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Civitavecchia .Frasca.Camping venduto,cinque indagati “

Una vendita inquietante

Nel marzo 2014 l’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio (ARSIAL) ha venduto l’area del campeggio sito in località la Frasca, nel Comune di Civitavecchia, 17 ettari di pineta in riva al mare con relative infrastrutture recettive, alla Società Campeggiatori la Frasca srl per circa €. 700.000,00, cedendogli contestualmente a titolo gratuito tutta la cubatura sviluppata dalla rimanente area data, invece, in concessione gratuita ventennale al Comune.
Una vendita non possibile in quanto l’area oggetto della compravendita è un’area dichiarata di Notevole Interesse Pubblico con DM 26 marzo 1975 e 22 maggio 1985  e il Regolamento per le Regolamento regionale 20 maggio 2009, n. 7 “Disciplina dell’alienazione e della gestione dei beni immobili di proprieta’ dell’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio (ARSIAL)” stabilisce esplicitamente all’art.8 che le aree di cui all’Art. 2, lettera b), ovvero le aree di  pubblico interesse, tra cui quelle di particolare pregio storico e/o ambientale, come la Frasca, non possono essere cedute a privati., come invece è accaduto.
Una vicenda che ha già attirato, come riportato quest’oggi dalla stampa, le attenzioni della Procura della Repubblica che ha iscritto nel registro degli indagati cinque persone per il reato di abuso di ufficio e falso.
Ma la cosa si fa inquietante quando si scopre che la società che controlla la società acquirente è  Nuova Frasca SRL, al 33,33% della sig.ra Asara Maria Bice, moglie del patron della Pulcini Group Antonio Pulcini, costruttore romano conosciuto per diverse speculazioni edilizie e recentemente tratto agli arresti domiciliari per la vicenda di un appalto legato ad un parcheggio nei pressi di Piazzale Clodio a Roma unitamente al Direttore dell’Agenzia per il Demanio della Regione Lazio e a tal Aliberti Giuseppe, guarda caso detentore del rimanente 66,67 % per il tramite della sua società GI.AL srl.
Insomma personaggi decisamente non nuovi a speculazioni e cementificazioni, ben introdotti nella burocrazia regionale e avvezzi ad aggirare le norme.
Per questo chiediamo alla Procura della Repubblica e agli uffici competenti di andare a fondo di questa vicenda, e verificare se a monte della stessa non si debba individuare un nuovo filone, magari con implicazioni locali, di quella mala gestione degli appalti che tanto ha scosso gli ambienti della burocrazia  romana e regionale .
Civitavecchia. 29.03.2015

La Segreteria
Per contatti:
asscaponnettocv@gmail.com
info@comitato-antimafia-lt.org
articolo_atti_procura_28-3-2015_vendita_frasca

Mafie nel Lazio 2015, criminalità a Latina.

Mafie nel Lazio 2015, criminalità a Latina.Il rapporto dell’Osservatorio contro la criminalità della Regione Lazio.

Questi rapporti della Regione,com’é nella tradizione,sono riduttivi ed in certo senso insignificanti rispetto alla realtà effettiva ed attuale in quanto si limitano a parlare di quanto é già noto , avvenuto  ed accertato da tempo.
Il discorso dovrebbe essere diverso poichè  quanto descritto si riferisce a cose vecchie.Bisognerebbe,invece,illustrare quanto si paventa in divenire,le mutazioni intervenute nelle mafie che hanno assunto sembianze diverse dal passato,le “nuove mafie” che operano in stretto collegamento con  pezzi delle istituzioni e della politica .Bisognerebbe,inoltre,mettere in rilievo le “criticità”  delle istituzioni che non si sono rivelate in grado di  fronteggiare l’avanzata continua delle mafie le quali ormai  si sono inserite nei gangli vitali dell’economia,dell’imprenditoria,della politica e delle stesse istituzioni.
Esso sembra,purtroppo,il  prodotto di un lavoro di …..”copia ed incolla” che non dice proprio niente e non offre alcun contributo alla conoscenza della realtà che é molto,ma molto più grave di quella descritta.
Ci dispiace dirlo,ma questa,purtroppo,é la realtà!!!!!!!!!!

Mafie nel Lazio: “Criminalità pontina stesso volto della camorra”

Il rapporto dell’Osservatorio Tecnico Scientifico per la legalità, in collaborazione con Libera disegna la geografia criminale in provincia: dal clan Mendico fino ai Ciarelli-Di Silvio. “Quella pontina ha lo stesso modus operandi di quella campana”

Redazione 19 marzo 2015

“La criminalità presente nella provincia di Latina ha caratteristiche simili a quelle delle mafie del sud Italia. In particolare, ricalca il modus operandi della camorra, per quel che riguarda le infiltrazioni nel tessuto socio-economico”. E’ quanto emerge dal rapporto curato dall’Osservatorio Tecnico Scientifico per la sicurezza e la legalità, in collaborazione con la Fondazione Libera Informazione, Osservatorio sull’informazione per la legalità e contro le mafie. Un’attenta e lunga analisi delle compagini criminali pontine, a cui vengono dedicati due paragrafi, (uno in più rispetto alle altre province del Lazio). Un aspetto preoccupante che denota quanto a Latina, sia storicamente che come estensione, i gruppi criminali si siano infiltrati in maniera strutturata.

Nel rapporto si parte da lontano, da vecchi attentati nel sud pontino e da quella relazione della Commissione parlamentare antimafia del 1994 che segnalava la presenza di gruppi camorristici in provincia di Latina, per poi arrivare ad evidenziare gli ultimi episodi che hanno confermato la presenza di Ciarelli e Di Silvio nel capoluogo come struttura organizzata.

Nel rapporto si sottolinea come, “in relazione alla caratura criminale, è opportuno rilevare che si tratta dell’unica struttura autoctona ad aver respinto i tentativi di penetrazione del clan dei casalesi. Si torna indietro agli anni ’90, più precisamente al 1996 quando, Carmine Ciarelli e Antonio Ciarelli denunciano Ettore Mendico che, insieme ad un altro soggetto, armati di pistola e mitraglietta avevano intimato loro di pagare 50 milioni al mese ai casalesi tramite gli amici di Casal di Principe che stavano a Latina, (individuandoli i militari in Matteo e Mario Baldascini), da consegnare in 48 ore, pena l’uccisione di un figlio al giorno. “Il fatto aveva destato allarme, in quanto era davvero inconsueta una richiesta estorsiva a soggetti che erano al contrario abituati a farne”. Episodio su cui è ancora in corso il processo al tribunale di Latina.

Per tracciare le tappe della guerra criminale nel 2010 viene fatto riferimento all’uccisione nel 2003 di Ferdinando Di Silvio, fatto esplodere nella sua auto a Capoportiere. “L’ombra di questo delitto irrisolto emerge con prepotenza nel contesto della criminalità organizzata nel capoluogo”. Quindi passa al tentato omicidio di Carmine Ciarelli del gennaio di cinque anni fa, il delitto di Massimiliano Moro a poche ore di distanza e quello di Fabio Buonamano. La guerra è quella per il controllo del territorio contro i cosiddetti “non rom”.

Dalla sentenza: “E’ emerso che storicamente la famiglia Ciarelli, ha operato nel settore dell’usura e delle estorsioni per lungo tempo e con una struttura familiare. [..]L’esercizio dell’attività di usura in maniera continuativa trova conferma anche nella lettera scritta di pugno dall’imputato Carmine Ciarelli ove lo stesso dichiarava spontaneamente di esercitare da trent’anni l’attività di usura e che “la gente che sente il mio nome mi temono”. Una supremazia, si legge nel rapporto, testimoniata anche dal clima di assoggettamento: parti offese e testimoni che si rifiutano di collaborare con la giustizia e smentiscono i fatti.

Tornando al sud pontino, già nella prefazione si fa riferimento alle prime infiltrazioni dei clan Moccia, Iovine, Schiavone, La Torre, le  minacce quasi contemporaneamente all’attribuzione di nuovi finanziamenti pubblici.  A quando “gli investigatori cominciano ad avvertire sempre più forte la presenza del clan camorristico di Casalesi”.

Corposo il capitolo dal titolo Il radicamento delle organizzazioni mafiose a Latina”. Come scritto negli atti: Emerge certamente l’esistenza di un gruppo criminale a Castelforte, autonomo, sebbene legato “clan dei casalesi”, attraverso Beneduce Alberto e Michele Zagaria, reso certamente molto appetibile, dall’essere insediato nel territorio del basso Lazio, e quindi da avvicinare al fine di insinuarsi nella realtà economica ed affermare la piena egemonia sul territorio”.

 

Si passa poi al clan Mendico, che “diveniva così una vera e propria organizzazione imprenditoriale” e al lungo capitolo investigativo che ha portato al processo Damasco sulle infiltrazioni criminali al Mof e nel Comune di Fondi. Riferimenti anche al nord della provincia: “la città di Aprilia (quinto Comune del Lazio per abitanti) ha una presenza storica delle organizzazioni criminali, le sentenze passate in giudicato nei confronti di Pasquale Noviello coinvolto nel procedimento “Sfinge, con i Casalesi, per i delitti di associazione a delinquere di stampo camorristico, estorsione, tentato omicidio aggravato dalle modalità mafiose segnalano il radicamento del clan dei casalesi in tale realtà oltre che a Nettuno ed Anzio.

Testimoni di giustizia, arriva la Carta dei diritti.

Basta, basta, basta , il continuare ad offendere i  Testimoni di Giustizia  è un atto tra i più ignobili che il Governo possa  commettere..
Alfano, Bubbico, Renzi siete complici della distruzione della vita di questi uomini onesti.
Vergognatevi ….ma quale lotta alla Mafia ????
La legge sull’assunzione dei tdg nella P.A. è un bluff…
La carta dei diritti uno spot propagandistico
La sicurezza un’ utopia
E il Servizio Centrale di protezione un colabrodo che costa milioni di euro.,inutile e,peraltro,dannoso.
Ma come potete vivere in tale menzogna e rappresentare uno Stato di diritto?????
Grazie al vs. comportamento questa categoria dei tdg scomparirà per sempre.
Abbiate l’umiltà di dimettervi …..chiedendo scusa all’Italia !

Andatevene al più presto !!!!!!!

VERGOGNATEVI  !!!!!!!!!!!!!!!!

http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/05/16/news/testimoni-di-giustizia-arriva-la-carta-dei-diritti-1.165640

Guardia di Finanza. Sospesi dal servizio i sottufficiali Vincenzo Ditta e Gaetano Spanò.

Guardia di Finanza

Avrebbero tamponato, con l’auto di servizio, quella di un romeno, che poi sarebbe stato anche costretto a pagare i danni. Protagonisti della vicenda, che risale al giugno 2014, sono gli allora comandante e vicecomandante della stazione della Guardia di Finanza di Pantelleria, Vincenzo Ditta e Gaetano Spanò, per i quali, adesso, è scattata la misura cautelare della sospensione dal loro ufficio. L’ordinanza è stata firmata dal gip di Marsala Annalisa Amato su richiesta del procuratore Alberto Di Pisa.
Ditta e Spanò, che davanti al gip si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, sono indagati per concussione, estorsione e falsità ideologica. L’indagine è stata condotta dai militari della sezione di pg della Guardia di finanza della Procura di Marsala.(ANSA) – Fonte:
Ficiesse.it

Articolo correlato: Guardia di Finanza. Napoli, 5 arrestati tra cui il sottufficiale Bruno Corosu e l’ex militare ora imprenditore Ciro del Giudice. L’indagine è nata da un servizio de “Le Iene”.

Sito ufficiale della Regione Autonoma Valle d’Aosta.

Condividiamo il grido di protesta e di dolore di questa nobile categoria di cittadini  che hanno esposto la loro vita a  pericoli di ogni genere  per schierarsi dalla parte della legalità contro le mafie,anche  di quella parte di costoro che con ostinazione non hanno voluto riconoscere  quanto ha fatto  a loro favore l ’Associazione Caponnetto e hanno,invece,voluto dar credito alle promesse di altri e di esponenti del PD e del NCD.

Purtroppo,a pagare per la tanta fiducia malriposta da parte di taluni nei confronti di coloro che dicono di stare dalla parte di coloro che combattono contro le mafie ma che  in effetti stanno oggettivamente con queste,sono tutti gli altri e questo ci fa soffrire e non poco.
Ma nella vita bisogna sempre stare molto attenti ,prima di riporre fiducia in questi o quelli.Perché se si sbaglia,questi sono i risultati ed a pagare,poi,sono tutti gli altri.
Tutti gli impegni assunti dai vari esponenti dei partiti sopraindicati si sono rivelati delle vere e proprie bufale,delle prese in giro e oggi non c’é che da prenderne atto per riprendere,con molta umiltà e senza alcuna voglia di protagonismi  personali e strumentalizzazioni  di sorta  come  talvolta si é fatto,tutti uniti,quell’azione di ferma protesta davanti ai palazzi romani che é l’unica valida per sbugiardare lorsignori e metterli con le spalle al muro per obbligarli a comportarsi con serietà di fronte a tutti e,in particolare,di fronte a chi ha messo e mette a repentaglio la vita propria e dei suoi cari per combattere le mafie.
Ce lo auguriamo di cuore e noi dell’Associazione Caponnetto restiamo sempre a disposizione di tutti ,anche –lo ripetiamo – di coloro,pochi,pochissimi in verità,- che non  ne hanno voluto apprezzare l’opera pur essendo essa stata l’unica che non li ha mai voluti abbandonare.

ANSA/ Testimoni giustizia, al palo legge su assunzioni in P.A.

Pino Masciari, revocata la scorta, aspetto vendetta ‘ndrangheta
19:08 – 27/03/2015

(ANSA) – ROMA, 27 MAR – Lungamente attesa, il 7 febbraio scorso è stata pubblicata la legge che doveva assicurare un lavoro nella Pubblica amministrazione ai testimoni di giustizia, ovvero a coloro che hanno denunciato racket, estorsioni, criminalità, omicidi. Ma di queste assunzioni non si vede l’ombra. E ad uno storico testimone di giustizia, il calabrese Pino Masciari, che ha fatto arrestare e condannare decine di capi e gregari di importanti famiglie ndranghetiste, oggi è stata tolta la scorta.

“Lo Stato oggi mi ha notificato, a me che ho denunciato il sistema ‘ndranghetista e le sue collusioni, la revoca delle misure di protezione e di scorta. Vergogna! Lo Stato mi ha abbandonato e mi punisce. Aspetto che la ‘ndrangheta bussi alla mia porta, perché così sarà; la sua puntualità è indiscutibile, quando deve presentare il conto”, dice oggi preoccupato Masciari. E denuncia anche di aver presentato da tempo richiesta allo Stato di dare attuazione ad una serie di impegni assunti in seguito ad una sentenza del Tar del Lazio del 2009 e che riguardano, tra le altre cose, anche la sicurezza, “richieste ad oggi inascoltate e rimaste senza esito”.

Dal canto loro i testimoni di giustizia campani hanno oggi scritto una lettera al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio. “Tempo fa – scrive Luigi Coppola, coordinatore del gruppo di testimoni di giustizia campani – il viceministro all’Interno Filippo Bubbico affermò che la legge non era un toccasana immediato e che sarebbe servito un decreto d’urgenza per far sì che si prevedesse una sorta di vitalizio ai testimoni fino ad assunzione avvenuta. Dove e finita la proposta?”. Anche per l’imprenditore antiracket Ignazio Cutrò, presidente dell’Associazione nazionale testimoni di giustizia, “la legge che prevede l’assunzione dei testimoni di giustizia nella pubblica amministrazione è rimasta al palo mentre le istituzioni tacciono. Il contrasto alle mafie più che una realtà concreta appare un modello di assoluta inadeguatezza. Il modello italiano di lotta alle mafie è un modello “stanco e surreale”, fatto di pacche sulle spalle e di seminari autoreferenziali, dove si annunciano promesse poi puntualmente smentite”.

Il deputato Pd Davide Mattiello, componente della Commissione parlamentare Antimafia e coordinatore del gruppo di lavoro dell’Antimafia sui testimoni di giustizia e le vittime di mafia, invita la Commissione Antimafia a riaprire l’inchiesta sulle vittime di mafia e i testimoni di giustizia. “Ad oggi – spiega – i testimoni di origine siciliana non hanno ancora firmato nemmeno un contratto, quelli di origine non siciliana sono rimandati a Settembre per la prima ricognizione di posti disponibili nella pubblica amministrazione. C’è chi come Masciari – prosegue il deputato Pd – reclama soltanto l’attuazione di una sentenza del TAR del 2009 e che per tutta risposta si vede revocare la scorta, che però gli viene mantenuta in Calabria. Come se non ci fosse la ‘ndrangheta in Piemonte. Sembra piuttosto un messaggio in codice: Masciari, tu in Calabria non ci devi più mettere piede. C’è chi come Francesco di Palo chiede che gli venga restituita una piccola somma dovuta, che servirebbe a fare fronte ad impellenti spese sanitarie. Niente”. “I testimoni di giustizia sono meno di 100 persone – conclude Mattiello – come è possibile non dar loro sicurezza e ristoro?”. (ANSA).

Testimoni di Giustizia presi in giro da questo Stato. Renzi,Alfano e Bubbico vergognatevi!!!!!!!!!

Mafia: testimoni giustizia, legge assunzione nella PA è rimasta al palo

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26 marzo 2015
“Più che una realtà concreta è un modello di assoluta inadeguatezza. La legge che prevede l’assunzione dei testimoni di giustizia nella pubblica amministrazione è rimasta al palo e le Istituzioni tacciono. Manca una legge che prevede la confisca dei beni ai corrotti e le Istituzioni tacciono, ci sono leggi che affermano il principio vergognoso che in materia di lotta alle mafie si può essere vittima di serie A, B e C e le istituzioni tacciono, gli imprenditori ed i commercianti che denunciano finiscono con il chiudere le aziende, morire politicamente, socialmente ed economicamente e le Istituzioni tacciono”. E’ la denuncia dell’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia. Il Presidente Ignazio Cutrò (in foto) si riferisce, in particolare, al convegno su “Il contrasto delle mafie nella dimensione parlamentare, regionale e locale”. “Il modello italiano di lotta alle mafie è un modello “stanco e surreale”, fatto di pacche sulle spalle e di seminari autoreferenziali, dove si annunciano promesse poi puntualmente smentiti dalla realtà concreta – dice – Il modello italiano è davvero un brand da esportare in Europa e nel mondo? Forse c’è bisogno di più coerenza e dignità da parte delle nostre istituzioni parlamentari, regionali e locali e soprattutto, di lealtà nei confronti dei cittadini onesti rimasti, oramai, orfani di “genitori viventi”". 

L’Italia prima nazione in Europa per corruzione.Così andiamo a sbattere !!!!!!!!!!!

Corruzione, come faremo a batterla se rimaniamo in coma civico?

Simone Cosimi

marzo 26, 2015

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La corruzione percepita. Non ci bastava la presunta leadership in quella vera, concreta, che sottrae risorse e civiltà alla comunità. D’altronde su quest’ultima si susseguono presunte stime, bufalicchie e valutazioni da prendere con le molle: una su tutte, i famosi 60 miliardi di euro che girano da anni, almeno dal 2004, ingannando un po’ chiunque, dalla Commissione Europea al Washington Post. Ma è un’altra storia.

Secondo il rapporto dell’Ocse Curbing corruption, a sua volta basato su uno studio Gallup, l’Italia si piazzerebbe al primo posto fra i 34 membri dell’organizzazione parigina quanto appunto a percezione della corruzione nelle istituzioni governative e locali.

L’incidenza sarebbe del 90%: in sostanza per nove italiani su dieci l’amministrazione nostrana è in buona misura territorio di stabile ricorso al variegato universo degli atti corruttivi, dalla concussione alle mazzette sonanti fino alle consulenze fasulle. Della serie: è così, che ci vuoi fare. Precediamo l’usuale pattuglia sud europea composta da Portogallo, Grecia e Spagna con l’eccezione della Slovenia: tutti si muovono fra l’80 e il 90%.

Dalla parte opposta – come ti sbagli – la Svezia, in cui quell’indice scende al 15% e la fiducia nel governo in quanto istituzione si muove intorno al 55% (in Italia è al 30%, male ma non malissimo dice l’indagine). Quel che ne esce è insomma il fatto che in parallelo all’emorragia di risorse e servizi che questi fenomeni si portano dietro – diroccando l’offerta alla popolazione, che non a caso paga sempre più tasse per foraggiare il sistema – si approfondisce la delegittimazione dell’apparato dello Stato. Lo conferma l’Ocse, secondo cui c’è una “forte relazione” tra la corruzione percepita e la fiducia nel governo.

Insomma, stando a questi numeri siamo in coma civico profondo. Nel senso che rialziamo appena lo sguardo, mirando di sottecchi lo spesso anonimo doppiopetto di turno, quando la magistratura e la stampa scoperchiano l’ennesimo caso, l’ennesima indagine che durerà anni e di cui (giustamente, perché è sempre l’aspetto simbolico che esplode per primo) non riusciamo proprio a mandare giù Rolex e posti di lavoro trovati in un batter d’occhio.

Salvo poi rinunciare a capire bene come funzionasse quel singolo meccanismo, da dove passasse il fiume di denaro che veniva dalle nostre tasche, quali danni abbia provocato o continuerà a produrre per decenni: la corruzione è quel classico atteggiamento più facile da mettere in pratica che da spiegare e capire. Lo si impara facendolo o patendolo. Altrimenti, e in fondo, chissenefrega tanto sono tutti uguali.

E infatti quel tema riguarda tutti, nessuno escluso. Certo, i grand commis di Stato, i ministri, i “politici”, manager e relativi scudieri se ne macchiano in dimensioni e frequenza ormai insostenibile. Non c’è giorno che passi senza una piccola-grande indagine, un suo sviluppo o un nuovo filone dalle direzioni più arzigogolate, dalle Asl alle più surreali poltrone di Stato, perché la corruzione è un serpente. Dico che riguarda tutti perché da una parte le cronache dimostrano da anni che nessuno ne è immune, dall’ultimo vigile di provincia al primo ministro. Questo lo sappiamo fin troppo bene.

Ma anche perché, a leggere quei dati, viene da chiedersi cosa abbiamo fatto per tentare di risvegliarci da quel coma civico. Ecco perché non era il momento di distribuire una serie tv come 1992: non si fanno prodotti sull’attualità. Non si scrive la Storia su quello che continua ad accadere, non si ricuce un corpo martoriato prima che il male ne sia stato estirpato. Ciò a cui non abbiamo voluto dare una risposta. Il rischio? Il solito: disinnescare il tema, riportandolo a un semplicismo televisivo che non possiamo permetterci.

Non può insomma essere tutta una fiction, per quanto figa. Dobbiamo smetterla di interessarci ai temi solo quando, vedi Gomorra, ci intrattengono. Quando possiamo innamorarci di un personaggio dimenticando che fuori dallo schermo non vorremmo mai dividerci il tavolo e scambiando l’intrattenimento per il deperimento. Per il ritratto della nostra stessa decadenza. La nostra Storia non può essere un passatempo da divano, per quanto di spessore, ben fatto o chissà quali altri giudizi da critici improvvisati (?). La corruzione ha insomma bisogno di un surplus d’impegno che – protetti dal rinomato cinismo tricolore – abbiamo smesso perfino di concepire. Diventando così tutti un po’ collusi.

Da questo, e soltanto da questo disinteresse, da quest’analfabetismo nel vivere comune di un’opinione pubblica senza strumenti, è emersa in questi vent’anni abbondanti la centralità della magistratura. Dall’assenza di politica, non della politica. Di politici ne abbiamo avuti e continuiamo ad averne fin troppi: in Italia si verifica probabilmente il peggior rapporto costi-benefici del pianeta Terra. Di partecipazione ai problemi di tutti, a dirla tutta, ne abbiamo vista assai poca. E soprattutto di conseguenti atteggiamenti: la richiesta di trasparenza, per esempio, non parte solo dagli open data. Parte dagli scontrini al bar, dalla fattura all’artigiano, da una richiesta di chiarimento a un ufficio pubblico. E poi – dopo, o almeno in parallelo – s’innalza alle proposte che tutti conosciamo: meno burocrazia, Pa trasparente e trapiantata al 21esimo secolo, pene severissime, approvate senza i teatrini di questi giorni e di sempre, e soprattutto applicate.

Ma prima vengono una domanda, un dubbio, una spiegazione pretesa, un’indignazione che duri più del tempo di un retweet. La voglia di vivere al 100% la propria vita in un Paese che chieda e restituisca il giusto.

Prima, insomma, viene riaprire gli occhi da quel coma, o staccarli dall’ennesima saga infrasettimanale troppo facile da raccontarsi, per capire – nella nostra vita quotidiana, anzi nella nostra percezione, come dice l’Ocse – da dove arriva quella puzza. E proteggere, insieme ai nostri soldi, ai soldi di molti ma non di tutti, la nostra dignità.

Napoli, agguato di Camorra: spari in strada, un morto e un passante ferito.

Napoli, agguato di Camorra: spari in strada, un morto e un passante ferito

di Nico Falco
Una sparatoria si è verificata intorno alle 20.30 al Rione Conocal, nel quartiere napoletano di Ponticelli, a ventiquattro ore dal blitz che ha decimato tre storici clan della zona.

Sul posto gli uomini del commissariato di Polizia di Ponticelli e gli agenti della Squadra Mobile della Questura di Napoli, supportati dalle pattuglie dell’Ufficio Prevenzione Generale. Ancora ignote le dinamiche dell’accaduto ma, stando ai primi accertamenti, si sarebbe trattato di un agguato di chiaro stampo camorristico.

A finire sotto i colpi dei sicari un napoletano, residente nelle vicinanze. Probabilmente era lui il bersaglio. Rimasto gravemente ferito, è deceduto poco dopo l’arrivo al pronto soccorso dell’ospedale Villa Betania. Ferito anche un cittadino di origine srilankese, colpito di striscio a una mano.

Gli agenti, nel corso del sopralluogo, hanno rinvenuto e repertato sei bossoli. Attualmente gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la figura della vittima ed appurare un eventuale coinvolgimento nella malavita organizzata del luogo. L’agguato arriva poche ore dopo un’importante operazione delle forze dell’ordine che ha creato, decimando i clan storicamente attivi sul quartiere, un vuoto di potere che potrebbe essere, questa una delle ipotesi al vaglio, alla base della sparatoria.

Napoli, rapina choc, due carabinieri assaltano un supermarket: un morto e 9 feriti. Arrestati i due militari dell’Arma.

Napoli, rapina choc, due carabinieri assaltano un supermarket: un morto e 9 feriti. Arrestati i due militari dell’Arma

È morto uno dei dieci feriti della rapina tentata oggi in un supermercato di Ottaviano (Napoli). Si tratta di Pasquale Prisco, 28 anni, figlio del proprietario del supermercato. Prisco è deceduto nell’ospedale di Sarno (Salerno), dove era stato sottoposto ad un’operazione chirurgica per ferite all’addome. Lo si apprende dai Carabinieri impegnati nella rapina finita nel sangue al supermercato Etè di Ottaviano. Dieci in tutto oe persone ricoverate tra cui due carabinieri, sei ricoverati all’ospedale Martiri del Villa Malta di Sarno, altri quattro ricoverati tra San Giuseppe Vesuviano e Nocera Inferiore. In serata poi la svolta nelle indagini: i rapinatori erano due carabinieri liberi dal servizio (sono di stanza a Mestre), che sono stati arrestati.

http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/CRONACA/rapina_supermarket_sfocia_sangue/notizie/1259405.shtml

Campania, arrestati due ex sindaci e fratello di imprenditore ucciso dai Casalesi: accuse di corruzione.

rrestati stamattina alle sei l’ex sindaco di Gricignano d’Aversa Andrea Lettieri, il sindaco sospeso di Orta di Atella Angelo Brancaccio (entrambi di centrosinistra) e l’imprenditore Sergio Orsi, fratello di Michele ucciso dal clan dei Casalesi nel 2008. Lettieri e Brancaccio, che avevano costituito la società intercomunale Multiservizi, avrebbero tratto vantaggi economici e favori elettorali in cambio di affidamenti illegali di lavori agli imprenditori di camorra. Risulta addirittura che siano stati versati dagli Orsi su conti correnti svizzeri ingenti quantità di denaro per Brancaccio.

Ad eseguire l’operazione, dietro ordinanza del tribunale di Napoli, il commissariato di polizia di Aversa che da molto tempo stava curando l’indagine sulla commistione politica e criminalità organizzata nei comuni di Orta di Atella e Gricignano d’ Aversa.

di Alessandra Tommasino

Roma, operazione contro la ‘Ndrangheta: arresti in corso nella capitale.

Inchiesta della Polizia di Stato Roma, operazione contro la ‘Ndrangheta: arresti nella capitale L’operazione è concentrata sulla criminalità organizzata calabrese attiva nella Capitale. Gli uomini arrestati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione abusiva di armi e accesso abusivo a un sistema informatico o telematico, per aver agevolato l’operatività della ‘Ndrangheta CondividiTweet26 Immagine d’archivio ‘Ndrangheta: 11 arresti in Calabria, sequestrati beni per 210 milioni di euro Catanzaro, lotta alla ‘Ndrangheta: 32 arresti per traffico di droga. Sequestrate droga e armi ‘Ndrangheta: arrestato a Roma il latitante Domenico Mollica. Era nascosto in un solaio ‘Ndrangheta, scoperta una vasta organizzazione a Roma: una trentina di arresti 25 marzo 2015Dalle prime ore di questa mattina la Polizia di Stato sta effettuando arresti nei confronti di esponeti della ‘Ndrangheta a Roma. L’operazione, concentrata sulla criminalità organizzata calabrese attiva nella Capitale, è coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma. Gli agenti della Polizia hanno arrestato esponenti della famiglia Crea, originari dell’alto ionio reggino, in particolare del paese di Stilo, in provincia di Reggio Calabria. Il gruppo criminale gestiva diverse attività commerciali a Primavalle e si era inserito nel tessuto economico, commerciale e sociale del quartiere romano, imponendo la propria presenza nel territorio. Gli uomini arrestati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione abusiva di armi e accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, per aver agevolato l’operatività della ‘Ndrangheta, con articolazioni territoriali operanti in Calabria e nella provincia di Roma per il controllo delle attività illecite sul territorio. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Ndrangheta-arresti-della-polizia-a-Roma-cf9b81de-fe2b-40a0-8357-1a45dfba1402.html

Latina, terremoto in Tribunale. Indagato un altro commercialista. Giallo sull’interrogatorio del giudice.

Scandalo dei fallimenti in provincia di Latina.L’inchiesta si allarga.Grazie Dottoressa D’Elia.

Latina, terremoto in Tribunale. Indagato un altro commercialista. Giallo sull’interrogatorio del giudice

LATINA – Un altro indagato e il giudice Antonio Lollo, principale accusato nel terremoto che ha riguardato la sezione fallimentare del Tribunale della quale faceva parte, che è stato interrogato dal gip Brutti e dai pm Duchini e Casucci. Sono le principali novità nell’inchiesta delle Procure di Latina e Perugia, seguita dalla Polizia di Stato, che ha portato a nove arresti nei giorni scorsi e promette nuovi sviluppi. Ieri mattina il commercialista Andrea Lauri, vicino alla “cricca” di Lollo, aveva rinunciato a tutti gli incarichi, metà dei quali ottenuti proprio dal giudice arrestato. Nel pomeriggio la perquisizione del suo studio a Cisterna e l’iscrizione nel registro degli indagati. Il commercialista si è detto “a disposizione per chiarire ogni cosa”.

Intanto sono un giallo le risposte alle domande dei magistrati fornite da Antonio Lollo. Dalle carte dell’inchiesta spunta il vertice per sviare le indagini tra il giudice, la moglie e i componenti del gruppo.

Blitz anticamorra a Napoli, 40 arresti.

Contro clan Cuccaro-Andolfi, attivo in zona orientale città

 © ANSA
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(ANSA) – NAPOLI, 24 MAR – Blitz anticamorra nei quartieri Barra e Ponticelli di Napoli, dove Carabinieri e Polizia di Stato stanno eseguendo una quarantina di misure cautelari nei confronti persone ritenute affiliate al clan camorristico Cuccaro-Andolfi. I reati contestati sono associazione di tipo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, contrabbando di sigarette, introduzione e spendita di banconote false, estorsione, omicidio, corruzione, detenzione e porto abusivo di armi.

Appalti pubblici alla camorra, parla il testimone | Resto al Sud.Prendiamo tutti esempio da lui.Questi sono gli uomini di cui ha bisogno l’Italia,non di ladri,corrotti,mafiosi e codardi.

Gennaro C.

Appalti pubblici alla camorra, parla il testimone

“Sono carico, non ho paura di questa gente e dei loro avvocati”. E’ Gennaro Ciliberto che parla, che urla la sua rabbia. Il Testimone di Giustizia che ha denunciato la criminalità organizzata, la corruzione e le infiltrazioni negli appalti pubblici. L’ex carabiniere ausiliario che non ha dato tregua ai suoi datori di lavoro: la famiglia Vuolo, ‘imprenditori’ di Castellammare di Stabia “con precedenti penali alle spalle – scrive nell’interrogazione parlamentare del 2013 Luca Frusone del M5Stelle – e sospetti legami con il clan camorristico D’Alessandro. Il figlio di Mario Vuolo, Pasquale detto ‘Capa storta’ viene definito figura emergente del clan e la nuora è figlia di un affiliato di spicco della cosca D’Alessandro”.

Gennaro ha lavorato per questa gente, per il “re delle autostrade” Mario Vuolo. Doveva diventare il ‘garante’, la testa di legno. Nel 2008, anno del crollo del casello di Cherasco (Cuneo), viene nominato responsabile della sicurezza, con un appalto Anas-Impregilo (“Anas gira l’appalto a Impregilo e quest’ultima gira l’appalto a Mario Vuolo, qui c’è la corruzione”), per la realizzazione della passerella ciclopedonale ss36 di Cinisello Balsamo (Milano). Un’opera pubblica mai aperta al pubblico, sotto sequestro e costata diversi milioni di euro. “Incomincio a lavorare e c’è il crollo del casello di Cherasco”. Il casello è stato costruito dalla Carpenfer Roma srl, una delle tante aziende di Mario Vuolo, “un appalto preso da una ditta di Agrigento, poi dato a Vuolo dietro pressioni di un funzionario di Autostrade”. La pensilina di Cherasco, come precisa e denuncia Ciliberto, non è un caso isolato. L’ex carabiniere si accorge della situazione, comincia ad indagare. Fotocopia i documenti, fotografa, registra le conversazioni. “L’appalto di Cinisello Balsamo è l’espressione della corruzione, è la mamma di tutte le loro tangenti”. I rapporti tra Gennaro e i Vuolo cominciano a deteriorarsi, troppi problemi. Troppi pericoli. Il 14 settembre 2010 subisce una strana rapina. Un tizio si avvicina e urla “dammi l’orologio”. Non finisce nemmeno la frase e scarrella la pistola. Ma commette un errore. “C’è già un colpo in canna, il proiettile cade a terra. Ho il tempo per colpirlo con due calci. Mi spara e mi colpisce di striscio alla tibia destra. Mi mette la pistola in testa e preme il grilletto, il colpo non parte. Comincia a colpirmi con il calcio della pistola. Mi portano in ospedale, il medico non chiama la polizia”.

Dopo la sparatoria si interrompono definitivamente i rapporti con i Vuolo. Il 4 febbraio 2011 la prima denuncia alla DIA di Milano. Racconta tutto quello che ha visto, consegna i documenti, scoperchia la pentola. Parla degli affari, dell’attività criminale, della famiglia Vuolo, del clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia. Presenta denunce in tutta Italia. Parla dei Punti Blu sulle autostrade (“i Vuolo vincono, con affidamento diretto, i lavori per la realizzazione di tutti i Punti Blu d’Italia. Appalto di quattro milioni di euro”), del tratto autostradale Salerno-Reggio Calabria, del ponte sullo stretto di Messina, di ponti, caselli (Rosignano, Senigallia, Settebagni), del casello di Firenze, dei lavori sull’autostrada A11 e A12 (scrivono i periti: “gravi cedimenti strutturali, grave pericolo”), dell’appalto sull’A22 (bando europeo, società Brennero, per le barriere fonoassorbenti), di una gara pubblica a Locate Triulzi (Milano), di un appalto al carcere di Larino (barriere fonoassorbenti, per un valore di un milione di euro). Parla, un anno prima, dei lavori realizzati sul tratto autostradale nei pressi di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), dove nel dicembre del 2012 crollerà la segnaletica. Non si è mai arreso Gennaro: “tutti i cavalcavia fatti dai Vuolo, nel tratto che va da Barra a Nocera Inferiore, sono a rischio crollo”. La sua storia è contenuta nel libro Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie, Giulio Perrone Editore.

MONZA: Il Processo nel Processo. Il primo atto è iniziato il 26 gennaio di quest’anno. Tutto ruota intorno alla costruzione della passerella di Cinisello Balsamo (Milano), sequestrata dalla Procura il 17 giugno del 2011. “Si sono accertate le anomalie – spiega il testimone di giustizia – ma nessuno la vuole. Mi fanno vedere le foto e si vedono gli errori progettuali, le anomalie delle saldature. Se fosse crollata quell’opera avrebbe fatto una strage, è una strada trafficata”. Molte dichiarazioni sono state confermate dalla DIA di Firenze e dalla Procura Generale di Monza. “Ma i difensori dei Vuolo e degli altri imputati puntano a delegittimarmi”, per far ‘cadere’ il testimone di giustizia. L’unico a confermare in aula le accuse. Lo avevano già avvisato. “Il manager Impregilo, Alfio Cirami, oggi imputato nel processo di Monza per la passerella mi disse: ‘Tu non lavorerai mai più in nessun appalto, tu non sai noi chi siamo. Ti prenderanno per un folle’”. Gennaro, invece, è ritenuto credibile, ha squarciato il muro di omertà. “A Monza si sta svolgendo un processo nel processo, stanno uscendo fuori tante altre cose. Voglio fare il mio dovere, fino alla fine. La Dia ritiene di aver trovato conferme a molte delle anomalie segnalate, sia riguardo al modus operandi del gruppo imprenditoriale che, si legge in un comunicato, ‘dispone di ingenti capitali di dubbia provenienza e tenta sistematicamente di corrompere i rappresentanti degli enti committenti’, sia riguardo a ‘fraudolente modifiche di disegni progettuali, soprattutto nella parte relativa alle saldature delle pensiline, da parte degli imprenditori indagati e di alcuni tecnici collusi’”. Gli otto avvocati degli imputati, per la prossima udienza fissata lunedì 23 marzo a Monza, “hanno chiesto più di sette ore di controesame. Sono pronto”. Gennaro è assistito (“quasi gratis”) dall’avvocato Giacinto Inzillo, “mentre loro hanno avvocati che pagano con fior di quattrini. Perché lo Stato non tutela legalmente i testimoni di giustizia? Dov’è lo Stato?” Dov’era lo Stato quando sono stati affidati gli appalti alle aziende in odor di camorra? Chi effettua i controlli antimafia in questo Paese? “Sarà un processo difficile – ha dichiarato dopo la prima udienza il testimone – ma io ci sarò sempre. Avrei potuto non vedere né parlare e godermi una vita di lusso e di potere. Avrei potuto cedere alle minacce e ritrattare, ho solo fatto il mio dovere di uomo onesto. Ma ora pretendo la verità”. La prima udienza ha lasciato Gennaro con l’amaro in bocca: “non c’era nessun cittadino di Cinisello Balsamo, nessuno della società civile, nessuna associazione. Dopo quattro anni di isolamento mi aspettavo il calore e la vicinanza del popolo onesto. Questo mi ha fatto male, molto male”. Cosa accadrà il prossimo 23 marzo? Il testimone sarà nuovamente lasciato solo? Le persone perbene vanno difese in vita.

Camorra. Sanità, appalti e politica: il boss Belforte si pente e parla.

PER APPROFONDIRE: camorra, pentimento, boss, belforte
di Leandro Del Gaudio
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Come funzionano le cose in una certa sanità campana, chi tiene in mano le redini di appalti per lavori pubblici, chi gestisce il consenso elettorale quando in politica si fa sul serio e i numeri possono tutto.

Di questo e altro ancora sta parlando Salvatore Belforte, ormai ex boss dell’omonimo clan radicato nella zona di Marcianise, capace per decenni di fare la voce grossa anche contro gente di spicco dei clan dei Casalesi. Una scelta clamorosa, quella di Belforte, una sorta di spartiacque destinato a provocare non pochi sviluppi in campo investigativo.

Dopo nove anni filati in cella, molti dei quali passati in regime di carcere bis, crolla uno dei boss storici della camorra campana. Condannato all’ergastolo al termine di due processi – per due vicende di omicidio nelle faide per la conquista del territorio – Salvatore Belforte ha deciso di chiudere con il crimine organizzato. Non c’erano condanne definitive all’ergastolo, ma poco ci mancava, al termine di indagini che lo hanno letteralmente accerchiato. E isolato. Un terremoto, per essere chiari, visto lo spessore del nuovo collaboratore di giustizia.

Clan Casamonica,otto arresti.

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Clan Casamonica: otto arresti
Blitz della Polizia. Ramificazioni criminali anche a Cerveteri
CERVETERI ­ La Polizia di Stato ha eseguito alle prime ore di stamane un’ordinanza di custodia cautelare
in carcere, emessa dal Gip presso il Tribunale di Roma su richiesta della locale Procura della Repubblica,
assicurando alla giustizia otto pericolosi appartenenti al clan malavitoso dei Casamonica operante nella
capitale con ramificazioni criminali nei territori di Nettuno, Genzano, Lanuvio e Cerveteri.
Le indagini condotte dalla Squadra Mobile e dal Commissariato di polizia Vescovio sono durate
complessivamente un biennio ed hanno permesso di documentare lo spessore criminale del clan che ha, in
pochissimo tempo, soggiogato alla sua volontà noti imprenditori commerciali della capitale in un vorticoso
giro di prestiti usurari (con interessi elevatissimi) che venivano concessi attraverso la vendita simulata a
compiacenti acquirenti, segnalati dal clan, di macchine, gioielli, orologi di pregio a fronte del rilascio di
effetti cambiari da parte della vittima e, successivamente, riacquistati dal clan con il pretesto di “scalare” il
debito pregresso.
Da quanto emerso nel corso dell’inchiesta venivano applicati tassi di interessi usurai che, in qualche caso,

23/3/2015 CIVONLINE ­  Cl an Casamoni ca: otto ar r esti
arrivavano fino al 76.000% annuale. Una delle vittime del gruppo, a fronte di un prestito di 20.000 euro,
avrebbe restituito ai Casamonica 1,8 milioni di euro in sei anni. Secondo la ricostruzione effettuata dagli
inquirenti, i prestiti venivano concessi attraverso la vendita simulata a compiacenti acquirenti segnalati dal
clan, di macchine, gioielli, orologi di pregio a fronte del rilascio di effetti cambiari da parte della vittima.
Oggetti che, successivamente, venivano riacquistati a prezzi irrisori dai Casamonica con il pretesto di
“scalare” il debito. Alcune donne della famiglia, che per rientrare del prestito di denaro fatto
all’imprenditore pretendevano dallo stesso oggetti di arredamento che la vittima sottraeva alla propria
attività commerciale. Tra gli indagati, a finire in manette sono Consilio Casamonica (detto Tony il
meraviglioso), i figli di quest’ultimo Enrico e Antonio, Antonio Garofoli e Diego Casamonica.
Contestualmente all’esecuzione delle misure cautelari sono state eseguite numerose perquisizioni locali
nella Capitale e nei centri di Nettuno, Genzano, Lanuvio e Cerveteri nei confronti di aziende riferibili allo
stesso clan Casamonica.
(20 Mar 2015 ­ Ore 13:10)

Il terremoto per le aste giudiziarie a Latina.Grazie,dottoressa D’Elia per quanto state facendo per la gente onesta pontina e per la Giustizia vera.

Caso Lollo / Mirasole, il finale non è stato scritto: indagato anche Ranucci

Caso Lollo / Mirasole, il finale non è stato scritto: indagato anche Ranucci

Scritto da Redazione / Cronaca, Gaeta, Latina, Top News / 21 marzo 2015, ore 6:04 pm
LATINA – Il finale della vicenda del fallimento dell’Hotel Mirasole non è stato mai scritto. Come quelle commedie moderne in cui come proseguirà la storia è demandato agli spettatori. Capita che ci si ritrovi così nel foyer di un cinema o davanti ad un gelato a discutere tra amici anche per ore, tra tesi complottiste e tesi che rasentano invece l’ovvietà. Che forse, se si fosse approfondito lo spirito dell’autore, si sarebbe caduti nella divagazione. Certo il curioso modus operandi del giudice fallimentare Antonio Lollo, che ha trovato consacrazione nel suo arresto, qualche dubbio sulla gestione anche di altre vicende fallimentari, fin qui non menzionate, lo pone. Prima tra tutte quella dell’Hotel Mirasole, a pochi metri dalla spiaggia gaetana di Serapo.

Nonostante siano trascorsi quasi 5 anni infatti la procedura non è chiusa ed i pagamenti – a quanto risulta – vanno molto a rilento. Inchiostro insufficiente? L’Interrogativo odierno per la verità viene da molto lontano. A lanciare le prime accuse su come stava procedendo la vicenda fallimentare fu l’associazione antimafia Antonino Caponnetto nel marzo 2009. Si insinuava il rischio di partecipazione all’asta di prestanome della criminalità organizzata. Preoccupazioni rimaste costanti per tutto l’iter. Ma è a gennaio 2010, alla vigilia di una nuova asta fallimentare, che si innesta un discorso diverso.

“Chiunque sia interessato all’acquisto del Mirasole, che rientra nella categoria degli investimenti rilevanti – fu l’alarme dell’allora sindaco di Gaeta Antonio Raimondi – dovrà dimostrare la tracciabilità dei capitali. La criminalità organizzata e no, spesso si nasconde dietro prestanome incensurati. Mi pongo una domanda: come mai il curatore fallimentare (Carlo Romagnoli, ndr.) non ha mai cercato di aiutare il dottor Oreste Valente? Questa persona, che fa parte della vecchia proprietà, ha gestito l’albergo in questi ultimi anni facendo lavorare, con tutte le tutele sindacali, decine di persone in maniera continuativa e centinaia in modo stagionale. Tra l’altro, l’albergo è sempre rimasto aperto anche d’inverno offrendo un servizio non indifferente alla città”.

“La questione richiederebbe una risposta immediata perché non si tratta di difendere qualcuno in particolare, ma i lavoratori di Gaeta che hanno fatto del Mirasole la loro fonte di reddito. Chiederò alla Regione Lazio un intervento sia per la sicurezza del lavoro che per le infiltrazioni della criminalità – conclude il Sindaco – La guardia, su questi temi, è e sarà sempre alta per evitare di essere terra di conquista di loschi interessi”. Ma dalla Regione segnali concreti non ne arrivarono. Valente stava tentando di formare un pool di banche per il salvataggio della struttura turistica, ma trovò le porte chiuse.

Si parlò anche di una possibile cordata di imprenditori gaetani. Sta di fatto che la seduta di gara andò desera. Non vi si presentò neppure l’imprenditore Nicola Santullo, infastidito per le indiscrezioni di stampa su un suo coinvolgimento nell’affare. La sua offerta fu rimandata al successivo 3 giugno, quando, alla quinta chance “l’ambasciatore” si aggiudicò l’asta per 7 milioni e mezzo. Ma quelle dichiarazioni di Raimondi, lette con il senno di poi, lasciano molti perché ancora aperti. Qualcuno potrebbe essere racchiuso proprio nei fascicoli della procedura fallimentare.

Si precisano intanto i contorni della vicenda che ha portato la polizia ad arrestare il giudice Antonio Lollo ed altre 7 persone (Antonia Lusena, moglie del giudice; Massimo Gatto, Vittorio Genco e Marco Viola, commercialisti; Roberto Menduti, sottufficiale della gdf; Luca Granato, imprenditore; Rita Sacchetti, residente a Gaeta per molti anni, cancelliere della sezione fallimentare) sospettate a vario titolo dei reati di corruzione, corruzione in atti giudiziari, concussione, all’induzione indebita a dare o promettere denaro od altra utilità, turbativa d’asta, falso e rivelazione di segreto nonché accesso abusivo ad un sistema informatico e telematico aggravato dalla circostanza di rivestire la qualità di pubblico ufficiale.

Il Golfo risulta ad ogni modo pienamente impelagato. Secondo indiscrezioni nell’inchiesta per corruzione risulterebbe indagato anche l’ex assessore di Forza Italia Raffaele Ranucci, amministratore durante le giunte Forte e Miele. Il suo ufficio sarebbe stato oggetto di perquisizione. Dalle intercettazioni telefoniche in possesso della procura sembrerebbe che Lollo fosse inserito in un sistema ben oleato di tangenti, dove l’assegnazione di una consulenza sarebbe valsa circa il 15% dell’importo dell’incarico conferito.

Nella notte è stata arrestata anche Angela Lusena Sciarretta, suocera del giudice Lollo. Le attività sono state coordinate dal Procuratore Aggiunto Dott.ssa Antonella Duchini, della Procura di Perugia, e dal Procuratore Aggiunto Dott.ssa Nunzia D’Elia, della Procura di Latina.

Dalla politica solo demagogia di facciata nella lotta alla mafia”!!!!!!! Chiacchiere su chiacchiere e nei fatti…………………………..il 20 marzo scorso a Frosinone al convegno antimafia sul “voto di scambio” con Imposimato,Esposito,Giarrusso,Lannutti e i magistrati su 80 comuni di quella provincia non c’era un solo sindaco,un solo assessore,un solo consigliere comunale,a parte alcuni del solo M5S.Questi sono i fatti!!!!!!!!!!!!!!!! Come la chiamata questa se non mafia ???????????

21 marzo 2015
Il teste collaboratore di giustizia Di Filippo, al processo così detto trattativa Stato-mafia, stamane ha ben ribadito quanto non ci sia mai stato un incontro elettorale nel quale “cosa nostra” non l’abbia fatta da padrona.
La mafia da ordini precisi dal carcere per chi votare, e lo ha fatto anche nel 1994, un attimo dopo che i nostri figli sono stati ammazzati per far saltare monumenti e luoghi simbolo dello Stato.
Era in corso una trattativa in quel Maggio 1993 tra “cosa nostra” e lo Stato.
Trattativa voluta da uomini dello Stato per: ”sia pure in un primo momento fermare le stragi”.
Oggi a 23 anni di distanza, noi le vittime della mafia, mentre ascoltiamo nuovamente le parole dei collaboratori di giustizia come Di Filippo che hanno fatto letteratura, già parecchi anni fa, nel processo di Firenze per le stragi del 1993 e che bollano la politica attuale come collusa con la mafia, non vediamo una seria presa di posizione contro la mafia.
Assistiamo solo ad una demagogia di facciata nella lotta alla mafia, che ci fa essere ancora in balia di un sistema che tira a campare, che davanti fa il bello, ma dietro non si occupa a dovere delle esigenze delle vittime di “cosa nostra”, come pensioni mancate, processi che languono e nel frattempo distribuisce vitalizi a soggetti in carcere condannati per mafia.

Giovanna Maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

Mantova, la lezione della Guzzanti: «Stato e mafia coincidono»

Sabina presenta al Mignon il film “#LaTrattativa” autodistribuito dal basso, via facebook e con il porta a porta. «Le stragi di Capaci e via D’Amelio sostenute da parte delle istituzioni per imporre una svolta antidemocratica» di Igor Cipollina

21 marzo 2015

MANTOVA. Stessa sala, dieci anni dopo. Il cinema è stato ristrutturato, l’Italia no. Ed è piena di crepe. Nel 2005 Sabina Guzzanti venne al Mignon per presentare “Viva Zapatero”, ruvido atto d’accusa contro la censura nel Belpaese. Il nuovo film è “#LaTrattiva” che, fosse stato per lei, avrebbe intitolato “Stato mafia”. Ma il distributore s’è impuntato, per poi disinteressarsi del destino della pellicola.

Uscito il 2 ottobre dello scorso anno, il film è rimasto nelle sale una manciata di giorni, visto da poche persone. «Perché la gente non lo sapeva» si sfoga dal palco del Mignon la Guzzanti, che si è lanciata nel progetto di un’autodistribuzione orizzontale, dal basso. Modello inedito nella storia del cinema italiano.

Attorno a “#LaTrattativa” è nato un ostinato movimento d’opinione, una rete d’impegno per moltiplicare le proiezioni pure nelle pieghe più nascoste della provincia italiana (da Santià a Nardò). Grazie al tamtam dei social network e alla dedizione del porta a porta. Morale, in quattro mesi la Guzzanti ha collezionato 502 proiezioni e 150mila spettatori. Con un calendario esaurito fino a tutto maggio.

L’invito a Mantova è arrivato dai Visionari antimafia, ma è la stessa Fiorenza Brioni a disinnescare il sospetto di eventuali sovrapposizioni e convenienze: l’iniziativa nulla ha che fare con le sue sorti elettorali. Il tema è quello dell’intreccio tra mafia e politica, amplificato dalla coincidenza con la Giornata della Memoria e dell’Impegno.

Il titolo “#LaTrattativa” non piace alla Guzzanti perché è fuorviante, suggerisce l’idea di uno scambio. Mentre oggi è ormai superata pure l’idea della collusione: «Oggi Stato e mafia coincidono, la criminalità organizzata “fattura” 200 miliardi di euro all’anno e con questi soldi può comprarsi di tutto». La mafia non è quella raccontata dalla fiction e da certo cinema. «Sicuro che c’è la manovalanza, ma al vertice c’è la classe dirigente». Pure la geografia criminale è ormai rovesciata. «Le regioni più mafiose sono l’Emilia, il Piemonte, la Lombardia, il Veneto – le mette in fila la Guzzanti – Domani (il 22 marzo, ndr) sarò a Reggio Emilia, città di ’ndrangheta».

È la mafia a decidere le sorti politiche, il capovolgimento di valori si è compiuto definitivamente con le stragi di Capaci e via D’Amelio, «sostenute da una parte delle istituzioni, a cominciare dai servizi segreti, per imporre una svolta politica. Svolta antidemocratica prima ancora che criminale». E a uno spettatore che le domanda come se ne esce, a quale luce ci si può aggrappare, la Guzzanti risponde secca: «Non servono deleghe, la speranza è una decisione. C’è bisogno di un’assunzione di responsabilità» non di leader che ti tirano fuori da guai per precipitarti in una schiavitù ancora più grave.

Stesso cinema dieci anni dopo, com’è cambiato il Paese? Quanti passi indietro ha fatto? «C’è stata un’involuzione democratica rapidissima e tragica. La gente è terrorizzata, ha paura di parlare e mostrarsi, una paura che non è nemmeno conscia, ma spegne l’animo delle persone. Sono tutti compressi, sanno di doversi arrabbiare e lo fanno, però è una rabbia che implode e fa male solo a loro. C’è incapacità di esprimersi, avverti che la gente vorrebbe dire una cosa, ma ne dice un’altra perché il luogo comune diventa più forte della capacità di elaborare un pensiero». Fortuna che siamo umani, capaci di slanci e di svolte. «Di cambiare da un momento all’altro».

Ci piace riprendere questo interessante articolo de “La Repubblica” che illustra in maniera magistrale la situazione criminale esistente ad Ostia e su tutto il litorale a sud della Capitale.

Cominciammo,noi dell’Ass.Caponnetto,ad interessarcene oltre 10 anni fa,poco dopo essere nati,interessati da qualche amico di Ardea.E cominciamo,appunto,da questo Comune con l’intento,però,di allungare lo sguardo ed il nostro interesse mamo mano più in sù.
Raccogliemmo alcuni elementi che già in fieri ci allarmarono perché individuammo fortissimi interessi – e presenze inquietanti-che già allora facevano intravvedere pericolose commistioni fra pezzi importanti della politica ed ambienti sospettati di essere contigui alla criminalità.
Chi scrive “viene da lontano”,ha una lunghissima esperienza alle spalle per la sua altrettanto lunghissima militanza politica e pubblica fatta a certi livelli e conosce molto bene situazioni,metodi,obiettivi,mentalità,modus operandi,storie ,di  una cospicua parte delle classi governanti del Lazio.Egli sa,quindi,molto bene degli intrecci,delle cointeressenze,delle trasversalità,degli accordi sotterranei fra le vecchie forze politiche che hanno sempre caratterizzato la vita amministrativa e politica del Lazio e non solo.
E anche quando non conosce il singolo  soggetto egli riesce a comprendere il pensiero , le metodologie,il modus operandi  di azione in quanto conosce l’habitat,la casa – e quindi i costumi- dai quali egli proviene.
Egli sapeva ,quindi,con chi aveva a che fare e con chi avrebbe  dovuto confrontarsi pur non conoscendo fisicamente molte persone,i più.
Fu un’esperienza in certo senso traumatica,anche se molto interessante,in quanto egli si accorse subito di quanto fosse scivoloso il terreno sul quale era stato chiamato ad operare per conto ed a nome dell’Associazione Caponnetto,stante l’esistenza di un  tessuto politico cangiante e trasformista – e quindi nemico – che da un secondo all’altro cambiava colore,or bianco,or nero,or rosso,a seconda delle circostanze e dei fatti.
La caratteristica ,questa,anche attuale,stanti gli intrecci,le interrelazioni,i cointeressi,le collusioni che stanno emergendo in “Mafia Capitale” dove non capisci mai dove finisce il rosso e comincia il nero e così via fino a sfumare il tutto nel giallo,nel turchino,nel verde ecc.
Il  “grande  male oscuro ” del Lazio e dell’Italia !!!!!!!!!!!!!!
Ci scontrammo subito con il Prefetto dell’epoca di Roma ,Serra ,dal quale riuscimmo ad ottenere la nomina di una Commissione di accesso agli atti del Comune di Ardea,commissione che,però,concluse i suoi lavori sentenziando che…………………..non c’era mafia e che tutto era dovuto a comuni irregolarità di carattere amministrativo. Avevamo previsto anche questo!
Punto.
Ad Ardea ,il buen retiro di Frank Coppola “tre dita”,non c’era mafia,come non c’era mafia ad Ostia,a Fiumicino,a Roma,a Civitavecchia e così via.
Eravamo degli allarmisti e basta!!!!!!!!!!!!!!
Tutti d’accordo,come un branco di zombi, a ripetere “non c’é mafia”.
“Siete degli scassacxxxi”……………
In prima fila il PD con tutto il suo seguito di associazioni di regime che fece del tutto ,a Ostia,a Roma e dovunque,per isolare l’Associazione Caponnetto definita  l’associazione…………….. dalla denuncia facile , degli allarmismi,spia delle Procure.
La gente si piegò,come quasi sempre, al potere ed anche chi ci chiamò si ritrasse e tutto é finito a tarallucci e vino sotto le bandiere della politica.
Oggi si piangono le lacrime del coccodrillo.
Chi è causa del suo male pianga se stesso!!!!!!!!!!!!!!!
Noi,comunque,abbiamo voluto dare un segnale forte ed uno schiaffo a tutti gli zombi,costituendoci come parte civile,con uno dei migliori avvocati italiani esperti in materia di lotta alle mafie  – il Prof.Alfredo Galasso-in tutti i processi di “Mafia Capitale” ed in quello  contro la cosiddetta “Mafia di Ostia”.
Ne vedremo delle belle………
Anzi,pardon,purtroppo, delle brutte,perché ormai  la situazione é compromessa e,pur arrestando centinaia di persone e levando ad esse beni e proprietà guadagnati sul sangue della povera gente,il “sistema” é ormai  marcio.
Per colpa della politica corrotta e mafiosa !!!!!!!!!
Da “La Repubblica “

I boss, la mafia, gli affari: il Romanzo Criminale di Ostia è una storia vera

Viaggio nella città-municipio sul mare, dopo le dimissioni del minisindaco. Il malaffare nella Las Vegas alla vaccinara

di MASSIMO LUGLI

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21 marzo 2015

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I boss, la mafia, gli affari: il Romanzo Criminale di Ostia è una storia veraL’eclissi non se la fila nessuno. Solo un pensionato su una panchina del lungomare si gode il sole nero attraverso lo schermo di una lastra radiografica e ricorda le altre tre o quattro volte che l’ha visto in vita sua. Tutto ritorna. Come “Amore tossico”, lo choccante, bellissimo film di Claudio Caligari, con la sceneggiatura di Guido Blumir, un pugno nello stomaco sulla piaga dell’eroina di cui, adesso, si sta girando una sorta di sequel. Per chiedere un finanziamento, Valerio Mastandrea, il produttore, ha scritto addirittura a Martin Scorsese. Sì, a Ostia tutto ritorna. Anche l’eroina che si riaffaccia, insidiosa come un crotalo, tra i palazzoni popolari festonati di panni appesi ad asciugare, popolati di piccola e grande mala, spacciatori, detenuti agli arresti domiciliari. Una realtà che riporta, implacabile, a quella di quarant’anni fa. Come i nomi e i cognomi che punteggiano le carte processuali dell’operazione “Alba Rossa”, la trimurti FascianiTriassiSpada, con le loro alleanze mafiose, i loro affari in bilico tra droga, usura, concessioni balneari estorte con le minacce o comprate a prezzo di saldo, chioschetti della concorrenza che bruciano, banchetti di cocomeri devastati, parcheggiatori abusivi irreggimentati dai soliti boss.

Tutto qui? È veramente questo il vero volto del mare di Roma, balzato nuovamente alla ribalta dopo le dimissioni del minisindaco Andrea Tassone che, secondo molti, si prepara a tornare anche lui, tanto per non smentire questa continua altalena di corsi e ricorsi? Dodici chilometri di litorale punteggiati da 73 stabilimenti, di cui una cinquantina, i più noti, gestiti da un pool di sette, otto famiglie d’imprenditori, un gioiello in rovina di razionalismo fascista, una popolazione di 195 mila abitanti che arrivano a 250 contando i quartieri satellite sparpagliati tra la Colombo e la via del Mare, una splendida pineta che negli anni 70 fu impietosamente battezzata “il mattatoio della mala” visto che i bravi ragazzi della Magliana si facevano un punto d’onore di bruciare i cadaveri dei morti ammazzati tra la boscaglia e le piante d’alto fusto. L’elenco delle esecuzioni, degli attentati, delle sparatorie meriterebbe un sequel di Romanzo Criminale, da Paolo Frau a Baficchio e Sorcanera, al secolo Giovanni Galeoni e Francesco Antonini, freddati a colpi di pistola il 22 novembre 2011 da un egiziano, Namer Saber Anna, arrestato dalla mobile molto tempo dopo. Commissariato e gruppo dei carabinieri fanno quello che possono su un territorio sterminato e difficile. E non a caso polizia e carabinieri spediscono in riva al mare i loro uomini migliori. Nicolò D’Angelo, oggi questore di Roma, e Mario Parente, attualmente comandante del Ros, tanto per citarne due a caso.
“Baficchio e Sorcanera mi venivano a trovare in municipio, quando ero presidente, nel ’92″ ricorda Angelo Bonelli, portavoce dei Verdi, con la sua solita aria imperturbabile da eterno contestatore, che da queste parti vive da sempre, anche ora che fa la spola con Taranto. “Facevano gli sbruffoni, mi minacciavano e poi mi sfottevano: “Ma che te sei spaventato? Namo a prende n’caffè…” La volta dopo li feci mettere alla porta”. A Bonelli, come a tanti altri, la poltrona del municipio (allora XIII) ha lasciato ricordi aspri: prima gli bruciarono la macchina e poi, visto che non bastava, anche la casa. Un incendio a cui scampò per un soffio rifugiandosi in terrazzo. “Un mese dopo, quando avevo appena ristrutturato, si presentarono i vigili urbani, si misero a controllare l’altezza del controsoffitto col metro e quando non trovarono irregolarità se ne andarono ingrugnati. Due mesi dopo tornarono con un altro pretesto”.

Quello della benzina e del cerino, del resto, è sempre stato uno dei metodi di intimidazione più usati da queste parti, anche adesso che le calibro 9 tacciono da un po’. Pochi giorni fa è toccato al pub “Quore matto” (si, con la “Q”) gestito da un’associazione anticriminalità. “Se anche è stata una bravata ha comunque una valenza politica” dice, mesto, il presidente Giovanni Zannola.
Una bella passeggiata sul lungomare, sotto il sole che ormai si è liberato da questa luna invadente, è uno scorcio di ricordi e assurdità. Ecco “Il capanno”, lo stabilimento gestito in passato da un militante del Pci di quelli duri e puri, passato a un personaggio in odor di usura dove qualcuno, tanto per creare il panico, fece ritrovare un ordigno esplosivo in piena stazione balneare. Ecco il palazzo del nuoto, con la piscina olimpionica costata un patrimonio ma costruita, per un piccolo errore, mezzo metro più corta rispetto alle dimensioni regolamentari e dove, quindi, ci si può allenare ma non gareggiare. Ecco l’isola pedonale che non piace a nessuno, ingolfa di traffico le strade parallele, solleva proteste corali di cittadini e negozianti e, giù giù, fino al Faber Beach, stabilimento di lusso sequestrato, dissequestrato e sequestrato di nuovo per intrallazzi della solita trimurti malavitosa. Per non parlare del Waterfront, sogno di Alemanno raccontato a tinte fosche da Giancarlo De Cataldo, la Las Vegas alla vaccinara che dovrebbe regalare uno smalto internazionale a un litorale di vocazione popolare, dove i poveri ma belli del dopoguerra venivano in Vespa o col trenino (rimasto, praticamente, nelle identiche condizioni di allora ma appena un po’ più pericoloso, almeno di sera). Nomi e dinastie di imprenditori eterni, i fratelli Papagni, Mauro Balini, zio di Vittorio, l’uomo che praticamente inventò Berlusconi quando gli fece balenare l’idea che le tv private potevano diventare, col tempo, un affare stratosferico (copyright Enrico Deaglio).

È questo il vero volto di Ostia, una palude di malavita, malaffare, malcostume, una sabbia mobile che invischia tutto e da cui non si riesce a districarsi? No, l’altra faccia della medaglia, come nel diagramma dello ying e dello yang, esiste e probabilmente sarebbe la più visibile con un minimo di coraggio e di determinazione. “Abbiamo edifici e strade come via Paolo Orlandini, via Capitan Casella e piazza della stazione del lido che qualunque grande nome dell’urbanistica sarebbe felice di trasformare in gioielli architettonici”, elenca Pietro Morelli, archivio vivente, l’uomo che fece scoppiare la Tangentopoli del lido. “A Ostia antica c’è la sinagoga più grande del mondo, l’unica  orientata verso Gerusalemme, all’estero sarebbe un’attrazione internazionale, qui non la conosce nessuno. Abbiamo un mare sempre più pulito e un numero di reati predatori in calo”. La parola magica, quella che cambierebbe veramente tutto, sarebbe autonomia ma i due referendum, dell’89 e del 99 sono stati un flop e nessuno ha voglia di riprovarci. Eppure Fiumicino, staccato da mamma Roma, prospera. Qui tutto resta com’è. Tutto ritorna. Perfino i film.

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