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Essere poliziotti a Napoli.

VIDEO .Essere poliziotti a Napoli | Servizio Pubblico.Guardate in  quali condizioni lavorano i poliziotti a Napoli: pochi,senza mezzi e demotivati:Con un nemico che é la camorra !!!!!!!!!!

A Monza il processo per i rischi di crollo della passerella Anas di Cinisello.

A Monza il processo per i rischi di crollo della passerella Anas di Cinisello | Nordmilano24. L’ANAS SI E’ COSTITUITA PARTE CIVILE NEL PROCESSO ,IL COMUNE DI CINISELLO BALSAMO NO.

Nordmilano24

A Monza il processo per i rischi di crollo della passerella Anas di Cinisello

A Monza il processo per i rischi di crollo della passerella Anas di Cinisello
gennaio 26
08:052015

Ventotene, concessioni demaniali ai pontili: due rinviati a giudizio.

21 gennaio 2015 – 9:34 di
ventotene

Un sistema facile, troppo facile, ma soprattutto illegale quello sulle concessioni per i pontili a Ventotene. Ne è convinto il pm Giuseppe Miliano e, con le accuse di abuso d’ufficio e omissione di atti d’ufficio, Pasquale Romano e l’architetto Luigi Cirillo, rispettivamente responsabili dell’ufficio comunale dei lavori pubblici e dell’urbanistica e del demanio, sono stati rinviati a giudizio.

Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Mara Mattioli, ha disposto per i due, difesi dall’avvocato Luca Scipione, un processo. E la prima udienza è fissata per il 22 luglio. Secondo il pubblico ministero, gli imputati, tra il 2011 e il 2012, avrebbero rilasciato 15 concessioni demaniali, per installare i pontili, senza bandire gare pubbliche.

 

RICHIESTA DI PRECISAZIONE, ore 19.38:

Ci scrivono dal Comune di Ventotene Pasquale Romano e Luigi Cirillo affermando che “Contrariamente a quanto affermato nell’articolo a firma di Clemente Pistilli, nessun pontile è stato concesso e nessun pontile è stato realizzato e posto in opera a seguito degli atti posti in essere dai funzionari comunali.

Sono state rilasciate autorizzazioni temporanee della durata massima di 30 giorni che si ritengono legittime in quanto ubicate in specchio acqueo già destinato a ormeggio barche per residenti con Ordinanza della Capitaneria di Porto di Gaeta. Tali autorizzazioni temporanee hanno permesso ai ragazzi di Ventotene di poter esercitare l’attività di barcaioli e portare turisti a fare il giro dell’isola”.

Pompei la città Mariana e l ‘inchiesta loculi.

. Pompei la città Mariana e l ‘inchiesta loculi

Non c è più rispetto nemmeno per i defunti, la macchina di soldi sporchi non si ferma  davanti  a nulla e a Pompei città della Modonna l’ennesima inchiesta di corruzione e mala politica.

 

Testimoni di giustizia, arriva la Carta dei diritti.

Vice Ministro taccia perché  queste promesse sono un offesa ai testimoni di giustizia e significano   infierire su uomini e donne già distrutti da uno Stato ingrato.
Dov’è finita la carta dei diritti?
Dove quel decreto attuativo per l’assunzione dei Testimoni  di Giustizia  nella P.A.??????????????

Vice Ministro questa sembra  una barzelletta , che ,però,non ci fa ridere ma  piangere !!!!!!

Testimoni di giustizia, arriva la Carta dei diritti

Il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico ha istituito una commissione ad hoc. Sociologi, avvocati, magistrati e funzionari del Servizio centrale di Protezione hanno sei mesi per rendere eque le normative a favore di chi rischia la vita per accusare le cosche mafiose

di Piero Messina

16 maggio 2014

Testimoni di giustizia, arriva la Carta dei diritti La lotta alle mafie avrà un’arma in più. Si chiama “Carta per i diritti dei testimoni di giustizia” ed è il progetto lanciato dal viceministro dell’Interno, Filippo Bubbico, con l’obiettivo di aggiornare e rendere eque le normative a favore di quel drappello di uomini e donne che negli anni sono sfilati di fronte ai Tribunali per accusare le cosche mafiose. Sono quasi un centinaio i testimoni di giustizia che in questi anni stanno offrendo il loro contributo alla Magistratura. Grazie alle loro dichiarazioni, la magistratura è riuscita a disarticolare intere cosche mafiose. I testimoni di giustizia provengono tutti dal Sud e sono inseriti, con i loro familiari, all’interno dei sistemi di protezione. La normativa attuale discende dalla legge sui “collaboratori” di giustizia. La linea di demarcazione tra i due status è netta: il collaboratore è un ex mafioso o un fiancheggiatore che ha deciso di saltare il fosso; il “testimone” è una vittima innocente di fatti di mafia.

Per giungere alla stesura della Carta, il Viminale ha creato una commissione ad hoc, un gruppo composto da sociologi, avvocati, magistrati e funzionari del Servizio centrale di Protezione, che nei prossimi sei mesi avrà il compito di studiare le normative vigenti e proporre le modifiche necessarie. Bubbico promette una svolta in tempi certi.

Perché è necessario cambiare le regole?
“Perché manca un quadro di certezze giuridiche ed operative che valga per tutti. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che sia necessaria un’azione di trasparenza. E spiego perché: i testimoni inseriti nei programmi di protezione non hanno ben chiari i propri obblighi e propri diritti. Così, è necessario per lo Stato rivalutare misure e strumenti, garantire condizioni di sicurezza e risarcire questi cittadini esemplari per i disagi che vivono. Ecco, la Carta dei diritti del testimone di giustizia dovrà creare un quadro di certezze giuridiche ed operative”. La stileremo in sei mesi, non un giorno di più″.

Cosa non ha funzionato?
“Dalla legge del 1991 alle successive modifiche, abbiamo costantemente aggiornato i profili di intervento. Ci siamo adeguati al contesto di volta in volta, creando un modello di risposta in progress che, magari avrà sortito delle soluzioni tampone, ma proprio per la sua natura sperimentale ha causato episodi discrezionali. Non tutti sono stati trattati allo stesso modo. E questo non è più accettabile. Servono regole eguali per tutti, principio caposaldo per una concreta azione legalitaria. Non è più possibile procedere con un quadro normativo che si è consolidato per successive approssimazioni”.

I testimoni come vivono il loro status?
“Stiamo vivendo un paradosso. Lo Stato impegna notevoli fondi sul piano finanziario (per collaboratori e testimoni di giustizia il budget del Servizio centrale Protezione sfiora gli 80 milioni di euro l’anno,ndr) ma anche in termini di risorse umane e strumentali. Ma dai testimoni di giustizia registriamo una insoddisfazione crescente. Ed è comprensibile, purtroppo. Così come è comprensibile il sacrificio silenzioso di migliaia di operatori di giustizia, uomini delle forze dell’ordine e della magistratura, che offrono il loro apporto in condizioni complesse. Con la Carta metteremo mano anche a queste situazioni”.

Perché i testimoni di giustizia si lamentano?
“E’ necessaria una premessa. Chi decide di testimoniare offre un contributo determinante nella lotta al crimine organizzato ed espone  se stesso e la sua famiglia a rischi nella sicurezza personale ed a disagi profondi che segnano l’esistenza. La loro vita viene sconvolta perché, in ossequio al dovere di cittadinanza, hanno testimoniato di fatti illeciti o atti violenti. C’è chi ha cambiato città, chi ha deciso di utilizzare nuove identità e chi, infine, ha scelto di restare in trincea, nei luoghi dove ha denunciato le cosche mafiose”.

Tra i testimoni di giustizia che hanno deciso di non lasciare la sua terra e non cambiare identità c’è Ignazio Cutrò. Ora, però, l’imprenditore di Bivona sembra sul punto di arrendersi ?
“Chi ha deciso di continuare a vivere nei luoghi dove sono avvenuti i fatti che ha denunciato è più di un testimone di giustizia. Diventa un testimone di legalità. Lo Stato deve saper cogliere queste risorse strategiche, perché la libertà si conquista restando in trincea. Se mi metto nei panni di chi ha scelto di restare, mi rendo conto di quanto difficile sia la sfida. C’è il rischio di essere isolati da una comunità, le persone che prima ti salutavano non ti rivolgono più lo sguardo, non ti degnano di una parola. In queste condizioni è quasi impossibile immaginare un reinserimento a pieno titolo. Come fa un imprenditore a lavorare in un contesto simile? Questa per noi è una sfida anche culturale, da vincere a tutti costi, perché le mafie si sconfiggono nei tribunali ma anche giorno dopo giorno, grazie al coraggio di chi, essendone stato vittima, ha denunciato”.

Quali misure saranno introdotte?
“Bisogna lavorare su più fronti. In primis, si deve garantire la sicurezza e il benessere psicofisico dei testimoni di giustizia. Abbiamo monitorato la situazione e non posso nascondere che sono tante le persone che soffrono. Poi, si deve puntare a ricostruire la vita economica e sociale di questi cittadini modello, con misure economiche che siano eguali per tutti. Sino ad oggi esistono due linee di ristoro economico: il fondo nazionale antiracket e quello della commissione centrale per la protezione. E’ successo che casi analoghi siano stati trattati in maniera diversi per aspetti puramente formali. Brutalmente, c’è chi ha preso di più e chi meno. E questo non è giusto. Ma ci saranno altre novità sul piano legislativo. E’ in dirittura d’arrivo la norma che consente l’assunzione nella pubblica amministrazione dei testimoni di giustizia. Il decreto attuativo è frutto di uno studio congiunto tra il Ministero dell’Interno e la Funzione pubblica. Abbiamo dovuto superare scogli giuridici non indifferenti: da una parte sancire il diritto all’assunzione, dall’altra la necessità di non svelare i  nomi di chi ha assunto una nuova identità. Ostacoli superati”.

http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/05/16/news/testimoni-di-giustizia-arriva-la-carta-dei-diritti-1.165640

“ LA MAFIA HA OCCUPATO IL PAESE “

Da “La Repubblica  -Milano “.   Canzio: mafia ha occupato il Nord. E per l’Expo è allarme terrorismo islamico.   Il presidente Giovanni Canzio (ansa)Organizzazioni mafiose, sempre più potenti, e terrorismo islamico. Sono le minacce che incombono su Expo 2015 a meno di 100 giorni dall’inaugurazione dell’Esposizione universale. Ed è proprio nel contrasto a criminalità organizzata e fondamentalismo che la magistratura milanese dovrà spendere le maggiori energie. È la linea indicata da Giovanni Canzio, presidente della Corte d’appello di Milano, intervenuto all’inaugurazione dell’anno giudiziario: “Presenza e attenzione sarà riservata alla prevenzione e repressione di ogni forma di violenza di natura eversiva o terroristica o di matrice fondamentalista, che intenda profittare della portata internazionale di Expo 2015″, ha detto Canzio. E ancora: “In vista di Expo, lo Stato è presente e contrasta l’urto sopraffattorio della criminalità mafiosa, garantendo, nonostante la denunciata carenza di risorse nel settore giudiziario, la legalità dell’agire e del vivere civile”. Il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, ha annunciato rinforzi per il tribunale e la Corte d’appello di Milano per fare fronte al “superlavoro” che deriverà dall’Esposizione universale: “Contiamo di poter assegnare al distretto, prima dell’avvio di Expo 2015, circa 28 magistrati”, ha detto.

Per Canzio, Expo potrebbe destabilizzare gli equilibri fra le varie organizzazioni mafiose: “Il fiorire di iniziative imprenditoriali collegate all’evento – chiarisce il presidente – lascia presagire che per la criminalità organizzata si aprano, insieme con nuove e più ricche opportunità, impreviste criticità, a causa del conflitto latente fra le originarie regole delle ‘ndrine e i più ampi orizzonti di profitto”. Nel suo complesso, comunque, le organizzazioni mafiose in Lombardia oggi sarebbero eccezionalmente forti. “La presenza mafiosa al Nord deve essere ormai letta in termini non già di mera infiltrazione, quanto piuttosto di interazione-occupazione”, ha detto l’alto magistrato. Quanto alla ‘ndrangheta, in particolare, sarebbe ormai “come una metastasi” nel territorio lombardo.

Parlando nell’aula magna del Palazzo di giustizia, il presidente della Corte d’appello ha anche commentato i più clamorosi casi di amministrazione della giustizia nell’anno appena concluso. A cominciare dall’audizione di Giorgio Napolitano nel processo sulla trattativa Stato-mafia. “È mia ferma e personale opinione – ha detto Canzio – che questa dura prova si poteva risparmiare al capo dello Stato, alla magistratura stessa e alla Repubblica Italiana”. Il pm Nino Di Matteo, titolare del processo, replica a distanza: “Non ho intenzione di commentare le dichiarazioni del presidente della Corte d’appello di Milano, ma l’utilità della citazione a testimoniare dell’ex presidente Napolitano è già stata oggetto di valutazione della Corte d’assise di Palermo”.

Canzio ha anche citato alcune recenti sentenze che hanno fatto scalpore, come quelle dei processi Eternit e Ruby: “L’opinione pubblica ha espresso sentimenti di diffusa indignazione per le recenti decisioni di proscioglimento, pronunciate in taluni casi dalle Corti di appello e dalla Corte di cassazione, come Cucchi, Berlusconi, gli scienziati e il sisma aquilano, Eternit”. Pur senza scendere nel dettaglio del giudizio tecnico sulle sentenze, Canzio ha espresso comprensione per “l’umano sconcerto per i pur gravi eventi contestati e rimasti impuniti”. Dopo essersi soffermato sulla buona performance degli uffici giudiziari milanesi (con una riduzione progressiva del numero di pratiche pendenti sia in tribunale sia in Corte d’appello), Canzio ha elogiato il lavoro dei giudici italiani, che “pure in condizione di stressante impegno lavorativo e talora in un clima ingiustificato di delegittimazione o addirittura dileggio, dimostrano spirito di sacrificio, senso del dovere, equilibrio, riservatezza”.

In platea erano presenti Canzio l’ex premier Mario Monti, il cardinale Angelo Scola, il sindaco Giuliano Pisapia e l’ex sindaco Gabriele Albertini, il governatore Roberto Maroni, il prefetto Francesco Paolo Tronca e i vertici delle forze dell’ordine. All’ingresso dell’aula magna è anche andato in scena in modo plateale lo scontro in atto da mesi all’interno della Procura di Milano fra il capo Edmondo Bruti Liberati e l’aggiunto Alfredo Robledo, ‘declassato’ dallo stesso Bruti dal pool anti-corruzione all’ufficio Esecuzione. Bruti Liberati si è presentato alla cerimonia circondato da tutti i suoi procuratori aggiunti, con l’unica eccezione di Robledo.

Nei Comuni si ricorre al sistema dei microappalti per favorire le imprese mafiose.Massima attenzione.

Massima attenzione alle piccole gare perché oggi, per favorire le imprese mafiose ,nei Comuni si ricorre ai microappalti spezzettando gli importi.Anzicchè,ad esempio,fare una gara da 100.000 euro,se ne fanno due da 50.000 e così via

Gli affari di Cosa nostra
Mafia, il nuovo business sono i piccoli appalti. L’allarme del
procuratore: “Comuni preda dei clan”
Note riservate della prefettura su infiltrazioni delle cosche in dodici amministrazioni del
Palermitano. Sospetti su lavori con assegnazione diretta ad Altofonte, Carini, Cefalù e Ustica
di SALVO PALAZZOLO
NON è più tempo dei grandi appalti per i boss e i loro insospettabili complici, come nei ruggenti
anni Ottanta e Novanta. «Troppi controlli nelle gare, troppi protocolli d’intesa», commentano i
mafiosi nelle intercettazioni. Le ultime indagini di procura e carabinieri dicono che l’organizzazione
mafiosa punta ormai ai piccoli lavori pubblici, soprattutto quelli gestiti dai Comuni della provincia
palermitana. Appalti ad affidamento diretto: al massimo, di 40 mila euro per i lavori, 100 mila per i
servizi, 200 mila per le opere da realizzare in somma urgenza. Di questi tempi, un vero eldorado per
i nuovi boss. E, adesso, il procuratore reggente di Palermo, Leonardo Agueci, lancia l’allarme: «Con
l’attuale crisi della risorse, i soldi sono soprattutto nei piccoli lavori, che vengono aggiudicati con
procedure semplificate, facilmente strumentalizzabili. Ecco perché gli enti locali sono tornati a
essere nella morsa dell’organizzazione mafiosa». Lo confermano le rilevazioni della prefettura di
Palermo, che di recente ha tracciato un bilancio delle segnalazioni di presenze sospette inviate ai
sindaci della provincia negli ultimi due anni. È un bilancio preoccupante. Una nota riservata è
partita per il Comune di Carini, dove sono state rilevate ben 9 ditte sospette alla prese con gli
appalti comunali. Un’altra nota è stata inviata a Camporeale, per due ditte. A Misilmeri, per altre
due. E ancora: Altofonte, Bagheria, Cefalù, Corleone, Ficarazzi, Godrano, Ustica, San Cipirello e
San Giuseppe Jato, anche questi Comuni hanno ricevuto una comunicazione dalla prefettura per
rischio di infiltrazioni mafiose negli appalti.
LE NUOVE INDAGINI Dunque, l’ultimo blitz della procura di Termini Imerese al Comune di
Misilmeri è solo la punta di un iceberg. Di relazioni già svelate, ma anche di altre su cui i pm del
pool antimafia stanno continuando a indagare. Agueci non ne fa mistero: «Purtroppo,i rapporti fra
ambienti di mafia ed enti locali non sono mai venuti meno. Forse, in questi ultimi anni si sono
attenuati grazie alle indagini e agli arresti, ma dopo una momentanea fase di crisi hanno ripreso a
funzionare senza altri intoppi. Ecco perché la nostra attenzione continua ad essere alta. Ma,
naturalmente, non è possibile fare indagini su tutti i Comuni. E l’attività repressiva è importante, ma
non basta».
IL METODO DEL TAVOLINO Bisogna ripercorrere le ultime indagini per comprendere quanto il
sistema dei piccoli appalti sia diventato vulnerabile. E soprattutto per individuare il metodo di
aggressione dei boss. Perché un metodo c’è, niente è lasciato al caso. Lo dicono anche i
provvedimenti di scioglimento decretati dal ministero dell’Interno per Misilmeri, Isola delle
Femmine, Polizzi, Altavilla Milicia. Sono sempre i piccoli appalti a far scattare le infiltrazioni
mafiose. Anche quando consiglio comunale e giunta restano in sella. Così accadde a Belmonte
Mezzagno, dove fu bacchettato solo il capo dell’ufficio tecnico. Il metodo del nuovo tavolino l’ha
spiegato chiaramente uno degli ultimi pentiti di mafia, Vincenzo Gennaro, che ha parlato delle sue
entrature al Comune di Altavilla, poi sciolto per infiltrazioni mafiose. «Io avevo avuto una promessa
dal sindaco Arisi nella campagna elettorale del 2012 – ha messo a verbale – Disse: mi d ai una mano,
non ti preoccupare, io ti faccio lavorare là come un pazzo, ora c’è un cantiere, c’è un lavoro che
dovrebbe partire». La campagna elettorale è l’origine di ogni accordo. I carabinieri del nucleo
Investigativo hanno scoperto che anche il sindaco di Alimena, Giuseppe Scrivano, cercava voti
mafiosi per la sua candidatura alle Regionali 2012. Avrebbe pagato 50 euro a voto. Dice il tenente
colonnello Salvatore Altavilla, comandante del Reparto Operativo: «Il momento della campagna
elettorale è sempre molto indicativo per comprendere se in un dato Comune ci sarà il rischio di
controllo mafioso sulla pubblica amministrazione. Perché i mafiosi gestiscono i voti, che offrono a
una classe politica a loro vicina. In cambio, chiedono di gestire gli appalti». Il procuratore Agueci è
preoccupato: «Ancora oggi ci sono non pochi politici che continuano a cercare i voti mafiosi».
ECCO  LA REALTA’ IN MOLTISSIMI C
OMUNI OGGI

NEI   COMUNI  OGGI   SI    SPEZZETTANO
GLI APPALTI    PER    FAVORIRE   LE
IMPRESE   MAFIOSE
ANZICCHE’ INDIRE,AD ESEMPIO,UNA
GARA PER UN IMPORTO DI 1 MILIONE,SE
NE INDICONO 10 DA 100,OOO EURO E
COSI’ A SCENDERE.
TUTTI   MICROAPPALTI PER   SFUGGIRE AI
CONTROLLI,  DA 50,   60.000  EURO
BISOGNA TENERE SEMPRE  GLI OCCHI
APERTI,ANCHE SULLE  PICCOLE  GARE  E
FARE   SEMPRE LE VISURE  CAMERALI
PER OGNI  IMPRESA CHE VIENE INVITATA
ALLE GARE O CHE,CON  IL  SISTEMA
DELLA ” SOMMA URGENZA”  RISULTA
AFFIDATARIA  DIRETTA DI  LAVORI
SENZA GARA
Gli affari di Cosa nostra
Mafia, il nuovo business sono i piccoli appalti. L’allarme del
procuratore: “Comuni preda dei clan”
Note riservate della prefettura su infiltrazioni delle cosche in dodici amministrazioni del
Palermitano. Sospetti su lavori con assegnazione diretta ad Altofonte, Carini, Cefalù e
Ustica
di SALVO PALAZZOLO
NON è più tempo dei grandi appalti per i boss e i loro insospettabili complici, come nei
ruggenti
anni Ottanta e Novanta. «Troppi controlli nelle gare, troppi protocolli d’intesa»,
commentano i
mafiosi nelle intercettazioni. Le ultime indagini di procura e carabinieri dicono che
l’organizzazione
mafiosa punta ormai ai piccoli lavori pubblici, soprattutto quelli gestiti dai Comuni della
provincia
palermitana. Appalti ad affidamento diretto: al massimo, di 40 mila euro per i lavori, 100
mila per i
servizi, 200 mila per le opere da realizzare in somma urgenza. Di questi tempi, un vero
eldorado per
i nuovi boss. E, adesso, il procuratore reggente di Palermo, Leonardo Agueci, lancia
l’allarme: «Con
l’attuale crisi della risorse, i soldi sono soprattutto nei piccoli lavori, che vengono
aggiudicati con
procedure semplificate, facilmente strumentalizzabili. Ecco perché gli enti locali sono
tornati a
essere nella morsa dell’organizzazione mafiosa». Lo confermano le rilevazioni della
prefettura di
Palermo, che di recente ha tracciato un bilancio delle segnalazioni di presenze sospette
inviate ai
sindaci della provincia negli ultimi due anni. È un bilancio preoccupante. Una nota
riservata è
partita per il Comune di Carini, dove sono state rilevate ben 9 ditte sospette alla prese con
gli
appalti comunali. Un’altra nota è stata inviata a Camporeale, per due ditte. A Misilmeri, per
altre
due. E ancora: Altofonte, Bagheria, Cefalù, Corleone, Ficarazzi, Godrano, Ustica, San
Cipirello e
San Giuseppe Jato, anche questi Comuni hanno ricevuto una comunicazione dalla
prefettura per
rischio di infiltrazioni mafiose negli appalti.
LE NUOVE INDAGINI Dunque, l’ultimo blitz della procura di Termini Imerese al Comune di
Misilmeri è solo la punta di un iceberg. Di relazioni già svelate, ma anche di altre su cui i
pm del
pool antimafia stanno continuando a indagare. Agueci non ne fa mistero: «Purtroppo,i
rapporti fra
ambienti di mafia ed enti locali non sono mai venuti meno. Forse, in questi ultimi anni si
sono
attenuati grazie alle indagini e agli arresti, ma dopo una momentanea fase di crisi hanno
ripreso a
funzionare senza altri intoppi. Ecco perché la nostra attenzione continua ad essere alta.
Ma, naturalmente, non è possibile fare indagini su tutti i Comuni. E l’attività repressiva è
importante, ma
non basta».
IL METODO DEL TAVOLINO Bisogna ripercorrere le ultime indagini per comprendere
quanto il
sistema dei piccoli appalti sia diventato vulnerabile. E soprattutto per individuare il metodo
di
aggressione dei boss. Perché un metodo c’è, niente è lasciato al caso. Lo dicono anche i
provvedimenti di scioglimento decretati dal ministero dell’Interno per Misilmeri, Isola delle
Femmine, Polizzi, Altavilla Milicia. Sono sempre i piccoli appalti a far scattare le infiltrazioni
mafiose. Anche quando consiglio comunale e giunta restano in sella. Così accadde a
Belmonte
Mezzagno, dove fu bacchettato solo il capo dell’ufficio tecnico. Il metodo del nuovo
tavolino l’ha
spiegato chiaramente uno degli ultimi pentiti di mafia, Vincenzo Gennaro, che ha parlato
delle sue
entrature al Comune di Altavilla, poi sciolto per infiltrazioni mafiose. «Io avevo avuto una
promessa
dal sindaco Arisi nella campagna elettorale del 2012 – ha messo a verbale – Disse: mi d ai
una mano,
non ti preoccupare, io ti faccio lavorare là come un pazzo, ora c’è un cantiere, c’è un
lavoro che
dovrebbe partire». La campagna elettorale è l’origine di ogni accordo. I carabinieri del
nucleo
Investigativo hanno scoperto che anche il sindaco di Alimena, Giuseppe Scrivano, cercava
voti
mafiosi per la sua candidatura alle Regionali 2012. Avrebbe pagato 50 euro a voto. Dice il
tenente
colonnello Salvatore Altavilla, comandante del Reparto Operativo: «Il momento della
campagna
elettorale è sempre molto indicativo per comprendere se in un dato Comune ci sarà il
rischio di
controllo mafioso sulla pubblica amministrazione. Perché i mafiosi gestiscono i voti, che
offrono a
una classe politica a loro vicina. In cambio, chiedono di gestire gli appalti». Il procuratore
Agueci è
preoccupato: «Ancora oggi ci sono non pochi politici che continuano a cercare i voti
mafiosi».

Così le case confiscate ai boss restano in mano ai mafiosi – IlGiornale.it

.Così le case confiscate ai boss restano in mano ai mafiosi – IlGiornale.it.Lo scandalo della case confiscate alla mafia.10.000 immobili ed ancor più confiscati ed ancora in mano  ai mafiosi mentre la gente sfrattata ed i poveri sono senza casa ed in mezzo alla strada.Vergognatevi se avete ancora un pò di senso di pudore !!!!!!!!!

Così le case confiscate ai boss restano in mano ai mafiosi

Sono almeno 10mila gli immobili sequestrati che lo Stato non è in grado di sottrarre ai clan

- Sab, 24/01/2015 – 08:58
tagli in tutti i settori, ma intanto rimane bloccato un enorme patrimonio dello Stato che potrebbe generare ricchezza.

Sono almeno 10mila, ma forse molti di più, gli immobili confiscati definitivamente a mafiosi, che rimangono nelle loro mani per l’incapacità dell’agenzia nata a questo scopo nel 2010 di acquisirli e destinarli ad un uso sociale.

Lo ha accertato la Direzione nazionale antimafia, che si è mossa dopo una segnalazione del distretto di Torino. Ha affidato un monitoraggio su tutto il territorio nazionale alla Dia, la polizia investigativa del settore, che ha consegnato pochi giorni un allarmante rapporto nelle mani del superprocuratore. E Franco Roberti lancia la sua accusa nella relazione della Dna per il nuovo anno giudiziario.

Risultano gravi inadempienze dell’Agenzia per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità, diretta da giugno dal prefetto Umberto Postiglione: di 8.500 beni confiscati non si hanno notizie certe, quasi certamente sono tuttora occupati. In più, al Nord su 1.301 immobili confiscati almeno 259 non sono stati liberati. Al centro, sono almeno 380 su 1.038 i beni dei quali lo Stato non è entrato in possesso. Al Sud, c’è il buco nero: solo in Sicilia, 2.358 immobili sarebbero quasi tutti occupati. E si tratta solo di dati dal 2011.

Parliamo di case, ville, palazzine, anche castelli e torrette, sparsi in tutte le regioni ma concentrate quasi per metà proprio in Sicilia e in alte percentuali in Campania, Calabria, Lombardia e Puglia. Beni pubblici a tutti gli effetti che potrebbero diventare abitazioni e risolvere la grave carenza di housing sociale, uffici pubblici, scuole, residenze studentesche, centri culturali o di accoglienza per immigrati…

Invece, per lo più dopo sentenze e confische definitive rimangono abitate dai boss e dalle loro famiglie, che li utilizzano anche per trarne lauti profitti. Come nel caso clamoroso del castello piemontese di Miasino: 29 stanze affrescate, un parco di 60mila metri quadri sul lago d’Orta con piscina, valutato nel 2009 4,6 milioni di euro. Comprato negli anni ’80 dal boss della camorra Pasquale Galasso, arrestato nel 1992, diventato un collaboratore di giustizia e condannato definitivamente nel 2007, malgrado confisca e ordinanza di sgombero del 2011 è gestito dalla società della moglie, che vi organizza cerimonie di lusso, matrimoni, convention e sfilate guadagnando cifre da capogiro.

L’agenzia, con sede a Reggio Calabria, non ha dati certi quasi su nulla. Lamenta carenza di personale (circa 50 persone), farraginosità giudiziaria e normativa, difficoltà di trovare enti, come comuni e Regioni, che si accollino i costi di gestione per affidarli anche ad associazioni no-profit che li richiedono. Così le confische aumentano, ma solo sulla carta.

Sparatoria, ieri, a Bitonto. Colpi d’arma da fuoco a scopo intimidatorio: bersaglio, un pregiudicato – Cronaca – Una finestra sempre aperta su Bitonto – Da Bitonto

ARTICOLI Sparatoria, ieri, a Bitonto. Colpi d’arma da fuoco a scopo intimidatorio: bersaglio, un pregiudicato – Cronaca – Una finestra sempre aperta su Bitonto – Da Bitonto
daBitonto

Sparatoria, ieri, a Bitonto. Colpi d’arma da fuoco a scopo intimidatorio: bersaglio, un pregiudicato

Oggetto del contendere, il solito predominio sulle zone d’influenza dello spaccio

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Quella sporca politica , vergogna.

Quella sporca politica , vergogna

Quei personaggi che mai si erano schierati contro la camorra, oggi capiamo il perché!

Area degli allegati

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Processo Monza si inizia la madre di tutte le battaglie.

Processo Monza : inizia lunedì 26 gennaio ; é  la madre di tutte le battaglie

Dopo 4 anni entra nel vivo il processo per l’appalto pubblico per la realizzazione della passarella ciclo pedonale ss 36 a Cinisello Balsamo un opera faraonica e uno scempio poiché ancora chiusa dopo ben 5 anni.
Una brutta storia questa, che ha visto un uomo onesto, un dirigente di azienda  che non ha esitato a denunciare, perdendo la sua posizione agiata, uno contro tutti, contro quel modus operandi  definito dalla Procura “criminale” , un gruppo di personaggi che non hanno esitato a braccarlo,  minacciandolo ed isolandolo,poi c è  un p.m dott. Franca Macchia titolare anche del processo Penati, che ha creduto e verificato le dettagliate denunce del testimone, che oltre a denunciare ,ha prodotto anche prove inconfutabili .Di  certo non mancheranno colpi di scena nel corso del procedimento penale.
Un processo con udienze che vanno da Gennaio 2015 a fine Luglio 2015.
Questo è il primo processo che vede imputate alcune persone già note alla Giustizia ma che stranamente eseguivano opere pubbliche in tutta Italia.
Lunedi 26 gennaio 2015 ci sono 5 indagati  con i loro blasonati legali e un uomo onesto difeso dall’avv.to Inzillo .Il testimone è  determinato e consapevole del ruolo che egli svolge .Oggi dopo anni questo uomo più che quarantenne combatte una battaglia che non è sua ma di una intera popolazione.Egli  ha frantumato un sistema di corruzione e collusioni e non solo …….  I cittadini onesti sapranno – almeno lo speriamo -   unirsi  alla richiesta  di verità che da anni formula  il testimone di giustizia.
Un appalto di oltre 13 milioni di euro ed un opera ancora chiusa.Molti media fanno silenzio,  troppi i nomi importanti coinvolti e l’ombra della camorra desta inquietudine in un territorio che per anni si è proclamato indenne da fenomeni mafiosi, ma che le cronache odierne smentiscono.
Un primo cittadino troppo silente e lontano da esternare la sua vicinanza a questo eroico cittadino che con la sua denuncia ha potuto evitare una tragedia, tragedie che poi restano come spesso accade con un nulla di fatto.
Noi della Associazione Caponetto abbiamo sposato questa battaglia e siamo vicini al testimone come sempre. Oggi vogliamo dire grazie a lui e ai tanti che hanno sacrificato la loro vita, rendendola un inferno  sulla terra.
Grazie Gennaro .

Noi tutti siamo con te e che il tuo nobile gesto sia di esempio alle generazioni future.

                                                                                Ass.Caponnetto

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Massima diffusione , bisogna denunciare.

Massima diffusione , bisogna denunciare,denunciare,

denunciare

Chiunque venga a conoscenza di reati, di corruzione o altri illeciti deve denunciare.

Tutela del dipendente che effettua segnalazioni di illecito (c.d. whistleblower)
Segnalazioni di illeciti di cui il pubblico dipendente sia venuto a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro
(art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 e dell’art. 19, comma 5 della legge 11 agosto 2014, 114):
Posta elettronica: whistleblowing@anticorruzione.it

Francesco Dipalo: “Io, testimone di giustizia contro la Mafia Murgiana”

.Francesco Dipalo: “Io, testimone di giustizia contro la Mafia Murgiana” |  LEGGETE,LEGGETE ED AVETE CHIARO  “COME “ VENGONO TRATTATI MOLTI TESTIMONI DI GIUSTIZIA!!!!!!!!!!!! CONTINUANDO COSI’ IN ITALIA NESSUNO PIU’ DENUNCERA’ MAFIOSI E CORROTTI. QUESTO E’ IL PERICOLO CHE NOI TEMIAMO E CI FA TREMARE I POLSI

Francesco Dipalo: “Io, testimone di giustizia contro la Mafia Murgiana”

 

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La lettera dell’imprenditore: “Entrati nel programma di protezione, un incubo senza fine”
di AMDuemila – 23 gennaio 2015
Pubblichiamo di seguito la lettera inviata al direttore Giorgio Bongiovanni da Francesco Dipalo, testimone di giustizia di Altamura che ha denunciato i clan della Mafia Murgiana.

Egregio Direttore,
chi Le scrive è un Imprenditore di Altamura che alcuni anni fa denunciò una organizzazione criminale denominata Mafia Murgiana che imponeva il pizzo al sottoscritto e ad una intera classe imprenditoriale. A seguito delle mie dichiarazioni rilasciate alla DDA di Bari e dopo sei anni di indagini, la dottoressa Desirèe Digeronimo, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bari, e il dott. Roberto Pennisi Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, applicato alla DDA di Bari, chiesero ed ottennero dal GIP di Bari il rinvio a giudizio di numerosi soggetti tra i quali figuravano, affiliati al clan Dambrosio di Altamura, imprenditori deviati, esponenti delle forze dell’ordine, professionisti, politici ed amministratori pubblici accusati a vario titolo di associazione mafiosa, omicidi, occultamento di cadavere, detenzione illegale di armi da guerra e relative munizioni, estorsione, usura, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, rapimento (per avere rapito un imprenditore di Altamura rilasciato per aver pagato un riscatto) ecc. Sempre dalle mie denunce si svilupparono altri filoni di indagini che consentirono al Tribunale di Lecce (competente su quello di Bari), di rinviare a giudizio una ventina di soggetti tra i quali figuravano magistrati togati, giudici di pace, avvocati ecc. tutti accusati di aver pilotato sentenze in favore del boss Bartolomeo Dambrosio e dei suoi affiliati. Sempre dalle mie denunce si sono sviluppati altri filoni di indagini tra i quali vi sono quello della sanità pugliese, e delle escort.
Il mio vero dramma ha inizio quando, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e della Direzione Nazionale Antimafia, io e la mia famiglia, esattamente 5 anni fa fummo inseriti nello speciale programma di protezione e condotti in località segreta. Da allora per tutta la mia famiglia ha avuto inizio un incubo senza fine. Siamo stati umiliati, derisi, vessati, maltrattati e ci siamo sentiti dire anche che rompevamo i coglioni quando contestavamo comportamenti irresponsabili, ingiustificati ed ingiusti messi in atto da funzionari del Ministero dell’Interno nei confronti di soggetti che in questa maledetta storia sono solo vittime. È stato distrutto il futuro affettivo dei miei figli che hanno dovuto lasciare amici e parenti per essere destinati all’isolamento più totale. Una delle mie figlie solo dopo pochi mesi non sopportava più lo stato di solitudine e di sofferenza a cui era sottoposta e tornò a casa ad Altamura. Come se tutto ciò non bastasse, da quando sono stato sottoposto allo speciale programma di protezione, il Servizio Centrale di Protezione non ha provveduto a notificarmi gli atti giudiziari. Nel frattempo alcuni dei soggetti arrestati e/o rinviati a giudizio, mi avevano querelato per diffamazione e/o reati simili. A seguito delle predette querele, sono stato rinviato a giudizio, processato e condannato in contumacia dai giudici di pace di Altamura mentre io ero all’ oscuro di tutto. Io non sapevo neanche di essere stato querelato. Ovviamente gli imputati hanno utilizzato le condanne inflitte in contumacia al sottoscritto dal giudice di pace di Altamura per tentare di screditarmi nei processi nei quali erano imputati. Ad un testimone di giustizia sotto protezione in una località segreta, lo Stato non gli ha notificato gli atti giudiziari. Mi è stato impedito di esercitare il diritto di difesa nei processi. Con gli atti e i documenti in mio possesso, avrei potuto dimostrare ai giudici di pace che le querele sporte nei miei confronti dagli affiliati al clan Dambrosio erano pretestuose e facevano parte di una strategia difensiva finalizzata a screditarmi. Ma vi è di più: lo Stato non mi ha concesso di presenziare nei processi nei quali sono persona offesa e mi sono costituito parte civile contro i miei estorsori, contro soggetti accusati di reati gravi come omicidi, ecc. Mi è stato impedito di puntare il dito contro i miei estorsori. Inoltre mi è stato impedito di poter raggiungere altre procure per acquisire atti a mia firma di procedimenti penali a carico di altri soggetti da me denunciati, e che erano strettamente attinenti ai procedimenti penali in corso a Bari. Il risultato è che i colletti bianchi della mafia murgiana sono stati assolti. Uno dei principali imputati assolti, solo poche settimane dopo la sentenza di assoluzione è stato raggiunto da una nuova ordinanza di custodia cautelare per reati simili. Lo Stato mi ha impedito di esercitare il diritto di difesa nei processi ed ha agevolato le posizioni processuali di soggetti legati ad una potente organizzazione criminale che da oltre un decennio ha condizionato la vita sociale ed economica di una intera comunità. Ora sono tornati a delinquere più forti di prima grazie alla inerzia dello Stato. Ovviamente il sottoscritto ha provveduto ad inviare al Ministro dell’Interno, oltre che al vice Ministro, una serie di esposti con i quali denunciavo tutto quello che si stava verificando e che stavano inclinando i processi a beneficio degli imputati. Nessuno mi ha mai risposto. Si sta per volgere al termine il processo in Corte di Assise a Bari nei confronti di tutti gli altri affiliati al clan e al sottoscritto non è stato concesso di presenziare ad una sola udienza.
Si continua ad impedire ad un testimone di giustizia di presenziare alle udienze. Ma nonostante le decine di esposti che ho inviato a mezzo raccomanda a/r al Ministro Alfano, mai nessuna risposta mi è pervenuta e nessun provvedimento e stato adottato per consentirmi di avere giustizia. Ho anche denunciato al Ministro Alfano con decine di missive, che nonostante i processi in corso, nonostante le indagini tuttora in corso, il Servizio Centrale di Protezione ha reso pubblica la mia residenza nella località dove attualmente vivo e nessuna tutela è stata predisposta per la mia famiglia ed in particolare nei confronti di mia figlia che vive ad Altamura. Non mi ha mai risposto. Ora tutti sanno che vivo a Monza. Ho scritto decine di missive ai Prefetti di Bari e di Monza e Brianza con le quali ho chiesto se sono in state attuate misure di tutela idonee a garantire la incolumità dalla mia famiglia. Nessuno mi ha mai risposto. Si continua a favorire le posizioni processuali di esponenti della mafia murgiana e il Ministro Alfano non risponde. Egregio direttore, in questo Paese per garantire la incolumità dei propri cari che rischiano di essere lasciati nelle mani dei carnefici, bisogna ricorrere ad atti estremi.
Questo è lo Stato.

Cordialit
Francesco Dipalo

Questo é un vecchio articolo,scritto quando Gratteri doveva ancora terminare il lavoro affidatogli.Ora che l’ha finito vediamo le forze politiche come si comporteranno.A cominciare dal PD…………………..!!!!!!!!!!!!

Sconfiggere la mafia in 5 anni, ecco il piano di Nicola Gratteri

 Sconfiggere la mafia in 5 anni, ecco il piano di Nicola Gratteri

mafia-nicola-gratteri
3 novembre 2014 | Notizie

In cinque anni la mafia può essere sconfitta. E’ questa la convinzione di Nicola Gratteri, magistrato anti-mafia, con tutta probabilità il più grande esperto di criminalità organizzata in Italia. Per poco non è diventato ministro della Giustizia, ma attualmente ricopre il ruolo di presidente della Commissione per la riforma della legge sulla mafia. Il suo contributo è essenziale anche in questa veste.

Il magistrato si è dato da fare fin dal primo giorno. Ad oggi, il testo della riforma è quasi completo. Stando alle prime indiscrezioni e, soprattutto, al parere dello stesso Gratteri, la legge sarà in grado di sgominare l’80% della presenza mafiosa nel giro di cinque anni.

L’ottimismo del magistrato è comunque smorzato dalla consapevolezza delle grane che le dinamiche parlamentari potranno causare. “Ovvio, bisogna avere la forza numerica in parlamento per far passare certe riforme, ma se dovessero passare tutte in blocco noi abbatteremmo l’80% della mafia presente in Italia”, ha dichiarato durante un intervista tenuta a New York, dove è stato premiato dalla Train Fundation con il “Civil Courage Prize”.

Gratteri in quell’occasione ha anticipato alcuni elementi della riforma che sta scrivendo. Il punto più interessante riguarda l’informatizzazione del sistema giudiziario. Lo scopo è quello di applicare al codice la tecnologia del 2014, in modo da velocizzare i tempi e rendere la magistratura più reattiva e flessibile. Un altro elemento riguarda invece la certezza delle sanzioni, in modo che chi delinque non abbia la percezione della “convenienza”: chi ha in mente di commettere un reato deve sapere che il guadagno che nasce dalle attività illecite è in ogni caso inferiore al prezzo da pagare alla giustizia. Lo sfondo è quello di un livello di garanzia degli imputati comunque alto, nel rispetto dei diritti della difesa.

Interessante la parte in cui Gratteri ha parlato delle trasformazioni che stanno avvenendo in seno alla Ndrangheta. La più importante si riferisce all’istituzionalizzazione. La mafia della coppola e della lupara è dappertutto quasi un ricordo, ma ciò non vuol dire che sia permesso allo Stato abbassare la guardia, anzi. Il trend è comunque quello dei reati contro la pubblica amministrazione. Le associazioni a delinquere scelgono la mazzetta all’intimidazione, l’accordo con i pezzi malati della classe dirigente alle minacce. Da questo punto di vista, l’azione della mafia è da considerarsi scientifica e incredibilmente efficace. Un vero pericolo per il benessere del Paese.

Il punto su cui il magistrato è ritornato più spesso è però quello del consenso. La Ndrangheta – come anche la Camorra – non è un corpo estraneo alla società ma fa parte di esso perché riesce, in barba allo Stato, a conquistarsi la fedeltà dei cittadini più deboli dal punto di vista etico o economico. Lo fa con mezzi immorali, anche attraverso l’intimidazione, ma tant’è: la mafia fa sconfitta in primis attraverso l’educazione. La lotta deve iniziare dalle scuole.

Questo ragionamento ha ispirato una domanda, partita dalla platea, circa il rapporto tra Ndrangheta e Isis, altro organismo criminale che in America è molto temuto. Questa la risposta di Gratteri: “l’Isis è una struttura di criminalità organizzata, ma di quelle destinate ad avere un fine a differenza invece delle mafie italiane in particolare della ‘Ndrangheta che sono invece destinate a durare con queste regole”.

Infine, Gratteri ha tessuto le lodi del sistemo normativo italiano. Nonostante tutte le problematiche, che però riguardano il sistema della giustizia e non l’approccio specifico alla mafia dal punto legislativo, l’Ue – che ci bacchetta spesso – ha poco da rimproverarci. “La legge antimafia dell’Italia è la più evoluta al mondo, cosa che non hanno altri Paesi del Vecchio Continente”. Il problema risiede dunque negli strumenti di applicazione della legge. Strumenti che Gratteri intende riformare.

Giuseppe Briganti

Cimitero di Pompei, spuntano i resti di un bimbo nascosti in una scatola di biscotti.

Etica e legalità, la battaglia di Cantone. Appello: «Questione prioritaria per il Paese»

ARTICOLI.Etica e legalità, la battaglia di Cantone. Appello: «Questione prioritaria per il Paese» – Cronaca – MetropolisWeb.Dovrebbe essere il primo problema per qualsiasi governo veramente democratico

Etica e legalità, la battaglia di Cantone. Appello: «Questione prioritaria per il Paese»

“La battaglia per la legalità è prioritaria per il Paese e non va fatta solo attraverso le istituzioni tradizionali, ma dando un ruolo fondamentale ai corpi intermedi”, i quali devono evitare di chiudersi in “logiche corporative”. Lo ha detto il commissario dell’Anticorruzione Raffaele Cantone intervenuto, con un collegamento telefonico, a un convegno promosso dall’Associazione dei commercialisti su ‘Etica e legalità‘. Secondo il magistrato, i corpi intermedi, tra cui gli Ordini professionali, “possono svolgere un ruolo determinante per mutare la mentalità, ma – ha aggiunto – purtroppo in questi anni non hanno dimostrato un impegno particolare, non si sono dati regole deontologiche molto significative”.

(Il testo continua dopo l’immagine.)

Riferendosi in particolare al ruolo dei commercialisti, Cantone ha affermato che potrebbero svolgere un compito importante per quanto riguarda “l’educazione al pagamento delle tasse contribuendo così al contrasto all’evasione fiscale e al rispetto delle regole”. Dal magistrato l’invito ai ‘corpi intermedi’ a non chiudersi in “logiche corporative”. “Lo sforzo alla trasparenza – ha evidenziato Cantone – deve essere accolto. Dalla collaborazione deve nascere un contributo senza il quale la lotta alla corruzione diventa più difficile”. 

Un ottimo strumento, speriamo che sia utilizzato.

Un ottimo strumento al contrasto delle infiltrazioni mafiose nei lavori ed appalti pubblici, questa banca dati se fosse stata istituita anni fa, molti appalti sarebbero stati indenni e mai aggiudicati a prestanomi e mafiosi, prevenzione e denuncia sono i veri anticorpi.
Emblematico il caso degli appalti a Trento e Larino, appalti aggiudicati a personaggi già in precedenza interdetti dalla Prefettura partenopea, ma che tristemente sia a Trento che a Larino nessuno sapeva nulla.
Ora speriamo che chi dovrà utilizzare questo strumento lo faccia in pieno delle sue funzioni e con l’onestà che deve essere base principale di chi deve vigilare.
Testimone di Giustizia
Gennaro Ciliberto

Certificazione antimafia: al via la Banca dati nazionale unica

Tipologia: Normativa
appalti banca dati Codiceantimafia regolamento
E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 4 del 7 gennaio 2015 il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 193 del 30 ottobre 2014, recante ad oggetto “Regolamento recante disposizioni concernenti le modalita’ di funzionamento, accesso, consultazione e collegamento con il CED, di cui all’articolo 8 della legge 1° aprile 1981, n. 121, della Banca dati nazionale unica della documentazione antimafia, istituita ai sensi dell’articolo 96 del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159″.

Il regolamento, in vigore dal 22 gennaio 2015:

- disciplina le modalità di funzionamento della Banca dati nazionale unica della documentazione antimafia, di cui al Libro II, Capo V del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, ai fini del rilascio della documentazione antimafia.

- individua inoltre le modalita’ di autenticazione, autorizzazione e di registrazione degli accessi e delle operazioni, effettuate sulla predetta Banca dati, di consultazione e accesso da parte dei soggetti individuati, rispettivamente, dagli articoli 97, comma 1, e 99, comma 1, lettere c) e d), del citato decreto legislativo n. 159 del 2011. 3.

- stabilisce, altresi’, le modalita’ di collegamento della Banca dati nazionale unica della documentazione antimafia con il Centro elaborazione dati di cui all’articolo 8 della legge 1° aprile 1981, n. 121, nonche’ con altre banche dati detenute da soggetti pubblici contenenti dati necessari per il rilascio della documentazione antimafia.

Auto blu, un flop la rottamazione di Renzi. Il governo ne ha 1.060 di troppo.

 Auto blu, un flop la rottamazione di Renzi. Il governo ne ha 1.060 di troppo – Il Fatto Quotidiano

E poi non ci sono fondi da destinare al Servizio Centrale di Protezione per i Testimoni e i Collaboratori di Giustizia ?

Chiacchiere su chiacchiere e le mafie si impadroniscono di tutto!

 

Auto blu, un flop la rottamazione di Renzi. Il governo ne ha 1.060 di troppo

di | 23 gennaio 2015

Auto blu, un flop la rottamazione di Renzi. Il governo ne ha 1.060 di troppo

Costi della politica

Palazzo Chigi ha imposto il tetto di cinque auto pubbliche a tutte le amministrazioni. Ma a nove mesi dall’annuncio ne ha in dotazione ancora 15. I ministeri dovrebbero averne 93, ma nei parchi auto se contano ancora 1.153. Rottamazioni? Nel 2014 lo Stato si è liberato di 4mila vetture vecchie ma ne ha comprate 1.300 nuove, vanificando il risparmio. E il governo commissaria la pubblicazione dei censimenti

di | 23 gennaio 2015
Palazzo Chigi ne ha a disposizione ancora 15, dieci più del limite che ha imposto per legge a tutte le amministrazioni pubbliche. E per una di troppo, proprio quella a disposizione di Renzi, bisticcia pure con i magistrati della Corte dei Conti. Il dicastero della Difesa, del resto, ne ha in dotazione ancora 361, comprese tre Maserati volute da Ignazio La Russa che nessuno s’è sognato di acquistare, aderendo all’operazione di asta su ebay che fu tra i primi colpi ad effetto del governo. E tra i primi flop.

E’ come sparare sulla Croce Rossa, d’accordo. Ma tocca tornare sulla piaga delle auto blu, il più odiato tra i simboli del privilegio e il più difficile – a quanto pare – da estirpare. La scorsa primavera il governo aveva promesso un taglio risolutivo allo spreco, imponendo massimo cinque auto – ad uso esclusivo o non esclusivo – per ogni ministero o amministrazione centrale dello Stato con oltre 600 dipendenti. Un tetto che scende a 4 mezzi se i dipendenti sono compresi tra le 401 e le 600 unità, a 3 tra i 200 e i 400 per arrivare a una sola auto per le amministrazioni fino a 50 dipendenti.

La camorra fa i documenti all’Isis .

IL TERRORE TRA NOI

La camorra fa i documenti all’Isis

Le clamorose indagini sul clan Contini che gestisce «identità» e passaporti falsi dalla Siria a Milano fino a Copenaghen

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C’è il clan camorristico dei Contini dietro il gigantesco affare dei documenti falsi venduti in nord Africa e in Medioriente. Si tratta di un gruppo criminale che opera nei quartieri malfamati del Vasto e dell’Arenaccia, nella vecchia Napoli, abituato a fare soldi a palate con lo smercio all’ingrosso di tonnellate di cocaina ed hashish ma che, da qualche tempo, si sta interessando alla redditizia tranche della contraffazione di carte d’identità, patenti e passaporti da piazzare sul mercato estero. Incontrando, è il ragionamento degli analisti dell’intelligence, la domanda che arriva dal mondo islamico fondamentalista e da quanti sostengono, finanziariamente e logisticamente, la raccolta fondi per il jihad nei territori sotto il giogo dell’Isis, a cavallo tra le regioni irachene e siriane.

Il capo di quest’associazione mafiosa è oggi in carcere, in regime di massima sicurezza ma un tempo faceva parte dei trenta latitanti più pericolosi e ricercati d’Italia. Si chiama Edoardo Contini ma è soprannominato Edoardo ’o romano per le sue giovanili e gaudenti frequentazioni romane. All’ombra del Cupolone, il boss che ama le belle donne, i vestiti firmati e il lusso ha iniziato a radicarsi fin dagli anni Novanta adottando uno stile minimal che gli ha permesso di creare un vero e proprio impero finanziario solo di recente finito nel mirino delle forze dell’ordine e della magistratura.

Nel gennaio scorso, la Procura antimafia di Napoli ha infatti arrestato novanta persone e sequestrato 250 milioni di euro tra immobili, negozi, pizzerie e ristoranti disseminati pure in alcuni quartieri della Capitale. Pochi giorni fa, il gup ha rinviato a giudizio ben 104 esponenti della famiglia criminale accusandoli, a vario titolo, di aver contribuito a renderla più forte commettendo un’infinità di reati.

Ma la camorra, in questa storia, c’entra fino a un certo punto. Le informative delle forze dell’ordine, che da tempo sono sulle tracce di capi e gregari del clan, disegnano, oggi che l’allarme terroristico è diventata la priorità assoluta per la sicurezza nazionale, uno scenario inedito e preoccupante in cui non trovano spazio ragioni politiche né religiose, ma solo business.

«I Contini hanno una tradizione radicata nel settore del falso – spiega al Tempo un investigatore che ne ha seguito le mosse fin dagli albori – a cui si aggiunge un rapporto diretto con i trafficanti di esseri umani che riforniscono la cosca di donne da avviare alla prostituzione nelle alcove di via Pavia e di via Cannola al Trivio. Da questo mix micidiale nasce un know-how specifico nella fabbricazione di documenti taroccati particolarmente apprezzato oltre confine».

I prezzi variano da un minimo di 75 euro per una carta d’identità a un massimo di 2mila euro per un passaporto ma esistono fasce di costo intermedie. Per i falsari della camorra è possibile «clonare» pure tessere sanitarie e codici fiscali. Basta pagare. A piazza Garibaldi, conoscendo gli agganci giusti, è possibile comprare di tutto di più addentrandosi negli androni bui di palazzi diroccati e malmessi che costeggiano i binari della più grande stazione ferroviaria della città. Laddove, a pochi passi, enormi mercatini all’aperto offrono pezze colorate e vestiti di taglio arabeggiante e imbroglioni senza scrupoli offrono ai turisti di passaggio i classici pacchi o il gioco delle tre campanelle.

E che esistano rapporti diretti tra i napoletani e i maghrebini e gli algerini lo dimostrano le indagini, tuttora in corso, su alcune società di import-export di prodotti taroccati che sono state monitorate, negli ultimi anni, nell’area mediorientale e sulle coste africane del Mediterraneo. Società di proprietà, al cinquanta per cento, di esponenti criminali campani e di non meglio identificati soggetti stranieri.

La materia prima per questo genere di affari, d’altronde, non manca. Arriva per la quasi totalità dai furti su commissione negli uffici dell’Anagrafe dei Comuni della Campania e, soprattutto, del Nord Italia. Come quello che, nell’agosto scorso, ha portato alla razzia di circa 1000 carte d’identità custodite nella cassaforte del Municipio di Boscotrecase, a pochi chilometri da Napoli.

Un bottino che al mercato nero potrebbe valere circa 400mila euro e che, secondo le stime di alcuni esperti, dovrebbe coprire il fabbisogno per almeno sei mesi. Alcune di queste carte d’identità sono comparse, nei mesi scorsi, a Milano e Bari ma anche a Copenaghen. Chi le aveva in tasca le aveva comprate a Napoli rispondendo alla più classica delle domande in dialetto: «Guagliò, che te serve?».

Guardie o ladri | Camorra imprenditrice/6 L’inutilità delle certificazioni antimafia all’ombra di prestanome e rifugi fiduciari oltreconfine.

inutilità della certificazione antimafia all’ombra di prestanome e rifugi fiduciari oltreconfine……………..E non solo!!!!!!!!!!
Concordiamo,caro Galullo,sull’inutilità di un certificato che ormai non si nega quasi più a nessuno.A parte qualche episodio corruttivo che ne ha determinato il rilascio,ormai con il sistema dei prestanome,i criminali aggirano qualsiasi ostacolo.Per risalire alla madre,spesso ci vede obbligati a fare centinaia di visure camerali al fine di verificare la sussistenza di eventuali intrecci ed interrelazioni ,con la speranza di trovare in qualcuna di esse un nome che poi si trova in altra visura.Una fatica immane che,peraltro,richiede costi che non tutti possono permettersi.E’ necessario ed urgente trovare un altro sistema di controlli ed è bene che lei abbia posto il problema all’attenzione della gente.Non demorda ed insista perché il popolo italiota é conosciuto per la sua disattenzione e la sua superficialità.

(0) 20 gennaio 2015 – 08:24

Camorra imprenditrice/6 L’inutilità delle certificazioni antimafia all’ombra di prestanome e rifugi fiduciari oltreconfine

Il 16 dicembre 2014 in Commissione parlamentare antimafia è andata in onda un’interessantissima audizione del capo della Procura della Repubblica di Napoli Giovanni Colangelo e dell’aggiunto Giuseppe Borrelli.

Un’audizione servita, per lo più, a ricostruire il volto della nuova camorra campana negli ultimi 15/20 anni che poi, dal punto di vista della potenza economica, altro non sarebbe che quella casalese. Ieri come oggi.

A questa interessantissima audizione ho deciso di dedicare una serie di post, cominciando da quello di martedì della scorsa settimana nel quale ho dato conto della veste imprenditorial/politica dei casalesi soprattutto attraverso il racconto del boss pentito Antonio Iovine.

Poi ho proseguito sulla falsa riga attraverso la riflessione del capo della Procura Colangelo sulla “catena corruttiva” della camorra che mette da parte la violenza (per quanto possibile) e punta sulle “buone maniere” imprenditorial/politiche che sovvertono l’ordine democratico e poi, ancora, ho trattato della forza economica e del concetto di unitarietà dei Casalesi. Ieri ho affrontato il rapporto (ancora tutto da scavare) con i servizi segreti (rimando, con i link a fondo pagina, a tutti i posti scritti) e oggi concludo con un argomento sensibile: la corrispondenza o meno delle certificazioni antimafia ai reali bisogni di una vera, seria e concreta lotta all’economia di matrice criminale. A questo tema, tra le altre cose, ho dedicato un’inchiesta pubblicata il 15 gennaio sul Sole-24 Ore con riferimento al Comune di Reggio Calabria e alla quale rimando (è reperibile anche con il motore di ricerca sul sito www.ilsole24ore.com).

L’INTRODUZIONE

Il discorso viene introdotto parlando dei lavori di bonifica ambientale, visti che nel passato anche questi era caduti sotto l’appetito della camorra. Ovviamente, è la premessa del capo della Procura Colangelo, la semplice certificazione antimafia rilasciata dalle prefetture non sempre è sufficiente, per il ricorso ai prestanome. «Noi abbiamo un caso abbastanza singolare in cui una società che fa capo a un certo soggetto colpito da interdittiva antimafia, che riguarda ovviamente soggetti persone fisiche – spiegherà compiutamente Colangeloa un certo punto è passata di mano brevemente, in brevissimo tempo, e quindi nel tentativo di vanificare quell’interdittiva. Certo, la scelta diventa estremamente difficile. Quando i nominativi per interposta persona diventano tanti e sono molto lontani dal baricentro degli interessi dell’organizzazione criminale, diventa difficile poterla colpire con un’interdittiva che inibisca la partecipazione all’appalto. Ne abbiamo discusso a lungo in quella sede. Purtroppo, abbiamo anche il divario rispetto alla normativa europea, che ci pone anche dei limiti. Si è posta, ad esempio, la possibilità di partecipare alle gare d’appalto di società costituite all’estero, anche se non hanno sede in Italia. Che succede? Come facciamo ad avere dall’estero notizie in ordine alla composizione societaria o alla proprietà di una società costituita all’estero nei casi in cui quelle società siano in odore di mafia o di camorra? È un problema molto delicato, sul quale credo che lo studio degli strumenti non sia semplice. Se verranno in mente indicazioni specifiche, è chiaro che faremo un documento del quale vi faremo seguito. Posso, però, dire che il problema degli appalti va valutato in relazione alle varie situazioni, cioè esattamente nella fase dell’affidamento e in quella della gestione di gara, e quindi dell’individuazione della ditta appaltatrice, ma altrettanto attentamente in quella dell’esecuzione delle opere e del collaudo. Spesso, questa fase rimane un pò nell’ombra, perché i collaudi non sono effettuati in maniera adeguata e quindi un’opera pubblica risulta inefficiente o non rispondente ai princìpi del capitolato d’appalto. Sarebbe importante non soltanto la verifica dell’individuazione della società o dell’appaltatore, ma anche della corretta esecuzione e del collaudo. In alcuni procedimenti, per esempio, che ci sono poi tradotti in processo, abbiamo visto che proprio la fase del collaudo era la più delicata, perché i collaudatori non avevano fatto il loro lavoro e sono state collaudate opere che, invece, dovevano essere respinte al mittente, non collaudate e non pagate».

L’amara conclusione (lo dico io) è che, come stanno dimostrando, solo per restare ancorati all’attualità, anche le recenti indagini della Dda di Reggio Calabria, le certificazioni antimafia (visto il largo ricorso a prestanome all’apparenza pulitissimi e a fiduciarie magari in un bel paradiso fiscale) servo ormai a pochissimo o meglio a nulla contro il rischio reale delle pervasive infiltrazioni criminali.

r.galullo@ilsole24ore.com

6 – the end (per le precedenti puntate si leggano

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/01/13/camorra-imprenditrice1-il-racconto-del-boss-casalese-antonio-iovine-prende-forma-in-commissione-antimafia-grazie-alla-procura-di-napoli/

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/01/14/camorra-imprenditrice2-il-capo-della-procura-di-napoli-colangelo-la-catena-corruttiva-sovverte-lordine-democratico/

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/01/15/camorra-imprenditrice3-la-potenza-economica-dei-casalesi-solo-per-gli-stipendi-36-milioni-allanno/

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/01/16/camorra-imprenditrice4-lunitarieta-dei-casalesi-si-reggeva-intorno-alla-cassa-comune/

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/01/19/camorra-imprenditrice5-rapporti-veri-presunti-o-millantati-con-i-servizi-segreti-i-dubbi-e-la-sete-di-verita-della-commissione-antimafia/)

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