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Bella fregatura sarebbe stata per Lai, Franceschetti & Co. la liberalizzazione delle droghe leggere

MADDALONI. Bella fregatura sarebbe stata per Lai, Franceschetti & Co. la liberalizzazione delle droghe leggere. I RUOLI di Michele Gazzillo il benzinaio, di Raffaele Murante e del titolare della pompa di via Ficucelle

In calce all’articolo lo stralcio dell’informativa

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MADDALONI – I traffici della droga, cosiddetta leggera rappresentano un’attività criminale molto remunerativa. Non è il caso di adattare discorsi, almeno per il momento a queste narrazioni maddalonesi, collegandole al dibattito che si è sviluppato in questi giorni sulla liberalizzazione delle droghe leggere. In effetti, qualcosa da dire ci sarebbe, ma questo ragionamento lo svilupperemo, eventualmente fra qualche giorno.

Per oggi, riteniamo interessante pubblicare uno stralcio di una informativa, nella quale affiorano altri nomi che galleggiano tra lo status di acquirenti e quello di microspacciatore.

I nomi sono quelli di Raffaele Murante, di Michele Gazzillo, detto il benzinaio, e quello di un acquirente significativo, cioè il titolare del distributore Q8 di via Ficucelle, A. N.

Intercettazioni, dichiarazioni in cui si nega anche davanti all’evidenza, mezze ammissioni dentro a operazioni di compravendita che vedono il “solito” Vittorio Emanuele Franceschetti, fratello di Vittorio Lai recitare il ruolo di protagonista e di autentico motore dell’attività di spaccio.

G.G.

QUI SOTTO LO STRALCIO DELL’INFORMATIVA

 

 

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PUBBLICATO IL: 19 agosto 2016 ALLE ORE 21:36 

Camorra. Pizzo e droga, finiscono sotto giudizio 43 persone

Camorra. Pizzo e droga, finiscono sotto giudizio 43 persone

Camorra. Pizzo e droga, finiscono sotto giudizio 43 persone
Le persone indagate sono della provincia di Napoli e Caserta: il blitz risale allo scorso 24 maggio

di REDAZIONE

MONDRAGONE. Sono 43 gli imputati sotto processo. Il giudice per le indagini preliminari ha disposto, su richiesta del pm della Dda di Napoli, il giudizio immediato per i 43 arrestati, tra carcere e domiciliari, coinvolti nell’operazione che culminò nel blitz portato a termine lo scorso 24 maggio. La prima udienza è stata fissata per il prossimo 12 ottobre davanti alla prima sezione, collegio A, del tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Alcuni degli imputati hanno già depositato la richiesta di essere giudicati con il rito abbreviato. Estorsione e spaccio di droga i reati di cui sono accusati, a vario titolo, gli imputati. Ad eseguire gli arresti furono i carabinieri della compagnia di Mondragone che diedero esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare fra Campania, Lazio e Lombardia (nelle province di Caserta, Napoli, Latina, Varese, Pavia e Roma).

In 39 finirono in carcere, in 5 ai domiciliari; 7 furono i destinatari di divieti di accesso e di dimora in Lazio e Campania. Le accuse, contestate a vario titolo, sono di associazione per delinquere di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione e ricettazione. Il tutto con l’aggravante del metodo mafioso. L’attività di polizia diretta del procuratore capo di Napoli Giovanni Colangelo, dal procuratore Giuseppe Borrelli e coordinata dal pm Antonio D’Amato (ora procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere), oltre ai sostituti Alessandro D’Alessio e Maria Laura Lalia Morra.

Le indagini partirono nel febbraio 2014 e furono incentrate sulle estorsioni ai danni di imprenditori locali e ditte edili impegnate in lavori pubblici. Dall’inchiesta emerse però anche l’esistenza di un’associazione per delinquere per il traffico e la vendita di stupefacenti (cocaina, crack, hashish e marijuana), con a capo esponenti del clan e alle dipendenze i numerosi pusher delle piazze del litorale.

19/08/2016

fonte:www.internapoli.it

Valenzano, blitz della polizia per la mongolfiera. E il sindaco attacca il Pd per la denuncia sui clan

Valenzano, blitz della polizia per la mongolfiera. E il sindaco attacca il Pd per la denuncia sui clan

La Repubblica, Venerdì 19 agosto 2016

Valenzano, blitz della polizia per la mongolfiera. E il sindaco attacca il Pd per la denuncia sui clan

Il deputato pd Ginefra, che aveva sollevato la vicenda, e il sindaco della Città metropolitana Decaro nel mirino del primo cittadino. I poliziotti a casa della famiglia che ha pagato il pallone per la festa patronale

di FRANCESCA RUSSI

Sale sul palco e si accalora. “Ci devono chiedere scusa – grida il sindaco di Valenzano, Antonio Lomoro, eletto con il centrodestra – Ci devono chiedere scusa per aver fatto passare Valenzano per un paese mafioso, ma faranno i conti”. Il primo cittadino la prende sul personale. La denuncia del deputato pd Dario Ginefra, con tanto di interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, sulla presenza, durante la festa patronale di San Rocco, di una mongolfiera sponsorizzata dalla famiglia Buscemi, legata al clan degli Stramaglia, non va giù al sindaco.

La Curia: “Gesto blasfemo”. Così, prima di un concerto, Lomoro sale sul palco e si scaglia contro Ginefra. Non solo. Ne ha anche per il sindaco della Città metropolitana, Antonio Decaro, il quale ha sostenuto l’iniziativa del parlamentare additando come intollerabili le esibizioni di potere del clan sul territorio. Il messaggio sulla mongolfiera è stato bollato come “blasfemo” anche dalla Curia. Il sindaco di Valenzano, però, è irremovibile.

Il blitz dei poliziotti. Non una parola di condanna verso quel messaggio. Non una parola contro la criminalità. Anzi. Lomoro pretende le scuse di Ginefra e Decaro “per quello che è stato montato a danno della mia Valenzano”. Come se quel messaggio, fatto realizzare ad hoc dall’artigiano che ha costruito la mongolfiera, fosse una montatura. Con tanto di dedica a san Michele, quasi certamente un omaggio al boss deceduto Michelangelo Stramaglia. Poche ore dopo è scattata a Valenzano un’operazione di polizia, denominata ‘Alto impatto’, disposta dal questore Carmine Esposito con controlli straordinari nelle piazze cittadine. Le volanti della questura con le squadre cinofile hanno passato a tappeto giardini e piazze di Valenzano e sono piombati in casa del pregiudicato Salvatore Buscemi per una perquisizione.

Droga a casa Buscemi. Si tratta della stessa famiglia Buscemi – i nipoti dell’omonimo boss palermitano Buscemi e del capoclan valenzanese (deceduto) Michelangelo Stramaglia – che ha commissionato il pallone aerostatico. All’interno dell’abitazione i poliziotti hanno trovato alcuni grammi di hashish e marijuana e alcune cipolle di cocaina. Buscemi è stato portato via dalla polizia e la sua posizione è al vaglio degli inquirenti.

“Chiedete scusa ai valenzanesi”.
 Tornando al comizio di Lomoro, il sindaco ha anticipato che “sto organizzando” una fiaccolata in onore di san Rocco e in onore di tutti i cittadini di Valenzano. A questa fiaccolata inviterò personalmente Decaro e Ginefra e devono essere con me in prima fila per chiedere scusa ai cittadini di Valenzano”. A lui si accoda anche il presidente del comitato organizzatore della festa patronale, Davide Abbinante, che ringrazia “tutti i cittadini di Valenzano, dal primo all’ultimo, tutta gente rispettabile”. Buscemi inclusi, evidentemente.

Ginefra: “Io contro i clan mafiosi”. Il deputato dem Ginefra non fa attendere la sua risposta. “Dobbiamo fare tutti i conti? E con chi? Per ora sembrerebbe che durante la festa di San Rocco vi sia stata una distrazione collettiva. Sembra che nessuno si sia accorto né che qualcuno stava lanciando senza autorizzazione quattro mongolfiere, né che su una di esse vi fosse il messaggio della famiglia Buscemi. Nessuno – va avanti – ha mai detto che Valenzano è un paese mafioso: ho affermato e affermo che a Valenzano, come a Bari (città a guida Pd) e in tanti comuni dell’hinterland barese, sono presenti clan mafiosi contro i quali io non esito a schierarmi”.

Decaro: “Un appello per la legalità“. Anche la replica di Decaro arriva a stretto giro di posta. “Spiace constatare come il sindaco di Valenzano non abbia colto il senso né dell’allarme lanciato da Ginefra né quello delle mie parole”, scrive il sindaco di Bari e della Città metropolitana. “Il suo intervento dal palco lascia sinceramente interdetti: non c’è di che chiedere scusa ai cittadini di Valenzano, perché il mio appello in difesa della legalità credo sia condivisibile da tutti coloro i quali hanno a cuore le sorti della propria comunità, e non è certo nascondendo la presenza della criminalità o i suoi tentativi di ribadire la propria presenza sul territorio che si rende un servizio alla propria città“.

E ancora: “Soltanto un cambio di mentalità che prescinde dall’appartenenza politica può far crescere il nostro territorio: chiamare per nome la mafia, comunque manifesti la sua arroganza, è la strada” prosegue Decaro. “Tenere alta l’attenzione, invitare i cittadini a denunciare comportamenti illegali e richieste di pizzo, non voltare lo sguardo dall’altra parte, anche quando farebbe comodo. È quello che i rappresentanti delle istituzioni sono chiamati a fare. Non polemiche sterili, non difese d’ufficio, né strumentalizzazioni politiche. Mi auguro che il sindaco di Valenzano, che peraltro non ho citato né accusato di alcunché, ripensi a quello che ha detto e scelga di unirsi senza esitazioni alla schiera degli amministratori locali che ogni giorno lavorano al fianco delle altre istituzioni per contrastare qualsiasi infiltrazione criminale nel tessuto produttivo e sociale della propria terra”.

Caffé, slot machine, amministrazioni comunali condizionate e federazioni camorristiche. ECCO IL NUOVO REPORT SUI CLAN DI CASAL DI PRINCIPE, MONDRAGONE E CASAPESENNA…Nel report emerge anche il sostanziale e concreto indotto derivante dall’imposizione delle slot machine e dalla fornitura obbligatoria di caffè, con proiezioni anche in LAZIO E TOSCANA .

Caffé, slot machine, amministrazioni comunali condizionate e federazioni camorristiche. ECCO IL NUOVO REPORT SUI CLAN DI CASAL DI PRINCIPE, MONDRAGONE E CASAPESENNA…

Nella relazione della Dia la nuova mappatura del crimine

CASAL DI PRINCIPE - Ormai è un dato acquisito che si va confermando da anni quello delle due italie dove opera la camorra e le altre organizzazioni criminali. Dalla relazione della Dia secondo semestre 2015 non solo è stata disegnata la mappa dei clan operanti in provincia di Caserta, ma viene anche delineata la capacità di penetrazione nel Nord Italia. L’approccio, comunque è diverso. Perchè in provincia di Caserta si investe in un’economia che ha già avuto un’ingerenza criminale, mentre al Nord si tenta di inserirsi in contesti puliti per riciclare denaro.

In linea generale, si può dire che la camorra si conferma un’organizzazione criminale piuttosto frammentata, dagli equilibri sempre instabili. Diventa, a questo punto, difficile considerare la camorra come un’organizzazione unitaria. Si preferisce, infatti, parlare di camorre, utilizzando, dunque, l’accezione plurale.

E’ da registrare una crescente apertura imprenditoriale dei clan, con le famiglie camorristiche che delegano ad altre cellule criminali la gestione dei tradizionali affari illeciti. I clan ricevono, comunque, una percentuale importante dai ricavi di queste attività. Parliamo dei business legati al contrabbando, alla droga e anche alla ricettazione.

Dal punto di vista organizzativo, tende a scomparire qualunque differenza sessuale nella gestione di un clan. Le donne sono sempre più protagoniste. La conferma è arrivata dall’omicidio di Nunzia D’Amico, sorella del principale esponente dell’omonimo clan.

Per quanto riguarda il clan dei Casalesi, la relazione della Dia ci dice che continua ad incidere sulla provincia di Caserta, e che ha avuto contatti per la gestione del traffico della droga con i clan della Vanella Grassi di Napoli.

Con l’operazione Azimuto è stato inoltre svelato l’accordo federativo con i sottocartelli della costa Fragnoli-Pagliuca a Mondragone e gli Esposito a Sessa Aurunca.

Nel report emerge anche il sostanziale e concreto indotto derivante dall’imposizione delle slot machine e dalla fornitura obbligatoria di caffè, con proiezioni anche in Lazio e Toscana.

Dalle indagini è emerso anche il confermato “interesse dei Casalesi, specialmente della fazione Zagaria, a condizionare l’andamento della pubblica amministrazione”. E qui l’operazione Medea ha dimostrato anche come.

Poi va annotata la vicenda Jambo-Trentola Ducenta.

PUBBLICATO IL: 18 agosto 2016 ALLE ORE 13:54 

fonte:www.casertace.net

Minacce a cronista di Acerra la solidarietà del sindacato giornalisti.La solidarietà anche dell’Associazione Caponnetto.

Il Mattino, Giovedì 18 Agosto 2016,

Minacce a cronista di Acerra la solidarietà del sindacato giornalisti

«Nino Pannella, cronista del “Roma” da Acerra, è stato minacciato. Gli hanno intimato a chiare lettere di non scrivere più di affari di camorra per non “far dispiacere” i banditi di turno. Sul caso stanno indagando i carabinieri e ci auguriamo che individuino al più presto gli autori delle intimidazioni. Ma le minacce, becere come chi le ha pronunciate, non metteranno il bavaglio a nessuno. Nino, come tanti altri giornalisti minacciati, non è solo». È quanto afferma una nota del Sindacato unitario giornalisti della Campania.

«I pezzi da Acerra continueranno ad essere pubblicati – è scritto ancora nel comunicato – e da oggi porteranno la firma di tanti altri giornalisti, quelle del segretario generale e del presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Beppe Giulietti, quelle del segretario del Sindacato unitario giornalisti della Campania, Claudio Silvestri, del presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania, Ottavio Lucarelli, di Sandro Ruotolo, costretto a vivere sotto scorta e da sempre in prima linea per la libertà di stampa, del consigliere nazionale della Fnsi Gerardo Ausiello e di tanti, tanti altri. Siamo un esercito, nessuno può limitare il diritto di informare e di esserti informati».

P.S.L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO ESPRIME AL GIORNALISTA  PANNELLA  ED A TUTTI GLI ALTRI SUOI COLLEGHI CAMPANI  E DI ALTRE REGIONI DEL PAESE MINACCIATI DAI MAFIOSI  I SENTIMENTI DELLE PIU’ VIVE VICINANZA E SOLIDARIETA’

Oltre 5mila affiliati e 115 clan. Ecco l’esercito della camorra tra Napoli e provincia.Solo Napoli e provincia e non tutta la Campania.

Oltre 5mila affiliati e 115 clan. Ecco l’esercito della camorra tra Napoli e provincia
Sarebbero almeno 115 i gruppi malavitosi che gestiscono gli affari illeciti

di REDAZIONE

NAPOLI. Quello che emerge dalla relazione del ministero dell’Interno sulle attività e risultati della Dia in Campania è un quadro allarmante. Tra Napoli e provincia sono ben 115 i clan attivi di cui 50 si dividono il Capoluogo e 65 sono molto attivi nell’hinterland.

Una situazione più che drammatica se si pensa alle migliaia di persone che gravitano intorno alle varie cosche. Sarebbe impossibile fare un calcolo preciso del numero di affiliati presenti tra Napoli e la provincia ma si tratta di un vero e proprio esercito. Calcolando, infatti, che ogni clan può contare in media su una cinquantina di persone che hanno un ruolo attivo all’interno della cosca ecco che, in tutto la provincia, sarebbero presenti almeno cinquemila persone che gravitano nelle orbite camorristiche.

Un vero e proprio esercito di boss, ras, affiliati,pusher, pali e killer. Dopo aver analizzato la situazione a Napoli, il ministero dell’Interno ha diviso la provincia in tre grandi aree: versante occidentale, versante occidentale e ver-sante meridionale. Ben 65 clan attivi sul territorio che spesso si alleano tra di loro per espandere il proprio potere ovvero sono in guerra per il controllo degli affari illeciti.

17/08/2016

fonte:www.internapoli.it

Lotta al gioco d’azzardo, sale giochi sequestrate nel Napoletano. A quando i controlli anche in provincia di Latina ?

Il Mattino, Mercoledì 17 Agosto 2016

Lotta al gioco d’azzardo, sale giochi sequestrate nel Napoletano

I carabinieri della compagnia di Castello di Cisterna hanno svolto uno specifico servizio finalizzato al contrasto delle scommesse illegali e del gioco d’azzardo. In particolare hanno ispezionato 25 locali pubblici con sale giochi dislocate sul territorio, denunciando in stato di libertà per esercizio abusivo dell’attività di gioco e scommesse, mancata esposizione della tabella dei giochi proibiti ed esercizio di gioco d’azzardo sei persone del luogo. Durante i controlli sono stati sequestrati, ad acerra, quattro sale scommesse abusive che esercitavano l’attività di «gioco a distanza» avvalendosi di siti web gestiti da società estere non abilitate allo svolgimento in Italia. Gli immobili, con le relative apparecchiature, per un valore complessivo di 40mila euro, sono stati sequestrati. Gli accertamenti effettuati dai carabinieri hanno consentito di irrogare 12 sanzioni amministrative, per complessivi 265 mila euro, rinvenire e sequestrare numerosi apparecchi (slot machine e postazioni «virtual games») appositamente modificati per eludere il collegamento alla rete dei monopoli di stato.


 

Bari, il nome del clan sulla mongolfiera per il patrono. Ginefra (Pd): “Il Viminale intervenga”.Sidano lo Stato.

La Repubblica, Mercoledì 17 agosto 2016

Bari, il nome del clan sulla mongolfiera per il patrono. Ginefra (Pd): “Il Viminale intervenga”
A Valenzano, 18mila abitanti alle porte del capoluogo, il nome Buscemi, originario della Sicilia, è collegato al clan Stramaglia-Parisi. Carabinieri al lavoro per valutare i meccanismi che regolano le sponsorizzazioni

di Francesca RUSSI

Una mongolfiera colorata durante i festeggiamenti per san Rocco. Con un messaggio particolare. Sul pallone aerostatico lanciato in cielo c’è la firma della famiglia Buscemi. Un cognome legato alla criminalità organizzata. A Valenzano, 18mila abitanti alle porte di Bari, il nome Buscemi, originario della Sicilia, è collegato al clan Stramaglia-Parisi. A denunciare l’accaduto è il deputato pd Dario Ginefra attraverso il proprio profilo Facebook.

“A Valenzano c’è stata la festa patronale. La famiglia Buscemi ha fatto mettere un messaggio con dedica sulla mongolfiera che viene lanciata, tradizionalmente, in occasione della conclusione dei festeggiamenti del 16. Si tratta di una sponsorizzazione da parte del clan omonimo?”, si chiede il parlamentare dem. Che aggiunge: “Ho rivolto un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno, ma mi auguro che i media locali e nazionali diano evidenza a un episodio che, se confermato, rappresenterebbe una grave manifestazione che spero trovi l’immediata, sia pur tardiva, presa di distanza delle autorità religiose e civili locali”.

I carabinieri della stazione di Valenzano, dopo aver acquisito la fotografia pubblicata sui social, si sono recati al Comune per capire i meccanismi di sponsorizzazione della mongolfiera e valutare quanto accaduto e denunciato dal deputato.

Icem, confermata l’interdittiva antimafia: contigua alla ‘ndrangheta.

.A  fare i lavori nel Porto di Formia  visti  soggetti e mezzi appartenenti alla ndrangheta. I militari avevano appurato, effettuando appostamenti per un mese, che ad eseguire quei lavori da 960mila euro non era presente alcun mezzo della società pontina, ma mezzi e personale di società calabresi ritenute espressione delle cosche del crotonese. In porto visti inoltre diversi soggetti legati alla‘ndrangheta.

di 

Fiamme nel deposito di veicoli M5S: «Precisa strategia dei clan»

Il Mattino, Martedì 16 Agosto 2016

Fiamme nel deposito di veicoli M5S: «Precisa strategia dei clan»

NAPOLI – «Chiederemo con una mozione al Consiglio regionale d’impegnare la giunta d’intesa con il ministero dell’Interno di attivarsi per reperire aree libere nell’ambito della Campania da attrezzare e destinare a depositerie giudiziarie». Lo dice il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Vincenzo Viglione, segretario della Commissione anticamorra commentando «l’ennesimo rogo di vaste proporzioni che ha distrutto il deposito giudiziario di veicoli sequestrati a viale Europa a Torre del Greco».

«Sono almeno quattro anni che puntualmente le poche depositerie giudiziarie dislocate tra Napoli e i Comuni alle porte della città vengono distrutte da improvvisi incendi per lo più dolosi e sempre guarda caso a ridosso di Ferragosto – sottolinea – nel mirino finiscono proprio quelle strutture di cui si servono le forze dell’ordine per mettere in custodia i mezzi a due ruote nel corso di controlli del territorio e blitz contro i clan».

«C’è una strategia chiara ed efficace da parte della criminalità organizzata – denuncia Viglione – togliere luoghi dove depositare le moto sequestrate e indurre le forze dell’ordine a riaffidare in custodia ai proprietari i mezzi». «Dalle carte delle diverse inchieste viene fuori un comune modus operandi in particolare dei killer – sottolinea – l’utilizzo di determinati modelli di moto per portare a termine gravi reati come omicidi, raid intimidatori e microcriminalità».

«Riteniamo che la Regione Campania può dare un segnale importante – evidenzia – il Movimento 5 Stelle lo chiederà con una mozione che impegni la Giunta a mettere a disposizione aree da attrezzare e affidare alle forze dell’ordine». «Della vicenda ho già sollecitato la Commissione anticamorra – conclude Viglione – e a breve depositeremo un’articolata interrogazione parlamentare rivolta al Ministro dell’Interno Angelino Alfano dove chiederemo anche più risorse per pagare le custodie».

‘Ndrangheta e politica, nulla da fare per Caridi. Il senatore di Gal rimane in carcere

Il Fatto Quotidiano, Martedì 16 agosto 2016

‘Ndrangheta e politica, nulla da fare per Caridi. Il senatore di Gal rimane in carcere

Il Tribunale della Libertà ha rigettato la richiesta dei difensori del vicecoordinatore regionale di Forza Italia accusato dalla Dda dello Stretto di far parte di una “cupola” segreta. Restano detenuti anche altri tre

di F. Q.

Nulla da fare per il senatore Antonio Caridi. Il parlamentare reggino, coinvolto nell’inchiesta denominata “Mammasantissima”, dovrà rimanere dietro le sbarre. Così ha deciso il Tribunale della Libertà che ne ha rigettato le istanze difensive. Il Tribunale della libertà di Reggio Calabria, presieduto da Natina Pratticò, ha infatti rigettato la richiesta di scarcerazione presentata dai difensori di Caridi. Il senatore di Gal é detenuto nel carcere di Reggio Calabria dopo che l’Aula di Palazzo Madama il 4 agosto scorso ha dato il via libera all’arresto chiesto dai magistrati della Dda reggina. Analoga decisione é stata presa dai giudici del Tribunale della libertà per altre tre persone coinvolte nell’inchiesta, l’ex sottosegretario e consigliere della Regione Calabria Alberto Sarra e gli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. La cosiddetta “cupola degli invisibili”, come viene definita dai magistrati della Dda, si sarebbe anche attivata, sempre secondo l’accusa, per orientare le scelte elettorali della ‘ndrangheta, ed in particolare della cosca egemone a Reggio Calabria, quella dei De Stefano. Il Tribunale, nell’ordinanza con cui ha rigettato le richieste di scarcerazione, ha soltanto proceduto alla riqualificazione del reato in ordine alla posizione dell’ex sottosegretario Sarra, per il quale, pur confermando la sua appartenenza alla Cupola, ha escluso che ne sia stato promotore. Era stato proprio Sarra a tirare in ballo Caridi indicandolo in un interrogatorio come il dominus dei finanziamenti dirottati tramite Fincalabria, società in house della Regione che si occupa di sostenere gli imprenditori locali. “A mio parere – aveva sollecitato i magistrati il 2 agosto scorso – non è stato casuale che il Caridi sia stato individuato quale assessore alle Attività produttive”.

Rifiuti i camion della camorra si sono trasferiti nel Molise (27 ottobre 2010)

 

rifiuti i camion della camorra si sono trasferiti nel Molise (27 ottobre 2010) 

di Paolo De Chiara
“Si sono trasferiti in Molise gli eco mafiosi collegati al clan dei Casalesi, gli uomini che hanno gestito il trasporto dei rifiuti tossici fino alle discariche, ormai sequestrate e inagibili, di Giugliano, Licola, Parete. Operano soprattutto in provincia di Isernia, non disdegnano quella di Campobasso dove corteggiano due impianti autorizzati dalla Regione: la discarica di Montagano e il depuratore Cosib di Termoli”. In questo modo la giornalista de Il Mattino Rosaria Capacchione, minacciata di morte dalla camorra, si è espressa in un articolo uscito ieri su Il Mattino (“E i clan portano i veleni in Molise”). Da troppi anni in Molise è stato lanciato l’allarme. Secondo Rosaria Capacchione, che abbiamo sentito telefonicamente: “I segnali c’erano anche prima. Adesso ci sono più strumenti e più capacità per riconoscere quei segnali. Stiamo parlando di una situazione stabile. Loro si spostano dove ci sono i soldi da fare. E, soprattutto, dove possono operare più tranquillamente”. E in Molise operano da anni in silenzio. Per la classe dirigente di questa Regione “il Molise è un’isola felice”. Non è affatto così. In Molise le mafie fanno i loro sporchi affari. Riciclano il denaro sporco, investono e sversano i loro veleni. Già dieci anni fa si poteva apprendere dal Rapporto annuale sul fenomeno della criminalità organizzata: “Il Molise risente sia lungo la fascia adriatica che nella zona di Venafro e Termoli, di infiltrazioni dei sodalizi criminali pugliesi e campani. Nella provincia di Campobasso si sono, inoltre, verificati episodi estorsivi perpetrati da gruppi criminali di origine campana e pugliese, in collegamento con pregiudicati locali”. Nel Rapporto era chiaramente indicato che “nella provincia di Isernia la criminalità organizzata campana è attiva nel settore del traffico di sostanze stupefacenti; nelle zone di Venafro e del Matese (area, quest’ultima, condivisa con la provincia di Caserta) sarebbe inoltre riuscita ad infiltrarsi nel tessuto economico locale mediante il controllo di attività imprenditoriali. L’area a ridosso dei confini campani risente dell’influenza del clan La Torre di Mondragone (CE). Si sono, altresì, evidenziati segnali di acquisizioni, da parte di affiliati a cosche di origine catanese, di aziende da sfruttare per il riciclaggio di capitali illeciti”. Nel rapporto si evidenziano le operazioni più significative compiute dalle forze di polizia. Come quella del 13 luglio 2000 fatta a Termoli, dove i militari dell’Arma dei Carabinieri arrestarono il latitante Aniello Bidognetti, elemento di spicco del clan dei Casalesi, responsabile di associazione di tipo mafioso finalizzata alla commissione di omicidi, estorsione ed altro. Solo dopo dieci anni si è arrivati a siglare un Protocollo di Legalità tra la Prefettura di Isernia, la Provincia, le forze dell’ordine e diversi Comuni. Nel maggio scorso, precisamente a Cantalupo del Sannio, la divisione anticrimine della Questura di Napoli, mise le mani sui beni del boss di Sant’Anastasia Antonio Panico. Il valore degli appartamenti e dei terreni sequestrati si aggirava intorno ai due milioni di euro. Come non ricordare l’arresto di Massimiliano Conti, il 38enne originario di Pescolanciano, uno dei titolari delle quote societarie della sala “Bingo Boys” di Teverola, già al centro di inchieste di camorra. Mentre nel luglio scorso la direzione distrettuale antimafia di Napoli, nel blitz che portò in carcere 44 persone, evidenziò la presenza di due soggetti, presunti affiliati dei casalesi, a Toro, in provincia di Campobasso. Da qualche settimana avevano preso in affitto una casa nel piccolo centro molisano. In provincia di Isernia nel febbraio scorso, grazie all’operazione della guardia di finanza di Caserta, vennero messi i sigilli ai beni dell’imprenditore del gas Giuseppa Diana. L’esponente del clan dei Casalesi che aveva tentato anche la scalata per l’acquisizione della Lazio Calcio. I tanti segnali, come il sequestro di un’azienda (che operava solo sulla carta) ad Isernia. “L’Euroingros – secondo il comandante della guardia di finanza di Isernia Giacomo D’Apollonio – sulla carta era un’attività che operava nel settore dei detersivi. Ma di fatto non ha mai operato. La società era intestata a una persona fisica inesistente”. In questa occasione si registrò la presenza di Giovanni Sciacca, imprenditore di Mondragone, ritenuto dagli inquirenti vicino al clan camorristico La Torre. Lo stesso clan che compare nel rapporto sulla criminalità del 2000, predisposto dalle informazioni della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Già alla fine degli anni ’80 il magistrato Imposimato parlava di appalti e di terra fertile per la camorra. “Anche questa Regione – si legge dalle cronache del Messaggero del 1 marzo 1988 – può costituire una terra di conquista della camorra. Bisogna vigilare”. Non si è vigilato. Il problema non è stato affrontato. “Per troppi anni il Molise – secondo l’ex presidente della Commissione Antimafia – ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra. Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male. Per anni questa Regione non ha fatto il proprio dovere. Le classi dirigenti di questa Regione non hanno fatto il proprio dovere”. Un episodio significativo, per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti, si è registrato con la testimonianza, nel 2003, di un giornalista di TeleA. Che racconta di aver seguito un camion partito da Napoli carico di rifiuti nocivi che dovevano essere smaltiti a Ferrara. Questo camion, invece di proseguire per il nord, proseguì per Caianello in direzione Venafro. Arrivato nella zona del consorzio industriale di Pozzilli, entrò in un capannone e dopo qualche ora uscì e tornò a Napoli”. Nell’articolo di Rosaria Capacchione si legge che il Molise “è il punto finale di smaltimento dei materiali pericolosi”. Ma perché proprio in Molise? Lo abbiamo chiesto alla giornalista de Il Mattino: “In Campania le discariche sono piene e sono state aperte molte indagini. Quindi si è creata una certa sensibilizzazione sull’argomento. Adesso il contadino che deve prendere la roba e la deve internare non lo fa più. E’meglio, per loro, andare altrove”. Ecco perché è stato scelto il Molise. “Perché magari – ci ha confermato la giornalista nel mirino dei clan – non se ne accorge nessuno. Ci vuole tempo prima che qualcuno prenda coscienza del fatto che quella è un’attività criminale o un’attività legale, ma fatta con i soldi della criminalità. Ci vuole molto tempo. Noi siamo più abituati a riconoscerle queste cose. In un territorio vergine è difficile”. Ma sono serviti i tanti allarmi di questi ultimi anni? “L’allarme è servito a far aprire gli occhi”. E qual è il compito dei cittadini? Per Rosaria Capacchione: “I cittadini quando vedono qualcosa di strano devono denunciarlo. Se vedono camion che arrivano di notte in aperta campagna devono chiamare i carabinieri. Stiamo parlando di attentati alla loro vita. Non ci vuole nulla per inquinare le falde”. E proprio sul via vai dei camion si deve registrare la continua presenza sulle strade molisane dei “camion gialli con la scritta in rosso Autotrasporti Caturano”. Ma chi sono questi Caturano? “I Caturano – ci spiega Rosaria Capacchione – sono una costante delle inchieste sulle ecomafie. Compaiono sempre come nome. E’ possibile che abbiano un ruolo ancora più centrale di quello che hanno finora evidenziato le indagini”. E li vediamo passare in Molise. Soprattutto di notte. Proprio uno dei Caturano, qualche tempo fa, venne arrestato nei pressi della Colacem di Venafro. Trasportava rifiuti tossici. “Con lo stesso sistema – si legge nell’articolo di Rosaria Capacchione – utilizzato in provincia di Caserta, dove sono state avvelenate decine di ettari di terreno e documentato dalle due inchieste “Madre Terra”. E proprio nell’articolo de Il Mattino viene ricordato l’intervento del 2008 della Dda di Campobasso, che già indicava la Regione come “il punto finale di arrivo per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, dove è facile occultare discariche abusive con la compiacenza di alcuni proprietari corrotti”. Oggi, per quanto riguarda la discarica di Montagano, dove dal 2008 la Giuliani Environment è autorizzata a costruire e gestire un impianto per lo stoccaggio di rifiuti pericolosi, si registrano le parole del primo cittadino. Alle quali ribatte con forza il consigliere regionale Michele Petraroia: “Il sindaco sbaglia, perché non si possono risolvere i problemi finanziari dando pareri positivi per tenere sul proprio territorio la più grande discarica del Molise. Si da l’autorizzazione per la realizzazione di un impianto di stoccaggio di rifiuti tossici e nocivi, quando la legge nazionale e il piano regionale dei rifiuti stabilisce che questi impianti, per i rifiuti speciali e tossici, vanno realizzati all’interno delle aree industriali. E’ una scelta sbagliata”. Per l’attuale componente della commissione Antimafia la questione della presenza delle mafie in Molise: “E’ un argomento con cui dovete fare i conti. Diffidate dalle classe dirigenti che difendono il buon nome della vostra Regione. Che si stracciano le vesti e gridano allo scandalo quando si affrontano tali temi. Le mafie vanno scoperte non quando ci sono gli omicidi. Le mafie vanno colpite quando riciclano. Quando costruiscono. Lì le classi dirigenti devono dimostrare la loro maturità, in quel momento devono dimostrare di voler realmente bene al proprio territorio. Di amarlo. Segnali in questi anni ce ne sono stati”. E continuano ad esserci. “Le infiltrazioni ci sono – ha dichiarato il procuratore antimafia di Campobasso Armando D’Alterio – e vanno combattute. Chiudere gli occhi non serve a nulla”.http://paolodechiaraisernia.splinder.com/

(pubblicato su LA VOCE DEL MOLISE, 25 ottobre 2010)

 

 

 

NOTA DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO
Non si tratta solamente di rifiuti ma anche di pale eoliche che sarebbero state  trasportate da e  per il Porto di Gaeta in anni più recenti rispetto alla data di  questo articolo che é del 2010.
”Caleno24 Ore.it “ ha pubblicato un  servizio da noi riportato che pubblica ,alla fine,una visura camerale dalla quale  risulta che uno dei soggetti  nominati ha avuto o ha il suo domicilio a Gaeta.
Ancora Gaeta !!!!  ……………………..Ad ogni buon fine pubblichiamo un’interrogazione presentata dall’On.Picierno nella quale si parla  di tutto ciò.

PICIERNO. - Al Ministro dell’interno, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. - Per sapere – premesso che:
aggiudicarsi il trasporto dei rifiuti dalle fabbriche e dai siti di stoccaggio, soprattutto quelli chimici e pericolosi, per poi disperdere illegalmente parte del carico e consegnare l’altra parte al depuratore di Termoli, che percepisce così solo

una frazione del denaro pubblico erogato per la depurazione, è un metodo già utilizzato in passato dalle organizzazioni criminali per fare profitto con il settore «ecologico e ambientale», in particolare da Cipriano Chianese negli anni ’80, l’«inventore» delle ecomafie. Da quanto si evince dalle dichiarazioni di alcuni pentiti, Raffaele Piccolo e Emilio Di Caterino, e da notizie apparse su organi di stampa relative a inchieste in corso della direzione distrettuale antimafia di Napoli, attraverso il monopolio del trasporto di scorie dall’inceneritore di Acerra e del percolato delle discariche di Taverna del Re e Santa Maria la Fossa-San Tammaro, il clan dei Casalesi avrebbe incassato centinaia di milioni di euro provenienti dalle casse pubbliche;
la presenza delle organizzazioni mafiose in Molise non è un fatto nuovo: regione dalle dimensioni limitate, confinante con le province di Caserta, Benevento e Foggia, affacciata sul mare Adriatico proprio di fronte ai Balcani, anche grazie al basso livello di attenzione della politica locale e nazionale rispetto alla possibilità di infiltrazioni criminali in quest’area, è da tempo luogo di transito di traffici internazionali, tra cui quello di stupefacenti, e di approdo degli interessi mafiosi. La relazione 2009 per il distretto di Campobasso della direzione nazionale antimafia riporta considerazioni chiare sia sui traffici internazionali che sulla presenza di organizzazioni mafiose «operanti in altre regioni, interessate alle speculazioni nel settore dell’illecito smaltimento dei rifiuti nonché al controllo di appalti pubblici». Continua la relazione della direzione nazionale antimafia, «il Molise si sta rivelando non come zona di transito, ma punto finale di arrivo per lo smaltimento di rifiuti pericolosi, terra idonea ad occultare discariche abusive con la compiacenza di alcuni proprietari di cave e terreni e scempio dell’ambiente»;
questo vero e proprio «cimitero dei veleni», creato in oltre trent’anni di sversamenti abusivi, si estende in un quadrilatero compreso tra la statale Bifernina, la Trignina, le province di Isernia e Campobasso. A sud-ovest incontra Vairano Patenora e l’area industriale di Venafro, dove sorgono gli stabilimenti dismessi della Fonderghisa, azienda della Gepi rilevata dall’imprenditore Giuseppe Ragosta, arrestato per truffa collegata proprio a questo stabilimento; sulla fonderia grava il sospetto che vi siano state bruciate tonnellate di rifiuti di ogni genere, compresi automezzi militari impiegati nell’ex Jugoslavia e contaminati da uranio impoverito. L’area suddetta confina con la discarica di Montagano, il depuratore di Termoli e con boschi e aree disabitate ed è qui che andrebbero a finire rifiuti tossici provenienti dalle fabbriche della Lombardia e dai siti di stoccaggio del Consorzio unico Napoli-Caserta, lungo un tracciato, ad avviso dell’interrogante scarsamente battuto dalle forze dell’ordine;
il depuratore di Termoli, gestito dal Consorzio industriale Valle del Biferno (Cosib), venne costruito a metà degli anni ’70 per lo smaltimento e la depurazione di rifiuti prodotti dagli stabilimenti che hanno sede nel perimetro del consorzio industriale, più lo smaltimento del percolato da discarica di qualche piccolo comune della regione. Dopo oltre trent’anni di quest’uso limitato, nel 2009 il Cosib chiede al Governo regionale di poter allargare il proprio campo d’azione, aprendo le porte allo smaltimento di rifiuti provenienti da fuori regione, nonché aumentando il tetto massimo di rifiuti pericolosi a 10 mila metri cubi, motivando la richiesta con la necessità di aumentare gli utili del consorzio. La delibera della giunta regionale molisana, a cui fa seguito la determina dirigenziale n. 405 dell’8 ottobre 2009, autorizza l’ampliamento del raggio d’azione del depuratore di Termoli;
è così che cominciano le segnalazioni degli abitanti, di tanti cittadini preoccupati per l’ambiente in cui vivono, di un via vai preoccupante di camion autobotti con le provenienze più disparate, che giorno e notte percorrono la strada statale che collega il capoluogo molisano alla costa adriatica. Sono autobotti che perlopiù tra

sportano percolato da discarica («liquido che si origina dall’infiltrazione di acque nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi» secondo l’articolo 2 del decreto legislativo n. 36 del 2003). Il percolato altro non è che un rifiuto derivato dai rifiuti stessi, una miscela liquida che si origina per mezzo delle reazioni chimiche, fisiche e biologiche, che s’instaurano all’interno del corpo della discarica in funzione della composizione dei rifiuti e del regime idrico della discarica stessa. La sua composizione è quindi piuttosto varia, al suo interno si possono trovare sostanze inquinanti, ma anche elementi necessari per il naturale sviluppo delle piante. Per valutarne la pericolosità è necessario effettuare controlli e analisi chimiche su ogni carico in arrivo al depuratore;
la rivista Primonumero.it ha riportato molte irregolarità e anomalie riscontrate nella documentazione relativa al piano di lavoro e controllo del conferimento dei rifiuti liquidi al Consob, nonché sulla loro provenienza. Rispetto al processo di depurazione, quando i rifiuti liquidi arrivano in discarica dovrebbero essere controllati, analizzati e depositati in un silos fino al momento del trattamento. Inoltre, appena arriva il carico, è buona prassi effettuare tre diverse campionature del contenuto, una all’inizio, una a metà e una alla fine del travaso. Solo una volta accertato il grado di tossicità si deve dare inizio alla depurazione. Al depuratore di Termoli, sempre secondo l’inchiesta citata, tutto questo non avverrebbe: il campione dei liquami trasportati viene presentato in una bottiglia di plastica precedentemente riempita, che l’autista del camion consegna ai responsabili dell’impianto. Appena consegnata la bottiglia, avviene il travaso, senza aspettare l’esito delle analisi e senza alcuna conferma che il campione consegnato corrisponda all’effettivo carico. Facendo riferimento ai documenti di accompagnamento, emerge che la Indeco srl, una delle imprese che conferisce il percolato al depuratore, che tratta percolato proveniente dall’area di Fondi, si avvale ad ottobre 2010 di un certificato del 2009 (n. 824), come se in 12 mesi la Indeco avesse consegnato liquame con le stesse identiche caratteristiche chimiche;
per quanto concerne i controlli esterni all’impianto, quelli eseguiti sul materiale scaricato dall’impianto dopo la depurazione, che prende la via del mare, essi vengono eseguiti dall’Arpam non più di due o tre volte l’anno. Infine, i fanghi di risulta, che dovrebbero essere essiccati, compattati e trasportati in discariche specializzate, vengono almeno in parte dispersi nelle campagne adiacenti, di proprietà del nucleo industriale o di privati che autorizzano lo spargimento. Primonumero.it sostiene che questi fanghi non vengano nemmeno analizzati prima di finire nei campi;
nel mese di luglio 2009 sono stati osservati 17-18 scarichi quotidiani per un totale di oltre 500 metri cubi la settimana. Anche i dati di altri mesi sono risultati in linea con un intensissimo traffico diretto al depuratore di Termoli, proveniente in buona parte da Napoli e Caserta. Molte delle bolle di accompagnamento dei carichi non portano indicazioni né sulla provenienza né sulla quantità, ma solo una generica dicitura «lotto successivo al primo», o, in altri casi «carico di prova»;
i fogli di viaggio dei camion indicano le provenienze dei carichi: la discarica di Montagano (Campobasso, rifiuti solidi urbani), hinterland molisani (fanghi e liquami) e Abruzzo. Poi la discarica di Tufo Colonoco (sequestrata dalla procura di Isernia alla metà di luglio per un ampliamento su suolo sottoposto a vincolo ambientale e sversamento di percolato nel fiume Vandra, affluente del Volturno), la discarica Villaricca (percolato del Consorzio unico Napoli-Caserta), il Consorzio Ce-4, sotto indagine della procura di Napoli per legami con la camorra, infine Colleferro, alle porte di Roma, una delle discariche più grandi d’Europa. Infine, alcune aziende portano il proprio percolato a Termoli: la Ecologica Sud di Calvizzano (Napoli), l’Ecoambiente di Casoria (Napoli) e l’Agecos di Foggia, di Rocco Bonasissa, arrestato il 7 dicembre 2009

per reati legati all’inquinamento ambientale in alcune discariche da lui gestite, molte delle quali chiuse in via preventiva dalle autorità;
alcuni cittadini molisani hanno dichiarato alla stampa di avere assistito all’arrivo dei camion nell’area industriale di Pozzilli-Venafro, altri all’ingresso delle autobotti nella discarica di Tufo Colonoco in piena notte, altri ancora di aver notato camion, con gli inconfondibili colori giallo-rossi della ditta Caturano, disperdersi tra la Trignina e la Bifernina o entrare nell’impianto depuratore, nonostante la smentita della Cosib sulla possibilità che Caturano sia un committente;
sulla ditta Caturano di Maddaloni (Caserta) si sono rivolte le attenzioni degli investigatori campani in indagini passate sullo smaltimento illegale dei rifiuti e più di recente in un’indagine della direzione distrettuale antimafia in corso, secondo quanto appreso da fonti giornalistiche. Il nome di questa ditta è stato fatto dal pentito Raffaele Piccolo, braccio destro e cassiere del gruppo Schiavone fino al 2009, a proposito di un elenco di imprese prestanome o socie in affari del clan. Anche Emilio di Caterino, collaboratore di giustizia del clan Bidognetti, cita la ditta Caturano. Nonostante la condanna del responsabile, la società Veca Sud (acronimo per Ventrone-Caturano) si è aggiudicata l’appalto del commissariato straordinario di Governo nel 2009 per il trasporto delle ceneri del termovalorizzatore di Acerra. Nel luglio 2010, inoltre, la ditta è stata scoperta dai Nas mentre utilizzava container contaminati dalle ceneri per il trasporto del mais proveniente da Veneto ed Emilia Romagna e destinato ai mangimifici del centro-sud;
in seguito alla pubblicazione delle inchieste citate sulla rivista Primonumero.it, poi in parte riprese dal quotidiano Il Mattino, il sindaco di Termoli, Antonio Di Brino, ha affermato di essere stato all’oscuro di questo ampliamento dell’azione del depuratore e di aver attivato tutte le procedure necessarie ad avere tutte le informazioni e i chiarimenti per tranquillizzare la popolazione. Il gruppo consiliare di minoranza ha inoltrato una richiesta di accesso agli atti del depuratore, ma il Consorzio ha risposto negativamente, motivando tale posizione con il fatto che i dati sui rifiuti possono essere messi a disposizione solo all’autorità di controllo competente;
il presidente del Cosib, Antonio Del Torto, ha comunicato che smentirà il contenuto dell’inchiesta solo davanti all’autorità giudiziaria e ha annunciato una querela nei confronti degli autori;
la questione del depuratore di Termoli non è l’unico motivo di preoccupazioni fondate e legittime dei cittadini molisani, che sono impegnati in queste settimane in altre proteste civiche a difesa dell’ambiente e contro le infiltrazioni della criminalità organizzata;
a montagano si è installato un presidio permanente promosso da 97 associazioni molisane contro l’ampliamento della discarica e la costruzione di un inceneritore. Le associazioni sostengono che la popolazione molisana, attualmente, produce non più di un decimo dei rifiuti che gli impianti della regione sono in grado di smaltire. La preoccupazione legittima è quindi che nel nome dell’ottenimento di profitto dallo smaltimento di rifiuti provenienti dall’esterno si continui un’operazione di ampliamento degli impianti con gravi rischi per la salute dei cittadini, soprattutto viste le ombre presenti su discariche e depuratore già in funzione;
anche la produzione di energia alternativa in Molise sta destando preoccupazioni per l’impatto ambientale e per la presenza di interessi criminali. La legge regionale n. 22 del 7 agosto 2009 ha aperto la possibilità di installare sul territorio impianti per la produzione di energia alternativa. In breve tempo sono state concesse autorizzazioni per l’installazione di 5000 pale eoliche su una regione con la superficie totale di 4000 chilometri quadrati. La regione dispone già di 430 torri

eoliche, che insieme alla centrale turbogas di Termoli producono energia sufficiente a soddisfare il fabbisogno del Molise e di alcuni comuni vicini. Le domande per i nuovi impianti eolici sono già state presentate per due terzi dei comuni molisani, aggiungendo 3.030 pale a quelle già presenti, per un totale di una ogni 1,4 chilometri quadrati. Dirigenti del PD del Molise assicurano che con questa operazione ci saranno profitti per le imprese coinvolte fino a 4 miliardi di euro l’anno. Attualmente, secondo i dati forniti dall’assessorato all’ambiente della regione Molise, le aziende che hanno presentato domanda per la realizzazione di impianti eolici sono 43, molte delle quali vengono dalla dalla Calabria, dalla Sicilia e dalla Sardegna, e secondo le associazioni in protesta c’è il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata;
il 7 agosto 2010 due automezzi di un’azienda che trasporta torri eoliche sono stati dati alle fiamme a Guardiaregia e nonostante sia stato scritto, che si è trattato di un «corto circuito», cresce la preoccupazione che si tratti invece di intimidazioni da parte di clan malavitosi nei confronti di «concorrenti» nel settore eolico;
il 3 novembre 2010, con la sentenza n. 07761/2010, il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso della ditta Essebiesse Power srl contro il Ministero per i beni culturali inerente all’installazione di 16 torri eoliche nella valle del Tammaro a ridosso dell’area archeologica Saepinum-Altilia. Nonostante le proteste delle associazioni molisane, che hanno raccolto in pochi giorni 2500 firme contro la creazione di questo impianto, la sentenza del Consiglio di Stato dà il via libera all’azienda. Anche questa vicenda lascia dubbi e perplessità sugli interessi che si stanno muovendo in Molise attorno al settore ambientale ed energetico, con conseguenze ancora sconosciute per la salute della popolazione e le devastazioni ambientali che ne conseguiranno -:
quali iniziative i Ministri interrogati intendano intraprendere al fine di raccogliere tutte le informazioni, di svolgere tutte le attività di contrasto ad eventuali attività criminose connesse allo smaltimento dei rifiuti nel depuratore di Termoli e nell’area circostante, con particolare riferimento a possibili sversamenti abusivi nella zona tra la Bifernina e la Trignina di fare piena luce sull’eventuale presenza di imprese legate ad interessi della criminalità organizzata.
(4-09414)

TESTO AGGIORNATO AL 16 NOVEMBRE 2010

.La camorra non va in vacanza: ecco come la criminalità fa affari sui lidi tra ombrelloni e sdraio: E tutti,felici e contenti,con ……………le chiappe al sole…………………………

La camorra non va in vacanza: ecco come la criminalità fa affari sui lidi tra ombrelloni e sdraio
Negli ultimi cinque anni sono almeno 110 i lidi a cui le forze dell’ordine hanno posto i sigilli perché direttamente gestiti dai clan

di REDAZIONE

CAMPANIA. Tutti in spiaggia sotto l’ombrellone in questi giorni nonostante il dato allarmante rivelato dalla Goletta Verde di Legambiente: ogni 54 chilometri di costa in Italia c’è uno sversamento di scarichi fognari non depurati. E, soprattutto, gli stabilimenti balneari che affittano sdraio e vendono le bibite, spesso i due fattori coincidono, sono gestiti dalla criminalità organizzata: secondo dati ricavati da relazioni della Direzione investigativa antimafia negli ultimi cinque anni sono stati centodieci gli stabilimenti balneari sequestrati direttamente alle cosche. L’interesse dei boss mafiosi per le spiagge e i litorali è dovuto al ricchissimo business che queste generano ed è facilissimo riciclare denaro di provenienza illecita sul bagnasciuga grazie agli irrisori costi delle concessioni demaniali, che – secondo dati del Ministero dell’Economia – incidono su meno del cinque per cento del fatturato degli stabilimenti balneari stessi. Un giro d’affari certificato dall’Agenzia delle entrate intorno ai 2 miliardi di euro, con almeno un altro miliardo di sommerso relativo al lavoro nero.
Cabine per super-vip a prezzi incredibili – Quella delle spiagge è una vecchia battaglia del portavoce dei Verdi Angelo Bonelli, recentemente vittima di pesanti minacce con un fegato di animale lasciato sul pianerottolo di casa a Ostia in piena notte, che denuncia: “La gestione del demanio marittimo da parte dello Stato italiano è un’anomalia negativa in Europa e nel mondo sia per la svendita delle spiagge che è stata fatta sia per il record di cementificazione che le coste hanno subito. Questi due elementi favoriscono la penetrazione della criminalità organizzata. Uno stabilimento balneare medio viene affittato dallo Stato alla cifra ridicola di 1200 euro al mese con fatturati milionari”. Infatti, lasciando fuori dal discorso la criminalità basta considerare i dati di stabilimenti come il Twiga reso famoso da Flavio Briatore e Daniela Santanchè: spiaggia extralusso a Forte dei Marmi con cabine da quattromila euro a stagione estiva, versa allo Stato un canone di concessione di circa 14mila euro l’anno per 4485 metri quadri a fronte di ricavi per circa 3 milioni di euro l’anno. Briatore non è il titolare diretto della concessione e paga un subaffitto di 300mila euro l’anno.

Per fare un altro esempio ritorniamo a Ostia, il mare della Capitale, dove lo stabilimento Le Dune è gestito da Renato Papagni, il presidente stesso della potente Federbalneari, l’associazione di categoria: poco più di 35mila euro versati al Demanio per la concessione, decisamente meno di quello che può essere l’incasso per una stagione balneare che a Roma è lunga almeno da giugno, se non da maggio, a fine settembre. Situazioni di questo tipo ci sono lungo tutto lo Stivale, dalla Liguria alla Puglia e dal Veneto alla Calabria. Infatti, sono intorno alle 25mila le concessioni demaniali marittime assegnate, anche se un numero preciso è impossibile da registrare in quanto manca una banca dati unica. Un potenziale tesoro per lo Stato, invece utile ad arricchire soltanto i titolari delle concessioni e molta criminalità. E neppure tutto il dovuto viene effettivamente pagato. L’evasione regna. A svelarlo sono i dati dell’Agenzia del Demanio: nel 2014 su 280 milioni da riscuotere lo Stato ha incassato soltanto 105 milioni. “Poi ci sono anche quelli che la concessione la pagano per intero – spiega il verde Bonelli – ma molti di loro la fanno fruttare più del dovuto con qualche piccola furbizia, cioè utilizzando senza specifiche autorizzazioni spiagge e arenili anche come discoteche, centri sportivi e in qualche caso pure beauty farm a cinque stelle”. Inoltre, più volte la Guardia di finanza ha accertato la mole considerevole di lavoro nero negli stabilimenti balneari, che si tradurrebbe in almeno un miliardo di euro, a fronte dei due miliardi di giro d’affari “emerso”.

La mappa nazionale della piovra-beach – Ritorniamo alla criminalità. La presenza delle mafie e degli interessi delle cosche accertata sulle spiagge è di proporzioni considerevoli. Soltanto negli ultimi anni sono stati 110 i sequestri di stabilimenti e chioschi. L’ultima operazione di una certa importanza, denominata “Ultima spiagga” dalla Guardia di finanza di Roma, riporta ancora a Ostia: sequestro del porto turistico, dello stabilimento Plinius e del bar-spiaggia Hakuna Matata per gli intrecci, stando alle accuse degli inquirenti, tra il titolare Mauro Balini, il narcotrafficante Cleto Di Maria, i clan Fasciani e Spada.

Altra spiaggia, altro mare – In Campania stessi problemi, stessi guai. È il settembre 2015, meno di un anno fa e la Guardia di finanza di Salerno sequestra beni per otto milioni, tra cui lo stabilimento balneare Bagni Savoia sul litorale di Pontecagnano Faiano, a un imprenditore “nullatenente” ma ritenuto dagli inquirenti appartenere al clan Pecoraro-Renna della Piana del Sele. Continuando il viaggio a ritroso lungo il mare italico i sequestri davvero non si contano. Dicembre 2014: stabilimenti balneari Leon e Mareusa, sequestrati a Fiumicino a Massimo Carminati, per la procura di Roma il capo indiscusso di Mafia Capitale. Marzo 2014: stabilimento balneare Lido Colaiunco, clan Alvaro, Rossano calabro (Cosenza). Settembre 2011: stabilimento Squalo beach, clan Scarci, Scanzano Jonico (Matera). Maggio 2011: stabilimenti balneari della riviera romagnola tra gli altri beni sequestrati per 2 milioni di euro alla ’ndrangheta. Novembre 2010: tre lidi balneari sul litorale domizio sequestrati a Raffaele e Guido Zagaria, ritenuti appartenenti al clan dei Casalesi. Il viaggio potrebbe continuare ancora a lungo e nessuno è immune, l’elenco può arrivare anche in Sardegna, dove le mafie – dalla Cosa nostra di Luciano Liggio agli stiddari, dalla Banda della Magliana a Camorra e ’ndrangheta – hanno investito capitali immensi sui litorali dell’isola spesso, purtroppo, cementificandoli, come affermava l’attuale seconda carica dello Stato Pietro Grasso, superprocuratore nazionale antimafia dal 2005 al 2012: “Esistono contatti tra mafie e malavita sarda per il traffico di stupefacenti e penetrazioni delle cosche in crescita nel settore turistico”.

L’allarme inquinamento di Legambiente – Il cerchio si chiude, perché se le spiagge sono nelle mani delle mafie è normale che ogni 54 chilometri di costa ci sia un tratto inquinato. Nel suo viaggio di quest’anno la Goletta Verde ha registrato la situazione più surreale a Capaccio Paestum, provincia di Salerno. Alla foce del rio Laura, inquinato da batteri coliformi fecali oltre il doppio dei limiti di legge, bambini erano impegnati e allegri in attività di acquagym sotto la guida e l’attenzione di adulti istruttori. Nessun cartello indica il divieto di balneazione a Capaccio.

di Giampiero Calapà, Fatto Quotidiano

16/08/2016

fonte:www.internapoli.iy

La giornalista Marilena Natale: “Minacciata dal fratello di Inquieto, protettore di Michele Zagaria, in un bar della città

La giornalista Marilena Natale: “Minacciata dal fratello di Inquieto, protettore di Michele Zagaria, in un bar della città”

GUARDA IL VIDEO AVERSA. La giornalista Marilena Natale: “Minacciata dal fratello di Inquieto, protettore di Michele Zagaria, in un bar della città”

E’ successo nel pomeriggio di oggi

VERSA - “Ero entrata in quel bar della città per comprare le sigarette. Una persona mi ha avvicinata e ha cominciato a proferirmi frasi tra il sarcastico e il minaccioso. Quest’uomo io non l’avevo mai visto di persona. Ho chiesto con chi stessi parlando. E lui mi ha detto che era Nicola Inquieto. A quel punto ho capito, perchè lui si rivolgeva a me in quella maniera e ho cominciato a replicare per le rime“. Il racconto, in sintesi, è quello della collega giornalista Marilena Natale.In questo assolato pomeriggio post ferragostano ha incrociato i passi con il fratello dei due Inquieto, che hanno nascosto e protetto la latitanza di Michele Zagaria, prima ad Aversa e poi a Casapesenna.

Si sa che Marilena Natale è stata una delle giornaliste, maggiormente esposte nel periodo più caldo della lotta al clan dei Casalesi e della cattura dei boss latitanti.

Significativa la sua presenza soprattutto sulla piazza di Casapesenna, dove da anni denuncia le commistioni tra politica e camorra.

Nicola Inquieto, coinvolto nell’episodio di oggi fa vita piuttosto agiata, come si può vedere dalle foto che pubblichiamo in calce. A quanto pare, i suoi interessi economici si trovano in Romania, dove opera in stretto rapporto di collaborazione con Mario Nobis, figlio del boss Salvatore Nobis detto Scintilla.

G.G.

link video:https://youtu.be/kvj9-o9znlk

PUBBLICATO IL: 16 agosto 2016 ALLE ORE 18:52 

fonte:www.casertace.net

Icem, confermata l’interdittiva antimafia: contigua alla ‘ndrangheta-Ha fatto vari lavori portuali a Formia

Icem, confermata l’interdittiva antimafia: contigua alla ‘ndrangheta


Martedì 16 agosto 2016 – 22:04    

di Clemente Pistill

Confermata dal Consiglio di Stato l’interdittiva antimafia per la Icem di Minturno. L’appello presentato dalla società è stato rigettato ed è stato così avallato il provvedimento emesso il 21 novembre 2013 dalla Prefettura di Latina, su richiesta della Prefettura di Crotone, alla luce delle indagini svolte dai carabinieri sui lavori per il porto in località le Castella, nel Comune di Isola Capo Rizzuto.

L’appalto era stato vinto dalla ditta minturnese, gestita da Carlo Amato, imprenditore originario di San Cipriano d’Aversa. I militari avevano appurato, effettuando appostamenti per un mese, che ad eseguire quei lavori da 960mila euro non era presente alcun mezzo della società pontina, ma mezzi e personale di società calabresi ritenute espressione delle cosche del crotonese. In porto visti inoltre diversi soggetti legati alla ‘ndrangheta.

La Icem, ritenendo le autorità che avesse di fatto subappaltato i lavori, consentendo alla criminalità organizzata di accaparrarsi l’affare, era stata così ritenuta contigua alla ‘ndrangheta ed era stato ravvisato il pericolo di infiltrazione mafiosa. L’interdittiva aveva fatto perdere all’azienda anche l’appalto per i lavori al porto neroniano di Anzio e quello per la sistemazione del litorale di Minturno ma non i lavori a Formia per il “completamento e ammodernamento della darsena del Porto Caposele” e quelli per la “sistemazione della banchina del porto ed interventi di adeguamento e messa in sicurezza della zona portuale, anche con la creazione di un punto di pronto soccorso” .

Il provvedimento era stato impugnato dalla società minturnese, ma è stato confermato nel 2014 dal Tar e ora dal Consiglio di Stato.

fonte:www.h24notizie.com


 

Su “Caleno24Ore.it “ leggiamo l’articolo che sotto riportiamo così com’é.Alla fine di esso il lettore viene avviato alla lettura della visura camerale “Catras srl” nella quale risulta un soggetto domiciliato a Gaeta

Sequestro dell’area “A1Expo”: la maggioranza della società che gestisce la struttura appartiene a Pietro Caturano, capostipite di una famiglia imprenditoriale accusata dai pentiti di contiguità con il “clan dei casalesi”

PASTORANO – “È stato inoltre accertato che la “Catras S.r.l.”, società che gestisce la struttura, ha organizzato, nel tempo, numerosi eventi fieristici ottenendo le previste autorizzazioni dagli organi competenti non conformi ai dettati normativi”. La chiusa del comunicato stampa della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, dopo il sequestro dell’area “A1Expo” di Pastorano (leggi qui), ha aperto il campo a tanti interrogativi sul perché siano state concesse delle autorizzazioni, da parte degli organi competenti, “non conformi ai dettati normativi”. A tali domande soltanto gli inquirenti potranno dare qualche riscontro. L’unico quesito al quale al momento è possibile dare una risposta è: chi controlla la società alla quale si fa riferimento nell’inchiesta delegata alla Guardia di Finanza?

La Catras S.r.l. (come è possibile verificare nella visura pubblicata in fondo all’articolo) è una società che ha sede legale a Melizzano di Benevento ma che ha la propria base operativa in contrada San Justa a Pastorano. Il 10% delle azioni sono in possesso dell’attuale amministratore unico, Antonietta Caturano. La maggioranza (il 90% per un valore di 9180,00 euro), invece, appartiene a Pietro Caturano, capostipite della famiglia imprenditoriale maddalonese che ha variegati interessi imprenditoriali e importanti agganci politici (Antimo Caturano è stato Consigliere provinciale a sostegno dell’ex Presidente Domenico Zinzi). Gli onori della holding maddalonese, però, negli ultimi anni si sono intrecciati con le parole poco lusinghiere pronunciate dai collaboratori di giustizia.

Nella sentenza del Consiglio di Stato numero 3208/2014, i giudici amministrativi riportavano che “il collaboratore di giustizia Piero Amodio, affiliato al “clan camorristico dei casalesi”, fazione Schiavone, aveva riferito che Antonio Perreca, capo dell’omonimo clan camorristico operante a Recale (condannato nel processo penale c.d. Spartacus II) aveva definito Caturano Pietro “proprio compare”. Inoltre, “il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone aveva dichiarato che in seno ai consorzi Cedic e Covin operavano soggetti contigui al “clan dei casalesi”; la società Calcestruzzi Volturnia Inerti s.r.l. aveva aderito al consorzio Cedic sin dal 1991 ed il suo cda era composto da Caturano Pietro e da suo figlio Antonio mentre l’altro figlio Aniello, ne era il presidente”. Rilevava ancora il Consiglio di Stato “che per quanto emerga da elementi di carattere meramente indiziario, la famiglia Caturano, nel corso di tutta la sua vita imprenditoriale, risulta in vario modo accomunata, vicina, se non contigua, con la realtà criminale gravitante nell’orbita di controllo del “clan dei casalesi” e che tali indizi provengono da elementi diversificati ed eterogenei, comunque concordanti (leggi qui).

Dunque, nonostante un quadro non troppo rassicurante, “gli organi competenti” per anni hanno concesso alla Catras srl delle autorizzazioni non conformi alla normativa su un’area che presentava numerosi abusi edilizi. I motivi di tale leggerezza ancora non sono chiari. Da Enti come il Comune di Pastorano, infatti, non sono ancora arrivati dei chiarimenti in merito a tutta la vicenda.

Consulta la visura: visura catras srl

7UP, ecco da chi acquistò la discoteca il Comune di Formia


Lunedì 15 agosto 2016 – 9:41

di Francesco Furlan 

Erminio Gerard Mallozzi. Un cognome comune nel sud pontino ma con quel secondo nome particolare per quel francesizzante Gerard che ne rivela la nascita d’oltralpe, commerciante figlio di emigranti minturnesi in Francia.

E’ lui che il 31 luglio del 2000, oramai 54enne, davanti al notaio Raffaele Ranucci e senza l’assistenza di testimoni avendovi le parti rinunciato (prassi normale ai tempi, in fase di redazione di un atto notarile di questo tipo, ndr), firma presso il Comune di Formia l’atto con cui vende all’Ente rappresentato da Marta Cristiani, responsabile Ufficio Patrimonio del Comune, l’ex discoteca Seven Up di via Fosso degli Ulivi a Gianola. 

Come si legge nell’atto di compravendita: “Complesso immobiliare fatiscente e in parte parzialmente distrutto da incendio, costituito da tre corpi di fabbrica, in pessimo stato di manutenzione e conservazione, con annessa area di pertinenza, per una superficie complessiva, tra coperto e scoperto, di circa 5500 metri”. Prezzo d’acquisto: 720 milioni di lire: 500 pagati subito in due assegni da dieci milioni e dieci da cinquanta milioni di lire, tutti intestati al venditore e non trasferibili.

Gli ulteriori 200 milioni trattenuti dalla parte acquirente a causa di una citazione trascritta a Latina il 29 aprile 1999 riferente un giudizio in corso presso il Tribunale di Rimini: “Richiesta di risarcimento per impossibilità di adempiere all’obbligo contrattuale del preliminare stipulato fra Roberto Bartolini e il signor Mallozzi in data 28 aprile 1993 avente a oggetto l’immobile di cui al presente trasferimento”. Un problema che a quanto pare venne superato con lo stesso atto di vendita quando le parti contraenti stabilirono in “duecento milioni di lire la somma da svincolare a favore del venditore e del signor Bartolini nelle proporzioni agli stessi dovute dopo la conclusione della vertenza, con intesa che, qualora detta somma non fosse sufficiente per la liquidazione di quanto dovuto al signor Bartolini, il signor Mallozzi rimane comunque esclusivo responsabile per l’esborso dell’eventuale eccedenza”.

Questo e altro si trova nell’atto, noto ma mai pubblicato prima, con cui il Comune acquistò l’ex discoteca nel luglio 2000. Si legge anche che era il 7 febbraio del 1970 quando Erminio Gerard Mallozzi, su un terreno acquistato nel 1968 presso un notaio di Minturno con l’intenzione di realizzare un complesso turistico con annessi motel e ristorante ai piedi della collina di Gianola e spianata verso il Porticciolo Romano lì vicino, otteneva la licenza edilizia dal Comune di Formia con cui, di lì a poco, avrebbe dato vita a “Le Pacha”: un ristorante – night in cui ben cinque parti su sei delle particelle catastali erano state occupate da difformità costruttive. Doveva essere un piccolo ristorante di 266 metri quadrati, arrivò a 1300 metri quadrati e fu un successo tale che nessuno se ne preoccupò.
Lapripista al mostro che nove anni dopo lo avrebbe sostituito: il 7 UP. La discoteca voluta dal boss dei casalesi Antonio Bardellino, amministrata da Aldo Ferrucci che tra il 1979 e il 1981, attraverso la società “Maurice” e senza garanzie, riuscì a finanziarne l’edificazione grazie a un prestito miliardario della Banca Popolare del Golfo di Gaeta, secondo più inquirenti utilizzata dal clan per svariate operazioni di riciclaggio e poi fallita. Tutto per quella mega discoteca che, senza alcuna licenza o autorizzazione, inglobò “Le Pacha”, invase e acquisì con la forza intimidatoria del cognome del suo titolare occulto le proprietà private circostanti, raggiunse i 5500 metri quadrati di estensione tra parti scoperte e coperte.

Nei primi anni ’80 fece ballare il mondo, le sue vicende da cui anche questo scritto attinge, vengono descritte da Salvatore Minieri nel libro diventato cult, ancora non commentato pubblicamente da alcun amministratore, “I Pascià – Storia Criminale del Clan Bardellino e della discoteca Seven Up”. Che esplose il 3 agosto 1985 lasciando a terra tra le macerie e prive di vita due persone mentre altre rimasero ferite. Qualche mese dopo, una mano ignota, pensò bene anche di darvi fuoco.

Il 22 dicembre del 1986, poi, un anno e qualche mese dopo quella esplosione, con un assegno da 6.976.000 lire, primo di tre tranche, l’ultima delle quali versata il 24 giugno 1987, per un totale di quasi ventuno milioni di lire somma dovuta per oblazione, Erminio Gerard Mallozzi si presentava in Comune a Formia con la propria richiesta, ai sensi della legge 54/1985, di sanatoria delle “successive difformità” evidenziatesi rispetto alla originale licenza edilizia del 1970. Era il primo atto, necessario viatico a una eventuale successiva vendita di quello che già allora era un rudere.

L’INTERVISTA VIDEO RILASCIATACI DA SALVATORE MINIERI L’11 MAGGIO 2016

https://youtu.be/E8Bxy_MaErs
CHI ERA ERMINIO GERARD MALLOZZI’

Nel 1970, tornato qualche anno prima dalla Francia dove era cresciuto, il giovane italo francese aveva realizzato, con numerosi abusi, un ristorante – night sulla collinetta tra Scauri e il quartiere di Gianola.

Dieci anni dopo, scrive Minieri, “era sceso di parecchi gradini quando gli emissari di Bardellino, sotto copertura di alcune sigle societarie, lo avevano relegato al ruolo di semplice proprietario del baraccone”. E ancora, riferendosi al periodo di gestione Bardellino: “A Mallozzi era consentito fare solo tre cose: firmare le carte, guardare quello spettacolo unico in tutta Europa e, soprattutto, accontentarsi delle briciole di tutto il ricavato che il clan Bardellino faceva cadere nelle sue ormai rattoppate tasche da imprenditore fuori dal tempo”.  Tutto un altro vivere rispetto agli anni in cui era stato il primo protagonista della nuova vita turistica del sud pontino.

“I Bardellino – raccontò successivamente agli inquirenti il boss pentito Carmine Schiavone -, alla fine degli anni ’70 misero in piedi quella discoteca perché dovevano far girare i soldi della droga e dei narcotrafficanti internazionali che facevano capo ad Alberto Beneduce“. E anche dei primi sotterramenti e traffici di rifiuti. E fu proprio sotto gli occhi di Mallozzi, che non ne perse mai la proprietà, che il sogno da emigrante rappresentato da “Le Pacha” fu abbattuto in favore del mastodontico 7 UP. Una fortezza alla luce del sole, capace di attrarre star da tutto il mondo ma di fatto trasformata anche e soprattutto nel centro logistico del clan e inizialmente della “Maurice”, la società che Aldo Ferrucci, manager incaricato dai Bardellino, ritratto in una rara fotografia nella hall dell’aeroporto di Fiumicino con Enrico Nicoletti, cassiere della Banda della Magliana vicinissimo alla P2 il cui scandalo scoppia nel maggio 1981, e Luigi Moccia, fratello del capoclan di Afragola, aveva messo in piedi proprio per gestire lo spaventoso traffico di denaro. E sempre quella cattedrale di lampadari, sale da ballo e uffici, una volta fallita la “Maurice”, divenne culla della neonata “Mareva” nata nel 1981.

Una creatura societaria dai lati oscuri quanto la “Maurice” ma con soci prestigiosi e di fama internazionale, inventata dal manager di Sessa Aurunca che il 20 giugno 1985, 43 giorni prima della tragica esplosione e al termine di una tesissima assemblea, da regista occulto di una spregiudicata quanto apparentemente efficace operazione, riuscì a indirizzare l’intero pacchetto societario sotto il proprio controllo. Per la prima volta tratto in arresto nel febbraio 1983 dalla Guardia di Finanza per il fallimento della Banca Popolare del Golfo di Gaeta, vicino alla Democrazia Cristiana che ne aveva auspicato la candidatura a Sindaco ma che a maggio aveva nominato sindaco di Formia Michele Forte (rimarrà in carica fino al settembre 1992), due anni dopo Aldo Ferrucci, da dietro le sbarre dove era finito in un’operazione della Criminalpol contro la criminalità che lo tenne in carcere fino al 1987 quando fu di nuovo arrestato in un’operazione contro il clan Moccia, si apprestava a diventare, attraverso persone a lui vicine, il proprietario della discoteca più grande al mondo, di fatto estromettendo il clan Bardellino. Inoltre, riconoscendo alla “Maurice” un canone annuo di fitto pari a 180 milioni di lire e al proprietario dei terreni e del ristorante night “Le Pacha”, Erminio Gerard Mallozzi, con un accordo siglato nel gennaio 1985, il pagamento annuo di diciotto milioni e duecentomila lire.

A lui, all’italo francese che non scomparve mai dalla scena fino all’incasso finale, il Comune di Formia, seconda amministrazione Bartolomeo, il 31 luglio del 2000 versò 520 milioni di lire acquisendo il Seven Up.
CHI ERA ROBERTO BARTOLINI

Duecento milioni di lire, a leggere il contratto di compravendita per il 7 UP tra Mallozzi e il Comune di Formia, andarono invece a “Un personaggio dai contorni oscuri” con cui il 23 aprile del 1993 Mallozzi aveva stipulato un preliminare di vendita andato inevaso. A descriverlo senza mezzi termini e in diversi passaggi del proprio libro, è ancora Salvatore Minieri. In uno di questi rivela di una nota inviata il 10 gennaio del 1995 dal vicequestore Eoardo Laloè all’Ufficio Tecnico del Comune di Formia dove il nome di Bartolini, insieme a quello di Domenico Distratto, “spiccavano come tra i più stretti collaboratori di Gerard Mallozzi”.

E, ipotizza il giornalista, di questi si sarebbe servito Mallozzi per provare a rientrare in possesso di quella discoteca, forse cercando di approfittare della “mimetizzazione” del clan Bardellino, colpito duramente dalle faide e, più di tutto, dall’omicidio nel 1988 in Brasile del capostipite Antonio, il cui corpo mai rintracciato fu cercato nel febbraio 1988 anche sotto le piste da ballo del rudere di Gianola. Un decesso che negli anni successivi il boss e collaboratore Tommaso Buscetta, “Don Masino”, definì “una montatura”.

SCAVI NOTTURNI – Il primo dei due, Bartoliniera a capo della Gebel di Rimini che a giugno del 1993, su incarico affidatogli da Mallozzi, pur essendo autorizzata soltanto a “lavori di manutenzione e saggi delle strutture esistenti”, cominciò letteralmente a demolire l’edificio come si legge in una nota della Questura dei primi di luglio di quell’anno: “Al momento si riscontra che alcuni operai per conto di tale società Gebel di Rimini, stanno procedendo alla demolizione di parti strutturali in evidente stato di degrado e pericolo…”. All’epoca Bartolini “risultava essere indagato per detenzione e porto abusivo di munizioni, associazione per delinquere, truffa e reati contro la persona”.

Domenico Distratto, invece, con cui Bartolini il 15 giugno del 1993 inviò a doppia firma una domanda di sanatoria al Comune di Formia e che partecipò alla demolizione di alcune parti della discoteca, avvenute per lo più di notte e soprattutto nelle parti attinte dall’esplosione, era originario di Giugliano in Campania. A Qualiano, invece, era titolare di una discoteca sulla circonvallazione esterna: il “My Toy”. A ottobre del 1992 era stato denunciato per lesioni a un agente di Polizia mentre un mese dopo, a dicembre, veniva ferito da alcuni proiettili esplosi nel corso di una lite tra abituali clienti e addetti alla vigilanza del locale. Di quel clima ben oltre le righe, da battaglia quasi, che si respirava e viveva poco distante da quella discoteca campana, se ne occupò anche il questore Manganelli dopo due omicidi lì nei pressi. Ai cronisti della redazione di Napoli de La Repubblica che intervistarono i gestori, i fratelli Distratto risposero: “Non c’entriamo con quello che succede fuori dal nostro locale”.

1993 PASSA TUTTO A BARTOLINI (O NO…) – Il 25 giugno del 1993, scrive Minieri, “con una Procura firmata presso lo studio del notaio Luigi Regazzini di Pesaro, Mallozzi affidava a Bartolini tutto il complesso che aveva ospitato Le Pacha, poi trasformato nella immensa e spettacolare discoteca Seven Up, gestita dai bardelliniani”. E aggiunge più avanti: “Il passaggio di gestione formale avveniva stranamente in uno studio notarile delle Marche, la regione dalla quale, secondo gli inquirenti, sarebbe arrivata la carica di materiale pirico che fece esplodere il complesso” (da Cagli ndr).

FORMIA 25 MARZO 1999, ECCO CHI VOTO’ L’ACQUISIZIONE DEL 7 UP

Fuori dai giochi Ferrucci e ormai lontano da Formia, verrà definitivamente arrestato nell’ottobre del 1999 insieme ad altre 67 persone in un’operazione della Procura di Milano e di quella sarda di Tempio denominata “Bingo” contro un giro di narcotraffico dalla Colombia, e con quel procedimento aperto a Rimini da Bartolini contro Mallozzi, il 25 marzo del 1999, presieduto dal consigliere Gerardo Forte, sindaco Sandro Bartolomeo, si riunì il Consiglio comunale di Formia per votare l’ “acquisizione del complesso immobiliare Seven Up – Gianola”. Dopo una discussione protrattasi due ore e mezza, presenti in Aula venticinque Consiglieri, la delibera passò all’unanimità.

VOLTI NOTI E UN SEGRETO PER POCHI – Un Consiglio comunale con tanti volti ancora oggi noti quello di quel marzo 1999. Tra gli altri, tutti custodi più o meno consapevoli di un segreto conosciuto da pochi, l’attuale vice sindaco Maria Rita Manzoil consigliere dimissionario Enrico Paone, il poi sindaco, dal maggio 2001 al febbraio 2003,  Antonio Mielel’imprenditore, già assessore, Aldo Zangrillol’ex cerimoniere del Sindaco e vice sindaco con Michele Forte, Benedetto Assaiantel’ex assessore provinciale Silvio D’Arcol’ex assessore al Bilancio con Michele Forte fino al 2013, Raffaele Manna, il socialista Pietro Filippo Matarazzo, l’ex assessore provinciale all’Ambiente, anche direttore amministrativo dell’Arpa, Massimo Giovanchelli, l’ex presidente di Rifondazione Comunista e attivista dei comitati contro Acqualatina, Marcello Zennaro, l’oggi presidente del Consind, consigliere azzurro, Salvatore Forte, il suo collega di partito e capogruppo Erasmo Picano, già presidente del Consiglio comunaleil prossimo assessore all’Urbanistica Maurizio Tallerini, il deputato al Parlamento nella XI e XIII Legislatura e membro della Commissione Finanze della Camera dei Deputati nella XI Legislatura, assente quel giorno, Clemente Carta.

Su di lui scrive Minieri ne “I Pascià”: nel 1979, “fece da mediatore tra la famiglia Iannarilli, proprietaria di un terreno in via Unità d’Italia a Vindicio, e la Immobiliare Tirreno in cui tra i soci fondatori figuravano Ernesto Bardellino, Alberto ” ‘a cocaina” Beneduce, il fratello Benito Beneduce e Giuseppe Natale”.

Presenti nella giunta di allora, l’ancora segretario del primo circolo del Pd formiano Francesco Carta, l’attuale consigliere Alessandro Zangrillo, il consigliere comunale, dimissionario, Maurizio Costa, in anni più recenti rivale dell’attuale Primo Cittadino al ballottaggio del 2013. Nell’aprile del 2000, poi, con l’ingresso in giunta dell’attuale assessore Eleonora Zangrillo, verrà votata anche la destinazione pubblica dell’immobile, acquisito dal proprietario Erminio Gerard Mallozzi il 31 luglio dello stesso anno.

ASTA O NON ASTA: VENDITA!

Una delle prime verità diffuse dal primo circolo del Pd di Formia, affermava che il Seven Up “fu acquistato dalla seconda giunta Bartolomeo ad un’asta giudiziaria per circa 400.000 euro. L’edificio fu destinato a diventare un importante centro congressi, di cui Formia sente, ancora oggi, la mancanza. La volontà di vendere questa struttura comporterebbe seri rischi di trasformare nuovamente la zona di Gianola in una base della criminalità organizzata”.

Il 16 gennaio del 2010invece, l’attuale Sindaco affermava: “L’ex Seven UP fu acquistato durante la mia seconda amministrazione, sottraendolo a una asta giudiziaria, per una cifra inferiore a 400.000 euro attuali“. E aggiungeva opponendosi anche lui alla vendita della struttura ipotizzata dall’allora amministrazione Forte: “L’acquisto del Seven UP ci apparve quindi una grande operazione di riscatto di questo passato così brutto di cui anche molti amministratori attuali di maggioranza dovrebbero aver memoria”.

Il 29 gennaio 2012, infine, una nota del Gruppo Consiliare del Pd confermava le cifre della transazione come le abbiamo lette dall’atto di compravendita: L’ex Seven-Up è stato regolarmente acquistato dal Comune di Formia  durante il secondo mandato del sindaco Bartolomeo dal suo legittimo proprietario, sottraendolo a un’asta fallimentare, per una somma di circa 700 milioni di lire”.

Tutto finito? No, perché il il 22 giugno 2015, in una conferenza stampa convocata sulle accuse mosse dalle opposizioni all’amministrazione a seguito del caso Piccolino, proprio sul Seven Up, il Sindaco rialzava le cifre della vendita portandole a un miliardo di lire, come da audio che riportiamo sotto: “La vicenda è chiara, parlano gli atti. Venni a sapere che l’ex discoteca era in vendita all’asta giudiziaria. Mi presentai accompagnato dai Carabinieri con un assegno da un miliardo di lire. Quel giorno al Tribunale di Latina c’era lo sciopero degli avvocati. All’asta ci presentammo solo noi ed uno strano individuo che dichiarò d’essere lì ‘per sentire’. A fine udienza, il giudice ci spiegò che l’unico creditore era una banca e che, se volevamo acquistare il bene, avrebbe lui stesso autorizzato la transazione col proprietario, proprio al fine di soddisfare il creditore. Tentare di negare che ci fosse un’asta giudiziaria è l’ennesima falsità di questa opposizione”.

AUDIO COMPLETO DELLA CONFERENZA STAMPA DEL 22 GIUGNO 2015 – dal minuto 15 AL MINUTO 17: IL SEVEN UP

http://www.h24notizie.com/wp-content/uploads/2015/06/audio-FORMIA.mp3

I PIGNORAMENTI DEGLI ANNI ’70 E I NOMI IMPRONUNCIABILI

Pignoramenti che all’atto di vendita, il 31 luglio 2000, Erminio Gerard Mallozzi aveva dichiarato essere entrambi riferiti a procedure esecutive il cui debito “è stato integralmente soddisfatto e pertanto devono ritenersi, agli effetti di legge, perente”. E che tra l’altro non gli avevano impedito di sottoscrivere il preliminare di vendita con Roberto Bartolini il 28 aprile 1993, mai adempiuto e quindi oggetto di giudizio al Tribunale di Rimini. Che nella seduta del Consiglio comunale del 1999 portò più di qualche Consigliere, tra gli altri Giovanchelli, a manifestare forti mal di pancia per la “non chiara proprietà della struttura”.Eletto per la prima volta il 21 novembre del 1993, in quel pomeriggio di inizio primavera del 1999, il rieletto sindaco nel 1997 Sandro Bartolomeo, aprendo la discussione spiegava all’Aula riunita che già dalla passata legislatura si era interessato per l’acquisizione del Seven Up, inoltre specificando “che partecipò a suo tempo all’asta, asta che non ebbe luogo per lo sciopero degli avvocati, mentre nella successiva udienza il proprietario dimostrò di aver saldato il debito rientrando pertanto in possesso dell’immobile”. Una dichiarazione resa in Consiglio comunale e ripresa in diverse occasioni negli anni successivi, talvolta, come abbiamo documentato, inspiegabilmente corretta. E che oggi, con l’atto di compravendita che pubblichiamo, si chiarisce inequivocabilmente.

I DUE PIGNORAMENTI DEGLI ANNI ’70 – Una verità che appare incompleta quella del Primo Cittadino se non vengono specificati gli anni in cui si tenne l’”asta finita con uno sciopero” ma che dalla dichiarazione nel 2015, secondo cui “l’unico creditore era una Banca”, da quanto dichiarato in Consiglio comunale nel 1999 dal presidente Gerardo Forte, “Ringrazio il Primo Cittadino per la riservatezza con cui ha condotto la trattativa (quando rispose all’asta ci andò sotto scorta)”, è da far risalire sicuramente al primo mandato ovvero al 1993: l’anno in cui il Tribunale di Latina emise il bando di vendita essendo pendenti sul Seven Up un pignoramento del 28 giugno 1975 a favore di M.S. e uno, delle stesso anno, a favore della Sezione Autonoma per l’Esercizio del Credito Alberghiero e Turistico della B.N.L. : probabilmente la banca che citava il Sindaco. 

L’INTERVENTO DI PAONE E DELLE MINORANZE – Concetto ribadito a più riprese dal compianto, imprenditore e consigliere, Domenico Paone che, dopo l’interruzione richiesta dalla minoranza durante quel Consiglio primaverile, e aver poco prima affermato nel corso del suo intervento: “Sarebbe molto opportuno conoscere il nome del proprietario di tutto il complesso”, tornò in aula e lesse un documento delle minoranze: “Si ritiene che la delibera non sia stata preceduta da una seria ed approfondita istruttoria e ci sia una carenza di documentazione dal punto legale come tecnico – (carenza di visura ipotecaria) -. I gruppi di minoranza manifestano in proposito vive perplessità e invitano al Giunta e il Sindaco a richiedere una verifica preliminare della titolarità del lotto e dei fabbricati su di esso insistenti e la verifica dell’effettivo possesso materiale dei beni tutti. Tali richieste se accolte o inserite nel corpo della delibera consentiranno ai gruppi di minoranza di esprimere voto favorevole malgrado la superficialità riscontrata nella stesura del preliminare”.

Detto ciò uscì dall’Aula mentre il Sindaco, riprendendo la parola, rassicurò i Consiglieri, anche di minoranza, che l’acquisto era un affare stante il prezzo di mercato della struttura pari a un miliardo e mezzo di lire e l’accordo invece raggiunto a settecento milioni di lire. E tutti votarono all’unanimità l’approvazione.

UN VENDITORE SENZA NOME – Fatto anomalo, nessuno, nel corso di tutta la discussione consiliare, pronunciò mai il nome del venditore, Erminio Gerard Mallozzi, nè quello di Roberto Bartolini, che lo aveva portato in Tribunale, o di Aldo Ferrucci che per anni fu il deus ex machina della struttura e non solo, tanto meno di appartenenti al clan Bardellino, niente di niente. Nessuno sapeva chi fossero? Difficile da crederlo considerato che il “venditore” della struttura teneva un tenore di vita elevato, sicuramente non invisibile, negli anni ’70 assorto a celebrità grazie alla novità del suo primo locale. Così come del resto anche gli altri appena nominati. Che l’oggi Primo Cittadino nel 2010 affermava di ricordare bene: “Ricordo perfettamente gli anni nei quali il Seven UP ha funzionato come discoteca, punto di incontro delle famiglie di camorra penetrate ormai nel nostro territorio.  Ero un giovane consigliere comunale e insieme a Francesco Carta abbiamo avuto non pochi problemi, anche di carattere personale, per denunciare queste cose”. Evidentemente non a consegnare poi 720 milioni  di lire a personaggi apparsi decisamente contigui al clan, capitolo 6 del libro di Minieri, “Gerard Mallozzi, l’italofrancese che aprì alla camorra casalese con il suo Le Pacha”.

CONCLUDENDO – A sedici anni da quell’acquisto, infine, va tristemente anche quest’anno annotato che nessuna amministrazione, dopo alcuni timidi tentativi naufragati da subito perché la struttura diventasse, nell’ordine: sede del Parco suburbano Scauri – Gianola, sala congressi (senza un albergo? mah! ndr), sala concerti, centro contro i disturbi dall’alcolismo, ha ancora posto le basi per una concreta riqualificazione della struttura, di cui anche nei giorni scorsi alcuni hanno proposto la demolizione. Un dato inconfutabile che non può non alimentare sospetti sulla bontà di quell’acquisto a spese di tutta la comunitàVissuto all’epoca come un’occasione di riscatto nella lotta alla criminalità a cui far appassionare i cittadini con ancora negli occhi le morti dei magistrati Falcone e Borsellino nel 1992, nonostante sull’ex discoteca si siano combattute dure battaglie elettorali e dialettiche, cioè che resta concreto è che fu pagata a chi nei fatti diede inizio e contribuì con il suo silenzio remunerato a sventrare, oltre che una collina, un intero quartiere di una città che, ancora una volta, era sembrata non fare nessuna fatica ad abbassare servizievole la testa.


Ecco come vengono trattati i Testimoni di Giustizia e tutti coloro che si schierano dalla parte dello Stato di diritto e della Giustizia in Italia !!!!!!!……………….Se non é stato-mafia diteci cos’altro é…………..

L’italiano che si è infiltrato nei narcos ed è rimasto fregato 

Di Leonardo Bianchi

News Editor 

settembre 16, 2015 
Gianfranco Franciosi. Foto per gentile concessione dell’ufficio stampa Rizzoli.

 

In Italia c’è ancora grossa confusione su chi siano i testimoni di giustizia. Pur essendo un pilastro fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata, a livello di opinione pubblica sono spesso e volentieri scambiati per pentiti, e le loro problematiche––come avevamo già scritto tempo fa––sono largamente ignorate. 

Ogni testimone, naturalmente, è una storia a sé stante––c’è chi ha denunciato un omicidio, chi un racket, chi il pizzo. E chi, come il meccanico navale Gianfranco Franciosi, è riuscito a infiltrarsi in un cartello transnazionale di narcotrafficanti. 

Poco meno di dieci anni fa Franciosi, che ha un cantiere a Bocca di Magra (La Spezia), è stato raggiunto dal boss spagnolo Elías Piñeiro Fernandez e da un camorrista del clan Di Lauro per costruire imbarcazioni adatte a trasportare carichi di cocaina. Invece di intascarsi i soldi, Gianfranco ha scelto di denunciare tutto e di iniziare a collaborare con la polizia italiana, passando diversi anni tra narcos, viaggi in Sudamerica, carcere duro in Francia e operazioni a rischio in alto mare. 

Questa vita è durata fino all’arresto del boss spagnolo––che era il terminale europeo dei colombiani––avvenuto nel 2011. Conclusosi il periodo d’infiltrazione Franciosi è finito sotto protezione insieme alla sua famiglia, ma il programma si è rivelato talmente carente che non solo il meccanico navale ne è uscito, ma ha pure fatto causa al Ministero dell’Interno. 

La sua vicenda è stata raccontata per la prima volta su Presadiretta dal giornalista Federico Ruffo, all’inizio del 2014. Qualche mese fa, sempre insieme a Ruffo, Franciosi ha scritto il libro Gli orologi del diavolo. Il titolo deriva dai Rolex che il boss spagnolo regalava ai suoi affiliati. Anche Franciosi ne ha ricevuto uno, con tanto di minaccia annessa: “Te ne regalerò uno anche il giorno in cui ti ucciderò.” L’ho chiamato per farmi raccontare questa e altre cose.

 

VICE: Ciao Gianfranco. Mi puoi raccontare quando e come è iniziato tutto?
Gianfranco Francosi
: Nel 2002, quando ho avuto il primo incontro con un certo “Tortellino,” che poi si è venuto a sapere che era una persona legata alla Banda della Magliana e si occupava di traffici di droga. Gli ho fatto dei gommoni per due anni––che a suo dire servivano perché aveva una ditta di diving––fino a quando una mattina lo vedo al telegiornale e raggelo: è stato 
ucciso a Roma in un regolamento di conti. 

A quel punto mi rivolgo immediatamente a un amico poliziotto. Lui mi dice di stare tranquillo perché avevo fatto tutto in maniera regolare. Io metto tutto a disposizione e apparentemente sembra essere tutto finito. Dopo circa due anni, una mattina arrivo in cantiere e trovo due persone ad aspettarmi, che poi risultano essere Elías Piñeiro Fernandez e un certo Raffaele, appertenente al clan Di Lauro e oggi latitante. Si avvicinano e dicono di essere amici di Tortellino. Mi sforzo di essere cordiale, entriamo in ufficio e mi chiedono di fargli il primo gommone, uguale a quelli che facevo a Tortellino. 

A differenza di quest’ultimo, loro fin dal primo momento mi dicono a cosa servono. In più, mi chiedono di fare dei gavoni per l’occultamento della droga e dei serbatoi maggiorati. Mi reco subito allo SCO di Genova e racconto tutto. Alla fine accetto di fare il gommone, in quanto la polizia mi aveva detto di farlo. 

E da lì inizia la tua attività sotto copertura. 
In realtà a quel punto non ero ancora un infiltrato, ma un informatore. Semplicemente, avrei dovuto fare questo gommone e far inserire dalla polizia degli strumenti per controllare l’imbarcazione. Il mio lavoro iniziale era semplicemente consegnare il gommone, prendere i soldi reali, fatturarlo e capire che azienda di copertura usassero per far arrivare l’imbarcazione. Doveva finire lì; non è che dovessi fare per forza l’infiltrato. 

 

Una delle imbarcazioni preparate per i narcotrafficanti. Via.Poi cos’è successo?
Nel 2007 succede che gli mando questo primo gommone che era già controllato, e dopo sei mesi circa la polizia italiana si mette d’accordo con quella spagnola e portano a termine un primo sequestro di droga. Siccome poi i viaggi andavano a finire male perché i gommoni erano intercettati, Elías decide di cambiare i piloti spagnoli: dà la colpa a loro, non alle imbarcazioni. Viene giù da me con un loro pilota per fare una prova in mare e mi chiede di insegnargli a guidare questo gommone. Mi rivolgo alla polizia e loro mi autorizzano. 

Così hai iniziato a insegnare agli spagnoli e la polizia è riuscita a raccogliere i nomi. Ma non ti hanno mai chiesto di trasportare la droga? 
Solo dopo che avevamo insegnato a questi trafficanti a guidare i gommoni, in quanto i carichi non andavano più a buon fine. È a quel punto che divento un infiltrato––ma non ufficialmente. E questa assenza di ufficialità è il motivo per cui sono finito in carcere in Francia. 

Infatti, quando Elías Piñeiro ti chiede di consegnargli un gommone di persona insieme a un suo contatto di fiducia, la polizia francese vi arresta al largo di Marsiglia. Nonostante lavorassi per la polizia, hai dovuto passare quasi otto mesi nel carcere di Toulon-la-Farlède anche per non far saltare la copertura. Come sono stati quei mesi? 
Sono stati terribili. Ho perso tutto: la mia famiglia, la mia fiducia. Sono diventato una persona cattiva, che voleva vendicarsi sia dello Stato italiano che dei trafficanti––non sapevo più da che parte stare. Se non fossi una persona che sa arrangiarsi, probabilmente lì dentro sarei morto di fame. Comunque, è stata una cosa che mi ha marcato e marcherà per tutta la vita. Ancora oggi non posso mettere piede in Francia perché mi arresterebbero: ho avuto un’espulsione a vita, anche se poi la mia posizione è stata ufficializzata. 

Una volta uscito dal carcere sei diventato un “agente interposto,” e nel 2008 hai contribuito in maniera decisiva all’operazione Albatros, che ha portato alla scoperta della “nave madre” usata dai narcos e al sequestro di una quantità enorme di cocaina ––nove tonnellate in totale, di cui cinque destinate all’Italia. Come ti sei sentito? 
Ho provato una sensazione di libertà, e di soddisfazione per me e per tutti i ragazzi che avevano lavorato in quell’operazione. Questo, almeno, fino a quando non mi è arrivata una chiamata la notte stessa dell’abbordaggio [ alla "nave madre"] in cui mi si dice che Elías non era a bordo. A quel punto lì mi cadono le braccia e mi sento morire: pensavo che mi avrebbero ammazzato, dato che non poteva non dubitare di me. 

La polizia spagnola, insieme a quella italiana, inscena una mia fuga e diffonde la notizia che un gommone battente bandiera italiana è riuscito a scappare all’agguato. Questo è ciò che mi ha salvato, visto che ero già a bordo della motonave––addirittura indossando una divisa della polizia spagnola––ad aspettare che rientrassimo nel porto. 

Quindi da quell’operazione, in cui pensavi che tutto fosse finalmente finito, sei andato avanti per altri tre anni. Visto che ci hai avuto a che fare direttamente, volevo sapere che tipi sono i narcos. Nell’immaginario collettivo si tende ancora a considerarli come personaggi vistosi e decisamente sopra le righe, alla Scarface. È così? 
Sono totalmente il contrario, almeno pubblicamente. Sono persone che non si mescolano, e che non si mettono certo a bere champagne in mezzo alla gente. È chiaro che, quando sono dentro quattro mura o in posti dove nessuno li vede, lì fanno il Tony Montana della situazione. Per farti un esempio: se Elias scopriva che uno dei suoi uomini pippava, o fumava droga e cose del genere, quella persona era destinata a sparire. Non ammetteva che i suoi uomini lavorassero in stato di alterazione. 

Tra l’altro, come hai raccontato nel libro, i narcos venivano addirittura in casa tua, o comunque stavano con voi in cantiere. 
Assolutamente. Quando si piantonavano qua stavano tra il cantiere e casa e non ci mollavano un minuto. Proprio oggi, insieme ai ragazzi del cantiere, ci siamo ricordati di una scena che si è svolta qui. Un giorno c’erano uno dei fratelli di Elias, Jose Maria Pinero Fernandez detto “Nerone,” e un altro spagnolo; quest’ultimo a un certo punto l’ha fatto incavolare, e “Nerone” gli ha dato una coltellata nella mano. 

Una cosa che mi colpito nel libro è che, dopo il primo viaggio in Sud America, dici “di provare della simpatia, forse perfino dell’affetto” nei confronti dei narcotrafficanti. 
Quando Elías è stato arrestato io ero in un luogo protetto, ma ho comunque seguito l’arresto al telefono perché non riuscivano ad aprire il bunker della sua villa. Alla fine sono stato io a dare le indicazioni per poterlo aprire. E devo dire che mi è dispiaciuto. Nel senso che ci sono stati momenti in cui parlare con lui era come parlare con un amico, e non con un trafficante––lui magari si sfogava se aveva avuto un problema con la moglie, o cose del genere. 

Se frequenti una persona per così tanto tempo è normale che nasce un rapporto che tutti possiamo avere. Credo che sia stato proprio questo a tradirlo: è subentrato un rapporto di amicizia e di fiducia che andava oltre a quello del trafficante. 

Una volta conclusasi la tua attività da “agente interposto” sei entrato nel programma di protezione testimoni con la tua famiglia. Quando hai iniziato a capire che le cose non funzionavano? 
Molto presto. Visto che i miei conti erano congelati, da un giorno all’altro mi sono ritrovato senza una lira: avevo 500 euro in tasca per fare la spesa, pagare le bollette e comprare i vestiti, visto che siamo andati via senza niente. Ci sono voluti quattro giorni solo per avere i moduli per fare richiesta di 300 euro per i vestiti.

Una settimana dopo sono scivolato nel balcone della casa in cui ci avevano portato––c’era la neve––e mi sono slogato un piede. Chiedo di andare in ospedale e mi dicono che non posso andarci. Solo dopo dieci giorni ci hanno spiegato che i nostri codici fiscali erano stati annullati e che quelli di copertura non funzionavano. Se fossimo andati in un ospedale, quindi, ci saremmo scoperti e ci avrebbero dovuto trasferire. Insomma, fin dalle piccole cose non c’è voluto tanto per capire che non funzionava. 

Poi le cose sono peggiorate di giorno in giorno, giusto? 
Sì, progressivamente, fino a capire che non era solo una questione di leggi e di applicazione delle norme, ma che andava molto più in là. La nostra decisione [ di uscire dal programma] è stata presa di comune accordo con tutta la famiglia e i bambini, perché quest’ultimi iniziavano ad avere problemi seri, anche psichici. Visto che erano costretti a farlo da protocollo, stavano imparavano a mentire sistematicamente, cosa che noi come famiglia non volevamo assolutamente. 

Ovviamente ci sono molte altre cose che ci hanno portato a scappare––perché noi siamo letteralmente scappati––tra cui anche il fatto che i trafficanti ci avevano trovato dopo appena quattro giorni. Ecco, tutte queste cose messe insieme diventano una bomba che può portarti alla follia. Tant’è che su 78 testimoni di giustizia in Italia, a 32 sono stati riscontrati disturbi psicofisici. 

 

 

Gianfranco Franciosi durante una protesta dei testimoni di giustizia davanti al Viminale. Quanto rischi ancora, concretamente? 
Allora, in base alle carte italiane non rischio niente: sono un personaggio “attenzionato.” In quelle spagnole, invece, c’è una taglia sulla mia testa. Questa è la cosa di cui mi lamento sempre: il fatto che da una parte dicono una cosa, e qui un’altra ancora. Se sono fuori pericolo, vorrei che fosse messo per iscritto in modo da poter orientare la mia vita. Purtroppo nessuno ha ancora risposto a questa domanda. 

La decisione di rendere pubblica la tua storia e l’esposizione mediatica ti hanno garantito una qualche forma di “protezione? 
È stata la mia salvezza. Mentre prima ero una persona che non conosceva nessuno––ero una “leggenda” per i testimoni di giustizia, parlavano di me ma nessuno sapeva chi fossi––rientrare a casa e rendermi conto di chi avevo intorno è stato il modo migliore di difendermi. Più passerà il tempo però, più io sarò a rischio.

A un certo punto del libro, tu dici che “pur di sopravvivere, è impressionante di cosa siano capaci gli uomini quando sono messi all’angolo.” Avresti mai pensato nella tua vita di trovarti in condizioni di questo tipo? 
Dopo che è finito tutto, e dopo l’uscita dal programma di protezione, sono tornato a casa sapendo quello a cui sarei andato incontro. Tu calcola che i miei amici mi hanno regalato una lapide per sdrammatizzare la cosa, perché dico sempre che sono un morto che cammina e che non avrò nemmeno i soldi per la lapide, dato che lo Stato non me la paga. Detto ciò, mi sono reso conto di quante volte ho rischiato la vita e di quali situazioni ho dovuto superare durante il mio periodo da infiltrato. 

Alla fine, rifaresti la stessa scelta? 
Quando a volte mi invitano a parlare nelle scuole o nelle università, io non ci voglio andare perché so di dare un messaggio “sbagliato.” Nel senso che con la mente rifarei tutto; ma la verità è che, con la situazione che c’è adesso, non consiglierei mai a un giovane di fare quello che ho fatto––a mio figlio non glielo farei mai fare. Gli direi di mandare affanculo la polizia e lo Stato e di pensare a vivere, perché alla fine ti troverai nella merda. 

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Giusto per dire dopo l’apologia di Dino Piacenti pro Sandro Falco. Russo mandava gli incassi del JAMBO in una valigia a Michele Zagaria

Giusto per dire dopo l’apologia di Dino Piacenti pro Sandro Falco. Russo mandava gli incassi del JAMBO in una valigia a Michele Zagaria. Spunta fuori anche il nome di un noto medico che avrebbe partecipato a un duplice omicidio

Dopo la sortita del presentatore, abbiamo ritenuto opportuno ritornare su alcuni passi dell’ordinanza che non avevamo ancora approfondito e che pubblichiamo in calce al nostro articolo

TRENTOLA DUCENTA – Avvicinandoci alla fase processuale, evoluzione della maxi ordinanza Jambo dello scorso 14 dicembre, tornata prepotentemente di attualità in questi giorni per il clamoroso intervento, fatto dal palco di una festa organizzata nel centro commerciale dal presentatore nonchè dipendente del centro commerciale Dino Piacenti (CLICCA QUI PER LEGGERE IL PRIMO ARTICOLO, CLICCA QUI PER LEGGERE IL SECONDO ARTICOLO), diventa ancor più utile fissare quelli che sono stati i punti essenziali dell’ordinanza di 8 mesi fa, precisamente di 8 mesi fa visto che oggi è il 14 agosto.

Nella parte finale, in cui il gip del tribunale di Napoli, Federica Colucci, esprime le sue decisioni in merito alle richieste di custodia cautelare, avanzate dalla dda, rigetta quella riguardante l’imprenditore di Trentola Nicola Russo.

Ma dentro a queste motivazioni che abbiamo cominciato ad esaminare lo scorso primo agosto (CLICCA QUI PER LEGGERE) vengono evidenziate alcune dichiarazioni di collaboratori di giustizia che forniscono uno spaccato di quella che è stata Trentola ai tempi in cui Michele Zagaria l’ha governata in una sorta di amministrazione reale di tipo criminale.

Tutti amici, “una cricca”: così la definisce Francesco Cantone o’Malapell, quella formata dal sindaco Michele Griffo e dagli imprenditori Alessandro Falco, Maurizio Capoluongo e Nicola Russo. Amici inseparabili, dentro e fuori dal Jambo. Tutti legati strettamente a Zagaria.

Sempre da Francesco Cantone ci arriva una notizia che, non produrrà fatti significativi in questa ordinanza ma che è utile significare ai nostri lettori. Il Nicola Russo che conosce Cantone non è lo stesso Nicola Russo di cui si parla nell’ordinanza, bensì un medico di Trentola. Proprietario di una palazzina in questo comune dell’agro aversano, ma anche di terreni a Capua.

Sempre secondo Francesco Cantone, la medicina non sarebbe stata l’unica passione di questo Nicola Russo, visto che probabilmente durante i suoi studi, arrotondava anche dando una mano al clan nelle sue attività più delicate, a partire dagli omicidi: “è la stessa persona – dichiara Cantone -, che ci diede appoggio in occasione del duplice omicidio De Cicco-Orabona”. Quando si dice, le persone versatili. Cantone lo descrive anche come un 50 enne slanciato, alto e magro. Catone non fa mancare alcun particolare, dice che è amico di Capoluongo e dice pure che abita vicino a lui, precisamente in via De Simone, che vogliamo sperare non sia Dario de Simone perchè se è vero che è un personaggio importante della storia di Trentola, non ci risulta sia ancora molto e quindi bisognerà aspettare qualche anno per intestargli una strada, e a Trentola sarebbero pure capaci di farlo, visto e considerato ciò che è stato detto dal palco alcune sere fa nella folle apologia di Alessandro Falco, il quale, come potrete leggere qui sotto, è ampiamente raccontato ancora una volta dai pentiti, con una chicca svelata.

Massimiliano Caterino racconta che Russo spesso avrebbe fatto da tramite tra Falco e Zagaria, portando in una valigia i soldi in contanti, evidentemente provento dell’incasso del centro commerciale Jambo, inviati dal primo al secondo, che, con buona pace di Dino Piacenti e del direttore commerciale Edmondo Pedone, è stato il vero proprietario della struttura.

G.G.

 

QUI SOTTO IL TESTO INTEGRALE DELLO STRALCIO DELL’ORDINANZA JAMBO

 

CANTONE Francesco

In data 16.11.2010

“…omissis… Del resto era tutto una cricca Griffo Michele, Balivo Gaetano, Sandro Falco, Nicola Russo, Capoluongo Maurizio. Stavano sempre insieme.…omissis…” 

In data 29.11.2010

“…omissis… Io conosco un altro Russo Nicola che fa il medico ed è sposato con la figlia di Numeroso che gestisce un grossa cooperativa ortofrutticola. La sorella di Russo Nicola di cui parlo io, si chiama Virginia e ha sposato una persona di Casal di Principe, Inoltre il Russo Nicola di cui parlo io è la stessa persona che ci diede appoggio in occasione del duplice omicidio De Cicco-Orabona, ed è amico, sin dalla tenera età, di Maurizio Capoluongo. Russo Nicola di cui parlo io è medico ed è più grande di me, avrà circa 50 anni, era snello e alto, abita vicino casa mia, in particolare a via De Simone ed ha proprietà terriera a Capua e un palazzo a Trentola. …omissis…”

CATERINO Massimiliano 

In data 02.05.2014

“…omissis… L’Ufficio pone in visione al collaboratore un album fotografico redatto dalla Squadra Mobile di Caserta e depositato in data odierna, che costituisce parte integrate del presente verbale,  composto da nr. 24 fotografie progressivamente numerate dalla nr.01 alla nr.24 e prive di generalità. …omissis…

A.D.R. La foto nr. 20 corrisponde a Nicola RUSSO e persona di fiducia di Sandro FALCO e di Michele ZAGARIA. L’Ufficio da atto che così è.…omissis…

A.D.R. Il rapporto tra ZAGARIA Michele e FALCO Alessandro è un rapporto che prescinde dal fatto che ZAGARIA – dall’ inizio degli anni 2000, precisamente 2002 – divenne il “responsabile” di Trentola per i casalesi. Ciò avvenne con il pieno consenso dei Malapelle che fino a quel momento erano stati i responsabili dopo l’arresto di De Simone. In realtà si tratta di un rapporto che preesisteva da tempo, rapporto che ha consentito a FALCO Alessandro di ampliare in modo particolarmente consistente il Jumbo stesso, sia con riferimento alla sua estensione materiale, sia con riferimento al giro di affari che è aumentato vorticosamente nel corso degli anni. Fu proprio Michele ZAGARIA che mi presentò nel 1996, poco dopo l’arresto di Dario DE SIMONE, il predetto FALCO Alessandro e con lui i fratelli BALIVO e in particolare Gaetano con cui avevamo rapporti più frequenti e anche Silvestro, nonché Nicola RUSSO. Quanto a Nicola RUSSO non sono in grado di specificare in che ramo imprenditoriale operi. E’ una persona molto legata a Michele ZAGARIA ma anche a FALCO Alessandro, anzi io li vedevo sempre insieme FALCO e RUSSO, per cui mi ero convinto che fossero soci, anche se ovviamente non so con certezza se ciò corrisponde alla realtà.  Ho già specificato in precedenti verbali che RUSSO, per esempio, consentì a Michele ZAGARIA di intestarsi e di mettere una sua fotografia su documenti a lui intestati. Personalmente, intorno al 2004, andai a Napoli con Carmine ZAGARIA, presso una persona che ho già indicato, a consegnare i documenti del RUSSO : erano una carta d’identità e una patente e, forse, anche un passaporto. Questa persona provvedeva a sostituire timbri e foto facendo risultare il documento intestato al RUSSO ma con la foto dello ZAGARIA. Inoltre, sempre questa persona di Napoli …omissis…. faceva anche un secondo documento clonato con la foto e le generalità del RUSSO. Il RUSSO usava questo documento clonato. 

Faccio presente, inoltre, che spesso RUSSO accompagnava anche all’estero Michele ZAGARIA…omissis…. 

A.D.R.  Preciso naturalmente che quando ZAGARIA andava all’estero con Nicola RUSSO non utilizzava i documenti falsificati di quest’ultimo. 

A.D.R. Tornando al rapporto fra Alessandro FALCO e ZAGARIA preciso in che modo Michele ZAGARIA ha consentito, in modo determinante, al FALCO di ampliare il Jumbo. 

In primo luogo ricordo le lunghissime riunioni che si svolgevano a Trentola a casa di Enzo PICONE, o Gaetano BALIVO o del FALCO. Preciso che la casa di Nicola RUSSO – più precisamente il suo cortile interno (ricordo che vi si accedeva per il tramite di un portone antico nel centro di Trentola) – veniva invece utilizzato come punto di appoggio quando Michele ZAGARIA doveva andare o venire da Trentola.  …omissis…

A.D.R. La frequenza dei rapporti fra Michele ZAGARIA e Alessandro FALCO era discontinua, nel senso che vi erano periodi in cui si vedevano tutti i giorni e periodi che si vedevano una volta al mese. Era Nicola RUSSO che spesso faceva da tramite tra i due, anche per portare i soldi in contanti nella valigia da FALCO a ZAGARIA.…omissis…”

RESTINA 

In data 30.03.2015

“…omissis…Io in effetti accompagni Michele ZAGARIA a casa di Gaetano BALIVO. Mi disse Michele ZAGARIA che questo Gaetano BALIVO abitava in un edificio nel quale è ubicato un centro analisi di Trentola presso cui l’Aurora Service faceva fare le analisi del sangue ai dipendenti. Incidentalmente rappresento che quando facemmo le analisi ai 25 dipendenti il Centro Analisi pur fatturando non si fece pagare o quanto meno Sandro FALCO mi disse che se la vedeva lui. Tornando a ciò che stavo dicendo prima, ricordo che feci anche un sopralluogo preliminare e poi accompagnai Michele ZAGARIA presso detta abitazione. ZAGARIA Michele non mi disse la ragione per la quale doveva essere accompagnato da Gaetano BALIVO ma la capii in seguito. Tenga presente che io accompagni ZAGARIA prima del natale del 2006 e poi ritornò a casa da me dopo la befana del 2007. Ricordo che i suoi fratelli stavano ancora a casa mia. Arrivò con una benda sull’occhio sinistro e compresi che si era fatto un piccolo interventino. In seguito fece delle visite di controllo. Rappresento che nella circostanza, quando accompagnai Michele ZAGARIA presso la casa di Gaetano BALIVO lascai il latitante in un cortile interno ma non vidi nessuno….omissis….

A.D.R.  Quando Michele ZAGARIA mi disse che dovevamo andare a casa di Gaetano BALIVO e mi indicò l’edificio in cui c’era in centro di analisi quando feci il sopralluogo non verificai se vi era un citofono su cui c’era il cognome BALIVO ne per la verità chiesi a ZAGARIA se in quell’edificio abitasse realmente BALIVO Gaetano ovvero il centro di analisi fosse del predetto. Fare una domanda del genere avrebbe determinato sicuramente una reazione di Michele ZAGARIA piuttosto adirata. Devo dirle però che in più occasioni mi venne detto che il centro di analisi era di “BALIVO”. Alla luce, della indicazione datami da Michele ZAGARIA potrei anche pensare a livello deduttivo che ci si riferisse a BALIVO Gaetano. Certo è, che sia il FALCO che Michele ZAGARIA dicevano “amma fa le analisi addò BALIVO”. Ovvio che io ben so che molto spesso o per motivi fiscali, o perché il vero proprietario non è medico l’intestazione del centro di analisi è fittizio. Voglio essere ancora più preciso, quando mi posi il problema di mettere in regola il libretto sanitario dei miei dipendenti, ne parlai prima con ZAGARIA e poi con FALCO, quest’ ultimo mi disse prenoto io “addò BALIVO”.

A.D.R. La foto nr.14 corrisponde a un volto a ben noto. Era uno che stava sempre al Jambo e scherzava con tutti. Stava sempre insieme a CAPOLUONGO Maurizio, FALCO Alessandro, BALIVO Gaetano, BALIVO Salvatore. Quando c’era una manifestazione nel Jambo lui era sempre in prima linea. Ne conoscevo il nome ma in questo momento mi sfugge. Non so dirle che attività svolgesse, a me sembrava uno che aveva “la capa fresca”. 

L’ufficio da atto che la foto nr. 14 ritrae RUSSO Nicola nato il 26.08.1956 e che trattasi del titolare almeno formale del centro di analisi di cui il collaboratore ha riferito in precedenza. 

A.D.R. Io non ricollegavo questo RUSSO Nicola al centro di analisi. Ripeto per me il RUSSO era un buontempone molto amico del FALCO, dei BALIVO e di CAPOLUONGO Maurizio…omissis…”

 

Le dichiarazioni dei collaboratori riferiscono di periodi e condotte diverse riferibili al Russo e ad avviso di chi scrive non si riscontrano reciprocamente.

Invero, il solo Dario  DE SIMONE riferisce di un periodo  passato in cui il RUSSO era coinvolto  nelle frodi AIMA. Rispetto a tali truffe  il RUSSO veniva assolto. Tuttavia, un dato che prescinde dal merito di quelle accuse riguarda i suoi rapporti di assoluta familiarità e confidenza con un camorrista del calibro di Dario DE SIMONE.

Quanto ai  rapporti diretti tra il RUSSO e  Michele ZAGARIA, assumono rilevanza centrale le  dichiarazioni di CATERINO Massimiliano.

Nelle stesse sono descritti per conoscenza diretta i rapporti anch’essi diretti fra il  capo e Nicola RUSSO che non solo agevolava la latitanza di ZAGARIA portandolo all’estero e dandogli agio di utilizzare i suoi documenti opportunamente contraffatti con l’apposizione della foto del latitante, ma era addirittura il trait de union fra Michele ZAGARIA in persona e il suo imprenditore prediletto FALCO Alessandro.

Più precisamente, CATERINO riferiva che quando ZAGARIA si recava a Trentola ZAGARIA si appoggiava preliminarmente e provvisoriamente nel cortile interno della casa di RUSSO Nicola.

Ma tali  dichiarazioni restano prive di riscontro.

Invero, non può ritenersi riscontro individualizzante alle condotte illecite riferite dal CATERINO la coincidenza con i luoghi indicati   dal RESTINA.

Invero, costui era l’uomo che spostava sul territorio Michele ZAGARIA, e come si è visto riferiva di avere più volte accompagnato a Trentola Ducenta Michele ZAGARIA che doveva incontrarsi con i suoi “amici” “addò Balivo” .

Si trattava però, di un edificio nel quale vi era un centro di analisi che era lo stesso utizzato da FALCO Alessandro ( con il consenso di ZAGARIA Michele ) per far effettuare le analisi al personale del Jambo, peraltro gratuitamente.

Ebbene, così come annotato dalla Squadra Mobile di Caserta in data 14.07.2015 la casa di RUSSO Nicola si trova nel centro di Trentola ed è ubicata nello stesso stabile o blocco di stabili in cui si trova il centro di analisi del RUSSO ( il civico dell’abitazione via DE SIMONE nr. 163 mentre quello del laboratorio è via DE SIMONE nr. 161 ).

Anche alla luce della nota del          non può pertanto  revocarsi in dubbio che il luogo di cui parla l’inconsapevole RESTINA sia lo stesso indicato dal CATERINO.

Ma tale coincidenza non può costituire un riscontro individualizzante rispetto alle condotte riferite dal CATERINO, e delle quali però il RESTINA (come gli altri cdg) nulla riferisce.

L’ unico punto su cui convergono le dichiarazioni di CANTONE,  CATERINO e RESTINA è che il RUSSO fosse in costante contatto e in continuo rapporto con tutti i soggetti imprenditoriali e politici che a Trentola Ducenta ruotavano intorno a Michele ZAGARIA. Dunque,  GRIFFO Michele,  CAPOLUONGO Maurizio,  FALCO Alessandro e  BALIVO Gaetano.

Del resto gli stretti rapporti di amicizia tra costoro  risultano   dalle  intercettazioni ambientale e telefoniche di cui alla nota del luglio 2015 della Squadra Mobile di Caserta, in atti.

Ma anche da tali intercettazioni  (che dimostrano che il RUSSO era legatissimo ai sodali di Michele ZAGARIA) non emergono condotte illecite del RUSSO

Ne consegue che la richiesta di misura nei suoi confronti va rigettata  per carenza di gravi indizi a suo carico.

PUBBLICATO IL: 14 agosto 2016 ALLE ORE 18:59 

Camorra. Clan in piena guerra nel Napoletano: trovato un arsenale militare

Camorra. Clan in piena guerra nel Napoletano: trovato un arsenale militare
Sono state rinvenute dai militari dell’arma centinaia di munizioni per kalashnikov: cosche pronte ad agguati e ‘stese’

di REDAZIONE

SOCCAVO-PIANURA. Munizioni per kalashnikov in grande quantità, a dimostrazione che il sequestro compiuto dai carabinieri l’altrasera ha colpito un clan di camorra con basi a Soccavo. Precisamente i militari hanno trovato in via dei Monti ben 100 cartucce che ritengono fossero nella disponibilità del gruppo Sorianiello, alleato dei Romano di Pianura e di alcuni ex Lago e Mele. Ma per il momento si possono fare soltanto ipotesi sul gruppo che aveva la disponibilità del materiale e che presumibilmente è anche in possesso dei micidiali fucili. Sullo sfondo, se la tesi è giusta, ci sareb-bero la guerra con i Vigilia e più in generale le tensioni che stanno attraversando trasversalmente gli ambienti di malavita dell’intera area flegrea. Dunque, a Soccavo sono entrati nuovamente in azione i carabinieri, sequestrando 100 cartucce per kalashnikov nascoste in una zona condominiale. L’operazione è avvenuta nel corso dei consueti servizi di controllo del territorio, ultimamente aumentati d’intensità nell’area flegrea proprio per la guerra in corso tra clan, condotti dalle forze dell’ordine, insieme o alternandosi.

In questo caso ad agire sono stati i militari del nucleo radiomobile di Napoli, i quali hanno scoperto  che in una intercapedine tra muri di un cortile condominiale di via dei Monti erano state nascoste 100 cartucce calibro7,62×39, tipiche munizioni peril micidiale fucile da guerra“Kalashnikov”. Trattandosi di un’area esclusivamente condominiale, per gli uomini in divisa non è stato possibile individuare i possessori delle munizioni o quantomeno chi avesse l’incarico di custodirle. Se, come sembra molto probabile, le cartucce erano di un clan di camorra, allora è possibile che qualche abitante della zona siastato pagato per nasconderle. Ecco perché sulle cartucce, contenute da una busta di cellophane avvolta nei fogli di un giornale quotidiano, sono stati avviati immediatamente accerta-menti scientifici.

Anche se difficile, in teoria è possibile che gli esperti del Cis ricavino un’impronta utile a un’eventuale identificazione. Soccavo ha vissuto a luglio un periodo di relativa tranquillità, dopo che tra aprile e giugno i contrasti tra i Vigilia e i Sorianiello, con l’appoggio sia agli uni che agli altri di clan del rione Traiano a loro volta in contrasto, avevano rag-giunti elevati e pericolosi. Omicidi, ferimenti, “stese”, sparatorie si sono susseguiti con ritmo incalzante e c’è mancato pocoche ci scappasse il morto innocente. Non che il pericolo sia cessato: proprio il ritrovamento delle munizioni per fucili kalashnikov fa nuovamente drizzare  le antenne agli investigatori e fa   scattare l’allarme rosso.

IL ROMA

14/08/2016

fonte:www.internapoli.it

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