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Gratteri:” Mafie,”In questo momento in Parlamento non ci sono le maggioranze forti per fare cose importanti”. Il problema della lotta alle mafie è tutto e solo politico e la politica ,in maggioranza, NON vuole combattere le mafie e spesso collude con esse.Nel processo a Palermo si parla di “trattativa mafia-stato”.La verità é che la trattativa fra mafia e stato,fra mafia e potere,c’é sempre stata e c”é SEMPRE perché la mafia é un’articolazione del Potere ed oggi più che mai.Prima erano due entità diverse che trattavano e si alleavano,Oggi mafia e Potere,mafia e politica,gran parte della politica, sono diventate un’unica realtà.Mafia e potere,mafia e politica,la stessa cosa.Ecco perché Paolo Borsellino diceva che la più grande rivoluzione é quella che si fa con la matita nell’urna.Proprio nei giorni scorsi c?è stato al Parlamento chi ha chiesto di alleggerire il “Codice antimafia”.Lo avete dimenticato ?

E’ una gremita piazza San Domenico ad accogliere il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, in occasione della seconda giornata di Trame 7, festival dei libri sulle mafie, in corso a Lamezia Terme fino al 25 giugno.
“Io dico che potete incominciare a fidarvi di noi”afferma Gratteri, parlando del livello qualitativo delle indagini in netto miglioramento.
“La Calabria è stata sempre marginale, noi contiamo poco perchè siamo meno di due milioni, abbiamo poco peso specifico e siamo poco nel panorama nazionale sul piano politico, elettorale, però c’è stata anche una pigrizia degli intellettuali calabresi o degli scrittori calabresi a non approfondire ciò che accadeva già dagli anni 70 e ancora prima”.
“Noi non abbiamo un sistema giudiziario proporzionato alla realtà criminale attuale, siamo l’unico paese al mondo che abbiamo quattro forti mafie - continua Gratteri - quindi stiamo pareggiando la partita. Sento che se ci fosse una volontà politica diversa potremmo farcela, è tutta questione soprattutto politico-legislativa. Il sistema giudiziario non risponde alle esigenze del contrasto alle mafie del 2017. In questo momento in Parlamento non ci sono le maggioranze forti per fare delle cose importanti, il manovratore non vuole un sistema giudiziario forte, che in 5-6 anni abbatterebbe le mafie dell’80%”

political24.it

Un falso poliziotto ha lavorato in un Commissariato di Bologna ?

FATTI DEL GENERE CI INQUIETANO  PERCHE’ DENOTANO UN QUADRO  CHE NON DEPONE BENE PER UN PAESE,QUAL’E’ L’ITALIA,ASSEDIATO DALLA CRIMINALITA’ E DAL MALAFFARE.

LUNGI DA NOI L’IDEA DI DAR VITA A GENERALIZZAZIONI E DI  FARE DI TUTT’ERBA UN FASCIO METTENDO INSIEME IL BENE ED IL MALE,IL PRIMO DELLE ISTITUZIONI IN QUANTO TALI ED IL SECONDO DI SINGOLI SOGGETTI,MA CERTO E’ CHE COSE SIFFATTE  IN UN CORPO SANO NON DOVREBBERO PROPRIO SUCCEDERE.

COME SI FA,INFATTI,AD ATTRIBUIRE CERTI GRADI E CERTE RESPONSABILITA’ A PERSONE CHE POI SI DIMOSTRANO CAPACI DI RENDERSI RESPONSABILI DI AZIONI COSI’ SERIE ,AMMESSO CHE ESSE  SI RIVELINO VERITIERE ?

PERCHE’ IL PUNTO E’ PROPRIO QUESTO.

NOI NON SAPPIAMO COME SIANO ANDATE A FINIRE LE COSE  IN QUESTA VICENDA SUL PIANO DISCIPLINARE E GIUDIZIARIO NE’ CI INTERESSA  PIU’ DI TANTO SAPERLO IN QUANTO NOI NON SIAMO DEI CRONISTI.

IL NOSTRO COMPITO E’ ALTRO, ESSENDO QUELLO,SOPRATTUTTO,DI STARE ATTENTI A CHE LE ISTITUZIONI FUNZIONINO COME DEBBONO IN QUANTO,OVE CIO’ NON FOSSE,IL PAESE ANDREBBE A SCATAFASCIO.

E,IN QUEST’OTTICA,LE ISTITUZIONI SUL CUI FUN ZIONAMENTO E SULLA CUI EFFICACIA  O MENO PONIAMO LA NOSTRA MAGGIORE ATTENZIONE RISPETTO A TUTTE QUANTE LE ALTRE,SONO ,OVVIAMENTE , LA MAGISTRATURA  E LE FORZE DELL’ORDINE.

I DUE CAPISALDI DELLA LEGALITA’ E DELLA GIUSTIZIA , IN UN PAESE DEMOCRATICO,  CHE VANNO A TUTTI I COSTI SALVAGUARDATI  DA OGNI EVENTUALE SMAGLIATURA.

SE QUESTE DUE ISTITUZIONI DOVESSERO VENIRE A MANCARE O,COMUNQUE,DOVESSERO MOSTRARE DELLE CREPE SERIE,SAREBBE LA FINE DELLA DEMOCRAZIA E DELLA CIVILTA’.

ORBENE NOTIZIE  DEL GENERE – ANCORCHE’  DOVESSIMO METTERLE IN FILA AD ALTRE COME QUELLA DELLA SPARIZIONE DELLA PENNETTA DI ZAGARIA O L’ALTRA  DEI FATTI  DI GENOVA O ANCORA L’ALTRA DELL’ISPETTORE DELLA SQUADRA MOBILE DI LATINA ANDATO VIA IN  QUANTO AVREBBE TROVATO OSTACOLI ALLA SUA ATTIVITA’ E VIA DICENDO -NON VANNO MINIMAMENTE  A LEDERE L’ONORABILITA’  DEL CORPO ED IL SUO SPIRITO DI DEDIZIONE AL PAESE ED ALLO STATO DI DIRITTO IN QUANTO SI TRATTA DI AZIONI DI SINGOLI E NON DELL’ISTITUZIONE.

MA CERTO E’,DI CONVERSO, CHE QUALCHE INQUIETUDINE  LA  PROVOCANO IN QUANTI,COME NOI, NE VENGONO A CONOSCENZA.

 

IlFattoQuotidiano.it / Emilia Romagna

Bologna, falso agente lavora in commissariato di Polizia per 10 giorni

 

EMILIA ROMAGNA

 

 

L’uomo si è finto agente speciale del Servizio centrale operativo ed è stato introdotto da un ispettore trasferito dalla Sicilia. Il questore Coccia: “Immediatamente attività l’autorità giudiziaria. Valuteremo sospensioni” 

di F. Q. | 30 aprile 2015

 

 

 

Si è presentato come “agente speciale del Servizio centrale operativo della Polizia” ed è rimasto per dieci giorni nel commissariato Due Torri di via del Pratello di Bologna come un collega qualunque. L’agente Scandurra, così si era presentato secondo Repubblica Bologna, era stato introdotto da un ispettore trasferito dalla Sicilia, ma nessuno si era preoccupato di fare i controlli. “Su queste cose non transigiamo e stiamo valutando l’eventuale sospensione cautelare dell’ispettore”, ha detto il nuovo questore di Bologna Ignazio Coccia. “Appena insediato (lo scorso 20 aprile, ndr) sono stato correttamente informato dell’episodio ed era evidente che doveva essere immediatamente attivata l’autorità giudiziaria, per l’accertamento dei reati e per capire il motivo”.

Il questore non ha voluto entrare nel merito della vicenda, perché c’è un’indagine in corso, ma ha precisato che “parallelamente all’inchiesta giudiziaria è stata avviata subito un’attenta valutazione interna, di carattere disciplinare e amministrativo, e ovviamente il primo soggetto di cui approfondire la posizione è il poliziotto”. In questo senso “si sta valutando anche l’eventuale sospensione cautelare dell’ispettore. Inoltre l’amministrazione valuterà eventuali disfunzioni all’interno dell’ufficio”. Coccia ha spiegato che gli accertamenti in corso puntano a individuare, oltre alle motivazioni del gesto, anche il lasso temporale preciso in cui il falso poliziotto avrebbe frequentato il commissariato, confermando che i due soggetti coinvolti nella vicenda – il poliziotto e l’amico che si è finto agente – sono stati sottoposti a perquisizioni domiciliari.

Minacce ai politici locali: «Se anche ti votano ti bruciamo la casa»,

Il Corriere della Sera, Sabato 24 giugno 2017Minacce ai politici locali: «Se anche ti votano ti bruciamo la casa»
Il rapporto «Avviso pubblico». In Lombardia sono Milano, Mantova, Como e Pavia le province con maggiori episodi. La Dia: «La ‘ndrangheta mira sempre più al governo diretto del territorio»

di Luca Rinaldi

La provincia è una frontiera. Lo sanno bene i politici locali d’Italia destinatari delle quasi cinquecento intimidazioni censite dall’ultimo rapporto «Amministratori sotto tiro» dell’associazione Avviso pubblico. In Lombardia i casi rilevati nel 2016 sono stati diciotto tra le province di Milano, Mantova, Como, Pavia, Lecco e Brescia che hanno coinvolto soprattutto sindaci e consiglieri di quindici comuni.
Si va dall’uomo che vive di espedienti che in cerca di denaro arriva fin dentro il palazzo a minacciare il presidente del consiglio comunale di Paderno Dugnano alla telefonata in piena notte al segretario comunale che presta servizio in sei amministrazioni del Pavese che lo avverte di «stare attento a quel che fa», passando per le tensioni nel corso delle campagne elettorali con minacce e sedi imbrattate, fino alle aggressioni per uno sfratto predisposto dopo mesi di morosità in un alloggio comunale. Il rapporto presentato ieri all’Università Guido Carli di Roma ha allargato il campo anche al lavoro sul territorio della polizia locale, e tra gli episodi ha censito pure l’aggressione a danno di due operatori finiti al Niguarda con sette giorni prognosi, avvenuta il 10 maggio dello scorso anno al quartiere Bovisa, a Milano. Se è vero che, come si legge nel rapporto, «emerge come una significativa percentuale degli atti di minaccia ed intimidazione non abbia alcuna origine specificamente criminale», ma che al contrario siano «spesso i problemi economici, sociali e talvolta culturali e ideologici che spingono gli individui, singolarmente o in gruppo, a colpire un amministratore locale», dall’altra parte il contesto lombardo negli ultimi anni ha mostrato come la radicazione della criminalità organizzata sui territori arrivi a incidere in modo forte sull’attività amministrativa.

Significativa è stata la vicenda sollevata proprio dal Corriere della Sera sull’organizzazione del festival dello Stocco di Mammola a Corsico, poco meno di 40 mila abitanti e una delle culle delle cosche lombarde con Buccinasco e Cesano Boscone. L’iniziativa che si sarebbe dovuta tenere lo scorso ottobre patrocinata dal Comune è stata rimandata dopo che sui manifesti come nome del referente è comparso quello di Vincenzo Musitano, genero del boss della ‘ndrangheta Giuseppe Pelle e fratello di due uomini coinvolti in operazioni di ‘ndrangheta. Nasce proprio in quel contesto una concitata seduta del consiglio comunale che ha visto insulti e minacce sollevarsi dal pubblico e dirigersi all’indirizzo di alcuni consiglieri (tra cui l’ex sindaco di Corsico Maria Ferrucci), che avevano avuto la «colpa» di proporre di discutere dell’iniziativa. Tipiche del metodo mafioso anche una serie di intimidazioni che si sono verificate nel giro di tre mesi tra le province di Lecco e Como, storie di teste di maiale e auto incendiate. Del resto la stessa Direzione nazionale antimafia ha sottolineato come, anche in Lombardia, la criminalità organizzata, e in particolare la ‘ndrangheta calabrese, miri oltre all’acquisizione di attività economiche anche «all’inserimento in competizioni elettorali al fine di procurare voti a soggetti poi disponibili ad esaudire i desiderata del sodalizio mafioso nonché́il conseguimento di vantaggi ingiusti». Osservate speciali restano infatti le tornate elettorali, caratterizzate da minacce come quelle recapitate al candidato sindaco di Badia Pavese Fabio Lanza: «A Badia chi ti vota? E se anche ti votano ti bruciamo casa. Abbiamo sempre comandato noi. Ti uccidiamo». Mentre dietro la tastiera la frontiera dell’intimidazione «social» prende sempre più piede anche in Lombardia con le minacce di morte denunciate dal sindaco di Solferino Gabriella Felchilcher in seguito al progetto di unificazione con Castiglione, nel Mantovano. Alcuni mesi dopo sono comparse scritte ingiuriose e striscioni contro il sindaco anche davanti al Comune. I diciotto casi registrati in Lombardia piazzano la regione all’ottavo posto della «classifica» guidata da Calabria, Sicilia e Campania.

 

Roma, spunta il “tesoretto” della mafia: 3 milioni in contanti, orologi e gioielli

Il Messaggero, Sabato 24 Giugno 2017

Roma, spunta il “tesoretto” della mafia: 3 milioni in contanti, orologi e gioielli

Non è sfuggito ai carabinieri nemmeno il “tesoretto” che la mala in affari a Roma nascondeva in locali e appartamenti nella sua disponibilità: la scorsa notte, dopo i 23 arresti e i beni per 280 milioni di euro sequestrati a gruppi criminali di Monterotondo legati agli scissionisti della Camorra messi a segno venerdì, sono spuntati fuori la bellezza di 1.650.000 euro in contanti – denaro completamente estraneo alla contabilità ordinaria degli esercizi commerciali riconducibili alle bande criminali – e intere collezioni di gioielli e di  orologi di altissimo pregio, per un valore complessivo stimato di 1.400.000 euro.

Nel corso delle perquisizioni scattate nell’ambito dell’operazione “Babylonia” – che ha portato a disarticolare le due associazioni per delinquere finalizzate all’estorsione, l’usura, il riciclaggio, l’impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita e il fraudolento trasferimento di beni o valori – ed estese a tutti gli edifici nella disponibilità degli arrestati, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma hanno individuato, dunque, i nascondigli nei quali erano state occultate  inaspettate parti dell’ingentissimo tesoro accumulato dai capi dei gruppi criminali colpiti dalle indagini.

I militari di Via in Selci hanno infatti eseguito, nella notte tra venerdì e sabato,  un ulteriore ingentissimo sequestro penale di denaro e beni per un valore complessivo di oltre 3 milioni di euro, somma che non rientra tra quelle individuate e sequestrate in virtu’ dei provvedimenti di prevenzione eseguiti nella giornata di venerdì con la Guardia di Finanza.

I carabinieri di sono concentrati nelle attività di ricerca del malloppo, impedendo che gregari dell’organizzazione provvedessero a vanificarne l’individuazione e il sequestro;  hanno  meticolosamente passato al setaccio tutti gli angoli più nascosti dei noti locali interessati dall’operazione fino a scovare il tesoro.

La prova del potere finanziario dei capi, promotori e organizzatori delle associazioni criminali, passava anche attraverso la sfacciata ostentazione dei  grandi status symbol ai quali non sapevano resistere, nella più classica dinamica della loro irrefrenabile sfrontatezza.

Comunicato ANSA a proposito dell’attentato a Luigi Leonardi.

ROMA, 24 GIU – Un grave atto intimidatorio é stato compiuto nella serata di ieri ai danni di Luigi Leonardi, giovane imprenditore napoletano che vive sotto protezione dopo aver denunciato e fatto arrestare camorristi appartenenti a clan campani. A darne notizia è l’Associazione Antonino Caponnetto, che ha scritto una lettera al ministro dell’Interno Marco Minniti e al procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti.
“Non possiamo escludere il sospetto che qualcuno abbia voluto, facendogli trovare alcune pallottole nella sua cassetta postale, intimidirlo per impedirgli il prosieguo della sua attività, con incontri pubblici in vari comuni non solo della Campania, a difesa della Giustizia e dello Stato di diritto e contro le organizzazioni criminali”, spiega Elvio Di Cesare, segretario dell’Associazione.
“Restano,comunque,l’estrema gravità del gesto ai suoi danni e l’urgente necessità, oltre che di individuarne e punirne gli autori, di disporre immediatamente più adeguate misure di protezione”, conclude Di Cesare.

Quando 60mila calabresi votarono per Rodotà.SE N’E’ ANDATO UN GRANDE E SIAMO SEMPRE PIU’ SOLI

Quando 60mila calabresi votarono per Rodotà
Il ricordo della campagna elettorale del 1983. Il giurista era candidato alle Politiche in Calabria. Allora come oggi mafia e malapolitica assediavano la regione

Sabato, 24 Giugno 2017

Correva l’anno 1983, Stefano Rodotà era candidato alle Politiche in Calabria. Capolista era Achille Ochetto. Oltre sessantamila calabresi (62.894 per la precisione) votarono per lui. Anche a Cittanova dove, il 19 di giugno, Rodotà saliva sul palco per un comizio nella città degli agrari e della faida tra Facchineri e Raso-Albanese.

Rodotà durante un comizio a Cittanova nel 1983

Mafia e malapolitica, allora come oggi, assediavano quella ed altre comunità Aspromontane ma in quel 1983 almeno il fronte era chiaro. Lo ricordano bene “giovani” come Antonio Morano e Mommo De Maria (al quale dobbiamo le foto che oggi riproponiamo) e lo ricordano bene i tanti che a quel Rodotà non hanno mai voltato le spalle e che Rodotà non ha mai deluso.
Oggi, silenti, lo piangono e lo rimpiangono. Altri starnazzano in queste ore con fiumi di comunicati autocelebrativi, monumenti a se stessi ed a quel che Rodotà ha sempre combattuto il familismo amorale.

Pa. Po.

fonte:http://www.corrieredellacalabria.it/

La camorra serve a tavola

La camorra serve a tavola
Sabato 24 giugno 2017

di David Gentili

Donna Sophia: caso isolato o punta di un iceberg? Errore giudiziario, come sostengono i prevenuti oppure misura parziale che evidenzia un fenomeno complicato da individuare e far emergere quale quello del riciclaggio a Milano? Il ristorante di Corso di Porta Ticinese 1, di proprietà della Marass srl, è stato oggetto a inizio aprile di una misura di prevenzione redatta dalla DIA napoletana, ai danni della famiglia Potenza il cui capostipite, Mario, o’chiacchierone, contrabbandiere, viene arrestato nell’operazione Megaride del 2011 per associazione per delinquere, usura, riciclaggio, evasione fiscale. Morirà in attesa di essere processato.
Era il luglio 2012 quando venivano chiusi i locali del Samarani caffè di piazza Diaz sequestrandoli al clan di Ragusa dei D’Agosta e del Gran Caffè Sforza riconducibile a Mauro Russo, campano, e al clan Belforte. Da allora non era accaduto nulla ed è difficile ipotizzare che, soprattutto negli ultimi anni, con l’avvento di Expo, non siano stati investiti ingenti capitali illeciti, legati ad attività criminali anche mafiose nella nostra città, negli esercizi pubblici, nella ristorazione, nella movida milanese. E sono convinto che gran parte di questi capitali sono giunti proprio dalla Campania.
Nella stessa misura di prevenzione la Dia napoletana scrive: “Il settore commerciale privilegiato è stato per diverso tempo quello dell’abbigliamento… La crisi degli ultimi anni non ha scoraggiato la camorra, che forte del suo potere economico, … ha trasformato è modificato l’originaria presenza sul mercato dedicando le proprie attenzioni criminali alle attività di ristorazione, pub, ristoranti piccoli, medi e grandi, cornettifici, pizza a domicilio, a taglio, caffetterie, che pur in assenza di quantità di clientela tali da giustificare, sono state continuamente rimesse a nuovo ed oggetto di importanti interventi strutturali, più che altro per poter giustificare è il continuo flusso di denaro illecito da impiegare”.
E’ oggettivamente complicato. Sono più di centosessanta le pagine destinate a motivare il sequestro ad Assunta Potenza (socia al 50% del ristorante), nipote di Mario e nulla invece si riesce a dimostrare in relazione alla restante quota del 50% del Donna Sophia di proprietà della moglie del’omonimo nipote del boss. È indubbio che negli ultimi anni l’apertura di locali ha cambiato radicalmente il centro città. Non si vuole criminalizzare un settore ma è un fenomeno che stiamo tenendo in grandissima attenzione. L’amministrazione comunale di Milano applica la 231 del 2007. Norma antiriciclaggio. Prima città in Italia e unico capoluogo.
Tra il 31 marzo del 2014 ed il 19 gennaio 2017 sono state formalizzate 13 segnalazioni di operazioni sospette all’Unità di Informazione Finanziaria, che si riconducono a 2.105 operazioni economiche, riguardanti 134 soggetti giuridici e 105 persone fisiche. Attività, persone, per le quali c’è il sospetto che siano strumenti di riciclaggio di denaro sporco. La movimentazione complessiva di capitali riconducibile alle 2.105 operazioni economiche segnalate è stata non meno di 195 milioni euro di movimentazioni.
Tutto questo per sostenere la concorrenza leale tra imprese a Milano. Tutto questo depotenziato dalla nuova 231, recentemente approvata dal Consiglio dei Ministri, che limita fortemente lo spettro di azione delle pubbliche amministrazioni, agli appalti, alle concessioni, ai finanziamenti, alle autorizzazioni. Pare veramente paradossale: dal 1991 le PA erano obbligate ad applicare la norma, nel 2014 Milano comincia a farlo, nel 2017 si decide di inserire la marcia indietro. In questo momento, nella ristorazione, per esempio, attività non soggetta ad autorizzazione, ma a controllo, le segnalazioni non si potrebbero più fare, perché escluse dal limitato campo d’azione.
A chi giova? Sappiano che Milano non si arrende. Dopo l’audizione che abbiamo fatto in Senato del 5 aprile, prevediamo una nuova serie di incontri che mirano a salvaguardare il modello, preservare la sua peculiarità e proseguire con la stessa efficacia.

fonte:http://mafie.blogautore.repubblica.it

Ciociaria,terra di veleni e di camorra.E nessuno parla.Interviene l’Associazione Caponnetto con un esposto alla Magistratura

LA CIOCIARIA,TERRA MARTORIATA DALLA CAMORRA.UNA SECONDA TERRA DEI FUOCHI ?
INTERVIENE L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO

DA “CIOCIARIA OGGI “

Ciociaria, terra avvelenata: bombe ecologiche sotto i terreni coltivati e i pascoli Aumentano ogni giorno di più gli esposti in Procura per denunciare la presenza nel sottosuolo di rifiuti pericolosi per la salute Terreni avvelenati e interdetti a coltivazioni e pascolo 16/05/2017 

Bombe ecologiche dormienti sotto manti erbosi e campagne coltivate ed abitate. Gli esposti in procura, a Cassino, crescono a dismisura e raccontano di famiglie esasperate, di ambientalisti-Don Chisciotte che non si arrendono. E di un territorio a rischio. Quando a presentare l’ennesimo esposto, per una ipotesi di disastro ambientale, è l’associazione Caponnetto proprio nel giorno in cui il procuratore nazionale antimafia Roberti ha relazionato in Ateneo su ecomafie ed agromafie come “crimini d’impresa” i sospetti diventano pesanti come macigni. A spendersi per il nostro territorio, chiedendo alla magistratura di accertare fatti circostanziati, è stato il segretario dell’associazione nazionale per la lotta contro le illegalità e le mafie, Elvio Di Cesare. Le richieste Di Cesare ha chiesto, prima di ogni altra cosa, di capire cosa sia stato sepolto in località Nocione. Non solo: chiesta anche la verifica della «ubicazione interramenti rifiuti tossici ed eventualmente anche radioattivi lungo il tratto di territorio tra Presenzano, San Vittore e Cassino nelle discariche e nelle cave aperte abusivamente da soggetti collegati alla camorra operanti in sub appalto nei lavori di costruzione della terza corsia dell’Autostrada del Sole e della Tav; l’accertamento dell’identità e della posizione degli autotrasportatori indicati nei documenti desecretati che contengono le dichiarazioni di Carmine Schiavone riferite alle province di Latina e Frosinone e, se utili, alle indagini delle altre province; l’acquisizione di tutte le interviste rilasciate proprio da Schiavone a giornali e televisioni e quella di tutti i documenti desecretati forniti all’epoca alle Autorità da Schiavone, compresi gli elenchi dei mezzi di trasporto con il numero di targa e relativo intestatario». Una memoria corta Sono ormai 16 anni di battaglie per capire cosa sia sepolto nei terreni del Cassinate: ogni volta che un investigatore sembra vicino alla verità l’inchiesta viene chiusa. E la prescrizione divora tutto. Compresa la memoria di chi sa e non parla. Nonostante che a parlarne sia stato proprio quel Carmine Schiavone che raccontò della Terra dei Fuochi per poi aggiungere, prima di morire, che “quello schifo” era sepolto nel Cassinate. Che parlò di fusti tossici interrati lungo l’A1 e la Tav e di una banca da aprire a Cassino per “ripulire” i proventi di quella attività. «Le dichiarazioni di Schiavone confermano i tanti sospetti che già gravavano su tali opere in relazione anche allo smaltimento di rifiuti nocivi sulla direttrice nord-sud del Paese ad opera di camionisti prezzolati con ipotesi di interramenti non solo lungo il tratto autostradale ma anche nelle immediate adiacenze di questo, in fosse, cave, fornaci, discariche – scrive Di Cesare – Cave o scavi ubicati nei territori dei comuni di San Vittore del Lazio, Cervaro, San Pietro Infine, Cassino, fino a Presenzano, compresa la piana di Venafro per risalire l’autostrada fino a Colleferro. Analizzando i numeri delle targhe dei camion che, a detta di Schiavone, avrebbero trasportato i rifiuti tossici e nocivi sono i proprietari dei camion delle province di Latina e Frosinone, mai chiamati a chiarire la loro posizione per accertare chi li abbia arruolati, chi li pagava, se c’erano intermediari». Carmela Di Domenico

Ora basta !Il Prefetto di Caserta ed i NOP o intervengono,mettendo fine alla loro inerzia,adeguatamente con un valido servizio di protezione in favore di Luigi Leonardi o attacchiamo con manifesti ed interrogazioni parlamentari.

ORA BASTA !!!!!

IL PREFETTO DI CASERTA ED I NOP,DOPO LE PALLOTTOLE  NELLA CASSETTA POSTALE DI LUIGI LEONARDI,DEBBONO SVEGLIARSI E DARSI UNA MOSSA.

SONO MESI CHE NON RISPONDONO ALLE RICHIESTE DI AIUTO DI LUIGI.

O INTERVENGONO ADEGUATAMENTE DISPONENDO  UN EFFICACE  SERVIZIO DI PROTEZIONE,O ATTACCHIAMO A TESTA BASSA  CON MANIFESTI ED INTERROGAZIONI PARLAMENTARI.

COSI’ NON PUO’ ANDARE PIU’ AVANTI CON LA LORO VERGOGNOSA INERZIA.

 

             ASS.A.CAPONNETTO

Minacciato l’imprenditore coraggio Leonardi: busta con proiettili a casa

Il Mattino, Venerdì 23 Giugno 2017

Minacciato l’imprenditore coraggio Leonardi: busta con proiettili a casa

di Mariano Fellico

NAPOLI. Una busta con due proiettile è stata fatta recapitare presso l’abitazione Luigi Leonardi, l’imprenditore coraggio che ha denunciato le estorsioni subite da diversi clan della camorra e che più volte è stato minacciato di morte e che è sotto scorta. «Una telefonata di quelle che non ti aspetti – ha raccontato su suo profilo Facebook Leonardi -. La collaboratrice domestica che mi dice Luigi corri a casa, presto. Una corsa fino al cancello del parco, quello che pensavo fino ad oggi abbastanza sicuro».

«Mi dà la chiave della cassetta della posta – racconta l’impredirore anticamorra – La apro, non capisco, metto a fuoco, un brivido lungo la schiena. Due proiettili,  ed un solo messaggio: sappiamo dove stai».  Questa è la quarta minaccia, la più grave, la più diretta. «Non so da dove arriva, dai clan, dalla politica corrotta, dalle istituzioni mafizzate – scrive Leonardi – fatto sta che chi dovrebbe, continua a fottersene. Vado avanti figuriamoci, ma devo restare vivo per continuare a farlo, ed ora più che mai, ho bisogno di Voi. Io non mollo, nonostante questo, nonostante tutto, in non mollo». Poi una Leonardi si fa una domanda: «Ma quale prezzo devo ancora pagare per la mia libertà?». La notizia ha fatto ben presto il giro del web e sono migliaia gli attestati di vicinanza all’imprenditore.

Da Teleuniverso. La Procura Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo : “ Latina/Frosinone,Basso Lazio invaso da camorra e ndrangheta”

Frosinone/Latina – L’antimafia: “Basso lazio invaso da camorra e ‘ndrangheta”

22 giugno 2017

 

 

FROSINONE/LATINA – 22 GIU – Nella relazione annuale del 2016 della direzione nazionale antimafia, si parla del Basso Lazio come un territorio invaso da camorra e ‘ndrangheta 

“Dalle nuove indagini sembra emergere l’esistenza di un patto esplicito per evitare che questi contrasti – che pure ci sono, come è inevitabile – degenerino in atti criminali eclatanti”. 

Una sorta di ‘pax mafiosa’ che non è nuova. L’interesse di questi gruppi è principalmente nel settore del riciclaggio e del reimpiego delle risorse acquisite in modo illecito. Nel mirino soprattutto edilizia, società finanziarie e immobiliari, commercio, ristorazione e sale da gioco. 

In particolare il Basso Lazio (la provincia di Latina soprattutto e quella di Frosinone) “é stato oggetto di una ‘invasione’ non soltanto ad opera di clan camorristici, ma anche di cosche di ‘ndrangheta”. 

 

COME LA METTIAMO ORA CHE A DIRLO NON SONO I SOLITI ROMPISCATOLE DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO MA LA DIREZIONE NAZIONALE ANTIMAFIA ED ANTITERRORISMO,IL MASSIMO ORGANO IN MATERIA DELLA MAGISTRATURA ?

LO DOMANDIAMO A QUEL BRANCO DI SCEMI E QUAQUARAQUA’ ( NON TROVIAMO ALTRI TERMINI PER DEFINIRLI ) I QUALI,QUANDO PARLI  LORO DI QUESTO,FANNO FINTA DI NON SENTIRE E CAMBIANO DISCORSO RISPONDENDOTI CON IL RACCONTO DI   STORIELLE DI TARANTELLE E ROCCOCO’: A QUELLA SOTTOSPECIE DI POLITICI CORROTTI E COLLUSI  CHE NON RIESCONO NEMMENO A RENDERSI CONTO DEL GRAVE DANNO CHE ESSI ,COSI’ FACENDO,ARRECANO NON SOLO ALLA GENTE COMUNE MA ANCHE A SE STESSI ED AI PROPRI FIGLI; A QUEI PROCURATORI,PREFETTI E COMANDANTI VARI CHE PER ANNI HANNO DICHIARATO,VOLGENDO LO SGUARDO DA UN’ALTRA PARTE E NON FACENDO UNA SOLA INTERDITTIVA ANTIMAFIA,CHE IN PROVINCIA DI LATINA NON CI SONO  ORGANIZZAZIONI CRIMINALI RAMIFICATE E RADICATE;A QUEI MAGISTRATI CHE NON HANNO  QUASI MAI RICONOSCIUTO  IL VINCOLO ASSOCIATIVO PROCEDENDO NELLE INCHIESTE  CON LA LOGICA DELLA “PARCELLIZZAZIONE ” ANCHE IN PRESENZA DI GRUPPI  DELLE STESSE PERSONE INDAGATE;A QUEI PARLAMENTARI  CHE NON HANNO MAI SPESO UNA SOLA PAROLA  E FATTO ALCUNA AZIONE  PER BLOCCARE QUESTA “INVASIONE”.

A TUTTI DICIAMO UNA SOLA PAROLA :

 

VERGOGNATEVI !!!!!!!!

Blitz antimafia in 4 regioni: 23 arresti, a Roma sequestrati beni per 280 milioni

La Repubblica, Venerdì 23 giugno 2017

Blitz antimafia in 4 regioni: 23 arresti, a Roma sequestrati beni per 280 milioni
Operazione contro due associazioni a delinquere. Carabinieri in azione nella capitale, in Campania, Lombardia e Abruzzo. Nel mirino degli inquirenti anche bar, ristoranti, pizzerie e sale slot

ROMA - Operazione antimafia con arresti in quattro regioni e sequestro record di beni e aziende per 280 milioni di euro nella capitale. Nelle province di Roma, Napoli, Milano e Pescara, i carabinieri del comando provinciale di Roma, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip presso il Tribunale di Roma su richiesta della locale Dda, nei confronti di 23 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di appartenere a due distinte associazioni per delinquere finalizzate all’estorsione, l’usura, il riciclaggio, l’impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, e il fraudolento trasferimento di beni o valori. All’operazione hanno partecipato anche i finanzieri del Nucleo polizia tributaria di Roma.

I militari hanno anche condotto decine di perquisizioni. Sulla base di un decreto emesso dal Tribunale di Roma-Sezione Misure di Prevenzione, su richiesta della Procura della Repubblica-Dda di Roma, i carabinieri e i finanzieri hanno sequestrato 46 esercizi commerciali (bar, ristoranti, pizzerie e sale slot), 262 immobili, 222 rapporti finanziari/bancari, 32 auto e moto, 54 società, 24 quote societarie a Roma, Milano, Salerno, Pescara, L’Aquila e Potenza. Nella capitale, in paticolare, tra le attività sequestrate rientrano esercizi storici come il bar “Mizzica!” di via di Catanzaro e di Piazza Acilia, il locale “Macao” di via del Gazometro, frequentato dai vip della movida romana, la nota catena di bar “Babylon Cafe”, dalla quale l’operazione ha preso il nome di “Babylonia”.

Come è stato spiegato in conferenza stampa dal procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e dal procuratore aggiunto Michele Prestipino, la maxi-operazione scaturisce da un’indagine dei carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale di Roma, riguardante due sodalizi criminali in vertiginosa crescita sul territorio capitolino, con base a Roma e Monterotondo, che sono stati sgominati dall’operazione. Entrambi orbitanti attorno alla figura e alle operazioni di Gaetano Vitagliano, personaggio di spicco del narcotraffico internazionale, contiguo al clan camorrista degli Amato-Pagano, denominato degli “Scissionisti”, operante a Nord di Napoli.

La figura “imprenditoriale” di Vitigliano emerge a partire dal 2011, in concomitanza con la sua scarcerazione da Rebibbia, dove era detenuto per traffico internazionale di stupefacenti tra l’Olanda e l’Italia. Da quel momento, Vitagliano erige un vero e proprio impero, creando attorno a sé un’articolata organizzazione criminale dedita al riciclaggio e al consequenziale reimpiego di proventi illeciti. Ecco, dunque, l’aumento esponenziale degli investimenti del gruppo facente capo a Vitagliano in bar, ristoranti, gelaterie, pasticcerie, sale slot e tabacchi, gestiti tramite società intestate a prestanome e a congiunti.

Le indagini hanno accertato rapporti per il riciclaggio di denaro sporco tra Gaetano Vitagliano e Davide Siciliano, detto “Capitone”, noto esponente del clan camorristico Amato-Pagano, detenuto per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti aggravata dal metodo mafioso. A tenere i contatti tra Vitagliano e il camorrista detenuto, Luigi Siciliano e Gennaro Capasso detto “Genny”, rispettivamente fratello e cognato di Davide Siciliano.

Dalle intercettazioni, gli appostamenti e gli accertamenti bancari, la ricostruzione del modus operandi. Vitagliano usava i grandi capitali accumulati col narcotraffico per acquisire numerosi locali a Roma e Milano. Il denaro veniva ripulito passando attraverso società “fantasma”, anche con la complicità di quattro funzionari di banca infedeli, due dei quali tratti in arresto. Una volta sterilizzati, i capitali fluivano nel circuito legale, tramite società create per la gestione degli esercizi commerciali, tutte fittiziamente intestate a terzi. Allo stesso modo Vitagliano riciclava i proventi illeciti della famiglia Siciliano, da cui riceveva denaro “sporco” che restituiva dopo averlo ripulito mediante cambiali e assegni bancari emessi da imprenditori compiacenti tra cui Giampiero Mei, uno degli arrestati.

Ricostruito con le indagini anche un ulteriore canale di riciclaggio. Giustificandoli come “finanziamento soci”, Vitagliano immetteva diversi milioni di euro di provenienza illecita in una società di Andrea Scanzani, imprenditore ritenuto appartenente al sodalizio, per la realizzazione di un’imponente opera edilizia nel Comune di Guidonia – Montecelio. Una volta realizzato il progetto immobiliare, Scanzani riconosceva a Vitagliano la titolarità di fatto di decine di appartamenti tra i 200 edificati. Alcuni di questi appartamenti sono stati poi utilizzati come corrispettivo “in nero” nella compravendita delle attività commerciali rilevate dal gruppo Vitagliano.

Ed è proprio per il tramite dell’imprenditore Scanzani che Vitagliano si lega alla seconda organizzazione criminale, capeggiata da Giuseppe Cellamare, elemento di spicco della Sacra Corona Unita trasferito sotto protezione a Monterotondo, hinterland romano. Dove Cellamare ricostruisce il suo gruppo criminale, particolarmente violento e attivo nell’estorsione e usura con il metodo mafioso e nel successivo impiego dei proventi illeciti in bar e sale giochi, ancora intestati a prestanome. All’organizzazione è stato sequestrato un vero e proprio arsenale, costituito da armi e munizioni comuni e da guerra.

La ‘ndrangheta è “ovunque”: la DNA fotografa un Paese inghiottito dalle mafie.

L’ITALIA E’ ORMAI UN PAESE INGHIOTTITO DALLE MAFIE 

La ‘ndrangheta è “ovunque”: la DNA fotografa un Paese inghiottito dalle mafie

È stata presentata oggi la Relazione annuale 2016 della Direzione distrettuale Antimafia e Antiterrorismo che racconta di come la ‘Ndrangheta sia ormai presente su tutto il territorio nazionale (oltre che nel mondo). Ma anche Cosa Nostra, Camorra e Sacra Corona Unita sono in ottima salute. I loro alleati? Pezzi di politica, professionisti e massoneria. Come sempre.

Giovedì 22 GIUGNO 2017

Di Giulio Cavalli

La ‘Ndrangheta? È ovunque. E questa volta non lo dice solo qualche studioso isolato o qualche attivista troppo volenteroso ma la colonizzazione è descritta nella Relazione annuale 2016 della Direzione distrettuale Antimafia e Antiterrorismo, presentata oggi dal procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Franco Roberti e dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi. Il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana “sono territori in cui l’organizzazione criminale reinveste i cospicui proventi della propria variegata attivita’ criminosa, nel settore immobiliare o attraverso operatori economici, talvolta veri e propri prestanome di esponenti apicali delle diverse famiglie calabresi, talaltra in stretti rapporti con esse, al punto da mettere la propria impresa al servizio delle stesse”, si legge nella relazione, mentre per quanto riguarda Piemonte e Valle d’Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna ed Umbria, “sono regioni in cui, invece, vari sodalizi di ndrangheta hanno ormai realizzato una presenza stabile e preponderante, talvolta soppiantando altre organizzazioni criminali – cosi’ come avvenuto, per esempio, in Piemonte con le famiglie catanesi di Cosa Nostra – ma spesso in sinergia o, comunque, con accordi di non belligeranza, con le stesse, fenomeno riscontrato in Lombardia ed Emilia Romagna, ove sono attivi anche gruppi riconducibili alla Camorra o a Cosa Nostra”.

La pervasività mafiosa però non si limita al territorio nazionale ma tracima in vari stati europei oltre che in America e Australia, continuando a prediligere il Sud America come partner commerciale per lo smercio di cocaina. Per la DNA infatti “continuano, poi, ad essere sempre solidi, i rapporti con le organizzazioni criminali del centro/sud America con riferimento alla gestione del traffico internazionale degli stupefacenti, in primis la cocaina, affare criminale in cui la ‘ndrangheta continua mantenere una posizione di assoluta supremazia in tutta Europa”. Ma come è stat possibile questa potentissima ascesa? Semplicemente le mafie sono riuscite ad accreditarsi presso pezzi di politica, della massoneria e del mondo dei professionisti in un’alleanza che sopravvive fin dagli albori e continua ad essere in ottima salute: le indagini infatti “hanno rivelato un rapporto tra la ‘ndrangheta, esponenti di rilievo delle Istituzioni e professionisti – legati anche ad organizzazioni massoniche ed ai Servizi segreti – di piena intraneità, al punto da giocare un ruolo di assoluto primo piano nelle scelte strategiche dell’associazione, facendo parte di una ‘struttura riservata’ di comando”. Proprio a questo proposito viene citata come paradigma la figura di Paolo Romeo, “ritenuto – si legge nella relazione della DNA – il vero e proprio motore dell’associazione segreta emersa nel procedimento Fata Morgana e delineatasi con le indagini Reghion e Mammasantissima, dimostratasi in grado di condizionare l’agire delle istituzioni locali, finendo con il piegarle ai propri desiderata, convergenti, ovviamente, con gli interessi più generali della ‘ndrangheta”. Secondo la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo  su Paolo Romeo “le diverse indagini hanno delineato quale appartenente al mondo massonico e, al contempo, uomo di vertice dell’associazione criminale, dei cui interessi e’ portatore, nel mondo imprenditoriale ed in quello politico, ruolo svolto con accanto personaggi che sono sostanzialmente gli stessi quantomeno dal 2002, dunque da circa 15 anni, senza dimenticare i suoi antichi e dunque ben solidi rapporti con la destra estrema ed eversiva, nel cui contesto, versa la fine degli anni 70, ebbe modo di occuparsi della latitanza di Franco Freda, imputato a Catanzaro nel processo per la strage di piazza Fontana”. “All’interno di questa cabina di regia criminale – si legge ancora nella Relazione – è stato gestito il potere, quello vero, quello reale, quello che decide chi, in un certo contesto territoriale, diventerà sindaco, consigliere o assessore comunale, consigliere o assessore regionale e addirittura parlamentare nazionale od europeo. Sono stati, invero, il Romeo ed il De Stefano a pianificare, fin nei minimi dettagli, l’ascesa politica di Alberto Sarra, consigliere regionale nel 2002 – subentrando a Giuseppe Scopelliti, fatto eleggere Sindaco di Reggio Calabria”.

Ma non sono solo i politici in carica ad essere spesso i “camerieri” delle mafie: nella relazione infatti viene anche descritta la figura del “facilitatore”: “un soggetto – si legge – intermedio ed autonomo, a suo modo un professionista nel mondo delle opere e dei servizi pubblici (come lo e’ il broker nel narco-traffico). Spesso ex politici o para-politici, ex funzionari pubblici, che, con la pregressa pratica, hanno imparato a conoscere la macchina degli apparati pubblici, i suoi tempi, i suoi meandri, i suoi passaggi. Ed hanno, quindi, amicizie nel descritto contesto, come nelle organizzazioni che a loro si rivolgono per ottenere le loro prestazioni”. Un elemento intermedio che si occupa “di fare incrociare la domanda di tangenti ed utilità varie (che, come poi vedremo, sono sostanzialmente altre tre) proveniente dal ceto politico – amministrativo disponibile, con quella di appalti, gestione di servizi, incarichi di ogni tipo, proveniente del ceto imprenditoriale, spesso mafioso, ma non solo”. È il mezzo preferito per “oliare” i rapporti rimane, come sempre, la corruzione che, scrive la DNA, “determina di fatto l’acquisizione (ma forse sarebbe meglio dire, l’acquisto) in capo alle mafie stesse, dei poteri dell’Autorità‘ Pubblica che governa il settore amministrativo ed economico che viene infiltrato”.

Se la ‘Ndrangheta è dappertutto però anche le altre organizzazioni criminali non se la passano male: secondo la DNA Cosa Nostra “si presenta tuttora come un’organizzazione solida, fortemente strutturata nel territorio, riconosciuta per autorevolezza da vasti strati della popolazione, dotata ancora di risorse economiche sconfinate ed intatte e dunque piu’ che mai in grado di esercitare un forte controllo sociale ed una presenza diffusa e pervasiva” esprimendo su Palermo “al massimo la propria vitalità“; la Sacra Corona Unita tra Brindisi e Lecce dimostra “una perdurante, e per certi versi rinnovata, vitalità” mentre nella zona lucana “sta sviluppando una spiccata capacità ad intrecciare rapporti, prevalentemente di natura corruttiva, con amministratori pubblici e politici locali, finalizzati ad ottenere piu’ agevolmente appalti per servizi ed opere pubbliche e, quindi, compiere un salto di qualità verso un pieno inserimento nell’economia locale; a ciò si aggiunga la dimostrata attitudine ad effettuare lucrosi investimenti, in particolare nel settore delle scommesse e del gioco d’azzardo”. La Camorra invece, stando alle indagini, ha messo in atto un sistema “di infiltrazione nel sistema economico ad opera di gruppi imprenditoriali a tutti gli effetti compenetrati nell’organizzazione camorristica che sempre piu’ frequentemente estendono la loro operatività oltre i confini regionali e nazionali”. La DNA, inoltre segnala “molteplici focolai di violenza disseminati nell’area metropolitana e nella provincia di Napoli”. “In altre parole – si legge – sembra che oggi siano in corso più ampi sommovimenti negli assetti criminali camorristici, di cui gli omicidi e gli agguati costituiscono la manifestazione più eclatante”. La fibrillazione criminale “si registra sia nelle periferie urbane che nel cuore cittadino, nell’area settentrionale e orientale di Napoli, nel quartiere Sanità e dei Quartieri Spagnoli e Forcella” per una “spasmodica ricerca dei gruppi criminali di estendere lo spazio d’azione criminale. La situazione di elevato pericolo per l’ordine pubblico e’ resa ancor piu’ grave dai protagonisti di tali scenari, spesso nuove leve criminali: killer giovanissimi che si caratterizzano per la particolare ferocia che esprimono ed agiscono al di fuori di ogni regola”.

I fatti, quindi, dicono che nonostante la retorica e i buoni propositi le mafie continuano vivaci a prosperare e, di conseguenza, che le misure della Stato siano inefficaci. Ma questo, ovviamente, non lo troverete scritto da nessuna parte nella relazione.

 

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Roma, maxi-operazione antimafia: 23 arresti e sequestri per 280 milioni. Sigilli a bar, ristoranti, pizzerie e sale slot

Il Fatto Quotidiano, VENERDÌ 23 GIUGNO 2017

Roma, maxi-operazione antimafia: 23 arresti e sequestri per 280 milioni. Sigilli a bar, ristoranti, pizzerie e sale slot

Due operazioni hanno smantellato due associazioni a delinquere radicate nella Capitale e in altre regioni italiane: legami con clan camorristi ed elementi della mala pugliese. Sigilli a 54 società, coinvolti imprenditori e funzionari di banca

di Andrea Palladino

Erano astri in ascesa, nel mondo criminale romano, le quasi cinquanta persone – tra arrestati e indagati – colpiti dall’inchiesta Babyloniacondotta congiuntamente dal comando provinciale dei Carabinieri della capitale e dal Gico della Guardia di Finanza. Il segno della potenza dei gruppi, legati alla Camorra degli scissionisti e alla Sacra corona unita pugliese, è chiuso nella cifra del sequestro preventivo disposto dalla Dda di Roma contestualmente alle ordinanze di custodia cautelare.

Duecento ottanta milioni di euro, tra immobili (261), conti correnti e 54 società, oltre ad una rete di locali notturni. Tra questi uno dei centri della movida romana, il Macao di via del Gazometro e la catena di bar Babylon cafe. Holding in mano al livello strettamente mafioso, retto da Gaetano Vitagliano, detto Nino, personaggio di spicco del narcotrafficointernazionale e ritenuto contiguo al clan camorrista Amato-Pagano, conosciuto come il gruppo degli “scissionisti”, radicato nella zona nord di Napoli, con un passato vicino al clan Mazzarella.

A Roma, dopo la sua scarcerazione da Rebibbia del 2011, stava creando una rete fitta e radicata, puntando soprattutto al riciclaggio, con l’acquisizione di società e la gestione di locali, bar, e slot machine, macchine economiche in grado di sfornare fatturati altissimi. Accanto c’è la “borghesia mafiosa”, caratteristica sempre più romana, fatta di studi di commercialisti, notai, funzionari di banca e pezzi della pubblica amministrazione, pronti a mettersi al servizio di chi ha milioni da riciclare. Una strategia “win to win”, un motore criminale che – visto le cifre sempre più pesanti dei sequestri – sta contaminando la città ormai da anni.

E investimenti – ha commentato il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino – che provenivano anche dal territorio romano, dove le organizzazioni criminali si sono radicate”. Una conferma, dunque, non solo dell’utilizzazione – ormai consolidata – di Roma come piazza del riciclaggio, ma di una “città aperta” dove operano direttamente i clan mafiosi.

Gaetano Vitagliano era un vero esperto nel far girare i soldi che provenivano dai clan di Camorra. Già nel 2007 la Dda di Firenze ne aveva chiesto l’arresto, nell’ambito dell’operazione Leopoldo, con l’accusa di aver riciclato a Montecatini Terme somme provenienti dalla famiglia dei Formicola, radicati nei quartieri napoletani di San GiovanniTeduccio. In quell’indagine la Procura di Firenze accusò Vitagliano di aver riciclato partite di credito sottratte al circuito postale. Poi, nel 2010, torna in carcere colpito da una ordinanza di custodia per traffico di droga.

Il suo approdo a Roma “ha costituito un momento centrale dell’excursus criminale – scrive il gip nell’ordinanza eseguita oggi – poiché gli ha consentito di entrare fattivamente in contatto con la criminalità romana”. I soldi della camorra si sono sposati con le reti economiche ed imprenditorialipronte a tutto che caratterizzano la capitale. Grazie anche alla compiacenza di funzionari bancari, disposti a chiudere più di un occhio.

Una seconda ordinanza di custodia cautelare – eseguita sempre oggi dai Carabinieri di Roma – ha colpito il gruppo criminale capeggiato da Giuseppe Cellamare, legato a Vitagliano attraverso l’imprenditore romano Andrea Scanzani (anche lui arrestato), ritenuto dalla Procura uno dei principali ganci economici utilizzati per riciclare i soldi arrivati dal narcotraffico. Cellamare negli anni ’90 era un elemento di spicco della malavita barese. Diventa collaboratore di giustizia e trasferisce la sua residenza a Monterotondo, comune dell’hinterland romano. Dopo aver lasciato circa dieci anni fa il programma di protezione ha iniziato ad utilizzare la sua fama criminale, occupandosi di recupero dei crediti delle estorsioni e di usura.

Nel suo gruppo ha inserito i suoi vecchi uomini di fiducia, specializzati nel compiere spedizioni punitive violente contro le vittime dell’usura e delle estorsioni. Chi non pagava si trovava di fronte la fama criminale dell’ex collaboratore di giustizia e i modi duri dei suoi uomini, con una assoggettamento ritenuto mafioso dalla Dda di Roma. Un gruppo ritenuto particolarmente pericoloso, che aveva accesso a depositi armi, anche da guerra, ed esplosivi.

Virginia s’ Virginio no,ovvero della libertà di stampa che non c’é

di Antonio Amorosi a pag. 7 de La Verità del 22 giugno 2017

Trova le differenze. Per Virginia Raggi si, per Virginio Merola no.
Sono entrambi sindaci, rispettivamente di Roma e Bologna. Hanno lo stesso nome di battesimo. Sono entrambi scivolati su fattacci di dirigenti della macchina amministrativa. Pochi sanno, infatti, che anche il sindaco di Bologna, del Pd, è coinvolto in una vicenda riguardante i suoi dirigenti. Ma si parla solo della Raggi. Chissà perché.
Al Comune di Bologna è addirittura arrivata la condanna della Corte dei conti. Ed il Comune contattato da chi scrive ha ammesso, per iscritto, di aver violato una ulteriore norma anche dopo la condannaMa per Virginio del Pd non ci sono programmi tv in prima serata né telecamere a scandagliarne la quotidianità né comunicazioni dell’autorità giudiziaria. Sono tutti solo e unicamente per Virginia dei 5 stelle. E Virginia Raggi per adesso è solo accusata di aver violato delle norme. Può darsi che un processo la riterrà colpevole. Ma per adesso è solo un’accusa. Eppure.
A Roma, in seguito alla richiesta della magistratura, si aspetta il rinvio a giudizio del primo cittadino per abuso d’ufficio e falso. Certo, è arrivata la notificato del 415 bis, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio.
L’abuso d’ufficio è per la nomina del fedelissimo Salvatore Romeo. Quello delle polizze vita intestate, che da funzionario del Comune a 39.000 euro annui finì alla guida della segreteria della Raggi, con un salario di quasi 120.000 euro. Stipendio poi sceso a 93.000 per l’intervento dell’Authority anticorruzione. L’accusa di falso invece è relativa alla nomina di Renato Marra, fratello meno famoso del dirigente Raffaele arrestato (la nomina successivamente è stata revocata). Raggi avrebbe detto il falso alla responsabile anticorruzione del Comune. Raggi sostiene di aver agito in buona fede e si è sempre dichiarata innocente. Ma se ne chiedono le dimissioni.

 

Invece si dichiara colpevole il Comune di Bologna di Virginio Merola, sindaco al secondo mandato.
Due dirigenti storici del Comune Bologna, Roberto Diolaiti e Giovanni Fini, affidano per anni consulenze geologiche ad un privato senza titoli: un affidamento di incarichi in assenza dei presupposti. Vengono condannati con sentenza definitiva dalla Corte dei Conti per un danno da 200.000 euro (il reato è prescritto per gli anni precedenti, il danno sarebbe anche superiore). Ma il Comune non sanziona i due dirigenti come obbliga a fare la legge italiana, la n° 311 del 2004 art. 1 commi 11 e 42. «L’affidamento di incarichi in assenza dei presupposti», proprio il reato di Diolaiti e Fini, oltre ad una «responsabilità erariale», cioè la restituzione del maltolto, porta ad un «illecito disciplinare», cioè impone al Comune di sanzionarli. Ma quando chiediamo al Comune che sanzione ha inflitto ai dirigenti lo becchiamo con le mani nella marmellata. Ammette con una comunicazione ufficiale che «vista la complessità della materia e della normativa succedutasi nel tempo, si è valutato di non avviare alcun procedimento sanzionatorio». La normativa non è mai cambiata e l’intervento disciplinare del Comune è obbligatorio, come abbiamo spiegato l’11 giugno scorso in un articolo La Verità. Ma non è successo nulla. C’è una palese omissione in atti di ufficio, un reato penale. E non succede nulla. Per un Comune è un reato non applicare la legge. Eppure. Eppure da Virginio non sono arrivate né le tv né i grandi giornali né la Procura della Repubblica. Incomprensibile bellezza del circo mediatico che con il Pd non affonda mai il colpo.

 

ps.

Ha rifatto la domanda al Comune il consigliere delle Lega Nord Umberto Bosco. Risponde il sindaco Merola: «Quanto alla sua domanda sul “mancato procedimento disciplinare”, la valutazione è stata di non avviarlo considerata la complessità della materia e della normativa che si è via via succeduta nel tempo». Appunto. Ha commesso un reato penale. LEGGI IL DOCUMENTO

Debbono vergognarsi,,se ne sono ancora capaci !!!!!!!!!!! Vogliono…..”alleggerire” il Codice Antimafia !!!!|! Vergogna !

Codice antimafia, Casson: “Centrodestra agevola corrotti, corruttori e grandi criminali”

L’ex giudice oggi parlamentare Mdp: “Forza Italia contraddittoria: parla di lotta a criminalità poi insabbia questa norma. E il Pd sbaglia se accetta di modificare il testo”

di LIANA MILELLA

ROMA – “Se il Codice Antimafianon passa rideranno corrotti, corruttori e grandi criminali”.Dice così l’ex giudice istruttore del caso Gladio, Felice Casson, che dal Pd è passato al gruppo di Mdp.

Allora Casson, Forza Italia ha provato a bloccare il codice antimafia. 
“Sì, ma non lo ha fatto solo Forza Italia, ma tutto il centrodestra nel suo insieme”.

Perché sta allargando le colpe? Gianni Letta e il capogruppo al Senato Paolo Romani si sono incontrati col Pd.
“Ma in commissione Giustizia abbiamo visto una serie di emendamenti di varie forze politiche di centrodestra tendenti a bloccare l’ampliamento della platea dei destinati alle future misure di prevenzione”.

Perché la destra ha così paura?
“C’è una contraddizione fortissima nel loro comportamento tra quando dicono di voler combattere la criminalità e l’adozione di norme che consentano di contrastare i peggiori fenomeni criminalità della nostra epoca, terrorismo, mafia e corruzione”.

LA CAMPAGNA: SEI LEGGI DA SALVARE

Ritiene che Fi abbia tentato di incassare il voto dato sulla mozione Consip del Pd?
“Sono circolati sospetti in questo senso. Ma il fatto vero è che il blocco del ddl avvantaggerebbe notevolmente corrotti e corruttori, oltre che grandi criminali”.

Il tentativo di ritardare i tempi potrebbe bloccare definitivamente il voto sul codice?
“L’esperienza parlamentare mi ha insegnato che ogni settimana di rinvio è una settimana guadagnata e che un intoppo tira l’altro. Per cui la prossima settimana bisogna andare in aula, votare gli emendamenti e l’intero disegno di legge, proprio per evitare rischi di insabbiamento”.

Senta, ma lei si è fatto un’idea su quali potrebbero essere i soggetti che Fi vuole tutelare?
“Basta scorrere i giornali e ascoltare la tv per capire chi potrebbe essere avvantaggiato dall’insabbiamento”.

LA SCHEDA: LEGGE SOTTO ATTACCO DA 18 MESI

Capisco che lei non possa fare dei nomi, ma almeno può individuare le categorie da proteggere?
“In questo caso sarebbero i corrotti e i corruttori”.

Ma i destinatari delle future misure di prevenzione dovranno per forza essere dei “corrotti  che sono anche mafiosi” come sostiene l’avvocato e senatore Niccolò Ghedini?
“Assolutamente no”.

Però Ghedini sostiene il contrario e quindi esclude Berlusconi dal novero dei possibili destinatari.
“Al di là dei casi singoli noi dobbiamo evitare l’annacquamento delle norme. E che le future misure di prevenzione riguardino soltanto mafiosi e terroristi”.

Trova che sia incostituzionale applicare le misure anche a chi ha commesso un reato molti anni prima e per reati come la corruzione?
“Anche in questo caso le rispondo di no. Proprio la gravità del fenomeno impone l’adozione di norme più rigide. D’altra parte la stessa Consulta e le Corti europee del Lussemburgo e di Strasburgo hanno ammesso la possibilità giuridica di un doppio binario per i crimini gravi, come

nel caso di cui stiamo discutendo”.

Ma Zanda ha fatto male a vedere Letta e Romani?
“In Parlamento gli incontri si fanno con tutti. Però sarebbe stato molto grave se avesse accettato il loro invito a rinviare il Codice oppure a cambiarlo”.

ECCO COSA EMERGE DALL’ULTIMO DOSSIER ANTIMAFIA. Camorra: Dna; in clan Casalesi comandano imprenditori

ANZICHE’  PENSARE A FRANCESCHIELLO  E  PULCINELLA  PENSIAMO A QUESTE COSE!!!!!!!! CI STANNO UCCIDENDO AVVELENANDO  TERRENI ED ARIA E CHI SOPRAVVIVERA’,SE  CONTINUIAMO A NON COMBATTERLI,SARA’ RIDOTTO IN SCHIAVITU’ !!!!

ECCO COSA EMERGE DALL’ULTIMO DOSSIER ANTIMAFIA. Camorra: Dna; in clan Casalesi comandano imprenditori

CASERTA - La camorra non uccide piu’ nel Casertano, ma cio’ non vuol dire che sia definitivamente sconfitta e che rappresenti “un ricordo del passato”. Anzi, non solo e’ tuttora “buono” lo stato di salute del clan dei Casalesi, cosi’ come quello delle altre cosche presenti nel Casertano, come i Belforte e i Piccolo, o nel Beneventano, e’ il caso dei Pagnozzi, ma l’organizzazione che piu’ di tutte ha monopolizzato i business illeciti nel territorio campano, oggi ha completato la sua metamorfosi in camorra economica, secondo quello che viene definito il “teorema Zagaria”, dal nome del boss dei Casalesi che piu’ di ogni altro ha incarnato l’anima imprenditoriale e affaristica del clan. La fotografia delle organizzazioni criminali che si spartiscono Terra di Lavoro e parte del Sannio e’ contenuta nella annuale relazione della Dna, che bolla la “quiete apparente” caratterizzata nell’ultimo anno dall’assenza di omicidi di camorra specie nel Casertano, piu’ che all’azione repressiva dello Stato, ad una consapevole “scelta strategica di lungo respiro, tesa a governare, in modo diverso, ma (sempre) intenso e profondo, il territorio”. CASERTA, dunque, spiegano gli esperti della Direzione Nazionale Antimafia, non e’ improvvisamente diventata come Bolzano, dove l’assenza di delitti di sangue di matrice mafiosa e’ il segno di un territorio al riparo da certi condizionamenti. E i Casalesi continuano a rappresentare un “unicum” nel panorama campano: “un clan – osserva la relazione – il cui reale baricentro, anche durante i periodi durante i quali erano in corso feroci regolamenti di conti sia interni che verso l’esterno, e’ rappresentato non tanto dalla costellazione dai gruppi di fuoco del sodalizio, ma da una confederazione di imprese edili, commerciali, o, comunque, operanti nel settore terziario, sostenute dai capitali e dalla forza d’intimidazione mafiosa”. Una camorra in “doppiopetto” dunque, fatta da “imprenditori-camorristi” che in virtu’ di storici rapporti di vicinanza e di affari con i boss oggi detenuti, sono divenuti i reali capi del sodalizio; una camorra che si muove sotto traccia, che preferisce corrompere i pubblici ufficiali piu’ che intimidirli, che ricorre alla violenza come extrema ratio, lontana da quella classica della lupara o del kalashnikov, che neanche gli arresti di boss e gregari sembrano scalfire piu’ di tanto; “specie a livello di manovalanza – riporta la relazione – il clan casalese e’ stato in grado di rimpiazzare con nuove leve gli affiliati detenuti. Allo stato, sotto un profilo numerico, le associazioni di tipo mafioso operanti nel Casertano e in parte del Sannio possono contare su di un numero di affiliati attivi sul territorio sicuramente inferiore rispetto agli anni 80/90, ma di tutto rispetto e, comunque, stabile rispetto ad un recente passato”. Ma c’e’ di piu’: i Casalesi, non solo “sono pienamente in grado di curare il loro core business, cioe’ gli affari nei settori economici degli appalti, dei pubblici servizi, con particolare predilezione al ciclo integrato dei rifiuti; affari, questi ultimi, sempre piu’ agevolati da collegamenti stretti con la politica e l’imprenditoria”. Si sono anche registrati, nell’ultimo periodo, rilevanti progressi nella gestione di ulteriori attivita’ criminali, “come le scommesse on line, business gestito spesso in sinergia con altre organizzazioni di tipo mafioso”. Inoltre i Casalesi, “novita’ assoluta per quanto li riguarda, si sono inseriti direttamente nella gestione di ‘piazze di spaccio’, mutuando un modello organizzativo tipico delle organizzazioni camorriste napoletane”. La relazione della Dna evidenzia anche la presenza di organizzazione criminali straniere, specie sul litorale domitio e nel comune di Castel Volturno, come quella nigeriana degli “Eye”, dei Black Cats e dei Viking, responsabili soprattutto del traffico di droga e del racket della prostituzione.

Per i Comuni a nord di Napoli, come Afragola, Frattaminore, Frattamaggiore, Cardito, Crispano, Casoria, Caivano, la Dna spiega che ancora oggi, dopo trent’anni, le indagini anticamorra continuano ad essere incentrate “sulla ricostruzione dell’intreccio d’interessi, di natura criminale, economica e politica, che ruota intorno alla famiglia Moccia, dalla forte vocazione imprenditoriale”. Altri comuni “osservati speciali” sono Marano e Giugliano: nel primo opera il clan Polverino, il cui core business resta sempre il traffico internazionale di stupefacenti, prevalentemente cannabinoidi di norma importati via mare dal nord-Africa, via Spagna, fino alle nostre coste; un’attivita’ i cui enormi proventi vengono riciclati nel settore edile. A Giugliano sono presenti da decenni i Mallardo, bravi a tessere alleanze, come quelle con i clan napoletani dei Contini e dei Licciardi o con la famiglia Bidognetti del clan dei Casalesi; ma a differenza di quest’ultimi, nel clan Mallardo i collaboratori di giustizia si contano sulla punta delle dita. La cosca inoltre ha riciclato parte dei guadagni fuori Regione, in particolare nel Basso Lazio. Nel Sannio infine, continua ad essere operitivi i clan Sperandeo, presente nella citta’ di Benevento, e i Pagnozzi di Montesarchio che controllano la Valle Caudina. Sulla famiglia Sperandeo, i cui esponenti non sono stati ancora raggiunti da sentenze definitive per associazione camorristica, la Dna richiede la necessita’ di ulteriori indagini; dei Pagnozzi si segnala l’estrema pericolosita’ e la capacita’ di espandersi anche in altri territori, come la provincia di Roma, dove il clan ha stretto un’alleanza con i Senese, che controllano Ostia.22/06/2017

fonte:http://www.casertace.net

Le imprese confiscate alla mafia,un patrimonio di oltre 20 miliardi

DA “ IL SOLE 24 ORE “ 
Le imprese sequestrate alla mafia valgono 21,7 miliardi
di Andrea Marini 

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Le imprese sequestrate alle organizzazioni criminali nei registri delle Camere di Commercio sono 17.838, con un totale di quasi 250mila addetti e un valore di 21,7 miliardi. Le cifre, presenti nella banca dati di InfoCamere, sono stati illustrati oggi dal direttore generale, Paolo Ghezzi, al convegn…

Le imprese sequestrate alle organizzazioni criminali nei registri delle Camere di Commercio sono 17.838, con un totale di quasi 250mila addetti e un valore di 21,7 miliardi. Le cifre, presenti nella banca dati di InfoCamere, sono stati illustrati oggi dal direttore generale, Paolo Ghezzi, al convegno «Beni sequestrati alle organizzazioni criminali: quanti sono, dove sono», organizzato da EY. Un a fotografia che fa il paio con l’incremento esponenziale generale, nel biennio 2015-2016, delle attività di sequestro: ben 2.829 i beni immobili confiscati e destinati dall’Agenzia nazionale (in pratica lo stesso valore ottenuto in tutto il periodo 2009-2014) e 280 le aziende confiscate e destinate dall’Agenzia. 

Dal Sud il fenomeno si espande al Nord
Le aziende attive sono 10.329, ossia il 57,9%, mentre il 13,7% hanno ormai dismesso ogni attività e oltre il 28% si avviano al fallimento. Le oltre 10mila aziende ancora attive danno lavoro a 200mila persone e hanno un valore di 21 miliardi. Per quanto riguarda la distribuzione geografica, La Campania ha il 18% delle imprese sequestrate attive, circa 3mila, altrettante si trovano nel Lazio; 2.600 sono in Sicilia e 2.500 in Lombardia. Il 57,9% delle imprese sequestrate è in attività, il 28,2% è con procedure concorsuali (cioè verso il dissesto economico), il 13,7% è inattivo e lo 0,2% è sospeso. Quasi tre su quattro sono società di capitali, il 12,3% società di persone e il 10,8% imprese individuali.

I settori: non solo costruzioni e commercio 
Se si guarda ai settori, le imprese sequestrate per il 19,2% appartengono al commercio, mentre per il 15,3% alle costruzioni. Ma ormai la pervasività del fenomeno malavitoso ha intaccato anche altri comparti: il 9,7% riguarda le attività immobiliari, il 9,3% le attività manifatturiere. Comparti, questi ultimi, che hanno superato i tradizionali servizi di alloggio e ristorazione (7,1%). Secondo Sauro Mocetti, della divisione economia e diritto di Banca d’Italia, a livello nazionale il valore economico dei traffici criminali si attesta sull’1% del Pil. Su regioni come Basilicata e Puglia la presenza mafiosa si stima abbia comportato una caduta del pil pro-capite del 15%: le infiltrazioni mafiose scoraggiano gli investimenti privati e hanno effetto distorsivo sulla concorrenza e sugli investimenti pubblici. 

Morcone: più rapidità nell’assegnazione dei beni
«Rendere più facile la strada dell’assegnazione dei beni, anche immobili» e «non arrivare alla confisca definitiva quando le attività produttive sono ormai moribonde»: questo l’obiettivo, ha spiegato il capo di Gabinetto del Viminale, il prefetto Mario Morcone, del disegno di legge sul riutilizzo dei beni confiscati alle mafie sul quale «il ministero e il ministro Minniti sono molto impegnati, in discussione al Senato. Governo e parlamento sostengano con forza e coraggio politico l’attività dell’Agenzia per i beni confiscati. Anche il patrimonio immobiliare va assegnato velocemente, attraverso la vendita. Un passo avanti importanti sarebbe l’assegnazione diretta dei beni immobili da parte dell’Agenzia». 

Il nodo dei dipendenti delle aziende confiscate
Per quanto riguarda le attività produttive, «attenzione particolare al tema della forza lavoro: dobbiamo riuscire a trovare percorsi che consentano di dimostrare che l’azienda può continuare a vivere in un regime di legalità», ha detto Morcone. «Il sequestro dei beni – ha aggiunto – non ha solo funzione in chiave di sicurezza ma anche sociale ed economica. Si tratta anche di dare un valore simbolico all’attività di contrasto alle mafie, perché si incrina l’immagine delle famiglie criminali. Quindi l’efficacia delle misure patrimoniali è più grande e profonda delle stesse misure personali. Perché la storia dimostra la capacità di condizionamento anche di chi è detenuto».

22 GIUGNO 2017 

E’ gran parte della politica che E’ serva delle mafie e collusa con queste.

 

L’antimafia accusa la politica: una certa classe dirigente è prona e collusa

Ampie sacche dell’amministrazione hanno abdicato al loro ruolo permettendo la realizzazione di opere pubbliche per interesse personale e non perché utili alla collettività. Il j’accuse della superprocura

DI GIOVANNI TIZIAN

 

L'antimafia accusa la politica: una certa classe dirigente è prona e collusa
Franco Roberti e Rosy Bindi

Una classe dirigente che ha abdicato al proprio ruolo. Spesso corrotta da mammasantissima con profili da manager,  ronti a pagare mazzette pur di ottenere ciò che desiderano. Boss che gestiscono eserciti armati ma anche squadre di broker e di facilitatori vestiti da insospettabili. Intermediari-procacciatori d’affari al soldo delle famiglie criminali, figure centrali nelle mafie-holding moderne. Sono loro, infatti, che aprono le porte dei palazzi del potere, locale e nazionale, dove si decidono le rotte dei finanziamenti europei e di quelli nazionali per realizzare grandi e piccole opere pubbliche. Ma anche riciclaggio di cifre mostruose, narcotraffico internazionale che produce utili a 9 zeri, clan che funzionano da banche parallele e moltissimo altro. È la fotografia, al giugno scorso, delle cosche d’Italia scattata dalla procura nazionale antimafia guidata da Franco Roberti. Un viaggio nella criminalità mafiosa del Paese, dove nonostante centinai di arresti e sequestri per miliardi di euro i padrini continuano a dettare legge. Cosche che non destano allarme sociale, che fanno dell’indifferenza collettiva un arma segreta e della corruzione la moderna lupara. Del resto in questi ultimi anni la lotta alle mafie non si può certo dire che sia stata inserita in cima alle priorità dei governi.

Il Facilitatore
Nel rapporto letto da L’Espresso e presentato dal procuratore nazionale e dal presidente della commissione antimafia, Rosy Bindi, ciò che salta più all’occhio è il j’accuse a una certa classe dirigente, collusa e prona ai voleri dei capi bastone. «Ampie sacche della politica e dell’amministrazione locale hanno abdicato al loro ruolo», si legge nel documento, «non solo non hanno una propria idealità politica, una propria visione della società (che, peraltro, ove sentita in modo coerente, qualunque essa sia, sarebbe già di per sé il migliore antidoto alle collusioni e alle corruzioni) ma non hanno, neppure, una propria idea o strategia sul come investire il denaro pubblico sul territorio al fine di modificare in meglio vita stessa dei cittadini. Il politico locale, non di rado, è un mero gestore di un potere autoreferenziale. E, conseguentemente, si determina ad investire le risorse pubbliche, non sulla base dell’interesse generale, ma sulla base del suo unico parametro, del suo unico interesse: la valutazione di quanto, quell’opera o servizio consente l’autoconservazione di quel potere…E così l’individuazione esatta dell’opera o del servizio che dovrà essere finanziato e poi messo a gara, avviene sulla base delle circostanze più diverse. Ma non in base al criterio del pubblico interesse».

Un’analisi durissima, a cui segue la descrizione della figura fondamentale alla conservazione del potere mafioso: il facilitatore, colui, cioè, che mette in contatto il mafioso con l’entità politica. «Posto che, di norma, non solo l’ente locale ma, neppure, il gruppo mafioso hanno, nel contesto regionale, queste sofisticate conoscenze tecnico-contabili-amministrative unite alla conoscenze politiche giuste. Il facilitatore allora apre la strada. E la contro-partita che richiede la politica per il finanziamento dell’opera e/o del servizio, come emerge dalla concreta esperienza, si atteggia, poi, in modo multiforme. Si passa dalla controprestazione direttamente in denaro, alla richiesta di assunzioni da parte dell’impresa che si aggiudicherà l’opera finanziata, passando per la richiesta di associare all’impresa mafiosa altre imprese di gradimento politico, fino alla richiesta di un impegno per un incondizionato sostegno elettorale. Ed è assolutamente evidente che in quest’ultimo caso sia chiaro che, anche per il politico corrotto, l’impresa rappresentata dal facilitatore sia espressione dell’entità mafiosa».

Ma il ruolo del facilitatore non si esaurisce nel garantire il contatto. Una volta ottenuto il finanziamento il lavoro prosegue. «E così, in primo luogo, viene in rilievo la necessità di bandire la gara per l’opera o il servizio pubblico d’interesse. E non è operazione che viene lasciata al caso, laddove ci troviamo in un ambito d’interesse del crimine organizzato e laddove, l’ente mafioso, si è già speso e ha già investito per riuscire a finanziare l’opera. Bandita la gara, si innesta, a questo punto, l’attività corruttiva-collusiva tesa a fare coincidere il nome del vincitore con quello della ditta del cartello che aveva prima fatto finanziare l’opera e, poi, aveva impostato il bando di gara (al fine di aggiudicarsela). Recenti indagini mostrano, quello che sembra l’uovo di colombo della corruzione, cioè la pianificazione scientifica e preordinata della composizione delle Commissioni di gara, più esattamente la nomina dei diversi componenti eseguita indirettamente, ma non per questo in modo meno puntuale, dal futuro vincitore della gara stessa».

In pratica, denuncia la super procura, si falsano le regole del gioco: il partecipante alla gara sceglie l’arbitro, una nuova tendenza, che l’ufficio guidato da Roberti definisce «il punto di approdo più alto della corruzione intesa quale sistema». E in effetti seguendo uno schema di questo tipo avremmo che la stessa impresa (con facilitatore o meno) ha reperito il finanziamento, ha deciso, quindi, in quale direzione debba muoversi la spesa pubblica, ha pianificato il contenuto del bando di gara, se poi, decide, e nomina, sia pure indirettamente, buona parte dei componenti della Commissione di gara, il cerchio si chiude «con geometrica precisione: non sarà necessario inseguire nessuno e non sarà necessario trattare con nessuno. I giochi saranno chiari dall’inizio. Chi fa parte di quella Commissione sulla base del descritto metodo, sa bene perché e per quale ragione è stato nominato, sa chi deve agevolare e sa anche, grosso modo, quanto ci guadagnerà dall’affare».

Riciclaggio
Il riciclaggio del denaro delle cosche è un reato che non desta particolari timori tra i cittadini e la politica, e, anzi, per alcuni è una risorsa per il territorio. Secondo l’analisi della procura nazionale «è notevolmente aumentata la capacità di tali organizzazioni criminali di produrre ricchezza illecita». Dall’analisi delle segnalazioni sospette, infatti, che riguardano uomini delle organizzazioni mafiose, i magistrati di via Giulia hanno stimato in 60 miliardi di euro le transazioni a rischio riciclaggio. Il dato è significativo perché non è una cifra buttata lì a casaccio, ma è il frutto di uno studio delle movimentazioni di denaro segnalata da Bankitalia agli investigatori antimafia. Per la procura nazionale «le attività e i flussi finanziari illeciti sono talmente compenetrati con attività e fondi di origine lecita da rendere quasi inestricabile la distinzione fra riciclaggio e reati presupposto, fra denaro “sporco” da ripulire e fondi “puliti” che confluiscono verso impieghi criminali». Insomma, distinguere il bianco dal nero è sempre più complicato. Ricchezza lecita e illecita si mischiano, ditrasformando l’economia italiana in una vasta area grigia.

Quei patti con la politica nei piccoli comuni

Quei patti con la politica nei piccoli comuni

Giovedì 22 Giugno 2017

di Francesco Calderoni 

La “scoperta” della ‘Ndrangheta in Lombardia negli ultimi anni ha reso ancora più difficile comprendere la presenza mafiosa al Nord. Una presenza che connette la mafia tradizionalmente ritenuta più arretrata e la regione generalmente valutata più dinamica d’Italia. Per comprendere questa apparente contraddizione è importante analizzare l’interazione tra le mafie e la classe dirigente lombarda. Fatta di politici, amministratori, imprenditori.

In realtà i rapporti della ‘Ndrangheta con la classe dirigente lombarda sono ancora largamente ignoti. Alcuni casi eclatanti hanno (per fortuna) sollevato comprensibili allarmi. Recenti vicende hanno coinvolto avvocati, commercialisti, dirigenti di Asl, politici locali e nazionali. I pochi casi, se confrontati alla popolazione lombarda, impediscono una sintesi della situazione. E la tentazione di trarre analogie da altre regioni, quelle caratterizzate da uno storico radicamento mafioso, può portare fuori strada.

In Lombardia il controllo del territorio è marginale, per ora. Se ne possono scorgere alcuni preoccupanti segnali premonitori. Specialmente in alcuni comuni di piccole e medie dimensioni. Da soli, però, questi segnali non spiegano i rapporti con la classe dirigente.

Gli osservatori più attenti hanno spesso rilevato che in Lombardia alcuni politici, amministratori e imprenditori non sono solo passivamente permeabili alle mafie. Al contrario, cercano attivamente le mafie come partner in grado di offrire vantaggi illeciti: favori, appalti, liquidità, e voti. Queste dinamiche si sono verificate con maggiore frequenza in piccole città dell’hinterland milanese o vicino ai capoluoghi. Perché è in questi contesti in cui la ‘Ndrangheta può massimizzare l’impatto di alcune centinaia di voti, della vicinanza con le stazioni appaltanti, della possibilità di risolvere problemi alle piccole e medie imprese in difficoltà, della prossimità sociale e ambientale con i rappresentanti politici. Questa partnership tra mafie e classe dirigente trova il suo collante nello scarso rispetto delle regole.

La poca trasparenza, la complessità applicativa, le limitate risorse delle amministrazioni pubbliche generano opportunità criminali. E la pericolosa fragilità delle regole in Lombardia si nota con facilità, dai grandi scandali di corruzione, agli interessi intorno alle riqualificazioni urbanistiche, alle difficoltà di mandare avanti una piccola associazione sportiva. Un terreno di coltura per le collaborazioni tra ‘Ndrangheta e classe dirigente.

Perché le mafie più che un cancro, come spesso si dice, sono un parassita. Non uccidono il corpo che le nutre, lo sfruttano. Anche in Lombardia, proprio in Lombardia. Perché la tradizionale spinta produttiva della regione, per superare le difficoltà soprattutto in periodi di crisi, può far chiudere un occhio. Anche due.

Fonte:http://mafie.blogautore.repubblica.it/

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