Articoli

ON. .BINDI,LA SITUAZIONE NON PEGGIORA SOLAMENTE A FOGGIA,MA DOVUNQUE E SOPRATTUTTO NEL BASSO LAZIO,IN PROVINCIA DI LATINA IN PARTICOLARE,DOVE,DOPO LA VENUTA SUA E DELLA COMMISSIONE,LA MAFIA HA ALZATO IL TIRO. A LATINA SONO STATI SPARATI COLPI DI FUCILE IN DIREZIONE DI UN’ABITAZIONE DI UN AVVOCATO ED A GAETA E’ STATA BRUCIATA LA MACCHINA DI UN AVVOCATO ROMANO IMPEGNATO NELLA DIFESA DI GIORNALISTI DI REPUBBLICA SOTTO SCORTA PER LE MINACCE DI MORTE RICEVUTE DALLA MAFIA..

DAL CORRIERE DELLA SERA

 

<br />

«Dopo la nostra prima missione c’è stata una evoluzione non tranquillizzante ed è stata necessaria una nuova nostra presenza per un approfondimento, perché quanto avevamo intravisto nella prima missione ha avuto uno sviluppo non positivo, al di là della vigilanza delle forze di polizia e della magistratura». Lo afferma Rosy Bindi, presidente della Commissione Parlamentare antimafia, a Foggia per un aggiornamento sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali.

 

Bindi: missione dedicata a Fumarulo

«Siamo qui – ha aggiunto – anche dopo le vicende del Gran Ghetto e vogliamo dedicare questa missione a Stefano Fumarulo, un nostro collaboratore, che ci ha lasciato tragicamente la vigilia di Pasqua. Anche qui dobbiamo sottolineare un aspetto che, purtroppo, non è tipico solo della Capitanata. Le mafie hanno potuto insediarsi e crescere perché c’è stata per troppo tempo una sottovalutazione da parte di tutti. Si fa ancora fatica ad ammettere che questa è una terra in cui le mafie hanno avuto la possibilità di crescere e svilupparsi». La Commissione ha ascoltato il prefetto di Foggia, Maria Tirone, e i vertici delle forze di polizia, il capo della Dia di Bari e il prefetto di Barletta, Andria e Trani.

 

«Preoccupano i legami con criminalità comune»

«In questa provincia anche a causa della vastità territoriale – ha concluso Bindi – le mafie hanno attecchito nel tessuto sociale ed ognuna con caratteristiche proprie ben definite. Mi impressiona la capacità del fenomeno mafioso foggiano di relazionarsi con la criminalità comune. Mentre in altre realtà la criminalità mafiosa si sente quasi disturbata dalla criminalità comune e la tiene sotto controllo diventando in qualche modo rassicurante nei confronti dei cittadini le mafie foggiane alimentano la criminalità comune, la sostengono, se ne servono, la usano si fanno finanziare, se necessario. Non si spiegherebbe altrimenti l’altissimo tasso di furti, estorsioni, incendi, assalti a portavalori».

 

NEL SENTIRE COMUNE SIAMO AL COLLASSO DELLO STATO,ALL’”ANOMIA” DI EMILE DURKHEIM. SCONVOLGENTE!!!!!

Sondaggio tra gli studenti: per il 47% la mafia è più forte dello Stato

Un sondaggio sulla percezione del fenomeno mafioso rivela che i 47% degli studenti crede più nella forza e nell’efficacia della criminalità organizzata piuttosto che nello Stato.

 

Il Centro studi Pio La Torre di Palermo, per il decimo anno, ha condotto un’indagine sulla percezione mafiosa, somministrando un questionario a ben 3.061 studenti, appartenenti a varie regioni, tra Sud, Centro e Nord.

Dall’indagine emerge, innanzitutto grande sfiducia da parte degli intervistati nei confronti della classe politica: infatti, 84% dichiara di non credere nei politici nazionali, 79% nei confronti di quelli locali. Da questo diffuso sentimento di sfiducia ne consegue che circa il 47% ritiene che la mafia sia più forte dello Stato, e solo il 13% ritiene il contrario.

La mafia è forte anche perché spesso si infiltra nello Stato. Mafia e Stato sempre più spesso coincidono: corruzione, concussione e tangenti sono solo alcune dei fenomeni che caratterizzano la nostra classe politica, facendo emergere la vicinanza con il sistema mafioso.

Benché i giovani non credono nella classe politica, né nella forza dello Stato, oltre il 90% di loro ripudia fortemente la mafia, e soprattutto tra gli studenti del Sud ci riscontra grande fiducia nella lotta alle mafie, sull’impronta indelebile lasciata dai grandi conterranei oppositori del sistema mafioso.

.Mafia Capitale.”Gli appalti della pubblica amministrazione gestiti come fette di caciotta……………”

Mafia capitale, il pm: «Appalti della pubblica amministrazione gestiti come fette di caciotta»

«Gli appalti della pubblica amministrazione sono stati gestiti come fette di una caciotta, un qualcosa da spartire e non certo facendo attenzione al bene comune». Lo ha detto il procuratore aggiunto Paolo Ielo, nel corso della requisitoria nel processo a Mafia Capitale. Parlando della gestione delle gare pubbliche il magistrato ha aggiunto che «in questa storia, in nome dell’emergenza si è passati troppe volte sopra le regole». Nell’udienza di oggi si concluderà la requisitoria della Procura e nel pomeriggio sono attese le richieste di condanne per i 46 imputati del
maxiprocesso al «Mondo di mezzo».

«Mai come nel processo contro Mafia Capitale si sono avute tante prove per dimostrare la corruzione
tra funzionari pubblici e imprenditori corrotti: dalle migliaia di pagine di intercettazioni, dai pedinamenti e grazie alle
microspie e agli accertamenti finanziari, emerge un insieme di prove che è il “karaoke” della corruzione». Così ieri il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Luca Tescaroli hanno chiuso la requisitoria del processo ai 46 imputati
da due anni alla sbarra nell’aula bunker di Rebibbia. Oggi formuleranno le richieste di condanna. Una ventina di
indagati deve rispondere di associazione mafiosa: tra loro, oltre a Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, il braccio destro dell’ex Nar, Riccardo Brugia, la “testa di ponte” tra l’organizzazione e le istituzioni, Fabrizio Testa, l’ex Ad di Ama Franco Panzironi e l’ex consigliere prima comunale e poi regionale Luca Gramazio.
Non ha dubbi, la procura, nel ribadire come l’associazione capeggiata da Buzzi e Carminati abbia messo le mani su Roma.

Processo Medea, Pisani testimonia in aula: «La cattura Zagaria: tutto secondo legge».SI’ ,D’ACCORDO SU TUTTO,MA QUALCUNO DEVE PUR RISPONDERE ALLA DOMANDA CHE OGNUNO SI FA: CHE FINE HA FATTO LA PEN DRIVE DI ZAGARIA ??? CHI L’HA PRESA ? COSA C’ERA SCRITTO ?

Il Mattino, Giovedì 27 Aprile 2017

Processo Medea, Pisani testimonia in aula: «La cattura Zagaria: tutto secondo legge»

di Mary Liguori

Vittorio Pisani, ex capo della squadra mobile di Napoli, è stato testimone, ieri, al processo «Medea». Il superpoliziotto inserito nell’elenco testi dell’imputato Pino Fontana è stato interrogato sia dagli avvocati difensori (tra i quali Alfredo Sorge, Alfonso Stile e Giuseppe Stellato) sia dal pm. La testimonianza di Pisani si è concentrata sul periodo della cattura di Michele Zagaria. Ha dichiarato che Fontana non aveva alcuna informazione in merito all’allora latitante perché estraneo a certi ambienti, secondo le informazioni in suo possesso aveva anche denunciato il racket. A Pisani sono anche state rivolte domande circa la presunta sparizione della pen drive del boss «rubata» secondo la Dda da un agente della sua squadra e «rivenduta» a Orlando Fontana, fratello di Pino. L’ex capo della Mobile ha dichiarato che sia nelle fasi investigative che portarono alla brillante cattura sia durante l’irruzione nel covo del boss tutto si svolse in base ai protocolli di legge.

Reggio Calabria, aggressioni e risse: presi i “rampolli” dei clan

La Repubblica, Giovedì 27 Aprile 2017

Reggio Calabria, aggressioni e risse: presi i “rampolli” dei clan
Carabinieri e agenti della Squadra Mobile hanno eseguito 15 provvedimenti di fermo di indiziato di delitto, emessi dalla Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti di altrettanti indagati appartenenti alla ‘ndrangheta, in particolare, alle famiglie Condello di Archi e Stillittano di Vito

di ALESSIA CANDITO

REGGIO CALABRIA – Nessuno di loro assomiglia ad Alex DeLarge, ma le aggressioni e i raid di cui si sono resi responsabili ricordano quelle di Arancia Meccanica di Kubrick. Obiettivo, mettere le mani – in esclusiva – sui locali della movida di Reggio Calabria. Per questo motivo, 15 persone questa mattina sono state fermate per ordine del procuratore capo Federico Cafiero de Raho dagli uomini della Squadra mobile e dei carabinieri della città calabrese dello Stretto. Tutti quanti sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa e finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, porto e detenzione di armi da guerra e comuni da sparo, tentata estorsione, intestazione fittizia di beni e maltrattamento di animali, con l’aggravante del metodo mafioso.

Per inquirenti e investigatori, sono loro il nucleo centrale del branco che per anni ha terrorizzato le notti reggine con una serie di aggressioni, risse e intimidazioni nei locali della movida, soprattutto estiva. Episodi diversi, ma dal copione simile. E tutti legati da un filo rosso, tessuto dai rampolli di storici casati di ‘ndrangheta, come i Condello e i Tegano, insieme alle giovani leve degli Stillitano, una delle famiglie da sempre collegate agli “arcoti”.  Tutti clan della periferia nord di Reggio Calabria, ma che considerano il centro della città casa propria, cosa propria. E per ricordarlo a tutti, lo hanno rivendicato con violenza inaudita.

In gruppo il branco si presentava in un locale, nella maggior parte dei casi, uno dei lidi che d’estate animano le notti di Reggio Calabria. Utilizzando pretesti banali – un’occhiata “sbagliata”, uno sgarbo involontario – i giovani rampolli dei clan scatenavano risse gigantesche o semplicemente iniziavano a distruggere i locali, malmenavano gestori, proprietari e barman, terrorizzavano gli avventori. Gli uomini della security – tutta “gente loro” ha svelato l’indagine – rimanevano a guardare. Dopo il raid, il branco andava via indisturbato, lasciando dietro di sé ambienti distrutti, lavoratori feriti, avventori terrorizzati.

A volte le aggressioni e le violenze proseguivano anche fuori. L’episodio più grave è stato registrato di fronte a un bar della periferia della città. Nella notte fra il 28 e il 29 agosto 2016, un 28enne è stato gambizzato mentre tornava a casa, dopo aver trascorso la serata in un noto lido della via Marina. Una serata movimentata. All’interno dello stabilimento, qualche ora prima erano volate parole grosse e si era scatenata una rissa. Poco dopo, mentre il ragazzo era di fronte ad un bar in cui aveva fatto colazione, qualcuno gli ha sparato contro, trapassandogli la gamba da parte a parte con un proiettile. E come sempre, nessuno ha visto, nessuno ha sentito. È toccato alla Squadra mobile ricostruire con pazienza e determinazione il quadro in cui inserire quello strano episodio.

Ma i raid nei locali, in cui secondo indiscrezioni il branco avrebbe imposto di far circolare solo la “propria” droga, cocaina in particolare, non erano la loro unica attività. L’inchiesta ha fatto emergere anche un giro di corse clandestine di cavalli, che spesso venivano fatti correre anche sulle strade cittadine. Animali da competizione, dopati fino allo sfinimento, che di giorno non era difficile vedere pascolare tranquilli nei campi e nelle aiuole abbandonate della periferia della città. O attraversare indisturbati le vie cittadine, dove all’alba, agganciati a un calessino da competizione, trottavano veloci provando scatti e partenze. Un’attività “tradizionale” dei clan di Reggio Calabria e non solo, finita al centro di tante indagini. Perché nonostante l’evidente evoluzione della ‘ndrangheta tutta, all’abitudine di affermare il prestigio del proprio casato grazie alla corsa matta di un puledro, le ‘ndrine non hanno mai rinunciato.

“PARE CHE LA LIGURIA È ’NDRANGHETISTA”

PARE CHE LA LIGURIA È ’NDRANGHETISTA”

Mercoledì 26 aprile 2017

di Simona Tarzia

Incontriamo Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità, grazie a Enrico D’Agostino, suo amico e collaboratore, che ci fa da tramite. È lui che filtra le telefonate, organizza gli incontri e cerca di non far precipitare dall’astratto al concreto le minacce di morte che gli uomini d’onore gli hanno impastato addosso.
Perché la sua è una voce scomoda, che denuncia da tempo i legami tra mafia, politica e massoneria.
Anche su al Nord.
Una voce che sarebbe pericoloso ignorare in tempi come questi, mentre si rafforza l’antica consuetudine di considerare lo Stato come un’entità remota e nemica, qualcosa che deve essere subìto come si subiscono la grandine  o un’alluvione, e
 il mito della sopraffazione subentra alla coscienza civile.
Quanto più la Pubblica Amministrazione perde credibilità, tanto più la mafia crea consenso offrendo risposte a esigenze e bisogni che non trovano una soddisfazione adeguata da parte delle istituzioni. In assenza di una politica industriale, ad esempio, le aziende si rivolgono alle organizzazioni mafiose per sfruttare i vantaggi competitivi offerti dai clan che, magari, si occupano anche di smaltirgli i rifiuti a prezzi da discount.
In cambio chiedono soltanto 
un pauroso rispetto.
Non solo: spesso sono le stesse istituzioni a cercare l’accordo, a usare la mafia perché hanno bisogno del suo capitale sociale.
L’autorità locale mafiosa diventa legalità delegata e la sovranità nazionale si perde tra voti di scambio, subappalti e prestanome.Incontriamo 
Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità, grazie a Enrico D’Agostino, suo amico e collaboratore, che ci fa da tramite. È lui che filtra le telefonate, organizza gli incontri e cerca di non far precipitare dall’astratto al concreto le minacce di morte che gli uomini d’onore gli hanno impastato addosso.
Perché la sua è una voce scomoda, che denuncia da tempo i legami tra mafia, politica e massoneria.

 

Questi fenomeni sono resi possibili dal fatto che non esiste più la riprovazione sociale.
Corrotti e corruttori, collusi e mafiosi, delinquenti e affini, 
suscitano più reverenza che disapprovazione e alimentano il modello di potenza dell’organizzazione mafiosa con la loro impunità, determinata a sua volta daicanali di intermediazione aperti con lo stato.
Su al Nord il quadro è complicato anche dalla mancanza di volontàprima di tutto politica, di denunciare con chiarezza il grado di penetrazione delle organizzazioni criminali, fino a negarne l’esistenza.

Il negazionismo
“Negare che nel 2017 ci sia la ndrangheta in Liguria è negare l’esistenza del sole”. Si accende l’immancabile sigaretta e comincia a parlare, Christian Abbondanza, facendo nomi e cognomi, quelli che distinguono un’inchiesta da un romanzo.
Il negazionismo è legato all’ignoranza del fenomeno mafioso
 “non si conosce e quindi non si percepisce” denuncia Abbondanza e aggiunge: “Ormai le mafie sono da vedersi come una cosa sola insieme alla massoneria. Hanno capacità di corrompere e di ricattare, se la corruzione non è sufficiente. La ‘ndrangheta è in grado di condizionare anche chi dovrebbe contrastarla e da qui parte il germe del negazionismo”.

La storia della ‘ndrangheta in Liguria è una storia di vecchia data. La prima inchiesta in cui è stata applicata lalegge Rognoni-La Torre fuori dalle regioni storiche della mafia, ha portato in carcere il Presidente della Regione Liguria Alberto Teardo.
Siamo nel 1984.
La sentenza di rinvio dice:
 “[…] Perché, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, in concorso con altri allo stato non identificabili, costituivano un’associazione a delinquere di tipo mafioso, volta alla commistione di delitti (corruzione, concussione, truffa, estorsione, peculato, porto e detenzione di esplosivi, disastro colposo) e all’acquisizione – grazie alla forza di intimidazione del vincolo associativo e alla condizione di assoggettamento e omertà conseguente, attraverso la oculata occupazione da parte di adepti di posti e funzioni pubbliche e private, costituenti centri decisionali di spesa – del controllo diretto o indiretto di varie attività economiche della provincia di Savona”(Sentenza istruttoria, Savona 24 agosto 1984, fascicolo dattiloscritto, pp. 710-711).

Nonostante gli elementi significativi e inequivocabili rimarcati dalla sentenza, cioè l’intreccio tra sviluppo economico, partitocrazia di provincia e criminalità di stampo mafioso, per anni si continua a sostenere che la mafia al Nord non c’è. Men che meno in Liguria.

 

Uno degli esempi più lampanti della forza della mafia è la rinuncia alle modalità eclatanti di controllo, èl’infiltrazione silenziosa che opera attraverso i prestanome, è il suo essere invisibile. Proprio per questo occorre diffondere tra l’opinione pubblica una maggiore consapevolezza , che vada al di là del dato statistico, del singolo scandalo che dura il tempo di una prima pagina e poi scompare dalla memoria.
“La mafia 
deve essere visibile agli occhi di chi minaccia, perché in questo modo può usare la sua capacità intrinseca  di intimidazione” spiega Abbondanza, “ma deve essere invisibile in generale, perché non deve attirare l’attenzione del reparto investigativo o del magistrato che va a vedere come vincono gli appalti, come aprono catene di negozi, come portano voti a quel politico o a quell’altro, indifferentemente dal colore”.
Perché la ‘ndrangheta cerca contatti con tutti: in una situazione socio-politica come quella italiana, dove i partiti non si limitano a indirizzare consensi in campagna elettorale ma sono organizzazioni stabili, che partecipano di tutte le questioni amministrative e le orientano forse più delle stesse istituzioni, averne il dominio, diretto o indiretto,  ha una grande importanza per i clan.

Pare che la Liguria è ‘ndranghetista”
Si esprime così, con una certa ironia, Domenico Gangemi, capo del locale di Genova e referente della ‘ndrangheta per la Liguria e il basso Piemonte, intercettato con il capo dei capiDomenico Oppedisano, dallecimici della DIA nel corso dell’operazione “Crimine”, a Rosarno. 
“La Liguria è lo specchio della peggiore Calabria” conferma Abbondanza e ribadisce come la ‘ndrangheta si sia fatta strada nella regione già dagli anni ’70 del Novecento, quando è diventata camera di compensazione per il coordinamento dei locali presenti in 
Costa Azzurra. “La nostra regione è stata la porta della ‘ndrangheta al Nord perché l’ha sdoganata verso il Piemonte, la Lombardia e la Francia. In particolare Monte Carlo è diventato uno dei punti nevralgici del potere ‘ndranghetista perché è impossibile avviare attività coordinate di indagine in quanto non si tratta dell’autorità francese”.

Secondo l’ultimo rapporto della DNADirezione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, la Liguria merita nelle indagini un’attenzione particolare in considerazione della sua posizione geografica, strategica rispetto all’Europa, e dei suoi numerosi porti.
In generale, anche se il 
porto di Genova si configura come lo scalo alternativo a quello storico di Gioia Tauro per il circuito del traffico di stupefacenti, il radicamento della ‘ndrangheta copre l’intero territorio ligure: “La Liguria è tutta ‘ndranghetista – avverte Abbondanza – da Ventimiglia, dove si sono evidenziate contiguità con esponenti del centro destra, fino a Sarzana, dove le collusioni hanno coinvolto esponenti del Centro Sinistra. Non c’è una porzione di territorio che non sia di interesse per le mafie perché Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra guardano agli affari.
Un affare è un appalto da milioni di euro o da poche migliaia, perché
 permette comunque di accreditarsi socialmente creando lavoro. A sua volta il lavoro porta pacchetti di voti che vengono venduti ai politici per ottenere, magari, varianti urbanistiche. Ovunque vi sia la possibilità di affermare un interesse economico, la ‘ndrangheta c’è. E c’è perché il negazionismo e l’ignoranza le permettono di fare quel che vuole.
Non abbiamo gli anticorpi”.
Giovanni Falcone diceva che il denaro della mafia comporta necessariamente, prima o poi, la presenza degli uomini e dei metodi mafiosi.
“È possibile – segnala ancora Abbondanza – che su due lotti del 
raddoppio della linea ferroviaria Genova-Ventimiglia sia documentata per due volte l’infiltrazione mafiosa?
Il primo caso risale al 2005 quando la ditta Scavo Ter S.r.l., impresa della famiglia 
Fotia, legata alla potente cosca della ‘ndrangheta Morabito-Palamara-Bruzzaniti, realizza un’associazione temporanea di imprese con la Chiaro Vincenzo S.a.S., legata ai Gullace-Raso-Albanese e ai Fazzari. Segue il nuovo appalto alla dittaTecnis S.p.A., poi sequestrato perché emanazione di cosa nostra catanese.
Questi divorano l’economia. 
L’uccisione della democrazia parte da lì, dal condizionamento dell’economia, dal condizionamento del voto”.

La macchina del fango
Contesti? Indaghi? Denunci? È fuori dubbio che la macchina del fango contribuirà a fabbricare una nuova proiezione del tuo operato, della tua lotta.
Sono sotterfugi che Abbondanza conosce bene e che subisce di persona, con le denunce per diffamazione ricevute dai mafiosi. Sono denunce che non portano a nulla ma servono per impegnare le sue energie, per distrarlo dal suo impegno, dalla sua lotta: “Perché prima di passare all’eliminazione fisica, che è un atto eclatante, provano ad eliminarti socialmente, screditandoti. Costruire obiettivi fasulli è una capacità che la mafia ha sempre avuto nel suo rapporto con la massoneria e con i corpi riservati. Un collaboratore di giustizia, Francesco Di Verio, nel processo “La Svolta” ha parlato esplicitamente del corpo riservato. È fatto da soggetti che appartengono anche alle istituzioni e che la ‘ndrangheta usa per colpire chi la contrasta. E ciò accade perché anche l’informazione è piegata e i giornalisti coraggiosi vengono messi ai margini in favore di quelli più apprezzati dal potere, quel potere che ha i legami con questo mondo criminale”.

La mafia usa come un’arma la pigrizia dell’uomo della strada che prende per buona la prima dichiarazione che gli capita di leggere. Poco o niente valgono le smentite.
Un esempio indicativo è quello del 
Prefetto di Genova, Francesco Musolino: “A Musolino, hanno preparato una polpetta avvelenata, quella del bagno d’oro” denuncia Abbondanza e aggiunge: “Tutti l’hanno considerato sua responsabilità quando, invece, la sua responsabilità era quella di aver portato avanti un lavoro, cominciato dal Prefetto Annamaria Cancellierisul monitoraggio e il contrasto alle infiltrazioni della ‘ndrangheta negli appalti pubblici, nella gestione delle cave, nei traffici di rifiuti tra Liguria e basso Piemonte”.
Il bagno d’oro, in realtà, era stato commissionato dalla gestione che faceva capo al 
Prefetto Giuseppe Romano, grande negazionista della presenza mafiosa in Liguria.

Dal punto di vista mediatico – continua Abbondanza – era stata costruita una campagna che indicava come responsabile il Prefetto Musolino, che aveva fatto scattare le prime interdittive antimafia in Liguria. Quindi bisognava colpirlo, screditarlo in qualche modo. Hanno usato quello strumento”.

Le inchieste in Liguria e la linea dura dei magistrati al Sud
“In Liguria c’è questa cecità per cui, spesso, noi (Casa della Legalità, N.d.A.) denunciamo delle cose che poi trovano una risposta in ambito giudiziario cinque, sei o dieci anni dopo” fa notare Abbondanza e subito dopo elenca le date “abbiamo cominciato a lavorare su Gullace e la sua cosca, con i connessi Mamone, nel 2004. L’operazione Alchimia che ha portato alla decapitazione della cosca dei Gullace–Raso–Albanese è del 2016. È partita dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Reggio Calabria nonostante la Procura di Savona, il Servizio Centrale Operativo (SCO) di Genova, la squadra mobile di Savona e la Direzione Investigativa Antimafia (DIA) di Genova abbiano fatto loro l’indagine. È significativo che sia stata la DDA di Reggio Calabria a colpire quella cosca ed è significativo che, nonostante quell’indagine abbia messo in evidenza la capacità di condizionamento di più Comuni e amministrazioni da parte dei Gullace, ad oggi non ci sia stato alcun provvedimento da parte dell’autorità preposta che è quella di Genova. È ovvio che la competenza sulle collusioni con le amministrazioni liguri non l’abbia Reggio Calabria”.

La presenza della ‘ndrangheta in Liguria è stata riconosciuta processualmente per la prima volta con la sentenza del 7 ottobre 2014, emessa nel procedimento La Svolta” dal Tribunale di Imperia, che condanna 27 imputati, tra capi e affiliati, di un sodalizio operante nei comuni di Ventimiglia, Bordighera e Diano Marina.
La pronuncia sarà in parte ribaltata dalla
 sentenza d’appello del Tribunale di Genova che identifica il fenomeno solo a Ventimiglia.

Al Sud i magistrati vanno dritti per la loro strada: Nicola Gratteri, Giuseppe Lombardo, Federico Cafiero De Raho, Pierpaolo Bruni” commenta Abbondanza e chiarisce: “Il problema è che manca questa determinazione al Nord. La capacità di colpire, colpire, colpire, ripetutamente le cosche. Perché se domani confischi dieci milioni di euro, dopodomani, col traffico di cocaina, ne hanno già altri venti da investire. Bisogna adottare la linea di Reggio Calabria, una linea che dice che i figli minori dei condannati al 416 bis vanno tolti alle famiglie”. 

La ‘ndrangheta ha una conformazione diversa rispetto a Cosa nostra, è un vincolo di sangue. La ndrina è la famiglia e, allo stesso tempo, è un’unità territoriale di ‘ndrangheta che mutua il proprio nome direttamente dal cognome della famiglia stessa o da quello di più famiglie che hanno stretto legami di matrimonio. I figli respirano la vita e la cultura mafiosa.
“ Se vai a denunciare, denunci tuo padre, tua madre, tuo fratello” fa notare Abbondanza, “sono pochissimi i casi di dissociazione perché dissociarsi significa rompere i legami familiari. 
I bambini sono uno strumento: da adulti perché portano avanti le attività dell’organizzazione, da piccoli perché diventano mezzo di ricatto. Ci sono collaboratori di giustizia che non possono vedere i propri figli perché stanno con l’altro coniuge che rimane legato al nucleo ‘ndranghetista.  Altri sono costretti a ritrattare o ad abbandonare il percorso di collaborazione perché sui figli incombe una minaccia di morte e il collaboratore sa che il piccolo ce l’hanno in mano loro. I minori vanno tutelati portandoli via alle famiglie di ‘ndrangheta perchè altrimenti li condanni. Ma ci sono delle incongruenze tra la lotta portata avanti a livello giudiziario e quella sociale, che poi è il piano sul quale si potrebbe battere la ‘ndrangheta ”.

Mi torna in mente un’intervista di Giovanni Falcone che riporta le parole di Tommaso Buscetta: “L’avverto signor giudice, non credo che lo Stato italiano abbia veramente l’intenzione di combattere la mafia”.

video-intervista : https://youtu.be/A0kK-rzFlVI

fonte:http://www.fivedabliu.it/

 

Fiera Milano, infiltrazioni mafiose. Il gup: «Referente degli appalti legato a Cosa nostra»

Il Messaggero, Mercoledì 26 Aprile 2017

 

 

Fiera Milano, infiltrazioni mafiose. Il gup: «Referente degli appalti legato a Cosa nostra»

di Claudia Guasco

MILANO In tre anni ha fatturato «oltre 20 milioni di euro». Ma secondo l’accusa gli affari di Giuseppe Nastasi, titolare di fatto di Dominus, il consorzio che ha lavorato «esclusivamente» con Nolostand, società controllata di Fiera Milano, sarebbero redditizi ma non cristallini. «Ha volontariamente agito con la finalità di agevolare la mafia», ipotizzando anche «la possibilità di porre tale attività a disposizione e al servizio di un soggetto del calibro mafioso di Matteo Messina Denaro», scrive il gup Alessandra Dal Corvo nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 3 febbraio, ha condannato Nastasi a 8 anni e 10 mesi di carcere nel processo con rito abbreviato sul caso delle presunte infiltrazioni mafiose nella società fieristica.

FONDI NERI
Per il giudice, che ha emesso altre otto condanne – tra cui i 3 anni e 8 mesi a Calogero Nastasi, padre e presunto prestanome di Giuseppe – e ha ratificato un patteggiamento, il titolare di fatto del consorzio avrebbe manifestato «particolare abilità nel creare un meccanismo illecito sofisticato» che ha consentito da un lato «l’accumulo di ingente ricchezza» e dall’altro di finanziare «la cosca mafiosa di Pietraperzia». Inoltre, scrive il gup, si tratta di una persona «di elevata pericolosità sociale in quanto ideatore e promotore di un sodalizio criminoso strutturato per operare in modo duraturo, programmato e continuato attraverso condotte di evasione fiscale e di riciclaggio e con una palesata capacità di infiltrazione nella realtà imprenditoriale lombarda», negli appalti legati a Fiera Milano e anche in occasione di Expo. Stando all’inchiesta del pm della Dda di Milano Paolo Storari, con il suo consorzio Dominus nel giro di due anni, tra il 2013 e il 2015, Nastasi si sarebbe accaparrato quasi 20 milioni di lavori in Fiera Milano e con un «sistema» di società «cartiere», produttrici di fatture false, avrebbe creato «fondi neri» finiti in parte anche nelle tasche di esponenti di Cosa Nostra. Una vicenda che ha condotto nei mesi scorsi prima al commissariamento da parte della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano di Nolostand e poi all’amministrazione giudiziaria del settore allestimento stand della stessa Fiera. Commissariamento che è stato poi ampliato, sempre su decisione dei giudici, ad altri settori del gruppo, benché sia stata respinta la richiesta di amministrazione giudiziaria «totale» formulata dalla Dda sulla base di un nuovo filone su presunte tangenti pagate da alcune imprese per lavorare.

VICINO AL “CAPO DEI CAPI”
Il pm Storari nella requisitoria ha depositato alcuni atti per dimostrare come Nastasi e il suo ex braccio destro Liborio Pace (imputato nel processo con rito ordinario ancora in corso) – arrestati lo scorso luglio insieme ad altre nove persone – avrebbero avuto un atteggiamento da «intranei» all’entourage del “capo dei capi” Messina Denaro. Il gup con la sentenza ha anche riconosciuto a Fiera Milano, Nolostand e al Comune di Milano risarcimenti come parti civili da quantificare in relazione al reato principale di associazione per delinquere aggravata dalla finalità mafiosa. Le ripercussioni della vicenda giudiziaria, sottolinea il giudice, «si traducono in un evidente disincentivo agli investimenti, essendo fatto notorio che la presenza di infiltrazioni mafiose in seno al settore degli appalti compromette la libertà e l’autonomia imprenditoriale e vanifica i criteri della libera concorrenza».

Le mani sulla movida e le corse clandestine di cavalli: le foto dei fermati

 

Le mani sulla movida e le corse clandestine di cavalli: le foto dei fermati

 

Giovedì 27 Aprile 2017

arrestireggio270417

Nelle prime ore di oggi militari del Comando Provinciale Carabinieri di Reggio Calabria e personale della Squadra Mobile della Questura di Reggio Calabria hanno dato esecuzione a 15 provvedimenti di fermo di indiziato di delitto, emessi dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, nei confronti di altrettanti indagati appartenenti, a vario titolo, alla ‘ndrangheta nella sua articolazione territoriale attigua alle cosche “Condello” di Archi (RC) e “Stillitanio” di Vito (RC), ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso (art. 416 bis c.p.), porto e detenzione di armi da guerra e comuni da sparo (artt. 10, 12 e 14 Legge 497/74), estorsione (art. 629 c.p.), rapina (art.628 c.p.), associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti (art.74 DPR 309/1990), intestazione fittizia di beni (art. 12 quinquies Legge 306/1992), maltrattamento di animali (art.544 – ter c.p.), con l’aggravante del metodo mafioso (art. 7 Legge 203/91). 

L’indagine, convenzionalmente denominata “Eracle” e sviluppatasi dal maggio 2015 al dicembre 2016, trae origine dalla necessità, avvertita da questa Procura della Repubblica, di contrastare la serie di reiterate aggressioni, risse ed intimidazioni che hanno funestato le recenti estati reggine, turbando la serena e la libera frequentazione serale dei locali d’intrattenimento (specie quelli stagionali avviati sul lungomare cittadino).
Si è trattato di una serie di episodi che hanno visto per protagonisti giovani leve della ndrangheta reggina che, evocando la loro appartenenza a storici casati della ‘Ndrangheta originaria del quartiere di Archi, hanno inteso proporsi quale gruppo dominante della scena serale e notturna della città, intimidendo o aggredendo chiunque non riconoscesse loro siffatto ruolo.

L’attività d’indagine ha consentito di accertare come esponenti di primo piano della “Cosca Condello” avessero assunto la gestione monopolistica dei servizi di “Buttafuori” presso i principali locali d’intrattenimento serale e notturno della città di Reggio Calabria.
Gli indagati, attraverso la gestione di tale servizio, non solo traevano il profitto conseguente al suo esercizio monopolistico ma lo sfruttavano anche quale volano del metodo intimidatorio, caratterizzante l’operato della ‘Ndrangheta, sino al punto da ferire a colpi d’arma da fuoco, a distanza di alcune ore e dopo averlo ricercato per la città, un avventore di un locale che aveva messo in discussione la loro autorità criminale (vicenda ferimento Andrea Facciolo, occorso alle prime luci dell’alba del 29 agosto 2015 nei pressi del Bar denominato “Snoopy”).

Con lo sviluppo delle investigazioni, è stato accertato come, sfruttando la gestione capillare del servizio di buttafuori, alcuni sodali avessero avviato un fiorente traffico di sostanze stupefacenti (cocaina e marijuana) strutturando una stabile organizzazione criminale, caratterizzata da una ramificata vendita al dettaglio, operante sia nei locali notturni, in cui si erano infiltrati grazie alla predetta gestione del servizio di buttafuori che in alcuni punti della città.

E’ stato, poi, accertato come alcuni di questi fossero anche autori di inquietanti, specifici episodi di estorsione, rapina ed altri reati che hanno minato la serenità ed il tranquillo vivere civile della popolazione cittadina.

L’indagine, infatti, ha consentito di disarticolare la dirigenza di un numeroso e pericoloso sottogruppo criminale, inserito nella “Cosca Rugolino” ed avente come base operativa il quartiere di Arghillà, con a capo i fratelli Cosimo, Fabio ed Andrea Morelli.

Il sottogruppo operava nel settore dei furti di autovetture, nelle abitazioni ed altri reati predatori (scippi), nel traffico di stupefacenti; lo stesso era dotato di una ingente disponibilità di armi da fuoco che lo aveva reso punto di riferimento anche per altre compagini criminali della zona.

Lo stringente monitoraggio degli indagati e la volontà di approfondire la preoccupante diffusione di armi da fuoco tra i soggetti intercettati, ha consentito sia di individuare ulteriori esponenti della “Cosca Stillitano” (i cui vertici erano stati tratti in arresto nell’ambito dell’indagine cd. “Sistema Reggio”) che di identificare individui alcuni fornitori di armi e munizionamento in favore di esponenti delle cosche cittadine.

Numerose corse clandestine venivano anche effettuate sullo scorrimento veloce Gallico-Gambarie. Agli animali somministravano farmaci per migliorare le prestazioni.

fonte:http://ildispaccio.it/

 

La relazione della Direzione investigativa antimafia relativa al primo semestre 2016

 

Il Mattino di Padova, 30 gennaio 2017

La relazione della Direzione investigativa antimafia relativa al primo semestre 2016

di Gianni Belloni

VENEZIA. La “ricetta” della ndrangheta per riuscire a fare business ed insediarsi fuori dalle aree tradizionali è presto detta: “la commistione tra le professionalità maturate, soprattutto nel Nord del Paese, da affiliati di nuova generazione – diretta espressione delle famiglie – e professionisti attratti consapevolmente alla ‘ndrangheta”.

E’ così che la nuova relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia) – relativa al primo semestre 2016 e uscita in questi giorni – descrive la capacità della mafia calabrese di operare nelle aree di nuovo insediamento. E i professionisti del nord “consapevoli di collaborare con la criminalità” operano soprattutto “nei settori ad alta redditività come la grande distribuzione, l’immobiliare e quello turistico-alberghiero”.

Scarica o leggi qui la relazione semestrale della DIA

Nella geografia criminale delle presenze ndranghetiste nella nostra regione è Padova che fa il suo ingresso accanto a località in cui la presenza mafiosa è oramai ampiamente consolidata come l’ovest veronese e il basso vicentino.

Nella relazione degli investigatori antimafia si parla di “qualificate presenze di soggetti ‘ndranghetisti riconducibili ad aggregati criminali di Cutro, Delianova, Filadelfia ed Africo Nuovo”. L’operatività di questi soggetti si sarebbe fatta evidente, secondo la Dia, in settori abbastanza rodati come la ristorazione, il turismo, l’edilizia oltre al classico al traffico di stupefacenti. Si sono fatti notare sul litorale veneziano, nell’area compresa tra San Donà di Piave e Jesolo, gruppi camorristici provenienti da Napoli e dal casertano.

Secondo gli investigatori avrebbero assunto comportamenti minacciosi e vengono segnalati come “autori di incendi dolosi ai danni di imprenditori locali”. Una presenza tutt’altro che silente, insomma, ma tendente a riprodurre modalità tipiche dei territori di provenienza. La relazione ricorda l’arresto – definito “rilevante” – avvenuto nel marzo 2016 a Chioggia del capo del gruppo napoletano Cimmino, Luigi Cimmino, latitante da un paio di mesi.

Un arresto che ha confermato il Veneto come terra di destinazione dei latitanti data, evidentemente, la presenza di importanti appoggi logistici ed economici. Una novità del nuovo rapporto riguardo al Nordest è l’attenzione riservata a Cosa nostra, negli ultimi anni un po’ in ombra rispetto al protagonismo delle altre mafie. Secondo il rapporto “ nel Veneto si sarebbero registrate presenze di soggetti legati a cosa nostra, che tenderebbero innanzitutto a radicarsi economicamente sul territorio con una presenza stabile, ma non tale da assumere le connotazioni tipiche della Regione di provenienza”.

Obiettivo dell’operatività di Cosa nostra in questi territori sarebbe “il riciclaggio e il reinvestimento di capitali illeciti, anche attraverso l’acquisizione di attività commerciali ed imprenditoriali, sfruttando, se del caso, l’opera di gruppi delinquenziali locali”. Ma il campanello d’allarme suona, vista la drammatica crisi del sistema creditizio nelle nostre zone, quando gli investigatori sottolineano la tendenza degli appartenenti a Cosa nostra a “a sostituirsi al sistema del credito legale e a praticare l’usura”. Leggiamo nel rapporto come anche in Veneto le organizzazioni criminali sono attive nella “gestione” della forza lavoro dato che “i fenomeni del “lavoro nero” e del “caporalato”, sono molto diffusi non solo nelle aree a vocazione agricola del sud, ma anche in quelle più floride del centro e del nord”.

NDRANGHETA IN VENETO

“La criminalità organizzata calabrese, in specie catanzarese e reggina, seppure non radicata nel Nord Est del Paese, continua a far emergere, soprattutto in Veneto, chiari segnali di operatività.

Si sono registrate, infatti, qualificate presenze di soggetti ‘ndranghetisti su Padova, nell’ovest veronese e nel basso vicentino, riconducibili ad aggregati criminali di Cutro, Delianova, Filadelfia ed Africo Nuovo.

“Queste manifestazioni sarebbero diventate palesi con riferimento, oltre che al traffico di stupefacenti, anche alla ristorazione, al turismo e all’edilizia, come emerso con riferimento a quest’ultimo settore, nel corso di un’operazione conclusa nel mese di aprile dalla Guardia di Finanza, con l’arresto, per bancarotta fraudolenta, di tre imprenditori attivi nella fabbricazione di infissi metallici in provincia di Treviso.

“Uno dei citati imprenditori, originario della provincia di Parma, sarebbe risultato in contatto con esponenti della cosca GRANDE ARACRI. Sempre ad aprile, come accennato nella descrizione delle dinamiche criminali dedicate alla provincia di Crotone, il Centro Operativo D.I.A. di Padova ha concluso l’operazione Amaranto 2, con l’arresto di alcuni soggetti facenti parte di un’associazione criminale di matrice ‘ndranghetista insediatasi in Veneto – in particolare a Padova e Vigonza (PD) – diretta da soggetti collegati alla cosca GIGLIO ed attiva prevalentemente nel traffico di sostanze stupefacenti.

CAMORRA IN VENETO

Nella Regione si segnalano presenze di gruppi camorristici casertani, in particolare del clan dei CASALESI e del capo-luogo campano. Tali presenze sarebbero concentrate soprattutto sul litorale veneziano, nell’area compresa tra San Donà di Piave e Jesolo, con soggetti che oltre ad aver assunto, in alcuni casi, comportamenti minacciosi tipici degli ambienti malavitosi, sono stati segnalati quali autori di risse nella zona del sandonatese e di incendi dolosi ai danni di imprenditori locali. Con riferimento al semestre, appare rilevante l’arresto, avvenuto a Chioggia (VE) nel mese di marzo, del capo del gruppo napoletano CIMMINO: il pregiudicato si era reso latitante dopo che la Cassazione, a febbraio 2016, aveva ripristinato il provvedimento cautelare a suo carico.

MAFIA IN VENETO E FRIULI

Come emerso, negli anni, dagli esiti di varie attività di polizia giudiziaria, nel Veneto si sarebbero registrate presenze di soggetti legati a cosa nostra, che tenderebbero innanzitutto a radicarsi economicamente sul territorio con una presenza stabile, ma non tale da assumere le connotazioni tipiche della Regione di provenienza.

Lo scopo principale di tali sodalizi va, infatti, individuato nel riciclaggio e nel reinvestimento di capitali illeciti, anche attraverso l’acquisizione di attività commerciali ed imprenditoriali, sfruttando, se del caso, l’opera di gruppi delinquenziali locali. A ciò si aggiunga la forte disponibilità di liquidità, che spinge l’organizzazione a sostituirsi al sistema del credito legale e a praticare l’usura.

Questa ingerenza di cosa nostra nelle attività produttive del nord est ha trovato una importante evidenza anche in Friuli Venezia Giulia, come dimostrato dalle attività condotte nel corso del semestre dalla D.I.A.. Nello specifico, il Centro Operativo di Palermo ha eseguito, nel mese di febbraio, anche in provincia di Pordenone, una confisca nei confronti di un imprenditore edile palermitano, le cui possidenze immobiliari e le transazioni finanziarie effettuate su conti personali e societari sono risultate, in realtà, riconducibili a cosa nostra palermitana.

Le società di riferimento avevano, infatti, assunto il ruolo di interfaccia e di collegamento con il mondo economico legale, riciclando il denaro proveniente dalle attività delittuose di cosa nostra, anche fuori dalla Sicilia.

È della Guardia di Finanza, invece, il provvedimento di sequestro eseguito anche ad Udine, con riferimento al patrimonio di un altro imprenditore, sempre palermitano e sempre collegato a cosa nostra.

Con riferimento al territorio in parola, vale la pena di segnalare che nel mese di maggio si è spontaneamente costituito un pregiudicato domiciliato ad Udine ed organico alla famiglia BRANCACCIO, condannato per il reato di trasferimento fraudolento di valori, aggravato dal metodo mafioso.

Sebbene non immediatamente riconducibile ad un contesto di tipo mafioso, si registra un certo attivismo di criminali di origine siciliana, inseriti in associazioni per delinquere autoctone dedite a reati di tipo predatorio o inerenti agli stupefacenti. Nel semestre, il fenomeno è documentato da più operazioni di polizia che hanno condotto all’arresto di pregiudicati coinvolti in rapine ad istituti di credito e nel traffico internazionale di droga.

Tra queste, vale la pena di richiamare le operazioni collegate “ Vecchio Borgo ” e “Apocalisse”, concluse nel mese di maggio dalla Guardia di Finanza di Trieste e Venezia ed a seguito delle quali è stata smantellata un’organizzazione criminale dedita al traffico internazionale di stupefacenti, attiva tra la laguna veneta e Milano. Le indagini hanno portato all’arresto di 25 responsabili e all’esecuzione una misura interdittiva dell’esercizio della professione forense nei confronti di un avvocato di Chioggia.

Dalle investigazioni è emerso il coinvolgimento di soggetti siciliani e di alcuni marocchini, con quest’ultimi che gestivano l’acquisto,

nel proprio Paese, di ingenti carichi di stupefacenti, il successivo stoccaggio in Spagna ed il conclusivo trasporto in Italia. Ai vertici dell’associazione, operante nell’area di Chioggia, due noti fratelli pregiudicati, uno dei quali aveva avuto in passato legami con la “Mala del Brenta”.

http://direzioneinvestigativaantimafia.interno.gov.it/semestrali/sem/2016/1sem2016.pdf

Antimafia, Giovanardi furioso: «Il prefetto è un coniglio, chiederò la sua testa»

 

L’Espresso, Giovedì 27 aprile 2017

Antimafia, Giovanardi furioso: «Il prefetto è un coniglio, chiederò la sua testa»
Minacce, pressioni e segreti. La strategia dell’ex ministro di Berlusconi per aiutare l’azienda legata alla ‘ndrangheta emiliana. Ecco le carte dell’inchiesta di Bologna sul parlamentare modenese. Entro 10 giorni il giudice si pronuncerà sull’utilizzo delle intercettazioni in cui c’è la voce del parlamentare

DI GIOVANNI TIZIAN

Quel prefetto è «un coniglio». E ancora: «Quando vado a Roma chiedo la sua testa». Il copyright è del senatoreCarlo Giovanardi, un «martello pneumatico» (lo definisce uno degli indagati) che non si ferma davanti a niente. Sul ruolo del parlamentare di “Idea”, indagato insieme ad altre 11 persone dall’antimafia di Bologna , emergono ulteriori particolari. Dettagli che rischiano di mettere in serio imbarazzo il senatore che peraltro siede in commissione antimafia. Il parlamentare è sotto inchiesta per rivelazione di segreto e minaccia a corpo amministrativo dello Stato. Con un’aggravante molto seria: aver agevolato l’organizzazione mafiosa, cioè la ‘ndrangheta, che grazie alla società Bianchini era entrata nel giro giusto degli appalti. Una società, la Bianchini, che gli inquirenti ritengono a disposizione dei clan. I titolari infatti sono imputati per concorso esterno in associazione mafiosa a Reggio Emilia insieme al gotha emiliano della mafia calabrese.

Per sette mesi, è l’ipotesi degli inquirenti, l’ex ministro del governo Berlusconi ha esercitato «pressioni e minacce» su prefetti, ufficiali dell’Arma, poliziotti e funzionari. Una frenetica attività di pressing a tutto campo mirata a salvare due imprenditori modenesi che da circa un anno sono alla sbarra in un processo di ‘ndrangheta con centinaia di imputati. Ma non solo. Agli imprenditori avrebbe anche rivelato notizie riservate apprese direttamente dal palazzo della prefettura.

L’atto d’accusa della procura antimafia è un lungo elenco di date, riunioni, colloqui registrati. Fatti che riconducono l’attività dell’ex ministro, fino al 2011 anche sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un recinto ben preciso: ha agito, sostengono i pm, «in assenza di qualsiasi connessione, se non strumentale, con qualsivoglia attività parlamentare».

Una valutazione che sconfessa così la tesi difensiva di Giovanardi, il quale ha sempre sostenuto che ciò che ha fatto rientrava tra le sue prerogative di parlamentare. Tra gli indagati, oltre al senatore, ci sono altre 11 persone, tra questi c’è il capo di gabinetto della prefettura di Modena, Mario Ventura, e i titolari dell’impresa Bianchini, Augusto e Alessandro Bianchini e Bruna Braga.

C’è, tuttavia, una data che rappresenta uno spartiacque. Si tratta del 18 ottobre 2014. È il giorno in cui nell’ufficio del politico, a Modena, si è tenuto uno degli incontri riservati tra Giovanardi e la famiglia Bianchini. In questa occasione gli imprenditori, che hanno il vizietto di registrare gli incontri a cui vanno, ammettono davanti al parlamentare di aver sgarrato più di una volta. Dove per sgarrare intendono rapporti commerciali e fatture false con pezzi grossi della ‘ndrangheta oltre che l’assunzione di operai tramite un boss calabrese.

Da quel 18 ottobre Giovanardi è dunque, così sostengono i pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini, consapevole delle relazioni pericolose degli imprenditori modenesi. Eppure prosegue nella sua crociata per salvare l’azienda dai provvedimenti della prefettura di Modena, istituzione che aveva escluso la Bianchini costruzioni dalle “white list”, gli elenchi prefettizi delle aziende “pulite” . Solo le imprese iscritte a tali liste possono lavorare nei cantieri pubblici della ricostruzione post terremoto. 

È nella stessa riunione del 18 ottobre che Giovanardi definisce l’allora prefetto di Modena, Michele Di Bari, da un anno a Reggio Calabria, un «coniglio che pensa solo a non fare cose che lui ritiene controproducenti per sé stesso», colpevole, secondo il politico, di non intervenire in favore dell’impresa a cui il senatore tiene tantissimo. Il prefetto Di Bari è una delle vittime del senatore, che sul rappresentante del governo – si legge nei documenti dell’accusa – «usava pressioni e anche dirette minacce aggredendolo verbalmente in numerose occasioni per ottenere la mutazione dei provvedimenti adottati nei confronti della Bianchini costruzioni». La tensione con Di Bari aveva raggiunto livelli altissimi, tanto che quel 18 ottobre davanti ai Bianchini, Giovanardi arriva a dire: «Quando vado a Roma, magari chiedo la testa del prefetto eh! Se il prefetto non sa fare il suo mestiere vada a casa».

Tra i nemici giurati del senatore c’erano soprattutto i carabinieri di Modena. Additati come i veri responsabili della drammatica situazione patita dai Bianchini. Ritenuti più colpevoli di altri del “danno” provocato all’impresa emiliana. Per questo motivo Giovanardi ottiene un incontro anche con due ufficiali. All’appuntamento in un luogo pubblico si recano l’allora comandante provinciale di Modena, il colonnello Stefano Savo, e Domenico Cristaldi, capo del nucleo investigativo.

I due vanno all’appuntamento in divisa affinché non si crei alcun tipo di equivoco. Ma pure in questa occasione l’ex ministro sfoga tutto il suo disappunto: « Il Senatore ha detto espressamente che qualcuno avrebbe dovuto rispondere dei danni derivanti da questi interventi facendo il parallelo con la responsabilità dei magistrati e dicendo che era sua intenzione presentare degli esposti su questa vicenda. Ho avuto la percezioni che volesse riferirirsi al mio comando e alla mia persona», ha spiegato ai magistrati il colonnello Savo quando è stato sentito come testimone.

Agli atti anche la testimonianza del secondo militare: «Voglio sottolineare che il senatore ha tenuto un comportamento estremamente deciso e perentorio, spesso non permettendo al comandante provinciale di concludere i propri interventi e proseguendo nelle sue valutazioni in modo incalzante. Peraltro sia io che il colonnello Savo eravamo in divisa, in un esercizio pubblico e il senatore utilizzava un tono di voce non certamente basso».

Tutto legittimo, sostiene Giovanardi. Convinto di avere agito con strumenti parlamentari, è la difesa che porterà in aula. Tuttavia, c’è una grande differenza tra il presentare un’interrogazione in Senato e minacciare con il trasferimento o la denuncia uomini delle istituzioni.Grandi manovre per salvare una sola azienda. La Bianchini Costruzioni, che fino a quattro anni faceva incetta di appalti in giro: aveva ottenuto anche un appalto nell’ambito di Expo 2015 ed è stata molto presente nella prima fase della ricostruzione post terremoto.

Poi a giugno 2013 inizia l’incubo: la società di costruzioni viene colpita dal provvedimento del prefetto. Due anni dopo i titolari verranno arrestati nella retata anti ‘ndrangheta denominata Aemilia. Quando i Bianchini ricevono la notifica dell’esclusione dalle “White list”, si rivolgono immediatamente al parlamentare modenese. Il metodo usato è stato avvicinare uomini delle istituzioni, sfruttando anche il ruolo politico ricoperto, per caldeggiare il reintegro dei Bianchini nelle white list. Un pressing, dicono i pm, che si è trasformato in una forma di minaccia verso servitori dello Stato chiamati in Emilia proprio per combattere la mafia.

Agli atti dell’inchiesta sono allegate anche quattro intercettazioni, in cui c’è la voce del senatore, e numerosi tabulati telefonici, sempre relativi ai contatti del politico con gli altri indagati. Sono tutti dati ottenuti in maniera casuale dai pm, che incrociano la strada di Giovanardi seguendo gli imprenditori amici dei boss. Trattandosi però di un parlamentare, per utilizzare tutto questo materiale investigativo è necessaria l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Sarebbe stato sufficiente trasmetterle alla giunta per le autorizzazioni del Senato. Ma per una maggiore garanzia dell’indagato la procura ha preferito passare dal giudice delle indagini preliminari. Che entro dieci giorni deciderà: se le intercettazioni sono rilevanti, allora, le invierà alla giunta per le autorizzazioni del Senato, altrimenti verranno distrutte. Discorso a parte per le registrazioni fatte dagli imprenditori durante le riunioni. Quelle frasi rubate, a partire da «il prefetto è un coniglio», sono già utilizzabili senza passare da alcun filtro del Parlamento. 

Primarie Pd, intervista a Orlando: “Contro i magistrati, Renzi si cerchi un altro ministro”.RENZI,COME BERLUSCONI,CE L’HA CON I MAGISTRATI

Il Fatto Quotidiano, Mercoledì 26 aprile 2017

Primarie Pd, intervista a Orlando: “Contro i magistrati, Renzi si cerchi un altro ministro”
Andrea Orlando – Caso Consip, gazebo dem e voto francese: parla il Guardasigilli

di Fabrizio d’Esposito

Il Guardasigilli Andrea Orlando ha celebrato la Liberazione a Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, laddove il 12 agosto 1944 la ferocia nazista si scatenò contro 560 civili.

Buon 25 aprile, ministro. A Sant’Anna ci sono state divisioni come a Roma?

È stato un momento unitario, come è giusto che sia.

Senza differenze.

Coloro che si sono battuti in montagna avevano diverse convinzioni politiche o religiose ma hanno fatto parte dello stesso processo. Senza unità non ci sarebbe stata la Liberazione. Per il prossimo 25 aprile bisogna ritornare uniti, questo deve essere l’impegno del Pd.

Mancano pochi giorni alle primarie e Renzi anche ieri ha coltivato la sua ossessione per il caso Consip. “Andremo sino in fondo”, ha detto a proposito delle intercettazioni manipolate sul papà indagato.

Non lo so se Renzi sia ossessionato. So però che né io né Emiliano abbiamo strumentalizzato le polemiche di queste settimane.

Però si parla di pressioni su di lei per mandare ispezioni a Napoli e punire i pm.

Nessuno si è mai permesso di chiedermelo di persona. Ho letto però di esplicite prese di posizione di vari renziani.

L’ultimo è Franco Vazio, vicepresidente della commissione Giustizia alla Camera: “Orlando non ha saputo fermare gli attacchi dei magistrati contro Renzi”.

Sono parole che mi addolorano e mi feriscono profondamente. Da ministro ho cercato sempre di muovermi con grande equilibrio quando c’erano elementi di anomalia. L’ho fatto per il sindaco Raggi a Roma, per la fuga di notizie durante il suo interrogatorio sul caso Marra, e l’ho fatto per tanti poveri cristi, cittadini normali, senza alcun blasone di partito. L’ho fatto per esponenti politici di tutti gli schieramenti senza guardare a partiti o correnti.

Renzi, meglio, qualche renziano pretendeva un’attenzione maggiore.

Precisiamo: qualche renziano. Io non ho girato la testa dall’altra parte, ho scritto al procuratore generale per eventuali anomalie nell’attività della polizia giudiziaria: non ho azionato l’attività ispettiva perché non emergevano profili disciplinari. Tutto questo, come sempre, l’ho fatto senza alcun carattere intimidatorio. Se i renziani che mi hanno criticato pensavano che utilizzassi i poteri ispettivi come una clava contro l’autonomia della magistratura hanno sbagliato persona. Dovevano chiedere che facesse il ministro della Giustizia qualcun altro.

La clava rimanda a una certa concezione della giustizia dell’ultimo ventennio.

Che oggi non corrisponde a quella della maggioranza.

In che senso?

Oggi non si discute più di autonomia dei magistrati a rischio né di aggressione o di complotti. E io rivendico questo merito. In Italia, al netto delle estremizzazioni corporative, c’è un dibattito in linea con l’Europa: parliamo di pensionamenti e ferie. Sono passi in avanti rispetto agli ultimi vent’anni.

Domenica si vota per le primarie del Pd. Tre candidati: lei, Renzi ed Emiliano. “Primarie clandestine” oppure “morte”, per Enrico Letta.

Se si limitano a essere una conta per rilegittimare il leader è questo il pericolo. Se si vincono le primarie senza garantire una competitività elettorale si fa la fine di Hamon in Francia.

Ma Renzi si erge a Macron.

Macron non ha fatto le primarie ed è un uomo nuovo non assimilato con la conduzione del potere, come Renzi tre o quattro anni fa. E mi risulta che Macron non abbia mai tolto la bandiera europea alle sue spalle mentre parlava.

Tra i “padri” ex Pci, le analisi sul voto francese sono divergenti: per Napolitano i populismi sono stati fermati; Veltroni, invece, è più cauto e ritorna sulla crisi tra sinistra e popolo; D’Alema, infine, predilige l’anti-establishment di Mélenchon e non demonizza il populismo.

Non per fare l’ecumenico ma ci sono elementi condivisibili in tutti e tre. E Mélenchon dimostra che se la sinistra radicale è competitiva può svolgere una funzione di tenuta del sistema. Meglio Mélenchon di Grillo.

Impossibile dialogare con il M5s?

Io non demonizzo i grillini, ma loro non sono Podemos. Certo, non mi sfugge che attraggono voti in quei settori popolari che votavano a sinistra ma hanno un forte elemento di ambiguità. Le loro posizioni sull’Europa oppure le parole di Di Maio sui migranti li rendono incompatibili con il Pd.

Domenica teme brogli, truppe cammellate?

Non credo che ci saranno questi rischi. Comunque i rappresentanti della mia candidatura saranno presenti in ogni seggio.

La fatidica asticella è fissata oltre il milione?

L’asticella la decidete voi giornalisti, per quanto mi riguarda ho fatto il massimo per garantire più partecipazione.

Renzi scarica sugli altri la “colpa” di aver voluto votare in fretta il 30 aprile. Ma era stato lui a imporla. O no?

La stragrande maggioranza dei componenti della commissione per il congresso sono renziani, faccia un po’ lei.

In questa campagna qual è, a suo giudizio, il problema del Pd emerso con maggiore nettezza?

Quello di rompere il nostro isolamento sociale e politico. C’è un tema di cui non scrivete nemmeno voi del Fatto, che pure vi occupate di scandali quotidianamente.

Quale?

La diseguaglianza sociale: il 25 per cento della ricchezza concentrato nelle mani dell’un per cento. Se non capiamo questo, non capiamo la fortuna dei populisti. A furia di parlare dell’Italia dell’eccellenza non abbiamo saputo raccontare l’Italia che non ce la fa.

Tangenti e appalti, parla Coci:«Così pagavo quei dirigenti»

Il Mattino, Mercoledì 26 Aprile 2017

Tangenti e appalti, parla Coci:«Così pagavo quei dirigenti»

di Leandro Del Gaudio

Si va dal «quatto quatto» dell’ex avvocato del Santobono, ai «prestiti» ai dirigenti Adisu, dazioni di denaro mai restituite che si trasformano per incanto in appalti a trattativa diretta. Eccolo Pietro Coci, imprenditore reo confesso, quello che sta facendo tremare un pezzo di imprenditoria italiana – leggi Manutencoop – e che ha consegnato un memoriale in cui fa riferimento anche a tangenti alla corruzione di ufficiali di polizia giudiziaria. Novanta e passa pagine, la trascrizione dell’interrogatorio di garanzia dell’imprenditore finisce al Riesame che ha confermato il quadro degli indizi a carico di pubblici amministratori, infermieri e imprenditori. Ma andiamo con ordine, a partire dalle parole usate per ricostruire accordi illeciti: «Prestiti», «squadra», «quatto quatto», «per amicizia». Difeso dai penalisti Pasquale Coppola e Marco Imbimbo, Pietro Coci si confessa e racconta il senso del «fare squadra» all’ombra dell’Adisu e del Santobono. È il gip Mario Morra ad entrare nel vivo dell’interrogatorio, chiedendo chiarimenti sui cosiddetti «prestiti» nei confronti di Umberto Accettullo e Pasquale Greco, rispettivamente direttore amministrativo e geometra con funzione di supporto al rup dell’Adisu (agenzia regionale per il diritto allo studio universitario) di Orientale, Federico II e Partenope. «Sì, diciamo che il direttore Accettullo diceva che in quel momento era sotto con la banca e quindi io ho fatto un prestito di novemila euro, soldi che non mi sono stati mai restituiti. Il Greco aveva la stessa problematica, essendo un rup o comunque una persona non inquadrata, in quel momento non aveva stipendi dalla regione Campania e quindi gli ho fatto un prestito di tre o quattro mila euro. Si tratta di prestiti che poi non mi sono mai stati restituiti, ad onor del vero». Già, ma allora in cambio di cosa venivano elargiti quei soldi? È il gip che insiste e gli chiede se ci fosse un collegamento con il cosiddetto cottimo fiduciario: «È stato chiesto come prestito, però c’era un collegamento con le commesse che si avevano mese per mese, perché non si riusciva a fare la gara d’appalto e loro mi davano questo affidamento mensile». Ricostruzioni che attendono la versione dei due indagati, in un procedimento in cui Accettullo e Greco potranno dimostrare la correttezza della propria condotta. Ma non è finita. Il grosso dell’interrogatorio investe la presunta tangente da 200mila euro promessa (e pagata in parte) in cambio dell’appalto al Santobono. Inchiesta coordinata dai pm Celestina Carrano e Henry John Woodcock, Coci mette a verbale i suoi rapporti con l’infermiere Giorgio Poziello (che resta in cella, per lui accuse aggravate dalla finalità camorristica visti i rapporti con il clan Polverino) e con lo stesso Manna.

Due giorni fa, Manna ha ottenuto la revoca degli arresti domiciliari, sostituita dal Riesame con una misura interdittiva: difeso dal penalista Francesco Cedrangolo, Manna è accusato di corruzione per aver svolto un ruolo di intermediario negli accordi presi tra Coci (in associazione con due esponenti della Manutencoop) e con lo stesso Poziello. Cambiato il quadro cautelare anche per altri due indagati nella storia del Santobono: è stato il gip a sostituire gli arresti domiciliari in una misura interdittiva per Pasquale Arace (direttore del reparto Sicurezza del Santobono); stessa soluzione adottata dal Riesame per Gaetano Russo (impiegato al Santobono). Cambia il quadro cautelare – sembra di capire – restano confermate le accuse. Ma seguiamo l’interrogatorio. Coci conferma la trattativa tra Poziello e la Manutencoop, che impone la regola del 2 per cento di tangente rispetto al tetto dell’appalto, poi racconta un paio di retroscena. Dopo aver vinto l’appalto, quelli dell’Ati vengono invitati nello studio di Manna. È una convocazione formale, «eravamo gli aggiudicatari provvisori, dovevamo fornire i vari chiarimenti che prospettava la stazione appaltante. L’avvocato Manna mi fa capire quatto quatto come noi dovevamo essere attenti nella rimodulazione dell’offerta e tutto quanto». Sul punto gip e pm chiedono chiarimenti al Coci: Manna parlava in modo formale o in via confidenziale?

Il business dei monnezzari. Cinque euro per avvelenare il Vesuvio

Il business dei monnezzari. Cinque euro per avvelenare il Vesuvio

26-04-2017

di Ciro Formisano

 

Dietro le strade lastricate di monnezza, tra i roghi tossici e le pattumiere che sfregiano il Vesuvio si nasconde un vero e proprio business criminale. Un affare d’oro gestito da monnezzari di professione. Gente che inquina e guadagna seminando morte e spazzatura in ogni angolo della provincia. 

E’ il dato, inquietante, che emerge dalle recenti indagini condotte dai carabinieri, in particolare a Terzigno (la città simbolo dell’inferno rifiuti). 

Indagini che aprono uno squarcio sul sistema di smaltimento illecito della spazzatura che ha trasformato il parco nazionale del Vesuvio in una enorme pattumiera a cielo aperto. Il sistema è semplicissimo. I monnezzari bussano alle porte di opifici tessili e aziende della zona proponendo un sistema di smaltimento a costi ridottissimi. La tariffa è fissa. Smaltire ogni bustone nero da 50 chili di spazzatura costa 5 euro. Quasi nulla rispetto ai prezzi proposti alle aziende dalle ditte specializzate. Incassati i soldi i monnezzari caricano la spazzatura su furgoni anonimi e nel cuore della notte si avviano lungo i sentieri che portano fino ai piedi del Vesuvio. La spazzatura – spesso anche rifiuti pericolosi – viene seminata, senza pietà, in ogni angolo della provincia. Una parte finisce ai piedi della statale 268 – la strada della morte e della monnezza che unisce i Comuni dell’area vesuviana – il resto finisce nelle periferie dimenticate di Terzigno, Poggiomarino, San Giuseppe Vesuviano, Ercolano e Ottaviano. Un affare da capogiro, una filiera criminale che vale centinaia di migliaia di euro all’anno nella sola zona vesuviana.

Con 400 bustoni di rifiuti tessili – in media ciò che viene prodotto nel giro di poche settimane da un singolo opificio – si può arrivare a mettere insieme oltre 2000 euro. Niente a confronto dei soldi che poi serviranno per le bonifiche delle aree inquinate. Insomma, dietro l’inferno della terra dei fuochi c’è una vera e propria filiera del crimine che ogni giorno avvelena i piedi del Vesuvio.

fonte:http://www.metropolisweb.it/


Permessi per la Helios, un dossier all’Antimafia

Permessi per la Helios, un dossier all’Antimafia
La Dia sta analizzando i documenti presentati da un gruppo di cittadini di Scafati Nel mirino della Procura i “nulla osta” a costruire rilasciati senza controlli
Mercoledì 26 aprile 2017

di Domenico Gramazio

SCAFATI. Permessi e pareri lampo per la Helios, adesso la Procura Antimafia vuole vederci chiaro. La Dia da qualche giorno sta analizzando un corposo dossier, consegnato agli agenti della Direzione investigativa di Salerno da un gruppo di cittadini che da tempo sta portando avanti la battaglia ambientalista contro il sito di stoccaggio di via delle Industrie. Nel report vengono spiegati diversi passaggi amministrativi, ratificati durante l’esperienza da sindaco di Pasquale Aliberti.
Nel mirino sarebbero finiti i permessi a costruire rilasciati dall’ufficio dell’Ente. Nulla osta che, in alcuni casi, non avrebbero nemmeno atteso il parere di legittimità e si sarebbero succeduti a 24 ore di distanza l’uno dall’altro. Una celerità che non è passata inosservata agli investigatori che, da quasi due anni, lavorano sul filone che porterebbe a dei collegamenti tra l’ex primo cittadino di Scafati e l’azienda proprietaria del sito di stoccaggio di contrada Cappella.
Il dossier va ad aggiungersi all’inchiesta sul terreno che sarebbe stato ottenuto senza un bando pubblico. Una procedura che, dal febbraio scorso, è al vaglio della Procura Antimafia di Salerno che ha trasmesso gli atti, acquisiti dal Comune di Scafati, a un consulente tecnico. Sulla vicenda Helios-Aliberti, dunque, vuole vederci chiaro il pm Vincenzo Montemurro. Nel caso specifico la procedura di compravendita vedrebbe protagoniste la AgroInvest, la società partecipata da diversi Enti dell’Agro per la realizzazione delle aree industriali, e la Am Technology, l’azienda collegata al sito di stoccaggio della Helios. Una vicenda che rientra nei presunti rapporti tra Palazzo Mayer, le attività imprenditoriali della famiglia Aliberti e le ditte collegate all’impianto di via delle Industrie.
Infine, sotto la lente di ingrandimento sono finiti i rapporti tra l’Acse, l’azienda partecipata del Comune, e la “Atm Tecnology”, società collegata alla “Helios-Igiene Urbana” e alla “Luxor”. Nomi che portano tutte all’impianto di stoccaggio al confine con Sant’Antonio Abate. Già la scorsa estate venne attenzionata una gara d’appalto del 29 gennaio 2016, relativa al servizio spazzamento e al successivo smaltimento dei rifiuti. Un appalto arrivato dopo l’affidamento, da settembre a dicembre del 2015, che l’Acse diede alla “Atm Tecnology”. Gare che per gli inquirenti sarebbero la chiave di volta per appurare quel presunto sistema tra politici e criminalità organizzata.
A interessare gli inquirenti ci sarebbe il capitolato che prevede la pulizia delle strade cittadine e il relativo smaltimento della spazzatura in un impianto di stoccaggio al confine con la città dell’Agro. Struttura che non viene mai nominata nei 21 punti che costituiscono l’atto, ma che portano tutti al sito di via delle Industrie.

fonte:http://www.lacittadisalerno.it/

In Emilia la ‘ndrangheta impoverisce le casse della Cgil: QUANDO NOI DICIAMO CHE I PRIMI AD INSORGERE DOVREBBERO ESSERE I SINDACATI SIA DEI LAVORATORI CHE DEGLI IMPRENDITORI.AVVIENE ?

 

Il Sole 24 ore, Mercoledì 26 aprile 2017

In Emilia la ‘ndrangheta impoverisce le casse della Cgil

di Roberto Galullo 

La ‘ndrangheta impoverisce la cassa della Cgil: in 10 anni, nelle province di Reggio Emilia e Modena – travolte due anni fa dall’indagine Aemilia – la penetrazione mafiosa nelle imprese edili ha ridotto sensibilmente la capacità di rappresentanza del sindacato nel settore, con un danno stimabile in 10.511 minori tesseramenti, in particolare della Fillea-Cgil, che si traducono in 1.042.742 euro di perdita. L’analisi – una primizia in un’aula di Tribunale – è stata presentata il 18 aprile a Bologna da Alessandro Santoro, professore associato di Scienza delle finanze dell’Università Milano Bicocca, per conto della Cgil Emilia-Romagna. Il giudice ha disposto la presentazione e il deposito della ricerca dal momento che il 4 novembre 2015 il Gup Francesca Zavaglia aveva ammesso, tra gli altri, la costituzione di parte civile di Cgil, Cisl eUil nel processo Aemilia.

Le caratteristiche dello studio
Lo studio è stato effettuato adottando metodologie assimilabili a quelle utilizzate negli studi che analizzano gli effetti della diffusione di una malattia. In questo specifico caso la malattia considerata è stata la penetrazione criminale della ‘ndrangheta che – per omogeneità giudiziaria – è stata analizzata dal 2004 anche se la cosca Grande Aracri di Cutro (Crotone) ha messo da quasi 40 anni solide radici in Emilia-Romagna. L’approccio utilizzato è simile a quello impiegato in una ricerca pubblicata dalla Banca d’Italia, che contiene una stima dei costi subiti dalle regioni del sud a causa della presenza del crimine organizzato. In entrambi i casi, la metodologia adottata è nota come “analisi della differenza nelle differenze”. Si tratta di un approccio utilizzato per valutare gli impatti della variazione di assetti regolamentativi sui fenomeni socio-economici.

Le imprese edili sotto osservazione
L’indicatore in grado di catturare la diminuzione è stato basato sul numero degli iscritti delle imprese emiliane del settore edile oggetto di penetrazione criminale dal 2004. «Tuttavia, la semplice osservazione dell’andamento del numero degli iscritti al sindacato nelle imprese oggetto di penetrazione criminale – spiega Santoro nella sua ricerca depositata agli atti del processo attualmente in appello a Bologna in rito abbreviato – non può, da sola, misurare l’impatto della penetrazione. È evidente che tale andamento dipende anche da altri fattori, tra cui, la credibilità del sindacato e la competizione tra un sindacato e l’altro. In altri termini, il numero di iscritti al sindacato in un settore oggetto di penetrazione criminale potrebbe ridursi non a causa della penetrazione stessa, ma, per esempio, perché quel sindacato non è risultato credibile o lo è risultato meno di altri sindacati agli occhi dei lavoratori». È stato quindi necessario analizzare l’andamento degli iscritti al sindacato tenendo per quanto possibile conto degli andamenti di queste ulteriori variabili. Sulla base di questa considerazione, l’indicatore utilizzato è stato il rapporto tra il numero degli iscritti al sindacato nelle imprese e nei periodi possibilmente oggetto di penetrazione criminale e il numero di iscritti allo stesso sindacato in imprese che non si ritiene siano state oggetto di penetrazione criminale negli stessi periodi.

Il parametro di raffronto: la Toscana
Ecco dunque che la parte comparativa dell’analisi – che si definisce tecnicamente controfattuale – è stato uno dei passaggi più complessi. È stato infatti necessario identificare delle imprese che avessero due caratteristiche essenziali: 1) un andamento dell’indicatore di incidenza che, nel periodo precedente all’inizio della penetrazione criminale fosse del tutto simile a quello delle imprese edili osservate in Emilia-Romagna; 2) non fossero soggette alla penetrazione criminale o non avessero subito la penetrazione criminale a partire dal 2004 (avendo sempre come stella polare la eventuale ribalta processuale di un’indagine giudiziaria). È stato naturale concentrarsi sulle imprese operanti in Toscana, comparabile all’Emilia Romagna per dimensioni e caratteristiche socioeconomiche di base e, soprattutto, per importanza relativa del settore edile. Il valore aggiunto ai prezzi di base del settore costruzioni calcolato dall’Istat per le due regioni nel periodo tra il 1995 e il 2003 – cioè precedente alla penetrazione criminale indagata e analizzata poi processualmente in Emilia-Romagna – appare, in tutto il periodo considerato, di dimensioni superiori in Emilia rispetto alla Toscana. Tuttavia, l’incidenza del settore delle costruzioni in termini relativi al Pil regionale, sempre di fonte Istat, è del tutto simile. Il numero di lavoratori della Cgil attivi (al netto del settore edile) mostra come in Emilia vi sia stata, complessivamente, una crescita più sostenuta rispetto a quella Toscana. Ne consegue che la perdita di rappresentanza nel settore edile emiliano non è connessa con una perdita di rappresentanza più generale della Cgil in Emilia-Romagna.

Parola alla Cgil
Complessivamente sono circa 40 le parti civili costituitesi nel processo Aemilia, tra le quali numerose associazioni e Istituzioni nazionali e locali. La Cgil ha già chiarito che le somme che fossero riconosciute a titolo di risarcimento del danno non sarebbero incamerate per l’ordinaria attività sindacale ma verrebbero reinvestite in iniziative volte all’affermazione della legalità e al riconoscimento dei diritti nel lavoro, pesantemente colpiti dalle associazioni criminali. Il segretario generale della Cgil Emilia-Romagna Luigi Giove, ex segretario generale regionale Fillea (appunto la categoria degli edili), ha sottolineato – nel corso del processo Aemilia – che il sindacato si è costituito parte civile «perché l’attività sindacale ha bisogno della possibilità di partecipazione libera dei lavoratori, di una democrazia vera non solo formale. Non è possibile mettere sullo stesso piano dei rapporti di forza il lavoratore e il datore di lavoro; il nostro compito è organizzare i lavoratori liberi, non ricattabili, mettendo in campo forti azioni di prevenzione. Quando il lavoro è sfruttato, quando nei cantieri non si può esercitare un controllo democratico, quando non vengono rispettate le regole del lavoro e la correttezza nei rapporti, il sindacato è penalizzato, ne subisce un danno e in generale ne subisce un danno l’intera economia e l’intera società. Abbiamo bisogno di una partecipazione democratica per esercitare il nostro ruolo. Abbiamo bisogno di più legalità per contrastare le infiltrazioni mafiose. Le infiltrazioni della criminalità organizzata in alcuni settori in particolare, penso alla logistica ai trasporti all’edilizia, in alcuni casi anche nell’agroindustria, continuano ad essere un fenomeno presente nel nostro territorio. Questo processo ha fatto emergere la punta dell’iceberg. Il lavoro da fare è ancora tanto e noi saremo impegnati in prima linea come sempre».

Il dado è tratto
La scelta di costituirsi parte civile nel procedimento Aemilia rappresenta una scelta strutturale per la Cgil nei processi di mafia. Il 20 aprile la Cgil nazionale, la Cgil Calabria, la Cgil Reggio-Locri assistiti dai propri legali, hanno dichiarato di voler presentare istanza di costituzione parte civile nel processo Gotha che si svolge presso il Tribunale di Reggio Calabria e che mette sotto accusa la presunta cupola mafiosa e massonico deviata che governa Reggio Calabria (e non solo). «L’azione della magistratura calabrese contro la ‘ndrangheta – si legge nel comunicato stampa – va sostenuta con azioni concrete all’esterno e all’interno dei processi e la Cgil come sempre, sarà presente tra le parti civili». La dichiarazione di costituzione parte civile al processo Gotha è stata presentata nella udienza preliminare e ha visto tra i presenti in aula il segretario generale della Cgil Calabria Angelo Sposato, la segretaria generale di Reggio-Locri Mimma Pacifici e il responsabile legalità della Cgil Calabria Gigi Veraldi. Il 18 luglio 2014 l’allora segretario generale della Fillea Cgil, Walter Schiavella, annunciò che il sindacato si sarebbe costituito parte civile in tutti i processi per sfruttamento di manodopera e che avrebbe fornito ai lavoratori l’assistenza legale adeguata per la tutela dei diritti contrattuali ed etici, proprio a partire dal processo celebrato contro gli imprenditori arrestati poche settimane prima all’Aquila. «So che è difficile, perché c’è di mezzo la paura di perdere il lavoro – disse Schiavella ora alla guida della Camera del lavoro metropolitana di Napoli – ma liberare i cantieri da imprese sporche e da sfruttatori non significa perdere il lavoro, ma esattamente il contrario: vuol dire far lavorare le imprese sane e quindi liberare il lavoro buono».

r.galullo@ilsole24ore.com

Una situazione inquietante sulla quale pochi sembrano riflettere:un giovane su due non ha più fiducia nello Stato.Un’indagine del Centro Pio La Torre che fa venire i brividi

 

QUANDO LA GENTE NON HA PIU’ FIDUCIA NELLO STATO E’ L’ ” ANOMIA” DI  EMILE  DURKHEIM

 

 

Quasi un giovane su due  non ha più fiducia nello Stato e ritiene che la mafia sia più forte di questo.

Una situazione  oltremodo inquietante, foriera,peraltro, di rischi per la nostra democrazia e per la stessa civiltà.

Lo Stato che non viene più considerato l’espressione del popolo e che viene visto come un ‘entità a se stante,a noi estranea ,se non nemica,e,peraltro,perdente al confronto con la criminalità.

Una condizione pericolosissima che potrebbe essere configurata come il preludio a disgrazie inimmaginabili per il futuro del nostro Paese.

L’indagine svolta dal Centro Pio La Torre ci propone uno scenario terrificante con uno sfondo,questo sì,immaginabile:il collasso dello Stato e la sua liquefazione in un magma indefinito dove il Potere passa di mano e si torna all’era dei vassalli e valvassori.

All’era della prepotenza e della violenza.

Da parte dei pochi a svantaggio dei tanti.

Dei più.

La teoria dei corsi e dei ricorsi di vichiana memoria.

Un salto all’indietro.

Di secoli.

L’insipienza di un popolo,quello italiano,che ha affidato la sua rappresentanza a classi dirigenti inadeguate ed irresponsabili che hanno tradito i valori dei Padri costituenti e che stanno portando il Paese nel baratro.

Si tende ,con un’esemplificazione terrificante,ad attribuire la responsabilità di tutto ciò a pochi soggetti – i vari Berlusconi , Renzi e così via-,ma qua il problema é un altro perché il vero ed unico responsabile é il popolo che li ha partoriti,allevati , cresciuti e sostenuti e continua a sostenerli.

Malgrado tutto.

Sembra di assistere ad un film dell’horror nel quale si vedono folle festanti che vanno,incoscienti,incontro al loro massacro.

Poveri figli nostri !

 

 

 

Il Mattino, Martedì 25 Aprile 2017

Un giovane su due pensa che la mafia sia più forte dello Stato

Il 74% degli studenti ritiene che la presenza mafiosa incida molto o abbastanza sull’economia della propria regione, e solo una minoranza ritiene che la criminalità organizzato possa essere sconfitta. Il rilevamento del Centro Studi Pio La Torre

di Redazione Cronache

Quasi un giovane su due (il 47%) ritiene che la mafia sia più forte dello Stato, meno di un terzo (il 29,8%) crede che sia possibile sconfiggerla definitivamente e la stragrande maggioranza di loro non ha fiducia nei politici, né nazionali (84,5%), ne locali ( 79,9%). È quanto emerge dall’indagine sulla percezione mafiosa condotta per il decimo anno dal Centro Studi Pio La Torre tra i ragazzi che partecipano al Progetto educativo antimafia promosso dal Centro e i cui risultati sono contenuti in un numero speciale della rivista «A Sud’Europa» che sarà presentata venerdì, alle ore 11, al Teatro Biondo di Palermo, alla presenza del Capo dello Stato, in occasione della manifestazione per il 35esimo anniversario dell’uccisione di La Torre e Di Salvo. Sono stati 3061 gli studenti che hanno risposto alle quarantasette domande del questionario.

Dal Nord al Sud

«Non c’è differenza significativa tra i giovani del Centro-Nord e del Sud sulla percezione della corruzione delle classi dirigenti locali — sottolinea Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre —. La mafia è forte perché si infiltra nello Stato che è più forte delle mafie solo per un 13% dei giovani. Ma la stragrande maggioranza dei giovani, oltre il 90%, ripudia la mafia e ritiene che sia più forte il rapporto tra mafia e politica». Lo hanno dichiarato infatti molto forte il 41,18% degli intervistati, abbastanza forte il 48,72%, debole il 4,27%, inesistente l’1,16%, mentre un altro 4,66% non si è espresso. I ragazzi però hanno fiducia negli insegnanti (l’83%)

La preoccupazione per il futuro

Alla domanda se si ritiene che la presenza della mafia possa ostacolare nella costruzione del proprio futuro, il 32,32% ha risposto sì, molto, il 28,24% sì, poco, il 18,99% no, per niente e il 20,45% non so. Emerge un senso d’impotenza e rassegnazione, che trova la massima espressione nella risposta alla domanda: «A tuo avviso, tra lo Stato e la mafia chi è più forte?», dove il 47,27% ha risposto la mafia, mentre sono ugualmente forti il 27,86% e solamente il 13,49% dichiara di mostrare maggior fiducia nello Stato. Ancora più sconfortante è il quadro che emerge dalle risposte alla domanda: «Secondo te, il fenomeno mafioso potrà essere definitivamente sconfitto?», dove la risposta no prevale sul sì anche quest’anno in maniera rilevante. In particolare: il 42,35% ha risposto no, il 29,8% sì, mentre il 27,86% non so. Il 74% degli studenti ritiene che la presenza mafiosa incida molto o abbastanza sull’economia della propria regione. La presenza della mafia è considerata un forte ostacolo per la costruzione del proprio futuro dal 36% dei rispondenti di Sicilia, Calabria e Campania, dal 32% da quelli delle altre regioni meridionali e dal 24% da quelli delle regioni del Centro-Nord. Se nel complesso, infatti, il 42% del campione ritiene che il fenomeno non potrà essere definitivamente sconfitto, tale percentuale risulta nettamente più bassa nelle regioni di insediamento tradizionale, dove si attesta al 38% a fronte di oltre il 50% registrato nel Centro-Nord.

Un giovane su due pensa che la mafia sia più forte dello Stato.UNA SITUAZIONE INQUIETANTE:LO SRTATO HA PERSO CREDIBILITA’ FRA I GIOVANI.

Il Mattino, Martedì 25 Aprile 2017

Un giovane su due pensa che la mafia sia più forte dello Stato
Il 74% degli studenti ritiene che la presenza mafiosa incida molto o abbastanza sull’economia della propria regione, e solo una minoranza ritiene che la criminalità organizzato possa essere sconfitta. Il rilevamento del Centro Studi Pio La Torre

di Redazione Cronache

Quasi un giovane su due (il 47%) ritiene che la mafia sia più forte dello Stato, meno di un terzo (il 29,8%) crede che sia possibile sconfiggerla definitivamente e la stragrande maggioranza di loro non ha fiducia nei politici, né nazionali (84,5%), ne locali ( 79,9%). È quanto emerge dall’indagine sulla percezione mafiosa condotta per il decimo anno dal Centro Studi Pio La Torre tra i ragazzi che partecipano al Progetto educativo antimafia promosso dal Centro e i cui risultati sono contenuti in un numero speciale della rivista «A Sud’Europa» che sarà presentata venerdì, alle ore 11, al Teatro Biondo di Palermo, alla presenza del Capo dello Stato, in occasione della manifestazione per il 35esimo anniversario dell’uccisione di La Torre e Di Salvo. Sono stati 3061 gli studenti che hanno risposto alle quarantasette domande del questionario.

Dal Nord al Sud

«Non c’è differenza significativa tra i giovani del Centro-Nord e del Sud sulla percezione della corruzione delle classi dirigenti locali — sottolinea Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre —. La mafia è forte perché si infiltra nello Stato che è più forte delle mafie solo per un 13% dei giovani. Ma la stragrande maggioranza dei giovani, oltre il 90%, ripudia la mafia e ritiene che sia più forte il rapporto tra mafia e politica». Lo hanno dichiarato infatti molto forte il 41,18% degli intervistati, abbastanza forte il 48,72%, debole il 4,27%, inesistente l’1,16%, mentre un altro 4,66% non si è espresso. I ragazzi però hanno fiducia negli insegnanti (l’83%)

La preoccupazione per il futuro

Alla domanda se si ritiene che la presenza della mafia possa ostacolare nella costruzione del proprio futuro, il 32,32% ha risposto sì, molto, il 28,24% sì, poco, il 18,99% no, per niente e il 20,45% non so. Emerge un senso d’impotenza e rassegnazione, che trova la massima espressione nella risposta alla domanda: «A tuo avviso, tra lo Stato e la mafia chi è più forte?», dove il 47,27% ha risposto la mafia, mentre sono ugualmente forti il 27,86% e solamente il 13,49% dichiara di mostrare maggior fiducia nello Stato. Ancora più sconfortante è il quadro che emerge dalle risposte alla domanda: «Secondo te, il fenomeno mafioso potrà essere definitivamente sconfitto?», dove la risposta no prevale sul sì anche quest’anno in maniera rilevante. In particolare: il 42,35% ha risposto no, il 29,8% sì, mentre il 27,86% non so. Il 74% degli studenti ritiene che la presenza mafiosa incida molto o abbastanza sull’economia della propria regione. La presenza della mafia è considerata un forte ostacolo per la costruzione del proprio futuro dal 36% dei rispondenti di Sicilia, Calabria e Campania, dal 32% da quelli delle altre regioni meridionali e dal 24% da quelli delle regioni del Centro-Nord. Se nel complesso, infatti, il 42% del campione ritiene che il fenomeno non potrà essere definitivamente sconfitto, tale percentuale risulta nettamente più bassa nelle regioni di insediamento tradizionale, dove si attesta al 38% a fronte di oltre il 50% registrato nel Centro-Nord.

 

Si appropriano dei fondi antiusura. Inchiesta sulla Artigianfidi quattro persone indagate

Il Mattino, Lunedì 24 Aprile 2017

Si appropriano dei fondi antiusura. Inchiesta sulla Artigianfidi quattro persone indagate

di Petronilla Carillo

SALERNO – Era stato proprio il ministero dell’Economia e delle Finanze, nell’ambito di una serie di controlli che di norma vengono eseguiti sui fondi concessi alle associazioni che si preoccupano di amministrare i fondi antiusura, a segnalare alla procura di Salerno alcune irregolarità nella gestione dei fondi stessi da parte del Consorzio Antigianfidi (Artigianato di garanzia fidi) chiedendo approfondimenti investigativi. Era il 2013. Nel 2015 l’ultima informativa della finanza, nei giorni scorsi la notifica ai quattro indagati dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

I reati contestati sono per tutti di concorso in peculato e abuso d’ufficio. In particolare, sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti, è finito l’utilizzo (improprio, secondo la procura) di due milioni 674.971 euro affidati dal ministero dell’Economia al Consorzio. Soldi che andavano amministrati per la concessione di fidi a piccole e medie imprese ad elevato rischio finanziario e alle quali fosse già stata rifiutata una domanda di finanziamento da parte delle banche così da evitare che dovessero rivolgersi a degli strozzini. Soldi che invece, secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbero stati distratti mentre a nessuna impresa sarebbe stato concesso un aiuto.

Gli indagati sono quattro. Si tratta di Ernesto Rossi, Raffaele Milone, Vincenzo Santoriello e Massimo Borriello. Secondo le accuse, in concorso tra di loro, potendo operare sui conti intestati al Consorzio Artigianato di garanzia Fidi società cooperativa Arl, si «appropriavano illecitamente del denaro».

Cantone e il comma cancellato:«L’Italia è il Paese di Masaniello».UNA MANINA HA CANCELLATO LA NORMA CHE CONSENTIVA ALL’ANAC DI INDAGARE SENZA ASPETTARE LA MAGISTRATURA. DI CHI E’ QUELLA MANINA?’?????????????????????……………………………..INDOVINATE UN PO’!!!!!!!!

Il Mattino, Lunedì 24 Aprile 2017

Cantone e il comma cancellato:«L’Italia è il Paese di Masaniello»

«L’Italia è il paese di Masaniello e io spero di non aver vissuto né la polvere né gli altari. Il mio antidoto è la normalità e la famiglia». Lo ha detto il presidente dell’Anac Raffaele Cantone durante la registrazione del Faccia a Faccia di Giovanni Minoli in onda stasera alle 22,30 su La7 intervenendo sulla cancellazione del comma che gli attribuiva poteri di intervento sugli appalti sospettati di irregolarità.

«È stata una rivoluzione copernicana solo che si è fatta retromarcia su molte cose e non si è data la possibilità di attuare il codice. Credo che fosse una buona riforma e il fatto di andare avanti e indietro è un classico del nostro Paese. Ci sono tante opere incompiute. Il problema vero è che qualcuno ha pensato che bisogna fare realizzare opere pubbliche per smuovere l’economia non perchè davvero servono. E non smuovono nulla» ha proseguito Cantone.

«La Rai è stato il mio più grande insuccesso e mi pesa. Abbiamo ricevuto risposte formalistiche sulle assunzioni e in audizione Campo Dall’Orto ha risposto in modo parziale. Abbiamo trasmesso l’informativa alla Procura della Repubblica che sta indagando» ha aggiunto.

«Non si può impedire a un magistrato di fare politica» anche se le modalità «vanno regolamentate in maniera chiara ma credo che non si posso impedire a un magistrato di fare politica perchè rappresenterebbe una violazione di un diritto». Cantone, inoltre, ‘promuove’ la riforme delle nomine fatta dal Csm sottolineando che «spesso il Csm si è occupato di fare altro. L’ultimo Csm ha fatto delle riforme sul criterio di nomine che vanno nella giusta direzione». Sulla legge per la confisca dei beni, Cantone suggerisce di «correggere la destinazione», a suo avviso la normativa «ha funzionato ma manca una legge sulla destinazione che non è stata ancora corretta».

«Non è una lotta tra procure», così, infine, il presidente dell’Anac sul caso Consip. «Se le procure controllano fino in fondo la polizia è una garanzia per i cittadini», ha aggiunto Cantone durante il Faccia a Faccia di Giovanni Minoli in onda stasera alle 22,30 su La7 del quale sono state rese note anticipazioni.

Borsellino quater: sui giornali stupore per Scarantino prescritto, indifferenza sul depistaggio.COME TI FACCIO SPARIRE I FATTI E MANIPOLO L’INFORMAZIONE

Il Fatto Quotidiano, Sabato 22 aprile 2017

Borsellino quater: sui giornali stupore per Scarantino prescritto, indifferenza sul depistaggio

di Federica Fabbretti

I lettori de Il Fatto Quotidiano avranno saputo che giovedì sera, nell’aula D del Palazzo di Giustizia di Caltanissetta, è stata emessa una sentenza storica per la giustizia italiana. Ma ne sono venuti a conoscenza solo gli affezionati a questo giornale, poiché sugli altri quotidiani nazionali cartacei è calata l’ombra dell’oblio dell’informazione. La sentenza del processo sulla strage di Via D’Amelio non c’è mai stata.

E sulle versioni online dei quotidiani nazionali è avvenuto un fatto buffo: la notizia “incredibile” è stata l’intervenuta prescrizione nei confronti di Vincenzo Scarantino, invece che le motivazioni per cui si è arrivati ad essa. Come se lo scandalo fosse il proscioglimento del falso pentito e non la certificazione del depistaggio ideato e costruito da apparati dello Stato. D’altronde, la prima domanda che i pochi giornalisti presenti hanno rivolto al procuratore capo Amedeo Bertone dopo la fine della lettura della sentenza è stata: “Quindi la Corte ha confermato completamente la linea della Procura?”. Linea talmente confermata che un avvocato di parte civile, a caldo, ha commentato così: “Questa è la sconfitta della Procura di Caltanissetta”.

Due sono stati, infatti, i vincitori morali e fattuali del processo conclusosi due giorni fa e cioè coloro che avevano chiesto con forza la conferma giudiziaria del depistaggio delle indagini sulla strage e l’assoluzione di Scarantino, in quanto vittima di quel depistaggioFabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, e Calogero Montante, l’avvocato dello Scarantino, grazie al quale la difesa processuale del falso pentito ha fatto un grande salto in avanti, culminando in un’arringa di una rara levatura morale e professionale. Non ho letto commenti riportati dell’avvocato Montante, se non su Antimafia Duemila. Eppure argomenti giornalisticamente interessanti ne avrebbe avuti: “Questa sentenza ha reso giustizia e ha squarciato questo muro di omertà istituzionale che si era venuto a creare nel corso di questo dibattimento. Questa sentenza è stata la vittoria delle persone oneste che sono riuscite a fare la differenza”.

Parole che vanno ad aggiungersi a quelle dell’altro vincitore, Fabio Repici – che si è ritrovato il giorno precedente la sentenza a rispondere alle repliche dell’ufficio della Procura che, per la prima volta giudiziaria di questo paese, ha replicato al difensore di parte civile (della parte civile del fratello di Paolo Borsellino, per di più) e non sulla posizione degli imputati di strage: “Con la sentenza di oggi la Corte di Assise di Caltanissetta restituisce dignità alla giustizia e punta a chiare lettere il dito contro i depistatori di Stato, finora lasciati impuniti dalla Procura della Repubblica. Il proscioglimento di Scarantino certifica come siano stati organi istituzionalia ideare le calunnie e il falso di Stato costruito su via D’Amelio in questi 25 anni. La nazione deve ringraziare ciascuno dei giudici togati e dei giudici popolari, che – con la sentenza di oggi – riconciliano i familiari delle vittime di via D’Amelio e la giustizia”.

Nei corridoi fuori l’aula D nessuno credeva che una sentenza del genere fosse possibile. Qualcuno ci sperava, con tutto se stesso, ma nessuno ci credeva realmente, non dopo le sconfitte della storia giudiziaria di questo Paese. Invece, come ha ribadito fino alla fine l’avvocato Calogero Montante, “i miracoli li compiono le persone perbene”.

Archivi