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Quegli strani privilegi dei prefetti non sfiorati dalla spending review

Un prefetto è per sempre: la casta in crescita che beffa la spending review. Il governo taglia 24mila posti pubblici, ma apre il concorso per 30 futuri dirigenti del Viminale. Oggi sono 1.400, anche se i loro compiti sono sempre più ridotti. E una volta “investiti” sono inamovibili. Il pressing per sopravvivere al taglio delle Province. Stipendi e pensioni d’oro, e trattamento a 4 stelle

Un prefetto è per sempre. E allora, sotto con altri trenta. Il governo mette alla porta 24mila dipendenti pubblici e la lascia aperta per pochi, costosissimi, dirigenti del Viminale. In Gazzetta Ufficiale spunta un bando di concorso per 30 posti per “l’accesso alla qualifica iniziale della carriera prefettizia”, uno schiaffo alla spending review e al fantomatico piano per la riduzione delle province. Lì si licenzia, qui si assume. Un privilegio concesso ai rappresentanti di una casta di Stato rimasta nell’ombra e resistente a tutto, anche alla scure dei tecnici. Intoccabili, ben pagati e spesso impuniti se condannati e perfino premiati.

Non tutti, certo. Ma i prefetti d’Italia sono un corpo a parte, alta burocrazia che rappresenta il governo sul territorio e per questo tutto può fare e tutto può dire, come il prefetto di Napoli, Andrea De Martino (nella foto), balzato agli onori delle cronache per aver mortificato il prete anti-camorra Don Patriciello, reo di aver chiamato “signora” il prefetto di Caserta. Il boiardo di Stato è andato su tutte le furie, come si vede nel video che ha fatto il giro d’Italia. Il ministro Cancellieri s’è scusato, ma non ha preso provvedimenti e cadranno nel vuoto anche le interrogazioni presentate dai parlamentari Pina Picierno (Pd) e Stefano Pedica (Idv). Perché i prefetti non si toccano, una regola non scritta, ma regolarmente praticata. Retaggio dell’era napoleonica che si perpetua, hanno ormai competenze quasi esclusivamente in materia d’immigrazione e sicurezza, porti d’arma e ricorsi per le multe. E tuttavia in dieci anni il “corpo prefettizio” è calato di sole 198 unità e oggi conta ancora 1.400 dirigenti, tanti che le piante organiche straripano e il rapporto tra dirigenti e dipendenti (1 a 6) è tre volte superiore al resto della pubblica amministrazione, sbilanciato al punto che non è raro imbattersi in dirigenti che dirigono se stessi. Succede davvero, all’Ufficio V Relazioni esterne e comunicazione, dove un viceprefetto ha ottenuto un incarico di capo ufficio di staff, ma lo staff non c’è.

Hanno stipendi generosi che vanno dai 57mila euro del vice prefetto aggiunto ai 151mila del Prefetto, capo di Gabinetto del Ministro, capo dipartimento, per i quali lo Stato spende ogni anno 120 milioni di euro (guarda il documento del ministero dell’Interno sulle retribuzioni prefettizie). Compensi che possono “arrotondare” grazie a doppi e tripli incarichi e funzioni di amministratori straordinari, con relative indennità. Al momento sono 10 quelli a capo di comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, con una retribuzione di posizione di 5.760 euro e un ulteriore compenso a carico degli enti locali parametrato sul 50% di quello del sindaco che sostituiscono. Il tutto mantenendo posizione e stipendio presso il Ministero. Un vero e proprio secondo lavoro, svolto durante l’orario d’ufficio o mentre sono in pensione, contro il quale si è espresso anche il sindacato della categoria Sinpref, chiedendo all’amministrazione di istituire un albo delle gestioni commissariali che assegni questi incarichi in via esclusiva, dando la stura al proliferare dei costi.

Da pensionati prendono l’80% della retribuzione, i prefetti di massimo livello a riposo 6.320 euro. Ma molti non si accontentano e trovano subito un’azienda privata felice di mettere a libro paga ex funzionari pubblici di alto livello (emblematico il caso della “saga dei prefetti” nel gruppo Ligresti, raccontata proprio da Il Fatto Quotidiano). Se proprio non trovano una collocazione finiscono “fuori ruolo” e – tanto per occuparli – viene affidato loro un “incarico di studio” presso un ministero o presso la Presidenza del Consiglio. Sono 24 oggi e dal ministero ricevono 4.855 euro al mese, più eventuale indennità aggiuntiva attribuita dall’amministrazione di destinazione. Anche il premier Monti non ha potuto sottrarsi a questa pratica e ne ha nominati un bel po’, perfino al Ministero per i Beni e le attività culturali o presso il Ministero per gli affari regionali, turismo e sport.

Attraverso quali meccanismi il ceto prefettizio diventa “casta”? Prima di tutto grazie al loro peculiare inquadramento contrattuale. A differenza degli altri dirigenti della pubblica amministrazione (e in compagnia di magistrati, diplomatici e Forze dell’ordine), il rapporto di lavoro dei prefettizi è regolato in regime di diritto pubblico. In pratica realizzano una sintesi perfetta tra la certezza dell’impiegato statale e i privilegi economico-contrattuali del dirigente privato. Non timbrano il cartellino, ma hanno i buoni pasto. Sono illicenziabili e irremovibili, anche quando si rivelano inidonei o vengono condannati per reati gravissimi. Chiedergli di rinunciare a qualcosa, a quanto pare, è impossibile. Un affronto, lesa maestà. Lo sa bene l’ex ministro Roberto Maroni. Due anni fa accennò a possibili tagli e in un baleno oltre 100 prefetti da tutta Italia si materializzarono al Teatro Capranica a Roma minacciando il primo sciopero della categoria. Non era mai successo, in oltre 200 anni di storia, che i rappresentanti dello Stato sul territorio si incontrassero in un’assemblea così numerosa. Alla fine Gianni Letta se ne fece portavoce in Consiglio dei Ministri. E i tagli svanirono.

Oggi la storia rischia di ripetersi perché quelli previsti dalla spending per tutti i dipendenti pubblici (10% della spesa per il personale e 20% dei dirigenti) sono stati eccezionalmente sospesi in attesa del riordino delle province che avverrà solo dopo il 30 aprile 2013. E a Roma sono già in corso grandi manovre per non far saltare le prefetture orfane, ma sostituirle con “presidi territoriali”, quasi un cambio di nome. Al Viminale in questi giorni è un via vai di prefetti che fanno la spola da tutta Italia per perorare la loro sopravvivenza mentre il presidente del sindacato Claudio Palomba avverte circa il rischio di “sguarnire il territorio e lasciare intonsa la struttura centrale, dove c’è tanto da tagliare”. Comunque sia, il rischio che non se ne faccia niente è forte.

La malcelata superiorità della casta prefettizia deriva anche da una carriera che inizia per meriti e spesso progredisce per referenza politica. Entrano nella categoria per concorso (art.4 D. Lgs. n.139/2000) e sono subito “consiglieri” a 2mila euro netti di stipendio, fanno due anni di scuola superiore a Roma (con vitto e alloggio pagati in una struttura a quattro stelle sulla Veientana dotata di palestra, piscina, eliporto e campi da tennis) e vengono immessi in ruolo come dirigenti. Saranno poi le frequentazioni istituzionali e politiche ad aprire ad alcuni il soglio prefettizio: il ministro li propone, il Presidente del consiglio li nomina. Dal giorno dopo, saranno a tutti gli effetti degli “intoccabili”. Le cronache abbondano di esempi. L’ultimo, la reprimenda del Prefetto di Napoli, è il simbolo di un’arroganza ostentata. Ma ce ne sono di molto più gravi che non fanno notizia o vengono passati sotto silenzio. Ci sono prefetti che i magistrati condannano per reati gravissimi e che i governanti coprono regolarmente, spostandoli di ruolo o destinazione, in alcuni casi addirittura premiandoli. Intoccabili.

Thomas Mackinson – Il Fatto Quotidiano – 5 novembre 2012

La casta dei prefetti: mai rimossi, sempre promossi. Anche dopo gli scandali

De Gennaro assurto al governo nonostante il G8. Ubaldi reclutato al ministero dell’Interno dopo una condanna per peculato. Gallitto a presiedere i “Cavalieri” dopo tanti guai giudiziari. Gli alti dirigenti non pagano mai, tranne quando si scontrano coi politici. Come Carlo Mosca, troppo “morbido” coi rom, e Fulvio Sodano, che a Trapani si è permesso di denunciare collusioni mafiose.

E’ assurto, suo malgrado, a emblema dell’intoccabilità prefettizia l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, già prefetto. Un anno fa veniva assolto in Cassazione dall’accusa di istigazione alla falsa testimonianza, ma il suo nome resta indelebilmente legato ai drammatici ai fatti del G8 di Genova. E tuttavia il governo lo ha nominato sottosegretario di Stato, per di più delegandolo alla sicurezza della Repubblica.

Sparsi per l’Italia ci sono tanti altri episodi che, in sedicesimo, raccontano dell’impunità prefettizia. Il più recente è quello dell’ex prefetto di Verbania Riccardo Ubaldi che nel 2009 ha pensato bene di farsi scarrozzare con l’auto blu e due agenti armati al mare. Non proprio dietro casa, ma a Positano, a 929 chilometri di distanza. Il procuratore capo Giulia Perrotti gli contesta anche tre viaggi a Roma in giorni in cui era in ferie. Ubaldi viene condannato per peculato a sette mesi di reclusione, pena sospesa e beneficio della non menzione della condanna (ancora non definitiva). Ma dov’è Ubaldi a fronte di tutto questo? Sbaglia chi si immagina che l’abbiano trasferito nell’ultima provincia d’Italia o in un ufficio a timbrare visti. E’ stato trasferito dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni al Viminale, all’ufficio affari legislativi e relazioni parlamentari, dove oltre allo stipendio percepisce un’indennità di posizione aggiuntiva. Dal primo novembre sarà trasferito agli Affari Interni e territoriali e con la qualifica, niente meno, di vice capo Dipartimento. Insomma, condannato, protetto e premiato due volte. Un prefetto, è per sempre.

Vincenzo Gallitto. Digitando questo nome su Google saltano fuori una serie di articoli che raccontano le plurime condanne dell’ex prefetto di Livorno, concorso in corruzione in atti giudiziari per gli abusi edilizi sull’Isola d’Elba, peculato per aver portato la moglie a Montecatini Terme sulla solita auto blu. Nel 2003 la Corte dei Conti lo interdice dai pubblici uffici, ma Gallitto non demorde. Per tutti, del resto, è sempre il “signor prefetto”. E infatti lo ritroviamo quest’anno a benedire, in qualità di presidente onorario della sezione perugina, il convegno dell’Unci Cavalieri d’Italia, associazione nata per riunire cavalieri del lavoro, grand’ufficiali, commendatori e “tutti coloro che sono insigniti di onorificenze cavalleresche al fine di mantenere alto il sentimento per il riarmo morale, di tutelare il diritto e il rispetto delle istituzioni cavalleresche e di rendere gli insigniti esempio di probità e correttezza civile e morale”. Appunto.
Ma i requisiti di moralità dei prefetti, chi li verifica? Dopo la vicenda di Napoli, assurta a emblema dell’arroganza della casta prefettizia, vale solo la pena ricordare che De Martino ha preso il posto di Carlo Ferrigno, ex commissario nazionale antiracket che ha patteggiato 3 anni e 4 mesi per millantato credito e prostituzione minorile. Ferrigno chiedeva (e otteneva) prestazioni sessuali da ragazze, tra cui una minorenne, in cambio di permessi facili e posti di lavoro. Come se non bastasse, il suo nome compare anche nell’inchiesta sul caso Ruby e le bollenti serate di Arcore. A Milano il dominus prefettizio è Gian Valerio Lombardi. Il suo nome compare regolarmente nelle cronache cittadine e non sempre per meriti: l’ultima volta nell’inchiesta sulle tangenti per le Case vacanza del Comune. Lombardi, secondo i pm di Milano, era parte dello schema della “cerchia” che dispensava e consumava favori, tanto che il figlio poteva godere di un appartamento in centro a prezzi stracciati gentilmente messo a disposizione dall’Istituto dei Ciechi.
Lombardi si attiva anche per piazzare persone e favori, forte dei rapporti politici derivanti dal suo ruolo istituzionale (non a caso il suo nome era già comparso nel Ruby-gate). Dopo aver parcheggiato in uno spazio riservato ai disabili, Lombardi pensa bene di fare ricorso a se stesso (guarda il documento) per annullare un verbale da 78 euro. Per una vicenda simile il vice prefetto di Torino Roberto Rosio è stato indagato per abuso di atti d’ufficio. L’alta burocrazia di Stato è così alta che fa spesso storia a sé.
Ma non sono tutti così, i prefetti d’Italia. Tanti hanno lasciato segni importanti nelle comunità in cui hanno operato, altri hanno pagato un prezzo altissimo per la loro resistenza alle interferenze della politica. Tre esempi, tre epiche battaglie. Nel 2009 a Venezia il prefetto Michele Lepri Gallerano finisce nel mirino della Lega perché ritenuto troppo morbido con i rom. La sua colpa? Non aver impedito il trasloco della comunità dei sinti di via Vallenari nel nuovo villaggio nella notte del 24 e 25 novembre. Il Ministro Maroni non la prende bene e lo rimuove un mese dopo. Per punizione, in accezione leghista, andrà a occuparsi della Sicilia.

Stesso destino per il prefetto di Roma Carlo Mosca destituito nel 2008 perché si era rifiutato di schedare i minori della comunità rom di Roma. Il terzo è un esempio di fermezza contro la collusione tra criminalità e politica. Fulvio Sodano, prefetto di Trapani, fu cacciato dal governo Berlusconi nel 2003 perché, nel denunciare collusioni e mala gestione dei beni confiscati alla mafia, incappò nelle ire del senatore Pdl Tonino D’Alì, allora indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Il tutto fu raccontato in una memorabile puntata di Annozero del 2006 e il senatore citò tutti in giudizio, compreso l’ex prefetto. Il tempo ha dato torto a lui e ragione agli altri. E anche se fiaccato dalla Sla, Sodano è rimasto il simbolo di un certo modo di essere prefetto. Un signor prefetto.

Collaboratori di giustizia: toccato il fondo si inizia a scavare

Luigi Bonaventura: “Se lo Stato non vuole più pentiti lo dica chiaramente”

Luigi Bonaventura è un ex boss della ‘Ndrangheta che nel 2007 ha decido di cambiare vita: si è pentito e ha iniziato a collaborare con la giustizia, oltre 11 procure compresa una straniera. Già la moglie aveva denunciato la grave situazione in cui sono costretti a vivere insieme ai loro figli da quando sono entrati nel programma di protezione, ma purtroppo in Italia una volta toccato il fondo si inizia a scavare.

Informazione e mafie. Un “cono d’ombra” nel sud pontino. Quali le cause e quali gli obiettivi?

LE MAFIE E LA CARENZA DI UN ‘INFORMAZIONE
ADEGUATA IN PROVINCIA DI LATINA…
“UN CONO D’ OMBRA”, LA DEFINISCE GRAZIELLA DI
MAMBRO, L’ACUTA VICE DIRETTRICE DEL
“QUOTIDIANO DI LATINA”, L’AVANZATA… VOLUTA
DELLA LINEA DELLA PALMA LA
DEFINIAMO, INVECE, NOI…
Graziella Di Mambro ha posto acutamente il problema e noi gliene
siamo grati.
Ella ha parlato dei “silenzi “che caratterizzano tutto il fenomeno
del radicamento mafioso nel basso Lazio e, in particolare, in
provincia di Latina.
Ne stiamo parlando da anni e dobbiamo dare atto, per onest
intellettuale, che solo nei giornalisti dell’ex “Latina Oggi” -
l’attuale Quotidiano di Latina”, il giornale appunto di Sandro
Panigutti e di Graziella Di Mambro – abbiamo trovato quelle
completezza e correttezza dell’informazione in materia che
dovrebbero, invece, rappresentare il distintivo di ogni organo di
stampa serio.
Concordiamo con Graziella quando ella parla di un “cono
d’ombra” che tende ad oscurare tutte le notizie che riguardano la
presenza e le attività mafiose in provincia di Latina, quando, al
contrario, ci si comporta diversamente con altre aree geografiche.
La questione non è nuova e non riguarda solamente il mondo
dell’informazione in quanto, purtroppo, essa investe anche settori
importanti, oltre che della politica, soprattutto delle istituzioni
locali.
C’è una specificità tutta pontina che caratterizza quell’area rispetto
alle restanti laziali, compreso il frosinate, anche per quanto attiene
alla qualità degli apparati dello Stato.
Escludendo Roma – dove, essendo la Capitale, si concentra tutto il
fior fiore dell’intelligence, – in tutte le altre province non abbiamo
rilevato che raramente quelle criticità, quelle carenze così vistose e
quasi sistematiche che si lamentano in provincia di Latina, quasi ad
indicare una volontà di dirottare altrove tutte le professionalità ed
esperienze che sarebbero necessarie, diremmo vitali, in un
territorio di camorra e ‘ndrangheta qual’è appunto la provincia di
pontina.
Tolta la breve parentesi della gestione Frattasi, in provincia di
Latina, ad esempio, non si sono mai avuti altri Prefetti che abbiano
brillato sul piano dell’azione di contrasto delle mafie.
Nè nel passato remoto ci sono state presenze di investigatori del
livello, come a Frosinone, dei Colonnelli Salato e Piccinini della
Guardia di Finanza o di un Menga dei Carabinieri.
Per non parlare della vecchia Procura della Repubblica dalla quale
si attendeva un’attenzione particolare al fenomeno dell’invasione
mafiosa, attenzione che, purtroppo, è mancata ed oggi i cittadini
pontini scontano le conseguenze.
Solo imperizia, quindi, o un disegno di menti raffinate che hanno
messo sù un impianto inadeguato e tale da consentire l’”avanzata
della palma” di cui parlavamo all’inizio?
Francamente non sappiamo rispondere e vorremmo tanto che
qualcuno ci aiutasse a capire, ammesso che ci sia la volontà.
Da giovani ed in un ambito esclusivamente politico, diverso
quindi da quello attuale, chi scrive tentò di darsi una risposta di
fronte ad un processo di” meridionalizzazione” che le classi
dirigenti già allora stavano portando avanti per quanto riguardava
il futuro del territorio pontino.
E, forse, la risposta giusta era proprio quella e, cioé, che un gruppo
grigio di poteri vari, alleati fra di essi, stava lavorando da tempo per
assoggettare l’area pontina – un’area ricca e dalle prospettive
suggestive, ma frammentata e con storie, culture e tradizioni
diverse e, quindi, senza un retroterra culturale e sociale e un
collante tali da costituire un ostacolo al perseguimento di fini
speculativi – ad interessi particolari ed affatto generali.
Era il periodo dei finanziamenti miliardari a pioggia e senza
alcuna programmazione della Cassa per il Mezzogiorno per la
provincia di Latina che già allora era considerata parte del Sud
del Paese.
Il fenomeno va visto ed analizzato in tutta la sua complessità ed
interezza, partendo, peraltro, dalle origini e non guardando ad un
solo aspetto.
I silenzi sull’invasione mafiosa, come la scarsa qualità delle classi
dirigenti e tutti gli altri fenomeni connessi, sono la conseguenza di
imperizia, di acquiescenza ai voleri di alcuni o che altro?

 

Lazio, informazione e mafie: un “cono d’ombra” sulle notizie del sud Pontino

Una sparatoria a Latina non vale quanto una a Roma o Milano. E la camorra che avanza in
tutta la provincia sta nei titoli di coda dei tg nazionali, quando va bene. O nei riassunti dei media nazionali, quando è inevitabile perché viene intercettato un chilo di tritolo destinato a far saltare un’azienda di Fondi…..[continua]
Il Quotidiano, Martedì 26 agosto 2014
Lazio, informazione e mafie: un “cono d’ombra” sulle notizie del sud Pontino
di Graziella Di Mambro
Una sparatoria a Latina non vale quanto una a Roma o Milano. E la camorra che avanza in tutta la provincia sta nei titoli di coda dei tg nazionali, quando va bene. O nei riassunti dei media nazionali, quando è inevitabile perché viene intercettato un chilo di tritolo destinato a far saltare un’azienda di Fondi. Un cono d’ombra avvolge l’agro pontino, impedisce alle notizie del sud del Lazio di avere diritto di cittadinanza sui mass media nazionali. Gli unici – diciamolo – che possono far cambiare l’attenzione della politica e del Paese verso i territori e accendere i riflettori su emergenze troppo a lungo trascurate. C’è in fondo qualcosa che rende queste notizie prigioniere di stereotipi storici e geografici, ancora oggi che ha mostrato le sue fragilità di ordine pubblico e sociale.
Escalation di violenza che “non fa” notizia. Se nel capoluogo, una città di 120mila abitanti, avvengono tre attentati in 72 ore e questo non “fa notizia” neppure per la Tgr del Lazio, allora c’è qualcosa di più profondo che pone Latina ai margini nonostante la sua storia recente, piena zeppa di prove di un’escalation criminale che non nascondono più neppure i negazionisti più incalliti. Se scrivi Latina, leggi «caso Fondi», al massimo «processo Sfinge», il nomignolo di Rosaria Schiavone che dominava tra Cisterna e Nettuno. E nel frattempo, l’intera rete degli impianti di produzione del fotovoltaico sui Lepini (luogo tranquillo) è stata letteralmente distrutta da tre attentati dolosi in un mese; l’ingresso di Terracina è costellato di immondizia come l’ingresso dell’agro aversano; a Latina si spara in pieno pomeriggio; ad Aprilia si sta costruendo un numero di appartamenti pari al triplo delle necessità reali e nessuno sa da dove arrivano i capitali; a Minturno il Comune non vuole le ville abusive confiscate ad una società che era stata autorizzata dalla stessa amministrazione in carica oggi; a Formia è accertato dalla Procura che un consigliere ha fatto gli interessi della famiglia Bardellino… Si potrebbe continuare all’infinito e non trovare quasi nulla di tutto questo sui media nazionali. E forse è tutta colpa della Storia romantica e suadente che accompagna questa provincia? Per cui chi ne scrive è tutt’ora affascinato e legato all’immagine languida e felice di questa terra? Sabaudia è sempre la spiaggia delle dune frequentata da Alberto Moravia, San Felice sempre il borgo amato da Anna Magnani, Aprilia la terra del kiwi, Terracina il luogo delle vacanze di Aldo Moro e Formia il lungomare dell’esilio di Antonio Gramsci e Ventotene l’isola dove è stata scritta la prima vera carta per l’Europa.
La cartolina sempre uguale a se stessa. Nel 90% dei (pochi) articoli di respiro nazionale dedicati a Latina c’è tutto questo con un riferimento, sempre disponibile, per la «città nera fondata da Mussolini». In questo modo, sarà sempre difficile capire che oltre ai canali realizzati da Benito Mussolini a Latina hanno costruito una discarica di 50 ettari che ha gi
inquinato, è certificato, le falde tra Aprilia e Pontinia. E che a Sabaudia ci sono 19mila abitanti, circa altrettanti turisti nelle seconde case ad agosto e 15mila indiani che vivono in condizioni di semischiavitù per raccogliere le zucchine che vanno sui mercati di mezza europa. E che a Terracina il clan Licciardi si è fatto strada insieme ai Mallardo nel commerci e che, probabilmente, se Aldo Moro andasse ancora lì in vacanza lo denuncerebbe. E che il Mof è della Regione Lazio ma la stessa Regione lo ha lasciato senza i soldi per pagare le ditte di pulizie figurarsi se si può accorgere e andare a denunciare alla tv nazionale che i clan vogliono far saltare in aria le aziende associate con la dinamite. Questo volto della provincia di Latina, così diverso dall’immagine tradizionale ancora coltivata in tanti pezzi, è il grande «buco» dell’informazione nazionale. A pochi passi dalla Capitale, sempre al centro delle cronache di Tg e giornali. Perché non vogliamo vedere e raccontare?

Operazione Ada-6. La marcia su Roma della cosca Iamonte nel mirino tangenziale e linea C della metropolitana – I “ganci” del Pd e dei prefetti

Se avete letto i miei post del 13, 14, 15, 19 e 20 febbraio sapete che – con l’operazione Ada eseguita dal comando provinciale dei Carabinieri, orchestrata e diretta dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri e dal pm Antonio De Bernardo – è stato arrestato il sindaco di Melito Porto Salvo, Gesualdo Costantino, eletto con una lista civica al Comune ma vicepresidente della Provincia di Reggio Calabria in quota Pd dal 2006 al 2011. Il prefetto di Reggio Calabria, Vittorio Piscitelli, lo ha sospeso dalla carica.

Da giorni sto trattando alcuni spunti di particolare interesse di questa operazione. Prima gli appetiti della cosca Iamonte sulla centrale a carbone di Saline Joniche (si veda il post del 13 febbraio), poi il condizionamento del voto degli extracomunitari (si veda il post del 14), il tentativo di porsi al riparo di figure istituzionali del Pd (si veda il post del 15) e di figure istituzionali del Pdl (si veda il post di ieri). Al netto delle eventuali millanterie (le persone chiamate in causa non sono comunque coinvolte nell’indagine giudiziaria e sono dunque estranee ai fatti) resta il fatto che il tentativo di agganciare la politica è una costante per la cosca Iamonte.

Ieri (si veda il post) sono entrato nel dettaglio degli affari economici della cosca in Lombardia e oggi lo farò per la Capitale.

VIVA VIVA IL SUBAPPALTO

L’attività d’indagine della Procura ha permesso di accertare come per eludere i controlli e scacciare ogni sospetto circa il coinvolgimento delle cosche mafiose dai grossi appalti pubblici si faccia sovente ricorso ai sub-appalti: tale circostanza trova conferma da alcune conversazioni telefoniche intercettate tra Giovanni Tripodi, arrestato e secondo l’accusa uomo che non muove foglia che la cosca Iamonte non voglia ed un suo conoscente, incaricato dalla impresa edile Fra.Ve.Sa. (di cui Tripodi è personaggio di punta) di seguire i lavori di movimento terra che la ditta sta svolgendo in subappalto nella capitale.

OCCHI PUNTATI SULLA CAPITALE

La sequenza di conversazioni consente agli inquirenti di appurare come la cosca abbia gli occhi puntati sulle grandi opere pubbliche in corso d’opera nella Capitale e prime tra tutte, i lavori di costruzione della nuova tangenziale di Roma.

Giovanni Tripodi punta sull’appoggio di personaggi politici del panorama nazionale e locale tra i quali figura una persona, di cui ometto nome e cognome perché non indagato, già assessore municipale a Roma e inserito nel direttivo del Partito Democratico di Roma.

Nel corso della conversazione telefonica 3 luglio 2008, alle ore 12.03, Tripodi che, come risulta dall’ubicazione della cella agganciata, si trova a Roma, concorda con il politico romano del Pd d incontrarsi verso le ore 13.30 in via delle Capannelle 142.

Questo ex assessore municipale, scrivono gli inquirenti e sottoscrive il Gip Cinzia Barillà è quindi la persona individuata da Tripodi per mezzo della quale quest’ultimo spera di collaborare nei lavori di costruzione della nuova tangenziale.

Il politico del Pd, si legge nell’ordinanza, si attiva immediatamente per individuare un canale idoneo e utile all’inserimento dell’impresa di Tripodi nei lavori di costruzione della nuova tangenziale di Roma.

In quest’ottica si colloca infatti la conversazione telefonica dell’8 luglio 2008, alle ore 10.52, nel corso della quale Giovanni Tripodi e il politico concordano la data del loro prossimo appuntamento che si terrà presso l’Anas (“…questa settimana…la prossima si…devi salire perchè dobbiamo andare a parlare lì all’Anas….al dipartimento…”) con una terza persona non meglio identificata appartenente all’azienda.

Nel corso della conversazione telefonica dell’11 luglio 2008, alle ore 10.41, il politico riferisce a Tripodi che l’appuntamento è stato stabilito per il mercoledì successivo (16.07.2008).

Dall’intercettazione della conversazione telefonica sempre dell’11 luglio 2008 ma alle ore 11.33, l’accusa evince che il luogo fissato per incontrarsi è viale Bruno Rizzieri 142, presso il quale indirizzo è ubicata la sede dell’Anas, Compartimento viabilità del Lazio. Le raccomandazioni finali che il politico del Pd fa a Tripodi (…portati il biglietto tuo tutto…capito?…della società, di tutte ‘ste cose, capito?…) sono indicative delle motivazioni che sono alla base dell’incontro tra Tripodi, il politico e il dirigente dell’Anas (che, anche in questo caso ribadiamo, è estranea all’indagine). Infatti, mercoledì 16 luglio 2008, come emerge dall’intercettazione della conversazione telefonica delle ore 13.29 Tripodi si presenterà nel luogo fissato per incontrare il politico romano: dalla cella agganciata a Roma in via Via Eudo Giulioli 3, si evince che Tripodi è nelle adiacenze della sede dell’Anas, a pochi isolati di distanza dal ponte ripetitore agganciato.

Anche la mattina del 26 settembre 2008 Tripodi e il politico si recano in via Bruno Rizzieri presso la sede dell’Anas per prendere contatti con un dirigente dell’Anas: nel corso della conversazione ambientale, non essendo riusciti a rintracciare il dirigente, Tripodi confida al politico romano di nutrire ormai ben poche speranze e teme che stiano perdendo solo tempo.

LA MAZZETTA

E’ lo stesso Tripodi che nel corso della conversazione ambientale del 10 ottobre 2008 intercorsa con Natale Iamonte, confida a quest’ultimo di avere chiesto al politico di aiutarlo ad ottenere qualche lavoro. Dall’intercettazione della conversazione ambientale si evince anche che Tripodi è perfettamente consapevole di dover ricompensare il politico con un contributo in denaro (“…diciamo che se lui, voglio dire, riesce a farmi lavorare, a fare qualche cosa, qualche due noccioline le vuole, ah…non è a dire che non le vuole…”).

Do ut des è il motto che ispira il modo di agire del Tripodi – si legge testualmente nell’ordinanza – sicché pur non formulata in via esplicita la richiesta di contropartita da parte di coloro che lo introducono “nell’ambiente romano” è data per scontata dall’imprenditore.

Gli interessi della cosca Iamonte, infatti, si estendono a tutte le maggiori opere pubbliche in corso d’opera nell’intero territorio nazionale: dall’intercettazione della conversazione ambientale del 14 luglio 2008, emerge, per asserzione dello stesso Tripodi, che egli sia riuscito anche ad aggiudicarsi una fetta, pur se minima, dei lavori di costruzione della nuova tangenziale e della linea C della metropolitana di Roma (“…io per sopra stò lavorando… io stò lavorando con… la Cesa e la ditta….inc…cosa…e la ditta …inc… il Consorzi
o Cooperativo…inc…comunque un lavoro di quattordici milioni di euro…là la metropolitana…”).

Molte delle personalità politiche con cui Giovanni Tripodi risulterà instaurare (o tentare di instaurare) un rapporto sono state avvicinate dietro presentazione fatta da Giuseppe Ranieri: tra dicembre 2008 e febbraio 2009 si registrano almeno due casi in cui Giovanni Tripodi parteciperà a Roma a cene tra i cui commensali figurano esponenti del panorama politico nazionale.

Nel corso della conversazione telefonica del 7 dicembre 2008, alle ore 11.17, si legge nell’ordinanza, Giuseppe Ranieri suggerisce a Giovanni Tripodi il rinvio di una cena che dovrebbe aver luogo la sera del 13 dicembre 2008 al fine di consentire ad un non meglio precisato personaggio politico di prendervi parte (“…allora, una delle persone più importanti che dovrebbe venire a questa frittolata, ha un impegno di carattere politico grosso……e non può venire il tredici…”). Come emerge dalla conversazione telefonica dell’8 dicembre 2008, alle ore 12.56, l’evento conviviale viene fissato per domenica 14 dicembre 2008.

Il pranzo del 14 dicembre costituisce argomenti di discussione della conversazione ambientale dello stesso giorno, tra Giovanni Tripodi e un suo conoscente. Dall’ascolto si evince come all’evento, nonostante il registrarsi di defezioni (…non…inc…Gerardo Sacco con Maria Grazia Cucinotta…inc…non è venuto Monorchio, il ragioniere dello Stato perchè …perchè purtroppo queste sono persone, hai capito, che…non è a dire …non è venuto un colonnello della Finanza…), abbia preso parte, però, l’onorevole Nino Foti, parlamentare eletto tra le fila di Forza Italia (…Nino Foti l’hai visto?… lo sai chi è? …il senatore di Forza Italia…).

IL RUOLO DEI PREFETTI

Una parte, lasciatemi dire, inquietante, dell’ordinanza è proprio dedicata al ruolo di alcuni prefetti (non indagati).

La figura di Domenico Rocco Galati – nato ad Acquaro (Vibo Valenza) il 29 maggio 1951, residente a Roma, componente della commissione straordinaria insediatasi presso il Comune di Gioia Tauro, dimissionario il 21 luglio 2009 – si è rivelata utile (sempre secondo l’accusa) affinché Giovanni Tripodi potesse tessere rapporti con quei personaggi chiave del panorama politico che gli consentiranno di attingere alle ingenti quantità di denaro pubblico stanziati per la realizzazione di una delle più grandi opere pubbliche in corso d’opera in Italia, ovvero la linea C della metropolitana.

Nel prosieguo dell’attività tecnica degli investigatori sono, infatti, emersi elementi da cui desumere che Giovanni Tripodi sia effettivamente riuscito ad ottenere ciò che voleva, ovvero assicurarsi la partecipazione ai lavori di costruzione della tangenziale e della linea C della Metropolitana.

La partecipazione della Fra.Ve.Sa. ai lavori di costruzione della nuova tangenziale di Roma è un dato che emerge dalle dichiarazioni rese dallo stesso Giovanni Tripodi nel corso della conversazione ambientale del 18 gennaio 2009, intercorsa con Domenico Rocco Galati e Giuseppe Ranieri (“…io adesso sto lavorando sulla Tangenziale con la Cesa…”). Giuseppe Ranieri, ricordano gli inquirenti, nato a Genova il 29 agosto 1960, residente a Reggio Calabria in via Paolo Pellicano 26, è vice prefetto in servizio presso l’Ufficio territoriale del Governo di Vibo Valentia, Area II Raccordo con gli Enti Locali, consultazioni elettorali.

Dall’intercettazione della conversazione telefonica del 5 febbraio 2009, alle ore 15.01 e in maniera più palese in quelle che seguiranno, emerge che Giovanni Tripodi, attraverso l’intermediazione di Domenico Rocco Galati, incontrerà a Roma un assessore (“…alle cinque e mezza io, domani pomeriggio, ho l’appuntamento con un assessore lì a Roma… per vedere un poco se mi fa lavorare gli autocarri nella metropolitana…”).

La mattinata del 7.02.2009, infatti, come si evince dall’intercettazione della conversazione ambientale, Tripodi, Galati e tale Franco risultano essersi recati presso l’Assessorato alla mobilità della Regione Lazio, per prendere contatti con l’allora assessore Franco Dalia (“…ora stiamo andando dall’Assessore alla mobilità della Regione Calabria…della Regione Lazio… che è l’onorevole Dalia…pezzo grosso del Partito Democratico…”). Franco Dalia, si legge in nota all’ordinanza, è nato a Longobardi (Cosenza) il 1 aprile 1951. Non è indagato ed è estraneo all’indagine.

Sebbene non si abbiano certezze circa l’esito dell’incontro che si sarebbe dovuto tenere in mattinata presso l’Assessorato alla mobilità della Regione Lazio – si legge sempre testualmente nell’ordinanza – Giovanni Tripodi è fiducioso nell’operato di Galati e di tutti quei personaggi influenti di cui sta coltivando l’amicizia con il fine unico di perseguire i propri obiettivi.

Nel corso della conversazione ambientale del 7 febbraio 2009, mentre si trova in auto con un tale Domenico, Giovanni Tripodi confida all’interlocutore le sue ambizioni. L’unica nota negativa sembra costituita dal timore di essere tratto in arresto nel corso di qualche indagine in corso a Melito Porto Salvo (“…Mico, guarda quà…se non mi arrestano per là sotto (ndr a Melito) …inc…e vado avanti con questi quà…oggi erano…allora ieri sera …inc…un prefetto…un procuratore e …inc…”).

La conversazione assume un rilievo straordinario – si legge testualmente nell’ordinanza – in termini di consapevolezza degli appoggi invocati da Tripodi, di quali siano i collegamenti dello stesso e sul suo timore, che in ragione di questi l’impresa Fra.Ve.Sa srl possa avere delle difficoltà provenienti da “giù”. Il riferimento al proprio fratello Demetrio – fidanzato con la figlia di Giuseppe Iamonte e che deve essere “cacciato” dalla compagine sociale per evitare collegamenti da parte degli inquirenti – è, secondo gli stessi, “lapalissiano”.

Roberto Galullo

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/

Testimoni di giustizia, Crocetta firma la legge. Un atto esemplare di solidarietà nei confronti di chi ha messo la propria vita e quella dei familiari in pericolo per schierarsi dalla parte della Giustizia. Perché non fanno altrettanto Caldoro in Campania e Vendola in Puglia???

Poco fa il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta ha firmato la legge sui testimoni di giustizia. ”Per alcuni di essi, – ha affermato Crocetta – questa legge rappresenta l’unico strumento che può consentire un rientro di testimoni in difficoltà che hanno dovuto lasciare Sicilia. E’ un grande gesto di solidarietà nei confronti di cittadini che non esitano a mettere in pericolo la propria vita per amore della giustizia e della verità”. La legge verrà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale di venerdì prossimo e i testimoni di giustizia possono già fare richiesta di inserimento lavorativo.

http://agrigentoweb.it/2014/08/26/testimoni-di-giustizia-crocetta-firma-la-legge_159812http://agrigentoweb.it/2014/08/26/testimoni-di-giustizia-crocetta-firma-la-legge_159812

Mafia: Coppola, bene Sicilia, anche Campania assuma testimoni giustizia

“La Sicilia premia chi si e opposto alle mafie e lo fa attraverso l’assunzione nella pubblica amministrazione per i testimoni di giustizia siciliani, mentre noi campani restiamo abbandonati e inascoltati”. Lo afferma Luigi Coppola, commerciante di Pompei (Napoli) che ha denunciato i camorristi che gli imponevano il pizzo diventando testimone di giustizia commentando il recente provvedimento del governo Crocetta. “La Campania invece sembra voler scoraggiare e non premiare chi denuncia. E anche al governo centrale non c’è mai stato un solo politico campano che si sia battuto in favore di un testimone di giustizia”, rimarca Coppola che si appella al governatore Caldoro: “Adotti un ddl per favorire lavorativamente chi si e opposto alla camorra e che oggi vive isolato e abbandonato in primis dalla politica campana”.

http://napoli.repubblica.it/dettaglio-news/16:52/4536924

Indagò sulla società di rifiuti Eco4, via dall’antimafia della Prefettura. Ecco come si fa antimafia nella Prefettura di Napoli!!!

“NEL 2007 la Procura di Napoli riferiva dell’ infiltrazione mafiosa nella Eco4, la prefettura di Caserta non lo comunicava ai Comuni per i quali la società svolgeva il servizio di raccolta rifiuti”. Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, processo Cosentino, 28 novembre 2012: una perizia ricostruisce ritardi e pressioni che hanno consentito all’ “azienda piegata agli interessi del clan dei Casalesi” di operare indisturbata. Per 6 anni. In aula c’ è il consulente dei pubblici ministeri. Si chiama Salvatore Carli, è un funzionario della prefettura di Napoli, e in tasca ha una richiesta rimasta lettera morta da 2 anni: rientrare nell’ ufficio antimafia di piazza Plebiscito dove ha lavorato per 13 anni nel gruppo ispettivo. Fino a giugno del 2010. Quando Carli ha già depositato in tribunale le sue indagini sulla Eco4: con i nomi di camorristi e pentiti accanto alle condotte di alti funzionari dello Stato che appaiono, dagli atti esaminati, “pretestuose e illegittime”. Chi non vuole l’ uomo che ha all’ attivo 18 accessi antimafia, lo stop a 35 imprese colluse del settore dei rifiuti, l’ azzeramento per infiltrazione camorristica della prima Asl in Italia? Settembre 2010. Carli scrive all’ ex prefetto Andrea De Martino per essere riassegnato all’ ufficio antimafia: ha chiestoa giugno 2010 di essere trasferito altrove dopo un incendio appiccato nel palazzo dove vive con moglie e 3 figli. “Lite condominale”, archivia il caso la polizia. Per cui Carli, pur temendo per la sua sicurezza, ritiene “superate le ragioni di preoccupazione”. Ma due mesi dopo De Martino decide che deve scorrazzare in giro per la provincia consegnando ai giudici di pace i ricorsi dei verbali al codice della strada. Per poi assegnarlo all’ ufficio “gare e contratti” dove, da esperto di verifiche antimafia, si ritroverà a comprare i panini ai poliziotti in servizio. Nonostante il sindacato Cisl protesti per garantirgli “funzioni consone alla sua esperienza professionale”. Non solo. A gennaio 2011 la prefettura di Napoli dice no al Comune di Sant’ Anastasia che vorrebbe il funzionario per il “controllo di gestione”. Non può: deve concentrarsi sulle multe. Ma resta un teste della Direzione distrettuale antimafia che ha chiesto l’ arresto per l’ ex sottosegretario del governo Berlusconi, Nicola Cosentino: il reato è di concorso esterno in associazione camorristica, in luce, nella richiesta di arresto, il “potere direttivo e di gestione esercitato per scopi elettorali” sulla Eco4. E proprio Carli fa emergere i “difetti di istruttoria”, le “carenze di motivazione”, le “azioni sterili e dilatorie” che hanno accompagnato i nulla osta per la Eco4 firmati dalla prefettura di Caserta. In particolare, nel 2007 con il via libera alla società di rifiuti rilasciato dall’ allora prefetto Maria Elena Stasi, poi nominata parlamentare del Pdl in quota Cosentino. Inoltre, sulla pratica Eco4 rinviata dal 2002 spiccano le “annotazioni” di due dirigenti prefettizi, Vincenzo Panico e Gerardina Basilicata, citati da Carli nel 2010 quando sono già passati alla prefettura di Napoli e figurano come suoi superiori: il primo come vice prefetto vicario, il secondo come capo di gabinetto, prima di essere promossi entrambi prefetti a Crotone e Savona. Intanto Carli è diventato componente dell’ autorità anticorruzione del Comune di Napoli. Ma all’ antimafia della prefettura non può mettere piede. Il dirigente di quell’ ufficio scrive il 21 settembre scorso per farlo rientrare. Non se ne farà nulla. Nel frattempo c’ è il cambio di guardia a piazza Plebiscito: De Martino va via. Sarà ricordato in Parlamento il 23 ottobre scorso dal deputato Francesco Barbato (Idv) come il prefetto che ha “letteralmente deabilitato e smontato gli uffici della struttura antimafia”.

(Tratto de Repubblica)

Camorra nelle forze dell’ordine, infiltrazioni low cost

Piccole somme di denaro. Qualche viaggio. Persino le spese della lavanderia. Così i clan comprano marescialli e prefetti. Che obbediscono più per «cultura» che per smania di guadagnare.

Si chiama skretch, come «il gesto che caratterizzava negli Anni 80 i rappers che fermavano un disco in vinile per poi farlo ripartire alla velocità preferita».
Oggi, confida un inquirente, «nel linguaggio di malavita skretch vuol dire fermare la corsa del denaro illegale per farlo ripartire a una velocità del tutto legittima». E racconta: «La camorra più imprenditoriale, cioè il clan dei Casalesi, agisce come la mafia, ma con metodi ancor più sofisticati: ha rivisto e aggiornato le tecniche per infilarsi come socio nelle società pulite. In tal modo, ricicla il denaro sporco, condiziona le pubbliche amministrazioni, partecipa con apparente trasparenza agli appalti e ai subappalti pubblici».
I PREFETTI TRA I PIÙ ESPOSTI. Roba da veri manager, con gli agganci giusti, la camicia coi gemelli, l’invito fisso nei salotti buoni. «In gioco», raccontano, «viaggiano ogni giorno decine di milioni di euro tornati lindi e puri grazie alle cosiddette lavanderie del crimine attive h24, a una task force di affiliati diplomatici il cui compito è di persuadere l’esercito dei funzionari pubblici corrotti o da corrompere, a manipoli di finanzieri, carabinieri e poliziotti infedeli come i due agenti in servizio alla presidenza del consiglio arrestati il 16 maggio dai magistrati della Direzione antimafia di Napoli insieme con altri 16 per collusioni con il clan dei Casalesi».
Tra i dipendenti pubblici più esposti al quotidiano veleno camorrista spiccano i prefetti, i viceprefetti, i sindaci, gli assessori di ogni età, fede e colore politico che un giorno sì e un altro pure «vacillano qua e là per l’Italia consegnando il portafoglio e l’anima al potere più sbagliato».
FOLLA CRESCENTE DI CORROTTI E CORRUTTIBILI. Per la Corte dei conti «da Nord a Sud, prolifera una folla crescente di funzionari corrotti e corruttibili», che si annida ai vertici dell’apparato burocratico e amministrativo e contagia fino ai consiglieri di quartiere e all’ultimo degli impiegati.
«Non sprecate tempo nella ricerca di complicate analisi sociologiche: si tratta di pura, banale, becera corruzione basata, a parte qualche eccezione, sullo scambio di piccoli favori e regali in denaro», fa sapere a Lettera43.it Rosaria Capacchione, senatore e giornalista sotto scorta per le minacce subìte nel marzo 2008 in un’aula di tribunale dai boss Casalesi tramite una missiva letta dal loro legale, Michele Santonastaso, che poi è finito pure lui sotto inchiesta con l’accusa di essersi spinto oltre i propri compiti professionali.
POCHI SOLDI E QUALCHE REGALO IN CAMBIO. «Per farsi corrompere ci si accontenta spesso di piccole somme, che non arricchiscono di certo chi le incassa ma comunque lusingano rispetto ai miseri stipendi percepiti. Eppure, si continua a tradire. E a cedere, sempre di più, alle richieste dei boss. È il segno di una subordinazione culturale radicata, diffusa e inquietante, che è ben più grave e a volte prescinde dalla voglia di guadagno facile».
La cronaca conferma: il maresciallo che comandava la stazione dei carabinieri di Castelvolturno-Pinetamare, per esempio, si era accordato con i guaglioni del boss casalese Giuseppe Setola per uno stipendio che oscillava tra i 500 e i 1.000 euro al mese, qualche telefonino di ultima generazione e un computer portatile. Un severo prefetto, invece, si è accontentato – secondo l’accusa – di qualche viaggio in regalo, un paio di gioielli e il pagamento delle spese di lavanderia in cambio di immeritati certificati antimafia.

Borrelli: «Nel Casertano l’emergenza più grave»

Di episodi di pubblica corruzione targata Casalesi se ne contano a centinaia. Si chiama skretch finanziario, l’attività grazie alla quale i clan di Casal di Principe (ma non solo) investono in titoli azionari o nei fondi dei più importanti istituti di credito i soldi ripuliti grazie alle infiltrazioni societarie. I Casalesi usano le banche, le banche non rifiutano i soldi dei Casalesi. «La situazione», ammette un inquirente, «è così surreale che i boss casertani appaiono perfino in grado di fare a meno degli istituti di credito: raccontano che il boss Michele Zagaria, dovendo acquistare di corsa a un’asta un immobile a Parma ed essendo ormai chiusi gli sportelli bancari, spedì di notte un emissario a Casapesenna per prelevare dalla cassaforte di casa i 500 mila euro in contanti che servivano per l’acquisto». Il bancomat in salotto, o quasi.
Ha detto a Lettera43.it il procuratore aggiunto di Napoli Giuseppe Borrelli, che ha coordinato l’operazione della Direzione antimafia sulle infiltrazioni della camorra in Toscana del 16 maggio: «Ogni giorno, indagando, apprendiamo novità che ci lasciano senza fiato. A Napoli la lotta alla camorra ha fatto registrare enormi progressi, ma ora il compito prioritario della procura deve consistere nell’individuare e sanzionare i funzionari e gli impiegati dell’apparato amministrativo pubblico che a tutti i livelli, specie sul territorio casertano, continuano a farsi corrompere dalla criminalità».
STASI, INDAGATA PER FAVORI AI COSENTINO. Emblematica, nella vicenda giudiziaria che sta vivendo Nicola Cosentino (l’ex sottosegretario e coordinatore del centrodestra in Campania), è la storia di Maria Elena Stasi, ex prefetto poi eletto al parlamento nelle fila del Popolo della libertà: la Stasi è finita sotto inchiesta con l’accusa di aver favorito la famiglia dell’uomo politico casalese nell’appalto per una fornitura di gasolio. Questione giudiziaria ancora aperta, la sua. Si vedrà.
La camorra casalese, comunque, tenta di infilare davvero le mani dappertutto: perfino negli uffici dove lavorano i funzionari degli Scavi di Pompei, se può servire a impadronirsi di una fetta dei finanziamenti. Sull’emergenza immondizia, poi, per i boss è stata una mezza scorpacciata.
LA MANO DI ZAGARIA. C’è chi ricorda che nel 2011, nell’elenco delle ditte fornitrici del commissariato straordinario per i rifiuti in Campania, figurarono i nomi di alcune ditte che facevano capo, secondo gli inquirenti, al clan dei Casalesi, in particolare a Zagaria. C’è o no da chiedersi quale funzionario inserì quei nomi nella lista? I Casalesi, sostiene chi li studia, «seguono con puntiglio da giuristi l’evoluzione legislativa italiana così da aggirare norme, controlli e schermature, impadronendosi di parti importanti dell’economia legale». Sulla logica delle “grandi intese”, per esempio, i boss casertani hanno di gran lunga anticipato la politica: coalizioni, consorzi, joint venture, alleanze (fra boss casalesi e siciliani, quasi mai con pugliesi e calabresi) si tramutano spesso nell’acquisto in blocco di ingenti catene di negozi, di floride aziende, di enormi centri commerciali. Per far ciò, naturalmente, bisogna fare i conti con decine di uffici tecnici comunali. Ed essere pronti a condizionare a suon di regalini le decisioni nei municipi e negli uffici che contano. E bisogna riuscire a farlo presto, bene, fino ai più alti e insospettabili colletti bianchi.
LE INFILTRAZIONI NEI MUNICIPI. A Casal di Principe (qui i fratelli dei boss hanno ricoperto perfino l’incarico di sindaco) la prefettura ha azzerato per quattro volte la giunta comunale. Tutt’intorno, nel Casertano, non esiste quasi municipio che non sia stato sciolto almeno una volta per infiltrazioni di camorra: da Casapesenna a San Cipriano, da Giugliano fino a Castelvolturno e a Villaricca, da decenni va in scena la processione dei commissari prefettizi: i funzionari, dopo gli scioglimenti, si insediano, curano per un po’ l’ordinaria amministrazione, mandano via gli impiegati corrotti, indicono speranzosi le nuove elezioni. Poi, sono costretti ad assistere impotenti alla sistematica (e spesso trionfale) rielezione dei sindaci, dei vicesindaci, degli assessori e dei consiglieri spediti a casa per indegnità. E al ritorno in servizio degli impiegati birbantoni.

Enzo Ciaccio

http://www.lettera43.it/fatti/camorra-nelle-forze-dell-ordine-infiltrazioni-low-cost_43675129698.htm

Renzi non ha pronunciato una sola parola contro le mafie. Perché? Il trattamento vergognoso dei Collaboratori di Giustizia la cui essenzialità nella lotta alle mafie è nota a tutti. Non si vuole che collaborino con la Giustizia???

Collaboratori di giustizia, non ci sono più soldi. Manca la firma sui programmi di protezione. Così lo Stato rallenta la lotta alla criminalità

Dalla pubblica amministrazione al Senato, dal lavoro fino alla giustizia passando per il fisco. Sin dal suo insediamento lo scorso 22 febbraio Matteo Renzi ha snocciolato promesse di riforme importanti. Eppure non una parola è stata spesa sulla criminalità organizzata. E al silenzio, allora, è seguita l’imperizia. Nonostante la legge preveda che, appena insediatosi l’esecutivo, istituisca “una commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione”, nulla è stato fatto, col risultato che da oltre due mesi i testimoni e i collaboratori di giustizia sono completamente abbandonati a loro stessi.
Una cantonata non da poco vista l’essenzialità dei pentiti nella lotta alla criminalità organizzata. La commissione, infatti, prevede all’attuazione degli speciali programmi di protezione e di assistenza per i collaboratori di giustizia e i loro familiari, tenendo conto del reinserimento nel contesto sociale e lavorativo, e facendosi carico, nel caso servano, anche di misure economiche a favore di testimoni e collaboratori di giustizia. Eppure i due ministri interessati, Andrea Orlando e Angelino Alfano, ad oggi ancora non hanno firmato il provvedimento per l’istituzione della commissione che sarà composta da 2 magistrati, 5 funzionari delle forze dell’ordine e da un sottosegretario.

Più collaboratori, meno soldi
Cade dunque l’ennesima tegola su un sistema che negli ultimi anni, a causa anche della crisi economica e dei continui tagli, è arrivato al collasso. Basti leggere, d’altronde, la relazione sui programmi di protezione presentata in Parlamento a marzo e relativa al secondo semestre 2013. “Le persone attualmente titolari di speciali misure di protezione – si legge – sono 1.224, delle quali 80 testimoni e 1.144 provenienti dall’ambiente criminale. I familiari sono invece 4.617 (267 per i testimoni e 4.350 per i collaboratori)”. Il totale complessivo delle persone sottoposte a programma tutorio tra testimoni, collaboratori e rispettivi familiari ammonta dunque a 5.841 unità, con un incremento rispetto all’ultimo semestre di 318 unità (44 tra collaboratori e testimoni e 274 familiari). All’evidente crescita esponenziale dei collaboratori di giustizia, però, segue un progressivo taglio del fondo a disposizione. Nel documento, infatti, si parla a più riprese di “criticità indotte dalla mancanza di disponibilità di congrui stanziamenti, protrattasi fin dall’esercizio finanziario 2009 e durante tutto l’esercizio finanziario 2013″ che non ha consentito al Servizio Centrale di Protezione di assolvere con regolarità “agli impegni di spesa assunti con soggetti terzi”.

Aumentano i debiti
Secondo i dati riportati nella relazione, il Servizio Centrale di Protezione ha speso, tra vari oneri, oltre 45 milioni di euro, cifra nettamente superiore ai 30 milioni del primo semestre. Ma attenzione: ciò non è conseguenza di un maggiore stanziamento per la seconda metà del 2013, ma “il risultato di una ritardata disponibilità di fondi sul capitolo di bilancio”, cosa che ha comportato “nel secondo semestre oneri già frutto di impegno assunto durante il semestre precedente”. Insomma, lo Stato non paga. E gli effetti sono paradossali. I debiti contratti con i locatari di immobili dove risiedono testimoni e pentiti ha determinato “serie difficoltà nei trasferimenti e nelle allocazioni dei nuclei familiari protetti” e, alcuni di questi, hanno addirittura depositato citazioni, volte ad ottenere “la declaratoria di sfratto per morosità”. Nessuno, dunque, vuole più ospitare i collaboratori di giustizia. Né qualcuno vuole difenderli a causa del “considerevole ritardo” nel pagamento degli avvocati che hanno prestato la loro assistenza in favore dei collaboratori di giustizia. Che da due mesi sono completamente abbandonati. Da uno Stato che “dice” di difenderli.

Carmine Gazzanni

(Tratto da La Notizia)

A Sorrento e nella penisola sorrentina è necessario ed urgente dar vita ad un particolare apparato di vigilanza. Su un territorio così ricco la camorra è fortemente interessata e, ovviamente, presente ed attiva

SORRENTO – Le rivelazioni degli investimenti della camorra stabiese in
penisola sorrentina arrivano dal pentimento del braccio destro di Enzo
D’Alessandro. E’ Salvatore Belviso a raccontare come le scommesse e i
videopoker sono i principali settori di interessi per il riciclaggio
dei soldi sporchi.

LE REAZIONI

«Onestamente è come se fosse stata scoperta l’acqua calda. In effetti
è da anni che si sente il fiato sul collo della malavita. La penisola
sorrentina è una terra florida, invidiata ovunque. Ma che attira
interessi criminali a cui bisogna contrapporre un’energica e furiosa
rivolta per far sì che qui si evitino pericoli scongiurando il rischio
che l’isola felice di una volta non torni mai più e diventi uno
sbiadito ricordo da conservare nei libri di storia». È il commento,
secco e preciso, del presidente della commissione Trasparenza del
Comune di Sorrento, Rosario Fiorentino. Che interviene a piedi uniti
nell’ampio dibattito politico riscoppiato negli ultimi giorni dopo le
nuove rivelazioni sui rapporti fra la criminalità e la penisola
sorrentina. C’è il timore che le cose possano peggiorare, il senatore
di Sorrento del Pdl, Raffaele Lauro, ha rilanciato l’appello ai
sindaci: ovvero vigilare e combattere di più le attività illecite.
Proprio loro, i primi cittadini, nelle scorse settimane rispedirono al
mittente il disegno secondo il quale Sorrento e la penisola fossero
accerchiate dalla camorra. Ma le ultime notizie vanno in senso
opposto. Qui, dunque, serve un cambio di marcia. «Perché – sottolinea
Fiorentino – più passa il tempo e più si peggiora. Serve arginare la
costiera in tutti i modi dagli interessi della malavita. Non è
semplice, ma è necessario scendere in campo con più vigore. Qui non
possiamo continuare a vivere con la presunzione che la penisola
sorrentina sia una realtà completamente distaccata da un circondario
in cui la criminalità ha messo radici per poi espandersi lì dove è
possibile reinvestire con riscontri i propri proventi illeciti.
Bisogna aprire un capitolo di indagini sulla questione riciclo. Qui in
penisola sorrentina mi pare che tale tematica sia di prioritaria
importanza. Siamo accerchiati. Le rivelazioni sull’espansione dei clan
a Sorrento sono decisive perché sconfessano le certezze dei sindaci
confermando quel che dicevamo da tempo: c’è un problema, grosso, da
affrontare. In penisola la malavita si presenta sotto forme diverse da
quelle “abituali” in realtà così vicine. Occhio alle transazioni, alle
operazioni immobiliari, all’arrivo di capitali di dubbia matrice. Gli
investimenti sono una valvola di sfogo con cui la criminalit
organizzata, in penisola, avanza giorno dopo giorno». Ma c’è di più:
“Stiamo preparando – spiega il presidente della commissione
Trasparenza – un appello da rivolgere alle istituzioni locali per
coordinare un programma di lavoro costruttivo per salvaguardare
l’identità sana della penisola sorrentina da opporre ai malviventi che
tendono ad arrivare dalle nostre parti per fare affari. Dai processi
arrivano vere e proprie batoste per chi diceva che qui a Sorrento
bisognava stare sereni. Mi spiace che qualcuno si sia fatto portavoce
di messaggi sbugiardati in tutto e per tutto. Coalizziamo le forze
sane della penisola, forze politiche e di polizia, per lottare con
tutte le nostre forze”.

Camorra nella penisola sorrentina

Per la D.I.A. la Camorra c’è anche in Penisola Sorrentina

In questa estate calda, caldissima e infuocata come non mai è esploso il dibattito sulla presenza o meno della Camorra in Penisola Sorrentina partendo dai fatti di cronaca nera che hanno interessato la Marina di Vico Equense l’altra settimana. Un dibattito sicuramente utile perchè costringe la politica, ma non solo questa, a riflettere e a confrontarsi su un tema troppo serio per essere liquidato con approssimazione o superficialità, dando per scontato quello che invece assolutamente non lo è. Lasciando da parte la percezione che ciascuno di noi può avere del fenomeno camorristico comunemente inteso, quel che ci sembra utile richiamare all’attenzione generale è uno stralcio della voluminosissima relazione che la DIA ha presentato sull’argomento qualche settimana fa e che già abbiamo evidenziato su questo blog.

Ebbene gli esperti, quelli cioè che si confrontano in prima linea col crimine organizzato hanno decretato che la Camorra in Penisola Sorrentina c’è…E come che c’è se a esercitare il controllo sull’area è addirittura un cartello criminale egemone su una vasta area di territorio. Ad ogni buon fine e per rinfrescare la memoria ai protagonisti del dibattito riproponiamo questo passaggio della relazione della DIA: “…Nella città di Castellammare di Stabia, l’attuale struttura apicale del clan D’ALESSANDRO risulta essere gestita da Vincenzo D’ALESSANDRO (terzogenito di Michele D’ALESSANDRO ed allo stato detenuto sottoposto al regime detentivo del 41 bis O.P.), cugino di primo grado di Salvatore BELVISO – tra gli esecutori materiali dell’omicidio del Consigliere Comunale Luigi TOMMASINO – unitamente a CAROLEI Paolo ; quest’ultimo, si ricorda, fautore dell’attuale alleanza con il clan DI MARTINO-AFELTRA insistente sulla zona dei Monti Lattari e del Monte Faito. Si tratta di un cartello criminale egemone su una amplissima fetta di territorio a sud della città di Napoli che comprende l’intero circondario che abbraccia i Comuni di Gragnano, Castellammare di Stabia fino ai Monti Lattari ed ad un’ampia fetta della stessa Penisola Sorrentina, nato proprio in conseguenza di un patto federativo stretto tra il gruppo camorristico dei DI MARTINO ed i D’ALESSANDRO per il tramite di CAROLEI Paolo ed ampiamente delibato da attività investigative, corroborate dal contributo dichiarativo di collaboratori di giustizia. La figura del CAROLEI si è distinta gradulamente come la vera mente economica e finanziaria del sodalizio, al quale sono stati conferiti diretti poteri gestionali in particolar modo in relazione al riciclaggio e reinvestimento dei proventi illeciti acquisiti dal clan D’ALESSANDRO. Le indagini condotte nell’ambito delle operazioni “Golden Goal” e “Golden Goal 2” hanno dimostrato come il clan D’ALESSANDRO, attraverso la figura di CAROLEI Paolo e dei soggetti allo stesso direttamente collegati, abbia acquisito – tramite prestanome – la gestione ed il controllo di punti scommesse del circuito INTRALOT ubicati nel territorio di Castellammare di Stabia.

L’agguato alla Marina di Vico Equense rientra perciò nel novero degli eventi che possono verificarsi in aree dove il crimine organizzato agisce più o meno evidentemente. E poi: dove sta scritto che se la camorra decide di ammazzare qualcuno che si “rifugia” per la festa in Costiera non lo fa in nome di una speciale premura di rispetto o di porto franco per questo territorio? Piuttosto la morfologia dei luoghi sorrentini è poco idonea alle fughe e ai nascondigli: tant’è che i killer a Vico sono venuti dal mare e nel mare si sono dileguati! L’accaduto non ci può e non ci deve scandalizzare più di tanto, preoccuparci si perchè conferma che cadono quei tabù che rendevano off-limits quest’area a certe azioni, non a certi personaggi che in Costiera se ne vanno tranquillamente in giro per vacanze e per cene, ogni tanto beccati e allontanati con qualche foglio di via o con l’arresto. Ricordiamo addirittura l’azione degli agenti dell’FBI ai Colli di Fontanelle qualche anno fa dove un pericoloso killer della mafia soggiornava in B&B. Ora la politica una cosa la può fare, se vuole: attivare le sentinelle amministrative affinchè quegli interessi criminosi travestiti legalmente non attecchiscano alimentando i business dei malavitosi con la cravatta che comunque li girano i nostri Municipi! Un’altra è quella di vigilare sulle attività considerate naturalmente a rischio: giochi e compro oro e affini, ma soprattutto l’edilizia e l’immobiliare. Infine salvaguardare il territorio perchè la camorra imprenditrice in Costiera ne ha fatti di affari e ne continuerà a fare in modo più o meno legittimo e con la compiacenza di una politica assente o incapace di contrastarla efficacemente. Chi poi vuole spacciare la Costiera alla stregua di un’oasi per sentirsi a posto con la coscienza e per non pregiudciare gli interessi della principale impresa, quella turistica, commette un gravissimo errore, forse anche in malafede, su cui bisogna agire in modo tempestivo e concreto. Sicuramente è anche questione di sensibilità e di percezione del problema visto che da mesi se ne discute proprio in riferimento a precisi atti amministrativi nelle assemblee civiche sorrentine. Se politici nazionali incalzano gli Amministratori locali a mantenere elevato il livello di guardia su questo tema, se gli addetti ai lavori ne parlano e ci indicano, come ha fatto recenemente proprio il Procuratore Cafiero De Raho a Sorrento, dove esercitare il controllo per contrastare il crimine organizzato, se pure il nuovo Vescovo di Sorrento-Castellammare avverte l’esigenza di fare sentire la propria voce e di compiere gesti significativi per contrastare la cultura e la mentalità camorristica, allora l’interrogativo sul “c’è o non c’è la camorra in penisola sorrentina” è assolutamente fuori luogo. Anche perchè ci sono tante forme di camorra intendendo col termine quella mentalità che “…fa della prepotenza, della sopraffazione e dell’omertà i suoi principali punti di forza. Il confine tra l’appartenenza ad un clan camorristico e il vivere in una mentalità camorristica diffusa, il più delle volte è labile ed etereo e, in alcuni particolari ambienti sociali, una divisione netta tra le due cose potrebbe risultare non facilmente rilevabile. In molti casi gli atteggiamenti di continuità con comportamenti camorristici riguardano anche professionisti, imprenditori e politici, fino a generare, in diversi casi, contiguità e collaborazione continuata tra intere amministrazioni locali, imprenditorialità e la criminalità organizzata. Questo tipo di commistione viene definito recentemente sistema, termine gergale degli ambienti criminali campani” (wikipedia). Per coloro che vogliano approfondire il tema della camorra come prepotenza suggeriamo questo link.

http://www.politicainpenisola.it/2012/08/sorrento/per-la-d-i-a-la-camorra-ce-anche-in-penisola-sorrentina/

La discarica di Chiaiano. Senza commenti!

Gli intrecci tra camorra, massoneria e pezzi deviati dello Stato dietro la discarica di Chiaiano

Camorra,massoneria,pezzi deviati dello Stato e della cosiddetta buona società. C’è tutto questo dietro la realizzazione della discarica che, stando agli annunci dell’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi e dell’ex capo della protezione civile Guido Bertolaso, sarebbe stata una delle principali mosse per uscire definitivamente dall’emergenza rifiuti in Campania.
Parliamo della discarica di Chiaiano, a nord di Napoli, uno sversatoio la cui apertura ha mobilitato migliaia di persone, attivisti, associazioni, famiglie. Dalle indagini condotte dai carabinieri del Noe di Napoli coordinati dai pm della dda Antonello Ardituro e Marco del Gaudio, emerge uno scenario che appare trasversale e che mette in fila clan, pubblica amministrazione, professionisti insospettabili e anche la massoneria. Dagli atti dell’indagine emergono filmati che mostriamo nella videoinchiesta, e che documentano come gli argini della discarica venissero realizzati utilizzando terreno e rifiuti e fossero quindi assolutamente inadatti a contenere il percolato. Camion prelevavano scarti e immondizia da cantieri stradali, li stoccavano in un area per poi trasferirli a Chiaiano. Volendo semplificare i rifiuti avrebbero dovuto contenere e arginare altri rifiuti.

L’assenza di argilla

«La nostra indagine – spiega il comandante del Noe Paolo di Napoli – ha messo in risalto il mancato utilizzo dell’argilla nella costruzione degli argini della discarica. L’argilla avrebbe garantito l’impermeabilizzazione della discarica. Miscelare il tutto con terreno e rifiuti significava minare la tenuta del percolato. L’attività degli indagati consentiva perciò un doppio guadagno: da un lato i rifiuti provenienti dai cantieri stradali non venivano sottoposti a trattamento e poi i rifiuti stessi venivano venduti alla pubblica amministrazione come terreno vegetale o materiale argilloso per fare gli argini della discarica. Da un lato abbiamo una truffa ai danni della pubblica amministrazione, dall’altra abbiamo delle false certificazioni fatte dagli stessi funzionari pubblici che avevano attestato la corretta esecuzione dei lavori».

I casalesi e gli insospettabili

Nell’inchiesta spuntano figure assolutamente insospettabili come un ufficiale di polizia giudiziaria della DIA, nominato anche consulente della commissione parlamentare sui rifiuti e un professionista consulente di molti magistrati della dda e paradossalmente, uno dei consulenti nell’indagine sulla discarica romana di Malagrotta insieme con il perito che si è occupato (questa volta da solo) di redigere una consulenza tecnica approfondita, scrupolosa e importante per le indagini proprio sulla discarica di Chiaiano. Al centro dell’inchiesta un imprenditore, Giuseppe Carandente Tartaglia e la sua società, la Edilcar. Secondo le indagini CarandenteTartaglia, originariamente legato a personaggi di vertice dei clan Nuvoletta, Mallardo e successivamente anche del Polverino, era riuscito ad intrecciare rapporti anche con la cosca casalese capeggiata da Michele e Pasquale Zagaria. Per quest’ultimo clan in particolare, Carandente Tartaglia prestava un rilevante contributo organizzativo come imprenditore operante nello strategico settore della gestione del ciclo legale ed illegale dei rifiuti, controllato dal clan dei casalesi e dalla famiglia Zagaria. In questo modo i casalesi potevano partecipare alle attività imprenditoriali del settore attraverso le sue aziende. E così proponeva ed acquisiva commesse ed appalti rivelandosi capace, anche attraverso i necessari contatti istituzionali, di affrontare e risolvere i momenti di emergenza succedutisi nel tempo in Campania.

«Complessa vicenda imprenditoriale e criminale»

Scrivono i pm Ardituro e Del Gaudio nella richiesta di misura cautelare: «Giuseppe Carandente Tartaglia, o se si vuole la sua azienda, la Edilcar hanno saputo governare la complessa vicenda imprenditoriale e criminale della quale è parte anche la realizzazione e la gestione della discarica di Chiaiano coordinando gli interventi pubblici e dell’imprenditoria privata per l’utile proprio e della criminalità organizzata». Per i magistrati gli imprenditori facenti capo alla famiglia Carandente Tartaglia ebbero di fatto un ruolo centrale nella costruzione della discarica di Chiaiano, individuata nel 2008 come sito necessario per tamponare la persistente emergenza rifiuti verificatasi nei mesi precedenti.

«La questione rifiuti: il tesoretto di parte della politica»

Eppure già nel 2008 un funzionario della prefettura Salvatore Carli, più volte negli anni intimidito per le sue battaglie anticamorra, aveva inviato una relazione sulle cointeressenze della criminalità organizzata nella Edilcar all’allora prefetto di Napoli Alessandro Pansa, anche se poi nel 2009, nel corso di una riunione del GIA (gruppo interforze antimafia del quale Carli faceva parte ma che in quella occasione non era presente) fu rilasciata una informativa antimafia liberatoria proprio a favore dell’impresa di Carandente Tartaglia. Per gli inquirenti, gli imprenditori Carandente Tartaglia sono stati nel tempo protagonisti di un rilevante intreccio di interessi che ha visto convergere le aspettative della criminalità organizzata e l’appetito di numerosi soggetti, anche istituzionali. La questione rifiuti in Campania – scrivono ancora i pm – è una vicenda «che si fa fatica a definire realmente dettata dall’emergenza a meno di non snaturare la nozione medesima del termine, poiché è evidente che non può essere qualificata tale una vicenda che ha impegnato gli ultimi vent’anni della vita istituzionale, non solo locale, e degli interessi dei cittadini. Resta il fatto che la questione rifiuti ha rappresentato il tesoretto, anche elettorale, di una parte della classe politica regionale, la cassaforte della camorra ed in particolare dei capi del clan dei casalesi, oltre che la fortuna di alcuni selezionati (dalla politica e dalla camorra) imprenditori del settore».

Le intercettazioni

Sconcertano alcune intercettazioni che sembrano evidenziare che i titolari della Edilcar sapessero con anticipo che avrebbero ottenuto l’appalto. Infatti, un componente della famiglia di imprenditori dei rifiuti, Mario Carandente Tartaglia viene intercettato mentre insiste con gli altri interessati affinché accettino l’esproprio dei terreni nella zona: «Vi sarà un guadagno economico per tutti e principalmente per la nostra ditta che prenderà l’appalto che le consentirà di lavorare per molti anni». Concetto che questa stessa persona ribadisce anche alla sorella Elena, detta Pupetta: «Pupè, bello chiaro chiaro… quello lo ha preso l’impresa nostra».

La massoneria

L’indagine parte dall’aspetto relativo ai collegamenti con la criminalità organizzata ma da qui si è aperto uno scenario ulteriore e inaspettato: collegamenti con soggetti appartenenti alla massoneria utilizzata sia per superare fasi di stallo dei pagamenti per lo stato di avanzamento dei lavori della discarica sia per poter ottenere altre commesse. Un pentito, Roberto Perrone, riferisce ai magistrati di essere in possesso di informazioni su Carandente Tartaglia e sui suoi rapporti con i Polverino, anticipando anche i rapporti istituzionali e di natura massonica. Si tratta di componenti della loggia della Losanna, una delle più antiche fra le 20 logge del Grande Oriente d’Italia. La affiliazione a questa loggia secondo gli inquirenti, giustifica una fittissima rete di conoscenze distribuite a diversi livelli nei settori e apparati della vita pubblica, fra soggetti legati strettamente al dovere di obbedienza ed al vincolo della fratellanza. Uno dei personaggi frequentati da Carandente Tartaglia, ricopriva nella Losanna, la carica di secondo sorvegliante, figura che insieme con il primo sorvegliante e il “maestro venerabile” compone il “consiglio delle tre luci”, una sorta di organo direttivo della Loggia. Non è la prima volta che la massoneria entra in una indagine su camorra e rifiuti: infatti in passato erano emersi rapporti tra Gaetano Cerci e Cipriano Chianese, imprenditori ritenuti fedelissimi del boss casalese Francesco Bidognetti e Licio Gelli. Il contatto serviva a garantire il trasporto e l’interramento di rifiuti tossici provenienti dalle industrie del centro-nord Italia in provincia di Caserta, attraverso l’impresa Ecologia 89.

L’amarezza degli attivisti

Questi intrecci di malaffare e queste storie di ormai abituale scempio ambientale lasciano una ferita aperta tra gli attivisti napoletani: «Noi eravamo visti come i criminali – spiega Palma Fioretti, attivista della Rete Commons – come le donne della camorra che venivano schierate dagli uomini a protezione loro. Bertolaso disse che la discarica di Chiaiano sarebbe stata un esempio virtuoso per tutta l’Europa, uno degli impianti più efficienti. Molti di noi sono stati indagati per le nostra attività contro la discarica. Eravamo visti come i trogloditi che non capivano che questa era una risoluzione definitiva al problema dei rifiuti in Campania».

Amalia De Simone

(Tratto dal Corriere della Sera)

Marco Travaglio: Carta canta, Ah già, la lotta alla mafia

Grazie al Parlamento bloccato su riforme inutili e dannose come il nuovo Senato e l’Italicum, due organi costituzionali come la Consulta e il Csm sono monchi da quasi due mesi. La prima, dopo l’uscita a fine giugno dei giudici Mazzella e Silvestri, attende che le Camere si decidano a eleggere i due sostituti, ma i partiti non trovano l’accordo e han già prodotto 7 fumate nere (il che forse è addirittura un bene, visto che i candidati Violante, Ghedini, Bruno, La Russa e Catricalà sono tutti ex legislatori in conflitto d’interessi, visto che andrebbero a giudicare le leggi da essi stessi votate o volute). Il Csm è scaduto in blocco il 7 luglio, quando i magistrati hanno eletto i 14 membri togati, ma quello nuovo non può insediarsi perché il Parlamento non si decide a eleggere gli 8 laici (4 votazioni a vuoto). E così – mai accaduto prima- il presidente Napolitano ha prorogato quello vecchio fino all’11 settembre, sperando che intanto lorsignori trovino la quadra.

Non è questione da poco, perché Palazzo dei Marescialli deve nominare i capi di ben 252 uffici giudiziari, anche grazie all’idea geniale del governo Renzi di anticipare l’età pensionabile dei magistrati da 75 a 70 anni. Un’ecatombe. Ma, nonostante il superlavoro che l’attende, Palazzo dei Marescialli ha chiuso regolarmente per ferie, a parte una seduta straordinaria per processare Antonio Esposito, perseguitato da un anno a causa dell’intervista (manipolata) rilasciata al Mattino dopo la condanna di Berlusconi al processo Mediaset.

In compenso il plenum era pronto a nominare il nuovo procuratore di Palermo al posto di Francesco Messineo, scaduto il 31 luglio: favoritissimo Guido Lo Forte, che in commissione si era imposto con 3 voti sui rivali Sergio Lari e Franco Lo Voi (1 voto a testa). Ma un’irrituale lettera del segretario del Quirinale Donato Marra ha bloccato la nomina, imponendo – mai accaduto prima – di dare la precedenza ad altre 25 poltrone vacanti: cioè di seguire – per la prima volta nella storia-l’ordine cronologico, cominciando dall’imprescindibile Tribunale dei minori di Caltanissetta.

Il fatto che Marra abbia appena testimoniato al processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia, dov’è convocato anche il capo dello Stato, è naturalmente una coincidenza. Ma diversi giornali hanno registrato le voci che vogliono il Colle ostile a Lo Forte e favorevole a Lo Voi, reduce da Eurojust su nomina del governo Berlusconi e sponsorizzato anche dal presidente del Senato Grasso e dal procuratore di Roma Pignatone. Siccome Lo Forte è della corrente centrista Unicost, uscita perdente dalle elezioni per i nuovi togati a vantaggio dei conservatori di Magistratura Indipendente, i suoi nemici sperano che il rinvio della nomina al nuovo Csm favorisca Lo Voi (MI) o Lari (Area).

Il paradosso è che il Quirinale, così come Renzi, non fa che lanciare moniti contro le logiche correntizie. E ora Marra mette nero su bianco che l’”ordine cronologico” è “consigliato dall’opportunità di evitare scelte riferibili a una composizione del Csm diversa da quello che sta per insediarsi”. Cioè di rispettare le logiche correntizie.

Come se il capo della Procura più cruciale d’Italia dovesse essere scelto non in base al curriculum, ma all’etichetta. Lo Forte, classe 1948, ha retto accanto a Caselli il pool antimafia negli anni roventi del dopo-stragi, poi ha guidato la Procura di Messina. Lari, suo coetaneo, guida la Procura di Caltanissetta. Lo Voi, di 9 anni più giovane, non ha mai diretto un ufficio giudiziario. Non occorrono tessere o bandierine per decidere chi sia il più esperto. Intanto la Dia, nella relazione del 4 agosto, avverte che Cosa Nostra, dismessa la strategia provenzaniana della “sommersione”, è pronta a colpire con una nuova stagione di “scontro” dopo i 22 anni di Pax Mafiosa seguiti proprio alla Trattativa. Lo dimostra la “scomposta deriva intimidatoria” contro alcuni magistrati, in primis quelli che indagano sul patto Stato-mafia. Questo allarme dovrebbe accelerare la nomina del nuovo procuratore di Palermo. A meno che non si ricominci a trattare. E sempreché si sia mai smesso di farlo.

Tritolo per Fondi, provincia di Latina, territorio di Casale. Si ricomincia, o, meglio… non è mai finita

Se lo Stato non si decide a riprendere in mano la situazione in terra pontina… si finisce di andare a rotoli. Definitivamente! I clan e le ndrine sono padroni di quelle terre dove lo Stato è presente solo sulla carta. La politica è in parte corrotta e collusa e situazioni da brivido, come quelle di Fondi, Formia, Gaeta, Itri, Sperlonga ecc: non vengono affrontate con la necessaria determinazione. Il Porto di Gaeta, dove si registrano i traffici più impensati e sospetti, resta l’inosservato speciale. Ci sono presenze molto sospette e sulle quali bisognerebbe indagare a fondo e non lo si fa. Nell’edilizia, nel commercio, nella ristorazione, nel tempo libero ecc. L’impianto investigativo, fatta qualche rarissima eccezione, non è all’altezza e fa acqua da tutte le parti. Occorrono la DIA nel sud pontino e gente specializzata. Urgentemente!!! Prima che sia troppo tardi.

 

Latina e provincia a mano armata: in città si spara, a Fondi sventato attentato

Il mondo criminale del sud pontino sembra essersi risvegliato: un chilo di tritolo era diretto ad un grossista di frutta e verdura che opera nel centro che Maroni voleva sciogliere per mafia. E nel capoluogo un agguato e un’intimidazione in poche ore

Una bomba, in grado di provocare una strage. Un chilo di tritolo destinato ad un grossista di frutta e verdura di Fondi, la città crocevia delle mafie in provincia di Latina, a cavallo tra il Lazio e la Campania. Mandanti per ora ignoti, “ma sicuramente legati alla criminalità organizzata di livello nazionale”, spiegano gli investigatori pugliesi che hanno bloccato mercoledì mattina l’attentato, arrestando quattro persone, tre albanesi e un italiano. Erano i semplici esecutori, ‘gli sgherri’, pagati da mandanti di ben altro livello: “Se quell’ordigno fosse esploso si rischiava una strage”, commentano gli uomini del Gico pugliese, intervenuti sull’autostrada A14, fermando il commando pronto ad agire.

Nelle stesse ore a Latina si sparava. Martedì cinque colpi di pistola hanno raggiunto una pizzeria ben nota in città, Già sai nella zona del Lido, segno evidente di intimidazioni. E qualche ora dopo, nella giornata di mercoledì, vicino allo stadio un tabaccaio è rimasto a terra, gambizzato. Il mondo criminale del sud pontino sembra essersi improvvisamente risvegliato. Due processi hanno raccontato il territorio a sud di Roma come il terreno di conquista delle mafie. L’inchiesta Damasco – conclusasi con decine di condanne, alcune per associazione mafiosa – ha disegnato la mappa del territorio di Fondi, il comune che l’ex ministro Maroni voleva sciogliere per infiltrazione mafiosa, poi bloccato in extremis in consiglio dei ministri. E ancora il processo Caronte, che ha portato a due secoli complessivi di reclusione per i clan Sinti di Latina, le famiglie Ciarelli e Di Silvio, nomadi ormai radicati da decenni nella città pontina.

E’ stato il punto di svolta, la certificazione della presenza delle mafie nel sud del Lazio. Non solo la ‘ndragheta – rappresentata dai fratelli Tripodo, figli di don Mico, capobastone storico di Reggio Calabria, emigrati a Fondi negli anni ’70 – non solo la camorra, attiva all’interno del mercato ortofrutticolo sud pontino, gallina dalle uova d’oro per tantissimi anni, snodo logistico strategico, posto a cavallo tra la capitale e la provincia di Caserta. A Latina, raccontano i processi, è nata e cresciuta una malavita locale in grado di allearsi – fino a contrapporsi – con le organizzazioni storiche campane e calabresi, gestendo estorsioni e spaccio, investimenti e locali. Gli ultimi attentati – tra Fondi e Latina – mostrano uno scenario preoccupante. L’apparente equilibrio sembra essersi rotto, con le ali militari pronte a rimettersi in azione. A Fondi non si ricorda una potenza di fuoco così eclatante – un chilo di tritolo -, gli attentati degli anni scorsi si limitavano all’incendio di qualche azienda agricola o delle automobili dei politici locali ritenuti scomodi.

A Latina i precedenti sono invece più netti. Il processo Caronte partì dalle indagini seguite al duplice omicidio di Massimiliano Moro e Fabio Buonamano, episodi di una guerra criminale iniziata nel 2010 con un attentato al capoclan Carmine Ciarelli (poi condannato a 21 anni di reclusione). Oggi la provincia di Latina è rappresentata – come non mai – nella commissione antimafia. Ne fanno parte il senatore Pd Claudio Moscardelli, al suo primo incarico parlamentare e il ben noto senatore Claudio Fazzone, di Fondi. Fu proprio lui a difendere a spada tratta la città del sud pontino dallo scioglimento per mafia, sostenendo apertamente che la criminalità organizzata da quelle parti non ha mai messo le radici. Per lui e per il suo partito – Forza Italia – il vero problema era il prefetto Bruno Frattasi, l’autore della corposa relazione che chiedeva la destituzione dell’intero consiglio nella sua Fondi.

Andrea Palladino

No all’economia criminale nel calcolo dell’ISTAT. Insorge anche l’ANM

Pil: Anm, Istat faccia marcia indietro su quello criminale

14:46 ROMA (MF-DJ)–”Il Pil criminale non esiste: sarebbe un messaggio per il Paese estremamente negativo riconoscere e legittimare una simile mostruosita’. C’e’ poco da dire, mafia, camorra e ‘ndrangheta ringrazierebbero simile statistiche. L’Istat faccia marcia indietro”. Il segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati, Maurizio Carbone, a KlausCondicio si scaglia contro l’annuncio dell’Istat di recepire nel conteggio del Pil nazionale anche i proventi derivati dal commercio di droga e prostituzione, in una parola, “delle ricchezze gestite dalla cosche”. “Con questo provvedimento si da’ un riconoscimento alle attivita’ illecite delle organizzazioni criminali, legittimandone uno status e dando per vera una tesi completamente falsa e cioe’ che la criminalita’ produce lavoro e ricchezza, mentre, come tutti, i magistrati, i poliziotti, i carabinieri e i milioni di cittadini onesti sanno bene che – con l’usura, le tangenti e il pizzo – la criminalita’ condanna l’economia alla depressione – altro che ricchezza e Pil!”, sottolinea Carbone. “Lo Stato – ha precisato – non puo’ dire da un lato che la mafia distrugge l’economia e, dall’altro, riconoscerne i presunti proventi come meritevoli di dare un contributo alla ricchezza del Paese. Che messaggio diamo ai ragazzi? Dire, come fa Giovannini, che ce lo indica l’Eurostat, e’ ipocrita: significa ignorare che l’Italia non e’ la Svezia o la Danimarca, dove il giro criminale e’ relativo. In Italia le mafie controllano intere zone del Paese e dell’economia, e noi cosa facciamo, le premiamo? Con questo calcolo la mafia assurge alla dignita’ di Stato”. “L’Istat certificherebbe cosi’ che esiste uno stato mafioso nello Stato legale. E non bisogna dimenticare che le mafia si inserisce in tutte le attivita’ illecite, come anche la pedopornografia: l’Istat computera’ anche quei proventi nel calcolo statistico? – conclude il magistrato – Il Governo dia un messaggio di educazione alla legalita’, e quindi respinga questa indicazione. Un passo indietro sarebbe un bel messaggio per il nostro Paese e per chi ne ha a cuore le sorti, un bel messaggio per i giovani che non dovranno studiare nei libri di storia quanta ricchezza ha prodotto la mafia”

Ora basta. Che il popolo onesto scenda in piazza per dire NO alla criminalità

Contro questi delinquenti pronti ad uccidere per poche centinaia di euro

Ennesima rapina in Bitonto, una violenza inaudita, un dolore che dovrebbe colpire tutta l’intera comunità, criminali pronti ad uccidere per poche centinaia di euro, quelle mani pronte a sparare per poi scappare, vili, ignoranti, rifiuti di un mondo che continuano a disseminare di terrore e che sfregiano la città.

Ora basta, che il popolo onesto faccia sentire la propria voce e che scenda in piazza per dire NO alla violenza e alla criminalità, basta!

Basta soffrire, basta aver paura, basta vivere con quel timore che possa poi toccare a Noi …..quelle urla di disperazione che seguono ad ogni rapina.

Il mio Forza ed in” bocca a lupo” va al signore colpito durante la rapina, vittima innocente e a tutti coloro che hanno subito rapine e violenza .

Ora la risposta delle forze di polizia non si farà attendere, ma bisogna dimostrare a questi criminali che il popolo onesto è unito e compatto e che Bitonto non ha paura e che reagisce ed è vicino ad ogni suo “fratello” colpito!

Nessuno può minare il vivere, la vita, la tranquillità e la serenità di una intera comunità sono il bene primario.

Gennaro Ciliberto

http://www.dabitonto.com/cronaca/r/il-commento-ora-basta-che-il-popolo-onesto-scenda-in-piazza-per-dire-no-alla-criminalita/4056.htm

Orrore: e ci tocca ancora leggere “Nella mia città non c’é la mafia”!

Prodotto interno lordo e criminalità: ci salverà la mafia?

Nel nuovo calcolo ci sono le attività illegali. ‘Toccasana’ per i conti italiani. Ma i clan sono già dentro la nostra economia.

 

Ci salverà il male?
Nella tormentata navigazione dei conti pubblici, sempre più pregiudicati alla luce delle esigenze europee, entra per volontà dell’Ue un inquietante paniere, quello delle attività illegali: dalla droga alla prostituzione, al contrabbando, al florilegio di attività connesse.
SI RIMANDA IL DEF. Roba che, secondo la Commissione europea, vale un incremento di oltre 1 punto di Pil italiano (1,2%, per la precisione), e addirittura il doppio, 2,4%, su base continentale.
Non è uno scherzo, è tutto reale al punto che il governo ha rinviato il Def, il Documento di economia e finanza, alla prima settimana di ottobre in attesa della relativa riquantificazione, che dovrebbe consentire una toppa al rapporto deficit/Pil, crocifisso alla fatidica quota del 3%, e a quello debito/Pil, ormai oltre il 134%.
Una trovata creativa, se limitata agli aridi numeri. Una mesta constatazione della realtà, se trasfusa nella condizione effettiva del sistema-Paese: che senso ha nascondersi ancora che l’economia proibita conta quanto, se non più, di quella canonica?
Naturalmente, le conseguenze di un simile stato dell’arte non possono risultare né lievi, né indolori.
Non solo nelle proporzioni malavitose, che pure atterriscono.
UN 25% DI SOMMERSO ‘STORICO’. Nel 2013 la Guardia di finanza, confortata da documenti prodotti l’anno precedente dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, basata sui dati elaborati dalla Banca d’Italia, valutava in 170 miliardi di euro la ricchezza illegale che bene o male tiene in piedi il Paese, a sfiorare l’11 % del Pil. A fronte di un 25% di sommerso “storico”, incistato nel tessuto produttivo.
Ma tutti sanno che la misura del “nero” è più grande, al punto che nessuno sa o vuole quantificarla precisamente.
Di certo c’è che spaccio, racket, usura, varie attività illegali “tengono su” il Paese che affonda e non riesce a riemegere.
IL PARADOSSO ITALICO È APPARENTE. Paradosso solo apparente, perché la crisi, la disperazione, la mancanza di prospettive abbassano la soglia etica, quanto a dire che si traffica, si sbarca il lunario come si può.
Ne risulta un circolo allucinante: più malaffare si sgomina, più se ne origina.
Si svuota col cucchiaio il mare di criminalità, ma è come il mare di Lucio Dalla, non lo puoi fermare, non lo puoi recintare e non basta “decapitarlo”.
La mafia, formula comune per designare realtà planetarie che mantengono tratti d’analogia ma si diversificano in funzione della geopolitica, non è qualcosa che si ferma amputandola. Le sue teste ricrescono immediatamente come quelle dell’Idra.
O la sradichi, o puoi vincere tutte le battaglie del mondo ma la guerra la perderai. Che è precisamente quanto avvenuto in due secoli di lotta alla criminalità organizzata, le cui mutazioni genetiche e strategiche, all’inizio del Ventunesimo secolo, vengono comprese poco e male.

Boss capaci di capire in anticipo i cambiamenti dell’economia

Da molto tempo siamo stati edotti sulle evoluzioni della mafia. Il primo a capirle fu Giovanni Falcone con l’intuizione decisiva, aggedirne i patrimoni, colpirla al cuore.
Da allora si sa che la mafia, anzi le mafie, si sono trasfigurate, sfornano manager e tecnici, salgono di livello, inquinano la politica, la stritolano.
Tutto verissimo, ma anche tutto sorpassato.
PIÙ CONCENTRATI SUI JIHADISTI CHE SUI CLAN. Se i 20 anni di globalizzazione sono stati decisivi per le mafie internazionalizzate, che l’hanno capita e cavalcata prima di tutti, traendo beneficio dai meccanismi di apertura di imprese, mercati e territori, e creando dinamiche globali di settori criminali dalla droga alla prostituzione alle diaspore, il quadro muta ancora dopo gli assestamenti post Muro di Berlino, e nuovamente all’indomani del trauma delle Torri Gemelle. Evento che ha concentrato la sicurezza americana sul problema del terrorismo islamico, distogliendola in parte da quello delle criminalità organizzate (alle quali, anzi, è stata chiesta collaborazione da parte dell’Fbi), senza l’immediata compresione che queste ultime si avvalgono anche delle schegge politico-religiose, come la tragica cronaca di queste stesse ore non smette di confermare.
E senza contare il gigantesco impatto, per proporzioni, sofisticatezza ed estensione, del cybercrimine di cui racconta Misha Glenny, un inferno molto profondo ma le cui fiamme avvelenate risalgono fino in superficie anche se noi non ce ne accorgiamo.
Tutto oggi è più collegato, più intricato, più organico e, come avverte Jean François Gayraud, questore della polizia nazionale di Francia, nel suo Divorati dalla mafia, quello di una criminalità in grado di controllare il potere politico rischia di diventare un alibi che svia dalla precisa comprensione di una situazione più allarmante.
SE LA CRIMINALITÀ DIVENTA STATO. Le forme organizzate della malavita oggi, in Italia come nel resto del mondo, il salto di qualità l’hanno già fatto, trasformandosi dapprima in Stati, come nei Paesi satelliti del comunismo all’inizio degli Novanta, quindi evolvendosi in sovra-Stati, in multinazionali non solo del crimine.
Alla figura della criminalità rozza, evoluta in quella di imprenditrice dei mercati illegali, si sostituisce, dice Gayraud, quella dell’imprenditoria violenta dei mercati legali.
L’immissione di profitti illeciti su mercati legali origina imprese mafiose legali e gestione di attività mafiose legali e illegali secondo parametri imprenditoriali.
Nel 2010 un altro studio, Economia Criminale, del giornalista del Sole 24 Ore Roberto Galullo, tracciava la cartina dell’economia pericolosa in Italia, regione per regione: nessuna si salvava.
Nelle Marche, considerate ancora vergini, in provincia di Fermo pochi giorni fa i carabinieri hanno interrotto un summit a Montegranaro fra elementi della ‘Ndrangheta e criminali romeni e locali per spartirsi le attività illecite a venire.
La “linea delle palme”, il confine mafioso ipotizzato da Sciascia, è ormai una ragnatela, una colossale coperta infettata.

La finanza illegale è spesso indistinguibile da quella legale
Le mafie, più che in posizione dialettica col potere politico, diventano organismi fatti anche di politica, così come di istituzioni, di interi settori della società.
Il processo è andato oltre le strategie (che pure permangono) di colonizzazione della finanza ed dell’economia per raggiungere un livello superiore di compenetrazione, sì che ha poco senso oggi distinguere un mondo del male che si contrappone (per quanto infettandolo) al mondo sano della società e delle sue articolazioni.
Molto più che in passato, non c’è ambiente che non venga a patti con la sua parte negativa, dalla politica allo sport, dallo spettacolo alla comunicazione, dal commercio alla produzione, fino a distribuzione e smaltimento delle scorie.
SI DEVE COMPETERE CON LOGICHE MALAVITOSE. L’intero spettro della finanza è pressoché indistinguibile nelle sue componenti lecite o illegali, così come nella zona grigia, di collusione, di confusione, quasi inscindibile grazie al supporto delle tecnologie, della rete di internet che ha permesso di sviluppare velocemente le reti del credito globale e globalmente truffaldino.
E questa cos’altro è se non mafia endemica, inseparabile dalle altre componenti sociali?
Non esiste al mondo azienda di forti dimensioni che non sia indotta a competere su logiche di malavita planetaria.
Gli stessi Stati tollerano le varie forme criminali estese e organizzate, interne e internazionali, quando addirittura non sono emanazioni di poteri criminali usciti dal crollo dei regimi satelliti, come la fascia balcanica, albanofona, fino alla propaggine della Turchia, pesantemente condizionata dalla maffya.
NESSUNA NAZIONE È IMMUNE. Nessuna nazione è immune da una compenetrazioni con forme evolute e pervasive di malavita strutturata, la cui dimensione intercontinentale pregiudica un controllo territoriale e perfino una identificazione definita, sia in senso spaziale che di tipo orizzontale, ovvero legata alla sua penetrazione in senso geopolitico, articolata quanto e più di quella dei singoli Stati.
La trama delle alleanze tra formazioni criminali finisce di complicare il quadro. Il livello di comprensione del fenomeno, al limite dell’indeterminatezza, risulta problematico. È come se le mafie avessero capito meglio e prima gli scenari a venire, trasfondendosi nel mondo fino a rendersi indistinguibili.
Dimensione che non a caso è sempre stata la strategia prima, l’unica davvero irrinunciabile di ogni mafia che si rispetti.
Un po’ come nel famoso aforisma di Baudelaire sul diavolo, il cui primo e fondamentale successo è far credere che non esiste.
Da questa consistenza mafiosa ormai impalpabile, deriva, e questo è un punto ancora sottovalutato, una percezione pressoché nulla del fenomeno, qualcosa di endemico, che non ha più senso tentare di eliminare perchè troppo legato al codice genetico della società.
UN CONTAGIO ENDEMICO NELLA SOCIETÀ. In particolare al Sud, quello che Giorgio Bocca scriveva nel 1991: «Ciò che preoccupa gli italiani è che nel Mezzogiorno controllato dalla malavita non si sa più bene chi sia lo Stato e chi siano i delinquenti, chi amministri e chi sia amministrato, chi siano le guardie e chi i ladri». Parole che, un quarto di secolo dopo, suonano crudelmente lungimiranti. E certo non per il solo Meridione.
Questa entità per trasfusione, come un virus, è quella che porta a chiedersi: da dove si ricomincia?
Da dove, se non c’è aspetto del vivere che non sia inquinato, da dove se la percezione di ciò che è davvero illecito e comunque moralmente inaccettabile si è sfilacciata fino a diventare del tutto evanscente?
Da cui l’infinito perdonismo, nato da un’ipocrisia virtuosa, confessionale, ma che ormai ha tutta l’aria di essere l’unico atteggiamento socialmente possibile nella disperante assenza di qualsiasi alternativa. Che cosa sono la rassegnazione, l’indifferenza civile, la rinuncia, subìta o voluta dallo Stato, a proteggere i suoi cittadini e addirittura i suoi tutori, se non la conferma che non esiste più una mafia “cattiva”, esogena, ma solo una nube tossica che tutti respiriamo, convinti che sia l’unica aria possibile?

Massimo Del Papa

 

L’estate sommersa dai rifiuti: Calabria nel caos. Vibo al collasso, disagi anche nelle altre città

Gestioni approssimative, burocrazie, rimpalli di responsabilità. Ecco la Calabria invasa dalla spazzatura in piena estate. Nel Cosentino rientra allarme per la discarica di Celico. Ma Crotone e Reggio sono nei guai

Sarà un estate da ricordare per il tempo incerto, ma sarà anche la stagione estiva in cui quasi tutta la Calabria ha dovuto fare i conti con cumuli di spazzatura disseminati ovunque, conditi da roghi improvvisi dei cassonetti, odori nauseabondi e dubbi sulle conseguenze per la salute. Anni di emergenza, strapagati con montagne di milioni di euro, hanno generato montagne di rifiuti invece di risolvere i problemi. Le cause variano da provincia in provincia, ma il risultato è sempre lo stesso.

Così, a Vibo Valentia, basta una nuova aggiudicazione del servizio di raccolta per creare il più grande scempio ambientale che si sia mai visto. La città è persino peggio delle immagini di Napoli che, qualche anno fa, hanno fatto il giro del mondo. La situazione è drammatica. C’è già chi denuncia infezioni e problemi di salute. Il prefetto di Vibo Valentia, Giovanni Bruno, nel presiedere l’ennesimo vertice, è stato categorico anche rispetto alle responsabilità degli enti locali: «Ci saranno delle sanzioni disciplinari – ha detto – mi preoccupa, da uomo di Stato, la gestione dei cittadini che pagano le tasse in forma esagerata rispetto ai servizi che ricevono». Serviranno ancora giorni per completare l’iter burocratico che porterà all’avvio del nuovo servizio, ma intanto lo stesso prefetto prova a spegnere le polemiche: «Entro domenica la città dovrà essere pulita». Lo ha ripetuto più volte, anche se resta da capire come questo sarà possibile.

Dal Vibonese al Cosentino il passo è breve. Qui sotto accusa è finita la gestione della discarica di Celico prima chiusa e poi riaperta per i ritardi dei pagamenti della Regione. Ma oltre ai problemi di pagamento c’è anche un’ordinanza comunale vieta il transito ai mezzi autotreni e autoarticolati. L’obiettivo è quello di ristabilire un minimo di legalità lungo una strada completamente non idonea a sopportare un traffico merci di quella portata. Ma sullo sfondo si intravede già l’emergenza. Perché con la penuria di strutture pronte ad accogliere rifiuti, la chiusura di Celico rischia di inceppare l’intero sistema. Anche in questo caso non mancano le polemiche. Da una parte c’è la ditta che gestisce la struttura e che porta sul tavolo la richiesta delle spettanze dovute dalla Regione, dall’altra gli ambientalisti, secondo i quali si tenta solo di “battere cassa” per sollevare ulteriori polemiche e incassare denari. In mezzo c’è il problema concreto di una condizione già non proprio perfetta e che rischia di peggiorare giorno per giorno.

Non va meglio in provincia di Reggio Calabria. Il servizio funziona a singhiozzo in molte realtà, ma qui, come nella provincia di Catanzaro, preoccupano soprattutto quei centianaia di cumuli di immondizia che si registrano ovunque. Proprio a Reggio, i vigili del fuoco hanno dovuto lavorare per ore prima di riuscire a spegnere un incendio che ha interessato un ammasso di rifiuti ingombranti lungo la statale 106, provoncando anche diversi disagi. Nel Catanzarese, invece, le tantissime micro discariche presenti sul territorio, persino lungo le piazzole di sosta in molti tratti della statale 106, sono il segno di un sistema che non funziona, oltre che dell’inciviltà di qualcuno.

Infine, la provincia di Crotone. Anche qui i disagi aumentano giorno dopo giorno. Servizio poco puntuale, cumuli di spazzatura in città e in alcuni comuni della provincia e prospettive per nulla rosee. Impossibile, d’altronde, sperare in un futuro migliore, considerato l’allarme ripetuto più volte anche dall’istituzione regionale, mentre c’è chi resta impegnato nella ricerca di responsabilità e nel rimpallo dei ruoli che a nulla servono rispetto ai problemi quotidiani.

Saverio Puccio

http://www.ilquotidianodellacalabria.it/news/cronache/728802/L-estate-calabrese-e-stata-sommersa.html<

Latina, gambizzato il titolare di una tabaccheria

Nel primo pomeriggio, di un tranquillo mercoledi d’estate,a Latina, il titolare di una tabaccheria all’angolo tra via dei Mille e la circonvallazione è stato gambizzato. L’uomo è stato celermente soccorso e trasporto in ospedale.

Sul posto sono prontamente intervenuti i carabinieri e la polizia. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, l’assalitore sarebbe entrato con il casco in testa e senza proferire parola ha sparato 2 colpi. Il primo colpo è andato, per fortuna,a vuoto il secondo ha ferito il titolare della tabaccheria alla caviglia. La squadra mobile e la scientifica stanno effettuando i rilievi del caso ed hanno aperto le indagini.

http://www.nottecriminale.it/noc/index.php?option=com_k2&view=item&id=5502:latina-gambizzato-il-titolare-di-una-tabaccheria&Itemid=130<

L’odissea di una testimone di giustizia

L’odissea di una testimone di giustizia (INTERVISTA)

La storia di Carmelina Prisco che nel 2003 ha assistito ad un omicidio di camorra a Mondragone e ha testimoniato facendo condannare il killer. Questa scelta, però, le ha cambiato la vita.

Una “rosa nel deserto”. Così l’ha definita nel suo primo libro il magistrato antimafia, Raffaele Cantone. Era lui il pubblico ministero antimafia che raccolse la testimonianza di Carmelina Prisco. Non una testimonianza qualsiasi; un dettagliato e lucido resoconto di un omicidio di camorra. Carmelina fino a quel giorno non aveva mai avuto a che fare con la camorra. Era un’insegnante con una piccola ditta di pulizie con la quale provvedeva alle spese della sua numerosa famiglia. La notte tra il 13 e il 14 agosto del 2003 la camorra però ha bussato prepotentemente alla porta della sua vita e lei non ha abbassato la testa. In quella notte estiva, lei era in bici con le amiche e organizzava cosa fare per il ferragosto quando dei colpi di arma da fuoco squarciarono il suono delle loro risate.

Tra i tavolini del “Roxy bar” di Mondragone rimase ucciso Giuseppe Mancone, detto Rambo, spacciatore della zona. Ad esplodere i colpi mortali fu Salvatore Cefariello, di Ercolano, affiliato al clan Birra. In quel periodo i Birra stavano conducendo degli affari di droga con il clan Fregnoli, che a Mondragone ha sostituito il clan La Torre dopo il pentimento del capoclan Augusto, e gli inquirenti sospettano che quell’omicidio fosse un regolamento di conti affidato ai nuovi partners per testarne l’affidabilità. Carmelina con le sue amiche era praticamente a dieci metri dall’assassino. Vide tutta la scena e rimase paralizzata. Ma ricordava tutto del killer, scene come queste rimangono impresse. Chiamò i carabinieri ma non fanno in tempo a trovare il killer.

Il mattino seguente Carmelina fece quello che riteneva più giusto. Andò spontaneamente dai carabinieri, raccontò tutto quello che aveva visto. Fornì un identikit dell’omicida, disegnandolo di suo pugno. Dopo qualche mese il killer venne arrestato e lei si presentò al riconoscimento, incastrandolo. Lo stesso al processo. Tutto questo per lei fu normale ma da quel giorno la sua vita cmabiò radicalmente. Venne inserita nel programma di protezione dei testimoni di giustizia e dovette lasciare da un giorno all’altro tutto. Lavoro, famiglia, amici, tutto quello che aveva per andare in “stand by” per oltre tre anni. Tre anni durissimi passati tra una stanza d’albergo e l’altra, spostata come un pacco nemmeno tanto gradito allo Stato.

Chi doveva tutelarla, la trattava quasi come se fosse un collaboratore di giustizia, lei che con la camorra non aveva mai lontanamente avuto a che fare. Lei che con il suo gesto non aveva solo fatto arrestare un killer della camorra ma aveva abbattuto un muro d’omertà che da anni imperava nel casertano. A nove anni da quell’omicidio lei vive ancora a Mondragone. Senza alcuna tutela. Ma soprattutto senza quel lavoro e quella vita che si era costruita con tanta fatica. E’ disoccupata adesso e non sa come tirare avanti. Allo Stato verso il quale aveva dimostrato la sua lealtà non chiede che una possibilità che meriterebbe molto più di altri. Tutto quello che le resta è la sua dignità ma solo con quella anche una “rosa nel deserto” rischia di appassire.

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