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Il prefetto imperfetto.

Non so perché ci sia così tanta timidezza intorno al Prefetto di Roma. Perché le ultime uscite su Buzzi & co. cominciano ad essere imbarazzanti, mi pare:

La prefettura di Roma diede il via libera alla stipula di una convenzione con la cooperativa di Salvatore Buzzi per la gestione dell’emergenza legata all’arrivo dei profughi a Castelnuovo di Porto, paesino alle porte della capitale. Un documento datato 18 marzo 2014 – allegato agli atti dell’inchiesta sull’organizzazione mafiosa guidata, secondo i magistrati, dallo stesso Buzzi e dall’ex estremista dei Nar Massimo Carminati – sembra smentire la versione ufficiale fornita dal prefetto Giuseppe Pecoraro che aveva detto subito, e poi ribadito di fronte alla commissione parlamentare Antimafia, di aver rifiutato la proposta di Buzzi. E dimostra che subito dopo l’incontro avvenuto a Palazzo Valentini fu avviata la procedura per inviare i migranti nella struttura di accoglienza situata a Borgo del Grillo.

Si tratta di una missiva firmata dal dirigente Roberto Leone, spedita «al sindaco di Castelnuovo di Porto e al questore» che ha come oggetto «l’afflusso di cittadini stranieri richiedenti la protezione internazionale e l’individuazione delle strutture di accoglienza». Il testo è breve ma fornisce tutte le informazioni: «Facendo seguito alla circolare del ministero dell’Interno dell’8 gennaio scorso e alla luce delle manifestazioni di disponibilità ricevute, si chiede se sussistano motivi ostativi alla stipula di una convenzione con il soggetto sottoindicato: Eriches 29 consorzio di Cooperative Sociali. La sede proposta per l’accoglienza si trova in Borgo del Grillo. Si allega la documentazione relativa alla manifestazione di disponibilità ricevuta e si resta in attesa di cortesi urgenti notizie, rappresentando che in mancanza di elementi ostativi si procederà alla stipula della convenzione». La lettera risulta protocollata in uscita il 19 marzo 2014 e arrivata il giorno dopo al Comune di Castelnuovo.

Proprio il 18 marzo, alle ore 18, Buzzi, aveva incontrato Pecoraro. Sono le carte dell’inchiesta a ricostruire che cosa accadde in quei giorni. In una conversazione del 17 marzo Buzzi racconta a Carminati di aver perso il ricorso al Tar contro l’affidamento della gestione del Centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto a una società concorrente. Si capisce che sta cercando di concludere nuovi affari, di ottenere la gestione di altre strutture. Gli spiega che «domani c’ho appuntamento co’ Gianni Letta». Di questa riunione Buzzi parla anche con Luca Odevaine, all’epoca componente del Tavolo del Viminale che si occupava proprio dell’emergenza legata all’arrivo dei profughi e ora in carcere con l’accusa di aver fatto parte dell’associazione mafiosa. Vuole avere un consiglio su quali siano i temi da affrontare e Odevaine suggerisce: «Gli si può chiedere perché Pecoraro c’ha ferma un sacco de roba, c’ha fermo Castelnuovo di Porto, 100 appartamenti».

Il 18 marzo alle 10.30 i carabinieri del Ros vedono Buzzi entrare con uno dei suoi collaboratori nell’ufficio di Gianni Letta. Quando esce chiama Odevaine e annuncia: «È andata bene, alle 6 vedo il prefetto». Il pedinamento conferma che effettivamente alle 17.45 di quello stesso giorno Buzzi entra alla prefettura di Roma e rimane fino alle 18.35. Appena esce chiama nuovamente Odevaine: «Col prefetto è andata molto bene, gli abbiamo parlato di questo Cara di Castelnuovo di Porto… no del Cara, gli abbiamo parlato di questo immobile che c’è e lui m’ha detto: “Basta che il sindaco me dice di sì io non c’ho il minimo problema, anzi la cosa è interessante, lasciatemi tutto”».

Quando gli atti processuali diventano pubblici e infuria la polemica sugli appalti concessi dal Campidoglio alle Cooperative di Buzzi, la commissione Antimafia avvia una verifica e convoca tra gli altri proprio Pecoraro. In quella sede il prefetto dichiara: «È vero, ho ricevuto Salvatore Buzzi ma non sapevo nemmeno chi fosse: il problema vero è la facilità con cui si può arrivare alle istituzioni e l’assoluta mancanza di controlli. Buzzi è venuto da me dopo che il dottor Letta mi aveva chiamato, io l’ho ricevuto e ho detto di no alla sua proposta che consisteva nella disponibilità di cento appartamenti per gli immigrati a Castelnuovo di Porto. Gli ho spiegato che lì ho già il Cara, che gli immigrati in una città così piccola sarebbero stati troppi». In realtà la lettera spedita il 19 marzo scorso sembra raccontare una verità completamente diversa. Pecoraro adesso ammette che effettivamente ci fu un tentativo, ma spiega: «È un tipo di missiva che abbiamo mandato a tutti i sindaci della provincia chiedendo se c’era disponibilità di posti».

Vibo Valentia, sequestrata discarica interrata di sei chilometri quadrati.

Ambiente & Veleni

La zona era stata individuata a marzo durante alcuni lavori che avevano riportato in superficie ingenti quantitativi di rifiuti comuni sotto il manto stradale. Ora le analisi cercheranno di stabilire la pericolosità del materiale

di F. Q. | 22 dicembre 2014

Sei chilometri quadrati di discarica, interrata e nascosta senza bonifica sono stati sequestrati dai carabinieri di Vibo Valentia e del Nucleo Operativo ecologico di Reggio Calabria. Il sequestro è stato disposto dal giudice per le indagini preliminari che ha accolto la richiesta della Procura di Vibo Valentia. La discarica, di sei chilometri quadrati, si trova nel comune di Ionadi ed è stata interrata negli anni Novanta senza alcuna bonifica.

La discarica è stata individuata nel marzo scorso quando, durante alcuni lavori sono emersi ingenti quantitativi di rifiuti solidi urbani interrati sotto il manto stradale. Le indagini dei carabinieri hanno consentito di accertare che l’area, negli anni ’80, era classificata come zona agricola normale, ma era stata adibita a vera e propria discarica abusiva. Il conferimento dei rifiuti si è fermato, con ogni probabilità, negli anni ’90, ed il comprensorio interessato è stato ricoperto da materiale inerte. I terreni sono stati poi dichiarati edificabili.

Il sequestro di oggi ha lo scopo di stabilire l’esatta estensione della copertura dei rifiuti e il loro grado di pericolosità, attraverso analisi. Il procedimento penale al momento, è contro ignoti.

Il testimone di giustizia abbandonato dallo Stato.

di Paolo De Chiara – 19 dicembre 2014

“Maledetto il giorno che ho denunciato, maledico questo Stato e le persone che mi hanno convinto a denunciare e che mi hanno lasciato solo”.

È l’imprenditore Cosimo Maggiore che parla, un testimone di giustizia di San Pancrazio Salentino, in provincia di Brindisi. La stessa località che ‘ospita’ la figlia del capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina. Cosimo è stanco, è abbattuto.

Ha denunciato i suoi estorsori, uomini della Sacra Corona Unita, finiti in galera e condannati grazie al suo senso civico. Alla sua onestà di cittadino perbene. Vittima di estorsione e di minacce da parte dei mafiosi del posto. La mafia pugliese, sanguinaria e violenta, che sembra quasi dimenticata. Lo stesso ‘trattamento’ riservato alla ‘ndrangheta, sino a qualche tempo fa.

Ha perduto la sua azienda e la speranza. “Oggi non lavoro più, cazzeggio tutto il giorno su facebook, la mia valvola di sfogo. Il mio capannone è stato messo all’asta. Mi hanno fatto terra bruciata intorno. Sono solo, con la mia famiglia. Sai chi ha acquistato all’asta il mio capannone? Un prestanome delle persone che ho denunciato. Ma nessuno entrerà nella mia struttura, a costo di farmi saltare in aria”.

Cosimo ha scritto una lettera al presidente della Repubblica Napolitano, al ministro Alfano, al Prefetto, al Generale dei Carabinieri. “Non ho ricevuto risposta da nessuno. L’unica cosa che hanno fatto è stato il ritiro delle armi, legalmente detenute. Le ho regalate ai miei amici dell’Arma”. Cosimo Maggiore ha una scorta, due carabinieri (“tutto ciò che mi resta, due angeli custodi”) che lo seguono ovunque. “Ho ricevuto premi come imprenditore coraggio, tutti mi dicono ‘sei coraggioso, hai le palle, servono persone come te’. Sono uno scemo, mi sento solo e abbandonato”.

Ma quando inizia la sua storia di testimone di giustizia? “Otto anni fa, nel 2006, quando vennero da me dei soggetti per una proposta”. Una ‘assicurazione’, un’estorsione di 500euro al mese, da destinare alle famiglie dei carcerati. “Non accettai la proposta”. Cosimo pensa a lavorare, ha diversi cantieri aperti, costruzioni da ultimare. Si occupa di infissi. Va avanti per la sua strada, a testa alta. Ma i delinquenti non mollano la presa. Si rifanno vivi dopo qualche mese. “Vengo convocato in un appartamento, dove trovo una bella sorpresa. Non c’erano lavori da effettuare, ma una nuova proposta da accettare. Pretendevano anche gli interessi arretrati, circa 2mila euro al mese”. Nella stanza erano “presenti Occhineri Antonio e Musardo Mario”, entrambi detenuti. Cosimo continua a subire pressioni, strani sguardi, avvertimenti. Racconta la sua drammatica storia a un ispettore della squadra mobile e denuncia nel 2007. “Ho avuto paura, questa è brutta gente. Hanno collegamenti con le forze dell’ordine e non solo”. Sino ad oggi ha collezionato 32 denunce, “è stato tutto inutile”. Le pressioni continuano senza soste.

“Un mio compare, vicino a questa organizzazione criminale, mi avvicina diverse volte. Pretendono che ritiri la querela, mi incontrano”. È presente anche Bruno Andrea, capo indiscusso della zona, oggi in carcere con una trentina d’anni da scontare. Fratello di Ciro, capo storico della Scu, già condannato all’ergastolo. “Mi fanno parlare con un avvocato, che a tavolino, mi spiega cosa devo fare”. Il ‘compare’ continua la sua azione, “non potevo immaginare che anche lui potesse appartenere all’organizzazione. Gli dissi che non doveva farsi più vedere, ricordo una sua frase, non potrò mai più dimenticarla: ‘fai attenzione, non sai chi hai sfidato. Sono gli stessi criminali che, tempo fa, hanno ammazzato e seppellito sotto un terreno due giovani”.

Cosimo Maggiore è una brava persona, non la ritira la denuncia. Si posiziona dalla parte dello Stato (che in molte circostanze non si dimostra tale e con la ‘S’ maiuscola), vuole e cerca giustizia. La sua dettagliata testimonianza manda in galera sette soggetti. Diventa quasi un eroe. Nel 2007 a San Pancrazio il Presidente della Provincia convoca un consiglio monotematico, coinvolgendo tutti i sindaci (di Brindisi e provincia), i politici, la Camera di Commercio e le autorità locali. Tutti insieme per celebrare “l’imprenditore coraggioso, tutti volevano aiutarmi. Ad oggi non ho mai visto nessuno. Dopo la denuncia è cominciato il mio calvario”. Nel 2008 i riconoscimenti pubblici: il premio ‘112’ dell’Arma dei Carabinieri e il premio ‘imprenditore coraggio’.

Iniziano i problemi anche con la sua attività. “Mano a mano comincio a perdere i lavori”. ‘Non possiamo saltare anche noi in aria’ – le parole ripetute all’infinito – ‘potevi pensarci prima. Te la sei cercata’. Perde tutti i lavori. “Ed iniziano altri problemi, le ingiunzioni. Mi avevano avvisato, me lo avevano detto chiaramente: ‘te la faremo pagare. Rimarrai da solo come un cane’. Si è avverato tutto”.

Il testimone di giustizia non si dà pace. “Il mio capannone è stato messo all’asta, nessuno ha applicato l’articolo 20 della legge 44 del 1999 (Disposizioni concernenti il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura). La banca non ha mai accettato questa legge, nessuna sospensione. Solo una presa per il culo”.

Si legge nell’interrogazione dell’aprile 2014, a firma del senatore Iurlaro: “Chi denuncia il racket dovrebbe essere tutelato ai sensi di quanto stabilito dalla legge del 1999. Chi è vittima dell’estorsione e denuncia il racket, si rivolge alle associazioni anti racket proprio perché ne presume l’adeguata esperienza assistenziale, invece, nel territorio brindisino, il signor Maggiore ha ricevuto solo danni per inadeguata assistenza. È stato persino danneggiato pesantemente, per il mancato interessamento volto alla sospensione dei termini di 300 giorni ex art.20, come era suo diritto e come, da prassi, ottiene la vittima di estorsione e/o usura che abbia denunciato ed abbia presentato domanda di accesso al Fondo”.

Cosimo ha 47 anni, una moglie e due figli. Ma come vive la famiglia Maggiore questa assurda situazione? “Preferisco non parlarne. Con me hanno vinto loro, i mafiosi. Siamo rimasti soli, tremendamente soli. Vado sempre in giro con una lettera intestata alla mia famiglia. Mi resta soltanto una strada: il suicidio”.

Nella foto, Cosimo Maggiore è intervistato dalla giornalista Maristella Di Michele di brindisioggi.it

Fonte: RestoAlSud.it

“Appalti truccati per le autostrade”: otto arresti in Sicilia

MESSINA. La Dia di Catania sta eseguendo ordinanze di custodia cautelare nei confronti di funzionari del Consorzio autostrade siciliane (Cas) e imprenditori in esecuzione di un provvedimento del Gip di Messina, emesso su richiesta del procuratore Guido Lo Forte e dall’aggiunto Sebastiano Ardita.

I reati ipotizzati, a vario titolo, sono di turbata libertà degli incanti, induzione a dare o promettere utilità e istigazione alla corruzione. L’inchiesta, basa su indagini della Dia, riguarda funzionari e imprenditore che, secondo l’accusa, sarebbero stati “interessati negli appalti truccati nel settore dei lavori sulle autostrade siciliane che coinvolge prevalentemente i cosiddetti bianchi”.

Otto arresti. Sono otto gli arresti domiciliari (CLICCA QUI PER LEGGERE I NOMI) disposti dal Gip di Messina, Maria Luisa Materia, nei confronti di sei imprenditori, ma uno per una vicenda estranea all’inchiesta sul Consorzio autostrade siciliane, e un dirigente e un funzionario del Cas eseguiti dalla Dia di Catania.

Autostrade siciliane, appalti truccati al Consorzio: i volti degli arrestati
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Giacomo Giordano

Letterio Frisone

Il giudice ha disposto anche l’interdizione ad esercitare in imprese per due mesi a due rappresentanti di altrettante società. Investigatori della Direzione investigativa antimafia di Catania e Messina hanno eseguito anche il sequestro cautelativo di beni per complessivi 100mila euro nei confronti di uno degli indagati.

Le indagini. Al centro delle indagini la presunta turbativa d’asta per l’assegnazione dei lavori del servizio di sorveglianza per la A18, la Messina-Catania e Siracusa-Rosolini, e la A20, la Messina-Palermo. La gara sarebbe stata ‘turbata’ attraverso un accordo sulle percentuali in ribasso. L’episodio risale al 9 maggio 2013, quando l’appalto, da 8milioni di euro, fu bandito con somma urgenza dopo essere stato revocato.

Inchiesta sul Cas, tutte le intercettazioni

L’inchiesta, coordinata dal procuratore capo Guido Lo Forte, dall’aggiunto Sebastiano Ardita e dal sostituto Fabrizio Monaco, nasce da controlli disposti dalla Procura di Messina sulla gestione della Tecnogest, riconducibile a Antonino Giordano, chiarata fallita dal Pm.

La tangente rifiutata. C’è anche il rifiuto di una tangente negli atti dell’inchiesta Tekno della Procura di Messina sul Consorzio autostrade siciliane. La dazione sarebbe avvenuta da parte di Giacomo Giordano, che è stato posto agli arresti domiciliari dalla Dia di Catania, nei confronti di un dirigente della Aeroporti di Roma (Adr) che era preposto alla gestione dell’appalto di pulizia nello scalo Leonardo da Vinci di Fiumicino svolto da una società riconducibile all’imprenditore, la Meridional service.

Per ottenere eventuali riduzioni sulle penali contrattualmente previste in caso di inadempimenti nella prestazione del servizio Giordano avrebbe lasciato una busta con buoni carburanti per 500 euro. Il funzionario dell’Adr, non soltanto ha rifiutato la tangente, ma ha provveduto ad informare superiori e collaboratori dell’accaduto e a restituire successivamente la busta. Il reato ipotizzato dalla Procura di Messina è di istigazione alla corruzione.

«L’inchiesta sul Consorzio autostrade siciliane ha svelato un modo inaccettabile di gestire le risorse pubbliche. Per questa ragione, ringrazio i magistrati e gli investigatori che hanno squarciato quel velo di collusione scellerate tra amministratori pubblici e imprenditori». Lo dice Giovanni Pizzo, assessore alle Infrastrutture della Regione siciliana.

«È persino inutile dire che sono preoccupato: sia per il quadro di collusioni emerso, sia per il rischio che l’intero sistema Cas finisca nel tritacarne, con rischi per i servizi ai cittadini e alle imprese. Quel consorzio è un patrimonio della collettività siciliana, va tutelato e messo al riparo dagli inquinamenti dei sistemi del malaffare», aggiunge. «Va anche detto – ricorda Pizzo – che già nei mesi precedenti l’amministrazione regionale siciliana aveva attivato un sistema di vigilanza. Ora, questo sistema di controlli e vigilanza deve essere rafforzato, proprio per quel principio che vede il sistema delle autostrade siciliane come un patrimonio per l’economia e la società siciliana».

http://gds.it/2014/11/18/appalti-truccati-in-sicilia-arrestati-imprenditori-e-funzionari-del-consorzio-autostrade-siciliane_264438/

Staff Caponnetto.

Se una città sparisce nel nulla…

SE UNA CITTA’ SPARISCE NEL NULLA
Tra crimini comuni, reati ambientali e giustizia negata
Come se una cittadina, non grande né piccolissima, un bel giorno sparisse, inghiottita nel nulla; o si disintegrasse, colpita da un meteorite piovuto dal cielo. Oppure immaginate quegli eserciti di una volta, migliaia e migliaia di corpi in marcia, colonne e colonne umane sotto il sole: d’un tratto se ne perdono tracce, scomparsi, un deserto senza tartari né ricordi.
Così succede da noi, ogni giorno muoiono persone per stragi di un passato che torna ogni giorno, un boia quotidiano che manda al patibolo innocenti senza processi né sentenze. Vittime senza perché, colpevoli di abitare in un certo posto, di aver fatto un certo lavoro, spesso per poco, caso mai a nero.
Sono tutti i morti ammazzati di amianto, di diossine, di gas, di benzine, di cloruri, di tutto quanto fa business per lorsignori e veleno per le bestie da soma costrette ad ammazzarsi – per di più senza saperlo – ogni giorno. Morti senza giustizia, perché spesso e volentieri, alla fine del giro, al killer- killer (l’industrialotto di turno) si unisce il killer in toga, che riammazza il poveraccio e ammazza la giustizia, o meglio la speranza nella giustizia, o meglio ancora quei brandelli che ormai restano sul campo o i barlumi nella memoria.
Quasi sotto l’albero di Natale, gli ultimi doni. Sfogliamo le cronache del 20 dicembre. “Abruzzo, nessun colpevole per l’acqua avvelenata dalla fabbrica Montedison”. Tra il Gran Sasso e la Maiella, nelle tranquille terre dei pastori abruzzesi, a Bussi, c’era “la più grande discarica d’Europa” ma nessuno lo sapeva. Un Inferno sconosciuto, 250 mila tonnellate di rifiuti tossici invisibili, 700 mila cittadini che hanno bevuto quelle acque del tutto inconsapevoli di tracannar veleno. Nessuna reale bonifica mai fatta, costava troppo, 600 milioni degli odierni euro, e non potevano affrontare quella spesa, i timonieri di Montedison, ancora alle prese con i guai per la mega mazzetta Enimont, la madre di tutte le Tangenti di casa nostra. Ma loro, i Signori del Disastro Scientifico, invece, “potevano non sapere”, “non erano consapevoli di inquinare”, “in base alle conoscenze scientifiche dell’epoca non erano in grado di valutare i possibili danni”. E così Giustizia è (s) Fatta. Come fu per la Montefibre di Acerra, nel napoletano, storie di danni ambientali giganteschi, morti, lutti e tutti in gloria (e, ora, quelle terre martoriate sono invase dai rifiuti super tossici da Monnezza!).
Sempre 20 dicembre. Siamo al tribunale di Paola, in provincia di Cosenza. Ricordate la strage della Marlene di Praia a Mare, le storie di un centinaio di operai ammazzati dai vapori tossici? Nessun colpevole, s’è trattato con ogni probabilità di un mega suicidio collettivo, una di quelle auto-stragi che succedono solo in America, a base di sette & simili. Sì, perché secondo le toghe di quel tribunale, gli imputati, dodici in tutto tra cui uno dei big dell’imprenditoria italica, Pietro Marzotto, non c’entravano assolutamente niente: assolti con formula piena. Caso mai tante scuse per il disturbo.
Tutto ciò può essere un buon viatico per gli unici che qualche piccolo (piccolissimo) grattacapo potrebbero averlo, i boss dell’Olivetti rinviati a giudizio per 33 morti sospette all’Olivetti di Ivrea: e quindi dovranno affrontare il primo grado un Carlo De Benedetti oggi grande sponsor di Renzi, un Corrado Passera ex top manager Olivetti e ora in rampa di lancio col suo centro-centro, un Roberto Colaninno a bordo di quel che resta della fu Alitalia. Prescrizione salvatutti a parte, santi in paradiso esclusi, “conoscenze scientifiche dell’epoca” fatte salve, ecco il magico coniglio nel cilindro: il talco, che magicamente emanava dagli ambienti di lavoro e come un amorevole mantello ricopriva le maestranze, poteva sì contenere qualche fibra d’amianto, ma il fine era buono e giusto: evitare i sudori operai, cospargerne i corpi con ondate di Roberts (Felce Azzurra seconda scelta).
E gli ammazzati d’Ilva con i Riva a godersi i milioni di utili e bonifiche zero? Tutti i lutti di Taranto? Le vittime di Bagnoli? La strage della Thyssen, gli ustionati che avevano assistito al rogo risarciti con gli spiccioli e i nazi tedeschi felici a godersi la vita sui panfili? Gli arsi nel petrolio Saras di casa Moratti con l’ex patròn Inter sempre a fianco delle campagne umanitarie di Emergency? E tutti gli operai a nero, non a nero, a contratto o precari, arsi, bruciati, ustionati nelle cento, mille Thyssen lungo le piaghe di questo devastato paese?
E tutti i morti di vaccini, di trasfusioni infette, di sangue non testato, per farmaci killer? Gli eserciti
di emotrasfusi che da vent’anni e passa aspettano una giustizia che mai verrà, sballottati da un tribunale all’altro, uccisi due volte da una prescrizione killer, sbeffeggiati da uno stato ingiusto, mentre lorsignori che hanno vampirizzato continuano a pascere le loro fortune nel sangue di vittime innocenti?
Omicidio colposo. Omicidio doloso. Omicidio plurimo. Strage colposa. Omicidio plurimo colposo. Fra bis ter e quater così viaggia la giustizia (sic) nel belpaese. Con montagne di fascicoli che spariscono nel nulla, solite lungaggini e poi il salvacondotto salvatutti della beamata Prescrizione (tanto più utile quando viene scientificamente sbagliato il capo d’imputazione, da un pericoloso 416, caso mai bis, a una semplice corruzione e/o corruzione).
Da “non poteva non sapere”, al taumaturgico “poteva tranquillamente non sapere” di oggi. Certo, l’amianto fa bene, lo prescrivono medici; benzine, benzene, cloruri e fosfiti sono consigliati per ogni dieta che si rispetti; fosfiti e fosfati ad hoc per ossigenare i cervelli; cromi, stronzi e cadmi per tonificare i muscoli.
E poi, i rifiuti tossici sono la manna quotidiana, caduta dal cielo e trovata per terra, confezionata nei classici sacchetti o comodamente trasportabile via terra e anche via mare, caso mai in Olanda dove ce la richiedono tanto. Di rifiuti d’ogni razza sono disseminate terre campane e del sud Lazio, una bomba ad orologeria destinata a decimare la popolazione da qui al prossimo mezzo secolo: ha svelato i traffici – uno per tutti – Carmine Schiavone, che “parla” da quasi vent’anni, le prime verbalizzazioni nel 1995, poi rimaste a far muffa nei cassetti. A certificarlo non pochi scienziati “contro”: ma dei loro pareri chissenefrega, c’è solo la “Campania Felix” come reclamizza il governatore della Campania Stefano Caldoro, che si appresta a gestire le prossimi, arcimilionarie bonifiche regolarmente in “emergenza”, sempre per attraverso i “commissariati straordinari”, bypassando regole e massacrando norme e trasparenze.
Reati ambientali? Neanche a parlarne. Sversi illegalmente? Ancora oggi, al massimo becchi una multa, una sanzioncina. Costruisci illegalmente? Sarai condonato. Non paghi le tasse, evadi il fisco? Sarai scudato.
Notazione a margine. Una volta, tra codici e pandette, tra “doloso” e colposo” faceva capolino una terza via, il “preterintenzionale”: ossia un reato comunque c’è, prodotto da qualcosa che è andato poi oltre le intenzioni. Perché mai è sparito nel nulla? Come mai se ne sono perse le tracce? Eppure, ad esempio per i delitti da codice della strada, tornerebbe molto utile: esci di casa ubriaco o drogato, ammazzi qualcuno, non volevi forse uccidere quella persona, ma tutto ciò rientrava nell’ambito del possibile, viste le tue condizioni. Quindi, non prescritto per reato colposo, né all’ergastolo per quello doloso, ma un po’ d’anni “certi” in galera per scontare il tuo reato e, soprattutto, aver prodotto danni ad altri.
Comunque, nel caso di lorsignori, magnate industriali e magnaccia ambientali o della salute, non esiste alcun fatto “preterintenzionale”: avevano messo ben in conto di poter uccidere, e non gliene fregava niente, pur di cumulare profitti a palate. Per loro, non resta che buttare le chiavi.
Torniamo al principio. Una cittadina che scompare da un giorno all’altro inghiottita nel nulla fa notizia. Titoli da scatola, cordoglio nazionale, vicenda da reality o ai confini della realtà. E invece, le migliaia di anime morte ogni giorno, e per tanti anni ancora, quotidianamente, non fanno neanche un trafiletto.
P. S. Danni alla salute? A fare Bingo non è un operaio Thyssen risarcito con poche migliaia di euro, né una donna stuprata a Roma per due giorni che vale altrettante poche migliaia di euro, né un politrasfuso con sangue infetto, che prende solo calci in faccia dallo stato e caso mai si rivolge agli strozzini per pagarsi le spese legali. E’ una sconosciuta insegnante, amica della famiglia Di Pietro, che s’è vista riconoscere dal tribunale del suo paese la bellezza di 100 mila euro sonanti (ora saliti a quota 140 mila) per 20 righe contenute in un articolo pubblicato dal mensile La Voce delle Voci e dedicato al figlio dell’ex pm. Ciò le avrebbe provocato “un transeunte patema d’animo” tale da impedirle ogni attività lavorativa, sociale e di relazione; ma da consentirle, guarda caso, di
conquistare – lei “malata” – la poltrona di coordinatore provinciale di Italia dei valori. Miracoli di san Gennaro? O effetti di una giustizia che più malata non si può?

Tweet da Franco Maria Fontana

Franco Maria Fontana (@francofontana43) ha twittato alle 6:57 AM on mer, dic 17, 2014:
Don Ciotti dà una lezione di moralità e legalità, ma non trova orecchie ricettive tra i capi coop http://t.co/MFpT3kRQiu
(https://twitter.com/francofontana43/status/545095398042640385?s=03)

Mafia Capitale, Cerra: “Messe a tacere le forze sane dell’economia”

Rosario Cerra, presidente Confcommercio Roma e Lazio, torna a sottolineare la necessità di lottare contro corruzione e malaffari: non solo forze dell’ordine e magistratura ma politica e mondo economico chiamati a denunciare subito le ingerenze criminali per permettere alle forze sane del territorio di crescere.
“Serve un atto di coraggio e di onestà da parte di politica e mondo economico che devono denunciare subito, e non quando sono finiti sui giornali, , i tentativi di corruzione e di ingerenza criminale. Solo in questo modo permetteremo alle forze sane del territorio di crescere, liberandole dalla morsa rappresentata dall’economia criminale e dalla politica deviata e incapace”.

Appello, quello del Presidente della Confcommercio di Roma forse un pò tardivo, ma comunque lodevole perché rappresenta il pensiero e la voce ufficiali della maggiore organizzazione dei commercianti romani e laziali, rivelatisi, purtroppo, nella maggior parte, poco propensi, ad oggi, a denunciare i mafiosi ed i delinquenti. Molti tentano di giustificare i loro lunghi silenzi sulla morsa delle mafie a Roma e nel Lazio con l’inerzia della vecchia Procura romana la quale si è mostrata poco attenta al fenomeno mafioso. Oggi, però, non è più cosi perché, con la venuta nella Capitale di Pignatone e Prestipino, le cose sono cambiate ed i risultati cominciano a vedersi. Non ci sono, quindi, più alibi per nessuno.

Roma è la Capitale d’Italia ed in essa si concentrano tutti i poteri leciti ed anche illeciti, tutti i grandi affari ed i grandi interessi, nazionali ed internazionali, tutte le grandi mafie ed i gruppi massonici deviati.

Si prepara, ove dovesse essere accolta la richiesta dei Giochi delle Olimpiadi del 2024 nella Capitale, l’ennesima grande abbuffata da parte dei corrotti e dei mafiosi ed ha fatto bene il Presidente della Confcommercio Cerra a ricordare a tutti anche questo pericolo, se prima non ci liberiamo di tutta la melma che ci circonda proprio per colpa di un popolo – non solo i commercianti – che ha perso la sua dignità e che si sta mostrando incapace perfino di indignarsi.

Sentiamo spesso che taluni inveiscono contro una classe politica ed istituzionale costituite in gran parte da corrotti ed incapaci e questo dovrebbe essere un segnale positivo in quanto potrebbe essere letto come un atto di una presa di coscienza e di resipiscenza rispetto alle scelte sbagliate del passato di molti. Giova, però, ricordare che le classi dirigenti, quelle politiche e non solo, sono sempre l’espressione del popolo che le ha votate. Questo è sempre utile non dimenticarlo!!!

Vince l’omertà! ”Giudice, non ricordo!!!”…

Processo Mediaset, Csm assolve il giudice che condannò Berlusconi. Il Giudice Esposito è il Presidente onorario dell’Associazione Caponnetto

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/15/processo-mediaset-csm-assolve-giudice-condanno-berlusconi/1277952/

Mafia e Corruzione: il vero Mondo di Mezzo è quello dei colletti bianchi

“Io credo che senza questi colletti bianchi e senza gli uomini di Stato collusi, la mafia dei Riina e dei Provenzano sarebbe stata debellata da un pezzo”.

Queste parole, pronunciate da Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo, restituiscono la vera cifra della criminalità in Italia.

In questi giorni si fa un gran parlare del “mondo di mezzo” di Mafia Capitale. Eppure il vero mondo di mezzo non è quello di Massimo Carminati ma quello dei colletti bianchi. Quelli collusi, ovviamente.

La burocrazia criminale non collega la politica al sottobosco di delinquenti neofascisti di Roma. Collega la mafia alla politica. Lo scopo, comunque, è sempre quello: appropriarsi dei soldi dei cittadini. In questo va però evidenziata un’aggravante: il denaro non è destinato solo ai politici corrotti ma anche ai mafiosi.

La burocrazia corrotta finanzia la mafia. E’ questa la triste verità.

Il legame tra mafia e politica, quando c’è, gode di un collante dall’efficacia formidabile: la corruzione. E’ questo lo strumento attraverso cui la criminalità organizzata si infiltra nelle istituzioni pubbliche e, in un certo senso, le fa sue. A quel punto, chi può dire dove finisce la politica e inizia la mafia? L’unica conseguenza veramente visibile, almeno per i cittadini, è il proliferare di indagini e il numero sorprendente di comuni sciolti per mafia.

La vergogna dello scioglimento è toccata, in questi anni, a una quantità rivelante di piccoli Comuni ma anche a Reggio Calabria, che è un capoluogo di Provincia. Se pensiamo che la prossima potrebbe essere Roma, la città più importante d’Italia, la dimensione del problema diventa evidente.

Non si tratta dell’opera criminale di poche mele marce, ma di un problema sistemico.

Come se ne esce? Propedeutica a qualsiasi ipotesi risolutiva è l’opera di protezione degli onesti. Soprattutto, di chi intende denunciare gli episodi corruttivi. Sono in tanti che vorrebbero farlo ma che tentennano per la paura delle conseguenze. Paura più che giustificata: lo Stato, colpevolmente, tende a lasciare solo chi denuncia.

Essenziale è anche l’opera di informazione alla quale i media non possono sottrarsi. Informazione che ha compito di ritrarre il “sistema” per quello che è, evitando di cedere alle sirene di una narrazione. La stessa che, in questi anni, ha diviso l’Italia in due mondi: quello delle istituzioni democratiche e quello della criminalità. Quei mondi sono, per una considerevole parte, un tutt’uno.

L’elemento più significativo, e che porta al fraintendimento, è rappresentato da una fatto… Metodologico: la corruzione, soprattutto quella mafiosa, non spara. Quindi passa inosservata e si nasconde all’ombra della parte buona delle istituzioni.

La corruzione non spara, ma uccide.

Uccide non solo fisicamente ma anche economicamente. Perché se il paese è in ginocchio non è solo colpa della spiacevole congiuntura internazionale, ma anche e soprattutto della quantità di denaro che viene sottratta ai cittadini e che serve ad arricchire politici criminali e mafiosi.

E non ci si illuda: la corruzione in Italia non si appropria delle “poche decine di miliardi” suggerite dagli studi internazionali (realizzati tenendo conto non di dati reali bensì della percezione della popolazione – ma di cifre di gran lunga superiori.

Giuseppe Briganti

150 colloqui fra Buzzi ed il sindaco di Castelnuovo di Porto!!! Il Prefetto di Roma nomini immediatamente la Commissione di accesso a quel Comune guidato da un sindaco indagato

Mafia Capitale, le intercettazioni svelano i rapporti fra Buzzi e i piccoli sindaci di provincia. E quell’ amante…

Una cricca di piccoli sindaci di provincia è cresciuta, ed è stata pasciuta, da Mafia Capitale. Mentre gli arresti di stamani (Rocco Rotolo e Salvatore Ruggero) vanno nella direzione di rafforzare la matrice mafiosa del consorzio criminale, dalle migliaia di carte dell’indagine emerge un vero e proprio capitolo dedicato a come andavano gli affari nel comune di Morlupo, di Sant’Oreste e Castelnuovo di Porto.

Scrivono gli investigatori del Ros che Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, soci di fatto nella holding delle cooperative, “hanno rivolto i propri interessi anche in altri comuni della Provincia di Roma come Sant’Oreste, Morlupo e Castelnuovo di Porto adottando le medesime metodologie corruttive sino anche a modificare un’offerta già depositata e sbaragliare la concorrenza”. Identici, anche in provincia, i settori d’interesse della ditta Buzzi&Carminati: rifiuti, raccolta differenziata, immigrati e rom.

Si legge in una delle informative finali in riferimento a Morlupo dove è sindaco Marco Commissari: «Alla fine della vicenda Buzzi non si accontenta di un sindaco che gli assegna lavori senza prendere soldi e lo mette a stipendio». E infatti Buzzi dice al telefono a Carminati: “Il sindaco di Morlupo l’ho messo a stipendio”.

Breve riassunto delle singole posizioni: Sergio Menichelli, sindaco di Sant’Oreste, è agli arresti domiciliari per turbativa d’asta e corruzione aggravata; Marco Commissari, sindaco di Morlupo, è indagato per turbativa d’asta, corruzione aggravata e illecito finanziamento; Fabio Stefoni, sindaco di Castelnuovo di Porto, è indagato per corruzione aggravata e illecito finanziamento. Condividono la provenienza dalle liste civiche. E, stando alle indagini, anche la stessa permeabilità ai soldi e alle mazzette. Di certo gli investigatori hanno trovato che anche in questi piccoli comuni “venivano adottate le medesime metodologie corruttive sino anche a modificare un’offerta già depositata e sbaragliare la concorrenza”.

IL TERMOVALORIZZATORE DI MORLUPO – E’ una vicenda emblematica di come agisce Mafia capitale. Comincia nel dicembre 2012. Negli stessi giorni, è giusto ricordare, Mafia Capitale aveva in qualche modo ufficializzato la propria ragione sociale con la condivisione di quello che gli investigatori del Ros hanno chiamato “Manifesto programmatico”. Buzzi e Carminati, molto attento a come diversificare gli investimenti, intravedono la possibilità di un grande business con la costruzione di un termovalorizzatore nel territorio di Morlupo. Una struttura per distruggere i rifiuti che avrebbe servito tutta l’area intorno a Morlupo, delizioso piccolo comune a nord est di Roma a due passi dal parco di Veio. Nulla viene trascurato: per l’operazione vengono ingaggiati un ingegnere civile, Gianmario Baruchello, docente universitario e direttore tecnico di una società che si occupa di ambiente; e uno spiccia faccende dedicato in esclusiva ai rapporti con l’amministrazione di Morlupo. L’inchiesta segue per due anni le mosse della piccola cricca. Mosse di successo visto che il termovalorizzatore, almeno per ora, è un lavoro assegnato. Alcuni passaggi meritano la selezione.

“Il sistema di relazioni istituzionali stabilito dal sodalizio con il comune di Morlupo – scrivono i militari del Ros – era innanzitutto funzionale alla pubblicazione dell’avviso pubblico inerente a “Locazione o concessione di un’area comunale in località Monte Albereto finalizzata alla realizzazione di un “impianto per il trattamento e la valorizzazione dei rifiuti organici raccolti in modo differenziato con produzione di compost di qualità ed energia elettrica”.

Seguono mesi frenetici. Le cimici del Ros registrano telefonate di Carminati, Fabrizio Testa, Botti, dirigente Ama, perché il gioiello di Morlupo sarebbe stato un piatto ricco per molti. Tutti danno il loro contributo per redigere un bando di gara su misura. Il 10 giugno, infatti, viene finalmente pubblicato il bando di gara che, “guarda caso – osservano gli investigatori – riporta le stesse indicazioni raccolte nelle telefonate”. Quella del 3 febbraio, ad esempio, quando l’ingegnere Baruchello dice e Buzzi: “Ti ho mandato poco fa una nuova versione dell’avviso… per quel comune. E’ una versione molto più semplice ed è una logica conseguenza della lettera che tu gli hai mandato”. Bandi di gara fatti in casa. In una successiva telefonata del 12 giugno Buzzi spiega a un collaboratore di nome Roberto che “bando partecipa con una cooperativa costituita ad hoc, la 29 giugno energy”. Il cui 40% è posseduto dalla Cosma, la cooperativa che tramite Antonio Esposito è direttamente riconducibile a Carminati. Che il 18 luglio esorta Buzzi a fare presto a chiudere l’affare: “Stringiamo, stringiamo.. che sta cosa prima a famo e meglio stamo”.

E fin qui è dimostrata la turbativa d’asta, piccola cosa rispetto al quadro di accuse nei confronti di Mafia capitale. Il meglio deve ancora venire.

LA FIDANZATA SBAGLIATA – Come abbiamo visto Buzzi dedica una serie di persone a curare i rapporti con l’amministrazione di Morlupo. Tra questi tale Bernardino C. Un’intercettazione captata sull’auto di Buzzi in auto il 23 agosto racconta di quanti e quali interessi incrociati fossero in corso. Tra questi anche l’infatuazione di Bernardino per una donna che, però, era anche “la ragazza del sindaco”. E il primo cittadino si deve essere molto lamentato per questa invasione di campo. Dice Buzzi: “Ce stai a rovinà tutto. Tu pensi che noi vinciamo le gare perché siamo i più bravi? La verità è che c’è un grande…io faccio un bucio di culo enorme dietro e poi voi me lo fate perde co’ ‘ste minchiate. Se voi non capite bene la cooperativa, la cooperativa v’ammazza! E che cazzo, no…ma per… che ce vole? Quello (il sindaco, ndr) glie viene il sangue amaro su ‘sta storia…è una persona seria, corretta, non ce chiede niente, non ce chiede soldi…c’ha dato i rifiuti, ce sta a da’ un asilo nido, ce sta a da’ un impianto de congelazione… c’ha ‘na troia? Sti cazzi! Se la tenesse. Ma glielo dovemo dì noi che è una troia?”.

MA POI IL SINDACO CAMBIA IDEA – A giugno scorso l’operazione Morlupo-rifiuti e altro sembra chiusa. “E’ andata bene, benissimo – dice al telefono lo spiccia- faccende di Buzzi reduce da un colloquio con sindaco – gli ho detto noi facciamo un’opera da 15 e 800 (verosimilmente 15 milioni ed 800.000 euro, ndr), ci mettiamo più occupazione e c’è più pelo per tutti!”. Poco dopo Buzzi chiama Carminati a comunica: “Il sindaco di Morlupo l’ho messo a stipendio”.

LE GARE TRUCCATE A SANT’ORESTE – Riguardano la raccolta di rifiuti e la costruzione di un centro immigrati SPRAR in un terreno di proprietà di Marco Placidi, responsabile dell’ufficio tecnico del comune (piano che poi non va in porto perché Placidi voleva ospitare famiglie e non singoli). Placidi e il sindaco sono entrambi agli arresti domiciliari. Si legge nell’informativa degli investigatori del Ros che “su indicazione di Buzzi, la segretaria Alessandra Garrone in sede di gara d’appalto aveva modificato l’offerta originaria sostituendola con una più vantaggiosa. In cambio di questi favori, Buzzi promette al sindaco un compenso di 30 mila euro e a Placidi cinquemila”.

Vengono riportate numerose intercettazioni captate negli uffici della Cooperativa in via Pomona in cui Garrone fa nuoci calcoli e ipotizza i criteri vincenti per aggiudicarsi la gara. Sarà lei in persona a presentarsi a Sant’Oreste il 13 maggio scorso giorno in cui vengono aperte le buste. E’ lei a sostituire il contenuto dell’offerta. Così che alle 18.23 può inviare lo stesso sms a Claudio Bolla, Claudio Caldarelli, Emanuela Bugitti, Carlo Garany, Paolo Di Ninno:“Risultati Sant’ Oreste: Abbiamo vintoooooooo!”. E mezz’ora dopo Buzzi poteva dire: “Pè cinque anni stamo a Sant’Oreste”.

IL GRANDE AFFARE DI CASTELNUOVO DI PORTO- E’ la vicenda più nota. Ci sono di mezzo rifiuti e, ancora una volta, il centro immigrati. Gli investigatori registrano almeno 150 colloqui tra Buzzi e il sindaco Fabio Stefoni. Sul Centro Immigrati, gara prima vinta poi persa per un ricorso al Tar, Buzzi e Carminati mettono in campo tutte le loro conoscenze, arrivano fino a Gianni Letta e al prefetto Pecoraro. Avvicinano un viceprefetto (“avemo la prefettura in tasca” dice una volta Buzzi) per confezionare un dossier contro il giudice del Tar che gli aveva tolto “il malloppo” del centro immigrati. Ma illuminanti di come agisce Mafia Capitale e della sua capacità di penetrazione sono certi colloqui con Stefoni (indagato).

In cambio della sponsorizzazione del progetto SPRAR, Buzzi e soci s’impegnato a finanziare la campagna elettorale per la rielezione di Stefoni a sindaco. “Ieri so’ andato dal sindaco di Castelnuovo di Porto – racconta Buzzi – sponsorizziamo sulla campagna elettorale..10 mila euro. In cambio lui è disponibile a venirci incontro. Perché la campagna costa 40 mila euro, gliene pagamo la metà. La campagna costa veramente 25 mila euro, più 5 a Ostia, 30 mila euro pe (inc) mortacci sua”. Stefoni, va detto, non pensa solo a sé. Ma anche alla sua comunità. In un’altra telefonata con Stefoni gli chiede “i nomi dei beneficiari dei 10 mila che la cooperativa deve elargire elargire in favore delle associazioni sportive del comune”. Sperando poi che quei soldi siano almeno arrivati veramente allo sport.

Mafia Capitale. Ombre sulla Prefettura di Roma

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CSM autonomo o attappetato?

“Nella nomina cruciale del nuovo Procuratore capo di Palermo il Consiglio Superiore della Magistratura agirà secondo logica e meriti o si piegherà ai voleri dell’esecutivo e della Casta?”, si chiede Paolo Flores d’Arcais. Il rischio, come spiega anche Marco Travaglio nell’articolo che pubblichiamo a seguire, è una normalizzazione che lascerà ancor più soli i pm condannati dalla mafia e isolati dallo Stato.

di Paolo Flores d’Arcais

Nei prossimi giorni il nuovo Csm deve prendere una decisione cruciale: la nomina del nuovo Procuratore capo di Palermo. Sarà l’occasione per misurare se il Csm possa ancora, magari parzialmente, costituire davvero l’organo di autogoverno della magistratura, cioè di alcune miglia di funzionari pubblici che per Costituzione devono essere “soggetti soltanto alla legge” (art. 101), o se sarà inequivocabilmente, almeno nella sua attuale composizione, la cinghia di trasmissione della volontà dell’esecutivo o peggio delle maggioranze “costituende” e “neocostituzionali”, Dio ce ne scampi e liberi, del patto del Nazareno (insomma Renzi+Berlusconi sotto benedizione di Napolitano).

I candidati sono tre. Nella Commissione del Csm che propone gli incarichi il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e il rappresentante dell’Italia a Eurojust Francesco Lo Voi hanno ottenuto due voti ciascuno, il capo della procura di Messina Guido Lo Forte un solo voto. Si rovescia così l’indicazione che la stessa Commissione aveva dato con lo scorso Csm: tre voti a Lo Forte e uno ciascuno a Lari e Lo Voi. Lo scorso Csm si apprestava dunque a scegliere Lo Forte (un rovesciamo dell’indicazione da parte del Plenum sembrava improbabile) quando un intervento estremamente deciso e irrituale, per usare il più blando e vaporoso degli eufemismi, da parte di Napolitano spinse anche quel Csm sull’attenti. Il Csm attuale, almeno per quanto riguarda la Commissione, si dimostra già peggiore del precedente.

Come spiega infatti Marco Travaglio nell’articolo che mettiamo qui di seguito, utilizzando i criteri a parole teorizzati e magnificati da tutti (esperienza, dimostrate capacità rispetto alla lotta alla mafia, che a Palermo è ovviamente cruciale, ecc.) la nomina di Lo Forte dovrebbe andare da sé. E semmai potrebbe essere insidiata dal procuratore di Caltanissetta Lari, non certo da Lo Voi, molto più giovane, digiuno di lotta alla criminalità mafiosa, caratterizzato dai molti anni di Eurojust, una carica di nomina squisitamente politica (del governo Berlusconi, ministro della giustizia Angelino Alfano).

Vedremo se il plenum del Csm troverà il coraggio, ma sarebbe più esatto dire la semplice decenza, per applicare quei criteri di meritocrazia e di efficienza di cui tutti nell’establishment di questo paese si riempiono la bocca ma che calpestano non appena si tratta di passare dal dire al fare. Vedremo cioè se il Csm si dimostrerà ATTAPPETATO rispetto all’esecutivo, come ho sostenuto in una recente intervista al quotidiano “La Stampa” e come ho più lungamente argomentato nell’editoriale del numero di MicroMega ora in edicola, o se il mio è stato un giudizio affrettato e obnubilato dal pessimismo.

Sarò felicissimo di cospargermi il capo di cenere e riconoscere di aver sbagliato e chiedere umilmente scusa, se il Plenum agirà secondo logica e meriti, mi domando invece come faranno i membri “laici” del Csm che passano per democratici (eletti dal Pd e perfino da Sel) e i membri togati “soggetti solo alla legge” a guardarsi in faccia nello specchio ogni mattina senza vergogna, se si piegheranno ai voleri della Casta.

Mia moglie, molto saggiamente, si domanda anzi se non sarebbe logico che di fronte ad un’eventuale scelta così inaccettabile, i consiglieri di minoranza non farebbero meglio a dimettersi, visto che la funzione del Csm di autogoverno della magistratura risulterebbe ormai snaturata, mentre il lavoro dei magistrati nelle loro sedi di origine potrebbe ancora costituire un grande servizio al Paese e a quel poco di giustizia che rimane.

* * *

Dimenticare Palermo

di Marco Travaglio, da il Fatto quotidiano, 3 dicembre 2014

Mentre il Csm s’appresta a nominare il nuovo capo della Procura di Palermo, acefala dal 1° agosto dopo il pensionamento di Francesco Messineo, si dicono, scrivono e bisbigliano cose da vergognarsi. Invece passano per ordinaria amministrazione.

Proviamo a immaginare che sarebbe accaduto nel 1999, quando il procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli andò in pensione, se qualcuno avesse teorizzato che si doveva sostituirlo con un nemico delle indagini di Mani Pulite. Insomma, che al suo posto non doveva andare un magistrato competente ed esperto per assicurare la massima continuità con il buon lavoro svolto fino ad allora. Ma piuttosto un Carnevale, un Vitalone, un Filippo Mancuso, una toga dichiaratamente o notoriamente ostile a quel tipo di inchieste. Per fortuna 15 anni fa il Csm non ebbe dubbi nel nominare Gerardo D’Ambrosio, cioè il più stretto collaboratore di Borrelli, coordinatore del pool Mani Pulite, all’insegna della più assoluta continuità.

Nello stesso anno, Gian Carlo Caselli lasciò la guida della Procura di Palermo e il Csm scelse Piero Grasso, sempre in nome della continuità, che lui medesimo si affrettò ad assicurare: “Da Caselli ho ereditato una squadra straordinaria, e non solo sul fronte dell’antimafia” (poi purtroppo – ma questo nessuno poteva prevederlo – si attivò per smantellarla, non solo estromettendo dalla Dda Ingroia e gli altri pm “scaduti” dopo 8 anni di indagini di mafia, ma estendendo quella regola demenziale anche agli aggiunti per togliere di mezzo pure Lo Forte e Scarpinato). Altri tempi, altri Csm.

Oggi, per diventare procuratore di Palermo, bisogna garantire la massima discontinuità con il recente passato, in particolare con le indagini (ormai a processo) sulla trattativa Stato-mafia e sui suoi frutti bacati come la mancata cattura di Provenzano nel ’95. E con i magistrati che le conducono, dal pm Di Matteo al pg Scarpinato: gli stessi non a caso minacciati e condannati a morte dai boss di Cosa Nostra e dagli apparati più loschi dello Stato.

A luglio la commissione Incarichi direttivi del vecchio Csm s’era espressa fra i tre candidati: 3 voti a Guido Lo Forte, procuratore di Messina, già al fianco di Caselli negli anni d’oro della Procura (record di boss latitanti arrestati e condannati, di beni sequestrati e di colletti bianchi collusi processati); e 1 a testa a Sergio Lari (procuratore di Caltanissetta) e a Franco Lo Voi (ex pm a Palermo, rappresentante uscente del governo B. a Eurojust).

Quando il Plenum si accingeva al voto finale, intervenne a gamba tesa il Quirinale che, non contento delle interferenze nel caso Trattativa, bloccò tutto con una lettera del segretario Marra che inventava una regola mai vista: l’ordine cronologico, per riempire prima 200 sedi giudiziarie vacanti e solo dopo quella di Palermo. Ora quasi tutte quelle sedi restano vacanti, ma il Colle non s’impiccia più e il Csm può votare su Palermo: tanto il messaggio è giunto a destinazione e si spera che, complici i soliti giochini correntizi fra laici e togati, si sia capita l’antifona: una nomina tutta politica (ergo incostituzionale) che trasformi l’“autogoverno” nell’ennesima protesi del potere e lasci ancor più soli i pm condannati dalla mafia e isolati dallo Stato.

Poco importa se regole e curricula indicano Lo Forte e Lari come i più titolati: entrambi nati nel 1948 e procuratori capi con lunghe militanze in Dda (anche se sarebbe poco elegante che Lari, competente a Caltanissetta per le indagini sui pm di Palermo, vada direttamente a dirigerli). Lo Voi invece è un buon magistrato, ma ha 9 anni in meno, non ha mai diretto un ufficio giudiziario né come capo né come aggiunto, non si occupa di mafia da 17 anni, ha beneficiato della nomina politica a Eurojust dal governo più indecente della storia, è ancora “fuori ruolo” e andrebbe a guidare dei colleghi che non dimenticano due suoi gran rifiuti: nel’92 non firmò l’appello contro il procuratore Giammanco, acerrimo nemico di Borsellino; e nel 2001 preferì non rappresentare l’accusa al processo d’appello Andreotti. L’uomo giusto al posto giusto per chi invoca discontinuità non osando chiamarla col suo vero nome: normalizzazione.

Mafie romane

MAFIE ALLA ROMANA
Mafia sotto il cupolone. Affari criminali da vagoni di danari pubblici. Colletti bianchi e criminali organizzati per l’assalto ai business più in voga, dalla monnezza ai centri per immigrati. Neri e rossi (sic) uniti nella sporca lotta, la melma politica trasversale a nuotare fra i ratti del Tevere e gli scoli dei Palazzi del potere, dal Campidoglio in giù (o in su). Mafia burina, banda di magliari e Magliana,
tra terroristi di ieri e “cecati” di oggi (il Carminati romano ricorda tanto il Setola casalese e cecato taroccato doc).
E all’indomani dello tsunami tiberino? Tutti sbigottiti, tutti viole mammole: “impensabile”, “imprevedibile”, “esecrabile”. La mafia a Roma? Bazzecole, fino a ieri, pinzillacchere di quattro balordi, secondo il verbo del prefetto di Roma Pecoraro e tanti maitre (o centimetre) a penser, professionisti dell’antimafia compresi. Le avvisaglie di morti ammazzati dei mesi scorsi? Niente. Ristoranti, night e locali sequestrati negli ultimi tempi? Boh. Le montagne di appalti facili a sigle che più puzzolenti non si può delle Regioni targate Polverini e dei Campidogli made in Alemanno? Ma chissenefrega. C’erano tutti gli ingredienti per sapere e capire che sotto il cupolone stava bollendo l’inferno: eppure no, tutti oggi “indignati e sorpresi”.
Stupisce il (per ora) contesto. Bande criminali che arruolano bande di politici per fare affari: tanto che un attento osservatore come Alberto Statera sulle colonne di Repubblica commenta: “la politica è per pezzi interi al servizio della delinquenza, e non viceversa”. Capovolgendo una realtà che, nei fatti, s’è invece manifestata nell’ultimo ventennio sempre più forte e consolidata: ossia una manovalanza criminale al servizio (e coi Servizi) della politica, e delle imprese taroccate (ovvero sigle di amici e/o di comodo per i politici di riferimento, le portappalti o imprese di partito da Tangentopoli in poi). E allora? Torniamo ai primordi? Una mafia violenta e burina e una politica timida e arrendevole? 4 amici al Nar (o alle Br) con i Magliana boys per impartire ordini alle truppe del camerata Alemanno o del compagno Buzzi, caso mai con la mediazione del cardinal, scusate, del ministro Poletti tutto casa e coop (rosse di vergogna, a questo punto)? Insomma, possibile che le camice nere dei Carminati di turno siano in grado di consegnare lo spartito per farselo suonare di tutto punto? Forse. Ma sarà il caso di seguire con attenzione tutti gli sviluppi per decifrare i ruoli di protagonisti e interpreti di questa pagina che nera – è il caso di dirlo – non si può della storia capitolina (e nazionale).
E per capirci meglio in questa giungla di bande & affari, può tornare molto utile un commento a caldo del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, che ha ricordato il modello-terremoto inaugurato, ormai quasi 35 anni fa, nella Campania post sisma. Un modello costruito sui fondi pubblici, veicolato attraverso i commissariati straordinari per l’emergenza (sindaci o governatori regionali), il comodo sistema delle “concessioni”, le allegre prassi delle “revisioni prezzi”, “varianti in corso d’opera”, le “sorprese
geologiche” di turno, insomma tutto quanto fa “abboffata” di soldi statali, per la gioia di cosche, partiti e imprese di riferimento, appunto. Un sodalizio criminale, degno del miglior 416 bis: capo d’imputazione mai esistito (incredibile ma vero, solo corruzione e/o concussione) nella maxi inchiesta sul dopo terremoto 1980, morta sugli scogli (un Giglio ante litteram) di una prescrizione annunciata.
Ma torniamo a bomba, e all’inchiesta (bomba) della procura di Roma, che squarcia il velo su anni di affari & collusioni. C’è da tare il tifo, un tifo che più acceso non si può, perché accerti misfatti e responsabilità. Dopo gli anni bui del porto delle nebbie, di insabbiamenti decennali e pietre tombali sulle più atroci nefandezze, finalmente uno spiraglio, una luce che ricorda tanto gli esordi – poi abortiti – della Mani pulite milanese, finita in gloria col super moralizzatore Antonio Di Pietro presto passato alla politica e alle cose di casa sua (vedi alla “Voce delle Voci ” “Di Pietro immobiliare”). Ma c’è un altro precedente che, partorito proprio nella procura capitolina, può servire da illuminante esempio. Affinché non si ripeta lo stesso copione.
Facciamo un salto indietro di 15 anni e passa, 1999, una mega inchiesta condotta dal pm Pietro Saviotti, gip Otello Lupacchini. Le indagini (come anche oggi su Carminati & C. ) vennero condotte dal Ros dei carabinieri. Sotto i riflettori una sfilza di affari per la realizzazione di grandi infrastrutture tra a Napoli, in Campania, nel Lazio, soprattutto a base di porti, aeroporti, ferrovie, senza farsi mancare strade e subappalti vari. Tra gli indagati eccellenti, finiti per un po’ in gattabuia, i vertici di imprese nella hit della mattone, come la parmense Pizzarotti (a bordo il timoniere Paolo Pizzarotti) o la napoletana Icla, tanto cara a O’ ministro Paolo Cirino Pomicino. Indagato, allora, anche il numero uno della Metropolitana di Napoli, Giannegidio Silva (ex manager della stessa Icla), altre storie di appalti infiniti e arcimilionari sulle spalle del territorio (i crolli per i lavori del metrò di un anno e mezzo fa) e dei cittadini. In pole position, comunque, Vincenzo Maria Greco, l’uomo ombra di Pomicino per tutta la vasta gamma dei lavori pubblici anni 80-90 e 2000, fino ai business dei porti nazionali e dell’alta velocità. Anche 15 anni fa, al centro dell’inchiesta, pezzi da novanta della politica, soprattutto di destra, come l’allora presidente della giunta regionale, l’An Antonio Rastrelli (che ricoprì anche la carica di primo commissario straordinario per la maleodorante gestione dei rifiuti), e l’assessore ovunque, sempre di Alleanza nazionale, Marcello Taglialatela. Nella maglia delle indagini anche eminenze grigie ministeriali (come Vincenzo Chianese al Tesoro) o bancarie (ad esempio Sergio De Nicolais, top manager della Banca di Roma). Tutti insieme, spensieratamente, per intessere trame e affari, con la partecipazione straordinaria del clan Alfieri, attraverso un colletto bianco, l’architetto Alessandro Nocerino. Impressionanti le ricostruzioni degli inquirenti, una sfilza di riscontri, intercettazioni telefoniche e ambientali, una rete di collusioni solida e ramificata.
Anche allora, tutto lungo l’asse politica-affari-camorra. Il mensile “la Voce delle Voci” ne scrive più volte, in quel bollente 1999, e soprattutto nella cover story di 15 anni fa esatti, novembre ’99, per il titolo “mIcla male” e il significativo sottotitolo “Finita
Tangentopoli? Macché”. In quello stesso numero, la Voce pubblicava alcuni stralci del fresco di stampa “Corruzione ad alta velocità”, scritto da Ferdinando Imposimato – già aveva denunciato il mega business come senatore all’interno della commissione antimafia – e Sandro Provvisionato: stessi scenari, stessi affari, stessi protagonisti, per un colossale business – la Tav – sul quale per primi avevano cercato di accendere i riflettori (e questo potrebbe essere all’origine delle loro esecuzioni) Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Sapete che fine ha fatto la maxi inchiesta romana sui maxi appalti all’ombra della camorra? Un flop totale. Un primo grado al silenziatore, piccole condanne per pesci che più piccoli non si può. E lorsignori? Tutti beati, sicuramente prescritti e in gloria. Negli anni seguenti il gip Lupacchini si occuperà di Banda della Magliana, il pm Saviotti qualche anno fa è stato stroncato da un infarto, neanche sessantenne.
C’è solo da augurarsi che – 15 anni dopo – ora il copione possa cambiare.
Ultima notazione. Sempre la Voce, tre anni fa, 2011, ha documentato le “strane” connection all’ombra del Campidoglio di marca Alemanno. In particolare, il parto di una rivista di “intelligence”, “Theorema”, direttore scientifico nientemeno che l’ex capo dei Servizi Mario Mori, che proprio Alemanno (e lady Alemanno, ossia Isabella Rauti, fa capolino nel comitato scientifico) aveva arruolato – con una super consulenza – come coordinatore della sicurezza a Roma, braccio destro il capitano Ultimo, al secolo Sergio De Caprio (ed entrambi protagonisti, Mori e De Caprio, delle altrettanto “strane” vicende del mancato controllo del covo di Riina e della mancata cattura di Provenzano). Ma ancor più interessante era il parterre “scientifico” di Theorema: da Mario Morucci a Loris Facchinetti, per la serie dalle Br a Ordine Nuovo il passo è breve (vedi articolo Voce del gennaio 2011). Dopo alcuni numeri e una presentazione in pompa magna – Alemanno ovviamente in prima fila – Theorema non è più uscito. Ma quel filo rosso-nero resta sotto la vigile e protettiva (sinistra) dei Servizi. Più indelebile – e più attuale – che mai.

Commissari? No, grazie

COMMISSARI? NO GRAZIE
Dopo vent’anni e passa di clamorosi flop e colossali errori, eccoci all’ennesimo scempio che sta per calare sul drammatico destino di Bagnoli: l’arrivo di un super commissario, investito dal premier Renzi. Se ne parla da settimane, ha alimentato polemiche tra il sindaco De Magistris e il governatore Caldoro, col primo ad accusare il secondo di autentico scippo di competenze e democrazia.
Ma il vero nodo è un altro: il commissario futuro potrà essere il miglior tecnico del mondo, caso mai benedetto da san Gennaro per produrre miracoli a raffica e venire a capo di un gigantesco bubbone fatto di affari milionari, terreni super appetiti, interessi dei clan, i soliti mattonari all’assalto, insomma un mix esplosivo. A cosa serve un commissario? Sarebbe più logico un Cantone, per vigilare almeno sui profili di legalità. E poi?
La storia è vecchia, ma evidentemente non ha insegnato niente a nessuno. Commissariare significa stravolgere le regole, bypassare ogni prassi amministrativa, deregulation totale, appalti affidati nella più assoluta discrezionalità, porte anzi portoni aperti per amici, parenti, lacchè, vagonate di boss con imprese al seguito dal movimento terra a tutto quanto fa mattone. Commissariare significa scegliere le logiche e le vie delle solite emergenze: e lo sanno anche le pietre che ormai l’emergenza viene invocata anche per i lavori del G8 che nulla aveva di emergenziale, tanto perchè sia consentito l’assalto alle casse dello stato.
Il passato della Campania vive di emergenza continua, inaugurata proprio dalle scosse del terremoto del 1980: è lì che parte – a bordo dell’emergenza – la prima esperienza commissariale per la ricostruzione, con due commissari ad hoc: per la città di Napoli l’allora sindaco rosso Maurizio Valenzi (e fu l’inizio del consociativismo), per la Regione Campania il dc Antonio Fantini. S’inaugura la stagione delle mega concessioni, per una sfilza di lotti a Napoli e per una miriade di infrastrutture nell’hinterland e nell’intera regione che niente avevano a che vedere col terremoto.
Ma l’importante era avviare la macchina, farla partire e non arrestarla più. E così via ai consorzi coi vip del mattone (e la presenza fra gli altri dei cavalieri dell’apocalisse siciliani, i gruppi Graci, Rendo, Costanzo, Cassina), soprattutto disco verde per i regolari, fisiologici subappalti alle imprese di camorra, dal movimento terra al calcestruzzo fino a tutto il ciclo del mattone. E’ storia ben nota: le sigle dei costruttori tradizionali sono vuote, vanno riempite di appalti, non hanno dipendenti a libro paga perchè smistano subito tutto in subappalto per la serie fifty fifty: metà – del bottino – me lo tengo io per non muovere una pietra, metà te lo becchi tu camorra per fare i lavori con i materiali più scadenti possibili, tanto se poi va giù tutto, paga Pantalone, si rifinanziano le opere e tutti pasciuti e contenti. Ma le imprese, che ne fanno di quel 50 per cento? Lo dividono col politico di riferimento. E’ così che nasce e prolifera il sistema delle “imprese di partito”, le “portappalti”: ogni politico ne ha almeno un paio a disposizione, i più bravi di più, come nel caso di Paolo Cirino Pomicino, il vero ideatore di tutto ‘O Sistema. Quindi accordi, patti ben precisi, connection di ferro tra politici, imprenditori e camorra. Un perfetto tavolo a tre: e cosa vuol dire, in gergo giudiziario? Associazione a delinquere, perchè ti spartisci il bottino coi tuoi amici in barba alle leggi di mercato, strafottendotene della concorrenza che non becca un appalto e muore. Associazione a delinquere, quindi 416, con l’aggiunta – attenzione – di un bis, visto che fra i tre commensali c’è anche la camorra.
Ma cos’ha combinato la magistratura partenopea in anni e anni di faticose indagini che hanno prodotto decine e decine di faldoni di carte e costate alle casse pubbliche palate di denaro? Cos’hanno partorito lorsignori? Due topolini, le ipotesi accusatorie di concussione e corruzione, che si prescrivono in un baleno; mentre l’unico, reale capo d’accusa, il 416 bis, avrebbe certo resistito alle picconate del tempo e della prescrizione mannaia. E così, tutti felici e contenti, spiccioli di condanne neanche scontate e tutti i papaveri della politica – per premio – miracolosamente nel frattempo proiettati sullo scenario nazionale (ricordate la Campania dei ministri Gava, Scotti, Pomicino, Conte, De Lorenzo e un De Mita segretario Dc?
Le tappe seguenti sono tutti tasselli dello stesso mosaico. Concessioni a go go, emergenze,
commissariati, maxi appalti per le imprese del cuore dei vip della politica, una camorra che ingrassa a dismisura, si fa spa, varca i confini regionali, poi regionali, si globalizza: la Fiat del sud, secondo il giudizio che il sociologo Amato Lamberti dava, in modo già allora profetico, a inizio anni ’90. E tutte le inchieste, regolarmente finite flop: archiviate in istruttoria (il caso Monteruscello), prescritte (il terremoto), con condanne lievissime (caso Sarno).
Altro maxi scempio commissariale? I rifiuti, la monnezza, bubbone che devasta la Campania (ma per molti è un gran business) da inizio anni ’90, per poi – more solito – diventare problema nazionale (come scriveva – altrettanto profeticamente Giorgio Bocca – “Napoli siamo noi). Un diluvio di commissariati, da quello di destra, in sella il governatore An Antonio Rastrelli, a quello di sinistra, con il governatore Antonio Bassolino. In mezzo, una pletora di vicecommissari, sub commissari, strutture commissariali elefantiache e in grado di elargire prebende ad amici e amici degli amici. Il tutto per macinare milioni di euro e non sono non risolvere, ma aggravare il problema; anzi renderlo “eterno”, immutabile, una iattura caduta come un meteorite dal cielo e del tutto ineliminabile. Altri partner al tavolo delle solite “trattative” e relative “spartizioni” anche massoneria e servizi (deviati?), visto che, ad esempio, alcuni pezzi da novanta dei casalesi frequentavano spesso e volentieri villa Wanda ad Arezzo, magione del Venerabile Licio Gelli; e che le pressioni dei Servizi sono documentate in non pochi casi, come, anche qui per fare un solo esempio, la drammatica vicenda che ha coinvolto l’assessore regionale Walter Ganapini, il quale, pressochè isolato, cercava di arginare gli appetiti malavitosi.
Il percorso maleodorante delle inchieste su monnezza & miliardi è costellato di occasioni perdute. Tali sono state le inchieste Adelphi 1 e poi Adelphi 2, degli anni ’90 e inizio 2000, dove facevano già capolino nomi solo più tardi – dopo molti anni – rimbalzati sulla scena nazionale. Un solo nome, anche stavolta, tanto per chiarire: quello dell’avvocato d’affari Cipriano Chianese, anche lui habituee di villa Wanda, in ottimi rapporti con Francesco Bidognetti, alias Cicciotto ‘e mezzanotte, un insospettabile, per anni, amico di magistrati e generali . Altro percorso che più tortuoso non si può per l’inchiesta Chernobyl, un autentico spaccato di traffici di rifiuti in mezzo Sud, tra mafiosi, colletti bianchi, e politici di riferimento. Anche stavolta, il rischio prescrizione è dietro l’angolo.
Dai bubboni monnezza, dai disastri passati, alla possibile rinascita, le bonifiche. Ma a chi pensano bene di affidarle lorsignori? A un super commissario, che – guarda caso – dovrebbe anche stavolta identificarsi nel Governatore, con uno Stefano Caldoro (già alle prese con la patata bollente della sforacchiata partecipata regionale Astir, addetta proprio alle bonifiche!) in rampa di lancio. E a pomparlo per bene c’é chi in più editoriali invoca una soluzione commissariale chiamata Caldoro.
Sono passati quasi 35 anni da quel terremoto. La lezione non è servita. Anzi forse è stata davvero utile. E oggi, dalle bonifiche a Bagnoli, quel copione torna in campo. Per rimpinguare le tasche di lorsignori – evidentemente alle prese con gli ultimi assalti alle sforacchiate casse pubbliche – e massacrare territori, distruggere il presente e soprattutto il futuro di tanti cittadini-cavia.

Il procuratore: A Latina presenze stabili di Camorra e ‘Ndrangheta, più che a Roma

«È impressionante vedere come il Lazio sia al secondo posto tra le regioni italiane per i reati di riciclaggio». Lo ha detto il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone intervenendo alla presentazione del rapporto “Mafie bianche: la morsa del riciclaggio sul tessuto economico di Roma”, effettuato dall’Osservatorio Luiss sulla legalità dell’economia e animato dagli studenti dell’università.

«Questo dossier, nel suo piccolo, è un passo nella direzione giusta – ha detto Pignatone – Emergono dei dati molto interessanti. Ad esempio, sorprende come nella provincia di Latina ci siano delle presenze strutturate e stabili di camorra e ‘ndrangheta che ancora non si riscontrano a Roma. I dati economici evidenziano come, però, nel tessuto economico di tutto il Lazio ci sia questa infiltrazione di criminalità».

«I messaggi di legalità sono messaggi semplici – ha proseguito – eppure non vengono facilmente recepiti. Perché? La paura di ritorsioni, nel caso si dica di no alle richieste mafiose, è una scusa che ha ormai fatto il suo tempo: non è più concepibile se pensiamo alle tante categorie professionali che, per calcoli di convenienza, collaborano con la criminalità, e non parliamo più solo di grandi e piccoli imprenditori».

«Roma è molto grande, e al suo interno si sviluppano rapporti tra mafia e professionisti molto variegati – ha concluso Pignatone – Noi, che siamo dall’altra parte della barricata, dobbiamo intervenire per alterare questi calcoli di convenienza. Bisognerebbe far pagare loro pegno non solo in sede penale, ma anche civile».

Gestione illecita e criminale della discarica Indeco di Borgo Montello (Latina)

Da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/26/rifiuti-gestione-criminale-discarica-indeco-arrestati-i-figli-grossi/1235657/ - http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/26/rifiuti-gestione-criminale-discarica-indeco-arrestati-i-figli-grossi/1235657/

Operazione della squadra Mobile di Latina. Le indagini potrebbero allargarsi anche alla Regione Lazio, la cui azione di controllo viene definita dal pm “inefficace salvo ulteriori approfondimenti investigativi”
26 novembre 2014

Una gestione “illecita e criminale” della discarica Indeco di Borgo Montello, in provincia di Latina. Un “vero e proprio saccheggio” di risorse pubbliche e del territorio, senza che “nessun segmento della filiera sia stato risparmiato all’illecito”. È quanto scrive il pm Luigia Spinelli, coadiuvata nelle indagini dalla squadra mobile di Latina, nella richiesta di arresto per quattro membri della famiglia Grossi, proprietari del gruppo lombardo Green Holding con sede a Segrate nel milanese – che controlla la società Indeco – e per tre manager del gruppo. Ai domiciliari con l’accusa di truffa aggravata agli enti pubblici, frode in pubbliche forniture e falso ideologico sono finiti Andrea Grossi, figlio di Giuseppe Grossi “re delle bonifiche” lombardo coinvolto nel 2009 nello scandalo della bonifica gonfiata del quartiere Santa Giulia di Milano (e morto nel 2011), le sorelle Paola e Simona Grossi, la madre Rina Marina Cremonesi e i manager di Indeco Ernesto D’Aprano e di Green Holding Vincenzo Cimini e Paolo Titta.
Secondo gli inquirenti i manager di Green Holding (la cui controllata Ambienthesis si è aggiudicata i lavori di bonifica delle ex aree Falck di Sesto San Giovanni avrebbero gonfiato i costi di gestione della discarica di Borgo Montello “inducendo in errore la Regione Lazio in merito alla correttezza delle voci di spesa per la quantificazione della tariffa del conferimento dei rifiuti”. Costi inesistenti che venivano fatti ricadere sulle spalle dei comuni del Lazio che smaltivano i rifiuti a Borgo Montello, imponendo una tariffa “ideologicamente falsa, in quanto inclusiva di costi fittizi” di 61, 5 euro a tonnellata. L’“ingiusto profitto” per Indeco, solo per la gestione dell’invaso S8 negli anni 2010-2013, è stato di quasi 3 milioni di euro. E le indagini potrebbero allargarsi anche alla Regione Lazio, la cui azione di controllo viene definita dal pm “inefficace salvo ulteriori approfondimenti investigativi”.
I costi gonfiati dalla società “Alfa Alfa”
Andrea Grossi, D’Aprano, Cimini e Titta erano stati già arrestati per peculato – e poi scarcerati dal tribunale del Riesame – il 16 ottobre 2014 con l’accusa di aver fatto sparire in Lussemburgo 34 milioni di euro di soldi pubblici che sarebbero dovuti servire al risanamento della discarica di Borgo Montello, e finivano invece a tre società di diritto lussemburghese, Adami Sa, Double Green Sa e Green Luxemburg Sa.
In quel caso il gip di Latina osservava come la sottrazione di soldi pubblici fosse avvenuta “nella sorprendente e per questo inspiegabile inerzia degli organi amministrativi statali deputati al controllo, Regione Lazio in primo luogo”. Proprio dai documenti sequestrati lo scorso ottobre nelle sedi delle società di Green Holding dagli agenti della squadra mobile di Latina, coordinati dal vicequestore Tommaso Niglio, sono emersi nuovi elementi a carico degli indagati. Una condotta fraudelenta che – secondo il pm – sarebbe ancora “in atto per l’autorizzazione della tariffa per il nuovo invaso S9” della discarica di Borgo Montello, sintomo di una “pervicace volontà degli indagati di depredazione del territorio e delle risorse della collettività”.
Al centro della truffa contestata a Green Holding è la società “Alfa Alfa” con sede a Inzago (Bg), “riconducibile nella misura del 100% alla famiglia Grossi”, che fornisce a Indeco i mezzi per la gestione della discarica di Borgo Montello. Il pm Spinelli elenca i prezzi del noleggio imposti (in un giro tutto interno a società dei Grossi) ad Indeco: un compattatore acquistato da Alfa Alfa per 48mila euro, ad esempio, veniva noleggiato per sette anni a Indeco per 1milione e 488mila euro; una pala cingolata da 25mila euro poteva arrivare a costarne 446mila. E così via, fino a determinare una “penalizzazione economica” di Indeco per quasi 11 milioni di euro, anche se non vi erano “impedimenti a una cessione diretta” dei mezzi da parte delle altre società del gruppo Green Holding. I costi inesistenti sarebbero serviti per gonfiare la tariffa rifiuti calcolata dalla Regione Lazio. Centrale, secondo gli inquirenti, il ruolo della società di revisione contabile di Indeco, la Vitucci Fausto & C. – che “certifica, tra l’altro, anche i bilanci ordinari e consolidati del gruppo Green Holding” – che avrebbe rilasciato “false certificazioni” e non sarebbe stata scelta, come prevede la legge, dalla Regione secondo una procedura di “rotazione” dei revisori contabili. [... ]

Testimoni di giustizia ancora una volta presi in giro. V.Ministro Bubbico vergognati!!! Prepariamoci per un’altra manifestazione davanti a Palazzo Chigi!

Sei mesi sono trascorsi, ma della “carta” dei diritti non c è nemmeno l’ombra.

E se tutto fosse uno spot?
Uno dei tanti spot politici?
No questa volta… NO!
E quindi noi della Caponnetto lo chiediamo per l’ennesima volta…
Basta prendere in giro i Testimoni di giustizia, basta accanirsi sulle loro sofferenze.
Ad oggi quel tanto annunciato decreto attuativo resta un miraggio e pure la “carta” dei diritti.

http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/05/16/news/testimoni-di-giustizia-arriva-la-carta-dei-diritti-1.165640

ncatenato davanti al seggio a Vibo Valentia. Salvatore Barbagallo protesta e chiede “Dove sono andate a finire tutte le denunce che ho fatto?Lo chiedo da 5 anni”. Nella foto un altro Testimone di Giustizia, Pietro Di Costa, che gli porta la sua solidarietà

Ennesima tragedia di un Testimone di Giustizia. Si incatena davanti ad un seggio: ” Ditemi dove sono andate a finire le mie denunce. Lo chiedo da 5 anni e nessuno risponde”. Una storia assurda che grida giustizia

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