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BASTA,BASTA CON QUEST’ANTIMAFIA DELLE CHIACCHIERE E DEL BUSINESS.NON SE NE PUO’ PIU’.LA GENTE PERBENE E’ INDIGNATA.LA LOTTA ALLE MAFIE SI FA INNANZITUTTO GRATIS E SENZA INTERESSI E,POI,CON I FATTI,CON L’INDAGINE E LE DENUNCE,NOMI E COGNOMI. SERVONO “ZAPPATORI”,PERSONE CHE CERCANO E PORTANO A CHI DI DOVERE NOTIZIE NON CHIACCHIERE E PAROLAI E PROFITTATORI.QUA LA GENTE MUORE,VIENE UCCISA,I TESTIMONI DI GIUSTIZIA VENGONO TRATTATI A PESCI IN FACCIA ED AFFAMATI,MENTRE CI SONO INDIVIDUI SENZA SCRUPOLI ED UN MINIMO DI PIETA’ CHE,ANZICHE’ A QUESTI,PENSA A BEN ALTRO.VERGOGNATEVI!!!!!!!!!!!

La moglie del caposcorta Strage di Capaci, la vedova di Antonio Montinaro: “Basta con l’antimafia da parata” Basta con la retorica del ricordo, in una nota Tina Montinaro accusa “Anche quest’anno le istituzioni regionali e la classe politica siciliana si sono contraddistinte per il manifesto disinteresse verso la memoria di Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo”. Ricorda poi che il Parco delle Memorie non è mai stato costruito CondividiTweet46 Tina Montinaro Roma 21 maggio 2014Basta con la retorica del ricordo, con “l’antimafia da parata”. È l’appello di Tina Montinaro, moglie di Antonio Montinaro,il caposcorta di Falcone morto nella strage di Capaci e presidente dell’associazione Quarto Savona Quindici. Un appello che è anche un’accusa alle istituzioni. In una nota scrive “Anche quest’anno le istituzioni regionali e la classe politica siciliana si sono contraddistinte per il manifesto disinteresse verso la memoria di Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo, i tre poliziotti, morti il 23 maggio del 1992 sull’autostrada A29, insieme al giudice Giovanni Falcone e a sua moglie Francesca Morvillo”. Di fronte a questo disinteresse si augura che i politici conservino “un briciolo di coerenza e onestà intellettuale, non sfoggino la solita retorica del ricordo, buona solo a far passerella sul palcoscenico”. Parla anche del Parco delle Memorie, mai costruito. “Dal 2012 – continua Tina Montinaro – si attende che partano i lavori per il Parco della Memoria Quarto Savona 15, che doveva nascere sul tratto della A29 tra Capaci a Palermo dove è avvenuto l’attentato e in cui avrebbe potuto trovare una degna collocazione il relitto dell’auto su cui viaggiavano mio marito Antonio, Vito e Rocco. Avevamo avuto l’assicurazione dall’allora governatore Raffaele Lombardo che ci sarebbero stati i finanziamenti, ma oggi non si trova né la delibera promessa né i finanziamenti”. “Che dicano chiaramente non ce ne frega un accidente della memoria di quel giorno” la provocazione della vedova Montinaro rivolta alla politica. “Ho chiesto più volte all’attuale presidente della Regione, Rosario Crocetta, di incontrarmi, ma è stato tutto inutile, come vane sono state le rassicurazioni di molti politici”. – : http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Strage-di-Capaci-la-vedova-Montinaro-basta-con-la-retorica-del-ricordo-e-antimafia-da-parata-

Orrore! Questi fatti si verificano nei paesi più incivili e sottoposti ai peggiori regimi dittatoriali del mondo. Fra i dossierati il nostro V.Segretario Andrea Cinquegrani,direttore dell’ex “Voce della Campania” ed ora “Voce delle Voci” ed i cari amici Mario Almerighi,magistrato e già Presidente del Tribunale di Civitavecchia,Elio Veltri ecc.

Sismi: parlano i dossierati da Pompa e Pollari. Tutti contro il segreto di Stato

Sismi: parlano i dossierati da Pompa e Pollari. Tutti contro il segreto di Stato

Palazzi & Potere

 

C’è chi ha preferito non costituirsi parte civile. C’è chi parla di danni subiti. E Chi tira in ballo la Cia. Da Caselli a Giulietto Chiesa, da Di Pietro a Furio Colombo, da Salvi a Veltri, grande malcontento per la decisione del governo Renzi

C’è chi parla di danni subiti, come l’ex procuratore Antonio Ingroia che denuncia «una massiccia campagna di discredito nei suoi confronti». C’è chi ha preferito non costituirsi parte civile al processo perché convinto che «la questione dovesse essere spogliata di qualunque profilo personale soggettivo», come l’altro magistrato Gian Carlo Caselli. C’è ancora chi, come il giornalista e scrittore, Giulietto Chiesa, vede la mano dei servizi segreti americani. E ancora chi, come Andrea Cinquegrani, direttore della”Voce della Campania”, denuncia una serie di gravi ripercussioni sulla propria attività professionale. Tutti però concordano su un punto: «E’ assurdo mettere il segreto di Stato sulla vicenda». Ilfattoquotidiano.it ha contattato alcuni dei magistrati, politici e giornalisti finiti nel mirino della struttura organizzata a Roma, in via Nazionale 230, tra il 2001 e il 2006, dall’ex capo del Sismi Niccolò Pollari e dall’agente Pio Pompa. Personaggi oggetto di “attenzioni” e dossieraggio perché più o meno considerati avversari dell’allora premier Silvio Berlusconi. Una vicenda su cui pesa come un macigno la posizione assunta dai governi che si sono succeduti in questi anni, accomunati dalla scelta di apporre il segreto di Stato. Dal governo Prodi a quello attuale di Matteo Renzi, che lo ha riproposto manifestando l’intenzione di sollevare nuovamente di fronte alla Corte costituzionale il conflitto di attribuzione, come ha scritto il direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza di Palazzo Chigi, Giampiero Massolo, allo stesso Pollari chiamato a deporre sull’affaire dai magistrati di Perugia. Ebbene, cosa dicono i dossierati su quello che sta succedendo? Come giudicano la riproposizione del segreto di Stato? Come hanno vissuto l’intrusione nella loro vita professionale e privata? Che danni ne hanno ricevuto?

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MARIO ALMERIGHI, ex magistrato: «Credo che l’ampiezza del segreto di Stato sia inversamente proporzionale ai livelli di democrazia di un Paese. Quando venni a conoscenza della vicenda, tenuto conto dei processi che in quel periodo stavo trattando e di quelli che avevo trattato in passato, la cosa non mi sorprese affatto. Mi sorprese l’esiguo numero dei magistrati romani inseriti nell’elenco. L’unica cosa che mi preoccupò alquanto fu che nel documento di Pompa si diceva anche che nei confronti delle persone “attenzionate” potevano essere poste in essere anche “azioni violente”. La mia preoccupazione aumentò quando, in seguito al mio trasferimento a Civitavecchia come presidente di quel tribunale, mi venne tolta la scorta. Ma, visto che oggi posso tranquillamente rispondere a queste domande, devo dedurre che quella decisione fu giusta».

GIANCARLO CASELLI, ex magistrato: «Io non riesco a capire che razza di segreto di Stato possa esserci quando si tratta di un’attività di spionaggio nei confronti di servitori dello Stato che facevano soltanto il loro mestiere e il loro dovere, a volte, come nel mio caso e di tanti altri magistrati “spiati”, anche rischiando la pelle. Il segreto di Stato su questi argomenti è un ossimoro. Premesso che non discuto le decisioni diverse dalla mia, di non costituirmi parte civile, credo che la questione dovesse essere spogliata di qualunque profilo personale soggettivo. Secondo me, infatti, era ed è una grave questione di carattere pubblico-istituzionale, quindi ho ritenuto opportuno lasciare soltanto alle sedi istituzionalmente competenti il compito di affrontare questo problema che riguarda soprattutto il funzionamento di strutture pubbliche».

GIULIETTO CHIESA, giornalista e politico: «Il segreto di Stato è giustificabile quando riguarda gli interessi nazionali dell’Italia. Ma non è questo il caso. Ci sono dei sacrari che sono al di fuori di ogni controllo democratico e legale. Questi sacrari riguardano il comportamento dei servizi segreti italiani, che sono una dépendance dei servizi segreti americani. Il potere di interdizione degli Stati Uniti è più forte di qualsiasi legge italiana».

ANDREA CINQUEGRANI, giornalista: «Il segreto di Stato si pone quando ci sono delle emergenze nazionali e internazionali. Invocarlo per un’attività di dossieraggio che cosa ha a che vedere con la sicurezza nazionale? Questa follia si è perpetuata in modo bipartisan in tutti i governi. Tra l’altro il governo Renzi ha parlato di desecretare tutti i documenti e di trasparenza, allora perché inciampare su questa vicenda? Siamo stati spiati dal 2001 al 2006. In quegli anni ero già direttore de “La Voce della Campania”, facevamo un giornale autofinanziato, è plausibile pensare che essere stati attenzionati in quel modo dai servizi segreti, essere stati definiti una sorta di “al Qaeda dell’informazione”, una cupola di controinformazione anti-Berlusconi, possa aver delegittimato la nostra testata, creando effetti negativi sugli introiti pubblicitari, ledendo la nostra immagine e provocandoci danni morali ed esistenziali».

FURIO COLOMBO, giornalista e politico: «Il segreto di Stato su questa vicenda è una decisione grave e sbagliata. I fatti risalgono a quando ero direttore de “l’Unità”. Anche se in quel momento non potevano esserci per me delle ripercussioni professionali, un dossieraggio di questo genere determina comunque un alone infido intorno a una persona. Non ho avuto modo di verificare se ci sono stati degli effetti negativi, perché non cercavo lavoro, non avevo bisogno di referenze e dopo quel dossieraggio sono stato eletto anche senatore. Ipotizzo comunque di aver subito un danno anche grave. Ognuno di noi può dire quante porte gli si sono aperte nella vita, ma nessuno può sapere quante siano quelle rimaste chiuse».

ANTONIO DI PIETRO, politico: «Roba da pazzi, questo non è segreto di Stato. Ho il cuore pieno di amarezza».

ANTONIO INGROIA, ex magistrato: «È grave che oggi lo Stato preferisca ancora la copertura, appellandosi al segreto di Stato e parlando di possibile conflitto di attribuzioni. Mentirei se dicessi che sono sorpreso. L’Italia, infatti, è un Paese in cui non c’è alcuna voglia di scoperchiare certe pentole. Fa poi riflettere che questo comportamento sia tenuto da una figura come Matteo Renzi che si presenta come il nuovo e il rottamatore.  Io sono stato spiato durante la mia attività di pubblico ministero. È una vicenda per la quale sono indignato come persona e amareggiato come uomo dello Stato. Mi ha creato più danni di quanto sembri, visto che c’è stata una campagna massiccia di discredito nei miei confronti».

LIBERO MANCUSO, ex magistrato: «Trovo assurdo che il premier Renzi, dopo essersi impegnato a togliere il segreto di Stato da tutti gli atti secretati, non sembra intenzionato a farlo per questa vicenda paradossale, intimidatoria e molto oscura che vede coinvolti un organo di controspionaggio e una serie di magistrati che non hanno fatto altro che il loro dovere. Io ho avuto circa dieci inchieste disciplinari, da cui comunque sono sempre uscito indenne».

PAOLO MANCUSO, magistrato: «Il permanere del segreto di Stato è disarmante, una situazione che non riesco a comprendere. Mi sono sentito molto turbato da questa vicenda che non è rimasta isolata. Ho presentato, infatti, denunce per questa situazione e per altre avvenute successivamente sempre ad opera, secondo me, di personaggi appartenenti all’area dei servizi segreti, da cui sono stato attenzionato e monitorato».

CESARE SALVI, politico: «È strano e inquietante che su questa vicenda ci sia il segreto di Stato. Non si capisce il motivo, è evidente che c’è qualcosa che non sappiamo. Quando sono venuto a sapere di essere tra le persone oggetto di queste attività, mi sono molto infastidito. Anche se non ho niente da nascondere, ho sentito lesi molti miei diritti».

ELIO VELTRI, giornalista e politico: «Il segreto di Stato su una vicenda che ha coinvolto persone spiate solo per le loro idee politiche è inspiegabile e inaccettabile. Un fatto di una gravità inaudita, come gravissima è la minaccia di sollevare il conflitto di attribuzioni».

 

 

Magdi Allam: “In Italia la mafia è Stato”

Redazione- Magdi Cristiano Allam commenta le dichiarazioni di Papa Francesco circa la scomunica dei mafiosi.:

E’ doveroso domandarci chi è, veramente, la mafia in Italia; sono semplicemente dei gruppi criminali che pongono il pizzo ai commercianti, che lucrano attraverso il traffico della droga e dei clandestini?

E’ la MASSONERIA, che in modo più o meno occulto controlla il potere ovunque nel mondo? E’ il gruppo Bilderberg, che associa ‘chi conta’nella finanza, nell’economia, nella politica internazionale? 

C’è invece un’altra realtà che è lampante, che è cristallina, che è di fronte ai nostri occhi, ed è la realtà di questo nostro stato.E’ uno stato che ci vessa imponendoci fino all’80% delle tasse, che finisce per impoverirci.

E’ uno stato che sta condannando a morte le imprese imponendo circa un centinaio di diversi tipi di tassazioni e di balzelli, e circa un centinaio di controlli amministrativi.

E’ uno Stato che ha svenduto la nostra sovranità monetaria,all’80% quella legislativa, e che si appresta a rinunciare del tutto alla sovranità nazionale. E’ uno stato che ci impone di essere assoggettati ad una moneta straniera, l’euro, che ci obbliga a indebitarci per ripianare il debito.

Attraverso il debito noi veniamo noi di fatto veniamo condannati alla povertà. E’ uno stato che oggi ha prodotto 4.100.000 italiani che non hanno i soldi per mangiare…”

Mancata erogazione emolumenti Clp Caserta Clp Caserta, (questi sono i commissari prefettizi” )dopo Marzo, poi Aprile, i “Dipendenti/Lavoratori” aspettano le spettanze….. , oggi siamo al 17/05/2015. Questo documento la dice lunga.

Sabelli ( ANM )- Bisogna avere più coraggio nel combattere la corruzione .Il problema della prescrizione nei processi

 

Rodolfo Maria Sabelli: “Legge anticorruzione, bisogna avere più coraggio nel combattere il malaffare”

Il presidente dell’Anm è critico nei confronti delle mosse del governo e indica la strada da seguire: “Prescrizione bloccata definitivamente almeno con il primo grado e corruzione trattata per quello che è, un reato grave come la mafia”

 

i LIANA MILELLA

Rodolfo Maria Sabelli:
Rodolfo Maria Sabelli

ROMA – “Prescrizione bloccata definitivamente almeno con il primo grado, corruzione trattata per quello che è, un reato grave come la mafia”. Parte da qui il presidente dell’Anm Rodolfo Maria Sabelli per criticare le mosse del governo.

Stop and go sulla prescrizione per la corruzione. Alla Camera era aumentata del doppio, ma ora la maggioranza vuole fare marcia indietro e ridurla. Che impressione le fa questo tira e molla?
“Prima ancora delle critiche tecniche credo che in questo modo si trasmettano messaggi negativi su un tema, quello della lotta alla corruzione, che richiede al contrario coerenza e forte determinazione”.

È in atto uno scontro politico tra Pd e Ncd. Aumento per la corruzione sì, ma non troppo. Spostare da una parte all’altra del codice penale questo aumento è la stessa cosa oppure il risultato è negativo?
“Si dovrebbe fare per la corruzione quel che è stato fatto per altri reati gravi, come l’omicidio colposo, la violenza sessuale, l’associazione mafiosa. Cioè aumentare il termine ordinario modificando l’articolo 157 del codice penale che è la norma base per disciplinare il tempo necessario a prescrivere”.

Che succede, invece, se questo aumento, peraltro ridotto, viene spostato in un altro articolo del codice, il 161, che regola il rapporto tra prescrizione e atti del processo?
“C’è una differenza molto importante. Col testo approvato alla Camera il reato di corruzione, anche qualora non venga scoperto, ha una prescrizione ordinaria di 15 anni, dando per buono l’aumento di pena da 8 a 10 che scatterà con la legge anti-corruzione. Invece, se si segue la strada del 161, la corruzione si prescriverà in 10 anni se non vengono compiuti prima atti processuali. Ma la corruzione è un reato talmente grave che deve essere trattato come i reati di mafia”.

E cioè?
“Prescrizione raddoppiata, ma anche intercettazioni, attività sotto copertura. Strumenti investigativi previsti anche dalle convenzioni internazionali e che continueranno a mancare anche dopo la riforma”.

Ma questa riforma della prescrizione, nel suo complesso, è giusta o sbagliata?
“La scelta è del tutto insufficiente. Bisogna avere più coraggio, non basta sospendere temporaneamente la prescrizione dopo la condanna

di primo grado, ma bisogna sterilizzare i suoi effetti negativi bloccandola definitivamente almeno con la sentenza di primo grado. In questo modo non accadrà più che l’obiettivo del processo possa essere l’estinzione del reato, e non l’accertamento dei fatti”.

Una proposta ardita,che sicuramente provoca polemiche,ma che tocca un tema delicato e spinoso,quello dell’assegnazione o meno alle Associazioni dei beni confiscati alle mafie.Noi dell’Associazione Caponnetto da sempre sosteniamo che le Associazioni,per fare vera antimafia,debbono bandire la politica del business e degli affari.D’altra parte da uno Stato e da una politica che spesso ci appaiono con il volto della mafia non é quanto meno opportuno accettare soldi e beni .Il farlo significa compromettersi con essi e la compromissione ,poi,impedisce di essere liberi a chi vuole effettivamente combattere le mafie che si nascondono proprio nel potere.Eh,sì,perchè é proprio nel potere,nelle istituzioni,nei partiti che si trovano i mafiosi,quelli del primo ,del secondo livello,quelli che comandano e non i quaquaraquà dell’ultimo livello. Accettare da essi soldi e beni significa perdere l’autonomia e,di conseguenza,la libertà di attaccarli quando vanno attaccati. Un tema,quindi,quello trattato nell’articolo che riportiamo,dirompente,ma importante per…………….”capire” chi é di qua e chi di là……………………………..

Le case sottratte alla mafia vadano agli sfrattati e non alle associazioni

  • MilanoPost Quotidiano Online di Informazione e Cultura
  • Le case sottratte alla mafia vadano agli sfrattati e non alle associazioni.
  • Milano 16 Maggio -
  • Il Comune di Milano ha ricevuto negli ultimi anni 151 fra alloggi e immobili sequestrati alla mafia. Esiste una Agenzia nazionale, ANSBC, che amministra e poi assegna ai Comuni tutti i beni che vengono sottratti alla mafia da decisioni della magistratura.

Bene, fino ad oggi questi beni sono stati assegnati ad Associazioni. In alcuni casi sono stati Agenzia-beni-confiscati-624concessi a Comunità che vi ospitano ragazze madri, minori, qualche famiglia in difficoltà.

La emergenza casa che attanaglia la città, le centinaia di famiglie sfrattate a cui il Comune non riesce ad assegnare alloggi popolari (cosa sempre avvenuta fino all’arrivo di Pisapia) impongono di pensare una scelta diversa.

Per questo motivo ho chiesto all’Assessore Majorino e presenterò una mozione affinché questi appartamenti vengano messi a disposizione dell’ufficio assegnazioni ERP (Edilizia Residenziale Pubblica).

Spesso questi beni sono proprio appartamenti, in buono stato (i mafiosi si trattano bene), adattissimi a ospitare famiglie, senza dover attendere gli estenuanti tempi di ristrutturazione di Demanio comunale e Aler.

E allora, visto che nei prossimi mesi di alloggi sequestrati ne arriveranno a decine, perché non concederli in affitto alle famiglie che, secondo la legge, hanno diritto alla casa ma che devono aspettare, quando va bene, anni?

Sicuramente oggi questa è l’emergenza, mentre le Associazioni che hanno ricevuto questi beni non sempre li utilizzano in maniera efficace e corretta, talvolta fanno politica e basta. Su questo sto preparando un dossier. Adesso però attuiamo questa semplice proposta in fretta anziché prendercela come sempre con l’Aler o la Regione.

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firma-fabriziodepasquale.new

Fabrizio De Pasquale

L’antimafia che non sognavo .Di questo,fra le altre cose,discutiamo nell’assemblea dell’Ass.Caponnetto del 16 maggio 2015 a Formia.

Biagio aveva il viso pulito dei quattordicenni, con una polvere di tristezza: come se avesse saputo della sua morte imminente. Giuditta aveva diciassette anni, guance di pesca e un sorriso che occupa per intero la fotografia sul comodino della camera da letto di sua madre.

Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella, studenti del liceo classico ‘Giovanni Meli’, di Palermo, il 25 novembre del 1985, aspettavano l’autobus all’uscita dalla scuola, a piazza Croci, in una giornata di sole. Una macchina che scortava i giudici Leonardo Guarnotta e Paolo Borsellino piombò sulla fermata, al termine di una sventurata carambola. Fu un massacro in quella zona residenziale che prese le sembianze di Beirut, con due morti e parecchi feriti inscritti nel bilancio della tragedia. L’operaio Nicola Siciliano vide il figlio Biagio già cadavere, steso su un lenzuolo, mentre era in affannosa ricerca con sua moglie, Maria Stella. Il vicequestore Carlo Milella trascorse lunghe notti di veglia, con Francesca. La preghiere dei genitori per la figlia non vennero esaudite: Giuditta spirò una settimana dopo.

Io aspettavo con gli altri alla fermata, quel 25 novembre. Antonio della sezione F si avvicinò: Torniamo a casa a piedi, dai”. Ci incamminammo. Eravamo già lontani e correva la prima ambulanza, poi la seconda, poi la terza…
Le scuole di Palermo bruciarono di sdegno. Morire di mafia era orrendamente logico. Ma non si poteva morire così, giustiziati da un’Alfetta di scorta ai giudici. Che legalità era quella che uccideva i ragazzi, anche se involontariamente, come una divinità assetata di vite umane? Qualcuno propose: “Andiamo al tribunale a spaccare i vetri a sassate”. Nel clamore, si levò, autorevole, la voce dell’antimafia studentesca, che riempiva la città con i cortei a sostegno delle toghe sotto assedio: “I nostri compagni sono morti di mafia, vittime del clima di terrore che i magistrati, minacciati da Cosa nostra, subiscono. Palermo è una trincea di ferro e fuoco. C’è il maxi-processo contro la Cupola che provoca estreme misure di sicurezza”.

Il rosario dei caduti era tristemente noto: Piersanti Mattarella, presidente della Regione, Emanuele Basile, capitano dai carabinieri, Gaetano Costa, procuratore, Pio La Torre, onorevole comunista, Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto… E adesso Biagio e Giuditta. “Grazie al loro sacrificio – insisteva la voce – avremo la Sicilia che abbiamo sempre sognato. Asciughiamo le lacrime. Seppelliamo i morti e i propositi di violenza”. Noi ci rassegnammo al prezzo da pagare. Dovevamo solo avere pazienza, marciare dietro gli striscioni, le bare e portare, in silenzio, la croce della nostra adolescenza spezzata.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano persone serie, non avrebbero gradito i necrologi apparecchiati dalla retorica. Giovanni Falcone amava Francesca Morvillo; morì con la disperazione di saperla accanto a sé sull’autostrada di Capaci. Un suo collaboratore conservò in un cassetto del Palazzo di giustizia un bigliettino, con la dedica: “Giovanni, sei la mia vita. Firmato: Francesca”. Paolo Borsellino era un uomo profondo e allegro, capace di reggere un filo di spensieratezza sul baratro dei rischi che affrontava. Sapeva a memoria tomi interi di barzellette. Negli ultimi tempi – tra Capaci e via D’Amelio – aveva perso ogni levità, perché sentiva il colpo in arrivo. Talvolta, si rifugiava da un barbiere che portava il suo stesso nome. E Paolino, il barbiere, suggeriva a Paolo il giudice: “Dottore, ha fretta? La faccio passare per primo?”. La replica, tra angoscia e ironia, non cambiava mai: “Non mi disturbare. Ho solo quest’attimo di serenità…”.

La domenica mattina, il dottore Borsellino, si allontanava, talvolta, per iniziare una lentissima passeggiata dal portone di casa fino all’edicola. Misurava i passi. Incedeva con calma, come per suggerire: “Prendete me. Lasciate stare gli agenti, la mia famiglia. Sono qui”. Ma i suoi boia ragionavano con la sottile crudeltà di menti raffinatissime. Lo lasciarono sopravvivere fino al tritolo designato.

Ai funerali di Falcone, c’ero. Ricordo la chiesa, talmente gremita da provocare sgomento, e l’orazione funebre di Rosaria Schifani, moglie dell’agente di scorta, Vito: “Io vi perdono, ma vi dovete mettere in ginocchio”. Ci inginocchiammo per omaggio, colpevoli e innocenti. Era il prezzo da pagare. Un giorno, avremmo conosciuto una Sicilia diversa. Io, compagno di morti, concittadino di morti, io che, ovunque girassi lo sguardo, vedevo soltanto morti, avrei finalmente toccato con mano la mia terra liberata dall’antimafia, la resurrezione che avevo sempre sognato.

Molti anni dopo, splende ancora il sole a Palermo. Alla fermata dell’incidente, una targa un po’ arrugginita raccoglie qualche mazzo di rose che i superstiti e gli alunni contemporanei depongono ogni 25 novembre e che appassisce in fretta. Via Libertà è chiusa al traffico. Sta sfilando un corteo per il pm Nino Di Matteo, incaricato del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Sono anch’io lì, con un fiore di gelsomino tra le dita. Così posso guardare la mia speranza rinsecchirsi, insieme ai fiori per Biagio e Giuditta.

C’era una volta la bella antimafia che riempiva le piazze e le chiese. Ora ci sono quattro volenterosissimi gatti; i ragazzi di un istituto che hanno sfruttato l’occasione dell’assenza fungono da supporto logistico alla pochezza dei presenti. Sorridono. Un tizio con l’altoparlante – tutto rap e barbetta – detta i tempi degli slogan. Si balla e si canta. Con allegria. Un’allegria di troppo. Tese e serrate apparivano le facce dei giovani degli anni Ottanta e Novanta, schierati dietro uno striscione. Erano caduti i nostri compagni, avevano ammazzato i giudici. Eravamo cresciuti tra una fermata d’autobus e le lamiere di Capaci e via D’Amelio. Non riuscivamo a sorridere.

Cera una volta l’antimafia della consapevolezza che conosceva la sua rotta e le biografie dei martiri. Ora ci sono i bambini deportati a Palermo il 23 maggio e il 19 luglio, per Falcone & Borsellino. Scendono dalle navi della legalità, festosi, con cappellini colorati. Intruppati, passeggiano fino all’aula bunker del carcere ‘Ucciardone’, lì dove si celebrò il maxi-processo. Ascoltano un concertino di musiche popolari ai piedi dell’albero Falcone, in via Notarbartolo, ornato da salmi e omelie di altissimi rappresentanti delle istituzioni. Di sera, risalgono sulle grandi imbarcazioni che li riporteranno indietro. Non sapranno mai davvero nulla di quegli anni, delle lotte studentesche, di Biagio e Giuditta, del bigliettino di Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino che smise di raccontare barzellette, dello strazio di Nicola e Maria Stella Siciliano, di Carlo e Francesca Milella che attesero invano una guarigione, pregando. L’antimafia che era bellezza consapevole si è spenta in un folclore irrilevante, in una galleria di statue di marmo che ha inghiottito le persone.

E c’era una volta l’antimafia del disinteresse. Sfilavamo per le strade, senza chiedere niente. Poi trionfò il professionismo dei redditi e della notorietà. L’albo delle figure professionali è appunto vasto. C’è l’agitatore delle folle. C’è il santone in odore di antimafiosità. C’è il giornalista che non ha notizie, tuttavia sforna le sue inchieste ‘scottanti’ che si venderanno a palate sull’apposito scaffale del circuito organizzato. C’è l’artista che produce creazioni impalpabili e acclamatissime, al limite del vilipendio di ciò che è sacro. C’è il politico a cui non farebbero amministrare nemmeno un condominio, che sta a galla, piazzando nella sua squadra personalità dal cognome evocativo, visto che non è difficile rintracciare un Carneade che – per ingenuità o ingenuo cinismo – si presti alla manfrina del nome associato all’incarico.

C’è l’amico di turno che non si esime dal narrare quanto fosse profondo il suo legame con “Giovanni e Paolo”, mettendo in scena una ribalta di familiarità, condita di cinismo. Non vorrebbe parlare, non vorrebbe esporsi… Eppure, il discretissimo destinatario di un legame tanto luminoso cede immancabilmente alla prepotenza della memoria offerta al pubblico, non per sé – si capisce – ma affinché risalti la gloria di quegli eroi inarrivabili. E parla, parla, con il ciglio inumidito di commozione, il cuore gonfio di orgoglio. Infine, approda lì dove doveva approdare, intanto che l’antimafia disinteressata di un tempo si è trasformata in opportunità di carriera.

C’è l’antimafia delle certezze che ha strangolato l’intelligenza dei dubbi che perfino noi ragazzi con le nostre tenere schiere dell’impegno nutrivamo. E cova le sue domande, però non desidera risposte. E sfrutta la mistica del complotto che tiene insieme servizi segreti deviati, poliziotti amici dei boss, carabinieri felloni, un paio di presidenti della Repubblica, nonché l’uomo delle pulizie pro tempore del tribunale di Palermo, altrimenti che fiction sarebbe? Ci sono cunicoli da scavare, storie da approfondire, correità da illuminare; ma l’antimafia delle certezze ripudia i sentieri della ricerca della verità, costellati di punti interrogativi. Sa già tutto e tutto ha già previsto. E se un giurista di sinistra – il professore Giovanni Fiandaca – si permette addirittura di avanzare un’ipotesi laica sulla vicenda della cosiddetta ‘Trattativa’, saltano su i chierici antimafiosi che lo scomunicano, friggendo di rabbia.

E c’è l’antimafia fai-da-te, delle vendette trasversali. Ognuno fabbrica la sua, con il suo libretto di istruzioni. Una volta assemblata, la userà alla stregua di un’arma finale contro il nemico di turno. Sulle trincee di interessi troppo convergenti per convivere pacificamente, divampa una guerra di bande partigiane che non hanno timore di usare la corda, o il coltello contro l’avversario più prossimo, di solito un altro antimafioso che è salito troppo nell’apposita classifica; dunque, meglio che ritorni un po’ più giù. Allo scopo, possono tornare utili le testimonianze di improbabili pentiti, il sopracciglio alzato di pataccari di complemento, la voce stentorea di ombre che vomitano vecchi ricordi. Sotto gli occhi di tutti apparirà, unendo i puntini del discorso, il profilo dello smarrimento. Se tale è diventata l’antimafia dei buoni, cosa sarà mai la mafia dei cattivi?

C’era una volta l’antimafia: specchio limpido di coscienze, striscioni e passione. Nacque in mesi cruenti di stragi. Ora ci sono i cocci sparsi dell’opacità, i riflessi di una mistificazione, i vetri colorati di un’impostura che nessuno prende a sassate.

Quando finalmente tornai casa, quel 25 novembre, non sapevo nulla. Trovai mio padre che si era precipitato in strada, con i radi capelli spettinati – proprio lui che era un puntiglioso assertore del decoro – gli occhiali da professore appannati dal pianto, le pantofole ancora ai piedi: perché nell’orgasmo di venirmi a cercare, non se l’era neanche tolte. “Papà, che è successo?”. “C’è stato un terribile incidente a scuola. Una macchina di scorta è finita sui ragazzi. Ci sono morti e feriti”. E mi abbracciò. Biagio aveva un viso pulito, incipriato dal talco della tristezza. Giuditta aveva guance di pesca. Nessuno le avrebbe più baciate, nessuno li avrebbe abbracciati mai più.

E io sono rimasto qui, alla fermata, a domandarmi se ne sia valsa la pena, dove mai sia finita la speranza del sangue versato. Sono qui, che penso ai morti e depongo fiori di gelsomino, mentre guardo passare l’antimafia che non ho sognato.

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Arzano,un Commissario inopportuno!

Non é il caso che intervenga la Procura della Repubblica di Torre Annunziata per accertare la fondatezza o meno delle accuse mosse in tale articolo ?

Indagini della Prefettura e scuola Cesarano il M5S chiede chiarezza ai vertici dell’Amministrazione Cuomo

 

di Salvatore Caccaviello

Circa le vicende relative alle indagini della Prefettura sul Primo Cittadino, pubblicate da un  settimanale locale ed la vicenda legata alla scuola di Cesarano il Candidato Sindaco M5S, Rosario Lotito, vuole vederci chiaro.

Sorrento- Si infuoca la campagna elettorale nella città del Tasso, a 15 giorni dalle elezioni. Se l’attuale Maggioranza si fa pubblicità  presentando alla cittadinanza una serie di lavori promessi e quasi ultimati ,oppure appena iniziati… la concorrenza risponde con la carta stampata oppure con altri mezzi di comunicazione sulle promesse mancate oppure altre varie vicende gravi o meno gravi che interessano vari candidati in campo. Scalpore a tale proposito viene rilevato circa l’articolo pubblicato su di un noto settimanale  riguardante una vicenda che vedrebbe coinvolto il Sindaco Cuomo interrogato in Prefettura. Se dalla concorrenza qualcuno si frega le mani ,c’è qualcun altro, come il Movimento 5 Stelle che chiede che venga fatto chiarezza poichè viene tirato in ballo il Primo cittadino di Sorrento  che non è affatto cosa da poco. Sulla vicenda è infatti intervenuto a gamba tesa il  candidato sindaco Rosario Lotito che ha dichiarato: “In riferimento all’articolo pubblicato dalla rivista  M&D Sorrento in data 13/05/2015 a pag 3 dal titolo, la Prefettura interroga il Sindaco Cuomo, si è convinti che si tratti di una vicenda che non fa onore ad una citta dalla visibilità internazionale come Sorrento pertanto si auspica venga fatta chiarezza in nome della trasparenza e della buona politica”. “Inoltre -  ha proseguito Rosario Lotito -   “il M5S,anche a Sorrento, come lungo il territorio della penisola,sarà sempre in prima linea nelle battaglie a favore dei cittadini”.A tale proposito dopo la inaugurazione dell’edificio scolastico Vittorio Veneto, sul quale anche ,secondo il M5S ,bisognerebbe che amministrazione facesse chiarezza su determinate situazioni e dubbi sollevati a suo tempo dalle associazioni presenti sul territorio, Rosario Lotito ricorda che, “potrebbe essere opportuno ,prima delle votazioni che  il Sindaco Cuomo si pronunciassero in modo definitivo su di un’altra vicenda  tuttora avvolta nel mistero ossia la ristrutturazione della scuola di Cesarano. Sulla quale bisogna ricordare , dopo le dichiarazioni di un esponente del PD sorrentino secondo il quale il M5S non era mai stato presente sul territorio, che fu proprio grazie ad un intervento del M5S Sorrento che fu sventato un’ulteriore beffa ai danni della cittadinanza sorrentina”. – “Infatti” – continua Lotito – “ sulla scuola di Cesarano, bisogna ricordare, che a seguito  della Delibera di Giunta Municipale  n° 143 del 12 giugno 2014  e con l’avvallo del  Dirigente dell’UTC Ing. Alfonso Donadio, il cui operato, sia per  tale vicenda che in altre occasioni è stato alquanto discutibile, si decise di dare una soluzione al problema facendo alloggiare i bimbi in un prefabbricato da localizzare in un terreno di un privato. Operazione  che sarebbe costata alle casse comunali una spesa di oltre 100 mila euro all’anno. Non solo dopo un’attenta ricostruzione dei rapporti societari inerenti tale operazione, risultò, secondo il M5S, il diretto coinvolgimento del Sindaco e di un collaboratore dell’Assessore ai Lavori Pubblici, Raffaele Apreda.Tra le tante proteste  di associazioni ed membri dell’ opposizioni ,bisogna ricordare l’immediato e concreto intervento del Movimento 5 Stelle Sorrento che, a differenza del PD, dopo un’accurata indagine, diffuse un comunicato stampa che sollevò diverse perplessità sull’intera vicenda . Motivo per il quale si decise di investire  i Parlamentari del Movimento e continuare a vigilare sul caso della scuola “Cesarano” interessando alti livelli istituzionali. Fu proprio grazie a tale intervento che l’amministrazione Cuomo abbandonò il progetto del prefabbricato , facendo risparmiare centinaia di migliaia di  euro,oltre evitare una ulteriore speculazione ai danni della cittadinanza,decise di utilizzare la struttura di Villa Fiorentino”. “ Tuttavia” – conclude il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle -  “Circa le problematiche inerenti tale episodio, oltre alla ristrutturazione  vera e propria dell’edificio di via San Renato ,saranno i  primi obbiettivi che il M5 stelle Sorrento si prefigge di sottoporre all’attenzione del nuovo Consiglio Comunale.  In ogni caso sarebbe opportuno che il Sindaco Cuomo si pronunciasse su tale situazione  che come tante altre ignorate, interessa il quotidiano dei cittadini”.-  Quindi deciso e concreta l’azione di Rosario Lotito nei confronti dell’attuale Amministrazione e del Sindaco Cuomo . I quali,secondo i penta stellati ,oltre a mostrare, in questi anni, una certa” timidezza”nell’amministrare non ha saputo affatto gestire situazioni  di fondamentale importanza per la città ed il territorio  come appunto la emergenza scolastica ,la vivibilità della città e situazioni inerenti il dissesto idrogeologico e l’emergenza ambientale che tuttora continuano ad essere costantemente rilevate dalla maggior parte della cittadinanza. – 15 maggio 2015 – salvatorecaccaviello – positanonews.

 

Rifiuti e camorra.Confiscati beni ai fratelli Roma legati al gruppo Bidognetti dei Casalesi

Rifiuti e camorra, confiscati beni per 5 milioni a imprenditori legati ai Casalesi


 

di Mary Liguori

Rifiuti e camorra, confisca preventiva da cinque milioni di euro per il patrimonio dei fratelli Roma, imprenditori considerati legati al gruppo Bidognetti del clan dei Casalesi.

L’operazione della Dia di Napoli è stata eseguita sulla scorta di un decreto di confisca di prevenzione emesso dalla sezione Misure Prevenzione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere nei confronti dei fratelli Generoso, Raffaele ed Elio Roma, di Trentola Ducenta.

Il valore del patrimonio è pari a cinque milioni di euro.

Sigilli quindi alla Rfg srl, con sede a Trentola Ducenta, attiva nel settore del compostaggio, la Solar, con sede a Napoli, operativa nell’intermediazione dei servizi connessi alla gestione dei rifiuti, la Marino Srl, con sede a Trentola Ducenta, impegnata nello smaltimento rifiuti, la Sires Sas a Villa Literno presso un impianto di compostaggio, la Prodotti Ittici Argentario Srl, a Trentola Ducenta, la Masi ad Aversa, che si occupa di ristorazione.

I fratelli Roma erano in rapporti di affari con Gaetano Cerci, nipote del capoclan Francesco Bidignetti, “cicciotto ‘e mezzanotte” e Cipriano Chianese, imprenditore a sua volta impegnato nel settore dell’ecologia e già colpito da un sequestro in tempi recenti.

Il gruppo Roma avrebbe trasportato e smaltito rifiuti nel territorio campano, nell’interesse dei Casalesi: l’affair fruttava introiti che, secondo la Direzione investigativa antimafia, riempivano le casse dei Casalesi.

 

“La Voce di New York”. Angelino Alfano:” Ha vinto lo Stato”.A quale dei due Stati si riferisce il Ministro dell’Interno italiano,allo Stato legale o a quello illegale,allo stato-stato o allo stato-mafia ? Mai un giornale americano é stato così chiaro nell’illustrare la situazione del nostro Paese dove si combattono da decenni DUE Stati,lo Stato dei Falcone,Borsellino,Dalla Chiesa,delle migliaia di vittime della mafia,dei magistrati,dei carabinieri,poliziotti,finanzieri e delle persone perbene e quello dei delinquenti,dei Dell’Utri,dei Cuffaro,dei tanti uomini dello Stato e della politica responsabili dei tanti delitti ,dei tanti furti,delle ruberie che leggiamo tutti i giorni.

Mafia, Angelino Alfano: “Ha vinto lo Stato” Quale? Quello legale o quello deviato?


Giulio Ambrosetti
[10 May 2015 |

Le dichiarazioni del ministro Alfano sulla vittoria dello Stato sulla mafia ci danno l’opportunità per una riflessione sui due Stati italiani che, dal 1860 ad oggi, rappresentano il Belpaese tra poche luci, molte ombre e tanti delitti. Sinfonia sul covo di Riina oggi in possesso di quello Stato che nel 1992 non lo volle perquisire…

Totò Riina
Totò Riina

Ieri il Ministro degli Interni, Angelino Alfano, è venuto a Palermo a inaugurare la nuova caserma dei Carabinieri realizzata in quello che fu il covo di Totò Riina. L’ultimo covo, leggiamo giustamente su qualche giornale. Perché non sappiamo, nel corso di oltre quarant’anni di latitanza, quanti covi lo Stato ha assicurato a Riina. Alfano ha detto che lo Stato ha vinto. A nostro modesto avviso, la dichiarazione del Ministro è incompleta e prematura. E’ incompleta perché Alfano non ha specificato quale Stato avrebbe vinto. Infatti, di Stati, in Italia, dal 1860 ad oggi, ce ne sono sempre stati due: uno legale e l’altro colluso, o deviato. Quale dei due Stati avrebbe vinto? Detto questo, la dichiarazione è anche prematura. Perché, a nostro modesto avviso, come dimostra il processo sulla trattativa tra Stato e mafia, la guerra tra questi due Stati è ancora in corso. E a noi il risultato finale sembra ancora incerto. Basti pensare ai tentativi di delegittimare il Pm che regge l’accusa di tale processo, Nino Di Matteo, e alle vicissitudini che lo stesso magistrato sta vivendo per essersi ‘permesso’ di coinvolgere in questa vicenda giudiziaria personaggi dello Stato (di quali dei due Stati lo lasciamo decidere ai lettori).  

covo di Riina

Nell’opera I mafiusi di la Vicaria, scritta nel 1863 da Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca, il personaggio centrale di tale commedia, a un certo punto, viene fuori con un ragionamento dalla logica (mafiosa) stringente: ora, dice all’amico con riferimento all’unità d’Italia appena raggiunta, non è più come prima: ora non siamo più “fuori”, siamo “dentro”. Insomma, con i Borboni, nel Regno delle due Sicilie, i mafiosi erano contro lo Stato. Nell’Italia ‘unificata’, anche con l’apporto dei mafiosi unitisi ai ‘Mille’ di Garibaldi e Bixio, gli stessi mafiosi erano ormai “dentro lo Stato e non fuori” (l’eccidio di Bronte non è stato casuale).

Tutta la storia d’Italia degli anni successivi verrà contrassegnata dal rapporto ora tranquillo, ora dialettico tra i due Stati: quello fatto da persone per bene e quello fatto da collusi. Era così ai tempi di Crispi: basti pensare all’omicidio di Emanuele Notarbartolo. Giolitti esagerò, perché per assicurarsi l’appoggio di mafie e camorre varie che operavano nel Sud Italia (e quindi del secondo Stato) non esitò ad utilizzare i Prefetti, non sappiamo se del primo o del secondo Stato (in un celebre libro, Gaetano Salvemini definirà Giolitti “Il ministro della malavita”). Lo stesso Mussolini, quando Cesare Mori – noto come il “Prefetto di ferro” – nella sua crociata contro la mafia voluta proprio dal Duce, iniziò a toccare gli interessi della borghesia mafiosa, venne subito richiamato a Roma. Perché la borghesia mafiosa era fascista e anche lo stesso Mussolini non poteva fare a meno del secondo Stato. 

La borghesia mafiosa sarebbe diventata antifascista dopo la seconda guerra mondiale, prima monarchica e liberale, poi democristiana, ma con infiltrati in tutti i partiti, ad eccezione del Movimento sociale italiano (forza politica che i mafiosi considerarono inaffidabile fino agli anni dell’operazione Milazzo, tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ‘60). Con molta probabilità, nel 1943, succede qualche cosa. Ma è solo una variazione sul tema, perché i due Stati italiani rimangono in piedi e in contrapposizione. Allo sbarco in Sicilia prendono parte uomini della mafia siciliana e americana. E nello Stato colluso si innestano interessi che è troppo semplicistico definire solo americani.

Ricordiamo che negli anni ’70 del secolo passato il generale Vito Miceli, messo alle strette dagli inquirenti, parlò di un potere che andava oltre l’Italia e oltre gli Stati Uniti. Non era la Cia, che fa parte degli Stati Uniti. Era ‘qualcosa’ che stava a metà tra l’America e l’Italia, ma che non era né l’America, né l’Italia: una sorta di zona grigia indefinita e indefinibile, probabilmente legata agli equilibri di Yalta. Si riferiva a Gladio? Questo non è mai stato chiarito. Quello che è piuttosto chiaro è che, dal 1943 in poi, nelle vicende italiane – e quindi nei grandi fatti di mafia – il ‘qualcosa’ che stava a metà tra l’America e l’Italia, la zona grigia indefinita e indefinibile potrebbe aver giocato un ruolo importante, se non centrale.

E’ sotto questa luce che andrebbe vista la contrapposizione tra i due Stati italiani. Alcune cose – ma non tutte – si capiranno durante gli anni della prima commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, che inizierà i lavori nel 1962 e li concluderà nel 1976. Questi 14 anni, se ‘letti’ con attenzione – al netto delle strumentalizzazioni di tanti esponenti del Pci, che in alcuni casi non erano interessati alla lotta alla mafia, ma erano interessati a utilizzare la mafia per eliminare o indebolire avversari politici – anticipano alcuni degli scenari degli anni successivi.

sbarco in sicilia

La presenza di due Stati, dal 1943 al 1976, si avverte a fasi alterne. Emblematico il delitto del commissario della squadra mobile di Agrigento, Cataldo Tandoy, avvenuto il 30 marzo del 1960, quando la mafia ‘presta’ tale omicidio alla politica del tempo, per consentire ai partiti (alla Dc, ma non soltanto alla Dc) di ‘regolare’ i propri conti interni. In questo delitto, in un primo momento, verrà invischiato il professore Mario La Loggia. Passaggio, questo, che consentirà alla politica di quegli anni di ‘bruciare’ la candidatura al vertice del Banco di Sicilia del fratello, Giuseppe La Loggia. Questo passaggio è importante perché ci dice che, allora, politica e mafia (e quindi lo Stato deviato o colluso e la mafia) filavano di comune accordo.

Qualcosa deve succedere nel 1976 o qualche anno dopo. Gli echi di questo nuovo ‘qualcosa’ si avvertono nelle dichiarazioni dei ‘pentiti’ di mafia dei primi anni ’80 (Tommaso Buscetta, ma non solo), là dove si parla di contrasti tra politici e mafiosi: non soltanto contrasto tra i due Stati ma, forse anche all’interno del secondo Stato. Dalla fine degli anni ’70 al 1992 la contrapposizione tra i due Stati è piuttosto accentuata. E, forse, non mancano i contrasti all’interno del secondo Stato. Cadono l’allora segretario provinciale della Dc di Palermo, Michele Reina, l’allora presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella, il generale dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa (e con lui, in quegli anni, perdono la vita, in circostanze misteriose, altri generali dei Carabinieri), il segretario regionale del Pci siciliano, Pio La Torre. Ma solo per quest’ultimo – allora impegnato in prima persona nelle manifestazioni contro i missili di Comiso – si intravede, con una certa nitidezza, l’ombra di quel ‘qualcosa’, quasi una zona grigia che sta tra Italia e Usa, ma che non è né Italia, né Usa. Interessante, sotto questo punto di vista, appare la precisazione dell’avvocato Nino Caleca (autore di un libro su La Torre che ha scritto assieme a Elio Sanfilippo), oggi assessore regionale all’Agricoltura, in quegli anni molto vicino a Pio La Torre; Caleca assimila l’omicidio dello stesso La Torre a quello di Olof  Palme, il leader politico socialista svedese ucciso nel febbraio del 1986 (in quegli anni anche Palme era impegnato nella lotta contro la militarizzazione dell’Europa).

Con molta probabilità, quasi tutti i grandi delitti di mafia degli anni ’70, degli anni ’80, fino alle stragi del 1992 andrebbero ‘letti’ alla luce del dualismo tra i due Stati italiani e, forse, anche alla luce della ‘dialettica’ interna al secondo Stato. Ieri il Ministro Alfano, che forse è ancora troppo giovane (o troppo furbo?) ci ha detto che lo Stato italiano ha vinto. Ma, di grazia: quale dei due Stati avrebbe vinto? Ha vinto lo Stato difeso dai magistrati, dai poliziotti, dai carabinieri e, in generale, dai rappresentanti delle istituzioni uccisi negli anni passati, o ha vinto il secondo Stato? In questi giorni ricordiamo Peppino Impastato, il giovane esponente della sinistra ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978: ha vinto lo Stato che ha provato a fare luce su questo delitto di mafia o lo Stato che ha provato a depistare la verità? Ha vinto lo Stato che Bruno Contrada ha sempre pensato di servire o lo Stato che l’ha condannato? Ha vinto lo Stato di Falcone e Borsellino o hanno vinto i ‘pezzi’ di quello Stato che, insieme con i mafiosi, o forse utilizzando i mafiosi, hanno organizzato le due stragi? Ha vinto lo Stato che cerca la verità sulla trattativa tra Stato e mafia o lo Stato di un ex Ministro che dice al Quirinale: ragazzi, se cado io mi trascino dietro tutti quanti…

Noi non abbiamo le certezze del Ministro Alfano. A nostro modesto avviso, la guerra tra questi due Stati non è ancora conclusa. Anche perché, di questa guerra, conosciamo i morti, immaginiamo chi potrebbe avere ammazzato magistrati, poliziotti, carabinieri e altri uomini dello Stato legale. Ma non conosciamo tutta la verità dei fatti. Anzi. 

Lo stesso covo di Riina, che oggi ospita una caserma dei Carabinieri, non è certo una testimonianza di verità. Noi ricordiamo ancora l’intervista rilasciata al Corriere della Sera dal magistrato Vincenzo Rovello che, proprio a proposito della vicenda del covo di Riina, parlava di “misteri” da chiarire. Precisando che, senza tali chiarimenti, tutto sarebbe rimasto confuso. Ebbene, i chiarimenti, anche su tale vicenda, non sono mai arrivati. Quale dei due Stati ha deciso, nei giorni della cattura di Riina, avvenuta il 15 gennaio del 1993, di non procedere alla perquisizione del covo del boss dei boss di Cosa nostra? Ricordiamo che la mancata perquisizione del covo di Riina è stata contrassegnata da una lunga e tormentata vicenda giudiziaria. Di questa vicenda noi ricordiamo i Pm della Procura che chiedevano l’archiviazione dei protagonisti della mancata perquisizione e l’ufficio del Giudice per le indagini preliminari (Gip) che rigettava ripetutamente la richiesta dei Pm…

Che cosa sta succedendo oggi? Non lo sappiamo. Dei giorni nostri, però, si possono cogliere alcuni segnali. Un primo segnale – ne parliamo spesso – è l’inserimento, nel calcolo del Pil (Prodotto interno lordo), di attività di solito controllate dalle organizzazioni criminali. Provvedimento voluto da quell’Unione europea dove finanza e banche non esercitano certo un ruolo secondario. La mafia si è finanziarizzata? Questo non da ora. E’ dentro i meccanismi dell’Unione europea dell’euro? L’interrogativo è lecito.

E’ di ieri, poi, un’altra notizia della quale ha parlato Antonella Sferrazza su questo giornale (“Il Governo Renzi risparmia sulla memoria di Falcone: niente navi della legalità il 23 maggio”): lo Stato italiano (per carità, non ci chiedete quale dei due Stati…) che ha deciso di ‘risparmiare’ sulle navi che ogni anno, nel giorno in cui si ricorda la strage di Capaci (l’uccisione di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta), portano in Sicilia gli studenti di tutta l’Italia. Tutti sappiamo – e lo sappiamo soprattutto a Palermo con l’omicidio di Padre Pino Puglisi, ammazzato perché strappava i ragazzi di Brancaccio alla mafia – quante cure i mafiosi prodigano ai giovani, che sono il ‘futuro’ dell’onorata società.

Insomma due segnali contemporaneamente: lo Stato ha vinto la mafia e niente più navi con i ragazzi a Palermo nel giorno della commemorazione di Falcone. Il secondo segnale è solo una questione di ‘risparmio’ o c’è dell’altro? 

L’aggressione del giornalista a Formia.Un episodio gravissimo che dà l’immagine di un sud pontino in preda al terrore per la situazione in cui si trova a causa dell’inerzia delle istituzioni preposte. Se al Viminale non si decidono a mettere mano alla situazione drammatica in cui sta il territorio che va dalle sponde del Garigliano fino a Fondi ed ancor più sù si può dire ,senza tema di essere smentiti,che lo Stato non lo controlla più.L’Associazione Caponnetto,dopo i ripetuti appelli rivolti al Ministero degli Interni ed al Capo della Polizia,appelli rimasti purtroppo,ad oggi,inascoltati,si appella personalmente al Capo dello Stato pregandolo di intervenire perchè i responsabili centrali della sicurezza e dell’ordine pubblico comincino a rivolgere il loro sguardo anche a quest’area martoriata del Paese dove la criminalità la fa da padrona. Al giornalista Furlan l’Associazione Caponnetto esprime la più calda solidarietà e la sua affettuosa vicinanza.

· Formia ·

Ciao a tutti, sì ci sono. Mi sono preso un po’ di tempo per pensare. E prima di ogni cosa, voglio ringraziare tutti coloro hanno sentito di esprimere un pensiero per quanto accadutomi. Ovviamente io ho raccontato la mia versione dei fatti, liberi o meno di credermi considerato che, lo voglio dire subito, non ho testimoni e probabilmente questa cosa si chiuderà con niente. Conosco da anni il signor Pace e con lui ho sempre intrattenuto un normale rapporto, tra l’altro anche sc…rivendogli degli articoli quando me ne ha fatto richiesta. E così gli ho proposto sabato prima che mi colpisse a tradimento, tra l’altro per un articolo che nemmeno avevo scritto io, colpevole ai suoi occhi di aver difeso un principio e l’incolumità del mio collega e amico Adriano di cui non ho voluto fornirgli nè numero di telefono, né la residenza considerate le “bellicose” intenzioni. L’articolo con le controdeduzioni lo stiamo pubblicando ora ma non per paura di denunce, minacce, nuove aggressioni o altro, soltanto perchè tra persone democratiche, civili, rispettose le une degli altri mi hanno insegnato, prima la mia famiglia, poi la scuola, quindi chi mi ha fatto amare questo mestiere, si fa così. E se poi non ci si ritiene soddisfatti si va in Tribunale dove un giudice terzo decide su torti e ragioni, risarcimenti e quant’altro. Non avevamo problemi sabato quando glielo ho proposto e non ne abbiamo ora. Capisco la rabbia e le difficoltà del signor Pace da anni sballottato tra un lavoro e l’altro senza avere mai la sicurezza economica, per sé e i propri cari, del proprio futuro: paradossalmente le sue preoccupazioni sono anche le mie ma noi non siamo l’obiettivo. Nel merito della vicenda, mi sento di aggiungere che non è tanto lo schiaffone che ho ricevuto a farmi male, fa parte del mestiere. Qui sono le modalità di quanto accaduto che mi fanno avere paura: per me, i miei amici e tutti quanti non vogliono e non intendono piegarsi alla violenza e alla prevaricazione. Negli ultimi anni, in questa città, abbiamo vissuto un’escalation di insulti e minacce a me, i miei colleghi, e tanti altri che pur non svolgendo questo lavoro, condividendo un percorso di legalità e verità, non desiderano fare compromessi secondo condizioni imposte. Sabato siamo arrivati all’aggressione fisica. Avrei potuto starmene zitto e muto, omertoso come tanti, troppi, spesso fanno o sono costretti a fare per sopravvivere. Questa volta no, adesso basta. Guardatevi intorno, osservate negli occhi le persone che vi sono affianco. Scegliete. Noi e voi non siamo soli, “Noi siamo una legione”. Vi voglio bene”

F.Furlan

Se ne parla da tempo,ma nessuno si preoccupa di andare a vedere come stanno le cose.Nessuno.Nè se ne preoccupano i cittadini,fatta qualche rarissima eccezione come i ragazzi,gli uomini e le donne di Rifondazione Comunista e del M5S,i quali,però,brancolano per lo più nel buio stante il diffuso e solido clima di omertà che c’é nella città del Golfo sede di uno dei più importanti porti del Tirreno e luogo,insieme alle altre città e paesi del sud pontino –Formia-Itri-Minturno-Scauri,Castelforte,Sperlonga e Fondi –in cui si sono trasferiti soggetti di tutte le parti del Paese,dai siciliani,ai calabresi e,soprattutto,campani. Campani per lo più delle province di Caserta e di Napoli. Molti di questi,per carità, sono persone perbene,ma di altri non ce la sentiamo di dire la stessa cosa. Il problema é che non si indaga sulla “provenienza” delle montagne di soldi che vengono investiti dalla mattina alla sera e non ci sono un partito,un movimento politico,eccetto quelli nominati,che si pone una domanda. Tutto OK! Tutto regolare! Solo sospetti,insinuazioni,allarmismi.Facili allarmismi dei soliti……………..sfasciacarrozze che vedono mafie dovunque! Eppure le rivelazioni di collaboratori di giustizia come Carmine Schiavone,Antonio Iovine ed altri,come pure qualche rara e vecchia inchiesta come le “Formia Connection”,le “Damasco”,la “Golfo” ecc. e qualche altra per la quale sono in corso i processi e,ancor più,le Relazioni della Direzione Nazionale Antimafia,non dicono la stessa cosa. Esse dicono,al contrario,che Gaeta e tutto il sud pontino sono fortemente infiltrati dalle mafie. Mafie,come quasi sempre avviene,costituite da soggetti non tutti dalle fedine penali sporche,dai soliti prestanome tutti “puliti”,con ampi e solidi ramificazioni ed appoggi territoriali,siano essi di esponenti politici,amministratori pubblici,professionisti e così via. “Seguite il filone dei soldi,diceva Falcone, e troverete la mafia”. Mafia “bianca”,non quella che spara,ma quella che investe costruendo terreni e case,palazzi,centri commerciali ,parcheggi ,comprando bar,ristoranti,sale giochi ecc. e lucrando alla faccia di quanti sono soliti soffermarsi a guardare il dito anziché la luna che questo indica. I soliti allocchi dei quali é pieno il mondo. ”Zona franca”,pertanto!!!!! Eh,sì,perché intorno ai soldi e con i soldi si costruiscono rapporti,reti di relazioni e chi più ne ha più ne aggiunga. E con queste ultime si guadagna quella immagine di persona perbene e dei salotti buoni. Un Eldorado,una sagra degli affari sporchi.Una mafia di persone “perbene”.Siamo al paradosso. Il problema dei problemi é quello che riguarda il comportamento dello Stato,il quale,attraverso alcune sue articolazioni come la Direzione Nazionale Antimafia ed i magistrati di punta,sostiene che la situazione é seria e compromessa,attraverso altre,come gli apparati investigativi locali e provinciali e la Prefettura di Latina,non fa niente per debellare questo gravissimo fenomeno che sta letteralmente sconvolgendo l’assetto economico,sociale,culturale,politico ed istituzionale del territorio. Uno Stato Giano bifronte. A chi volesse contestare tale nostro assunto risponderemmo subito sfidandolo a dirci il numero delle informative che sono partite e partono per le DDA e quello delle interdittive antimafia emesse dalla Prefettura di Latina ed apparirebbe subito la nudità del Re. Una situazione veramente assurda. E non più tollerabile!

Voto in Campania:il buco nero del PD

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Allora, sindaco De Luca, nelle sue liste c’è Gomorra, come sostiene Roberto Saviano? Vincenzo De Luca ci fulmina con una espressione da far impallidire il don Pietro Savastano della fiction. Sospira. “Ho fatto un comunicato, parliamo di campagna elettorale”. Insistiamo, le liste pulite e senza gli uomini di Cosentino sono il punto centrale delle elezioni. “Questa è una sua idea”. Finisce qui, De Luca è ad Avellino in un hotel ad aprire la campagna elettorale. Città che è il cuore dell’altra pietra dello scandalo, Ciriaco De Mita, che gli ha portato in dote i voti della sua personalissima Udc. Lui, l’ottantasettenne leader di Nusco non c’è, ha mandato il nipote Giuseppe che fu vicepresidente della giunta regionale di Caldoro e poi lasciò per trasferirsi a Montecitorio. Sala affollata di candidati e piccoli notabili di provincia. De Luca che parla è il racconto tragico di come in politica le parole valgono meno di zero. Lui, condannato in primo grado e con la mannaia della sospensione sulla testa, parla di “rivoluzione della dignità, che significa rispetto totale delle istituzioni”. Lui che a Salerno ha costruito una formidabile macchina di potere e clientele, parla di “cittadini liberi e senza padrini”. Uno spettacolo. Ma c’è poca allegria nel Pd campano chiamato al lavoro e alla lotta per rastrellare voti. I sondaggi sono allarmanti. De Luca e il Pd non hanno la vittoria in tasca, la gente della Campania non andrà a votare, moltissimi elettori del Partito di Renzi sceglieranno di stare a casa, molti altri infileranno nelle urne la scheda della vendetta, quella che segneranno col nome di Valeria Ciarambrino, la candidata di Grillo. L’ultimo sondaggio lo ha pubblicato ieri il giornale più letto della regione, Il Mattino. Voterà solo il 53 per cento dei campani. Gli altri si barricheranno in casa, perché se è vero quello che disse anni fa Rino Formica, la politica è sangue e merda, da queste parti di sangue se ne vede poco, mentre il resto abbonda. Basta dare un’occhiata alle liste.
Stefano Caldoro e Vincenzo De Luca sono alla pari, 37 per cento. Una doccia gelata per l’aspirante governatore e per il Pd. Pesa l’alleanza last-minut con Ciriaco De Mita. Per il 34 per cento il matrimonio non doveva farsi. E non è tutto, perché sono le nove liste che sostengono De Luca a far venire conati di vomito agli elettori Pd. Troppi ex, un esercito di uomini legati a Nicola Cosentino, trasformisti buoni per tutte le stagioni, ex candidati del centrodestra, personaggi delle cronache rosa della politica, affaristi, un fascista adorante sulla tomba di Mussolini a Predappio, l’avversario di un sindaco anticamorra. Dal partito personale teorizzato ai tempi dello splendore bassoliniano dal politologo Mauro Calise, al partito dei micronotabili. Scelte che il Pd pagherà a caro prezzo precipitando al 20 per cento e perdendo ben 16 punti rispetto alle Europee. Una debacle resa ancora più bruciante dal 23 per cento che il sondaggio assegna al Movimento cinque stelle. Grillo primo partito, davanti al Pd e alla sgarrupatissima Forza Italia, al 19,5. “La verità – commenta trionfante Valeria Ciarambino – è che De Luca e Caldoro rappresentano la politica indegna”. Insomma la candidatura di Vincenzo De Luca, che né Renzi, né il pensoso Guerini, meno che mai lo scapigliato Luca Lotti, sono riusciti a fermare, sta trascinando il partito in un buco nero. Pesa la vicenda giudiziaria dell’eterno sindaco di Salerno. Ha sul groppone una condanna in primo grado, la legge Severino è implacabile: se eletto non potrà varcare il portone di Palazzo Santa Lucia, la sede della Giunta regionale. Il suo avversario Caldoro cambierà registro alla sua campagna elettorale. Il motivo è nel sondaggio della Ipr-Marketing pubblicato dal Mattino: il 69 per cento degli intervistati non sa che De Luca, se eletto, rischia di essere sospeso immediatamente dalla carica di governatore. Intanto la campagna elettorale è già iniziata. L’assessore al lavoro Severino Nappi, candidato con l’Ncd del ministro dell’Interno Alfano, lo ha fatto attingendo al vasto e miserabile repertorio del laurismo. Ha scritto una lettera agli 8mila ragazzi disoccupati di Garanzia giovani. “Carissimi chi mi conosce sa che la mia parola vale la mia vita”. Inizio da Mario Merola, finale alla Gava: “Votatemi”. E’ scoppiato il finimondo. A Salerno, invece, per i voti si spara. E’ successo martedì e in pieno giorno. Due attacchini del professor Lello Ciccone, candidato di Forza Italia, sono stati ammazzati dall’ala concorrente del racket delle affissioni. Si tratta di Antonio Procida, detto ‘o cornetto, e di Angelo Rinaldi. Incassavano cinquanta centesimi per ogni manifesto attaccato e in più volevano aprire un comitato elettorale, cosa che disturbava gli affari elettorali del boss dell’area collinare Matteo Vaccaro. I due non hanno capito che il business manifesti frutta mille euro al giorno e che i soldi sono come i figli, piezz’e core. Inseguiti dal rampollo del boss a bordo di un’auto scoperta, sono stati freddati a colpi di pistola.

Regionali Campania, allora ridateci Nicola Cosentino

di | 9 maggio 2015

Regionali Campania, allora ridateci Nicola Cosentino

di | 9 maggio 2015

A questo punto era meglio che Nicola Cosentino dal carcere di Terni presentava una sua lista e si candidava direttamente alla guida della Regione Campania. L’ex sottosegretario all’Economia – avrebbe sancito il Tar – è candidabile e perfino eleggibile -. Insomma sta messo meglio di Vincenzo De Luca, il candidato del neo Partito della Nazione renziano. Per non essere mai più ultimi e stare a testa alta gli ex piddini hanno imbarcato sulle zattere delle liste civiche di tutto di più. Una mazzamma (pescame di ridotte dimensioni, di scarsissimo valore) di transfughi, trasformisti, opportunisti, impresentabili e indagati che portano in dote pacchetti di voti a tanto al chilo.

Gli scafisti di centro-sinistra sono andati ben oltre offrendo solide fideiussioni addirittura alle clientele del governatore uscente Stefano Caldoro. Il messaggio è chiaro. Far capire che il centro-sinistra una volta al potere non garantisce più solo gli apparati della “ditta” ma chiunque si faccia avanti e tiene qualcosa da offrire. E’ lo sdoganamento definitivo di questa specie di politica 3.0 senza memoria, senza etica e senz’anima. Una mossa seduttrice che avrà un suo peso finale e determinante negli assetti futuri del governo della Regione. A tal punto da aver indotto e convinto un dinosauro come Ciriaco De Mita – dal fiuto fino – a fare le ore piccole e siglare un accordo maranese con “Vicienz’a Funtana. Il puzzo maleodorante di compromesso rende l’aria irrespirabile. I nomi sono noti, i giornali e in particolare Il Fatto hanno raccontato le gesta e gli orrori di questi personaggi in cerca di un padrone che non meriterebbero neppure di amministrare un condominio.

Non c’è niente da aspettarsi da questa tornata elettorale. Chi immaginava una Campania protagonista di un rinnovamento delle istituzioni deve ricredersi. Gli slogan, i comizi, le promesse sono i soliti. E’ cominciata la gara a chi la spara più grossa. Programmi, proposte, impegni neppure a parlarne. Lo sguardo è disilluso. Sembra di essere ripiombati a cinque anni fa. Stessi candidati, stessa ambiguità, simile mediocrità. Ribadisco il concetto: era meglio che Nicola Cosentino rompeva gli indugi e si gettava nella mischia. Almeno c’era un professionista serio del consenso. “Che ti serve? Questo ti posso dare. Ora mettiti a disposizione”.

Le quaglie cosentiniane orfane di Nick ‘o Mericano, invece, si sono viste costrette a giocare d’astuzia: disperdersi, nascondersi, mimetizzarsi nelle civiche di appoggio ai due principali candidati. E se qualcuno accusa: “Scusate ma le candidature non le verificate prima”? Loro all’unisono rispondono: “Non facciamo di un’erba un fascio. I pochi casi sono fisiologici e non spostano niente”. Il paraculismo -insomma- non ha colore politico. E’ una certezza. I due principali candidati alla presidenza della Campania si somigliano offrono gli stessi servigi e garantiscono gli stessi equilibri. Il confine è sbiadito. Coalizioni intercambiali. E’ la lego dei partiti e dei comitati d’affari travestiti da pseudo liste civiche.

L’elettore medio più che valutare i programmi, vagliare le candidature e quindi scegliere si trova immerso in mercato delle vacche dove c’è un andirivini di pacchetti di “politica promozione” nello stile dei gestori delle compagnie telefoniche. Non c’è da meravigliarsi se oltre il 47 per cento dei potenziali elettori campani dichiarano che diserteranno le urne e un 29 % si dice indeciso. Come non può sorprendere se Valeria Ciarambino, candidata per il Movimento 5 stelle si attesti al 22 per cento facendo risultare i pentastellati il primo partito. Qualcuno ci salvi!

GOMORRA NELLE LISTE PD”,la denuncia di Roberto Saviano

Regionali Campania 2015, Saviano shock: “Gomorra nelle liste Pd”. Ecco i nomi “caldi”

Redazione 09 maggio, 2015

Regionali Campania 2015, Roberto Saviano entra a gamba tesa sulle liste del Pd del candidato Presidente De Luca e attacca: “In quelle liste c’è Gomorra. La priorità di Renzi non è la lotta alla mafia.” Ecco i nomi che scottano.

 

Le Regionali Campania 2015 si avvicinano e non poteva mancare il commento di un osservatore d’eccezione come Roberto Saviano, che in un’intervista rilasciata ad Alessandro De Angelis per l’HuffPost attacca le liste messe che sostengono il candidato Presidente del Partito Democratico, Vincenzo De Luca.

Le liste di De Luca – dice Saviano – non sono affatto liste con nomi nuovi e in nessun caso trasformano il modo di fare politica in Campania. Direi che ricalcano le solite vecchie logiche di clientele. E non c’è niente da fare. È sempre stato questo e questo sarà: le liste si fanno su chi è in grado di portare pacchetti di voti”.

Tra i casi più imbarazzanti segnalati da Saviano ci sono quelli di Enrico Maria Natale di Casal di Principe e degli uomini di Nicola Cosentino.

Natale è certamente il nome più eclatante perché la sua famiglia è stata più volte accusata di essere in continuità con la famiglia Schiavone. Negli anni Novanta hanno avuto un ruolo nel mondo dell’imprenditoria grigia. Questa candidatura a dimostrazione che De Luca non sta affatto cambiando il modo di fare politica in Campania”.

Per quanto riguarda i Cosentino’s, invece, Saviano ricorda che “gli uomini di Cosentino che puntano al centrosinistra per vendetta contro Caldoro ci sono sempre stati. Cosentino ha sempre considerato Caldoro uno dei responsabili della sua messa in crisi nel partito e quindi c’è sempre stato questo flusso apparentemente contrario a ogni logica. Nicola Turco ad esempio è un fedelissimo di Cosentino, ora sua moglie è candidata e ha dichiarato apertamente in un’intervista a Concita Sannino che “De Luca non è di sinistra, non ha nulla di sinistra…”. E quindi ci sta bene. Pure la Criscuolo era legata a Cosentino e Scajola. Insomma c’è di tutto”.

Ma il Partito Democratico non era quello che voleva rottamare la vecchia politica e cambiare l’Italia? E cosa dire del signor De Luca, che si spaccia per sceriffo ma pur di vincere scenderebbe a patti con il diavolo?

Saviano conclude il suo j’accuse in modo netto, “senza giri di parole”, affermando che “nel Pd e nelle liste c’è tutto il sistema di Gomorra”.

E poi ci vogliono far credere che Renzi non è il figlioccio di Berlusconi…

Io durante le elezioni amministrative a Ventotene ne ho viste cose che voi non potreste immaginarvi…………”

Comincia così un articolo apparso oggi su un giornale online di Ventotene,l’incantevole isola pontina nota sin dall’epoca romana e greca oltre che per essere stata il confino degli antifascisti e la  patria del famoso Manifesto per l’Europa di Rossi e Spinelli. Una storia,quella sua,e delle tradizioni che per l’alto livello qualitativo degli uomini  e delle donne che essa ha ospitato nei secoli per decenni avrebbero dovuto farla diventare la perla della cultura europea ed una sorta di locomotore di civiltà e di progresso anzicché quella che ci viene rappresentata nell’articolo che sotto riportiamo.Ma,a chi conosce la filosofia ,non occorre  scomodare Giambattista Vico e la sua teoria dei corsi e dei ricorsi della storia per comprendere l’evoluzione o l’involuzione delle cose. Ventotene,l’antica “Pandataria”,l’isola che ha ospitato per lunghissimi anni uomini e donne dell’antica Roma come della nuova Europa,da Agrippina a Pertini,é ridotta ad essere …………”l’isola dei furbi  e dei fessi” così come viene definita nello scritto  sottostante.
Anzicché avanzare essa ha fatto un salto all’indietro.Come un gambero.D’altra parte in linea ,ma forse un pochino in più,con quanto avviene  nel Paese dei Depretis,dei Giolitti ecc.
Oggi siamo alla svendita di un patrimonio,oltre che storico,anche culturale e morale.
Quello che addolora é quella specie di…….”gusto”,nel pensiero dell’autore dell’articolo,nel voler trascinare il nome di una figura alta e che ha fatto onore al Paese,qual’é stata quella di Caponnetto,in una vicenda squallida qual’é quella delle elezioni amministrative e dell’agire politico a  Ventotene.
Al riguardo,però,ci teniamo a rendere noto all’autore del pezzo in questione che la persona alla quale egli evidentemente si riferisce non ha mai rivestito nell’Associazione Caponnetto – pronta sempre ,dovunque e  comunque  a combattere contro tutte le nequizie ,le illegalità e le mafie  di ogni specie -    un ruolo di dirigenza e che essa da un paio di anni in qua non ha più rinnovato l’iscrizione .
Il riferimento all’Associazione Caponnetto ed a Caponnetto,quindi,ci………..azzecca come i cavoli a merenda !!!!!!!

Ventotene, isola di furbi e di fessi

20130430-204137.jpgIo durante le elezioni amministrative a Ventotene ne ho viste cose che voi non potreste immaginarvi, un sindaco condannato e indagato, omicidio colposo e abuso d’ufficio, presentarsi per il terzo mandato!! Insieme al nipote!! Promesse di nuovi posti di lavoro come netturbini o per 4 /5 mesi, come muratori in appalti pubblici, gente che si vende per una caldaia, gente che si vende per un posto di un ombrellone o di una concessione in spiaggia! Persone che con poco Coraggio voltano le spalle e che fino a poco tempo fa non facevano che andare contro l’amministrazione! Ho visto persone che sbandieravano ai quattro venti la legalità (Associazione Caponetto! che probabilmente Caponetto si sta voltando nella tomba come una trottola) ma alla fine hanno deciso di voltare.
E ho visto strade non illuminate da 10 anni con la promessa che verranno illuminate, sempre dopo le votazioni e se si vince, ho visto promettere pulmini elettrici che vanno a prendere le persone inabili in campagna, sempre dopo le elezioni e se si vince, ho visto bustarelle andare avanti indietro per comprare i voti, metà adesso e metà dopo, sempre dopo le votazioni e se si vince.
Ho visto gente che ancora crede in queste promesse (!) ma tutte queste promesse andranno perdute nel tempo come lacrime nella pioggia.
Ventotene se non cambi strada presto morirai e con te porterai tutti i Ventotenesi e tutti quelli che hanno creduto alle promesse di questi falsi profeti e falsi Dei!

Fonte: TeleFree

La svolta di Casal di Principe, il Comune parte civile contro la camorra.

Questa “svolta”,come la definisce Repubblica,ci ha fatto un piacere immenso,ma ci induce a fare qualche considerazione ed una domanda al Sindaco Natale.
La considerazione riguarda- almeno secondo le notizie in nostro possesso- la  dimensione del fenomeno del racket a Casal di  Principe.Sicuramente a Casal di Principe c’é gran parte della popolazione costituita da persone oneste che non c’entrano affatto con la camorra,ma ce n’é un’altra parte- di certo la minoranza,fra parenti,affiliati,compari degli affiliati e quanti altri- che  fa parte della camorra.
Orbene ,come fa una comunità costituita in parte da camorristi ed affiliati ad essere vittima del racket????????
La domanda: perché il Sindaco  di Casal di Principe,oltre che  al processo di cui si parla nell’articolo di Repubblica,benché invitato a farlo dall’Avv.Delio Iorio di Santa Maria Capua Vetere,non si é costituito parte civile in un processo in corso presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere contro Cosentino,Zagaria ed alcuni dipendenti comunali di Casal Di Principe accusati di  gravi reati di natura associativa?
Il processo di cui stiamo parlando é quello nato dalle denunce dell’imprenditore Luigi Gallo,processo nel quale l’Associazione Caponnetto si é costituita parte civile.
Il Comune di Casal di Principe ,volendolo,sta ancora in tempo per farlo.
Ecco,si costituisca in quello!
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La svolta di Casal di Principe, il Comune parte civile contro la camorra

Il Comune di Casal di Principe parte civile nei processi contro la camorra con l’assistenza Federazione Antiracket Italiana. L’intesa è stata  sottoscritta in mattinata dal sindaco, Renato Natale e da Tano Grasso, presidente onorario della Fai. La firma nella sala consiliare intitolata a don Giuseppe Diana, davanti ad un gruppo di insegnanti, a don Franco Picone, il parroco arrivato a casale dopo l’omicidio di don Diana, l’avvocato Gianni Zara, dell’ufficio legale della Fai e Luigi Ferrucci, presidente dell’associazione antiracket “Domenico Noviello” di Castel Volturno. Presenti anche il vice sindaco, Marisa Diana e gli assessori, Mirella Letizia, e  Gianluca Corvino. La convenzione, prevede, tra l’altro anche l’apertura di uno sportello per le vittime delle estorsioni e l’impegno a dare vita ad un’associazione Antiracket.

“La Fai ci fornisce il supporto tecnico legale, a costo zero, contro i camorristi quando il comune si costituisce  parte civile nei processi contro la camorra  -  spiega Renato Natale  -  e l’occasione è subito arrivata, perché proprio di recente il tribunale ci ha notificato un procedimento penale che riguarda l’assassinio  di Gilberto Cecora  (zio dell’omicida di don Diana), ammazzato il 16 marzo del 1994 (e di cui don Diana si rifiutò di celebrare il funerale in chiesa – ndr). Il protocollo inoltre  -  spiega ancora Natale  -  prevede una serie di attività di collaborazione con la Fai per promuovere iniziative anche di formazione con le scuole sui temi dell’usura e del racket e uno sportello antiracket di supporto per tutti coloro che richiedono aiuto, informazione  e ogni sostegno a possibile. La Fai si è anche impegnata a costruire qui un’associazione antiracket”.

“Per noi questo atto rappresenta un grande investimento politico  -  ha spiegato Tanto Grasso, presidente onorario della Fai -  non si tratta di firmare uno dei tanti protocolli. Qui abbiamo un compito impegnativo, difficile, e di cui non abbiamo la certezza definitiva dell’esito. In altri contesti non avremmo mai fatto una cosa del genere. Lo facciamo a  Casal di Principe perché qui c’è un sindaco come Renato Natale. Aspettavo questo momento  dal 2008- ha insistito Tano Grasso -  da quando in occasione della festa della polizia, voluta  dall’allora capo  Antonio Manganelli,  una ragazza  di Casale, Raffaella Mauriello, urlò da quel palco: “Casalesi è il nome di un popolo e non di un clan”. Il caso ha voluto che proprio un’ora prima della firma del protocollod’intesa, Raffaella Mauriello si sia sposata in Comune e ha fortemente che a farlo fosse Renato Natale.
Tano Grasso, ha poi messo in guardia dai rischi che si corrono in un territori come quello di Casal di Principe “Sappiamo che c’è il rischio di incontrare imprenditori o commercianti che vogliono solo rifarsi la verginità, ma abbiamo sufficienti anticorpi, com’è avvenuto a Casapesenna, per affrontare anche questo tipo di problemi”.

Roberto Saviano :” Gomorra sta con il PD”.

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L’ATTACCO DELLO SCRITTORE: “USATE LE SOLITE LOGICHE CLIENTELARI”. REPLICA SOLO L’ASPIRANTE GOVERNATORE: “GENERICO, FACCIA I NOMI”. MA I NOMI LI HA FATTI.

Nel Pd e nelle liste di De Luca c’è tutto il sistema Gomorra”. Roberto Saviano, lo scrittore simbolo della lotta alla camorra, in un’intervista esclusiva all’Huffington Post, attacca frontalmente Matteo Renzi e il Pd. Saviano spara. Renzi e i suoi tacciono. Replica ufficiale dello stesso De Luca (all’Ansa): “Né mezze parole, né frasi generiche, ma nomi, cognomi, fatti e denunce precise alla Procura. La lotta alla camorra si fa innanzitutto così”.  L’UNICO a mostrare un segno di vita al Fatto è Raffaele Cantone, magistrato antimafia, impegnato in passato proprio in Campania e contro i Casalesi, oggi capo dell’Autorità anticorruzione. Viene definito dallo stesso scrittore “una figura”, come Grasso.

Perché “è questo che Renzi vuole: un’immagine diversa”, chiarisce Saviano. E ancora: “Sembra esserci molta prudenza da parte del governo e da parte di Cantone, che è un amico, a prendere posizione. E come se tutti fossero in attesa di essere nel prossimo governo eltto dal popolo”. E Cantone non vuole parlare, non vuole commentare. Ma è evidente dal tono che è arrabbiatissimo. “Io sono il presidente di un’autorità indipendente. Non posso rispondere sulle liste del Pd. Non entro nelle questioni politiche”. Anche se lo scrittore gli dà della figurina. “Se lui ha qualcosa da dire a un amico come amico, io gli rispondo da amico. E privatamente, non in pubblico”. Saviano usa il suo “marchio”, Gomorra per condannare la scelta fatta in Campania. Ci va giù pesante. Le liste di De Luca “ricalcano le solite vecchie logiche di clientele”. I nomi, almeno alcuni, li fa: “Il più eclatante” è quello di Enrico Maria Natale, “perché la sua famiglia è stata più volte accusata di essere in continuità con la Schiavone”. Poi, c’è la moglie di Nicola Turco, cosentiniano di ferro, candidata, che ha dichiarato che De Luca non è di sinistra. Una considerazione: “De Luca ha capito che per vincere deve portare clientele, attraverso persone modeste, senza visione e deve togliere clientele a De Luca”. Ed è per questo che “De Luca ha avuto bisogno di De Mita”. Poi allarga: “Questo governo ha fatto poco contro le mafie”. E “questo Pd non ha un’anima che sente come priorità l’antimafia”.  De Luca è la dimostrazione plastica e più eclatante di come sul territorio Renzi non abbia saputo o non abbia potuto cambiare gli equilibri di potere. Nel dicembre 2013 ha vinto non solo le primarie, ma anche il congresso tra gli iscritti. E molto lo deve ad accordi più o meno inconfessabili stretti con il potere locale. Un asse di ferro è quello stretto con Vasco Errani in Emilia Romagna. Il potere rosso in quella regione è intoccabile e ramificato (come ha dimostrato anche la recente inchiesta sulla Cpl Concordia). Un accordo con il vecchio ceto politico è quello che ha portato alla candidatura in Liguria di Raffaella Paita. Per dire, persino in Toscana si ripresenta un esponente vicino alla Ditta, Enrico Rossi. Ma la Campania è un caso a sè. Un caso limite. Anzi, oltre il limite. Per mesi, il vicesegretario, Lorenzo Guerini aveva provato a evitare le primarie, cercando un candidato alternativo. Non c’è riuscito. De Luca ha vinto e si è candidato. Pur se tecnicamente ineleggibile, come stabilito dalla legge Severino.  PER SETTIMANE gli uomini del premier hanno sostenuto (o meglio raccontato quasi sottovoce) che “Matteo” in cuor suo quasi sperava che vincesse Caldoro. Poi, ci ha pensato il “solito” Luca Lotti a togliere ogni dubbio, facendosi fotografare in un comizio ad Avellino con il candidato-governatore. La settimana dopo, è stato Renzi a posare per le foto con De Luca a Pompei. Non è certo un caso che ieri nel Pd tacciano praticamente tutti. Anche le minoranze. Fu Bersani, chiudendo a Napoli la campagna elettorale del 2013, ad andare ad omaggiare De Luca in un pranzo a Salerno.  LE AGENZIE per ore non danno traccia dell’accusa di Saviano. L’imbarazzo del segretario premier e dei suoi è tangibile. E anche abbastanza prevedibile: nei casi più spinosi, Renzi evita dichiarazioni pubbliche. “Correre ai ripari” sul Sud è una parola d’ordine che è già partita tra i vertici del Pd. Ma per ora non ce n’è traccia. Lo scrittore aveva già attaccato Renzi più d’una volta. A febbraio 2014 in una lettera su Repubblica aveva criticato l’approccio del governo alla lotta alla mafia. Renzi aveva risposto qualche giorno dopo, sempre su Repubblica. Poi la denuncia delle primarie in Campania. E ora l’attacco: “Il grande rimosso del governo è il Sud Italia”. E l’invito al voto: “Ognuno scelga nel migliore dei modi tra Cinque Stelle, Sel, Pd e Caldoro”.

Da Il Fatto Quotidiano del 08/05/2015

allottole,auto bruciate,bastonate in testa,minacce ed ora rapine a non finire mentre promesse,impegni,assicurazioni tutti a palline.Aprilia é un Far West dove albergano violenze e paura.

Pallottole,auto bruciate,bastonate in testa,minacce  ed ora rapine a non finire mentre promesse,impegni,assicurazioni tutti a palline.Aprilia é un Far West dove albergano violenze e paura.Ora basta con le prese in giro e le passerelle.Intanto qualcuno renda noto a quale punto sono le indagini sulle minacce ricevute dall’ex Assessore mentre il Prefetto di Latina si attivi perché ad Aprilia venga istituito con urgenza un Commissariato della Polizia di Stato.Non é possibile che fatti così gravi –auto bruciata,minacce e pallottole all’assessore costretto ad abbandonare la vita politica ed amministrativa e bastonate in testa  ad un consigliere- cadano nel dimenticatoio senza che le indagini abbiano portato a qualcosa di positivo.Non é accettabile.Noi dell’Associazione Caponnetto non abbiamo alcuna fiducia in questa classe politica del Lazio,senza alcuna eccezione da destra a sinistra,anche di quella parte che non é direttamente implicata in inchieste  giudiziarie    -  quali  quelle di Mafia Capitale,Mafia Ostia Formia Connection,Damasco e chi più ne ha più ne metta -  ma che ,purttuttavia ,noi consideriamo la responsabile  morale di quanto é avvenuto e sta avvenendo sul piano della sicurezza dei cittadini e della moralità pubblica e non ci curiamo,pertanto, di quanto  i suoi esponenti vanno dicendo e facendo.Sappiamo,come emerge dalla realtà, che si tratta di impegni che non verranno mantenuti.Ma dalle figure istituzionali,quali sono i Prefetti,pretendiamo delle risposte.Noi,pertanto,tiriamo in ballo personalmente il Prefetto di Latina il quale é per legge il responsabile della sicurezza e dell’ordine pubblico in provincia e colui cui é affidata la funzione di prevenzione antimafia.Vogliamo sapere da lui a quale punto sono le indagini sui fatti cruenti innanzi evidenziati e cosa egli sta facendo ed intende fare  per ripristinare un clima di serenità,di rispetto della legalità e  del  viver civile ad Aprilia e nel circondario.Ci sono stati in  passato delitti oscuri  – quello dell’avvocato Maio ucciso il 7 luglio del 1990 non un secolo fa,di Don Cesare Boschin a quattro passi da Aprilia-  rimasti impuniti.Possibile che ad Aprilia e dintorni non si riesca mai a scoprire niente di niente????????? Dov’é il lavoro di intelligence???????????

Vogliamo delle risposte chiare e definitive.

Dieci proiettili e auto bruciata
all’assessore alle Finanze, si dimette

Teme per la propria incolumità e per quella della famiglia l’assessore Antonio Chiusolo, della giunta guidata da Antonio Terra

Antonio ChiusoloAntonio ChiusoloAPRILIA (Latina) - Clima pesante nella città di Aprilia, il comune ai confini con l’area metropolitana di Roma. L’assessore alle Finanze del comune, Antonio Chiusolo, si è dimesso dall’incarico dopo le minacce ricevute: l’auto bruciata nelle scorse settimane, e in ultimo dieci bossoli lasciati all’ingresso di casa.

LE DIMISSIONI - Teme per la propria incolumità e per quella della famiglia l’assessore comunale della giunta guidata da Antonio Terra, il primo cittadino sostenuto da una serie di liste civiche e movimenti. Proprio venerdì 20 il sindaco ha annunciato le dimissioni di Chiusolo in una conferenza stampa alla quale non era presente il diretto interessato ma cui hanno voluto prendere parte, in segno di vicinanza, i responsabili dell’Arma rappresentata dal tenente colonnello Andrea Mommo. Chiusolo è sempre stato in prima linea nelle battaglia politiche e giuridiche che hanno visto il comune contrapposto agli enti riscossori (il caso Aser/Tributi Italia) che hanno dissanguato le casse pubbliche.

L’auto bruciataL’auto bruciataDIECI PROIETTILI - Dieci i proiettili calibro 9 che ignoti hanno fatto trovare davanti la casa dell’assessore che ha subito denunciato il fatto decidendo inoltre di abbandonare l’incarico. Ha detto il Sindaco Antonio Terra: « Comprendo come di fronte a ripetuti fatti così gravi, dei quali sono già stati informati il Signor Prefetto di Latina e le forze dell’ordine, l’assessore Chiusolo abbia deciso di tutelare, in primis, la sua famiglia, già coinvolta da precedenti episodi».

SALE L’ATTENZIONE - Si moltiplicano i messaggi di solidarietà: il senatore del Pd Claudio Moscardelli, membro della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie, ha annunciato che contatterà il Prefetto di Latina e il Questore per chiedere maggiore attenzione per la città di Aprilia. Anche l’ex presidente della Regione Renata Polverini: «Sono convinta che occorra una speciale attenzione e tutela da parte dello Stato per questi amministratori di frontiera che il Governo gioca a mettere in difficoltà con manovre, come la legge di stabilità, che impediscono di programmare il risanamento dei Comuni trattati alla stregua di agenti di riscossione».

APPELLO AD ALFANO - «Ho presentato – ha concluso l’esponente di Forza Italia – al Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, una interrogazione urgente per conoscere quali provvedimenti intenda adottare per garantire la sicurezza dell’assessore Chiusolo e degli amministratori di Aprilia e quali indagini siano state attivate per assicurare alla giustizia gli autori delle gravissime minacce».

POLITICI IN PERICOLO - Chiusolo, già vittima di un attentato incendiario nell’agosto scorso, non è l’unico politico preso di mira. Appena un mese fa il consigliere Pasquale De Maio era stato preso a bastonate, in mezzo alla strada, da un uomo che lo ha colpito al capo e alle gambe. Il politico ci ha riportato un trauma cranico e dieci punti di sutura.

COMITATO SICUREZZA- Il Prefetto di Latina Antonio D’Acunto fa sapere di aver convocato per lunedì 23 dicembre un vertice delle Forze dell’Ordine per esaminare la vicenda apriliana. Ci saranno i vertici dell’Arma, di Polizia e Finanza.

20 dicembre 2013

Sorrento e la criminalità mafiosa delle facce pulite e dei colletti bianchi.

 

inserito da Salvatore Caccaviello.

Una concreta e realistica analisi quella pubblicata su facebook da Elvio Di Cesare, Segretario nazionale dell’ Associazione antimafia “Antonino Caponnetto”, con la quale si delinea un quadro alquanto preoccupante per il  nostro territorio. Il quale ,sebbene le nostre autorità con un certo “coraggio” smentiscono, sembrerebbe sempre più oggetto di attenzione  da parte della malavita organizzata. Le organizzazioni criminali continuamente tentano investire, spesso riuscendoci con l’aiuto di propri infiltrati che talvolta potrebbero occupare sin anche posti di rilievo oppure tramite personaggi all’apparenza al disopra di ogni sospetto,danaro frutto di attività illecite lungo i  territori dalle economie in salute. Anche la penisola sorrentina dove fortunatamente anche quest’anno si è dimostrato che il turismo è una risorsa che non soffre molto dell’attuale crisi economica,  potrebbe essere senz’altro oggetto delle mire della criminalità organizzata. Un allarme  a cui, oltre alle Istituzioni presenti sul territorio  cittadini, imprenditori onesti e perbene sono chiamati a riflettere e porre, prima che sia troppo tardi, la propria attenzione. A tale proposito sarebbe bene ricordare le parole di un dei più grandi eroi della lotta alla criminalità organizzata: “La mafia si caratterizza per la sua rapidità nell’adeguare valori arcaici alle esigenze del presente, per la sua abilità nel confondersi con la società civile, per l’uso dell’intimidazione e della violenza, per il numero e la statura criminale dei suoi adepti, per la sua capacità ad essere sempre diversa e sempre uguale a se stessa”.  – Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, 1991. (s.c.)

Mafie nell’area sorrentina e di Castellammare di Stabia. – di Elvio Di Cesare

Tempo fa abbiamo pubblicato sul sito web dell’Associazione Caponnetto un articolo con il quale intendevamo lanciare un nostro grido di allarme sulle attività della criminalità organizzata sul territorio di Sorrento e dell’intera area ad essa circostante e richiamare,inoltre, una particolare attenzione della magistratura e delle forze dell’ordine su quell’area per eventualmente aiutarle e non lasciarle sole a combattere contro una criminalità imprenditrice che si nasconde indossando …………..abiti puliti e firmati.
Un amico ci ha descritto quel territorio come una sorta della “cuccia del cane che,dormendo sul posto ,va a defecare fuori dal posto dove dorme”.
In sostanza egli ha voluto dire che “i clan stanno a Sorrento ,ma , un pò come il cane che va a fare i suoi bisogni fuori dalla sua cuccia,vanno a commettere le violenze altrove”.
A Sorrento non fanno chiasso ed investono solamente montagne di capitali , comprando tutto.
Una camorra che assume il volto dell’imprenditore e che non spara.
Una camorra che si impossessa di quasi tutto,in tutti i settori economici,da quello alberghiero a quello della ristorazione e dei bar ,da quello balneare a quello del gioco e del tempo libero o dell’abbigliamento firmato
. Magari, anzi sicuramente, utilizzando “facce pulite”,prestanome e mai uno appartenente notoriamente ai clan che dominano il territorio.
Sorrento e il suo territorio distano poco più di una decina di chilometri da paesi e città come Castellammare di Stabia,Gragnano,Pimonte,Santa Maria la Carità,S.Antonio Abate,dove la camorra é padrona anche dell’aria che respiri ed esercita il suo dominio assoluto con tutti i mezzi,anche sparando.
Ed e’ assurdo pensare che essa abbia lasciato indenne un’area – quella della penisola sorrentina- che,distando dieci o poco più chilometri,rappresenta un enclave dove poter investire i suoi miliardari proventi illeciti.
In passato c’é stato da parte della società civile qualche tentativo di reazione a questo stato di cose.
Lo prova ,appunto,questo vecchio articolo che riportiamo: “A Sorrento e nella penisola sorrentina è necessario ed urgente dar vita ad un particolare apparato di vigilanza. Su un territorio così ricco la camorra è fortemente interessata e, ovviamente, presente ed attiva”.
Pubblicato 26 Agosto 2014 | Da admin 2 – Le rivelazioni degli investimenti della camorra stabiese in penisola sorrentina arrivano dal pentimento del braccio destro di Enzo
D’Alessandro. E’……………… a raccontare come le scommesse e i
videopoker sono i principali settori di interessi per il riciclaggio
dei soldi sporchi.
“Onestamente è come se fosse stata scoperta l’acqua calda. In effettiè da anni che si sente il fiato sul collo della malavita. La penisola sorrentina è una terra florida, invidiata ovunque. Ma che attira interessi criminali a cui bisogna contrapporre un’energica e furiosa rivolta per far sì che qui si evitino pericoli scongiurando il rischio che l’isola felice di una volta non torni mai più e diventi uno sbiadito ricordo da conservare nei libri di storia”. È il commento,secco e preciso,del Presidente della Commissione Trasparenza del Comune di Sorrento, Rosario Fiorentino. Che interviene a piedi uniti nell’ampio dibattito politico riscoppiato negli ultimi giorni dopo le
nuove rivelazioni sui rapporti fra la criminalità e la penisola sorrentina. “C’è il timore che le cose possano peggiorare, il ……………………., ha rilanciato l’appello ai sindaci: ovvero vigilare e combattere di più le attività illecite. Proprio loro, i primi cittadini, nelle scorse settimane rispedirono al mittente il disegno secondo il quale Sorrento e la penisola fossero accerchiate dalla camorra. Ma le ultime notizie vanno in senso opposto. Qui, dunque, serve un cambio di marcia. Perché – sottolinea Fiorentino – più passa il tempo e più si peggiora. Serve arginare la
costiera in tutti i modi dagli interessi della malavita. Non è semplice, ma è necessario scendere in campo con più vigore. Qui non possiamo continuare a vivere con la presunzione che la penisola sorrentina sia una realtà completamente distaccata da un circondario in cui la criminalità ha messo radici per poi espandersi lì dove è possibile reinvestire con riscontri i propri proventi illeciti. Bisogna aprire un capitolo di indagini sulla questione riciclo. Qui in penisola sorrentina mi pare che tale tematica sia di prioritaria importanza. Siamo accerchiati. Le rivelazioni sull’espansione dei clan
a Sorrento sono decisive perché sconfessano le certezze dei sindaci confermando quel che dicevamo da tempo: c’è un problema, grosso, da affrontare. In penisola la malavita si presenta sotto forme diverse da quelle “abituali” in realtà così vicine. Occhio alle transazioni, alle
operazioni immobiliari, all’arrivo di capitali di dubbia matrice. Gli investimenti sono una valvola di sfogo con cui la criminalit
organizzata, in penisola, avanza giorno dopo giorno”. Ma c’è di più:
Stiamo preparando – spiega il presidente della Commissione Trasparenza – un appello da rivolgere alle istituzioni locali per
coordinare un programma di lavoro costruttivo per salvaguardare l’identità sana della penisola sorrentina da opporre ai malviventi che
tendono ad arrivare dalle nostre parti per fare affari. Dai processi
arrivano vere e proprie batoste per chi diceva che qui a Sorrento
bisognava stare sereni. Mi spiace che qualcuno si sia fatto portavoce
di messaggi sbugiardati in tutto e per tutto. Coalizziamo le forze sane della penisola, forze politiche e di polizia, per lottare con tutte le nostre forze
”. – Orbene ,non va dimenticato che l’Associazione Caponnetto non é e non intende essere come molti altri sodalizi che – così come lamentava Paolo Borsellino che molto spesso tutti invocano senza sapere nemmeno quello che egli abbia detto – si limitano alla retorica addossando tutto il peso dell’azione pratica della lotta alle mafie sulle sole spalle della magistratura e delle forze dell’ordine. Il fatto che la nostra Associazione si ispiri e porti il nome di uno dei più grandi magistrati italiani,il “papa’ spirituale” proprio di Falcone e Borsellino,e che,inoltre,abbia come suo Presidente onorario un altro grande magistrato la diversifica da tanti altri e la induce a fare un tipo di antimafia “diverso” dall’usuale.
Pratico,operativo,incisivo e significativo.
Noi,dove siamo in grado,non lasciamo mai sole Magistratura e Forze dell’Ordine a combattere la criminalità mafiosa ,sia essa quella militare e violenta,sia,soprattutto,quella economica.
E,quindi,politica ed anche,eventualmente,istituzionale.
Quella dei “colletti bianchi”.La più insidiosa!!
Il nostro lavoro si basa,quindi,su un’osservazione continua,sull’annotazione di ogni fatto e di ogni fenomeno, e,infine,sulle “visure camerali”,’l'unico strumento,questo,per risalire a chi c’é “dietro”. Con l’obiettivo di individuare i soggetti,diretti ed indiretti,pupi e pupari,per poi alla fine rendere partecipe chi di dovere del frutto della nostra opera di ricerca.
Un lavoro,quello nostro, intelligente,profondo,di scavo continuo,anche costoso ,ma che si rende utile e necessario dovunque e,soprattutto,laddove ci troviamo di fronte ad una camorra che non appare,non visibile,una camorra dalla “faccia pulita”.
Per fare questo,però,abbiamo bisogno della collaborazione della gente perbene,di quella che ti segnala, senza esporsi in prima persona. Ci esponiamo noi assicurando ad ognuno l’anonimato!
E’ un caldo appello,pertanto,che rivolgiamo a tutte le persone perbene di quel territorio.
Segnalataci ogni situazione,ogni fatto -anche sospetti -che può fornirci le basi per avviare delle ricerche. Solo in tal modo si può iniziare un lavoro serio di contrasto alle attività dei clan fortemente radicati sul territorio. Ottobre 2014 - 
Elvio Di Cesare – Segretario Nazionale Associazione Antimafia “Antonino Caponnetto”.

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