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”La politica é senza senso dello Stato” e il nostro é un paese “mafioso”

«La politica è senza senso dello Stato»

ZUGLIANO. «Il nostro è un Paese “mafioso” e tutti ci dobbiamo svegliare, siamo governati da persone senza scrupoli, senza nessun senso dello Stato e del bene comune». Sabina Guzzanti non le manda o a dire quando si parla di mafia, giustizia, corruzione e responsabilità. Lo ha fatto con il suo film “La trattativa” – che mette in scena le vicende controverse relative alla cosiddetta “trattativa”, quella che sarebbe intercorsa tra Stato e mafia all’indomani delle bombe a Roma, Milano, Firenze – e lo ha ribadito giovedí sera a Zugliano, ospite al centro Balducci, dove alla proiezione del suo ultimo lavoro, presentato fuori concorso l’anno scorso alla Mostra del Cinema di Venezia, è seguito un lungo dibattito in compagnia del giornalista Giorgio Bongiovanni, direttore di “Antimafia 2000″, don Pierluigi Di Piazza e il pubblico presente. «Siamo molto ingenui, perché anche di fronte a tanta ferocia non ci capacitiamo della verità» ha detto l’artista. Non vogliamo vederla, quella verità, non ci vogliamo credere, quasi come se ci fosse «sempre qualcosa dentro di noi che vuole rinormalizzare». Secondo la regista, complice un talvolta troppo accennato atteggiamento cattolico che caratterizza il Paese, tendiamo a “beatificare” le persone, quando invece «dovremmo smettere di aver bisogno di credere a qualcuno e dovremmo ragionare». La Trattativa ha trasformato la nostra penisola in maniera orribile, ha proseguito la regista, «prima, almeno, la parte sana dell’Italia era piú organizzata». Basato interamente su fatti realmente accaduti, documenti, testimonianze, interviste – con qualche piccola licenza poetica – il film racconta, seppur in chiave umoristica, vent’anni di storia italiana. Obiettivo del film, sono le parole di Guzzanti «far conoscere i fatti che hanno cambiato il corso della democrazia, perché troppo spesso si sente parlare della questione Stato-Mafia senza collegamenti». Una questione che, ha ricordato, coinvolse mafiosi, personaggi politici, magistrati, banchieri e massonerie, e che oggi non rappresenta sicuramente un capitolo chiuso dei libri di storia. «Lo Stato continua a trattare con persone che hanno a che fare con la mafia – ha sostenuto Bongiovanni – il patto del Nazareno è una trattativa in diretta, dove lo Stato è costretto a “scendere” a patti con la mafia», detentrice di «interessi economici spaventosi». Un patrimonio che, secondo il giornalista, si aggira intorno a 1.039 miliardi di euro e ogni anno il “fatturato” è di 150 miliardi di euro. Ad applaudire l’opera di Guzzanti, accolta con apprezzamento in una sala piena di spettatori, un pubblico che ha mostrato vivo interesse al tema ponendo diverse domande. Spazzati via la retorica e il sentimentalismo, questo film accende i riflettori sui fatti, veri, e vuole promuovere un ragionamento distaccato e razionale: non ci sono buoni e cattivi e i ruoli dei personaggi possono essere molto ambigui. «Le mafie oggi sono mille volte piú forti di prima», ha detto la Guzzanti nel suo documentario, e questo è il vero punto a cui vuole arrivare. Calca sul senso di responsabilità della politica, che riguarda però tutti i cittadini.

Giulia Zanello

La morte del PM Federico Bisceglie della Procura di Napoli.

La morte del PM Federico Bisceglie di Napoli ci ha lasciati profondamente addolorati. Stava indagando,fra l’altro,sulla Terra dei Fuochi Uno strano destino si sta accanendo su quanti indagano sul traffico di rifiuti.L’altro giorno Schiavone ora Bisceglie.Mah !!!!!!!!!

“Tragico incidente in autostrada: muore il
pm Bisceglie, indagava sui reati
ambientali”
UN  TRUCE DESTINO CHE SI STA ACCANENDO SU
QUANTI INDAGANO  SULLA TERRA DEI FUOCHI E
SUL TRAFFICO DI RIFIUTI.L’ALTRO GIORNO
CARMINE SCHIAVONE,OGGI FEDERICO
BISCEGLIE.CHISSA’ SE CIO’ E’ DOVUTO   AD UN
TRISTE FATO !!!!!!!!
L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO
,ADDOLORATA,FORMULA LE PIU’ SENTITE
CONDOGLIANZE ALLA FAMIGLIA DEL
DR.BISCEGLIE.
Tragico incidente in autostrada. E’ morto sul colpo Federico Bisceglie, 45 anni,
pubblico ministero della Procura di Napoli Nord. Attualmente il corpo senza vita
si trova nell’obitorio di Castrovillari.

L’incidente è avvenuto nella notte sull’autostrada A3, nei pressi di Castrovillari.
Nell’incidente stradale è rimasta ferita anche una seconda persona. I due erano
a bordo di una Lancia K che, per cause ancora in corso di accertamento, è finita
fuori strada. L’auto ha sfondato il guardrail e ha fatto un volo di almeno 30 metri
da un cavalcavia. Sul posto sono intervenuti gli agenti della polizia stradale, i
vigili del fuoco ed il personale del servizio 118.

Bisceglie era esperto in reati ambientali ed era titolare delle indagini sul caso
della piccola Fortuna precipitata da un palazzo al Parco Verde di Caivano e sulla
relativa rete di pedofili emersa dalla tragedia.

Da qualche tempo nella Procura di Napoli Nord, Bisceglie era uno stimato
magistrato impegnato in diversi filoni legati ai rifiuti e alle vicende riguardanti la
Terra dei Fuochi ed i rifiuti tossici agli sversamenti di liquami nel mare di Capri.
Ambiente, ma non solo. Bisceglie si era occupato anche di altre questioni come
gli appalti per la Coppa America. Il magistrato in incontri con studenti e cittadini
in più occasioni illustrò la particolare pericolosità dei reati ambientali e le
conseguenze sulla crescita civile.

Muore il pentito di Gomorra che predisse: “Quei veleni sottoterra ci uccideranno”.Una morte sulla quale bisogna fare chiarezza.Come quella di Attilio Manca.E come quella di Gaspare Pisciotta.Tutte morti avvenute a Viterbo.

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Muore il pentito di Gomorra che predisse: Carmine Schiavone (lapresse)

Carmine Schiavone, cugino del boss Sandokan, stroncato da un infarto. Per i Casalesi le sue rivelazioni furono l’inizio della fine. Gli omicidi, i rapporti con i politici, la devastazione della Terra dei Fuochi. Così parlò l’uomo che custodiva i segreti del clan. E ne fece arrestare i vertici

di ROBERTO SAVIANO

23 febbraio 2015

È MORTO all’età di 71 anni Carmine Schiavone, il primo pentito del clan dei Casalesi. Era ricoverato in ospedale dal 10 febbraio, dopo essere caduto dal tetto della sua abitazione mentre stava effettuando dei lavori. Nell’impatto con il selciato, aveva riportato la rottura di una vertebra e altre lesioni. Otto giorni più tardi, era stato sottoposto ad un intervento chirurgico. Ieri, il malore e poi l’arresto cardiaco. Acquisita la cartella clinica, oggi sarà dato l’incarico per l’autopsia. Il procuratore Federico Cafiero de Raho: “Bisognerà capire bene come sia morto, venerdì sembrava star bene”.

IL CUORE dell’ex boss del clan dei Casalesi si è spaccato. Muore un personaggio ambiguo, contraddittorio, immorale, carismatico che nella vita è stato in grado di fare scelte importanti, coraggiose e di muoversi sempre con furbizia, pronto a compiacere gli interlocutori, rigoroso e dettagliato in tribunale per poi cambiare di colpo registro quando interloquiva con i media dove diveniva generico, iperbolico, più opinionista che testimone. Va studiato con prudenza e attenzione. Da lui è partito il percorso che ha fatto scoprire una delle mafie più potenti del mondo.
Il suo soprannome era Carminuccio, sin da ragazzo tra i fondatori del clan dei Casalesi, fedele a Mario Iovine e Antonio Bardellino, che gli affidò la gestione degli appalti. Opere pubbliche, rapporto con i politici, la filiera del cemento. Prima fascista, poi convinto democristiano sotto l’ala del senatore Francesco Patriarca. Vanesio e violento, spendeva circa 30 milioni di lire al mese, uno yacht, case in diverse città, amanti: eppure riusciva al momento giusto a sparire o a sembrare un altro. Aveva visto cadere uno a uno i suoi maestri e “padrini” ma era sempre stato in grado di stare con i vincenti. Prima muore Bardellino in Brasile, poi Marittiello Iovine in Portogallo, poi “il fuggiasco” De Falco.

È la sua famiglia spesso a tirare le fila, ad appoggiare e tradire patti, a provocare l’autodistruzione dei rivali. E della famiglia lui è il manager, in contatto con i Nuvoletta nonostante questi  -  legati ai Corleonesi  -  fossero nemici di Bardellino, legato a invece a Stefano Bontade e Tommaso Buscetta. Un accorto diplomatico, con una visione paternalistica della camorra. Difensore di regole ferree: si compra droga ma non si spaccia a Casale; si vende solo al nord e a Roma; chiunque nei territori controllati dal clan ruba dev’essere punito; chi tocca le minorenni va evirato. Una legge ancestrale violenta ma guidata dal buonsenso. In realtà solo apparenza, per creare consenso.

Carmine era un talent scout: capiva chi aveva la stoffa di vincere e lo allevava. Punta su suo cugino Francesco “Sandokan” Schiavone e sul fratello Walterino come segmenti militari: li considera capaci, assai più validi di Cicciotto Bidognetti. Sente che il gruppo può arrivare ovunque e che alla testa della famiglia c’è lui.

Qualcosa però un giorno inizia a vacillare. I carabinieri vanno a colpo sicuro nella sua azienda a Santa Maria la Fossa. Trovano due fucili mitragliatori e due fucili a pompa. Sone no le armi utilizzate durante la strage di Casapesenna del dicembre 1988 dove vennero uccisi uomini fedeli di Bardellino e un calabrese (prova concreta dell’alleanza tra ‘ndrine di Vibo e Casalesi). Carmine sa che è una soffiata ma non capisce di chi. Va in carcere ma riesce ad ottenere i domiciliari, scapperà in Puglia sicuro delle sue protezioni. In Puglia mentre è latitante gli arriva la notizia della condanna in primo grado per le armi: sette anni, una mazzata per uno come lui che era riuscito sempre ad entrare e uscire facilmente grazie a condanne lievi. Carmine non vuole farsi il carcere proprio nell’esatto momento in cui la sua carriera è in ascesa. È il suo turno per sedere al vertice, non può perder tempo in cella.

Decide di vivere in latitanza, si sente sicuro, ce la farà. Invece incappa in un posto di blocco messo ad arte ed è arrestato dai Carabinieri, ancora una volta sono arrivati a colpo sicuro. Carmine è in carcere, sente che qualcosa non torna. In quel periodo in Sicilia i Corleonesi uccidono Falcone e Borsellino e a lui tocca il carcere duro ed è proprio li che riceve la notizia che temeva: non sarà lui il riconosciuto capo dell’organizzazione. Lo esautora il cugino Francesco che non voleva essere solo un soldato ma un capo vero, applicando le regole morali e un vecchio codice della sua camorra (usato anche dalla vecchia guardia di Cosa nostra): per essere un capo non devi essere stato iscritto al partito fascista né comunista, niente droghe e non devi avere amanti. Carmine Schiavone cade vittima di se stesso: grande amatore, tante amanti. Viene considerato inaffidabile. Il messaggio che gli mandano è chiaro: ti teniamo in vita perché hai quel cognome, tieniti la vita e fatti da parte.

E allora Carmine comincia a parlare. Dalle sue dichiarazioni partirà il processo Spartacus. Federico Cafiero de Raho (e non solo) della Dda di Napoli nel 1993 vaglierà ogni singola dichiarazione di Schiavone, per evitare gli errori commessi con il caso Tortora. Il lavoro giudiziario è epocale per rigore e prudenza. E il Processo Spartacus svelerà al mondo l’esistenza del clan dei Casalesi: 115 persone processate, esordio nel 1998, chiusura in primo grado nel 2005.

Schiavone pubblicamente dirà che il motivo del suo pentimento è la trasformazione amorale della camorra. Pagherà un prezzo altissimo. Il clan cerca prima di avvelenarlo con la stricnina, e la famiglia si allontanerà da lui. “Mio padre è un infame” scriverà la figlia, “È un grande falso, bugiardo, cattivo ed ipocrita che ha venduto i suoi fallimenti. Una bestia”.

Il suo nome in realtà per il grande pubblico è legato alla terra dei fuochi. Seguendo le sue testimonianze si è arrivato a conoscere il sistema di Cipriano Chianese ad oggi la più sottovalutata mente dei traffici tossici in Italia e uomo in grado di essere vicino a molti dirigenti dello Stato ancora potenti. Schiavone nell’ottobre del 1996 viene ascoltato dalla commissione di inchiesta sul ciclo dei rifiuti. La sua dichiarazione viene secretata, prassi solita per far procedere le indagini e non comprometterle. Svela comunque un meccanismo infallibile usato dai clan: un terreno di loro proprietà diventa una discarica di rifiuti legali e illegali, poi vie- venduto dalla camorra allo Stato per farci una strada; Poi la si copre e l’affare è fatto. Il clan guadagna da ogni passaggio. Si apre una discarica, la riempie di rifiuti legali (e si guadagna), poi rifiuti illegali (altro guadagno), poi quella stessa terra la si vende allo Stato (altri soldi), e lo Stato affida alle imprese della camorra le opere di costruzione sopra la terra avvelenata. Semplice e letale.

Quando finisce il suo rapporto di collaboratore di giustizia perché ha scontato grossa parte della sua pena succede qualcosa di molto italiano. Può un pentito uscito dal programma di protezione con processi ancora sulle spalle partecipare a programmi tv? Scrivere sui giornali? Eppure accadeva. Appariva a volte ridicolo il suo nascondersi indossando nelle interviste occhiali da sole. Tutti sapevano dove vivesse e come fosse il suo viso non era nemmeno più scortato gli ultimi tempi. Ma il clan non aveva forza e volontà di eliminarlo. Può un collaboratore di giustizia avere pagine Facebook? Accade anche questo in Italia a diversi ex collaboratori. Ma trasformare in editorialisti degli assassini e dei mafiosi è un gioco pericolosissimo..

Sulla terra dei fuochi Carmine Schiavone ha capito che poteva risultare eroico. L’uomo criminale che dichiara di aver fatto del male ma che accusa lo Stato di essere molto più sporco di lui. Gioco facile e identico per moltissimi collaboratori di giustizia che dovrebbero essere ascoltati solo per ciò che rivelano e non per le loro analisi: e soprattutto solo dopo attente verifiche. Ha parlato di scorie nucleari dalla Germania indicando genericamente posti ma nulla è stato trovato. Il suo merito su questo? Ha comunque fatto concentrare l’attenzione sul territorio.
Non piangeranno in molti la morte di Carmine Schiavone. Personalmente però gli devo qualcosa. Lo incontrai quando ancora era nel regime di protezione, i Carabinieri mi misero dei microfoni addosso e quelle registrazioni (poi rese pubbliche) mi cambiarono la vita. Sentire che avevo ricevuto una condanna a morte da una delle figure storiche del clan dei Casalesi mi trasformò. E il colloquio con lui cominciò inaspettato con un “Mi ricordo di te quando eri piccolo e stavi pieno di capelli”.

Diceva spesso: “Quando muoio andrò di fronte all’unico che ha titolo di giudicarmi”. Personalmente quando muoiono camorristi è l’unico momento in cui rimpiango di non esser credente e di non credere in un inferno. Sulla terra dei fuochi ancora poco, pochissimo è stato fatto e bisognerebbe capire se le sue dichiarazioni hanno ancora qualcosa da svelare o sono state sufficienti. Certo è che non si sta agendo. Non abbastanza. Carmine Schiavone era un assassino, un boss, delle cui parole però la giustizia ha avuto bisogno

Metano e camorra.

IL VIDEO ESCLUSIVO. METANO E CAMORRA. Si scava anche nella città del boss Michele Zagaria: perforazioni in piazza Padre Pio

Nelle immagini che abbiamo raccolto ci può rendere della profondità delle scavi effettuati a Casal di Principe e a Casapesenna.

 

di Max Ive

CASAPESENNA – Dopo Casal di Principe nel pomeriggio i vigili del fuoco del comando provinciale hanno effettuato degli scavi anche a Casapesenna, partendo da piazza Padre Pio. Noi siamo andati sul posto e siamo riusciti a riprendere alcune immagini. Dopo le perforazioni per ricercare i rifiuti pericolosi della terra dei fuochi nel sottosuolo di questi contesti urbani, adesso la Dda, anche in base alle dichiarazioni rese dal pentito Antonio Iovine – in un’udienza del processo in corso al tribunale di Santa Maria Capua Vetere che vede imputato per concorso esterno in associazione camorristica il consigliere regionale ed ex sindaco di Villa Literno Enrico Fabozzi -  sugli appalti del metano gestiti – a suo dire – da ditte indicate dai Casalesi, tenta di trovare prove concrete nel sottosuolo delle strade cittadine. In poche parole si scava nel passato recente alla ricerca di una verità oggettiva su come sono stati gestiti interessi economici e i servizi pubblico-privati nella terra in cui affiliati, associati e insospettabili aderenti nel contempo ai cartelli criminali di Francesco Schiavone detto Sandokan, Francesco Bidognetti e Michele Zagaria hanno operato e si sono infiltrati ovunque.

Secondo l’indagine condotta dai pm della Dda Cesare Sirignano, Catello Maresca e Maurizio Giordano, coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, sarebbero 7 i comuni casertani che sono stati interessati dai lavori per la metanizzazione, a partire dal 2003, tra cui spiccano ovviamente Casal di Principe e Casapesenna. Per saperne di più vi rinviamo ai precedenti articoli (CLICCA QUI PER LEGGERE IL PRIMO) (CLICCA QUI PER LEGGERE IL SECONDO)

Ebbene vediamo cosa è accaduto stamane nei due paesi dell’agro aversano e soprattutto a quale profondità hanno scavato gli addetti ai lavori….

Nelle  foto, gli scavi a Casal di Principe e CasapesennaNelle foto, gli scavi a Casal di Principe e Casapesenna

 

 

PUBBLICATO IL: 27 febbraio 2015

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Da L’ESPRESSO”.Ecco chi comanda in Italia”.In talune parti del Paese implicati anche alcuni appartenenti alle forze dell’ordine?

Mafia, ecco chi comanda in Italia

Nella relazione del procuratore nazionale antimafia Franco Roberto uno spaccato delle organizzazioni criminali che soffocano il Paese: da Cosa nostra alla ‘ndrangheta, dalla camorra a mafia Capitale. Un fenomeno che si estende da nord a sud con infiltrazioni nel mondo della politica e degli affari

di Lirio Abbate

24 febbraio 2015

Mafia, ecco chi comanda in Italia L’invasione su tutto il territorio nazionale delle mafie – la loro potenza criminale oltre alla forza di infiltrazione nell’economia legale e nella politica – viene descritta nella relazione annuale svolta dal procuratore nazionale antimafia, Franco Roberto, e dalla Direzione nazionale antimafia. I magistrati di via Giulia hanno puntato ad aggiornare e comprendere meglio come le varie organizzazioni mafiose, sia quelle tradizionali (Cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta, Sacra corona unita e criminalità organizzata pugliese), sia quelle di matrice straniera, si siano strutturate sul territorio. Altro aspetto analizzato dai magistrati riguarda l’opera di coordinamento delle indagini, sia fra le procure italiane, sia fra queste e quelle straniere, poirché sempre più spesso vengono individuati interessi dei clan all’estero.

vedi anche:

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Mafia, la mappa dei beni confiscati
Ma spesso lo Stato non riesce a gestirli

Un’inchiesta dei quotidiani locali del Gruppo Espresso mette in luce dove crescono e quante sono le proprietà che le istituzioni strappano alla criminalità organizzata. Ma in alcuni casi, dopo la confisca, le aziende faliscono o i beni non vengono gestiti con attenzione

La Dna approfondisce anche temi sulla configurazione delle relazioni tra le varie mafie, la perdurante forte centralità del controllo del territorio nelle sue diversificate modalità e manifestazioni, le sempre più frequenti commistioni con fenomeni di criminalità organizzata non tradizionalmente mafiosa. Ad esempio: la criminalità economica e quella terroristica.

COSA NOSTRA

Per quanto riguarda la mafia siciliana, in particolare quella fra Palermo, Trapani e Agrigento, i tanti arresti e i sequestri di beni che hanno colpito gli affiliati non hanno innescato un processo «di “balcanizzazione” dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra e un suo inarrestabile declino». I magistrati confermano «che la città di Palermo è e rimane il luogo in cui l’organizzazione criminale esprime al massimo la propria vitalità sia sul piano decisionale (soprattutto) sia sul piano operativo, dando concreta attuazione alle linee strategiche da essa adottate in relazione alle mutevoli esigenze imposte dall’attività di repressione continuamente svolta dall’autorità giudiziaria e dalla polizia giudiziaria».

vedi anche:

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Palermo, com’è invisibile la mafia

I vecchi boss di Palermo sono tutti all’ergastolo. E in città comandano picciotti sommersi, silenziosi e inesperti. Che vogliono accreditarsi agli occhi dei padrini con azioni eclatanti

Continua ad emergere, come dato fondamentale delle linee strategiche dell’agire di Cosa nostra, «il continuo e costante tentativo di ristrutturare e fare risorgere le strutture centrali di governo dell’organizzazione criminale, in particolare la commissione provinciale di Cosa nostra di Palermo, pesantemente colpite dalle iniziative investigative e processuali».

Dalle indagini emerge come, a più riprese, Cosa nostra abbia tentato di rinnovarsi attraverso una conferma delle sue strutture di governo, a cominciare da quelle operanti sul territorio di Palermo, «a conferma che anche nei momenti di crisi Cosa nostra non rinuncia all’elaborazione di modelli organizzativi unitari e a progetti volti ad assicurarne la sopravvivenza nelle condizioni di maggiore efficienza possibile».

I magistrati segnalano «che l’assenza in Cosa nostra palermitana di personaggi di particolare carisma criminale in stato di libertà, seppure latitanti, non ha riproposto la violenta contrapposizione interna tra famiglie e mandamenti del passato». «Allo stato deve piuttosto registrarsi una cooperazione di tipo orizzontale tra le famiglie mafiose della città di Palermo, volta a garantire la continuità della vita dell’organizzazione ed i suoi affari. Tra questi in particolare devono segnalarsi un rinnovato interesse per il traffico di stupefacenti e per la gestione dei “giochi” sia di natura legale che illegale. In tal modo l’organizzazione mafiosa nel suo complesso sembra, in sintesi, aver attraversato e superato, sia pure non senza conseguenze sulla sua operatività, il difficile momento storico dovuto alla fruttuosa opera di contrasto dello Stato ed aver recuperato un suo equilibrio».

Grande importanza viene data dalla Dna alla cattura della totalità dei grandi latitanti di mafia palermitani che «ha certo costituito un segnale fortissimo della capacità dello Stato di opporsi a Cosa nostra demolendo il luogo comune della impunibilità di alcuni mafiosi e la conseguente loro autorevolezza e prestigio criminale; in ciò risiede la speciale importanza, a Palermo e in tutta la Sicilia occidentale, di tale attività investigativa».

Da qui l’attenzione sull’ultimo grande latitante di mafia: «Ancora si sottrae alla cattura Matteo Messina Denaro, storico latitante, capo indiscusso delle famiglie mafiose del trapanese, che estende la propria influenza ben al di là dei territori indicati. Il suo arresto non può che costituire una priorità assoluta ritenendosi che, nella descritta situazione di difficoltà di Cosa nostra, il venir meno anche di questo punto di riferimento, potrebbe costituire, anche in termini simbolici, così importanti in questi luoghi, un danno enorme per l’organizzazione». L’attenzione della procura nazionale è rivolta anche alle inchieste dei colleghi della Dda di Caltanissetta, a cominciare dall’impegno che richiede «l’indagine in corso nei confronti di Salvatore Riina, anche a seguito della registrazione dei suoi colloqui con Alberto Lo Russo, intrattenuti nella struttura detentiva Opera, di Milano».

I pm di via Giulia analizzano le intercettazioni di Riina scrivendo: «Del tutto inaspettatamente, il capo mafia ha preso a parlare apertamente, intrattenendo il compagno di detenzione sui più disparati temi: dalla sua storia criminale, all’ideazione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, a quelle commesse nel 1993/94 nel continente, al processo cosiddetto “Trattativa” in corso avanti la Corte d’Assise di Palermo, alle reiterate minacce di morte rivolte al magistrato Di Matteo. L’indagine ha ovvie connessioni con quelle condotte sulle stragi. L’investigazione, inoltre, ha determinato anche il monitoraggio di soggetti vicini a Riina, con indubbi risvolti penalmente rilevanti nei loro confronti ed in via di compiuto accertamento». Indagini sono dunque in corso su questo punto. Come pure sui numerosi esposti anonimi in cui si rivelano attentati ai danni di magistrati di Palermo: «Particolare considerazione investigativa merita il tenore delle dichiarazioni intercettate in carcere a carico di Salvatore Riina, che ha esplicitamente ipotizzato l’eliminazione fisica del pm Di Matteo e non ha lesinato parole di minaccia nei confronti di chiunque svolga attività di contrasto allo strapotere di Cosa nostra».

Altro procedimento che per la Dna «merita menzione» è quello sul “Protocollo fantasma”. «Trattasi di un esposto anonimo nel quale oltre a varie vicende, in gran parte di competenza della Ddda di Palermo, riguardanti processi anche risalenti nel tempo ed appartenenti alla storia del contrasto giudiziario a Cosa nostra, emergono notizie di reato a carico di ignoti, asseritamente appartenenti alle forze dell’ordine, che avrebbero per conto di una non meglio specificata entità, spiato alcuni magistrati, impegnati in delicate attività di indagine».

 

‘NDRANGHETA Per quanto riguarda la ‘Ndrangheta, i magistrati confermano il dato della tendenziale unitarietà dell’organizzazione criminale. Quindi l’esistenza di una sorta “consiglio di amministrazione della holding” che elegge il suo “Presidente”.

«Del resto era difficilmente ipotizzabile che ad amministrare centinaia di milioni di euro, a governare dinamiche economiche, lecite ed illecite, in decine di comparti diversi e che attraversano, non solo l’Italia, ma buona parte del pianeta (dall’Australia al Sud America, dall’Europa al Nord America passando per tutti i possibili paradisi fiscali ), potesse essere questione affidata allo spontaneismo anarcoide di gruppi criminali disseminati e slegati, di decine e decine di cosche locali, sorta di piccole monadi auto-referenziali. Regole e riconoscimento reciproco, cui conseguono ordine e coordinamento, erano e restano indispensabili».

Sotto il profilo degli interessi, le indagini hanno evidenziato, per ciò che riguarda le cosche a Reggio Calabria «la particolare capacità della ‘ndrangheta cittadina di inserirsi nella gestione delle società miste – pubblico/privato – attraverso cui vengono forniti i principali servizi pubblici alla cittadinanza. In particolare, attraverso una serie concatenata di prestanome, la ‘ndrangheta ha il controllo totale delle quote di spettanza del partner privato e, attraverso la sua capacità collusiva ed intimidatoria, riesce a condizionare la parte pubblica».

Le indagini svolte dalla Dda di Reggio Calabria hanno evidenziato la posizione di assoluta primazia della ‘ndrangheta nel traffico internazionale di stupefacenti, traffico che ha generato, e continua a generare, imponenti flussi di guadagni in favore della criminalità organizzata calabrese che reinveste, specie nel settore immobiliare, i proventi di questa attività.

«Traffico consentito anche e soprattutto dal controllo totalizzante del Porto di Gioia Tauro, ove attraverso una penetrante azione collusiva, gli ‘ndranghetisti riescono a godere di ampi, continui, si direbbe inesauribili, appoggi interni. Giova, sul punto, evidenziare che il Porto di Gioia Tauro, proprio grazie alla situazione che si è appena segnalata, è divenuta la vera porta d’ingresso della cocaina in Italia».

Fra giugno 2012 e luglio 2013 quasi la metà della cocaina sequestrata in Italia (circa 1600 chili su circa 3700 complessivi) è stata intercettata a Gioia Tauro.

 

‘NDRANGHETA AL NORD Le indagini condotte dalla Dda di Milano, hanno confermato il predominio di organizzazioni criminali di origine calabrese nel territorio «a discapito di altre compagini associative, come quella di origine siciliana».

La ‘ndrangheta, dopo anni di insediamento in Lombardia, «ha acquisito un certo grado di indipendenza rispetto all’organizzazione di origine, con la quale ha continuato comunque ad intrattenere rapporti». I suoi appartenenti vivono al Nord ormai da più generazioni, ed hanno progressivamente acquisito una piena conoscenza del territorio consolidando rapporti con le comunità locali e privilegiando contatti con rappresentanti della politica e delle istituzioni locali.

vedi anche:

nicolino aracri

Dal rosso al noir, il lato oscuro dell’Emilia raccontato dai pentiti

Felice, ricca, solidale. La regione roccaforte della sinistra perde pezzi, e scopre l’altra faccia della luna. Una zona grigia governata da un potere criminale che gode di complicità politiche e imprenditoriali. Così, secondo alcuni collaboratori di giustizia, è cresciuta a dismisura la ‘ndrangheta emiliana

«La presenza sul territorio lombardo di strutture ‘ndranghetiste e il radicamento nella struttura sociale e negli assetti economici lombardi dà ragione della serie innumerevole di episodi di intimidazione, accertati dall’inizio del 2006, in qualche modo riconducibili al fenomeno mafioso. Ne è emerso un quadro inquietante, costituito da un imponente numero di fatti intimidatori, tutti caratterizzati dall’omertà delle vittime (che sempre hanno dichiarato di non avere sospetti su nessuno e di non aver mai ricevuto pressioni o minacce di alcun tipo), dal fatto che ad essere colpite sono state quasi sempre cose e raramente persone (salvo che per l’usura), e dalla tendenziale non elevata intensità dell’atto intimidatorio. I fatti delittuosi, alcuni rimasti a carico di ignoti, testimoniano della condizione di assoggettamento e omertà generata dal sodalizio, del pervasivo controllo del territorio operato dalle “locali”».

vedi anche:

arresti, arresto, carabinieri

‘Ndrangheta, 117 arresti in Emilia Romagna

Associazione mafiosa, usura e riciclaggio. Un’operazione dei carabinieri di Modena, Reggio Emilia e Bologna ha portato all’arresto nella notte di 117 persone e al sequestro di beni per svariati milioni di euro

Gli stessi episodi intimidatori e le stesse reazioni delle vittime si registrano anche in Piemonte dove sono ormai radicati i clan calabresi e dove la Dda di Torino ha celebrato numerosi processi ottenendo numerose condanne per mafia. Le ultime definitive in Cassazione per il processo “Minotauro”.

A Genova le indagini hanno confermato la presenza nella zona di alcune “locali” della `ndrangheta. «Tali strutture allo stato sembrano essere attive specie, ma non solo, nel ponente ligure con un consolidato insediamento di esponenti criminali legati in qualche misura alla ‘ndrangheta in grado di condizionare l’operato di alcuni amministratori locali e di incidere sulle attività imprenditoriali segnatamente svolte da quelle piccole o medie imprese che costituiscono il tessuto economico prevalente dell’intera area». La sentenza, che può definirsi “storica”, perché è la prima emessa in Liguria che riconosca sul territorio la sussistenza di locali di ‘ndrangheta sul territorio ligure, in particolare nel ponente, è stata emessa il 7 ottobre 2014».

A Bologna le indagini durate oltre due anni, e che hanno visto anche l’applicazione di un magistrato della Direzione nazionale antimafia, «hanno consentito di accertare l’esistenza di un potere criminale di matrice ‘ndranghetista, la cui espansione si è appurato andare al di là di ogni pessimistica previsione, con coinvolgimenti di apparati politici, economici ed istituzionali. A tal livello che oggi, quella che una volta era orgogliosamente indicata come una Regione costituente modello di sana amministrazione ed invidiata per l’elevato livello medio di vita dei suoi abitanti, oggi può ben definirsi “Terra di mafia” nel senso pieno della espressione, essendosi verificato quel triste fenomeno cui si era accennato nella relazione dello scorso anno, quando si era scritto di una “infiltrazione che ha riguardato, più che il territorio in quanto tale con una occupazione “militare”, i cittadini e le loro menti; con un condizionamento, quindi, ancor più grave”».

Ed ulteriormente grave, spiegano i magistrati, «è da ritenersi il fatto che tale realtà non si è creata come effetto di un “contagio” delle terre emiliane dovuto alla presenza della ‘ndrangheta negli altri territori dell’Italia settentrionale, in cui importanti indagini pregresse hanno svelato l’esistenza di quel tipo di delinquenza organizzata (leggasi buona parte della Lombardia, Piemonte e Liguria); bensì per ragioni ed in forza di dinamiche criminali distinte rispetto a quelle che hanno riguardato quei territori e proprie della Regione stessa. Sicché in Emilia la ‘ndrangheta parla l’accento della zona di Crotone che si fonde con quello locale, ed è specificamente riferibile, almeno per quanto è stato accertato attraverso la citata indagine, al potente sodalizio mafioso di Cutro facente capo a Nicolino Grande Aracri. E l’influenza di questo si estende anche ad altri territori della limitrofa Lombardia (sostanzialmente corrispondenti all’area di competenza del Distretto di Brescia) e del Veneto, in cui sintomaticamente non si riscontra la massiccia presenza di quella che è stata definita la ‘ndrangheta unitaria di matrice reggina».

CAMORRA

Ciò che viene individuato come riconducibile al fenomeno denominato Camorra «è l’insieme di quei, più o meno ampi, gruppi organizzati ed internamente strutturati secondo una dimensione gerarchica e che operano essenzialmente in Campania; che perseguono strategie di controllo del territorio ove sono insediati e, talvolta, dei traffici illeciti che travalicano tali confini; che agiscono con il metodo dell’intimidazione e della violenza anche per infiltrarsi nel settore economico e nel sistema politico locale; che, in definitiva, perseguono programmi di intensa ramificazione di interessi di tipo criminale in ambiti territoriali più o meno ampi».

vedi anche:

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Carmine Schiavone, il pentito di Gomorra tra realtà e finzione

E’ morto il boss dei Casalesi che si era pentito negli anni ’90. Da collaboratore di giustizia per primo parlò dei veleni sversati in Campania. Ritenuto attendibile nelle aule di giustizia, meno per le ultime dichiarazioni rilasciate a tv e giornali

Per i magistrati «la Camorra non è un’entità assimilabile dal punto di vista delle forme di manifestazione né a Cosa nostra né alla ‘ndrangheta».

Il controllo camorristico sul territorio «si manifesta significativamente anche egemonizzando l’offerta di un determinato servizio e vincendo ogni resistenza attraverso il patrimonio d’intimidazione che il clan è in grado di esprimere. La posizione di illecito monopolio, in tal modo acquisita, determina un’alterazione nel mercato costringendo coloro che lo richiedono a corrispondere somme notevolmente superiori agli standard di mercato rilevati in altri territori per analoghi servizi». Altro settore da tempo eletto dalle organizzazioni camorristiche ad uno degli ambiti entro i quali appare più conveniente reinvestire profitti criminosi è quello delle agenzie di scommesse, tanto che «su questo terreno spesso si formano e consolidano alleanze o, viceversa, si consumano sanguinose rotture».

La gestione criminale del gioco on-line si muove nel solco tracciato dall’analoga gestione della distribuzione delle macchine utilizzate per il video-poker.

CRIMINALITA’ ORGANIZZATA PUGLIESE

I clan pugliesi sono variegati, «essendo del tutto inappropriata l’identificazione dell’associazione mafiosa comunemente nota come “sacra corona unita” con tutta la criminalità di tipo mafioso operante sul territorio della regione». Per i magistrati della Dna c’è «la convinzione che la “Sacra Corona Unita” sia un’organizzazione mafiosa estremamente localizzata, sicuramente in contatto, tramite suoi affiliati e per la realizzazione di proficui affari delittuosi, con altre organizzazioni o gruppi criminosi anche stranieri, ma senza una tendenza espansionistica al di fuori del territorio di appartenenza». La “Sacra Corona Unita”, per quello che risulta dalle più recenti acquisizioni processuali, non è la “mafia pugliese”, ma piuttosto la “mafia salentina”, atteso che nelle altre provincie della Regione «non è stata segnalata la presenza di gruppi facenti parte della organizzazione mafiosa in esame e dalle indagini in corso presso la Dda di Lecce e dalle più recenti dichiarazioni dei collaboratori emergono solo occasionali contatti fra componenti dei gruppi criminali delle altre provincie pugliesi ed appartenenti alla “Sacra Corona Unita”».

Nonostante ciò, per gli inquirenti, «la delineata “territorialità” della Sacra Corona Unita non è significativa di una minore importanza o di minore pericolosità dell’organizzazione mafiosa, tenuto conto della dinamicità mentale e del senso degli affari più volte dimostrate dai rappresentati di tale sodalizio: basti considerare come la Scu abbia subito colto, con proficui risultati, l’occasione che le si presentava dalla vicinanza geografica con i territori dell’Est dell’Europa, sviluppando, da molti anni, proficui rapporti di affari, di scambi economico – criminali e di collaborazione con le organizzazioni criminose operanti su tali territori».

La ricerca del consenso da parte della popolazione resta tuttavia il principale obiettivo dell’attività dell’organizzazione, tenendo anche conto del «non secondario intento di evitare che clamorosi episodi criminosi possano attirare le attenzioni delle forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria, con conseguente rischio per il normale procedere degli affari gestiti dalle organizzazioni stesse, che costituiscono la fonte primaria di reddito per gli affiliati a tali organizzazioni».

Essendo poi in atto i reinvestimenti dei capitali illeciti derivanti dalle attività criminose tradizionali della consorteria criminosa – in primis il traffico di stupefacenti, poi il gioco d’azzardo, l’usura – e dovendosi avvalere, a tale scopo, di persone formalmente esterne all’associazione, «si è deciso di “evitare i rituali di affiliazione di persone che hanno disponibilità economiche per evitare che questo “aspetto formale” possa danneggiarli e per tenere riservata la loro partecipazione al clan”».

La caratteristica della criminalità organizzata del distretto di Bari – con le peculiarità della mafia operante nell’area foggiana – «è la atomizzazione in una pluralità di sodalizi, ciascuno strutturato in un clan, con organizzazione interna di tipo verticistica, imperante in porzioni territoriali circoscritte che nella città di Bari corrispondono ai quartieri cittadini».

Riguardo la mafia foggiana la Dna evidenzia «come la stessa stia vivendo un processo di trasformazione qualitativa che così può schematizzarsi: instaurarsi di rapporti di collaborazione e di mutualità tra la “mafia della pianura” (area di Foggia città) e la “mafia dei montanari” (area garganica); instaurarsi di rapporti tra mafia foggiana e mafia casertana (clan dei Casalesi); infiltrazione nelle maggiori attività amministrative ed economiche (aziende municipalizzate; aziende vitivinicole; settore turistico alberghiero; settore movimento terra ed energie rinnovabili)».

LA MAFIA A ROMA

Se sul territorio laziale sono dunque presenti le articolazioni di tutte le organizzazioni mafiose tradizionali, che si dedicano al riciclaggio e al reinvestimento dei capitali illecitamente accumulati, vi è poi un altro fenomeno, «del tutto peculiare alla realtà della Capitale, rappresentato da organizzazioni che sono state qualificate dalla Dda come associazioni di stampo mafioso ma che non fanno riferimento ai sodalizi tradizionali del sud Italia, essendo, per così dire, autoctone». In una città come Roma, una città di servizi e di attività terziarie, gli affari più lucrosi si fanno appunto attraverso l’acquisizione e il controllo di questi servizi, e dunque attraverso l’infiltrazione sistematica nei settori economici e commerciali e nei servizi pubblici, e dunque negli appalti pubblici.

L’associazione capeggiata da Carmine Fasciani, che opera ad Ostia, era impegnata nel traffico di stupefacenti, nelle attività di usura ed estorsione, ma soprattutto nel controllo di numerose attività commerciali e nella gestione degli stabilimenti balneari sul litorale.

Nel centro di Roma invece c’è l’associazione capeggiata da Massimo Carminati, che si dedica alla corruzione, all’usura, alle estorsioni, al commercio di armi, ma soprattutto all’acquisizione di appalti in vari settori in favore delle società controllate dall’organizzazione.

L’indagine ha messo in evidenza uno spaccato delle istituzioni romane davvero sconfortante e preoccupante». L’organizzazione capeggiata da Carminati è stata definita dagli inquirenti con il nome di “Mafia Capitale”. «Si tratta di un’organizzazione mafiosa, del tutto peculiare, che opera su due fronti: un fronte prettamente criminale in cui essa agisce con atteggiamenti esplicitamente minatori e violenti per realizzare estorsioni, recupero crediti, per “convincere” chi non intende sottomettersi e in cui utilizza il potere e la forza di intimidazione che deriva dalla storia criminale del suo capo, dai suoi legami con la banda della Magliana e con l’eversione nera, dai numerosi coinvolgimenti in procedimenti relativi a gravissimi fatti dai quali peraltro è stato sovente assolto. Su tale versante il prestigio criminale di Carminati è alimentato anche da articoli di stampa o libri che ne celebrano il passato delinquenziale, circostanza di cui lo stesso si compiace ritenendola funzionale ai suoi scopi, in ciò marcando la differenza rispetto ai capi delle mafie tradizionali; un fronte per così dire imprenditoriale, trattandosi di un’associazione che opera in una città che ha le caratteristiche già ricordate, che comportano la necessità di limitare l’uso della forza e di altri metodi violenti. Su tale versante perciò l’associazione privilegia lo strumento della corruzione rispetto a quello dell’intimidazione, al quale comunque ricorre in caso di necessità».

Di fatto, avvalendosi del legame con alcuni personaggi dell’estrema destra romana divenuti negli anni importanti personaggi politici o manager pubblici, e attraverso alcuni esponenti del mondo imprenditoriale, «l’organizzazione di Carminati ha potuto condizionare pesantemente il contesto politico ed amministrativo romano, determinando la nomina di personaggi “graditi” in posizioni strategiche quali quelle di presidente e di capo segreteria dell’assemblea capitolina, di presidente della Commissione per la Trasparenza del consiglio capitolino, di direttore generale, consigliere di amministrazione, dirigente dell’azienda municipalizzata AMA; ottenendo l’allontanamento e la sostituzione del direttore del dipartimento per i servizi sociali del Comune di Roma in quanto non “sensibile” alle esigenze del sodalizio; intervenendo nelle elezioni comunali di Sacrofano, paese alle porte di Roma».

In tal modo il sodalizio ha costituito quello che i pm definiscono «un capitale istituzionale, consistente in un articolato sistema di relazioni arrivato a coinvolgere i vertici delle istituzioni locali, grazie al quale ottenere appalti o accelerare pagamenti, o comunque individuare fonti di arricchimento in favore delle aziende controllate, e realizzare così ingentissimi guadagni».

Grazie a tale capitale istituzionale, costantemente alimentato da un imponente circuito corruttivo, «l’organizzazione è riuscita ad ottenere, per le imprese da lei controllate (società cooperative sociali e ditte operanti nel movimento terra e nello smaltimento dei rifiuti), solo per quanto fin qui accertato, affidamenti particolarmente redditizi dal Comune di Roma e dall’Ama, tra i quali quelli nella gestione dei campi nomadi, delle strutture riservate agli stranieri e ai minori non accompagnati, gli appalti nella raccolta dei rifiuti, nella manutenzione del verde pubblico e nella raccolta delle foglie. Parimenti il sodalizio è riuscito ad ottenere lo sblocco di fondi destinati alle citate cooperative sociali interferendo sulla programmazione del bilancio di Roma capitale e ad orientare l’assegnazione dei flussi di immigrati verso le strutture gestite dalle cooperative controllate».

Altro obiettivo del sodalizio è l’acquisizione di attività economiche ed imprenditoriali, che esso realizza sia offrendo forme di protezione con l’obiettivo di entrare in affari con gli imprenditori, sia erogando finanziamenti allo scopo di acquisire poi il controllo dell’impresa.

Le mafie tradizionali si atteggiano diversamente al sud dove il linguaggio delinquenziale ed il messaggio criminale passano necessariamente attraverso minacce, intimidazioni, richieste estorsive e atti di aggressione fisica che giungono fino all’omicidio, rispetto al nord, dove gli interessi della mafia sono soprattutto i grandi appalti, dove gli strumenti utilizzati sono prevalentemente la corruzione, il condizionamento delle istituzioni, lo scambio elettorale, e dove il messaggio intimidatorio può non essere esplicito.

Questo concetto spiegano i magistrati della Dna «non può evidentemente applicarsi tout court alle organizzazioni autoctone di cui si tratta, che non fanno riferimento ad una realtà criminale più ampia e radicata, che spendono il loro personale prestigio criminale e non quello costruito in un diverso territorio».

MAFIE STRANIERE

Emergono i gruppi criminali di matrice nigeriana che «non perseguono strategie di accentuata conflittualità con le cosche mafiose o di tipo mafioso presenti sul territorio e che anzi, nel mantenere saldo un radicato potere di tipo “politico” sul territorio medesimo, consentono ai gruppi stranieri (e quindi anche a quelli composti, in tutto o in parte, da cittadini nigeriani) di svolgere i propri traffici in condizioni di relativa tranquillità ove da essi ne derivino comunque vantaggi di natura economica».

La criminalità organizzata rumena si caratterizza, da un lato, per le proprie straordinarie conoscenze tecnologiche ed informatiche, il che la pone ai primi posti nelle statistiche relative al fenomeno del cyber crime transnazionale e, dall’altro, per la grande flessibilità organizzativa e mobilità operativa, tanto da essere considerata una tra le forme di criminalità itinerante più pericolose e diffuse in Europa.

L’analisi della criminalità di origine cinese in Italia rileva una sempre maggiore capacità organizzativa dei gruppi. I reati commessi dai cittadini cinesi nel nostro Paese, in ragione della loro natura transnazionale, sono capaci di incidere significativamente sul nostro sistema economico-finanziario.

La gestione illegale dei flussi migratori e la conseguente possibilità di sfruttare manodopera a costi irrisori, la contraffazione e il contrabbando sono in grado sia di turbare il regolare andamento del libero mercato, sia di arrecare un serio danno all’erario, sotto il profilo dell’evasione fiscale e contributiva.

Le principali attività illecite poste in essere sono il contrabbando e la contraffazione di merci.

I reati di contraffazione, contrabbando e riciclaggio non esauriscono le manifestazioni di criminalità delle comunità cinesi radicate sul nostro territorio. Sono ancora numerosi i casi accertati di reati in materia di immigrazione clandestina e sfruttamento del lavoro e della prostituzione. Anche il traffico illecito di rifiuti sta assumendo proporzioni allarmanti.

Una particolare attenzione investigativa è riservata al flusso verso la Cina delle enormi disponibilità finanziarie delle comunità cinesi al fine di verificare se tali rimesse siano collegate ad attività di tipo lecito o meno, non solo dal punto di vista valutario, ma anche nella prospettiva di possibili attività legate all’evasione fiscale o a veri e propri casi di riciclaggio di proventi illeciti.

E’ sempre più elevato e concreto il rischio di stabili collegamenti della criminalità cinese con le mafie autoctone radicate nel nostro territorio.

.Basta con un’”antimafia” delle chiacchiere.La Magistratura non può essere lasciata sola a combattere le mafie militari,politiche,economiche ed anche istituzionali.Un’associazione antimafia o fa INDAGINE E DENUNCIA,NOMI E COGNOMI,0 non é “antimafia”.Bisogna anche cominciare a pretendere dai Prefetti l’assunzione di responsabilità per quanto riguarda la “prevenzione”.Sono poche le interdittive antimafia,sono poche le indagini preventive.Ora basta!

on l’Associazione Antonino Caponnetto un vero modello di antimafia.

 

inserito da Salvatore Caccaviello

Mentre  sono in programma l’ istituzione di osservatori comunali sulla legalità ,parte un’azione più incisiva e pregnante dell’ Associazione  Antonino Caponnetto, in una Campania afflitta da una criminalità asfissiante e devastante che colpisce la vita pubblica riuscendo anche a condizionare istituzioni deboli. E’ quanto dichiarato dal Segretario Nazionale  Elvio Di Cesare.

Napoli - Urge rottamare qualsiasi cliché di modelli di un’antimafia sociale fragile,pasticciona e parolaia e passare ad un modello di una nuova antimafia,incisiva,combattiva,libera da qualsiasi vincolo o condizionamento di istituzioni che si rivelino non all’altezza per impostare e gestire un’efficace azione di contrasto al malcostume ed alla camorra. L’antimafia sociale o è libera da legami politici ed istituzionali ,non prendendo peraltro soldi e privilegi da nessuno ,o non è antimafia. Sono queste le linee guida sulle quali il confronto si va sviluppando fra gli amici e le amiche che compongono il gruppo dirigente dell’Associazione Caponnetto in Campania. Un’antimafia di fatti e di azioni,non di parole o,peggio, eventualmente di affari. Non é,questo,il modello dell’Associazione Caponnetto. E per dare concretezza a questo modello,le decisioni già in parte assunte ed in altra parte che saranno assunte nei prossimi mesi riguardano:

1)la rivisitazione dell’efficacia del ruolo svolto finora dalla Prefettura di Napoli in particolare- e dalle sue consorelle nella Regione più in generale- per quanto riguarda l’azione di vigilanza e di prevenzione sul versante della lotta alla camorra. Non é tollerabile ulteriormente che tutto il peso dell’azione di contrasto debba continuare ad essere addossato sulle sole spalle della Magistratura la quale può intervenire solamente quando il reato é stato compiuto e non prima. Le Prefetture debbono essere chiamate a svolgere appieno i compiti ad esse affidati in materia di prevenzione ed é questo quanto l’Associazione Caponnetto è determinata a cominciare a pretendere;

2) l’esame di eventuali criticità in alcuni segmenti locali di qualche struttura giudiziaria);

3) l’accensione di un cono di luce su alcune parti del sistema televisivo e radiofonico campani e sui silenzi calati su vecchie inchieste denominate,se ben ricordiamo,”Telecamorra” e delle quali non si è più parlato e non se ne conoscono gli esiti;

4) la richiesta a tre Amministrazioni comunali- Napoli,Sorrento e Santa Maria la Carità – di istituire gli Osservatori comunali sulla Legalità ,sulla base,però,delle indicazioni e dello schema di Regolamento fornito dall’Associazione Caponnetto ( ad evitare che essi diventino instrumentum regni di governi locali alla ricerca di…..”coperture” e di “verginità). O si accettano le indicazioni dell’ Associazione Caponnetto perché essi diventino vere,autonome ed efficienti strutture di legalità o sarà guerra e non ci si presterà ad alcun gioco di…….”.copertura”. Riteniamo doveroso rendere noto,al riguardo, che l’Amministrazione di Napoli,come d’altronde prevedevamo conoscendo la sensibilità degli attuali amministratori a cominciare dal Sindaco De Magistris,ha già dichiarato in linea di principio la sua disponibilità. Battaglie,queste,e compiti duri ed impegnativi che si accompagneranno alla perpetuazione della storica azione di collaborazione con la Magistratura che resta il tratto distintivo dell’Associazione Caponnetto. – Febbraio 2015-  Elvio Di Cesare Segretario nazionale Associazione Antonino Caponnetto.

Mese della legalità a Formia, esclusa la “Caponnetto”

Sta per iniziare il mese della legalità a Formia (28 febbraio p. v.), e già non mancano le polemiche. Ad innescarle è stato il presidente dell’associazione antimafia Antonino Caponnetto, Elvio Di Cesare che, dal suo profilo Facebook, ha espresso il proprio disappunto per non essere stato invitato ad alcuna iniziativa nell’ambito della programmazione predisposta dall’amministrazione comunale per il mese della legalità.

Uno sfogo che trova origine nel paradosso per cui l’associazione, pur essendo componente dell’osservatorio comunale per la legalità, istituito alcuni mesi fa, nonchè da anni tra i principali attori della lotta alla criminalità organizzata su tutto il territorio, non figura tuttavia tra i protagonisti della manifestazione. Un fatto che secondo Di Cesare non fa che confermare, al di là delle iniziative di facciata, la sfiducia nella politica rispetto al tema della lotta alla criminalità da parte della pubblica amministrazione, come emerge evidente dalle parole di Di Cesare:

“L’amministrazione comunale di Formia non ha inteso manifestare nelle iniziative che ha promosso un minimo di riconoscenza nei confronti dell’associazione Caponnetto e questo ci ha procurato un profondo dispiacere. Ci teniamo a ricordare a tutti che l’associazione Caponnetto sta spendendo da anni il massimo delle sue energie per ripristinare a Formia e nel Basso Lazio un clima di legalità e di rispetto delle leggi contro un’invasione mafiosa che stava soffocando l’intero territorio.

Per attrarre l’attenzione dei più qualificati organismi investigativi e giudiziari centrali essa ha promosso decine di iniziative con la partecipazione diretta dei migliori magistrati delle Dda di Napoli e di Roma e degli uomini della Dia. Inoltre essa ha svolto e svolge un’attività discreta e silenziosa i cui risultati sono probabilmente all’origine di tante inchieste fatte e da fare. Va aggiunto che, oltre ad un lavoro ininterrotto che l’associazione Caponnetto svolge quotidianamente con la discrezione e la riservatezza necessari, anche la nascita dell’osservatorio comunale sulla legalità é dovuta alla caparbietà degli uomini dell’associazione Caponnetto e solo ad essi.

Orbene, detto questo, il notare che nell’intero programma del cosiddetto ‘mese della Legalità’ non sia stato trovato un benché minimo spazio per mostrare riconoscenza all’Associazione Caponnetto per quello che ha fatto e fa, nel silenzio e senza chiacchiere, francamente ci é dispiaciuto. Una conferma, questa, che dalla classe politica, sia essa bianca, nera, rossa, turchina e viola, non bisogna mai aspettarsi niente di bello. Purtroppo!”.

L’Anas e quell’appalto da 60 milioni di euro.

L’Anas e quell’appalto da 60 milioni di euro

Un imprenditore vince senza rivali l’appalto per la fornitura di barriere per la sicurezza stradale. Ma le altre aziende accusano: “era un bando su misura”

di Gianfrancesco Turano

19 febbraio 2015

L'Anas e quell'appalto da 60 milioni di euro

L’imprenditore beneventano Enzo Rillo ha avuto il suo quarto d’ora di fama nel gennaio del 2010, quando fu battuto all’asta l’orecchino di diamanti sequestrato dal fisco italiano a Diego Armando Maradona. Nella gara tra fan del Pibe de oro, Rillo perse il cimelio all’ultimo rilancio contro una misteriosa signora. La rivale, come si scoprì tempo dopo, agiva per conto del calciatore Fabrizio Miccoli, e offrì 25 mila euro: 500 in più dell’emissario di Rillo.

Forse oggi il costruttore e produttore vinicolo (Falanghina e Aglianico) non perderebbe il duello contro l’ex capitano del Palermo. L’Anas ha appena aggiudicato alla Car segnaletica di Rillo una gara da 60 milioni di euro in quattro anni per la fornitura di barriere di sicurezza per strade e autostrade. A differenza dell’asta per l’orecchino di Maradona, stavolta non c’erano avversari e la Car ha ottenuto l’appalto con un’offerta al ribasso di un solo centesimo di euro sul prezzo al chilogrammo proposto nel bando.

vedi anche:

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Anas, il Senato chiede una commissione d’inchiesta

L’iniziativa di 50 parlamentari con uno schieramento bipartisan che hanno ritenuto insoddisfacenti le risposte del presidente Pietro Ciucci e vogliono vederci chiaro sulla sua gestione

Da imprenditore Rillo ha già sperimentato in modo diretto che le barriere di protezione sono la prima causa di ricadute giudiziarie per chi costruisce strade. L’industriale sannita è stato processato per l’incidente del 31 maggio 2001 sulla Salerno-Napoli (quattro morti). Condannato a sei mesi in primo grado nel 2008 è stato assolto in appello cinque anni dopo. Pochi giorni fa si è tornato a parlare di una vicenda ancora più tragica, che non coinvolge Rillo. Si tratta della sciagura del 28 luglio 2013, quando un pullman carico di pellegrini precipitò dal viadotto Acqualonga (40 vittime). Il presidente dell’autorità anticorruzione Raffaele Cantone ha appena chiuso la sua indagine sull’incidente e ha trasmesso gli atti alla magistratura irpina.

La sicurezza dei guard rail è oggetto di ricerche in Anas dal 2009. Ma a quasi sei anni di distanza l’aggiudicazione della gara alla Car segnaletica è provvisoria perché gli altri concorrenti potenziali (Marcegaglia Buildtech, Tubosider, Imeva, Heintzmann Italia) hanno deciso di non partecipare e hanno presentato ricorso al Tar del Lazio che si pronuncerà il 22 aprile.

La contestazione principale riguarda la decisione dell’Anas di fissare modelli di barriera unici con caratteristiche predeterminate. I lobbisti delle associazioni di categoria aderenti a Confindustria si sono opposti sostenendo che la decisione penalizza un mercato da 300 milioni di euro e 30 mila occupati. Secondo i produttori, è come se la presidenza del Consiglio imponesse alle case automobilistiche di costruire un modello di auto blu unica escludendo dalla gara di appalto i modelli equivalenti. Un’equivalenza che, peraltro, è anche prevista dal codice degli appalti.

Per gli industriali la gara assegnata alla Car equivale a una restrizione del mercato operata da parte di un’azienda a capitale pubblico come l’Anas.

La replica dell’Anas è stata affidata all’Avvocatura dello Stato. La memoria difensiva presentata al Tar porta la firma di Ettore Figliolia, ex capo di gabinetto di Francesco Rutelli e presidente di vari collegi arbitrali che hanno deliberato su controversie fra l’Anas e le imprese.

L’Avvocatura ha respinto tutti gli addebiti mossi dai produttori sulla sicurezza delle barriere. Inoltre nega che alla gara da 60 milioni di euro si applichi il principio di equivalenza «perché la barriera Anas ha prestazioni uniche e diverse» e, fra queste, «la protezione degli utenti deboli, motociclisti inclusi».

In quanto all’alterazione della concorrenza lamentata dai produttori, Figliolia ricorda che sono proprio i produttori ad essere stati condannati «per intese e abuso di posizione dominante nel mercato delle barriere stradali» con un provvedimento emesso dall’Antitrust nel 2012.

Un’osservazione fondata se non fosse che, con la gara dell’Anas, il cartello dei produttori rischia di essere rimpiazzato da un monopolio che durerà almeno quattro anni.

Sono distrutto …due giorni infernali tra Monza e Nola.

Il processo a Monza sulla passerella di Cinisello Balsamo.

«La passerella di Cinisello era a rischio e lo dissi. Dopo la denuncia iniziarono le minacce»

24 febbraio 2015In aula Gennaro Ciliberto ex addetto alla sicurezza del cantiere, gira sotto scorta e indossa il giubbotto antiproiettili. Ha spiegato che il “pilone centrale non combaciava” e che agli operai sarebbe stato ordinato di riempire i vuoti con dei tondini

di Stefania Totaro

La passerella ciclopedonale di viale Brianza a Cinisello

La passerella ciclopedonale di viale Brianza a Cinisello

Cinisello Balsamo, 24 febbraio 2015 - «Era già successo di una passerella che era crollata nel Torinesee per questo ho deciso di denunciare le irregolarità dei lavori a Cinisello», Gennaro Ciliberto è il quarantenne ex addetto alla sicurezza del cantiere che ha dato il via alle indagini della Procura di Monzasul presunto scandalo della passerella ciclopedonale di viale Brianza, sfociate nel processo che vede imputati a vario titolo di attentato alla sicurezza dei trasporti e minacce Mario Vuolo, in qualità di «amministratore di fatto» della Carpenfer di Castellammare di Stabia che ha realizzato le opere metalliche, suo figlio Pasquale, il direttore tecnico dei lavori Edmondo Troisi, il direttore di cantiere Alfio Cirami ed Ernesto Valiante, amministratore di Italsoa spa di Afragola che aveva rilasciato le certificazioni affinché Carpenfer potesse prendere parte agli appalti pubblici nonostante Mario Vuolo fosse stato segnalato perpresunti legami con la Camorra della zona vesuviana.

Secondo l’accusa, la passerella era pericolosa perchè secondo una perizia tecnica fatta eseguire dalla pm Franca Macchia, i pezzi della struttura, plasmati a Castellammare di Stabia, una volta montati a Cinisello Balsamo, non combaciavano. Agli operai sarebbe stato allora ordinato di riempire gli spazi vuoti con i tondini di ferro prima di assemblarli e saldarli. Inoltre Pasquale Vuolo, 35 anni, il padre Mario e Cirami, sono accusati di avere minacciato il denunciante quando hanno saputo che si era recato dagli inquirenti a raccontare i retroscena della realizzazione della passerella.

Accuse tutte negate dagli imputati. Ma confermate ieri, alla ripresa del dibattimento davanti al giudice del Tribunale di Monza Giuseppina Barbara, da Gennaro Ciliberto, che si è costituito parte civile al processo insieme alla committente dei lavori Anas e a Impregilo che aveva messo in sicurezza la passerella dopo lo scandalo. Dopo la denuncia alla Direzione Investigativa Antimafia l’ex addetto alla sicurezza gira sotto scorta e indossa il giubbotto antiproiettile, che ieri si è tolto solo dopo avere fatto il suo ingresso nell’aula giudiziaria.

«Era stato Edmondo Troisi a nominarmi responsabile del cantiere di Cinisello Balsamo nel 2001 - ha raccontato Gennaro Ciliberto davanti al giudice -. Sono venuto a conoscenza del pericolo di crollo della passerella quando il pilone centrale, che era stato completamente sbagliato, è stato sostituito di notte. Poi ho saputo che i pezzi della struttura, che dovevano essere realizzati sul cantiere a Cinisello, erano stati fatti a Castellamare ma non combaciavano».

I guai per l’ex addetto alla sicurezza del cantiere sarebbero cominciati quando aveva iniziato a fare presente questi problemi ai responsabili dei lavori di Anas e Impregilo: «Mi azzittirono subito - ha raccontato Ciliberto -. Poi mi arrivò una telefonata per conto dei Vuolo dove mi venne detto di stare calmo altrimenti qualcuno sarebbe passato da scuola a prendere mia figlia. Ho subìto anche una strana rapina dove sono stato raggiunto da un proiettile di striscio ad una gamba. Mi chiesero di dire che ero esaurito e che mi ero sbagliato e inizialmente lo feci, ma poi decisi di denunciare».

Carmine Schiavone e tutte le ombre sulla sua morte Spiegò i veleni della Terra dei fuochi. Era pronto a nuove rivelazioni politiche. L’ex boss Schiavone è morto di infarto. Ma la procura valuta l’ipotesi omicidio. di Enzo Ciaccio

Per il procuratore della repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, che con il collega pm Lucio Di Pietro fu tra i primi a raccogliere nel 1993 le dichiarazioni del neo-pentito Carmine Schiavone, «sarà bene indagare con cura sulle vere cause della sua morte».
DA SEMPRE MINACCIATO. Il magistrato, che ha sempre preso molto sul serio le minacce e i pericoli cui è sempre stato esposto l’ex boss del clan dei Casalesi, non ha nascosto i dubbi e le perplessità che sta suscitando l’improvvisa dipartita dell’uomo che ha fatto conoscere a tutti alcuni fra i segreti di Terra dei fuochi e dell’Italia avvelenata.
Un infarto, il 22 febbraio. Una caduta dal tetto della sua casa in basso Lazio (il 10 febbraio) dove viveva con la compagna e con uno dei suoi figli.
Schiavone se ne è andato così, quasi in punta di piedi dopo i lunghi anni delle interviste e delle luci sempre accese della sua ribalta.
PERICOLO AVVELENAMENTO. Più volte, nel corso degli anni, aveva denunciato tentativi di attentare alla propria incolumità: «Vogliono avvelenarmi!», disse.
Ma di prove in tal senso non ne sono mai saltate fuori. Eppure, c’è da tenere le antenne dritte.
Secondo quel che ha lasciato intendere Cafiero de Raho, Schiavone si stava preparando a raccontare ulteriori dati relativi ai rifiuti depositati in Terra dei fuochi e, forse, anche un po’ di connivenze politiche che tali traffici hanno negli anni reso possibile.
Un versante ancor più delicato, insomma, che potrebbe aver indotto qualcuno a zittire l’ex boss? È presto per trarre conclusioni, ma il dubbio permane.
RIVELAZIONI RELATIVE. A proposito di prove e di riscontri, in molti ritengono che – tutto sommato – la quantità e la qualità delle informazioni inedite che Schiavone è stato in grado di rivelare nel corso delle sue audizioni da pentito e nelle 6 mila pagine di verbali consegnate nelle mani dei magistrati è stata tutto sommato relativa.
In molti dei luoghi del Casertano in cui Schiavone aveva detto che sarebbero stati ritrovati rifiuti tossici seppelliti dal clan, gli inquirenti non hanno trovato nulla.
In altri casi, le indicazioni dell’ex boss non hanno fatto altro che ricalcare voci e indicazioni già emerse dalle confessioni di altri pentiti o da notizie giornalistiche.

Fino alla fine protezione per i suoi uomini

In senso orario: Francesco Schiavone, Carmine Schiavone, Francesco Schiavone Jr, Maria Rosaria Schiavone, Nicola Schiavone, Ivanhoe Schiavone, Emanuele Libero Schiavone, Walter Schiavone, Antonio Iovine e Antonio Schiavone.In senso orario: Francesco Schiavone, Carmine Schiavone, Francesco Schiavone Jr, Maria Rosaria Schiavone, Nicola Schiavone, Ivanhoe Schiavone, Emanuele Libero Schiavone, Walter Schiavone, Antonio Iovine e Antonio Schiavone.

Chi più di tutti, nel corso degli anni, ha sempre dubitato in maniera concreta dell’importanza e della originalità delle soffiate dell’ex boss è stato l’ex senatore del Partito democratico Lorenzo Diana, attuale presidente del Caan, il consorzio agroalimentare, nato a San Cipriano d’Aversa, in piena zona Casalesi.
PENTITO, MA NON TROPPO. Diana, che è cresciuto fianco a fianco con Schiavone e col cugino Sandokan, il capo indiscusso del clan, ha sempre dimensionato in maniera spietata le presunte rivelazioni dell’ex boss, affermando che egli si sarebbe sempre guardato bene dal fare i nomi dei suoi effettivi conniventi e di coloro cui era rimasto legato nel corso degli anni.
Insomma, le sue ‘rivelazioni’ sarebbero sempre state di tono minore, e soprattutto protettive nei confronti di uomni e fatti che davvero contano nella cultura del clan.
Di contro, di Lorenzo Diana l’ex boss Schiavone ha sempre parlato malissimo, come di una persona che – addirittura – avrebbe fatto della lotta alla camorra un alibi per acquisire potere e considerazione a livello politico.
«NOI SIAMO NATI MAFIOSI». Diplomato in ragioneria, figlio di un commerciante di agrumi e di una casalinga, nelle biografie più o meno ufficiali di Carmine Schiavone si legge che «definirlo camorrista sarebbe impreciso», in quanto è lo stesso Schiavone ad autodefinirsi in maniera diversa una lontana dichiarazione: «Noi siamo nati mafiosi, con il gruppo Bontade e Riccobono. Nuvoletta era il rappresentante regionale per la Campania. Poi ne siamo usciti nel 1984 dopo una guerra contro i Nuvoletta e contro il gruppo Riina» (salvo un riavvicinamento ai Nuvoletta nell’88, dopo la morte di Bardellino).
SI RITROVÒ LIBERO DAL 2013. Da luglio 2013 Schiavone terminò il programma di protezione. Si ritrovò libero.
Libero anche dai sette-otto ergastoli che gli sarebbero spettati se non si fosse pentito. E cominciò a rilasciare interviste: a raffica, a tutti, su tutto, per dire quasi nulla, ma sempre con grande e plateale clamore.
L’ex boss si attribuì la paternità di una settantina di omicidi, ma giurò di averne commissionati almeno 500.
DONNAIOLO E SPENDACCIONE. Voglia di sorprendere a tutti i costi? Verità rivelata? Anche il suo stile di vita suscitò curiosità e inquietudine: «Per vivere», avvertì, «mi servono 40-60 mila euro al mese».
Aveva due yacht, cameriere delle più curiose nazionalità, ville e appartamenti di lusso.
Le donne, assicurava, lo amavano molto. E lui non si faceva desiderare.
Tra i suoi biografi, c’è chi lo ha esaltato come capo indiscusso. E carismatico. «Per fare il capo», spiegava Schiavone, «bisogna essere capaci di pensare un istante prima degli altri».

L’inquietante profezia: «Tra 20 anni moriranno tutti»

Un rogo nella Terra dei fuochi, area tra le province di Napoli e Caserta.(© twitter) Un rogo nella Terra dei fuochi, area tra le province di Napoli e Caserta.

Il rapporto con Casal di Principe è stato per Schiavone sempre connotato da una sorta di ‘affetto’ di tipo quasi infantile e campanilistico: mai droga in paese, mai rapine o atti di violenza.
Non a caso, è stato quando è venuto fuori che qualcuno nel clan aveva sotterrato rifiuti tossici anche in casa propria che Carmine Schiavone avrebbe iniziato a prendere le distanze dai Casalesi e a rimuginare la possibilità di prendere le distanze dal malaffare.
«Tra 20 anni moriranno tutti», ripeteva solenne quando gli si chiedeva quale futuro ci sarebbe stato per gli abitanti di Terra dei fuochi.
«NON VOGLIO RIMORSI». «Ho i figli grandi, sono ormai nonno e invecchio. Non voglio continuare a tenermi questi rimorsi sulla coscienza», disse tentando di apparire convincente.
Frasi impegnative, le sue. Poco, anzi per nulla apprezzate da alcuni fra i suoi familiari ed ex amici. «È un grande falso, bugiardo, cattivo e ipocrita che ha venduto i suoi fallimenti. Una bestia. Non è mai stato mio padre. Io non so neanche cosa sia la camorra», commentò la figlia Pina in una lettera aperta ai giornali scritta subito dopo la notizia del suo pentimento.
«Sono stati i cugini a costringerla a dire quelle brutte cose», la giustificò l’ex boss. Tra i meriti che tutti comunque riconoscono a Carmine Schiavone c’è quello di aver fatto conoscere agli italiani i traffici di rifiuti tossici che dalle aziende del Nord d’Italia si sono diramati per decenni nelle terre del Mezzogiorno avvelenate e devastate dall’improvvida invasione.
CONFERMÒ I VELENI. In molti già lo avevano scritto e sostenuto, ma il racconto in prima persona dell’ex capo dei Casalesi ha consolidato e reso indistubile quella terribile verità.
Ora Schiavone non c’è più. E viene meno una voce che, tra mille contraddizioni, aveva reso possibile aprire squarci di luce nel buio di almeno un paio di decenni di dominio camorrista in un’area, quella a Nord di Napoli e fino a Caserta, dove di ignominie e orrori ne sono stati consumati senza fine

.Ma come é possibile che si punisca chi fa presenti alcune criticità?

A Piazza pulita denunciate le carenze della polizia di Roma. E un vicequestore perde il posto

Sicurezza. È questo il tema della puntata di ieri di Piazza pulita dove a destare scalpore tra il pubblico e tra gli ospiti sono soprattutto due storie.

La prima riguarda Filippo Bertolami, vice questore aggiunto della Polizia di Roma che, in qualità di sindacalista, in una precedente puntata della trasmissione aveva denunciato le carenze di molti luoghi sensibili di Roma. Dopo quel servizio per Bertolami sono arrivate tutti i tipi di sanzioni fino al licenziamento: “mi è stato comunicato dal mio vertice un procedimento di trasferimento per incompatibilità ambientale. Mi è stata poi contestata – racconta il vicequestore – una sanzione pecuniaria, poi è stato aperto un procedimento per l’intervista. E mi hanno sospeso dal servizio, mi hanno ritirato pistola, manette, distintivo”. La seconda storia è quella comune a tanti agenti di polizia sottopagati che, non riuscendo più a mantenere la propria famiglia decidono di fare un secondo lavoro. “Faccio il lavoro di poliziotto però siccome mia moglie non lavora il sabato e la domenica faccio il buttafuori in locali notturni e dal lunedì al giovedì sto in una benzina a fare la guardia lì”, racconta il poliziotto alle telecamere de La7 inquadrato di spalle e con voce contraffatta. In famiglia le bocche sfamare sono quattro e lui con 27 anni di servizio prende uno stipendio di 1640 euro al mese. Con il lavoro di buttafuori in discoteca riesce ad arrotondare: “Ogni serata io prendo più o meno 20 euro l’ora. Quindi se io lavoro dalle 11 alle sei del mattino sono 7 ore, mi danno 140 euro e me ne vado”. “Io- precisa il poliziotto – ho anche altri colleghi che fanno il doppio lavoro, non sono solo io. Ci sono colleghi che fanno le guardie davanti alle gioiellerie”.

Mafia, la relazione annuale: “Ndrangheta preminente al nord”. E spunta un’indagine su magistrati spiati.

Il procuratore nazionale Roberti in Senato: “La mafia siciliana sempre forte a Palermo, altro che balcanizzazione”. Bologna tra ‘terre di mafia’, a Roma “realtà autoctone”, come quella di Carminati. Ma nel rapporto non si cita mai la parola politica. Critiche alla Chiesa cattolica pre-Francesco

di ALBERTO CUSTODERO

Antimafia, la relazione annuale: "Ndrangheta preminente al nord". E spunta un'indagine su magistrati spiati

Franco Roberti ROMA - Al Nord, e in particolare a Milano, la ‘ndrangheta ha conquistato una posizione di “predominio, a discapito di altre compagini associative, come quella di origine siciliana”. Cosa nostra mantiene il cervello a Palermo. L’ndrangheta si è specializzata in appalti pubblici, entrando nel privato laddove esiste una partnership pubblico-privato. Gioia Tauro è il porto di approdo della cocaina. Bologna è entrata a far parte dell’elenco delle “terre di mafia”. A Roma proliferano le mafie autoctone, come quella di Carminati. Mentre è in corso una indagine sul “protocollo fantasma”, sull’ipotesi che alcuni magistrati siano da anni spiati per conto di una misteriosa entità.

Sono, questi, i punti salienti della Relazione annuale presentata oggi al Senato dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, alla presenza del presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi. “Il tema dell’immigrazione clandestina - ha detto Roberti – si incrocia con il tema del terrorismo internazionale. L’immigrazione clandestina può alimentare, finanziarie il terrorismo internazionale, questo è un rischio concreto e tangibile”. Nella relazione di Roberti non compare mai la parola “politica”, neppure nel capitolo dedicato alla trattativa Stato-Mafia, né allorquando si parla della banda Carminati, entrata in Campidoglio proprio grazie ai contatti con la politica. 

Expo 2015. Importante per Roberti l’obbligo di iscrizione delle imprese operanti in determinati settori ritenuti particolarmente a rischio di infiltrazioni mafiose, in una white list di “elenchi dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa”.

Protocollo Fantasma. Altro procedimento che merita menzione riguarda quello inerente il cosiddetto “Protocollo fantasma”. Trattasi di un esposto anonimo nel quale oltre a varie vicende, in gran parte di competenza della Dda di Palermo, riguardanti processi anche risalenti nel tempo ed appartenenti alla Storia del contrasto giudiziario a Cosa Nostra, emergono notizie di reato a carico di ignoti, asseritamente appartenenti alle forze dell’ordine, che avrebbero per conto di una non meglio specificata entità, spiato alcuni magistrati, impegnati in delicate attività di indagine.

Mafia. L’arresto dei suoi capi, dice Roberti, non le impedisce di esistere. L’assenza di leader carimatici in stato di libertà non ha portato a una guerra di mafia. Anzi, al contrario sta tentando di ricostituire il mandamento centrale, il cui capo risulta tutt’ora Totò Riina. Sono false le analisi che teorizzano una sorta di “balcanizzazione” dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra e un suo inarrestabile declino. Si conferma invece che la città di Palermo è e rimane il luogo in cui l’organizzazione criminale esprime al massimo la propria vitalità, la sua struttura sopravvive anche in assenza di importanti capi riconosciuti in stato di libertà. L’assenza, in Cosa Nostra palermitana, di personaggi di particolare carisma criminale in stato di libertà, seppure latitanti, non ha riproposto la violenta contrapposizione interna tra famiglie e mandamenti del passato. Cosa nostra rinnova l’interesse per il traffico di stupefacenti e per la gestione dei “giochi” sia di natura legale che illegale.

La cattura di Matteo Messina Denaro resta una priorità (foto: l’identikit). Mentre Salvatore Riina, del tutto inaspettatamente, osserva Roberti, ha preso a parlare apertamente, intrattenendo il compagno di detenzione sui più disparati temi: dalla sua storia criminale, all’ideazione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, a quelle commesse nel 1993/94 nel continente, al processo cosiddetto “Trattativa” in corso avanti la Corte d’Assise di Palermo, alle reiterate minacce di morte rivolte al magistrato Di Matteo.

‘Ndrangheta. La ‘ndrangheta è amministrata da una sorta di “consiglio di amministrazione della holding” che elegge il suo “Presidente”. Del resto era difficilmente ipotizzabile che ad amministrare centinaia di milioni di euro, a governare dinamiche economiche, lecite ed illecite, in decine di comparti diversi e che attraversano, non solo l’Italia, ma buona parte del pianeta (dall’Australia al Sud America, dall’Europa al Nord America passando per tutti i possibili paradisi fiscali ), potesse essere questione affidata allo spontaneismo anarcoide di gruppi criminali disseminati e slegati, di decine e decine di cosche e locali, sorta di piccole monadi auto-referenziali.

Le cosche operanti nella città di Reggio Calabria, la particolare capacità della ‘ndrangheta cittadina di inserirsi nella gestione delle cd società miste  -  pubblico/privato  -  attraverso cui vengono forniti i principali servizi pubblici alla cittadinanza. In particolare, attraverso una serie concatenata di prestanomi, la ‘ndrangheta ha il controllo totale delle quote di spettanza del partner privato e, attraverso la sua capacità collusiva ed intimidatoria, riesce a condizionare la parte pubblica.

Gioia Tauro. La ‘ndrangheta ha il controllo controllo totalizzante del Porto di Gioia Tauro, ove attraverso una penetrante azione collusiva, gli ‘ndranghetisti riescono a godere di ampi, continui, si direbbe inesauribili, appoggi interni. Il Porto di Gioia Tauro è divenuta la vera porta d’ingresso della cocaina in Italia. Sul punto basterà osservare che nel solo periodo di riferimento (Giugno 2012-Luglio 2013) quasi la metà della cocaina sequestrata in Italia (circa 1600 kg su circa 3700 complessivi ) è stata intercettata a Gioia Tauro.

Camorra. La Camorra non è un’entità assimilabile dal punto di vista delle forme di manifestazione né a Cosa Nostra né alla ‘ndrangheta. Va ribadita, forse in modo ancor più accentuato, la caratteristica propensione delle aggregazioni camorristiche alla contrapposizione, talvolta, passando con eccessiva disinvoltura, da situazioni di alleanza a situazioni di contrasto violento. La Camorra si dedica alle agenzie di scommesse che  – per la sua peculiare ramificazione territoriale (che può corrispondere alla dislocazione delle singole agenzie di una determinata società di raccolta di scommesse sportive), oltre che per la stretta relazione con il gioco on-line, per sua natura, dematerializzato – spesso implica il coinvolgimento di più di un sodalizio criminale. Su questo terreno spesso si formano e consolidano alleanze o, viceversa, si consumano sanguinose rotture.

Bologna “Terra di Mafia”. Quanto al distretto di Bologna, l’imponente attività di indagine durata oltre due anni ha consentito di accertare la esistenza di un potere criminale di matrice ‘ndranghetista, la cui espansione si è appurato andare al di là di ogni pessimistica previsione, con coinvolgimenti di apparati politici, economici ed istituzionali. A tal livello che oggi, quella che una volta era orgogliosamente indicata come una Regione costituente modello di sana amministrazione ed invidiata per l’elevato livello medio di vita dei suoi abitanti, oggi può ben definirsi “Terra di mafia” nel senso pieno della espressione.

Mafia Capitale. Le organizzazioni mafiose autoctone nel distretto di Roma. Se sul territorio laziale sono dunque presenti le articolazioni di tutte le organizzazioni mafiose tradizionali, che si dedicano al riciclaggio e al reinvestimento dei capitali illecitamente accumulati, vi è poi un altro fenomeno, del tutto peculiare alla realtà della Capitale, rappresentato da organizzazioni che sono state qualificate dalla Dda come associazioni di stampo mafioso ma che non fanno riferimento ai sodalizi tradizionali del sud Italia, essendo, per così dire, autoctone.

In una città come Roma, una città di servizi e di attività terziarie, gli affari più lucrosi si fanno appunto attraverso l’acquisizione e il controllo di tali servizi e attività, e dunque attraverso l’infiltrazione sistematica nei settori economici e commerciali e nei servizi pubblici, e dunque negli appalti pubblici. L’associazione capeggiata da Massimo Carminati si dedica ad attività prettamente criminali quali l’usura, le estorsioni, il commercio di armi, ma soprattutto si dedica all’acquisizione di appalti in variegati settori in favore delle società controllate dall’organizzazione.

L’attacco alla Chiesa Cattolica. Il contrasto alla mafia passa anche dalla cultura e la religione e “la Chiesa avrebbe potuto fare molto di più e in passato si è portata dietro moltissime responsabilità per decenni di silenzi”. Franco Roberti è intervenuto così illustrando oggi il rapporto, ma allo stesso tempo ha lodato la svolta portata da papa Francesco che “ha parlato, a più riprese, apertamente di scomunica per i mafiosi”.

“Ricordo che fu Giovanni Paolo II, alla Valle dei templi (video) ad improvvisare il suo storico discorso e la sua denuncia contro i mafiosi perché rimase sconvolto da tante situazioni. Ma dopo quel discorso – ha proseguito Roberti – c’è stato troppo silenzio.

Nessuna riconoscenza nei riguardi dell’Associazione Caponnetto”

CE NE DISPIACE VERAMENTE…………………….

 

L’Amministrazione comunale di Formia non ha inteso manifestare nelle iniziative che ha promosso un minimo di riconoscenza nei confronti dell’Associazione Caponnetto e questo ci ha procurato un profondo dispiacere.

Ci teniamo a ricordare a tutti che l’Associazione Caponnetto sta spendendo da anni il massimo delle sue energie per ripristinare a Formia e nel Basso Lazio un clima di legalità e di rispetto delle leggi contro un’invasione mafiosa che stava soffocando l’intero territorio.

Per attrarre l’attenzione dei più qualificati organismi investigativi e giudiziari centrali  essa ha promosso decine di iniziative con la  partecipazione diretta dei migliori Magistrati delle DDA di Napoli e di Roma e degli uomini della DIA.

Essa ha svolto e svolge da ben 15 anni un duro ,silenzioso,paziente lavoro di monitoraggio del territorio che é costato e costa energie e costi notevoli e che probabilmente  é all’origine di molte importanti inchieste .

Va aggiunto che,oltre al  lavoro ininterrotto che l’Associazione Caponnetto svolge con la discrezione e la riservatezza necessari,anche la nascita dell’Osservatorio Comunale sulla legalità  é dovuta alla caparbietà degli uomini e delle donne  dell’Associazione Caponnetto e solo ad essi.

Tutto é nato,infatti,dalle idee e dalle iniziative dell’Associazione Caponnetto che,unica ,ha pensato e proposto- fornendo,peraltro, anche il relativo   schema di regolamento che é stato solo in parte accolto – ma accolto-dall’Amministrazione comunale di Formia- l’istituzione dell’Osservatorio Comunale contro la criminalità.

Un’idea ed una proposta che – é bene ricordarlo- sono state contrastate fino all’ultimo da taluni .

Noi avevamo proposto,per garantire la concretezza del lavoro che l’organismo sarebbe stato chiamato  a svolgere, l’inserimento fra i membri effettivi dell’Osservatorio anche di Magistrati delle DDA di Roma e Napoli e di rappresentanti provinciali delle forze dell’ordine.

Ma questa  proposta non é,purtroppo,passata.

Orbene,detto questo,il notare che nell’intero programma  del  cosiddetto “mese della Legalità“non sia stato trovato un benché minimo spazio per mostrare una pur piccola  riconoscenza all’Associazione Caponnetto per quello che ha fatto e fa,nel silenzio e con discrezione ,francamente ci é dispiaciuto.

Una conferma,questa,che dalla classe politica,sia essa bianca,nera,rossa,turchina e viola,non bisogna mai aspettarsi niente di bello.

Purtroppo!

CASERTACE CAMORRA. La relazione annuale Dia: “CLAN DEI CASALESI in difficoltà ma stanno reclutando nuove leve”

La collaborazione con la giustizia di Antonio Iovine potrebbe creare un forte impatto sugli equilibri dei sodalizi criminali

iovine

Contrapposizioni tra clan per il controllo del territorio sfociate spesso in gravi episodi di sangue. E sullo sfondo la ”conferma di assetti delinquenziali, ascrivibili alla ricerca di nuovi equilibri tra clan”, colpiti da arresti e dalla decisione di collaborare con la giustizia da parte di diversi esponenti delle organizzazioni malavitose.

Cosi’ la Direzione investigativa antimafia fotografa lo stato della criminalita’ in Campania nella relazione al Parlamento relativa al primo semestre del 2014. La Dia sottolinea come sia sempre il traffico di stupefacenti ”a rappresentare il settore criminale nel quale vengono operati i maggiori investimenti per gli ingentissimi guadagni che ne derivano”.

A tale proposito gli investigatori dell’Antimafia pongono l’accento su quanto avvenuto nell’area nord orientale di Napoli dove ”il venir meno del predominio della famiglia Di Lauro ha determinato cruenti scontri tra gruppi che ne hanno, in parte, occupato spazi di azione”. L’azione di contrasto – spiega la Dia – ”si e’ sviluppata su due piani: intercettare e bloccare i canali di approvvigionamenti di droga e individuare le attivita’ e i beni nei quali organizzazioni camorristiche hanno riciclato quegli ingenti flussi di denaro. La Campania ”appare sempre ai primi posti nelle classifiche che indicano il numero di sequestri operati: in pochi anni e’ stata acquisita al patrimonio pubblico un’enorme quantita’ di beni, in particolare immobili e aziende”.

La relazione della Dia si sofferma poi sul clan dei Casalesi che ”appare in grande difficolta’ operativa alla luce anche della decisione di Antonio Iovine di collaborare con la giustizia, che potrebbe avere un impatto sugli equilibri del sodalizio”. ”Tuttavia non va dimenticato – osserva la Dia – che il clan e’ riuscito a rigenerarsi reclutando nuove leve da affiancare ai vecchi sodali”. Cio’ nonostante l’attivita’ di contrasto delle forze di polizia che ”ne ha sradicato dal territorio capi clan, reggenti e fiancheggiatori”. Ora il clan sta attraversando ”un momento difficile di transizione”.

”I Casalesi – scrive la Dia – stanno al momento attraversando una fase di rimodulazione e mimetizzazione che li impegna essenzialmente a consolidare l’egemonia dove gia’ esiste un pregresso radicamento, piu’ che ad affermarsi in altre zone della provincia”. Intanto ”e’ sembrata accentuarsi la forza criminali delle organizzazioni non federate nel ‘cartello’ ”. La Dia afferma che ”per quanto riguarda la fazione Bidognetti e’ stata accertata una ripresa delle attivita’ estorsive nei comuni di Parete, Teverola e Castelvolturno: il gruppo Schiavone rimane la componente piu’ pericolosa e organizzata mentre la pericolosita’ del gruppo Zagaria deriva dalle sue consolidate posizioni di controllo di alcuni settori dell’economia, soprattutto nella gestione di servizi pubblici, nella grande distribuzione e negli appalti”.

Un passaggio della relazione e’ dedicato allo smaltimento dei rifiuti interrati dalle organizzazioni criminali nelle campagne del Casertano. La Dia ricorda le recenti verifiche sullo stato di inquinamento della cosiddetta Terra dei Fuochi: ”e’ emerso che su un totale di 1076 chilometri quadrati mappati sono stati ritenuti inquinati il 2 per cento dei terreni, per un totale di 21,5 chilometri quadrati, di cui 9,2 destinati all’agricoltura”.

morto a Viterbo Carmine Schiavone.Nell’articolo de IL FATTO che sotto riportiamo si fa riferimento ,fra l’altro,ad un elenco di targhe di camion che,secondo Schiavone,avrebbero trasportato rifiuti tossici.Bene noi dell’Associazione Caponnetto abbiamo fatto un’indagine dalla quale ci é risultato che alcuni proprietari di quei camion sono cittadini di alcuni comuni del sud pontino.Qualcuno di questi sembra che abbia lavorato anche nell’area portuale di Gaeta,ma non ci pare che essi siano stati chiamati da chicchessia per spiegare se Schiavone abbia detto o meno la verita’ e,eventualmente,per conto di chi abbia lavorato.

Carmine Schiavone morto, l’ex cassiere dei Casalesi che svelò i traffici di Gomorra

di | 22 febbraio 2015

Carmine Schiavone morto, l’ex cassiere dei Casalesi che svelò i traffici di Gomorra

Mafie

L’ex boss – che aveva iniziato a collaborare con la Dda di Napoli nel 1993 e ritenuto attendibile dalla Direzione nazionale antimafia almeno fino al 2010 – era ricoverato da alcuni giorni per le conseguenze di una caduta

di | 22 febbraio 2015

È morto questa notte in un ospedale nel Viterbese l’ex collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, già ai vertici del clan dei casalesi. L’ex boss – che aveva iniziato a collaborare con la Dda di Napoli nel 1993 e ritenuto attendibile dalla Direzione nazionale antimafia almeno fino al 2010 – era ricoverato da alcuni giorni per le conseguenze di una caduta nella sua residenza.

Secondo quanto appreso da ilfattoquotidiano.it Schiavone era stato operato nei giorni scorsi e doveva essere dimesso a breve. Al momento la causa della morte non è chiara. Le prime informazioni parlano di arresto cardiaco improvviso, mentre altre fonti riferiscono che l’operazione alla vertebra lesionata dall’incidente era andata bene.

Carmine Schiavone nel 2013 aveva rilasciato alcune interviste in cui per la prima volta pubblicamente, ricostruiva gli accordi tra clan dei Casalesi e pezzi della politica e dell’imprenditoria per lo sversamento illegale di rifiuti pericolosi in Campania. Notizie che, in buona parte, l’ex collaboratore aveva già fornito alla magistratura tra il 1993 e il 1997. Schiavone aveva, tra l’altro, raccontato l’attività criminale dei clan nella zona del basso Lazio, tra la provincia di Latina e quella di Frosinone, indicando la discarica di Borgo Montello – ad una cinquantina di chilometri da Roma – come uno dei luoghi degli sversamenti di scorie pericolose da parte del cartello dei Casalesi.

Schiavone viveva da diversi anni in una località protetta nell’alto Lazio, insieme ad un figlio e alla moglie, con una nuova identità. Aveva concluso da qualche anno il programma di protezione e, nel luglio del 2013, aveva terminato di scontare la reclusione domiciliare. Le sue interviste hanno avuto un forte impatto sull’opinione pubblica, soprattutto dopo la desecretazione dell’intero verbale della sua audizione davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti, presieduta da Massimo Scalia, dell’ottobre del 1997. In quella occasione Carmine Schiavone aveva fornito l’elenco completo degli automezzi – con targhe e nomi degli autisti – utilizzati tra la fine degli ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Oggi è morto a Viterbo Carmine Schiavone .

Casalesi, morto l’ex boss Carmine Schiavone: collaborò con la giustizia per i rifiuti

Deceduto per infarto. Scalpore per le dichiarazioni su rifiuti tossici interrati in Terra dei Fuochi
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È morto nella sua abitazione nel Lazio Carmine Schiavone, ex boss dei Casalesi, a lungo collaboratore di giustizia. La causa del decesso sarebbe un infarto. Aveva 72 anni. Schiavone, da quanto si apprende, era caduto dal tetto dell’abitazione qualche giorno fa mentre stava eseguendo alcuni lavori ed è stato portato in ospedale. Oggi, dunque, l’infarto letale.

La giustizia. Carmine Schiavone da diverso tempo era uscito dal programma di protezione per i pentiti. Fecero scalpore le sue dichiarazioni sul traffico e l’interramento dei rifiuti tossici nella Terra dei fuochi.

ASCOLTA LE SUE PAROLE SUI RIFIUTI – VIDEO

L’affare dei rifiuti. Il traffico e l’interramento dei rifiuti in provincia di Caserta era un affare da 600-700 milioni di lire al mese, che ha devastato terre nelle quali, visti i veleni sotterrati, si poteva immaginare «che nel giro di vent’anni morissero tutti». Parole che mettono i brividi quelle pronunciate nel 1997 dal pentito dei casalesi Carmine Schiavone – morto oggi nella sua abitazione nel Lazio – davanti alla Commissione ecomafie, in una audizione i cui verbali furono desecretati nel 2013. La sentenza senza appello pronunciata dall’ex boss riguardava tanti centri del Casertano, «gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via, avranno, forse, venti anni di vita».

I terreni contaminati. Rifiuti radioattivi «dovrebbero trovarsi in un terreno sul quale oggi ci sono le bufale e su cui non cresce più erba», raccontava Schiavone. Fanghi nucleari, riferiva, arrivavano su camion provenienti dalla Germania. Nel business del traffico dei rifiuti, secondo il pentito, erano coinvolte mafia, ‘ndrangheta e Sacra Corona Unita.

I 136 arresti. Carmine Schiavone, l’ex boss dei Casalesi morto oggi a 72 anni, aveva iniziato a collaborare con la giustizia nel 1993. Le sue deposizioni furono determinanti per il maxiblitz che portò a 136 arresti di affiliati al clan, operazione da cui derivò il processo «Spartacus». Anche qui le dichiarazioni di Schiavone furono al centro delle accuse. Al termine del processo furono condannati il cugino Francesco Schiavone detto Sandokan, Michele Zagaria e Francesco Bidognetti, ritenuti la cupola del clan. Con loro furono condannate altre 30 persone. Finito il programma di protezione, Schiavone si era trasferito con la moglie e i figli nella Tuscia, in una casa nei paraggi del lago di Vico, dove è morto. Il suo nome tornò alla ribalta nel 2008, quando voci raccolte dalle forze dell’ordine lo davano come possibile organizzatore di un attentato contro Roberto Saviano. Ma sulla circostanza non emersero riscontri concreti. Negli ultimi anni aveva concesso numerose interviste ai media sul traffico illecito di rifiuti nella Terra dei Fuochi.

Testimoni di Giustizia. Per la legalità. La voce di due Testimoni oculari, vittime della mafia.: Sono Testimone di Giustizia. Ma che vita è la mia! Perche’ non riesco a trovare la mia strada nella vita?

Testimoni di Giustizia. Per la legalità. La voce di due Testimoni oculari, vittime della mafia.: Sono Testimone di Giustizia. Ma che vita è la mia! Perche’ non riesco a trovare la mia strada nella vita?”

“E’ questa l’Italia della Legalità,della Giustizia”
Il pianto accorato di un Testimone  di Giustizia.Nelle parole da lui scritte tutta la drammaticità della situazione esistente in un Paese pieno di parolai e di ipocriti che distruggono,oltre che il corpo,anche l’anima di chi si espone
dalla parte della Giustizia,quella vera però. Buffoni……

 

il “caso “del Testimone di Giustizia Luigi Leonardi.L’Associazione Caponnetto chiede l’intervento del Capo dello Stato .E’ una vergogna che la Prefettura di Caserta si comporti in tal modo verso un Testimone di Giustizia.

VERGOGNA,VERGOGNA E MILLE VOLTE VERGOGNA.Ecco come vengono trattati in questo Paese coloro che denunciano i mafiosi. Comportamenti,quello dell’addetto autore di questo fatto disdicevole,che non ci convincono…………Un appello dell’Associazione Caponnetto al Capo dello Stato perché intervenga per far luce sulla vicenda.

Prefettura di CASERTA da chiudere. Testimone di giustizia si presenta per una pratica: “la fotocopiatrice è rotta, non abbiamo tempo per lei”. Casertace, naturalmente, non si stupisce

Il fatto si è verificato stamattina ed è stato denunciato alla stazione dei carabinieri di Marcianise. L’episodio reso pubblico dall’associazione Caponnetto: “la sala del caffè era affollata di impiegati”

Luigi Leonardi e la prefettura di CasertaLuigi Leonardi e la prefettura di Caserta

Il testimone di giustizia Luigi Leonardi, andato alla Prefettura di Caserta per richiedere copia degli atti riguardanti il rigetto della sua richiesta di sostegno in quanto vittima di racket, per presentare ricorso nei tempi previsti dalla norma, ha ricevuto un netto rifiuto. L’addetto gli ha risposto che la fotocopiatrice era guasta, mancava perfino la carta e comunque “non avevano tempo” per evadere la sua richiesta. Subito dopo Leonardi si e’ presentato alla stazione dei Carabinieri di Marcianise, dove ha denunciato il fatto. “Adesso, con una scadenza che pende come una spada ? si legge nella denuncia ? attendo che la Prefettura si decida a comprare una fotocopiatrice e una risma di carta, e a trovare tra i vari addetti che affollavano la sala del caffe’ e il corridoio, a parte qualcuno, un santo che faccia le fotocopie e mi dia la possibilita’ di far valere i miei diritti in un sistema incancrenito dalle mafie”. A raccontare l’episodio e’ l’Associazione Caponnetto, la quale esprime “forte preoccupazione” per quanto accaduto, “che conferma la scarsa attenzione dello Stato nei confronti di uomini e donne privati dei mezzi di sostentamento ed esposti alle ritorsioni della malavita organizzata solo per avere fatto il loro dovere”.

Leonardi è un imprenditore che ha denunciato il racket che subiva da anni. Ha però perduto anche perso le sue due fabbriche di impianti di illuminazione e i relativi negozi, distribuiti tra Cardito, Nola, Giugliano e Melit, oltre a non avere più contatti con la famiglia.

Gare al ribasso e nuovi tagli è allarme per le autostrade – Genova

Manutenzione sempre più rara, denuncia dei sindacati: “molte imprese assumono operai con contratti da braccianti e li usano come edili”

di MARCO PREVE

Gare al ribasso e nuovi tagli è allarme per le autostrade
Manutenzione troppo scarsa sulle autostrade liguri 

Come stanno le autostrade del primo tronco ligure genovese? Quelle su cui ogni giorno transitano centinaia di migliaia di automobilisti. Non troppo bene secondo i sindacati che denunciano i rischi per viadotti e gallerie di Aspi (Autostrade per l’Italia del gruppo Benetton), derivanti da una politica di tagli nei confronti delle società “in house” che da decenni si occupavano dei lavori di pavimentazione e, soprattutto, di monitoraggio e programmazione delle manutenzioni.

Le foto che pubblichiamo testimoniano di una condizione di solette e piloni del tronco genovese non ottimale. Nessuna situazione di pericolo, è bene precisarlo, ma un clima di preoccupazione esiste, sia tra i lavoratori che nelle istituzioni per alcune scelte aziendali. Il Ministero dei Trasporti è stato sollecitato ad occuparsi di questi aspetti.
“Abbiamo due ordini di preoccupazione — spiega Silvano Chiantia, segretario genovese della Fillea Cgil — . Da un lato i tagli per il personale di Aspi e delle società controllate, quando ci sarebbero tutte le condizioni, anche economiche, per garantire lavoro. Il secondo aspetto riguarda il futuro della manutenzione delle autostrade, sulla quale nutriamo forti perplessità“.

Il primo tassello di questi timori è rappresentano da Pavimental e Spea, due società in house con sedi e dipendenti in tutta Italia e anche a Genova, per le quali Aspi ha impostato un piano di tagli: 162 dipendenti in esubero per Pavimental che si occupa perlopiù di lavori di asfaltatura. Per Spea si chiede una riduzione di costi pari a 3 milioni e mezzo, che si traducono in alcune decine di posti di lavoro. Ma Spea è la società che svolge per Autostrade un compito espressamente stabilito dalla legge per i concessionari di un servizio pubblico: ovvero la manutenzione. Sono i tecnici ultraspecializzati di Spea che vigilano sull’“ammaloramento”, ossia il deterioramento di opere murarie e pavimentazioni stradali. Con sopralluoghi trimestrali e con verifiche più approfondite attraverso mezzi speciali come il “by bridge” e le autopiattaforme — una o due volte all’anno, laddove il calcestruzzo mostra segni di deterioramento più evidenti.
Mentre il tavolo sindacale è aperto, Aspi ha già iniziato a modificare i compiti di Spea. Ad esempio, con una disposizione che ha manlevato la società dalle verifiche alle barriere di sicurezza, sia i new jersey che quelle metalliche. E’ probabile che Autostrade per l’Italia procederà con professionalità interne a questo tipo di controllo, oppure con appalti esterni, ma i sindacati denunciano il rischio di un eventuale decadimento della qualità.
Tra l’altro, proprio in questi giorni anche in Liguria, Aspi sta procedendo a marce forzate alla sostituzione dei new jersey più usurati o comunque a quella dei “tirafondi”, che sono poi i grandi chiodi che fissano a terra le barriere di cemento.

Un’operazione decisa dopo la tragedia del 28 luglio scorso, quando sull’autostrada Bari-Napoli vicino ad Avellino un pullman carico di pellegrini al quale si era rotto l’impianto frenante precipitò da un viadotto e morirono 39 persone. Le indagini hanno nel mirino proprio l’usura dei new jersey. Tra l’altro, la sostituzione delle barriere deve avvenire con altre sottoposte a collaudo. Accanto al deterioramento dei materiali la Fillea Cgil denuncia anche quello dei diritti dei lavoratori.

“La politica degli appalti al massimo ribasso sta galoppando  -  spiegano i sindacalisti degli edili  -  siamo arrivati anche a riduzioni del 45% e c’è da chiedersi, anzi rivolgiamo la domanda alle autorità, prefettura in primis, come sia possibile per un’impresa fornire

un servizio adeguato con queste tariffe”.
L’altra nota dolente è quella dei “contadini”. “Molte imprese  -  dicono da Fillea  -  assumono operai con contratti da braccianti agricoli, ufficialmente per lavori di giardinaggio o sfalciamento, ma in realtà per impiegarli anche come edili. Naturalmente con un grande risparmio. E intanto il pedaggio aumenta “.
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