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Non si può fingere di commemorare Borsellino e, poi, nei fatti, tradire il suo pensiero

Lo scrive il PM di Matteo su “Antimafia Duemila” e questo potrebbe essere il titolo di un saggio che qualcuno di noi potrebbe essere tentato di scrivere.
Ah, quanta ipocrisia.
Il 19 luglio scorso chi scrive si è rifiutato di andare -disapprovandole- a qualsiasi manifestazione perché quasi tutte o sono state organizzate da esponenti politici e con fini politici o, comunque, hanno visto la partecipazione di politici.
Personalmente, questi, probabilmente tutte persone oneste, ma, comunque, rappresentanti di quel mondo che moralmente è il responsabile delle stragi e della conquista del Potere da parte della mafie.
E chi scrive ha condiviso la scelta fatta dai ragazzi e dalle ragazze delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino di voltare le spalle alla Bindi, pur convinto dell’onestà personale di questa, che, però, è la rappresentante numero uno di un organismo istituzionale importantissimo che avrebbe potuto fare e potrebbe fare moltissimo sul piano della lotta alle mafie ma che, purtroppo, non ha fatto mai niente di significativo e decisivo da quando è stato costituito ad oggi.
Allora diciamocelo con franchezza una buona volta per sempre:
DIETRO LA MAFIA CI SONO LA POLITICA E LE ISTITUZIONI
e nessuno, ripetiamo nessuno, da destra a sinistra, può ritenersi il puro, l’immacolato, l’indenne da colpe, siano esse dirette od indirette.
Ci si può dire: ” ma ci sono anche rappresentanti politici e delle istituzioni onesti, puliti, che non sono compromessi con i furti, le rapine, le violenze che leggiamo tutti i giorni sui giornali”.
E’ vero e va dato merito ad essi, tanto più merito di quello che abbiamo riconosciuto finora in quanto essi sopravvivono in ambienti nei quali a prevalere sono la cultura e la metodologia mafiogene.
Le persone giuste ed oneste, diciamocelo con franchezza, vengono marginalizzate e private di ogni agibilità da un Potere che storicamente tale non è.
Ebbe il coraggio di affermarlo Leonardo Sciascia quando sostenne che il Potere, il vero potere non è… nel Consiglio comunale di Palermo, non è nel Parlamento, non è nelle assisi e nei luoghi deputati ad esercitarlo, ma al contrario è sempre e solo “ALTROVE”.
ALTROVE…
I “PUPI” ED I “PUPARI”, un titolo che assegnò un compianto direttore di un piccolo giornale di provincia a chi scrive e che gli consentì di analizzare a
fondo la situazione in cui abbiamo vissuto, viviamo e vivremo.
“Altrove”, “Pupi” e “Pupari”, le tre parole che dovrebbero rappresentare la linea guida delle nostre analisi e che, pertanto, dovremmo tenere sempre presenti nei giudizi che esprimiamo.
Ce la siamo presa e ce la prendiamo giustamente con l’istituzione Chiesa per i comportamenti collusivi o comunque tiepidi di alcuni preti nei confronti dei mafiosi.
Bene, ma perché non facciamo altrettanto con quelle persone che detengono il Potere politico ed amministrativo del Paese le quali sono le vere responsabili, quanto meno morali, di quanto è avvenuto ed avviene.
Parlate con i Testimoni, i Collaboratori e con quanti altri come noi si schierano dalla parte della Giustizia e della legalità e fatevi dire come vengono trattati!
Noi abbiamo sentito solamente i ragazzi di Salvatore Borsellino gridare ” Fuori la mafia dallo Stato” e sono stati solo quei ragazzi a voltare le spalle alla Bindi, non alla persona Bindi ma alla rappresentante di un’Istituzione importante.
Altri magari, che pur promuovono o partecipano a manifestazioni contro le mafie, a quel Potere ed a quello stato vanno a chiedere, dopo aver gridato ” la mafia è una montagna di merda”, convenzioni e privilegi.
Ignoranza, ipocrisia?
Comunque si vergognino!!!
“La sagra dell’ipocrisia” sulla pelle di chi ci ha rimesso e ci rimette la vita.
Povera Italia!!!
Noi abbiamo preferito trascorrere la giornata del 19 Luglio, proprio per fare onore alla memoria di Paolo Borsellino e delle altre vittime di mafia, con un Testimone di Giustizia e con la sua meravigliosa famiglia…
“Non si può fingere di commemorare Paolo Borsellino quando nei fatti si sta tradendo il suo pensiero” “Non si può fingere di commemorare Paolo Borsellino quando nei fatti si sta tradendo il suo pensiero” Intervento in via d’Amelio di Nino Di Matteo
Prendere oggi la parola, in questo luogo e nella stessa ora della strage di ventidue anni fa, è per me un grande onore ed una grande responsabilità alla quale non ho voluto sottrarmi con la precisa consapevolezza che le commemorazioni di oggi avranno un senso solo se sostenute dall’impegno, dalla passione civile, dal coraggio che dobbiamo dimostrare da domani. Non ho voluto sottrarmi alla profonda emozione che vivo in questo momento perché innanzitutto sento il bisogno di ringraziare, da cittadino, quei cittadini che, come tanti di voi, continuano a dare quotidiana testimonianza di essere innamorati della Giustizia, della Democrazia, della Costituzione, del nostro Paese. Per questo, riconoscendo in Paolo Borsellino l’incarnazione di quei sentimenti di amore e libertà, cercano di conservarne e tramandarne la memoria. Per questo si pongono a scudo di quei sacrosanti valori contro i tanti che anche oggi, anche nelle Istituzioni e nella Politica, continuano a calpestarli ed offenderli con l’arroganza dei prepotenti e degli impuniti. Voglio ringraziare i tanti cittadini che, nella semplicità e spontaneità delle loro espressioni di solidarietà, hanno saputo riconoscere coloro i quali ancora si battono per la verità, dimostrando di volerli proteggere non solo dalle insidie della violenza mafiosa ma ancor prima dal muro di gomma della indifferenza istituzionale, dal pericolo di quel tipo di delegittimazione ed isolamento che si nutre, oggi come ieri, di silenzi colpevoli, insinuazioni meschine, ostacoli e tranelli costantemente ed abilmente predisposti per arginare quell’ansia di verità che è rimasta patrimonio di pochi. Quei pochi che ancora non sono annegati nella palude del conformismo, del quieto vivere, dell’opportunismo più bieco sempre più spesso mascherato dalla invocata opportunità politica. Sono qui per dirvi che voi avete il sacrosanto diritto di continuare a chiedere tutta la verità sulla strage di via D’Amelio e noi magistrati il dovere etico e morale di continuare a cercarla anche nei momenti in cui, come questo che stiamo vivendo, ci rendiamo conto di quanto quel cammino costi, sempre più, lacrime e sangue a chi non ha paura di percorrerlo anche quando finisce per incrociare il labirinto del potere. Per continuare a ricercare la verità è però innanzitutto necessario, con grande onestà intellettuale, rispettare la verità e non avere mai paura a declamarla anche quando ciò può apparire impopolare o sconveniente. Paolo Borsellino ci ha insegnato a non avere mai paura della verità. Non dobbiamo avere allora paura a ricordare che affermano il falso i tanti che per ignoranza, superficialità o strumentale interesse ripetono che i processi celebratisi a Caltanissetta sulla strage di via D’Amelio hanno portato ad un nulla di fatto. Ignorano o fingono di ignorare che ventidue persone sono state definitivamente condannate per concorso in strage; ignorano, o fingono di ignorare che proprio quel lavoro di tanti magistrati ha consentito che venissero già allora alla luce i tanti e concreti elementi che oggi ci portano a ritenere che quella di via D’Amelio non fu soltanto una strage di mafia e che il movente non era certamente esclusivamente legato ad una vendetta mafiosa nei confronti del Giudice. Dobbiamo imparare il rispetto della verità ed il coraggio della sua affermazione ad ogni costo. Non è vero ciò che tutti indistintamente affermano, e falsamente rivendicano, sulla volontà di fare piena luce sulle stragi. La realtà è un’altra. Questo intendimento è rimasto patrimonio di pochi, spesso isolati e malvisti, servitori dello Stato. Dal progredire delle nostre indagini sappiamo che in molti, anche all’interno delle istituzioni, sanno ma continuano a preferire il silenzio, certi che quel silenzio, quella vera e propria omertà di Stato, continuerà, esattamente come è avvenuto fino ad ora, a pagare, con l’evoluzione di splendide carriere e con posizioni di sempre maggior potere acquisite proprio per il merito di aver taciuto, quando non anche sullo squallido ricatto di chi sa e utilizza il suo sapere per piegare le Istituzioni alle proprie esigenze. Dobbiamo sempre avere il coraggio di rispettare la verità e gridare la nostra rabbia perché ancora nel nostro Paese il cammino di liberazione dalla Mafia è rimasto a metà del guado. Incisivo, efficace, giustamente rigoroso nel contrasto ai livelli operativi più bassi (quelli della manovalanza mafiosa); timoroso, incerto, con le armi spuntate nei confronti di quei fenomeni, sempre più gravi e diffusi, di penetrazione mafiosa delle Istituzioni, della Politica e della Economia. Verso quel pericolosissimo dilagare della mentalità mafiosa che inevitabilmente si intreccia con una corruzione diffusa che, solo a parole, si dice di voler combattere, mentre ancora, nei fatti si assicura ai ladri, ai corrotti, agli affamatori del popolo la sostanziale impunità. Non si può ricordare Paolo Borsellino e restare silenti a fronte di ciò che sta accadendo nel nostro Paese e che rappresenta l’ennesima mortificazione di quei valori per tutelare i quali il Giudice Borsellino è andato serenamente incontro al suo destino con la fierezza e la dignità di un uomo dalla schiena dritta. Non si può ricordare Paolo Borsellino ed assistere in silenzio ai tanti tentativi in atto (dalla riforma già attuata dell’Ordinamento Giudiziario a quelle in cantiere sulla responsabilità civile dei giudici, alla gerarchizzazione delle Procure anche attraverso sempre più numerose e discutibili prese di posizione
del C. S. M. ) finalizzate a ridurre l’indipendenza della Magistratura a vuota enunciazione formale con lo scopo di comprimere ed annullare l’autonomia del singolo Pubblico Ministero ed il concetto di potere diffuso in capo a tutti i rappresentanti di quell’Ufficio. Non si può assistere in silenzio all’ormai evidente tentativo di trasformare il Magistrato Inquirente in un semplice burocrate inesorabilmente sottoposto alla volontà, quando non anche all’arbitrio, del proprio capo; di quei Dirigenti degli Uffici sempre più spesso nominati da un C. S. M. che rischia di essere schiacciato e condizionato nelle sue scelte di autogoverno dalle pretese correntizie e politiche e da indicazioni sempre più stringenti del suo Presidente. Non si può fingere di commemorare Paolo Borsellino quando nei fatti si sta tradendo il suo pensiero e il suo sentimento; il suo concetto, alto e nobile, dell’autonomia del Magistrato come garanzia di libertà ed eguaglianza per tutti. Poco prima di essere ucciso il Giudice Borsellino, intervenendo ad un incontro con gli studenti sull’annoso problema dei rapporti mafia-politica, stigmatizzava l’inveterata prassi del ceto politico di ripararsi, per giustificare la mancata attivazione dei necessari meccanismi di responsabilità politica, dietro il comodo paravento dell’attesa della definitività dell’accertamento giudiziario, nell’attesa quindi del passaggio in giudicato delle sentenze penali. Oggi, a distanza di ventidue anni da quelle amare riflessioni di Paolo Borsellino, qualcosa è cambiato, ma non certamente in meglio. In una sentenza definitiva della Corte di Cassazione è accertato che un partito politico, divenuto forza di Governo nel 1994, ha poco prima annoverato tra i suoi ideatori e fondatori un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra e che da molti anni fungeva da intermediario consapevole dei loro rapporti con l’imprenditore milanese che di quel partito politico divenne, fin da subito, esponente apicale. Oggi questo esponente politico (dopo essere stato a sua volta definitivamente condannato per altri gravi reati) discute, con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge Elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo suo respiro. E’ necessario non perdere la capacità di indignarsi e trovare, ciascuno nel suo ruolo e sempre nell’osservanza delle regole, la forza di reagire. Tutti abbiamo il dovere di evitare che anche da morto Paolo Borsellino debba subire l’onta di veder calpestato il suo sogno di Giustizia. Quel meraviglioso ideale che condivideva con Giovanni Falcone, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, e tanti altri giusti. Quei giusti la cui memoria non merita inganni, infingimenti, atteggiamenti di pavidità mascherati da prudenza istituzionale. Sono morti perché noi allora non fummo abbastanza vivi, non vigilammo, non ci scandalizzammo all’ingiustizia, ci accontentammo dell’ipocrisia civile, subimmo quel giogo delle mediazioni e degli accomodamenti che anche oggi ammorba l’aria del nostro Paese ed ostacola il lavoro di chi vuole tutta la verità. Noi continueremo a batterci, con umiltà ma altrettanta tenacia e determinazione. Lo faremo nelle aule di Giustizia e, per ciò che ci è consentito, intervenendo nel dibattito pubblico per denunciare i gravi e concreti rischi che incombono sulla indipendenza della Magistratura e, quindi, sul principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Lo faremo mantenendo sempre nel cuore l’esempio dei nostri morti, guidati esclusivamente dalla volontà di applicare i principi della nostra Costituzione e con lo sguardo fisso alla meta della verità, consapevoli che solo la ricerca della verità può legittimarci a commemorare chi è morto dopo aver combattuto la giusta battaglia. Nino Di Matteo

Vescovi calabresi preparano nuove linee guida antimafia. Galantino: «Ma non tocca alla Chiesa dire chi è nei clan». La Chiesa calabrese prende le distanze dalla ndrangheta. Lo faccia anche nelle altre regioni del Paese, a cominciare dalla Campania e dal Lazio

Il segretario generale Cei rilancia la linea ferma contro le infiltrazioni nei riti sacri. Ma precisa: «Ci sono compiti che spettano ai magistrati»

«La Chiesa non è la magistratura, non è la polizia; e la magistratura non è la Chiesa. Abbiamo criteri diversi con cui aggredire le realtà mafiose, nel rispetto delle competenze di ciascuno. Al prete, al vescovo, non compete dichiarare chi è mafioso e chi non lo è. Questo spetta alla magistratura». Lo afferma monsignor Nunzio Galantino, vescovo di Cassano Ionio e segretario generale della Cei, nell’intervista a Tv2000, l’emittente dei vescovi, rilasciata a conclusione della riunione della Conferenza Episcopale Calabra che si è tenuta nel Santuario di Paola, in provincia di Cosenza, e che ha stabilito di istituire una commissione per redigere una “nota pastorale” con indicazioni concrete da fornire per contrastare le infiltrazioni mafiose nei riti sacri.
Commentando le recenti vicende di Oppido Mamertina, con il presunto “inchino” della processione alla casa del boss il segretario della Cei sottolinea la necessità di fare «chiarezza» sulle competenze coinvolte nella gestione del fenomeno mafioso. «Il prete e il vescovo, come tutta la comunità cristiana – continua – dicono ovviamente con chiarezza chi è contro il Vangelo e contro i valori del Vangelo».

Galantino sottolinea però che «la mafia va aggredita da tutte le parti ognuno mantenendo le proprie competenze, ma con un impegno chiaro, leale, di collaborazione e
anche di decisione degli interventi». Il vescovo di Cassano allo Jonio ribadisce che dinanzi a «fenomeni così complessi abbiamo bisogno tutti quanti di ritrovarci, di riflettere, di verificare» e che da parte dei vescovi calabresi c’è «una presa di distanza senza equivoci, come chiesto Papa Francesco» perché, aggiunge, «tutti devono sapere che non c’è nessuna possibilità di commistione tra religione e malaffare».

Ai microfoni di Tv2000 Galantino spiega che «quello della pietà e della religiosità popolare è un fenomeno molto complesso» ma un dato è certo: «Se per caso, o di fatto, qualche malavitoso si accosta al santo, semmai paga anche i fuochi artificiali o le luminarie, deve sapere che quel gesto non lo riscatta dal suo essere fuori dalla Chiesa, non lo riscatta dal suo essere assolutamente non in linea con il Vangelo».

Il segretario della Cei conclude ribadendo che «non è l’offerta che ci fa santi, non è il pagare le spese o portare sulle proprie spalle la statua del santo che ci riscatta dalla malavita che noi viviamo. E’ altro: è il pentimento, la conversione e la voglia di far sapere pubblicamente che noi prendiamo le distanze da una vita vissuta male».

http://www.ilquotidianodellacalabria.it/news/cronache/727779/Vescovi-calabresi-preparano-nuove-linee-guida.html

 

Occhi ben aperti!!!

“…Non è esente dal virus una parte consistente del mondo dell’anticamorra campana… ”
La camorra e i suoi troppi soldati. Demoni contro angeli in una battaglia sconfinata

Il crimine organizzato spiegato in tre fasi, la mancata trasparenza dei movimenti economici e soprattutto l’astuta abilità nel modificare la cultura di un territorio. Questo e altro ancora prodotto da 4500 uomini.
Un esercito di 4500 affiliati appartenenti a 108 clan. E’ questo lo sconcertante dato che emerge dalla relazione del presidente della Corte d’appello di Napoli, Antonio Buonajuto, nel corso della cerimonia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a Castel Capuano. Un esercito di malavitosi abile nel vincere molte guerre, soldati capaci di inginocchiare lo Stato attraverso non solo la violenza, ma anche con metodi persuasivi allettanti, come nomine, mazzette, potere, prestigio. Buonajuto ha evidenziato quanto l’infiltrazione camorristica pervade in ogni livello sociale, inquinando il mercato dei capitali con investimenti nell’economia legale. La camorra è una vera e propria impresa, organizzata in ogni dettaglio, un’impresa professionale e pronta alle mutazioni economiche, un’enorme industria del malaffare capace di adattarsi ad ogni contesto.4500 persone.
Demoni che infettano la nostra terra, parassiti che deturpano i frutti del buon operato. Basta fare qualche calcolo elementare per capire che sono davvero pochi in confronto alle tante persone che agiscono con responsabilità. Se nulla cambia è perché questi demoni hanno la capacità di ramificarsi in sconfinati settori che, esattamente come accade per la diffusione dei virus, coinvolgono tante altre persone, tanti altri comportamenti, fino a modificare l’intero sistema di codici legali con astuzia e persuasione. A questo punto camorra diventa sinonimo di cultura e le comunità, un po’per omertà, un po’ per abitudine, si adattano nel peggiore dei modi attraverso un processo di identificazione in modelli negativi, come il guadagno facile e smisurato di denaro, l’indifferenza, l’estraniazione dal fenomeno, le spinte per la crescita delle carriere professionali, fino agli estremi del potere sul territorio con politici corrotti.
Non è esente dal virus una parte consistente del mondo dell’anticamorra campana, vari gruppi con bilanci poco trasparenti e con sovvenzioni milionarie, non sempre reinvestite in programmi concreti. Ma in che modo è possibile definire la camorra e le sue contaminazioni? Amato Lamberti spiegava che la camorra si evolve su tre livelli: predatorio (rapine, estorsioni), parassitario (contrabbando, Toto e Lotto nero… ), simbiotico, con investimenti nell’economia legale (immobili e settori a bassa tecnologia, grande manodopera e ampia circolazione di denaro, come supermercati o discoteche). Un intervento di tipo repressivo si ferma al primo livello, che si riforma immediatamente. Occorrono, invece, operazioni di risanamento sociale. Nella sua rubrica Città al setaccio, il Sociologo spiegava dettagliatamente i tre livelli: “Uno schema interpretativo, che identifica tre livelli organizzativi – di produzione e distribuzione di beni e servizi, illeciti e/o leciti, distinti ma in successione evolutiva: ‘livello predatorio’, ‘livello parassitario’, ‘livello simbiotico’.
Dal punto di vista dei fini perseguiti, un’organizzazione criminale, in Italia e nel mondo, nasce sempre come impresa che assicura e fornisce servizi illegali, come quelli della protezione delle persone, della sicurezza delle attività economiche, del contrabbando di merci, del gioco d’azzardo, dell’usura, richiesti dai mercati illegali. Dal punto di vista dei mezzi impiegati per il raggiungimento dei fini, la violenza è lo strumento, non sempre utilizzato, ma sempre ostentato come possibilità, oltre che minacciato, di quella che alcuni autori, come Gambetta (1992) chiamano industria della protezione ma che, forse più correttamente, si dovrebbe definire industria violenta della protezione, nella
quale, produzione di violenza e offerta di protezione e sicurezza formano un tutt’uno praticamente inscindibile, come accade, in particolare, in ogni forma di attività estorsiva.
Per questo possiamo parlare di uno stadio immediatamente e direttamente ‘predatorio’. Il passaggio successivo – ma nel tempo, quasi immediato se non contemporaneo – è quello al livello ‘parassitario’, dell’impresa illegale, come struttura di produzione e commercio di beni e servizi illeciti, che produce e/o vende sul mercato servizi illegali ma in forma non violenta, facendone semplicemente commercio abusivo e illegale: dal contrabbando di sigarette, allo spaccio di droga, alla produzione e commercializzazione di DVD, videocassette e musicassette falsificati, al totonero, al lotto clandestino, alla carne macellata clandestinamente o importata di contrabbando, al pane prodotto in forni clandestini e venduto abusivamente, ai giubbotti di similpelle griffati, alle scarpe griffate false, alle schede ‘pezzottate’ per decoder televisivi, alle cassette e DVD dei giochi elettronici. ecc. Si crea, in pratica, una sorta di mercato parallelo che vive accanto a quello legale.
L’impresa criminale offre prodotti apparentemente simili ma a prezzi molto più bassi. Parassitando il mercato legale lo prosciuga, e finisce quindi per alterarlo profondamente, sia attraverso la produzione che attraverso la commercializzazione di prodotti falsi o di contrabbando, i quali finiscono per invadere surrettiziamente anche il mercato legale nel tentativo, messo in atto da commercianti disonesti e/o in difficoltà, di resistere alla concorrenza usando gli stessi metodi. L’ultimo stadio evolutivo è quello ‘simbiotico’, in quanto l’organizzazione si scioglie praticamente nel tessuto economico e imprenditoriale del territorio dando vita, soprattutto attraverso partecipazioni societarie, ad imprese che forniscono prodotti legali con modalità spesso solo apparentemente legali, in quanto, anche quando vorrebbero essere pienamente legali non possono fare a meno di incorporare quel potenziale di violenza, intimidazione, corruzione che ne accompagna la nascita: ‘L’imprenditoria che origina dai capitali illeciti, sembra costituire l’indotto dell’imprenditoria criminale e, al pari dell’indotto dell’industria lecita, costituisce un’isola nella quale garanzie e regole sono sospese. ‘ (Ruggiero 1992, 21).
Nel settore dell’edilizia, ad esempio, molte imprese, regolarmente registrate alle Camere di Commercio, da un lato partecipano a gare per appalti pubblici, dall’altro costruiscono abusivamente lottizzazioni anche di una certa importanza. Continuano, cioè, ad essere presenti sia sul mercato legale sia su quello illegale. Il settore in maggiore espansione è però quello dei servizi legali richiesti a condizioni illegali. A questo livello, il campo di osservazione si amplia a dismisura, in corrispondenza a qualsivoglia esigenza dei mercati legali che si voglia soddisfatta con metodologie illecite in grado di ridurne i costi: dal trasporto e smaltimento rifiuti alla fornitura di inerti, dalla distribuzione di idrocarburi da autotrazione alla fornitura di prodotti industriali contraffatti, dalla fatturazione di operazioni inesistenti alla ‘semplificazione’ delle procedure amministrative”.

Secondo Mattiello occorrerà un altro mese all’incirca per l’attuazione del decreto che prevede l’assunzione nella Pubblica Amministrazione dei Testimoni di Giustizia. Speriamo che sia così. Teniamoci pronti comunque per un’eventuale nuova mobilitazione.

Mattiello (Pd), piena intesa su nuovi strumenti di protezione (ANSA) ROMA, 18 LUG – La Commissione Antimafia e la Commissione Centrale del ministero dell’Interno hanno il comune intendimento di arrivare ad una riforma della normativa sulle misure di protezione che riguardano i testimoni di giustizia e la loro assistenza economica. E’ quanto e’ emerso oggi nel corso della audizione, da parte della Commissione Antimafia, della Commissione Centrale del ministero dell’Interno, come riferisce il coordinatore del V Comitato dell’Antimafia, DavideMattiello. “La normativa italiana – spiega Mattiello – e’ tra le piu’ avanzate al mondo, seconda solo a quella degli Stati Uniti. Tuttavia il sistema di protezione, nato nel 1991, e’ stato pensato e strutturato avendo in mente i pentiti, i collaboratori di giustizia quindi, cosa completamente diversa dai testimoni di giustizia: i primi infatti hanno fatto parte dell’organizzazione criminale e trattano la resa con lo Stato per ottenere protezione ed una nuova identita’; i testimoni invece il reato lo hanno subito o vi hanno assistito. In un Paese in cui chi parla e’ considerato un ‘infame’, i testimoni sono perle rare”. Complessivamente il sistema di protezione si occupa in italia di 6200 persone ma i testimoni sono solo 80 che arrivano a 1000 con i loro familiari. “I destini, le storie e gli strumenti che riguardano i testimoni di giustizia – prosegue Mattiello – devono essere separati dalle normative e dagli strumenti che riguardano i collaboratori. Una distinzione aiuterebbe anche sul piano della formazione del personale che opera con queste figure”. Mattiello, al termine dell’audizione, e’ apparso molto soddisfatto per il fatto che Commissione Centrale del Viminale e Antimafia ritengano entrambi che serva una riforma della normativa sulla protezione e sull’assistenza economica dei testimoni, “metodologicamente e sostanzialmente ci siamo trovati pienamente d’accordo”. E’ infine atteso, e dovrebbe essere pubblicato nel giro di un mese, un decreto attuativo che rendera’ operativa la recente previsione normativa sulla assunzione dei testimoni nella pubblica amministrazione, almeno di coloro che avranno i requisiti per entrarvi a far parte. “Anche questa misura contribuira’ a migliorare la vita dei testimoni di giustizia – conclude Matttiello – aspettiamo solo il parere del Consiglio di Stato, che speriamo sia positivo”. (ANSA)

La requisitoria del pm: «Politici arrendetevi, siete peggio dei camorristi»

SANTA MARIA CAPUA VETERE. Dura requisitoria del pm Ardituro contro il sistema politico durante il processo, in corso di svolgimento a Santa Maria Capua Vetere, a carico dell’ex sindaco di Villa Literno, Enrico Fabozzi.

«Politici arrendetevi, qui la politica è peggio della camorra – ha tuonato in aula Ardituro – questi boss della camorra si sono pentti, chi non si pente è invece un pezzo di politica che ha fatto affari con la camorra.
Il pm Ardituro si è rivolto all’ex sindaco durante la sua requisitoria. «Stamattina mi aspettavo una confessione di Fabozzi alla luce di quanto dichiarato dai bossi Luigi Guida e Antonio Iovine». Inoltre il pm ha paragonato il sistema di corruzione campano a quanto è emerso dalla indagini sul Mose di Venezia con la differenza che «qui in Campania c’è la camorra».

http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/requisitoria-del-pm-politici-arrendetevi-siete-peggio-dei-camorristi/notizie/804308.shtml

Mafia, sequestro record di 360 milioni ad opera della DIA di Palermo

Società, immobili, rapporti finanziari nell’elenco dei beni che gli uomini della Dia di Palermo hanno posto sottosequestro. Ricchezze tutte riconducibili all’imprenditore di Partinico, Stefano Parra, con interessi nei settori delle cave e del calcestruzzo. L’uomo, 47 anni, è ritenuto affiliato a Cosa Nostra

Duro colpo alla cassaforte della Mafia. Gli agenti della Direzione investigativa antimafia di Palermo, ha effettuato un provvedimento di sequestro di beni da record. Del valore di oltre 360 milioni di euro il tesoro messo sotto sigilli. Un patrimonio composto di immobili, società e conti correnti, tutti beni riconducibili a Stefano Parra, 47 anni, imprenditore edile di Partinico (Pa) operante nel settore delle cave e del calcestruzzo ed edile, ritenuto dagli inquirenti affiliato a Cosa Nostra.

Parra, ritenuto collettore degli interessi mafiosi nella gestione delle cave e negli appalti pubblici, già sottoposto a sorveglianza speciale e arrestato per mafia nel maggio 2000, era stato tra l’altro accusato di aver consegnato circa 5 chili di esplosivo e alcuni metri di miccia a lenta combustione a emissari di Cosa nostra, in una cava di Montelepre di proprietà di suo suocero Leonardo D’Arrigo, esponente di spicco del clan di Partinico. Inoltre, in quanto socio o titolare di aziende dell’edilizia, era in grado di pilotare l’aggiudicazione di appalti nei Comuni di Montelepre, Borgetto e Partinico, col sistema della consegna preventiva delle buste contenenti le offerte presentate dalle altre imprese partecipanti alla gara Il patrimonio sequestrato comprende tre cave, otto società di capitale con relativi compendi aziendali, due imprese individuali, ventisei terreni, numerosi magazzini, varie abitazioni, tra cui quattro in ville, quattro impianti fotovoltaici, dodici rapporti bancari e finanziari.

Quanti affari tra mafia ed Expo. Maltauro e i boss, 20 di relazione pericolose

Commissariati i cantieri milanesi del colosso veneto delle costruzioni. Un’informativa letta da “l’Espresso” evidenzia come la storia dell’azienda sia stata costellata da collusioni d’ogni tipo. Una sorte di romanzo criminale dal quale emerge la disponibilità a qualunque patto occulto pur di accumulare appalti

Mercoledì è stato un giorno importante per la storia della lotta alla corruzione. Per la prima volta sono state applicate le nuove norme varate dal governo Renzi con il commissariamento dei cantieri milanesi della Maltauro: appalti per un valore nominale di 55 milioni. Quella dell’Expo è solo l’ultima grana giudiziaria del colosso veneto delle costruzioni, protagonista anche dello scandalo Mose. Un’informativa letta da “l’Espresso” però evidenzia come negli ultimi venticinque anni la storia dell’azienda sia stata costellata da collusioni d’ogni tipo. Una sorte di romanzo criminal-imprenditoriale dal quale emerge la disponibilità a qualunque patto occulto pur di accumulare appalti.

Il dossier mette insieme i rapporti raccolti dalle prefetture, documenti inquietanti che non hanno ostacolato l’ascesa della Maltauro nell’empireo nell’economia nazionale. A partire dal patron della Spa vicentina: prima del 2014 Enrico Maltauro aveva già accumulato sei condanne. Un recidivo incallito. Sentenze emesse da sei tribunali diversi: Milano, Venezia, Vicenza, Verona, Roma e Palermo. Verdetti che non hanno pesato minimamente sull’attività della holding, come se pagare tangenti ed essere pregiudicati fosse la normalità nel nostro Paese.

C’è di più. Come aveva rivelato “l’Espresso”, tra il 2011 e il 2012 la prefettura di Vicenza e de L’Aquila avevano già emesso tre interdittive atipiche contro l’azienda: si tratta di uno strumento preventivo che mette in guardia le amministrazioni pubbliche dalla possibilità che la società sia condizionabile dalle cosche. Un avviso per tutti: attenti, se affidate degli appalti dovete mettere in conto il rischio di infiltrazioni mafiose. Allarme di fatto ignorato. E oggi, da quanto risulta a “l’Espresso”, i vicentini si sono fatti avanti per un nuovo business, chiedendo l’iscrizione alle white list per poter entrare nella ricostruzione dopo il sisma in Emilia. Così anche il Girer – il gruppo interforze creato per impedire che la rinascita dei comuni terremotati diventi un business dei clan – si è messo al lavoro per studiare il caso.

Amici degli amici
La storia è antica. Gli uomini e i mezzi dei clan si sono più volte insinuati nei cantieri della Maltauro senza troppa difficoltà. I primi segnali sono archiviati in un fascicolo di indagine degli anni ’90, in quella che è stata chiamata la Tangentopoli siciliana. Ma sembra essere proseguita, tanto che subappalti concessi a ditte in rapporto con i clan preoccupava la “cupola dell’Expo”. Durante una riunione tra il top manager dell’Esposizione Angelo Paris e il gran mediatore Gianstefano Frigerio è stata anche affrontata la questione: «dì a Enrico però di rispettare le regole sull’antimafia eh… perché ha fatto entrare due, tre aziende… ».

Giovanni Tizian

Camorra. Torre Annunziata: chiede il pizzo la produzione paga

Non era solo una fiction ma la prova di come la camorra non risparmia nessuno
e di come parte del popolo cede all’ estorsioni e non denuncia.
Brutta storia, quella emersa dalle indagini del pool anticamorra napoletano,
alla luce delle conversazioni captate grazie a microspie sapientemente piazzate
dai militari dell’Arma.
Ancora una volta si inchinano dinnanzi alla prepotenza della camorra, una
vicenda tutta ancora da scoprire o meglio da svelare, visto che l’estorsione
e’ stata consumata.
Quindi ci chiediamo il perché la produzione, il manager non abbiano denunciato
l’estorsione, il pizzo imposto dai cammorristi???
Certo anche questa ennesima vicenda ci pone molti interrogativi su quella
cultura mafiosa che tristemente è parte dell’ essere di un intero popolo
mafioso, ad eccezione dei pochi che quotidianamente si ribellano a questo
modus operandi criminale rischiando la vita.
Punire coloro che chiedono il pizzo ma anche chi lo paga…

Testimone di giustizia contro la camorra Spa
Ciliberto gennaro

Gomorra, tutto vero. Anche il pizzo. “Pagate o faccio saltare il film”

Gomorra, le intercettazioni del boss: “Pagate o faccio saltare il film”

Microspie nelle auto del clan e della produzione. Così la madre di Gallo salvò le riprese

TORRE ANNUNZIATA -
“Se non pagano faccio saltare il film”. Così il boss Francesco Gallo dal carcere dava ordini ai propri familiari di far liquidare tutte le somme pattuite per l’affitto della sua villa. La società di produzione Cattleya doveva versare trentamila euro in cinque rate da 6mila euro alla famiglia Gallo per poter effettuare le riprese della serie televisiva Gomorra. Ad aprile del 2013, però, la svolta: il capoclan venne arrestato e quei soldi sarebbero andati all’amministratore giudiziario della villa alle spalle del rione Penniniello. Fu in quel momento che i genitori di Francesco Gallo comunicarono alla società le decisioni del figlio: non cambiava nulla negli accordi, le somme dovevano finire nelle casse del clan.

L’estorsione ai danni della Cattleya è stata ricostruita dalla Dda di Napoli grazie alle intercettazioni ambientali e telefoniche. Microspie erano state piazzate nelle auto del clan, della produzione e in carcere dove si trova recluso il boss Psiello.

Il 22 giugno del 2013 in un’intercettazione il location manager Gennaro Aquino parla di soldi con Raffaele Gallo, padre del boss, chiamandolo “Zì Filuccio”. “Mi hanno dato ieri la disponibilità di questa… dobbiamo fare tutto un passaggio… lunedì pomeriggio vi porto quello che vi devo portare”. La somma non è quella pattuita, mancano mille euro. Così Gallo senior sbotta al telefono con la moglie Annunziata De Simone: “prima che se ne vanno, mi devono liquidare”, perché se no “fallisce il cinema”.

Finisce che la Cattleya è costretta a pagare due volte il fitto: una volta regolarmente all’amministratore giudiziario, l’altra a nero alla famiglia Gallo.

La fiction rischia di saltare e a salvare le riprese, secondo la ricostruzione dell’Antimafia, è la madre di Gallo. In un’intercettazione in carcere emerge che la De Simone dice al figlio “poi riguardo al cinema i soldi non possono più passare da noi. Non farmi urlare, 6mila euro li tengo già in mano”.

In un’altra intercettazione emerge che sarebbero stati pagati trecento euro di “mazzetta” a tre vigili urbani di Napoli per chiudere l’intera carreggiata nel quartiere di San Giovanni a Teduccio. Gli agenti avrebbero agevolato la società di produzione ampliando i permessi stabiliti in un’ordinanza sindacale, che prevedevano la chiusura di una sola parte. “Ci abbiamo sto problema, sti 300 euro al vigile come c… li giustifichiamo?”: così diceva uno dei manager della Cattleya.

http://www.metropolisweb.it/Multimedia/Albums/gomorra_tutto_vero_anche_pizzo_foto_estorsori.aspx

E non finisce qui!

Reggio Calabria, il testimone di giustizia: “Disperato: dopo la ‘ndrangheta, Equitalia”. Stato, vergognati!!! Tutte le chiacchiere che fanno i membri del Governo – ed il Ministro ed il Vice Ministro degli Interni in particolare – ecco i risultati che producono. Ecco la realtà di come vengono tratti i Testimoni di Giustizia!!! Nessuno li protegge!!! Succede in Calabria ma succede anche altrove.

Prima del tentato omicidio, Tiberio Bentivoglio aveva subito numerosi danneggiamenti. Più volte la cosca ha incendiato la sanitaria che il testimone di giustizia gestisce da oltre 20 anni a Pietrastorta, un quartiere di Reggio Calabria. Il clan distruggeva e lui ricostruiva. Ma non solo della ‘ndrangheta ha dovuto preoccuparsi chi ha fatto la difficile scelta di diventare un testimone di giustizia. “Don Nuccio è stato quello che mi ha fatto chiudere l’associazione culturale Harmos”, racconta Bentivoglio riferendosi a Don Nuccio Cannizzaro, parroco nel quartiere intercettato mentre ammetteva di aver rilasciato dichiarazioni in favore del presunto boss Santo Crucitti. Un cavillo burocratico ha fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa per Crucitti insieme all’aggravante nella falsa testimonianza del sacerdote, e il reato si è prescritto. Tutti liberi, mentre Bentivoglio rimane sotto scorta, vittima di chi vuole fargliela pagare per il suo coraggio. E aggiunge: “Don Nuccio è stato processato per falsa testimonianza, ma io l’ho denunciato per minacce e intimidazioni. Mi aveva detto: ‘Non avete capito che dovete chiudere, vuoi che ti bruciano il negozio di nuovo?’”. Oggi l’attività di Bentivoglio è in crisi, le banche non gli fanno credito: “Dove non è riuscita la ‘ndrangheta ci sta riuscendo Equitalia”

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/07/17/reggio-calabria-testimone-di-giustizia-disperato-dopo-ndrangheta-equitalia/289069/

Un modo diverso e non retorico di commemorare Paolo Borsellino e tutte le altre vittime di mafie

Come Ragusa ricorderà Paolo (?)

Ed eccoci qua. anche quest’anno, come oramai da ventidue anni, si commemora l’anniversario della strage di via D’Amelio, dove trovarono la morte Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. Come ogni anno, ci saranno centinaia di manifestazioni ed incontri pubblici in tutta Italia per ricordare l’operato di un grande uomo e magistrato, nemico numero uno della mafia e scomodo, si scoprirà negli anni, anche per lo Stato. Anche Ragusa, in una manifestazione pubblica giunta alla terza edizione, “Ragusa non dimentica – In cammino sui passi di Paolo Borsellino”, ricorderà con una fiaccolata la terribile strage. Commemorazioni giuste, anzi giustissime, sicuramente necessarie per mantenere vivo il ricordo del sacrificio di questi uomini, ma non sufficienti a fare in modo che questa terra non debba più soffrire per l’azione delle
mafie, e ancor di più delle neo-mafie. Già, perché se ancora si crede che combattere e parlare di mafia oggi voglia dire immaginare solo “u Zù Totò”, possibilmente con la lupara ed il basco in testa, ci sbagliamo di grosso. Delle commemorazioni resterebbe solamente una poco utile retorica, destinata a consumarsi nei famosi 23 maggio e 19 luglio, mentre tutto passa nel dimenticatoio, durante il resto dell’anno. Perché credo, semplicemente, che parlare di mafia, e combatterla, oggi, voglia dire anche e soprattutto combattere contro qualsiasi forma di prepotenza che subiamo, noi ed il nostro territorio martoriato. E negli Iblei, troppo spesso in silenzio, abbiamo subìto tanto. E quindi mi sono chiesto: cosa vuol dire oggi Paolo Borsellino per il territorio ibleo? Come possiamo far camminare le sue idee insieme a noi? Mi sono detto se in questo 19 luglio 2014 non sia il caso di fare antimafia parlando “semplicemente” anche di MUOS, la più grande operazione mafiosa mai vista da parte degli USA, con la complicità dei nostri “rappresentanti” a livello regionale e nazionale; parlare della gestione e smaltimento alquanto “discussa” dei rifiuti in provincia; parlare del vero e proprio sfruttamento, messo in opera da parte di molte aziende locali, nei confronti degli operai stranieri e non, costretti ad orari di lavoro disumani, spesso mal retribuiti e non regolati da un contratto, segno del più sporco capitalismo, tipico italiano; parlare dell’ennesima privatizzazione di un bene comune come la spiaggia di Randello, dalla quale deriverà sicuramente un vantaggio per pochi, ma un disastro per il patrimonio naturale e archeologico di tutti; e ancora, parlare della scelta scellerata del Governo nazionale e regionale di autorizzare le poche potenti multinazionali petrolifere alla ricerca di gas e petrolio sia su terraferma che su mare, con i disastri ambientali e per la salute umana che ne conseguono, dei quali abbiamo già avuto visione fino ad oggi. Questi sono solamente alcuni dei problemi di cui si potrebbe parlare a gran voce, e che solo con delle grandi ed organizzate mobilitazioni popolari possono essere combattuti e risolti. Ed in questo sto vedendo che il territorio ibleo si è già svegliato da qualche tempo, il che costituisce l’unico modo per uscire dal serbatoio del degrado sociale, politico e morale, in cui da sempre la mafia sguazza e miete vittime.

Alberto Lucifora

(Tratto da Generazione Zero)

Ecco come vengono trattati i Testimoni di Giustizia dallo Stato. Poi chi ci governa parla di… ”lotta alle mafie”, a chiacchiere

Dopo otto anni niente più protezione per Nello Ruello
«Lo Stato ne sarà responsabile»
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TROPEA – Di Costa sul bando per il “noleggio con conducente” e la cooperativa sociale
«Perché il Comune non risponde?»
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L’inchino davanti alla casa del boss

Di Gennaro Ciliberto

Quell’inchino maledetto che mai avremmo voluto rivedere!

Sembrava chiaro il messaggio lanciato dal Santo Padre Papa Francesco, solo poche settimane sono trascorse dalla visita del Papa in Calabria nelle terre dove trovò la morte il piccolo Cocò ucciso per mano di quell’infame mafioso che non esitò a compiere un delitto atroce e che ha segnato le nostre memorie. In quella visita il Santo Padre ebbe a pronunciare parole che non possono essere interpretate ma solo udite e fatte proprie dai fedeli e dai soldati di Dio.

Quella scomunica che deve colpire la ndrangheta e tutti gli affiliati, uomini e donne rappresentanti del male, personaggi che non possono e non devono essere adulatori di un loro Dio, di un loro Santo, adulato al solo scopo di proteggerli dalle loro condanne, con quella devozione che serve a ripulire una coscienza sporca di sangue.

Quelle tante processioni ripetute ogni anno perché è usanza e tradizione, ma che sono principalmente una vetrina di un potere mafioso che cammina a braccetto con quello ecclesiastico, tutti in prima fila in quella processione che per anni segna il potere di un boss.

Il boss, colui che continuando a comandare su di un popolo, spesso vigliacco e inerme, che con complicità intrinseca e negando la palese evidenza, si rende collante tra la ndrangheta e la società civile.

Troppi consensi, troppi silenzi, troppa omertà rendono questi criminali dei “podestà”, molto spesso facendoli passare per benefattori o per coloro che risolvono le questioni di un intero paese, un vero è proprio punto di riferimento, in molti casi decidono il futuro sindaco, declinano gli assetti socio economici e puniscono chi vuole ribellarsi al loro fare criminale dando l’esempio di una punizione esemplare, ma chi viene colpito, viene prima escluso, appestato e poi finito dalla ndragheta, persone oneste costrette a scappare dalla loro terra solo per aver detto NO al quella cultura mafiosa, uomini e donne troppo spesso abbandonati dalle stesse istituzioni che li rende facili prede della ndragheta.

Facciamo nostre e vogliamo ricordare con forza le parole pronunciate dal Vescovo Giuseppe Fiorini Morosini che, per combattere i boss, ha chiesto di sospendere per 10 anni la figura dei padrini ai battesimi e alle cresime, che in certi luoghi nulla a che vedere con il culto religioso ma che resta solo un simbolo di potere mafioso ed a volte di affiliazione al clan.

Ma nonostante tutto, nonostante la scomunica di Papa Francesco, le parole del Vescovo e non ultima la sospensione da parte del Prefetto di Vibo Valentia in riferimento al commissariamento della processione di Sant’Onofrio, atto dovuto poiché alcuni personaggi noti e legati alla criminalità ndranghentista, appartenenti alla famiglia di ndrangheta del luogo, in quell’occasione avrebbero, se non fermati in tempo, gestito l’intera funzione religiosa, decidendo, come da prassi consolidata, chi dovesse portare in processione la statua del Santo.

In quella vicenda la popolazione non accettò il provvedimento della Prefettura Vibonese, anche esponenti della chiesa ebbero a ridire, ribadendo e ritenendo un intrusione illegittima ed offensiva il commissariamento e non esitarono a negare l’ evidenza.

Il 5 luglio 2014 purtroppo la storia si ripete, in un paesino della Calabria in quel di Oppido Mamertina, comune Italiano in provincia di Reggio Calabria, e’ avvenuto quello che per anni e’ sempre accaduto ed il tutto nel silenzio e con il placito consenso di gran parte degli organizzatori, della popolazione e di chi in quel luogo rappresenta la chiesa e le istituzioni locali.

L’inchino maledetto dinnanzi la casa del boss Giuseppe Mazzagatti, capo clan ottantaduenne, già condannato all’ergastolo per omicidio ed associazione a delinquere di stampo mafioso, c’è stato.

Ma questa volta qualcosa non è andato come sempre, come prassi alle processioni ci sono oltre ai rappresentanti politichi, istituzionali, ci sono sempre i Carabinieri in grande uniforme, e proprio il maresciallo dei Carabinieri Andrea Marino non ha esitato ad allontanarsi appena resosi conto di ciò che stava per avvenire, e nonostante lo stesso preventivamente avesse sollevato dubbi ed avvisato gli organizzatori di non prestarsi a quell’inchino maledetto, nulla è servito. Un atto dovuto da parte del maresciallo dei carabinieri, ma nello stesso tempo un esempio di legalità e di coraggio.

Quel maresciallo dei carabinieri garante della legalità, uomo dello stato, ma anche cattolico credente, non e’ rimasto inerme dinnanzi all’ennesimo inchino maledetto.

Con un cenno ha richiamato i suoi uomini, un ordine secco ad abbandonare la processione, quella scena non è passata inosservata al maresciallo Marino, questa volta un uomo dello Stato ha visto.

Bravo maresciallo vogliamo gridalo all’intera nazione, lode al maresciallo dei Carabinieri Marino.

Ma quello che ci lascia l’amaro in bocca, che ci fa orrore e che oltre al maresciallo dei c. c. Andrea Marino e ai militari in servizio alle sue dipendenze, nessuno e dico nessuno ha lasciato la processione, nessuno dei presenti si è dissociato o ha preso le distanze da quell’inchino maledetto sotto la casa dl boss… paura? No!!!

COMPLICITA’ – OMERTA’!!!

Quindi come si può cambiare questa mentalità MAFIOSA?

Quella cultura criminale, che alleva taluni soggetti sin dalla giovane età, ponendo ai loro occhi modelli criminali e facendoli passare per uomini d’onore ma se in primis il popolo non si ribella, allora non si sconfigge la ndrangheta!

Come può la gente in quei luoghi continuare a mentire a se stessa alle generazioni future, come può una intera popolazione essere complice. A noi viene il disgusto nel vedere certe scene degne di un medioevo, di quegli anni dove l’ignoranza regnava, vero specchio del male incarnato nel tessuto sociale, quella cappa che tiene questi luoghi estraniati dal modo per bene e li rende emarginati.

Perché non chiedersi come mai un treno impieghi il triplo delle ore per raggiungere la Calabria?

Come mai nessuno investe in quelle terre dalle bellezze naturali uniche al mondo?

Domande che hanno solo una risposta!

Quella statua, la Madonna madre di Gesù che condotta in processione per mano di uomini vigliacchi e complici si inchina dinnanzi alla casa del al Boss non e’ altro che la prova che la guerra alla ndrangheta non la si può fare solo con le azioni della magistratura ma deve essere debellata in ogni sua forma culturale, iniziando proprio da quei riti religiosi che di religioso non hanno nulla!

Vergogna, Vergogna, Vergogna a Voi uomini di “poca fede”!!!

Ora resterà impresso in noi uomini onesti quell’uomo, quel carabiniere che anche se ha fatto solo il proprio dovere, resta un esempio di vita, di legalità e rende onore alla divisa e all’ Arma dei Carabinieri e se in quel piccolo paese di Oppido Marmertina ci fossero altri Andrea Marino certamente la statua della madonna non avrebbe fatto quell’inchino maledetto!!!

http://www.stampacritica.it/Primo_Piano/Voci/2014/7/15_Linchino_davanti_alla_casa_del_boss.html

Da Ventotene news. Dove abusi su abusi si accavallano

Stava realizzando opere abusive nei pressi della sua attività alberghiera; denunciato a Ventotene un albergatore del posto accusato di abusivismo edilizio.
Il provvedimento dei carabinieri della locale stazione nell’ambito di uno specifico servizio volto a contrastare il dilagante fenomeno dei reati in materia edilizia.
Secondo quanto accertato dai militari durante gli accertamenti, l’uomo, proprietario di un albergo del posto, stava realizzando opere edili presso la propria attività commerciale in area sottoposta a vincolo paesaggistico.

Stuprarono prostituta nel commissariato condannati a 6 anni 3 agenti Polfer Il racconto choc della vittima. Certe notizie, se confermate fino all’ultimo stadio della Giustizia, in Cassazione, offendono l’immagine dello Stato di diritto e di una nazione civile e democratica. Chi è indegno di vestire una divisa va cacciato senza alcuna pietà.

di Adelaide Pierucci

«Quando mi sono ritrovata in balìa di quei poliziotti, chiusa in un bagno, all’interno di un commissariato avevo appena compiuto 18 anni. Sapevo di non poter gridare, capivo che non avevo scampo. Ho pregato solo che finisse tutto presto. Mi hanno scelto perché ero la più bella, così mi dissero. La mia amica, appena sedici anni, venne solo spogliata e palpeggiata». Gli occhi verdi, i capelli lunghi biondi, e le unghie colorate di fucsia, Cristina L. , ex lucciola romena, tremava ieri in attesa della lettura della sentenza che di lì a poco ha portato alla condanna a sei anni di reclusione di tre agenti della polizia ferroviaria del compartimento Roma Ostiense.
Lei ora non è più una prostituta. Loro non saranno più poliziotti. E’ una mamma ora Cristina, e moglie. Ha sposato un operaio italiano. Aveva solo quel passato da dimenticare. In aula si aggrappava al suo legale, l’avvocato Cerrato, che si chiama Cristina come lei e per dieci anni l’ha sostenuta nella sua battaglia contro tre agenti scelti della Polizia di stato finiti sotto processo per violenza sessuale aggravata e concussione. «Mi dissero “Non hai nemmeno il permesso di soggiorno. Non rischiare il peggio”. Così dalla banchina della stazione Ostiense mi sono ritrovata passo dopo passo nei loro uffici e poi in quel gabinetto». Dopo la lettura della sentenza si è emozionata ed ha pianto per qualche istante. «Passato chiuso, stop». «Non chiedevo vendetta, ma giustizia. L’ho avuta».

LE ACCUSE
Non l’hanno presa bene invece i tre agenti scelti della Polfer condannati. Andrea Grifoni, Giorgio Campanari e Stefano Fortini rischiano di non poter indossare più la divisa. Il giudice per loro ha previsto oltre ai sei anni di carcere tre pene accessorie: l’allontanamento definitivo dalla Polizia, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e il risarcimento delle vittime, trentamila euro ciascuna. Erano accusati di aver caricato sulla volante di servizio una notte del novembre 2003 due baby lucciole romene trovate nei pressi della stazione.
«Ci dissero: siete senza documenti, seguiteci al commissariato» racconta ora Cristina. «Eravamo già traumatizzate dai nostri aguzzini, i nostri connazionali che ci costringevano a stare sulla strada contro la nostra volontà e che spesso ci portavano nella boscaglia ci denudavano per controllare se avessimo nascosto soldi e telefonini. I poliziotti li abbiamo seguiti con timore, ma non con paura». Era una sera del novembre del 2003.
Il caso dei poliziotti Polfer che approfittavano in divisa e in servizio delle prostitute intercettate per strada è chiuso, almeno per il primo grado di giudizio. Due anni fa era stato condannato a 4 anni di carcere un altro collega, un ispettore, pure lui solito abusare di una ragazza, sempre la stessa. I primi ad essere condannati, però, sono stati gli sfruttatori romeni: il capo ha avuto dodici anni ed è ancora in carcere. «Ero giovanissima, mai avrei pensato di poter denunciare dei poliziotti» spiega Cristina. «Poi il magistrato che indagava sui nostri sfruttatori ci chiese se la polizia ci avesse mai aiutato. Venne fuori così la storia di quella sera». Il pm Lina Cusano aveva chiesto cinque anni di carcere per i tre imputati. Il giudice ne ha aggiunto un altro.

http://www.ilmessaggero.it/ROMA/CRONACA/prostituta_romena_polfer_stuprata_poliziotti_condanna/notizie/798925.shtml

Criminalità sempre più scatenata in Puglia

ASSALTO ALLA CASERMA: RUBATI DUE MITRAGLIATORI M12 E 200 CARTUCCE

(di Emilio Faivre) – Scaltri, temerari, pericolosi. Non è da tutti introdursi in una caserma e fuggirne con delle armi. Non la solita banda improvvisata, forse nemmeno ladri nel senso più comune del termine.
Nella notte appena trascorsa, gli insoliti ignoti hanno scelto un luogo e, di conseguenza, un bottino molto fuori dal comune: due mitragliatori Beretta M12 in dotazione agli agenti del corpo forestale dello Stato, altrettante pistola d’ordinanza Beretta 92 Fs e circa 200 cartucce.
Tutto custodito all’interno dell’armeria del posto fisso di San Cataldo.
La stazione dei forestali della marina di Lecce, dipendente dal comando provinciale, sorge in via Amerigo Vespucci. Probabilmente è uno dei tratti stradali più trafficati, perché volge sulla porzione di lungomare che un tempo culminava nella rotonda.
La via rappresenta anche il collegamento diretto fra l’ingresso principale e la maggior parte degli stabilimenti balneari storici, quelli che si affacciano sul tratto di arenile che ricade nel demanio di Vernole. E se si considera che ormai l’estate è entrata nel vivo, con la marina ripopolata, viene da pensare che la banda si sia accollata davvero il serio rischio di essere intercettata, inseguita, e magari anche di ingaggiare un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine.
“Dettagli”, evidentemente. Che non hanno scoraggiato malviventi di tal fatta. Non certo individui a caccia di spiccioli, ma veri specialisti che sapevano dove e cosa cercare. I quali devono aver studiato molto attentamente i movimenti in quella piccola caserma dei forestali, che condivide gli spazi con il vivaio “Gennerano” gestito dal settore Foreste della Regione Puglia.
Una stazione aperta tutto l’anno, ma di notte disabitata. Non c’è un posto di guardia e questo i criminali dovevano saperlo bene.
Dunque, si tratta di uno stabile con un giardino di cui sono visibili dall’esterno soltanto il cancello d’ingresso e il basso muretto di cinta alle spalle dei nuovi parcheggi creati dal Comune di Lecce, con lavori che hanno modificato la via, creando due corsie con spartitraffico. Dietro a quella palazzina, esiste un intero mondo sconosciuto ai più e che si può osservare bene solo con panoramiche aeree, come quelle offerte da Google Earth.
Vi sono quindi ettari di boscaglia costeggiati da un vialetto che conduce verso il vivaio, e poi ancora alberi e alberi, fino alla strada provinciale 366, dalla quale si raggiungono l’oasi naturale delle Cesine e le varie marine di Vernole e Melendugno. Un’area immensa, sterminata, buia. Per questo motivo è difficile capire da dove esattamente si siano fatti largo i malviventi. Di certo, tutto viene da pensare, tranne che abbiano avuto accesso dal punto più in mostra ai passanti.
Sulla notizia, per tutta la giornata, vi sono stati massimo silenzio e totale discrezione da parte degli inquirenti. Nessuno ha parlato. Nessuno s’è sbottonato. La vicenda è molto grave per le possibili conseguenze e le indagini frenetiche. Armi e munizioni, ora, potrebbero essere in mano a criminali pericolosi e senza scrupoli.
Qualcuno che, forse, ha intenzione di pianificare un assalto in grande stile in zona. O che magari ha già messo cartucce, pistole e mitragliatori in movimento fin dalle prime luci dell’alba verso chissà quale meta.
Non sono emersi per il momento dettagli ben definiti sulle modalità dell’effrazione, anche se sembra che la banda abbia usato una fiamma ossidrica per scardinare l’armadietto blindato. Ad ogni modo, la scoperta del furto è avvenuta solo questa mattina, quando gli agenti della forestale hanno ripreso servizio.
Le indagini sono state delegate ai carabinieri del Nucleo investigativo di Lecce e agli specialisti del Reparto investigazioni scientifiche, dai quali non è però trapelato assolutamente nulla sulla vicenda.
Un fatto del genere, per quanto di assoluto rilievo, non è però nemmeno inedito. Due esempi recenti lo dimostrano. Nell’ottobre dello scorso anno, da una caserma della forestale di Fossombrone, in provincia di Pesaro, sparirono tre pistole d’ordinanza.
La questione diede vita anche a un’interrogazione parlamentare.

Ancor più corposo il bottino racimolato dai ladri a Ponte di Piave, in provincia di Treviso: nel luglio scorso, dalla caserma della polizia locale, sparirono pistole, munizioni, giubbotti antiproiettile e altro ancora.
E ora, è caccia aperta anche a chi si aggira nel Leccese armato di due M12, due pistole Beretta e con tutto il corollario di colpi disposizione per rendere quelle armi efficienti e letali.

http://infodifesa.blogspot.it/2014/07/assalto-alla-caserma-rubati-due.html

Un sacerdote che invita i fedeli ad aggredire un giornalista è degno di portare ancora l’abito talare? Una nota del presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria, Giuseppe Soluri

Solidarietà al collega Lucio Musolino, reo soltanto di essersi recato ad Oppido Mamertina

“Vi invito a prendere a schiaffi il giornalista che è in fondo alla chiesa”: queste le parole choc pronunciate da Don Benedetto Rustico

“Don Benedetto Rustico, parroco della Madonna delle Grazie ad Oppido Mamertina, non può più amministrare Messa e rivolgere omelie ai fedeli nella cittadina calabrese, e la Chiesa non può non assumere provvedimenti inequivocabili e decisivi”.
E’ quanto afferma in una nota il presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria, Giuseppe Soluri, in riferimento alla vicenda del prete che ha invitato i propri fedeli, nell’omelia, “a prendere a schiaffi il giornalista che si trova in fondo alla chiesa”. “Un prete che lancia messaggi del genere -aggiunge Soluri- non ha nulla da insegnare a nessuno, sia credente o sia laico”. La “caccia all’uomo” innescata da don Rustico non ha per fortuna avuto seguito “perché molto spesso -aggiunge il presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria- i parrocchiani sono più civili dei loro pastori. Additare al pubblico disprezzo ed indicare come bersaglio il collega Lucio Musolino, reo soltanto di essersi recato ad Oppido Mamertina, inviato da “Il Fatto”, per approfondire e raccontare la torbida vicenda della Vara che durante la processione fa ‘inchino’ davanti alla casa del boss, resta un episodio gravissimo ed incivile, ancor più intollerabile -aggiunge Soluri- per il fatto che ad innescarlo sia stato un religioso che, in ogni circostanza, dovrebbe spendere solo parole di buon senso, di tolleranza, di civiltà e di pace. Don Rustico ha fatto esattamente il contrario diffondendo, ci auguriamo senza rendersi appieno conto di ciò che andava predicando, il seme dell’odio, della intolleranza e della violenza. Non entriamo -prosegue Soluri- nel merito della vicenda ‘Vara che si inchina al boss’; le valutazioni sul ruolo di don Rustico nel raccapricciante episodio spettano alle gerarchie ecclesiastiche e, considerando l’apertura di un’inchiesta della DDA sull’accaduto, alla magistratura. Come Ordine dei Giornalisti della Calabria sottolineiamo però il dato intollerabile della ‘caccia all’uomo’ lanciata dal religioso nei confronti del collega Musolino. E su questo non possono esserci, da parte di nessuno e tantomeno da parte della Chiesa, interpretazioni di comodo”.

http://www.tropeaedintorni.it/una-nota-del-presidente-dellordine-dei-giornalisti-della-calabria-giuseppe-soluri-070714.html

Dopo Setola, ecco un altro criminale che spara a Castel Volturno. Due immigrati gambizzati: arrestato l’autore, ma è rivolta

Arrestato un italiano. Sul posto la tensione è altissima: si registrano anche esplosioni di bombole di gas. Nel 2008 la strage del gruppo di Setola

CASERTA – Una sparatoria sul litorale domizio questa sera ha coinvolto italiani e un gruppo di immigrati. In località Pescopagano, a Castel Volturno, è scattato l’allarme per una rissa. Le forze dell’ordine sono giunte sul posto e hanno trovato due immigrati gambizzati da colpi di pistola. L’epilogo di una sparatoria. Gli investigatori sono ancora sul posto per chiarire la dinamica dell’episodio.
Ma è subito scoppiata la rivolta degli immigrati dopo l’episodio. Una casa è stata già data alle fiamme (nella foto) e si registrano anche esplosioni di bombole di gas. Nella zona stanno confluendo i rinforzi di polizia e carabinieri, alle prese con centinaia di persone in sommossa. Intanto è stato subito arrestato l’autore della sparatoria, si tratta di un cittadino italiano.

La calma. È tornata la calma a Castel Volturno. Al momento le forze dell’ordine stanno valutando l’eventualità di fermare anche una seconda persona. I due immigrati, rispettivamente di 30 e 37 anni, sono stati ricoverati, non in pericolo di vita, nella clinica Pineta Grande di Castel Volturno. Il ferimento dei due extracomunitari ha scatenato la rivolta di nutrito gruppo di immigrati che hanno appiccato il fuoco a 4 autovetture ed un furgone. In uno dei mezzi è anche esplosa una bombola del gas. La reazione degli immigrati si è anche spostata su un’abitazione: sono state appiccate le fiamme ed è stato danneggiato il primo piano di una villetta a schiera nelle vicinanze del luogo dove è scoppiata la rivolta. Al momento sono cessate le rimostranze e la situazione è sotto il controllo dei Carabinieri della Compagnia di Mondragone e della Polizia di Stato.

La strage del 2008. Proprio a Castel Volturno il 18 settembre 2008 ci fu la strage degli immigrati, compiuta dal gruppo di fuoco del boss del clan dei Casalesi, Giuseppe Setola, che costò la vita a sette persone.

 

http://www.ilmattino.it/CASERTA/sparatoria-a-castel-volturno-due-immigrati-gambizzati-arrestato-l-amp-39-autore-ma-amp-egrave-rivolta/notizie/796124.shtml

L’imprenditore del Nord: «Aprire un ristorante a Napoli? Sto trattando con la camorra»

La DDA partenopea senta questo soggetto e gli chieda con quale criminale starebbe “trattando”. Roba dell’altro mondo!!!

http://www.ilmattino.it/PRIMOPIANO/CRONACA/universo-vegano-napoli-camorra/notizie/795917.shtml

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