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L’amaro sfogo di una Testimone di Giustizia. Non c’é un solo Testimone di Giustizia finora che abbiamo sentire parlare bene di questo Ministero degli Interni

CARMELINA PRISCO TdG a: ‘Restate scomodi’ intervista a Rai Radio 1 sui testimoni di giustizia Carmelina Prisco: ” Voglio un lavoro, io rivoglio la mia dignità, io non voglio andare in Chiesa a chiedere al prete di pagarmi la bolletta, non voglio andare ai servizi sociali perché io non sono una miserabile una pezzente che non si è saputa creare una vita: sono una persona alla quale è stata strappata la vita e parlo a nome di tutti gli altri testimoni perbene, persone oneste, veri testimoni che c’hanno rimesso casa, famiglia, tutti i sacrifici di una vita. Ora ci ritroviamo ad elemosinare… Sulla relazione approvata all’unanimità in commissione antimafia è a disposizione del Governo, in particolare del Ministro dell’Interno… Risponde: Carmelina Prisco: “Chiedo che si smetta di giocare con la vita delle persone oneste perché questi giochini sporchi che fanno, non fanno altro che avvantaggiare la delinquenza. Loro non invogliano le persone ad abbattere il muro di omertà. Anzi, chi sente me e altre persone trattate allo stesso modo si tiene ben lontano dall’andare a denunciare. Essere onesti ha un costo troppo alto… Questi signori pensano di giocare ma noi siamo degli esseri umani delle persone e abbiamo una sola vita a disposizione da vivere. Già più della metà c’è stata rubata: restituiteci quel po’ che ci rimane e fatecelo vivere dignitosamente.

Vicenda Bentivoglio, Rampelli (FdI): “versione Alfano stravolge i fatti”

Roma. “La versione dei fatti del ministro Alfano è diversa, molto diversa da quella che abbiamo noi. E pecca anche di estrema mancanza di rispetto nei confronti di una persona che ha dimostrato coraggio e senso di responsabilità. E’ questa la vostra lotta alla mafia?”. Così il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale ha risposto al ministro dell’Interno Angelino Alfano nel question time presentato da Rampelli sull’imprenditore Tiberio Bentivoglio.

“L’imprenditore- ha detto Rampelli – dovrebbe essere portato a esempio da parte dello Stato per come si combatte la criminalità organizzata. E questo non è successo. I fondi destinati alle vittime della mafia, 50 milioni di euro, sono stati distratti pera finanziare l’operazione Mare Nostrum”.

“Alla persecuzione della ‘ndrangheta, si è aggiunta Equitalia che ha messo all’asta per ben due volte la sua abitazione- ha osservato- Lo Stato non c’è al fianco di chi ha avuto il coraggio di opporsi alla logica del pizzo”. “Lo Stato – ha concluso – conferma di non esserci vista la solerzia con la quale Equitalia ha proceduto nei confronti dell’imprenditore.

http://www.reggiotv.it/notizie/politica/38650/vicenda-bentivoglio-rampelli-fdi-versione-alfano-stravolge-fatti

La mafia a Sorrento

di SALVATORE DARE e FILOMENA SALE
«Non esistono più zone che possano dirsi incontaminate. Una volta, forse, Sorrento era al di fuori della portata del reinvestimento camorristico. Ora è diverso». L’allarme non è lanciato dal politico di turno. Né da gente comune. Ma arriva da

chi, in prima linea, giorno dopo giorno, da anni combatte contro la criminalità. Senza paura, senza timori. Con tanto orgoglio e senso del dovere. Come quando ha lottato, in aula e non solo, nel processo «Spartacus» contro il clan camorristico casertano dei Casalesi. Federico Cafiero de Raho parla chiaro: «Il rischio c’è» sussurra al municipio di Sorrento, quando i giornalisti lo avvicinano per intervistarlo a margine della presentazione del libro «La Repubblica delle stragi impunite» scritto dall’ex magistrato Ferdinando Imposimato.

(Tratto da http://www.metropolisweb.it)

Il procuratore aggiunto della Repubblica presso la Direzione distrettuale antimafia di Napoli dice chiaro e tondo le cose come stanno. Dopo mesi di infuocate polemiche e pesanti botta e risposta fra politici di ogni colore che hanno duellato attorno ad un quesito fondamentale. Davvero la camorra sta assediando la penisola? Ora arriva una risposta a quella domanda così tesa, inquietante. E le parole di Cafiero de Raho suonano quasi come una condanna per chi si è sempre distinto per un atteggiamento fin troppo remissivo. «Oggi non esistono più zone che siano del tutto fuori dalle aspirazioni della camorra, ovvero quella di occupare settori economici importanti, redditizi – spiega il magistrato -. Anzi, laddove c’è meno preparazione alla reazione, è tanto più facile che si infiltri la criminalità. Le dimostrazioni plurime degli ultimi anni dell’approdo delle mani della criminalità organizzata in comuni del nord della ‘Ndrangheta e dei Casalesi dimostra come sia certo che le organizzazioni criminali vanno indubbiamente nei territori dove la reazione e la capacità di contrastare sono più basse rispetto alla media».
Parole che fanno tremare i polsi, quelle del procuratore della Dda, pronunciate in una sala consiliare dove fra maggioranza e opposizione piovvero frecciate al cianuro che hanno rappresentato l’apice dello scontro politico a Sorrento su una questione più volte affrontata anche dal senatore sorrentino del Pdl, Raffaele Lauro: «Chi nega l’esistenza di un rischio di infiltrazioni criminali in penisola è illuso o, nel peggiore dei casi, è colluso». Tanti gli episodi che hanno fatto alzare il livello d’attenzione, qui dove i turisti amano passeggiare in centro storico, qui dove c’è una classe imprenditoriale facoltosa, qui dove la crisi si sente ma non come nel resto del Paese.
Si tratta di una perla che, anche per Cafiero de Raho, deve «essere preoccupata dal pericolo della camorra, soprattutto in un momento del genere di crisi economica in cui le difficoltà sono tali da aprire l’accesso al denaro da qualsiasi parte provenga – evidenzia il magistrato -». Esistono indagini in corso sulla penisola sorrentina? «Non so, non so». Poi un sospiro e l’ultima riflessione nuda e cruda: «Di inchieste ce ne sono dappertutto, credo anche qui – conclude Cafiero de Raho -. Lo ripeto, ritengo che ci siano elementi su cui basare il rischio e il sospetto che possono dimostrare la presenza di denaro di provenienza camorristica».

Antimafia, preso una nuova legge per i Testimoni di Giustizia. L’Associazione Caponnetto concorda con tutte le proposte formulate dalla Commissione Parlamentare antimafia, a patto, però, che venga sostituito tutto il personale del Sevizio Centrale Protezione, dal direttore in giù. Quello attuale si è mostrato assolutamente impreparato ed inadeguato. A noi arrivano quasi quotidianamente sia da Testimoni che da Collaboratori di Giustizia lamentele di ogni tipo sul comportamento di alcuni dirigenti di quel Servizio e, francamente, è diventata una situazione non più sostenibile. Fate preso e mandate via dirigenti

Antimafia, presto nuova legge per testimoni giustizia
Bindi, testo innovativo approvato all’unanimit
22 ottobre, 18:47
(di Valentina Roncati) (ANSA) – ROMA, 22 OTT – I testimoni di giustizia in Italia sono quest’anno 85, la maggior parte tra i 26 e i 60 anni, e 253 sono i loro familiari, di cui 103 hanno tra 0 e 18 anni. Sono persone speciali, “perle rare”: sono coloro che hanno subito un reato o vi hanno assistito e hanno trovato la forza di denunciare. Per loro però non esiste una legge ad hoc: la norma esistente è nata nel 1991 per i collaboratori di giustizia. “Serve una legge nuova dedicata ai testimoni: solo una legge pensata fin dalle fondamenta per loro sarà in grado di cogliere tutti gli aspetti di questa figura”, spiega Davide Mattiello, Pd, coordinatore del V Comitato della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie, che ha messo a punto la quarta relazione della Commissione, approvata all’unanimità dalla Commissione Antimafia in seduta plenaria. “Questa relazione è un lavoro innovativo, che porterà presto a mettere a punto un progetto di legge, un testo organico che farà tesoro dei limiti della legislazione attuale”, aggiunge il presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi. Il testo sottolinea, tra l’altro, la necessità di una più precisa definizione delle caratteristiche del testimone di giustizia: “definito chi è il testimone di giustizia – afferma il deputato Francesco D’Uva, M5S – questo deve essere tutelato dal punto di vista economico e sociale nella maniera più adeguata e personalizzata”. La Commissione Antimafia suggerisce il superamento dell’attuale schema che distingue le misure di assistenza economica dedicate e a chi sta in programma di “protezione” da quelle dedicate a chi sta nelle “speciali misure” e che ai testimoni di giustizia possano essere applicate tutte le misure di assistenza economica attualmente previste dalla normativa. Complessivamente il sistema di protezione si occupa in Italia di 6200 persone ma, i testimoni sono solo 80; di questi, solo 17 sono alle “misure speciali” ovvero protetti nella propria abitazione, mentre tutti gli altri hanno dovuto aderire al programma di protezione, ovvero hanno abbandonato la propria casa e il proprio lavoro per essere nascosti in località protette. Nella relazione vengono delineate storie di testimoni che per lungo tempo non hanno potuto svolgere alcuna attività, rimanendo al di fuori di ogni contesto di relazione, con una conseguente sensazione di solitudine e di inutilità e quindi un forte disagio esistenziale. “Invece bisogna far riprendere al testimone la propria vita – osservano concordi Bindi, D’Uva e Mattiello – altrimenti lo Stato ha fallito. Il programma di protezione dovrebbe essere residuale, mentre al momento è preponderante. Diverso è il caso del collaboratore di giustizia che, giustamente, vuole cambiare luogo di residenza e vita”.

Un’altra delle proposte qualificanti della relazione è il Comitato di assistenza e il referente fisso. Il referente fisso è una persona che ha il preciso compito di assistere il testimone, aiutandolo a comprendere quanto gli sta capitando, a chi rivolgersi e per cosa. Simmetricamente, la Commissione Antimafia propone la costituzione di una Comitato di assistenza: una sorta di poliambulatorio professionale, anch’esso costituito dalla Commissione Centrale, composto da avvocati, psicologi, commercialisti, cui il testimone di giustizia possa fare riferimento per affrontare fin dall’inizio della sua vicenda, col massimo di efficacia e tempestività, tutte le situazioni di complessa gestione patrimoniale e personale che si aprono. Altro punto toccato dalla relazione dell’Antimafia, è la necessità del potenziamento del Servizio centrale di protezione del ministero dell’Interno, a cui vanno garantiti uomini, mezzi e formazione.

“Proponiamo – aggiunge Mattiello – che il Servizio centrale di protezione sia il responsabile unitario della gestione sia dei programmi speciali che delle misure speciali”. Un appello è stato fatto da Mattiello al vice ministro all’Interno Bubbico affinché i temi affrontati dalla relazione siano la base per un decreto

Rifiuti tossici. L’Associazione Caponnetto alla DDA di Roma: ”Riaprire le indagini in Molise”

Articolo de Il Quotidiano del Molise

Mafia: più denunce, nuove tutele per testimoni giustizia

Commissione Antimafia ha approvato relazione

(ANSA) – ROMA, 22 OTT – Il numero delle denunce da parte di imprenditori vittime di estorsione è cresciuto nel corso degli anni anche se si tratta ancora di una esigua quantità rispetto ai dati reali e si vanno sperimentando varie forme di “denuncia collettiva” grazie alla quale più imprenditori si accordano per denunciare contemporaneamente le estorsioni subite o tentate: sono alcune dei dati positivi che emergono dalla relazione sui testimoni di giustizia appena approvata dalla Commissione Parlamentare Antimafia e illustrata oggi dal presidente della Commissione Rosy Bindi e dal relatore Davide Mattiello (Pd). I testimoni di giustizia – coloro che hanno assistito o subito un reato e che hanno trovato la forza di denunciare – in Italia, al 31 dicembre scorso, erano 57 uomini e 23 donne a cui si devono aggiungere i loro familiari: 110 di sesso maschile e 157 femminile più i minori. Altri sono i numeri dei collaboratori di giustizia, ovvero di coloro che hanno fatto parte dell’organizzazione criminale e trattano la resa con lo Stato per ottenere protezione: sono 1083 di sesso maschile e 61 donne a cui si aggiungono 1785 familiari uomini e 2565 donne. Per quanto riguarda l’età dei testimoni, la gran parte ha tra i 26 e i 60 anni; tra i familiari, oltre il 70% tra i 6 e i 15 anni. La Commissione Antimafia, nella relazione approvata, dopo aver rilevato la grave mancanza di un testo ad hoc per i testimoni di giustizia, sottolinea la necessità di una diversa tutela economica dei testimoni stessi, propone un Comitato di assistenza e un referente fisso, ovvero figure giuridiche e psicologiche alle quali il testimone possa fare riferimento, e chiede il potenziamento del Servizio centrale di protezione del ministero dell’Interno, “a cui – sostiene Mattiello – vanno garantiti uomini, mezzi e formazione”. Definisce infine alcuni criteri grazie ai quali delineare la figura del testimone di giustizia. “Soprattutto le donne di mafia – spiega Mattiello – devono sentirsi riconosciute dalla legge: non basta, come oggi succede, che ci sia un riconoscimento di fatto ma bisogna che la legge si faccia carico di riconoscere questa situazione”.

Proprio a due donne, Rita Atria e Lea Garofoli, che hanno perso la vita cercando libertà dalla mafia e giustizia, il relatore Mattiello dedica questo testo, che presto verrà tramutato in proposta di legge dalla stessa Commissione.

Nicola Gratteri e l’ennesima commissione antimafia

Nicola Gratteri, presidente dell’ennesima commissione antimafia, nominato da Matteo Renzi per formulare l’ennesima proposta di soluzione del problema mafia, camorra e ndrangheta, ha dichiarato che se passerà la sua proposta il fenomeno mafioso sarà abbattuto del 70 – 80%.

Mi viene da sorridere. Ogni soluzione che si propone di abbattere il fenomeno mafioso con nuove apposite norme mi induce al sorriso, se penso ai risultati che hanno prodotto le precedenti norme antimafia. Fin da quando si è avuta la certezza che nella società meridionale si annidava il triste fenomeno, è stato un continuo legiferare per contrastare con norme specifiche la situazione. Più la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta venivano in evidenza, e più lo stato formulava nuove norme di contrasto. Ad un certo punto non si contentò più di norme provenienti dalle intelligenze di questo o quel partito, ma si crearono apposite commissioni di indagine, di proposte, d’inchiesta. Il lavoro di tutti questi maestri di pensiero erano impeccabili dal punto di vista legislativo, ed in un giuoco a tavolino, che poteva pure chiamarsi guerra alla mafia, avrebbe potuto vincerla. Solo che la guerra alla mafia non si fa solo contrastandola, quando mafia è diventate e mafia è.

Bisognerebbe agire sul terreno di cultura del fenomeno, capirne le ragioni ed eliminarne. E qui casca l’asino. Cambiare la società, soddisfare le sue legittime esigenze, migliorarne le condizioni socio – economiche, farne un corpo istruito e capace di aspirare liberamente al bene comune, non è un obbiettivo che si può raggiungere con una legge o con un decreto. Si tratta, né più e né meno, che fondare una nuova repubblica. Per farla ci vorrebbero le persone, le eccezionali personalità che sole potessero intuirla e che avessero il coraggio e la forza di farla.

Le disuguagliane della società sono talmente vistose che non basterebbe un generazione, facciamo venti anni di storia, per progredire definitivamente in avanti. L’esempio, anche se negativo, è scritto ormai nei testi storiografici: vent’anni di fascismo, in cui alla fine il paese è piombato nella più nera tragedia, partorirono la stessa nazione che il fascismo aveva tentato invano di sostituire. Nell’Italia post-fascista e repubblicana si amalgamarono, contrastandosi, il fascismo dell’aborrito ventennio e l’altro facismo degli antifascisti. Cosicché alla fine della notte buia, i cittadini si trovarono contesi da un doppio fascismo: quello degli ex fascisti e quello dei nuovi fascisti, sotto la mentita casacca democratica.

Non erano mutate le differenze sociali tra nord e sud, tra i ricchi eccessivamente ricchi e i poveri eccessivamente poveri. Il risultato: una società con insanabili contrasti, in cui allignò, e alligna, la soluzione facile per l’equiparazione per mezzo del crimine organizzato. Talmente ben organizzato che ad un certo punto divenne braccio destro dello stato deviato, non solo dei servizi segreti deviati, ma della classe politica e della burocrazia, del parastato e del sottobosco.

Ecco perché se non si avvia una seria riforma dello stato a tutti i livelli, partendo dal miglioramento del sistema educativo, non si arriverà mai alla soluzione del problema mafia – camorra – ‘ndrangheta.

Mafia: i testimoni di giustizia sono un bene comune?

di Consuelo Cagnati | 6 agosto 2014

“La testimonianza in questo paese non è considerata un bene comune” così afferma l’Associazione Antimafie Rita Atria che il prossimo 8 agosto a Milazzo festeggerà i suoi primi vent’anni. Vent’anni spesi a denunciare le mafie e a fornire sostegno ai testimoni di giustizia. Se la testimonianza ad oggi non è considerata un bene comune la responsabilità è di tutti i livelli politici e sociali di questo Paese. Innanzitutto è fondamentale la differenza tra testimone e collaboratore di giustizia: nel 2001 una legge sancisce le differenze ma ciò non basta, si riscontra molta confusione, spesso anche tra i media. Emblematico il caso di Lea Garofalo che nel 2009 -qualche mese prima di essere bruciata in un fusto – scriveva al Presidente della Repubblica e sottolineava che lei non era una collaboratrice ma una testimone.

Testimone è chi –pochi sono i casi – porta la propria testimonianza oculare disinteressata, testimone è chi denuncia e proviene da una famiglia mafiosa da cui si dissocia, testimone è l’imprenditore o il commerciante che denuncia gli estorsori e, quasi sempre, vuole rimanere nella propria terra.

Il 13 giugno, Nadia Furnari, membro del direttivo nazionale dell’associazione, è stata ascoltata dal V comitato della Commissione nazionale antimafia, proprio sul tema dei testimoni di giustizia. L’obiettivo è apportare le necessarie integrazioni alla legge 45/2001, legge che non ha analizzato né risolto alcuni gravi problemi che hanno afflitto gran parte dei testimoni, senza peraltro trovare completa ed efficace applicazione nemmeno per le problematiche riconosciute nella sua stessa stesura.

In qualsiasi paese testimoniare dovrebbe essere un normale atto civico, ma in Italia molto spesso non è così e le conseguenze ricadono su chi l’ha compiuto e sulla sua famiglia. Per questo l’Associazione propone di aggiungere all’art. 16-ter un comma per prevedere un tutoraggio psicologico fin dall’inizio della collaborazione con gli inquirenti. E’ noto che moltissimi testimoni, a causa della traumatica esperienza vissuta per i disagi e le privazioni dipendenti dalle stesse misure speciali di protezione, necessitano di cure e sostegno psicologico. In molti, per esempio, tentano il suicidio o inseguono il disperato bisogno di tornare nella terra d’origine.

Viene poi suggerito un altro comma affinché i testimoni di giustizia possano beneficiare della contribuzione previdenziale dall’inizio della collaborazione fino alla definitiva cessazione delle speciali misure di sicurezza. Si chiede inoltre il diritto del reinserimento lavorativo anche a chi ha reso testimonianza prima dell’entrata in vigore della legge 45/2001.

E’ assolutamente necessario apportare delle modifiche migliorative a questa legge. E’ infatti perdente uno Stato che manda in esilio i suoi testimoni. In esilio o meglio, in galera, deve andare chi compie il reato. Lo Stato deve proteggere il testimone attraverso leggi appropriate, combattendo contro quella mentalità che porta l’individuo a vedere solo il proprio benessere. Queste le parole di Rita Atria: “Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse, se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”.

Affinché anche in Italia, la testimonianza cominci ad essere un bene comune.

In ricordo di Rita Atria, testimone di giustizia. Figlia del boss di Partanna, a soli 17 anni, decise di seguire le orme della cognata Piera Aiello e di raccontare alla magistratura ciò che sapeva. Il primo a raccogliere le sue rivelazioni fu il giudice Paolo Borsellino al quale si legò come ad un padre tanto da scrivere – dopo la strage di Via d’ Amelio- sul suo diario”Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta.” Una settimana dopo Rita Atria si uccise a Roma, dove viveva in segreto, lanciandosi dal settimo piano di un palazzo.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/06/mafia-i-testimoni-di-giustizia-sono-un-bene-comune/1083478/

Mafia, indagati rettore Lum e boss a Bari

Emanuele Degennaro e Savinuccio per concorso in riciclaggio

(ANSA) – BARI, 21 OTT – La Dda di Bari ha chiuso le indagini sul presunto riciclaggio dei soldi del clan Parisi “ripuliti” – scrivono gli inquirenti – con operazioni immobiliari eseguite da Emanuele Degennaro, rettore della Lum (Libera università mediterranea). Indagati per concorso in riciclaggio con l’aggravante di aver agevolato un’associazione mafiosa sono lo stesso rettore, il boss di Bari-Japigia, Savinuccio Parisi e Vincenzo Lagioia. Lo rende noto la Gazzetta del Mezzogiorno di oggi.

http://www.ansa.it/puglia/notizie/2014/10/21/mafiaindagati-rettore-lum-e-boss-a-bari_33f019f7-fe21-47b0-9825-a370b328133e.html

Il Testimone di Giustizia Ignazio Cutrò colto da malore e il sistema sicurezza se ne accorge dopo un quarto d’ora. La protezione dello Stato che fa cilecca

“Il testimone di giustizia Ignazio Cutrò e la protezione dello Stato che fa cilecca”

Sotto scorta per aver contribuito a smantellare una cosca, l’imprenditore dell’agrigentino è stato colto da un malore di fronte alle telecamere che sorvegliano casa sua. Ma per 15 minuti, come mostra questo video, nessuno lo ha soccorso. Una falla nella sua protezione che lo fa sentire ancora più solo

di Piero Messina

Si può rischiare di morire di fronte agli occhi inermi dello Stato? Sì, e lo dimostrano le telecamere a circuito chiuso che proteggono – dovrebbero proteggere?- la vita di Ignazio Cutrò, il testimone di giustizia che con le sue dichiarazioni ha contribuito a smantellare una cosca mafiosa dell’agrigentino. Gli occhi elettronici dello Stato ieri sera hanno fatto cilecca. Erano le 19, 10 quando Cutrò scende nello spazio di fronte alla sua abitazione, si avvicina alla sua autovettura e all’improvviso un malore lo fa schiantare al suolo. La scena è registrata dalla rete di telecamere poste a tutela del testimone.
L’imprenditore siciliano Ignazio Cutrò ha denunciato il racket delle estorsioni e vive sotto scorta. Ma ora chiede che le istituzioni lo aiutino a lavorare di nuovo: “La mafia mi vuole distruggere senza uccidermi”
Quelle telecamere, montate e attivate in modo tale da proteggere la vita di Cutrò e dei suoi familiari, oggetto di minacce di morte da parte dei clan mafiosi, sono collegate in presa diretta, 24 ore su 24, con due stazioni dei carabinieri. Ma per oltre un quarto d’ora, il corpo di Cutrò resterà al suolo senza nessun alert da parte di chi, dall’altra parte della telecamera con i video accesi, avrebbe dovuto proteggerlo e controllarlo. Saranno i familiari del testimone a soccorrere il parente e chiamare lo staff dei carabinieri che scorta Cutrò in ogni suo passo.

Sotto protezione per aver contribuito a colpire un clan, l’imprenditore agrigentino ha avuto un malore di fronte casa. Ma nonostante la telecamera di sorveglianza fosse attiva, nessuno lo ha soccorso per molti minuti. Mostrando, come si vede in questo video, quanto la sua posizione sia vulnerabile

Il referto dell’ospedale parla di crisi ipertensiva acuta. Il testimone di giustizia ha rischiato di morire per un principio di ictus. Ma quell’incidente dimostra che le telecamere sono in realtà dei fari spenti sulla vita dell’ormai ex imprenditore edile. E ora Cutrò si sente più solo. “Se per un quarto d’ora nessuno si è accorto di quel che stava accadendo – racconta il testimone all’Espresso – vuol dire che il livello di controllo è nullo e chiunque può avvicinarsi o accedere nei pressi della mia abitazione, e nei fatti agire indisturbato”.
Ignazio Cutrò, imprenditore antiracket: “Ha vinto la mafia, lascio l’Italia”
L’imprenditore agrigentino che fece arrestare i suoi estorsori ha deciso di vendere quel che resta della sua azienda e abbandonare il Paese. “Ormai siamo in miseria e qui non posso lavorare”
Cutrò aveva deciso di abbandonare la Sicilia e trasferirsi all’estero dopo aver venduto i mezzi della sua azienda edile. “Sino ad ora non ho compiuto quel passo – continua – perché avevo ricevuto precise rassicurazioni su un intervento dello Stato a favore della mia famiglia. Ma non è successo nulla. Soltanto parole”. Il testimone di giustizia rischia di rimanere “bloccato” in Sicilia, strangolato dai debiti e dal disinteresse verso il suo caso. “Non lavoro più e il premio per avere denunciato la mafia, semmai qualcuno debba essere premiato per questo, è l’essere stato messo alla gogna da tasse e creditori”.

Un clima insostenibile, aggravato dal totale isolamento che Cutrò vive all’interno della sua comunità in provincia di Agrigento. “Ho tentato di vendere tutti i miei mezzi anche a prezzi stracciati – racconta – ho pubblicato la lista dei materiali che avrei voluto liquidare per pagare i miei debiti, in silenzio e senza chieder aiuto a nessuno. Con quel che mi sarebbe rimasto, avrei potuto contare su una piccola risorsa economica per ricominciare una vita in un posto diverso dalla Sicilia, dall’Italia. Ma per quelle attrezzature non ho ricevuto neanche una singola offerta. Le cose di Cutrò non si debbono toccare, mi sembra che il messaggio sia chiaro e sia stato compreso. Anch’io l’ho capito: agli occhi della gente sono un morto che cammina, ma la mia unica colpa è avere combattuto la mafia”. (Fin qui l’Espresso)

Nota dell’Associazione A. Caponnetto:
Caro Ignazio, ti siamo vicini e ti vogliamo bene. Non mollare. Abbiamo deciso di farci rappresentare all’incontro degli Stati Generali Antimafia di Libera a Roma da Gennaro Ciliberto proprio per rafforzare e qualificare la presenza dei Testimoni di Giustizia di fronte al mondo dell’antimafia sociale ed istituzionale nazionale e porre i vostri problemi sotto i riflettori dei media nazionali. Fate rete e fatevi sentire. Un abbraccio da tutti noi. Ass. A. Caponnetto

La mafia ed il business della sicurezza. E’ assurdo!!!

Ancora un provvedimento antimafia a bloccare una società di vigilanza privata. Stavolta è il prefetto di Roma ad emetteva un’interdittiva per infiltrazione mafiosa, nei confronti dell’azienda Metronotte Città di Roma. La Guardia di Finanza era già intervenuta lo scorso febbraio, eseguendo, su ordine della Procura di Roma, le perquisizioni nella sede amministrativa di Guidonia e nelle abitazioni dei nuovi e vecchi amministratori della società. Tra questi, anche Fabrizio Montali, condannato a 18 mesi di reclusione per usura nel mese di novembre 2013 e in primo grado. Tra i capi di imputazione contestati, anche il riciclaggio di denaro e l’intestazione fittizia di beni. Nel medesimo processo, come imputato, figura addirittura Enrico Nicoletti, ex tesoriere della banda della Magliana. Anche in questo caso, per dribblare le insufficienti norme antimafia in materia, Montali era uscito dalla compagine aziendale.
L’Istituto di vigilanza in questione, come altri su cui insistono forti sospetti di infiltrazioni mafiose (vedasi Sipro http://quannomepare.blogspot.it/2014/09/lamafia-e-il-business-della-sicurezza.html), si sarebbe aggiudicato appalti di rilievo sino ad occuparsi della sorveglianza di importanti palazzi nell’ambito della Capitale, tra cui Ambasciata americana, ospedali, Asl, Banca d’Italia, Rai, Agenzia delle Entrate, alcuni ministeri e  linee metropolitane.
Lo scorso settembre scorso, un’altra società è stata colpita da interdittiva antimafia. L’Ausengineering srl, con sede a Pieve Emanuele (MI), colpita dal provvedimento del Prefetto meneghino, su imput della Dia, per presunti legami dei titolari della società stessa con la potente ‘ndrina Mancuso di Limbadi (VV). La società si occupava dei sistemi di sicurezza dell’Expo 2015.
E’ evidente a questo punto che anche in questo settore, quello della vigilanza privata, la mafia è definitivamente e prepotentemente entrata in gioco. Il punto di svolta, probabilmente, è stato qualche anno fa, quando il governo Berlusconi decise di privatizzare una grossa fetta della sicurezza e da lì, “Panza mia fatti capanna”, avranno pensato gli esperti economici di mafia holding.
A questo punto le interdittive e i sequestri preventivi di istituti di vigilanza affiorano ormai per ogni dove, ripercorrendone qui di seguito alcuni:
  • Aprile 2010, un’interdittiva antimafia alla società di vigilanza del Consiglio regionale della Campania. Il Prefetto di Napoli emette il provvedimento poiché: “Nei confronti delle aziende riferibili ai fratelli Buglione sussistono concreti, univoci elementi di permeabilità e contiguità con la criminalità organizzata e che rilevano, comunque, l’inconfutabile sussistenza nei confronti delle aziende agli stessi riferibili, dei tentativi di infiltrazione mafiosa”.
  • Giugno 2013, i carabinieri del Ros e del comando provinciale di Cosenza arrestano 23 ‘ndranghetosi. Dall’indagine emergono interessi della cosca, guidata da Nicola Acri e Salvatore Morfò, sempre in merito a questioni di vigilanza privata.
  • Dicembre 2013, i carabinieri del comando provinciale di Livorno, nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Napoli contro il clan della camorra Belforte, danno esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carlo Chiaese, nato a Marcianise, del ’65, ma residente a Cecina e proprietario fittizio della società di vigilanza “Fedelpol s.r.l.” . I carabinieri procedono anche al sequestro dei beni della “Fedelpol s.r.l.”, in particolare di 5 conti correnti e 4 automezzi. Sempre a Livorno gli stessi militari sequestrano anche beni intestati alla “Silpress Vigilanza s.r.l.”, con titolare Domenico Di Carluccio, di Marcianise del 1965. Sarà arrestato a Caserta.
  • Gennaio 2014, i carabinieri di Aversa (CE) fermano 12 persone in odor di camorra nell’ambito dei Di Cicco. Da indagini coordinate dalla DDA di Napoli, imponevano ai commercianti di Lusciano (CE) i servizi di una società di vigilanza a loro vicina.
  • Gennaio 2014, la Presidente Boldrini chiede la desecretazione degli atti relativi al ruolo di importanti imprenditori della Vigilanza Privata nel traffico dei rifiuti tossici, ritenuti in odor di complicità con la criminalità organizzata.
  • Febbraio 2014, sedici arresti, otto ai domiciliari, con un provvedimento notificato a un indagato già detenuto e altre 27 persone denunciate in stato di libertà. E’ il bilancio dell’operazione ‘Prato verde’ della Dia di Catania, che disarticola una frangia del clan dei Cappello, eseguendo 25 arresti tra la Sicilia, la Lombardia, la Sicilia e la Germania. Tra gli affari al centro dell’inchiesta, oltre al solito spaccio di droga, il ‘guardianiaggio’ di terreni imposto con metodi mafiosi agli agricoltori della Piana di Catania, tramite il quale la cosca controllava il territorio in questione.
  • Aprile 2014, la Guardia di Finanza arresta il prefetto di Benevento, Ennio Blasco, a seguito di un’inchiesta condotta dalla Procura di Avellino per presunti episodi di corruzione relativi a certificazioni antimafia rilasciate a imprese di vigilanza privata facenti capo ai fratelli Carmine e Carlo Buglione, nel periodo tra il 2009 e il 2011 (vedasi notizia dell”aprile 2010). Il prefetto Blasco, per favorire le imprese di vigilanza privata dei suddetti Buglione avrebbe in ipotesi accettato gioielli, viaggi, un’auto con autista per i suoi spostamenti e perfino il pagamento di spese di lavanderia.
  • Luglio 2014, secondo indagini della Dda di Napoli, l’ex direttore del Consorzio unico di bacino delle province di Napoli e Caserta, Antonio Scialdone, durante la campagna elettorale per le amministrative comunali di Vitulazio del giugno 2009, avrebbe promesso a Maurizio Fusco, considerato referente di zona del clan dei casalesi, in quota Schiavone, l’assunzione di alcuni familiari in società di vigilanza privata e in società operanti nel settore della gestione dei rifiuti.
Potrei continuare, ma credo che il quadro sia già abbastanza esaustivo.
Ormai gli uomini e le donne della vigilanza privata sono circa 50mila unità. Persone che vengono sbattute in strada, senza formazione, costrette a lavorare senza sosta giorno e notte, e che rischiano la pelle per mille euro al mese. Per diventare vigilante basta essere incensurati e ottenere il porto d’armi. Non è previsto alcun test attitudinale o psico-fisico, ma solo un corso di quattro ore dentro un poligono di tiro, al termine del quale si diventa automaticamente guardia particolare giurata. Il vigilante, poi, si deve procurare la pistola, che rimane in suo possesso anche in caso di perdita del lavoro.
Molti di questi arrivano anche a togliersi la vita perché non più in grado di andare avanti, stressati e oppressi da un lavoro che non ti consente una vita normale e serena.
Va da se che anche in questo settore a farla da padrone, in maniera devastante, è l’assurda regola del massimo ribasso, prevista negli appalti. In questa giungla, di fatto, le imprese, anche quelle infiltrate e patrocinate dalla criminalità organizzata, continuano naturalmente a fare affari, schiavizzando i lavoratori, portandoli alla fame con contratti di precariato e allo stremo con orari pazzeschi.
Ovviamente a pagare il dazio in tutto ciò sono le aziende linde e pinte, che scontano questa forte ingerenza della criminalità organizzata, probabilmente, costrette ad accontentarsi delle briciole.
Da anni le società colpite da provvedimenti antimafia, pur chiaccherate la fanno franca grazie a una normativa che è un colabrodo. Un semplice ricorso al Tar e una rapida operazione di maquillage, mettendo nel consiglio d’amministrazione figli, nipoti, o teste di legno, sono sufficienti per continuare a delinquere.
Ma gli escamotage non finiscono qui. Molte aziende, per avere un canale privilegiato con Prefetture o Questure, assumono ex appartenenti alle forze di polizia, nella maggior parte dei casi funzionari o ufficiali, cui assegnano ruoli apicali. In questo modo si lavora meglio e le autorizzazioni sono rilasciate più agevolmente dal prefetto. I titolari della licenze, in Italia sono circa 900. Devono essere incensurati e avere cinque anni di esperienza nel settore o avere frequentato un master. Fin qui tutto bene, ma il problema è che dietro al titolare della licenza, spesso, c’è qualcun altro che comanda.
E tutto questo pandemonio mentre le forze dell’ordine chiudono i posti di polizia e gli istituti di vigilanza proliferano.

Un vecchio articolo sulla triste storia di Luigi Coppola. Un calvario senza fine di un Testimone di Giustizia che lo Stato la settimana scorsa ha ripagato con un “foglio di via” da Roma per tre anni

Il testimone scaricato dallo Stato e cacciato dal Viminale: “Mi restano in tasca solo 70 centesimi”
In sciopero della fame per protesta contro la revoca della scorta il testimone di camorra Luigi Coppola racconta la sua epopea: “Lo Stato mi ha abbandonato”

di Claudia Daconto

La scorsa settimana Panorama. it aveva raccolto la denuncia-video del testimone di camorra Luigi Coppola in sciopero della fame per protesta contro la revoca della scorta. Oggi sono esattamente due settimane che l’imprenditore campano di 47 anni e sua moglie Michela dormono in macchina davanti al ministero dell’Interno nella vana attesa di essere ricevuti dal ministro Anna Maria Cancellieri.

Qualche giorno fa Michela, 42 anni, mamma di due figli di 14 e di 17 anni, ha avuto un malore. I medici del San Camillo che l’hanno visitata hanno diffidato Luigi dal continuare a non farla mangiare.
“Ma io ho solo 70 centesimi in tasca – ci confessa sconsolato il marito – e anche volendo non saprei come fare”.
Perché non torna a casa, a Pompei? Gli chiediamo, “Non so come arrivarci, non posso nemmeno comprare i biglietti del treno”, la risposta di un uomo disperato che dopo aver denunciato nel 2001 i suoi estorsori e testimoniato, fino al 2009, in numerosi processi contro i clan della camorra del napoletano, facendo scattare decine di arresti e portando a quasi trenta condanne definitive, oggi si sente, ed è, abbandonato dallo Stato. Lo stesso Stato con cui ha deciso, ormai oltre 10 anni fa, di collaborare in nome di un principio di legalità e giustizia e per cui ha perso tutto e rischiato altrettanto.
Ieri pomeriggio, giunti all’esasperazione per una situazione che non ha mai dato segni di potersi sbloccare, la coppia ha tentato, invano, di entrare nel dicastero di Piazza del Viminale. Immediata è stata infatti la reazione del personale di guardia che, racconta Coppola, ha letteralmente scaraventato i due fuori dal palazzo. “Una quarantina di persone, tra poliziotti, funzionari, guardie giurate, ci hanno strattonati e buttati fuori. Siamo stati insultati, ci hanno dato dei battitori di cassa, ci hanno detto che il ministero non è un bancomat e che il ministro non ci avrebbe mai ricevuto perché tutto quello che si poteva fare noi era stato fatto. Alla richiesta di Michela di aiutarci a trovare un lavoro ci hanno risposto che il Viminale non è un ufficio di collocamento”.
In verità Luigi Coppola, come ci ha spiegato lui stesso, ha già ricevuto dal ministero circa 250mila euro per riavviare la sua attività di rivenditore di auto dopo essere stato costretto a sospenderla negli anni in cui è vissuto sotto protezione. Soldi spesi per acquistare gli autoveicoli, come prova la documentazione che Coppola ha regolarmente fornito al ministero sull’utilizzo di questi fondi, ma che purtroppo non sono stati sufficienti a far ripartire il negozio ormai disertato dai clienti dopo la scelta di Luigi di collaborare con la giustizia e denunciare i camorristi della zona. Una scelta che gli ha inflitto addirittura l’umiliazione di una richiesta, parte del sindaco di Pompei, sollecitato dai suoi concittadini, ad andarsene dal paese perché ormai indesiderato.
“Non è giusto che ad altri collaboratori, che non hanno mai avuto un’impresa, siano stati dati gli stessi soldi, se non di più, che hanno dato a me e che, a differenza mia, che li ho dovuti tutti investire documentando ogni spesa, se li sono messi in tasca puliti beneficiando, in alcuni casi, anche di un’abitazione pagata dal ministero”.
Quello che oggi vorrebbe Coppola, la cui richiesta è però stata esaminata e bocciata per due volte dal Viminale, è un lavoro. Aspirazione di molti altri testimoni di giustizia nelle sue stesse condizioni.
Da circa un anno giace in commissione giustizia del Senato una proposta di legge, appoggiata da un vasto schieramento politico bipartisan, per l’assegnazione di un impiego nella Pubblica amministrazione agli ex collaboratori.
E mentre tutto è fermo, i clan – dai Pesacane di Boscoreale, ai Cesarano di Pompei e Castellammare di Stabia che Luigi Coppola ha contribuito a decapitare, e che tempo fa gli hanno fatto ritrovare una bottiglia contenente liquido infiammabile e alcuni proiettili in auto – ringraziano.
Lui e la sua famiglia, invece, tremano. Ma con soli 70 centesimi in tasca e nulla più da perdere, a parte la dignità, dicono “Ormai siamo pronti a tutto

Testimoni di Giustizia, vuoti a perdere. La triste storia di Luigi Coppola, sfruttato dallo Stato e buttato come uno straccio

“Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Cantava così Giorgio Gaber e non so se Luigi Coppola, testimone di giustizia dopo la vicenda accaduta nella giornata di ieri pensa più alla fortuna o sfortuna di essere italiano. In un paese che si fonda sulla democrazia è triste sapere che un pezzo di stato la calpesti con i suoi gesti. Nella giornata di ieri Luigi Coppola con altri dieci testimoni di giustizia si era recato innanzi ai palazzi delle istituzioni romane per protestare contro la cancellazione delle speciali misure di protezione nei confronti dei testimoni di giustizia e dei propri nuclei familiari dopo la chiusura dei processi.

Come a dire: arrivederci e grazie, se la camorra vuole. Una vicenda che mette a rischio la vita di coloro i quali hanno collaborato in importanti inchieste. Ebbene Luigi ed i suoi sfortunati amici vengono bloccati e portati in commissariato alle 9 del mattino, e dopo la minaccia di dare loro il cd “foglio di via” per tre anni da Roma, vengono trattenuti per tutta la giornata nello stesso commissariato. Quando ho sentito telefonicamente il testimone non credevo alle mie orecchie, invece ahimè, era tutto vero. Una normale giornata di regime in un paese democratico. La cosa assurda al di là della violenza psicologica nei confronti di chi manifestava per ottenere un diritto negato, è il trattamento che lo Stato usa nei confronti di chi collabora.

Se sei camorrista bene, avrai protezione ed un futuro a spese dei contribuenti; se sei un commerciante, un imprenditore che aiuta con le proprie denunce a mandare in galera camorristi mettendo a rischio la propria vita e quella dei suoi familiari, ti devi affidare al padreterno! Peccato che Luigi e gli altri Testimoni non sono mai stati camorristi! La differenza sostanziale tra i due istituti sta nel fatto che i collaboratori (i cd pentiti) sottoscrivono un “contratto” con lo Stato basato sulla fornitura di informazioni provenienti dall’interno dell’organizzazione criminale in cambio di benefici processuali, penali e penitenziari, della protezione e del sostegno economico per sé e per i propri famigliari. I testimoni invece forniscono la loro testimonianza relativamente all’accadimento di un fatto delittuoso e per tale ragione godono di una protezione da parte degli organi dello Stato appositamente creati. Non dico di trattare allo stesso modo anche sotto l’aspetto economico le due figure che hanno pari importanza nelle questioni giudiziarie, ma almeno di mettere al sicuro anche i testimoni! La storia di Luigi è alquanto singolare.

Luigi Coppola è un testimone di giustizia. Nel 2001 commerciava auto, denunciò le estorsioni e l’usura subite facendo scattare decine e decine di arresti che hanno portato a quasi trenta condanne definitive. In pratica, grazie alle sue testimonianze, viene decapitato il clan di Boscoreale, i Pesacane, e quello dei Cesarano della zona di Pompei e Castellammare di Stabia. Come in tutte le fiabe, viene subito protetto e coccolato dallo Stato, e nel 2002 viene inserito nel programma di protezione testimoni assieme alla sua famiglia, moglie e due figlie. A riportare con i piedi per terra Coppola è quel sistema per cui chi denuncia non viene obbligato a rimanere nella sua terra per dare un segnale forte ai clan, ma viene sradicato e portato in giro come un pacco postale, assieme alla sua famiglia, come un pentito di mafia da nascondere. Solo nel luglio 2007 riesce a tornare nella sua terra, la Campania, precisamente a Pompei.

E proprio allora quel che sembra un lieto fine si trasforma in un incubo: la sua concessionaria d’auto viene disertata dagli acquirenti, la gente del suo paese fa persino una petizione al sindaco per cacciarlo da Pompei e quando si reca dal Prefetto di Napoli, quest’ultimo quasi giustifica chi non lo vuole a Pompei. E siccome le vergogne viaggiano sempre in compagnia, i proprietari dell’abitazione presso cui era in affitto con un giro di valzer lo buttano fuori di casa; Luigi ne cerca un’altra, prova anche a comprarne una, ma la risposta è sempre la stessa: a lei non si loca né si vende. Luigi per un certo periodo ha dormito nella macchina di scorta sotto il palazzo comunale. Nel frattempo accade ciò che per un testimone di giustizia è l’inizio della fine: la sua ultima deposizione è nel marzo 2007 e i processi, nel 2009, arrivano alla Cassazione, dunque Coppola non serve più e può essere avviato allo smaltimento rifiuti.

Così, magicamente, nel gennaio 2010 il Viminale gli notifica la decisione di revoca, seduta stante, della scorta e della vigilanza fissa sotto la sua abitazione. Nella delibera della commissione centrale del Ministero dell’Interno si legge che anche la Prefettura ha comunicato che la posizione di Coppola è stata esaminata e visto che i suoi “impegni giudiziari sono da tempo terminati” e che le persone da lui denunciate sono attualmente detenute, Luigi non rischia niente. Tutto ciò, è bene dirlo, non è uno scherzo. Da allora più volte la camorra si è fatta sentire con segnali, minacce. Oggi a farsi sentire è lo Stato cancellando il suo diritto a manifestare e minacciando. Al peggio non c’è mai fine!!!

Tonino Scala

L’antimafia a comando. Quando l’”antimafia” viene gestita dalla politica!!! Ecco perché la vera antimafia deve stare lontana dai partiti e dalle istituzioni che li rappresentano

Mascariamenti, accuse di corruzione e di mafia, lotte al coltello sotto il tendone dell’antimafia. Il Pd e il centrosinistra offrono questo spettacolo a elettori e militanti sgomenti. Forse sarebbe il caso di rileggere Sciascia. 

Ogni volta che c’è in gioco una posizione di potere, una poltroncina in prima fila, torna l’antimafia a comando. Lampeggia l’avviso in calce alla polemica: attenzione, il mio collega di partito, il mio vicino di coalizione, colui che, fino a ieri, era l’amico prediletto, adesso risulta corrotto e mafioso. Io che vi parlo dal pulpito ho il crisma dell’alfiere della purezza, gli altri sono, nel migliore dei casi, conniventi. Si tratta di un vecchio numero da circo, di una bomba a mano funzionale al mantenimento delle posizioni nelle trincee della politica. I ragionamenti non la disinnescano. Non ci riuscì neanche Sciascia con quel monumento di articolo sui professionisti dell’antimafia (intuizione esatta, con l’esempio sbagliato di Paolo Borsellino, integrazione utile per chiarire, ndr). Ed era Leonardo Sciascia, uno che aveva capito tutto. Eppure lo chiamarono quaquaraquà. Una antica tradizione di sinistra, l’antimafia-accusa a comando, che va a braccetto con l’altro
costume in voga: il massacro dei compagni, piuttosto che degli avversari. Una memoria di coltellate giunta fino ai giorni nostri, dopo avere dribblato anni di mascariamenti. Basta riascoltare – per rendersene conto – Beppe Lumia, al convegno del Megafono, mentre maledice, in odio al ‘consociativismo’: “quella parte del Partito democratico, esso stesso un partito burocratico e clientelare e con tratti anche di affarismo e di corruzione mafiosa”. Affarismo, corruzione e mafia, le chiavi di volta dell’anatema lumiano alla convention megafonista di Taormina, spese per tracciare il perimetro della scomunica. Buttate lì per distinguere i buoni dai cattivi. Munizioni indispensabili nella difesa del fortino di Rosario Crocetta dall’assalto di “quella parte del Pd” che vede il governatore come fumo negli occhi. Artiglieria antimafiosa. Lo ha sottolineato, con un giudizio graffiante, anche il segretario regionale dei democratici, Fausto Raciti: “E’ insopportabile l’ipocrisia di chi pretende di rilasciare patenti di moralità a seconda che si contesti o meno il governo della Regione Sicilia”. L’antimafia a comando questo fa. Distribuisce “la patente”, seguendo il canone dell’amicizia o dell’inimicizia, dell’interesse o del disinteresse. E finisce per sconfessare, con la sua ossessione partigiana, l’antimafia seria che lavora sul campo, perseguendo – se si mantiene equilibrata e rifugge dalla retorica – il traguardo della giustizia. A margine, sarebbe opportuno rivolgere al senatore Lumia qualche domanda. Se il Pd è un obbrobrio, lo è sempre stato o lo è diventato? E se lo è sempre stato, come era compatibile con la militanza di uno specchiato antimafioso del calibro di Beppe Lumia? Se lo è diventato – poiché la trasformazione non può essere avvenuta in un mese – perché il latore delle accuse non ha denunciato per tempo? In aggiunta, nella damnatio del consociativismo: cosa era il Partito Democratico quando spartiva il potere con Raffaele Lombardo, figura assai diversa – e non c’erano ancora sentenze ad approfondire il solco – dalla sostanza etica e politica di un agglomerato di centrosinistra? Beppe Lumia fu una delle architravi di quel patto. Stava con Raffaele, come ora sta con Saro, senza battere ciglio, sempre nel segno zodiacale dell’antimafia. Tema affatto nuovo, tradizione di sinistra, consuetudine di mascariamenti, l’antimafia a comando. Tanto che il proconsole renziano in Sicilia, Davide Faraone, innestò una sua personale polemica contro ‘la cosiddetta ‘antimafia 2.0′. Disse Faraone: “Ieri c’erano vantaggi a fingere d’ignorare che la mafia esistesse; oggi ci sono vantaggi a proclamare che la mafia esiste e che bisogna combatterla con tutti i mezzi. Il potere fondato sulla lotta alla mafia è molto simile, tutto sommato, al potere mafioso e al potere fascista. Ora, non voglio dire se Sciascia allora avesse ragione o torto, ma sono certo, che quelle riflessioni sono attuali oggi. I 2.0 usano l’antimafia, non soltanto per popolarità e lotta politica, ma per costruire blocchi di potere politico-economici alternativi a quelli esistenti”. Questo è il dettaglio della rissa di cortile e d’antimafia. Sullo sfondo, si narra la deriva del centrosinistra siciliano, ormai separato dal preambolo della questione morale. Enrico Berlinguer predicò
l’urgenza della questione morale, la diversità di chi non accetta compromessi al ribasso che stravolgano l’identità di un cammino, perché mira davvero al rinnovamento. Pio La Torre visse e morì della prassi della questione morale che, in Sicilia, coincide con una schietta etica antimafiosa e si riconosce nella costruzione della legalità di sostanza, non nella sua mascherata. I successivi detentori del marchio hanno progressivamente ripudiato la via maestra, per praticare la scorciatoia dell’inciucio senza rinnovare alcunché. Hanno contrabbandato l’inganno della rivoluzione, prendendo la questione morale siciliana a paravento. Hanno falsificato l’antimafia, trasformandola in contraffazione, per garantirsi la salvaguardia delle poltroncina. Così, tra macerie e coltellate, si consuma l’ultimo fiato di ‘qualcosa’ che annotava ambizioni di rinascita, sbandierando il pedigree di gloriose battaglie trascorse. Sotto le bandiere di una volta, uomini e cose hanno cambiato verso, ma nel senso della speranza tradita. Se Raffaele Lombardo fu la quintessenza del compromesso, Rosario Crocetta è l’inveramento di un incubo (ci sono solo due percorsi drammatici e portano entrambi alla devastazione: la sfiducia come atto supremo di suicidio, il sostegno come agonia, lento spegnimento). L’antimafia è la tenda che copre questo circo degli orrori. Faraone si tranquillizzi, se può, davanti a un simile spettacolo e risolva finalmente il dilemma. Sciascia aveva ragione.

Le mafie controllano le filiere alimentari

La mafia si siede a tavola. Il conto è di 14 miliardi

I clan gestiscono le filiere alimentari. Dal latte alla carne c’è il rischio adulterazioni

Non solo droga e traffici illeciti, Mafia Spa, si è seduta anche a tavola, su quella delle migliori produzioni alimentari del «made in Italy», contabilizzando del suo conto economico una cifra di circa 14 miliardi di euro. A spiegare come le ramificazioni della criminalità organizzata siano ormai solide anche nel settore alimentare è stata la Coldiretti in un’indagine sul prezzo dell’illegalità, presentata al Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione che si è chiuso ieri a Cernobbio. MAFIA E MOZZARELLA La criminalità – sottolinea Coldiretti – controlla in molti territori la distribuzione e talvolta anche la produzione di interi comparti. Nella rete mafiosa sono entrate le filiere del latte, della
carne, della mozzarella, dello zucchero, dell’acqua minerale, della farina, del pane, del burro, della frutta e della verdura. I criminali con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione impongono la vendita di determinate marche e determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della crisi economica, arrivano a rilevare e gestire direttamente. Non solo «si appropriano di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma – conclude la Coldiretti – compromettono in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio Made in Italy». Un fenomeno in netta controtendenza rispetto alla fase recessiva del Paese, perché la criminalità organizzata trova terreno fertile proprio nel tessuto economico indebolito dalla crisi. Proprio per contrastare questi fenomeni la Coldiretti insieme all’Eurispes ha promosso la Fondazione «Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare» con il procuratore Giancarlo Caselli alla guida del Comitato Scientifico della Fondazione e il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo alla presidenza. IL FALSO «BOCELLI» La contaminazione a tavola non è solo causata dal crimine. Molti operatori economici, non legati alle mafie, approfittano della crisi per portare a tavola alimenti adulterati o prodotti frutto di sofisticazioni. È sempre la Coldiretti che indica alcuni esempi di falso cone il prestigioso vino spumante del tenore Bocelli fino alle finte cotenne di prosciutto di Parma utilizzate per fare i fagioli con cotiche, piatto povero della tradizione. Proprio a Cernobbio i carabinieri dei Nas hanno allestito la prima esposizione degli strumenti di contraffazione e dei prodotti alimentari sequestrati in Italia. Le frodi a tavola – ha sottolineato la Coldiretti – consentono un guadagno che va da 5 a 60 volte il costo della sofisticazione a seconda del prodotto e colpiscono soprattutto i simboli del Made in Italy per il valore aggiunto che garantiscono. Si va dai marchi dei vini più prestigiosi come il Brunello, il Chianti o il Morellino di Scansano fino alle confezioni contrassegnate da marchi appartenenti a ditte inesistenti che contengono olio di semi allungato con clorofilla e spacciato come extravergine. L’attività dei carabinieri dei Nas ha consentito di smascherare anche mozzarelle fasulle ottenute dalla lavorazione anche con sostanze chimiche di semilavorati industriali, dette cagliate, importati dall’estero come i cosci di prosciutto marchiati come Parma grazie all’utilizzo di falsi punzoni. Ma la nuova frontiera delle frodi è internet dove si moltiplicano le offerte di prodotti contraffatti come le «smart drugs» oggetto di ripetuti sequestri. IL RECORD Con la crisi sono praticamente quadruplicate le frodi a tavola con un incremento record del 277 per cento del valore di cibi e bevande sequestrate perché adulterate, contraffate o falsificate, per garantire la sicurezza alimentare. La Coldiretti è arrivata a questo risultato analizzando l’attività svolta dai carabinieri dei Nas dal 2008 al 2014. Nei primi nove mesi del 2014 sono stati sequestrati beni e prodotti per un valore di 318,7 milioni di euro soprattutto con riferimento a prodotti base dell’alimentazione come la carne (29 per cento), farine pane e pasta (16 per cento), latte e derivati (12 per cento), prodotti ittici (9 per cento), ma anche in misura rilevante alla ristorazione (15 per cento) dove per risparmiare si diffonde purtroppo l’utilizzo di ingredienti low cost che spesso nascondono frodi e adulterazioni. L’attività dei carabinieri dei Nas nei primi nove mesi del 2014 ha portato all’arresto di ben 10 persone mentre 1310 sono state segnalate all’autorità giudiziaria e 7672 a quella amministrativa. «Le frodi a tavola si moltiplicano nel tempo della crisi soprattutto con la diffusione dei cibi low cost e sono crimini particolarmente odiosi perché si fondano sull0inganno nei confronti di quanti, per la ridotta capacità di spesa, sono costretti a risparmiare sugli acquisti di alimenti», ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che «oltre un certo limite non è possibile farlo se non si vuole mettere a rischio la salute». Gli ottimi risultati dell’attività di contrasto messa in atto dalla Magistratura e da tutte le forze dell’ordine impegnate confermano la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie troppo larghe della
legislazione a partire – ha concluso Moncalvo – dall’obbligo di indicare in etichetta la provenienza della materia prima impiegata. SALUTE A RISCHIO L’illegalità e le frodi alimentari in aumento, instillano insicurezza nei consumatori, al punto che il 65 per cento degli italiani ritiene che la crisi abbia fatto aumentare i rischi alimentari. L’indagine Coldiretti anzi evidenzia peraltro che ben il 12% dei consuimatori italiani dichiara di esserne stato vittima. Sotto accusa per un italiano su cinque sono i cibi low cost dietro i quali spesso si nascondono, infatti, ricette modificate, l’uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi ma – denuncia la Coldiretti – possono a volte mascherare anche vere e proprie illegalità, come è confermato dall’escalation dei sequestri. A preoccupare il 21% è invece l’apertura delle frontiere con l’arrivo di alimenti che vengono da Paesi lontani con diverse condizioni sanitarie e produttive, ma che – sostiene la Coldiretti – non possono essere ben identificati sugli scaffali per la mancanza di un sistema trasparente di etichettatura di origine.

(Tratto da Il Tempo)

Il boss del clan Lo Russo era domiciliato a Gaeta ed i cittadini e gli amministratori gaetani dormono sonni tranquilli

UN ALTRO CAPOSALDO DELLA CAMORRA NEL SUD PONTINO SMANTELLATO DAI CARABINIERI.
COMPLIMENTI ALLA COMPAGNIA DI FORMIA
Non è tanto la cronaca a se stante che ci interessa quanto il “quadro” nel quale questa si va ad inserire.
Un altro caposaldo della camorra è stato smantellato dai Carabinieri nel sud pontino e di questo dobbiamo essere grati agli investigatori ed al Comandante della Compagnia di Formia, i quali hanno saputo dimostrare di saper fare un lavoro davvero eccellente.
Complimenti.
Un pericoloso pregiudicato appartenente al clan Lo Russo è stato catturato e neutralizzato.
Era domiciliato a Gaeta.
Non si trattava di uno qualsiasi, ma di un capo, imparentato, sembra, con il boss, il capo del clan e, quindi, un boss anch’egli..
La notizia per noi finisce qua.
Quello che ci interessa, invece, è il “quadro” che da essa emerge.
Di Gaeta e della presenza mafiosa in essa si parla da decenni, anche se la gente e gli amministratori sembrano di non volersene rendere conto.
Di mafia a Gaeta si cominciò a parlarne quando furono confiscate tantissime proprietà ai Magliulo, quasi una decina fra abitazioni e terreni.
Oggi sono tutte di proprietà del Demanio e, peraltro, inutilizzate e non messe a profitto.
Si parlò, poi, di una presenza, che sarebbe stata individuata dalla Guardia di Finanza, di soggetti sospettati di far capo alla ex Banda della Magliana.
Poi, ancora, di quella di una impresa, impegnata nella realizzazione dei primi lavori di ampliamento del Porto di Gaeta che sarebbe stata riconducibile a familiari di Toto’ Riina ma con sede legale nel nord.
Infine, del colpo grosso delle voci sui traffici nel Porto, delle vicende collegate con l’assassinio di Ilaria Alpi e delle dichiarazioni di Carmine Schiavone il quale ha parlato delle provincia di Latina e, in particolare, di Gaeta e Formia come della “provincia di Casale”.
In videoconferenza ad un processo che si è svolto qualche settimana fa a Latina, sempre Schiavone è tornato a parlare del… “Porto di Gaeta”…
Un nome che ricorre da anni e spesso ogni volta che si parla di camorra, come di una sorta di crocevia degli affari dei Casalesi e non solo.
Un nome che ritorna sempre allorquando si parla di una catena di iniziative economiche che interesserebbero vari quartieri e varie vie di Gaeta, da quello di Porta di Terra-via Begani a quello di Via Bologna-via Garibaldi-Via Sermoneta ed altri ancora e che vedrebbero, come attori, quasi tutti soggetti provenienti da oltre Garigliano.
Iniziative, queste, di natura edilizia.
Per non parlare, poi, di quelle di natura commerciale.
Qualcuno, in passato, ha parlato di Gaeta come di “una lavatrice di denaro della camorra”, ma, poi, ha subito taciuto, come se qualcuno fosse intervenuto per farlo tacere.
Ma l’aspetto che oggi sorprende è quello che riguarda, oltre che la presenza presunta di presenze “casalesi”, anche quella del livello di altri clan.
Nel caso di ieri, del clan Lo Russo
Tutto ciò, mentre cittadini ed amministratori gaetani dormono sonni tranquilli!

Testimoni di Giustizia, nessuno vuole parlarne. Verità scomode?

BARI – Un uomo è stato ucciso e il suo corpo distrutto dalle fiamme nelle campagne di Valenzano, a sud di Bari: l’ipotesi investigativa, tutta da confermare, è che i piccoli frammenti di ossa recuperati sotto un albero carbonizzato possano appartenere al corniciaio Alessandro Leopardi, ex testimone di giustizia scomparso il primo ottobre scorso. Sulla vicenda i carabinieri della compagnia di Triggiano, coordinati dal pm Manfredi Dini Ciacci, indagano per omicidio volontario.

Per accertare l’identità della vittima la Procura ha affidato al medico legale Francesco Introna l’incarico per compiere gli esami antropologici e l’estrazione del Dna. L’esito di questi accertamenti, eseguiti oggi pomeriggio nell’istituto di medicina legale dell’Università di Bari, non si conoscerà prima di venti giorni. L’ipotesi che i resti appartengano al corniciaio scomparso da Valenzano cinque giorni fa, rafforza i sospetti che Leopardi sia stato vittima di una lupara bianca.

Già dalle prime ore dopo la denuncia della moglie, l’attenzione degli investigatori si era concentrata sul passato dell’uomo. Nel 2005 aveva denunciato tre pregiudicati ritenuti vicini al clan barese Stramaglia. Sulla base delle sue dichiarazioni erano finiti in manette Michele Buscemi (nipote del boss ‘Chelangelò Stramaglia, ucciso in un agguato mafioso nel gennaio 2008), Luca Masciopinto e Matteo Radogna, attualmente tutti e due a piede libero.
Dopo quella denuncia Leopardi aveva lasciato la Puglia e, fino al 2011, ha vissuto nelle Marche sotto protezione come testimone di giustizia. E’ tornato a Valenzano con la famiglia per sua scelta e, fino ad oggi, non aveva avuto – a quanto è dato sapere – nè minacce nè ritorsioni. Non ci sono del resto elementi che colleghino la scomparsa con quella vicenda giudiziaria.

Ma il caso si presta a commenti. Per Davide Mattiello (Pd), componente della commissione Antimafia, “la valutazione della attualità e della gravità del pericolo in situazioni come questa è rimessa alla Procura distrettuale, che può proporre il soggetto esposto all’attenzione della Commissione centrale affinché questa disponga le misure speciali previste dalla legge. Mi chiedo se dal ritorno in località d’origine del Leopardi, siano state fatte queste valutazioni”.

Mattiello chiede attenzione anche per un altro ex testimone di giustizia, Francesco Di Palo, “uscito dal programma di protezione e tornato in località d’origine, Altamura (Bari) “. “Confido nella massima attenzione da parte della Procura barese: non si può abbassare la guardia mai. Proprio per la prossima settimana – conclude – è attesa la sentenza di primo grado per l’assassinio di Domenico Noviello”, punito per denunce che aveva fatto diversi anni prima.

Il viceministro Bubbico promette magie!

DA TESTIMONE DI GIUSTIZIA FIN DAL LONTANO 2001 CREDO DI POTERMI PERMETTERE DI CONTRADDIRE LE PROMESSE DI BUBBICO IL QUALE CONTINUA AD ILLUDERE I CREDULONI E MEGLIO ANCORA COLORO CHE FRESCHI DI ESCA SI SONO TROVATI AD ENTRARE IN UN TUNNEL CHIAMATO PROTEZIONE CHE IO PER ESPERIENZA CHIAMEREI SPROTEZIONE E NON PER ATTACCARE IL “SERVIZIO CENTRALE PROTEZIONE” MA BENSI’ PER EVIDENZIARE CHE IL MALE ARRIVA DA UN PROBLEMA PIU’ PROFONDO MA CHE OGNUNO FA FINTA DI NON CONOSCERE O FAR EMERGERE PERCHE ‘ FA COMODO COSI’. PURTROPPO LE LAMENTELE SONO PERENNI COME PURE LE PROMESSE CHE NEGLI ANNI SI SONO SUSSEGUITE. LA VERITA’ E’ UNA SOLA. CHI DENUNCIA DIVENTA UN PESO E LO STATO CHE DOVREBBE ESSERE GARANTE DI ALLEVIARE LE PENE CHE INEVITABILMENTE AFFLIGGONO CHI SI OPPONE AL CRIMINE DIVENTA ANCH’ESSO UN NEMICO. ANZI LO STATO TENDE A LIQUIDARTI CON POCHI SPICCIOLI PUR SAPENDO CHE CHI DENUNCIA PERDE LA POSSIBILITA’ DI SVOLGERE ATTIVITA’ E ANCORA PIU’ GRAVE PERDE LA POSSIBILITA’ DI AVERE UNA VITA SOCIALE NORMALE CHE GIA’ LA PROTEZIONE SI PERDE. MA QUESTO IL BUON BUBBICO NON LO DICE NE’ ALTRI LO HANNO DETTO E MAI LO DIRANNO SALVO LA POLITICA DELL’APPARIRE E LE ASSOCIAZIONI CHE SU DI NOI HANNO FATTO E FANNO CARRIERA E SOLDI
E POI CI SONO I TESTIMONI DEI CERCHI MAGICI QUELLI DEL PERICOLO A VITA SEMPRE ACCUDITI E SCORTATI
COME CI SONO I TESTIMONI PER CONVENIENZA CHE A TAVOLINO HANNO STUDIATO LE MOSSE ECONOMICHE
QUINDI BUBBICO QUANDO ASSERISCE CHE I TESTIMONI SONO COSCIENTI CHE LUI SI STA IMPEGNANDO SI RIFERISCE A QUELLI DEL CERCHIO MAGICO OPPURE A CHI A TAVOLINO STUDIA ANCORA LE MOSSE DA PORTARE AVANTI
NON PENSO CHE BUBBICO POSSA RIFERIRSI ALLO SCRIVENTE VISTO CHE GLI AVEVO CHIESTO DI FARMI VISITA A ME E FAMIGLIA IN POMPEI PER RENDERSI CONTO DI COME NON VIVE UN VERO TESTIMONE DI GIUSTIZIA UNO CHE E RITORNATO NELLA PROPRIA TERRA RIAPRENDO LA PROPRIA ATTIVITA SFIDANDO GLI OSTACOLI DELLA CRIMINALITA E DELLE STESSE ISTITUZIONI CHE NON GRADIRONO IL MIO RITORNO
E TUTTORA CI TRATTANO COME ESSERI INUTILI LASCIATI A MENDICARE, A VIVERE TRA AUTO E UN CAPANNO, A SCAPPARE DALLE INTIMIDAZIONI CAMORRISTICHE
E TUTTORA A RICEVERE PORTE IN FACCIA DICHIARANDOCI AUTORI DELLA NOSTRA DISFATTA
BUBBICO SI DOVREBBE VERGOGNARE DI ESSERE IL PRESIDENTE DI UNA COMMISSIONE DEL VIMINALE CHE PUR SAPENDO DEI TANTI TORTI NULLA STA FACENDO PER RIMEDIARE E RIDARE DIGNITA’ A QUATTRO PERSONE
Luigi coppola e famiglia
Il testimone di giustizia
Che non crede alle favole del pifferaio magico”

E’, questa, appena una, l’ennesima, delle note di indignazione e di protesta che riceviamo quasi quotidianamente dai Testimoni e dai Collaboratori di Giustizia, categorie di persone senza delle quali non sarebbe possibile alcuna azione contro la criminalità mafiosa.
Fossimo in Renzi, avremmo già cacciato dal Ministero degli Interni Alfano, Bubbico ed i vertici di un Servizio Centrale Protezione che si sono rivelati assolutamente inadeguati a gestire un mondo, quello appunto dei Testimoni e dei Collaboratori di Giustizia, così delicato e complesso.
Un mondo che richiede sensibilità, acume, accortezza, disponibilità all’ascolto e, consentitecelo, profondo senso dello Stato.
Sì, perché se questi signori non capiscono che senza Testimoni e Collaboratori, soprattutto, di Giustizia non sarebbe possibile nemmeno impostare un processo contro le mafie, vuol dire che a capo di uno dei Ministeri più importanti e delicati ci sono persone che di senso delle Istituzioni ne hanno ben poco o addirittura zero. Punto. Ci dispiace essere così crudi, ma cominciamo ad essere fortemente preoccupati per le gravissime ricadute che si potrebbero a breve avere sul piano dell’azione di contrasto alle mafie.
Oltre alla sofferenza indicibile che ti provoca, come uomo e, soprattutto, come padre e nonno, nel constatare lo stato di umiliazione profonda in cui sono cadute persone che, da imprenditori per lo più quali erano, sono ridotte oggi a chiederti i 20 euro per una ricarica telefonica o addirittura per comprare il latte ed il pane ai propri figli, qua si paventa la prospettiva di una reazione diffusa che potrebbe portare al rifiuto di continuare a collaborare con la Giustizia e a confermare nei dibattimenti le accuse contro le organizzazioni criminali. Questo per quanto riguarda i processi in corso. Ma ancor più grave è il pericolo che si sta delineando per quanto riguarda gli effetti psicologici che potrebbero ottenersi e che potrebbero portare tantissime persone a rifiutare per l’avvenire di collaborare con lo Stato nella lotta contro le mafie.
E, questo, al di là dell’aspetto umano che pur ci turba e non poco, è quanto ci inquieta in maniera particolare.
Sarebbe la fine della lotta alle mafie.
La resa definitiva dello Stato di diritto alle mafie.
L’affermazione dello stato-mafia.
La fine della civiltà e della democrazia.
Stiamo assistendo a degli spettacoli che, superato il limite del ridicolo, stanno sfociando nella vergogna.
Da una parte leggiamo le promesse miracolistiche di Bubbico e dall’altro le smentite plateali di un Alfano che addirittura prefigura un trasferimento in massa all’estero di Collaboratori e Testimoni. Un ministro che smentisce oggettivamente il suo vice, mentre, al contempo, il cosiddetto “Servizio Centrale Protezione” se ne va per conto proprio, non risponde alle logiche di una pur minima strategia di protezione e fa acqua da tutte le parti.
Una situazione intollerabile sotto ogni aspetto e vista da ogni angolazione: umana, politica, sociale, istituzionale.
Ci sono state già delle azioni di protesta attraverso trasmissioni televisive ed altre –lo sappiamo-ce ne saranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane.
Il livello del malcontento e della rabbia sta montando e questo ci preoccupa notevolmente.
Noi ci siamo permessi di consigliare a qualcuno che ci ha telefonato di rivolgersi, illustrando dettagliatamente lo stato delle cose e prima di organizzare una manifestazione nella Capitale, non più ad Alfano e Bubbico, vista l’inutilità delle richieste precedenti, direttamente al Presidente del Consiglio ed al Procuratore Nazionale Antimafia, Renzi e Roberti ed, eventualmente, anche al Capo dello Stato ed al Presidente e Vice Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia. Bindi e Fava.
Ciò in quanto è probabile che questi non siano stati messi al corrente della gravità della situazione.
Da parte nostra non possiamo esimerci, confermando tutta la nostra affettuosa solidarietà a queste persone coraggiose che hanno messo a repentaglio la vita loro e dei loro cari ed hanno rinunciato ad una vita di benessere, peraltro, riducendosi alla miseria ed alla solitudine, dal rivolgere un accorato appello al Capo dello Stato ed al Presidente del Consiglio dei Ministri perché intervengano personalmente e con urgenza per dare una soluzione il più possibile positiva ad una situazione che sta diventando sempre più preoccupante.

Bubbico parla di Decreto a favore dei Testimoni di Giustizia. Se ne sta parlando da mesi, per non dire anni, ma ancora non si vede niente. Comunque ancora un pò di pazienza…

SPERIAMO!!!
MA, INTANTO, BUBBICO IL 16 MAGGIO U. S. AVEVA DICHIARATO ALL ‘ESPRESSO CHE LA CARTA DEI DIRITTI DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA SAREBBE STATA STILATA “ENTRO 6 MESI, NON UN GIORNO IN PIU’”. I 6 MESI SCADRANNO IL 16 NOVEMBRE PROSSIMO MA LEGGIAMO CHE OCCORRERANNO “2 MESI”. ALTRI DUE MESI SIGNIFICA CHE BISOGNERA’ ASPETTARE NON PIU’ FINO A NOVEMBRE, COME AVEVA PROMESSO, MA FINO A DICEMBRE…
E SPERIAMO ANCORA CHE SI TRATTI DI DICEMBRE 2O14 E NON DI DICEMBRE 2020…
COMUNQUE ARRIVERA’ PURE DICEMBRE, ON. BUBBICO E SE PASSERA’ ANCHE QUEL MESE NON SI DISPIACCIA SE L’ATTACCHEREMO SENZA SOSTA.

Bubbico: “Stileremo la Carta dei Diritti dei Testimoni di Giustizia entro 6 mesi, non un giorno in più”. Lo ha dichiarato all’Espresso che lo ha pubblicato il 16 maggio u. s.. I 6 mesi, ammesso che Bubbico lo abbia dichiarato il 16 maggio giorno stesso della pubblicazione, scadranno il 16 novembre prossimo. Aspettiamo ancora quest’altro mese e non ci pronunciamo ancora, ma ci teniamo a mettere in evidenza che di quella Carta non se ne parla più. Una bubbola? Comunque ancora un pò di pazienza…

Testimoni di giustizia, arriva la Carta dei diritti

Il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico ha istituito una commissione ad hoc. Sociologi, avvocati, magistrati e funzionari del Servizio centrale di Protezione hanno sei mesi per rendere eque le normative a favore di chi rischia la vita per accusare le cosche mafiose

di Piero Messina
16 maggio 2014

La lotta alle mafie avrà un’arma in più. Si chiama “Carta per i diritti dei testimoni di giustizia” ed è il progetto lanciato dal viceministro dell’Interno, Filippo Bubbico, con l’obiettivo di aggiornare e rendere eque le normative a favore di quel drappello di uomini e donne che negli anni sono sfilati di fronte ai Tribunali per accusare le cosche mafiose. Sono quasi un centinaio i testimoni di giustizia che in questi anni stanno offrendo il loro contributo alla Magistratura. Grazie alle loro dichiarazioni, la magistratura è riuscita a disarticolare intere cosche mafiose. I testimoni di giustizia provengono tutti dal Sud e sono inseriti, con i loro familiari, all’interno dei sistemi di protezione. La normativa attuale discende dalla legge sui “collaboratori” di giustizia. La linea di demarcazione tra i due status è netta: il collaboratore è un ex mafioso o un fiancheggiatore che ha deciso di saltare il fosso; il “testimone” è una vittima innocente di fatti di mafia.

Per giungere alla stesura della Carta, il Viminale ha creato una commissione ad hoc, un gruppo composto da sociologi, avvocati, magistrati e funzionari del Servizio centrale di Protezione, che nei prossimi sei mesi avrà il compito di studiare le normative vigenti e proporre le modifiche necessarie. Bubbico promette una svolta in tempi certi.

Perché è necessario cambiare le regole?
“Perché manca un quadro di certezze giuridiche ed operative che valga per tutti. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che sia necessaria un’azione di trasparenza. E spiego perché: i testimoni inseriti nei programmi di protezione non hanno ben chiari i propri obblighi e propri diritti. Così, è necessario per lo Stato rivalutare misure e strumenti, garantire condizioni di sicurezza e risarcire questi cittadini esemplari per i disagi che vivono. Ecco, la Carta dei diritti del testimone di giustizia dovrà creare un quadro di certezze giuridiche ed operative”. La stileremo in sei mesi, non un giorno di più″.

Cosa non ha funzionato?
“Dalla legge del 1991 alle successive modifiche, abbiamo costantemente aggiornato i profili di intervento. Ci siamo adeguati al contesto di volta in volta, creando un modello di risposta in progress che, magari avrà sortito delle soluzioni tampone, ma proprio per la sua natura sperimentale ha causato episodi discrezionali. Non tutti sono stati trattati allo stesso modo. E questo non è più accettabile. Servono regole eguali per tutti, principio caposaldo per una concreta azione legalitaria. Non è più possibile procedere con un quadro normativo che si è consolidato per successive approssimazioni”.

I testimoni come vivono il loro status?
“Stiamo vivendo un paradosso. Lo Stato impegna notevoli fondi sul piano finanziario (per collaboratori e testimoni di giustizia il budget del Servizio centrale Protezione sfiora gli 80 milioni di euro l’anno,ndr) ma anche in termini di risorse umane e strumentali. Ma dai testimoni di giustizia registriamo una insoddisfazione crescente. Ed è comprensibile, purtroppo. Così come è comprensibile il sacrificio silenzioso di migliaia di operatori di giustizia, uomini delle forze dell’ordine e della magistratura, che offrono il loro apporto in condizioni complesse. Con la Carta metteremo mano anche a queste situazioni”.

Perché i testimoni di giustizia si lamentano?
“E’ necessaria una premessa. Chi decide di testimoniare offre un contributo determinante nella lotta al crimine organizzato ed espone se stesso e la sua famiglia a rischi nella sicurezza personale ed a disagi profondi che segnano l’esistenza. La loro vita viene sconvolta perché, in ossequio al dovere di cittadinanza, hanno testimoniato di fatti illeciti o atti violenti. C’è chi ha cambiato città, chi ha deciso di utilizzare nuove identità e chi, infine, ha scelto di restare in trincea, nei luoghi dove ha denunciato le cosche mafiose”.

Tra i testimoni di giustizia che hanno deciso di non lasciare la sua terra e non cambiare identità c’è Ignazio Cutrò. Ora, però, l’imprenditore di Bivona sembra sul punto di arrendersi ?
“Chi ha deciso di continuare a vivere nei luoghi dove sono avvenuti i fatti che ha denunciato è più di un testimone di giustizia. Diventa un testimone di legalità. Lo Stato deve saper cogliere queste risorse strategiche, perché la libertà si conquista restando in trincea. Se mi metto nei panni di chi ha scelto di restare, mi rendo conto di quanto difficile sia la sfida. C’è il rischio di essere isolati da una comunità, le persone che prima ti salutavano non ti rivolgono più lo sguardo, non ti degnano di una parola. In queste condizioni è quasi impossibile immaginare un reinserimento a pieno titolo. Come fa un imprenditore a lavorare in un contesto simile? Questa per noi è una sfida anche culturale, da vincere a tutti costi, perché le mafie si sconfiggono nei tribunali ma anche giorno dopo giorno, grazie al coraggio di chi, essendone stato vittima, ha denunciato”.

Quali misure saranno introdotte?
“Bisogna lavorare su più fronti. In primis, si deve garantire la sicurezza e il benessere psicofisico dei testimoni di giustizia. Abbiamo monitorato la situazione e non posso nascondere che sono tante le persone che soffrono. Poi, si deve puntare a ricostruire la vita economica e sociale di questi cittadini modello, con misure economiche che siano eguali per tutti. Sino ad oggi esistono due linee di ristoro economico: il fondo nazionale antiracket e quello della commissione centrale per la protezione. E’ successo che casi analoghi siano stati trattati in maniera diversi per aspetti puramente formali. Brutalmente, c’è chi ha preso di più e chi meno. E questo non è giusto. Ma ci saranno altre novità sul piano legislativo. E’ in dirittura d’arrivo la norma che consente l’assunzione nella pubblica amministrazione dei testimoni di giustizia. Il decreto attuativo è frutto di uno studio congiunto tra il Ministero dell’Interno e la Funzione pubblica. Abbiamo dovuto superare scogli giuridici non indifferenti: da una parte sancire il diritto all’assunzione, dall’altra la necessità di non svelare i nomi di chi ha assunto una nuova identità. Ostacoli superati”.

http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/05/16/news/testimoni-di-giustizia-arriva-la-carta-dei-diritti-1.165640

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