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Sperlonga, maxinchiesta urbanistica

Forzature urbanistiche e bustarelle, ecco il ‘Sistema Sperlonga’

C’è anche un “Sistema Sperlonga”. Un sistema di illeciti all’ombra del Comune della cittadina balneare, che avrebbe piegato e stravolto le norme sull’urbanistica in cambio di mazzette, arrivando a indicare agli imprenditori che volevano realizzare villini e alberghi a quali tecnici rivolgersi e a quali ditte affidare i lavori, optando per aziende della vicina Campania. Questa la convinzione degli inquirenti, che hanno aperto una maxi-inchiesta sul piccolo centro e soprattutto sugli affari stretti all’ombra del Palazzo.

Indagini scaturite dai controlli nei cantieri edili compiuti dai forestali del Nipaf e dai carabinieri, che hanno però subito un’accelerata nel momento in cui, alcuni costruttori, messi alle strette, hanno iniziato a raccontare storie di forzature urbanistiche ottenute a suon di bustarelle. Già tre gli imprenditori che hanno messo nero su bianco le accuse, indicando nomi e cognomi dei presunti componenti del “Sistema”. E il fascicolo aperto dai pm Giuseppe Miliano e Valerio De Luca cresce.

Clemente Pistilli

http://www.h24notizie.com/news/2014/09/24/forzature-urbanistiche-e-bustarelle-ecco-il-sistema-sperlonga/

Le mafie dietro le aste in Basilicata? Solo là?

Zaccagnini: c’e’ la mafia dietro aste agricole in Basilicata

“Presidente della commissione antimafia Bindi affronti denuncia” (ASCA) – Roma, 26 set 2014 – “Sollecito la presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi ad affrontare seriamente la situazione denunciata da AltraAgricoltura in Basilicata anche a mezzo lettera alla stessa Bindi”. Lo ha affermato in una nota Adriano Zaccagnini, deputato del gruppo misto e vicepresidente della commissione Agricoltura di Montecitorio. “Troppo spesso – ha spiegato – la dismissione di aziende agricole e la crisi esasperata che porta alla vendita all’asta di queste e’ una dimensione favorevole per l’espansione della criminalita’ organizzata e per situazioni illegali”. “A breve – ha concluso Zaccagnini – presentero’ un’interrogazione a risposta immediata per avere risposte in merito dal governo”.

(Tratto da ASCA.it)

Da “La Voce delle Voci”. Già nel 2005 un’inchiesta sulla mancata perquisizione del covo di Riina

UN’INCHIESTA NEL 2005 DE “LA VOCE DELLA VOCE”: PERCHE’ NON FU PERQUISITO IL COVO DI RIINA???
UN’IPOTESI SCONVOLGENTE CHE NON E ‘ STATA MAI SMENTITA DA NESSUNO

Si rincorrono sulla stampa presunte “notizie nuove” che emergerebbero dalle indagini sulla trattativa Stato-mafia. Ci sembra allora opportuno pubblicare l’inchiesta sui motivi della mancata perquisizione del covo di Riina che il mensile La Voce delle Voci aveva realizzato fin da marzo 2005, sulla base di notizie certe e documentate, mai smentite.
Sul sito del mensile (www. lavocedellevoci. it) si trovano anche le successive inchieste sulla “trattativa”, a partire proprio da quel primo scoop sui “tremila nomi” custoditi nel covo.

IL PREZZO DI RIINA
da La Voce della Campania – marzo 2005
(… ) Quali erano i segreti custoditi nella cassaforte di Totò Riina? E’ lo stesso capitano Ultimo a parlarne. Lo fa nel corso del processo di Milano, quello che lo stesso De Caprio aveva intentato per diffamazione contro Attilio Bolzoni, il cronista palermitani di Repubblica autore, con Saverio Lodato, del libro messo sotto accusa: “C’era una volta la mafia”, edito da Garzanti. Prosciolto da ogni accusa, Bolzoni ricorda oggi dalle colonne del suo giornale che «paradossalmente l’inchiesta sulla mancata perquisizione fu, in un certo senso, più approfondita nell’aula di giustizia milanese che a Palermo». E proprio fra quelle carte è opportuno tornare per trovare oggi alcune risposte. Perché, partito come un processo per diffamazione, quel giudizio si era presto trasformato per il capitano De Caprio in un autentico fuoco di fila di domande e richieste di chiarimenti.
Incalzato dal tenace difensore di Repubblica, l’avvocato Caterina Malavenda, l’ufficiale più che smentire, ammette, E rivela una circostanza straordinaria.
Udienza del 20 febbraio 2003. Dinanzi al giudice Gaetano Brusa, De Caprio spiega le ragioni del suo risentimento: «leggendo il libro viene presentata in maniera sistematica la presenza di accordi illeciti tra Carabinieri e grandissimi personaggi mafiosi come Bernardo Provenzano, che è ancora latitante; attraverso questi accordi si sarebbe sviluppata tutta una serie di dinamiche che avrebbero consentito l’arresto di Riina, che ho operato io personalmente (… ) si dice chiaramente che non è stato voluto perquisire il covo di Riina perché c’era un fantoma… un archivio, viene introdotta la presenza di un archivio di Riina, che è un fatto gravissimo perché a me non risulta da nessuna parte, l’esistenza di questo archivio e praticamente la… il patto è: Riina è stato preso per strada perché in cambio gli hanno dato la possibilità di nascondere questo archivio, che l’avrebbe preso Provenzano per poter ricattare 3000 perso… ah, grosse personalità».
Tremila nomi. Con un potenziale esplosivo capace di far saltare l’intero apparato istituzionale del Paese. Chi, in quell’alba livida di veleni del 1993, alla vigilia di un rivolgimento politico epocale quale quello che avvenne poi in Italia, si impossessò di quei dossier?
«Nel libro di Bolzoni – conferma oggi alla Voce l’avvocato Malavenda – non si parlava di dossier e non si precisava alcun numero. Si faceva invece riferimento ad un “papello”, che sarebbe stato, secondo alcune ipotesi, al centro dello scambio. Ma da un controllo del fascicolo relativo a quel processo per diffamazione, ormai passato in giudicato, posso confermare che le parole del captano Di Caprio furono proprio quelle sulle “tremila grosse personalità”».
Dove sono ora quei dossier bollenti?
A qualcuno torna in mente l’altro elenco dotato dello stesso detonatore: quella lista di nomi sequestrata a Licio Gelli nel corso della perquisizione a Castiglion Fibocchi
e rimasta, finora, per buona parte nell’ombra. «Da quell’elenco – ha raccontato alla Voce l’ex procuratore capo di Napoli Agostino Cordova – mancavano i primi duecento nomi. E non è mai stato reso noto quali fossero». In attesa del processo, De Caprio, 43 anni, presta servizio a Napoli, nucleo operativo ecologico dei Carabinieri. Quanto al superprefetto Mori, da direttore del Sisde detta le regole al governo italiano per affrontare l’emergenza terrorismo determinata dall’invasione dell’Iraq.
Terzo protagonista di tutta la vicenda, rimasto finora defilato, è l’allora procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli, che proprio la mattina del 15 gennaio 2003 si stava insediando al vertice di quell’ufficio. Intervistato da Repubblica nei giorni scorsi, a margine di un convegno organizzato a Palermo da MD su “Mafia e Potere”, dichiara di non avere elementi per esprimere un giudizio. All’epoca i giornali avevano scritto che Caselli chiese conto proprio a Mori della mancata perquisizione del covo. «Niente di tutto ciò – aveva ribattuto il generale – c’era l’avallo di Caselli». All’attuale procuratore capo di Torino risponde indirettamente Attilio Bolzoni, il quale ricorda che su quel covo rimasto incustodito alla mercè dei boss «ci fu una lettera di fuoco di Caselli indirizzata al comandante generale dell’Arma e al generale della Regione Sicilia Giorgio Cancelliere». Ma «nessuno chiese mai conto a Mori della sua decisione». E «per aprire un’indagine, aspettarono un pentito».

Sciopero delle forze di Polizia. I poliziotti contestano duramente Gasparri

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Guardate come trattano i Testimoni di Giustizia. Che vergogna! Che aspettate a smantellare quell’Ufficio “Servizio Centrale… sProtezione”?

COSI’ QUESTO STATO TRATTA I TESTIMONI DI GIUSTIZIA.
PRESENTATA UNA DENUNCIA ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA.
Sono entrambi Testimoni di Giustizia, riconosciuti con tanto di verbale, ma in effetti corrispondono loro, quando gliela corrispondono, una sola retribuzione in quanto sono stati definiti l’uno Testimone e la seconda… “convivente del Testimone”.
Anzicché due retribuzioni, una sola, mezza per uno.
Eppure a denunciare sono stati in due, anche in vicende diverse ed operazioni diverse.
Sono marito e moglie e sono di una cittadina in provincia di Vibo Valentia.
Si chiamano Francesca Franzè e Pino Grasso.
La loro vita è un inferno a causa dell’insensibilità di alcuni del Servizio Centrale di ” Protezione “del Ministero degli Interni.
Un Servizio che alcuni, Testimoni e Collaboratori, definiscono di… “sprotezione” e a dimostrazione della sua inefficienza citano i casi di Lea Garofalo ed altri Testimoni che, proprio per quella inefficienza, sono stati assassinati..
C’è dell’assurdo nella storia di queste due persone coraggiose che attualmente sono in località… “protetta” (si fa per dire perché li hanno portati in un luogo frequentato da decine di loro compaesani e li hanno sistemati in un’abitazione vecchia e malandata).
La moglie soffre di una grave patologia che richiederebbe un intervento urgente e delicato e di medicinali che non si decidono ad autorizzare.
“Ricoverati da sola e per conto tuo”, le hanno detto.
Sì, ma con quale nome, con quale identità se non può rivelare il suo nome per ragioni di sicurezza???.
Le medicine che le occorrono con urgenza per lenire le sofferenze gliele hanno promesse ma passano i giorni e non gliele portano.
La carta sulla quale il Ministero deve accreditare i soldi per vivere non gliela ” caricano” e sono ridotti a pane ed acqua.
Una serie di vessazioni, di umiliazioni e di privazioni che fanno vergogna a questo Stato.
Tutte cose incredibili che potrebbero determinare la sensazione che qualcuno in quel Servizio non abbia avuto tanto piacere della loro collaborazione con la Giustizia.
Oggi i due coniugi, stanchi di vedersi trattare in maniera così disumana, hanno deciso di mettere nero su bianco, visto anche il disinteresse del Vice Ministro degli Interni Bubbico ed hanno chiesto l’intervento della Procura della Repubblica.
Una vergogna!!!
A cosa serve quel Servizio… Sprotezione”, onn Renzi, Alfano e Bubbico??? Che aspettate a smantellarlo dal momento che ci costa fior di quattrini???

Calabria: una situazione tragica. Il Procuratore De Raho: ” La ndrangheta può inquinare il voto”

Il procuratore capo della Repubblica a Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, lo ha detto senza mezzi termini: “C’è un elevato pericolo di contaminazioni e inquinamento”, di collusione, insomma “tra ‘ndrangheta e politica, data la pericolosità delle infiltrazioni, che sono a livelli altissimi”. E dato che le prossime elezioni il Calabria sono fissate a brevissimo – il 23 novembre le regionali e il 26 ottobre quelle per il rinnovo dell’amministrazione comunale di Reggio Calabria – l’allarme lanciato oggi durante un’audizione del procuratore davanti alla Commissione parlamentare antimafia, non è da poco. “La ‘ndrangheta ancora comanda e controlla il territorio in modo talmente pressante da condizionare l’espressione del voto. Il nostro sforzo per le prossime elezioni sarà di sostenere il voto libero attraverso controlli frequenti che possano consentire al cittadino di esprimersi liberamente e di ostacolare forme di condizionamenti e di intimidazioni da parte della ‘ndrangheta”, ha chiarito il procuratore De Raho. “E’ necessario – ha proseguito Cafiero De Raho – che la politica si muova e sostenga un percorso di cambiamento che si sta verificando a Reggio Calabria. La ‘ndrangheta decenni anni fa era silenziosa, non
aveva contrasto da parte delle istituzioni ma delle sponde. Da tempo le cose sono cambiate e questo è avvertito dalla gente”. Il presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, rispondendo al procuratore, ha assicurato che la Commissione “segnalerà agli organi competenti la necessità di rafforzare le vostre sedi, dotandole di strumenti e personale. E’ giusto fare la nostra parte perché Reggio Calabria e la Regione possano avere vertici che non debbano rendere conto a nessuno, men che meno ai poteri mafiosi”. Bindi ha quindi annunciato che la Commissione parlamentare Antimafia rafforzerà il Codice etico per la formazione delle liste. “La Commissione nella precedente legislatura – ha detto Bindi – aveva elaborato un codice etico per formare le liste che vorremo rafforzare già a partire dalla prossima settimana. Credo sia giusto – ha aggiunto – presentare il nuovo codice etico a Reggio Calabria. Non è uno strumento cogente, ma può smuovere le coscienze, affinché si sentano impegnate a fare liste specchiate con persone che non vogliono voti della mafia e della ‘ndrangheta. E’ emblematico e simbolico – ha concluso Bindi – che la commissione Antimafia faccia la sua parte. La nostra collaborazione può essere importante”. Cafiero De Raho si è poi soffermato sul Fondo di solidarietà per le vittime di estorsione ed usura, sottolineando che “la normativa non soddisfa, perché consente una sospensione della scadenza sui debiti solo per 300 giorni, senza possibilità di proroga”. “Bisogna intervenire e dare sì ragione al creditore ma dando un aiuto effettivo alla vittima di estorsione e usura. Il sussidio alla vittima infatti arriva con molto ritardo e a scaglioni così il soggetto non è in grado di pagare il creditore e al termine dei 300 giorni la capacità della vittima di fare fronte ai crediti non è ristabilita”. Rispondendo infine ad una domanda di un parlamentare sulla nuova formulazione del 416 ter, il procuratore ha risposto che “le indagini attuali le fanno sulla base del 416 bis ma laddove ci sono i presupposti ci sarà più facile lavorare, sicuramente”. (ANSA).

Come mai nessuno ha indagato ed indaga sui gravi appunti mossi nella Relazione di accesso al Comune di Fondi all’attuale Sindaco di Gaeta il quale è anche Dirigente di quel Comune?

COME MAI NESSUNO HA INDAGATO ED INDAGA SUI GRAVISSIMI APPUNTI MOSSI
NELLA RELAZIONE DELLA COMMISSIONE DI ACCESSO AL COMUNE DI FONDI ALL’ATTUALE SINDACO DI GAETA IL QUALE E’ ANCHE DIRIGENTE DI QUEL COMUNE? EPPURE CI SONO IN QUELLA RELAZIONE ELEMENTI DI ESTREMO INTERESSE CHE POSSONO CONTRIBUIRE A RICOSTRUIRE IL ” QUADRO” GENERALE APPENA EMERSO DALLE INCHIESTE FATTE.
Bruno Fiore “ri”alza l’attenzione sulle mafie a Fondi | Autore admin
Gli attentati incendiari avvenuti negli ultimi mesi contro ditte che operano nel trasporto dell’ortofrutta a Fondi, apparentemente sembrano tra loro legate da un solo filo conduttore: il trasporto, appunto, dell’ortofrutta. Ma basta questo legame a comprovare un “controllo mafioso” sul secondo mercato ortofrutticolo nazionale o bisogna cominciare ad ampliare l’analisi ad una situazione ben più radicata e profonda di infiltrazioni mafiose nella più importante industria dell’economia fondana? E’ una domanda non retorica, alla quale è doveroso dare una risposta chiara e precisa. Il settore della logistica dell’ortofrutta è uno degli strumenti più utilizzati dalla criminalità organizzata nazionale ed internazionale per trasportare ingenti quantitativi di droghe e di armi, senza trascurare la tratta di esseri umani legata all’immigrazione clandestina. Controllare, quindi, questo settore dell’attività di un mercato ortofrutticolo significa garantirsi la possibilità di effettuare i traffici illegali in uno dei modi più “sicuri”.
Le mafie sono interessate al trasporto dell’ortofrutta per la velocità e la quotidianità con cui migliaia di automezzi si muovono in Italia ed in Europa. Pensiamo che solo incidentalmente vi possa essere anche un ritorno economico nell’imposizione del controllo del trasporto, dato dalla possibilità di chiedere tangenti per lo svolgimento di queste attività. Nel settore ortofrutticolo altro aspetto che va messo in relazione alle infiltrazioni mafiose è quello riguardante la “gestione” delle piattaforme di approvigionamento per la grande distribuzione. In questo ambito si può riscontrare l’imposizione di prezzi all’origine nei confronti dei produttori, delle loro cooperative e dei commercianti all’ingrosso. Questo tipo di controllo criminale comporta molte volte il pagamento di vere e proprie tangenti che servono ad alimentare le imprese mafiose. Semplificando al massimo la filosofia criminale è quella che se vuoi vendere i tuoi prodotti devi servirti obbligatoriamente di certi canali e deve accettare le condizioni imposte: prezzi, lavorazioni, imballaggi e trasporto. In questo caso ci troviamo di fronte ad un sistema criminale più sofisticato, legato non solo all’imposizione dei prezzi ma alla sua organizzazione e gestione finanziaria. Decine di anni fa le organizzazioni criminali ndraghetiste in Calabria e Cosa Nostra in Sicilia si imponevano nei confronti dei commercianti ortofrutticoli che acquistavano i prodotti sul campo con l’obbligo della protezione e fornivano i loro uomini, la cosiddetta guardiania, per non avere problemi di furti o di distruzione delle coltivazioni. Oggi le organizzazioni criminali hanno di molto affinato i loro strumenti di controllo. Tutto ciò comporta a cascata un aumento dei prezzi al consumo dei prodotti ortofrutticoli. Le organizzazioni criminali pesano in modo diretto sull’economia reale, i loro profitti li pagano i consumatori. Quale è la capacità dello Stato di fare opera di contrasto a queste attività criminali rappresenta la nota dolens, considerato che le attività investigative sono affidate “sul territorio” a pochissimi uomini con risorse limitate. In questo territorio abbiamo bisogno di una maggiore attenzione per fare opera di prevenzione e di lotta alle mafie che, lo ricordiamo, non sono semplicemente infiltrate ma operano in modo consolidato. E non è sufficiente l’abnegazione prestata da chi si trova quotidianamente a combattere su questo fronte, ci vuole molto di più. Nel caso particolare del Mercato Ortofrutticolo di Fondi, che come tutti i mercati generali all’ingrosso vive questa pesante realtà di controllo mafioso, necessita una precisa assunzione di responsabilità da parte di tutti gli Enti pubblici che partecipano alla sua gestione: Comune, Camera di Commercio e Regione Lazio. Non è possibile che siano trascorsi alcuni mesi dalle dimissioni dal Consiglio di Amministrazione della società di gestione M. O. F. Spa del vicepresidente Prof. Francesco Polese, di nomina del Comune di Fondi, e del Presidente Dott. Michele Pasca Raymondo, nomina di spettanza del Presidente della Regione Lazio, e non si provveda alla loro surroga. Lasciando in un limbo gestionale la società MOF Spa, con riflessi diretti sulla trasparenza della sua gestione.
Bruno Fiore, Consigliere comunale del Partito Democratico

L’autoriciclaggio non è ancora reato ed a riscrivere il testo della legge saranno la Boschi e Ghedini

Autoriciclaggio, ancora non è reato. Boschi e Ghedini in campo per riscrivere il testo

Dopo mesi di discussioni, modifiche, il testo è lettera morta. Ma se non si raggiungesse un accordo il premier potrebbe anche decidere di stralciare l’argomento dal pacchetto giustizia. Nel nome, ovviamente, del patto del Nazareno, sempre più solido quando di mezzo ci sono gli interessi del Cavaliere

È da aprile che la legge sull’autoriciclaggio, invocata dai magistrati, è argomento di discussione. Pensata, scritta, approvata, modificata la norma è adesso lì, lettera morta in attesa di essere approvata dalla commissione Finanze della Camera. Chissà quando perché il presidente forzista Daniele Capezzone ha rimandato la discussione – in un primo momento fissata per la fine di settembre – a data da destinarsi in attesa del parere del governo (leggi). Intanto a ripensare il testo dovrà essere, come scrive il Fatto Quotidiano, un inedito duo formato dal ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, e l’avvocato di Silvio Berlusconi e parlamentare di Forza Italia Niccolò Ghedini. Con il rischio di snaturare la norma che dovrebbe combattere le sempre più evolute criminalità economica e organizzata. Una legge da tempo nel mirino di Forza Italia, anche se questa volta, anche il Pd è d’accordo. Ma non solo; se – spiegano fonti della segreteria del Nazareno che chiedono l’anonimato – se non si arrivasse ad un accordo con gli uomini di Berlusconi sulla modifica del testo, il governo stralcerà la norma pur di non frenare il complesso della riforma organica della Giustizia firmata da Andrea Orlando. Per Berlusconi e per lo zoccolo duro del suo elettorato l’eventualità sarebbe, comunque, pura manna dal cielo.
Un passo indietro. A maggio il governo Renzi era entrato a gamba tesa sul ddl anti corruzione presentando un emendamento che di fatto aveva imposto uno stop ai lavori. A luglio però un emendamento targato Civati-Recchiuti (Pd) era stato approvato in commissione Finanze della Camera ripescando l’autoriciclaggio, che si era perso per strada lasciando spazio alla sola cosiddetta voluntary disclosure. Era stato quindi incassato il via libera, con qualche modifica della commissione Giustizia. E così 30 agosto il ministro della Giustizia aveva annunciato la reintroduzione del reato perché “in una fase di crisi economica aumentano i rischi di infiltrazioni di capitali illeciti e di opacità dei bilanci”.

Nei giorni scorsi però l’allarme era risuonato nuovamente. L’Anm aveva espresso preoccupazione per “le pressioni per realizzare una riforma di facciata” ed era arrivato anche il richiamo del procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco, (“è più importante per lo Stato italiano fare un decreto legge su autoriciclaggio e falso in bilancio o ridurre le ferie dei magistrati?”), che aveva collaborato all’elaborazione del testo. La risposta del governo però è stata quella di affiancare al ministro per le Riforme l’avvocato di Silvio Berlusconi che è indagato per corruzione in atti giudiziari nell’inchiesta Ruby ter. Le posizioni di Forza Italia sono note. A fine agosto, attraverso Il Mattinale house organ di partito, il messaggio era stato chiaro l’introduzione di falso in bilancio e l’autoriciclaggio sarebbe solo l’espressione di un “conservatorismo manettaro“, con “il rischio concreto di un effetto negativo sull’economia“. Per i magistrati, però, l’autoriciclagio dovrà servire, se mai diventerà un articolo del codice penale, a individuare e punire chi reimpiega i soldi che ha intascato commettendo un reato, mentre oggi può essere accusato di riciclaggio solo colui che, non partecipando al primo reato, si occupa di reinvestire i capitali.

Il nuovo reato sarebbe uno strumento utilissimo per combattere, con armi più moderne, l’evoluzione della criminalità economica e organizzata. Eppure, anche dentro la magistratura, i pareri sono diversi. Il procuratore aggiunto di Roma, Nello Rossi, coordinatore del pool sui reati economico-finanziari della Procura capitolina, solo qualche settimana fa definì la norma contenuta nella proposta Grasso “un maledetto imbroglio”. Il self-laundering va circoscritto – commentò Rossi in un’intervista al Sole24ore – e comprendo le oscillazioni e le esitazioni che ci sono state finora perché purtroppo siamo di fronte a un maledetto imbroglio”. A parere del magistrato, è senz’altro necessario “alzare un firewall fra mercato legale e capitali criminali, ma se questi invadono l’area dell’economia legale, possono non solo alterare la concorrenza ma, nel medio periodo, addirittura azzerarla, espellendone le imprese legali grazie al surplus di liquidità che può creare la criminalità economica”. Se infatti, sempre a parere di Rossi, molto ascoltato dalle parti dei democratici,“si puniscono allo stesso modo l’autore di un reato che ne ricicla i proventi (autoriciclaggio) e l’intermediario che si preoccupa di trasferire i proventi di reati commessi da altri (riciclaggio) si corre un rischio da non sottovalutare, avvertito ormai da più parti, e cioè che l‘incriminazione per autoriciclaggio diventi una sorta di corollario naturale di qualsiasi reato economico, l’appendice di ogni condotta criminosa produttiva di un profitto illecito”. In pratica, un “surplus di repressione” anche nei casi di “una modesta appropriazione indebita o una circoscritta infedeltà patrimoniale”.

Nelle scorse settimane, la commissione Giustizia della Camera, presieduta dalla democratica Donatella Ferrante, ha scritto un parere in cui tiene conto dei rilievi e delle perplessità di Rossi, facendole proprie e suggerendo alla commissione Finanze di escludere la punibilità se il prodotto del reato è destinato al “godimento personale” (autoconsumo), e di limitarla a chi ha “concretamente ostacolato l’identificazione” della provenienza illecita del danaro. Ad oggi, però, il suggerimento, non ha trovato grandi sponde. Perché c’è ben altro che bolle in pentola. Da parte del Pd (e dunque di chi sta svolgendo la trattativa con Ghedini, ovvero Maria Elena Boschi insieme al neo responsabile Giustizia del Nazareno, Davide Ermini) si porterà al tavolo la possibilità di circoscrivere le sanzioni per autoriciclaggio o autoreimpiego a quelle categorie di reati che, per le loro caratteristiche o per la loro dimensione economica, possono effettivamente inquinare il mercato: i reati di criminalità organizzata, quelli connessi ai grandi traffici di droga, la grande contraffazione, la corruzione. E la stessa evasione fiscale, se e quando assuma quella dimensione milionaria che è in grado di compromettere la fisiologia del mercato legale.
 Questa soluzione “circoscritta” soddisferebbe anche l’Europa, si sostiene, che da anni incalza l’Italia – e altri paesi come la Germania – sull’autoriciclaggio, ma non soddisfa affatto Forza Italia. Che di inserire anche l’evasione fiscale tra i reati che “inquinano il mercato” non vuol sentir parlare neppure per scherzo. Ecco che, dunque, la trattativa sulla formalizzazione del nuovo reato rischia di essere tutta in salita.
 E se lo diventerà troppo uscirà dal pacchetto giustizia, per non intralciarne il percorso rapido. Nel nome, ovviamente, del patto del Nazareno, sempre più solido quando di mezzo ci sono gli interessi del Cavaliere.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/19/autoriciclaggio-ancora-non-e-reato-e-a-riscrivere-il-testo-saranno-la-boschi-e-ghedini/1126291/

Casal di Principe. Innocente accusato di omicidio: assolto dalla corte di Appello di Firenze, libero dopo 12 anni

Se non ci fosse stata la dichiarazione del pentito, un innocente sarebbe morto in prigione. Quando noi diciamo dell’importanza vitale dei Collaboratori di Giustizia. E c’é anche qualche irresponsabile che li denigra!

 

CASAL DI PRINCIPE – E’ stato assolto in via definitiva dalla corte di Appello di Firenze dall’accusa di aver ucciso un uomo, Antonio Amato nell’ambito della faida di camorra a Villa Literno nel 2002.

Alberto Ogaristi, operaio edile di Casal di Principe arrestato e condannato in via definitiva all’ergastolo per un delitto che non aveva commesso, ora è definitivamente libero. Ogaristi ha trascorso cinque anni di carcere da innocente. Fino ad oggi era costretto a firmare due volte a settimana presso la caserma dei carabinieri di Casal di Principe. Oggi, ha testimoniato in aula l’unica persona che lo aveva accusato dicendo di non riconscerlo. A scagionarlo, erano stati i pentiti di camorra, Massimo Iovine e Luigi Guida (quest’ultimo esecutore materiale dell’uccisione) nel 2007.
«Dedico l’assoluzione a mio padre, deceduto poco tempo fa», ha dichiarato Ogaristi questa sera.

http://www.ilmattino.it/CASERTA/ogaristi-assolto-firenze-12-anni-condannato/notizie/909545.shtml

La gioventù della camorra

Dodici anni, pochi per la galera, abbastanza per spacciare droga

A dodici anni si è giovani, troppo giovani per buttare via una vita, ma si è preda appetibile della camorra.

Una camorra sempre più debole ma nello stesso tempo sempre più spietata.

Si è troppo piccoli per essere coinvolti in una storia di droga, ma accade a Castellammare di Stabia provincia di Napoli, città metropolitana ad alto tasso di criminalità.

I Carabinieri del nucleo radiomobile fermano un motociclo, alla giuda un venticinquenne e il suo passeggero un giovane ragazzo di soli dodici anni, nulla di strano se nello zaino del giovane dodicenne i militari della benemerita non avessero scoperto e rinvenuto un chilo di droga, si 1000 grammi di marijuana.

Forse la stessa droga coltivata e prodotta sui monti Lattari.

Tutto questo ormai non ci stupisce più, poiché i ragazzini sono sempre più usati e non solo per trasportare o spacciare la droga, ma sono spesso custodi di armi, le stesse armi pronte a sparare e non è un caso che presso il domicilio del venticinquenne fermato, i carabinieri abbiano rinvenuto due proiettili calibro 9, quelli usati dalla camorra per uccidere!

Dovremmo un po’ chiederci tutti, nessuno escluso, il perché quel ragazzino era su quel motociclo e perché con se in quello zaino aveva un chilo di droga.

Chi sono i genitori???

Ci viene l’atroce dubbio che lo stesso ragazzino non fosse nuovo a tali episodi e forse è un esperto corriere alle dipendenze del clan e che solo stavolta gli è andata male… forse sono supposizioni!

In un mondo in cui tutti, o quasi, condanniamo il fenomeno criminalità, illegalità, corruzione e violenza, sempre più i tentacoli della camorra si stringono su di noi ed a pagare il caro prezzo restano sempre i soliti onesti.

Città sempre più campi di battaglia e in cui l’illegalità, in certe zone, è una regola certa e collaudata per tutti coloro che vivono la quotidianità del fenomeno criminale, per coloro che ogni giorno assistono a scene di violenza, subendone lo “schiaffo” e la beffa. Infatti troppo spesso si è vittime ben due volte, in primis della criminalità e poi di una giustizia, sempre più lenta e troppo distratta, ancor più debole con i prepotenti e forte con i deboli.

Sentenze che troppo spesso deludono, lasciando l’amaro in bocca a chi in silenzio ha atteso giustizia che mai è arrivata.

A voi tutti chiedo di ribellarvi.

Una ribellione civile, ma determinata, non fatta di retorica o luoghi comuni, di facciate o slogan, di bandierine sventolate al vento che restano troppo spesso una festa senza lasciar alcuna traccia o memoria.

Ci vuole un’ azione efficace, un vero contrasto alle illegalità, alla corruzione… bisogna denunciare, facendo i nomi!!!

e poi… ???

E poi bisogna DIVULGARE la cultura della LEGALITA’ e rispettare in prima persona le regole.

Bisogna inoltre sottrarre quanti più soldati alla camorra, perché in quelle “ braccia” la camorra trova il suo punto di forza, il suo rigenerarsi.

Troppi giovani sono attratti dal faschino della criminalità, dal guadagno facile. Bisogna spiegare ai ragazzini in giovane età, che la camorra e’ il male assoluto, il non ritorno e che un camorrista non è altro che un disgraziato senza presente né futuro e che non ha il nulla.

Spieghiamo a questi ragazzi quali sono i veri valori, l’essenza della vita.

Una vita vissuta da persone per bene ripaga sempre fa vivere sereni e liberi. Anche se una vita fatta di sacrifici, di sconfitte e vittorie, di altruismo e comunione è una vita dura da vivere, ma resta una vita onesta, una vita piena di amore e gioia.

Bisogna essere esempi positivi, dare una giusta immagine a coloro che ci guardano e che ci osservano, non bisogna cadere in quella tentazione di “guerra”, di egoismo e conflittualità tra l’uno e gli altri, e bisogna ricostruire il senso della famiglia il restare uniti in questo momento storico è importantissimo.

Ora quel ragazzino dodicenne è troppo giovane per essere condannato dalla autorità giudiziaria, ma già grande per essere un puscher della camorra.

Tristemente però la condanna a quel giovanissimo ragazzo già e’ stata inflitta.

Certo non è una condanna che si sconta in un riformatorio.

Perché chi a dodici anni vive con l‘ aria della camorra arriverà ben presto a non respirare più.

Quel ragazzino un giorno nel rimpiangere quella vita non vissuta da uomo libero ed onesto chiederà scusa al mondo intero ma prima di tutto a se stesso..

Gennaro Ciliberto
Tdg contro la camorra spa

http://www.stampacritica.it/Primo_Piano/Voci/2014/9/18_La_gioventu_della_camorra.html

Sorrento. Scuola Vittorio Veneto senza pace, la ditta rinuncia ai lavori

SORRENTO. Poco tempo per reperire sul mercato i materiali necessari per ultimare i lavori. Ecco perché la ditta che inizialmente si era aggiudicata l’appalto per la fornitura e l’installazione degli infissi della scuola Vittorio Veneto ha rinunciato all’accordo sottoscritto con il Comune di Sorrento che ha dovuto spulciare la graduatoria e riassegnare le opere all’azienda giunta al secondo posto. Infatti, la ditta che ha vinto la gara da 353mila euro con un ribasso del 39% per l’installazione alla scuola Vittorio Veneto di infissi e porte esterne, la Di. gi. all. di Giugliano in Campania, ha rinunciato ai lavori. Così l’azienda ha richiesto e ottenuto dal Comune di Sorrento lo stop alla procedura che avrebbe portato alla stipula del contratto. L’ente municipale di piazza Sant’Antonino, dunque, ha dovuto prendere atto dell’indisponibilità della ditta attivandosi per l’affidamento alla società giunta seconda in graduatoria, ovvero la De. co. soc. coop. di Casal di Principe che aveva proposto in gara il 37, 6% di ribasso. Al bando da 353mila euro presero parte ben 20 aziende specializzate del settore.

E poi dicono che i Testimoni di Giustizia, anziché un peso come qualcuno tenta di far credere, non sono una risorsa per il Paese. Tutti si erano rifiutati di prestare la loro opera per l’abbattimento della casa abusiva del boss

“Sono rimasto in Calabria per dare una mano allo Stato ed è quello che ho fatto oggi”. Lo ha detto l’imprenditore edile Gaetano Saffioti.
“Sono rimasto in Calabria per dare una mano allo Stato ed è quello che ho fatto oggi”. Lo ha detto all’ANSA l’imprenditore edile e testimone di giustizia Gaetano Saffioti spiegando perché è intervenuto per abbattere una casa abusiva appartenente alla famiglia di ‘ndrangheta dei Pesce di Rosarno dopo che per anni i bandi per la demolizione sono andati deserti.
“Così – ha aggiunto – possiamo anche dimostrare che i testimoni di giustizia sono una risorsa e non un peso. Ormai in Calabria sono emarginato, ma sono un testardo calabrese e vado avanti. Non è importante la mole di lavoro ma cosa si riesce a fare, sperando sempre di lanciare un messaggio in positivo”.

Allarme: la camorra ricorre a manovalanza dell’est ed arruola Killer!!!

I clan della camorra arruolano i nuovi killer, oltre a spacciatori low coast, gente dell est, abituati alla guerra e pronti a tutto. 

I clan, dopo gli ultimi arresti hanno innescato una guerra sul territorio per il controllo dei traffici illeciti e per stabilire il leader, il capo dei capi.
Servono i soldati del male ed eccoli pronti…
Gli uomini provenienti dall est Europa, spesso veri è propri killer che hanno dimestichezza all uso delle armi e non solo, spesso gente senza speranza, senza futuro con un passato criminale.
La camorra come sempre è camaleontica, si rigenera e prolifera come un virus che trova presto il suo terreno fertile in quel degrado che circonda la città ed il suo hinterland.
In quello stato di abbandono totale che perdura da decenni.
Ogni giorno omicidi sempre più efferati e plateali, il messaggio ormai è chiaro: chi sbaglia paga, e paga con la morte, ma troppo spesso muiono gli innocenti la cui sola colpa è essere nati e vivere in Campania.

Ciliberto Gennaro
Tdg contro oa camorra “spa”

Qualcuno è entrato nella stanza del Procuratore Scarpinato ed ha lasciato sulla sua scrivania una lettera di minacce… La vicinanza e la solidarietà al Procuratore Generale dell’Associazione Caponnetto

Il fatto è avvenuto la notte tra il 2 ed il 3 settembre ma la notizia si è appresa solo oggi, riportata dall’edizione palermitana di La Repubblica: qualcuno è entrato nell’ufficio del procuratore generale Roberto Scarpinato lasciando sulla scrivania una lettera anonima di minacce. “Possiamo raggiungerti ovunque” è scritto nella missiva, oltre all’invito ad interrompere le proprie indagini. Al contempo viene fatto un elenco di luoghi frequentati dal magistrato. Così torna la tensione in tribunale dopo l’escalation di minacce dello scorso anno che in particolare ha visto al centro del mirino Antonino Di Matteo, il pm che sta indagando sulla trattativa Stato-mafia, e Maria Teresa Principato, che dà la caccia al superlatitante Matteo Messina Denaro.
Al pg Scarpinato e al dirigente dei carabinieri del Tribunale era stata indirizzata una lettera di minacce anche nel maggio scorso, recapitata all’Ansa di Palermo.
Quel che è certo è che all’interno del palazzo sale la tensione. Nell’ultima relazione semestrale della Dia al Parlamento, pubblicata i primi di agosto, si parla della necessità di “innalzare i livelli di vigilanza nei confronti di Cosa nostra a fronte di segnali che, divergendo dalla strategia di silente sommersione, sembrano propendere verso derive di scontro ancora da ben decifrare”.
Ma quanto avvenuto nell’ufficio del Pg getta un’ombra all’interno dello stesso tribunale. In questo momento la procura di Caltanissetta ha avviato un’indagine riservatissima proprio per capire chi può aver recapitato il messaggio e soprattutto come. L’ingresso principale è vigilato mentre un secondo sarebbe incustodito. Sono state visionate le riprese delle telecamere a circuito chiuso del palazzo e anche la Scientifica è andata a caccia di tracce. E’ stato anche convocato nei giorni scorsi il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza presieduto dal prefetto Francesca Cannizzo anche se al momento non sono state varate nuove misure di sicurezza per Scarpinato. Ultimamente il magistrato è impegnato nella preparazione del processo d’appello per il generale Mario Mori e per il colonnello Mauro Obinu, assolti in primo grado dall’accusa di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, che avrà luogo il prossimo 26 settembre. In quella data, assieme al sostituto Luigi Patronaggio, potrebbe chiedere la riapertura dell’istruttoria dibattimentale alla luce di nuovi atti giunti in procura che riguardano i servizi segreti deviati. Sono forse queste le indagini a cui si riferirebbe la missiva?

Aaron Pettinari

(Tratto da Antimafia Duemila)

Davigo e Cantone contro la corruzione e le mafie: un’emergenza!

Leggi l’articolo del Corriere della Sera

Un appello contro le mafie

Leggi l’articolo de Il Sole 24 Ore

Tutto il lavoro della DDA di Catanzaro andato in fumo per la decisione del Tribunale di Vibo Valentia. Qua c’é qualcosa che non va e sulla quale bisogna riflettere

Leggi l’articolo de Il Fatto Quotidiano

Venerdì 19 settembre 2014 tutti a Fondi

Leggi l’articolo de Il Giornale di Latina

Cnfische Spa, la “roba dei boss” e il fallimento dello Stato in un libro – Il Fatto Quotidiano. Giuseppe Pipitone, l’autore del libro “Manca la volontà dello Stato di scrivere leggi chiare sulla confisca e sulla gestione dei beni confiscati alle mafie”. LEGGETELO!

In 30 anni di attività, Elio Collovà ha gestito molte aziende confiscate ai clan. Oggi ricostruisce quell’esperienza in un volume sui i limiti della normativa che spesso lascia fallire aziende potenzialmente sane se riportate nella legalità

Nessuna volontà di mettere nero su bianco leggi chiare per aggredire la “roba dei boss”. Dall’assassinio di Pio La Torre sono passati 32 anni, eppure lo Stato non è ancora pronto a gestire i miliardi confiscati ogni anno alle mafie. Il motivo? “Non c’è la volontà di scrivere leggi chiare su confisca e amministrazione dei beni confiscati alla criminalità da parte dei vari legislatori che si sono alternati al governo” spiega Elio Collovà, amministratore giudiziario e consulente della procura di Palermo, che in quasi trent’anni di attività ha amministrato decine di beni e aziende confiscate a Cosa Nostra. Una lunga carriera narrata nel libro Confische s.p.a. – La ragnatela di imprese di mafia (Edizioni Europa), in cui il professionista racconta in prima persona le difficoltà incontrate nella gestione delle varie aziende confiscate a Cosa Nostra.

“Ci sono varie criticità a livello normativo” spiega Collovà a ilfattoquotidiano.it, “una su tutte la mancata tutela dei terzi: dopo la confisca infatti vengono sospesi i pagamenti verso i creditori dell’azienda, con grave danno per la salute dell’economia”. Il problema principale, secondo l’amministratore giudiziario, è nella natura liquidatoria delle leggi che regolano la gestione dei beni: dopo la confisca in pratica lo Stato punta a svuotare le aziende confiscate ai boss. “Questo perché lo Stato rinuncia a priori a fare impresa e l’attività dell’amministratore giudiziario viene paragonata a quello del curatore fallimentare: invece l’attività giudiziaria dovrebbe continuare ad amministrare i beni, per garantire se non altro l’economia, restituendo alla collettività quanto sottratto dalle mafie, che era poi l’intento originario”.

“Con la mafia si lavora, con lo Stato no” gridavano negli anni 80 gli operai delle prime aziende confiscate ai boss: oggi, a sentire Collovà, la situazione non è poi tanto diversa. “È più o meno la stessa frase che mi è stata rivolta da un sindacalista appena due anni fa, quando ero stato nominato amministratore di una sala Bingo confiscata al boss Lo Piccolo”. Il commercialista fa una distinzione netta sulla natura delle aziende confiscate: da una parte ci sono quelle che non potrebbero stare sul mercato senza l’utilizzo di mezzi illegali. “Penso per esempio alla Central Gas che emetteva assegni post datati di due miliardi e mezzo, alla Calcestruzzi Mazzara del boss Mariano Agate o alla stessa Sala Bingo che fungeva soprattutto da lavatrice di denaro sporco: ovviamente dopo la confisca sono scomparse le persone che venivano a giocare ventimila euro in contanti tutti i giorni”.

Dall’altra però ci sono anche le aziende che potrebbero continuare a produrre ricchezza. “È il caso delle aziende confiscate all’imprenditore Pietro Di Vincenzo: quando sono entrato nel 2006 mi sono ritrovato i dipendenti contro perché vedevano nell’amministratore giudiziario colui che avrebbe fatto scomparire l’azienda. Poi hanno capito che l’azienda, riportata nella legalità avrebbe continuato a lavorare: e in effetti potrebbero esserci enormi potenzialità di sviluppo, potenzialità che però non potranno essere sfruttate”. Il motivo è tutto da ricercare sul piano legislativo. “Paradossalmente – continua il professionista – era meglio con la vecchia legge, mentre oggi le norme non sono adeguate. Prendiamo l’Agenzia nazionale per i beni confiscati: poteva essere un’intuizione meravigliosa, se solo fosse stata strutturata secondo quelli che erano gli scopi iniziali, con norme adeguate su destinazione dei beni. Invece oggi l’agenzia non ha personale proprio, ma solo dipendenti distaccati da altri dipartimenti che quindi cambiano continuamente”.

Negli ultimi dieci anni sono state diverse sono state le commissioni parlamentari che hanno preso in esame la materia della confisca. “I provvedimenti che creano strumenti efficaci però sono ben pochi: questo perché non vengono mai ascoltate le voci degli amministratori giudiziari che sono quelli che lavorano in prima linea”. Il bilancio tracciato dal libro di Collovà alla fine è grigio: “Non c’è la volontà politica di creare le risorse per combattere finanziariamente Cosa Nostra: se su dieci aziende confiscate, nove falliscono, che segnale lancia lo Stato?”

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/11/confische-spa-la-roba-dei-boss-e-il-fallimento-dello-stato-in-un-libro/1118361/

La legalità per me é normalità

«La legalità, per me, è normalità» Il Colonnello Nicola Conforti dirige il Gruppo Carabinieri di stanza a Torre Annunziata che controlla l’intera provincia Sud di Napoli. I territori, i beni confiscati e la legalità insegnata nelle scuole

A margine della presentazione del libro “Capitano Ultimo, la vera lotta alla mafia”, a cui ha partecipato come relatore, il Colonnello Nicola Conforti parla del suo lavoro. Dirige il gruppo carabinieri di Torre Annunziata, uno dei 13 gruppi nati per demoltiplicare le funzioni nei più importanti comandi provinciali. Fino al 2008 nella provincia di Napoli c’erano due gruppi: quello di Napoli che controllava il capoluogo, Pozzuoli ed Ischia mentre il resto della Provincia ricadeva sotto il comando del Gruppo di Castello di Cisterna.

«Nel novembre 2008 si optò per la divisione del Gruppo di Castello di Cisterna in due: ognuno dei quali avrebbe controllato 4 Compagnie. Nonostante le peculiarità dei territori, fu scelta come sede la città di Torre Annunziata per diverse caratteristiche: ospita il Tribunale della Procura, occupa un ruolo centrale rispetto al resto delle città e ha registrato, per anni, un altissimo indice di criminalità organizzata e predatoria».

Da quando è stato istituito il gruppo è visibile un netto miglioramento della qualità della vita sia a Torre Annunziata che nelle città limitrofe.

«Si sta raggiungendo il vero obiettivo che ha spinto alla nascita dei Gruppi. Oggi c’è un comando dell’arma più forte, con un colonnello alla dirigenza ma soprattutto con il Nucleo Investigativo che coordina le attività dei territori. Nello specifico il nostro è diretto dal Maggiore Amadei. Con questo reparto siamo riusciti ad avviare subito indagini mirate, soprattutto alle organizzazioni di stampo camorristico».

Sarebbe stato possibile senza il comando gruppo?

«Per intenderci prima c’era la compagnia con dei nuclei operativi che non avevano una consistenza numerica tale da aggredire le organizzazioni presenti. Con la riforma del 2008 è stato messo tanto personale in più con competenze esclusive a fare indagini, inglobando man mano il lavoro delle singole compagnie che si sono dedicate ad attività di indagini, non meno importanti, sulla criminalità diffusa o predatoria. Sono aumentati gli arresti ed i sequestri di ingenti patrimoni mobili o immobiliari».

A proposito di sequestri, non sempre funziona bene il riutilizzo dei beni confiscati. Si fanno ampi titoli sui media dei valori dei sequestri effettuati, ma molte persone non hanno cognizione dell’uso che se ne fa.

«Innanzitutto occorre dire che è importante aggredire il patrimonio delle organizzazioni criminali, perché anche sequestrando beni, non solo arrestando affiliati, si riesce a dare un colpo significativo. Una volta confiscati, i beni diventano patrimonio disponibile dello Stato e, quelli immobili, attraverso una procedura ritornano alla collettività. Poche settimane abbiamo inaugurato, con la presenza del Presidente Piero Grasso, la sede FAI (federazione anti usura e racket) ad Ercolano, la stessa città dove, in un altro immobile confiscato, è nata Radio Siani».

Che ne pensa del rapporto tra le forze di polizia e le scuole? Possono lavorare in sinergia per migliorare la coscienza civica soprattutto dei più piccoli, formando i cittadini consapevoli di domani?

«L’Arma dei Carabinieri ha come linea istituzionale quella di andare nelle scuole che, nello specifico del mio Gruppo e del territorio, ritengo un’attività fondamentale. L’approccio non è quello di andare a fare attività promozionale, perché non cerchiamo nuove leve, ma proviamo ad umanizzare il carabiniere agli occhi dei più piccoli. Parliamo dei nostri difetti, confrontandoci con i ragazzi che sono degli osservatori molto più attenti di quello che possiamo immaginare. Io, quando vado nelle scuole, mi sforzo con l’aiuto dei ragazzi di mettermi dal loro punto di vista e cerco di aiutarli a mettersi dal nostro punto di vista. Questi incontri hanno soprattutto la finalità di avvicinarci. Infatti, se capita che faccio delle domande, mi rispondono in coro ed in maniera giusta, a differenza – il Colonnello sorride – di come potrebbe capitare con domande di geografia, storia o inglese. La legalità, per me, è normalità ed i più piccoli la tengono già dentro».

Però, soprattutto in questi territori, durante gli incontri nelle scuole le sarà capitato qualche episodio particolare.

«Certo! Alcuni ci vedono come eroi, altri ci odiano ed il gruppo più numeroso ha un atteggiamento di indifferenza, non essendosi mai posto il problema sulla figura delle forza dell’ordine. Purtroppo non è facile far cambiare idea a chi ci ha visto irrompere nel cuore della notte per arrestare qualche parente. Lo sforzo che facciamo è fornire una chiave di lettura differente affinché col tempo possano cambiare punto di vista rispetto a quello che apprende dai racconti dei genitori».

Una parte di quel gruppo numerosi di giovani, pur non avendo genitori appartenenti a famiglie malavitose, vivono ogni giorno piccole illegalità. Penso a quelle più semplici ma anche più dannose che vanno dall’abbandono indiscriminato dei rifiuti alla sosta selvaggia con le auto.

«Su questi giovani occorre lavorare immettendo il germe della riflessione. Occorre far capire che loro rappresentano il futuro ma hanno già un ruolo immediato nella società, anche ammonendo i genitori quando fanno un’azione incivile. Guardi, facendo un esempio, il fatto che oggi il casco lo si indossi perché serve e non per la paura di essere fermati è molto significativo».

In Italia però resta il problema annoso della giustizia.

«È anche vero che in Italia fa notizia il caso della giustizia lenta o di scarcerazioni dovute a cavilli o tempi lunghi. Questi sono casi limite rispetto alla maggioranza che portano a condanne. Sicuramente la giustizia potrà migliorare, però occorre sfatare il mito che avvolge i singoli episodi e che spinge alcuni a pensare: “perché li arrestano se dopo li rilasciano”».

Raffaele Perrotta

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