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Sorrento.Chi c’é “ dietro”?.Sicuri che non c’é qualche clan? Redigeteci una breve relazione ed interveniamo noi. Bisogna stare estremamente vigili sul territorio a causa della forte presenza della camorra Ass.Caponnett

DOVETE SEGNALARE LA SITUAZIONE AL PREFETTO DI NAPOLI PERCHE’ MANDI IL COLLEGIO DEGLI ISPETTORI PREVISTO DALL’ART.14 DEL D.L. 152/91 CONV.NELLA L.203 DEL 91,ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI TORRE ANNUNZIATA ED ALLA DDA DI NAPOLI,OLTRE CHE ALL’AUTORITA’ ANTICORRUZIONE.SE NON CI SEGNALATE I PROBLEMI IMPORTANTI  COME POTRETE RISOLVERLI?   ASS.CAPONNETTO

Penisola Sorrentina – News

Crisi dell’edilizia in penisola sorrentina, come e da chi viene gestita la risorsa lavoro lungo il territorio.

 

di Salvatore Caccaviello

Tecnici ed imprenditori del settore lamentano una serie di difficoltà ad accreditarsi appalti e commesse che a quanto pare sarebbero smistate alle solite ditte da tecnici che talvolta hanno un piede nell’amministrazione ricoprendo cariche di Consigliere ed Assessore. Dopo i recenti raid negli studi professionali da parte della Guardia di Finanza si affronti finalmente anche l’anomalo fenomeno  delle incompatibilità amministrative

Sorrento – Ha avuto una forte risonanza  l’intervento del Vice Presidente dell’ OBi, il sorrentino Gaetano Mastellone  e l’articolo pubblicato alcuni giorni fa da Positanonews circa la crisi occupazionale in città. Entrambi gli interventi erano concentrati sulle difficoltà, di incrementare il livello occupazionale in settori trainanti della nostra economia, come il turismo, il commercio ed i servizi.  Ebbene  parlando di crisi del lavoro, all’indomani di tali notizie ,molti cittadini, imprenditori e  soprattutto lavoratori disoccupati ci hanno fatto rilevare un’ulteriore aspetto di tale critico fenomeno che andrebbe senz’altro in maniera concreta,approfondito e che da anni ormai non riesce a sollevarsi, il settore edile.

L’edilizia come è noto è un ulteriore comparto direttamente collegato alla nostra economia. Dopo la quasi debellazione  dell’abusivismo ed ai box interrati,  dovuto per lo più alla crisi economica,ma con  un forte scotto per il nostro prezioso territorio, il settore ,se pur tuttavia con forti difficoltà, sembra essersi incanalato sulla strada della legalità. Sebbene si suggerisce a chi dovrebbe essere preposto ai controlli di non abbassare la guardia.  Infatti durante  questo inverno,come già succedeva nel periodo pre crisi sembra che l’edilizia in penisola abbia avuto finalmente quell’impennata che tutti aspettavano poiche è frequente notare lungo le nostre strade  una serie di cantieri aperti.  Sia per quanto riguarda lavori pubblici  decisi dall’ Amministrazione sia per quanto riguarda una  serie di ristrutturazioni  e lavori di manutenzione  relativi alle nostre molteplici strutture ricettive.  Di fronte ad una così positiva situazione si penserebbe  che finalmente insieme al turismo, seppure di massa e lontano dal buon turismo di una volta, anche l’edilizia, dopo un così buio periodo, finalmente si sia sbloccata anche  a Sorrento.  Invece da più parti, si rilevano una serie di lamentele che ci portano a pensare che non sia proprio una situazione molto florida per il settore . Infatti  molti tecnici,ditte e lavoratori edili ci fanno rilevare che tali innumerevoli lavori vengono   seguiti sempre dagli stessi  studi tecnici e finanche affidate alle solite ditte. Se poi si aggiunge che i suddetti studi tecnici fanno talvolta capo  a Consiglieri Comunali e persino ad Assessori i cui interessi professionali  spaziano nel campo della progettazione e dell’edilizia  allora il fenomeno assume dimensioni preoccupati e  si potrebbero supporre situazioni persino illegali. A maggior ragione se si pensa che potrebbe capitare che Consiglieri ed Assessori sembrerebbero continuare la professione in violazione alla legge e con assoluta inerzia da parte delle Autorità preposte ai controlli. Proprio l’incompatibilità tra la carica di  Assessore comunale  e l’esercizio della professione di geometra, architetto oppure ingegnere è una situazione che in penisola si tenta a lasciare passare. Senza controllare a fondo  gli eventuali rapporti di collaborazione oppure di stretta parentela  con i propri studi tecnici di cui si faceva parte prima di essere componente della  Giunta Comunale. La normativa  in materia ,che a tale proposito si dovrebbe verificare  è regolata dal  Testo Unico delle Leggi sull’Ordinamento degli Enti Locali, approvato con Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267, all’articolo 78, titolatoDoveri e condizione giuridica’, dapprima stabilisce al primo comma cheil comportamento degli amministratori, nell’esercizio delle proprie funzioni, deve essere improntato all’imparzialità e al principio di buona amministrazione, nel pieno rispetto della distinzione tra le funzioni, competenze e responsabilità degli amministratori di cui all’art. 77, comma 2, e quelle proprie dei dirigenti delle rispettive amministrazioni” e poi, al comma 3°, sancisce testualmente che “I componenti la giunta comunale competenti in materia di urbanistica, di edilizia e di lavori pubblici devono astenersi dall’esercitare attività professionale in materia di edilizia privata e pubblica nel territorio da essi amministrato. – Per quanto riguarda il Comune di Sorrento agli Atti – Amministrazione Trasparente, risultano le dichiarazioni rese, sotto la propria responsabilità, da tutti i componenti della Giunta Municipale, di non trovarsi in alcune delle condizioni ostative, di incompatibilità e di ineleggibilità di cui agli artt. 60 e seguenti del suddetto Decreto Legislativo del 18 agosto 2000 n. 267. Mentre all’art. 78 al comma 3 lo stesso Decreto riporta: I componenti la Giunta Comunale, competenti in materia di urbanistica, di edilizia e di lavori pubblici devono astenersi dall’esercitare attività professionale in materia di edilizia privata e pubblica nel territorio da essi amministrati. In pratica  qualsiasi geometra, architetto, ingegnere od altro tecnico, indipendentemente dal fatto di essere consigliere comunale o assessore, deve rispettare la distinzione tra le proprie funzioni politiche e quelle tecniche del dirigente d’area, nello specifico di quello dell’ufficio tecnico comunale  e dell’ufficio lavori pubblici; invece se il tecnico è assessore deve anche  astenersi da qualsiasi attività sul territorio comunale: pratiche edilizie, condoni, appalti, affidamento di lavori pubblici. – Se si prende in considerazione le situazioni che talvolta si verificano in alcuni Uffici Tecnici dove è normale vedere Assessori e Consiglieri chiedere oppure controllare pratiche edilizie talvolta anche negli orari e giorni non di ricevimento si giunge alla conclusione che tale normativa probabilmente non viene affatto applicata in primis dai Dirigenti.

Tempo fa il giovane avvocato sorrentino, Giovanni Antonetti, prematuramente scomparso, fece rilevare in modo concreto tale situazione chiedendo di verificare tutti i casi  sospetti ed evidenti in penisola e nell’esame di ciascuno di essi, anche quelli in cui la firma sui progetti proviene da studi associati in cui il tecnico/assessore è solo uno dei componenti, ovvero da professionisti che hanno legami di parentela, coniugio o affinità con lo stesso. Molti cittadini ci fanno rilevare che da allora niente è cambiato in taluni Uffici Comunali. Costoro sembrerebbe che continuino a fare i propri comodi come se la Casa Comunale fosse una succursale del proprio ufficio. Mentre al cittadino onesto e perbene che con discrezione e talvolta anche con timore si avvicina a tali uffici, sebbene rispetti i giorni e gli orari di ricevimento, a mala pena viene dato retta. Nel caso poi si chiede di accedere agli Atti,potrebbe capitare che ,se non si è vincolati ad un certo sistema ,vengono trovate le difficoltà più assurde per prolungare il rilascio della documentazione, che poi infine avviene previo il pagamento di 50euro. Quello delle incompatibilità di alcune professioni rispetto alle funzioni è un fenomeno che ormai dura da tempo e che potrebbe  visto la situazione di alcuni territori,continuare a verificarsi indisturbato anche in futuro. Altresì  potrebbe rivelarsi un efficace mezzo di convinzione anche durante le campagne elettorali, nei confronti di cittadini ed imprenditori alle prese con rilasci di permessi a costruire ed alle solite domande di condono inevase. Una situazione che tuttavia non può assolutamente essere lasciata progredire indisturbata. Bisogna che le Autorità Istituzionali intervengano e chiariscono ove ce ne sia bisogno talune situazioni e come suggerito anche dall’Associazione nazionale “I cittadini contro le mafie e la corruzione” verificare:“per quali motivi a certe imprese non manca il lavoro mentre altre continuano a licenziare i propri dipendenti per mancanza di commesse. Evitare pertanto che vi potrebbe essere uno speciale ” cartello ” tra quelle imprese e alcuni amministratori comunali che contano. Sarebbe gravissimo se venisse fuori il famoso teorema che impone al committente di dare l’incarico a quella determinata impresa”. – All’esito di tali verifiche, come suggerito all’epoca dall’ Avv. Giovanni Antonetti oltre ad un intervento degli organi competenti, Procura della Repubblica e Prefettura,sarebbe opportuno informare e rendere partecipi soprattutto i Consigli degli Ordini Professionali di appartenenza. Affinché si  possa valutare l’applicazione delle sanzioni di legge, nel caso in cui siano accertate irregolarità.  E’ un problema che va risolto,per una più equa e giusta distribuzione del lavoro edile lungo il territorio,  per la libertà di scelta dei cittadini,per la tutela della competitività e del principio di  libera concorrenza tra professionisti, imprenditori ed infine lavoratori. -  31 gennaio 2015 -  salvatorecaccaviello positanonews

la prima volta in Italia.Ma in provincia di Caserta padroni erano Zagaria e Casalesi.Erano?

Sciolta azienda ospedaliera a Caserta per infiltrazioni mafiose

La decisione del Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Interno

Sciolta azienda ospedaliera a Caserta per infiltrazioni mafiose

Su proposta del ministro dell’interno, Angelino Alfano, il consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento dell’azienda ospedaliera “Sant’Anna e San Sebastiano” di Caserta, dove “sono state riscontrate forme di condizionamento da parte delle locali organizzazioni criminali”.

“E’ una decisione che non vede coinvolto un comune, come di solito accade, ma un ente del sistema sanitario”, ha sottolineato

Alfano, annunciando che “la commissione straordinaria dell’Asl si insedierà immediatamente” e “riporterà l’ente alla sua normale gestione”.

“Il provvedimento – ha spiegato Alfano – ha pochissimi precedenti, e si è basato su una serie di elementi, emersi anche in sede giudiziaria, che hanno evidenziato la permeabilità al clan dei Casalesi, specialmente nel controllo degli appalti pubblici”.

Da prefetto a Capo della Polizia ….indagato

FANTASMI DEL G8 DI GENOVA

I due pesi e le due misure del garantismo in polizia

Vittime sacrificali. La sospensione dal servizio di Fabio Tortosa, assistente capo della polizia di Stato, per un post su Facebook LEGGI ANCHE Così gli alti vertici del Viminale sporcano le divise sulla scuola Diaz

Vittime sacrificali. La sospensione dal servizio di Fabio Tortosa, assistente capo della polizia di Stato, per un post su Facebook, e la rimozione dall’incarico di dirigente del reparto Mobile di Cagliari Antonio Adornato, per aver cliccato «mi piace» su quel post, induce a porsi l’ovvia domanda: perché con Tortosa e Adornato il garantismo è stato riposto nel cassetto? va bene uare il sistema-Renzi, garantisti con gli amici e giustizialisti coi nemici, ma occorre darsi delle regole. Perché se è sacrosanto tutelare gli indagati, è ancor più ovvio tutelare chi indagato non è e nemmeno «condannato» dal Consiglio di disciplina. Già, perché senza quella «stella polare», a pagare potrebbe essere chiunque. Primo fra tutti proprio il capo della Polizia, Alessandro Pansa, indagato in un’inchiesta sullo smaltimento del percolato in qualità di Commissario all’emergenza rifiuti in Campania, ruolo ricoperto anni fa. Secondo esempio. Nessun tipo di punizione, com’è corretto che sia, venne applicato ai molti alti vertici processati per le violenze alla scuola Diaz e infine condannati. E nessun provvedimento punitivo per quel dirigente di una scuola che ai suoi 160 ragazzi ha sottoposto la visione di «Diaz», un film su quanto avvenuto in quei giorni a Genova, giudicato da più parti troppo schierato contro la polizia. Di poliziotti «punibili» sacrificando il garantismo, ce ne sarebbero molti. C’è il direttore di un centro indagato per molestie sessuali. Nei suoi confronti il dipartimento di Pubblica sicurezza, che su Tortosa ha immediatamente aperto un’inchiesta interna, non ha mai preso provvedimenti degni di nota. Così vuole il garantismo. Poi c’è il dirigente di un reparto e un ispettore accusati, nel 2007, di aver omesso di denunciare un reato commesso da un boss. Le accuse erano gravissime, per fortuna ora sono stati assolti. Ma anche allora il Dipartimento non fece nulla. In questi anni nessun sanzione è stata loro comminata. Scelta sacrosanta, ma allora perché pagare per un banale post e un like su Facebook?

Luca Rocca

”Caro estinto” a Roma.

I ras del caro estinto dietro l’appalto sulla polizia mortuaria del Comune”

Nell’ottobre 2013 il Comune di Roma indice una gara al ribasso per l’assegnazione del servizio di Polizia Mortuaria. L’appalto viene vinto con un rilancio talmente al ribasso da non coprire i costi del personale necessario per i turni 24 su 24: “Perché l’autorità anticorruzione o la commissione di gara, sempre che ce ne sia una, non fa dei controlli? Perché non verifica se le somme, al ribasso, che vengono proposte dalle ditte che si vogliono aggiudicare l’appalto sono credibili?”

di RORY CAPPELLI

"I ras del caro estinto dietro l'appalto sulla polizia mortuaria del Comune"

A L’Aquila i titolari dell’impresa di pompe funebri Taffo Gaetano & Figli snc, sono stati rinviati a giudizio dal gip Giuseppe Romano Gargarella per truffa aggravata ai danni dello Stato. A Roma i vari fratelli Taffo, titolari di diverse imprese funebri, sono indagati a vario titolo in due procedimenti per associazione a delinquere, concorso in corruzione, falso, truffa, turbativa d’asta, turbata libertà degli incanti. “Eppure proprio i Taffo per il comune di Roma hanno vinto un appalto delicatissimo” dice Ottorino Lorenzetti, consigliere di Assifur, Associazione imprese funebri romana. Un appalto che peraltro un’impresa di pompe funebri non potrebbe svolgere. Quello del servizio di Polizia mortuaria.

È l’ottobre del 2013, Ignazio Marino già sindaco, quando i Cimiteri capitolini gestiti da Ama per conto del Comune di Roma indicono una “procedura aperta per l’affidamento del servizio di prelievo trasporto delle salme al civico deposito di osservazione o all’obitorio comunale”. Durata: 24 mesi. Il bando è al ribasso. L’offerta iniziale è di 552mila euro. Partecipano 4 ditte. Vince la Taffo snc con un ribasso a 381.600 euro.

“Il servizio richiesto è h24: vale a dire, come è scritto nel bando, che la ditta deve fornire un minino di tre squadre composte di tre persone l’una per coprire le 24 ore su 24″ spiega Lorenzetti. “In più deve avere un minimo di tre furgoni. Solo di personale, tra Tfr, ferie, riposi, contributi (Inps, Inail) si arriva, per squadra, a una spesa di 133.685,14 euro nel biennio dell’appalto. E dunque, solo come costo di personale “, conclude il consigliere di Assifur, “la spesa è di 401.055,42 euro: più di quanto guadagna”.

Secondo il bando la ditta dovrebbe recuperare e trasportare, nel biennio, almeno 2.400 salme: “A parte che bisognerebbe capire se sono 2.400, oppure se il numero viene superato e quanto, in questo caso, viene pagato ogni singolo servizio eccedente ” dice ancora Lorenzetti. “Ma poi: come è possibile fare di tutto per ottenere un appalto e poi rimetterci? L’interesse dove sta?”. Chi offre questo servizio, secondo le disposizioni del bando, dovrebbe, “rifiutare in via assoluta mance, regalie o atti di liberalità di qualsiasi forma che provenissero da parte di qualcuno (parenti o amici del defunto, imprese di onoranze funebri, altri operatore del settore funebre, eccetera), sia durante che al di fuori dello svolgimento del Servizio. L’impresa aggiudicataria, su motivata richiesta dell’Ama, dovrà sostituire o sospendere il personale inidoneo o che si sia reso responsabile di irregolarità o comportamenti non conformi”. Ma davvero succede così? Quando oltretutto a svolgere il lavoro è proprio un’impresa di pompe funebri? E poi quale sarebbe il vantaggio che ne ricava? “Non è difficile immaginarlo: basta moltiplicare il numero dei morti che la polizia mortuaria deve raccogliere per il costo di altrettanti funerali.

“E comunque io mi domando una cosa” continua il consigliere di Assifur. “Perché l’autorità anticorruzione o la commissione di gara, sempre che ce ne sia una, non fa dei controlli? Perché non verifica se le somme, al ribasso, che vengono proposte dalle ditte che si vogliono aggiudicare l’appalto sono credibili?”.

Oltretutto la Taffo snc annovera tra i suoi soci Piero Taffo, che detiene il 25% delle quote societarie, ed è stato rinviato a giudizio a L’Aquila perché insieme ai suoi soci, questa è la tesi del pm accolta dal gip, avrebbe presentato allo Stato una fattura di 20mila euro per servizi funebri mai forniti per le vittime del terremoto del 6 aprile 2009.

Porti italiani;la grande abbuffata.

Una panoramica  di Repubblica sulle inchieste in corso.Fra queste anche quella che riguarda il sistema porti del Lazio,Civitavecchia-Fiumicino-Gaeta.Pochi mesi fa noi abbiamo pubblicato sul sito dell’Associazione Caponnetto la Relazione redatta dal Servizio Generale di  Finanza del Ministero dell’Economia e delle Finanze pervenutaci  anonimamente.Dopo tale pubblicazione ci pervenne una telefonata di un ‘altissima personalità dello staff di  uno dei massimi vertici istituzionali italiani il quale ci chiedeva la cortesia di trasmetterle  la copia della Relazione integrale del MEF in quanto sul  nostro non appariva integralmente.Cosa che facemmo immediatamente,come pure abbiamo fatto,come abbiamo ritenuto nostro dovere,trasmettendola il 4 marzo u.s. alle Procure della Repubblica di Roma,Civitavecchia,Cassino ed a quella della Corte dei Conti del Lazio.

Quando interviene la Magistratura,bisogna tacere,osservare il massimo riserbo ed aspettare  le sue conclusioni.
Noi siamo abituati ad osservare questa regola e  a non esprimere alcun giudizio..

I porti d’oro del sistema Incalza

I porti d'oro del sistema Incalza

Miliardi di euro da spendere nel giro di tre anni per ammodernare i 15 hub portuali del paese. È su questo tesoro che si sono scatenati gli appetiti delle solite imprese legate al super manager delle Infrastrutture finito agli arresti per corruzione. Affari su cui vogliono fare chiarezza gli investigatori, come nel caso della piastra logistica di Taranto o del maxi appalto per Civitavecchia, dove tra l’altro il ministero dell’Economia ha denunciato l’esistenza di una scandalosa parentopoli

di DANIELE AUTIERI e FABIO TONACCI


Affari miliardari da Genova a Salerno
A Taranto rivive il vecchio legame con Signorile
Le strane assunzioni del modello Civitavecchia


Affari miliardari da Genova a Salerno
di DANIELE AUTIERI e FABIO TONACCI
ROMA - La geografia degli affari riscritta dalla cricca delle grandi opere va ben oltre la terraferma. Il ricco bottino su cui mettere le mani si chiama business del mare: 10,2 miliardi di euro di investimenti secondo il programma 2013-2015 delle infrastrutture strategiche (mentre quelli del piano 2014-2016 sulle strutture portuali sono quasi 6), divisi tra 15 hub portuali. Da Taranto a Venezia, da Civitavecchia a Genova, da Salerno a Gioia Tauro, 82 maxi-appalti (nella tabella qui sotto i principali) assegnati sotto la supervisione del grande mandarino del ministero delle Infrastrutture,
Ercole Incalza, attualmente agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione.

“Incalza? Dai porti ai parcheggi decideva tutto lui”

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A fissare le coordinate delle commesse attraverso l’indizione della gara e il controllo sui cantieri sono le 23 Autorità portuali italiane, soggetti pubblici controllati dagli enti locali e guidati da un presidente scelto di concerto tra Regione e Provincia, ma con l’ultima e decisiva parola del ministro delle Infrastrutture. Il grosso delle risorse arriva però dal Cipe e la rotta sulle opere da finanziare viene ancora una volta indicata dal dicastero passato recentemente sotto la responsabilità di Domenico Del Rio. Il sistema vale miliardi, ma alla tavola siedono in pochi e i soggetti privati in campo sono sempre gli stessi, capaci di passare dal Mose al porto di Savona. E oggi le attenzioni si concentrano su due su due realtà simbolo della nuova portualità italiana: Taranto e Civitavecchia.

I principali investimenti previsti dal Programma infrastrutture strategiche 2013-2015
Costo ml euro Disponibilità ml euro
Hub portuale di Civitavecchia lotto 1 194,65 195,65
Collegamento tra porto di Ancona e grande viabilità 479,77 479,77
Piastra portuale di Taranto 219,58 219,58
Savona, nuovi varchi doganali 30,24 30,24
Hub Trieste piattaforma logistica Stralcio 1 132,43 132,43
Hub Trieste piattaforma logistica Stralcio 2 184,50 0,00
Collegamenti ferroviari piattaforma Logistica di Trieste 250,00 0,00
Hub portuale di Ravenna 137,00 137,00
Hub portuale di Venezia 2.467,00 1.732,00
Hub portuale porto di Napoli 240,00 240,00
Nuova darsena porto di Levante 450,00 410,00
Hub portuali porto di Salerno 73 73
Hub portuali Catania Stralcio 1 77,92 81,15
Hub portuali Catania Stralcio 2 28,15 13,51
Hub interportuale Termini Imerese 78,87 78,87
Fonte: elaborazioni “RE Inchieste” su dati del Ministero delle Infrastrutture

A Taranto rivive il vecchio legame con Signorile
di DANIELE AUTIERI
ROMA - Le ombre del sistema Incalza si allungano fino a Taranto. Nella sua Puglia. La terra dove il deus ex machina delle grandi opere ha mosso i primi passi sulle spalle dell’ex-ministro socialista Claudio Signorile. Secondo i carabinieri del Ros “l’ex-ministro e suo figlio Jacopo, per vicende riguardanti appalti pubblici, sono tuttora in rapporti, sia con Incalza che con Stefano Perotti”.

Uno spunto, che oggi permette di arrivare a qualcosa di più, e di seguire il filo delle relazioni fino in Puglia e in una delle opere più ambiziose della regione: la piastra logistica del porto di Taranto. L’opera vale una fortuna: 219,1 milioni di euro. Naturalmente lievitati rispetto ai 156,1 milioni previsti dalla prima delibera Cipe del 2003. Tanto denaro per migliorare la dotazione infrastrutturale del porto e realizzare una piattaforma logistica integrata per lo scambio delle merci tra le navi e la ferrovia. Ma a Taranto c’è di più e oggi i carabinieri del Ros e i pubblici ministeri di Firenze stanno cercando di approfondire le modalità di assegnazione del maxi appalto e soprattutto la composizione dell’Ati che dal 2002 guida i lavori.

Nella compagine delle imprese un piccolo ma decisivo ruolo viene svolto dalla Logsystem International. La società ha una sede principale a Roma (in via Venti Settembre) e un bilancio dai numeri contenuti (179mila euro i ricavi nel 2013 e 989 euro gli utili a fine anno). Eppure è la sua composizione azionaria che non passa inosservata. Il 50% è controllato dalla Proter srl, società partecipata al 75% da Jacopo Signorile (figlio dell’ex-ministro Claudio) e al 25% da Felice Borgoglio, altra vecchia conoscenza dei socialisti italiani. Il 5% di Logsystem è poi in mano ad Eurolog srl (altra società dove figurano ancora Jacopo Signorile e Borgoglio), mentre il restante 45% è detenuto dalla Argo Finanziaria, azienda del gruppo Gavio, presieduta da Beniamino Gavio.

Non è tutto: nel cda della Logsystem siede l’ex capocorrente del Psi Claudio Signorile, l’uomo che negli anni ’80 portò con sé un giovane Ercole Incalza all’allora ministero dei Trasporti. Un sodalizio di ferro, stretto in nome della comune fede politica e rinnovato trenta anni dopo nel corso della Convention dei socialisti organizzata il 7 novembre scorso dalla fondazione “Riformismo forte” dello stesso Signorile senior. In quell’occasione, seduti uno accanto all’altro, si sono trovati il figlio Jacopo Signorile e Incalza, chiamati entrambi a parlare delle risorse finanziarie e territoriali per l’economia della grandi opere. Del resto, le frequentazioni tra gli amici di vecchia data sono assidue. All’interno della sua informativa il Ros dei carabinieri annota anche una cena al ristorante “Pani e pesci” di Roma tra l’ex supermanager delle Infrastrutture e i due Signorile, padre e figlio. È il 27 gennaio e si parla di appalti.

L’incontro tra Incalza e i Signorile

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  • {}In questa galleria le foto inedite realizzate dal Ros dei Carabinieri che documentano l’incontro tra Ercole Incalza e i Signorile (padre e figlio) al ristorante Pani e Pesci di Roma…
    Nell’immagine Ercole Incalza, l’ex-ministro Claudio Signorile e Sandro Pacella all’esterno del locale

Per i soggetti seduti intorno al tavolo la piastra di Taranto è un’opera decisiva anche in virtù delle imprese e degli amici presenti in Ati. La famiglia Gavio, prima di tutto, la stessa che attraverso la Argo Finanziaria almeno fino al 2010 ha pagato incarichi di consulenza al genero di Incalza, Alberto Donati. Ma soprattutto la Grandi Lavori Fincosit, il vero asso piglia tutto di tanti appalti affidati dalle Autorità portuali italiane. Nel business del mare Fincosit ha portato a casa un sostanzioso jackpot assicurandosi la maxi-commessa da 130 milioni di euro per il porto di Civitavecchia (in Ati ancora con Gavio), i lavori di Vado Ligure, quelli del porto di Savona, il porto e il waterfront realizzati per il G8 della Maddalena e parte del Mose di Venezia.

L’azienda è già rimasta impigliata nelle inchieste della magistratura e, proprio per il suo coinvolgimento nel sistema di corruttela del Mose di Venezia, il suo patron Alessandro Mazzi è stato arrestato. In quell’occasione gli inquirenti veneti mettono a verbale le preoccupazioni di Ercole Incalza e le cimici del Ros intercettano un significativo commento di Giulio Burchi (l’ex-presidente di Italferr arrestato nell’inchiesta fiorentina): “Ma soprattutto hanno preso Mazzi… Mazzi non è abituato a stare dentro, a cantare ci mette dai sette agli otto nanosecondi…”.

Mazzi e la Fincosit sono pedine importanti. Nella sua casa romana di via Cortina d’Ampezzo la Guardia di Finanza ha trovato quadri di Canaletto mentre l’azienda macina ricavi nell’ordine dei 700 milioni di euro. Una fortuna che finisce nelle tasche dei due fratelli Mazzi e della controllante Italholding che ne detiene la maggioranza. Ma a parte il 37,5% intestato ad Alessandro, la maggioranza è divisa tra due fiduciarie, la Istifid spa e la Spafid del gruppo Mediobanca. Ed è dietro lo schermo protettivo di queste due società che i movimenti di denaro fanno perdere le loro tracce.


Le strane assunzioni del modello Civitavecchia
di FABIO TONACCI
ROMA – C’è un “sistema”
nel porto di Civitavecchia. Che ne governa le dinamiche, dentro e fuori il perimetro dell’Autorità Portuale, guidata dal 2011 dal presidente Pasqualino Monti. Un sistema che ne condiziona gli appalti, decide gli incarichi di collaborazione (245 in quattro anni), indirizza le assunzioni: 41 dal 2009 al 2013, tutte per chiamata diretta, una gran parte affidata a figli, fratelli, mogli, amici. E dove ritorna un nome, quello di Edgardo Azzopardi titolare della Rogedil Servizi srl, già coinvolto nell’inchiesta sulla cricca dei Grandi Eventi. Un filo che, se afferrato, porta fino al ministero dei Trasporti, sino a qualche mese fa “territorio” del dominus delle Grandi Opere Ercole Incalza.

Autorizzati in tre giorni. La parentopoli del porto di Civitavecchia è contenuta in un documento di 65 pagine, la relazione dell’Ispettorato generale della Finanza, esito di una verifica durata un mese, dal 17 aprile al 15 maggio dello scorso anno. Già l’ampliamento del 34 per cento della pianta organica dell’Autorità portuale, richiesto nel 2011 da Pasqualino Monti e autorizzato dalla Direzione generale per i porti del ministero per le Infrastrutture e i Trasporti (Mit), poggia su basi fragili. “Il traffico di passeggeri – scrive l’ispettore Jair Lorenco del ministero dell’Economia  -  non sembra idoneo a giustificare l’aumento del personale, essendo ormai stabile dal 2008″. Non c’era un aumento di lavoro in crescita, tale da giustificare le assunzioni. Tant’è che la stessa richiesta era stata già bocciata dal Mit nel 2008 e ancora nel 2011, pochi mesi prima della nomina di Monti. Ma nello stesso anno, arriva la frettolosa autorizzazione. “Tra la richiesta dell’Autorità portuale – annota Lorenco – e l’autorizzazione dell’amministrazione vigilante sono intercorsi solo tre giorni lavorativi che hanno visto anche le dimissioni del governo in carica”. Erano le ultime ore a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi, l’Italia era senza governo, ma negli uffici del Mit qualcuno aveva il tempo di firmare l’autorizzazione.

Incarichi anche ai dirigenti incaricati dei controlli. Nella relazione l’ispettore analizza, uno per uno, gli incarichi di collaborazione e i contratti conferiti dal 2009 al 2013, alcuni stipulati su “fogli di carta semplice con la sola data e firma, senza nessun elemento che ne garantisca la collocazione temporale e la sequenza cronologica”. Scorriamo qualche nome. Pier Vincenzo Ciccone ha ottenuto quattro incarichi dal 21 settembre 2011 in poi, per un totale di 112.200 euro. “Il soggetto ha ricoperto fino al 30 giugno 2011 la funzione di dirigente della Direzione generale per i porti (del ministero dei Trasporti, ndr): desta perplessità il conferimento di incarichi a un soggetto che fino a tre mesi prima era preposto all’approvazione degli atti dell’ente che conferisce l’incarico”.

Maria Antonietta Cubellis, attualmente in servizio presso la stessa Direzione, dal settembre del 2013 fa parte anche del Collegio dei revisori dei conti dell’Autorità portuale. Nel 2012 ha ottenuto un mandato di consulenza per una controversia sul nuovo Porto di Fiumicino, da 35.000 euro. Scrive l’ispettore: “L’incarico non sembra attinente all’opera citata, la consulenza sembra non avere nessuna utilità specifica, perplessità sull’opportunità di nominare nel collegio dei revisori chi dovrà svolgere funzioni di controllo sullo stesso ente”.

Controllori, in buona sostanza, che lavorano per i controllati. E ancora: Federica Ievolella, quattro incarichi per 43.000 euro, nonostante “il curriculum vitae non sembra adeguato agli incarichi”. E’ la figlia del segretario generale dell’Autorità portuale. Pietro Monti, quattro incarichi per 32.242 euro, fratello del presidente Pasqualino. La conclusione di Lorenco è devastante: “La figura dell’assistente al Rup viene utilizzata come una sorta di cavallo di Troia per cooptare all’interno dell’Autorità profili senza nessuna esperienza professionale pregressa o per aggirare le norme di contenimento della spesa pubblica relativa alle consulenze”.

Le assunzioni a chiamata diretta. Quelle citate sin qui erano “solo” collaborazioni temporanee. Poi ci sono le 41 assunzioni, tutte per chiamata diretta, già viziate – secondo l’Ispettorato generale della Finanza – nel momento stesso in cui venivano disposte: “Le commissioni (che hanno deciso sui nomi) hanno semplicemente valutato l’unico curriculum che l’amministrazione di volta in volta ha messo a disposizione per la singola posizione da ricoprire”. Rendendole di fatto mere certificatrici di decisioni già prese. Tra gli assunti nel 2011, un altro “transfuga” della Direzione dei Porti del Mit: Claudio Cardaio. “Il curriculum è adeguato”, si legge nella relazione. “Ma desta perplessità sia la provenienza dai ranghi dell’amministrazione vigilante, sia la notevole integrazione ad personam del trattamento economico”.

Un’integrazione di 2.500 euro mensili in più, pari al 90 % del trattamento economico di base, per chi fino a poco tempo prima era dall’”altra parte”, cioè nell’ufficio che quell’Autorità portuale aveva il compito di controllare. Non è un caso unico, è quasi una regola. Tanto che, conclude l’Ispettorato, “dalla fine del 2011 l’ente ha assunto alle proprie dipendenze il funzionario addetto al demanio della Capitaneria di Porto di Civitavecchia, il comandante della polizia municipale di Civitavecchia, un funzionario della direzione generale dei porti del Mit con competenze sul demanio, l’ex commissario straordinario dell’ente, l’ex sindaco di Gaeta, un funzionario della direzione generale dei porti con mansioni di vigilanza amministrativo-contabile”.

Le controdeduzioni prodotte dall’Autorità portuale di Pasqualino Monti (nominato dall’allora ministro Altero Matteoli) non hanno convinto l’Ispettorato, che ha inviato tutte le carte all’Autorità Nazionale Anticorruzione. Gli enti portuali hanno autonomia finanziaria, questo è vero. “Ma le loro entrate – osserva Jair Lorenco – sono costituite da canoni di concessione delle aree demaniali, dalle tasse sulle merci e dai contributi degli enti territoriali: tutte entrate che, altrimenti, affluirebbero al bilancio dello Stato”. Insomma, le autorità portuali non possono fare come gli pare. Eppure, talvolta, lo fanno.

Il caso Port Mobility e la Rogedil di Azzopardi. Port Mobility è una spa nata nel 2004, cui è stato affidato in concessione per 30 anni il servizio di gestione dei varchi portuali, i parcheggi, i piazzali di sosta per i veicoli e gli impianti di segnaletica. Al suo capitale, al momento della nascita, partecipavano l’Autorità Portuale di Civitavecchia (19%), Autostrade per l’Italia (70 %), Saba Italia (10 %), Royal Bus (1%). L’affido è diretto, in forza delle specifiche competenze nel settore “mobilità” dei soci. Nel 2013, però, cambia tutto. Autostrade e Saba cedono le proprie partecipazioni a Sportiello srl, che si occupa di carpenterie metalliche. Dopo pochi mesi, le quote passano nelle mani della Rogedil Servizi srl, la società di progettazione attiva nei lavori pubblici, di cui è titolare l’avvocato Edgardo Azzopardi. Agli atti dell’inchiesta di Firenze sulla cricca dei Grandi Eventi, ci sono sue intercettazioni con la segreteria di Balducci riguardanti proprio Civitavecchia e la successione all’allora presidente dell’Autorità Fabio Ciani.

Tra le delibere del Comitato portuale pubblicate sul sito Internet istituzionale, non se ne trova nessuna – tra il 2013 e il 2014 – che faccia riferimento alla mutuata composizione del capitale sociale di Port Mobility. Non è un dettaglio, questo. Perché con Rogedil dentro, ha perso la sua vocazione di “mobilità“, in forza della quale aveva ottenuto l’affido diretto della concessione pubblica. Ad agosto dello scorso anno, infatti, Port Mobility invia ad alcune agenzie marittime di Civitavecchia una comunicazione per avvisare che “è stata autorizzata ad espletare il servizio di gestione degli accosti attrezzati per le unità da diporto ubicati nelle banchine 5, 6 e 7″. Si tratta del grande approdo turistico del porto storico davanti al Forte michelangiolesco, destinato agli yacht e solennemente inaugurato il 10 ottobre 2014. Un business notevole. Secondo alcuni esperti di diritto, però, le autorità portuali non possono esercitare, neppure in via indiretta tramite partecipazione ad una società (come nel caso Port Mobility), attività di carattere puramente commerciale. Non solo. Sempre nel biennio 2013-2014 dopo aver modificato oggetto sociale, Port Mobility ha avuto anche i lavori di manutenzione all’interno del porto per 30 anni (una cifra complessiva che supera i 200 milioni di euro) in forza di una delibera dell’Autorità di Pasqualino Monti, la n.44 del 2013.

Tra l’altro il socio di maggioranza, la Rogedil di Azzopardi (che ha anche il 70 per cento della Lazio Cruise Terminal srl, che gestirà la darsena traghetti), ha ottenuto la direzione lavori per la realizzazione del “Primo lotto funzionale di opere strategiche”, per un importo di 4,7 milioni di euro, ampliato con affidamento diretto di altri 180.741 euro.

L’opera sotto inchiesta. Il maxiappalto in questione è stato affidato a procedura ristretta dall’Autorità Portuale il 23 aprile del 2012. Ad aggiudicarsi la commessa da 131 milioni di euro, con un notevole ribasso, sono i soliti colossi del settore: Coopsette, Itinera (gruppo Gavio), Pietro Cidonio spa. Ma a tirare le fila in qualità di capogruppo torna ancora una volta la Grandi lavori Fincosit dei fratelli Mazzi, già coinvolta nell’inchiesta Mose. Un esposto anonimo depositato presso la Procura di Roma e inviato direttamente al procuratore capo, Giuseppe Pignatone, denuncia l’influenza che l’ex-dominus dei lavori pubblici, Angelo Balducci, e il grande mandarino delle Infrastrutture, Ercole Incalza, avrebbero esercitato per spianare le strade del maxiappalto a Fincosit.

Ad oggi non risultano indagini aperte a Roma, ma a scendere in campo è stata la Procura di Civitavecchia, dopo un altro esposto, da parte di alcune imprese proprietarie di cave per estrazione del materiale lapideo. Il 3 giugno del 2014 il cantiere è stato sequestrato dai carabinieri del Noe. Dai primi rilievi sembrerebbe infatti che le nuove banchine costruite per l’approdo delle grandi navi sarebbero state fatte con materiale di scarto, difforme da quello indicato nel capitolato. Se così fosse, si prospetterebbe anche una responsabilità del direttore dei lavori, la Rogedil di Azzopardi. Un mese dopo l’Autorità ha ottenuto il dissequestro ma questo non ha fermato l’inchiesta, e nove persone sono finite sul registro degli indagati.

Dall’Autorità Portuale di Civitavecchia riceviamo e pubblichiamo

Quando si parla di mafie e di mafiosi,la provincia di Latina risulta sempre o quasi sempre coinvolta.Però,purtroppo,le operazioni partono sempre da fuori !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!……………………..

Latina, droga, estorsioni e armi: 27 arresti
nel clan Di Lauro, uno a Pontinia

LATINA – Un arresto anche a Pontinia tra i 27 eseguiti all’alba dai carabinieri nei confronti di presunti affiliati al clan di camorra dei Di Lauro. I carabinieri del nucleo investigativo di Napoli, coadiuvati dai colleghi del comando provinciale di Latina, hanno eseguito la misura. Nei confronti degli arrestati accuse, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsione e traffico internazionale di stupefacenti, aggravato dalla disponibilità di armi e dall’impiego di un minorenne. Nel corso delle indagini, coordinate dalla Dda di Napoli, i militari hanno sequestrato 31 chilogrammi di cocaina. Sventato anche un omicidio all’estero e accertate numerose estorsioni a Secondigliano, nei confronti degli ambulanti del mercatino rionale. I carabinieri hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Napoli. Il clan Di Lauro stava progettando di uccidere alcuni rivali, affiliati agli «scissionisti» in occasione di un evento di risonanza mondiale qual è il gran premio di formula 1 di Montmelò-Barcellona del 27 aprile 2008: è quanto emerso nel corso delle indagini che oggi hanno portato agli arresti.

”Roma più corrotta che mafiosa”,sentenzia il neo Prefetto della Capitale Gabrielli.

Cominciano le disquisizioni semantiche  che puntano a sminuire la gravità della situazione esistente a Roma.Il giudizio su tale situazione,signor Prefetto,spetta più al Procuratore Pignatone ,al quale compete l’acquisizione di tutti gli elementi, che non a lei che ne é  privo.E,poi,tale sua pronuncia ci appare alquanto irriguardosa nei confronti  della Magistratura inquirente in quanto,oltre ad azzardare giudizi  che potrebbero rivelarsi , sulla base delle inchieste giudiziarie in corso,  senza base,possono apparire come una sorta di invasione di campo ai danni dell’Autorità giudiziaria.Pensi,piuttosto,alle omissioni dei suoi colleghi predecessori i quali non hanno  esercitato quell’azione di prevenzione antimafia a voi Prefetti assegnata dalla legge e non hanno emesso quelle interdittive antimafia che avrebbero dovuto emettere a carico delle imprese ora ritenute in odor di mafia.E pensi anche,signor Prefetto, a sciogliere l’amministrazione comunale della Capitale e delle altre amministrazioni che dovessero risultare coinvolte in “Mafia Capitale”.

“Finalmente hanno arrestato l’uomo che mi diede il “benvenuto” tentando di rubarmi l’auto”

Il ricordo, nitido e doloroso, del testimone di giustizia di origini partenopee

Omicidio Giampalmo e lotta tra clan. Arrestato un 25enne: ecco i dettagli

Si tratta di Amendolara Francesco, classe 1990, considerato affiliato al clan Cipriano

Da “LA VOCE DELLE VOCI”. “ Mafie al Nord ?.Da trent’anni” di Andrea Cinquegrani.Una “scoperta” tardiva,aggiungiamo noi,molto tardiva,quando i buoi sono già scappati dalle stalle

“Le grandi scoperte della Commissione Antimafia, a penetrazione e saccheggi già avvenuti.

di Andrea Cinquegrani

Venerdì 17 aprile, leggiamo da Repubblica. “L’allarme dell’antimafia: ‘dalla sanità al cemento il Nord nelle mani dei clan’”. Ecco l’incipit dell’articolo: “Più veloci di chi dovrebbe contrastarle, le mafie sono già avanti. Al Nord la ‘zona grigia’ si è fatta sistema, un gruppo criminale a sé, capace di entrare in relazione, anche attraverso proprie imprese, con le cosche, come con la politica, offrire servizi, ricavarne vantaggi”. E poi: “Lavoro: appalti e non solo. Soprattutto nel settore della Sanità”.

Siamo alle solite, la scoperta dell’acqua neanche calda, men che meno bollente. Tiepida. Il solito tran tran che le mafie hanno oltrepassato i confini regionali, si sono fatte impresa, sono di casa in tutte le regioni centro settentrionali, fanno investimenti, riciclano, guadagnano. La solita litania che la mafia non ha bisogno di sparare, ma ha (ohibò) rapporti con i politici, con gli amministratori locali (perdinci), con le imprese (poffarbacco), i colletti bianchi (caspiterina). Finalmente scopriamo che – acqua a temperatura ambiente – caso mai alle mafie piacciono i soldi (e caso mai quando le si tocca a botte di confische s’incazzano un po’).

Stavolta l’occasione è fornita dal secondo rapporto trimestrale sulla presenza mafiosa nelle aree settentrionali, elaborato per la presidenza della commissione Antimafia dall’Osservatorio sulla criminalità organizzata della Statale di Milano diretto da Nando dalla Chiesa. Rapporto che è stato presentato in pompa magna a Como proprio venerdì 17 dal numero uno dell’Antimafia Rosy Bindi e dal presidente della giunta regionale lombarda Antonio Girelli. “Un focus – viene spiegato – non sull’universo rarefatto dell’alta finanza, ma un faro puntato sulla quotidianità dei colletti bianchi in permanente relazione con la schiera di apparenti dimessi manovali, ambulanti, baristi e piccoli imprenditori con quattro quarti di nobiltà mafiosa da esibire all’occorrenza”. Tanto da far subito pensare che se gli strumenti di indagine e contrasto sono questi, le mafie camperanno altri cent’anni almeno.

Tutto come se i cantieri arcimilionari per l’alta velocità – notorio appannaggio di cosche e clan – non fossero mai esistiti. Come se i maxi lavori per un gigantesco, eterno e incompiuto appalto quale la Salerno-Reggio Calabria (non c’entra col nord, ma è un’opera pubblica finanziata con soldi pubblici) non fossero mai venuti al mondo: e invece regolarmente subappaltati, lotto per lotto, chilometro per chilometro a clan di camorra nella tratta campana e ‘ndrine lungo tutta la parte finale, e calabrese, dello stivale.

E’ la stessa, crassa ignoranza che scopre ieri i traffici di rifiuti supertossici, gli interramenti dei veleni più letali che stanno ammazzando (e ancor più falcidieranno nel futuro) intere generazioni e interi territori, le nostre Chernobyl. Che non sa, non ricorda, o preferisce ignorare che i signori della monnezza hanno cominciato a caricare, trafficare & far danari con la pala già a partire dalla metà anni ’80, quindi la bellezza di trent’anni fa suonati. Che senza l’accordo “politico” la camorra non avrebbe mosso un sacchetto. Che al tavolo delle trattative, con lo stato e con le mafie, c’era anche qualcosa che si chiama massoneria: tanto per rinfrescare la memoria, un vertice dei casalesi come Francesco Bidognetti, cicciotto ‘e mezzanotte, faceva spesso una gitarella – in compagnia di alcuni ‘colleghi’ casalesi – in quel di Arezzo, destinazione Villa Wanda, maison del Venerabile Licio Gelli. Del resto, le prime verbalizzazioni di Carmine Schiavone – morto un paio di mesi fa in circostanze non del tutto chiare – sui traffici miliardari di rifiuti e le connection con la politica sono del ’94. Una vita fa.

Ma torniamo alla grande novità delle mafie in vacanza all’ombra della Madunina, sulla costiera romagnola o a sciare tra Bardonecchia e Courmayeur. E vediamo se non c’erano già alcune news a inizio ’90, vale a dire un quarto di secolo fa, non proprio l’altro ieri. Per far questo spulciamo nell’archivio della Voce, alla ricerca di alcuni casi (pochi, a mo’ di esempio). E saliamo man mano lungo la penisola, dal centro verso il nord.

Toscana – E’ proprio d’inizio ’90 la vicenda del celebre Kursaal di Montecatini. Prima cerca di accaparrarselo – guarda caso – Licio Gelli, poi entra nel mirino del clan Galasso di Poggiomarino, legato al super boss Carmine Alfieri di Nola. Tra gli intermediari, un colletto bianco di Sarno (il paese della frana che diventa tragedia, con i progettisti della catastrofe pronti a trasformarsi negli angeli della ricostruzione), l’ingegner Marco Cordasco, che per diversi anni lega i suoi destini a quelli di una società di prefabbricati, Imec, il cui nome fa capolino nelle carte dell’inchiesta sulla tragica fine di Giancarlo Siani. A Lucca, invece, decidono di trasferire il loro quartier generale, sempre a inizio ’90, i fratelli Sorrentino da Torre del Greco, ai quai erano state confiscate per camorra le imprese di famiglia, a partire dalla Sorrentino costruzioni generali. Grandi amici di Paolo Cirino Pomicino, a cui ‘vendono’ – a prezzo catastale – un appartamento a Posillipo, proprio quando, guarda caso, si aggiudicano alcuni appalti a Monteruscello. Pomicino giura di non conoscerli (anche davanti ad un giurì d’onore della Camera): e la Voce pubblica una fitta corrispondenza tra ‘O ministro e uno dei fratelli (Alessandro, poi misteriosamente freddato in un agguato di camorra), su carta della ‘commissione bilancio’. A Lucca i Sorrentino mettono su un tris di società con un partner d’eccezione: Augusto Dresda, un dirigente dell’Icla costruzioni, la regina del dopo terremoto e sempre cara al cuore di Pomicino.

Emilia – Costiera romagnola, una delle mete più ghiotte dei clan in trasferta. Nel ’91 arriva alla redazione della Voce una richiesta di notizie circa una società napoletana in gara per un appalto di  pulizie alla Fiera di Rimini. Si tratta di una sigla riconducibile al potente clan Nuvoletta di Marano, e di cui la Voce ha più volte scritto. Questo “gruppo societario”, in particolare, si dedicava in via prioritaria al business del calcestruzzo, attraverso la corazzata di casa, Bitum Beton, e poi diversificava nel settore delle pulizie. Non a caso, infatti, una delle maxi inchieste condotte da alcuni coraggiosi pm di Napoli, addirittura a inizio anni ’80 (per la precisione ’83-’84) riguardava l’affare di Monteruscello, il business della Pozzuoli bis: e sotto i riflettori dei pm (Franco Roberti, oggi al vertice della DNA, Luigi Gay, procuratore capo a Potenza, Paolo Mancuso, numero uno a Nola) c’erano proprio i business di calcestruzzo e pulizie. La Voce realizza allora due servizi, uno dei due era titolato “cRimini cRimini”. E la Voce ha scritto svariate volte di un’impresa parmense, la Pizzarotti, impegnata non solo nel dopo terremoto, ma anche in una serie di opere pubbliche campane, come il Metrò di Napoli, ancora in fase di realizzazione dopo lavori ultraquarantennali e arcimiliardari, col top della spesa a chilometro (il triplo rispetto all’Eurotunnel sulla Manica!). Una Pizzarotti spesso gemellata – nel post sisma – con la Sorrentino Costruzione e in ottimi rapporti con l’uomo ovunque di Pomicino, l’ingegnere Vincenzo Maria Greco (i cui figli, oggi, sono azionisti di riferimento di Impresa spa, impegnato nella realizzazione del Tram veloce a Firenze).

Piemonte – Siamo sempre a inizio ’90 e da Torino ci giunge un’altra segnalazione, e richiesta di qualche ragguaglio su imprese campane in gara per appalti: stavolta siamo all’Istituto Autonomo Case Popolari del capoluogo piemontese, e la sigla in trasferta fa capo al già citato Marco Cordasco. Sono d’inizio duemila, invece, le prime segnalazioni in arrivo da rinomate zone turistiche come Bardonecchia (dove già una decina d’anni fa alcuni locali top vennero chiusi dalle autorità con accuse di riciclaggio). Più o meno contestuali con quelle provenienti dalla Val d’Aosta: in moltissimi alberghi, ristoranti e locali notturni il dialetto preferito è il calabrese e vige la regola delle ‘ndrine.

Liguria – Sono del ’92-’93 le prime notizie su traffici tra colletti bianchi campani, camorristi, in prevalenza salernitani, stavolta, e strane sigle liguri. Si parla di armi. Di grossi bottini all’estero. Di equivoci personaggi, come un certo “sceicco di Baronissi”. Anche stavolta l’ombra della massoneria, e – tanto per cambiare – dei servizi segreti.

Friuli – A proposito di grandi lavori e alta velocità, la Voce scrive a inizio ’90 della Rizzani de Eccher, il cui nome faceva capolino nelle pagine di un rapporto al calor bianco redatto dal Ros dei carabinieri e finito sulla scrivania di Giovanni Falcone a febbraio ’91, “Mafia e Appalti”. Nel dossier si parlava dei rapporti tra alcune big nazionali del mattone e imprese di mafia per dar l’assalto ai grandi appalti: tra le prime, le star nazionali, figuravano la Calcestruzzi dei Gardini, la Fondedile-Icla molto vicina a Paolo Cirino Pomicino, una certa Saiseb e la Rizzani de Eccher. Guarda caso, il nome di quest’ultima torna alla ribalta poche settimane fa, a proposito dell’inchiesta fiorentina sui grandi appalti: e la Rizzani avrebbe goduto, in tempi recenti, di solidi appoggi ‘centristi’, targati Angelino Alfano e Maurizio Lupi.

Veneto – Dagli anni ’80 e ’90, notizie sulla Furlanis, impegnata nel dopo terremoto e spesso gemellata con imprese campane non proprio adamantine. Nei duemila, invece, notizie e articoli su alcune sigle campane alle prese con imprese decotte venete, o in crisi di liquidità, le quali improvvisamente trovano i loro munifici salvatori pronti col cash per risollevare sfortunate storie aziendali. Per la serie: riciclaggi & salvataggi facili. Una prassi, a quanto pare, diffusasi a macchia d’olio soprattutto in quelle zone battute dai sempre più forti venti della crisi economica, che esplode dal 2007 e fa stragi di imprese.

Abbiamo tralasciato il Lazio per evidenti motivi: regione di confine, una mafia autoctona (la banda della Magliana e le più recenti gang costiere), da sempre (fine anni ’70) avamposto nella sua area sud per scorribande e imprese di camorra. Era ancora la vecchia Voce – inizio ’80 – a scrivere dei locali come il Seven up di Formia molto caro alla famiglia Bardellino. Delle prime bombe. Delle estorsioni quotidiane. Per arrivare a Roma già a fine ’80, come documenta la Voce in un suo articolo del ’92, a dominare la scena c’era un certo Massimo Carminati. Che dopo un quasi un quarto di secolo ritroviamo come ‘primizia’ nell’inchiesta ‘Mafia Capitale’…

Tutto questo per dire: bene, benissimo le odierne inchieste. Gli odierni ‘scoop’ sull’assalto delle mafie al nord. Ma intanto – mentre chi doveva controllare non ha controllato, e quindi nella più perfetta impunità – loro, le gang & i colletti bianchi d’ogni razza, hanno saccheggiato territori, depredato le casse dello Stato, spogliato i cittadini (che non delinquono) dei loro diritti.

 

P. S. Per ampi ragguagli sulla penetrazione della criminalità organizzata nelle regioni centro-settentrionali  può risultare molto utile l’ottima ricerca condotta da Bruno De Stefano, autore di “La penisola dei mafiosi”, edito da Newton Compton. Il libro è uscito nel 2008, non un mese fa. “

 

 

Il fatto é di una gravità inaudita e non va preso sottogamba.Quando ad essere attaccata é la Magistratura,il baluardo della legalità,non si può reagire con le solite riunioni di routine che portano tutt’al più all’istituzione di un più decente sistema di protezione , della durata,peraltro,di qualche mese , per poi ritornare alla solita musica.

“ALTA TENSIONE AL PALAZZO DI GIUSTIZIA

Lettera minatoria e proiettile per quattro giudici del Tribunale di Latina

17 aprile 2015, ore 09:31

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Una nuova minaccia per i giudici del Tribunale di Latina. Un postino anonimo, nella giornata di ieri, ha recapitato una busta con all’interno una lettera dal carattere minatorio ed un proiettile di pistola. La lettere sarebbe stata indirizzata a: Giuseppe D’Auria, Roberto Amatore, Raffaele Miele e Antonio Lollo. A riportare la notizia è Latina Oggi nell’edizione di questa mattina. Convocata una urgente riunione delle forze dell’ordine per prendere misure in seguito a quanto accaduto.”

 

 

Il discorso va affrontato in maniera diversa ,radicale e definitiva.

Intanto il discorso della criminalità in genere,mafiosa e comune,va affrontato e risolto finendola una buona volta per sempre con l’ottica dell’”emergenza”.

Un ex Presidente del TAR di Latina disse,facendo indispettire qualcuno dei presenti,che………………….”a Latina la legalità é un optional”!!!!!

Bisogna partire da questo:in provincia di Latina, una provincia definita dai Casalesi “provincia di Casale”, dove,quindi,ci sono illegalità e mafie.

Mafie,non mafia.

E mafie  significano pezzi importanti della politica e delle istituzioni,oltre che dell’economia e della società.

Quella di  intimidire  e zittire l’unico,ultimo  baluardo della legalità e della giustizia rimasto in Italia – la Magistratura – é il disegno di menti raffinatissime che non possono essere quelle di un Totò Riina,di un Mancuso,di uno Schiavone,uomini incolti e rozzi.

Se consentiamo che tale disegno vada  in porto ,é la fine della democrazia e della civiltà nel Paese.

Ecco perché lo Stato-Stato non può e non deve sottovalutare il problema e consentire la perpetuazione della tattica dei pannicelli caldi che non risolve niente.

Protezione o non protezione,la mafia ,quando decide di ammazzarti,lo fa anche se sei  “protetto” da una scorta di 20 uomini.

Mi diceva l’altro giorno un Testimone di Giustizia di una regione  del sud:” la mafia non é quella che ci fanno vedere o quella che io ho denunciato.La mafia é la massoneria , la politica,i colletti bianchi”.

Orbene,ritornando alla situazione esistente in provincia di Latina,alle porte della Capitale (dove,non dimentichiamolo,c’é “Mafia Capitale” ed é tutto dire ),se si vuole seriamente affrontare il problema bisogna cominciare ad ammettere chein provincia di Latina  é sempre esistito ed esiste un grave deficit di intelligence.

Sono stati minacciati in passato  due coraggiosi giudici penali  del Tribunale di Latina – Iansiti ed Aielli- ed oggi vengono minacciati  ben 4 giudici civili.I primi che si interessano anche di reati di mafia,i secondi di fallimenti,aste giudiziarie e quant’altro,anche questi riconducibili ,direttamente od indirettamente , alle mafie.

Punto.

Lo Stato-Stato non dispone in provincia di Latina di un apparato investigativo adeguato,preparato e specializzato.Altrimenti la provincia di Latina non si troverebbe nella situazione nella quale si trova.

Nè i Prefetti,fatta qualche rarissima eccezione,si sono mai preoccupati e si preoccupano di mettere in piedi quell’apparato di prevenzione cui sarebbero obbligati per legge.

Se in provincia di Latina non si riuscirà a scardinare il sistema dell’inerzia e dell’indifferenza cominciando a guardare più al versante della “qualità°” degli uomini messi ai vertici che non a quello dei numeri,abbiamo la sensazione ed il timore che di pallottole ne arriveranno ancora.E speriamo  che non arrivino  solo nelle buste ,com’é avvenuto finora  ,o sulle fiancate della macchine in sosta com’é avvenuto in passato!!!!!!!!!!

L’Associazione Caponnetto lo sta gridando da anni,ma sembra che nessuno voglia ascoltarla.

Noi domattina faremo partire una nostra relazione al Capo dello Stato ed al Presidente del Consiglio dei Ministri,oltre che al Procuratore Nazionale antimafia,perché non é più tollerabile una situazione del genere.

Altri si domandino se stanno a posto con le loro coscienze  e se hanno fatto o fanno quello che ognuno dovrebbe fare oltre le tante,troppe  chiacchiere.

Le mani delle mafie sulla Sanità sia pubblica che privata

Sanità, miniera d’oro per le mafie

17 apr 2015 |  Narcomafie

di Giuseppe Baldessarro
urlRappresenta il 77% della spesa complessiva delle regioni, una vera miniera d’oro su cui le mafie hanno già messo gli occhi. Soldi, tanti soldi, sotto forma di appalti, forniture di beni e servizi. E non è solo una questione di business economico. Mettere le mani sulla sanità significa anche potere. Consenso sociale che deriva dalle assunzioni e dalle promozioni da riservare ad amici ed amici degli amici. Un sistema che si completa poi con la trasformazione in consenso elettorale da utilizzare per nuove alleanze. A Sud del Paese i boss gestiscono da tempo il comparto della sanità pubblica e privata, ma ora è al Nord che guardano.

Secondo la Commissione parlamentare antimafia «La Lombardia, a oggi, è la regione del nord in cui si rilevano i principali casi di penetrazione mafiosa in ambito sanitario. E la ‘ndrangheta ancora una volta ricopre una posizione apicale tra le differenti organizzazioni, rivestendo il ruolo di protagonista nei più eclatanti episodi di infiltrazione sinora verificatisi nel Settentrione».

Le cosche calabresi fanno leva sulla politica che «ha abbassato la soglia di legalità (alto grado di clientelismo e di corruzione) agevolando le infiltrazioni dei clan mafiosi nel settore, sia in forza di logiche oggettive sia in forza di logiche di scambio». Si parla di «un sistema di fedeltà politiche come regolatore supremo della gestione delle carriere del personale medico-sanitario. Nomine politiche di direttori generali sanitari, direttori ospedalieri e primari di reparto che rispondono a logiche particolaristiche a discapito dei principi di meritocrazia e responsabilità». E ancora «varchi strutturali alla corruzione, attraverso un processo di liberalizzazione spinta del sistema sanitario regionale». Il ventre molle della sanità lombarda è rappresentato dal sistema dei rimborsi pubblici relativi alle prestazioni mediche di istituti privati accreditati e gli appalti di servizi e forniture funzionali all’attività ospedaliera (ristorazione, forniture mediche, servizi di pulizia, lavanderia, edilizia) affidati in via privilegiata ad aziende o cooperative collaterali o addirittura “figlie” del potere politico regionale». Un sistema complessivamente permeabile in assenza controlli.

Solo per ricordare le più recenti inchieste lombarde, lo studio selezione due casi. Il primo, riguarda la vicenda dell’Asl di Pavia e del suo direttore generale Carlo Antonio Chiriaco. Che «rappresenta senza ombra di dubbio l’episodio di infiltrazione più grave mai verificatosi in Lombardia, un esempio della commistione tra il mondo politico, il sistema medico-sanitario e l’universo mafioso attivo sul territorio lombardo». Il secondo «rappresenta un interessante (ed eloquente) tentativo di delocalizzazione degli investimenti di uomini legati a una tra le famiglie più potenti della ‘ndrangheta, quella dei Condello di Reggio Calabria, che giungono dalla propria regione per fare affari nel settore sanitario privato lombardo».

Chiriaco non è solo è contemporaneamente ai vertici dell’Asl e della ‘Ndrangheta lombarda. La sua figura s’intreccia anche con il misterioso suicidio del funzionario amministrativo dell’ufficio appalti all’ospedale San Paolo di Milano, Pasquale Libri, avvenuto pochi giorni dopo gli arresti dell’operazione Infinito. Il suicidio, un drammatico volo dall’ottavo piano nella tromba delle scale in ospedale, evoca uno snodo chiave del rapporto sanità-mafia sull’asse Pavia- Milano.

Chiriaco e Libri vantavano collaborazioni professionali di lunga data. Già nel 2003 avevano lavorato fianco a fianco alla Dentai Building ed entrambi figuravano tra i protagonisti di un appalto dei servizi infermieristici del carcere di Opera, a cui Chiriaco aveva partecipato con il consorzio “Fatebenefratelli”. Secondo la procura di Milano, Pierluigi Sbardolini, all’epoca direttore amministrativo del San Paolo, avrebbe inteso favorire nella vincita della gara d’appalto il direttore dell’Asi pavese, il quale aveva presentato il suo progetto per il tramite di Edo Sergio, medico della stessa Asl nonché componente della commissione giudicatrice. Sedeva al tavolo della medesima commissione anche Pasquale Libri, quale responsabile degli appalti del nosocomio milanese. Secondo gli inquirenti, il suicidio di quest’ultimo sarebbe collegato all’inchiesta Infinito, e alle conversazioni intercettate dagli inquirenti in cui Libri discuteva con Chiriaco di ripartizione di poltrone, appalti e possibili affari che il vertice dell’Asl avrebbe potuto concludere con Rocco Musolino, zio della moglie di Libri e considerato uno dei vecchi boss della ‘ndrangheta aspro montana. Tra l’altro, il Pm Alessandra Dolci, durante la requisitoria del processo Infinito, ha sostenuto che la questione dell’appalto al San Paolo non riguardasse solo gli interessi della ’ndrangheta. Ai clan calabresi si sarebbero infatti affiancati anche uomini di Cosa nostra legati a Benedetto Capizzi, capo della commissione provinciale di Palermo arrestato nel 2009. Un appalto da due milioni di euro per i servizi infermieristici del carcere che ospita Totò Riina, e una serie di boss di primissimo piano sia siciliani che calabresi.

La sanità, secondo la relazione «costituisce un punto di approdo ambito da tutte le organizzazioni mafiose di rispetto». E lo dimostra anche il secondo caso «Protagonista della storia, è un gruppo di soggetti organico alla famiglia mafiosa di Rosarno “Pesce-Bellocco” rappresentato nella vicenda da Domenico Arena e Gianluca Favara». Nella sostanza c’erano da un lato esponenti di ‘ndrangheta della locale di Lonate Pozzolo rappresentata da Vincenzo Rispoli, dall’altro lato ordinari gruppi di usurai di origine bergamasca. «L’inusuale sodalizio – si legge nella relazione – guidato dalla delegazione calabrese, si era prepotentemente inserito all’interno delle attività di un imprenditore milanese – Agostino Augusto – con lo scopo di assumere il totale controllo degli affari da lui gestiti e, in particolare, della impresa attiva nel settore medico-sanitario Makeall Spa». Si parla di una casa di degenza per bambini legata ancora una volta al citato Policlinico San Matteo di Pavia in costruzione a Costa de’ Nobili (PV), dell’accreditamento della Rsa (Residenza Sanitaria Assistenziale) presso il servizio sanitario regionale e quattro case di cura, rispettivamente dislocate a Orta San Giulio (No), Silvano d’Orba (Al), Monticelli Pavese (Pv) e Pinerolo Po (Pv). Se parlare del fatto che la Makeall era impegnata in attività appetibili per gli affiliati di Rosarno. In questo senso era titolare di numerosi appalti «per la ristrutturazione di case di cura e cliniche private, nonché impegnata in affari nell’ambito del sistema sanitario regionale legati a concessioni e deleghe». Nella stessa inchiesta spunta anche il nome di Pasquale Rappoccio, imprenditore del settore sanitario e massone, sospettato di essere la faccia “pulita” di cui i clan reggini «si serviva per penetrare il mondo medico-sanitario lombardo». Grandi affari e non solo. Sono numerosi anche i casi di «infiltrazioni “collaterali”, quelle che producono utilità derivanti da attività di servizio alla funzione sanitaria (appalti minori per forniture, onoranze funebri, edilizia, ristorazione, servizi di pulizia e lavanderia)». Secondo lo studio gli ospedali rappresentano «un insospettabile luogo di ritrovo per gli esponenti di organizzazioni criminali». I quali, approfittando del ricovero di un affiliato, si possono riunire per discutere pacificamente di affari o, addirittura, per indire veri e propri summit di mafia in luoghi sottratti di norma al rischio delle intercettazioni ambientali». E’ questo il caso della famiglia di ‘ndrangheta Flachi e degli incontri “d’affari” dei suoi esponenti all’interno dell’ospedale Galeazzi di Bruzzano (periferia nord di Milano). Mediante il supporto logistico di due funzionari amministrativi dipendenti dell’ospedale, Giuseppe Flachi con il figlio Davide, organizzavano vere e proprie riunioni di ”lavoro” a cui partecipavano altri soggetti, tra cui Paolo Martino (l’emissario della cosca dei De Stefano di Reggio Calabria), Giuseppe Romeo, Aldo Mascaro con il figlio Gianluca». Uscendo ora dal “modello lombardo”, la relazione da conto casi di infiltrazione a Torino e in Emilia Romagna. Qui, nel 2012, l’allora Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Giuseppe Pisanu affermava che la criminalità organizzata aveva “messo le mani” anche sulla sanità privata della Regione. Diceva infatti «sappiamo che la criminalità organizzata ha già acquistato anche qui delle case di cura». Il Presidente si riferiva al comune emiliano di Ferrara e a un’indagine della Guardia di Finanza, la quale aveva accertato che alcune cliniche della città erano state acquistate da parte di gruppi ‘ndranghetisti». Altri segnali giungono poi dalla Valle d’Aosta e dal Triveneto.

Il “problema Italia”,per chi non l’avesse ancora capito,é tutto qua: l’infedeltà di molti delle istituzioni.E’ questo il problema centrale che non si vuole affrontare:Nelle grandi cose come nelle piccole.Leggete e meditate.

Dagospia


LA VERITA’, VI PREGO, SUL CASO MORO – PARLA IL GENERALE BOZZO: “IO E DALLA CHIESA CONOSCEVAMO IL COVO BR DI VIA MONTALCINI TRE MESI PRIMA DEL SEQUESTRO. LO COMUNICAMMO A VERTICI DELL’ARMA MA CI FECERO IL VUOTO ATTORNO”

Il generale Bozzo: Avevamo scoperto la prigione dove Moro fu portato. Raccontai tutto al capo di stato Maggiore dell’Arma De Sena ma lui, alla napoletana, mi rispose: ‘Guagliò, qui a Roma di Brigate rosse non c’è traccia” – Anche Craxi disse che tra le tante segnalazioni arrivate alla signora Leone, moglie del presidente della Repubblica, c’era anche quella di via Montalcini…

Stefania Limiti e Sandro Provvisionato per il “Fatto Quotidiano”

 

COMPLICI PROVVISIONATO LIMITI COVER 

L’Intervista rilasciata nei giorni scorsi dal generale Nicolò Bozzo, braccio destro di Carlo Alberto dalla Chiesa, a Stefania Limiti e Sandro Provvisionato, autori di “Complici, il caso Moro e il patto segreto tra Dc e Br” (Chiarelettere) da oggi in libreria. Un’intervista del generale Bozzo era già presente nel libro, ma il 4 aprile ha richiamato gli autori per fare un’aggiunta alle sue dichiarazioni che, per motivi tecnici di stampa, non ha trovato spazio nel volume.

 

“Alla prigione, in quel posto dove Aldo Moro fu portato, potevamo arrivarci, l’avevamo scoperta. Addirittura prima che il sequestro di Moro avvenisse”.

 

Parla di via Montalcini?

“Sì, parlo proprio di quell’appartamento”. Nicolò Bozzo, classe 1934, porta con sé il peso di anni faticosi passati dentro l’Arma, al fianco di Carlo Alberto dalla Chiesa. Per conto di Dalla Chiesa coordinò tutta l’operazione di via Monte Nevoso dove il 1° ottobre 1978 fu scoperto l’archivio delle Br, carte di Moro comprese, e dove furono arrestati due dei 4 componenti dell’esecutivo terrorista (Azzolini e Bonisoli) oltre a una militante (Nadia Mantovani).

 

È un galantuomo Bozzo, ed è sempre stato dalla parte della Repubblica democratica. Tanto da prendere la coraggiosa decisione, nel 1981, quando le istituzioni erano incistate di piduisti, ufficiali infedeli e mercenari della destabilizzazione, di rendere una testimonianza spontanea ai giudici di Milano Giuliano Turone e Gherardo Colombo che stavano indagando sul crac del banchiere Michele Sindona.

 

Generale, si spieghi meglio.

MOROMORO

“Circa tre mesi prima del sequestro di Aldo Moro, all’epoca io ero colonnello, un mio ufficiale mi chiese di aiutarlo a cambiare sede. Era a Milano e suo figlio, diciottenne, aveva preso a frequentare un brutto giro di estremisti di sinistra e temeva che finisse nei guai. Quell’ambiente non gli piaceva affatto, anzi lo preoccupava.

 

Domandai a Dalla Chiesa di poterlo trasferire, ma non riuscii ad accontentarlo perché il generale suggerì, al contrario, di aspettare per vedere se potevamo ricavarne qualche informazione. Andò così e, di lì a poco, venne fuori che gli amici di suo figlio gli avevano chiesto una mano: fare un lavoro di muratura dentro un appartamento a Roma”.

Quello di via Montalcini?

“Sì, proprio quello”.

 

Lei, anni fa, in un’audizione davanti alla Commissione stragi, ha già raccontato di un infiltrato da cui apprendeste che era in preparazione una grossa azione terroristica a Roma contro un uomo politico di alto livello. Lei raccontò che vi era arrivata la notizia che la colonna romana delle Br aveva chiesto l’aiuto di “un compagno muratore” che si sarebbe dovuto recare nella Capitale per costruire un muro, una paratia. Perché in quell’occasione non disse che il luogo era via Montalcini?

L AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MORO

“Al contrario. L’opinione pubblica non lo seppe mai, ma le nostre informazioni furono trasmesse a chi di dovere, eccome se furono trasmesse! Pensammo che fosse in preparazione una cella per un sequestro di persona. Andai io personalmente dal capo di Stato maggiore dell’Arma, il generale Mario De Sena.

 

Gli raccontai tutto, per noi era una notizia importante, ma lui, alla napoletana, mi rispose: ‘Guagliò quello delle Brigate rosse è un problema vostro, del Nord, qui a Roma di Brigate rosse non c’è traccia’. In pratica sottovalutò quella notizia, e con ciò non intendo dire che non volle approfondirla, in quel momento erano convinti che la Capitale non correva grandi pericoli. Subito dopo, però, ci fecero il vuoto attorno”.

GENERALE BOZZOGENERALE BOZZO

 

È noto che anche il capo dell’Antiterrorismo, Emilio Santillo, inviò un appunto al capo della polizia Angelo Vicari, poco prima del sequestro Moro, per informarlo che da una loro fonte qualificata avevano appreso che era in corso il progetto di rapire un importante uomo politico a Roma.

 

Ed è noto anche che il segretario socialista, Bettino Craxi, disse in una intervista, tempo dopo la fine della vicenda Moro, che tra le tante segnalazioni arrivate anche alla signora Vittoria Leone, la moglie del presidente della Repubblica, c’era anche quella di via Montalcini.

bettino craxibettino craxi

 

Generale non crede che avreste dovuto denunciare le vostre informazioni in modo più prepotente durante quei drammatici 55 giorni, pretendendo che almeno si controllasse quell’appartamento?

“Penso che Dalla Chiesa e io facemmo il nostro dovere. Tra l’altro non toccava a me riferire alle autorità ma a Dalla Chiesa e io non so se il generale lo fece. Di più non potevamo fare. Riferimmo tutto ai nostri superiori gerarchici. Dirò di più: il generale, con lo scopo di dare man forte al comando generale dell’Arma, mi spedì a Roma. Vi rimasi dieci giorni durante i quali non mi fecero fare nulla. Passavo le giornate con le mani in mano”.

COVO BR VIA MONTALCINICOVO BR VIA MONTALCINI

 

Perché racconta questo episodio solo ora, dopo tanti anni?

“Perché ho maturato la convinzione che sia giunta l’ora di spostare un po’ più avanti la ricerca della verità sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. E credo che la nuova Commissione d’inchiesta possa farlo. Se saltasse fuori ancora qualche piccolo pezzo di verità, sono convinto che verrà giù tutto”.

Anche lei è convinto che ci sia ancora molto da scoprire?

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“Sì, penso proprio di sì”.

L’antica questione del pet coke nel Porto di Gaeta.Non riusciamo a comprendere i motivi per i quali i Governi,pur dopo una serie di interventi fatti negli anni prima dal WWF,poi dall’Associazione Caponnetto e poi ancora da Legambiente e dai cittadini.non abbiano a tutt’oggi deciso di impedire la continuazione di una situazione che sta gravemente danneggiando un vasto territorio del sud del Lazio e del nord della Campania.

Capannoni senza autorizzazione a Gaeta: sono di Intergroup

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L'ingresso di IntergroupL’ingresso di Intergroup

AGGIORNAMENTO ore 22 – Nella odierna mattinata, i Carabinieri della Tenenza di Gaeta, in stretta collaborazione con la Polizia Municipale del comune costiero, nel corso di specifico servizio, teso ad infrenare i reati  in materia edilizia, hanno deferito in stato di libertà Nicola Di Sarno residente a Formia.

Il predetto, quale rappresentante legale di una società, permetteva di realizzare cinque capannoni industriali, per una superficie complessiva di circa 2.200 metri quadrati, in area sottoposta a vincolo paesaggistico, senza alcun titolo concessorio.

Da successive verifiche é emerso che i capannoni, adibiti allo stoccaggio di merce in transito al porto, attualmente pellet e non si sa cosa prima, appartengono alla società Intergroup. Inoltre, è emerso che erano stati edificati circa dieci anni fa senza che mai ne fosse stata denunciata la presenza, da cui nemmeno mai é stato versato alcun onere al Comune.

Le indagini dei carabinieri e della polizia municipale, sollecitate in particolare dall’importante attivismo del Comitato popolare contro le polveri del porto di Gaeta, che da tempo denunciava situazione anomale sullo scarico del merci, proseguono nel più stretto riserbo. E il Comune di Gaeta, intanto, ha avviato le procedure amministrative tese al ripristino dello stato dei luoghi a cui, verosimilmente, faranno seguito le controdeduzioni della società che si occupa del 90% dei traffici al porto.

Il tutto mentre solo recentemente si é scoperto come fosse abusivo il deposito di Sessa Aurunca e il Ministero dello Sviluppo Economico si trova a decidere se permettere alla società di proseguire nello stoccaggio del petcoke a Sessa Aurunca oppure no. Proprio oggi, giovedì, il primo incontro.

Intergroup, intanto, secondo indiscrezioni, valuta anche la possibilità di spostare i propri insediamenti nel territorio di Calvi Risorta in provincia di Caserta ma anche nella zona di Ausonia, in provincia di Frosinone. Qui, infatti, la crisi del marmo dovuta all’esaurimento delle cave di Coreno Ausonio ha svuotato molti capannoni industriali dove ne veniva effettuata la lavorazione.

 

Il comunicato del Circolo “Alfredo Petteruti” Sessa Aurunca di Legambiente sull’incontro svoltosi oggi a proposito del deposito campano

Oggi, 16 aprile, presso il Gabinetto del Sindaco di Sessa Aurunca, si è riunito il Gotha dei poteri che governano l’uso di combustibili come il pet-coke e l’uso del cemento. Si tratta della seconda riunione, voluta dal Ministero per lo Svilupp Economico, per decidere le sorti del deposito di pet-coke che si trova nel Comune di Sessa Aurunca al km 158, 400 e le sorti di un’intera zona agricola nella quale si trova, in maniera urbanisticamente abusiva e mai condonata né prevista dal REC, il pet-coke a cielo aperto, circondato da coltivazioni varie, dove pascolano le bufale, dove, a poca distanza scorre il fiume Garigliano ed è una zona attraversata da una rete di acquiferi molto delicata.

Erano presenti rappresentanti della Provincia, dell’Assessorato Ambiente della Regione Campania, di Assocarboni, dell’Aitec (associazione italiana del cemento), dell’ARPAC, del MISE, di Interport convenuta con gli avvocati. Legambiente non è stata invitata all’incontro come se fosse solo una questione di affari e non anche una questione squisitamente ambientale.

Mi sono recata sul Comune quando la riunione si era conclusa e ho avuto uno scambio di idee, non proprio amichevole, col rappresentate di Assocarboni, Rinaldo Argenti, che si è catapultato apposta da Milano per difendere l’indifendibile, ossia la permanenza del deposito in zona agricola perché il pet-coke, e i cementifici che da questa feccia del petrolio vengono alimentati, portano benessere. Inoltre ha affermato la location del deposito è strategica, trovandosi a non molta distanza dal porto di Gaeta.

Che il pet- coke abbia portato benessere è sotto gli occhi di tutti, soprattutto del sig. Carlo Sparagna il cui pescheto e la relativa abitazione sono ricoperti dalle polveri che vengono generosamente distribuite a ogni scarico.

Certamente le responsabilità amministrative di almeno due decenni sono numerose, a cominciare dalla concessione “sanitaria” rilasciata nel 1991 per un deposito di carbone (non fu fatta la richiesta per il pet-coke che all’epoca era un rifiuto), al mancato accertamento della regolarità urbanistica, alla assenza di VIA e di AIA (autorizzazione integrata ambientale), all’assenza del Comune, pur convocato, alla Conferenza dei Servizi durante la quale, nel 2008, la Regione concesse le emissioni in atmosfera, mentre la ASL si limitò a esprimere un parere favorevole via fax.

Il Comune è provvisto di zona ASI dove l’impianto potrebbe essere delocalizzato con tutti gli accorgimenti compreso un adeguato confinamento.

Comunque per la fine del mese di aprile è prevista la convocazione di una Conferenza dei Servizi durante la quale il Ministero potrebbe decidere di utilizzare i pieni poteri per aggirare quelli attribuiti al Comune.

Dal sito della “Voce delle Voci” un interessante articolo di Andrea Cinquegrani

LUTTI & CUCCAGNE

Dai balconi sbagliati agli appalti stramilionari, viaggio tra gli scempi nei dopoterremoto dell’Abruzzo e della Campania. Dove i ladri vanno a gonfie vele.

Di Andrea Cinquegrani

Dopo i lutti e le macerie, anche la beffa. Sorpresa pasquale per quattrodici famiglie aquilane che si erano costituite parte civile contro gli scienziati della commissione Grandi Rischi (condannati in primo grado e assolti in appello): dovranno restituire i 2 milioni e mezzo che avevano ricevuto come risarcimento dallo Stato. Ciliegina sulla torta di un disastro che non ha fine, e senza la prospettiva di un domani. Sciagura annunciata, flop soccorsi, promesse e progetti taroccati, ricostruzione su cui subito mettono le mani mafiosi & faccendieri, politica dormiente o collusa, inchieste al rallentatore e capaci unicamente di sfiorare la superficie degli affari sporchi.

Impietosi alcuni dati elaborati a livello europeo. I costi per realizzare (e malissimo, come vedremo) le case sono del 158 per cento superiori alle medie Ue, sono stati spesi 4 milioni di euro in più per il solo calcestruzzo (cifra di sicuro in largo difetto), sono stati utilizzati materiali scadenti, gli impianti elettrici sono in gran parte difettosi. E’ di circa un mese fa, metà marzo, la richiesta avanzata da 5 stelle e Sel di una commissione parlamentare d’inchiesta su sperperi e, soprattutto, infiltrazioni camorristiche. “Occorre indagare a fondo su come sono stati spesi fino ad oggi 11 miliardi di euro e vigilare su come verranno spesi altri 10 miliardi previsti”, sottolinea Sel. Mentre i grillini puntano l’indice sugli intrecci tra appalti, affari e criminalità organizzata, con infiltrazioni malavitose ormai endemiche nel già martoriato Abruzzo.

Potrà servire una commissione parlamentare, dopo tanti precedenti flop? Fatto sta che, proprio in occasione del terremoto ’80 che sconvolse Irpinia e Basilicata, la commissione Scalfaro, istituita quasi dieci anni dopo, riuscì a far luce su una serie di intrecci & affari tra politica, imprenditoria taroccata e camorra: un fortissimo j’accuse politico che però rimase lettera morta. Tanto che  i protagonisti del saccheggio l’hanno fatta franca e hanno messo in salvo in malloppo. Un lavoro buono, politicamente significativo ma rimasto sulla carta. Molto peggio ha fatto la magistratura, che aveva tutti gli strumenti per assicurare ladri & camorristi alle patrie galere e invece, nonostante anni e anni di inchieste, magistrati impegnati a pieno regime e vagoni di danari spesi, ha partorito il classico topolino. Prescrizione e tutto in gloria. Del tutto sbagliati i capi d’accusa, corruzione e/o concussione, che hanno una prescrizione breve; mentre era sotto gli occhi di tutti uno scenario da tipica associazione a delinquere, politici e imprenditori di riferimento a spartirsi il bottino senza bisogno di alcuna intimidazione o minaccia. Con un bis in più, ossia associazione a delinquere di stampo mafioso, per la partecipazione – come terzo, fondamentale partner d’affari – della camorra spa, ottima per tutte le fasi di movimento terra, calcestruzzo e subappalti. Ma cosa successe per la maxi inchiesta della procura di Napoli durata anni? Neanche una pagina, una sola – che avrebbe consentito di far scattare quel fatidico bis – sulla camorra: come se in tutto il copione della arcimiliardaria ricostruzione post terremoto ’80 – la bellezza di 65 mila miliardi e passa di vecchie lire – la camorra fosse stata del tutto assente, quando anche le analisi più frettolose calcolano che gli introiti per le holding malavitose sono stati nell’ordine del 20-25 per cento circa, un quarto della torta. Un eccezionale propellente di danari pubblici per una crescita che infatti dagli anni ’80 non conoscerà tregua (e poi alta velocità, monnezza, riciclaggio nelle altre regioni…). Ma tutto questo – nell’inchiesta sul dopo terremoto – non fa lontanamente capolino…

Da quel flop partenopeo agli odierni non incoraggianti scenari abruzzesi il passo – nonostante i tanti anni passati – non è poi così lungo. Un’inchiesta della Voce a un paio di mesi dalla tragedia documentava le prime avvisaglie di infiltrazioni mafiose, di forniture strane, di calcestruzzo in forte odore di clan. Nonchè svariate presenze massoniche tra i professionisti impegnati in progettazioni, lavori, controlli, strutture regionali di supporto. Insomma, uno scenario da brivido, con inequivocabili segnali di forte allarme. E’ successo qualcosa? Il silenzio quasi totale. Ogni tanto voci di indagini per qualche appalto sospetto, qualche fornitura non cristallina, costi un po’ eccessivi: insomma, pagliuzze, quante ne volete. Ma la trave no, guai anche a pensarci. Una tra le ultime inchieste ha riguardato, a fine anno scorso, il sequestro di 800 balconi del progetto C.a.s.e. nelle New Town, quello voluto da Silvio Berlusconi, tramite l’angelo di tutte le emergenze Guido Bertolaso, per dare subito un tetto agli aquilani. E’ del 3 ottobre 2014 la notizia del blitz ordinato dalla procura dell’Aquila, in seguito al crollo di un paio di balconi. L’ipotesi di reato è quella di frode in pubblica fornitura. “Difetti di costruzione” minimizza il sindaco del capoluogo Massimo Cialente. “Vogliamo ricordare agli inquilini che non è sicuro uscire sui balconi”, l’incisivo messaggio in arrivo dalla procura.

Un servizio Rai a sei anni dalla tragedia dell’Aquila ha documentato ritardi, carenze e drammi quotidiani. Sono stati anche sottolineati errori nelle progettazioni e realizzazioni delle abitazioni. Un esempio emblematico: sono state macroscopicamente sbagliate, in parecchie case del progetto… C.a.s.e., le pendenze dei balconi così che – come ha osservato un tecnico – “ad ogni pioggia, per via della pendenza sbagliata, l’abitazione si allaga. E sono altri danni. Per non parlare dell’umidità”.

Le stesse cose sono successe, esattamente 32 anni fa, per realizzare la New Town a un tiro di schioppo da Pozzuoli in preda al bradisisma, Monteruscello. Per un’emergenza (eccoci alle solite emergenze che oggi scopre il fresco ministro delle Infrastrutture Graziano Del Rio!) ‘taroccata’ (saranno poi alcuni scienziati – come l’allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano Giuseppe Luongo – ad ammetterlo) viene deciso in fretta e furia il trasloco della popolazione di Rione Terra e dintorni nella new town di Monteruscello, area ugualmente ‘rossa’ e cioè a forte rischio sismico e bradisismico, e ugualmente ‘archeologica’, per cui i lavori impatteranno con una infinita serie di reperti regolarmente ‘massacrati’, come la Voce denunciò in una cover story del 1987, “il massacro archeologico”. Ma quei lavori andavano a tutti i costi fatti, grandi sponsor l’ex ministro per la protezione civile (e poi dei Beni culturali) dell’epoca Enzo Scotti e il preside ‘rosso’ di Architettura Uberto Siola, che progetta con la sua equipe l’insediamento monstre. Una gioia per fornitori di calcestruzzo (le principali sigle di camorra allineate e compatte, capitanate dal gioiello di casa Nuvoletta, la Bitum Beton), imprese camorriste impegnate in svariate forniture e subappalti, e star del mattone, napoletane e nazionali. Ricorda un progettista: “C’erano veri colossi, come le imprese dei cavalieri siciliani già allora in forte odore mafioso, la parmense Pizzarotti, la toscana Pontello, allora erano i padroni della Fiorentina, la Sorrentino costruzioni di Torre del Greco, che rappresentava un trait d’union tra camorra e politica”. Tra i progettisti, in cabina di regia Vincenzo Maria Greco, uomo ovunque di Paolo Cirino Pomicino, all’epoca in rampa di lancio.

La procura di Napoli avviò un’inchiesta, in prima fila tre inquirenti coraggiosi, Franco Roberti (oggi a capo della Direzione nazionale antimafia), Luigi Gay (ora procuratore capo a Potenza) e Paolo Mancuso (al vertice della procura di Nola). Un’inchiesta straordinaria, capace di fotografare per filo e per segno le connection tra politica, imprese taroccate e camorra. Un bomba. Una autentica tangentopoli ante litteram, capace di far deflagrare i palazzi e, caso mai, di interrompere una serie di brillanti carriere politiche nel gotha nazionale. Ma cosa successe? Tutto archiviato in istruttoria, per volontà dell’allora procuratore capo di Napoli, Alfredo Sant’Elia, su precisa sollecitazione di Scotti.

A proposito della new town di Monteruscello, un reportage della Voce di giugno ’86 così descriveva quella situazione: “I primi assegnatari sono arrivati da qualche mese e hanno avuto modo di familiarizzare con le strutture abitative. ‘Hanno costruito containers e le chiamano case’, denunciano i promotori del comitato popolare Monteruscello, ‘la vivibilità è in continuo peggioramento, infiltrazioni piovane e di fogne sono un pericolo per la salute”. Un dossier redatto da una società di progettazioni e servizi del gruppo Iri, e cioè Italtekna, dettagliava una sfilza di carenze riscontrate, addirittura dodici: infissi esterni, infiltrazioni nei garages, nelle cantine, nei solai, rottura di tubature, spifferi, pavimenti rialzati, tetti malfatti, insomma da casa degli spiriti. Così proseguiva la Voce: “Ma un caso è il più emblematico: e riguarda la pendenza dei terrazzini: nel 70 per cento dei casi, secondo Italtekna (ma secondo un’altra perizia si arriva al 90 per cento) è addirittura contraria, e quando va bene è inesistente: il risultato è che alla minima pioggia l’acqua non defluisce all’esterno, ma entra in casa. Piccoli errori tecnici…”.

Qualcosa di simile, ma in proporzioni ben più gigantesche, successe a pochi chilometri di distanza, nell’area dei Regi Lagni: “miliardi nel fango”, titolò la Voce a fine anni ’80, a proposito dei 600 miliardi – arrivati a sfiorare il tetto da primato dei mille – stanziati e affondati coi soldi pubblici del dopo terremoto per la bonifica (sic) di una vasta area tra l’area nord di Napoli e il basso casertano, ai confini con la Terra dei fuochi. Il risultato: il solito assalto alle casse statali, a spartirsi la torta la crema dei mattonari partenopei, delle sigle di camorra, dei soliti progettisti che prima sfasciano, poi sono addirittura chiamati a risistemare (anche stavolta un Vincenzo Maria Greco in pole position: e lo stesso copione ci sarà per lo scempio del Sarno). Ciliegina sulla torta: il disastro ambientale, visto che l’impermeabilizzazione spinta delle superfici ha provocato regolari allagamenti ad ogni pioggia. Come a Monteruscello. Come a L’Aquila. E – tanto per cambiare – anche il ‘regolare’ processo per lo scandalo dei Regi Lagni è finito in flop: un bagno di prescrizioni, e lorsignori felici e impuniti a godersi il bottino.  

Franco Roberti :” Mancanza filtro sospensione interdittiva antimafia regalo ai mafiosi”.

“È opportuna una riflessione sul comma 6 del nuovo articolo 32 bis” del Codice delle leggi antimafia “che non prevede un filtro per l’adozione del provvedimento di controllo giudiziario, sicché qualsiasi impresa destinataria di informazione interdittiva antimafia ne può bloccare gli effetti presentando al tribunale una richiesta di applicazione del controllo giudiziario”. Lo ha detto Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, nel corso di un’audizione in commissione Giustizia alla Camera. La mancanza del filtro – ha detto Roberti – “è un regalo ai mafiosi”. “Secondo la formulazione della norma – ha spiegato – il tribunale non ha la possibilità di valutare la richiesta né le ragioni poste a fondamento dell’informazione interdittiva e tuttavia deve sospenderne gli effetti sulla base di una mera richiesta dell’interessato”. Questo sistema “potrebbe consentire all’imprenditore condannato in primo grado di continuare nell’attività d’impresa, vanificando del tutto l’intera disciplina in materia di documentazione antimafia”. In altri termini, ha proseguito Roberti, “la norma così come formulata, e senza gli opportuni filtri, potrebbe, di fatto, estendere una disciplina che ha come fine il recupero e il sostegno alle attività economiche il sui esercizio è condizionato da organizzazioni mafiose con altre infiltrazioni se non addirittura con imprese totalmente mafiose”.

Quanta disumanità !!!!!!!!!!!!! Possibile che esistano in questo Paese soggetti così spregevoli ?????????????…………………..

Anziano abbandonato per strada dal figlio dopo un litigio in macchina

L’uomo è stato soccorso dagli uomini della polizia municipale grazie all’intervento di un automobilista che aveva assistito alla scena

Redazione 14 aprile 2015

MACERATA – Un uomo di 80 anni è stato abbandonato su una piazzola di sosta sulla superstrada a Tolentino. A dare l’allarme verso le 15.30 di sabato 11 aprile un automobilista che ha assistito a un litigio all’interno di un’auto e ha visto poco dopo un anziano solo e spaventato che si aggirava smarrito nella piazzola, come riferito da Cronache Maceratesi. Il figlio lo avrebbe fatto scendere dall’auto a termine di un litigio e poi sarebbe ripartito, lasciando lì.

A raccontare i fatti lo stesso 80enne, originario di Montappone, soccorso dagli uomini della polizia municipale. Contattato telefonicamente, il figlio ha detto che sarebbe tornato a prenderlo ma poi si è reso irreperibile. Un dipendente del comune di Montappone, che conosceva bene l’anziano, si è offerto di andarlo a prendere e riportarlo a casa. “Sarei andato io stesso a prenderlo, ma ho preferito fosse una figura amica per mantenere armonia e non spaventare l’anziano”, ha detto il sindaco Mauro Ferranti.

L’uomo pare abbia deciso di non sporgere denuncia contro il figlio e non ci sono gli estremi per una denuncia d’ufficio.

Nel leggere questo articolo su Micromega – arrivati alla domanda “il fronte che al CSM ha votato per lei é trasversale.I capi della Cassazione Santacroce e Ciccolo,Leone di NCD,Morosini,di Area,ma non c’é il PD.Come lo valuta? – ci viene in mente il trattamento riservato da questo partito all’Associazione Caponnetto. Dovunque noi veniamo discriminati,a cominciare dal Lazio per finire a tutte le altre regioni del Paese.Il PD evidentemente riconosce solamente chi é allineato sulle sue posizioni.Gli altri non esistono ,anche se da sempre stanno in prima linea a combattere,a rischio della propria vita e non con le chiacchiere ,le mafie.Questa,Dr.Di Matteo,é la triste realtà in Italia.Ma noi andiamo avanti lo stesso,anzi orgogliosi di ciò!!!!!!!!!!!!!…………………… Siamo dalla sua parte.

”Nino di Matteo: “Vent’anni di lotta ai clan per il Csm non sono nulla. Io sconfitto dalle correnti”


Il pm di Palermo bocciato nella corsa per la Procura nazionale antimafia: “Sono amareggiato, deluso e preoccupato. Ho anzianità doppia rispetto agli altri. E nessuno ha criticato il mio operato. Vince la logica delle appartenenze”.

intervista a Nino Di Matteo di Liana Milella, da Repubblica, 9 aprile 2015

Non è a Palermo Nino Di Matteo. Fuori, per Pasqua, con la sua famiglia. Lì, da lontano, il pm del processo sulla trattativa Stato-mafia, apprende che il Csm, «pur dopo 20 anni di indagini sulla criminalità organizzata», non lo ha votato per la Procura nazionale antimafia, la Dna. Gli hanno preferito tre colleghi, di certo assai meno noti (Pontassuglia di Bari, Del Gaudio di Napoli, Dolce di Catanzaro). È finita 16 a 5. Con Repubblica Di Matteo si è sfogato a caldo.

Ha saputo allora, niente da fare per lei…

«Sì, l’ho appena appreso. Me l’aspettavo, ma sono molto amareggiato, deluso e preoccupato. Amareggiato, perché non sono stati sufficienti più di 20 anni di lavoro dedicati ai processi di mafia a Caltanissetta e a Palermo. Deluso, perché nella relazione della commissione che ha indicato gli altri colleghi non ho rintracciato nessuna censura critica al mio operato. Mi chiedo perché non sia stata valutata un’anzianità che è pari al doppio degli altri. Sono preoccupato non solo per me, ma perché questo è un altro piccolo segnale di un problema più grande».

E quale sarebbe?

«Tra i criteri del Csm continua a incidere pesantemente la logica dell’appartenenza correntizia. Il primo criterio è a quale corrente appartieni. E chi, come me e tanti altri, non appartiene a nessuna corrente, e anzi osa criticare la patologia del sistema, vede bocciata ogni aspirazione».

Eppure lei è famoso per il lavoro che fa e per i pericoli che corre. Cosa nostra la vuole uccidere.

«Non doveva essere valutato il pericolo, tant’è che io stesso, quando il Csm ha aperto una procedura di trasferimento per eccezionali problemi di sicurezza, ho chiesto di soprassedere. Il Csm oggi avrebbe dovuto e potuto riconoscere che avevo i titoli e l’esperienza per essere nominato alla Dna».

Perché l’hanno bocciata?

«Nessuno ha rilevato carenze di professionalità o altri motivi. Se lo avessero fatto, forse avrei potuto accettare la decisione, così non posso consentire a nessuno di umiliare l’impegno, il sacrificio e il rischio di oltre vent’anni di carriera. Sono un uomo delle istituzioni e proprio perché ho profondo rispetto per l’istituzione Csm farò ricorso al Tar. E continuerò a ritenere che se non vogliamo contribuire anche a noi a limitare l’autonomia e l’indipendenza dei singoli magistrati dobbiamo guardare al pericolo esterno, ma anche a quello interno, il condizionamento improprio delle correnti sul Csm».

Perché vuole lasciare Palermo durante un processo così delicato?

«Non è vero che voglio scappare dal processo, né tantomeno da Palermo. Nonostante lo stesso Csm, con l’apertura d’ufficio del mio trasferimento, ritenga che non posso stare ancora lì. La nomina alla Dna mi avrebbe consentito di continuare a occuparmi di mafia, di stragi, dei mandanti esterni e anche di essere applicato al processo in corso, continuando il mio lavoro come ho sempre fatto. Nonostante tutto, e nonostante tanti. Altro che scappare… ».

Il fronte che al Csm ha votato per lei è trasversale. I capi della Cassazione Santacroce e Ciccolo, Leone di Ncd, Morosini, di Area, ma non c’è il Pd. Come lo valuta?

«Evidentemente, e per fortuna, ci sono consiglieri che hanno fatto prevalere le valutazioni oggettive su criteri di appartenenza o vicinanza politica e correntizia. Altri si sono fatti condizionare da appartenenza correntizia o collateralismo politico».

Ora che farà?

«Fino a quando mi sarà possibile tornerò a fare il mio lavoro con le tante difficoltà connesse sia alla sicurezza, sia a quelle ordinarie…, dover conciliare un lavoro così delicato con processi ordinari. Vorrà dire che continuerò da toga più protetta e scortata d’Italia ad andare in udienza anche per i furti Enel e le risse per le verande abusive, come capita sempre più spesso».

A volte lei ha paura?

«Certo che ho paura. Rispetto a quello che è venuto fuori negli ultimi mesi non averne sarebbe da stupidi o da incoscienti. Ma continuerò a far valere un sentimento contrario alla paura, cercare di andare avanti con la consapevolezza che in questo lavoro non ci si può fare condizionare dalla paura. A pesarmi è la delusione e l’amarezza più che la paura per condizioni di vita diventate sempre più difficili».

Si sente isolato? La decisione del Csm la isolerà di più?

«Ci sono tanti colleghi, appartenenti al fior fiore delle forze dell’ordine, tanti cittadini che non perdono occasione di dimostrarmi stima e fiducia. Tutto ciò funge da contraltare a vicende che come quella del voto di oggi che oggettivamente contribuiscono ad alimentare un senso, per me inspiegabile, di isolamento istituzionale».

(9 aprile 2015)

Non ce lo saremmo mai aspettato : Il Csm ‘boccia’ Nino Di Matteo. Pm del processo sulla trattativa fuori dall’Antimafia nazionale.

Il Csm ha nominato tre nuovi sostituti: escluso il magistrato del processo sulla trattativa Stato-mafia

 

 

Roma, 8 aprile 2015 – Il pm di Palermo Nino Di Matteo non passa alla Direzione nazionale antimafia. Il plenum del Csm, questo pomeriggio, ha infatti nominato tre nuovi sostituti: si tratta di Eugenia Pontassuglia (pm a Bari), del sostituto pg di Catanzaro Salvatore Dolce e del pm di Napoli Marco Del Gaudio. Resta fuori quindi il magistrato del processo sulla trattativa Stato-mafia.

Palazzo dei marescialli ha approvato (con 16 voti a favore) la delibera proposta all’unanimità dalla Terza Commissione, mentre non è passata (ottenendo solo 5 voti) quella, alternativa, presentata dal togato di Autonomia e indipendenza ldo Morgigni, che ricomprendeva nella rosa dei tre nomi quello di Di Matteo, escludendo Del Gaudio. Il concorso era stato bandito nel gennaio 2014 e Di Matteo aveva fatto domanda di trasferimento alla Dna.

Un handicap – quello dei TAR che annullano spesso le interdittive antimafia – che verrebbe sicuramente superato accogliendo la proposta dell’Associazione Caponnetto del passaggio delle competenze in materia di prevenzione antimafia dalle Prefetture alle DDA

MAFIA: PIGNATONE, SUPERARE TENSIONE CON TAR SU INTERDITTIVE A IMPRESE

ROMA:MAFIA: PIGNATONE, SUPERARE TENSIONE CON TAR SU INTERDITTIVE A IMPRESE

13.04.2015 23:41

Roma, 13 apr. (AdnKronos) – È necessario «diminuire la tensione frequentissima» con il Tar sulle interdittive alle imprese, infiltrate dalla mafia.

Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, nell’audizione in commissione giustizia della Camera, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’esame delle proposte di legge relative alle misure per la tutela dei lavoratori delle aziende sequestrate e confiscate alla criminalità organizzata. Diminuzione che potrebbe realizzarsi grazie alla misura del ‘controllo giudiziariò, previsto dalla commissione Antimafia. «Pieno di speranze per il futuro – ha detto Pignatone – mi pare la previsione del controllo giudiziario, sarebbe il nuovo 34 bis del codice Antimafia previsto dall’art. 22 del testo della commissione parlamentare. È una misura molto articolata, che potrebbe avere una larga diffusione nelle regioni centro settentrionali, che mira a salvare quelle imprese che stanno correndo il rischio di infiltrazioni mafiose ma che possono essere salvate». (segue) (AdnKronos) 13-APR-15 17:47

MAFIA: PIGNATONE, SUPERARE TENSIONE CON TAR SU INTERDITTIVE A IMPRESE (2) = (AdnKronos) – «Il controllo giudiziario ha anche un potenziale vantaggio – ha spiegato il procuratore della Repubblica di Roma – siccome è chiesto dall’azienda interessata, potrebbe essere alternativo alle interdittive antimafia. Tantissime interdittive, oggettivamente, cadono davanti al Tar creando un circuito vizioso tra l’affermazione che un’azienda è sospetta e dopo settimane giorni o mesi, a seconda dei tempi del Tar, quando già lo scandalo è scoppiato nell’opinione pubblica, arriva la revoca». «Sotto questo profilo la speranza – ha concluso – è che con il controllo giudiziario potrebbe diminuire la tensione frequentissima tra provvedimenti di interdittiva adottate dei prefetti e annullamenti e revoche da parte del Tar». (AdnKronos) 13-APR-15 17:47

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