraffatti, dalla fatturazione di operazioni inesistenti alla ‘semplificazione’ delle procedure amministrative”.

Secondo Mattiello occorrerà un altro mese all’incirca per l’attuazione del decreto che prevede l’assunzione nella Pubblica Amministrazione dei Testimoni di Giustizia. Speriamo che sia così. Teniamoci pronti comunque per un’eventuale nuova mobilitazione.

Mattiello (Pd), piena intesa su nuovi strumenti di protezione (ANSA) ROMA, 18 LUG – La Commissione Antimafia e la Commissione Centrale del ministero dell’Interno hanno il comune intendimento di arrivare ad una riforma della normativa sulle misure di protezione che riguardano i testimoni di giustizia e la loro assistenza economica. E’ quanto e’ emerso oggi nel corso della audizione, da parte della Commissione Antimafia, della Commissione Centrale del ministero dell’Interno, come riferisce il coordinatore del V Comitato dell’Antimafia, DavideMattiello. “La normativa italiana – spiega Mattiello – e’ tra le piu’ avanzate al mondo, seconda solo a quella degli Stati Uniti. Tuttavia il sistema di protezione, nato nel 1991, e’ stato pensato e strutturato avendo in mente i pentiti, i collaboratori di giustizia quindi, cosa completamente diversa dai testimoni di giustizia: i primi infatti hanno fatto parte dell’organizzazione criminale e trattano la resa con lo Stato per ottenere protezione ed una nuova identita’; i testimoni invece il reato lo hanno subito o vi hanno assistito. In un Paese in cui chi parla e’ considerato un ‘infame’, i testimoni sono perle rare”. Complessivamente il sistema di protezione si occupa in italia di 6200 persone ma i testimoni sono solo 80 che arrivano a 1000 con i loro familiari. “I destini, le storie e gli strumenti che riguardano i testimoni di giustizia – prosegue Mattiello – devono essere separati dalle normative e dagli strumenti che riguardano i collaboratori. Una distinzione aiuterebbe anche sul piano della formazione del personale che opera con queste figure”. Mattiello, al termine dell’audizione, e’ apparso molto soddisfatto per il fatto che Commissione Centrale del Viminale e Antimafia ritengano entrambi che serva una riforma della normativa sulla protezione e sull’assistenza economica dei testimoni, “metodologicamente e sostanzialmente ci siamo trovati pienamente d’accordo”. E’ infine atteso, e dovrebbe essere pubblicato nel giro di un mese, un decreto attuativo che rendera’ operativa la recente previsione normativa sulla assunzione dei testimoni nella pubblica amministrazione, almeno di coloro che avranno i requisiti per entrarvi a far parte. “Anche questa misura contribuira’ a migliorare la vita dei testimoni di giustizia – conclude Matttiello – aspettiamo solo il parere del Consiglio di Stato, che speriamo sia positivo”. (ANSA)

La requisitoria del pm: «Politici arrendetevi, siete peggio dei camorristi»

SANTA MARIA CAPUA VETERE. Dura requisitoria del pm Ardituro contro il sistema politico durante il processo, in corso di svolgimento a Santa Maria Capua Vetere, a carico dell’ex sindaco di Villa Literno, Enrico Fabozzi.

«Politici arrendetevi, qui la politica è peggio della camorra – ha tuonato in aula Ardituro – questi boss della camorra si sono pentti, chi non si pente è invece un pezzo di politica che ha fatto affari con la camorra.
Il pm Ardituro si è rivolto all’ex sindaco durante la sua requisitoria. «Stamattina mi aspettavo una confessione di Fabozzi alla luce di quanto dichiarato dai bossi Luigi Guida e Antonio Iovine». Inoltre il pm ha paragonato il sistema di corruzione campano a quanto è emerso dalla indagini sul Mose di Venezia con la differenza che «qui in Campania c’è la camorra».

http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/requisitoria-del-pm-politici-arrendetevi-siete-peggio-dei-camorristi/notizie/804308.shtml

Mafia, sequestro record di 360 milioni ad opera della DIA di Palermo

Società, immobili, rapporti finanziari nell’elenco dei beni che gli uomini della Dia di Palermo hanno posto sottosequestro. Ricchezze tutte riconducibili all’imprenditore di Partinico, Stefano Parra, con interessi nei settori delle cave e del calcestruzzo. L’uomo, 47 anni, è ritenuto affiliato a Cosa Nostra

Duro colpo alla cassaforte della Mafia. Gli agenti della Direzione investigativa antimafia di Palermo, ha effettuato un provvedimento di sequestro di beni da record. Del valore di oltre 360 milioni di euro il tesoro messo sotto sigilli. Un patrimonio composto di immobili, società e conti correnti, tutti beni riconducibili a Stefano Parra, 47 anni, imprenditore edile di Partinico (Pa) operante nel settore delle cave e del calcestruzzo ed edile, ritenuto dagli inquirenti affiliato a Cosa Nostra.

Parra, ritenuto collettore degli interessi mafiosi nella gestione delle cave e negli appalti pubblici, già sottoposto a sorveglianza speciale e arrestato per mafia nel maggio 2000, era stato tra l’altro accusato di aver consegnato circa 5 chili di esplosivo e alcuni metri di miccia a lenta combustione a emissari di Cosa nostra, in una cava di Montelepre di proprietà di suo suocero Leonardo D’Arrigo, esponente di spicco del clan di Partinico. Inoltre, in quanto socio o titolare di aziende dell’edilizia, era in grado di pilotare l’aggiudicazione di appalti nei Comuni di Montelepre, Borgetto e Partinico, col sistema della consegna preventiva delle buste contenenti le offerte presentate dalle altre imprese partecipanti alla gara Il patrimonio sequestrato comprende tre cave, otto società di capitale con relativi compendi aziendali, due imprese individuali, ventisei terreni, numerosi magazzini, varie abitazioni, tra cui quattro in ville, quattro impianti fotovoltaici, dodici rapporti bancari e finanziari.

Archivi