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DE MAGISTRIS SMENTISCE LA NOTIZIA SECONDO LA QUALE IL COMUNE DI NAPOLI AVREBBE ASSEGNATO CASE POPOLARI A CAMORRISTI: NON E’ VERO.

Il Mattino, Venerdì 24 Marzo 2017
De Magistris: «Il Comune non dà case ai camorristi»
«Dire che il Comune di Napoli dà le case ai camorristi non corrisponde assolutamente alla fotografia di quello che il Comune e questa amministrazione fanno e di cui andiamo orgogliosi». Così il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ha risposto ai giornalisti che chiedevano un commento rispetto ad alcune notizie di stampa. de Magistris, nel riferire che «ci tuteleremo in ogni sede contro chi danneggia la città», ha affermato che «abbiamo gestito in piena trasparenza e correttezza un lavoro complesso in un contesto ambientale difficile, con leggi complicate, con una situazione sociale esplosiva e con tempi ridotti». Il sindaco ha sottolineato che «da quanto è a mia conoscenza, gli uffici comunali hanno svolto un lavoro entrato nella storia di questa città e necessario per consentire l’abbattimento delle Vele. Ci siamo riusciti – ha proseguito – tra mille difficoltà, con leggi complicate e nonostante ciò abbiamo proceduto ad assegnare 188 alloggi per circa 1000 persone. I nostri uffici – ha evidenziato il primo cittadino – sono composte da persone attente, hanno lavorato sempre in stretto contatto con l’avvocatura e hanno applicato la normativa regionale. Dalle notizie che abbiamo acquisito stamattina – ha concluso de Magistris – non mi risultano errori, ma se ce ne dovessero essere uno o due è l’occasione per intervenire sulla normativa. Noi siamo una casa di vetro».

‘Ndrangheta in curva: la Juventus subito convocata in Antimafia

Il Mattino, Giovedì 9 Marzo 2017

‘Ndrangheta in curva: la Juventus subito convocata in Antimafia

di r.s.

Torino. Anche la Juventus, dopo il procuratore della Figc Giuseppe Pecoraro, verrà ascoltata dalla Commissione parlamentare antimafia nell’ambito dell’approfondimento sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel calcio. Il 15 marzo è la data stabilita per l’audizione, nella quale l’avvocato del club bianconero, Luigi Chiappero, ribadirà quanto messo nero su bianco nella memoria difensiva al vaglio della giustizia sportiva. Ovvero che i rapporti tra criminalità organizzata e club sono già stati esclusi dalla giustizia ordinaria. E che le trascrizioni delle telefonate, agli atti dell’indagine, chiariscono tutto.

L’audizione, precisa il vicepresidente Antimafia Claudio Fava, è un «atto dovuto» per «il contributo di chiarezza e di verità che questa audizione offrirà all’indagine». «Un’audizione – conclude Fava – non è un atto di accusa ma il dovere di una collaborazione piena che questa commissione in passato ha chiesto ad ogni figura istituzionale: ministri, presidenti, prefetti, procuratori. Non vedo una sola ragione per cui non dovremmo chiedere e ottenere questa collaborazione anche dal presidente di una società calcistica»

Si difende la Juve, dunque, e si difende Rocco Dominello, il presunto boss di 41 anni che secondo l’accusa voleva infilarsi nel business del bagarinaggio presentandosi come astro nascente della tifoseria organizzata. Per l’avvocato Domenico Putrino, i rapporti tra il suo assistito e la Juventus sono sempre stati improntati alla «assoluta correttezza». Tanto più che dall’inchiesta della Procura di Torino sulle infiltrazioni della ndrangheta nella curva bianconera «non risultano rapporti illeciti – osserva – con Andrea Agnelli».

L’avvocato Putrino ricorda che Rocco Dominello è incensurato e che non risultano dall’indagine – sulla quale per altro permangono esigenze istruttorie che «impediscono la trasmissione integrale degli atti» – rapporti diretti con la cosca dei Bellocco o dei Pesce «per questioni attinenti l’acquisto di biglietti della Juventus e spartizioni di utili relativi ai biglietti». «Lo scoop mediatico che il procuratore Figc e la commissione Antimafia vorrebbero dare all’indagine» della Procura di Torino «devono confrontarsi con le indagini in corso e le risultanze processuali» aggiunge il legale, secondo cui «allo stato non è stato in alcun modo dimostrato interesse sulla gestione dei biglietti della ndrangheta per il tramite dei Dominello con la Juventus». «Stante la completa incensuratezza del signor Dominello – insiste l’avvocato Putrino – i comportamenti sempre corretti, il pagamento dei biglietti che lo stesso acquistava dalla biglietteria autorizzata bianconera, biglietti regolarmente pagati, non vi era motivo che i dirigenti, meno che mai il presidente Agnelli, potesse dubitare di interferenze allo stato mai dimostrate della ndrangheta con i Dominello».

Latina,Gaeta ed i tanti misteri sui quali non si indaga…………………………..

MISTERI,TANTI MISTERI  SUI QUALI C’E’ L’ESIGENZA DI FARE LUCE.

IN ESSI APPAIONO  SPESSO NELLA PROVINCIA DI LATINA  GAETA ED IL SUO PORTO …………….

 

 

IL FATTO QUOTIDIANO.IT

 

Mafia capitale e la palude di Latina: tra omertà e minacce, indagare non si può

Minacce ai pm, fughe di notizie e decreti di intercettazione appena attivate in mano a chi non doveva averle. Il procuratore aggiunto di Roma: “Senza registrazioni telefoniche e ambientali non riusciamo a fare inchieste sulle organizzazioni mafiose”

di Andrea Palladino | 13 dicembre 2014

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Lo sguardo dei due poliziotti all’ingresso della prefettura diLatina improvvisamente si irrigidisce. Claudio Fazzone – il senatore divenuto famoso per aver difeso la sua città natale Fondi dallo scioglimento per mafia – entra senza guardarsi attorno. Questo è il palazzo da dove partì la commissione d’accesso che andò a verificare l’operato della giunta retta dal suo amico e socio Luigi Parisella, tra il 2008 e il 2009. E questo era l’ufficio dove sedeva Bruno Frattasi, il prefetto che chiese a Maroni di mandare a casa il consiglio comunale fondano, con il sospetto di essere stato troppo tenero con i clan di ‘ndrangheta e camorra. Oggi il senatore Fazzone varca la soglia con un ruolo inaspettato: componente della commissione parlamentare antimafia, arrivata a Latina per capire quanto forte sia il peso della criminalità organizzata a sud di Roma. Presenza, la sua, sorprendente, visto che fino a ieri a palazzo San Macuto non si era fatto mai vedere.

 

Latina è da decenni un pezzo dello scacchiere delle mafie, dove ‘ndrangheta, Cosa Nostra e camorra si spartiscono affari, pezzi di territorio, conquista del litorale, logistica: “Una presenza ormai radicata e strutturata” avevano spiegato il procuratore della Dda di Roma Giuseppe Pignatone e il suo aggiuntoMichele Prestipino, dopo aver a lungo raccontato l’inchiesta diMafia Capitale, basando le parole sui tanti fascicoli accumulati dall’antimafia da più di un decennio. Processi che hanno visto imputati – poi condannati – gente del calibro di Zagaria, o i fratelli Tripodo, figli del mammasantissima di Reggio Calabria don Mico, nome storico delle cosche del sud, ucciso nel carcere diPoggio Reale negli anni ’70.

Su una cosa Fazzone non ha dubbi: “Il consiglio comunale di Roma va sciolto per infiltrazione mafiosa”, racconta ai giornalisti a margine della audizioni che la commissione parlamentare ha tenuto oggi. In tanti si guardano negli occhi: “A Fondi era differente – aggiunge, intuendo il paradosso delle sue parole – lì non c’era un solo consigliere comunale condannato, solo un assessore finito nell’inchiesta per problemi personali. Qui le mafie non sono strutturate – spiega – la presenza è la conseguenza di qualche personaggio arrivato da fuori. Non generalizziamo, ne va di mezzo l’economia del territorio”. Una realtà ben lontana da quella disegnata dagli ufficiali che nel 2008 analizzarono le carte del comune del sud pontino, sottolineando in rosso gare d’appalto, procedure extra ordinem, amicizie sospette. Se Roma brucia, Latina per il momento sonnecchia.

Dietro l’aria di festa natalizia che già si respira nelle strade c’è ungiudice minacciato pesantemente, con due manifesti funebri appesi davanti alla scuola delle figlie. Si chiama Lucia Aielli, e fu lei a presiedere la sezione penale che giudicò i mafiosi di Fondi. La commissione parlamentare antimafia l’ha convocata per ascoltare il suo racconto, che viene definito “toccante e intenso”. Uscendo dalla sala della prefettura di Latina spiega di aver ricordato il clima pesante che viveva quando doveva giudicare i fratelli Tripodo di Fondi, poi condannati fino in Cassazione per mafia. Sensazioni che difficilmente può dimenticare, che si mescolano con l’immagine di quei due manifesti funebri che una mano ignota le ha dedicato poco meno di un mese fa. Poi tocca al procuratore Andrea De Gasperis, al presidente del Tribunale e ai comandanti delle forze dell’ordine. Cosa hanno raccontato? “Non chiediamo dettagli sulle indagini in corso, neanche in seduta segreta – spiega il capogruppo del M5s in commissione antimafia Francesco D’Uva – perché c’è sempre il rischio che tra i 50 parlamentari commissari vi possa essere qualcuno che poi riferisca le notizie riservate”. Insomma, non si sa mai, di questi tempi meglio non fidarsi. E a Latina certe prudenze assumono un certo peso.

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Il giorno prima della missione e delle audizioni nella capitale pontina è stato il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino a spiegare alla commissione come sia difficile fareindagini antimafia da queste parti. “Vi racconto un episodio significativo”, aveva esordito, chiedendo apertamente di non  secretare il suo racconto. Una storia apparentemente strampalata di spioni e ricatti, ma che bene descrive la palude pontina in fondo mai bonificata del tutto. “Tempo fa un signore querela una persona per molestie. Un fatto banale – ha esordito il magistrato romano – che alla fine termina con una remissione di querela”. I due, però, continuano ad avere screzi e decidono di incontrarsi a Roma per risolvere la questione. La vittima della molestia si presenta con un giubbotto antiproiettile. L’altro si allarma, chiama i carabinieri che lo perquisiscono. E qui c’è una sorpresa degna di una spy story: “I carabinieri trovano addosso all’uomo alcuni decreti d’intercettazione appena attivate, proprio su Latina”, ha raccontato Prestipino davanti a commissari decisamente sorpresi.

Atti d’indagine della Dda di Roma coperti da segreto. La giustificazione è ancora più sorprendente: “Sono un collaboratore dei servizi di sicurezza – ha raccontato l’uomo, un romano, titolare di una società di security a Londra, ma ben noto nella capitale – e ho avuto un incarico da chi si occupa di intercettazioni a Latina”. Peccato che la Ddanon ne sapesse nulla. Alla fine alcuni titolari della ditta incaricata di eseguire quelle delicate attività tecniche d’indagine sono stati indagati. “Capite come è difficile fare indagini a Latina? – ha commentato il magistrato romano – Senza intercettazioni non riusciamo a fare indagini per mafia”. Non è chiaro al momento se questa storia – divenuta pubblica in questi giorni – sia ascrivibile ad una semplice leggerezza. E, soprattutto, non è chiaro il profilo di Molayem, che sosteneva di lavorare perfino per il Mossad. Se Mafia Capitale vuol dire politica, affari e metodo mafioso, la palude pontina aggiunge un altro elemento al quadro. E’ il silenzio. Tra i coloni veneti che qui arrivarono negli anni ’30 si dice spesso “magna e tasi”, mangia e stai zitto. Qui in fondo le mafie investono e a guadagnarci sono in tanti. Forse troppi.

 

 

Michele Prestipino, procuratore aggiunto a Roma e titolare dell’inchiesta “Mafia capitale”, ha raccontato in Commissione antimafia un episodio al limite dell’incredibile che riguarda Latina.

In seguito a una banale denuncia un uomo è stato perquisito a Roma. Il soggetto indossava un giubbotto antiproiettile, sotto al quale nascondeva una chiavetta usb contenente un decreto del Gip di autorizzazione per effettuare alcune intercettazioni nell’ambito di un’inchiesta sulla mafia.

L’uomo aveva addirittura i primi brogliacci di un’attività investigativa ancora in corso, iniziata da poco e affidata alla DDA di Roma. Aveva anche un finto tesserino del Mossad e di un’azienda inglese che si occupa di intercettazioni telefoniche. Dagli approfondimenti è emerso anche di peggio: questa persona lavorava per una ditta che si occupava di moltissime intercettazioni telefoniche nella zona di Latina. Una sorta di subappalto che coinvolge evidentemente persone non integre, né affidabili.

Un caso gravissimo che, secondo Prestipino, non è assolutamente isolato, tanto che è possibile ipotizzare che molte intercettazioni vengano – dopo alcuni giorni – in qualche modo sottoposte ai diretti interessati, vanificandone l’utilità.

 

 

 

INTERROGAZIONE  ON.CRISTIAN IANNUZZI DEL 23.5.2016

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/13286

Dati di presentazione dell’atto

Legislatura: 17

Seduta di annuncio: 629 del 23/05/2016

Firmatari

Primo firmatario: IANNUZZI CRISTIAN 
Gruppo: MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO
Data firma: 
23/05/2016

 

Destinatari

Ministero destinatario:

·         PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 

·         MINISTERO DELLA GIUSTIZIA 

·         MINISTERO DELL’INTERNO 

·         MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE

Attuale delegato a rispondere: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI delegato in data 23/05/2016

Stato iter: 

IN CORSO

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-13286

presentato da 

IANNUZZI Cristian

testo di 

Lunedì 23 maggio 2016, seduta n. 629

  CRISTIAN IANNUZZI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia, al Ministro dell’interno, al Ministro dell’economia e delle finanze . — Per sapere – premesso che:
dagli anni ‘90 si parla di negoziato fra pezzi di Stato ed esponenti di primo piano della camorra; un negoziato che è stato messo bene in luce da Massimiliano Amato nel saggio, «L’altra trattativa», pubblicato nelle «Edizioni Cento Autori»;
alla trattativa tra Stato e camorra ci si riferisce anche nei documenti relativi all’inchiesta condotta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse la cui desecretazione è stata disposta in data 31 ottobre 2013 e, in particolare, nelle dichiarazioni rilasciate dal boss Carmine Schiavone nel lontano 1997;
la giornalista, e ora senatrice Rosaria Capacchione, rese noto su « Il Mattino» di Napoli un incontro che sarebbe avvenuto in una «villa» dei servizi segreti a Gaeta fra esponenti di questi e di altre istituzioni dello Stato con la criminalità. A seguito della pubblicazione di tale notizia, sembra che la DDA di Napoli abbia disposto, ai tempi in cui era coordinata dal Procuratore Cafiero de Rhao, un’indagine da parte dei ROS dei carabinieri;
per essere più precisi sull’argomento, il 25 febbraio 2011 Rosaria Capacchione scriveva su Il Mattino di affari che, ruotano attorno alla gestione e allo smaltimento dei rifiuti nel basso Lazio, e di una inquietante trattativa Stato-Casalesi, confermata dalle dichiarazioni dell’ex sub commissario all’emergenza rifiuti Giulio Facchi, che ha raccontato ai pubblici ministeri Federico Cafiero de Raho, Catello Maresca e Alessandro Milita l’incontro a Gaeta con tre agenti del Sisde che nel 2003 lo avrebbero individuato come loro interlocutore istituzionale e interrogato per informarsi dell’infiltrazione camorristica nella gestione della filiera dello smaltimento dei rifiuti;
prima di lui, altri funzionari, e referenti istituzionali della struttura commissariale si sarebbero incontrati con altri uomini dei servizi segreti. In un caso, ha riferito Facchi, anche con Antonio Bassolino: «Fu io a fissare quell’incontro visto che in altre occasioni mi ero incontrato con un altro funzionario, almeno tre quattro volte, l’agente A.C. Sono certo che i servizi, dopo il 2004, riuscirono alla fine a piazzare un loro uomo all’interno del commissariato, una persona che era già stata consulente di un consorzio casertano»;
a suo dire, dunque, nell’ufficio del commissario per l’emergenza rifiuti, in epoca Catenacci, avrebbe lavorato direttamente un agente degli apparati di sicurezza già impiegato in precedenza in uno dei consorzi di bacino del Casertano, probabilmente il Ce2 o il Ce4;
è in questo contesto che sarebbero avvenuti gli incontri (almeno due) con il capo del clan dei Casalesi Michele Zagaria, allora latitante. Incontri durante i quali, in cambio della « paxsociale» la camorra avrebbe chiesto e ottenuto una contropartita economica sotto forma di appalti e affidamenti di servizi;
tale sospetto è forte, anche alla luce delle affermazioni di Carmine Schiavone; il 13 dicembre 2014 il Fatto Quotidiano titolava «Mafia Capitale e la palude di Latina: tra omertà e minacce, indagare non si può», riportando il resoconto dell’audizione del magistrato Michele Prestipino, resa alla Commissione antimafia nella prefettura di Latina, che evidenzia, quanto, nel, circondario di Latina, siano difficoltose le indagini rispetto al fenomeno mafioso, anche per la presenza di oscuri personaggi in possesso di intercettazioni secretate che si vantano di appartenere ad organismi dei servizi segreti;
nella relazione di fine 2009 al procuratore Piero Grasso, la procura distrettuale antimafia di Roma affermava che la parcellizzazione delle indagini sui fatti criminosi che interessavano tutte le province del Basso Lazio, impedisce di cogliere i segnali della presenza della criminalità mafiosa e favorisce il suo progressivo radicamento; nel documento si può leggere inoltre che «appare utile realizzare un efficace coordinamento con le Procure circondariali, soprattutto Latina e Frosinone. Gravi episodi – gambizzazioni, incendi, attentati – si realizzano infatti quasi quotidianamente in quei territori, ma vengono rubricati, e trattati, come fitti di criminalità comune»;
in fatto di rubricazioni di reati di stampo mafioso avvenute presso la procura di Latina a proposito del caso Fondi e del mancato scioglimento del comune per infiltrazioni del clan di ‘ndrangheta dei Tripodo, all’epoca, sono stati molto duri i pubblici ministeri della direzione distrettuale antimafia di Roma Diana De Martino e Francesco Curcio che nella loro inchiesta hanno scritto a proposito della procura Pontina: nella stragrande maggioranza dei casi si è proceduto da parte delle diverse autorità giudiziarie di questo distretto, rubricando la massa dei reati fatti oggetto di indagine, in realtà di stampo mafioso, come fatti di criminalità comune;
secondo gli interroganti, senza entrare nel merito dell’inchiesta in corso presso la procura di Latina, denominato «sistema Sperlonga» riservata alla competenza dell’autorità giudiziaria, ma analizzando unicamente i documenti o gli articoli di stampa pubblicati sulla vicenda, si nota che le ipotesi di reato rilevate, come abusi edilizi, lottizzazione abusiva, abusi della pubblica amministrazione continuano ad essere perseguiti come reati comuni e singolarmente;
non appare immune dalla presenza di interessi malavitosi anche la zona turistica situata a nord di Sperlonga, denominato «Salto di Fondi» dove, da quanto si apprende da numerosi articoli di stampa e da dichiarazioni pubbliche di amministratori e politici locali, nel corso degli anni sono stati acquistati ingenti appezzamenti di terreni da parte di soggetti campani anche gravati da precedenti penali di natura mafiosa che hanno dato vita anche a lussuosi agriturismi, frequentati assiduamente anche da ex generali, politici nazionali e locali e da qualche magistrato anche esso locale;
frequentazioni che ingenerano negli interroganti forti perplessità dovute alla presenza di soggetti di cui si ipotizza l’appartenenza a clan camorristi, in particolare dei clan Gaglione – Moccia;
sarebbe opportuno disporre approfonditi accertamenti atti a verificare se sussistano intralci, ritardi, omissioni da parte dei funzionari e degli amministratori coinvolti e al fine di verificare sul territorio delle province di Latina e Frosinone la presunta esistenza di una lobby affaristico-istituzionale o politico-malavitosa atta a condizionare l’attività istituzionale –:
se siano a conoscenza dei fatti sopra riportati e se non si ritenga di disporre, per quanto di competenza, verifiche approfondite per appurarne la piena fondatezza, anche alla luce dell’asserito coinvolgimento di personale degli apparati di sicurezza;
se non si intenda valutare la sussistenza dei presupposti per promuovere iniziative ispettive presso gli uffici giudiziari pontini ai fini dell’esercizio di tutti i poteri di competenza. (4-13286)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Andrea Palladino 

Toxicleaks per Left, 22 febbraio 2014

Le navi di Ilaria Alpi, le armi, i Casalesi

Domenica 22 febbraio, alle ore 11.15, l’ex collaboratore di giustizia Carmine Schiavone è morto per infarto nell’ospedale di Viterbo. Il procuratore di Reggio Calabria Cafiero de Raho – a capo per anni della Dda di Napoli – ha dichiarato che “andranno svolti tutti gli accertamenti che il caso richiede”. La procura di Viterbo ha disposto l’autopsia, acquisendo le cartelle cliniche.
Ripubblichiamo un reportage di ToxicLeaks e un’intervista a Carmine Schiavone, realizzata un anno fa, dove l’ex boss dei casalesi racconta dettagli inediti sui traffici via nave dal porto di Napoli e Gaeta. Un capitolo ancora da approfondire.

By Redazione ToxicLeaks@toxicleaksFeb 23, 2015

 

Il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone

GAETA (LATINA) – Bisogna salire su una collina per capirla questa città. Un golfo così grande è raro vederlo: sulla destra la base Usa – o quel che ne rimane – proprio a fianco alla scuola nautica della Guardia di finanza. E poi, sulla sinistra, verso Formia, il nuovo porto, con le navi cargo che caricano i rottami ferrosi arrivati dal sud, dalla Terra di lavoro, la provincia di Caserta che sfiora il sud pontino. È Gaeta, città antica, marinara per vocazione. Crocevia di tanti destini, interpretati da nomi di navi esotici e impronunziabili.

Se scendi verso la città trovi l’anima più antica. Dal vecchio porto le stradine salgono verso il Duomo, nel dedalo di vicoli e profumi della Tiella, la torta rustica tipica della zona. Carmine Schiavone da Casal di Principe saliva spesso da queste parti.
A Formia – appena quattro chilometri – fin dagli anni ’80 abitano i Bardellino, la famiglia del capostipite Antonio. Prima di essere ucciso in Brasile – nel maggio del 1988 – era lui il capo indiscusso del cartello dei Casalesi. «C’è una stradina proprio dove c’era il porto – racconta – e qui c’era un locale, lo chiamavamo “‘a chiavatoia”, tanto per essere chiari». Un bordello, per chi non frequenta quel dialetto.

«Era uno dei luoghi controllati dal nostro uomo nel sud pontino, Gennaro De Angelis, che ufficialmente aveva delle concessionarie, tra la provincia di Latina e quella di Frosinone», spiega stringendo gli occhi, cercando la precisione, arma di salvezza per ogni collaboratore di giustizia.

La motonave 21 Oktobar II della Shifco (veritaprivatadelmobyprince.com) 

Un nome, quello di De Angelis, ben noto all’antimafia, fin dal marzo del 1996, quando Schiavone – collaboratore dal 1993 – aveva raccontato per ore la geografia criminale della provincia di Latina ai carabinieri guidati dall’allora capitano Vittorio Tomasone, poi passato negli anni scorsi ai vertici dell’arma. Aggiunge però qualcos’altro Schiavone: «Quel locale era frequentato dai somali e da gente dei servizi». Occorre un passo indietro.

TUTTE LE NAVI DI ILARIA

Gaeta era la base di partenza delle navi della compagnia somala Shifco, società creata negli anni ’80 con i soldi della cooperazione italiana. Nel 1993 aveva stretto un accordo con la Panapesca colosso del pesce congelato con sede operativa nel sud pontino; secondo alcune fonti consultate da Left, già da anni, però, esisteva un accordo di fatto: «I somali giravano a Gaeta con la borsa piena di timbri, pronti a firmare le autorizzazioni necessarie», racconta un operatore portuale che chiedono l’anonimato.

Di quella compagnia italo-somala si stava interessando Ilaria Alpi durante il suo ultimo viaggio in Somalia, qualche giorno prima dell’agguato del 20 marzo 1994, dove morì insieme a Miran Hrovatin. Molto probabilmente era questa l’inchiesta che l’aveva portata a Bosaso, nell’ex Migiurtina italiana. Il 4 marzo del 1994 – ovvero dieci giorni prima del suo arrivo nel nord della Somalia – uno dei pescherecci costruiti dalla cooperazione italiana e gestiti dalla Shifco, la Faraax Omar, era stato sequestrato dai pirati migiurtini.

L’ultima intervista di Ilaria Alpi al sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor 

Ilaria, nella sua intervista al Bogor di Bosaso, cercava di capire meglio il vero ruolo della Shifco, scontrandosi con risposte evasive. O allusive: «Lei è del Sismi?», chiede ad un certo punto, sorridendo, il Bogor. Una sigla citata non a caso: secondo la newsletter “Indian Ocean” i servizi italiani in quel momento si stavano occupando del caso. Una circostanza mai confermata dall’intelligence militare. Somali e servizi segreti, ricorda oggi Carmine Schiavone, parlando di Gaeta. Un’alleanza decisamente curiosa.

I PORTI, LE ARMI, I CASALESI

«Sono sicuro che anche da Gaeta partissero le armi e i rifiuti, proprio in quel periodo», prosegue nel racconto Carmine Schiavone. Nei locali vicino al porto – ricorda – i somali parlavano. E i suoi uomini ascoltavano. Per poi riferire a Casal di Principe, la capitale del cartello comandato da Francesco “Sandokan” Schiavone. «Così avveniva a Napoli – prosegue l’ex collaboratore di giustizia – dove le navi che portavano il cemento sfuso della nostra società Eurocem e ripartivano cariche di armi, verso i paesi del nord Africa e del Medio Oriente». Organizzate da chi? «Non da noi, ma dai servizi di sicurezza». Parole che dovranno essere confermate dalle inchieste della magistratura, se mai ve ne saranno, visto il tempo passato. In ogni caso fino ad oggi Schiavone è stato ritenuto un collaboratore «attendibile e di alto profilo», come hanno attestato nel 2010 i magistrati antimafia in un rapporto.

Il trafficante d’armi Monser Al Kassar 

L’utilizzo delle navi gestite dalla Shifco per il trasporto delle armi trova un importante riscontro nei documenti delle Nazioni unite, che dal 1992 monitorano i commerci di armamenti verso la Somalia, paese otto embargo Onu. Nel rapporto divulgato il 25 marzo del 2003 gli analisti delle Nazioni unite riportano il caso di un trasporto clandestino di armi, avvenuto nel 1992, attraverso un trasbordo – avvenuto al largo delle coste somale – che sarebbe stato garantito «apparentemente da un peschereccio della compagnia Shifco», verso il porto di Adale. Il direttore della società italo-somala Farah Munye – sentito dagli esperti – aveva però negato ogni coinvolgimento. L’organizzatore del traffico – secondo il rapporto – era Monzer al-Kassar, noto broker di armi, arrestato nel 2008 dalla Dea. E proprio nel 1992 dalla comunità somala di Roma sarebbe partito un bonifico di 500 mila dollari diretto ad al-Kassar, come documenta un documento declassifica del Sismi, depositato nei fascicoli di un’inchiesta della procura di Torre Annunziata.

I porti da dove partivano le armi – e i rifiuti, sottolinea Carmine Schiavone – non erano solo Gaeta e Napoli. «A Trapani c’era una collaborazione tra Cosa nostra e i servizi – racconta l’ex cassiere dei Casalesi – come mi raccontava in carcere un boss di Mazara del Vallo». Anche in questo caso il suo racconto è “de relato”, ma probabilmente attendibile, visto lo stretto rapporto esistente tra il clan casertano e Cosa Nostra. Un rapporto non solo di fiducia, ma di scambio di informazioni. Il caso Alpi è oggi sostanzialmente fermo dal punto di vista giudiziario. L’unico approfondimento su Gaeta e il traffico d’armi risale al 1995-1996. Tutto, allora, venne archiviato e nessuno chiese a Carmine Schiavone chi fossero i veri padroni del porto. E cosa finisse in quelle navi spedite verso la Somalia.

 

Andrea Palladino 

Toxicleaks per Left, 22 febbraio 2014

 

INTERROGAZIONE  SENATORI  SIMEOMI ,FACCIANO E FUCKSIA

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05832


Atto n. 4-05832

Pubblicato il 18 maggio 2016, nella seduta n. 629

SIMEONI , VACCIANO , FUCKSIA - Ai Ministri dell’interno e della giustizia. -

Premesso che:

il tema di un presunto negoziato tra apparati dello Stato ed esponenti di primo piano della mafia viene periodicamente ripreso a partire dagli anni ’90, ed ampiamente illustrato nel saggio “L’altra trattativa” di Massimiliano Amato. Invero, tale trattativa sarebbe emersa anche nei verbali recentemente desecretati dalla Camera dei deputati, il 31 ottobre 2015, in merito alle rivelazioni rilasciate dal boss Carmine Schiavone nel 1997;

anche la giornalista, ed ora senatrice, Rosaria Capacchione, in un articolo apparso su “Il Mattino”, avrebbe riportato la notizia dell’avvenuto incontro in una “villa” nelle disponibilità dei servizi segreti a Gaeta (Latina), tra questi ultimi, esponenti di altre istituzioni dello Stato ed appartenenti alla criminalità organizzata. La Direzione distrettuale antimafia di Napoli, all’epoca coordinata dal procuratore Cafiero De Raho, avrebbe disposto, a seguito della pubblicazione dell’articolo, l’avvio di un’indagine in merito da parte del Ros dei Carabinieri;

invero, nel suo articolo, la Capacchione, il 25 febbraio 2011, denunciava un possibile giro di affari incentrato sulla gestione e smaltimento dei rifiuti nei territori del basso Lazio, nonché di un’inquietante accordo tra Stato e Casalesi, sulla base delle dichiarazioni rese dall’ex sub commissario all’emergenza rifiuti Giulio Facchi. Questi avrebbe, inoltre, confermato ai pm Federico Cafiero De Raho, Catello Maresca ed Alessandro Milita l’incontro a Gaeta con 3 agenti in forza al Sisde che, nel 2003, lo avrebbero individuato quale loro interlocutore istituzionale per informarsi, altresì, dell’eventuale infiltrazione criminale all’interno della gestione dello smaltimento dei rifiuti;

Facchi avrebbe inoltre riferito che prima di lui altri funzionari e referenti istituzionali della struttura commissariale si sarebbero incontrati con diversi uomini dei servizi segreti, in una circostanza, sembrerebbe anche con Antonio Bassolino: “Fu io a fissare quell’incontro visto che in altre occasioni mi ero incontrato con un altro funzionario, almeno tre quattro volte, l’agente A.C. Sono certo che i servizi, dopo il 2004, riuscirono alla fine a piazzare un loro uomo all’interno del commissariato, una persona che era già stata consulente di un consorzio casertano”, come riportato da un articolo de “il Fatto Quotidiano” del 5 febbraio 2011;

pertanto, stando alle dichiarazioni rese da Facchi, un agente degli apparati di sicurezza, già impiegato in precedenza in uno dei consorzi di bacino del casertano, probabilmente il Ce2 o il Ce4, avrebbe lavorato direttamente nell’ufficio del commissario per l’emergenza rifiuti, durante la gestione Catenacci;

in tale contesto, sarebbero dunque avvenuti almeno 2 incontri tra il reggente del clan dei Casalesi, Michele Zagaria, all’epoca ancora latitante. Incontri durante i quali, in cambio della pax sociale, la camorra avrebbe chiesto ed ottenuto una contropartita economica sotto forma di appalti, nonché di affidamento di servizi;

ad avvalorare ulteriormente le tesi esposte dall’ex subcommissario, anche alla luce delle dichiarazioni del pentito Schiavone, vi sarebbe un articolo apparso su “il Fatto Quotidiano” del 13 dicembre 2014, ove, sotto il titolo “Mafia Capitale e la palude di Latina: tra omertà e minacce, indagare non si può″, veniva riportata l’audizione del magistrato Michele Prestipino presso la Commissione di inchiesta sul fenomeno delle mafie, nella quale egli evidenzia le difficoltà riscontrate nel prosieguo di indagini rispetto al fenomeno mafioso locale, anche in virtù della presenza di taluni oscuri personaggi che sarebbero stati in possesso di intercettazioni secretate, millantando, forse, una presunta appartenenza ad organismi dei servizi segreti;

ancora, la Procura distrettuale antimafia di Roma, nella relazione del 2009, sottolineava la parcellizzazione delle indagini afferenti ai fatti criminosi che interessavano tutte le province del basso Lazio, impedendo, in tal modo, di fatto, l’acquisizione di elementi che indicassero incontrovertibilmente la presenza della criminalità organizzata sul territorio, favorendone, contestualmente, il progressivo radicamento. Ed invero, come si legge nel documento, la Procura distrettuale sottolinea come “appare utile realizzare un efficace coordinamento con le Procure circondariali, soprattutto Latina e Frosinone. Gravi episodi – gambizzazioni, incendi, attentati – si realizzano infatti quasi quotidianamente in quei territori, ma vengono rubricati, e trattati, come fatti di criminalità comune”;

in merito alla sistematica derubricazione presso la Procura di Latina dei reati associativi di stampo mafioso, in ordine, specialmente, al mancato scioglimento del Comune di Fondi per infiltrazioni del clan ‘ndranghetista dei Tripodo, i pm della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Diana De Martino e Francesco Curcio, si sarebbero espressi, secondo quanto risulta agli interroganti, nell’ambito dell’inchiesta da loro condotta a proposito della Procura di Latina, in termini molto duri, arrivando a sostenere che nella maggioranza dei casi le diverse autorità giudiziarie di detto distretto avrebbero proceduto alla derubricazione dei reati oggetto di indagine, da delitti connotati dallo stampo mafioso a fatti di comune criminalità;

considerato che:

a parere degli interroganti, ferma restando l’intenzione di non entrare nel merito di procedimenti in corso presso la Procura di Latina nell’ambito del “sistema Sperlonga”, desta preoccupazione, sulla base di quanto si è avuto modo di apprendere in particolare dalla stampa locale, la constatazione che plurime ipotesi di reato quali abusi edilizi, lottizzazioni abusive, illeciti della pubblica amministrazione continuino ad essere perseguiti quali reati comuni ed analizzati singolarmente, invece di essere inquadrati in un più ampio sistema criminale, ormai organico sul territorio;

l’estensione di tale sistema criminale, peraltro, starebbe drammaticamente interessando l’intera regione del basso Lazio, comprendendo anche la zona turistica a nord di Sperlonga nota come “Salto di Fondi”, tanto è vero che, nel corso degli anni, si assisterebbe sempre più frequentemente, come puntualmente riportato da numerosi articoli di stampa, avvalorati dalle ripetute dichiarazioni pubbliche di amministratori e politici locali, all’acquisto di ingenti appezzamenti di terreno da parte di cittadini campani non di rado aggravati da precedenti penali, anche di natura mafiosa, ove sorgerebbero, tra l’altro, lussuosi agriturismi, assiduamente frequentati sia da politici locali e nazionali sia da ex generali e magistrati. Tali frequentazioni ingenerano negli interroganti forti perplessità, in particolare stante la presenza di soggetti di cui si ipotizza l’appartenenza a clan camorristi, nello specifico dei clanGaglione-Moccia,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e se non intendano, nell’ambito delle rispettive competenze, intraprendere idonee iniziative, affinché siano condotte indagini approfondite al fine di verificarne la veridicità;

se non intendano disporre l’invio di commissari ministeriali, al fine di verificare la presunta esistenza, sul territorio delle province di Latina e Frosinone, di una lobby affaristico-istituzionale o politico-malavitosa atta a condizionare l’attività istituzionale;

se, in virtù delle dichiarazioni rese dal magistrato Prestipino, dall’ex subcommissario Facchi e dal pentito Schiavone, nonché sulla base della relazione della Procura distrettuale antimafia di Roma, il Ministro della giustizia non ritenga necessario attivare procedure ispettive o di verifica, nonché, qualora sussistessero gli estremi e nei limiti delle proprie competenze, proposte disciplinari a carico della Procura di Latina, con particolare riguardo alle presunte e indebite derubricazioni o parcellizzazioni di reati di competenza della Direzione distrettuale antimafia verificatesi presso gli uffici giudiziari pontini.

 

 

 

 Latitanza e incontri istituzionali

Zagaria, una latitanza sotto il segno dei rifiuti

INCHIESTA. Le prime rivelazioni del Mattino. E le conferme raccolte da Terra. Sarebbero stati almeno due gli incontri tra il capo dei Casalesi e uomini delle istituzioni. Ma il riserbo è massimo. 

Di Giorgio Mottola 

Sull’emergenza rifiuti cala l’ombra di una possibile trattativa tra rappresentati dello Stato e criminalità organizzata. Tra il 2006 e il 2008, esponenti dei servizi segreti e delle istituzioni avrebbero incontrato in più occasioni il capo dei capi del clan dei Casalesi, Michele Zagaria, latitante dal 1994. E avrebbero contrattato con il boss una sorta di via libera all’azione del commissariato per l’emergenza rifiuti nelle province di Napoli e Caserta, in cambio di appalti, ristori e garanzie di varia natura, libertà compresa. La Dda di Napoli avrebbe aperto sulla vicenda un fascicolo, secondo quanto riportato da Rosaria Capacchione, che quattro giorni fa sul Mattino ha dato per prima (e finora da sola) la notizia dell’inchiesta. Il coordinatore dell’antimafia napoletana, Federico Cafiero De Raho, non conferma ma neppure smentisce. Fonti ufficiose interne alla Dda ammettono però che un’indagine è realmente partita, ma fino a questo momento è coperta dalla massima segretezza.

L’incontro cui fa riferimento la giornalista del Mattino risalirebbe alla fine del 2006, quando la crisi del ciclo dei rifiuti in Campania comincia ad aggravarsi tanto da sembrare irreversibile. Probabilmente non è stato l’unico. Agli inquirenti, con cui Terra ha parlato, risulta infatti almeno un altro faccia a faccia tra Michele Zagaria, uomini dei servizi e delle istituzioni, avvenuto qualche mese dopo, nel 2007, in un Comune della provincia di Napoli. Stando alla ricostruzione di Rosaria Capacchione, il boss dei Casalesi avrebbe dato ai rappresentanti dello Stato il suo benestare alla costruzione del termovalorizzatore di Santa Maria la Fossa in un’area dove sono presenti numerose aziende zootecniche legate ai clan. Come contropartita, la camorra avrebbe avuto libero accesso agli appalti, avrebbe partecipato alla spartizione della ricca torta dei ristori e soprattutto la latitanza di Zagaria sarebbe stata coperta direttamente da settori “para-istituzionali”.

Nessuno ne parla, ma, al di là di quali saranno gli esiti delle indagini sulla trattativa, il ruolo che i servizi segreti hanno avuto nell’emergenza rifiuti campana è stato tutt’altro che secondario. «Tutti i livelli istituzionali ne erano perfettamente consapevoli. Uomini dei servizi segreti entravano e uscivano dal Commissariato per l’emergenza rifiuti a Napoli come se fossero stati a casa loro. Ogni volta che parlavo con Bertolaso, lui dava sempre per scontata questa cosa», spiega Tommaso Sodano, che all’epoca dei fatti era presidente della Commissione Ambiente al Senato. Non ne fa mistero nemmeno Giulio Facchi, subcommissario tra il 2000 e il 2004 e rinviato a giudizio insieme a Bassolino per vicende relative all’emergenza rifiuti. Il ruolo che ricopriva lo ha portato in quegli anni ad avere rapporti motlo frequenti con i servizi segreti.

«Ricordo che una volta mi portarono a in un villa a Gaeta, che era una loro centrale operativa, e lì per undici ore mi fecero domande sulla situazione in Campania e soprattutto su Impregilo e sulla Fibe (la società che ha costruito il temrovalorizzatore di Acerra, ndr), che io avversavo apertamente», racconta Giulio Facchi. Si tratta di una presenza che a partire dal 2004 diviene sempre più forte sul territorio. In questo periodo c’è anche un avvicendamento al vertice dei servizi segreti regionali: il reponsabile dell’Agenzia in Liguria ai tempi del G8, uomo fedelissimo di Gianni De Gennaro, viene spedito a guidare i servizi in Campania. Nel 2008, il clima però comincia a farsi più pesante. Walter Ganapini, assessore regionale all’Ambiente, denuncia un’eccesiva ingerenza dei servizi.

In un audio finito sul sito di Wikileaks, l’ex assessore all’Ambiente denuncia di aver subito forti pressioni contro l’apertura di Parco Saurino. Si tratta di una discarica da quasi 800 mila tonnellate, situata in Provincia di Caserta, che avrebbe risolto l’emergenza per qualche mese. Con una pesante controindicazione però: si rischiava in questo modo di rallentare la corsa verso la costruzione dei termovalorizzatori, che i Casalesi consideravano un loro business (almeno per quanto riguarda quello di Santa Maria La Fossa, bloccato dalla Dda per infiltrazioni camorristiche). Dopo le pressioni e le «intimadazioni,» che Ganapini ancora oggi conferma, Parco Saurino è definitivamente scomparso dal novero delle possibili soluzioni.

Se la presenza dei servizi segreti può essere per alcuni una scoperta, non lo è affatto il ruolo assunto dalla camorra nell’emergenza rifiuti e soprattutto la sua capacità di condizionare le scelte della politica L’inchiesta sulla Eco4, la società dei fratelli Orsi ma controllata, secondo gli inquirenti, dall’ala bidognettiana dei Casalesi, ne è una delle tante dimostrazioni. Quella società, a testimonianza di «un patto scellerato tra politica e camorra, garanti a vicenda della loro sopravvivenza, che si autoalimentava con il business dei rifiuti», hanno scritto i magistrati. L’inchiesta sulla trattativa, qualora fosse dimostrata, potrebbe forse fornire una spiegazione anche al lungo elenco di aziende, che hanno lavorato grazie ad affidamenti diretti del Commissariato per l’emergenza rifiuti, ma che sono state colpite da interdittive antimafia nel giro di pochi mesi. I casi più eclatanti sono stati quelli della Veca Sud di Caturano e Ventrone, che trasportava il percolato delle discariche, ma aveva rapporti con i clan; la Simont, che un paio di commissari hanno additato come azienda modello, consentendogli di lavorare tantissimo, ma che vedeva il titolare socio di un parente del boss Michele Zazza; la Fontana Costruzioni, che secondo una prima interdittiva (annullata però lo scorso febbraio dal Tar) faceva riferimento al boss Zagaria.

In questa vicenda contano moltissimo le date. Nella gestione dell’emergenza rifiuti qualcosa è sicuramente cambiato a partire dal 2004, quando Antonio Bassolino rassegnò le dimissioni da commissario. «In una cena risalente alla fine del 2003, in cui erano presenti anche Paolucci e Vanoli (rispettivamente subcommissario e vicecommissario, ndr), Bassolino ci disse che non poteva andare avanti altrimenti ci saremmo messi nei pasticci. Era necessario che arrivasse un prefetto o un militare», ricorda Giulio Facchi. E infatti di lì a poco fu nominato commissario l’ex prefetto Corrado Catenacci, che, su indicazione del Consiglio dei ministri, riempì la struttura di uomini appartenenti alle forze dell’ordine e all’esercito Tra questi anche «un collaboratore dei servizi che aveva rapporti con il consorzio di Caserta», come sostiene sempre l’ex subcommisario.

(07/01/2011) fonte: Zagaria, una latitanza sotto il segno dei rifiuti | Terra – Quotidiano di informazione pulita

L’audio di Ganapini

Su l’Espresso si possono ascoltare spezzoni rilevanti, in un articolo dell’anno scorso: Dai rifiuti spunta lo 007 – L’espresso

Qui invece si può scaricare l’audio integrale. Ganapini lo si ascolta

L’ignavia della maggioranza della gente di fronte al problema del malcostume e delle mafie.

A lamentarsi sono tantissimi,i più,magari  sottovoce, perché hanno paura anche di farsi sentire.
Puoi,al massimo,strappar loro un “mi piace” o un “condividi” e questo già é un atto di coraggio che pochi dimostrano di avere.
Ma quando domandi loro “Tu cosa fai per  far sì che questa situazione finisca?” i più furbi la buttano in politica mentre gli altri arrossiscono e se ne vanno.
Altri ancora se la cavano dicendoti:”spetta alle forze dell’ordine ed alla magistratura e non a me”
Hai voglia a spiegare loro che forze dell’ordine e magistratura da sole non ce la fanno – alcuni per impreparazione,qualche altro per  collusione o altro motivo –e che,perciò, hanno bisogno del sostegno e dello stimolo dei cittadini.
Hai svoglia a ricordare loro le parole accorate di Borsellino che diceva che  “é un errore imperdonabile il pensare che tutto il peso della lotta alle mafie debba continuare a gravare sulle sole spalle della magistratura e delle forze dell’ordine”.
Se non hanno senso civico,interesse per l’avvenire dei propri stessi figli e senso dello Stato é tutto tempo perso.
Hai voglia a spiegare che se su un territorio non ci sono i sensori accesi notte e giorno le mafie dilagano.
Non ti fanno una sola segnalazione,non ti fanno un nome di sospetti mafiosi,non ti dicono niente di niente.
E’ questo il problema dei problemi:l’ignavia della maggior parte della gente!

Ora basta.Lo Stato deve provvedere ad assicurare tranquillità e sicurezza ai cittadini.

 

Il Mattino, Giovedì 1 Settembre 2016

Due raid in 24 ore al rione Sanità, de Magistris: «Inaccettabile»

«Il controllo del territorio lo deve fare lo Stato e non persone che scorazzano indisturbate e intimoriscono napoletani e turisti. Questa situazione non può più essere tollerata, altrimenti è una sconfitta per chi di dovere è destinato a prevenire e non è certo il sindaco». Lo ha detto il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ai microfoni di Radio Crc affrontando il tema della sicurezza anche in relazione agli episodi di microcriminalità che hanno coinvolto turisti.

Il sindaco, annunciando che porterà nel prossimo Comitato per l’ordine e la sicurezza, «proposte concrete» già anticipate al prefetto Pantalone, ha affermato che «è necessario un rafforzamento qualitativo e quantitativo di mezzi e uomini a cui si deve affiancare un’implementazione anche delle strutture di supporto alla magistratura».

«Napoli – ha detto il sindaco – merita un investimento maggiore da parte del governo. È una situazione inaccettabile che lo Stato non può consentire. Tutte le strutture impegnate e le articolazioni devono dimostrare che il controllo del territorio lo fa lo Stato».

Ci sarà anche il “Capaci ter”.L’Associazione Caponnetto fra le parti offese.

Caltanissetta, processo Capaci bis
Quattro ergastoli, un assolto

26/07/2016 – 21:53

Carcere a vita, per i mafiosi Salvo Madonia, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello, così come era stato chiesto dai pm della Procura nissena. Assolto invece Vittorio Tutino

Caltanissetta, processo Capaci bisQuattro ergastoli, un assolto

La Corte d’assise di Caltanissetta ha condannato all’ergastolo quattro dei cinque imputati nel nuovo processo per la strage di Capaci. Carcere a vita, per i mafiosi Salvo Madonia, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello, così come era stato chiesto dai pm della Procura nissena. Assolto invece Vittorio Tutino.

La Procura di Caltanissetta aveva chiesto cinque ergastoli per i cinque ritenuti colpevoli per la strage di Capaci. La requisitoria era stata pronunciata dal procuratore Lia Sava e dai sostituti della Dda nissena Stefano Luciani e Onelio Dodero. Gli imputati sono Salvo Madonia, Vittorio Tutino, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello ritenuti colpevoli nell’ambito del processo bis per la strage di Capaci del 23 maggio ’92 in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo le gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Madonia per la Procura fu tra coloro che decise di eliminare Giovanni Falcone e gli altri quattro perché parteciparono alle fasi di recupero e preparazione dell’esplosivo utilizzato per fare saltare un pezzo dell’autostrada Palermo-Mazara. Proprio il tratto che Giovanni Falcone doveva percorrere in quel giorno di maggio per tornare a Palermo. Il magistrato arrivava da Roma, all’epoca era il direttore della sezione Affari penali del Ministero della Giustizia e anche lì, nelle stanze del Governo, aveva lavorato contro la mafia.
Ma questo processo, ribattezzato Capaci-bis non sarà l’ultimo. No, perché sotto processo deve ancora andare Matteo Messina Denaro, raggiunto nei mesi scorsi a una nuova ordinanza di custodia sia per la strage di Capaci che per quella di via D’Amelio. E perché probabilmente a processo andranno altre tre persone, attualmente indagate per la strage di Capaci. Tre nomi su cui c’è ancora il massimo silenzio, ma che presto potrebbero essere raggiunte da provvedimenti cautelari. Lo aveva annunciato lo stesso procuratore Sava al termine dela sua requisitoria: «Ci sarà un Capaci-ter a carico di Messina Denaro e di altri tre indagati. Ci sono altri aspetti da chiarire».

La Sicilia

Due alberi piantati stamane al Parco Verde nel nome di Chicca e di Antonio, a due anni esatti dalla morte della bambina e a tre da quella di Antonio.

comunicato stampa

 

 

 

Due alberi piantati stamane al Parco Verde nel nome di Chicca e di Antonio

a due anni esatti dalla morte della bambina e a tre da quella di Antonio 

 

Era il 24 giugno del 2014 quando cominciò a rimbalzare la notizia che una bambina di 6 anni era volata giù da un Palazzone del Parco Verde di Caivano, schiantandosi al suolo e perdendo la vita. E sono due anni esatti oggi da quando gli avvocati Angelo e Sergio Pisani, giunti immediatamente sul posto, intuirono che esisteva un collegamento fra l’atroce fine di Chicca e quella del piccolo Antonio, 3 anni, cui un anno prima era toccata la stressa terribile sorte, benché allora si parlasse ancora di una “caduta accidentale”.

 

A due anni dalla morte di Chicca questa mattina l’avvocato Angelo Pisani e tanti volontari del posto, insieme a Mimma, madre della piccola, hanno piantato due alberi nel Parco Verde in ricordo di Fortuna Loffredo e di Antonio Giglio.

 

«Questi due alberi – ha detto Pisani – sono una testimonianza nel ricordo dei due bambini, ma intendono rappresentare anche un segno di speranza e di voglia di vivere per tutti i piccoli di questo territorio». «Un territorio – ha aggiunto il legale – in cui purtroppo a due anni dalla morte di Fortuna e a tre anni da quella di Antonio, lo Stato qui ancora non c’è, mentre resistono degrado, abbandono, miseria». «Dobbiamo fare in modo che questa equazione sia capovolta, più Stato e soprattutto leggi idonee a punire crimini disumani come quelli avvenuti qui a danno di creature innocenti. Non dobbiamo accontentarci di verità parziali – ha incalzato Pisani – non ci basta qualche colpevole, è necessario che ci impegniamo tutti per salvare altri innocenti esposti allo stesso pericolo e chiediamo allo Stato un deciso scatto di dignità morale. Lo dobbiamo alla memoria di Antonio e di Chicca, lo chiediamo come italiani in nome e per conto di tutti i bambini che vivono in simili condizioni di degrado, a Caivano come in altre parti del Paese. Pene più severe da parte del legislatore – ha concluso l’avvocato – e una forte, autorevole presenza dello Stato».

 

Napoli, 24 giugno 2016   

 

                                    Ufficio stampa studio avvocati Angelo e Sergio Pisani

 

 

 

 

Studio Pisani & Co.
Piazza Vanvitelli 15
80129 Napoli, IT

Tel.: 081 556.77.77     www.angelopisani.it

contatti: stampapisani@gmail.com - 335.417420

 

 

Al Presidente della Repubblica Mattarella,Al Ministro dell’Interno

Sindaco di Castel San Vincenzo interdetto partecipa con la fascia tricolore in presenza del Prefetto dott Guida, del Presidente del Tribunale e di altre Autorità tra cui il Presidente della Provincia Coia  ad Isernia alla Festa della Repubblica . Vergogna

foto di Antonio Bendato.

E’ oltremodo vergognoso il comportamento del Prefetto e del Questore di Vibo Valentia nei confronti di un Testimone di Giustizia,Salvatore Barbagallo,che si trova così esposto dopo aver denunciato una delle più potenti e pericolose ndrine del mondo.Anziché assicurargli una protezione 24 x 24,lo lasciano abbandonato a se stesso.Questa é irresponsabilità all’ennesima potenza.SI VERGOGNINO ! Che aspetta il Ministro dell’Interno Alfano ad intervenire personalmente per mandarli via per incapacità?

NON  LIMITARTI A  COMMEMORARE SENZA  PENSARE  ALLE TUE  RESPONSABILITA’ !!!!!!!

 

COSA HAI FATTO E STAI FACENDO DI CONCRETO  PER COMBATTERE  LA MAFIA – MEGLIO,LE MAFIE – CHE HANNO DEVASTATO IL NOSTRO PAESE,COMPROMETTENDO  L’AVVENIRE  DEI NOSTRI STESSI FIGLI ??????

 

PENSI DI POTERLE COMBATTERE SOLAMENTE  PARTECIPANDO  ALLA PANTOMINA  IN ATTO IN QUESTO GIORNO DA PARTE DI UN ESERCITO DI IPOCRITI  CHE FINGONO DI  ESSERE  IN LUTTO QUANDO,INVECE,SONO I VERI RESPONSABILI DI QUANTO E’ AVVENUTO E STA AVVENENDO NEL PAESE ??????

COMUNALI – I GRANDI DUELLI – DOMANI SERA AL CORVO

NON C’ERA BISOGNO DI CARMINE SCHIAVONE PER CAPIRE CHE IL BASSO LAZIO E’ ……………..”PROVINCIA DI CASALE” !!!!!!!!!……….

Il disegno é vecchio e viene da lontano,da menti raffinate  ma  perverse.

Chi scrive ne intuì l’elaborazione negli anni a cavallo fra il ’60 ed il ’70, denunciandone subito l’esistenza  pur se in altra veste ed in altri ambiti.

Gli ambiti,forse,che ne erano  gli elaboratori.

Il “piano di meridionalizzazione” di tutta l’area che dai confini  con la Campania  arriva  fino alle porte di Roma  - quell’area che Schiavone  chiamava “provincia di Casale” – ha origini antiche.

D’altra parte  non é un dato trascurabile il fatto che il maggior partito di governo dell’epoca  avesse a Caserta  il proprio tribunale interno  che faceva calare la sua mannaia sul collo degli “inaffidabili” – il termine usato in  politichese nei confronti di chi si rifiutava e si rifiuta  di stare ai giochi – oltreché  campani anche  laziali.

Infatti esisteva  nella DC il Collegio Interprovinciale  Caserta- Latina dei probiviri con sede,appunto,nei locali del Comitato Provinciale della DC casertana ed il cui Presidente,un avvocato di cui  sfugge al momento il nome,era appunto  campano.

Non é di certo un caso che  il Porto di Gaeta,anzichè  organizzarsi  in maniera tale  da diventare  uno scalo importante  di traffici  diretti verso il nord ,verso l’Europa,sia diventato il terminale di una rotta diretta verso  il sud,l’Africa e verso stati “canaglia “del continente nero, con traffici di merci scadenti ,alcune delle quali ,stando alle dichiarazioni di pentiti,anche dannose e pericolose. 

Su quei traffici indagò anche Ilaria Alpi prima che facesse la fine che tutti sappiamo.

Quando si parla di Gaeta e della provincia di Latina,alle porte della Capitale,é necessario parlare anche,se non soprattutto,  del Porto di Gaeta e dei suoi misteri e del “piano di meridionalizzazione”.

Quel “piano” che ci ha portato alla situazione attuale.

Ora addirittura si parla di “patti”  che sarebbero intervenuti sempre a Gaeta  fra taluni  uomini delle istituzioni  e boss della camorra.

Il nome di Gaeta ,nel sud del Lazio,ricorre sempre ogni volta che si parla di intrighi,compromessi e misteri  che vedrebbero come attori pezzi dello Stato  e della camorra.

Più “piano di meridionalizzazione ” di così !!!!!!!!!!……………..

.PARLA UNO DEI FONDATORI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO ED OGGI SUO ATTUALE PRESIDENTE ONORARIO OLTRE CHE COORDINATORE DELL’ UFFICIO LEGALE .IL PROF.GALASSO E’ STATO UNO DEI PIU’ ILLUSTRI PROTAGONISTI DI QUELLA STORIA QUI NARRATA,COME LO E’ ANCORA OGGI IN TUTTI I PROCESSI IMPORTANTI CONTRO LA MAFIA INSIEME ALLA SUA COLLABORATRICE LICIA D’AMICO NEI QUALI L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO E’ PRESENTE COME PARTE OFFESA.

 

Protagonista del Maxiprocesso come legale della famiglia Dalla Chiesa, testimone del procedimento-evento di cui oggi ricorre il trentennale, l’avvocato Alfredo Galasso delinea con MeridioNews una sorta di bilancio dellalotta a Cosa nostra. «Quello fu l’inizio di un’evoluzione che si è sviluppata senza sosta – spiega -. L’autorità giudiziaria ha avuto uno sviluppo impensabile. C’è stato poi un accrescimento della coscienza collettiva: prima si pensava che la mafia non esistesse». E ancora l’azione dello Stato, «che è intervenuto a volte in maniera sussultoria - continua il legale -, basti pensare a quanto fatto sull’onda delle emozioni dell’opinione pubblica all’indomani delle stragi del ’92 e ’93 o per esempio l’introduzione del reato di associazione mafiosa nel codice penale dopo l’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa». 

Ma tra le scoperte più forti di quel Maxiprocesso ci sono le contiguità tra mafia, imprenditoria e politica, uno scenario molto simile a quello riscontrato in altri processi: da Mafia Capitale a quello per la strage di Bologna dove si parla di «complicità». «Un’ombra che non è venuta meno - continua l’avvocato -, perché anche la forza intimidatoria e aggressiva delle organizzazioni mafiose si basa su questo elemento. La complicità diventa garanzia di impunità». Scenari, quelli che vengono dalle indagini e dai processi odierni, che richiedono più forza, oggi come ieri. 

Impensabili gli sgretolamenti interni di quell’antimafia creata con il sacrificio di molti in quegli anni. «La delegittimazione giova a quel sistema di potere – continua Galasso -. Nel momento in cui da pezzi dello Stato che si sono mossi nei confronti della criminalità organizzata vengono momenti di discredito, veri o presunti valuterà la magistratura, non c’è dubbio che si ha un’azione di delegittimazione complessiva che fa comodo ai potentati economici e criminali che continuano ad agire, come fanno in questo tempo, nel silenzio della armi. Per questo occorre fare attenzione e distinguere ciò che è accaduto di positivo da quel che purtroppo si è sviluppato successivamente di negativo. Attenzione a essere molto accorti».

Galasso va poi indietro con la memoria, a un ricordo personale: «Ero in rapporti di amicizia stretta con Rocco Chinnici, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone - racconta -. Avevo un rapporto confidenziale con loro ma, tuttavia, solo dopo l’emissione dell’ordinanza ho saputo di cosa aveva parlato Tommaso Buscetta. Segno di una serietà professionale del tutto impensabile oggi, con tutte le soffiate che vediamo sui giornali». Parole forti anche sui magistrati impegnati nel processo sulla Trattativa Stato-mafia e sulle minacce indirizzate al pm Nino Di Matteo. «Occorre che ci sia una solidarietà attiva oltre che una protezione di tipo istituzionale – conclude Alfredo Galasso -. Credo invece che ci sia una certa disattenzione, anzi, dirò di più, c’è una specie di fastidio diffuso, effetto non secondario della delegittimazione dell’antimafia».

Maledetti “numeri”.Lo sapete perché in alcuni territori i Comandi Provinciali delle forze dell’ordine ed alcune Procure ordinarie non fanno indagini che riguardino l’art.416 bis ,cioé i reati associativi di natura mafiosa ?Lo sapete………????????

Le Procure ordinarie , per gestire le indagini e non farsele sottrarre  dalle DDA,come é capitato a Latina  dove i reati di natura mafiosa venivano derubricati  e fatti passare per reati ordinari,come fecero  rilevare  alcuni PM della DNA in occasione delle inchieste “Damasco” sul “caso Fondi”.
Le forze dell’ordine , per lo stesso motivo,più o meno,in quanto  mentre  un’indagine  sui reati mafiosi,fra inchieste sui patrimoni e quant’altro,richiedono anni di lavoro , un’inchiesta su reati minori  si riesce a fare subito e si accumulano ,così,i “numeri”,i “’’punti”.
In sostanza si pensa più ai “numeri”  ed alle carriere personali che non  alla “qualità””” delle indagini.
Quando si dice  che la lotta alle mafie si fa a Roma,dove si decidono le cose e  da dove partono le direttive,gli input, e non a Palermo,Reggio Calabria,Napoli e così via!!!!!!!!!………………………

Video TG2.

QUI IL VIDEO.

https://www.youtube.com/watch?v=6GyQBJHq6Sk&feature=youtu.be

VIDEO, TG2  ORE  20,30  DOMENICA 13 DICEMBRE 2015-IL CALVARIO DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA.TANTE PROMESSE  DA PARTE DI UNO STATO INGRATO QUASI TUTTE DISATTESE.

Anche alcune persone che dicono di guardare l’Associazione Caponnetto con simpatia e ne apprezzano e ne condividono le azioni si limitano ad un’adesione meramente ed esclusivamente formale.

I
In Italia non si capisce e non si vuol capire che  la lotta alle mafie ed alla corruzione DEVE essere,considerata la drammaticità della situazione in cui viviamo,un impegno  PRIORITARIO  e non marginale e residuale  come appare essere quello di taluni  che,pur aderendo alla nostra Associazione, non mostrano  di avere un sufficiente  livello di sensibilità  e di consapevolezza,Così facendo si fa ,anche se involontariamente,  il gioco delle mafie  che si espandono e si  fortificano sempre di più fino al punto da  prendere il controllo del Paese grazie proprio,oltre che dalle complicità della politica e delle istituzioni,dall’inerzia della gente.
L’adesione all’Associazione Caponnetto comporta l’osservanza di obblighi morali e civili,fra i quali ,oltre alla diffusione della cultura delle legalità,la creazione in ogni luogo di strutture operative di resistenza,di vere e proprie trincee.Aderire all’Associazione Caponnetto significa  accettarne  il modello di azione,un’azione che non si basa sulla retorica  e su vaghe  ed insignificanti enunciazioni di principi,ma,al contrario,su tre principi fondamentali : l’INDAGINE,la DENUNCIA e la PROPOSTA.Se non si indaga e non si denuncia,NON  si fa  la lotta alle mafie.Questo  E’ NECESSARIO capire e far capire a tutti. Buon Natale e buon Capodanno a tutti  i nostri amici ,alle loro famiglie e a chi ci legge.
                                                                                                                           LA SEGRETERIA  DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO
                                                                                                                             www.comitato-antimafia-lt.org

L’antimafia dell ‘  immagine o degli affari e quella dei FATTI e non al servizio di chicchessia.La “scelta “ difficile ed impegnativa dell’Associazione Caponnetto

Pubblicato 11 Dicembre 2015 | Da admin3

 

LA MAFIA  NON E’  QUELLA CHE CI  VIENE RAPPRESENTATA   ATTRAVERSO  LE TELEVISIONI   E  LA MAGGIOR PARTE DEI MEDIA.

LA MAFIA NON E’  QUELLA DEI RIINA,DEI PROVENZANO,DEGLI SCHIAVONE,DEI MANCUSO.

QUESTI RAPPRESENTANO   LA MANOVALANZA ,IL SUO BRACCIO ARMATO,LA PARTE ROZZA,INCOLTA E VIOLENTA DI CUI  LA MAFIA,QUELLA VERA,”ALTRA” ED “ALTA”, SI SERVE  ALLA BISOGNA.

LA MAFIA VERA  ,QUELLA CHE NON SI VEDE  E COMANDA,E’  MOLTO PIU’ IN ALTO ED E’ COSTITUITA DA   IMPRENDITORI,PROFESSIONISTI,TALUNI GIUDICI,GENERALI  ,ALTI  UFFICIALI  E FUNZIONARI,PARLAMENTARI ,MINISTRI,BANCHIERI ED UOMINI DELLA GRANDE FINANZA E DELLA CHIESA,DA COLORO,CIOE’ ,CHE  GESTISCONO E RAPPRESENTANO IL POTERE ED IL “SISTEMA “

LA MAFIA E’,INSOMMA,UNO STATO NELLO STATO,LO STATO-MAFIA CHE SI CONTRAPPONE ALLO STATO-STATO,QUELLO STATO  IN CUI NOI CREDIAMO E PER IL QUALE CI BATTIAMO MA CHE E’ DESTINATO A PERDERE  SE LA GENTE  NON CAPISCE  E NON VUOL CAPIRE RESTANDO  INERTE  ALLA FINESTRA ,INCAPACE PERFINO DI COMPRENDERE  CHE COSI’ FACENDO  STA  PORTANDO AL MASSACRO I PROPRI STESSI  FIGLI,IL LORO AVVENIRE.

 

 Chi opera sul campo  ed intende l’”antimafia”  NON  come uno slogan,una sceneggiata ,una rappresentazione teatrale o,peggio,uno strumento per camparci,fare la bella vita,far carriera e voti;

chi,in ragione del servizio che egli intende  svolgere per dare un contributo  al bene collettivo,all’interesse comune   ed allo Stato di diritto,a quello vero e non corrotto  e per tale ragione si vede  costretto a frequentare  i luoghi del Potere,ministeri,tribunali,caserme,questure,prefetture ,commissariati ,uffici,banche e tutti gli altri nei quali ed attraverso i quali  questo viene esercitato;

sa molto bene  che….aria tira  in essi e quante e quali difficoltà e pericoli si trova   ad affrontare tenuto anche conto del livello di ignoranza,di disattenzione,dell’ignavia.dell’egoismo   della maggioranza  della gente che non sa,non vuole sapere,non vuole  e non sa guardare oltre il recinto del proprio orticello e,quindi,non capisce  la misura del disastro e la profondità del baratro  verso il quale  essa sta indirizzando e portando i propri stessi figli e nipoti e la nostra gioventù.

I due Stati:

- lo Stato-Stato ,quello di diritto costituito  da noi che ci abbiamo creduto e ci crediamo e per il quale lottiamo,disposti anche a rimetterci di tasca e non solo, e da tante altre  persone perbene  e  responsabili che ,fra mille  difficoltà,sofferenze,vessazioni,violenze che  patiscono,cercano  di difenderne l’immagine ed il ruolo mantenendo alta la bandiera della dignità e dell’onestà,costi quel che costi;

- lo stato-mafia  costituito da una banda di  infedeli,traditori,criminali,la minoranza nel Paese ma  ben organizzata e,pertanto,destinata a vincere la guerra,che,dopo aver tradito il giuramento di fedeltà allo Stato vero per il dio denaro,si sono venduti alla criminalità  incuranti persino  della sorte che essi hanno riservato ai loro stessi figli.

In uno scontro fra il criminale  ed una persona perbene  questa  é ,purtroppo,quasi sempre destinata a perdere se non é avvezza  alla lotta  ed a conoscenza delle tecniche  di questa.

Il problema centrale  di tutto l’universo dell’”antimafia sociale” in Italia  é tutto qua perché ,se a me nessuno insegna CHI é il nemico e quali tecniche  DEBBO  usare per combatterlo e vincerlo,se a me  coloro che,poi,magari  vanno a prendere i soldi ,i privilegi ,i pennacchi  dallo stato-mafia  ,   insegnano solamente a scendere in piazza  per gridare solo  “viva Falcone”,”viva Dalla Chiesa”,”viva Borsellino”  per sentirmi a posto con la coscienza  e ritenere  che ho assolto così ai miei obblighi morali e civili di cittadino perbene ; se a me insegnano solamente a fare  la  sceneggiata,la sfilata,la manifestazione,il convegno,il racconto di quanto avviene o é avvenuto,la frittata  é fatta  e lo stato-mafia ha vinto,come in effetti sta vincendo.

Noi  dell’Associazione Caponnetto  ci siamo dati volutamente ,sapendo del valore e del significato   della nostra decisione e,peraltro, volendo dare  un segnale  per far capire   CHI siamo e vogliamo essere,un NOME  pesante ed impegnativo,quello  di uno dei più grandi e nobili  Magistrati italiani :Antonino Caponnetto,il “papà” di Giovanni Falcone,Paolo Borsellino  e del pool di Palermo.

Diciamo  che abbiamo voluto dare un profondo  segnale anche sul piano pedagogico.

Un impegno  oneroso ,impegnativo,quello da noi assunto ed al quale non intendiamo,costi quello che costi,venire meno.

Ed é vero che Nino Caponnetto,”nonno Nino” per noi, diceva che  la “cultura”  viene prima della Giustizia ma é altrettanto vero  che Egli  ci ha insegnato a  stare ,con i fatti e non con le chiacchiere,dalla parte della Giustizia (con la G maiuscola) e dello Stato di diritto,lo Stato-Stato.

Dalla parte,cioè,di chi combatte contro lo stato.mafia , la parte criminale e corrotta del Paese.

Ma non a chiacchiere,bensì  con i FATTI,il nostro motto,il nostro modus operandi,attraverso e con  l’osservazione profonda della realtà in cui  viviamo ed operiamo,l’INDAGINE, la DENUNCIA,nomi e cognomi ,contro i mafiosi  ed i loro compari politici  e delle istituzioni  corrotti e la PROPOSTA.

Attraverso,ciò, e con la collaborazione  concreta  e non parolaia  con quelle parti e soggetti sani  della Magistratura e delle forze dell’ordine schierati ,come noi,dalla parte dello Stato di diritto,con lo Stato-Stato.

Sappiamo e diciamo che la “scelta” dell’Associazione Caponnetto  DEVE  essere una  scelta profondamente meditata  e totalizzante,non influenzata  e condizionata da motivi ideologici e da altri fini che non ci interessano e ci sono estranei perché noi siamo “con” chi sta dalla nostra parte,sia esso bianco,nero,turchino e così via, e ci aiuta  a combattere i mafiosi ed i ladri,lo stato-mafia.

La lotta é dura e  decisiva:chi sta dalla parte della mafia  e chi contro.

Ma essere “contro”  significa LOTTARE,IN SILENZIO e non in maniera chiassosa ,teatrale  e marginale ,  residuale e pensando magari ad altri  fini .

Bisogna far capire a tutte le persone oneste che la lotta alle mafie  ed alla corruzione  DEVE essere,oggi,considerata  la drammaticità della situazione nella quale si trova il Paese,il PRIMO  E L’UNICO  PROBLEMA DA AFFRONTARE E RISOLVERE,

Senza una sua soluzione  l’Italia  é morta e seppellita.

All ‘ Associazione Caponnetto servono ,pertanto, solamente COMBATTENTI e non quaquaraquà,persone,uomini e donne,giovani e non giovani,disposti  a venire,con noi,al fronte e non nelle retrovie ,per combattere contro un  nemico potente,potentissimo , spietato e determinato ;

disposti anche ,all’occorrenza, al sacrificio.

Dobbiamo farlo  non tanto  per noi ,ma nell’interesse generale  del Paese ,dello Stato vero  e,soprattutto,per essere in grado,mentre ognuno di noi sta per morire,di poter  guardare ,senza  dover abbassare lo sguardo  per la vergogna  per  non aver fatto niente per  tentare di salvarli, negli occhi  i nostri figli  e nipoti.

Gruppi interforze costituiti nelle prefetture di Grosseto e di Siena hanno effettuato un accesso ai cantieri – in particolare del lotto 5 – interessati all’esecuzione dei lavori di adeguamento a 4 corsie della E78 Grosseto-Fano. Le attività hanno consentito di controllare società, persone e mezzi impegnati nel cantiere, nonché di acquisire documentazione, che passerà al vaglio delle forze di polizia, e successivamente della Direzione Investigativa Antimafia di Firenze. Al lavoro Carabinieri, Polizia, Finanza insieme al personale della direzione Territoriale del Lavoro e del Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche Toscana-Umbria, sezione di Grosseto. L’attività rientra nell’ambito delle procedure individuate per la prevenzione e repressione dei tentativi di infiltrazione mafiosa dal decreto interministeriale del 14 marzo 2003. Fonte: ANSA

(foto d'archivio)

L’amministrazione comunale di Roma doveva essere sciolta per mafia.C’erano tutti i presupposti

 

GRAVI FENOMENI DI CONDIZIONAMENTO MAFIOSO

Mafia Capitale, secondo la Relazione Magno c’erano i presupposti per sciogliere il Comune

Per la Commissione prefettizia che ha redatto la Relazione l’ente capitolino era “fortemente condizionato”

Mafia Capitale, è stata desecretata la Relazione Magno.
Mafia Capitale, è stata desecretata la Relazione Magno.

ROMA - Alla luce delle risultanze delle inchieste su Mafia Capitale «ci sono i presupposti richiesti dalla normativa» per sciogliere il Comune di Roma per fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso. È quanto aveva concluso lo scorso giugno la Commissione di accesso presso Roma Capitale, isituita dall’ex prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro nel dicembre 2014 per valutare se il Comune di Roma dovesse essere sciolto dopo gli arresti nell’indagine “Mondo di Mezzo». La Relazione finì poi sul tavolo del successore di Pecoraro, l’attuale prefetto Franco Gabrielli, che la portò all’attenzione del ministro dell’Interno Angelino Alfano. A fine agosto il Consiglio dei Ministri decise di non commissariare Roma, ma di sciogliere il Municipio di Ostia per mafia.

La Relazione della Commissione Magno
La Relazione conclusiva della Commissione (composta dal prefetto Marilisa Magno, dal viceprefetto Enza Caporale e da Massimiliano Bardani, dirigente di II fascia del Ministero dell’Economia e delle Finanze) è rimasta secretata fino al 3 novembre, quando la Prefettura di Roma l’ha declassificata. In una nota del 2 novembre il prefetto Gabrielli aveva spiegato che «il testo della Relazione, in adesione ad una richiesta della Procura della Repubblica di Roma, è già stato ‘desecretato’, in vista di un suo possibile utilizzo nell’ambito della fase dibattimentale del processo al ricordato sodalizio criminale che avrà inizio il prossimo 5 novembre».

La gestione di Roma è stata fortemente condizionata
«E’ parere di questa commissione - si legge nelle conclusioni della Relazione - che l’esercizio dei poteri di indirizzo politico e di gestione amministrativa degli organi di Roma Capitale sia stato fortemente condizionato da un’associazione criminale di stampo mafioso, situazione che va valutata attentamente ai fini dell’applicazione delle misure di legge previste dall’art. 143 del Tuoel» che detta i requisiti per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali conseguente a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso. La Commissione di accesso presso Roma Capitale ricorda poi come «lo scioglimento» dell’ente locale «può ricorrere non solo nelle ipotesi in cui l’andamento generale della vita amministrativa di un ente locale subisca influenze da un ipotizzato condizionamento mafioso, ma anche allorquando il condizionamento riguardi, oltre che scelte strettamente di governo, anche attività di gestione».

Gravi i fenomeni di infiltrazione mafiosa
Per questo, sottolineando anche una sentenza del Tar del Lazio in cui i giudici parlano di «sintomatiche disfunzione dell’agire del Comune», la Commissione conclude che «si ritiene che vi siano i presupposti richiesti dalla normativa, in base a una pluralità di indizi concludenti che la giurisprudenza del Consiglio di Stato richiede ai fini della configurabilità di fenomeni di condizionamento e della ricostruzione dei ‘collegamenti’ che vincolano la vita istituzionale dell’ente locale a dinamiche a queste esterne e riconducibili alle mire di ‘Mafia Capitale’. Va rilevata in Roma Capitale una pluralità di situazione patologiche connesse all’interferenza del sodalizio, già facente capo a Carminati» e «si desume come i gravi fenomeni di condizionamento della vita politico-amministrativa dell’Ente abbiano indebolito i presidi di legalità di Roma Capitale. Conseguentemente è doveroso sottoporre quanto sopra alle valutazioni degli organi istituzionali competenti all’adozione delle misure e dei presidi che a tal fine il legislatore ha prefigurato con l’articolo 143 del Testo unico degli enti locali», conclude la Relazione. 
(Fonte Askanews)

Che pagina ingloriosa e che triste epilogo della vicenda romana!!!!!…………………Il PD dovrebbe cospargersi il capo di cenere e chiedere scusa ai romani ed agli italiani tutti per lo spettacolo che ha dato per la Capitale mondiale del cristianesimo.Oggi il Procuratore Capo di Roma ha chiesto,in vista del processo “Mafia Capitale”,tutti gli atti della Commissione di accesso.Da notizie dei telegiornali apprendiamo che il Prefetto di Roma glieli ha trasmessi ma permane la loro “secretazione” disposta dal Governo.E’,quindi,come se non glieli avesse forniti perché non possono essere usati durante il dibattimento processuale. Perché Renzi non dispone subito la desecretazione.Cosa c’é scritto in quelli atti che non può essere reso pubblico ??????……………Di cosa ha paura Renzi ?

Suvvia,un passo in avanti: dalle manifestazioni alla DENUNCIA !!!

Suvvia,un passo in avanti: dalle  manifestazioni alla DENUNCIA  !!!

Un giorno un alto ufficiale di un corpo di polizia che venne a trovarci  ci disse :”I magistrati hanno bisogno di nomi e cognomi non di trattati di sociologia  o di storia.E noi abbiamo bisogno di piste precise sulle quali  poterci lavorare per portare ai magistrati nomi e cognomi”.
Quelle parole  sono diventate il nostro motto,le nostre coordinate.
Per fare  con efficacia la lotta alle mafie occorrono nomi e cognomi,senza dei quali non si risponde  all’appello di Paolo Borsellino che diceva che  “é un errore imperdonabile il pensare che tutto il peso della lotta alla mafia  debba gravare  sulle sole spalle  della magistratura e delle forze dell’ordine”.
Manifestazioni,fiaccolate,settimane o mesi della legalità o altre cose del genere  sono utili,sì,ma essi rappresentano appena il  primo livello di un’azione di contrasto che deve essere più serrata,più concreta,magari meno appariscente e vistosa ma più  incisiva.
La mafia non manifesta,agisce e basta .Agisce investendo i suoi capitali,intessendo rapporti con i politici e con gli uomini delle istituzioni per piegarli,con la corruzione,ai suoi voleri ed ai suoi interessi.
La mafia  odia la retorica,le chiacchiere  ed ama i fatti.
Fatti!
A Latina e Roma  abbiamo visto decine di manifestazioni con migliaia di persone,magari,alcune,con  studenti che partecipavano ,sollecitati dai loro insegnanti,per  saltare un giorno di lezioni o,altre,promosse  dal Comune –come quella del Pantheon,dall’amministrazione capitolina  di Alemanno e dalla Regione  e,poi,abbiamo visto come sono andate a finire le cose .A esse abbiamo visto partecipare  anche  uomini politici  che,in ossequio al principio che vede il mandante partecipare per primo alle esequie di chi ha fatto ammazzare,gridavano  “abbasso la mafia”.
Mai nessuno che abbia detto a quelle persone ed a quegli studenti  di non votare chi sta “dietro” i mafiosi  o,meglio ,”devi denunciare  chi aiuta i mafiosi.Aiutateci a scoprire nomi e cognomi”.
Fatti,insomma, e non solo spettacolo e chiacchiere.
La sensazione  ,di fronte a manifestazioni del genere ,é sempre che si sia QUALCUNO  che vuole rubarsi la scena per dare ad intendere  che la lotta alla mafia si fa  e coinvolge tantissime persone,mentre,invece,si contano ,sì e no,sulle dita di pochissime mani  coloro che effettivamente la fanno.
In silenzio ed in piena solitudine!

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