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Bitonto, quella criminalità che non esita a sparare

LETTERE.Lettera aperta del Testimone di Giustizia Gennaro Ciliberto al Ministro degli Interni Angelino Alfano:”Perché non possano mai dire………..non sapevamo”

Perché non possano mai dire non sapevamo !!!
Lettera ad Alfano ! Ministro dell Interno !

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> Al Ministro dell Interno
> On. Alfano A.
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> Lettera aperta al Ministro dell’Interno
>
>   In una terra di bellezza assoluta, in una terra dove tutto potrebbe essere l eccellenza del made in Italy , in una terra che mi ha visto ospite per 7 mesi e dove   tristemente “toccato ” la furia criminale ed il modus operandi degli stessi criminali che mi hanno visto costretto ad allontanarmi , per ragioni di sicurezza, ma che è stata e resta una spina nel cuore per non aver potuto portare a termine un progetto di cultura per la legalità.
> In quella terra dove c è una parte di popolo eccezionale  che si ribella a qualsiasi forma di illegalità ma c è anche  una  piccola parte di popolo che per quell “infame” alibi della paura resta in silenzio nel subire l escalation violentw di gruppi criminali senza alcun cenno di ribellione civile o di collaborazione con le forze di Polizia.
> Lo Stato , quello Stato che sempre presente ,le istituzioni preposte e da lei rappresentate in qualità di Ministro dell interno  devono  ancora di più far sentire la loro  presenza in questa città , in  territorio , non bisogna mai più piangere vittime innocenti come l ultima tragica sparatoria che vede vittima anche un piccolo bimbo di solo tre anni , che aveva l unica colpa se tale fosse di essere sulle gambe di un pregiudicato  , mai più vorremmo leggere tali notizie , mi creda chi combatte la criminalità  ,chi si oppone a questo mostro , leggere taluni notizie è una sconfitta, una spada che teafigge il cuore di ogni cittadino onesto.
> Bisogna essere Forti e determinati nel contrastare questi vili e spregiudicati criminali , ognuno deve fare la sua parte ed ANCHE  il popolo silente deve sapersi risvegliare dal letargo dell omertà ED ESSERE SENTINELLA DEL BENE
> Ora Basta  SIG. MINISTRO ALFANO !!!!
> Chiedo che la S.V. sappia come sempre esprimere un netto e significativo messaggio contro la criminalità ed i fatti che vedono ieri come prima la città di Bitonto vittima ed in “ostaggio” di clan criminali che non esitano a spararsi per strada in pieno centro e a tutte le ore .
> Le forze dell ordine del territorio svolgono nel massimo impegno il lavoro a loro destinato e  Noi tutti siamo vicino a loro , non vuoglio  essere polemico  ma ci attendiamo che taluni uomini/donne simbolo delle istituzioni possano essere presto supportati da rinforzi di unità e mezzi per contrastare questo “cancro criminale”
> Nel ringragiarLa per aver dato attenzione a queste mie righe e sicuro di un Vs. Interessamento in merito  Le porgo Distinti Saluti .
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http://www.dabitonto.com/cronaca/r/l-opinione-la-malavita-spara-tra-la-gente-in-pieno-centro-ma-stiamo-aspettando-che-muoia-qualcuno/2830.htm
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> ciliberto gennaro

Testimoni di Giustizia.Una legge inadeguata.Lo Stato li ha abbandonati.

Oggi il Comune di Bologna celebra la 19°“Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie”.

Abbiamo approvato un Ordine del Giorno per esprimere solidarietà alle vittime delle mafie presentato dalla Presidenza del Consiglio comunale.

Questo di seguito il mio intervento a sostegno dei testimoni di giustizia:

“Noi oggi stiamo votando questo ordine del giorno per esprimere solidarietà alle vittime della mafia. Tra le vittime vi sono i testimoni di giustizia, la categoria più fragile. Persone normali, chi fa il magistrato, il poliziotto, il sindaco, il giornalista, in una certa misura mette in conto i rischi del mestiere, dicevo, queste sono persone normali che si trovano loro malgrado stritolate nei meccanismi della mafia e che decidono di non starci. Persone che non provengono da ambienti malavitosi, che sono integrate nel tessuto economico e sociale del paese e che hanno assistito a eventi criminosi, o che hanno attività imprenditoriali e per le quali subiscono estorsioni e minacce.

La nostra solidarietà è un gesto doveroso, questo consiglio comunale ha conferito la cittadinanza onoraria a Pino Masciari, ha testimoniato vicinanza alla figlia di Lea Garofalo, ma non bastano le parole, servono fatti concreti. Fatti che mancano. I testimoni di giustizia, la cui figura sarà legislativamente riconosciuta solo nel 2001 con la legge 45 nata dalla precedente legge per i collaboratori di giustizia (i pentiti per intenderci), si trovano abbandonati a loro stessi.

Rita Atria, giovanissima, a 17 anni denuncia, rinuncia agli affetti, a 18 anni si suicida in seguito alla strage di via D’Amelio sentendosi completamente abbandonata.
Lea Garofalo, sarà uccisa da coloro che aveva denunciato.
Pino Masciari, imprenditore edile che denuncia le estorsioni subite. Nonostante il programma di protezione attivato nel 1997 spiega il suo calvario: “accompagnamenti con veicoli non blindati, con la targa della località protetta, fatto sedere in mezzo ai numerosi imputati denunciati, intimidito, lasciato senza scorta in diverse occasioni relative ai processi in Calabria, registrato negli alberghi con suo vero nome e cognome, senza documenti di copertura. Troppi episodi svelano le falle del sistema di protezione che dovrebbe garantire sicurezza per lui e la famiglia“. Lo stato istituisce la figura del testimone di giustizia e inizia il tira e molla tra revoche e ricorsi che lo vedono dentro a fuori dal programma di protezione. In tutto questo le sue aziende di costruzioni subiscono un duro stop.

Gaetano Saffioti, vissuto al nord e a Bologna dal 1993 al 2001, imprenditore nel settore dell’edilizia, denuncia nel 2002 le estorsioni subite, la sua vita diventa blindata, perderà molte commesse, dipendenti, amici.

Questa mia non vuole essere una lista completa dei testimoni di giustizia, l’intento è quello di spiegare come l’attuale legge sia inadeguata a far fronte alle condizioni di solitudine e abbandono in cui versano coloro che decidono di fare la cosa giusta e che, fornendo informazioni utili alle indagini mettono, a rischio la loro vita, quella dei loro familiari e il loro lavoro. Inadeguata a tal punto che persone come Luigi Leonardistanno ancora aspettando che gli venga riconosciuto lo status di testimone di giustizia. Leonardi, imprenditore napoletano, a causa delle estorsioni, ha perso due fabbriche, i negozi e la casa. Negli anni ha subito minacce ed è stato sequestrato. Le sue dichiarazioni hanno portato a due processi. La sua famiglia non gli rivolge più la parola da 5 anni. E’ di ieri l’ultimo articolo che racconta la suastoria di 12 anni di denunce, e dove emerge che “lo Stato lo ha lasciato solo. In balia di una camorra spietata che lo minaccia e che lo vorrebbe eliminare … Uno Stato indifferente, verso la condizione dei testimoni di giustizia, che volta la testa, rendendosi complice e connivente, lasciando passare il messaggio che la mafia vince. Un messaggio terribile: che la denuncia non serve a niente, se non a peggiorare le proprie condizioni. A “cacciarsi nei guai”.””
Questo il testo dell’ordine del giorno, i grassetto l’emendamento sui testimoni di giustizia che ho chesto di aggiungere. In fondo al post ci sono altri link di approfondimento.
Oggetto: Ordine del giorno per esprimere solidarietà alle vittime delle mafie presentato dalla Presidenza del Consiglio comunale.
Il Consiglio Comunale
PREMESSO CHE
- il Comune di Bologna è da tempo impegnato sui temi della cultura della legalità, trasparenza, promozione della cittadinanza responsabile, inoltre collabora ed opera con altre Istituzioni e con le Forze dell’Ordine per la prevenzione e il contrasto alla criminalità organizzata e mafiosa;
- il 21 marzo 2013, a Bologna, è stato inaugurato presso il quartiere Porto, lo Sportello di valenza cittadina “Sos Giustizia”, servizio di ascolto, orientamento ed eventuale accompagnamento alle vittime dell’oppressione criminale, servizio svolto in collaborazione tra il Comune di Bologna (Città che aderisce ad Avviso Pubblico), l’associazione Libera, e finanziato all’interno delle iniziative di Accordo di Programma siglato tra il Comune e la Regione Emilia Romagna.

VISTO CHE
- il Consiglio comunale ha scelto di celebrare ogni anno, in seduta solenne, la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, in recepimento della Legge regionale n. 3/2011;
- nel corso della prima seduta solenne a ciò dedicata, il 21/3/2012, si è svolta la cerimonia per il conferimento della cittadinanza onoraria a Pino Masciari, in riconoscimento del coraggio dimostrato nel ribellarsi al sistema della criminalità organizzata e mafiosa, anche a discapito della sicurezza propria e dei familiari;
- il Consiglio ha mantenuto alta l’attenzione sul tema, con l’approvazione all’unanimità di due ordini del giorno, per aderire allacampagna di solidarietà “Io mi chiamo Giovanni Tizian” – giovane giornalista,autore di un libro sulla commistione tra criminalità organizzata, Istituzione e mondo produttivo nelle regioni del Nord (Odg. n.92 del 16/1/2012) – e per intensificare la lotta alla mafia e all’illegalità, particolarmente nei sub-contratti (Odg. n. 55 del 23/9/2013);
-parimenti è stato approvato all’unanimità dal Consiglio il gemellaggio istituzionale tra le città di Bologna e di Pollica, per mantenere viva la memoria di Angelo Vassallo, Sindaco di Pollica e vittima della criminalità organizzata, nonché per promuovere un costante impegno culturale e civile sui temi della legalità e della convivenza civile (Odg. n. 224 del18/6/2012);
-la Commissione Consiliare “Attività produttive, Commerciali e Turismo con delega al Lavoro ed alla Legalità”, dal 2011 ad oggi ha svolto attività promosse da tutti i Gruppi consiliari per affrontare i fenomeni legati alla promozione della trasparenza e legalità, alla emersione del lavoro sommerso ed irregolare, al contrasto alla corruzione, alla contraffazione ed abusivismo nel settore commercio, al gioco d’azzardo. La Commissione ha inoltre sostenuto i provvedimenti di contrasto alle infiltrazioni perchè volti alla valorizzazione e controllo del territorio, alla lotta al degrado, alla rivitalizzazione e riqualificazione del tessuto produttivo e commerciale anche in riferimento ai propri mercati patrimoniali, all’applicazione della trasparenza della filiera amministrativa nelle gare, appalti e sub appalti, al fronteggiamento delle crisi di settore ed aziendali, alla promozione della buona occupazione coinvolgendo Istituzioni, il Corpo di Polizia Municipale, le Forze dell’Ordine, esperti e servizi di settore privato e del no profit, le Forze sociali.

RIBADISCE
-l’importanza di testimoniare nella vita quotidiana e con l’impegno di tutti, cittadini ed istituzioni, la cultura della legalità ed il contrasto alle infiltrazioni mafiose, poiché solo con un messaggio corale e quotidiano si può rafforzare la cultura della legalità e dare coraggio e sprone di denuncia e ribellione a chi vive in territori dove il fenomeno mafioso è fortemente radicato;
-l’importanza che lo Stato assicuri sostegno economico, giuridico e protezione ai cittadini che denunciano le illegalità mafiose;

RICORDA
-con commozione e riconoscenza tutte le vittime delle mafie, cittadini che con il loro impegno e coraggio si sono opposti alla illegalità;
ESPRIME


- solidarietà e vicinanza ai Sindaci e agli Amministratori che combattono il fenomeno della criminalità organizzata e mafiosa e che si oppongono ad esso con il loro operato quotidiano, sostenendo così la presenza dello Stato e la cultura della legalità;

- solidarietà ai magistrati antimafia che, anche mettendo a rischio la propria vita, si impegnano quotidianamente per contrastare le infiltrazioni ed il radicamento mafioso;

- solidarietà a tutti gli agenti delle Forze dell’Ordine, impegnati quotidianamente, a rischio della propria incolumità personale, nella difesa della legalità e delle istituzioni democratiche, compito sempre assolto con coraggio e profondo senso del dovere;

- solidarietà ai giornalisti impegnati, anche a nocumento della propria vita, a documentare un fenomeno così ampio ed articolato ed apprezzamento per il loro impegno civile, fondamentale per denunciare l’operato della mafie, sensibilizzare l’opinione pubblica e dare coraggio e sostegno alla cultura della ribellione nei confronti dei fenomeni mafiosi;

- solidarietà ai testimoni di giustizia i quali, collaborando con lo Stato al fine di fornire informazioni utili alle indagini, mettono a rischio la propria vita e quella dei propri familiari, nonchè il loro lavoro;

- apprezzamento per l’opera di formazione delle giovani generazioni, portata avanti in collaborazione con il mondo scolastico da numerose associazioni impegnate nel promuovere la cultura della legalità;

CONDANNA
tutte le intimidazioni e le minacce operate da diversi esponenti mafiosi, sia quelle recentemente indirizzate contro il pool di Palermo, che quelle rivolte a tutti gli operatori di giustizia del nostro paese;
INVITA
-il Sindaco e la Giunta ad ampliare le iniziative formative in favore delle giovani generazioni, in collaborazione con la Regione Emilia Romagna, il mondo scolastico cittadino e metropolitano e le associazioni impegnate nel promuovere la cultura della legalità;
-la Presidenza del Consiglio comunale a farsi promotrice della diffusione dell’Ordine del Giorno presso gli altri enti locali del nostro territorio, la Regione Emilia-Romagna, i parlamentari bolognesi e la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Link di approfondimento

Proposte per la sicurezza a Bologna
Uno dei temi caldi di questa città è la sicurezza. A questo proposito abbiamo iniziato un percorso in consiglio comunale dove ogni gruppo ha avanzato le sue proposte che verranno poi elaborate dall’amministrazione. Oggi in Consiglio Comunale il Sindaco ha relazionato in merito.
Questo è l’elenco delle proposte che ho inviato io, non ha la pretesa di essere esaustivo, è solo un tassello di un lavoro molto più ampio fatto a più mani, ho quindi evitato di inserire idee già proposte da altri, e ho aggiunto quello che secondo me mancava.

Ex bar Otello: un intreccio strano
Lunedì in Consiglio Comunale, ho fatto un intervento di inizio seduta per richiamare l’attenzione sul tema sicurezza nella città di Bologna. Il recente sequestro dell’ex Bar Otello mostra quanto sia vulnerabile la nostra città alla criminalità, nella vicenda infatti sono coinvolti ex pregiudicati di ‘ndrangheta. Insieme all’intervento ho presentato un ordine del giorno in merito all’accessibilità degli Atti del Comune attraverso la rete internet, questo consentirebbe di agevolare l’azione di prevenzione e contrasto da parte dei reparti investigativi e della magistratura che con un colpo d’occhio potrebbero scorgere i “soliti sospetti”.

Legge popolare sul gioco d’azzardo, il Comune promuove la raccolta firme 
La legge popolare mira a tutelare la salute delle persone e contrastare le infiltrazioni della criminalità organizzata. Vuole inoltre dare più potere ai sindaci nell’autorizzazione di sale e l’installazione di slot machine e videolottery, rendere tracciabili i flussi finanziari del settore e porre limitazioni per le concessioni.

Presa Diretta: Testimoni di Giustizia
TESTIMONI DI GIUSTIZIA” è un’inchiesta particolarmente delicata, in cui gli inviati del programma di Riccardo Iacona sono andati a conoscere i tanti testimoni di giustizia che con le loro denunce hanno contribuito a fare arrestare centinaia e centinaia di mafiosi. Sono emerse storie davvero incredibili, mai viste prima: non solo quelle dei testimoni di giustizia che hanno pagato con la vita la scelta di raccontare allo Stato quello che sapevano, quello che avevano visto, come Lea Garofalo, moglie di un boss della ‘ndrangheta, uccisa nel 2009. Verranno raccontate anche le storie dei testimoni di giustizia che, da quando sono entrati nel “programma di protezione”, hanno perso tutto: casa, lavoro, città, senza avere in cambio la possibilità di una vita diversa. Come Carmelina Prisco o Pino Masciari. E le storie di chi ha rinunciato alla propria identità, come Piera Aiello o Giuseppe Carini, che oggi vivono con nomi diversi. Verranno mostrate le difficili esistenze dei testimoni di giustizia che ancora vivono, sotto scorta, nei loro luoghi di origine. Isolati dalle comunità e dimenticati dallo Stato. Sono le storie di Tiberio Bentivoglio di Reggio Calabria, di Nello Ruello di Vibo Valentia, di Ignazio Cutrò di Bivona, in provincia di Agrigento. Nel frattempo, gli organici dei magistrati e degli uomini delle forze dell’Ordine che combattono la battaglia contro la Mafia, vengono progressivamente ridotti. Storie di veri “eroi” civili, che lo Stato sembra aver dimenticato. Una vera e propria sconfitta per l’Antimafia, una vittoria per la Mafia

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Roma, occhi su “quinta mafia”. Pignatone: “Crimine punto più importante”

pignatonegiuseppedi Claudio Cordova - “A Roma non c’è un potere unico. Non è Palermo, sotto questo profilo, né tanto meno Reggio Calabria. Ci sono tanti poteri, tanti centri di interesse, tanti centri economici. Ovviamente, la gran parte è legale, ma ci sono quelli che sono illegali o che hanno la tentazione dell’illegalità. Certamente non siamo di fronte a qualcosa di uguale al fenomeno milanese. L’ho già detto: 25 locali in Lombardia non credo che li troveremo a Roma e dintorni e neanche al sud ci sono 25 locali. C’è una realtà economica diversa, come giustamente diceva la presidente, perché non c’è tanto un’impresa, quanto un’attività commerciale. Inoltre, ci sono anche tutte quelle attività dipendenti e in qualche modo intrecciate col pubblico”. A distanza di due anni dall’insediamento a capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone traccia un primo bilancio sulla presenza e sulla pervasività delle mafie nella Capitale. Lo fa, accompagnato dal procuratore aggiunto, Michele Prestipino, al cospetto della Commissione Parlamentare Antimafia, presieduta da Rosy Bindi.

Un percorso analogo, quello di Pignatone e Prestipino: Palermo, Reggio Calabria e adesso Roma. Al pari di un folto numero di ufficiali di polizia giudiziaria che costituiscono la “squadra” che ha operato in Sicilia e in Calabria e che, adesso, si è spostata nella Capitale. Un nome su tutti, quello del Capo della Squadra Mobile, Renato Cortese.

Un lavoro, quello esposto dal procuratore Pignatone, che si sarebbe dipanato sul duplice fronte: la verifica della sussistenza di cellule organizzate dai connotati mafiosi e l’aggressione ai patrimoni illeciti delle mafie stesse. A Roma e nel Lazio, infatti, insistono infiltrazioni di tutte le consorterie criminali: “Di fronte a una realtà come questa, che non è certamente quella di Palermo, dove nessuno può mettere in dubbio che esista cosa nostra con le sue caratteristiche, ci vuole un approccio laico. Non possiamo né escludere a priori che ci siano organizzazioni mafiose presenti in modo strutturato, né dire necessariamente che a Roma c’è la mafia o, come riportano alcuni titoli di giornale, domina la mafia” dice il procuratore Pignatone. L’attività di ricerca sarebbe stata messa in atto secondo i criteri dello scambio di informazioni all’interno della Procura e, nello specifico, della Dda, ma anche attraverso la collaborazione tra le varie forze di polizia giudiziaria: traffico di droga, riciclaggio di denaro e investimenti patrimoniali le direttrici su cui si muove l’Ufficio di Piazzale Clodio. “Quello che conta, al di là del numero, sono i capitali, ovvero il valore dei beni sequestrati. Anche qui abbiamo moltiplicato i risultati, grazie allo sforzo delle forze di polizia, passando da pochi milioni ad alcune centinaia di milioni di euro come valore di beni sequestrati, sia a Roma città, sia nel Lazio, sia, in grande misura, investiti altrove. I clan interessati sono sia calabresi, in particolare la cosca Gallico con alcuni prestanome, sia napoletani, soprattutto esponenti collegati al clan Mallardo. Le attività oggetto di sequestro sono state imprese edili, molte attività commerciali anche di prestigio, concessionarie auto e beni immobili, sia terreni, sia edifici, anche in gran numero” afferma Pignatone. Fior di milioni che circolano – spesso in maniera illecita – camuffandosi nel tessuto economico e sociale della Capitale: “A Roma tutto questo, rispetto a realtà come Palermo e Napoli, è più facile, in quanto vi è la convinzione diffusa che la mafia a Roma non esista. Il fatto che ci siano capitali largamente disponibili in una realtà, per fortuna, ancora, nonostante tutto, ricca, grande e multiforme come Roma non è, di per sé, elemento di sospetto, mentre, se ci fossero 100 milioni di euro investiti a Reggio Calabria, subito uno si chiederebbe che cosa c’è dietro. Sotto questo profilo si capisce perché Roma sia una sede privilegiata per questo tipo di investimenti” spiega Pignatone.

Fiumi di denaro, che, ovviamente, circolano anche grazie alla presenza dei “colletti bianchi”, i professionisti al servizio dei clan e del malaffare: “Il primo collegamento verosimilmente può essere rappresentato da tutti quei professionisti di vario tipo (commercialisti, tributaristi, avvocati, ingegneri) che sono necessari per effettuare investimenti di denaro di provenienza illecita, sia che esso venga dalle mafie, sia che esso venga da attività quali la corruzione, la bancarotta fraudolenta e via elencando” afferma Pignatone. Passaggio inevitabile quello svolto sia da Pignatone, che da Prestipino, sul “Cafè de Paris”, il locale della “Dolce Vita”, ritenuto nella disponibilità delle cosche della ‘ndrangheta. I due magistrati hanno ricostruito le dinamiche che hanno portato all’acquisizione del locale di via Veneto da parte dei calabresi: “Ma allora non hai capito: a Reggio Calabria si vuole così” diranno alcuni personaggi di fronte alla riluttanza del vecchio proprietario.

E’ la “zona grigia”, su cui si intrattiene particolarmente il procuratore aggiunto Michele Prestipino: Non c’è mafia vera, che sia cosa nostra, che sia ‘ndrangheta, che sia camorra, la quale nel corso del tempo – quando dico “tempo”, possiamo partire senz’altro dall’unità d’Italia – non abbia avuto rapporti con la politica, con la pubblica amministrazione e con gli apparati. Questa non è una variabile. È un elemento strutturale di come l’organizzazione è presente, esiste e opera.
Se noi vogliamo ricostruire questa rete relazionale, che è   importantissima, perché senza la ricostruzione di questa rete poi l’azione di contrasto è un’azione – per carità – meritoria, ma certamente spuntata e non efficace come potrebbe essere, l’unico metodo verificato è quello di partire dal cuore dell’organizzazione, cioè dalle condotte degli associati, degli affiliati mafiosi, e del loro sistema di rapporti, per estendere le indagini da quel cuore verso l’esterno e dal basso, procedendo dal livello dell’organizzazione ai livelli più alti. Si va, quindi, dal basso verso l’alto e dall’interno verso l’esterno. Mi permetto di dire – davvero con il massimo dell’umiltà, perché   sono processi che abbiamo seguito e curato, ai quali ho anche preso personalmente parte quando ero alla procura di Palermo e alla procura di Reggio Calabria – che, quando c’è stata condanna definitiva di alcuni soggetti che vogliamo definire colletti bianchi, politici, pubblici amministratori, ci si è arrivati esattamente seguendo questo metodo, quello che dicevo prima”.

Ma è il territorio di Ostia quello ad attirare di più l’interesse dei magistrati, anche alla luce della sua “effervescenza” criminale: “Per la prima volta, nel territorio di Roma Capitale è stata provata, secondo noi e secondo quelle che sono, allo stato, le risultanze processuali – non abbiamo sentenze definitive perché abbiamo cominciato da poco – la presenza di due organizzazioni mafiose strutturate ai sensi dell’articolo 416-bis” dice Pignatone. Su quel territorio, come spiegato da Prestipino, vi sarebbero due gruppi distinti: “Il primo è un gruppo che ha un radicamento storico e che storicamente,  davvero da tantissimi anni, ha funzionato e opera come proiezione su un territorio extraregionale, fuori dalla Sicilia, di una famiglia mafiosa siciliana storicamente radicata e riconosciuta in passato come di grandissima potenza e potenzialità offensive mafiose, la famiglia Caruana-Cuntrera, che ha da sempre operato nell’area dell’agrigentino. Questo gruppo, che opera su Ostia, ha al vertice dei componenti, persone fisiche, che hanno con i Caruana e i Cuntrera dei legami storicamente accertati, legami non soltanto personali, ma anche dal punto di vista di interessi economici e patrimoniali. Questi legami li hanno mantenuti nonostante da tantissimi anni i Caruana e i Cuntrera siano lì ad Agrigento, mentre questi signori si sono stabilizzati e radicati sul territorio di Ostia. Contemporaneamente a questo gruppo, che noi possiamo inquadrare nel paradigma che io chiamavo proiezione di un’organizzazione conosciuta e radicata altrove, ha operato sul territorio di Ostia un altro gruppo. Anche a questo secondo gruppo è stata effettuata la contestazione del reato di cui all’articolo 416-bis, ma, e questa è una novità, si tratta di un gruppo che ha origini assolutamente autoctone. Tale gruppo non ha alcun legame con organizzazioni mafiose di tipo tradizionale, cioè cosa nostra, ‘ndrangheta e gruppi di camorra, ma al proprio interno ha assunto una strutturazione tipica dell’organizzazione mafiosa, opera in settori di privilegio e di intervento tipici dell’attività di chiara matrice mafiosa, come vedremo, e persegue i propri obiettivi e realizza i propri interessi con il metodo mafioso [...] Se noi potessimo cancellare la collocazione geografica di questi soggetti su Ostia e immaginarli in un’area territoriale della provincia di Reggio Calabria o della provincia di Palermo, di Trapani o di Agrigento, potremmo non cambiare nulla”.

Ma l’obiettivo di Pignatone e Prestipino è quello di mettere un nuovo punto fermo nella storia giudiziaria del contrasto alle mafie nel territorio romano: “Restando strettamente all’oggetto organizzazioni di stampo mafioso, finora emerge che non c’è una presenza strutturata come può essere quella di Napoli, Reggio Calabria o Palermo, ma non c’è neanche un fenomeno come quello osservato in Lombardia, ossia la presenza di una serie di cosche di ‘ndrangheta strutturate esattamente come nella provincia di Reggio Calabria e con quelle in contatto”.

Ecco l’ipotesi della “quinta” mafia”, che l’aggiunto Prestipino definisce così: “Un’espressione estremamente suggestiva e anche bella, per la verità. Tuttavia, parlare di “quinta mafia” con riferimento a Roma e al Lazio implica un giudizio finale al quale, come diceva prima il procuratore, ancora noi dobbiamo certamente pervenire, anzi – lo dico in tutta franchezza e umiltà e perché mi piace restare aderente ai fatti – da cui siamo ben lontani. Parlare di quinta mafia significa che questa sarebbe una quinta mafia, come cosa nostra e la ‘ndrangheta. Siamo già in presenza di un’organizzazione stabilizzata, con regole, vertici e strutture. Da un punto di vista dei fatti acquisiti possiamo dire che noi abbiamo certamente elementi che ci fanno pensare che ci sia forse più di un gruppo autoctono che si atteggia e che si è organizzato secondo schemi, metodologie, obiettivi e attività propri delle mafie. Sicuramente sono più di uno questi gruppi e il problema non riguarda solo Ostia, ma è tutto da esplorare il terreno delle interrelazioni tra questi gruppi, degli eventuali rapporti, dell’eventuale presenza di regole di interazione, di accordo e di simbiosi operativa.
Io credo che noi questo lo dobbiamo tenere presente prima di arrivare a un giudizio conclusivo che implica una valutazione su tutti questi dati e che è senz’altro un passo in avanti”.

Insomma, Pignatone e Prestipino vogliono fare a Roma quello che hanno fatto a Reggio Calabria. Creare un “giudicato” solido che possa certificare non solo la presenza delle mafie nella Capitale e nei suoi dintorni, ma anche spiegare dettagliatamene le caratteristiche del fenomeno. Inevitabile, quindi, il passaggio sull’indagine “Crimine”, bistrattata sul territorio calabrese, ma guardata con rispetto, quasi con ammirazione in ogni parte d’Italia: “Quello che è avvenuto a Milano gioca a favore anche della comprensione di Roma. Il fatto che – ormai credo sia una convinzione non dico unanime, ma abbastanza diffusa in tutta Italia – bisogna porsi il problema se ci sono le mafie e che cosa fanno le mafie fuori dalle regioni tradizionali, in cui il punto più importante, io credo, è stata l’operazione “Crimine” fatta da Reggio Calabria e Milano, che ha avuto un impatto sull’opinione pubblica qualificata e meno qualificata imponente, che continua, secondo me, aiuta a porre il problema. Questo ci aiuta a capire il problema e, laddove c’è, a dare una risposta positiva o negativa, sia a livello di giudici, di magistrati, di pubblica accusa e ancora più di giudicante, sia a livello di opinione pubblica generale, anche nelle altre regioni. Finora, invece, tutto sommato, si è ritenuto che quello delle organizzazioni mafiose fosse un problema marginale in una realtà come Roma”.

Da “Milano Today.Processo passerella ciclopedonale

Processo passerella ciclopedonale cinisello

Mentre è iniziato il processo per la passerella ciclopedonale che rischiò di crollare la notizia più importante è che il Comune di Cinisello Balsamo non sarà parte civile.

 

In aula a Monza quindi il Comune non è presente come parte in causa perché i giudici non hanno ritenuto che Cinisello sia parte lesa.

 

Una sconfitta per il sindaco Siria Trezzi che comunque non demorde in quanto ha dichiarato: «Non rinunciamo a essere presenti al processo: abbiamo incaricato il legale per valutare la possibilità di fare un esposto».

 

Il sistema Sesto

Sesto San Giovanni perderà un’ altra struttura produttiva. Arriverà altra speculazione edilizia?
Da quinto centro industriale d’ Italia, Sesto San Giovanni è diventata la città del cemento, fra le poche aree industriali rimaste alcune sono sulle aree ex Breda, su cui è collocato lo stabilimento del gruppo Marcegaglia. A lato di questi capannoni è nato un mega centro commerciale della COOP Lombardia (arch. Luigi Cucinotta progettista centro commerciale Integrato e relative aree esterne).
Dall’ altro lato enormi palazzoni delle cooperative ” rosse ” . L’area Marcegaglia rimarrà produttiva?

Articolo di Patrizia Longo sul quotidiano nazionale IL GIORNO
Licenziamento mascherato «Hanno bisogno di spazio per speculare – aggiunge Franco Rocca -: il nostro stabilimento è rimasto l’unico, in mezzo tra centro commerciale e multisala. Le cooperative hanno realizzato case, qui stanno costruendo un albergo, l’area è appetibile».
Marcegaglia Buildtech chiude all’ex Breda, trasferiti 169 lavoratori: “E’ un licenziamento mascherato”.
Occupato viale Sarca per due ore e mezza: nello stabilimento di Alessandria ci sono già 50 operai in esubero.
Sesto San Giovanni (Milano), 16 aprile 2014 – Entro la fine dell’annoMarcegaglia Buildtech chiuderà lo stabilimento sull’ex Breda, a cavallo tra Sesto San Giovanni e Milano, dove si producono pannelli per l’edilizia industriale. Ieri mattina l’annuncio da parte della direzione ha scatenato l’immediata protesta degli operai che hanno occupato viale Sarca per due ore e mezza«Ci hanno detto che intendonoaccorpare la produzione a Pozzolo Formigaro con il trasferimento di tutti e 169 i lavoratori, ma è un licenziamento mascherato – rimarca Massimiliano Murgo, delegato Fiom -. Qui avevamo tre linee di produzione, più i profilati e il pannello curvo già chiusi come acquisizione ordini da un mese. Ad Alessandria, dove peraltro ci sono già una cinquantina di operai in esubero, in cassa integrazione, sposteranno solo due linee: appena quaranta persone». E poi c’è la distanza: «Sono oltre cento chilometri, è impossibile farseli tutti i giorni, avanti e indietro, con i turni – spiega Domenico Tripodi -. Ci costringono a lasciare». Gli operai non vogliono nemmeno sentir parlare di incentivi all’esodo: «Non ci aspettavamo questa decisione: il lavoro qui c’è, si spostano solo per l’interesse dell’impresa e non certo dei lavoratori», dice Osvaldo Figùn. «Abbiamo recuperato il carico d’ordine di Taranto, dove hanno chiuso sottolinea Umberto Panetta . È paradossale: noi non stiamo mai fermi, ci fanno correre con la produzione e rischiamo il posto».

«Hanno bisogno di spazio per speculare – aggiunge Franco Rocca -: il nostro stabilimento è rimasto l’unico, in mezzo tra centro commerciale e multisala. Le cooperative hanno realizzato case, qui stanno costruendo un albergo, l’area è appetibile». Dopo l’annuncio, i lavoratori del primo turno si sono riversati in strada. Per tutta la giornata sono stati programmati incontri con quelli del secondo e poi del terzo turno, per decidere quali passi compiere. «Sostengono di voler spostare le linee di produzione in un sito che ha più spazio ed è più accessibile, per risparmiare sui costi – aggiunge Gianluca Tartaglia, della Fim-Cisl di Milano Metropoli -. Qui lo spazio c’è, il trasferimento ha costi spropositati: sarebbe più facile mantenere qui tutto, se ci fosse la volontà». Mirco Rota, coordinatore nazionale Fiom gruppo Marcegaglia, chiede «l’immediata convocazione al ministero» di azienda e sindacati: «Non si capisce come mai a Pozzolo Formigaro da una parte si licenzia, dall’altra si intende riassorbire un intero polo produttivo. La verità è che Marcegaglia vuole mascherare la chiusura di Sesto attraverso una decisione assolutamente impraticabile e inaccettabile».

IL FILO ROSSO CHE LEGA QUESTO ARTICOLO AL SISTEMA SESTO.
A chi accede a Sesto San Giovanni da nord-est, cioè dalla Tangenziale Nord, svincolo Vulcano (viale Italia), appaiono gli alveari di Edoardo Caltagirone progettati dagli architetti Fegiz e Cucinotta e giudicati mostruosi da tanti cittadini; ma se si entra a Sesto da sud-ovest, cioè da viale Sarca, all’ingresso dell’area ex Breda, a ridosso dell’Istituto scientifico Breda (1917), a filo del viale, sulla destra, mozzano il fiato altri orrendi palazzoni: sono delle cooperative. Sull’area di Cascina Gatti, il Piano Integrato Bergamella, sempre di Uniabita, vede i cittadini organizzarsi in “Comitato di Cascina Gatti” a tutela del borgo storico, minacciato da una colata di cemento che, nella sostanza, snaturerà una delle poche parti storiche preservate della città.

UN’ UOMO CORAGGIOSO , UN FORTE PM , UN COMUNE CHE NON SI COSTITUISCE PARTE CIVILE

La dottoressa Macchia , PM nel processo SISTEMA SESTO , combatte su più fronti . Conduce  molti processi fra cui questo che riguarda la passerella a Cinisello . Sola contro tutti , sostegno e solidarietà al PM di Monza . Il comune di Cinisello Balsamo non si costituisce parte civile .Articolo del quotidiano nazionale IL GIORNO .Cinisello, la passerella che rischiò di crollare: «Ho denunciato e vivo sotto scorta»Via al processo sul ponte ciclopedonale di Cinisello: lo sfogo del testimone. E’ l’ex responsabile della sicurezza della ditta che ha realizzato i lavori: “Mi sono ritrovato a fuggire da casa. Ero disperato. Anche mia moglie si è dissociata dalle mie dichiarazioni e oggi non posso più vedere mia figlia”di Rosario PalazzoloANCHE Anas chiederà i danni per lo scandalo della passerella ciclopedonale di viale Brianza a Cinisello. L’ente committente dei lavori si costituisce parte civile all’apertura del processo al Tribunale di Monzache vede cinque imputati a vario titolo per reati legati alla sicurezza dei trasporti e per minacce. All’udienza preliminare si erano già costituitiparti civili Impregilo, che aveva messo in sicurezza la passerella dopo lo scandalo, e Gennaro Ciliberto, l’ex addetto alla sicurezza del cantiere che, con la sua denuncia, aveva fatto partire le indagini del pm Franca Macchia nel 2011. Dopo tale denuncia, sarebbe stato minacciato.Secondo l’accusa, la passerella era pericolosa perché – stando a una perizia tecnica fatta eseguire dalla Procura di Monza – i pezzi montati non erano idonei. Agli operai sarebbe stato allora ordinato di riempire gli spazi vuoti con tondini di ferro prima di assemblarli e saldarli. Accuse tutte negate dagli imputati. Una cinquantina i testimoni e 13 le telefonate intercettate. Il processo entrerà però nel vivo dal 26 gennaio 2015 e sono fissate udienze fino a luglio dell’anno prossimo. di Stefania TotaroCinisello Balsamo, 18 marzo 2014 – «Non aprite al pubblico quella passerella, perché potrebbe crollare da un momento all’altro». Nella primavera del 2011, quando Gennaro Ciliberto si presentò prima davanti ai magistrati della procura di Milano e successivamente ai colleghi della procura di Monza per denunciare irregolarità e omissioni nella realizzazione del colossale ponte ciclopedonale che sovrasta viale Brianza a Cinisello, venne quasi preso per pazzo.Un visionario, chissà, un millantatore. Ieri mattina l’ex responsabile della sicurezza della Carpenfer Roma, la società napoletana che ha realizzato per conto di Anas e Impregilo il collegamento del costo di circa 10 milioni, era presente in qualità di parte civile alla prima udienza dibattimentale del processo a carico dei titolari dell’azienda napoletana e di un funzionario di Impregilo.Gli imputati sono accusati a vario titolo di aver mal realizzato l’infrastruttura in acciaio che attualmente, dopo un sequestro giudiziario e un corposo piano di verifica e «interventi di rinforzo», rimane ancora chiusa al pubblico. «Presente signor giudice», ha scandito a voce alta Ciliberto al momento dell’appello del giudice Giuseppina Barbara, quasi avolersi liberare di un peso che ha tenuto in gola per più di tre anni. In questo lasso di tempo il tecnico napoletano è stato costretto a fuggire da casa. A nascondersi e a rinunciare alla famiglia.A vivere con la sensazione di essere braccato da quei colleghi di lavoro che oggi lui accusa. Dopo tre anni, la sua testimonianza è stata stata verificata alle luce delle perizie e dei fatti: i rischi di crollo dichiarati da Ciliberto si sono rivelati veritieri al punto che Anas e Impregilo hanno dovuto lavorare quasi un anno per rinforzare tutte le saldaturedelle parti in acciaio dei tre bracci della maxi passerella sulla Statale 36.Cosa ha provato entrando in aula?«Ho risposto all’appello con la voce forte, perché voglio che si sappia che questo momento l’ho desiderato per quasi 4 anni. Stamattina ero solamente determinato a portare avanti fino in fondo il mio ruolo».Cosa è cambiato nella sua vita in questo tempo?«È cambiato tutto. Mi sono ritrovato a fuggire da casa. Nei primi momenti ero disperato. Anche mia moglie si è dissociata dalle mie dichiarazioni e oggi non posso più vedere mia figlia. Ho dovuto combattere contro tutto e tutti prima di essere ascoltato. All’inizio tutti pensavano che fossi pazzo o che avessi degli interessi nascosti. Poi a Monza ho trovato il pm Franca Macchia che ha avuto la pazienza di verificare le mie dichiarazioni e che si è impegnata con serietà in questa vicenda».Torniamo a quello che è accaduto. Pensa che oggi sia tutto chiaro?«Non ancora. Spero che il processo servirà a far emergere tutto. Il ponte di Cinisello è solamente una delle opere che ho segnalato».Su quella passerella si è lavorato e i problemi sono stati accertati e risolti…«Si ricordi che una gamba rotta rimane rotta. È stata certamente riparata al meglio, ma l’opera è ormai è quello che è».È arrivato in aula scortato, teme per la sua vita?«Fin dal primo giorno. Ho toccato interessi grandissimi. Ho avuto accesso al programma di protezione solamente 20 giorni fa. Per tre anni mi sono dovuto arrangiare nei posti più assurdi. Ho speso tutti i miei soldi per nascondermi, quasi 60mila euro. Ora ho dalla mia i carabinieri che ringrazio per la loro protezione».Un rammarico?«Mi spiace che il Comune di Cinisello non si sia costituito parte civile. Avere una comunità accanto mi avrebbe dato più forza».rosario.palazzolo@ilgiorno.net

Il PM della DDA di Napoli Dr.Cesare Sirignano minacciato da Setola.Al Dr. Sirignano le pià calde espressioni di vicinanza e di solidarietà da parte dell’Associazione Caponnetto

Nuove minacce contro il pm antimafia Cesare Sirignano da parte del capo dell’ala stragista del clan dei CasalesiGiuseppe Setola: al termine delle dichiarazioni spontanee durante un’ udienza del processo contro il killer – accusato di estorsione nei confronti degli imprenditori Passarelli – in corso dinnanzi la IV sezione del Tribunale di Napoli (presidente Loredana Acierno) Giuseppe Setola, in video conferenza, si è rivolto al pm dicendo: “Oggi è la festa del papà: auguri dottore Sirignano”. 

Non è la prima volta che il boss Giuseppe Setola si rivolge con toni minacciosi verso il magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, Cesare Sirignano: in un’altra udienza dello stesso processo, lo scorso 5 febbraio, il capo dell’ala stragista del clan, sempre collegato in video conferenza dal carcere milanese di Opera, dov’è detenuto, aveva chiamato per nome il pm e lo aveva accusato di volere “sterminare la sua famiglia” facendogli condannare parenti e amici.

Lo stesso giorno, l’auto blindata del magistrato con a bordo il pm e la sua scorta, fu inseguita da una vettura durante un viaggio. Sirignano è stato minacciato più volte dallo spietato autore della strage di Castel Volturno, più volte condannato all’ergastolo, nel corso di udienze precedenti a quella del 5 febbraio.

Nuove, pesanti minacce contro il pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli Cesare Sirignano. Nel corso dell’ultima udienza del processo contro l’ala stragista dei Casalesi, il boss Giuseppe Setola – in videoconferenza dal carcere di Opera, a Milano, dove è detenuto – si è così rivolto al pm: “Oggi è la festa del papà: auguri, dottor Sirignano”. Alias ‘o cecato, Setola fu il protagonista del famigerato eccidio di Castelvolturno, in cui dimostrò una vista perfetta, nonostante una perizia medica ne avesse accertato la quasi totale ipovedenza. E proprio tra pochissimi giorni, il 24 marzo, è fissata un’importante visita oculistica, proprio nel carcere di Opera: e Setola ha chiesto, tramite il suo legale Alfonso Martucci, che nel collegio medico sia prevista la presenza dell’oculista di Capua Francesco Perillo (nel cui pedigree spiccano altre consulenze mediche a favore del boss).

Già un mese e mezzo fa, il 5 febbraio, e sempre in videocollegamento dal carcere milanese, Setola aveva inveito contro Sirignano, chiamandolo per nome e accusandolo di voler “sterminare la mia famiglia”, attraverso condanne a parenti e amici. Lo stesso giorno, l’auto del pm venne seguita da una vettura sospetta durante uno spostamento. E già in precedenza Sirignano era stato oggetto di minacce da parte di ‘o cecato: che, quindi, reitera le sue minacce.

L’Associazione antimafia Antonino Caponnetto esprime tutto il suo apprezzamento per il lavoro che sta svolgendo, con grande capacità e determinazione, il pm Sirignano. E al tempo stesso gli manifesta la sua piena solidarietà in un frangente così delicato; ed in una fase in cui è fondamentale portare a termine processi come quello che vede alla sbarra Setola, emblema dell’ala militare e stragista del clan dei Casalesi. Al tempo stesso, secondo la Caponnetto è basilare colpire al cuore “economico-finanziario” le mafie, attraverso un’azione finalmente decisa ed efficace contro riciclaggi, reinvestimenti illeciti, fortune e arricchimenti sospetti: in una parola, per l’individuazione, quindi il sequestro e la confisca dei beni mafiosi.  

Da “Il Mattino”: Il flop dei patrimoni confiscati, Roberti e Cantone: regole da rifare

«L’Agenzia dei beni confiscati così come è non funziona», lo ha detto il giudice Raffaele Cantone, nuovo capo dell’Autorità anticorruzione, a margine dell’inaugurazione de La Gloriette, la villa del boss Michele Zaza confiscata a Napoli e consegnata alla cooperativa sociale l’Orsa Maggiore.

Sulla stessa linea anche il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti che a Casal di Principe, in occasione della giornata in memoria di don Diana, conferma: «Occorrono modifiche normative e risorse. Ci vorrebbe, tra l’altro, una sede dell’Agenzia in ogni distretto di Corte di Appello, con un contatto diretto con il territorio». L’idea per il rilancio passa attraverso la nomina di manager per le aziende confiscate alle mafie e poi la vendita.

Il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti: sostegno ai Testimoni di Giustizia

Mafia: Roberti, massimo sostegno a Di Meo e tutti i testimoni di giustizia

(Adnkronos) – “Confermo che è stato un teste importante, fondamentale nel processo per l’omicidio di Peppino Diana, se c’è da proteggere e c’è da sostenere Di Meo come tutti gli altri testimoni di giustizia, avrà dalla procura nazionale il massimo sostegno”. Lo ha assicurato il procurato nazionale antimafia Franco Roberti in occasione di un convegno all’universita’ di Padova per la costituzione dell’Osservatorio per la lotta al contrabbando di tabacchi.

Da “Il Manifesto”:la tragedia dei Testimoni e dei Collaboratori di Giustizia “Lo Stato ci ha abbandonati”.Vergognatevi!!!!!!

E ci risiamo!!!!!!!!!! Si spara a Castellammare in pieno centro.Maledetto camorra!!!!!

Spari in pieno centro a Castellallammare, ferito un uomo. E’ accaduto in in via Nocera all’incrocio con via Marco Mario, di fronte la scuola media Stabiae. Il ferito, Massimo Schettino di 35 anni, è stato portato in ospedale al San Leonardo.

Sarebbe stato colpito alla testa mentre parcheggiava. Sul posto gli agenti del commissariato di Castellammare coordinati dal primo dirigente Pasquale De Lorenzo. Indagini in corso.
(Metropoli web)

Mafia: Cantone, su beni confiscati diamo immagine cosche piu’ brave di Stato

(Adnkronos) – Sulle terre di camorra c’è un’ingente quantità di beni confiscati alla criminalità organizzata, ma il non saperli mettere a frutto “dà l’immagine che le mafie siano più brave dello Stato” nellla gestione economica. È quanto ha sostenuto Raffaele Cantone, ex magistrato anticamorra e oggi indicato dal governo come futuro capo dell’Agenzia anticorruzione. Cantone è intervenuto alla presentazione della fiction Rai “Per amore del mio popolo”, dedicata alla figura di don Peppino Diana, ucciso giusto 20 anni fa a Casal di Principe. Figura ricorda Cantone che conobbe personalmente don Diana, a cui ha reso omaggio il nuovo vescovo di Acerra non appena insediato, “andando a visitare la sua tomba e ripubblicando, venti anni dopo, lo splendido testo di don Diana” che dà il titolo alla fiction. “Oggi si può guardare in modo completamente diverso rispetto a quegli anni -ha ricordato Cantone-. Lì sono stati arrestati tutti i boss, i latitanti, persino la seconda e la terza generazione dei camorristi che si vedono nel film”. Tuttavia in quei territori “la camorra c’è, ed è perfino riuscita a fare a meno dei boss”. Una parte la gioca anche la società civile, dice il magistrato: “è come se considerasse la camorra come una parte del tessuto sociale: c’è bisogno di mandare segnali di incoraggiamento” e non “carri armati. Si vedrà nella vicenda della Terra dei fuochi -ha concluso- se arriveranno davvero dei risultati, con bonifiche e lavoro”.

(17 marzo 2014 ore 15.16 )

PONTE A RISCHIO CROLLO, SI APRE A MONZA IL PROCESSO

NORDMILANO – Si è aperto a Monza il processo che dovrà stabilire se il ponte ciclo pedonale di viale Brianza a Cinisello (zona Auchan) che nel 2011 è stato chiuso per rischio di crollo. Lunedì, nella prima udienza al tribunale di Monza Anas e Impregilo hanno confermato che chiederanno i danni per lo scandalo che ha investito le aziende dopo la scoperta di errori nella costruzione da parte di un’azienda subappaltatrice. All’udienza preliminare si era costituito parte civile anche Gennaro Ciliberto, l’ex addetto alla sicurezza del cantiere che, con la sua denuncia, aveva fatto partire le indagini del pm Franca Macchia nel 2011 e che in seguito a quelle denunce, oggi è in regime di protezione a causa di presunte minacce e del rischio di attentati alla sua vita.

Non compare tra i costituiti parte civile, il Comune di Cinisello Balsamo. Il Comune aveva tentato questa strada per chiedere i danni di immagine causati dallo scandalo, ma per i giudici Cinisello Balsamo non sarebbe tra le parti lese. Secondo l’accusa la passerella è stata realizzata con saldature mal fatte che avrebbero addirittura potuto far crollare il manufatto, un ponte a tre rami con braci che complessivamente raggiungono quasi un chilometro di lunghezza. Una perizia tecnica fatta eseguire dalla Procura di Monza aveva evidenziato che i pezzi montati non erano idonei. “Agli operai sarebbe stato allora ordinato di riempire gli spazi vuoti con tondini di ferro prima di assemblarli e saldarli”, si legge. I 5 imputati, 4 addetti di una società napoletana e un funzionario di Impregilo, si sono sempre detti estranei alle accuse. Ora sono stati chiamati più di 50 testimoni per stabilire i fatti. Il processo è stato aggiornato al 26 gennaio 2015.

Nella Roma della “mafia che non c’era” !!!!!!!!!!!!!!!! Pesanti interrogativi

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Cinisello, la passerella che rischiò di crollare: «Ho denunciato e vivo sotto scorta»

Da “Il Giorno”

Al Via al processo sul ponte ciclopedonale di Cinisello: lo sfogo del testimone. E’ l’ex responsabile della sicurezza della ditta che ha realizzato i lavori: “Mi sono ritrovato a fuggire da casa. Ero disperato. Anche mia moglie si è dissociata dalle mie dichiarazioni e oggi non posso più vedere mia figlia”di Rosario PalazzoloCINISELLO, PASSERELLA CICLOPEDONALE PERICOLOSA SULLA STATALE 36: 5 A PROCESSO, ANAS PARTE CIVILELa passerella ciclopedonale a Cinisello

Cinisello, passerella ciclopedonale pericolosa sulla Statale 36: 5 a processo, Anas parte civileANCHE Anas chiederà i danni per lo scandalo dellapasserella ciclopedonale di viale Brianza a Cinisello. L’ente committente dei lavori si costituisce parte civile all’apertura del processo al Tribunale di Monza che vede cinque imputati a vario titolo per reati legati alla sicurezza dei trasporti e per minacce. All’udienza preliminare si erano già costituiti parti civili Impregilo, che aveva messo in sicurezza la passerella dopo lo scandalo, e Gennaro Ciliberto, l’ex addetto alla sicurezza del cantiere che, con la sua denuncia, aveva fatto partire le indagini del pm Franca Macchia nel 2011. Dopo tale denuncia, sarebbe stato minacciato. Secondo l’accusa, la passerella era pericolosa perché – stando a una perizia tecnica fatta eseguire dalla Procura di Monza – i pezzi montati non erano idonei. Agli operai sarebbe stato allora ordinato di riempire gli spazi vuoti con tondini di ferro prima di assemblarli e saldarli. Accuse tutte negate dagli imputati. Una cinquantina i testimoni e 13 le telefonate intercettate. Il processo entrerà però nel vivo dal 26 gennaio 2015 e sono fissate udienze fino a luglio dell’anno prossimo. Stefania Totarodi Rosario PalazzoloCinisello Balsamo, 18 marzo 2014 – «Non aprite al pubblico quella passerella, perché potrebbe crollare da un momento all’altro». Nella primavera del 2011, quando Gennaro Ciliberto si presentò prima davanti ai magistrati della procura di Milano e successivamente ai colleghi della procura di Monza per denunciareirregolarità e omissioni nella realizzazione del colossale ponte ciclopedonale che sovrasta viale Brianza a Cinisello, venne quasi preso per pazzo.Un visionario, chissà, un millantatore. Ieri mattina l’ex responsabile della sicurezza della Carpenfer Roma, la società napoletana che ha realizzato per conto di Anas e Impregilo il collegamento del costo di circa 10 milioni, era presente in qualità di parte civile alla prima udienza dibattimentale del processo a carico dei titolari dell’azienda napoletana e di un funzionario di Impregilo.Gli imputati sono accusati a vario titolo di aver mal realizzato l’infrastruttura in acciaio che attualmente, dopo un sequestro giudiziario e un corposo piano di verifica e «interventi di rinforzo», rimane ancora chiusa al pubblico. «Presente signor giudice», ha scandito a voce alta Ciliberto al momento dell’appello del giudice Giuseppina Barbara, quasi a volersi liberare di un peso che ha tenuto in gola per più di tre anni. In questo lasso di tempo il tecnico napoletano è stato costretto a fuggire da casa. A nascondersi e a rinunciare alla famiglia.A vivere con la sensazione di essere braccato da quei colleghi di lavoro che oggi lui accusa. Dopo tre anni, la sua testimonianza è stata stata verificata alle luce delle perizie e dei fatti: i rischi di crollodichiarati da Ciliberto si sono rivelati veritieri al punto che Anas e Impregilo hanno dovuto lavorare quasi un anno per rinforzare tutte le saldature delle parti in acciaio dei tre bracci della maxi passerella sulla Statale 36.Cosa ha provato entrando in aula?«Ho risposto all’appello con la voce forte, perché voglio che si sappia che questo momento l’ho desiderato per quasi 4 anni. Stamattina ero solamente determinato a portare avanti fino in fondo il mio ruolo».Cosa è cambiato nella sua vita in questo tempo?«È cambiato tutto. Mi sono ritrovato a fuggire da casa. Nei primi momenti ero disperato. Anche mia moglie si è dissociata dalle mie dichiarazioni e oggi non posso più vedere mia figlia. Ho dovuto combattere contro tutto e tutti prima di essere ascoltato. All’inizio tutti pensavano che fossi pazzo o che avessi degli interessi nascosti. Poi a Monza ho trovato il pm Franca Macchia che ha avuto la pazienza di verificare le mie dichiarazioni e che si è impegnata con serietà in questa vicenda».Torniamo a quello che è accaduto. Pensa che oggi sia tutto chiaro?«Non ancora. Spero che il processo servirà a far emergere tutto. Il ponte di Cinisello è solamente una delle opere che ho segnalato».Su quella passerella si è lavorato e i problemi sono stati accertati e risolti…«Si ricordi che una gamba rotta rimane rotta. È stata certamente riparata al meglio, ma l’opera è ormai è quello che è».È arrivato in aula scortato, teme per la sua vita?«Fin dal primo giorno. Ho toccato interessi grandissimi. Ho avuto accesso al programma di protezione solamente 20 girni fa. Per tre anni mi sono dovuto arrangiare nei posti più assurdi. Ho speso tutti i miei soldi per nascondermi, quasi 60mila euro. Ora ho dalla mia i carabinieri che ringrazio per la loro protezione».Un rammarico?«Mi spiace che il Comune di Cinisello non si sia costituito parte civile. Avere una comunità accanto mi avrebbe dato più forza».rosario.palazzolo@ilgiorno.net

ciliberto gennaro

Cinisello, lo scandalo della passerella sulla statale 36

Cinisello, lo scandalo della passerella sulla statale 36: anche l’Anas si costituisce parte civile.  Perché non ha controllato durante l’esecuzione dei lavori? Se non ci fosse stato il processo dopo la denuncia di un ex dipendente dell’impresa costruttrice ,tutto sarebbe passato in cavalleria. E per tutti gli altri lavori eseguiti in Italia dalla stessa ditta che ha realizzato le opere  sulle autostrade???????????????

La passerella sulla statale 36    CINISELLO BALSAMO- La passerella ciclopedonale costruita davanti al centro commerciale Auchan, sulla statale 36, che unisce il rione di Cinisello Balsamo al centro è al centro di una indagine della Procura di Monza per le misure di sicurezza che non sarebbero state realizzate come da norme. Dopo il rinvio a giudizio di 5 persone ritenute responsabili dei lavori fatti male (una passerella costata 10 milioni) ora anche l’Anas si è costituita parte civile.Nei prossimi mesi sono previste le diverse udienze per sentire i testimoni ed ascoltare alcune telefonate registrate in cui si parla della struttura della passerella, ma quello che è scandaloso vedere come un lavoro sia stato costruito male ed ora si cerchi di scaricare la responsabilità su poche persone, mentre le grandi ditte che hanno avuto l’incarico di realizzare l’opera sono passate dall’altra parte della barricata. Succede solo in Italia!!!!

Eh,no.Vogliono indebolire la DIA,la creatura di Falcone che sta dando risultati eccezionali nella guerra alle mafie.Faremo i diavoli per non far passare questo disegno!!

DIA MINATO PROGETTO FALCONE

Mafia: beni confiscati, un ‘tesoro’ infruttuoso

(ANSA) – PALERMO, 3 MAR - É un patrimonio imponente, eppure, nella maggioranza dei casi, ancora infruttuoso: sono i quasi 13 mila beni confiscati alle mafie in Italia, per l’esattezza 12946, di cui 11238 immobili e 1708 aziende. A censirli é stata l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, istituita nel 2010 per garantire, attraverso una cabina di regia nazionale, una migliore efficienza. A tracciare il solco era stata prima la legge Rognoni-La Torre, nel 1982, e poi la legge 109 del 1996 sul riutilizzo sociale. Un modo per restituire alla comunità i patrimoni illeciti, in un’ottica risarcitoria che non si è ancora compiuta. Proprio la richiesta di una revisione della normativa, sollecitata dallo stesso direttore dell’Agenzia, il prefetto Giuseppe Caruso, ha innescato nei mesi scorsi polemiche che hanno portato alle audizioni della Commissione parlamentare, antimafia guidata dal presidente Rosi Bindi, in corso a Palermo.

A guidare la classifica delle regioni con il maggior numero di beni confiscati é la Sicilia con 5515 beni; segue la Campania, con 1918, Calabria con 1811, Lombardia con 1186, Puglia con 1126 e Lazio con 645. Il 35% del totale dei beni confiscati (pari a 3995) sono ancora in gestione all’Agenzia nazionale, mentre il 52% (pari a 5859) sono stati destinati e consegnati a istituzioni o enti locali per utilizzarli in proprio o assegnarli ad altre associazioni che ne garantiscano il riutilizzo sociale. Le criticità maggiori riscontrate nella gestione riguardano i lunghi tempi per l’assegnazione, sette anni in media, che creano un ulteriore costo nella gestione e nel loro mantenimento, trattandosi di beni spesso oggetto di atti vandalici da parte della criminalità organizzata. Secondo i dati dell’Agenzia nazionale, aggiornati al 31 dicembre 2012, dall’entrata in vigore della legge Rognoni La Torre sono state confiscate in via definitiva 1708 aziende. Di queste, 623 in Sicilia, 347 in Campania, 161 in Calabria e 131 in Puglia.

Circa la metà operano nel commercio (471) e nelle costruzioni (477), seguite da quelle alberghiere e della ristorazione (173); 92 sono invece le aziende confiscate che operano nel settore dell’agricoltura. Ma non mancano le attività immobiliari e quelle finanziarie, l’informatica e i servizi alle imprese, le imprese manifatturiere e di trasporto, quelle che si occupano di sanità e servizi sociali e persino le società di produzione e distribuzione di energia elettrica, acqua e gas. Le confische più recenti hanno riguardato, infatti, alcuni impianti fotovoltaici e parchi eolici in Sicilia, Calabria e Puglia.

Quasi la metà delle aziende confiscate sono società a responsabilità limitata (796) seguite da imprese individuali (408), società in accomandita semplice (247) e in nome collettivo (141). Delle 1708 aziende confiscate in Italia, 497 sono uscite dalla gestione, mentre 1211 sono ancora in gestione dell’Agenzia nazionale. Nel caso delle aziende confiscate le maggiori criticità si riscontrano sul fronte bancario, con la revoca degli affidamenti che già nella fase del sequestro non consentono all’azienda di proseguire la propria attività. Un altro tasto critico é quello dei rapporti con i fornitori, poiché spesso dopo il sequestro sono proprio i clienti a revocare le commesse e i fornitori a chiedere di rientrare immediatamente dei loro crediti. Ricollocata in un circuito legale, poi, l’azienda sconta l’inevitabile aumento dei costi di gestione relativi alla regolare fatturazione delle commesse e alla regolarizzazione dei rapporti di lavoro. La mancanza, inoltre, di risorse e competenze specifiche da parte degli amministratori e dell’autorità giudiziaria é un ulteriore problema che concorre alla chiusura dell’azienda e ai relativi licenziamenti dei lavoratori lamentati dai sindacati.(ANSA)

Mentre noi ci battiamo con i denti per l’istituzione della Stazione Unica Appaltante,c’é chi,peraltro a sinistra,marcia in senso contrario……………

mentre noi ci battiamo

L’operazione della Guardia di Finanza per le società SOA.Un servizio di Maurizio Caprino sul blog Strade Sicure

A denunciare il fatto è Maurizio Caprino, sul blog Strade sicure. Che prende spunto da una recente operazione con cui la Guardia di finanza ha messo nel mirino oltre una ventina di Soa: società abilitate a rilasciare certificazioni di qualificazione per capacità e antimafia ad aziende che partecipano a gare d’appalto per lavori pubblici. Non è solo una questione di corruzione e riciclaggio di denaro sporco. Come racconta il Sole, i finanzieri di Roma del Nucleo speciale per la tutela dei mercati, gruppo Lavori pubblici, coordinati dal procuratore aggiunto Nello Rossi, hanno fatto scattare mercoledì mattina un’operazione a tappeto su tutto il territorio nazionale: nel mirino sono finite 26 società di attestazione, quasi tutte quelle attualmente esistenti in Italia (in totale l’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici riporta 33 certificazioni attive). “L’operazione – spiega il tenente colonnello Dario Fasciano – nasce come logico sviluppo dell’indagine Axsoa, nell’ambito della quale lo scorso aprile abbiamo arrestato nove persone”. Partendo da quegli elementi è stato possibile passare al setaccio operazioni che avevano già destato i sospetti delle autorità. “Si tratta delle cessioni di ramo d’azienda fittizie – dice ancora Fasciano -, utilizzate dalle imprese e dalle Soa per ottenere attestazioni con le quali poi partecipare a gare pubbliche”. Ma le autostrade in tutto questo che c’entrano? Caprino spiega che l’inchiesta potrebbe coinvolgere anche l’Italsoa, società in cui s’incrociano le false attestazioni e le imprese del sospetto camorrista Mario Vuolo, che hanno lavorato tanto per Autostrade per l’Italia (Aspi) lasciando una scia pericolosa fatta di caselli e portali segnaletici crollati e cavalcavia a rischio di collasso.APPALTI NEL MIRINO – Come faceva Vuolo, si chiede Caprino, ad aggiudicarsi i lavori? Si sta indagando da tempo su collusioni con dirigenti della stessa società autostradale e si vedrà che cosa la magistratura riuscirà a dimostrare. Ma un fatto è certo: per dare almeno una parvenza di regolarità agli affidamenti dei lavori (o per ingannare Aspi, nel caso non ci fossero collusioni) bisognava avere documenti almeno apparentemente in regola. E per procurarseli li si falsificava. Il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto ha parlato di false attestazioni Soa, tirando in ballo appunto l’Italsoa: l’amministratore delegato sarebbe vicino al clan camorristico dei Moccia e si sarebbe “messo a disposizione” anche dei Vuolo. Come? falsificando le Soa, appunto. Il meccanismo di falsificazione è collaudato: come la Guardia di finanza ha già documentato in varie inchieste, l’azienda cui serve l’attestazione finge di acquisire – scrive Caprino – un ramo di un’altra azienda, dopo aver avuto cura di far figurare che esso possedeva i requisiti per la Soa. Con l’incorporazione, anche la prima azienda figurava abilitata e diventava difficile verificare a posteriori la regolarità del tutto, perché poi le aziende in cui restavano tracce venivano chiuse.UN BUSINESS NOTEVOLE – Gli indagati, dice il Sole, sono 24, ma con ogni probabilità sono destinati a salire. Si tratta di una rete vastissima che avrebbe drogato il mercato dei lavori pubblici con effetti potenzialmente parecchio estesi. Queste attestazioni, infatti, “in moltissimi casi hanno permesso a imprese prive di adeguate strutture (mezzi, maestranze) di ottenere appalti pubblici la cui esecuzione era al di sopra delle loro possibilità, facendo sostenere allo Stato costi elevati per cantieri assolutamente inidonei con il serio e concreto rischio di inadempimento dell’appalto aggiudicato”, dice Fasciano. Le valutazioni degli inquirenti sulle prove raccolte saranno fatte nelle prossime settimane, ma le gare e le imprese coinvolte potrebbero essere parecchie. Attenzione, lancia l’allarme il Sole, le conseguenze dell’operazione potrebbero essere devastanti, dal momento che la partecipazione di imprese con attestazioni conseguite in maniera illecita apre a diverse possibilità. C’è il caso più facile: quello in cui l’impresa ha vinto delle gare che, quindi, sarebbero da annullare. Ma ci sono anche altre ipotesi, parecchio più articolate. Le imprese, infatti, potrebbero avere turbato il mercato anche con la loro semplice partecipazione a un bando.

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