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Minacce di morte di Riina a Don Ciotti. La solidarietà e la vicinanza più fraterne al coraggioso sacerdote antimafia dell’Associazione Caponnetto

MINACCE DI MORTE A DON CIOTTI DA PARTE DI RIINA. LA PIU’ FATERNA SOLIDARIETA’ E PIU’ VIA VICINANZA DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO AL SACERDOTE ANTIMAFIA
PALERMO – Don Luigi Ciotti, l’instancabile animatore di Libera, come don Pino Puglisi, il parroco ucciso dai boss nel 1993. Per Salvatore Riina non ci sono differenze: “Questo prete è una stampa e una figura che somiglia a padre Puglisi”. E deve fare la stessa fine: “Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo. Salvatore Riina, uscendo, è sempre un pericolo per lui… figlio di puttana”. Il capo di Cosa nostra va su tutte le furie quando sente in tv che la Chiesa vuole rilanciare il messaggio di don Puglisi appena fatto beato. E all’ora d’aria consegna parole durissime al suo compagno di passeggiate, il boss pugliese Alberto Lorusso. Sul prete ucciso e su “quello che gli somiglia tanto”. È il pomeriggio del 14 settembre dell’anno scorso, la vigilia del ventesimo anniversario dell’omicidio di don Pino Puglisi. Le parole pronunciate da Riina mettono subito in allarme gli investigatori della Dia di Palermo, che ascoltano in diretta. Viene avvertita la procura antimafia. E nel giro di poche ore parte una nota riservata al Viminale, per sollecitare nuove misure di sicurezza attorno a don Luigi. Sono giorni convulsi quelli, fra Palermo e Roma. Un altro allarme è già scattato per il pubblico ministero Nino Di Matteo, l’animatore del pool “trattativa”: anche lui Riina vuole uccidere e a Lorusso dà un ordine esplicito, “facciamolo in fretta”. (da “Repubblica”)

Collaboratori e Testimoni di Giustizia dimenticati da questo Stato ingrato. Il governo dica chiaramente se vuole fare o no la lotta alle mafie

COLLABORATORI E TESTIMONI DI GIUSTIZIA VANNO ONORATI ED ADDITATI COME ESEMPIO DI ONESTA’ E DI SENSO CIVICO AL PAESE ED INVECE VENGONO MALTRATTATI ED EMARGINATI.
VIGLIACCHI!!! MAFIOSI!!!

C’è una differenza sostanziale tra Collaboratori e Testimoni di Giustizia. I primi provengono dalle fila delle cosche, i secondi sono vittime o semplici testimoni di ciò che hanno visto e denunciato. Entrambi hanno deciso che occorre aiutare lo Stato a debellare le organizzazioni mafiose e le loro reti di relazioni, dalle contiguità alle complicità. Entrambi rischiano perché le cosche non dimenticano chi tradisce il vincolo associativo, così come non dimenticano chi rompe la cappa di omertà e denuncia… Il valore di chi sceglie di essere collaboratore e di chi si fa testimone, nell’azione di contrasto giudiziario alle organizzazioni mafiose, è quanto mai centrale e determinante. Senza questo contributo che permette la ricerca di informazioni e riscontri e, quindi, delle responsabilità, la lotta alle organizzazioni mafiose, sarebbe quanto mai più complessa e si troverebbe a combatterla con un arma spuntata. Senza le informazioni dall’interno dell’organizzazione mafiosa – che è portata dai collaboratori – l’impenetrabilità del sodalizio sarebbe quasi impossibile da rompere. Senza le denunce delle vittime non ci sono i carnefici da arrestare e perseguire. Se le mafie non dimenticano ed anzi sono solo in attesa di colpire chi tradisce e chi denuncia, lo Stato, con l’attuale organizzazione del sistema di protezione è spesso il vero “latitante”. I limiti del sistema di protezione sono da tempo evidenti ed al contempo ignorati. Si pensi solo che la Commissione Parlamentare Antimafia approvò una Relazione che poneva con chiarezza il problema ma nulla si è poi concretizzato sulla necessità di riforma e riorganizzazione del sistema di protezione. Un documento approvato ad unanimità e dimenticato dall’unanimità, con la relatrice, Angela Napoli, che fu posta ai margini, isolata dalla politica. Nell’ultimo libro di Nicola Gratteri, procuratore aggiunto presso la DDA di Reggio Calabria, e Antonio Nicaso, storico ed esperto della criminalità organizzata, intitolato “Acqua Santissima”, nel capitolo “L’onore e
l’infamia”, leggiamo alcuni passaggi talmente diretti e chiari che possono aprire gli occhi a chi ancora, ottusamente, non capisce o non vuol capire di cosa si sta parlando: Luigi Bonaventura, ex reggente dell’omonimo clan a Crotone, racconta di aver infranto il codice del silenzio per una questione di onore. “Non potevo negare ai miei figli l’opportunità di un futuro migliore. Oggi mi sento più onorato di prima, l’onore di cui mi riempivo la bocca era falso e vacuo. ” Nel 2006, quando decide di saltare il fosso lo confida al padre. “Ci rimase male, prima cercò di dissuadermi, poi, per due volte, di uccidermi. Non poteva tollerare un infame in famiglia, spettava a lui il compito di lavare questa vergogna. La seconda volta, ho risposto al fuoco, ferendolo all’inguine. Così sono riuscito a fuggire e a salvarmi. ” Oggi vive una vita difficile, nonostante sia entrato nel programma di protezione. “Il quel periodo, il prete del mio quartiere venne a trovarmi per la benedizione della casa. Lo faceva ogni anno nel periodo di Pasqua” racconta ancora Bonaventura. “Ne approfittai e gli raccontai ciò che avevo in mente di fare. Anziché incoraggiarmi, mi disse di stare calmo, di riflettere, che la situazione si sarebbe sistemata. Non l’ho più visto. ” Qualche settimana dopo, la moglie di Bonaventura va in parrocchia, ma l’atteggiamento del sacerdote non cambia. “Fu come parlare al muro. ” Bonaventura ora vive in un’altra regione, dove la mentalità non è molto diversa da quella lasciata in Calabria. “Neanche qui ho trovato comprensione, aiuto, sostegno. Ho chiesto al parroco del luogo di poterlo incontrare, l’ho invitato a prendersi un caffè a casa mia, ma non è mai venuto a trovarmi. ”. Succede la stessa cosa anche all’imprenditore Gaetano Saffioti, quando decide di testimoniare contro il clan Gallico di Palmi che da tempo lo taglieggia. Uno dei pochi a scoraggiarlo è il parroco del suo paese. Riferendosi alla decisione di testimoniare contro i miei estorsori, mi disse. Quella cosa ai a vidiri comu u m’aggiusti, cioè devi vedere come risolverla. Ricordo che in chiesa, invitava sempre i fedeli a pregare per i carcerati, mai una una parola di comprensione per chi, come me, aveva deciso di sfidare i boss per poter guardare con fierezza negli occhi i propri figli, per non dover continuare a piegare la testa. Per me è stata una questione d’onore, nel senso di comportamento responsabile, virtuoso. La questione è che se per i mafiosi chi decide di collaborare, così come chi decide di denunciare e testimoniare, sono morti che camminano, in attesa dell’esecuzione, per gran parte della comunità sono come appestati che possono attirare guai se li avvicini, se gli sei vicino. L’indifferenza, questa indifferenza, è complicità. Dobbiamo dirlo chiaramente. E’ esempio sudditanza e resa della comunità alla cultura mafiosa. E’ il non riconoscere una scelta di coraggio, maturata nell’interesse di tutti ed a scapito della propria sicurezza, per timore di compromettersi. Così al sud come al nord… E così mentre i mafiosi continuano a tessere ed ampliare la propria rete di consenso sociale, consolidando relazioni di potere, chi da dentro l’organizzazione mafiose decide di uscirne ed abbracciare lo Stato, come chi vittima decide di denunciare e testimoniare per contribuire ad affermare Giustizia, subisce un isolamento sociale devastante. Non stiamo parlando, attenzione, di “finti” collaboratori. Chi si propone per collaborare e si verifica essere promotore di dichiarazioni false, volte a depistare, prive di qualsivoglia riscontro, non viene nemmeno inserito nel programma di protezione o, nel caso, vi sia stato ammesso in via provvisoria, viene posto fuori e nel caso arrestati. Stiamo parlando di chi decide di abbandonare l’organizzazione mafiosa, in cambio, certo, di sconti di pena, ma conquistandosi una condanna a morte per se e, quando li hanno, anche per i propri familiari. Non stiamo parlando nemmeno di testimoni che si inventano qualcosa pur di denunciare estorsioni o attentati. Prima di tutto, come per i collaboratori, per essere valutati “attendibili”, occorre che a quanto si denuncia e dichiara vi siano dei riscontri. E poi, non secondario, denunciare l’organizzazione mafiosa, verbalizzare accuse precise, fornire gli elementi per i riscontri, ed andare in un aula di Tribunale e confermare, non è una passeggiata. E’ mettere a rischio la propria vita e quella dei propri familiari. In entrambi i casi, forse è elemento che viene ignorato dal comune cittadino, chi compie una di queste scelte, singolarmente o con la propria famiglia, viene catapultato in una località protetta (che spesso non è affatto protetta) ed è costretto a tagliare i ponti con chiunque. Non più un parente, come una madre o un padre; non più gli amici… Ogni affetto deve essere lasciato alle spalle, come se fosse cancellato, inghiottito da un buco nero. Un trauma devastante. Un senso di vuoto assoluto che ti circonda e ti soffoca. Non è una scelta facile, tutt’altro.
Chi denuncia e testimonia in aula non agisce solo per salvaguardare la propria sete di giustizia, ma permette allo Stato di colpire i mafiosi e far sì che non possano minacciare e colpire altri. Chi denuncia e testimonia ha già subito la prepotenza mafiosa e facendo questa scelta impedisce che altri la subiscano. Chi decide di collaborare, portando a conoscenza dei reparti investigativi e dei magistrati, le proprie conoscenze sull’organizzazione mafiosa, sugli affiliati, sulla rete di pofessionisti ed “esterni” che la fiancheggiano, sulle dinamiche come sulle attività e gli affari, sui progetti criminali perseguiti come sulle dinamiche interne, non è solo uno che raccontando ciò che sa ottine uno sconto di pena dallo Stato (ma una condanna a morte dall’organizzazione mafiosa da cui è fuoriuscito), ma permette di fermare omicidi o punire quelli commessi, di contrastare traffici di armi, droga, rifiuti, così come individuare i canali di riciclaggio e le reti di prestanome utilizzati per inquinare l’economia locale, acquisire appalti o proteggere i beni illecitamente accumulati… Permette che si individuino i rapporti con pezzi delle Istituzioni e Pubbliche Amministrazioni che operano nell’interesse delle cosche ed a danno della comunità… Pertette, in sintesi, che sia debellata un’articolazione, più o meno ampia, dell’organizzazione mafiosa evitando che questa persegua nell’affermarsi con danno alla collettività. Questo dobbiamo comprendere una volta per tutte, come presupposto quando parliamo di collaboratori e testimoni di Giustizia. Ma nonostante questo presupposto, insipegabilmente, lo Stato, con le norme vigenti, non aiuta chi compie questa scelta. Non incentiva né chi vuole abbandonare l’organizzazione mafiosa e collaborare con la Giustizia, né chi decide di sottrarsi alla prepotenza mafiosa denunciando e deponendo in dibattimento, diventando Testimone. I limiti di un sistema di protezione che non è in grado di garantire a tutti un’adeguata sicurezza, con ritardi spaventosi per l’attivazione e gli sbandamenti quotidiani a cui vengono sottoposti coloro che, collaboratori e testimoni, in esso vengono inseriti, è intollerabile. E’ improponibile che vi sia una variabile costante, di sicurezza e supporto concreto, a seconda della squadra del “NOP – nucleo operativo protezione” a cui si è affidati. E’ improponibile che, spesso, non vengano posti in sicurezza tutti i soggetti che sono indicati a rischio (inseriti nel “patto con Stato”) e che quindi dovrebbero essere portati in sicurezza unitamente al collaboratore o testimone. E’ inaccettabile che continuino a persistere problemi con le “nuove identità”, con documenti che risultano non regolari, ad esempio, ad un pronto soccorso, mettendo a rischio concreto di vita chi lo Stato dovrebbe proteggere. Senza “nuova identità” si è bersaglio facilmente individuabile, non solo perché le mafie, a partire dalla ‘ndrangheta, ha una rete di presenza ampia anche in quei territori individuati come “sedi protette”, ma anche perché vi sono troppi servitori infedeli dello Stato che dall’interno possono scoprire la località ove è “trasferito” il testimone o il collaboratore con la propria famiglia. I bambini, ad esempio, sono iscritti a scuola, i ragazzi alle superiori come all’università… e se portano dietro il proprio nome e cognome non è difficile per le organizzazioni mafiose individuarli e colpirli. Si continuano a verificare casi assurdi come testimoni di giustizia o collaboratori che finiscono per restare senza una casa perché lo Stato, trascorso qualche tempo, si dimentica di loro. Casi in cui non si vedono garantita un’adeguata protezione per spostamenti a rischio oppure, uno degli ultimi episodi assurdi avvenuti, che finiscano arrestati, come nel caso di Luigi Bonaventura, collaboratore scambiato per latitante. Lo Stato deve tutelare chi sceglie di schierarsi contro le mafie, siano i collaboratori o siano i testimoni di giustizia. Sono strumento essenziale per i reparti investigativi e la magistratura al fine di assestare colpi decisi e netti alle organizzazioni mafiose. Ed anche la comunità dovrebbe dimostrare di esserci. Porsi non soltanto il compito di far sentire riconoscenza a chi ha scelto di schierarsi con lo Stato, denunciando le cosche mafiose ed i loro affari, ma anche il dovere di pretendere che lo Stato garantisca effettiva protezione a collaboratori e testimoni di Giustizia… così come lo stringersi vicino a quanti di loro, con ulteriore rischio per propria esistenza, hanno il coraggio di raccontare la loro storia personale per aprire gli occhi ad una società che ancora si ostina a considerarsi “estranea” al problema. Perché tutto questo, cioè una situazione nota ampiamente, non è all’ordine del giorno della politica? Perché tutto questo non è posto – da nessuno – come priorità nell’azione parlamentare e del Governo? Perché non si vuole riorganizzare questo sistema di protezione che fa acqua e che facendo acqua rischia di essere disincentivo per chi potrebbe decidere di collaborare, denunciare e testimoniare? Sentiamo molte parole in merito alla lotta alle mafie, ma su questo punto, su questo decisivo, determinante e
fondamentale fronte, nessuno osa porre la necessità di una svolta urgente a livello normativo ed organizzativo. Pretendiamolo.

Allarme lanciato dal Giudice Imposimato: il governo annuncia la privatizzazione di centinaia di società pubbliche. Rischio che se ne approprino le mafie

Il giudice Ferdinando Imposimanto lancia l’allarme su Facebook. Matteo Renzi annuncia un altro disastro. Ovvero, la privatizzazione di 7000 società pubbliche. Cosa significa tutto ciò? Le società private che gestiscono soldi dei cittadini hanno provocato un aumento della corruzione e dello sperpero del denaro pubblico. Leggiamo cosa scrive su Facebook Imposimato:

Il presidente Renzi annunzia un altro disastro: 7000 società pubbliche saranno privatizzate. Le società pubbliche divenute private gestiscono danaro dei cittadini senza controllo della Corte dei conti; hanno provocato un aumento della corruzione e dello sperpero del denaro pubblico e assunzioni clientelari a scapito dei giovani meritevoli. Le opere TAV, Mose e Autostrade costano sei volte più del costo neormale. No alle società partecipate. Si alla riduzione congrua dei privilegi di Camera, Senato, Quirinale, Regioni.

Roma, allarme rosso sicurezza. Criminalità scatenata: quattro omicidi in 5 giorni

È cominciato tutto domenica mattina, nel modo più orribile. Quando il 35enne Federico Leonelli ha ucciso e poi decapitato la domestica ucraina Oxana Martseniuk, di 38 anni, in una villa di via Birmania, all’Eur, prima di essere ucciso a sua volta con un colpo al torace dagli agenti che sono intervenuti. Una storia fra le più atroci che abbiano sconvolto la capitale negli ultimi anni. Eppure, la mattanza di domenica era solo l’inizio. Mercoledì 27 agosto, ore 21 circa. Il 40enne Pietro Pace, romano incensurato, sta transitando con la sua auto, una Golf blu, in via Gasperina, fra via Anagnina e via Tuscolana, all’estrema periferia sud-est della capitale. Viene affiancato da uno scooter con due persone a bordo, che da distanza ravvicinata aprono il fuoco. È un’esecuzione a tutti gli effetti: Pace viene raggiunto da diversi colpi di pistola e muore lì, al volante della sua automobile. Giovedì 28 agosto, mattina. Il cadavere del cittadino romeno Andrei Gabriel Kondratovici, di 26 anni, viene ritrovato all’interno del cassone di un furgone in via dei Coribanti, una traversa di via di Torrenova. Sul corpo aveva delle ferite di armi da taglio. Forse fuggiva dal suoi (o dai suoi assassini), e ha trovato rifugio in quel camion, che poi è stato anche il luogo della sua morte. Giovedì 28 agosto, sera. Un uomo di circa 40 anni, forse uno straniero senza fissa dimora, viene trovato morto in una casa cantoniera abbandonata alle spalle di Parco Leonardo a Fiumicino. Sul corpo ha diversi ematomi. Non è escluso che sia stato picchiato durante una lite. Cinque giorni, quattro omicidi, tre dei quali senza colpevole. L’estate romana si chiude così, con una settimana di sangue che fa immediatamente ripiombare la capitale nei suoi problemi più sentiti e più irrisolti, com’è appunto quello della sicurezza. Una vera e propria emergenza che dura ormai da troppo tempo e che non accenna a passare. Quattro omicidi in cinque giorni. Ammesso, e purtroppo non concesso, che questa settimana sia finita qui.

(Tratto da Il Messaggero)

VERGOGNA, VERGOGNA, VERGOGNA!!!

Voto di scambio, Cassazione: “Più difficile da dimostrare”. Nuova legge non funziona

I giudici hanno disposto un nuovo processo di appello per Antonio Antinoro (ex Udc), accusato di aver stretto un accordo elettorale con un clan palermitano. La recente riformulazione del 416ter ha esteso l’ambito di applicazione, prevedendo oltre al denaro anche “altre utilità” come contropartita per il procacciamento di voti, ma ha pure concesso un favore all’imputato prevedendo espressamente che i voti vengano procurati con “modalità mafiose”.

Giuseppe Lo Bianco

http://www.ilfattoquotidiano.it/giustizia-impunita/

Le discoteche di Fondi

“Gomorra party”: dalla serie tv alle discoteche di Fondi
di Andrea Palladino
Sguardi assenti, moto che sfrecciano. Pupille dilatate. Il volto del boss di seconda generazione, Genny Savastano. Taglio. Un cameriere serve i tavoli in un locale di Fondi. Trentamila anime, sud pontino, terra dove Gomorra si è radicata per davvero. “Provincia di Casal di Principe”, per Carmine Schiavone. Taglio, secco. Grafica: “Gomorra party”, 25 luglio, siete tutti invitati. Serata a tema, per ballare fino a notte tarda, sfoggiando le prime abbronzature, gli occhiali a specchio, i tatuaggi mostrati in spiaggia, le labbra gonfiate per i selfie estivi. Il serial di Sky fa tendenza, eccome. Lo sguardo da duro diventa moda, atteggiamento. Non a Casal di principe, ma nel sud pontino, dove le famiglie di ‘ndrangheta apparecchiavano la tavola con le posate d’oro quando salivano i camorristi a stringere accordi. Fondi sembra aver dimenticato le parole durissime che gli ufficiali della Commissione di accesso (era il 2009) avevano scritto sulla relazione firmata dal prefetto coraggioso Bruno Frattasi. Un crocevia delle organizzazioni mafiose, ma anche il terreno, fertilissimo, dove crescono i piccoli boss locali, lo snodo che porta dritti verso la capitale.

Se i simboli hanno valore, a Fondi li trovi tutti. Mentre nelle discoteche si gioca a scimmiottare Genny Savastano, qualcuno preparava il grande botto, con un carico di chilo di tritolo da far esplodere a pochi passi dal centro storico. Abbronzature e polvere da sparo, neomelodici e micce accese. “Gomorra party” ha allietato la notte del 25 luglio scorso in uno dei tanti locali della movida, aperto da circa un anno. Sulle locandine – ancora oggi disponibili su Facebook – gli organizzatori assicuravano la presenza dell’attore Salvatore Esposito, divenuto celebre per la sua interpretazione di Genny Savastano, il giovane boss della serie “Gomorra”. Il video e il materiale promozionale ammiccano, richiamano, usano le facce dei duri casalesi per sedurre. Sguardi senza pietà. E, sullo sfondo, la polverosa scritta Gomorra. Il videoclip (disponibile qui) mette insieme brani del serial con l’annuncio dell’evento “esclusiva” e alcune scene filmate in un party, lasciando poco spazio alla fantasia. Incoscienza? Leggerezza? Forse, ma è così che Gomorra – quella vera, quella che uccide, che toglie il respiro e la libertà – ha sedotto per decenni. E’ il modello casalese, senza ritorno.

 

Andrea Palladino, giornalista freelance e documentarista, collabora con L’Espresso e Il Fatto Quotidiano. Ha realizzato inchieste e reportage per Il Manifesto ed è stato cronista per Il Messaggero. Ha pubblicato Trafficanti. Sulle piste di armi, veleni e rifiuti (Laterza, 2012). E’ co-fondatore di Toxicleaks. org, piattaforma per aggregare contenuti e data journalism sulle rotte dei veleni: dalle Navi a perdere alla Terra dei fuochi.

Napoli. Camorra scatenata, agguato a Pianura: crivellato di colpi a due passi dal Municipio. Altro giro, altro assassinio. Non se ne può più. Dov’é più lo Stato? Sparito?

Agguato, poco fa, a Pianura. Un uomo, Luigi Mele, è stato ferito a colpi di pistola da due persone. L’uomo è in gravi condizioni all’ospedale San Paolo di Fuorigrotta.

L’agguato è stato messo a segno in una stradina laterale a pochi passi dal municipio di Pianura, davanti a un panificio. Due sicari a volto coperto e a bordo di uno scooter hanno avvicinato l’uomo, che ha 34 anni e dovrebbe essere parente della nota famiglia criminale che a Pianura sta combattendo una sanguinosa faida contro i clan egemoni di un tempo.

Sul posto la Squadra mobile della Questura, che procede nelle indagini. La vittima è stata colpita alle spalle e all’addome.

http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/camorra-pianura-napoli-mele/notizie/869382.shtml

Da “Il Mattino” di Napoli. E’ un’ondata di terrore a Napoli e nel suo hinterland apparentemente incontenibile.

Arrestati i boss è guerra nelle seconde file per assumere il comando dei clan e per confermare ed ampliare il dominio sui rispettivi territori. Quello che sconcerta è il fatto che non si riesca a prevenire questi fatti di violenza e di sangue. Dov’é l’intelligence? La Prefettura tace e sembra non dare segnali di vita, il Ministro dell’Interno latita ed è come se non esistesse insieme a V. Ministro e Sottosegretari.
Ed intanto i napoletani onesti vivono nel terrore. Una situazione non più tollerabile!!!

 

Terrore, un’ora fa, nelle strade del Rione Materdei. Almeno 16 uomini armati, tutti a bordo di potenti moto, hanno imperversato per le vie del quartiere minacciando la gente che si trovava in strada.

Un vero e proprio raid di camorra. Un’azione dimostrativa che – pur non avendo fatto fortunatamente registrare sparatorie e tantomeno feriti – ha destato sconcerto e panico tra la gente del quartiere. Il fatto, sul quale sono adesso in corso indagini da parte della polizia, sarebbe da inquadrare nella faida in corso alla Sanità tra i «Mianesi», gli ex affiliati al clan Lo Russo, e i Savarese, ex affiliati al clan Misso.

Da tre giorni si susseguono brutti segnali nella zona compresa tra la Sanità, Capodimonte e Materdei. Si apprende adesso che tra martedì e giovedì sono stati esplosi colpi di pistola contro la saracinesca di un barbiere a Materdei, in via Bartolomeo Caracciolo.

Sempre l’altroieri sera, a Materdei, sono stati esplosi colpi di mitraglietta contro un Internet Point di salita due Porte alla Salute, al confine con piazza Canneto.

http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/napoli-camorra-materdei-raid/notizie/869323.shtml

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Leggi l’articolo de La Stampa

Nella Capitale criminalità scatenata

E’ accaduto in zona Anagnina

Agguato a Roma, uomo ucciso a colpi di pistola

La vittima era a bordo di un’auto. A sparare due uomini da una moto. Dalle modalità dell’esecuzione l’ipotesi più accreditata sembra essere quella di un regolamento di conti maturata in ambienti legati alla criminalità organizzata

Un agguato in piena regola alla periferia sud-est della capitale. Due uomini a bordo di una moto hanno affiancato l’auto della vittima e hanno aperto il fuoco. Almeno sei i colpi di pistola esplosi a distanza ravvicinata contro l’uomo. Tre proiettili lo avrebbero raggiunto alla testa e ucciso. L’omicidio è avvenuto dopo le 21 di ieri sera in via Gasperina, in zona Anagnina. A dare l’allarme un residente.

L’uomo è stato trovato accasciato all’interno della vettura, ferma sul ciglio della strada con i fari ancora accesi. Inutili i soccorsi: per lui non c’era più niente da fare. Sul posto sono intervenute le volanti della Questura di Roma, la polizia scientifica e gli investigatori della Squadra Mobile.

Dalle modalità dell’esecuzione l’ipotesi più accreditata sembra essere quella di un regolamento di conti maturato in ambienti legati alla criminalità organizzata. La vittima però non è stata ancora identificata perché non aveva con sé i documenti e dai primi riscontri emergerebbe che l’auto è di proprietà di un romano di 40 anni incensurato.

E intanto è scattata la caccia ai due killer, vestiti di scuro e con il volto coperto da caschi. Gli investigatori stanno raccogliendo varie testimonianze per far luce sull’accaduto. Qualcuno avrebbe visto i due killer sulla moto dire qualcosa alla vittima che, dopo aver tentato di scappare in auto, sarebbe stata raggiunta dai colpi. Ancora da accertare se abbia sparato un’unica pistola o due. Elementi utili alle indagini potrebbero arrivare anche dalle immagini registrate delle telecamere di videosorveglianza degli esercizi commerciali della zona che potrebbero aver ripreso gli assassini durante la fuga.

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/roma-uomo-ucciso-a-colpi-di-pistola-423c1a5f-671a-4475-8468-265c5795f7a1.html

Quegli strani privilegi dei prefetti non sfiorati dalla spending review

Un prefetto è per sempre: la casta in crescita che beffa la spending review. Il governo taglia 24mila posti pubblici, ma apre il concorso per 30 futuri dirigenti del Viminale. Oggi sono 1.400, anche se i loro compiti sono sempre più ridotti. E una volta “investiti” sono inamovibili. Il pressing per sopravvivere al taglio delle Province. Stipendi e pensioni d’oro, e trattamento a 4 stelle

Un prefetto è per sempre. E allora, sotto con altri trenta. Il governo mette alla porta 24mila dipendenti pubblici e la lascia aperta per pochi, costosissimi, dirigenti del Viminale. In Gazzetta Ufficiale spunta un bando di concorso per 30 posti per “l’accesso alla qualifica iniziale della carriera prefettizia”, uno schiaffo alla spending review e al fantomatico piano per la riduzione delle province. Lì si licenzia, qui si assume. Un privilegio concesso ai rappresentanti di una casta di Stato rimasta nell’ombra e resistente a tutto, anche alla scure dei tecnici. Intoccabili, ben pagati e spesso impuniti se condannati e perfino premiati.

Non tutti, certo. Ma i prefetti d’Italia sono un corpo a parte, alta burocrazia che rappresenta il governo sul territorio e per questo tutto può fare e tutto può dire, come il prefetto di Napoli, Andrea De Martino (nella foto), balzato agli onori delle cronache per aver mortificato il prete anti-camorra Don Patriciello, reo di aver chiamato “signora” il prefetto di Caserta. Il boiardo di Stato è andato su tutte le furie, come si vede nel video che ha fatto il giro d’Italia. Il ministro Cancellieri s’è scusato, ma non ha preso provvedimenti e cadranno nel vuoto anche le interrogazioni presentate dai parlamentari Pina Picierno (Pd) e Stefano Pedica (Idv). Perché i prefetti non si toccano, una regola non scritta, ma regolarmente praticata. Retaggio dell’era napoleonica che si perpetua, hanno ormai competenze quasi esclusivamente in materia d’immigrazione e sicurezza, porti d’arma e ricorsi per le multe. E tuttavia in dieci anni il “corpo prefettizio” è calato di sole 198 unità e oggi conta ancora 1.400 dirigenti, tanti che le piante organiche straripano e il rapporto tra dirigenti e dipendenti (1 a 6) è tre volte superiore al resto della pubblica amministrazione, sbilanciato al punto che non è raro imbattersi in dirigenti che dirigono se stessi. Succede davvero, all’Ufficio V Relazioni esterne e comunicazione, dove un viceprefetto ha ottenuto un incarico di capo ufficio di staff, ma lo staff non c’è.

Hanno stipendi generosi che vanno dai 57mila euro del vice prefetto aggiunto ai 151mila del Prefetto, capo di Gabinetto del Ministro, capo dipartimento, per i quali lo Stato spende ogni anno 120 milioni di euro (guarda il documento del ministero dell’Interno sulle retribuzioni prefettizie). Compensi che possono “arrotondare” grazie a doppi e tripli incarichi e funzioni di amministratori straordinari, con relative indennità. Al momento sono 10 quelli a capo di comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, con una retribuzione di posizione di 5.760 euro e un ulteriore compenso a carico degli enti locali parametrato sul 50% di quello del sindaco che sostituiscono. Il tutto mantenendo posizione e stipendio presso il Ministero. Un vero e proprio secondo lavoro, svolto durante l’orario d’ufficio o mentre sono in pensione, contro il quale si è espresso anche il sindacato della categoria Sinpref, chiedendo all’amministrazione di istituire un albo delle gestioni commissariali che assegni questi incarichi in via esclusiva, dando la stura al proliferare dei costi.

Da pensionati prendono l’80% della retribuzione, i prefetti di massimo livello a riposo 6.320 euro. Ma molti non si accontentano e trovano subito un’azienda privata felice di mettere a libro paga ex funzionari pubblici di alto livello (emblematico il caso della “saga dei prefetti” nel gruppo Ligresti, raccontata proprio da Il Fatto Quotidiano). Se proprio non trovano una collocazione finiscono “fuori ruolo” e – tanto per occuparli – viene affidato loro un “incarico di studio” presso un ministero o presso la Presidenza del Consiglio. Sono 24 oggi e dal ministero ricevono 4.855 euro al mese, più eventuale indennità aggiuntiva attribuita dall’amministrazione di destinazione. Anche il premier Monti non ha potuto sottrarsi a questa pratica e ne ha nominati un bel po’, perfino al Ministero per i Beni e le attività culturali o presso il Ministero per gli affari regionali, turismo e sport.

Attraverso quali meccanismi il ceto prefettizio diventa “casta”? Prima di tutto grazie al loro peculiare inquadramento contrattuale. A differenza degli altri dirigenti della pubblica amministrazione (e in compagnia di magistrati, diplomatici e Forze dell’ordine), il rapporto di lavoro dei prefettizi è regolato in regime di diritto pubblico. In pratica realizzano una sintesi perfetta tra la certezza dell’impiegato statale e i privilegi economico-contrattuali del dirigente privato. Non timbrano il cartellino, ma hanno i buoni pasto. Sono illicenziabili e irremovibili, anche quando si rivelano inidonei o vengono condannati per reati gravissimi. Chiedergli di rinunciare a qualcosa, a quanto pare, è impossibile. Un affronto, lesa maestà. Lo sa bene l’ex ministro Roberto Maroni. Due anni fa accennò a possibili tagli e in un baleno oltre 100 prefetti da tutta Italia si materializzarono al Teatro Capranica a Roma minacciando il primo sciopero della categoria. Non era mai successo, in oltre 200 anni di storia, che i rappresentanti dello Stato sul territorio si incontrassero in un’assemblea così numerosa. Alla fine Gianni Letta se ne fece portavoce in Consiglio dei Ministri. E i tagli svanirono.

Oggi la storia rischia di ripetersi perché quelli previsti dalla spending per tutti i dipendenti pubblici (10% della spesa per il personale e 20% dei dirigenti) sono stati eccezionalmente sospesi in attesa del riordino delle province che avverrà solo dopo il 30 aprile 2013. E a Roma sono già in corso grandi manovre per non far saltare le prefetture orfane, ma sostituirle con “presidi territoriali”, quasi un cambio di nome. Al Viminale in questi giorni è un via vai di prefetti che fanno la spola da tutta Italia per perorare la loro sopravvivenza mentre il presidente del sindacato Claudio Palomba avverte circa il rischio di “sguarnire il territorio e lasciare intonsa la struttura centrale, dove c’è tanto da tagliare”. Comunque sia, il rischio che non se ne faccia niente è forte.

La malcelata superiorità della casta prefettizia deriva anche da una carriera che inizia per meriti e spesso progredisce per referenza politica. Entrano nella categoria per concorso (art.4 D. Lgs. n.139/2000) e sono subito “consiglieri” a 2mila euro netti di stipendio, fanno due anni di scuola superiore a Roma (con vitto e alloggio pagati in una struttura a quattro stelle sulla Veientana dotata di palestra, piscina, eliporto e campi da tennis) e vengono immessi in ruolo come dirigenti. Saranno poi le frequentazioni istituzionali e politiche ad aprire ad alcuni il soglio prefettizio: il ministro li propone, il Presidente del consiglio li nomina. Dal giorno dopo, saranno a tutti gli effetti degli “intoccabili”. Le cronache abbondano di esempi. L’ultimo, la reprimenda del Prefetto di Napoli, è il simbolo di un’arroganza ostentata. Ma ce ne sono di molto più gravi che non fanno notizia o vengono passati sotto silenzio. Ci sono prefetti che i magistrati condannano per reati gravissimi e che i governanti coprono regolarmente, spostandoli di ruolo o destinazione, in alcuni casi addirittura premiandoli. Intoccabili.

Thomas Mackinson – Il Fatto Quotidiano – 5 novembre 2012

La casta dei prefetti: mai rimossi, sempre promossi. Anche dopo gli scandali

De Gennaro assurto al governo nonostante il G8. Ubaldi reclutato al ministero dell’Interno dopo una condanna per peculato. Gallitto a presiedere i “Cavalieri” dopo tanti guai giudiziari. Gli alti dirigenti non pagano mai, tranne quando si scontrano coi politici. Come Carlo Mosca, troppo “morbido” coi rom, e Fulvio Sodano, che a Trapani si è permesso di denunciare collusioni mafiose.

E’ assurto, suo malgrado, a emblema dell’intoccabilità prefettizia l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, già prefetto. Un anno fa veniva assolto in Cassazione dall’accusa di istigazione alla falsa testimonianza, ma il suo nome resta indelebilmente legato ai drammatici ai fatti del G8 di Genova. E tuttavia il governo lo ha nominato sottosegretario di Stato, per di più delegandolo alla sicurezza della Repubblica.

Sparsi per l’Italia ci sono tanti altri episodi che, in sedicesimo, raccontano dell’impunità prefettizia. Il più recente è quello dell’ex prefetto di Verbania Riccardo Ubaldi che nel 2009 ha pensato bene di farsi scarrozzare con l’auto blu e due agenti armati al mare. Non proprio dietro casa, ma a Positano, a 929 chilometri di distanza. Il procuratore capo Giulia Perrotti gli contesta anche tre viaggi a Roma in giorni in cui era in ferie. Ubaldi viene condannato per peculato a sette mesi di reclusione, pena sospesa e beneficio della non menzione della condanna (ancora non definitiva). Ma dov’è Ubaldi a fronte di tutto questo? Sbaglia chi si immagina che l’abbiano trasferito nell’ultima provincia d’Italia o in un ufficio a timbrare visti. E’ stato trasferito dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni al Viminale, all’ufficio affari legislativi e relazioni parlamentari, dove oltre allo stipendio percepisce un’indennità di posizione aggiuntiva. Dal primo novembre sarà trasferito agli Affari Interni e territoriali e con la qualifica, niente meno, di vice capo Dipartimento. Insomma, condannato, protetto e premiato due volte. Un prefetto, è per sempre.

Vincenzo Gallitto. Digitando questo nome su Google saltano fuori una serie di articoli che raccontano le plurime condanne dell’ex prefetto di Livorno, concorso in corruzione in atti giudiziari per gli abusi edilizi sull’Isola d’Elba, peculato per aver portato la moglie a Montecatini Terme sulla solita auto blu. Nel 2003 la Corte dei Conti lo interdice dai pubblici uffici, ma Gallitto non demorde. Per tutti, del resto, è sempre il “signor prefetto”. E infatti lo ritroviamo quest’anno a benedire, in qualità di presidente onorario della sezione perugina, il convegno dell’Unci Cavalieri d’Italia, associazione nata per riunire cavalieri del lavoro, grand’ufficiali, commendatori e “tutti coloro che sono insigniti di onorificenze cavalleresche al fine di mantenere alto il sentimento per il riarmo morale, di tutelare il diritto e il rispetto delle istituzioni cavalleresche e di rendere gli insigniti esempio di probità e correttezza civile e morale”. Appunto.
Ma i requisiti di moralità dei prefetti, chi li verifica? Dopo la vicenda di Napoli, assurta a emblema dell’arroganza della casta prefettizia, vale solo la pena ricordare che De Martino ha preso il posto di Carlo Ferrigno, ex commissario nazionale antiracket che ha patteggiato 3 anni e 4 mesi per millantato credito e prostituzione minorile. Ferrigno chiedeva (e otteneva) prestazioni sessuali da ragazze, tra cui una minorenne, in cambio di permessi facili e posti di lavoro. Come se non bastasse, il suo nome compare anche nell’inchiesta sul caso Ruby e le bollenti serate di Arcore. A Milano il dominus prefettizio è Gian Valerio Lombardi. Il suo nome compare regolarmente nelle cronache cittadine e non sempre per meriti: l’ultima volta nell’inchiesta sulle tangenti per le Case vacanza del Comune. Lombardi, secondo i pm di Milano, era parte dello schema della “cerchia” che dispensava e consumava favori, tanto che il figlio poteva godere di un appartamento in centro a prezzi stracciati gentilmente messo a disposizione dall’Istituto dei Ciechi.
Lombardi si attiva anche per piazzare persone e favori, forte dei rapporti politici derivanti dal suo ruolo istituzionale (non a caso il suo nome era già comparso nel Ruby-gate). Dopo aver parcheggiato in uno spazio riservato ai disabili, Lombardi pensa bene di fare ricorso a se stesso (guarda il documento) per annullare un verbale da 78 euro. Per una vicenda simile il vice prefetto di Torino Roberto Rosio è stato indagato per abuso di atti d’ufficio. L’alta burocrazia di Stato è così alta che fa spesso storia a sé.
Ma non sono tutti così, i prefetti d’Italia. Tanti hanno lasciato segni importanti nelle comunità in cui hanno operato, altri hanno pagato un prezzo altissimo per la loro resistenza alle interferenze della politica. Tre esempi, tre epiche battaglie. Nel 2009 a Venezia il prefetto Michele Lepri Gallerano finisce nel mirino della Lega perché ritenuto troppo morbido con i rom. La sua colpa? Non aver impedito il trasloco della comunità dei sinti di via Vallenari nel nuovo villaggio nella notte del 24 e 25 novembre. Il Ministro Maroni non la prende bene e lo rimuove un mese dopo. Per punizione, in accezione leghista, andrà a occuparsi della Sicilia.

Stesso destino per il prefetto di Roma Carlo Mosca destituito nel 2008 perché si era rifiutato di schedare i minori della comunità rom di Roma. Il terzo è un esempio di fermezza contro la collusione tra criminalità e politica. Fulvio Sodano, prefetto di Trapani, fu cacciato dal governo Berlusconi nel 2003 perché, nel denunciare collusioni e mala gestione dei beni confiscati alla mafia, incappò nelle ire del senatore Pdl Tonino D’Alì, allora indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Il tutto fu raccontato in una memorabile puntata di Annozero del 2006 e il senatore citò tutti in giudizio, compreso l’ex prefetto. Il tempo ha dato torto a lui e ragione agli altri. E anche se fiaccato dalla Sla, Sodano è rimasto il simbolo di un certo modo di essere prefetto. Un signor prefetto.

Collaboratori di giustizia: toccato il fondo si inizia a scavare

Luigi Bonaventura: “Se lo Stato non vuole più pentiti lo dica chiaramente”

Luigi Bonaventura è un ex boss della ‘Ndrangheta che nel 2007 ha decido di cambiare vita: si è pentito e ha iniziato a collaborare con la giustizia, oltre 11 procure compresa una straniera. Già la moglie aveva denunciato la grave situazione in cui sono costretti a vivere insieme ai loro figli da quando sono entrati nel programma di protezione, ma purtroppo in Italia una volta toccato il fondo si inizia a scavare.

Informazione e mafie. Un “cono d’ombra” nel sud pontino. Quali le cause e quali gli obiettivi?

LE MAFIE E LA CARENZA DI UN ‘INFORMAZIONE
ADEGUATA IN PROVINCIA DI LATINA…
“UN CONO D’ OMBRA”, LA DEFINISCE GRAZIELLA DI
MAMBRO, L’ACUTA VICE DIRETTRICE DEL
“QUOTIDIANO DI LATINA”, L’AVANZATA… VOLUTA
DELLA LINEA DELLA PALMA LA
DEFINIAMO, INVECE, NOI…
Graziella Di Mambro ha posto acutamente il problema e noi gliene
siamo grati.
Ella ha parlato dei “silenzi “che caratterizzano tutto il fenomeno
del radicamento mafioso nel basso Lazio e, in particolare, in
provincia di Latina.
Ne stiamo parlando da anni e dobbiamo dare atto, per onest
intellettuale, che solo nei giornalisti dell’ex “Latina Oggi” -
l’attuale Quotidiano di Latina”, il giornale appunto di Sandro
Panigutti e di Graziella Di Mambro – abbiamo trovato quelle
completezza e correttezza dell’informazione in materia che
dovrebbero, invece, rappresentare il distintivo di ogni organo di
stampa serio.
Concordiamo con Graziella quando ella parla di un “cono
d’ombra” che tende ad oscurare tutte le notizie che riguardano la
presenza e le attività mafiose in provincia di Latina, quando, al
contrario, ci si comporta diversamente con altre aree geografiche.
La questione non è nuova e non riguarda solamente il mondo
dell’informazione in quanto, purtroppo, essa investe anche settori
importanti, oltre che della politica, soprattutto delle istituzioni
locali.
C’è una specificità tutta pontina che caratterizza quell’area rispetto
alle restanti laziali, compreso il frosinate, anche per quanto attiene
alla qualità degli apparati dello Stato.
Escludendo Roma – dove, essendo la Capitale, si concentra tutto il
fior fiore dell’intelligence, – in tutte le altre province non abbiamo
rilevato che raramente quelle criticità, quelle carenze così vistose e
quasi sistematiche che si lamentano in provincia di Latina, quasi ad
indicare una volontà di dirottare altrove tutte le professionalità ed
esperienze che sarebbero necessarie, diremmo vitali, in un
territorio di camorra e ‘ndrangheta qual’è appunto la provincia di
pontina.
Tolta la breve parentesi della gestione Frattasi, in provincia di
Latina, ad esempio, non si sono mai avuti altri Prefetti che abbiano
brillato sul piano dell’azione di contrasto delle mafie.
Nè nel passato remoto ci sono state presenze di investigatori del
livello, come a Frosinone, dei Colonnelli Salato e Piccinini della
Guardia di Finanza o di un Menga dei Carabinieri.
Per non parlare della vecchia Procura della Repubblica dalla quale
si attendeva un’attenzione particolare al fenomeno dell’invasione
mafiosa, attenzione che, purtroppo, è mancata ed oggi i cittadini
pontini scontano le conseguenze.
Solo imperizia, quindi, o un disegno di menti raffinate che hanno
messo sù un impianto inadeguato e tale da consentire l’”avanzata
della palma” di cui parlavamo all’inizio?
Francamente non sappiamo rispondere e vorremmo tanto che
qualcuno ci aiutasse a capire, ammesso che ci sia la volontà.
Da giovani ed in un ambito esclusivamente politico, diverso
quindi da quello attuale, chi scrive tentò di darsi una risposta di
fronte ad un processo di” meridionalizzazione” che le classi
dirigenti già allora stavano portando avanti per quanto riguardava
il futuro del territorio pontino.
E, forse, la risposta giusta era proprio quella e, cioé, che un gruppo
grigio di poteri vari, alleati fra di essi, stava lavorando da tempo per
assoggettare l’area pontina – un’area ricca e dalle prospettive
suggestive, ma frammentata e con storie, culture e tradizioni
diverse e, quindi, senza un retroterra culturale e sociale e un
collante tali da costituire un ostacolo al perseguimento di fini
speculativi – ad interessi particolari ed affatto generali.
Era il periodo dei finanziamenti miliardari a pioggia e senza
alcuna programmazione della Cassa per il Mezzogiorno per la
provincia di Latina che già allora era considerata parte del Sud
del Paese.
Il fenomeno va visto ed analizzato in tutta la sua complessità ed
interezza, partendo, peraltro, dalle origini e non guardando ad un
solo aspetto.
I silenzi sull’invasione mafiosa, come la scarsa qualità delle classi
dirigenti e tutti gli altri fenomeni connessi, sono la conseguenza di
imperizia, di acquiescenza ai voleri di alcuni o che altro?

 

Lazio, informazione e mafie: un “cono d’ombra” sulle notizie del sud Pontino

Una sparatoria a Latina non vale quanto una a Roma o Milano. E la camorra che avanza in
tutta la provincia sta nei titoli di coda dei tg nazionali, quando va bene. O nei riassunti dei media nazionali, quando è inevitabile perché viene intercettato un chilo di tritolo destinato a far saltare un’azienda di Fondi…..[continua]
Il Quotidiano, Martedì 26 agosto 2014
Lazio, informazione e mafie: un “cono d’ombra” sulle notizie del sud Pontino
di Graziella Di Mambro
Una sparatoria a Latina non vale quanto una a Roma o Milano. E la camorra che avanza in tutta la provincia sta nei titoli di coda dei tg nazionali, quando va bene. O nei riassunti dei media nazionali, quando è inevitabile perché viene intercettato un chilo di tritolo destinato a far saltare un’azienda di Fondi. Un cono d’ombra avvolge l’agro pontino, impedisce alle notizie del sud del Lazio di avere diritto di cittadinanza sui mass media nazionali. Gli unici – diciamolo – che possono far cambiare l’attenzione della politica e del Paese verso i territori e accendere i riflettori su emergenze troppo a lungo trascurate. C’è in fondo qualcosa che rende queste notizie prigioniere di stereotipi storici e geografici, ancora oggi che ha mostrato le sue fragilità di ordine pubblico e sociale.
Escalation di violenza che “non fa” notizia. Se nel capoluogo, una città di 120mila abitanti, avvengono tre attentati in 72 ore e questo non “fa notizia” neppure per la Tgr del Lazio, allora c’è qualcosa di più profondo che pone Latina ai margini nonostante la sua storia recente, piena zeppa di prove di un’escalation criminale che non nascondono più neppure i negazionisti più incalliti. Se scrivi Latina, leggi «caso Fondi», al massimo «processo Sfinge», il nomignolo di Rosaria Schiavone che dominava tra Cisterna e Nettuno. E nel frattempo, l’intera rete degli impianti di produzione del fotovoltaico sui Lepini (luogo tranquillo) è stata letteralmente distrutta da tre attentati dolosi in un mese; l’ingresso di Terracina è costellato di immondizia come l’ingresso dell’agro aversano; a Latina si spara in pieno pomeriggio; ad Aprilia si sta costruendo un numero di appartamenti pari al triplo delle necessità reali e nessuno sa da dove arrivano i capitali; a Minturno il Comune non vuole le ville abusive confiscate ad una società che era stata autorizzata dalla stessa amministrazione in carica oggi; a Formia è accertato dalla Procura che un consigliere ha fatto gli interessi della famiglia Bardellino… Si potrebbe continuare all’infinito e non trovare quasi nulla di tutto questo sui media nazionali. E forse è tutta colpa della Storia romantica e suadente che accompagna questa provincia? Per cui chi ne scrive è tutt’ora affascinato e legato all’immagine languida e felice di questa terra? Sabaudia è sempre la spiaggia delle dune frequentata da Alberto Moravia, San Felice sempre il borgo amato da Anna Magnani, Aprilia la terra del kiwi, Terracina il luogo delle vacanze di Aldo Moro e Formia il lungomare dell’esilio di Antonio Gramsci e Ventotene l’isola dove è stata scritta la prima vera carta per l’Europa.
La cartolina sempre uguale a se stessa. Nel 90% dei (pochi) articoli di respiro nazionale dedicati a Latina c’è tutto questo con un riferimento, sempre disponibile, per la «città nera fondata da Mussolini». In questo modo, sarà sempre difficile capire che oltre ai canali realizzati da Benito Mussolini a Latina hanno costruito una discarica di 50 ettari che ha gi
inquinato, è certificato, le falde tra Aprilia e Pontinia. E che a Sabaudia ci sono 19mila abitanti, circa altrettanti turisti nelle seconde case ad agosto e 15mila indiani che vivono in condizioni di semischiavitù per raccogliere le zucchine che vanno sui mercati di mezza europa. E che a Terracina il clan Licciardi si è fatto strada insieme ai Mallardo nel commerci e che, probabilmente, se Aldo Moro andasse ancora lì in vacanza lo denuncerebbe. E che il Mof è della Regione Lazio ma la stessa Regione lo ha lasciato senza i soldi per pagare le ditte di pulizie figurarsi se si può accorgere e andare a denunciare alla tv nazionale che i clan vogliono far saltare in aria le aziende associate con la dinamite. Questo volto della provincia di Latina, così diverso dall’immagine tradizionale ancora coltivata in tanti pezzi, è il grande «buco» dell’informazione nazionale. A pochi passi dalla Capitale, sempre al centro delle cronache di Tg e giornali. Perché non vogliamo vedere e raccontare?

Operazione Ada-6. La marcia su Roma della cosca Iamonte nel mirino tangenziale e linea C della metropolitana – I “ganci” del Pd e dei prefetti

Se avete letto i miei post del 13, 14, 15, 19 e 20 febbraio sapete che – con l’operazione Ada eseguita dal comando provinciale dei Carabinieri, orchestrata e diretta dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri e dal pm Antonio De Bernardo – è stato arrestato il sindaco di Melito Porto Salvo, Gesualdo Costantino, eletto con una lista civica al Comune ma vicepresidente della Provincia di Reggio Calabria in quota Pd dal 2006 al 2011. Il prefetto di Reggio Calabria, Vittorio Piscitelli, lo ha sospeso dalla carica.

Da giorni sto trattando alcuni spunti di particolare interesse di questa operazione. Prima gli appetiti della cosca Iamonte sulla centrale a carbone di Saline Joniche (si veda il post del 13 febbraio), poi il condizionamento del voto degli extracomunitari (si veda il post del 14), il tentativo di porsi al riparo di figure istituzionali del Pd (si veda il post del 15) e di figure istituzionali del Pdl (si veda il post di ieri). Al netto delle eventuali millanterie (le persone chiamate in causa non sono comunque coinvolte nell’indagine giudiziaria e sono dunque estranee ai fatti) resta il fatto che il tentativo di agganciare la politica è una costante per la cosca Iamonte.

Ieri (si veda il post) sono entrato nel dettaglio degli affari economici della cosca in Lombardia e oggi lo farò per la Capitale.

VIVA VIVA IL SUBAPPALTO

L’attività d’indagine della Procura ha permesso di accertare come per eludere i controlli e scacciare ogni sospetto circa il coinvolgimento delle cosche mafiose dai grossi appalti pubblici si faccia sovente ricorso ai sub-appalti: tale circostanza trova conferma da alcune conversazioni telefoniche intercettate tra Giovanni Tripodi, arrestato e secondo l’accusa uomo che non muove foglia che la cosca Iamonte non voglia ed un suo conoscente, incaricato dalla impresa edile Fra.Ve.Sa. (di cui Tripodi è personaggio di punta) di seguire i lavori di movimento terra che la ditta sta svolgendo in subappalto nella capitale.

OCCHI PUNTATI SULLA CAPITALE

La sequenza di conversazioni consente agli inquirenti di appurare come la cosca abbia gli occhi puntati sulle grandi opere pubbliche in corso d’opera nella Capitale e prime tra tutte, i lavori di costruzione della nuova tangenziale di Roma.

Giovanni Tripodi punta sull’appoggio di personaggi politici del panorama nazionale e locale tra i quali figura una persona, di cui ometto nome e cognome perché non indagato, già assessore municipale a Roma e inserito nel direttivo del Partito Democratico di Roma.

Nel corso della conversazione telefonica 3 luglio 2008, alle ore 12.03, Tripodi che, come risulta dall’ubicazione della cella agganciata, si trova a Roma, concorda con il politico romano del Pd d incontrarsi verso le ore 13.30 in via delle Capannelle 142.

Questo ex assessore municipale, scrivono gli inquirenti e sottoscrive il Gip Cinzia Barillà è quindi la persona individuata da Tripodi per mezzo della quale quest’ultimo spera di collaborare nei lavori di costruzione della nuova tangenziale.

Il politico del Pd, si legge nell’ordinanza, si attiva immediatamente per individuare un canale idoneo e utile all’inserimento dell’impresa di Tripodi nei lavori di costruzione della nuova tangenziale di Roma.

In quest’ottica si colloca infatti la conversazione telefonica dell’8 luglio 2008, alle ore 10.52, nel corso della quale Giovanni Tripodi e il politico concordano la data del loro prossimo appuntamento che si terrà presso l’Anas (“…questa settimana…la prossima si…devi salire perchè dobbiamo andare a parlare lì all’Anas….al dipartimento…”) con una terza persona non meglio identificata appartenente all’azienda.

Nel corso della conversazione telefonica dell’11 luglio 2008, alle ore 10.41, il politico riferisce a Tripodi che l’appuntamento è stato stabilito per il mercoledì successivo (16.07.2008).

Dall’intercettazione della conversazione telefonica sempre dell’11 luglio 2008 ma alle ore 11.33, l’accusa evince che il luogo fissato per incontrarsi è viale Bruno Rizzieri 142, presso il quale indirizzo è ubicata la sede dell’Anas, Compartimento viabilità del Lazio. Le raccomandazioni finali che il politico del Pd fa a Tripodi (…portati il biglietto tuo tutto…capito?…della società, di tutte ‘ste cose, capito?…) sono indicative delle motivazioni che sono alla base dell’incontro tra Tripodi, il politico e il dirigente dell’Anas (che, anche in questo caso ribadiamo, è estranea all’indagine). Infatti, mercoledì 16 luglio 2008, come emerge dall’intercettazione della conversazione telefonica delle ore 13.29 Tripodi si presenterà nel luogo fissato per incontrare il politico romano: dalla cella agganciata a Roma in via Via Eudo Giulioli 3, si evince che Tripodi è nelle adiacenze della sede dell’Anas, a pochi isolati di distanza dal ponte ripetitore agganciato.

Anche la mattina del 26 settembre 2008 Tripodi e il politico si recano in via Bruno Rizzieri presso la sede dell’Anas per prendere contatti con un dirigente dell’Anas: nel corso della conversazione ambientale, non essendo riusciti a rintracciare il dirigente, Tripodi confida al politico romano di nutrire ormai ben poche speranze e teme che stiano perdendo solo tempo.

LA MAZZETTA

E’ lo stesso Tripodi che nel corso della conversazione ambientale del 10 ottobre 2008 intercorsa con Natale Iamonte, confida a quest’ultimo di avere chiesto al politico di aiutarlo ad ottenere qualche lavoro. Dall’intercettazione della conversazione ambientale si evince anche che Tripodi è perfettamente consapevole di dover ricompensare il politico con un contributo in denaro (“…diciamo che se lui, voglio dire, riesce a farmi lavorare, a fare qualche cosa, qualche due noccioline le vuole, ah…non è a dire che non le vuole…”).

Do ut des è il motto che ispira il modo di agire del Tripodi – si legge testualmente nell’ordinanza – sicché pur non formulata in via esplicita la richiesta di contropartita da parte di coloro che lo introducono “nell’ambiente romano” è data per scontata dall’imprenditore.

Gli interessi della cosca Iamonte, infatti, si estendono a tutte le maggiori opere pubbliche in corso d’opera nell’intero territorio nazionale: dall’intercettazione della conversazione ambientale del 14 luglio 2008, emerge, per asserzione dello stesso Tripodi, che egli sia riuscito anche ad aggiudicarsi una fetta, pur se minima, dei lavori di costruzione della nuova tangenziale e della linea C della metropolitana di Roma (“…io per sopra stò lavorando… io stò lavorando con… la Cesa e la ditta….inc…cosa…e la ditta …inc… il Consorzi
o Cooperativo…inc…comunque un lavoro di quattordici milioni di euro…là la metropolitana…”).

Molte delle personalità politiche con cui Giovanni Tripodi risulterà instaurare (o tentare di instaurare) un rapporto sono state avvicinate dietro presentazione fatta da Giuseppe Ranieri: tra dicembre 2008 e febbraio 2009 si registrano almeno due casi in cui Giovanni Tripodi parteciperà a Roma a cene tra i cui commensali figurano esponenti del panorama politico nazionale.

Nel corso della conversazione telefonica del 7 dicembre 2008, alle ore 11.17, si legge nell’ordinanza, Giuseppe Ranieri suggerisce a Giovanni Tripodi il rinvio di una cena che dovrebbe aver luogo la sera del 13 dicembre 2008 al fine di consentire ad un non meglio precisato personaggio politico di prendervi parte (“…allora, una delle persone più importanti che dovrebbe venire a questa frittolata, ha un impegno di carattere politico grosso……e non può venire il tredici…”). Come emerge dalla conversazione telefonica dell’8 dicembre 2008, alle ore 12.56, l’evento conviviale viene fissato per domenica 14 dicembre 2008.

Il pranzo del 14 dicembre costituisce argomenti di discussione della conversazione ambientale dello stesso giorno, tra Giovanni Tripodi e un suo conoscente. Dall’ascolto si evince come all’evento, nonostante il registrarsi di defezioni (…non…inc…Gerardo Sacco con Maria Grazia Cucinotta…inc…non è venuto Monorchio, il ragioniere dello Stato perchè …perchè purtroppo queste sono persone, hai capito, che…non è a dire …non è venuto un colonnello della Finanza…), abbia preso parte, però, l’onorevole Nino Foti, parlamentare eletto tra le fila di Forza Italia (…Nino Foti l’hai visto?… lo sai chi è? …il senatore di Forza Italia…).

IL RUOLO DEI PREFETTI

Una parte, lasciatemi dire, inquietante, dell’ordinanza è proprio dedicata al ruolo di alcuni prefetti (non indagati).

La figura di Domenico Rocco Galati – nato ad Acquaro (Vibo Valenza) il 29 maggio 1951, residente a Roma, componente della commissione straordinaria insediatasi presso il Comune di Gioia Tauro, dimissionario il 21 luglio 2009 – si è rivelata utile (sempre secondo l’accusa) affinché Giovanni Tripodi potesse tessere rapporti con quei personaggi chiave del panorama politico che gli consentiranno di attingere alle ingenti quantità di denaro pubblico stanziati per la realizzazione di una delle più grandi opere pubbliche in corso d’opera in Italia, ovvero la linea C della metropolitana.

Nel prosieguo dell’attività tecnica degli investigatori sono, infatti, emersi elementi da cui desumere che Giovanni Tripodi sia effettivamente riuscito ad ottenere ciò che voleva, ovvero assicurarsi la partecipazione ai lavori di costruzione della tangenziale e della linea C della Metropolitana.

La partecipazione della Fra.Ve.Sa. ai lavori di costruzione della nuova tangenziale di Roma è un dato che emerge dalle dichiarazioni rese dallo stesso Giovanni Tripodi nel corso della conversazione ambientale del 18 gennaio 2009, intercorsa con Domenico Rocco Galati e Giuseppe Ranieri (“…io adesso sto lavorando sulla Tangenziale con la Cesa…”). Giuseppe Ranieri, ricordano gli inquirenti, nato a Genova il 29 agosto 1960, residente a Reggio Calabria in via Paolo Pellicano 26, è vice prefetto in servizio presso l’Ufficio territoriale del Governo di Vibo Valentia, Area II Raccordo con gli Enti Locali, consultazioni elettorali.

Dall’intercettazione della conversazione telefonica del 5 febbraio 2009, alle ore 15.01 e in maniera più palese in quelle che seguiranno, emerge che Giovanni Tripodi, attraverso l’intermediazione di Domenico Rocco Galati, incontrerà a Roma un assessore (“…alle cinque e mezza io, domani pomeriggio, ho l’appuntamento con un assessore lì a Roma… per vedere un poco se mi fa lavorare gli autocarri nella metropolitana…”).

La mattinata del 7.02.2009, infatti, come si evince dall’intercettazione della conversazione ambientale, Tripodi, Galati e tale Franco risultano essersi recati presso l’Assessorato alla mobilità della Regione Lazio, per prendere contatti con l’allora assessore Franco Dalia (“…ora stiamo andando dall’Assessore alla mobilità della Regione Calabria…della Regione Lazio… che è l’onorevole Dalia…pezzo grosso del Partito Democratico…”). Franco Dalia, si legge in nota all’ordinanza, è nato a Longobardi (Cosenza) il 1 aprile 1951. Non è indagato ed è estraneo all’indagine.

Sebbene non si abbiano certezze circa l’esito dell’incontro che si sarebbe dovuto tenere in mattinata presso l’Assessorato alla mobilità della Regione Lazio – si legge sempre testualmente nell’ordinanza – Giovanni Tripodi è fiducioso nell’operato di Galati e di tutti quei personaggi influenti di cui sta coltivando l’amicizia con il fine unico di perseguire i propri obiettivi.

Nel corso della conversazione ambientale del 7 febbraio 2009, mentre si trova in auto con un tale Domenico, Giovanni Tripodi confida all’interlocutore le sue ambizioni. L’unica nota negativa sembra costituita dal timore di essere tratto in arresto nel corso di qualche indagine in corso a Melito Porto Salvo (“…Mico, guarda quà…se non mi arrestano per là sotto (ndr a Melito) …inc…e vado avanti con questi quà…oggi erano…allora ieri sera …inc…un prefetto…un procuratore e …inc…”).

La conversazione assume un rilievo straordinario – si legge testualmente nell’ordinanza – in termini di consapevolezza degli appoggi invocati da Tripodi, di quali siano i collegamenti dello stesso e sul suo timore, che in ragione di questi l’impresa Fra.Ve.Sa srl possa avere delle difficoltà provenienti da “giù”. Il riferimento al proprio fratello Demetrio – fidanzato con la figlia di Giuseppe Iamonte e che deve essere “cacciato” dalla compagine sociale per evitare collegamenti da parte degli inquirenti – è, secondo gli stessi, “lapalissiano”.

Roberto Galullo

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/

Testimoni di giustizia, Crocetta firma la legge. Un atto esemplare di solidarietà nei confronti di chi ha messo la propria vita e quella dei familiari in pericolo per schierarsi dalla parte della Giustizia. Perché non fanno altrettanto Caldoro in Campania e Vendola in Puglia???

Poco fa il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta ha firmato la legge sui testimoni di giustizia. ”Per alcuni di essi, – ha affermato Crocetta – questa legge rappresenta l’unico strumento che può consentire un rientro di testimoni in difficoltà che hanno dovuto lasciare Sicilia. E’ un grande gesto di solidarietà nei confronti di cittadini che non esitano a mettere in pericolo la propria vita per amore della giustizia e della verità”. La legge verrà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale di venerdì prossimo e i testimoni di giustizia possono già fare richiesta di inserimento lavorativo.

http://agrigentoweb.it/2014/08/26/testimoni-di-giustizia-crocetta-firma-la-legge_159812http://agrigentoweb.it/2014/08/26/testimoni-di-giustizia-crocetta-firma-la-legge_159812

Mafia: Coppola, bene Sicilia, anche Campania assuma testimoni giustizia

“La Sicilia premia chi si e opposto alle mafie e lo fa attraverso l’assunzione nella pubblica amministrazione per i testimoni di giustizia siciliani, mentre noi campani restiamo abbandonati e inascoltati”. Lo afferma Luigi Coppola, commerciante di Pompei (Napoli) che ha denunciato i camorristi che gli imponevano il pizzo diventando testimone di giustizia commentando il recente provvedimento del governo Crocetta. “La Campania invece sembra voler scoraggiare e non premiare chi denuncia. E anche al governo centrale non c’è mai stato un solo politico campano che si sia battuto in favore di un testimone di giustizia”, rimarca Coppola che si appella al governatore Caldoro: “Adotti un ddl per favorire lavorativamente chi si e opposto alla camorra e che oggi vive isolato e abbandonato in primis dalla politica campana”.

http://napoli.repubblica.it/dettaglio-news/16:52/4536924

Indagò sulla società di rifiuti Eco4, via dall’antimafia della Prefettura. Ecco come si fa antimafia nella Prefettura di Napoli!!!

“NEL 2007 la Procura di Napoli riferiva dell’ infiltrazione mafiosa nella Eco4, la prefettura di Caserta non lo comunicava ai Comuni per i quali la società svolgeva il servizio di raccolta rifiuti”. Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, processo Cosentino, 28 novembre 2012: una perizia ricostruisce ritardi e pressioni che hanno consentito all’ “azienda piegata agli interessi del clan dei Casalesi” di operare indisturbata. Per 6 anni. In aula c’ è il consulente dei pubblici ministeri. Si chiama Salvatore Carli, è un funzionario della prefettura di Napoli, e in tasca ha una richiesta rimasta lettera morta da 2 anni: rientrare nell’ ufficio antimafia di piazza Plebiscito dove ha lavorato per 13 anni nel gruppo ispettivo. Fino a giugno del 2010. Quando Carli ha già depositato in tribunale le sue indagini sulla Eco4: con i nomi di camorristi e pentiti accanto alle condotte di alti funzionari dello Stato che appaiono, dagli atti esaminati, “pretestuose e illegittime”. Chi non vuole l’ uomo che ha all’ attivo 18 accessi antimafia, lo stop a 35 imprese colluse del settore dei rifiuti, l’ azzeramento per infiltrazione camorristica della prima Asl in Italia? Settembre 2010. Carli scrive all’ ex prefetto Andrea De Martino per essere riassegnato all’ ufficio antimafia: ha chiestoa giugno 2010 di essere trasferito altrove dopo un incendio appiccato nel palazzo dove vive con moglie e 3 figli. “Lite condominale”, archivia il caso la polizia. Per cui Carli, pur temendo per la sua sicurezza, ritiene “superate le ragioni di preoccupazione”. Ma due mesi dopo De Martino decide che deve scorrazzare in giro per la provincia consegnando ai giudici di pace i ricorsi dei verbali al codice della strada. Per poi assegnarlo all’ ufficio “gare e contratti” dove, da esperto di verifiche antimafia, si ritroverà a comprare i panini ai poliziotti in servizio. Nonostante il sindacato Cisl protesti per garantirgli “funzioni consone alla sua esperienza professionale”. Non solo. A gennaio 2011 la prefettura di Napoli dice no al Comune di Sant’ Anastasia che vorrebbe il funzionario per il “controllo di gestione”. Non può: deve concentrarsi sulle multe. Ma resta un teste della Direzione distrettuale antimafia che ha chiesto l’ arresto per l’ ex sottosegretario del governo Berlusconi, Nicola Cosentino: il reato è di concorso esterno in associazione camorristica, in luce, nella richiesta di arresto, il “potere direttivo e di gestione esercitato per scopi elettorali” sulla Eco4. E proprio Carli fa emergere i “difetti di istruttoria”, le “carenze di motivazione”, le “azioni sterili e dilatorie” che hanno accompagnato i nulla osta per la Eco4 firmati dalla prefettura di Caserta. In particolare, nel 2007 con il via libera alla società di rifiuti rilasciato dall’ allora prefetto Maria Elena Stasi, poi nominata parlamentare del Pdl in quota Cosentino. Inoltre, sulla pratica Eco4 rinviata dal 2002 spiccano le “annotazioni” di due dirigenti prefettizi, Vincenzo Panico e Gerardina Basilicata, citati da Carli nel 2010 quando sono già passati alla prefettura di Napoli e figurano come suoi superiori: il primo come vice prefetto vicario, il secondo come capo di gabinetto, prima di essere promossi entrambi prefetti a Crotone e Savona. Intanto Carli è diventato componente dell’ autorità anticorruzione del Comune di Napoli. Ma all’ antimafia della prefettura non può mettere piede. Il dirigente di quell’ ufficio scrive il 21 settembre scorso per farlo rientrare. Non se ne farà nulla. Nel frattempo c’ è il cambio di guardia a piazza Plebiscito: De Martino va via. Sarà ricordato in Parlamento il 23 ottobre scorso dal deputato Francesco Barbato (Idv) come il prefetto che ha “letteralmente deabilitato e smontato gli uffici della struttura antimafia”.

(Tratto de Repubblica)

Camorra nelle forze dell’ordine, infiltrazioni low cost

Piccole somme di denaro. Qualche viaggio. Persino le spese della lavanderia. Così i clan comprano marescialli e prefetti. Che obbediscono più per «cultura» che per smania di guadagnare.

Si chiama skretch, come «il gesto che caratterizzava negli Anni 80 i rappers che fermavano un disco in vinile per poi farlo ripartire alla velocità preferita».
Oggi, confida un inquirente, «nel linguaggio di malavita skretch vuol dire fermare la corsa del denaro illegale per farlo ripartire a una velocità del tutto legittima». E racconta: «La camorra più imprenditoriale, cioè il clan dei Casalesi, agisce come la mafia, ma con metodi ancor più sofisticati: ha rivisto e aggiornato le tecniche per infilarsi come socio nelle società pulite. In tal modo, ricicla il denaro sporco, condiziona le pubbliche amministrazioni, partecipa con apparente trasparenza agli appalti e ai subappalti pubblici».
I PREFETTI TRA I PIÙ ESPOSTI. Roba da veri manager, con gli agganci giusti, la camicia coi gemelli, l’invito fisso nei salotti buoni. «In gioco», raccontano, «viaggiano ogni giorno decine di milioni di euro tornati lindi e puri grazie alle cosiddette lavanderie del crimine attive h24, a una task force di affiliati diplomatici il cui compito è di persuadere l’esercito dei funzionari pubblici corrotti o da corrompere, a manipoli di finanzieri, carabinieri e poliziotti infedeli come i due agenti in servizio alla presidenza del consiglio arrestati il 16 maggio dai magistrati della Direzione antimafia di Napoli insieme con altri 16 per collusioni con il clan dei Casalesi».
Tra i dipendenti pubblici più esposti al quotidiano veleno camorrista spiccano i prefetti, i viceprefetti, i sindaci, gli assessori di ogni età, fede e colore politico che un giorno sì e un altro pure «vacillano qua e là per l’Italia consegnando il portafoglio e l’anima al potere più sbagliato».
FOLLA CRESCENTE DI CORROTTI E CORRUTTIBILI. Per la Corte dei conti «da Nord a Sud, prolifera una folla crescente di funzionari corrotti e corruttibili», che si annida ai vertici dell’apparato burocratico e amministrativo e contagia fino ai consiglieri di quartiere e all’ultimo degli impiegati.
«Non sprecate tempo nella ricerca di complicate analisi sociologiche: si tratta di pura, banale, becera corruzione basata, a parte qualche eccezione, sullo scambio di piccoli favori e regali in denaro», fa sapere a Lettera43.it Rosaria Capacchione, senatore e giornalista sotto scorta per le minacce subìte nel marzo 2008 in un’aula di tribunale dai boss Casalesi tramite una missiva letta dal loro legale, Michele Santonastaso, che poi è finito pure lui sotto inchiesta con l’accusa di essersi spinto oltre i propri compiti professionali.
POCHI SOLDI E QUALCHE REGALO IN CAMBIO. «Per farsi corrompere ci si accontenta spesso di piccole somme, che non arricchiscono di certo chi le incassa ma comunque lusingano rispetto ai miseri stipendi percepiti. Eppure, si continua a tradire. E a cedere, sempre di più, alle richieste dei boss. È il segno di una subordinazione culturale radicata, diffusa e inquietante, che è ben più grave e a volte prescinde dalla voglia di guadagno facile».
La cronaca conferma: il maresciallo che comandava la stazione dei carabinieri di Castelvolturno-Pinetamare, per esempio, si era accordato con i guaglioni del boss casalese Giuseppe Setola per uno stipendio che oscillava tra i 500 e i 1.000 euro al mese, qualche telefonino di ultima generazione e un computer portatile. Un severo prefetto, invece, si è accontentato – secondo l’accusa – di qualche viaggio in regalo, un paio di gioielli e il pagamento delle spese di lavanderia in cambio di immeritati certificati antimafia.

Borrelli: «Nel Casertano l’emergenza più grave»

Di episodi di pubblica corruzione targata Casalesi se ne contano a centinaia. Si chiama skretch finanziario, l’attività grazie alla quale i clan di Casal di Principe (ma non solo) investono in titoli azionari o nei fondi dei più importanti istituti di credito i soldi ripuliti grazie alle infiltrazioni societarie. I Casalesi usano le banche, le banche non rifiutano i soldi dei Casalesi. «La situazione», ammette un inquirente, «è così surreale che i boss casertani appaiono perfino in grado di fare a meno degli istituti di credito: raccontano che il boss Michele Zagaria, dovendo acquistare di corsa a un’asta un immobile a Parma ed essendo ormai chiusi gli sportelli bancari, spedì di notte un emissario a Casapesenna per prelevare dalla cassaforte di casa i 500 mila euro in contanti che servivano per l’acquisto». Il bancomat in salotto, o quasi.
Ha detto a Lettera43.it il procuratore aggiunto di Napoli Giuseppe Borrelli, che ha coordinato l’operazione della Direzione antimafia sulle infiltrazioni della camorra in Toscana del 16 maggio: «Ogni giorno, indagando, apprendiamo novità che ci lasciano senza fiato. A Napoli la lotta alla camorra ha fatto registrare enormi progressi, ma ora il compito prioritario della procura deve consistere nell’individuare e sanzionare i funzionari e gli impiegati dell’apparato amministrativo pubblico che a tutti i livelli, specie sul territorio casertano, continuano a farsi corrompere dalla criminalità».
STASI, INDAGATA PER FAVORI AI COSENTINO. Emblematica, nella vicenda giudiziaria che sta vivendo Nicola Cosentino (l’ex sottosegretario e coordinatore del centrodestra in Campania), è la storia di Maria Elena Stasi, ex prefetto poi eletto al parlamento nelle fila del Popolo della libertà: la Stasi è finita sotto inchiesta con l’accusa di aver favorito la famiglia dell’uomo politico casalese nell’appalto per una fornitura di gasolio. Questione giudiziaria ancora aperta, la sua. Si vedrà.
La camorra casalese, comunque, tenta di infilare davvero le mani dappertutto: perfino negli uffici dove lavorano i funzionari degli Scavi di Pompei, se può servire a impadronirsi di una fetta dei finanziamenti. Sull’emergenza immondizia, poi, per i boss è stata una mezza scorpacciata.
LA MANO DI ZAGARIA. C’è chi ricorda che nel 2011, nell’elenco delle ditte fornitrici del commissariato straordinario per i rifiuti in Campania, figurarono i nomi di alcune ditte che facevano capo, secondo gli inquirenti, al clan dei Casalesi, in particolare a Zagaria. C’è o no da chiedersi quale funzionario inserì quei nomi nella lista? I Casalesi, sostiene chi li studia, «seguono con puntiglio da giuristi l’evoluzione legislativa italiana così da aggirare norme, controlli e schermature, impadronendosi di parti importanti dell’economia legale». Sulla logica delle “grandi intese”, per esempio, i boss casertani hanno di gran lunga anticipato la politica: coalizioni, consorzi, joint venture, alleanze (fra boss casalesi e siciliani, quasi mai con pugliesi e calabresi) si tramutano spesso nell’acquisto in blocco di ingenti catene di negozi, di floride aziende, di enormi centri commerciali. Per far ciò, naturalmente, bisogna fare i conti con decine di uffici tecnici comunali. Ed essere pronti a condizionare a suon di regalini le decisioni nei municipi e negli uffici che contano. E bisogna riuscire a farlo presto, bene, fino ai più alti e insospettabili colletti bianchi.
LE INFILTRAZIONI NEI MUNICIPI. A Casal di Principe (qui i fratelli dei boss hanno ricoperto perfino l’incarico di sindaco) la prefettura ha azzerato per quattro volte la giunta comunale. Tutt’intorno, nel Casertano, non esiste quasi municipio che non sia stato sciolto almeno una volta per infiltrazioni di camorra: da Casapesenna a San Cipriano, da Giugliano fino a Castelvolturno e a Villaricca, da decenni va in scena la processione dei commissari prefettizi: i funzionari, dopo gli scioglimenti, si insediano, curano per un po’ l’ordinaria amministrazione, mandano via gli impiegati corrotti, indicono speranzosi le nuove elezioni. Poi, sono costretti ad assistere impotenti alla sistematica (e spesso trionfale) rielezione dei sindaci, dei vicesindaci, degli assessori e dei consiglieri spediti a casa per indegnità. E al ritorno in servizio degli impiegati birbantoni.

Enzo Ciaccio

http://www.lettera43.it/fatti/camorra-nelle-forze-dell-ordine-infiltrazioni-low-cost_43675129698.htm

Renzi non ha pronunciato una sola parola contro le mafie. Perché? Il trattamento vergognoso dei Collaboratori di Giustizia la cui essenzialità nella lotta alle mafie è nota a tutti. Non si vuole che collaborino con la Giustizia???

Collaboratori di giustizia, non ci sono più soldi. Manca la firma sui programmi di protezione. Così lo Stato rallenta la lotta alla criminalità

Dalla pubblica amministrazione al Senato, dal lavoro fino alla giustizia passando per il fisco. Sin dal suo insediamento lo scorso 22 febbraio Matteo Renzi ha snocciolato promesse di riforme importanti. Eppure non una parola è stata spesa sulla criminalità organizzata. E al silenzio, allora, è seguita l’imperizia. Nonostante la legge preveda che, appena insediatosi l’esecutivo, istituisca “una commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione”, nulla è stato fatto, col risultato che da oltre due mesi i testimoni e i collaboratori di giustizia sono completamente abbandonati a loro stessi.
Una cantonata non da poco vista l’essenzialità dei pentiti nella lotta alla criminalità organizzata. La commissione, infatti, prevede all’attuazione degli speciali programmi di protezione e di assistenza per i collaboratori di giustizia e i loro familiari, tenendo conto del reinserimento nel contesto sociale e lavorativo, e facendosi carico, nel caso servano, anche di misure economiche a favore di testimoni e collaboratori di giustizia. Eppure i due ministri interessati, Andrea Orlando e Angelino Alfano, ad oggi ancora non hanno firmato il provvedimento per l’istituzione della commissione che sarà composta da 2 magistrati, 5 funzionari delle forze dell’ordine e da un sottosegretario.

Più collaboratori, meno soldi
Cade dunque l’ennesima tegola su un sistema che negli ultimi anni, a causa anche della crisi economica e dei continui tagli, è arrivato al collasso. Basti leggere, d’altronde, la relazione sui programmi di protezione presentata in Parlamento a marzo e relativa al secondo semestre 2013. “Le persone attualmente titolari di speciali misure di protezione – si legge – sono 1.224, delle quali 80 testimoni e 1.144 provenienti dall’ambiente criminale. I familiari sono invece 4.617 (267 per i testimoni e 4.350 per i collaboratori)”. Il totale complessivo delle persone sottoposte a programma tutorio tra testimoni, collaboratori e rispettivi familiari ammonta dunque a 5.841 unità, con un incremento rispetto all’ultimo semestre di 318 unità (44 tra collaboratori e testimoni e 274 familiari). All’evidente crescita esponenziale dei collaboratori di giustizia, però, segue un progressivo taglio del fondo a disposizione. Nel documento, infatti, si parla a più riprese di “criticità indotte dalla mancanza di disponibilità di congrui stanziamenti, protrattasi fin dall’esercizio finanziario 2009 e durante tutto l’esercizio finanziario 2013″ che non ha consentito al Servizio Centrale di Protezione di assolvere con regolarità “agli impegni di spesa assunti con soggetti terzi”.

Aumentano i debiti
Secondo i dati riportati nella relazione, il Servizio Centrale di Protezione ha speso, tra vari oneri, oltre 45 milioni di euro, cifra nettamente superiore ai 30 milioni del primo semestre. Ma attenzione: ciò non è conseguenza di un maggiore stanziamento per la seconda metà del 2013, ma “il risultato di una ritardata disponibilità di fondi sul capitolo di bilancio”, cosa che ha comportato “nel secondo semestre oneri già frutto di impegno assunto durante il semestre precedente”. Insomma, lo Stato non paga. E gli effetti sono paradossali. I debiti contratti con i locatari di immobili dove risiedono testimoni e pentiti ha determinato “serie difficoltà nei trasferimenti e nelle allocazioni dei nuclei familiari protetti” e, alcuni di questi, hanno addirittura depositato citazioni, volte ad ottenere “la declaratoria di sfratto per morosità”. Nessuno, dunque, vuole più ospitare i collaboratori di giustizia. Né qualcuno vuole difenderli a causa del “considerevole ritardo” nel pagamento degli avvocati che hanno prestato la loro assistenza in favore dei collaboratori di giustizia. Che da due mesi sono completamente abbandonati. Da uno Stato che “dice” di difenderli.

Carmine Gazzanni

(Tratto da La Notizia)

A Sorrento e nella penisola sorrentina è necessario ed urgente dar vita ad un particolare apparato di vigilanza. Su un territorio così ricco la camorra è fortemente interessata e, ovviamente, presente ed attiva

SORRENTO – Le rivelazioni degli investimenti della camorra stabiese in
penisola sorrentina arrivano dal pentimento del braccio destro di Enzo
D’Alessandro. E’ Salvatore Belviso a raccontare come le scommesse e i
videopoker sono i principali settori di interessi per il riciclaggio
dei soldi sporchi.

LE REAZIONI

«Onestamente è come se fosse stata scoperta l’acqua calda. In effetti
è da anni che si sente il fiato sul collo della malavita. La penisola
sorrentina è una terra florida, invidiata ovunque. Ma che attira
interessi criminali a cui bisogna contrapporre un’energica e furiosa
rivolta per far sì che qui si evitino pericoli scongiurando il rischio
che l’isola felice di una volta non torni mai più e diventi uno
sbiadito ricordo da conservare nei libri di storia». È il commento,
secco e preciso, del presidente della commissione Trasparenza del
Comune di Sorrento, Rosario Fiorentino. Che interviene a piedi uniti
nell’ampio dibattito politico riscoppiato negli ultimi giorni dopo le
nuove rivelazioni sui rapporti fra la criminalità e la penisola
sorrentina. C’è il timore che le cose possano peggiorare, il senatore
di Sorrento del Pdl, Raffaele Lauro, ha rilanciato l’appello ai
sindaci: ovvero vigilare e combattere di più le attività illecite.
Proprio loro, i primi cittadini, nelle scorse settimane rispedirono al
mittente il disegno secondo il quale Sorrento e la penisola fossero
accerchiate dalla camorra. Ma le ultime notizie vanno in senso
opposto. Qui, dunque, serve un cambio di marcia. «Perché – sottolinea
Fiorentino – più passa il tempo e più si peggiora. Serve arginare la
costiera in tutti i modi dagli interessi della malavita. Non è
semplice, ma è necessario scendere in campo con più vigore. Qui non
possiamo continuare a vivere con la presunzione che la penisola
sorrentina sia una realtà completamente distaccata da un circondario
in cui la criminalità ha messo radici per poi espandersi lì dove è
possibile reinvestire con riscontri i propri proventi illeciti.
Bisogna aprire un capitolo di indagini sulla questione riciclo. Qui in
penisola sorrentina mi pare che tale tematica sia di prioritaria
importanza. Siamo accerchiati. Le rivelazioni sull’espansione dei clan
a Sorrento sono decisive perché sconfessano le certezze dei sindaci
confermando quel che dicevamo da tempo: c’è un problema, grosso, da
affrontare. In penisola la malavita si presenta sotto forme diverse da
quelle “abituali” in realtà così vicine. Occhio alle transazioni, alle
operazioni immobiliari, all’arrivo di capitali di dubbia matrice. Gli
investimenti sono una valvola di sfogo con cui la criminalit
organizzata, in penisola, avanza giorno dopo giorno». Ma c’è di più:
“Stiamo preparando – spiega il presidente della commissione
Trasparenza – un appello da rivolgere alle istituzioni locali per
coordinare un programma di lavoro costruttivo per salvaguardare
l’identità sana della penisola sorrentina da opporre ai malviventi che
tendono ad arrivare dalle nostre parti per fare affari. Dai processi
arrivano vere e proprie batoste per chi diceva che qui a Sorrento
bisognava stare sereni. Mi spiace che qualcuno si sia fatto portavoce
di messaggi sbugiardati in tutto e per tutto. Coalizziamo le forze
sane della penisola, forze politiche e di polizia, per lottare con
tutte le nostre forze”.

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