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Cnfische Spa, la “roba dei boss” e il fallimento dello Stato in un libro – Il Fatto Quotidiano. Giuseppe Pipitone, l’autore del libro “Manca la volontà dello Stato di scrivere leggi chiare sulla confisca e sulla gestione dei beni confiscati alle mafie”. LEGGETELO!

In 30 anni di attività, Elio Collovà ha gestito molte aziende confiscate ai clan. Oggi ricostruisce quell’esperienza in un volume sui i limiti della normativa che spesso lascia fallire aziende potenzialmente sane se riportate nella legalità

Nessuna volontà di mettere nero su bianco leggi chiare per aggredire la “roba dei boss”. Dall’assassinio di Pio La Torre sono passati 32 anni, eppure lo Stato non è ancora pronto a gestire i miliardi confiscati ogni anno alle mafie. Il motivo? “Non c’è la volontà di scrivere leggi chiare su confisca e amministrazione dei beni confiscati alla criminalità da parte dei vari legislatori che si sono alternati al governo” spiega Elio Collovà, amministratore giudiziario e consulente della procura di Palermo, che in quasi trent’anni di attività ha amministrato decine di beni e aziende confiscate a Cosa Nostra. Una lunga carriera narrata nel libro Confische s.p.a. – La ragnatela di imprese di mafia (Edizioni Europa), in cui il professionista racconta in prima persona le difficoltà incontrate nella gestione delle varie aziende confiscate a Cosa Nostra.

“Ci sono varie criticità a livello normativo” spiega Collovà a ilfattoquotidiano.it, “una su tutte la mancata tutela dei terzi: dopo la confisca infatti vengono sospesi i pagamenti verso i creditori dell’azienda, con grave danno per la salute dell’economia”. Il problema principale, secondo l’amministratore giudiziario, è nella natura liquidatoria delle leggi che regolano la gestione dei beni: dopo la confisca in pratica lo Stato punta a svuotare le aziende confiscate ai boss. “Questo perché lo Stato rinuncia a priori a fare impresa e l’attività dell’amministratore giudiziario viene paragonata a quello del curatore fallimentare: invece l’attività giudiziaria dovrebbe continuare ad amministrare i beni, per garantire se non altro l’economia, restituendo alla collettività quanto sottratto dalle mafie, che era poi l’intento originario”.

“Con la mafia si lavora, con lo Stato no” gridavano negli anni 80 gli operai delle prime aziende confiscate ai boss: oggi, a sentire Collovà, la situazione non è poi tanto diversa. “È più o meno la stessa frase che mi è stata rivolta da un sindacalista appena due anni fa, quando ero stato nominato amministratore di una sala Bingo confiscata al boss Lo Piccolo”. Il commercialista fa una distinzione netta sulla natura delle aziende confiscate: da una parte ci sono quelle che non potrebbero stare sul mercato senza l’utilizzo di mezzi illegali. “Penso per esempio alla Central Gas che emetteva assegni post datati di due miliardi e mezzo, alla Calcestruzzi Mazzara del boss Mariano Agate o alla stessa Sala Bingo che fungeva soprattutto da lavatrice di denaro sporco: ovviamente dopo la confisca sono scomparse le persone che venivano a giocare ventimila euro in contanti tutti i giorni”.

Dall’altra però ci sono anche le aziende che potrebbero continuare a produrre ricchezza. “È il caso delle aziende confiscate all’imprenditore Pietro Di Vincenzo: quando sono entrato nel 2006 mi sono ritrovato i dipendenti contro perché vedevano nell’amministratore giudiziario colui che avrebbe fatto scomparire l’azienda. Poi hanno capito che l’azienda, riportata nella legalità avrebbe continuato a lavorare: e in effetti potrebbero esserci enormi potenzialità di sviluppo, potenzialità che però non potranno essere sfruttate”. Il motivo è tutto da ricercare sul piano legislativo. “Paradossalmente – continua il professionista – era meglio con la vecchia legge, mentre oggi le norme non sono adeguate. Prendiamo l’Agenzia nazionale per i beni confiscati: poteva essere un’intuizione meravigliosa, se solo fosse stata strutturata secondo quelli che erano gli scopi iniziali, con norme adeguate su destinazione dei beni. Invece oggi l’agenzia non ha personale proprio, ma solo dipendenti distaccati da altri dipartimenti che quindi cambiano continuamente”.

Negli ultimi dieci anni sono state diverse sono state le commissioni parlamentari che hanno preso in esame la materia della confisca. “I provvedimenti che creano strumenti efficaci però sono ben pochi: questo perché non vengono mai ascoltate le voci degli amministratori giudiziari che sono quelli che lavorano in prima linea”. Il bilancio tracciato dal libro di Collovà alla fine è grigio: “Non c’è la volontà politica di creare le risorse per combattere finanziariamente Cosa Nostra: se su dieci aziende confiscate, nove falliscono, che segnale lancia lo Stato?”

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/11/confische-spa-la-roba-dei-boss-e-il-fallimento-dello-stato-in-un-libro/1118361/

La legalità per me é normalità

«La legalità, per me, è normalità» Il Colonnello Nicola Conforti dirige il Gruppo Carabinieri di stanza a Torre Annunziata che controlla l’intera provincia Sud di Napoli. I territori, i beni confiscati e la legalità insegnata nelle scuole

A margine della presentazione del libro “Capitano Ultimo, la vera lotta alla mafia”, a cui ha partecipato come relatore, il Colonnello Nicola Conforti parla del suo lavoro. Dirige il gruppo carabinieri di Torre Annunziata, uno dei 13 gruppi nati per demoltiplicare le funzioni nei più importanti comandi provinciali. Fino al 2008 nella provincia di Napoli c’erano due gruppi: quello di Napoli che controllava il capoluogo, Pozzuoli ed Ischia mentre il resto della Provincia ricadeva sotto il comando del Gruppo di Castello di Cisterna.

«Nel novembre 2008 si optò per la divisione del Gruppo di Castello di Cisterna in due: ognuno dei quali avrebbe controllato 4 Compagnie. Nonostante le peculiarità dei territori, fu scelta come sede la città di Torre Annunziata per diverse caratteristiche: ospita il Tribunale della Procura, occupa un ruolo centrale rispetto al resto delle città e ha registrato, per anni, un altissimo indice di criminalità organizzata e predatoria».

Da quando è stato istituito il gruppo è visibile un netto miglioramento della qualità della vita sia a Torre Annunziata che nelle città limitrofe.

«Si sta raggiungendo il vero obiettivo che ha spinto alla nascita dei Gruppi. Oggi c’è un comando dell’arma più forte, con un colonnello alla dirigenza ma soprattutto con il Nucleo Investigativo che coordina le attività dei territori. Nello specifico il nostro è diretto dal Maggiore Amadei. Con questo reparto siamo riusciti ad avviare subito indagini mirate, soprattutto alle organizzazioni di stampo camorristico».

Sarebbe stato possibile senza il comando gruppo?

«Per intenderci prima c’era la compagnia con dei nuclei operativi che non avevano una consistenza numerica tale da aggredire le organizzazioni presenti. Con la riforma del 2008 è stato messo tanto personale in più con competenze esclusive a fare indagini, inglobando man mano il lavoro delle singole compagnie che si sono dedicate ad attività di indagini, non meno importanti, sulla criminalità diffusa o predatoria. Sono aumentati gli arresti ed i sequestri di ingenti patrimoni mobili o immobiliari».

A proposito di sequestri, non sempre funziona bene il riutilizzo dei beni confiscati. Si fanno ampi titoli sui media dei valori dei sequestri effettuati, ma molte persone non hanno cognizione dell’uso che se ne fa.

«Innanzitutto occorre dire che è importante aggredire il patrimonio delle organizzazioni criminali, perché anche sequestrando beni, non solo arrestando affiliati, si riesce a dare un colpo significativo. Una volta confiscati, i beni diventano patrimonio disponibile dello Stato e, quelli immobili, attraverso una procedura ritornano alla collettività. Poche settimane abbiamo inaugurato, con la presenza del Presidente Piero Grasso, la sede FAI (federazione anti usura e racket) ad Ercolano, la stessa città dove, in un altro immobile confiscato, è nata Radio Siani».

Che ne pensa del rapporto tra le forze di polizia e le scuole? Possono lavorare in sinergia per migliorare la coscienza civica soprattutto dei più piccoli, formando i cittadini consapevoli di domani?

«L’Arma dei Carabinieri ha come linea istituzionale quella di andare nelle scuole che, nello specifico del mio Gruppo e del territorio, ritengo un’attività fondamentale. L’approccio non è quello di andare a fare attività promozionale, perché non cerchiamo nuove leve, ma proviamo ad umanizzare il carabiniere agli occhi dei più piccoli. Parliamo dei nostri difetti, confrontandoci con i ragazzi che sono degli osservatori molto più attenti di quello che possiamo immaginare. Io, quando vado nelle scuole, mi sforzo con l’aiuto dei ragazzi di mettermi dal loro punto di vista e cerco di aiutarli a mettersi dal nostro punto di vista. Questi incontri hanno soprattutto la finalità di avvicinarci. Infatti, se capita che faccio delle domande, mi rispondono in coro ed in maniera giusta, a differenza – il Colonnello sorride – di come potrebbe capitare con domande di geografia, storia o inglese. La legalità, per me, è normalità ed i più piccoli la tengono già dentro».

Però, soprattutto in questi territori, durante gli incontri nelle scuole le sarà capitato qualche episodio particolare.

«Certo! Alcuni ci vedono come eroi, altri ci odiano ed il gruppo più numeroso ha un atteggiamento di indifferenza, non essendosi mai posto il problema sulla figura delle forza dell’ordine. Purtroppo non è facile far cambiare idea a chi ci ha visto irrompere nel cuore della notte per arrestare qualche parente. Lo sforzo che facciamo è fornire una chiave di lettura differente affinché col tempo possano cambiare punto di vista rispetto a quello che apprende dai racconti dei genitori».

Una parte di quel gruppo numerosi di giovani, pur non avendo genitori appartenenti a famiglie malavitose, vivono ogni giorno piccole illegalità. Penso a quelle più semplici ma anche più dannose che vanno dall’abbandono indiscriminato dei rifiuti alla sosta selvaggia con le auto.

«Su questi giovani occorre lavorare immettendo il germe della riflessione. Occorre far capire che loro rappresentano il futuro ma hanno già un ruolo immediato nella società, anche ammonendo i genitori quando fanno un’azione incivile. Guardi, facendo un esempio, il fatto che oggi il casco lo si indossi perché serve e non per la paura di essere fermati è molto significativo».

In Italia però resta il problema annoso della giustizia.

«È anche vero che in Italia fa notizia il caso della giustizia lenta o di scarcerazioni dovute a cavilli o tempi lunghi. Questi sono casi limite rispetto alla maggioranza che portano a condanne. Sicuramente la giustizia potrà migliorare, però occorre sfatare il mito che avvolge i singoli episodi e che spinge alcuni a pensare: “perché li arrestano se dopo li rilasciano”».

Raffaele Perrotta

http://www.linkabile.it/la-legalita-per-me-e-normalita/

”IO IL CAPPELLO NON ME LO LEVO! Giustizia sì, ma l’inchino NO”. La lettera di un carabiniere

Sono un Carabiniere e lavoro a Napoli da quattordici anni. Non ho mai e, ribadisco mai, assistito ad una forma di rispetto da parte di questa gente, quando è caduto uno dei miei colleghi per mano della malavita…
Sono un Carabiniere, mi chiamo Antonio e vivo in provincia di Caserta. Da quattordici anni lavoro a Napoli, 24 ore su 24 su un’auto che oramai vivo come la mia seconda casa. Se mi è concesso, il gesto di togliersi il cappello davanti a quelle persone che manifestavano per il giovane 17enne ucciso (di cui sono affranto e sgomento per la sua giovane vita spezzata) non l’ho apprezzato! Signor Colonnello non serve togliersi il cappello di fronte a tante persone che con “la forza” vogliono dimostrare “la loro verità”. Prima di toglierci il cappello attendo fiducioso gli esiti delle indagini disposte dalla magistratura. Oggi se lo scrivente, Appuntato scelto dell’Arma in servizio a Napoli dal mese di giugno del 2000, era presente in piazza insieme al Capitano… il cappello non se lo sarebbe tolto! Insubordinazione? Mancato rispetto di un ordine? Voglio passare un guaio si, ma perché l’ho deciso io e, non, perché pregiudicati che non hanno nulla da perdere vanno a testimoniare per il loro “spirito di corporativismo!” Signor Colonnello, quanti colleghi sono caduti per mano della malavita organizzata a Napoli? Tanti, troppi! Ha mai visto qualcuno tra questi personaggi, perlopiù noti e stranoti ai nostri schedari, fare un inchino o mostrare una forma di rispetto? IO IL CAPPELLO NON ME LO LEVO!!!

http://www.qelsi.it/2014/io-il-cappello-non-me-lo-levo-giustizia-si-ma-linchino-no-la-lettera-di-un-carabiniere/

Mafie in Emilia-Romagna

REGGIO EMILIA. «A Reggio è stato rotto un tabù. Abbiamo avuto un prefetto che ha portato in evidenza l’attività antimafia. Qualche segnale in termini di repressione lo abbiamo dato, adesso la priorità è l’aggressione ai patrimoni». La visita del colonnello Paolo Zito in redazione – invitato ieri dal direttore Paolo Cagnan a prendere parte alla quotidiana riunione di redazione – diventa l’occasione per un confronto su uno dei temi più caldi che hanno investito Reggio negli ultimi anni: il radicamento della criminalità organizzata. E lo facciamo con il massimo rappresentate provinciale di una forza di polizia come l’Arma che ha fatto registrare, proprio a Reggio, il primo maxi sequestro preventivo avvenuto entro i confini dell’Emilia Romagna: quello da oltre 3 milioni di patrimonio, a carico di Francesco Grande Aracri.

Colonnello, quanto è importante colpire i patrimoni di personaggi ritenuti contigui o affiliati alla criminalità organizzata? «Si tratta di un segnale importante. Perché se si arresta una persona, questa poi viene sostituita. Vale per la mafia siciliana, come per l’ndrangheta. E’ importante decapitare i vertici, ma il lavoro sui patrimoni dà fastidio. Probabilmente dopo il primo sequestro preventivo, qualcuno in provincia forse cercherà di prendere contromisure per evitare questi provvedimenti fortemente invasivi per il tessuto criminale».

Se c’era tanta tranquillità, vuol dire che non c’è stata abbastanza consapevolezza in chi indagava prima? «No, non lo credo. Io penso che si tratti di situazioni contingenti e anche dell’evoluzione di una cultura investigativa nuova. Anche le persone contano: in alcuni casi si incontrano sensibilità diverse».

Per Reggio, si parla soprattutto di ’ndrangheta. Come è la struttura? Ci sono “referenti”, gerarchie? «Sì, qui è sicuramente più forte l’ndrangheta. Però, non è emersa la struttura tipica che in altri contesti è più evidente. Qui sembrano esserci più riferimenti sia per la Bassa, che per il capoluogo. Inoltre, è stata riconosciuta una certa autonomia gestionale rispetto ai luoghi di provenienza. Lo ha stabilito anche l’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia».

Per quanto riguarda la mafia siciliana e la camorra? «La camorra è sicuramente meno presente che a Modena, ma ci sono anche soggetti camorristi. Lo hanno dimostrato recenti operazioni del Ros. In alcuni casi, ci sono anche contatti tra diversi tipi di malavita. Così come è presente anche la mafia. Ma non è solo Reggio a vivere questa situazione, ormai vale un po’ per tutti i territori».

Si parla di usura, estorsioni e anche di traffico di stupefacenti? «In situazioni di crisi, spesso si torna alle origini. Dunque ai traffici di stupefacenti. Quello dell’usura è un reato più difficile da indagare: non viene denunciato, al pari delle estorsioni. Dobbiamo invitare le persone a denunciare, ma anche analizzare i fenomeni: spesso prima ci sono truffe, che portano a vivere situazioni di crisi e poi subentra l’usura».

Quali sono i settori, invece, di interesse della criminalità? «L’agroalimentare è fortemente a rischio, è uno dei settori su cui stanno investendo le organizzazioni, campane e non solo. Parliamo di contraffazioni, ma anche di aspetti di natura sanitaria».

A Reggio fanno parlare i frequenti incendi dolosi. «Non tutti sono riconducibili alla criminalità organizzata. E’ costume da parte di certi soggetti fare male anche per screzi banali. E’ chiaro che si tratta di reati spia, devono essere valutati. Quasi tutti vengono analizzati sia dalla geoterritoriale che dalla Dda. Può dare una visuale diversa. E’ un buon punto di partenza».

I tempi, però, per vedere risultati sembrano piuttosto lunghi… «Sì, ma spesso ci sono ragioni investigative che non consentono di renderli noti. Io credo che siamo in un momento positivo. Abbiamo lavorato tanto sulla prevenzione, evidenziando situazioni particolari che hanno anche dato fastidio quando sono emerse situazioni di contatto tra esponenti della società civile e alcuni soggetti. Adesso, si continua a lavorare, anche sulla repressione».

Il cambio del prefetto, dopo che Antonella De Miro si è distinta per l’attività antimafia, rischia di essere cruciale per Reggio su questo fronte? «Io non credo che sarà cruciale. Il prefetto De Miro ha dato un’impronta nuova, le va riconosciuto merito e coraggio di aver sollevato la questione. Ma ora la strada è aperta. Prefettura e forze di polizia continueranno le attività intraprese. E noi abbiamo capacità propositiva. Si va avanti».

di Elisa Pederzoli

REGGIO EMILIA. «A Reggio è stato rotto un tabù. Abbiamo avuto un prefetto che ha portato in evidenza l’attività antimafia. Qualche segnale in termini di repressione lo abbiamo dato, adesso la priorità è l’aggressione ai patrimoni». La visita del colonnello Paolo Zito in redazione – invitato ieri dal direttore Paolo Cagnan a prendere parte alla quotidiana riunione di redazione – diventa l’occasione per un confronto su uno dei temi più caldi che hanno investito Reggio negli ultimi anni: il radicamento della criminalità organizzata. E lo facciamo con il massimo rappresentate provinciale di una forza di polizia come l’Arma che ha fatto registrare, proprio a Reggio, il primo maxi sequestro preventivo avvenuto entro i confini dell’Emilia Romagna: quello da oltre 3 milioni di patrimonio, a carico di Francesco Grande Aracri.

LEGGI IL DOSSIER SULLE MAFIE IN EMILIA-ROMAGNA

Colonnello, quanto è importante colpire i patrimoni di personaggi ritenuti contigui o affiliati alla criminalità organizzata? «Si tratta di un segnale importante. Perché se si arresta una persona, questa poi viene sostituita. Vale per la mafia siciliana, come per l’ndrangheta. E’ importante decapitare i vertici, ma il lavoro sui patrimoni dà fastidio. Probabilmente dopo il primo sequestro preventivo, qualcuno in provincia forse cercherà di prendere contromisure per evitare questi provvedimenti fortemente invasivi per il tessuto criminale».

Se c’era tanta tranquillità, vuol dire che non c’è stata abbastanza consapevolezza in chi indagava prima? «No, non lo credo. Io penso che si tratti di situazioni contingenti e anche dell’evoluzione di una cultura investigativa nuova. Anche le persone contano: in alcuni casi si incontrano sensibilità diverse».

Per Reggio, si parla soprattutto di ’ndrangheta. Come è la struttura? Ci sono “referenti”, gerarchie? «Sì, qui è sicuramente più forte l’ndrangheta. Però, non è emersa la struttura tipica che in altri contesti è più evidente. Qui sembrano esserci più riferimenti sia per la Bassa, che per il capoluogo. Inoltre, è stata riconosciuta una certa autonomia gestionale rispetto ai luoghi di provenienza. Lo ha stabilito anche l’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia».

Per quanto riguarda la mafia siciliana e la camorra? «La camorra è sicuramente meno presente che a Modena, ma ci sono anche soggetti camorristi. Lo hanno dimostrato recenti operazioni del Ros. In alcuni casi, ci sono anche contatti tra diversi tipi di malavita. Così come è presente anche la mafia. Ma non è solo Reggio a vivere questa situazione, ormai vale un po’ per tutti i territori».

Si parla di usura, estorsioni e anche di traffico di stupefacenti? «In situazioni di crisi, spesso si torna alle origini. Dunque ai traffici di stupefacenti. Quello dell’usura è un reato più difficile da indagare: non viene denunciato, al pari delle estorsioni. Dobbiamo invitare le persone a denunciare, ma anche analizzare i fenomeni: spesso prima ci sono truffe, che portano a vivere situazioni di crisi e poi subentra l’usura».

Quali sono i settori, invece, di interesse della criminalità? «L’agroalimentare è fortemente a rischio, è uno dei settori su cui stanno investendo le organizzazioni, campane e non solo. Parliamo di contraffazioni, ma anche di aspetti di natura sanitaria».

A Reggio fanno parlare i frequenti incendi dolosi. «Non tutti sono riconducibili alla criminalità organizzata. E’ costume da parte di certi soggetti fare male anche per screzi banali. E’ chiaro che si tratta di reati spia, devono essere valutati. Quasi tutti vengono analizzati sia dalla geoterritoriale che dalla Dda. Può dare una visuale diversa. E’ un buon punto di partenza».

I tempi, però, per vedere risultati sembrano piuttosto lunghi… «Sì, ma spesso ci sono ragioni investigative che non consentono di renderli noti. Io credo che siamo in un momento positivo. Abbiamo lavorato tanto sulla prevenzione, evidenziando situazioni particolari che hanno anche dato fastidio quando sono emerse situazioni di contatto tra esponenti della società civile e alcuni soggetti. Adesso, si continua a lavorare, anche sulla repressione».

Il cambio del prefetto, dopo che Antonella De Miro si è distinta per l’attività antimafia, rischia di essere cruciale per Reggio su questo fronte? «Io non credo che sarà cruciale. Il prefetto De Miro ha dato un’impronta nuova, le va riconosciuto merito e coraggio di aver sollevato la questione. Ma ora la strada è aperta. Prefettura e forze di polizia continueranno le attività intraprese. E noi abbiamo capacità propositiva. Si va avanti».

di Elisa Pederzoli

Ecco come vengono trattati i Testimoni di Giustizia. Il pericolo è che molti per reazione si rifiutino di andare a confermare le accuse contro i boss facendo crollare così tutti gli impianti accusatori. La storia dei coniugi calabresi Grasso-Franzé, entrambi Testimoni di Giustizia

Rinvestire i soldi delle mafie che sono stati confiscati. Ci sono circa 3 miliardi inutilizzati che potrebbero bastare ad aumentare gli stipendi delle forze dell’ordine e ad assicurare quelli dei Testimoni e dei collaboratori di Giustizia

Ragazzo ucciso a Napoli, allarme di don Aniello: “In piazza contro lo Stato, mai contro la Camorra”. Perché Napoli non si ribella di fronte alla violenza della camorra???

Una città costretta a sopravvivere. E le opinioni si dividono

Una città spaccata in due. Fisicamente. Per una protesta per il lavoro. Via Marina da una parte, via Chiatamone dall’altra. E poi transenne, Palazzo Reale avvolto da tubi innocenti. Crolli, buche, cornicioni a terra. E don Aniello Manganiello, prete di frontiera, che si scaglia contro la città: «Perché nessuno è sceso in piazza a danneggiare le macchine dei camorristi che ammazzano napoletani innocenti?».

 

Napoli noir. Un senso di morte. Morte civile e vite spezzate. Paura forse? «Probabilmente – risponde don Aniello – non ci sono cittadini che collaborano per individuare i sicari di omicidi mirati ma alle tre di notte spuntano a rione Traiano diversi testimoni. Attenzione a non insabbiare le prove, a inquinare l’accertamento dei fatti. Napoli sta perdendo inesorabilmente la percezione della legalità».

 

Napoli che protesta, che chiede giustizia e verità sulla morte di Davide. Che bella immagine ieri pomeriggio. Scende in piazza il comandante provinciale dei Carabinieri, Marco Minicucci, che, in divisa, si toglie il cappello esprimendo dolore e vicinanza per la morte del ragazzo ai giovani che sono arrivati in corteo a piazza Salvo D’Acquisto.

 

Chissà che questo gesto serva a siglare un armistizio. E poi armistizio tra chi? «Un conto è pretendere dalle forze di polizia che hanno il monopolio della violenza legittima un assoluto autocontrollo, e dunque è giusto criticare lo Stato quando viene perso l’autocontrollo. Un altro è assumere come bersaglio lo Stato e le sue articolazioni. Sento uno smottamento, uno scivolamento verso un crinale eversivo».

 

Il filosofo Roberto Esposito, coscienza critica di questa città alla deriva, non risparmia immagini forti, commentando quello che sta accadendo a rione Traiano e più in generale in città, dopo la morte del giovane Davide Bifolco: «Questa protesta che monta e sulla quale soffia un certo garantismo – insiste – rischia di essere strumentalizzata dai fiancheggiatori dei poteri criminali. La spirale che si è innestata è senza via d’uscita. Napoli non può più tollerare la contaminazione della violenza».

 

C’è chi parla di «guerra» in atto, come Paolo Siani, il fratello del giornalista Giancarlo, ucciso dalla camorra nella metà degli anni ’80. «A Napoli ci sono almeno cento famiglie che piangono i loro cari vittime innocenti degli errori sanguinari della camorra».

 

Una camorra che ha cambiato pelle, in questi anni. I boss in carcere, i pentiti e i morti ammazzati hanno impresso un formidabile turn over, uno svecchiamento generazionale, culturale. «Non parlerei di città in guerra – dice Filippo Beatrice, procuratore aggiunto del pool dell’antimafia che ha competenza su Napoli – ma quello che fa la differenza tra Napoli e le altre città è l’alto tasso di violenza. Sì, Napoli è una città violenta. Le famiglie esistono ancora. Le redini dei clan le hanno ormai saldamente in mano le ultime generazioni, i giovani ventenni violenti».

 

In una sintesi felice, la cantante Pietra Montecorvino paragona Napoli a una «città eccessiva».

 

Dichiara in premessa la sua indulgenza per Napoli, lo scrittore Raffaele La Capria: «Sono molto indulgente perché gli altri sono molto severi». Il suo è un atto d’amore per la sua città: «Napoli dovrebbe ricevere il Premio Nobel per la sopravvivenza. Si arrangia con grande intelligenza e umanità. È una città vivace, cordiale, amabile, gentile. Quello che è accaduto a rione Traiano è una reazione impropria che non sorprende. È l’antica legge che vuole lo Stato oppressore e il camorrista difensore. Le reazioni alla morte del ragazzo hanno spiegazioni lontane e complicate. Napoli è un po’ abbandonata a se stessa, alle proprie pulsioni. Città esclusa che si sente abbandonata. È sconfortante anche azzupparci il pane per aumentare la desolazione di Napoli».

 

Sparatorie, agguati. La camorra di oggi ha venature di nuovo gangsterismo metropolitano, ben diverso dalle band metropolitane etniche americane. «Qui la cultura mafiosa è talmente radicata – dice il procuratore aggiunto Beatrice – che non è più sufficiente l’azione di contrasto. C’è bisogno di una formazione della città partendo dalle fondamenta, dalla scuola».

 

Napoli è un po’ un serpente che si morde la coda. C’è sempre un sussulto delle coscienze. Buoni sentimenti, grande umanità, voglia di riscatto. Ma poi si torna al punto di partenza. Perché Napoli non si ribella alla violenza della camorra?

http://www.lastampa.it/2014/09/10/italia/cronache/ragazzo-ucciso-a-napoli-allarme-di-don-aniello-in-piazza-contro-lo-stato-mai-contro-la-camorra-hFuLups32RX9h4gGOMNlYK/pagina.html

Il “caso Briatico”in provincia di Vibo Valentia. Portato in Parlamento

Giunta in odore di mafia? I grillini sollevano il caso Briatico

Il sindaco di Briatico, Andrea Niglia, eletto il 26 maggio scorso primo cittadino della località turistica del Vibonese, ha nominato stamane con apposito decreto gli assessori della giunta comunale, ma il “caso” è già finito in Parlamento con un’interrogazione del senatore Francesco Molinari (M5S, nella foto) rivolta ai ministri dell’Interno e della Giustizia con cui si chiede «chiarezza» e un intervento del Governo. Lo riferiscel’Agenzia Italia. A Briatico, che usciva da un commissariamento per infiltrazioni mafiose, si è votato con una sola lista, in quanto le altre si sono ritirate dalla competizione elettorale. Fra gli assessori ora nominati figura Costantino Massara, già sindaco di Briatico la cui amministrazione era stata a sua volta sciolta per mafia nel 2003. Altro assessore, nominato dal sindaco Niglia, è Carlo Staropoli, che nelle amministrative del 2010 era stato eletto nella lista dell’ex sindaco Francesco Prestia (contrapposto a Niglia) la cui amministrazione era stata anche questa sciolta per infiltrazioni mafiose il 24 gennaio 2012. Staropoli durante l’amministrazione Prestia ricopriva la carica di presidente del Consiglio comunale, ma si era dimesso il 22 agosto 2011. Sul sindaco Niglia pende inoltre un ricorso del ministero dell’Interno che ne chiede l’incandidabilità in quanto facente parte del precedente Consiglio sciolto per mafia. Sul “caso Briatico” rimane alta l’attenzione anche da parte della Prefettura di Vibo Valentia.

Davide Bifolco, parla il latitante: “Io non ero con lui. Mi costituisco, ma ho paura”

È vergognoso dare la parola ad un latitante…

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/09/10/davide-bifolco-parla-latitante-io-non-ero-con-lui-mi-costituisco-ma-ho-paura/295899/

I soldi per gli stipendi di Forze dell’ordine, Testimoni e Collaboratori di Giustizia e per le altre necessità che riguardano la Giustizia e la Sicurezza ci sono. Lo stavamo dicendo da anni e sono quelli confiscati alle mafie. Si prelevino dalle casse dello Stato e si utilizzino immediatamente

Da anni lo stiamo gridando: utilizzate quei soldi.
Ed assegnateli ai comparti Sicurezza e Giustizia.
Sarebbe, peraltro, un bello schiaffo alle mafie.
I loro soldi utilizzati per fare ad esse la guerra.
Perché nessuno ci aveva pensato finora?
Perché li si vuole continuare a tenere inutilizzati?
Perché, quando noi ne parlavamo, tutti facevano e fanno spallucce mostrando, peraltro, un senso di fastidio?
C’é qualche disegno perverso dietro?
Ora comincia la battaglia.
Vediamo cosa fanno quei parlamentari che si riempiono la bocca nel parlare di… lotta alle mafie!!!

La proposta di riforma della Giustizia

Giustizia, la riforma ‘rivoluzionaria’ che non contrasta la corruzione

La valutazione dell’Anm sulla riforma “rivoluzionaria” della giustizia varata il 29 agosto dal Cdm, prevalentemente in forma di ddl e legge delega è arrivata quasi in contemporanea con gli interventi di Piercamillo Davigo e Raffaele Cantone al Forum Ambrosetti. In estrema sintesi l’Anm parla di un testo ”inefficace e timido, frutto di compromessi in continuità con il passato” che non aggredisce i fenomeni corruttivi e per alcuni aspetti “punitivo” nei confronti dei magistrati.

Due giorni prima a Cernobbio, due magistrati con storie profondamente diverse come Pier Camillo Davigo e Raffaele Cantone in perfetta sintonia avevano evidenziato come nel dibattito sulle riforme ancora una volta era scomparsa la vera e drammatica emergenza del paese, anche in termini economici, e cioè la criminalità organizzata e quella dei reati economici come corruzione, falso in bilancio, riciclaggio.

Come era facile prevedere la Anm, a differenza dei resoconti entusiastici e/o superficiali dell’informazione complessivamente plaudente è andata al sodo e tra i punti più inattendibili e lacunosi, per usare un eufemismo, ha sottolineato quello sulla ”revisione” della prescrizione che dovrebbe essere strategico per combattere la corruzione. Invece che intervenire sulla legislazione ad personam del 2005, cioè ex Cirielli ed annessi, dagli effetti “patologici e patogeni” la riforma della prescrizione di Renzi, annunciata con grande enfasi, ”si risolve nella deludente scelta di introdurre due nuove ipotesi di sospensione temporanea ed eventuale del suo decorso”.

Insieme al maquillage sulla prescrizione l’Anm ha evidenziato anche la non determinazione ad incidere su quelli che erano stati gli slogan della riforma penale sui quali i veti berlusconiani-alfaniani continuano ad essere insuperabili, in primis falso in bilancio ed autoriciclaggio.

Quanto al mirabolante e taumaturgico dimezzamento dell’arretrato civile in un anno, soprattutto grazie all’arbitrato, Piercamillo Davigo ha evidenziato senza giri di parole ed attenendosi ai dati concreti come tale misura abbia scarsa efficacia per dirimere cause che sono molto spesso liti temerarie promosse da chi non ha nessuna intenzione di chiuderle velocemente. E d’altronde il fenomeno particolarmente diffuso in Italia ha molto a che vedere con il numero stratosferico di avvocati che non ha equivalenti in Europa e anche con la pervasività della lobby degli avvocati ben radicata nella politica e portatrice di un conflitto di interessi permanente all’interno delle aule parlamentari.

Ovviamente quando si entra nel merito delle questioni e si mettono a nudo i conflitti di interessi dominanti nei potentati politici, economici e professionali piuttosto che ammantarsi di slogan pseudo-innovatori e “rivoluzionari” si viene accusati di sabotare il cambiamento e di essere nemici delle riforme. I magistrati ancora una volta vengono accusati di “strillare” per mantenere i loro “privilegi”, primo fra tutti quello di essere “indipendenti” ed “irresponsabili” come ama ripetere Berlusconi.

Non a caso riguardo responsabilità civile e la riduzione del periodo feriale che sono false battaglie “anticasta” del partito trasversale antigiudici si gioca anche sul piano mediatico e propagandistico la partita dell’innovazione “rivoluzionaria“, puramente di facciata e altamente demagogica, contro le presunte resistenze al cambiamento.

Purtroppo avviene esattamente quello che Davigo ha segnalato riguardo alla criminalità. Mentre viene percepita come emergenza, a causa dell’enfatizzazione mediatica, quella comune in linea con i dati degli altri paesi e per molti reati in flessione, non viene avvertita la pervasività e la drammatica incisività nelle nostre vite di quella organizzata e di quella economica dove primeggiano corruzione, falso in bilancio, riciclaggio.

(Tratto dal blog di Daniela Gaudenzi)

Napoli, sit-in alla caserma. «Togli il cappello». Il comandante dell’Arma: «Lo faccio per Davide»

IL COMMENTO DI UN TESTIMONE DI GIUSTIZIA CONTRO LA CAMORRA: “ Io non sono d ‘accordo con l’ atteggiamento di sfida e di insulti da parte di taluni soggetti del rione Traino di Napoli nei confronti dell’Arma”. Nemmeno noi!!!

http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/morte-di-davide-nuovo-corteo-a-montesanto-sit-in-davanti-a-caserma-pastrengo/notizie/893422.shtml

Mafia: confiscati beni per 45 mln al re delle slot machine. Come si vede, soldi per le forze dell’ordine, volendoli, ce ne sono ed anche tanti

Finanzieri del nucleo di Polizia Tributaria di Caltanissetta appartenenti al Gico, in collaborazione con lo Scico di Roma, hanno confiscato 16 società, quote societarie, depositi bancari e rapporti finanziari in essere presso diversi istituti di Credito, terreni con villa bifamiliare con piscina, 8 autoveicoli, 2 fabbricati e una barca, per un valore di oltre 45 milioni euro, a Antonio Padovani, 62 anni, di Catania, imprenditore del settore delle sale gioco e delle slot machine, coinvolto in inchieste antimafia sui clan nisseni.
Il tribunale di Gela ha condannato Padovani a 4 anni di carcere per mafia. Le società e i punti gioco sono a Roma, Napoli, Catania, Messina, Modena e Massa. Padovani nel giugno 2013 è stato arrestato nuovamente in un’operazione antimafia della Dda napoletana.

http://www.metropolisweb.it/Notizie/Campania/Cronaca/mafia_confiscati_beni_45_mln_re_slot_machine.aspx

Fonte Luigi Di Maio 5 stelle. Trovino i soldi per le forze di polizia riducendo quelli alle lobby. Basta con le meline!!!

Filippo Bubbico, sottosegretario al Ministero dell’Interno, membro del Governo Renzi: “impossibile trovare tutti i soldi per gli stipendi delle forze dell’ordine”.
Informo Bubbico che basta il 4% in più di gettito dal gioco d’azzardo. La smettano di fare melina e accolgano la nostra proposta. Vengono prima gli agenti o prima le lobby?

L’antimafia seria e quella fasulla. Attenti, prima di decidere con chi imbarcarvi!!! Pullulano parolai, pagliacci, opportunisti, protagonisti, gente che lo fa per fini politici, per soldi e ci sono anche mafiosi travestiti da antimafiosi. L’antimafia vera si fa con la DENUNCIA, nomi e cognomi. Chi non fa denunce, nomi e cognomi, non fa antimafia. Fa altra cosa. DIFFIDATENE. Leggete bene questo articolo e meditate

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Napoli, tensioni al corteo per Davide: il racconto dell’inviata di RaiNews24

Momenti di tensione al corteo di protesta contro la morte di Davide Bifolco, il giovene 17enne ucciso da un carabiniere durante un controllo. Un appuntamento spontaneo, nato sui social network, che si è trasformato in una vera e propria manifestazione di piazza. I manifestanti hanno bloccato l’uscita della Tangenziale di Napoli. Alcuni facinorosi hanno lanciato oggetti contro le forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Gesti da cui hanno preso le distanze i genitori del giovane: “Nessuna violenza in suo nome”.

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Napoli-video-tensioni-corteo-davide-bifolco-inviata-rainews24-f7b4a4f4-4317-45c7-933b-477e6f406c25.html

Salari forze dell’ordine, Alfano e Pinotti mediano: “Possibile soluzione, ma attendiamo Renzi”

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano riceve i capi di Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza. Viminale in contatto costante con il ministro della Difesa per mediare su una “soluzione positiva”. I sindacati di polizia e i Cocer giovedì hanno indetto per la prima volta nella storia lo sciopero generale, contro la decisione del governo di bloccare gli adeguamenti contrattuali

“Cerchiamo una soluzione, ma i toni sono inaccettabili”. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti stigmatizza la protesta e lo sciopero generale indetto dai sindacati di polizia e dalle rappresentanze militari, per protestare contro la decisione del governo di bloccare il rinnovo dei contratti e gli adeguamenti salariari. Allo stesso tempo, però, Roberta Pinotti tende la mano ad una possibile mediazione: “Il governo ritiene prioritaria la ricerca di una soluzione che riconosca la specificità e il valore di chi ogni giorno assicura la difesa e la sicurezza degli italiani”. Poi, la responsabile della Difesa distingue: “Un conto è la regolarizzazione delle carriere, su cui il governo sta lavorando per trovare risorse, altra cosa è il blocco degli aumenti previsto da tempo”.
Per la “soluzione”, si attende ad ogni modo, il rientro in Italia del premier Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio ha già dichiarato di voler ricevere i lavoratori delle forze dell’ordine, “senza però accettare ricatti”.

Alfano riceve sindacati e Cocer al Viminale.
Roberta Pinotti dichiara di essere in costante contatto con il ministro dell’Interno Angelino Alfano, tra i più “sensibili” alle proteste delle forze di sicurezza. Il titolare del Viminale ha infatti ricevuto i rappresentanti sindacali di tutte le organizzazioni di polizia e militari. Secondo quanto si apprende, la strada perseguita è quella comunicata dal ministro nel precedente incontro con i sindacati, risalente allo
scorso 25 luglio. In quell’occasione Alfano indicò che “ci sono tutte le condizioni per lo sblocco salariale”.

 

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/pinotti-e-alfano-mediano-per-salari-polizia-militari-statali-3cf41532-5db0-485e-9328-9a50ff587650.html

L’urlo dei Testimoni di Giustizia e l’insensibilità del governo dei prefetti

Italia, Paese dove si tende sempre a “spezzare la corda” e a punire i più deboli

Tira oggi e tira domani, anche la “corda si spezza”, quel vecchio proverbio in questi giorni fa centro sul vero senso di ciò che sta per accadere.
È bastato la dichiarazione del Ministro Madia che quella “corda ” gia tesa si è spezzata.
Il comparto sicurezza unito e compatto non ha esitato a far sentire la propria voce, una voce già sofferente, piena di frustrazione e con un pizzico di rabbia.
In un paese dove la parola spending reviu è accomunata solo a quei pochi che quotidianamente già restano bersaglio di tagli e negazioni.
Un settore quello delle forze di polizia già ridotto all osso e che a fatica svolge il proprio ruolo, quello di garantire l ordine pubblico e la sicurezza ed il contrasto al fenomeno mafioso.
Uomini e donne sempre più sotto pressione, demotivati, umiliati troppo spesso da ciò che accade dopo…
infatti il dopo a volte è la vera beffa…
anni ed anni di indagini, sacrifici e poi…???
Il tutto svanisce per un cavillo giudiziario o un nuova legge fatta a hoc per scagionare criminali e rimetterli in circolazione.
Servitori dello Stato che hanno giurato fedeltà alla bandiera, alla patria ma che oggi esigono rispetto e non è certo solo una questione economica.
Troppe situazioni anomale all’ interno degli stessi corpi di polizia, poca meritocrazia, troppo spesso chi comanda non si immedesima nei problemi di chi è per strada e svolge turni di servizio estenuanti.
Il ricordo delle 6.20 del turno resta una vecchia diceria visto che in mancanza di personale troppo spesso si fa anche il doppio turno e tutto a discapito della sicurezza degli stessi operatori.
Mancanza di vestiario, caserme al limite della decenza, auto malandate rendono questo lavoro un ‘incognita, non c è certezza di come possa svolgersi il giorno dopo e come arrangiarsi è tristemente diventata una regola fissa.
Ora la politica, distante anni luce dalla realtà dà il colpo di grazia, un vera e propria batosta morale, una offesa, questa notizia data dal Ministro Madia incide sulle future aspettative di ogni singolo operatore che attende dal 2010 lo sblocco degli stipendi.
Questo annuncio dello sciopero lo si vuol far passare per un ricatto, ma questo non è!
Ora nessuno deve strumentalizzare questo annuncio, ma bisogna unirsi a questi uomini e donne, lavoratori e servitori e garanti della nostra sicurezza, bisogna essere solidali e far sentire forte la voce a questa classe politica, che si incomincino a tagliare i loro stipendi, i lori finanziamenti ai partiti e i loro privilegi.
Ora è il momento in cui non si può più attendere un domani migliore, non si può vivere di sfide o di promesse,; il popolo ha bisogno di certezze e la sicurezza pubblica non può pagare anni ed anni di sprechi pubblici.
Tutto ciò non può verificarsi, sarebbe un regalo alla criminalità e alle mafie; quindi caro Presidente Renzi, e cari Ministri metteteci la faccia e risolvete il problema, e ricordate che chi vi tutela è uno dei tanti poliziotti, carabinieri o finanzieri che state umiliando.

Testimone di Giustizia
Ciliberto Gennaro

ORA BASTA. PURE LE FORZE DI POLIZIA NON NE POSSONO PIU’ E SI PREPARANO ALLA MOBILITAZIONE. RISCHIANO LA VITA PER STIPENDI DA FAME. ORGANIZZANO MANIFESTAZIONE A ROMA: SBLOCCATE GLI STIPENDI, IL NOSTRO TEMPO È SCADUTO!

Il malcontento all’interno dei corpi delle forze dell’ordine cresce giorno dopo giorno. Con gli organici ridotti, doppi turni di lavoro, stipendi da fame e persino il rischio di doversi comprare di tasca propria i capi di abbigliamento per recarsi in servizio, le nostre forze dell’ordine rischiano di trasformarsi nell’armata Brancaleone impegnata nella presa di possesso del feudo di Aurocastro.
A fronte di un aumento degli episodi criminosi, con le risorse ridotte all’osso che non permettono più di mantenere un adeguato livello dei controlli né le attività d’indagine, si prospetta l’ennesimo blocco degli stipendi e ulteriori tagli che si spingerebbero alla riduzione delle questure e delle prefetture sull’intero territorio nazionale. Uno scenario da incubo a tutto vantaggio dei criminali.
“Da oltre 4 anni abbiamo i nostri stipendi “bloccati, non stiamo chiedendo niente e non pretendiamo niente se non il sanare di un’ingiustizia che si perpetra da oltre 4 anni -– si legge nella pagina Facebook con la quale i poliziotti si stanno organizzando per chiedere lo sbocco degli stipendi – Chiediamo giustizia, chiediamo correttezza, chiediamo quel che ci spetta di diritto. Non si chiede 100, non si chiede il rinnovo contrattuale ma solo quello che ci è dovuto e ci viene negato da una legge incostituzionale. Il tempo delle chiacchiere è finito. Adesso basta è ora di scendere in piazza, tutti in piazza con il Partito Nazionale dei Diritti organizzazione extra parlamentare dei cittadini non politici, che hanno scelto di far politica per difendere i propri diritti”.
L’appuntamento, al quale prenderanno parte i poliziotti che hanno aderito alla pagina “Siamo Tutti Cretini” alla quale oltre 25.000 persone hanno messo il proprio “like”, si terrà mercoledì 24 settembre alle ore 11:00 a Piazza Montecitorio a Roma.

Niente sigle di partiti né di sindacati, per questi poliziotti che hanno scelto di protestare per far valere i propri diritti, indossando magliette bianche e bandiere tricolore, simbolo queste ultime di un Risorgimento che una classe politica inadeguata sembra aver dimenticato.

 

http://infodifesa.blogspot.it/2014/09/forze-di-polizia-organizzano.html

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