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Stangata al clan Fabbrocino :un secolo di galera

La Chiesa riconosce Attilio Manca vittima di mafia, quando lo farà lo stato?

di Angelo Garavaglia Fragetta -
Quello che è successo davanti a Papa Francesco, alla Messa nella chiesa di San Gregorio VII a Roma, alla vigilia della giornata per le vittime delle mafie che si è svolta il giorno dopo a Latina, può considerarsi davvero eccezionale.
Per la prima volta un Papa prega insieme ai familiari delle vittime innocenti di mafia. Per la prima volta di fronte ad un Papa si chiede di non lasciare soli i Magistrati e in special modoAntonino Di Matteo. Per la prima volta, Angelina Manca madre di Attilio, ha potuto leggere il nome di suo figlio insieme a quello di altre vittime di mafia. Dove lo Stato non è riuscito a dare una risposta, ma anzi a nasconderla, la Chiesa e in particolare Don Ciotti sono riusciti a restituire dignità e ad infondere nuovo coraggio ad una famiglia che da anni combatte contro l’insabbiamento della verità sulla morte del proprio congiunto.
I familiari di Attilio, che è stato suicidato perché con ogni probabilità aveva operato Bernardo Provenzano, fanno parte, come ha detto Don Ciotti stesso alla trasmissione “Che tempo che fa“, di quel 70% di familiari che ancora non ha avuto giustizia per la morte dei propri cari.

“Don Ciotti è stato vicino a noi sin da quando ha conosciuto la vicenda di Attilio” – ci racconta Angelina Manca – “Non ha mai creduto alla morte volontaria per droga per diversi motivi e alcune volte, quando si trovava nei dintorni di Barcellona, è venuto anche a trovarci. La sua vicinanza ci ha aiutato molto in questi anni. Il nome di Attilio, all’elenco delle vittime, lo ha aggiunto da diversi anni e noi da 3 anni partecipiamo agli incontri che si svolgono il 21 Marzo. Io ho saputo solo alcuni giorni prima che avrei dovuto leggere i nomi e non ti dico quanto era grande la mia emozione. Però, prima di salire sull’altare ho pensato che dovevo rendere onore a quelle vittime scandendo bene i loro nomi, senza tradire la mia emozione. Spero di esserci riuscita. Forse la mia voce si è incrinata per un attimo quando ho letto il nome di Attilio.”

Don Ciotti ha chiesto al Papa verità anche x Attilio Manca.
Mia madre legge i nomi, tra questi quello di suo figlio Attilio

Sul suo profilo Facebook Angelina racconta: “Sentire da vicino le parole del Papa, osservarlo in meditazione mentre venivano scanditi i nomi delle vittime, ascoltare il suo caloroso appello agli assassini è stata un’esperienza che non potrò mai più dimenticare. Ma anche le vibranti e accorate parole di Don Ciotti hanno toccato il cuore di tutti i presenti. Sono ritornata più forte, più sicura, più consapevole che tutti i familiari di vittime della mafia non saremo più soli; da oggi accanto a noi oltre a Don Ciotti ci sarà anche il Papa, che ha donato ad ogni famiglia un Rosario benedetto, che custodirò gelosamente”

Per la Chiesa, dunque, Attilio è stato ucciso dalla mafia. Lo Stato continua a fingere che non lo sia.

(antimafia 2000)

Mafia-politica.Un binomio inscindibile

Prestipino: «Non c’è mafia vera senza rapporti con politica, Pa e apparati» – Strategie investigative a Roma (e il poco tempo da spendere)

Il 12 febbraio 2014 il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e il suo storico aggiunto Michele Prestipino Giarrittasiedono davanti alla Commissione parlamentare antimafia.

Giovedì abbiamo analizzato insieme un aspetto drammaticamente (sur)reale: l’esistenza o meno delle mafie a Roma.

Pignatone e Prestipino Giarritta, ribadiranno più volte, nel corso dell’audizione due concetti strazianti per i romani e per tutti gli italiani che hanno a cuore la profonda pulizia di cui necessita una capitale corrotta e corruttrice (lo dico da romano fiero di esserlo): ci vogliono un approccio laico e tempo.

Dirà nel corso dell’audizione il capo della Procura capitolina: «Abbiamo avviato un’azione complessiva di indagini, complessiva, ma anche molto articolata, per verificare innanzitutto se ed eventualmente in che termini e in che modo ci fosse una presenza delle organizzazioni mafiose a Roma in termini diversi dal “mero” investimento economico.
In secondo luogo, abbiamo verificato se e in che misura fosse possibile aggredire i patrimoni mafiosi sfruttando soprattutto le misure di prevenzione, che per gli anni pregressi non sono state molto utilizzate a Roma
».

E poco dopo, Pignatone dirà ancora: «Sottolineo che non vi erano, e non vi sono ancora oggi, secondo me,risposte certe e che comunque non ci sono risposte per me prestabilite. Come ho detto in altre occasioni ad altro proposito, secondo me, di fronte a una realtà come questa, che non è certamente quella di Palermo, dove nessuno può mettere in dubbio che esista cosa nostra con le sue caratteristiche, ci vuole un approccio laico. Non possiamo né escludere a priori che ci siano organizzazioni mafiose presenti in modo strutturato, né dire necessariamente che a Roma c’è la mafia o, come riportano alcuni titoli di giornale, domina la mafia».

Il tempo, già il tempo. La certezza, putroppo, è che non ce ne sia o ce n’è pochissimo e dunque bisognerà bruciare le tappe perché la Capitale è ormai terreno di sintesi mortale della potenza mafiosa, all’interno della quale la ‘ndrangheta (manco a dirlo) la fa da padrona. E rassicura poco leggere che, sempre usando le frasi testuali di Pignatone, «finora emerge che non c’è una presenza strutturata come può essere quella di Napoli, Reggio Calabria o Palermo, ma non c’è neanche un fenomeno come quello osservato in Lombardia, ossia la presenza di una serie di cosche di ’ndrangheta strutturate esattamente come nella provincia di Reggio Calabria e con quelle in contatto». Chissà, forse a Roma sono già avanti e delle “locali” non sanno che farsene.

Rassicura pochissimo – anzi, per come la vedo io è una via maestra all’esplosione delle mafie 2.0 – un’altra affermazione diPignatone, secondo il quale, nell’analizzare il collegamento tra mafie ed altre forme di criminalità, «il primo collegamento verosimilmente può essere rappresentato da tutti quei professionisti di vario tipo (commercialisti, tributaristi, avvocati, ingegneri) che sono necessari per effettuare investimenti di denaro di provenienza illecita, sia che esso venga dalle mafie, sia che esso venga da attività quali la corruzione, la bancarotta fraudolenta e via elencando». Giusto, giustissimo, sacrosanto, condivisibile purchè si tenga conto che le mele marce tra i professionisti (molti emanazione diretta e non dedotta) sono anche il trait d’union con la politica, l’anello finora mancante (chissà perché) al sistema criminale che infetta la città e, su e giù per li rami, una nazione intera.

E la sintesi è di Prestipino Giarritta che, con un volo planare, dice quel che tutti sanno: «Non c’è mafia vera, che sia cosa nostra, che sia ’ndrangheta, che sia camorra, la quale nel corso del tempo – quando dico “tempo”, possiamo partire senz’altro dall’unità d’Italia – non abbia avuto rapporti con la politica, con la pubblica amministrazione e con gli apparati. Questa non è una variabile. È un elemento strutturale di come l’organizzazione è presente, esiste e opera.
Se noi vogliamo ricostruire questa rete relazionale, che è importantissima, perché senza la ricostruzione di questa rete poi l’azione di contrasto è un’azione – per carità – meritoria, ma certamente spuntata e non efficace come potrebbe essere, l’unico metodo verificato è quello di partire dal cuore dell’organizzazione, cioè dalle condotte degli associati, degli affiliati mafiosi, e del loro sistema di rapporti, per estendere le indagini da quel cuore verso l’esterno e dal basso, procedendo dal livello dell’organizzazione ai livelli più alti. Si va, quindi, dal basso verso l’alto e dall’interno verso l’esterno
».

La speranza, dei romani (soprattutto dei nostalgici come chi scrive, da anni al Nord) e degli italiani è che il movimento dal basso verso l’alto e dal centro verso l’esterno sia rapido e doloroso. Rapido perché non c’è più tempo da perdere, doloroso per chi sta saccheggiando le speranze e se i rapporti con la politica, con la pubblica amministrazione e con gli apparati, come dice Prestipino Giarritta, sono un elemento strutturale delle modalità con le quali l’organizzazione mafiosa è presente, esiste ed opera, sarà allora il caso di cominciare a pensare che tutto ciò che ruota intorno non è elemento spurio ma unitario e indispensabile delle mafie evolute. Se quei rapporti sono “strutturali” allora vuol dire che, senza di essi, le mafie 2.0 vengono a perdere efficacia ed efficienza e sono destinate a tornare allo stadio primordiale di organizzazioni dedite al crimine, alla violenza e alla forza intimidatrice finalizzati al guadagno. Ma oggi (da decenni, a partire da Roma) sono ben altro: gestione del potere e dei “palazzi”.

Il cancro non ha bisogno di essere asportato “dalla” società e “nella” società (ammesso che ci sia ancora tempo per farlo) con un analgesico ma usando, in profondità i bisturi. Ciascuno facendo la propria parte: magistratura, organi investigativi, giudici, politica sana, scuola, informazione e collettività amministrata.
Per ora mi fermo qui ma domani torno con nuove analisi della relazione in Commissione parlamentare antimafia di Pignatone ePrestipino Giarritta

Il MOF di Fondi sotto il tallone di Casalesi e Corleonesi.Le condanne del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere

Condannati Gaetano Riina, fratello del boss Totò, a sei anni di carcere e Paolo Schiavone, figlio del Francesco Schiavone detto Cicciariello, a dieci anni, per il racket dei trasporti al mercato di Fondi.

La sentenza del tribunale di Santa Maria Capua Vetere conferma l’ipotesi della Procura Antimafia – rappresentata in udienza dal pm Cesare Sirignano – secondo cui mafia siciliana e camorra casalese avevano monopolizzato il trasporto dei prodotti ortofrutticoli dal mercato di Fondi in tutto il Sud Italia. Tale attività illecita aveva comportato un aumento del prezzi al dettaglio ben oltre i prezzi del mercato dei prodotti ortofrutticoli.

Il figlio del boss Francesco Schiavone detto Sandokan, Nicola, invece, è stato assolto dal reato di associazione mafiosa. «C’è stata un’analisi corretta dell’incarto processuale del mio assitito – ha spiegato il legale difensore, Mauro Iodice – ha sempre confidato in esito positivo del processo».

Gli altri condannati

I giudici del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (sezione II, collegio B), presieduto dal Luigi Picardi (giudici Nicola Erminio Paone e Valentina Giovanniello) hanno anche condannato Salvatore Fasanella (13 anni) coinvolto in un traffico d’armi dalla Bosnia; il collaboratore di giustizia Felice Graziano (2 anni e 6 mesi di reclusione); Antonio Pagano, (9 anni), padre di Costantino Pagano, titolare de «La Paganese Trasporti», società che, grazie all’accordo tra mafia e clan dei Casalesi, acquisì il monopolio dei trasporti su gomma; Antonio Panico (4 anni e 6 mesi), all’epoca dei fatto «dominus» del clan Mallardo; Almerico Sacco (13 anni), ex reggente del clan Licciardi di Secondigliano; Gaetano Sacco (13 anni), anche lui elemento di vertice dei Licciardi.

(il mattino)

Le mani di Casalesi e Corleonesi sul MOF di Fondi. E’ necessaria una più rigorosa vigilanza

Sei anni di carcere per Gaetano Riina, fratello di Totò u curtu, e dieci anni e tre mesi per Paolo Schiavone, figlio di Francesco detto cicciariello a sua volta condannato a dodici anni e nove mesi. Così il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che conferma le ipotesi accusatore della Procura Antimafia, pm Cesare Sirignano, che aveva ipotizzato un sodalizio criminale tra mafia siciliana e camorra casalese per monopolizzare il trasporto dell’ortofrutta dal Mercato Ortofrutticolo di Fondi a tutto il sud Italia con conseguente aumento dei prezzi al dettaglio.

Tra gli altri condannati anche Felice Graziano, 2 anni e sei mesi, Antonio Pagano padre di Costantino titolare de ”La Paganese Trasporti” a 9 anni, Salvatore Fasanella a 13 anni, così anche per Almerico Sacco e Gaetano Sacco, ai vertici del clan Licciardi, Antonio Panico a 4 anni e 6 mesi, al vertice del clan Mallardo.

Nei loro confronti, a vario titolo, le accuse di associazione mafiosa, illecita concorrenza, intestazione fittizia di beni, estorsione e traffico d’armi.

Assolto Nicola Schiavone, figlio di Francesco Schiavone detto “sandokan”.

(h24notizie)

La lobby Autostrada non si ferma dinnanzi a Nulla!!

Variante di valico – Le nuove gallerie mettono a rischio il vecchio viadotto e due paesini

Tanto tuonò che piovve: la vicenda delle gallerie che franano sulla nuova Variante di valico, in costruzione tra Bologna e Firenze da oltre 10 anni, è finita per due giorni di seguito in prima pagina. Una storia di cui si è sempre parlato poco, nonostante minacci la sopravvivenza di almeno due paesi appenninici e sia stata oggetto di audizioni al Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna. Nell’ultimo weekend l’ha ripresa Il Fatto Quotidiano, fondamentalmente per dire che i costruttori sono in attrito col committente (Autostrade per l’Italia) per averli indotti a scavare gallerie a Sparvo e Ripoli troppo in alto e avere quindi smosso il fronte di frana, che ora minaccia i due paesi.

La galleria sarebbe stata scavata in questo modo per abbassare i costi. Ma il risparmio è stato pagato in termini di ritardi sulla fine dei lavori (e poi ce la prendiamo con la Salerno-Reggio Calabria, lunga quasi dieci volte tanto e molto meno trafficata e importante per la grande viabilità del Paese), di rischio di dover risarcire gli abitanti e di dover anche chiudere almeno un viadotto dell’attuale tracciato dell’Autosole, spostatosi di 15 centimetri.

Autostrade per l’Italia ha dichiarato al Fatto Quotidiano che è tutto sotto controllo. Ci auguriamo che sia vero e che sia per questo che le ultime relazioni sulla gestione della società non ne parlano, mentre invece parlano della grana giudiziaria sullo smaltimento dei rifiuti dello scavo, sulla quale i manager del gruppo sono convinti di aver ragione perché le norme ambientali si possono interpretare.

Nella vicenda dei rifiuti, il ministero dell’Ambiente è intervenuto contro Autostrade. Che cosa farà per le gallerie che franano e fanno franare? E che farà il ministero delle Infrastrutture, che non ha mai brillato per interventismo, deve vigilare anche sulle altre gallerie della Variante (e per almeno una si sta usando una tecnica di scavo che riserva incognite) e ora deve anche chiudere un occhio sugli investimenti dei gestori per ricompensarli degli sconti sui pedaggi per i pendolari?

(il sole 24 ore)

Pronta risposta dello Stato dopo gli spari a Bitonto.Complimenti alla Polizia di Stato di Bari e Bitonto

La risposta delle forze dell’ordine all’escalation di fuoco del fine settimana non si è fatta attendere.

Due pezzi da novanta della cronaca nera degli ultimi anni, infatti, sono stati arrestati sabato sera dagli agenti del Commissariato di P.S. di Bitonto, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia.

Si tratta di Domenico Conte e Giuseppe Rocco Cassano, due presunti boss capi degli omonimi clan.
Quest’ultimo, in particolare, sarebbe il destinatario degli avvertimenti a colpi di proiettili degli ultimi giorni.

Anche per paura di una possibile ritorsione, gli inquirenti hanno accelerato i tempi ed arrestato i due volti noti.
Per entrambi i capi d’accusa sono relativi alla violazione degli obblighi della sorveglianza speciale.

I presunti clan Conte e Cassano, dopo qualche anno di allontanamento, nonostante il territorio contiguo, nella zona 167, negli ultimi mesi si sarebbero riavvicinati per contrastare il presunto clan Cipriano, che seppur decimato da numerose operazioni delle forze dell’ordine mantiene una certa imponenza sul territorio grazie all’ausilio del clan Strisciuglio di Bari.


ORE 12. IL COMUNICATO DELLA POLIZIA
Ecco di seguito il comunicato della Squadra Mobile di Bari e del Commissariato di P.S. di Bitonto.

Nella serata di sabato scorso, a Bitonto (ba), uomini della Squadra Mobile di Bari e del locale Commissariato di P.S. hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip del Tribunale di Bari, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di Conte Domenico di anni 44e di Cassano Giuseppe Rocco di anni 36, entrambi con precedenti di polizia, ritenuti responsabili della violazione degli obblighi della sorveglianza speciale con l’obbligo di soggiorno, con l’aggravante prevista dall’art 7 della l.152/1991.

In seguito alle numerose violazione alla misura di prevenzione, gli agenti hanno presentato alla locale D.D.A. un’articolata informativa di reato ove sono state evidenziate le reiterate condotte illegali dei due sorvegliati speciali, ritenuti elementi apicali delgruppo “Conte-Cassano”, vicino al clan “Mercante”, operante nel Quartiere Libertà di Bari.

La compagine delinquenziale a cui appartengono i due arrestati si contrappone storicamente al gruppo “Cipriano”, ritenuto collegato, in passato, al clan “Strisciuglio” e, recentemente, al clan “Parisi”, strutture criminali attive nel capoluogo.

Il citato contrasto tra il gruppo “Conte-Cassano” e quello dei “Cipriano”, che nei decorsi anni ha fatto registrare numerosi episodi armati – gli ultimi due avvenuti proprio nell’ultima settimana – matura nell’ambito della lotta per il controllo delle piazze di spaccio e delle estorsioni ai danni di commercianti e imprenditori.

Negli ultimi due anni, nei confronti di adepti dei citati sodalizi, quest’ufficio ed il locale commissariato, sotto il costante coordinamento dalla direzione distrettuale antimafia, hanno eseguito numerosi arresti in flagranza e provedimenti restrittivi; in particolare si ricorda:

Il 24 agosto 2012(Operazione Argo), nei confronti di 11 appartenenti al clan “Conte”, è stata eseguita una misura cautelare in carcere, disposta dal gip del tribunale di bari, per i reati previsti e puniti dagli artt. 73 – 74 d.p.r. 309/90, nonché un provvedimento di fermo ordinato dalla locale direzione distrettuale antimafia, per le fattispecie di  detenzione e porto di armi da sparo, reati quest’ultimi aggravati dall’art. 7 l.203/91.

Il 24 giugno 2013(Operazione Big Bang) la squadra mobile ha dato esecuzione ad un ordinanza di custodia cautelare, in carcere e ai domiciliari, emessa dal g.i.p. presso il tribunale di bari su richiesta della locale d.d.a. nei confronti di 27 persone, tutte con precedenti di polizia, ritenute responsabili a vario titolo dei reati di associazione mafiosa, associazione per delinquere finalizzata al traffico e alla commercializzazione di sostanze stupefacenti, estorsione, porto e detenzioni di armi da guerra e comuni da sparo, commessi con l’aggravante di cui all’art.7 l.203/91. Il provvedimento cautelare ha interessato anche gli appartenenti al clan “cipriano”, articolazione del clan “strisciuglio” operante a bitonto.

Il 2 luglio 2013, nel centro cittadino di bitonto, sono stati esplosi numerosi colpi di arma da fuoco all’indirizzo di un soggetto non identificato, presumibilmente appartenente al clan “conte”, il quale, allontanatosi a bordo di un motociclo, è sfuggito all’agguato, le immediate indagini hanno portato al fermo di indiziato di delitto, emesso dalla direzione distrettuale antimafia di bari, nei confronti di: amendolara francesco di anni 24, sabba michele mdi anni 20, cozzella michele, di anni 41, ritenuti responsabili di tentato omicidio aggravato, detenzione e porto di armi da fuoco, con l’ulteriore aggravante dell’art.7 l.203/91. Anche nei confronti di un minore, il gip presso il  tribunale dei minorenni, disponeva la misura cautelare per analoghi reati.

Il 5 luglio 2013, a seguito di numerose perquisizioni, a carico di appartenenti al clan  “cipriano”, sono state  arrestate, in flagranza di reato, tre persone trovate in possesso, complessivamente di: 780 grammi di marijuana, 47 grammi di cocaina, 90 grammi di hashish e di una pistola semiautomatica cal. 9 con relativo munizionamento.

Da “Antimafia duemila”: Lo Stato-mafia.( di giorgio Bongiovanni)

Dalla trattativa alla truffa, indagato a Milano l’ex colonnello Giuseppe De Donno
di Giorgio Bongiovanni - 23 marzo 2014
Una linea di pensiero si può tirare mirando a quanto avvenuto in questi giorni sull’asse Roma-Milano-Palermo. Da una parte Papa Francesco, don Ciotti ed i familiari delle vittime di mafia. Da un’altra Formigoni, la Regione Lombardia, Giuseppe De Donno. In mezzo il fenomeno della corruzione, sempre più imperante, e l’inchiesta sullo Stato-mafia.
Potremmo chiederci cosa c’entrano queste figure, ed eventi, l’una con l’altra. Eppure c’entrano.
Giuseppe De Donno, ex colonnello del Ros dei Carabinieri, figura tra gli imputati del processo trattativa Stato-mafia, accusato di attentato a corpo politico dello Stato e nello specifico di aver contattato Massimo Ciancimino (figlio di Vito, ex sindaco mafioso di Palermo) affinché intercedesse presso il padre per avviare così una trattativa con i capi di Cosa nostra. Al di là del procedimento, per il quale c’è la presunzione di innocenza fino all’emissione della sentenza del terzo grado di giudizio, è un dato di fatto che Giuseppe De Donno, con il suo agire, ha violato il principio dell’etica del servizio dell’Arma parlando con un mafioso dal calibro di Vito Ciancimino. E’ lo stesso ex colonnello ad aver dichiarato: “Decidemmo di contattare in qualche modo la mafia attraverso Vito Ciancimino per fermare le stragi”.

Ed è proprio questa l’azione antietica, ovvero il dialogo con Vito Ciancimino in un primo momento avviato tramite il figlio Massimo poi direttamente in prima persona con l’ex sindaco mafioso di Palermo, legato a stretto filo con la corrente sanguinaria dei corleonesi.
Certo, non possiamo ancora sapere se Giuseppe De Donno, assieme al coimputato Mario Mori, con le sue azioni può essere tra i responsabili che accelerarono i tempi che portarono poi alla morte del giudice Paolo Borsellino, ma a nostro avviso può bastare già avviare un dialogo con uomini di mafia per non permettere alcun avanzamento di carriera all’interno dell’Arma, cosa che invece non è avvenuta, e i “premi” da parte dello Stato sono stati invece molteplici. Con Cosa nostra, e qualsiasi altra organizzazione criminale, non può esserci alcuna forma di dialogo o di trattativa, se davvero si vuole sconfiggere ed annientare. Per questo a nostro parere, anche qualora venissero assolti dalle accuse, resta il tradimento di Mori e De Donno dell’Istituzione che hanno rappresentato. Resterebbe anche qualora l’ordine fosse venuto da un loro diretto superiore, perché avrebbero avuto la possibilità di lasciare l’arma, accusando a loro volta quegli ufficiali che avrebbero dato quell’ordine.
Ciò non è avvenuto ed è ormai storia che, nonostante i processi e le accuse a loro carico, entrambi sono stati premiati.
Giuseppe De Donno, ad esempio, è stato scelto ed ingaggiato, nel 2009, come membro del Comitato per la legalità e la trasparenza delle procedure regionali dell’Expo 2015 in Lombardia. E a volerlo non fu altri che l’allora presidente della Regione Formigoni. Non solo. Rognoni, direttore generale dimissionario di “Infrastrutture Lombarde”, ha affidato alla GRisk, società di sicurezza di cui dal 2013 De Donno controlla il 66%, la “rilevazione del rischio ambientale e legale nell’ambito delle attività istituzionali”. Adesso De Donno risulta indagato anche dalla procura di Milano con l’accusa di concorso in turbativa d’asta, falso ideologico e truffa aggravata e, secondo la ricostruzione del gip, la GRisk sarebbe stata favorita attraverso le gare d’appalto truccate.
Accuse che, se dovessero essere provate, dimostrerebbero un’azione non solo antietica da parte di De Donno, ma addirittura criminale nei confronti dei cittadini dello Stato italiano.
E in questo “quadro” ha una parte di responsabilità anche l’ex presidente della Regione Lombardia, Formigoni. Istituendo il “Comitato per la legalità e la trasparenza delle procedure regionali”, lui poteva scegliere a chi affidare l’incarico. Avrebbe potuto rivolgersi a figure come l’attuale capo della Dia campana, Giuseppe Linares, cacciatore di latitanti a lungo sulle tracce di Messina Denaro, o come Manfredi Borsellino, figlio del giudice Paolo ed attualmente Commissario di Polizia di Cefalù, o come il capo della Squadra mobile di Milano, Alessandro Giuliano (figlio di Boris, ucciso dalla mafia il 21 luglio 1979 ndr). Ancora, poteva chiedere disponibilità ad altri magistrati integerrimi come Gian Carlo Caselli, Alfonso Sabella, Sebastiano Ardita, Nicola Gratteri. Oppure Antonio Ingroia, oggi commissario straordinario della Provincia di Trapani ed alla guida di E-servizi. Ma invece di puntare su questi nomi, Formigoni, a sua volta mandato a processo per il caso Maugeri con l’accusa di associazione per delinquere e corruzione, ha preferito affidarsi al prefetto ed ex generale Mario Mori, già comandante del Ros dei Carabinieri e direttore del Sisde, e all’ex colonnello Giuseppe De Donno, già braccio destro di Mori al Ros, poi suo capo di gabinetto al servizio segreto civile. Figure, entrambe più che discutibili.
Ieri Papa Francesco, ha incontrato centinaia di familiari di vittime di mafia, assieme a don Luigi Ciotti, il promotore anche spirituale della lotta contro la mafia. Le sue parole, rivolte ai mafiosi, ancora riverberano nella chiesa di San Gregorio VII: “Per favore cambiate vita, convertitevi, fermatevi di fare il male!. Convertitevi per non finire all’inferno, è quello che vi aspetta se continuate su questa strada. Avete un papà e una mamma, pensate a loro. Il potere, il denaro che voi avete adesso da tanti affari sporchi, da tanti crimini mafiosi è denaro insanguinato, è potere insanguinato e non potrete portarlo nell’altra vita”.
Ci permettiamo di aggiungere alle parole di Sua Santità, che altrettanto dovrebbero fare tutti quei rappresentanti delle forze dell’ordine, pochi grazie a Dio, che nel corso della Storia d’Italia si sono corrotte, hanno partecipato o collaborato ad armare la mano degli assassini che hanno ucciso tutte le vittime di mafia. Altrettanto dovrebbero pentirsi tutti quei politici che hanno sostenuto la mafia e senza i quali la stessa sarebbe morta da tempo. Dovrebbero pentirsi tutte quelle autorità di Stato che impediscono il raggiungimento della verità su fatti e misfatti del nostro Paese. Dovrebbero pentirsi anche quei cardinali corrotti e porporati che hanno fatto riciclare i soldi, sporchi di sangue, nella banca del Vaticano. Dovrebbero pentirsi perché altrimenti andranno all’inferno, così come ha detto Papa Francesco. Noi vogliamo sperare che il processo trattativa Stato-mafia vada avanti, che la Corte di Cassazione il prossimo 18 aprile, non accetti il “gioco sporco” degli imputati Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, i quali hanno chiesto il trasferimento del processo che si celebra davanti alla Corte d’assise di Palermo. Una richiesta presentata in maniera subdola, per ragioni di rischio per la pubblica incolumità e la sicurezza. Speriamo che il processo, l’inchiesta, l’inchiesta bis, o l’eventuale ter, sulla trattativa Stato-mafia non venga strappata dalle mani del pool di magistrati integerrimi coordinato dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi, di cui fanno parte Antonino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia. Se ciò non dovesse accadere sarebbe il colpo finale dello Stato-mafia alla cittadinanza italiana onesta e soprattuto il colpo finale, mortale, ai familiari delle oltre novecento vittime innocenti di mafia che venerdì, con le lacrime agli occhi, emozionate, con amore Cristico hanno chiesto a Papa Francesco di pregare affinché loro possano conoscere la verità sul perché i loro congiunti sono stati uccisi. La verità sul perché lo Stato italiano, nella migliore delle ipotesi, preferisce sempre trincerarsi dietro il silenzio dell’omertà, o peggio, nascondere la sua criminale complicità con la mafia

ROMA, IL GIALLO SUI BENI CONFISCATI ALLA MAFIA: CHE FINE FANNO I SOLDI DEL NUOVO CINEMA AQUILA? L’INCHIESTA DE L’OSSERVATORE D’ITALIA

Un bene espropriato alla mafia che diventa un bel business. Il Presidente della Cooperativa che gestisce il cinema non si presenta all’appuntamento

di Maurizio Costa

Roma - Continua la nostra inchiesta sul “Nuovo Cinema Aquila”, immobile espropriato alla mafia, ristrutturato dal Comune di Roma e affidato al “Consorzio Sol.Co. Solidarietà e Cooperazione”. Perchè ci soffermiamo su questo caso? Perché c’è un puzzle con dei pezzi che proprio non si incastrano. Per legge (n°109/1996), tutti i beni sottratti alla criminalità organizzata vengono “trasferiti al patrimonio del Comune [...] per finalità istituzionali o sociali” quindi per crearci uffici comunali, caserme dei vigili o strutture per i cittadini; nel nostro caso, però, il bene non sembrerebbe avere nessuna finalità sociale. Inoltre, la legge stabilisce che: “Il Comune può amministrare direttamente il bene o assegnarlo in concessione a titolo gratuito a comunità, ad enti, ad organizzazioni di volontariato, [...] a cooperative sociali.” Nel nostro caso il Comune ha espropriato il bene, lo ha ristrutturato, spendendo 2 milioni di euro, e, secondo la legge, lo ha affidato, dopo un bando pubblico del 2004, ad un Consorzio di Cooperative. Questo Consorzio, rappresentato in prima persona dal signor Mario Monge, lo ha concesso alla “Cooperativa Sociale Sol. Co. Roma”. Vediamo quanto “sociale” è questa cooperativa. Il cinema è a tutti gli effetti un meccanismo che macina introiti: trasmette film di ultima uscita e prime visioni e non attività consone ad una cooperativa che aiuta le persone disagiate, i tossicodipendenti o gli ex carcerati, come avviene in altri contesti. Dunque, che cooperativa sociale è?

Eppure, il bando che ha assegnato l’impresa del “Nuovo Cinema Aquila” al Consorzio Sol. Co., stabilisce una sorta di finalità sociale, che, però, sembra non calzare e stride rispetto al contesto di fatto. Leggiamo dal bando: “L’immobile dovrà essere gestito per l’attuazione di un programma culturale finalizzato alle attività per la Cinematografia”. Inoltre si dovrà “tenere conto della composizione multietnica del quartiere, favorire l’aggregazione sociale e stabilire opportunità di lavoro per persone svantaggiate.” Sappiamo bene che qualsiasi cinema del mondo potrebbe soddisfare queste richieste e ci sembra molto strano che una cooperativa sociale gestisca un cinema che, detta senza preamboli, frutta tantissimi soldi. I beni espropriati alla mafia dovrebbero essere usati per case popolari, affidati a cooperative sociali che, invece di proiettare film, aiutano i malati, i bambini bisognosi, i tossicodipendenti o le persone anziane.

Abbiamo provato ad incontrarci con il Presidente del Consorzio, Mario Monge, che però non si è presentato all’appuntamento, scaricando le responsabilità al Presidente della Cooperativa sociale che gestisce il cinema, non ricordandosi forse che quest’ultima è un sottoinsieme dello stesso Consorzio di Monge. Siamo riusciti comunque ad intercettare telefonicamente Monge che non è stato molto chiaro.

Dove vanno a finire i soldi che incassate con il cinema?
“Sa, il cinema ha molti costi di gestione: personale, struttura e produzioni…”

Non le sembra strano che una cooperativa sociale gestisca un cinema?
“Il Comune di Roma ha redatto un bando per affidare la struttura e noi lo abbiamo vinto. Il bando era aperto a tutti, anche ai privati, ed è stato un caso che lo abbia vinto un Consorzio di cooperative.”

A questo punto Monge non ha più voluto rilasciare dichiarazioni, ma il Presidente sembra fornire informazioni piuttosto confusionali. Il bando, infatti, era destinato solamente ed esclusivamente a Cooperative sociali.

Abbiamo anche intervistato una cassiera del cinema che ha detto che: “Il Consorzio Sol. Co. partecipa ai vari bandi che il Comune stabilisce e, una volta vinto, piazza nella struttura una cooperativa sociale che lo gestisce.” Una dinamica infallibile per tirare su bei spiccioli, verrebbe da dire; anche perché questo immobile è stato dato alla Sol. Co. a titolo gratuito dal Comune di Roma.

http://www.osservatoreitalia.it

Il rumore tremendo degli spari e il silenzio agghiacciante della politica

Dal testimone di giustizia Gennaro Ciliberto riceviamo e volentieri pubblichiamo.

“Quanto vorrei sbagliarmi, quanto non vorrei leggere queste notizie, quanto vorrei essere smentito, vorrei che tutto finisse, ma purtroppo non è così.

Anzi, quello che tristemente avevo previsto si sta avverando, la furia criminale non si ferma, come un coltello caldo nel burro affonda nella città!

Nessun commento all’articolo che con grande gratitudine i giornalisti liberi di“Da bitonto” hanno pubblicato l’altro giorno.

Nulla. Silenzio totale.

Ed è questa la triste realtà, silenzio, forse sarebbe bastato dire: “sì, noi vogliamo essere liberi, noi non ci stiamo, ora basta, uniamoci” ed invece NO!

 

Ed il mio intento è fallito, quello di risvegliare le coscienze dormienti non ha funzionato, con quelle righe non si è scalfito quell’infame muro di omertà, sì infame, infame quanto quei gruppi di criminali autori dell’escalation di violenza.
Prima o poi, ci scapperà il morto innocente e dopo non bisogna fare la marcia di lutto, la marcia va fatta prima, la marcia di sdegno, di netta ribellione civile. Va fatta prima!

Ma dove è la politica di Bitonto ??
Dove sono i politici?

Bello e facile sarebbe non affrontare questi tragici drammi, ma non esiste solo una città che si pone dei risultati di recupero architettonico o di recupero di una parte di città!
Una città prima di tutto, prima che essere bella DEVE ESSERE SICURA, VIVIBILE E LIBERA!

I politici hanno il dovere di “parlare” di dire come la pensano, di schierarsi e di “urlare” che LA CRIMINALITA È IL VERO “CANCRO”.
Non giudicatemi, non vuole essere polemica, ma i fatti parlano, nessun commento, nessun tavolo tecnico, nulla!

Non voglio ergermi a paladino, né tanto meno sono capace di dettare linee giuda, ma permettermi però di analizzare oggettivamente le circostanze. E quindi …

Dove sono coloro che sono espressione politica dei cittadini?

Nemmeno una parola, un sussulto di dignità!

Uno spronare le coscienze davvero inutile, ma d’altronde come si può spronare le coscienze altrui quando le prime in letargo sono di taluni politici , e non tutti, c’è chi come ieri ha lottato e lotta, ma in questo contesto è un don Chisciotte…

La lotta alla criminalità non ha colore politico, né deve essere strumentalizzata, la si fa e basta.

Quindi credo che ora bisognerebbe agire e non attendere un altra sventagliata di mitra.

Quello che fa ancora più paura è il fatto che queste bestie criminali ritornano a pochi giorni, se non ore, sul luogo palcoscenico di una recente sparatoria, sentendosi padroni indiscussi di un territorio.
E senza alcun “timore”…
Un ulteriore duplice messaggio di morte: “prima o poi ti uccidiamo”.

E se invece, come ci raccontano le cronache, a morire fosse un innocente?

Un nostro figlio, padre, una madre o un parente …..
E se il dolore toccasse a noi?
Ma dove siamo finiti?

È vero anche che fatti di violenza accadono dappertutto, ma ciò che vorrei che si capisse è che questi criminali di oggi, questi pistoleri saranno i boss di domani, stanno solo accrescendo il loro potere criminale, stanno delineando le loro zone di azione.

Essi, però, hanno quel qualcosa che forse un tempo la criminalità non aveva: sono perennemente sotto l’effetto di sostanze stupefacenti e perciò diventano folli. Sono “dilettanti allo sbaraglio”, pur se sospetto che dietro di loro ci sia una regia, un “regista”.

Ora la città non può più attendere , bisogna che la normalità e la serenità sia parte indiscussa della città.

Questi criminali vanno assicurati alle patrie galere e chi fa affari con loro o è connesso a costoro va cacciato dalla comunità

Appropriatevi della vostra libertà, bitontini onesti!”

Ennesima duplice sparatoria a Bitonto . I cittadini onesti non c è la fanno più″

Dopo l’episodio di giovedì, infatti, poco fa ancora una sparatoria per le strade della città.
Pare che la sventagliata di proiettili, in via Larovere e via Crocifisso, sia partita dal medesimo scooter che è passato sfrecciando nelle due strade.
In via Crocifisso, in particolare, il bersaglio sarebbe la stessa abitazione colpita dai proiettili sparati l’altro giorno.
Nei luoghi interessati sono intervenuti gli agenti del Commissariato di Polizia e i Carabinieri.
Sarà una lunga notte di lavoro e di tensione.

Arsenale della camorra nelle case popolari di Somma, è allarme

I carabinieri del nucleo investigativo e della compagnia di Castello di Cisterna, durante un servizio di contrasto alla criminalità diffusa, hanno eseguito numerose perquisizioni domiciliari all’interno del “Parco Fiordaliso” in via San Sossio a Somma Vesuviana, rinvenendo, occultate nei sottoscala degli edifici numerose armi da fuoco.

Sono state trovate e sequestrate una pistola clandestina marca glock mod. 17; una pistola cal. 9×21 a salve priva del toppo; una pistola cal. 7,65 a salve priva del toppo; un serbatoio contenente 13 cartucce cal. 9×21; 40 colpi cal. 40 smith & wesson; 33 colpi cal. 9×21; 12 colpi cal. 9 luger; 25 colpi cal. 7,65 parabellum; 101 colpi cal. 7,65.

Durante il medesimo servizio i militari dell’Arma hanno denunciato in stato di libertà un 35enne perché nella sua abitazione sono state rinvenute munizioni calibro 7,65. Si indaga sull’utilizzo delle pistole e la pista più seguita è naturalmente quella della camorra.

(il fatto vesuviano)

La Prefettura di Napoli blocca i cantieri delle imprese senza certificazione antimafia. A Fondi e in provincia di Latina nessuno si preoccupa ed hanno lavorato e lavorano tutte le imprese,con e senza certificato antimafia

La Prefettura di Napoli ha bloccato due cantieri del progetto “Piu Europa” nel territorio di Pozzuoli per mancanza di regolarità della certificazione antimafia.

Le interdittive antimafia hanno riguardato una impresa di San Cipriano di Aversa che stava realizzando la nuova sala consiliare al Rione Toiano, ed una impresa di Quarto che aveva aperto il cantiere per la realizzazione di un parcheggio e della passeggiata a mare a via Napoli, ai piedi del Rione Terra. Alle due imprese è già stato rescisso il contratto.

(il mattino)

Mafia: Messineo, esistono vittime di serie A e B

(ANSA) – “Oggi aggiungiamo un tassello al ricordo di chi é stato ucciso dalla mafia, purtroppo anche in questo campo non c’é uguaglianza, poiché la storia ci ha insegnato che ci sono vittime di serie A e serie B”. Lo ha detto Francesco Messineo, Procuratore Capo della Repubblica di Palermo, intervenuto all’intitolazione a Palermo dell’istituto comprensivo statale “Giotto Cipolla”, in via Palagonia, al giudice Antonino Saetta e al figlio Stefano, assassinati in un agguato mafioso il 25 settembre del 1988. “Il mio ricordo di festa risale al 1986 – ha aggiunto Messineo – quando ero alla procura generale di Caltanissetta e facevo parte della seconda sezione presieduta dal giudice Saetta. Lo ricordo come un buon giudice, modello di legalità serio, schivo, riservato e autorevole nelle sentenze. Ricordo la profonda emozione per il suo omicidio che rivendicò l’ affermazione sul territorio della mafia. La lotta a cosa nostra a quel tempo era affidata a pochi, non c’era la presenza della società civile che riscontriamo oggi”. “Ai ragazzi presenti – ha concluso Messineo – l’esempio di figure come quelle del giudice Saetta devono aiutare a non abbassare la guardia contro le mafie, giornate come queste possono diventare l’inizio di un percorso di riscatto”. Saetta presiedette alcuni storici processi, come quello celebratosi presso la Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta contro gli imputati dell’assassinio del Giudice Rocco Chinnici, quello per l’uccisione del capitano dei Carabinieri Gaetano Basile e altri, negli anni Ottanta, contro le organizzazioni mafiose siciliane. La reazione di queste ultime determinò il suo omicidio in un agguato mafioso, insieme al figlio che era con lui, lungo la statale Agrigento-Caltanissetta. La stessa strada dove, due anni dopo, verrà ucciso un altro coraggioso giudice come Rosario Livatino. La targa commemorativa, scoperta sul prospetto della scuola, è stata donata dal Lions Club Canicattì Host. All’intitolazione sono intervenuti anche il figlio del giudice, l’avvocato Roberto Saetta, Vincenzo Oliveri, presidente della Corte d’Appello di Palermo, Leonardo Guarnotta, presidente del Tribunale di Palermo, il sindaco di Canicattì, Vincenzo Corbo, l’assessore comunale alla Scuola, Barbara Evola, Fabrizio Ferrandelli, vicepresidente della Commissione regionale Antimafia.

Gennaro Ciliberto, finalmente riconosciuto Testimone di Giustizia

Dopo tante sofferenze,sacrifici,pericoli di ogni genere patiti  a causa delle lungaggini burocratiche ed anche dell’insensibilità di taluni rappresentanti delle Istituzioni,per non dire della politica,Gennaro Ciliberto é stato finalmente riconosciuto ufficialmente TESTIMONE DI GIUSTIZIA. La strada che egli dovrà ancora percorrere sarà ancora lunga,tortuosa e perigliosa,ma,finalmente,ci sono ,ora ,le condizioni minime per intravvedere una luce in fondo al tunnel.  L’Associazione Caponnetto si é spesa tantissimo per stargli sempre vicino,senza lasciarlo un secondo e condividendo con lui le umiliazioni patite,a cominciare da quella subita al Ministero dell’Interno,nell’incontro con il V.Ministro Bubbico,quando si é vista accusata di……….”portare in processione come Madonne Pellegrine” quei poveri disgraziati che sono i Testimoni di Giustizia.Un pugno nello stomaco che non dimenticheremo per tutta la vita.L’Associazione Caponnetto sente il dovere di ringraziare pubblicamente i parlamentari del M5S che sono stati sin dall’inizio vicini a Gennaro,a noi ed a tutti i Testimoni di Giustizia.

(latina5stelle)

La nuova struttura della DDA di Napoli.Complimenti ai drr.Borrelli e Beatrice.L’Associazione Caponnetto pronta,come sempre,a collaborare

NAPOLI – Cambia la guida del pool anticamorra napoletano, secondo le ultime disposizioni assunte dal procuratore Giovanni Colangelo.
A guidare la Dda di Napoli saranno due magistrati che hanno dedicato buona parte della propria carriera alla lotta del sistema criminale a Napoli e in altri contesti del sud Italia: a Filippo Beatrice va il coordinamento delle indagini legate alla camorra cittadina, mentre al collega Giuseppe Borrelli la guida della camorra legata ai clan casalesi e a una parte dell’hinterland napoletano.

Viene così confermata una gestione a due dei fatti legati alla malavita organizzata, di fronte all’esigenza di armonizzare questioni investigative diverse, ma anche un numero di pm (trenta in organico) che fanno della Dda di Napoli il pool più numeroso d’Italia. Due neo procuratori aggiunti a combattere racket, traffici di droga e di rifiuti pericolosi, ma anche omicidi di natura criminale, in una fase molto delicata per la scia di morti ammazzati registrati di recente, ma anche per il continuo evolversi di equilibri criminali.

Ormai da mesi, in una parte dell’hinterland a nord di Napoli è in corso una faida brutale per la conquista del mercato della droga. Tra Afragola, Crispano e Arzano sono stati uccisi e carbonizzati quattro soggetti ritenuti potenziali aspiranti alla gestione di una fetta di territorio. Morti ammazzati e sfregiati con le fiamme, un chiaro messaggio ai rivali – come a dire: neanche una degna sepoltura per chi è contro di noi – in un regolamento di conti che sposta l’attenzione sul potere criminale radicato ad Afragola. Stesso scenario per quanto riguarda Marano, specie dopo la cattura di Mario Riccio, detto Mariano, ormai ex enfant prodige legato agli scissionisti di Secondigliano degli Amato-Pagano, dove sono in corso epurazioni a colpi di omicidi e lupare bianche. Realtà sempre in divenire, che rendono necessaria massima cooperazione tra le due Dda, anche alla luce dei vasi comunicanti tra uno scenario e l’altro: è probabile infatti che la faida di Marano sia figlia dello stop alle piazze di spaccio del terzo mondo di Secondigliano e di alcune zone di Scampia.

Due aggiunti di particolare esperienza, dunque: Beatrice ha svolto il ruolo di pm anticamorra a Napoli, prima di indossare le vesti di sostituto procuratore nazionale antimafia sotto la guida di Piero Grasso; Borrelli ha invece condotto le indagini per il pool anticamorra tra la fine degli anni Novanta e la prima parte dello scorso decennio, per poi passare in forza al pool reati contro la pubblica amministrazione, e per andare – siamo nel 2007 – a Catanzaro dove ha svolto il ruolo di procuratore aggiunto.
I due aggiunti prendono il posto lasciato da Francesco Greco, che va a dirigere la Procura di Napoli nord, e di Gianni Melillo, capo di gabinetto del ministro della giustizia Orlando.
Ma l’organico della più numerosa Procura di Napoli non è ancora completo: sono prossimi ad essere investiti del ruolo di aggiunti anche Vincenzo Piscitelli e Luigi Frunzio, il primo titolare di indagini legate al crimine finanziario (come quelle su Finmeccanica), il secondo proveniente dal ministero, dopo aver svolto il ruolo di pm anticamorra a Napoli fino alla metà dello scorso decennio.

 (da il mattino)

Bitonto,la criminalità spara tra la gente

L’ultima notizia della sparatoria a Bitonto è la conferma di quanto già ampiamente scritto e riscritto dalle cronache quotidiane: raid di violenza senza freni si ripetono e tengono in pugno la cittadina pugliese.A spararsi, come si evincerebbe da un primo momento, sarebbero i soliti clan malavitosi che con botta e risposta si fronteggiano sul territorio per i loro sporchi e luridi affari criminali.Il tutto per logica criminale avviene in pieno centro cittadino e in orari di punta, mettendo a rischio l’incolumità dei cittadini.Criminali armati sino ai denti senza scrupoli non esitano a sparare alla cieca a volte anche senza un obiettivo ben predefinito, quell’obiettivo predefinito che, a volte, da buon codardo criminale usa per giunta la gente comune ed a volte i bambini come scudo.L’unico scopo pare sia seminare terrore e lanciare un messaggio al criminale avversario ed al popolo onesto: “Noi non abbiamo paura a sparare”.Il tutto innesca una guerra che mette a rischio i cittadini onesti e che prima o poi segnerà vittime.Cosa bisogna attendere ancora? Mi aspetterei subito una reazione di dignità da parte di tutti i cittadini, tutti uniti nello scendere in quelle strade luoghi di questi eventi e gridare BASTA, ANDATE VIA, LASCIATECI VIVERE LIBERI, liberi di sognare e liberi di vivere la quotidianità, liberi di passeggiare, liberi di sorridere e vivere e goderci la nostra bella città. Perché pagare questo prezzo cosi alto? Che cosa frena questa ribellione civile?Quale compromesso lega questi criminali a questa assuefazione a subire?O cosa si nasconde dietro questo silenzio? No, ora basta!La misura è colma!Non bisogna più restare in silenzio e sminuire il fenomeno criminale che attanaglia la città!  Non si può più subire, subire sarebbe un atto vile e di egoismo nei confronti non solo di chi ha “pagato” a caro prezzo ed in prima persona la violenza criminale, ma sarebbe anche un atto di negligenza nei confronti dei nostri figli che non meritano di vivere in un clima di paura e di intimidazioni. Ed è per questo che la società civile deve gridare: “Basta Violenza, Basta criminalità, Basta omertà!”Denunciate e collaborate con le forze di polizia, cittadini, UNITI SI VINCE!

Bitonto, quella criminalità che non esita a sparare

LETTERE.Lettera aperta del Testimone di Giustizia Gennaro Ciliberto al Ministro degli Interni Angelino Alfano:”Perché non possano mai dire………..non sapevamo”

Perché non possano mai dire non sapevamo !!!
Lettera ad Alfano ! Ministro dell Interno !

>
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> Al Ministro dell Interno
> On. Alfano A.
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> Lettera aperta al Ministro dell’Interno
>
>   In una terra di bellezza assoluta, in una terra dove tutto potrebbe essere l eccellenza del made in Italy , in una terra che mi ha visto ospite per 7 mesi e dove   tristemente “toccato ” la furia criminale ed il modus operandi degli stessi criminali che mi hanno visto costretto ad allontanarmi , per ragioni di sicurezza, ma che è stata e resta una spina nel cuore per non aver potuto portare a termine un progetto di cultura per la legalità.
> In quella terra dove c è una parte di popolo eccezionale  che si ribella a qualsiasi forma di illegalità ma c è anche  una  piccola parte di popolo che per quell “infame” alibi della paura resta in silenzio nel subire l escalation violentw di gruppi criminali senza alcun cenno di ribellione civile o di collaborazione con le forze di Polizia.
> Lo Stato , quello Stato che sempre presente ,le istituzioni preposte e da lei rappresentate in qualità di Ministro dell interno  devono  ancora di più far sentire la loro  presenza in questa città , in  territorio , non bisogna mai più piangere vittime innocenti come l ultima tragica sparatoria che vede vittima anche un piccolo bimbo di solo tre anni , che aveva l unica colpa se tale fosse di essere sulle gambe di un pregiudicato  , mai più vorremmo leggere tali notizie , mi creda chi combatte la criminalità  ,chi si oppone a questo mostro , leggere taluni notizie è una sconfitta, una spada che teafigge il cuore di ogni cittadino onesto.
> Bisogna essere Forti e determinati nel contrastare questi vili e spregiudicati criminali , ognuno deve fare la sua parte ed ANCHE  il popolo silente deve sapersi risvegliare dal letargo dell omertà ED ESSERE SENTINELLA DEL BENE
> Ora Basta  SIG. MINISTRO ALFANO !!!!
> Chiedo che la S.V. sappia come sempre esprimere un netto e significativo messaggio contro la criminalità ed i fatti che vedono ieri come prima la città di Bitonto vittima ed in “ostaggio” di clan criminali che non esitano a spararsi per strada in pieno centro e a tutte le ore .
> Le forze dell ordine del territorio svolgono nel massimo impegno il lavoro a loro destinato e  Noi tutti siamo vicino a loro , non vuoglio  essere polemico  ma ci attendiamo che taluni uomini/donne simbolo delle istituzioni possano essere presto supportati da rinforzi di unità e mezzi per contrastare questo “cancro criminale”
> Nel ringragiarLa per aver dato attenzione a queste mie righe e sicuro di un Vs. Interessamento in merito  Le porgo Distinti Saluti .
>
http://www.dabitonto.com/cronaca/r/l-opinione-la-malavita-spara-tra-la-gente-in-pieno-centro-ma-stiamo-aspettando-che-muoia-qualcuno/2830.htm
>
> ciliberto gennaro

Testimoni di Giustizia.Una legge inadeguata.Lo Stato li ha abbandonati.

Oggi il Comune di Bologna celebra la 19°“Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie”.

Abbiamo approvato un Ordine del Giorno per esprimere solidarietà alle vittime delle mafie presentato dalla Presidenza del Consiglio comunale.

Questo di seguito il mio intervento a sostegno dei testimoni di giustizia:

“Noi oggi stiamo votando questo ordine del giorno per esprimere solidarietà alle vittime della mafia. Tra le vittime vi sono i testimoni di giustizia, la categoria più fragile. Persone normali, chi fa il magistrato, il poliziotto, il sindaco, il giornalista, in una certa misura mette in conto i rischi del mestiere, dicevo, queste sono persone normali che si trovano loro malgrado stritolate nei meccanismi della mafia e che decidono di non starci. Persone che non provengono da ambienti malavitosi, che sono integrate nel tessuto economico e sociale del paese e che hanno assistito a eventi criminosi, o che hanno attività imprenditoriali e per le quali subiscono estorsioni e minacce.

La nostra solidarietà è un gesto doveroso, questo consiglio comunale ha conferito la cittadinanza onoraria a Pino Masciari, ha testimoniato vicinanza alla figlia di Lea Garofalo, ma non bastano le parole, servono fatti concreti. Fatti che mancano. I testimoni di giustizia, la cui figura sarà legislativamente riconosciuta solo nel 2001 con la legge 45 nata dalla precedente legge per i collaboratori di giustizia (i pentiti per intenderci), si trovano abbandonati a loro stessi.

Rita Atria, giovanissima, a 17 anni denuncia, rinuncia agli affetti, a 18 anni si suicida in seguito alla strage di via D’Amelio sentendosi completamente abbandonata.
Lea Garofalo, sarà uccisa da coloro che aveva denunciato.
Pino Masciari, imprenditore edile che denuncia le estorsioni subite. Nonostante il programma di protezione attivato nel 1997 spiega il suo calvario: “accompagnamenti con veicoli non blindati, con la targa della località protetta, fatto sedere in mezzo ai numerosi imputati denunciati, intimidito, lasciato senza scorta in diverse occasioni relative ai processi in Calabria, registrato negli alberghi con suo vero nome e cognome, senza documenti di copertura. Troppi episodi svelano le falle del sistema di protezione che dovrebbe garantire sicurezza per lui e la famiglia“. Lo stato istituisce la figura del testimone di giustizia e inizia il tira e molla tra revoche e ricorsi che lo vedono dentro a fuori dal programma di protezione. In tutto questo le sue aziende di costruzioni subiscono un duro stop.

Gaetano Saffioti, vissuto al nord e a Bologna dal 1993 al 2001, imprenditore nel settore dell’edilizia, denuncia nel 2002 le estorsioni subite, la sua vita diventa blindata, perderà molte commesse, dipendenti, amici.

Questa mia non vuole essere una lista completa dei testimoni di giustizia, l’intento è quello di spiegare come l’attuale legge sia inadeguata a far fronte alle condizioni di solitudine e abbandono in cui versano coloro che decidono di fare la cosa giusta e che, fornendo informazioni utili alle indagini mettono, a rischio la loro vita, quella dei loro familiari e il loro lavoro. Inadeguata a tal punto che persone come Luigi Leonardistanno ancora aspettando che gli venga riconosciuto lo status di testimone di giustizia. Leonardi, imprenditore napoletano, a causa delle estorsioni, ha perso due fabbriche, i negozi e la casa. Negli anni ha subito minacce ed è stato sequestrato. Le sue dichiarazioni hanno portato a due processi. La sua famiglia non gli rivolge più la parola da 5 anni. E’ di ieri l’ultimo articolo che racconta la suastoria di 12 anni di denunce, e dove emerge che “lo Stato lo ha lasciato solo. In balia di una camorra spietata che lo minaccia e che lo vorrebbe eliminare … Uno Stato indifferente, verso la condizione dei testimoni di giustizia, che volta la testa, rendendosi complice e connivente, lasciando passare il messaggio che la mafia vince. Un messaggio terribile: che la denuncia non serve a niente, se non a peggiorare le proprie condizioni. A “cacciarsi nei guai”.””
Questo il testo dell’ordine del giorno, i grassetto l’emendamento sui testimoni di giustizia che ho chesto di aggiungere. In fondo al post ci sono altri link di approfondimento.
Oggetto: Ordine del giorno per esprimere solidarietà alle vittime delle mafie presentato dalla Presidenza del Consiglio comunale.
Il Consiglio Comunale
PREMESSO CHE
- il Comune di Bologna è da tempo impegnato sui temi della cultura della legalità, trasparenza, promozione della cittadinanza responsabile, inoltre collabora ed opera con altre Istituzioni e con le Forze dell’Ordine per la prevenzione e il contrasto alla criminalità organizzata e mafiosa;
- il 21 marzo 2013, a Bologna, è stato inaugurato presso il quartiere Porto, lo Sportello di valenza cittadina “Sos Giustizia”, servizio di ascolto, orientamento ed eventuale accompagnamento alle vittime dell’oppressione criminale, servizio svolto in collaborazione tra il Comune di Bologna (Città che aderisce ad Avviso Pubblico), l’associazione Libera, e finanziato all’interno delle iniziative di Accordo di Programma siglato tra il Comune e la Regione Emilia Romagna.

VISTO CHE
- il Consiglio comunale ha scelto di celebrare ogni anno, in seduta solenne, la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, in recepimento della Legge regionale n. 3/2011;
- nel corso della prima seduta solenne a ciò dedicata, il 21/3/2012, si è svolta la cerimonia per il conferimento della cittadinanza onoraria a Pino Masciari, in riconoscimento del coraggio dimostrato nel ribellarsi al sistema della criminalità organizzata e mafiosa, anche a discapito della sicurezza propria e dei familiari;
- il Consiglio ha mantenuto alta l’attenzione sul tema, con l’approvazione all’unanimità di due ordini del giorno, per aderire allacampagna di solidarietà “Io mi chiamo Giovanni Tizian” – giovane giornalista,autore di un libro sulla commistione tra criminalità organizzata, Istituzione e mondo produttivo nelle regioni del Nord (Odg. n.92 del 16/1/2012) – e per intensificare la lotta alla mafia e all’illegalità, particolarmente nei sub-contratti (Odg. n. 55 del 23/9/2013);
-parimenti è stato approvato all’unanimità dal Consiglio il gemellaggio istituzionale tra le città di Bologna e di Pollica, per mantenere viva la memoria di Angelo Vassallo, Sindaco di Pollica e vittima della criminalità organizzata, nonché per promuovere un costante impegno culturale e civile sui temi della legalità e della convivenza civile (Odg. n. 224 del18/6/2012);
-la Commissione Consiliare “Attività produttive, Commerciali e Turismo con delega al Lavoro ed alla Legalità”, dal 2011 ad oggi ha svolto attività promosse da tutti i Gruppi consiliari per affrontare i fenomeni legati alla promozione della trasparenza e legalità, alla emersione del lavoro sommerso ed irregolare, al contrasto alla corruzione, alla contraffazione ed abusivismo nel settore commercio, al gioco d’azzardo. La Commissione ha inoltre sostenuto i provvedimenti di contrasto alle infiltrazioni perchè volti alla valorizzazione e controllo del territorio, alla lotta al degrado, alla rivitalizzazione e riqualificazione del tessuto produttivo e commerciale anche in riferimento ai propri mercati patrimoniali, all’applicazione della trasparenza della filiera amministrativa nelle gare, appalti e sub appalti, al fronteggiamento delle crisi di settore ed aziendali, alla promozione della buona occupazione coinvolgendo Istituzioni, il Corpo di Polizia Municipale, le Forze dell’Ordine, esperti e servizi di settore privato e del no profit, le Forze sociali.

RIBADISCE
-l’importanza di testimoniare nella vita quotidiana e con l’impegno di tutti, cittadini ed istituzioni, la cultura della legalità ed il contrasto alle infiltrazioni mafiose, poiché solo con un messaggio corale e quotidiano si può rafforzare la cultura della legalità e dare coraggio e sprone di denuncia e ribellione a chi vive in territori dove il fenomeno mafioso è fortemente radicato;
-l’importanza che lo Stato assicuri sostegno economico, giuridico e protezione ai cittadini che denunciano le illegalità mafiose;

RICORDA
-con commozione e riconoscenza tutte le vittime delle mafie, cittadini che con il loro impegno e coraggio si sono opposti alla illegalità;
ESPRIME


- solidarietà e vicinanza ai Sindaci e agli Amministratori che combattono il fenomeno della criminalità organizzata e mafiosa e che si oppongono ad esso con il loro operato quotidiano, sostenendo così la presenza dello Stato e la cultura della legalità;

- solidarietà ai magistrati antimafia che, anche mettendo a rischio la propria vita, si impegnano quotidianamente per contrastare le infiltrazioni ed il radicamento mafioso;

- solidarietà a tutti gli agenti delle Forze dell’Ordine, impegnati quotidianamente, a rischio della propria incolumità personale, nella difesa della legalità e delle istituzioni democratiche, compito sempre assolto con coraggio e profondo senso del dovere;

- solidarietà ai giornalisti impegnati, anche a nocumento della propria vita, a documentare un fenomeno così ampio ed articolato ed apprezzamento per il loro impegno civile, fondamentale per denunciare l’operato della mafie, sensibilizzare l’opinione pubblica e dare coraggio e sostegno alla cultura della ribellione nei confronti dei fenomeni mafiosi;

- solidarietà ai testimoni di giustizia i quali, collaborando con lo Stato al fine di fornire informazioni utili alle indagini, mettono a rischio la propria vita e quella dei propri familiari, nonchè il loro lavoro;

- apprezzamento per l’opera di formazione delle giovani generazioni, portata avanti in collaborazione con il mondo scolastico da numerose associazioni impegnate nel promuovere la cultura della legalità;

CONDANNA
tutte le intimidazioni e le minacce operate da diversi esponenti mafiosi, sia quelle recentemente indirizzate contro il pool di Palermo, che quelle rivolte a tutti gli operatori di giustizia del nostro paese;
INVITA
-il Sindaco e la Giunta ad ampliare le iniziative formative in favore delle giovani generazioni, in collaborazione con la Regione Emilia Romagna, il mondo scolastico cittadino e metropolitano e le associazioni impegnate nel promuovere la cultura della legalità;
-la Presidenza del Consiglio comunale a farsi promotrice della diffusione dell’Ordine del Giorno presso gli altri enti locali del nostro territorio, la Regione Emilia-Romagna, i parlamentari bolognesi e la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Link di approfondimento

Proposte per la sicurezza a Bologna
Uno dei temi caldi di questa città è la sicurezza. A questo proposito abbiamo iniziato un percorso in consiglio comunale dove ogni gruppo ha avanzato le sue proposte che verranno poi elaborate dall’amministrazione. Oggi in Consiglio Comunale il Sindaco ha relazionato in merito.
Questo è l’elenco delle proposte che ho inviato io, non ha la pretesa di essere esaustivo, è solo un tassello di un lavoro molto più ampio fatto a più mani, ho quindi evitato di inserire idee già proposte da altri, e ho aggiunto quello che secondo me mancava.

Ex bar Otello: un intreccio strano
Lunedì in Consiglio Comunale, ho fatto un intervento di inizio seduta per richiamare l’attenzione sul tema sicurezza nella città di Bologna. Il recente sequestro dell’ex Bar Otello mostra quanto sia vulnerabile la nostra città alla criminalità, nella vicenda infatti sono coinvolti ex pregiudicati di ‘ndrangheta. Insieme all’intervento ho presentato un ordine del giorno in merito all’accessibilità degli Atti del Comune attraverso la rete internet, questo consentirebbe di agevolare l’azione di prevenzione e contrasto da parte dei reparti investigativi e della magistratura che con un colpo d’occhio potrebbero scorgere i “soliti sospetti”.

Legge popolare sul gioco d’azzardo, il Comune promuove la raccolta firme 
La legge popolare mira a tutelare la salute delle persone e contrastare le infiltrazioni della criminalità organizzata. Vuole inoltre dare più potere ai sindaci nell’autorizzazione di sale e l’installazione di slot machine e videolottery, rendere tracciabili i flussi finanziari del settore e porre limitazioni per le concessioni.

Presa Diretta: Testimoni di Giustizia
TESTIMONI DI GIUSTIZIA” è un’inchiesta particolarmente delicata, in cui gli inviati del programma di Riccardo Iacona sono andati a conoscere i tanti testimoni di giustizia che con le loro denunce hanno contribuito a fare arrestare centinaia e centinaia di mafiosi. Sono emerse storie davvero incredibili, mai viste prima: non solo quelle dei testimoni di giustizia che hanno pagato con la vita la scelta di raccontare allo Stato quello che sapevano, quello che avevano visto, come Lea Garofalo, moglie di un boss della ‘ndrangheta, uccisa nel 2009. Verranno raccontate anche le storie dei testimoni di giustizia che, da quando sono entrati nel “programma di protezione”, hanno perso tutto: casa, lavoro, città, senza avere in cambio la possibilità di una vita diversa. Come Carmelina Prisco o Pino Masciari. E le storie di chi ha rinunciato alla propria identità, come Piera Aiello o Giuseppe Carini, che oggi vivono con nomi diversi. Verranno mostrate le difficili esistenze dei testimoni di giustizia che ancora vivono, sotto scorta, nei loro luoghi di origine. Isolati dalle comunità e dimenticati dallo Stato. Sono le storie di Tiberio Bentivoglio di Reggio Calabria, di Nello Ruello di Vibo Valentia, di Ignazio Cutrò di Bivona, in provincia di Agrigento. Nel frattempo, gli organici dei magistrati e degli uomini delle forze dell’Ordine che combattono la battaglia contro la Mafia, vengono progressivamente ridotti. Storie di veri “eroi” civili, che lo Stato sembra aver dimenticato. Una vera e propria sconfitta per l’Antimafia, una vittoria per la Mafia

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Roma, occhi su “quinta mafia”. Pignatone: “Crimine punto più importante”

pignatonegiuseppedi Claudio Cordova - “A Roma non c’è un potere unico. Non è Palermo, sotto questo profilo, né tanto meno Reggio Calabria. Ci sono tanti poteri, tanti centri di interesse, tanti centri economici. Ovviamente, la gran parte è legale, ma ci sono quelli che sono illegali o che hanno la tentazione dell’illegalità. Certamente non siamo di fronte a qualcosa di uguale al fenomeno milanese. L’ho già detto: 25 locali in Lombardia non credo che li troveremo a Roma e dintorni e neanche al sud ci sono 25 locali. C’è una realtà economica diversa, come giustamente diceva la presidente, perché non c’è tanto un’impresa, quanto un’attività commerciale. Inoltre, ci sono anche tutte quelle attività dipendenti e in qualche modo intrecciate col pubblico”. A distanza di due anni dall’insediamento a capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone traccia un primo bilancio sulla presenza e sulla pervasività delle mafie nella Capitale. Lo fa, accompagnato dal procuratore aggiunto, Michele Prestipino, al cospetto della Commissione Parlamentare Antimafia, presieduta da Rosy Bindi.

Un percorso analogo, quello di Pignatone e Prestipino: Palermo, Reggio Calabria e adesso Roma. Al pari di un folto numero di ufficiali di polizia giudiziaria che costituiscono la “squadra” che ha operato in Sicilia e in Calabria e che, adesso, si è spostata nella Capitale. Un nome su tutti, quello del Capo della Squadra Mobile, Renato Cortese.

Un lavoro, quello esposto dal procuratore Pignatone, che si sarebbe dipanato sul duplice fronte: la verifica della sussistenza di cellule organizzate dai connotati mafiosi e l’aggressione ai patrimoni illeciti delle mafie stesse. A Roma e nel Lazio, infatti, insistono infiltrazioni di tutte le consorterie criminali: “Di fronte a una realtà come questa, che non è certamente quella di Palermo, dove nessuno può mettere in dubbio che esista cosa nostra con le sue caratteristiche, ci vuole un approccio laico. Non possiamo né escludere a priori che ci siano organizzazioni mafiose presenti in modo strutturato, né dire necessariamente che a Roma c’è la mafia o, come riportano alcuni titoli di giornale, domina la mafia” dice il procuratore Pignatone. L’attività di ricerca sarebbe stata messa in atto secondo i criteri dello scambio di informazioni all’interno della Procura e, nello specifico, della Dda, ma anche attraverso la collaborazione tra le varie forze di polizia giudiziaria: traffico di droga, riciclaggio di denaro e investimenti patrimoniali le direttrici su cui si muove l’Ufficio di Piazzale Clodio. “Quello che conta, al di là del numero, sono i capitali, ovvero il valore dei beni sequestrati. Anche qui abbiamo moltiplicato i risultati, grazie allo sforzo delle forze di polizia, passando da pochi milioni ad alcune centinaia di milioni di euro come valore di beni sequestrati, sia a Roma città, sia nel Lazio, sia, in grande misura, investiti altrove. I clan interessati sono sia calabresi, in particolare la cosca Gallico con alcuni prestanome, sia napoletani, soprattutto esponenti collegati al clan Mallardo. Le attività oggetto di sequestro sono state imprese edili, molte attività commerciali anche di prestigio, concessionarie auto e beni immobili, sia terreni, sia edifici, anche in gran numero” afferma Pignatone. Fior di milioni che circolano – spesso in maniera illecita – camuffandosi nel tessuto economico e sociale della Capitale: “A Roma tutto questo, rispetto a realtà come Palermo e Napoli, è più facile, in quanto vi è la convinzione diffusa che la mafia a Roma non esista. Il fatto che ci siano capitali largamente disponibili in una realtà, per fortuna, ancora, nonostante tutto, ricca, grande e multiforme come Roma non è, di per sé, elemento di sospetto, mentre, se ci fossero 100 milioni di euro investiti a Reggio Calabria, subito uno si chiederebbe che cosa c’è dietro. Sotto questo profilo si capisce perché Roma sia una sede privilegiata per questo tipo di investimenti” spiega Pignatone.

Fiumi di denaro, che, ovviamente, circolano anche grazie alla presenza dei “colletti bianchi”, i professionisti al servizio dei clan e del malaffare: “Il primo collegamento verosimilmente può essere rappresentato da tutti quei professionisti di vario tipo (commercialisti, tributaristi, avvocati, ingegneri) che sono necessari per effettuare investimenti di denaro di provenienza illecita, sia che esso venga dalle mafie, sia che esso venga da attività quali la corruzione, la bancarotta fraudolenta e via elencando” afferma Pignatone. Passaggio inevitabile quello svolto sia da Pignatone, che da Prestipino, sul “Cafè de Paris”, il locale della “Dolce Vita”, ritenuto nella disponibilità delle cosche della ‘ndrangheta. I due magistrati hanno ricostruito le dinamiche che hanno portato all’acquisizione del locale di via Veneto da parte dei calabresi: “Ma allora non hai capito: a Reggio Calabria si vuole così” diranno alcuni personaggi di fronte alla riluttanza del vecchio proprietario.

E’ la “zona grigia”, su cui si intrattiene particolarmente il procuratore aggiunto Michele Prestipino: Non c’è mafia vera, che sia cosa nostra, che sia ‘ndrangheta, che sia camorra, la quale nel corso del tempo – quando dico “tempo”, possiamo partire senz’altro dall’unità d’Italia – non abbia avuto rapporti con la politica, con la pubblica amministrazione e con gli apparati. Questa non è una variabile. È un elemento strutturale di come l’organizzazione è presente, esiste e opera.
Se noi vogliamo ricostruire questa rete relazionale, che è   importantissima, perché senza la ricostruzione di questa rete poi l’azione di contrasto è un’azione – per carità – meritoria, ma certamente spuntata e non efficace come potrebbe essere, l’unico metodo verificato è quello di partire dal cuore dell’organizzazione, cioè dalle condotte degli associati, degli affiliati mafiosi, e del loro sistema di rapporti, per estendere le indagini da quel cuore verso l’esterno e dal basso, procedendo dal livello dell’organizzazione ai livelli più alti. Si va, quindi, dal basso verso l’alto e dall’interno verso l’esterno. Mi permetto di dire – davvero con il massimo dell’umiltà, perché   sono processi che abbiamo seguito e curato, ai quali ho anche preso personalmente parte quando ero alla procura di Palermo e alla procura di Reggio Calabria – che, quando c’è stata condanna definitiva di alcuni soggetti che vogliamo definire colletti bianchi, politici, pubblici amministratori, ci si è arrivati esattamente seguendo questo metodo, quello che dicevo prima”.

Ma è il territorio di Ostia quello ad attirare di più l’interesse dei magistrati, anche alla luce della sua “effervescenza” criminale: “Per la prima volta, nel territorio di Roma Capitale è stata provata, secondo noi e secondo quelle che sono, allo stato, le risultanze processuali – non abbiamo sentenze definitive perché abbiamo cominciato da poco – la presenza di due organizzazioni mafiose strutturate ai sensi dell’articolo 416-bis” dice Pignatone. Su quel territorio, come spiegato da Prestipino, vi sarebbero due gruppi distinti: “Il primo è un gruppo che ha un radicamento storico e che storicamente,  davvero da tantissimi anni, ha funzionato e opera come proiezione su un territorio extraregionale, fuori dalla Sicilia, di una famiglia mafiosa siciliana storicamente radicata e riconosciuta in passato come di grandissima potenza e potenzialità offensive mafiose, la famiglia Caruana-Cuntrera, che ha da sempre operato nell’area dell’agrigentino. Questo gruppo, che opera su Ostia, ha al vertice dei componenti, persone fisiche, che hanno con i Caruana e i Cuntrera dei legami storicamente accertati, legami non soltanto personali, ma anche dal punto di vista di interessi economici e patrimoniali. Questi legami li hanno mantenuti nonostante da tantissimi anni i Caruana e i Cuntrera siano lì ad Agrigento, mentre questi signori si sono stabilizzati e radicati sul territorio di Ostia. Contemporaneamente a questo gruppo, che noi possiamo inquadrare nel paradigma che io chiamavo proiezione di un’organizzazione conosciuta e radicata altrove, ha operato sul territorio di Ostia un altro gruppo. Anche a questo secondo gruppo è stata effettuata la contestazione del reato di cui all’articolo 416-bis, ma, e questa è una novità, si tratta di un gruppo che ha origini assolutamente autoctone. Tale gruppo non ha alcun legame con organizzazioni mafiose di tipo tradizionale, cioè cosa nostra, ‘ndrangheta e gruppi di camorra, ma al proprio interno ha assunto una strutturazione tipica dell’organizzazione mafiosa, opera in settori di privilegio e di intervento tipici dell’attività di chiara matrice mafiosa, come vedremo, e persegue i propri obiettivi e realizza i propri interessi con il metodo mafioso [...] Se noi potessimo cancellare la collocazione geografica di questi soggetti su Ostia e immaginarli in un’area territoriale della provincia di Reggio Calabria o della provincia di Palermo, di Trapani o di Agrigento, potremmo non cambiare nulla”.

Ma l’obiettivo di Pignatone e Prestipino è quello di mettere un nuovo punto fermo nella storia giudiziaria del contrasto alle mafie nel territorio romano: “Restando strettamente all’oggetto organizzazioni di stampo mafioso, finora emerge che non c’è una presenza strutturata come può essere quella di Napoli, Reggio Calabria o Palermo, ma non c’è neanche un fenomeno come quello osservato in Lombardia, ossia la presenza di una serie di cosche di ‘ndrangheta strutturate esattamente come nella provincia di Reggio Calabria e con quelle in contatto”.

Ecco l’ipotesi della “quinta” mafia”, che l’aggiunto Prestipino definisce così: “Un’espressione estremamente suggestiva e anche bella, per la verità. Tuttavia, parlare di “quinta mafia” con riferimento a Roma e al Lazio implica un giudizio finale al quale, come diceva prima il procuratore, ancora noi dobbiamo certamente pervenire, anzi – lo dico in tutta franchezza e umiltà e perché mi piace restare aderente ai fatti – da cui siamo ben lontani. Parlare di quinta mafia significa che questa sarebbe una quinta mafia, come cosa nostra e la ‘ndrangheta. Siamo già in presenza di un’organizzazione stabilizzata, con regole, vertici e strutture. Da un punto di vista dei fatti acquisiti possiamo dire che noi abbiamo certamente elementi che ci fanno pensare che ci sia forse più di un gruppo autoctono che si atteggia e che si è organizzato secondo schemi, metodologie, obiettivi e attività propri delle mafie. Sicuramente sono più di uno questi gruppi e il problema non riguarda solo Ostia, ma è tutto da esplorare il terreno delle interrelazioni tra questi gruppi, degli eventuali rapporti, dell’eventuale presenza di regole di interazione, di accordo e di simbiosi operativa.
Io credo che noi questo lo dobbiamo tenere presente prima di arrivare a un giudizio conclusivo che implica una valutazione su tutti questi dati e che è senz’altro un passo in avanti”.

Insomma, Pignatone e Prestipino vogliono fare a Roma quello che hanno fatto a Reggio Calabria. Creare un “giudicato” solido che possa certificare non solo la presenza delle mafie nella Capitale e nei suoi dintorni, ma anche spiegare dettagliatamene le caratteristiche del fenomeno. Inevitabile, quindi, il passaggio sull’indagine “Crimine”, bistrattata sul territorio calabrese, ma guardata con rispetto, quasi con ammirazione in ogni parte d’Italia: “Quello che è avvenuto a Milano gioca a favore anche della comprensione di Roma. Il fatto che – ormai credo sia una convinzione non dico unanime, ma abbastanza diffusa in tutta Italia – bisogna porsi il problema se ci sono le mafie e che cosa fanno le mafie fuori dalle regioni tradizionali, in cui il punto più importante, io credo, è stata l’operazione “Crimine” fatta da Reggio Calabria e Milano, che ha avuto un impatto sull’opinione pubblica qualificata e meno qualificata imponente, che continua, secondo me, aiuta a porre il problema. Questo ci aiuta a capire il problema e, laddove c’è, a dare una risposta positiva o negativa, sia a livello di giudici, di magistrati, di pubblica accusa e ancora più di giudicante, sia a livello di opinione pubblica generale, anche nelle altre regioni. Finora, invece, tutto sommato, si è ritenuto che quello delle organizzazioni mafiose fosse un problema marginale in una realtà come Roma”.

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