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Alta Velocità Napoli-Afragola, un bluff al servizio del clan Moccia

 Alta Velocità Napoli-Afragola, un bluff al servizio del clan Moccia

Il Fatto Quotidiano, Lunedì 20 febbraio 2017

Alta Velocità Napoli-Afragola, un bluff al servizio del clan Moccia

di Arnaldo Capezzuto

L’avveniristica stazione dell’Alta velocità Napoli-Afragola è un pacco. Sulla carta, indispensabile al pari dello scalo dell’Alta Velocità-Alta Capacità di Napoli, doveva addirittura essere lo snodo anche dei treni del sistema regionale e quelli della metropolitana di Napoli. Così non è stato. Allora si è cercato di mettere carne sul fuoco con un progetto di prolungamento della Tav di Afragola fino a Battipaglia, lungo il tracciato Sarno-Nocera-la Valle dell’Irno-i Picentini-Pontecagnano-Bellizzi e Battipaglia. Troppo arduo, si trattava di sventrare montagne e distruggere interi paesaggi.

La stazione di Afragola è diventata un problema. E’ tutto troppo eccessivo: si sviluppa su di un’area di 20mila metri quadri, rispetto alle reali esigenze. L’opera occorre comunque farla. Il denaro irrora consorzi, associazioni di imprese (Ati) e società. Mille rivoli dispersi in appalti, sub appalti e forniture obbligate. Opacità, rapporti pericolosi, manovre oblique. La tavola è bandita. La ‘Porta del Sud’, è il grande affare. Già sono in fila per tagliare il nastro. Pochi mesi. Giugno 2017 (mese di presunta apertura, ndr) non è lontano e poi ci sono le probabili elezioni nazionali. Dietro il paravento dell’inaugurazione della stazione di Afragola, firmata dall’archistar Zaha Hadid, si giocano molte partite.

I dubbi li ha espressi, recentemente, il procuratore generale della Corte dei conti di Napoli, Michele Oricchio nella sua relazione: “La chiamano ‘Porta del Sud’, mi chiedo se sarà dimensionata al reale numero di viaggiatori che prenderanno ad Afragola un treno per la Calabria o per Bari. La popolazione che usa la Tav vuole arrivare nei grandi centri. E’ un investimento decisamente eccessivo”. Una critica di buonsenso. Parliamo di centinaia di milioni di euroDi false partenze. Di aziende e consorzi falliti.Di abili manovre per imporre depositi ai mezzi delle ditte, forniture di calcestruzzo, automezzi a noleggio con il nolo caldo, personale.

Su tutto l’ombra lunga della camorra. Ad Afragola coincide con un cognome da sussurrare con rispetto e parsimonia: Moccia. Nel paesone alle porte di Napoli, ci sono loro. Non è camorra, è mafia. Inabissati e oltre tutto. Una presenza discreta, silenziosa, misericordiosa. Una famiglia-clan che si è evoluta diventando sistema economico, ma conservando le radici criminali ben piantate nel terreno. Ecco i terreni. Il vero business dei Moccia. Acquisire terre agricole, imporre nei fatti un cambio di destinazione d’uso, costruirci sopra capannoni e depositi per gli automezzi da utilizzare per la Tav, gonfiare nel frattempo artificiosamente i prezzi per i futuri espropri in vista delle opere di ‘contorno’ con la benedizione della politica.

Non è casuale se i terreni di via Cimitero Vecchio ossia contrada Lellero, sono stati unificati, dal 2007, in un unico lotto dove è stato creato un autoparco che comprende 18 strutture costruite abusivamente. Aggiustate le carte parte della proprietà viene trasferita a una persona di fiducia dei Moccia, Maria Maranta, un’imprenditrice-prestanome. Il suo nome e quello dei suoi figli entra nell’inchiesta sul riciclaggio nella Capitale condotta dai magistrati della Procura di Roma (procedimento n.57568/12 Rgnr) nella quale finiscono nel mirino i Moccia che, al fine di eludere le disposizione di legge occultano la propria partecipazione in disparate attività e interessi economici: immobili, attività commerciali, grande distribuzione e alberghi intestando fittiziamente quote a familiari o terzi, cedendo proprietà e rami d’aziende a teste di legno. La donna molta attiva con proprie società immobiliare, prevalentemente a Napoli, finisce in manette nel gennaio 2016. Qualche anno prima, il 20 febbraio 2009, sarà proprio Maria Maranta a versate quattro rate da 12, 500 euro e acquistare per 50mila euro parte dei terreni in località Lellero ad Afragola. Contrada a poco meno di quattro chilometri dai cantieri Tav.

Non sorprende se su quei terreni opera la Depar, una società dove compaiono tra i soci le mogli di due esponenti dei Moccia. La società gestisce un deposito-autoparco nei fatti abusivo (nella foto) dove le ditte impegnate nella Tav pagano e sono obbligate a far sostare i loro automezzi. Accade l’imprevisto. C’è un nuovo capo della polizia municipale ad Afragola. Si chiama Luigi Maiello, lascerà l’incarico. Nel corso di un controllo si accorge che qualcosa non quadra proprio a contrada Lellero. Avvia delle indagini, si procura fotogrammi satellitari dell’area. Ricostruisce lo stato dei luoghi antecedenti. Rileva pesanti abusi e nei fatti progressivi cambi di destinazione d’uso. Piomba con gli agenti. Avvia il sopralluogo e il 14 ottobre 2014 sequestra le particelle di terreno uso agricolo su cui come funghi sono spuntate 18 strutture abusive per lo più capannoni e depositi costruiti la notte per il giorno. Tra i proprietari, oltre alla citata Maria Maranta appare anche il ‘romano’ Antonio Moccia, figlio di Gennaro e della leggendaria Anna Mazza. Gli agenti appongono i sigilli e nominano un amministratore giudiziario. Le carte sono trasmesse ai magistrati.

Inutile sottolineare che le attività sono continuate in barba al sequestro. Non è un caso se Maiello finisce nel mirino. Quel sequestro preoccupa e imbarazza. Il sindaco Pd di Afragola Domenico Tuccillo evita l’argomento. Una lettera minatoria e un proiettile di fucile vengono recapitati sulla scrivania di Maiello, direttamente al Comando. Il biglietto anonimo recita: “È morto il comandante dei vigili urbani perché non si faceva i c…i suoi”.

Quella stazione dell’Alta Velocità è un bluff e c’è chi afferma che sia un ‘risarcimento postumo’ al promesso e poi mai più realizzato parco di Eurodisney.

Francesco Furlan ed Adriano Pagano licenziati da H24 Notizie.Le preoccupazioni e la solidarietà nei loro confronti dell’Associazione Caponnetto

 Francesco Furlan ed Adriano Pagano  licenziati da H24 Notizie.Le preoccupazioni e la solidarietà nei loro confronti dell’Associazione Caponnetto
Abbiamo accolto la notizia  del loro licenziamento come un fulmine a ciel sereno perché non ce la saremmo mai aspettata considerato il loro valore e le loro qualità di  giornalisti dalle  eccezionali qualità.
Ma,purtroppo,nel sud pontino c’é da aspettarsi di tutto.
Due voci libere  sono state così messe a tacere ,peraltro  in un periodo nel quale ce ne sarebbe stato bisogno in maniera particolare.
Una brutta notizia che aumenta le nostre preoccupazioni.
Ad entrambi sentiamo di dover  esprimere i nostri più vivi sentimenti di vicinanza  e di solidarietà con il più affettuoso augurio che  entrambi trovino al più presto  una  migliore sistemazione.
                                                                                                                                                                                                                      Associazione Caponnetto

.Corriere della Calabria – “Black Money”, pioggia di assoluzioni per i Mancuso.

SIAMO LETTERALMENTE BASITI E SENZA PAROLE
ASSSOCIAZIONE CAPONNETTO

Cortocircuito in Val Padana.Fanno più questi studenti che molti presunti sodalizi “antimafia”.Ecco come si fa seriamente antimafia,cominciando dall’indagine e passando,poi,alla denuncia.

“Indaghiamo su questo tema, da studenti, ponendo delle domande e collegando tra di loro vari documenti: visure delle camere di commercio, delibere comunali, visure catastali e interdittive antimafia.”

 

Cortocircuito in Val Padana

Lunedì 20 Febbraio 2017

di Elia Minari

La nostra avventura nasce nel 2009 con “Cortocircuito”, giornalino studentesco di alcuni licei della città di Reggio Emilia, nel ventre della pianura padana. Da otto anni cerchiamo di approfondire, con video-inchieste e reportage, la penetrazione delle mafie nel Nord Italia.

Indaghiamo su questo tema, da studenti, ponendo delle domande e collegando tra di loro vari documenti: visure delle camere di commercio, delibere comunali, visure catastali e interdittive antimafia.

Andando oltre la superficie dei pregiudizi e dei luoghi comuni, ci siamo resi conto che molte delle figure chiave delle quali ci stavamo occupando avevano cognomi nordici.

Quando abbiamo iniziato non immaginavamo di vedere una nostra video-inchiesta proiettata in Tribunale dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna. Negli anni precedenti abbiamo realizzato approfondimenti sui cantieri della linea Tav tra Milano e Bologna, sulla costruzione di alcune scuole, sugli affari di due discoteche emiliane e sui subappalti dello smaltimento dei rifiuti. Su diverse di queste vicende, ambientate tutte nel Nord Italia, dopo la pubblicazione delle nostre inchieste la magistratura ha aperto fascicoli d’indagine.

Un altro reportage realizzato ha costretto alle dimissioni il sindaco di Brescello, il paese emiliano noto per i film su “Peppone e Don Camillo”. A seguito della nostra inchiesta, i carabinieri hanno avviato un’indagine che nel 2016 ha portato allo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Nella relazione allegata al decreto di scioglimento, firmato dal presidente della Repubblica, viene citato esplicitamente il nostro video-documentario.

Nel caso di Brescello abbiamo mostrato come la ‘ndrangheta nel Nord Italia cerchi non solo il contatto con il mondo imprenditoriale e politico, ma miri anche al consenso della cittadinanza, attraverso sponsorizzazioni e finanziamenti a sagre ed eventi sportivi.

Dalle nostre inchieste emerge il volto inedito di una criminalità interessata all’informazione: uomini della ‘ndrangheta impegnati a redigere comunicati, convocare conferenze stampa, pilotare interviste su giornali locali.

Fonte:http://mafie.blogautore.repubblica.it/

 

Residenze fittizie in Molise, l’associazione Caponnetto: ‘Rischio di accordi elettorali’. Appello alla Dda di Campobasso

A proposito delle residenze fittizie  in  Molise

 

– POSTED ON 20/02/2017

Share: L’Associazione Caponnetto con un esposto ha rivolto un appello alla DDA di Campobasso ad […]

L’Associazione Caponnetto con un esposto ha rivolto un appello alla DDA di Campobasso ad indagare sul fenomeno delle residenze fittizie scoperte in una operazione dei Carabinieri del Comando di Isernia che hanno denunziato 55 persone. Tali residenze sarebbero finalizzate a ottenere illeciti sconti assicurativi. “Facciamo un plauso ai Carabinieri ma nello stesso tempo chiediamo alla DDA di indagare più a fondo sulle dinamiche di queste diffuse residenze fittizie che si vanno espandendo in questa parte del Molise, onde verificare se le stesse hanno avuto anche un peso elettorale”, spiega l’associazione. “Al riguardo va tenuto conto del fatto che dalle continue operazioni di sequestro di beni alla criminalità attuate dalla Magistratura, si evidenzia che il business per chi ha risorse da riciclare si evidenzia oggi, maggiormente nel campo edilizio-turistico con costruzioni multiple riunite in veri e propri villaggi (lottizzazioni), dove spesso si adombrano favoreggiamenti o collusioni con elementi della Pubblica Amministrazione. Secondo il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Campobasso Rispoli “il pericolo infiltrazioni in Molise è concreto”. Noi dell’Associazione Caponnetto che operiamo come volontari sul territorio siamo d’accordo con il dottor Rispoli, ma vorremmo che si cominciasse a fare sul serio sul piano del contrasto alle mafie sul territorio molisano anche con indagini patrimoniali a tappeto dalle Forze dell’ordine locali, non solo da parte di quelle che vengono da fuori provincia o addirittura da fuori regione, indirizzate sulle attività commerciali e sull’edilizia turistica (villaggi turistici) che prosperano in alcune località di questo territorio”.

Una pioggia di soldi per tre clan di Napoli dalle truffe compiute in tutta Italia: ECCO FOTO E NOMI

Una pioggia di soldi per tre clan di Napoli dalle truffe compiute in tutta Italia: ECCO FOTO E NOMI

di REDAZIONE

NAPOLI. Partivano da Napoli per truffare anziani in tutta Italia, da Milano a Bari. Ma, prima di mettersi all’opera, seguivano le trasferte degli azzurri di Sarri, come la sfida alla Fiorentina, giocata al Franchi il 22 dicembre scorso – si legge su Cronache della Campania – E’ quanto emerge confronti di 15 persone residenti nel napoletano, accusate di associazione per delinquere finalizzata alla truffa, e al sequestro preventivo di 22 veicoli utilizzati per gli spostamenti, di proprietà di un autonoleggio legato a uno degli arrestati, situato nel centro di Napoli. Trentotto, complessivamente, le persone indagate: tra queste, anche otto persone arrestate in flagranza e sette denunciate durante le indagini, durate sette mesi. Oltre ottanta le truffe addebitate al sodalizio, messe a segno in otto regioni e 25 province, che avrebbero fruttato un bottino superiore ai 200 mila euro ai soggetti, alcuni dei quali ritenuti contigui ai clan camorristici, in particolare a quello dei Contini dei Sibillo e del clan Vastarella. E proprio dal rione Sanità, da Forcella e dall’Arenaccia partivano le dieci batterie operative di truffatori, soliti ad applicare tre modus operandi: vestendo i panni di finti poliziotti, carabinieri o avvocati; fingendosi corrieri, oppure semplicemente utilizzando la truffa dello specchietto, dicevano al malcapitato che con l’auto aveva danneggiato lo specchietto della loro vettura e che se avesse consegnato del denaro avrebbe evitato la denuncia all’assicurazione. A far scattare le indagini era stata la segnalazione di un istituto di credito della Spezia, insospettito dell’inconsueta richiesta di un’anziana cliente di prelevare una somma di denaro per pagare la cauzione richiesta da un avvocato, per conto di sua figlia, rimasta coinvolta in un incidente. Le indagini sono durate sei mesi, rese difficoltose anche dagli stratagemmi messi in atto dai truffatori, che al fine di evitare di essere intercettati, per le conversazioni al cellulare cambiavano continuamente scheda.

GLI ARRESTATI
MARANTA ANGELO CLASSE 89 DI NAPOLI
ZITO NUNZIA CLASSE 90 DI NAPOLI
D’ADDIO UMBERTO CLASSE 93 DI NAPOLI
RUBINO ROSARIO CLASSE 69 DI NAPOLI
RUBINO FRANCESCO CLASSE 95 DI NAPOLI
ZOLFINO RENATO CLASSE 84 DI NAPOLI
TRAVERSA GIOVANNI CLASSE 64 DI NAPOLI
MATTEO FELICE CLASSE 82 DI NAPOLI
CIRINO LUIGI CLASSE 57 DI NAPOLI
MILUCCI ENRICO CLASSE 74 DI NAPOLI
RUSSO CIRO CLASSE 53 DI NAPOLI
GALLOTTI GIOVANNI CLASSE 54 DI NAPOLI
IMPERATORE ANTONELLA CLASSE 73 DI NAPOLI
AMBRA LUIGI CLASSE 79 DI NAPOLI

19/02/2017

fonte:www.internapoli.it


 

‘E’ UNA STORIA ANTICA QUELLA DELLE DUE ANTIMAFIE

‘E’  UNA STORIA ANTICA QUELLA DELLE DUE  ANTIMAFIE: UNA VERA ED UNA SECONDA FASULLA . LA PRIMA E’ QUELLA CHE NON PRENDE SOLDI DALLE ISTITUZIONI,INDAGA,DENUNCIA ,PROPONE ED AIUTA MAGISTRATURA E FORZE DELL’ORDINE SENZA ALTRO SCOPO,NE’ ECONOMICO  E NE’ POLITICO ;LA SECONDA E’ QUELLA CHE NON INDAGA,NON DENUNCIA,NON PROPONE E FA SOLO RETORICA,SPETTACOLO E CERCA DI TRARNE BENEFICI ,TRASFORMANDO UNA MISSIONE IN STRUMENTO  PER   CERCARE DI  OTTENERE  COMUNQUE VANTAGGI  TRASFORMANDOLA IN UN MESTIERE. STA AI CITTADINI PERBENE SAPER  RICONOSCERE E SCEGLIERE  QUELLA GIUSTA  E VERA.

Appalti Consip, «sistema Romeo» chiesta rogatoria internazionale

Il Mattino, Domenica 19 Febbraio 2017

Appalti Consip, «sistema Romeo» chiesta rogatoria internazionale

di Valentina Errante

ROMA. La rogatoria per ricostruire le movimentazioni della società inglese riconducibile all’imprenditore Alfredo Romeo, è già partita da Napoli, perché adesso si cercano i soldi. I pm vogliono ricostruire tutti i tasselli del cosiddetto sistema Romeo: tangenti, pagate con i fondi neri realizzati attraverso false fatturazioni e con i 350mila euro prelevati dall’imprenditore napoletano con assegni intestati a se stesso. Soldi che avrebbero assicurato la vincita degli appalti, grazie a una rete di facilitatori della quale farebbero parte anche l’imprenditore toscano Carlo Russo e il suo amico Tiziano Renzi, padre dell’ex premier. Le mazzette sarebbero state nascoste sotto varie voci, per questo, i magistrati di Napoli e Roma, che indagano in coordinamento investigativo, stanno cercando individuare anche la complessa rete di finanziamenti e sponsorizzazioni nei confronti di enti e fondazioni da parte di società riconducibili all’imprenditore napoletano. E sotto esame non c’è solo l’appalto Consip, la mega commessa da 2,7 miliardi di cui Romeo si è accaparrato 609 milioni di euro. Oltre alla gara nella quale Russo e Renzi senior si sarebbero attivati per facilitare Romeo, ci sarebbe anche l’appalto Grandi stazioni: sarebbe stato Russo a convincere l’imprenditore a partecipare e a fargli vincere la commessa, almeno secondo il Noe dei carabinieri. Uno scenario che sarà più chiaro la prossima settimana o probabilmente a marzo, quando Russo e Renzi senior, indagati per traffico di influenze, saranno sentiti dal pm Mario Palazzi.

I pm hanno fatto partire la rogatoria, vogliono vedere i bilanci della società inglese riconducibile all’imprenditore napoletano, perché le conversazioni, registrate per mesi, lasciano pochi margini ai dubbi: le tangenti venivano pagate con il collaudato sistema delle false fatturazioni o sotto la voce di consulenze, a fronte di prestazioni inesistenti. E Romeo si sarebbe servito delle «società estere e in particolare di società inglese, nella sua disponibilità o dei suoi familiari». L’inchiesta conta già su alcune gole profonde che hanno ammesso ai pm di avere ricevuto da Romeo «cospicue somme di danaro provenienti, per ammissione e per quanto riferitogli dall’imprenditore, dalle sue società». Ma ci sono anche le «segnalazioni per operazioni sospette», arrivate dall’Uif di Bankitalia alla Guardia di Finanza e riguardano la «monetizzazione in contante da parte di Romeo di circa 350mila euro, attraverso il cambio di assegni a me medesimo negoziati, in particolare, presso istituti di credito con sede a Napoli».

Il ruolo di Russo, l’imprenditore farmaceutico che avrebbe anche fatto incontrare il padre del premier con l’imprenditore, è sempre più centrale e riguarda anche un’altra gara. A rivelarlo agli investigatori sono state le intercettazioni. In base a quanto scrivono i pm campani nel decreto di perquisizione Romeo nel corso dei colloqui nel suo ufficio «ha l’abitudine di abbassare il tono della voce e di scrivere di suo pugno su pezzetti di carta i nomi (iniziali) delle persone e dei destinatari delle tangenti, nonché l’importo e la causale» passando poi il pezzetto di carta al suo interlocutore «conferendo dunque anche forma scritta alle transazioni illecite».


 

.Il boss di Buccinasco: «Così si cresce al Nord un figlio della mafia»

Il Corriere della Sera, Domenica 19 Febbraio 2017

Il boss di Buccinasco: «Così si cresce al Nord un figlio della mafia»
I verbali di Domenico Agresta. Il racconto del nuovo pentito: «Ecco come sono cresciuto in una famiglia della ‘ndrangheta»

di Cesare Giuzzi

«Alcune persone sono state affiliate alla ‘ndrangheta per le loro capacità. A me è successo da ragazzino, non per le mie capacità a delinquere, ma per la mia provenienza familiare». Sette ottobre 2016. Negli uffici della Procura di Torino, davanti alla scrivania del capo della Direzione distrettuale antimafia Anna Maria Loreto, c’è un ragazzo di 28 anni. La corporatura basta a spiegare quel soprannome che gli hanno affibbiato fin da bambino: Micu Mc Donald . All’anagrafe Domenico Agresta, di Saverio, nato all’ospedale di Locri il 22 settembre 1988 . Attualmente detenuto. «dottoressa, ho chiesto questo colloquio perché voglio collaborare con la giustizia». Inizia così la storia del più giovane «pentito» nella storia della ‘ndrangheta. Ma soprattutto di quello che sta diventando uno dei più importanti collaboratori di giustizia nelle mani dell’Antimafia dai tempi di Saverio Morabito. Perché Agresta ha vissuto a Platì (Reggio Calabria), a Volpiano (Torino) e a Buccinasco, e di queste terre conosce ogni segreto. Ma soprattutto perché la sua famiglia fa parte dell’oligarchia della mafia d’Aspromonte trapiantata al Nord, insieme ai Marando, ai Trimboli, ai Molluso, ai Papalia, ai Perre e ai potentissimi Barbaro. Famiglie strettamente imparentate tra loro e per questo solide, impenetrabili, mai toccate da faide. «Sono preoccupato per la mia sicurezza, i fatti che riferirò riguardano e coinvolgono i miei familiari. Sono stato affiliato alla ‘ndrangheta e la maggior parte delle cose che ho da dire riguardano i miei familiari».

Micu Agresta è in carcere dal 2008 quando è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso il piastrellista Giuseppe Trapasso, 23 anni, freddato in Piemonte nell’ottobre dello stesso anno. È stato condannato a 30 anni in via definitiva. Poi un’altra condanna per l’inchiesta Minotauro del 2011 sulla ‘ndrangheta in Piemonte. La notizia della sua collaborazione è emersa nel processo per il delitto del procuratore di Tornio Bruno Caccia, dopo che grazie alle sue rivelazioni è stato indagato un altro (presunto) killer. Il padre di Agresta, Saverio, oggi è libero e vive a Casorate Primo (Pavia), è stato anche lui arrestato per Minotauro, ed era considerato il caposocietà del locale di Volpiano. Il nonno Domenico, invece, è stato il capo della ‘ndrangheta di tutto il Piemonte. E andava a braccetto con un boss del calibro di Antonio Pelle, ‘Ntoni Gambazza . Ma per anni lui e la sua famiglia hanno vissuto alle porte di Milano tra Buccinasco, Corsico e Cesano Boscone. E adesso le sue rivelazioni ai magistrati milanesi potrebbero provocare un terremoto. «Fino a due anni fa non pensavo minimamente di collaborare. In carcere è arrivato mio zio Domenico Marando (fratello del boss Pasqualino, scomparso e ucciso in circostanze misteriose, ndr ). Mio zio mi stava addosso, mi opprimeva. Si lamentava perché secondo lui stavo prendendo troppo sul serio la scuola e andavo troppo dall’educatrice». Agresta spiega che alla base del pentimento c’è anche la comprensione che quelli «della ‘ndrangheta non sono valori profondi e positivi»: «I valori e la vita in cui erano inserito erano tutti sbagliati. Prima pensavo che l’arresto di una persona fosse togliergli la libertà, in realtà non è così. Mentre facevo questo percorso, in carcere continuavo a ricevere le “doti” di ‘ndrangheta. Questa condizione ha iniziato a pesarmi, la vivevo come una maschera. Non sono una persona omertosa in grado di rispettare le regole della ‘ndrangheta. Ho senso di colpa per la morte di Trapasso». Il suo racconto è soprattutto quello di come la mafia calabrese cresce ed educa i suoi affiliati, non sulle montagne di Platì, ma a Buccinasco: «Io sono stato “fatto uomo” (battezzato nella ‘ndrangheta, ndr ) nell’aprile 2008. Devo dire però che anche prima e in tutta la mia vita ho “respirato” una serie di insegnamenti e valori che erano quelli tipici della ‘ndrangheta”. Intendo dire che a chi non è “uomo”, ovvero non è stato affiliato, non è possibile fare discorsi di ‘ndrangheta, però io avevo capito avendo vissuto fin da bambino in quell’ambiente che sia mio padre sia i miei parenti erano ‘ndranghetisti». Micu Mc Donald dice di aver scelto «la cultura e la giustizia»: «Non è facile tradurre a parole questo mio sentire, è come un’aria chiusa che si respira fin da piccoli».

 

 

Le doti e i parenti a Milano

Agresta racconta ai magistrati di traffico di droga, doti, sequestri di persona e omicidi. Tutte informazioni ricevute dal padre (che ha una dote elevatissima) e dai parenti. Dopo il suo arresto il padre Saverio fa sapere al figlio che ormai era pronto per «ricevere tutto», ossia arrivare ai massimi gradi della ‘ndrangheta: «Al carcere di Torino ho ricevuto una serie di doti, prima quella del camorrista , poi lo sgarro , poi la santa , il vangelo e infine le doti di trequartino, quartino e padrino , tutte insieme». Le affiliazioni in carcere avvenivano in maniera meno «scenografica» per evitare di attirare le attenzioni della polpenitenziaria: «Le doti mi furono riconosciute perché avevo commesso un omicidio e non avevo parlato, ma anche per l’importanza che aveva mio padre». Che, è giusto ribadirlo, ha 58 anni, è stato detenuto molti anni per traffico di droga e oggi vive, libero, a Casorate Primo. La sorella di Micu Mc Donald ha sposato Giuseppe Molluso, 33 anni, ai domiciliari a Motta Visconti dove sta scontando una condanna per droga. E nella stessa indagine erano sfiorati proprio gli Agresta.

 

La famiglia, la madre e le sorelle

Il racconto di Domenico parte dagli anni milanesi: «Da bambino ho vissuto a Volpiano, quando avevo quattro o cinque anni mi sono trasferito con la famiglia a Buccinasco. Negli anni in cui mio padre è stato detenuto abbiamo vissuto facendo su e giù tra il Piemonte e Corsico, Buccinasco e Cesano Boscone. In provincia di Milano abbiamo vissuto in case che ci aveva messo a disposizione mio zio Pasqualino, prima di essere ucciso». Poi racconta della madre, Anna Marando: «So che mia mamma non condividerà la mia scelta e non mi vorrà più come figlio. Lei è attaccata ai suoi fratelli, è stereotipata dalle regole della ‘ndrangheta. Se si trasgrediscono le regole della ‘ndrangheta non c’è affetto che conti. Questo vale anche per mia madre. Sono consapevole che questo percorso lo farò da solo». E racconta anche cosa significhi per una donna crescere in una famiglia mafiosa: «Le mie sorelle sono state cresciute in quel mondo ed è come se fossero in carcere». I loro matrimoni sono stati «combinati» dai genitori che hanno indicato i futuri mariti: «Hanno scelto i loro pretendenti solo per l’aspetto fisico, tra quelli che mio padre gli aveva indicato come possibili mariti». Ma non basta, perché le regole della ‘ndrangheta sono medievali: «Ricordo che mia sorella aveva iniziato a frequentare una scuola di moda e poi mio padre l’ha fatta smettere perché non voleva che indossasse abiti di un certo tipo».

Ecco come si fa in Italia la lotta alle mafie !………………………………………

IL PROBLEMA DEI PROBLEMI………….

 

La legge  affida ai Prefetti i compiti relativi alle indagini in materia di PREVENZIONE  ANTIMAFIA.

I  Prefetti,cioé,hanno l’obbligo  di svolgere PREVENTIVAMENTE,tramite le forze dell’ordine,indagini sull’affidabilità e sulla serietà di un soggetto,di un’impresa  e sull’eventuale  collusione di questi  con la criminalità mafiosa.

Ove dovessero risultare,da tali indagini,collegamenti,frequentazioni  o un  qualsiasi rapporto con elementi sospetti di appartenere ad organizzazioni criminali,il Prefetto,senza aspettare l’intervento della Magistratura e sulla base di una semplice informativa delle forze dell’ordine, deve  emettere un’interdittiva  che vieta a quel soggetto,a quell’impresa di partecipare a gare per l’appalto di lavori pubblici.

I Prefetti ottemperano a  tale obbligo ?

Ecco il resoconto stenografico di una seduta della Commissione Parlamentare Antimafia nella quale é stato audito il Prefetto di Latina Falomi.

Giova precisare che la provincia di Latina é stata definita dal pentito  Carmine Schiavone ” Provincia di Casal di Principe” per l’altissimo tasso di penetrazione e di radicamento mafiosi.

 

 

.Alla domanda  della Presidente della Commissione Antimafia  al Prefetto di Latina Falomi sul numero delle interdittive antimafia fatte dalla Prefettura di Latina ecco la risposta del Prefetto:

 “ PRESIDENTE. Quante interdittive?

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. Non ne abbiamo fatte, signor presidente.”.

 

 

 

 

NON AVER FATTO INTERDITTIVE SIGNIFICA NON AVER FATTO NESSUNA INDAGINE PREVENTIVA ANTIMAFIA.

LA MIGLIORE SMENTITA A CHI SOSTIENE CHE IN PROVINCIA DI LATINA SI FA  LA LOTTA ALLE MAFIE! 

VERGOGNA.

ECCO COME SI FA LA LOTTA ALLE MAFIE IN ITALIA!!!!!!!

LA MAGGIOR PARTE DELLA GENTE,QUANDO SI PARLA DI MAFIE,SI LASCIA ANDARE  ALLA RETORICA,ALLA MEMORIA ,ALLE COSE PASSATE.

ALLE CHIACCHIERE,IGNORANDO CHE I PROBLEMI REALI SONO QUESTI.

E STIAMO PARLANDO SOLAMENTE DI UN PROBLEMA,IMPORTANTE  QUANTO E’,MA SOLO DI UNO ………………

 

 

Questo é il  resoconto stenografico della seduta della Commissione Parlamentare Antimafia :

 

Camera Rif. normativi

XVII Legislatura

 

Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere

 

Resoconto stenografico

 


 

Seduta n. 153 di Mercoledì 4 maggio 2016

Bozza non corretta

 

INDICE

Comunicazioni della presidente: 
Bindi Rosy ,
 Presidente … 

Sulla pubblicità dei lavori: 
Bindi Rosy ,
 Presidente … 

Audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni: 
Bindi Rosy , Presidente … 2 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
3 ,
Bindi Rosy , Presidente … 
8 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
8 ,
Bindi Rosy , Presidente … 
12 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
12 ,
Bindi Rosy , Presidente … 
12 ,
Moscardelli Claudio  … 
12 ,
Capacchione Rosaria  … 
14 ,
Fava Claudio (SI-SEL)  … 
15 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 
15 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
16 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 
16 ,
Gaetti Luigi  … 
17 ,
Mattiello Davide (PD)  … 
17 ,
Bindi Rosy , Presidente … 
18 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
18 ,
Bindi Rosy , Presidente … 
18 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
18 ,
Fava Claudio (SI-SEL)  … 
20 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
20 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 
20 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
21 ,
Mattiello Davide (PD)  … 
21 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 
21 ,
Bindi Rosy , Presidente … 
21

Testo del resoconto stenografico

Pag. 2

PRESIDENZA DELLA PRESIDENTE ROSY BINDI

  La seduta comincia alle 14.45.

Comunicazioni della presidente.

  PRESIDENTE. Propongo di passare in seduta segreta.

  (Così rimane stabilito. La Commissione procede in seduta segreta, indi riprende in seduta pubblica).

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.

(Così rimane stabilito).

Audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni.

  PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l’audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni, il accompagnato dal capo di gabinetto, il viceprefetto Monica Perna, dal viceprefetto vicario Luigi Scipioni e dal viceprefetto Domenico Talani. L’audizione è dedicata a un aggiornamento sulla situazione dell’ordine pubblico in provincia di Latina a un anno e mezzo dalla missione ivi svolta dalla Commissione l’11 dicembre 2014. Ricordo che la seduta odierna si svolge nelle forme libere dell’audizione libera e che, ove necessario, i lavori potranno proseguire in forma segreta. Ringrazio il prefetto Faloni, che si è reso immediatamente disponibile, in pochissimi giorni, a riferire in Commissione. Anche se avevamo da tempo previsto quest’audizione, il prefetto è stato informato solo di recente, quindi voglio ringraziarlo per questa sua disponibilità. Si è resa Pag. 3necessaria con una certa urgenza, perché stiamo completando la nostra relazione su Roma, anche in vista delle prossime elezioni, quindi per noi acquisire le notizie sulla situazione di Latina e del basso Lazio è particolarmente importante. Cedo la parola al prefetto Faloni e lo ringrazio ancora una volta.

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. Signora presidente, signore e signori componenti della Commissione, la presente relazione sulla criminalità organizzata di stampo mafioso nella provincia di Latina è stata redatta a sintesi degli elementi di conoscenza e delle informazioni acquisite dalle forze di polizia territoriale e dalla direzione investigativa antimafia (DIA) nonché dalle risultanze processuali dei numerosi procedimenti penali, alcuni dei quali giunti a sentenza definitiva, altri ancora pendenti nei confronti di diversi sodalizi criminali operanti sul territorio. Nell’ultimo censimento generale del 2011, la provincia di Latina ha fatto registrare una popolazione di 550 mila abitanti, con un incremento rispetto al 2010 del 10 per cento. La popolazione è composta nel 2015 da 46 mila stranieri regolari, circa l’8 per cento del totale degli abitanti. Così Latina rappresenta, dunque, la seconda provincia del Lazio dopo Roma anche per numero di cittadini immigrati. È da evidenziare, però, che nel periodo che va da maggio a ottobre si registra un consistente aumento della popolazione, che raggiunge picchi di circa 2,5 milioni di persone, dato confermato da alcune stime degli operatori turistici nonché sulla base di dati oggettivi, come i consumi di energia elettrica e di conferimento dei rifiuti. I settori trainanti per l’economia locale sono rappresentati dal distretto chimico-farmaceutico, che nel 2015 ha ottenuto valori di assoluta eccellenza, con il primo posto in Italia per fatturato, 4 miliardi di euro. Il secondo, l’agroalimentare, con 135 milioni rappresenta il 2,48 per cento delle esportazioni pontine. C’è poi il settore turistico ricettivo. In tale Pag. 4contesto, la situazione economica del 2015 fa registrate segnali di ripresa sia pur lieve in diversi settori produttivi, anche se alcuni settori denunciano uno stato di difficoltà, come quello del commercio. Nel 2015, i movimenti demografici del registro delle imprese camerale in provincia di Latina mostrano uno stock di imprese pari a 57.657 unità, con un saldo positivo di 96 unità rispetto all’anno precedente. Per il comparto turistico, il dato 2015 riporta un saldo positivo di 98 imprese. Sotto il profilo della criminalità cosiddetta comune o diffusa, nel 2015 la provincia pontina ha visto una flessione di reati pari al 9,79 per cento rispetto al 2014, con 21 mila delitti denunciati contro i 23 mila del 2014. In particolare, si è registrata una diminuzione significativa delle rapine, –8 per cento, meno rilevante quella dei furti, –6 per cento. La continuità con il territorio romano e con quello campano favorisce, inoltre, l’incursione di pregiudicati, cosiddetti trasferisti, dediti prevalentemente alla commissione di reati contro il patrimonio e lo spaccio di stupefacenti. Nel 2015, sono stati commessi quattro omicidi, di cui nessuno riconducibile alla criminalità organizzata. Gli autori sono stati identificati e arrestati. Tra questi, si evidenzia quello dell’avvocato Mario Piccolino, autore di un blog di denuncia contro la criminalità organizzata nel sud pontino. Quest’uccisione si è verificata nel maggio 2015 a Formia e ha suscitato tra la popolazione veramente una grande reazione, a significare quanto sia sentita la portanza del fenomeno criminale sul nostro territorio. Quanto agli altri reati di particolare evidenza sotto il profilo oggetto della presente analisi, i cosiddetti reati spia, si evidenzia che gli indicatori statistici relativi alle denunce per usura presentate nell’intera provincia, 8 nel 2014 e 5 nel 2015, farebbero pensare a una realtà in cui il fenomeno usurario dovrebbe considerarsi marginale. Si tratta, tuttavia, di dati che non rispecchiano l’entità del fenomeno, che Pag. 5conosce ampie zone di sommerso a causa anche della resistenza delle vittime a presentare denuncia. In realtà, il problema ha ben altre proporzioni e coinvolge prevalentemente le piccole e medie imprese, commercianti e artigiani locali. Nell’attuale periodo di difficile congiuntura economica anche le famiglie rischiano di entrare nella spirale dell’usura in relazione a esigenze di consumo, a improvvise necessità familiari o per inadeguata capacità di gestione delle proprie risorse e di debiti che si assumono. Quanto evidenziato è altresì confermato da dati relativi alle istanze di accesso al fondo di solidarietà per le vittime all’usura e all’estorsione, di cui la prefettura cura l’istruttoria per il commissariato per il coordinamento delle iniziative antiracket. Nel biennio 2014-2015, infatti, risultano essere state presentate alla prefettura di Latina complessivamente 57 domande di accesso al fondo, di cui solo 6 hanno riguardato ipotesi di reato di usura, mentre per le restanti 51 istanze si è trattato di domande legate a denunce per usura bancaria. Di queste ultime, ben 14 sono state inoltrate da un unico soggetto. Negli ultimi anni poi, per quanto riguarda le denunce di estorsione, sono state 79 nel 2014 e 69 nel 2015. Per quanto concerne gli altri fenomeni criminosi, quali gli incendi e i danneggiamenti, questi sono stati nel corso del 2015, rispettivamente, 282 e 1.817, contro i 221 e i 1.952 dell’anno precedente. Al riguardo, si evidenzia che, con riferimento agli episodi nei confronti di attività commerciali, quelli verificatisi in particolare nel sud pontino negli ultimi anni – 2014, 2015 e 2016 – sono consistiti in episodi incendiari ai danni di esercizi commerciali o macchinari, danneggiamenti dei veicoli, in esplosioni di colpi di arma da fuoco contro le serrande di negozi e locali: in particolare, 8 a Santi Cosma e Damiano, 4 a Castelforte e uno Minturno. In relazione, invece, alla presenza della criminalità organizzata di stampo mafioso, si evidenzia che, Pag. 6secondo le risultanze investigative e processuali svolte al riguardo nel tempo, la provincia di Latina si è caratterizzata per la compresenza di esponenti di vari tipi di organizzazione criminale quali quelle mafiose, come camorra, ‘ndrangheta e cosa nostra, e quelle di tipo autoctono. Il territorio pontino, infatti, ha rappresentato da tempo un bacino geo-economico appetibile per le organizzazioni criminali grazie alla sua peculiare dislocazione geografica. La vicinanza a realtà significative per dimensioni e consistenza criminale come quella casertana e napoletana nonché la presenza sin dagli anni Sessanta e Settanta di pregiudicati campani e calabresi inviati nella provincia in soggiorno obbligato perché colpiti da altre misure di prevenzione personali ha favorito l’incursione di propri affiliati per il riciclaggio di proventi illeciti in attività imprenditoriali apparentemente lecite, sfruttando tra l’altro l’elevata vocazione agricola, la presenza del mercato ortofrutticolo di Fondi (MOF) e i settori dell’edilizia, della logistica, del turismo, del commercio all’ingrosso e di quello al dettaglio. In particolare, tali sodalizi sono stati attratti soprattutto per la possibilità di reinvestire in modo più sicuro i loro ingenti proventi illeciti considerata la posizione geografica centrale e la sua vicinanza con Roma e la Campania; la presenza in zona di numerose e diversificate attività commerciali, che consentivano una più facile mimetizzazione delle risorse impiegate; l’assenza di un’organizzazione criminale dominante locale a fronte di una realtà relativamente tranquilla, che favoriva la possibilità di affermazione delle varie organizzazioni nel territorio; una più facile mimetizzazione rispetto ai territori d’origine; la possibilità di investire sull’acquisto di grandi appezzamenti terrieri al fine di intraprendere redditizie attività economiche sia commerciali sia immobiliari. A partire dagli anni Ottanta si è, quindi, assistito a un graduale ingresso di diversi sodalizi Pag. 7mafiosi nei settori agroalimentare, commerciale, immobiliare, turistico e balneare, soprattutto attraverso la costituzione o l’acquisto di quote sociali per mezzo di prestanome di fiducia. A differenza di quanto accaduto nelle regioni d’origine, dove tendono ad assumere un controllo del territorio di tipo militare, in questa provincia le organizzazioni criminali non sembrano aver posto in essere comportamenti manifestamente e continuativamente violenti, ma hanno cercato di realizzare una forma di inserimento attraverso l’instaurazione di relazioni con imprenditori, commercianti, professionisti e operatori del mondo finanziario. 
  Uno dei settori maggiormente interessati al fenomeno è stato quello dell’edilizia, che ha coinvolto anche le attività collaterali del trasporto delle cave, dell’estrazione di materiali inerti, dello smaltimento dei rifiuti. Parallelamente, si sono registrate nel tempo anche quelle manifestazioni criminali tipiche di tali sodalizi, come dimostrano varie indagini susseguitesi negli anni, che hanno riguardato il traffico di sostanze stupefacenti, l’usura, l’estorsione, la ricettazione, il riciclaggio e il trasferimento fraudolento di valori. Allo stato attuale, comunque, pur evidenziandosi il tentativo di radicamento di attività illecite connesse agli interessi delle organizzazioni criminali di tipo mafioso, si può ritenere che le stesse non abbiano interesse a una forma di controllo militarizzato del territorio, ma siano più interessate a sviluppare una coesistenza e convivenza con le altre realtà presenti, realizzando una commistione tra lecito e illecito e confondendosi sempre più nella società civile e legale. La complessità ad attestare questa strisciante infiltrazione a livello sia investigativo sia giudiziario deriva dalla già accennata minore frequenza del ricorso a manifestazioni criminali violente, antitetiche rispetto ad attività di riciclaggio, a cui è funzionale la minimizzazione nel contesto socio economico. Le
 Pag. 8proiezioni delle organizzazioni criminali nell’area in esame risultano, infatti, sino a oggi essere prevalentemente di natura economico-finanziaria, legate all’attività di riciclaggio di proventi illeciti, poste in essere da soggetti congiunti ai consessi criminali. L’analisi delle evidenze investigative sul territorio pontino, alcune delle quali trasfuse in provvedimenti patrimoniali giudiziari, hanno evidenziato che gli investimenti si concentrano nelle costruzioni e nel commercio all’ingrosso nonché in quello al dettaglio, in particolare di autovetture, nell’attività di bar e ristorazione, nell’attività di onoranze funebri. I rapporti tra le diverse organizzazioni criminali si svolgono prevalentemente su un piano paritario di accettazione e di convivenza, che non fa escludere la possibilità di una fattiva collaborazione. Tale dato costituisce un tratto del tutto peculiare, che contraddistingue la realtà del sud pontino rispetto ai territori di origine, caratterizzati invece dalla prevalenza di un’organizzazione sulle altre e da frequenti scontri per la conquista di una posizione di egemonia sul piano locale.

  PRESIDENTE. Propongo di passare in seduta segreta.

  (Così rimane stabilito. La Commissione procede in seduta segreta, indi riprende in seduta pubblica).

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. Vengo ora al fenomeno migratorio. La vocazione agricola del territorio pontino fa registrare una massiccia presenza di cittadini stranieri dediti al lavoro stagionale in agricoltura. Al 1° gennaio 2015, ultimo dato ufficiale disponibile, risultano presenti 45.749 stranieri regolari, che costituiscono circa l’8 per cento del totale degli abitanti. Latina rappresenta così la seconda provincia del Lazio dopo Roma per numero di cittadini immigrati. La prima collettività straniera è rappresentata dai cittadini romeni, con Pag. 919 mila presenze, quasi il 41 per cento del totale degli stranieri residenti sul territorio. La principale nazionalità non comunitaria è quella indiana di religione sikh, proveniente dal Punjab, che sono 9.138, con una presenza pari al 20 per cento del totale degli immigrati pontini. Comunità storicamente presenti in provincia sono anche quelle albanese, 2.118, ucraina, magrebina, impegnate prevalentemente in manodopera nel settore edile e nella collaborazione domestica, dove è specificatamente prevista la presenza di lavoratori moldavi, ucraini e filippini. Un’attenzione particolare occorre porre alla comunità indiana. I cittadini indiani regolarmente presenti in Italia al 1° gennaio 2015 sono 147.815, rappresentanti il 2,9 per cento degli stranieri residenti. Ben il 60 per cento di questi indiani residenti in Italia sono uomini, un dato questo che differisce molto dalla situazione nazionale, ben oltre 12 punti percentuali sopra la media. Si tratta prevalentemente di giovani in età lavorativa dai 19 ai 30 anni. Anche la comunità indiana stanziata nella provincia di Latina ricalca queste caratteristiche, 9.138 sono i cittadini indiani registrati al 1° gennaio 2015, il 6 per cento del totale della nazione, prevalentemente uomini dai 19 ai 26 anni, stanziati per la maggior parte nei comuni del sud pontino poiché impegnati nel settore agricolo. La comunità pontina è tra le più numerose in Italia. La città di Terracina è al terzo posto in Italia per valore assoluto di cittadini indiani residenti con 1.774 unità. Per valore assoluto, prima di Terracina troviamo solamente Roma, 9 mila unità, e Brescia con 2.200 unità. Per le tematiche attinenti ai lavoratori indiani, presso la prefettura è stato istituito una task force a cui partecipano 22 componenti rappresentanti: la regione Lazio, la provincia, il comune di Sabaudia, le forze di polizia, gli uffici statali interessati (INAIL, INPS, DTL, ASL), la camera di commercio, le associazioni sindacali (CGIL, CISL, UIL e UGL), datoriali (CIA, Pag. 10Confagricoltura, Coldiretti) e del volontariato (AIIL e InMigrazione). 
  Questa task force è stata istituita l’8 settembre 2014 e al suo interno ha costituito due sottogruppi. Il primo è costituito da rappresentanti della regione Lazio, dalle associazioni sindacali, da quelle datoriali e del volontariato, per la prevenzione del lavoro irregolare. Il secondo è composto dalle forze di polizia, dalla DTL, dall’INPS e dall’ASL per il contrasto al caporalato e ai controlli nelle aziende. Il primo si è già riunito sei volte, cinque nel 2015 e una nel 2016. Nel corso delle riunioni si è svolto un lavoro di analisi sulla consistenza delle imprese del comparto agricolo, sulla normativa vigente per le assunzioni in agricoltura, sul funzionamento dei centri per l’impiego, e sono state avviate due iniziative particolarmente condivise dalle organizzazioni sindacali: l’elaborazione di una proposta di legge regionale e l’attivazione di un servizio di collocamento sulla scorta delle liste di disoccupazione fornite dai cinque centri per l’impiego, per facilitare attraverso una maggiore capillarità degli sportelli sul territorio l’assunzione da parte dei datori di lavoro. È da evidenziare che nel corso delle riunioni uno dei punti fondamentali oggetto di confronto è stata la necessità di denunciare la situazione di sfruttamento di chiunque fosse a conoscenza. Al riguardo, in data 6 maggio 2015 è stato sottoscritto uno specifico protocollo d’intesa tra la questura di Latina e i sindacati CGIL CISL e UIL, che prevede canali privilegiati per la denuncia e l’accertamento dei casi di sfruttamento. Dalla data di sottoscrizione del predetto protocollo il signor questore ha rappresentato che non è stata sporta ancora alcuna denuncia. Il secondo gruppo ha di fatto da subito avviato l’azione di controllo e contrasto del lavoro irregolare. Nel corso del 2015 sono stati effettuati i seguenti controlli: l’Arma dei carabinieri, nell’ambito delle specifiche attività svolte dal nucleo Pag. 11 carabinieri ispettorato del lavoro, ha eseguito 92 ispezioni, rilevando in 34 aziende 67 lavoratori irregolari e 74 in nero, comminando sanzioni per 280 mila euro, ammende per 78 mila euro. Sono state, inoltre, deferite all’autorità giudiziaria 14 persone e adottati 22 provvedimenti di sospensione dell’attività. La direzione territoriale del lavoro ha eseguito 84 ispezioni nel settore agricolo, rilevando in 48 aziende 128 posizioni lavorative irregolari, 102 in nero. Sono state sospese 27 attività e comminate sanzioni pecuniarie per 41 mila euro. Nel primo trimestre 2016, il citato ufficio ha espletato 20 controlli rilevando in 15 aziende 41 posizioni lavorative irregolari. Sono state comminate sanzioni per altri 34 mila euro. La Guardia di finanza, nell’ambito di attività di contrasto all’evasione fiscale e del lavoro sommerso svolta, ha riscontrato in riferimento al settore agricolo la presenza di 19 lavoratori irregolari nel 2015 e di altri 43 lavoratori in nero nel corso di quest’anno. Per quanto concerne il contrasto al radicalismo islamico, si segnala l’espulsione con decreto del Ministero dell’interno del cittadino tunisino Triki Mohamed. Vengo all’attività della prefettura. Intensa è l’attività di coordinamento espletata dalla prefettura di Latina in sede di comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e riunioni tecniche di coordinamento al fine di una concreta azione di contrasto posta in essere dalle Forze di polizia. In particolare, nel corso del 2015 si sono tenute trenta riunioni, di cui cinque del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e venticinque riunioni tecniche di coordinamento, nel corso delle quali è stata messa in atto una nuova strategia di prevenzione e contrasto della criminalità organizzata attraverso la sperimentazione di forme di controllo del territorio interforze anche con l’ausilio delle polizie locali nonché con l’impiego dei reparti territoriali crimine della Polizia di Stato, delle compagnie di intervento operativo dell’Arma Pag. 12 dei carabinieri e del pronto impiego della Guardia di finanza. Ciò ha consentito l’aumento di tutti i servizi, sia di quelli a carattere generale sia di quelli mirati alla prevenzione e al contrasto di determinati fenomeni criminali, come i reati di carattere predatorio, elevando altresì il livello di percezione della sicurezza mediante la massima visibilità delle Forze di polizia nei servizi stessi. 

  In particolare, nel corso del 2015 sono stati effettuati 76 mila servizi, contro i 70 mila del 2014, con incremento pari al 7 per cento, per un totale di 120 mila uomini impiegati rispetto ai 113 mila del 2014. I servizi mirati sono stati 5.500, contro i 4.800 del periodo precedente, con un incremento del 14 per cento, per un numero complessivo sul piano delle attività poste in essere di 62 mila posti di controllo effettuato, contro i 58 mila del 2014, 287 mila persone identificate, contro le 274 mila sempre relative al precedente anno, 228 mila mezzi controllati, a fronte dei precedenti 224 mila. Per quanto riguarda l’attività dell’ufficio antimafia, si evidenzia che nel corso del 2014 sono state rilasciate 1.893 certificazioni antimafia e, nel 2015, 2.056. Per quanto concerne i beni confiscati alla criminalità organizzata, risultano confiscati nell’ambito provinciale 45 immobili.

  PRESIDENTE. Quante interdittive?

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. Non ne abbiamo fatte, signor presidente.

  PRESIDENTE. Ringrazio il prefetto. Do ora la parola agli onorevoli colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

  CLAUDIO MOSCARDELLI. Ringrazio il prefetto per la relazione, che ha affrontato tutte le criticità della provincia di Latina. Emerge un quadro per cui, se volessimo fare una sintesi Pag. 13della condizione di difficoltà della provincia, potremmo dire che è una provincia che ha un volume di arresti all’anno pari a quello della provincia di Caserta. Questo dà l’idea del livello di radicamento, oltre l’infiltrazione, di una serie di organizzazioni criminali. A distanza di un anno e mezzo dalla missione della Commissione antimafia a Latina, sono accaduti alcuni eventi importanti nell’azione di contrasto alla criminalità. In particolare, vorrei centrare l’attenzione sulla città di Latina, che da un punto di vista del fenomeno criminale rappresenta una realtà meno conosciuta, sebbene negli ultimi anni sia stato acceso un faro, un’attenzione che ha portato risultati sul piano anche di provvedimenti definitivi a livello giurisdizionale. In questa città opera il clan Ciarelli Di Silvio, collegato anche per legami di parentela ai Casamonica a Roma. Rispetto anche alla mancata infiltrazione dei casalesi a Latina, va detto che questo clan ha poi raggiunto un accordo con i casalesi, e quindi opera anche per conto loro nella realtà di Latina. Si tratta di un clan che ha una forza particolare, stimata in mille adepti, quindi sostanzialmente una capacità anche di controllo e presenza sul territorio molto forte. Questo clan nel corso degli ultimi vent’anni ha avuto una crescita esponenziale. Accanto alle attività classiche che ha sempre svolto, di usura, racket, spaccio di stupefacenti e così via, ha visto aumentare in maniera esponenziale la propria presenza e infiltrazione sul territorio anche attraverso l’acquisizione di molti esercizi commerciali e aziende. C’è stata una sua crescita anche da un punto di vista «politico». Nel senso che, proprio per questa massa enorme di cui dispone, il clan è risultato avere grande facilità di accesso presso alcune istituzioni, come il comune di Latina, ad esempio per tutta la vicenda relativa alla gestione degli alloggi di case popolari o di sussidi ed emolumenti erogati a decine e decine, se non centinaia, di esponenti di questo clan sotto forma di aiuti Pag. 14economici perché giudicati in condizioni disagiate. C’è stata anche l’occupazione indisturbata di vaste aree e terreni comunali, che hanno utilizzato come fossero proprio terreni per loro attività, fino addirittura all’emersione di rapporti con la società di calcio e di vicende legate allo stadio per questioni urbanistiche. Vorrei chiederle, prefetto, la sua valutazione su come questo fenomeno possa essere riuscito a crescere in maniera sempre più forte. C’è stata, secondo lei, una sottovalutazione o addirittura possiamo parlare anche di copertura di questa capacità di crescita? Vorrei anche chiederle, relativamente alla facilità di movimento che ha su tutto il territorio comunale sul piano economico, ma anche alla facilità di rapporti nelle istituzioni per le vicende che stanno emergendo e che ho prima citato, come giudica i rapporti di questo clan con il livello politico. Vorrei citare ancora una vicenda, come quella di un’interrogazione apparsa e poi ritirata dal deputato Maietta contro il questore di Latina sulla vicenda stadio: può essersi configurato, secondo lei, un atto intimidatorio proprio nella fase più calda di azione di contrasto delle forze di polizia, del prefetto, degli organi dello Stato, che hanno indubbiamente operato in questi due anni un salto di qualità nell’azione di contrasto? Un’ultima domanda è relativa alla questione dei lavoratori immigrati nel settore agricolo: lei definirebbe questa situazione di fenomeno diffuso di lavoro nero o possiamo, invece, configurarla ancora di più come una vicenda di sfruttamento/schiavitù di lavoratori che nella nostra provincia vengono impiegati in questo settore?

  ROSARIA CAPACCHIONE. Vorrei proseguire su quanto anticipato dal collega Moscardelli. Mi è sembrato da tutta la relazione che ci fosse molto sullo sfondo, per dire forse anche un po’ ignorato, il ruolo della politica in combutta con le varie organizzazioni criminali che operano sul territorio, a partire Pag. 15dal basso Lazio, cui ha fatto riferimento, quindi con l’infiltrazione della famiglia Bardellino, lì da venticinque anni, con il controllo sull’amministrazione comunale, con il clan Moccia, con il clan Mallardo, con la famiglia Bidognetti, che opera sempre nel basso Lazio, col gruppo Zagaria, che opera nella zona di Castelforte andando verso Cassino, via via fino alla città capoluogo. Poi c’è Fondi, il mercato ortofrutticolo. Fondi è stata al centro di una grossa polemica nella passata legislatura proprio su una relazione di un suo collega che aveva chiesto lo scioglimento di quell’amministrazione comunale. Mi sembra dalla sua relazione che tutto questo sia sparito nel nulla. Non c’è più nulla di attuale, a suo giudizio, o invece questi rapporti con la politica permangono e persistono? E quali sono i rapporti, per esempio, se sono stati documentati, tra la famiglia Ciarelli Di Silvio e uomini dell’amministrazione comunale del capoluogo?

  CLAUDIO FAVA. Prefetto, la collega ha già anticipato la mia domanda. La mia domanda è una battuta ed è sulla capacità di condizionamento oggi delle organizzazioni criminali nei confronti della politica, la capacità concreta, non astratta. Fondi non fu sciolta perché si dimise il consiglio comunale all’ultimo momento utile, abbiamo un’inchiesta a Formia per voto di scambio, Latina viene considerata un hub delle mafie. La sensazione è che non si limitino soltanto a un controllo criminale del territorio, ma che questo controllo sociale abbia a che fare anche con la politica e con la capacità di forte, diretto condizionamento dell’attività dell’amministrazione. Vorremmo sapere se lei avverte questo rischio e ha qualcosa, anche eventualmente in segreta, da poterci dire.

  FRANCESCO D’UVA. Vorrei ricollegarmi a un’audizione che abbiamo svolto della DDA di Roma. In particolare, l’aggiunto Pag. 16Prestipino ci parlò di un problema relativo alle intercettazioni nel territorio di Latina. Non so se la presidente ha memoria di questa vicenda in cui c’erano queste intercettazioni che dovevano essere secretate ed erano in mano a soggetti esterni, persone che evidentemente avevano contatti con la ditta esterna che esegue le intercettazioni. A seguito di quell’audizione, di quella notizia stampa – non era secretata e avevamo fatto anche delle dichiarazioni al riguardo – è stato fatto qualcosa? È possibile fare qualcosa per evitare che intercettazioni delicate possano finire nelle mani di estranei, soggetti esterni alla società di intercettazioni stessa? Si è fatto ordine o è possibile farlo in questo campo? Riguardo al comune di Sperlonga, mi risulta che il sindaco sia stato rimosso, se non sbaglio, in base alla legge Severino e che consiglieri comunali abbiano subìto minacce e intimidazioni: qual è la situazione a Sperlonga? È il caso di indagare ulteriormente su questa realtà? Anche se una commissione d’accesso forse è un po’ forte, la prefettura ha valutato qualcosa al riguardo? Lo stesso vale per il comune di Formia. Mi risulta ci sia appunto il processo «sistema Formia»: al di là del lavoro dell’autorità giudiziaria, la prefettura può fare qualcosa per mettere al riguardo? È stata già posta la domanda sul basso Lazio, in generale è già stato detto. Secondo notizie di stampa ho anche sentito parlare di lobby deviata: è possibile qualche chiarimento riguardo i legami tra criminalità organizzata e politica? Ancora, nel luglio 2015 i carabinieri, su disposizione della procura di Latina, sequestravano una lottizzazione abusiva effettuata da società di Marcianise e Parete. Considerata la pressione della camorra in provincia di Latina, dietro la vicenda della lottizzazione vi sono interessi della criminalità organizzata?

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. Lottizzazioni dove?

  FRANCESCO D’UVA. A Sperlonga.

Pag. 17

  LUIGI GAETTI. Vorrei tornare un po’ sul rapporto con la città di Latina, nel senso di quest’intreccio tra la politica e alcune associazioni criminali. Vorrei anche chiedere come si comporta la società civile. Sappiamo che lì c’è stato un grosso problema nell’ambito del tribunale con arresti, che ha coinvolto anche numerosi professionisti, sia commercialisti sia architetti per la valutazione. Questo ha comportato il fallimento di molte società, soprattutto quelle capitalizzate, per cui sono state vendute poi probabilmente a gruppi di persone che si sono arricchite in maniera indebita. Su questo ho avuto numerose segnalazioni. È strano, peraltro, che nonostante si sia evidenziata questo criticità, le vendite per incanto stiano andando avanti, e queste sono persone che chiaramente sono state truffate da una sistema che, oltretutto, purtroppo è un’istituzione. Queste persone sono state vittime due volte, per mano sia di professionisti corrotti sia dell’istituzione, che non è stata in grado di tutelarle: è stato fatto qualcosa? Queste persone sono state aiutate? Si sta cercando di porre rimedio? Soprattutto, in relazione ai professionisti, si è svolta un’attività nei confronti degli ordini per sensibilizzarli, per spiegare al meglio queste criticità?

  DAVIDE MATTIELLO. Prefetto, ha fatto riferimento al gruppo di lavoro permanente dedicato ai lavoratori immigrati, allo sportello aperto se non ho capito male un anno fa, nel maggio 2015, lo sportello che avrebbe dovuto favorire le denunce. Parlando della task force ha parlato dello sportello aperto presso la questura. Se ho sentito male, però, ha detto che a oggi non è arrivata alcuna denuncia. Vorrei chiederle una valutazione di questo dato negativo. Che cosa significa, che la modalità di funzionamento dello sportello non è adeguata o che un certo allarme rispetto alla situazione è stato in realtà una sopravvalutazione?

Pag. 18

  PRESIDENTE. Ho una domanda anch’io, che riguarda in particolare Ciarelli, che dovrebbe essere agli arresti domiciliari a Venafro, in Molise, nonostante sia stato condannato a vent’anni per reati di associazione mafiosa.

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. A noi risulta ancora agli arresti domiciliari a Rieti.

  PRESIDENTE. Va bene. Do la parola al prefetto per la replica.

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. L’attenzione viene rivolta, se è possibile riunire un po’ gli argomenti, sui rapporti tra criminalità e politica. Io sono lì da un anno e vedo nella realtà del comune di Latina una provincia nella quale sono vissute insieme sin da piccole persone che oggi condividono professionalità e atteggiamenti diversi. Molte di queste persone sono andate a scuola insieme e hanno convissuto sulla stessa realtà insieme. Alcuni sono andati sulla retta via, altri non sono andati sulla retta via. Questo non vuol dire che chi continua ad avere rapporti con uno che ha avuto nella sua attività un momento di défaillance o ce l’ha ancora. Nel momento in cui è libera, una persona onesta che frequenta o prende un caffè con un delinquente non deve essere delinquente anche lei. Questa premessa è per dire che un prefetto deve essere attento alla realtà che vive e nel contempo considerare quello che vede come il presupposto che poi lo fa agire nella sua azione quotidiana. Io sono da un anno a Latina e quello che mi preme sottolineare è che la percezione di sicurezza è cambiata, perlomeno così mi si dice, e forse l’ha confermato il senatore Moscardelli nella sua domanda. In prefettura abbiamo aperto le porte e abbiamo ricevuto tutti coloro che volessero essere assieme alle istituzioni utilizzando come metro di comportamento Pag. 19 esclusivamente la legalità e il rispetto delle regole. Non mi sono dimenticato dei politici nella relazione. Prima di leggere la relazione ho premesso quattro righe dicendo che la mia analisi era esclusivamente fatta sulle evidenze info-operative delle forze di polizia e dei risultati di sentenze della magistratura, definite o in corso di definizione. Attualmente, quindi, ci sono procedimenti in atto importanti. Come ha evidenziato il senatore Moscardelli, le indicazioni della possibilità che ci sia un momento di congiunzione relativamente a quanto poc’anzi affermavate sono sotto esame della magistratura. Io posso dire quello che le carte mi dicono o con le sensazioni che percepisco indirizzare la mia azione di prevenzione e controllo. Il prefetto non svolge l’attività di repressione del magistrato. Io devo prevenire e controllare. In un anno di attività la prevenzione e il controllo su questo territorio c’è stata, perché c’è stato un decremento di tutti i reati. Non solo, ma c’è una percezione di sicurezza nella città maggiore di prima. Non solo, si sono aperti più procedimenti di prima. Non solo, si sono rotte situazioni che sembravano impossibili da toccare. Lo abbiamo fatto attraverso una riunione continua con le forze di polizia. Con i magistrati il mio rapporto è quello che, se mi chiamano e mi chiedono quello che so, io riferisco, ma la magistratura è un organo che agisce autonomamente, dando poi a uno la determinazione di imputato o testimone o altro. È palese che nella provincia di Latina, dal nord al sud, sono presenti organizzazioni criminali o nella loro struttura o tramite persone a esse affiliate o collegate, che sono nel territorio pontino magari per un solo affare. Ad esempio, i Crupi hanno commercializzato 370 tonnellate di cioccolato. Si parlava di droga, ma ci sono anche altre situazioni. La corruzione c’è anche a Latina. Adesso bisogna dimostrarla attraverso il procedimento, che conosciamo, democratico di un processo. Questa Pag. 20 relazione è stata fatta sulle cose che adesso sono certe nelle carte. Se avessi dovuto parlare di tutti i procedimenti, la relazione non sarebbe stata di venti pagine, ma di molte di più. Quello che mi interessa dirvi in questo momento– non so se sono stato compiuto nella mia risposta – è che stiamo lavorando, stiamo lavorando bene, senza mettere da parte nessuna attenzione. Da qui, però, a chiedere a un prefetto notizie che debbono essere chieste a un tribunale, per esempio che cosa si sta facendo sulla successione di Lollo. Questo non attiene a un prefetto, ma a un tribunale. Perché non è stato cambiato il magistrato e non è stato messo un altro magistrato? Se vuole, posso chiederlo e riferire, ma non posso conoscere le determinazioni di un altro organo istituzionale. Io rispondo per la mia attività. Sono d’accordo con lei, quindi, onorevole, condivido, ma…

  CLAUDIO FAVA. Io non le chiedo di condividere, ma solo di rispondere. La mia domanda non è se siano in corso indagini. Ci sono, lo sappiamo, e gli atti giudiziari sono nella nostra disponibilità come nella sua. Le chiedevo una cosa diversa, e cioè una valutazione dal suo punto di vista, un punto di vista che utilizza evidenze giudiziarie, ma anche evidenze sociali d’altro tipo. Dal suo punto di vista, il rischio, come è accaduto in passato, che ci sia un condizionamento di alcune amministrazioni del territorio di Latina, è attuale o no? Non è un fatto giudiziario, ma la valutazione del prefetto di Latina.

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. La valutazione è che attualmente le forze di polizia sono ben attente a evidenziare i fatti di questo genere.

  FRANCESCO D’UVA. (fuori microfono) Quanto a Sperlonga e alle intercettazioni?

Pag. 21

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. Delle intercettazioni, mi scusi, non sono a conoscenza, quindi non posso risponderle su cose che non conosco. Per quanto riguarda Sperlonga, c’è stato da parte del Corpo forestale dello Stato un sequestro non indifferente. È un procedimento in itinere. C’è un secondo sequestro anche da parte dei Carabinieri, ancora in itinere, che ha visto una grossissima lottizzazione. Vi è, quindi, certezza di questo.

  DAVIDE MATTIELLO. (fuori microfono) Sulle denunce che mancano…

  PIER LUIGI FALONI, Prefetto di Latina. Questo è importante. Specialmente in questi giorni è evidenziata, come avete visto su tutti i giornali, la situazione dei sikh. Dalle analisi investigative attualmente non si evidenzia per noi uno sfruttamento in schiavitù, ma un’irregolarità nella contrattualistica e per il lavoro nero. Questo è sicuramente importante. Tutte le autorità coinvolte nell’investigazione hanno trovato persone senza permessi o che hanno permessi di soggiorno ma che sono sfruttate. Sotto quest’aspetto, devo rassicurarla che stanno procedendo. Dall’altra parte – purtroppo, questo è un dato di fatto – a noi denunce effettive non sono state mai presentate. Io stesso ho chiamato in prefettura i rappresentanti datoriali, ai quali ho chiesto cortesemente, atteso che le denunce sarebbero nei confronti di chi in questo caso è imprenditore, e quindi responsabile di un’azienda, di essere parte attiva nella denuncia o perlomeno a farci conoscere posizioni di irregolarità, anche nel loro interesse.

  PRESIDENTE. Ringraziamo il prefetto. 
  Dichiaro conclusa l’audizione.

  La seduta termina alle 15.50.

Alla domanda della Presidente della Commissione Antimafia al Prefetto di Latina Falomi sul numero delle interdittive antimafia fatte dalla Prefettura di Latina ecco la risposta del Prefetto:

 “ PRESIDENTE. Quante interdittive?

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Non ne abbiamo fatte, signor presidente.”.

NON AVER FATTO INTERDITTIVE SIGNIFICA NON AVER FATTO NESSUNA INDAGINE PREVENTIVA ANTIMAFIA.LA MIGLIORE SMENTITA A CHI SOSTIENE CHE IN PROVINCIA DI LATINA SI FA  LA LOTTA ALLE MAFIE! VERGOGNA

Questo é il verbale della seduta della Commissione Parlamentare Antimafia :

Camera Rif. normativi
XVII Legislatura
Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere
Resoconto stenografico

Seduta n. 153 di Mercoledì 4 maggio 2016
Bozza non corretta
INDICE

Comunicazioni della presidente:
Bindi Rosy , Presidente … 2
 

Sulla pubblicità dei lavori:
Bindi Rosy , Presidente … 2 

Audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni:
Bindi Rosy , Presidente … 2 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 3 ,
Bindi Rosy , Presidente … 8 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 8 ,
Bindi Rosy , Presidente … 12 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 12 ,
Bindi Rosy , Presidente … 12 ,
Moscardelli Claudio  … 12 ,
Capacchione Rosaria  … 14 ,
Fava Claudio (SI-SEL)  … 15 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 15 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 16 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 16 ,
Gaetti Luigi  … 17 ,
Mattiello Davide (PD)  … 17 ,
Bindi Rosy , Presidente … 18 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 18 ,
Bindi Rosy , Presidente … 18 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 18 ,
Fava Claudio (SI-SEL)  … 20 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 20 ,
D’Uva Francesco (M5S)  … 20 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 21 ,
Mattiello Davide (PD)  … 21 ,
Faloni Pier Luigi , Prefetto di Latina … 21 ,
Bindi Rosy , Presidente … 
21

Testo del resoconto stenografico
Pag. 2

PRESIDENZA DELLA PRESIDENTE ROSY BINDI

  La seduta comincia alle 14.45.

Comunicazioni della presidente.

  PRESIDENTE. Propongo di passare in seduta segreta.

  (Così rimane stabilito. La Commissione procede in seduta segreta, indi riprende in seduta pubblica).

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.

(Così rimane stabilito).

Audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni.

  PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l’audizione del prefetto di Latina, Pier Luigi Faloni, il accompagnato dal capo di gabinetto, il viceprefetto Monica Perna, dal viceprefetto vicario Luigi Scipioni e dal viceprefetto Domenico Talani. L’audizione è dedicata a un aggiornamento sulla situazione dell’ordine pubblico in provincia di Latina a un anno e mezzo dalla missione ivi svolta dalla Commissione l’11 dicembre 2014. Ricordo che la seduta odierna si svolge nelle forme libere dell’audizione libera e che, ove necessario, i lavori potranno proseguire in forma segreta. Ringrazio il prefetto Faloni, che si è reso immediatamente disponibile, in pochissimi giorni, a riferire in Commissione. Anche se avevamo da tempo previsto quest’audizione, il prefetto è stato informato solo di recente, quindi voglio ringraziarlo per questa sua disponibilità. Si è resa Pag. 3necessaria con una certa urgenza, perché stiamo completando la nostra relazione su Roma, anche in vista delle prossime elezioni, quindi per noi acquisire le notizie sulla situazione di Latina e del basso Lazio è particolarmente importante. Cedo la parola al prefetto Faloni e lo ringrazio ancora una volta.

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Signora presidente, signore e signori componenti della Commissione, la presente relazione sulla criminalità organizzata di stampo mafioso nella provincia di Latina è stata redatta a sintesi degli elementi di conoscenza e delle informazioni acquisite dalle forze di polizia territoriale e dalla direzione investigativa antimafia (DIA) nonché dalle risultanze processuali dei numerosi procedimenti penali, alcuni dei quali giunti a sentenza definitiva, altri ancora pendenti nei confronti di diversi sodalizi criminali operanti sul territorio. Nell’ultimo censimento generale del 2011, la provincia di Latina ha fatto registrare una popolazione di 550 mila abitanti, con un incremento rispetto al 2010 del 10 per cento. La popolazione è composta nel 2015 da 46 mila stranieri regolari, circa l’8 per cento del totale degli abitanti. Così Latina rappresenta, dunque, la seconda provincia del Lazio dopo Roma anche per numero di cittadini immigrati. È da evidenziare, però, che nel periodo che va da maggio a ottobre si registra un consistente aumento della popolazione, che raggiunge picchi di circa 2,5 milioni di persone, dato confermato da alcune stime degli operatori turistici nonché sulla base di dati oggettivi, come i consumi di energia elettrica e di conferimento dei rifiuti. I settori trainanti per l’economia locale sono rappresentati dal distretto chimico-farmaceutico, che nel 2015 ha ottenuto valori di assoluta eccellenza, con il primo posto in Italia per fatturato, 4 miliardi di euro. Il secondo, l’agroalimentare, con 135 milioni rappresenta il 2,48 per cento delle esportazioni pontine. C’è poi il settore turistico ricettivo. In tale Pag. 4contesto, la situazione economica del 2015 fa registrate segnali di ripresa sia pur lieve in diversi settori produttivi, anche se alcuni settori denunciano uno stato di difficoltà, come quello del commercio. Nel 2015, i movimenti demografici del registro delle imprese camerale in provincia di Latina mostrano uno stock di imprese pari a 57.657 unità, con un saldo positivo di 96 unità rispetto all’anno precedente. Per il comparto turistico, il dato 2015 riporta un saldo positivo di 98 imprese. Sotto il profilo della criminalità cosiddetta comune o diffusa, nel 2015 la provincia pontina ha visto una flessione di reati pari al 9,79 per cento rispetto al 2014, con 21 mila delitti denunciati contro i 23 mila del 2014. In particolare, si è registrata una diminuzione significativa delle rapine, –8 per cento, meno rilevante quella dei furti, –6 per cento. La continuità con il territorio romano e con quello campano favorisce, inoltre, l’incursione di pregiudicati, cosiddetti trasferisti, dediti prevalentemente alla commissione di reati contro il patrimonio e lo spaccio di stupefacenti. Nel 2015, sono stati commessi quattro omicidi, di cui nessuno riconducibile alla criminalità organizzata. Gli autori sono stati identificati e arrestati. Tra questi, si evidenzia quello dell’avvocato Mario Piccolino, autore di un blog di denuncia contro la criminalità organizzata nel sud pontino. Quest’uccisione si è verificata nel maggio 2015 a Formia e ha suscitato tra la popolazione veramente una grande reazione, a significare quanto sia sentita la portanza del fenomeno criminale sul nostro territorio. Quanto agli altri reati di particolare evidenza sotto il profilo oggetto della presente analisi, i cosiddetti reati spia, si evidenzia che gli indicatori statistici relativi alle denunce per usura presentate nell’intera provincia, 8 nel 2014 e 5 nel 2015, farebbero pensare a una realtà in cui il fenomeno usurario dovrebbe considerarsi marginale. Si tratta, tuttavia, di dati che non rispecchiano l’entità del fenomeno, che Pag. 5conosce ampie zone di sommerso a causa anche della resistenza delle vittime a presentare denuncia. In realtà, il problema ha ben altre proporzioni e coinvolge prevalentemente le piccole e medie imprese, commercianti e artigiani locali. Nell’attuale periodo di difficile congiuntura economica anche le famiglie rischiano di entrare nella spirale dell’usura in relazione a esigenze di consumo, a improvvise necessità familiari o per inadeguata capacità di gestione delle proprie risorse e di debiti che si assumono. Quanto evidenziato è altresì confermato da dati relativi alle istanze di accesso al fondo di solidarietà per le vittime all’usura e all’estorsione, di cui la prefettura cura l’istruttoria per il commissariato per il coordinamento delle iniziative antiracket. Nel biennio 2014-2015, infatti, risultano essere state presentate alla prefettura di Latina complessivamente 57 domande di accesso al fondo, di cui solo 6 hanno riguardato ipotesi di reato di usura, mentre per le restanti 51 istanze si è trattato di domande legate a denunce per usura bancaria. Di queste ultime, ben 14 sono state inoltrate da un unico soggetto. Negli ultimi anni poi, per quanto riguarda le denunce di estorsione, sono state 79 nel 2014 e 69 nel 2015. Per quanto concerne gli altri fenomeni criminosi, quali gli incendi e i danneggiamenti, questi sono stati nel corso del 2015, rispettivamente, 282 e 1.817, contro i 221 e i 1.952 dell’anno precedente. Al riguardo, si evidenzia che, con riferimento agli episodi nei confronti di attività commerciali, quelli verificatisi in particolare nel sud pontino negli ultimi anni – 2014, 2015 e 2016 – sono consistiti in episodi incendiari ai danni di esercizi commerciali o macchinari, danneggiamenti dei veicoli, in esplosioni di colpi di arma da fuoco contro le serrande di negozi e locali: in particolare, 8 a Santi Cosma e Damiano, 4 a Castelforte e uno Minturno. In relazione, invece, alla presenza della criminalità organizzata di stampo mafioso, si evidenzia che, Pag. 6secondo le risultanze investigative e processuali svolte al riguardo nel tempo, la provincia di Latina si è caratterizzata per la compresenza di esponenti di vari tipi di organizzazione criminale quali quelle mafiose, come camorra, ‘ndrangheta e cosa nostra, e quelle di tipo autoctono. Il territorio pontino, infatti, ha rappresentato da tempo un bacino geo-economico appetibile per le organizzazioni criminali grazie alla sua peculiare dislocazione geografica. La vicinanza a realtà significative per dimensioni e consistenza criminale come quella casertana e napoletana nonché la presenza sin dagli anni Sessanta e Settanta di pregiudicati campani e calabresi inviati nella provincia in soggiorno obbligato perché colpiti da altre misure di prevenzione personali ha favorito l’incursione di propri affiliati per il riciclaggio di proventi illeciti in attività imprenditoriali apparentemente lecite, sfruttando tra l’altro l’elevata vocazione agricola, la presenza del mercato ortofrutticolo di Fondi (MOF) e i settori dell’edilizia, della logistica, del turismo, del commercio all’ingrosso e di quello al dettaglio. In particolare, tali sodalizi sono stati attratti soprattutto per la possibilità di reinvestire in modo più sicuro i loro ingenti proventi illeciti considerata la posizione geografica centrale e la sua vicinanza con Roma e la Campania; la presenza in zona di numerose e diversificate attività commerciali, che consentivano una più facile mimetizzazione delle risorse impiegate; l’assenza di un’organizzazione criminale dominante locale a fronte di una realtà relativamente tranquilla, che favoriva la possibilità di affermazione delle varie organizzazioni nel territorio; una più facile mimetizzazione rispetto ai territori d’origine; la possibilità di investire sull’acquisto di grandi appezzamenti terrieri al fine di intraprendere redditizie attività economiche sia commerciali sia immobiliari. A partire dagli anni Ottanta si è, quindi, assistito a un graduale ingresso di diversi sodalizi Pag. 7mafiosi nei settori agroalimentare, commerciale, immobiliare, turistico e balneare, soprattutto attraverso la costituzione o l’acquisto di quote sociali per mezzo di prestanome di fiducia. A differenza di quanto accaduto nelle regioni d’origine, dove tendono ad assumere un controllo del territorio di tipo militare, in questa provincia le organizzazioni criminali non sembrano aver posto in essere comportamenti manifestamente e continuativamente violenti, ma hanno cercato di realizzare una forma di inserimento attraverso l’instaurazione di relazioni con imprenditori, commercianti, professionisti e operatori del mondo finanziario.
Uno dei settori maggiormente interessati al fenomeno è stato quello dell’edilizia, che ha coinvolto anche le attività collaterali del trasporto delle cave, dell’estrazione di materiali inerti, dello smaltimento dei rifiuti. Parallelamente, si sono registrate nel tempo anche quelle manifestazioni criminali tipiche di tali sodalizi, come dimostrano varie indagini susseguitesi negli anni, che hanno riguardato il traffico di sostanze stupefacenti, l’usura, l’estorsione, la ricettazione, il riciclaggio e il trasferimento fraudolento di valori. Allo stato attuale, comunque, pur evidenziandosi il tentativo di radicamento di attività illecite connesse agli interessi delle organizzazioni criminali di tipo mafioso, si può ritenere che le stesse non abbiano interesse a una forma di controllo militarizzato del territorio, ma siano più interessate a sviluppare una coesistenza e convivenza con le altre realtà presenti, realizzando una commistione tra lecito e illecito e confondendosi sempre più nella società civile e legale. La complessità ad attestare questa strisciante infiltrazione a livello sia investigativo sia giudiziario deriva dalla già accennata minore frequenza del ricorso a manifestazioni criminali violente, antitetiche rispetto ad attività di riciclaggio, a cui è funzionale la minimizzazione nel contesto socio economico. Le Pag. 8proiezioni delle organizzazioni criminali nell’area in esame risultano, infatti, sino a oggi essere prevalentemente di natura economico-finanziaria, legate all’attività di riciclaggio di proventi illeciti, poste in essere da soggetti congiunti ai consessi criminali. L’analisi delle evidenze investigative sul territorio pontino, alcune delle quali trasfuse in provvedimenti patrimoniali giudiziari, hanno evidenziato che gli investimenti si concentrano nelle costruzioni e nel commercio all’ingrosso nonché in quello al dettaglio, in particolare di autovetture, nell’attività di bar e ristorazione, nell’attività di onoranze funebri. I rapporti tra le diverse organizzazioni criminali si svolgono prevalentemente su un piano paritario di accettazione e di convivenza, che non fa escludere la possibilità di una fattiva collaborazione. Tale dato costituisce un tratto del tutto peculiare, che contraddistingue la realtà del sud pontino rispetto ai territori di origine, caratterizzati invece dalla prevalenza di un’organizzazione sulle altre e da frequenti scontri per la conquista di una posizione di egemonia sul piano locale.

  PRESIDENTE. Propongo di passare in seduta segreta.

  (Così rimane stabilito. La Commissione procede in seduta segreta, indi riprende in seduta pubblica).

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Vengo ora al fenomeno migratorio. La vocazione agricola del territorio pontino fa registrare una massiccia presenza di cittadini stranieri dediti al lavoro stagionale in agricoltura. Al 1° gennaio 2015, ultimo dato ufficiale disponibile, risultano presenti 45.749 stranieri regolari, che costituiscono circa l’8 per cento del totale degli abitanti. Latina rappresenta così la seconda provincia del Lazio dopo Roma per numero di cittadini immigrati. La prima collettività straniera è rappresentata dai cittadini romeni, con Pag. 919 mila presenze, quasi il 41 per cento del totale degli stranieri residenti sul territorio. La principale nazionalità non comunitaria è quella indiana di religione sikh, proveniente dal Punjab, che sono 9.138, con una presenza pari al 20 per cento del totale degli immigrati pontini. Comunità storicamente presenti in provincia sono anche quelle albanese, 2.118, ucraina, magrebina, impegnate prevalentemente in manodopera nel settore edile e nella collaborazione domestica, dove è specificatamente prevista la presenza di lavoratori moldavi, ucraini e filippini. Un’attenzione particolare occorre porre alla comunità indiana. I cittadini indiani regolarmente presenti in Italia al 1° gennaio 2015 sono 147.815, rappresentanti il 2,9 per cento degli stranieri residenti. Ben il 60 per cento di questi indiani residenti in Italia sono uomini, un dato questo che differisce molto dalla situazione nazionale, ben oltre 12 punti percentuali sopra la media. Si tratta prevalentemente di giovani in età lavorativa dai 19 ai 30 anni. Anche la comunità indiana stanziata nella provincia di Latina ricalca queste caratteristiche, 9.138 sono i cittadini indiani registrati al 1° gennaio 2015, il 6 per cento del totale della nazione, prevalentemente uomini dai 19 ai 26 anni, stanziati per la maggior parte nei comuni del sud pontino poiché impegnati nel settore agricolo. La comunità pontina è tra le più numerose in Italia. La città di Terracina è al terzo posto in Italia per valore assoluto di cittadini indiani residenti con 1.774 unità. Per valore assoluto, prima di Terracina troviamo solamente Roma, 9 mila unità, e Brescia con 2.200 unità. Per le tematiche attinenti ai lavoratori indiani, presso la prefettura è stato istituito una task force a cui partecipano 22 componenti rappresentanti: la regione Lazio, la provincia, il comune di Sabaudia, le forze di polizia, gli uffici statali interessati (INAIL, INPS, DTL, ASL), la camera di commercio, le associazioni sindacali (CGIL, CISL, UIL e UGL), datoriali (CIA, Pag. 10Confagricoltura, Coldiretti) e del volontariato (AIIL e InMigrazione).
Questa task force è stata istituita l’8 settembre 2014 e al suo interno ha costituito due sottogruppi. Il primo è costituito da rappresentanti della regione Lazio, dalle associazioni sindacali, da quelle datoriali e del volontariato, per la prevenzione del lavoro irregolare. Il secondo è composto dalle forze di polizia, dalla DTL, dall’INPS e dall’ASL per il contrasto al caporalato e ai controlli nelle aziende. Il primo si è già riunito sei volte, cinque nel 2015 e una nel 2016. Nel corso delle riunioni si è svolto un lavoro di analisi sulla consistenza delle imprese del comparto agricolo, sulla normativa vigente per le assunzioni in agricoltura, sul funzionamento dei centri per l’impiego, e sono state avviate due iniziative particolarmente condivise dalle organizzazioni sindacali: l’elaborazione di una proposta di legge regionale e l’attivazione di un servizio di collocamento sulla scorta delle liste di disoccupazione fornite dai cinque centri per l’impiego, per facilitare attraverso una maggiore capillarità degli sportelli sul territorio l’assunzione da parte dei datori di lavoro. È da evidenziare che nel corso delle riunioni uno dei punti fondamentali oggetto di confronto è stata la necessità di denunciare la situazione di sfruttamento di chiunque fosse a conoscenza. Al riguardo, in data 6 maggio 2015 è stato sottoscritto uno specifico protocollo d’intesa tra la questura di Latina e i sindacati CGIL CISL e UIL, che prevede canali privilegiati per la denuncia e l’accertamento dei casi di sfruttamento. Dalla data di sottoscrizione del predetto protocollo il signor questore ha rappresentato che non è stata sporta ancora alcuna denuncia. Il secondo gruppo ha di fatto da subito avviato l’azione di controllo e contrasto del lavoro irregolare. Nel corso del 2015 sono stati effettuati i seguenti controlli: l’Arma dei carabinieri, nell’ambito delle specifiche attività svolte dal nucleo Pag. 11 carabinieri ispettorato del lavoro, ha eseguito 92 ispezioni, rilevando in 34 aziende 67 lavoratori irregolari e 74 in nero, comminando sanzioni per 280 mila euro, ammende per 78 mila euro. Sono state, inoltre, deferite all’autorità giudiziaria 14 persone e adottati 22 provvedimenti di sospensione dell’attività. La direzione territoriale del lavoro ha eseguito 84 ispezioni nel settore agricolo, rilevando in 48 aziende 128 posizioni lavorative irregolari, 102 in nero. Sono state sospese 27 attività e comminate sanzioni pecuniarie per 41 mila euro. Nel primo trimestre 2016, il citato ufficio ha espletato 20 controlli rilevando in 15 aziende 41 posizioni lavorative irregolari. Sono state comminate sanzioni per altri 34 mila euro. La Guardia di finanza, nell’ambito di attività di contrasto all’evasione fiscale e del lavoro sommerso svolta, ha riscontrato in riferimento al settore agricolo la presenza di 19 lavoratori irregolari nel 2015 e di altri 43 lavoratori in nero nel corso di quest’anno. Per quanto concerne il contrasto al radicalismo islamico, si segnala l’espulsione con decreto del Ministero dell’interno del cittadino tunisino Triki Mohamed. Vengo all’attività della prefettura. Intensa è l’attività di coordinamento espletata dalla prefettura di Latina in sede di comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e riunioni tecniche di coordinamento al fine di una concreta azione di contrasto posta in essere dalle Forze di polizia. In particolare, nel corso del 2015 si sono tenute trenta riunioni, di cui cinque del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e venticinque riunioni tecniche di coordinamento, nel corso delle quali è stata messa in atto una nuova strategia di prevenzione e contrasto della criminalità organizzata attraverso la sperimentazione di forme di controllo del territorio interforze anche con l’ausilio delle polizie locali nonché con l’impiego dei reparti territoriali crimine della Polizia di Stato, delle compagnie di intervento operativo dell’Arma Pag. 12 dei carabinieri e del pronto impiego della Guardia di finanza. Ciò ha consentito l’aumento di tutti i servizi, sia di quelli a carattere generale sia di quelli mirati alla prevenzione e al contrasto di determinati fenomeni criminali, come i reati di carattere predatorio, elevando altresì il livello di percezione della sicurezza mediante la massima visibilità delle Forze di polizia nei servizi stessi.
In particolare, nel corso del 2015 sono stati effettuati 76 mila servizi, contro i 70 mila del 2014, con incremento pari al 7 per cento, per un totale di 120 mila uomini impiegati rispetto ai 113 mila del 2014. I servizi mirati sono stati 5.500, contro i 4.800 del periodo precedente, con un incremento del 14 per cento, per un numero complessivo sul piano delle attività poste in essere di 62 mila posti di controllo effettuato, contro i 58 mila del 2014, 287 mila persone identificate, contro le 274 mila sempre relative al precedente anno, 228 mila mezzi controllati, a fronte dei precedenti 224 mila. Per quanto riguarda l’attività dell’ufficio antimafia, si evidenzia che nel corso del 2014 sono state rilasciate 1.893 certificazioni antimafia e, nel 2015, 2.056. Per quanto concerne i beni confiscati alla criminalità organizzata, risultano confiscati nell’ambito provinciale 45 immobili.

  PRESIDENTE. Quante interdittive?

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Non ne abbiamo fatte, signor presidente.

  PRESIDENTE. Ringrazio il prefetto. Do ora la parola agli onorevoli colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

  CLAUDIO MOSCARDELLI. Ringrazio il prefetto per la relazione, che ha affrontato tutte le criticità della provincia di Latina. Emerge un quadro per cui, se volessimo fare una sintesi Pag. 13della condizione di difficoltà della provincia, potremmo dire che è una provincia che ha un volume di arresti all’anno pari a quello della provincia di Caserta. Questo dà l’idea del livello di radicamento, oltre l’infiltrazione, di una serie di organizzazioni criminali. A distanza di un anno e mezzo dalla missione della Commissione antimafia a Latina, sono accaduti alcuni eventi importanti nell’azione di contrasto alla criminalità. In particolare, vorrei centrare l’attenzione sulla città di Latina, che da un punto di vista del fenomeno criminale rappresenta una realtà meno conosciuta, sebbene negli ultimi anni sia stato acceso un faro, un’attenzione che ha portato risultati sul piano anche di provvedimenti definitivi a livello giurisdizionale. In questa città opera il clan Ciarelli Di Silvio, collegato anche per legami di parentela ai Casamonica a Roma. Rispetto anche alla mancata infiltrazione dei casalesi a Latina, va detto che questo clan ha poi raggiunto un accordo con i casalesi, e quindi opera anche per conto loro nella realtà di Latina. Si tratta di un clan che ha una forza particolare, stimata in mille adepti, quindi sostanzialmente una capacità anche di controllo e presenza sul territorio molto forte. Questo clan nel corso degli ultimi vent’anni ha avuto una crescita esponenziale. Accanto alle attività classiche che ha sempre svolto, di usura, racket, spaccio di stupefacenti e così via, ha visto aumentare in maniera esponenziale la propria presenza e infiltrazione sul territorio anche attraverso l’acquisizione di molti esercizi commerciali e aziende. C’è stata una sua crescita anche da un punto di vista «politico». Nel senso che, proprio per questa massa enorme di cui dispone, il clan è risultato avere grande facilità di accesso presso alcune istituzioni, come il comune di Latina, ad esempio per tutta la vicenda relativa alla gestione degli alloggi di case popolari o di sussidi ed emolumenti erogati a decine e decine, se non centinaia, di esponenti di questo clan sotto forma di aiuti Pag. 14economici perché giudicati in condizioni disagiate. C’è stata anche l’occupazione indisturbata di vaste aree e terreni comunali, che hanno utilizzato come fossero proprio terreni per loro attività, fino addirittura all’emersione di rapporti con la società di calcio e di vicende legate allo stadio per questioni urbanistiche. Vorrei chiederle, prefetto, la sua valutazione su come questo fenomeno possa essere riuscito a crescere in maniera sempre più forte. C’è stata, secondo lei, una sottovalutazione o addirittura possiamo parlare anche di copertura di questa capacità di crescita? Vorrei anche chiederle, relativamente alla facilità di movimento che ha su tutto il territorio comunale sul piano economico, ma anche alla facilità di rapporti nelle istituzioni per le vicende che stanno emergendo e che ho prima citato, come giudica i rapporti di questo clan con il livello politico. Vorrei citare ancora una vicenda, come quella di un’interrogazione apparsa e poi ritirata dal deputato Maietta contro il questore di Latina sulla vicenda stadio: può essersi configurato, secondo lei, un atto intimidatorio proprio nella fase più calda di azione di contrasto delle forze di polizia, del prefetto, degli organi dello Stato, che hanno indubbiamente operato in questi due anni un salto di qualità nell’azione di contrasto? Un’ultima domanda è relativa alla questione dei lavoratori immigrati nel settore agricolo: lei definirebbe questa situazione di fenomeno diffuso di lavoro nero o possiamo, invece, configurarla ancora di più come una vicenda di sfruttamento/schiavitù di lavoratori che nella nostra provincia vengono impiegati in questo settore?

  ROSARIA CAPACCHIONE. Vorrei proseguire su quanto anticipato dal collega Moscardelli. Mi è sembrato da tutta la relazione che ci fosse molto sullo sfondo, per dire forse anche un po’ ignorato, il ruolo della politica in combutta con le varie organizzazioni criminali che operano sul territorio, a partire Pag. 15dal basso Lazio, cui ha fatto riferimento, quindi con l’infiltrazione della famiglia Bardellino, lì da venticinque anni, con il controllo sull’amministrazione comunale, con il clan Moccia, con il clan Mallardo, con la famiglia Bidognetti, che opera sempre nel basso Lazio, col gruppo Zagaria, che opera nella zona di Castelforte andando verso Cassino, via via fino alla città capoluogo. Poi c’è Fondi, il mercato ortofrutticolo. Fondi è stata al centro di una grossa polemica nella passata legislatura proprio su una relazione di un suo collega che aveva chiesto lo scioglimento di quell’amministrazione comunale. Mi sembra dalla sua relazione che tutto questo sia sparito nel nulla. Non c’è più nulla di attuale, a suo giudizio, o invece questi rapporti con la politica permangono e persistono? E quali sono i rapporti, per esempio, se sono stati documentati, tra la famiglia Ciarelli Di Silvio e uomini dell’amministrazione comunale del capoluogo?

  CLAUDIO FAVA. Prefetto, la collega ha già anticipato la mia domanda. La mia domanda è una battuta ed è sulla capacità di condizionamento oggi delle organizzazioni criminali nei confronti della politica, la capacità concreta, non astratta. Fondi non fu sciolta perché si dimise il consiglio comunale all’ultimo momento utile, abbiamo un’inchiesta a Formia per voto di scambio, Latina viene considerata un hub delle mafie. La sensazione è che non si limitino soltanto a un controllo criminale del territorio, ma che questo controllo sociale abbia a che fare anche con la politica e con la capacità di forte, diretto condizionamento dell’attività dell’amministrazione. Vorremmo sapere se lei avverte questo rischio e ha qualcosa, anche eventualmente in segreta, da poterci dire.

  FRANCESCO D’UVA. Vorrei ricollegarmi a un’audizione che abbiamo svolto della DDA di Roma. In particolare, l’aggiunto Pag. 16Prestipino ci parlò di un problema relativo alle intercettazioni nel territorio di Latina. Non so se la presidente ha memoria di questa vicenda in cui c’erano queste intercettazioni che dovevano essere secretate ed erano in mano a soggetti esterni, persone che evidentemente avevano contatti con la ditta esterna che esegue le intercettazioni. A seguito di quell’audizione, di quella notizia stampa – non era secretata e avevamo fatto anche delle dichiarazioni al riguardo – è stato fatto qualcosa? È possibile fare qualcosa per evitare che intercettazioni delicate possano finire nelle mani di estranei, soggetti esterni alla società di intercettazioni stessa? Si è fatto ordine o è possibile farlo in questo campo? Riguardo al comune di Sperlonga, mi risulta che il sindaco sia stato rimosso, se non sbaglio, in base alla legge Severino e che consiglieri comunali abbiano subìto minacce e intimidazioni: qual è la situazione a Sperlonga? È il caso di indagare ulteriormente su questa realtà? Anche se una commissione d’accesso forse è un po’ forte, la prefettura ha valutato qualcosa al riguardo? Lo stesso vale per il comune di Formia. Mi risulta ci sia appunto il processo «sistema Formia»: al di là del lavoro dell’autorità giudiziaria, la prefettura può fare qualcosa per mettere al riguardo? È stata già posta la domanda sul basso Lazio, in generale è già stato detto. Secondo notizie di stampa ho anche sentito parlare di lobby deviata: è possibile qualche chiarimento riguardo i legami tra criminalità organizzata e politica? Ancora, nel luglio 2015 i carabinieri, su disposizione della procura di Latina, sequestravano una lottizzazione abusiva effettuata da società di Marcianise e Parete. Considerata la pressione della camorra in provincia di Latina, dietro la vicenda della lottizzazione vi sono interessi della criminalità organizzata?

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Lottizzazioni dove?

  FRANCESCO D’UVA. A Sperlonga.

Pag. 17

  LUIGI GAETTI. Vorrei tornare un po’ sul rapporto con la città di Latina, nel senso di quest’intreccio tra la politica e alcune associazioni criminali. Vorrei anche chiedere come si comporta la società civile. Sappiamo che lì c’è stato un grosso problema nell’ambito del tribunale con arresti, che ha coinvolto anche numerosi professionisti, sia commercialisti sia architetti per la valutazione. Questo ha comportato il fallimento di molte società, soprattutto quelle capitalizzate, per cui sono state vendute poi probabilmente a gruppi di persone che si sono arricchite in maniera indebita. Su questo ho avuto numerose segnalazioni. È strano, peraltro, che nonostante si sia evidenziata questo criticità, le vendite per incanto stiano andando avanti, e queste sono persone che chiaramente sono state truffate da una sistema che, oltretutto, purtroppo è un’istituzione. Queste persone sono state vittime due volte, per mano sia di professionisti corrotti sia dell’istituzione, che non è stata in grado di tutelarle: è stato fatto qualcosa? Queste persone sono state aiutate? Si sta cercando di porre rimedio? Soprattutto, in relazione ai professionisti, si è svolta un’attività nei confronti degli ordini per sensibilizzarli, per spiegare al meglio queste criticità?

  DAVIDE MATTIELLO. Prefetto, ha fatto riferimento al gruppo di lavoro permanente dedicato ai lavoratori immigrati, allo sportello aperto se non ho capito male un anno fa, nel maggio 2015, lo sportello che avrebbe dovuto favorire le denunce. Parlando della task force ha parlato dello sportello aperto presso la questura. Se ho sentito male, però, ha detto che a oggi non è arrivata alcuna denuncia. Vorrei chiederle una valutazione di questo dato negativo. Che cosa significa, che la modalità di funzionamento dello sportello non è adeguata o che un certo allarme rispetto alla situazione è stato in realtà una sopravvalutazione?

Pag. 18

  PRESIDENTE. Ho una domanda anch’io, che riguarda in particolare Ciarelli, che dovrebbe essere agli arresti domiciliari a Venafro, in Molise, nonostante sia stato condannato a vent’anni per reati di associazione mafiosa.

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. A noi risulta ancora agli arresti domiciliari a Rieti.

  PRESIDENTE. Va bene. Do la parola al prefetto per la replica.

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. L’attenzione viene rivolta, se è possibile riunire un po’ gli argomenti, sui rapporti tra criminalità e politica. Io sono lì da un anno e vedo nella realtà del comune di Latina una provincia nella quale sono vissute insieme sin da piccole persone che oggi condividono professionalità e atteggiamenti diversi. Molte di queste persone sono andate a scuola insieme e hanno convissuto sulla stessa realtà insieme. Alcuni sono andati sulla retta via, altri non sono andati sulla retta via. Questo non vuol dire che chi continua ad avere rapporti con uno che ha avuto nella sua attività un momento di défaillance o ce l’ha ancora. Nel momento in cui è libera, una persona onesta che frequenta o prende un caffè con un delinquente non deve essere delinquente anche lei. Questa premessa è per dire che un prefetto deve essere attento alla realtà che vive e nel contempo considerare quello che vede come il presupposto che poi lo fa agire nella sua azione quotidiana. Io sono da un anno a Latina e quello che mi preme sottolineare è che la percezione di sicurezza è cambiata, perlomeno così mi si dice, e forse l’ha confermato il senatore Moscardelli nella sua domanda. In prefettura abbiamo aperto le porte e abbiamo ricevuto tutti coloro che volessero essere assieme alle istituzioni utilizzando come metro di comportamento Pag. 19 esclusivamente la legalità e il rispetto delle regole. Non mi sono dimenticato dei politici nella relazione. Prima di leggere la relazione ho premesso quattro righe dicendo che la mia analisi era esclusivamente fatta sulle evidenze info-operative delle forze di polizia e dei risultati di sentenze della magistratura, definite o in corso di definizione. Attualmente, quindi, ci sono procedimenti in atto importanti. Come ha evidenziato il senatore Moscardelli, le indicazioni della possibilità che ci sia un momento di congiunzione relativamente a quanto poc’anzi affermavate sono sotto esame della magistratura. Io posso dire quello che le carte mi dicono o con le sensazioni che percepisco indirizzare la mia azione di prevenzione e controllo. Il prefetto non svolge l’attività di repressione del magistrato. Io devo prevenire e controllare. In un anno di attività la prevenzione e il controllo su questo territorio c’è stata, perché c’è stato un decremento di tutti i reati. Non solo, ma c’è una percezione di sicurezza nella città maggiore di prima. Non solo, si sono aperti più procedimenti di prima. Non solo, si sono rotte situazioni che sembravano impossibili da toccare. Lo abbiamo fatto attraverso una riunione continua con le forze di polizia. Con i magistrati il mio rapporto è quello che, se mi chiamano e mi chiedono quello che so, io riferisco, ma la magistratura è un organo che agisce autonomamente, dando poi a uno la determinazione di imputato o testimone o altro. È palese che nella provincia di Latina, dal nord al sud, sono presenti organizzazioni criminali o nella loro struttura o tramite persone a esse affiliate o collegate, che sono nel territorio pontino magari per un solo affare. Ad esempio, i Crupi hanno commercializzato 370 tonnellate di cioccolato. Si parlava di droga, ma ci sono anche altre situazioni. La corruzione c’è anche a Latina. Adesso bisogna dimostrarla attraverso il procedimento, che conosciamo, democratico di un processo. Questa Pag. 20 relazione è stata fatta sulle cose che adesso sono certe nelle carte. Se avessi dovuto parlare di tutti i procedimenti, la relazione non sarebbe stata di venti pagine, ma di molte di più. Quello che mi interessa dirvi in questo momento– non so se sono stato compiuto nella mia risposta – è che stiamo lavorando, stiamo lavorando bene, senza mettere da parte nessuna attenzione. Da qui, però, a chiedere a un prefetto notizie che debbono essere chieste a un tribunale, per esempio che cosa si sta facendo sulla successione di Lollo. Questo non attiene a un prefetto, ma a un tribunale. Perché non è stato cambiato il magistrato e non è stato messo un altro magistrato? Se vuole, posso chiederlo e riferire, ma non posso conoscere le determinazioni di un altro organo istituzionale. Io rispondo per la mia attività. Sono d’accordo con lei, quindi, onorevole, condivido, ma…

  CLAUDIO FAVA. Io non le chiedo di condividere, ma solo di rispondere. La mia domanda non è se siano in corso indagini. Ci sono, lo sappiamo, e gli atti giudiziari sono nella nostra disponibilità come nella sua. Le chiedevo una cosa diversa, e cioè una valutazione dal suo punto di vista, un punto di vista che utilizza evidenze giudiziarie, ma anche evidenze sociali d’altro tipo. Dal suo punto di vista, il rischio, come è accaduto in passato, che ci sia un condizionamento di alcune amministrazioni del territorio di Latina, è attuale o no? Non è un fatto giudiziario, ma la valutazione del prefetto di Latina.

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. La valutazione è che attualmente le forze di polizia sono ben attente a evidenziare i fatti di questo genere.

  FRANCESCO D’UVA(fuori microfono) Quanto a Sperlonga e alle intercettazioni?

Pag. 21

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Delle intercettazioni, mi scusi, non sono a conoscenza, quindi non posso risponderle su cose che non conosco. Per quanto riguarda Sperlonga, c’è stato da parte del Corpo forestale dello Stato un sequestro non indifferente. È un procedimento in itinere. C’è un secondo sequestro anche da parte dei Carabinieri, ancora in itinere, che ha visto una grossissima lottizzazione. Vi è, quindi, certezza di questo.

  DAVIDE MATTIELLO(fuori microfono) Sulle denunce che mancano…

  PIER LUIGI FALONIPrefetto di Latina. Questo è importante. Specialmente in questi giorni è evidenziata, come avete visto su tutti i giornali, la situazione dei sikh. Dalle analisi investigative attualmente non si evidenzia per noi uno sfruttamento in schiavitù, ma un’irregolarità nella contrattualistica e per il lavoro nero. Questo è sicuramente importante. Tutte le autorità coinvolte nell’investigazione hanno trovato persone senza permessi o che hanno permessi di soggiorno ma che sono sfruttate. Sotto quest’aspetto, devo rassicurarla che stanno procedendo. Dall’altra parte – purtroppo, questo è un dato di fatto – a noi denunce effettive non sono state mai presentate. Io stesso ho chiamato in prefettura i rappresentanti datoriali, ai quali ho chiesto cortesemente, atteso che le denunce sarebbero nei confronti di chi in questo caso è imprenditore, e quindi responsabile di un’azienda, di essere parte attiva nella denuncia o perlomeno a farci conoscere posizioni di irregolarità, anche nel loro interesse.

  PRESIDENTE. Ringraziamo il prefetto.
Dichiaro conclusa l’audizione.

  La seduta termina alle 15.50.

Gaeta,la città dei misteri dove nessuno vede,nessuno sente e nessuno parla.Eppure tutta l’economia non é più nelle mani dei locali ma di gente che parla altri dialetti,del sud,a Gaeta ci sarebbero stati,secondo giornali campani e pentiti,”incontri” tra uomini delle istituzioni ed elementi della camorra,a Gaeta é stato confiscato il più alto numero di beni in provincia di Latina della camorra e dal Porto di Gaeta sarebbe partito tutto questo inferno.Non c’é un cittadino,un partito,eccetto i ragazzi del M5S e di Rifondazione Comunista,un esponente politico che pronuncino la parola “mafia”. Una situazione che fa insospettire tantissimo!!!!!

L’INTERVISTA DEL DR.CRISTIANO TATARELLI ,VICARIO DEL QUESTORE DI LATINA,A TELEUNIVERSO

.”VISTA SUL GOLFO del 16-02-2017″ su YouTube
https://youtu.be/Wl_QbzrJILs

Un’intervista,quella del Dr.Tatarelli ,importante  sia perché  egli é uno dei poliziotti più seri,bravi e preparati  di tutta Italia  e sia  per la nitidezza  del quadro  che egli  disegna  in relazione  alla situazione  criminale della provincia di Latina,il cui territorio,alle porte della Capitale,com’é noto,é stato letteralmente invaso dai  clan.L’intervista,però – non se ne abbia il Dr.Tatarelli – ci offre lo spunto per talune considerazioni  che non possiamo esimerci dal fare sempre in rapporto alla situazione da lui prospettata all’emittente .  E’ vero che egli non ha alcuna colpa in quanto  il suo girovagare  per  importanti Commissariati di mezza Italia,dalla Sicilia,al  Lazio,alla Campania,non gli ha consentito di operare stabilmente  nel Lazio e,quindi,egli non ha alcuna responsabilità circa le carenze  che noi andiamo denunciando da sempre.Le responsabilità sono tutte di altri,Prefetti soprattutto ,fatta qualche eccezione,e Procuratori precedenti ( a questo punto sentiamo il dovere di esprimere pubblicamente  il nostro giudizio altamente positivo  e  pieno di gratitudine  al Procuratore attuale di Cassino  Dr.Luciano D’Emmanuele ),i quali hanno mostrato scarsa attenzione  al  fenomeno mafioso.E’ il potere  politico-amministrativo che ha le maggiori responsabilità perché é ai Prefetti che  la legge attribuisce tutte le funzioni in materia di prevenzione antimafia  e sono essi –i Prefetti -  che,anche nella loro   veste di responsabili dei Comitati Provinciali della Sicurezza e dell’ordine pubblico,hanno l’obbligo di  impartire le direttive,gli input,le coordinate per l’azione delle forze dell’ordine.Queste eseguono gli ordini che ricevono e,se nelle priorità decise dai predetti Comitati,la lotta alle mafie  non figura al primo posto,esse ovviamente  finiscono per considerarla  così come viene loro ordinato.Il problema é che da questo punto di vista le cose non é che siano cambiate granché rispetto al passato,tant’é che tutte le operazioni più importanti finora fatte in materia di lotta alle mafie nel Basso Lazio – ed in particolare in provincia di Latina- hanno visto il timbro di Corpi speciali,DIA,GICO,ROS,SCO,tutti provenienti da fuori provincia e su delega delle DDA di Roma,Napoli,Reggio Calabria ecc..Questo é un dato di fatto che nessuno può smentire.Oggi,proprio per i “vuoti” da noi denunciati,la situazione é  compromessa,malgrado ogni buona volontà di tizio o di caio , perché le mafie si sono letteralmente impadronite del territorio inquinandone tutti i settori,non esclusi quelli politici ed istituzionali.Tonnellate di capitali  esse  hanno investito per costruire o comprare tutto,anche l’aria che respiriamo ed é  difficile,oggi,considerati i  probabili vari passaggi che sono stati fatti fare ad essi,risalire alla loro “provenienza”.E’ da presumere,quindi,che,ad esempio, abbia costruito o comprato Caio ma che attualmente  la proprietà risulti intestata a Sempronio per una serie di  passaggi fatti a teste di legno e individui dalla fedina penale immacolata  ma che sono sempre la longa manus di Caio.E qui arriviamo al problema della preparazione e dell’esperienza perché se noi non abbiamo personale qualificato e ben organizzato sul posto siamo destinati a fare  sempre il classico buco nell’acqua.
Dr.Tatarelli,lei sa che noi dell’Associazione Caponnetto non siamo dei……pivellini e veniamo da….”molto,molto lontano” ed abbiamo,in virtù della nostra esperienza,”antenne molto  solide e ramificate” che ci consentono di vedere e sapere quanto non tutti vedono e sanno.Almeno fra di noi diciamoci,quindi,come stanno effettivamente  le cose.
                                                                                                                                                                                                                                   Associazione Caponnetto

De Jesu: «Scippi e rapine, lotta prioritaria al microcrimine»

IL QUESTORE DE JESU,UNO DEI MIGLIORI INVESTIGATORI ITALIANI.COMPLIMENTI DR . DE JESU E BUON LAVORO
ASSOCIAZIONE CAPONNETTO

Il Mattino, Sabato 18 Febbraio 2017

De Jesu: «Scippi e rapine, lotta prioritaria al microcrimine»

di Giuseppe Crimaldi

Il tempo per lui non si è mai fermato. E nella sua inarrestabile corsa ha riservato un gran finale. Quando di un uomo si dice «servitore dello Stato» si rischia di cadere negli infingimenti della retorica: ma non è così per Antonio De Jesu, nuovo questore di Napoli dal primo marzo. Un ritorno in via Medina: e, mai come in questo caso, il tempo è stato galantuomo. Chi lo conosce bene, chi con lui ha lavorato – a cominciare dal prefetto Franco Malvano, che lo definisce «un grande professionista esperto nel controllo del territorio» – sa che la città ha fatto un grande acquisto. Napoletano, 62 anni (44 dei quali trascorsi nella Polizia di Stato) De Jesu è un investigatore di razza. «Per me – dice al «Mattino» da Milano, dove per un anno ha retto la Questura – tornare a casa è un motivo di grande orgoglio». E non poteva che essere così.

Cominciamo da Milano. Che esperienza è stata?

«Non esagero se dico eccezionale. Milano è una città meravigliosa. Qui ho toccato con mano l’orgoglio della gente, e ciascuno fa la propria parte. Naturalmente anche il capoluogo lombardo ha i suoi problemi: dalla microcriminalità alle infiltrazioni mafiose. Abbiamo fatto la nostra parte, ci sono stati anche momenti delicati, come quando abbiamo dovuto fronteggiare l’aggressività delle bande di delinquenti stranieri, a cominciare dalle “gang pandillas”».

A Napoli però è diverso. 

«Naturalmente mi rimetterò a studiare, anche se una base ce l’ho. Pur avendo lasciato via Medina dieci anni fa, ho continuato a vivere qui e conosco la realtà cittadina».

Che cosa è cambiato da quando lei era in prima linea sia sul fronte della microcriminalità che nell’azione di contrasto alla camorra? 

«Se parliamo di criminalità organizzata, la situazione – soprattutto in città – ha subito un cambiamento profondo. Negli anni ‘80, quando feci parte della squadra speciale anticamorra ci trovavamo di fronte a clan forti, dominanti sul territorio e profondamente strutturati. Oggi questo modello resiste solo in alcune aree della provincia. La città è nelle mani di bande di giovani e giovanissimi pronti a tutto. Poi c’è la criminalità predatoria, con i cosiddetti «reati di strada», che per me rappresentano la priorità. È il primo impegno che assumo, da questore di Napoli: non dar tregua a chi fa scippi e rapine».

Ha già in mente la strategia?

«Subito dopo l’Accademia sono entrato a far parte di quella che allora si chiamava “Squadra Volante”. Poi, dal 1995 al 2005, ho retto l’Ufficio prevenzione generale, che in una città come Napoli è una vera e propria trincea. Credo, insomma, di conoscere il fenomeno della microcriminalità. Tornando alla sua domanda le rispondo: valorizzerò il capitale umano che c’è a via Medina. Ogni pattuglia in servizio, quando esce, può dare dieci e può fare cento. Io pretenderò il massimo. Lo farò, ovviamente, stando al fianco del personale. Conosco bene la realtà napoletana come so di poter contare sulla professionalità di colleghi che danno sempre il massimo».

Questore, se si guarda alle spalle che cosa vede? 

«Una carriera dedicata alla Polizia di Stato. 1973: Accademia di Polizia; subito dopo Napoli, alla “Squadra Volante”, e subito alla sezione speciale anticamorra: anni terribili. Nell’82 venni ferito durante un conflitto a fuoco con un gruppo di cutoliani, a Caivano. Dirigente in commissariati di frontiera – Mercato, Giugliano, San Giorgio a Cremano – ho lavorato nel 1986 alla Squadra mobile e poi per dieci anni all’Upg, fino al 2005. Infine, sempre a Napoli, vicario fino al 2007. A Milano ho sviluppato un piano di controllo del territorio, lo stesso che nel dicembre portò ad intercettare il terrorista Anis Amri a Sesto San Giovanni».

Poi sono arrivati gli incarichi di vertice. 

«Sono stato questore ad Avellino, due anni, i tre anni successivi a Salerno e infine a Bari, prima di arrivare a Milano».

Un’ultima domanda, proprio su Milano. Qual è il livello di pervasività delle mafie nel capoluogo lombardo?

«La ‘ndrangheta, in particolare, resta una piaga. Le ‘ndrine calabresi sono attive e devastanti. Anche perché utilizzano la strategia del diavolo, il quale fa di tutto per dimostrare di non esistere. Invece c’è, e fa male. Oggi il pericolo più grosso è proprio questo: la tentazione di non vedere il livello d’infiltrazione delle mafie nel territorio, anche in quello spesso apparentemente sano di una società».

 

Terra dei Fuochi e mancata bonifica:«Chi doveva controllare pagherà»

CI FA PIACERE  L’INTERVENTO DELLA MAGISTRATURA CONTABILE MA NE AVREMMO AVUTO ANCOR DI PIU’ SE FOSSE INTERVENUTA ANCHE QUELLA PENALE A CARICO DI TUTTI I RESPONSABILI DI QUESTO ORRIBILE  MASSACRO DI MASSA, A COMINCIARE DAI POLITICI,DAI PREFETTI ,DAI COMANDANTI DELLE FORZE DELL’ORDINE,DAI SINDACI E GLI AMMINISTRATORI PUBBLICI,DA TUTTI COLORO,CIOE’ , CHE SAPEVANO,VEDEVANO E NON HANNO FATTO NIENTE PER BLOCCARE LE ATTIVITA’ DEI CRIMINALI.SONO MORTE CENTINAIA DI PERSONE ED ALTRE CENTINAIA,MIGLIAIA CONTINUERANNO,PURTROPPO, A MORIRE E TUTTO CIO’ POTREBBE CONFIGURARE I REATI DI OMICIDIO E DI STRAGE  PER I QUALI NON C’E’ LA PRESCRIZIONE.PERCHE’ NON PROCEDE ?

Il Mattino, Sabato 18 Febbraio 2017

Terra dei Fuochi e mancata bonifica:«Chi doveva controllare pagherà»

di Pierluigi Frattasi

Non solo la mancata bonifica delle discariche, ma anche la sottoutilizzazione degli Stir, gli impianti di tritovagliatura, per la produzione della differenziata. La Corte dei Conti apre un nuovo filone d’indagine sul dramma della Terra dei Fuochi, a caccia dei responsabili politici e amministrativi che potrebbero aver determinato il disastro ambientale e finanziario, sfociato nelle pesantissime sanzioni dell’Ue all’Italia.

Un tema caldissimo al centro della relazione del presidente della sezione giurisdizionale della Corte dei Conti, Michael Sciascia, che in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2017 in Campania, tenutasi ieri mattina a Castel dell’Ovo alla presenza dei massimi vertici istituzionali, si è concentrato proprio sul mancato risanamento dei siti. «A rimborsare le ingenti spese per la Terra dei Fuochi – il giudizio durissimo di Sciascia – dovranno essere coloro che l’hanno consentita. Non è giusto che a pagare siano i contribuenti. Se il controllo del territorio fosse stato almeno decente, non ci sarebbero stati fenomeni di questa gravità. Occorre individuare le singole responsabilità anche ai fini risarcitori e ripristinatori dell’ambiente, che è un bene collettivo fondamentale».

Nel mirino della magistratura contabile gli amministratori, sindaci e governatori delle giunte precedenti, chiamati a rispondere sulla maxi-multa da oltre 100 milioni di euro, inflitta nel 2015 all’Italia dalla Corte di Giustizia per le mancate bonifiche di 200 discariche in 18 regioni, 48 in Campania, sulla quale grava una sanzione da 20 milioni di euro. Mentre una seconda tranche di 22 milioni relativa al secondo semestre 2016 si è aggiunta lo scorso mese. L’indagine avviata dall’ex sostituto procuratore Donato Luciano è arrivata oggi alle battute finali, con il deposito di 6 atti di citazione, relativi ad altrettanti siti non bonificati – sui 48 presenti nella regione -, risultati non conformi alle moderne normative, per un danno erariale di circa 30 milioni di euro. Il prossimo passo sarà la celebrazione del processo. Citati in giudizio anche gli ex governatori Antonio Bassolino e Stefano Caldoro, nonché l’ex assessore all’Ambiente Giovanni Romano.

«Si tratta spiega il Procuratore Generale Michele Oricchio di una recente attività investigativa che ha portato alla contestazione di una tipologia di danno all’erario sinora mai contestata in Campania, rappresentata dall’applicazione di sanzioni inflitte dall’Unione Europea allo Stato italiano per mancata ottemperanza alle proprie Direttive. Quota parte della sanzione è stata imputata ai pubblici amministratori regionali e locali per la loro imperizia». Mentre i fondi Por Campania messi a disposizione dalla Regione sono stati impiegati «solo in minima parte». «Per il risanamento dei siti dice il Procuratore non si è fatto niente per anni. Ora il ciclo dei rifiuti funziona meglio». L’inchiesta è stata condotta di concerto con le squadre investigative anche delle altre regioni interessate. «Non siamo di fronte a una discarica che può sfuggire incalza Sciascia -, ci troviamo di fronte a un territorio inquinato di ampie proporzioni.

L’ultimo atto di Colangelo: riorganizzata la Procura.DR.COLANGELO,I RINGRAZIAMENTI PIU’ SENTITI DA PARTE DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO PER QUANTO HA FATTO PER TUTELARE LA LEGALITA’ E LA GIUSTIZIA ED I PIU’ CORDIALI AUGURI DI LUNGA E SERENE VITA.

Il Mattino, Sabato 18 Febbraio 2017

L’ultimo atto di Colangelo: riorganizzata la Procura

di Viviana Lanza

L’ultima decisione presa da capo della Procura di Napoli è stata quella di rifondare il pool antiterrorismo e ricomporre quello dell’antimafia. Giovanni Colangelo, che ieri ha lasciato la guida dell’ufficio, ha indicato i nuovi sostituti che si occuperanno di camorra e terrorismo, evitando che ci fossero vuoti in organico per troppo tempo in attesa della nomina del suo successore. In questa scelta, Colangelo, ha bilanciato le valutazioni tecniche sui requisiti dei candidati con un’analisi della situazione più attuale degli uffici giudiziari. Ed è stato per questo che sul fisiologico turn over dei sostituti in forza alla squadra anticamorra, questa volta, ha pesato lo stato di agitazione dei magistrati onorari che da una settimana, per protesta, sono al lavoro un solo giorno alla settimana sostituiti, per il resto, dai magistrati ordinari.

E così in Dda per tre magistrati che escono ce ne sono due che entrano. Il motivo è legato alla necessità di non sguarnire troppo la Procura ordinaria che pure ha il suo carico di indagini e processi, considerato che i nuovi pm della Dda sono stati scelti tra quelli delle sezioni ordinarie. Nel pool anticamorra entrano a far parte i pm Celeste Carrano e Giuseppe Cimmarotta: rafforzeranno la squadra di magistrati che, con il coordinamento dei procuratori aggiunti Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli, si occupano delle complesse indagini su fatti di criminalità organizzata, faide e traffici illeciti. Andranno a potenziare, in particolare, il lavoro sulle aree considerate più a rischio: la zona occidentale, tra Fuorigrotta, Rione Traiano, Soccavo, Pianura e Bagnoli, e il centro storico, il rione Sanità soprattutto, crocevia di interessi camorristici di diversi clan e ormai da qualche anno teatro della violenza di criminali sempre più giovani e sregolati e di camorristi bambini.

Entrambi, Carrano e Cimmarotta, sono nomi noti alla cronaca cittadina: Celeste Carrano si è occupata in passato di reati contro le fasce deboli per poi passare nella sezione che contrasta i reati della pubblica amministrazione. Cimmarotta è il titolare del fascicolo recentemente aperto sui veleni interni alla Cisl. Prendono i posti di Stefania Castaldi, dal primo febbraio procuratore aggiunto a Nola, Claudio Siragusa, che in Dda ha coordinato inchieste sulla camorra di Castellammare di Stabia e ora è in forza alla sezione che si occupa di sicurezza urbana guidata dall’aggiunto Vincenzo Piscitelli, e di Michele Del Prete, che ha terminato il suo mandato nell’Antimafia dove ha condotto inchieste sui clan del centro storico e quelli dell’area ovest ed è tra i candidati in corsa per far parte della Direzione nazionale antimafia.

Le novità, tuttavia, non riguardano solo la Dda. Cambia anche il pool antiterrorismo. I sostituti procuratori Maurizio De Marco, titolare delle inchieste sui clan di Secondigliano, e Catello Maresca, titolare delle indagini contro i Casalesi e della recente inchiesta su traffici di armi che ha coinvolto una coppia di San Giorgio a Cremano convertita all’Islam, sostituiranno i magistrati Alessandro Milita e Luigi Alberto Cannavale promossi aggiunti rispettivamente alle Procure di Santa Maria Capua a Vetere e Salerno, e affiancheranno il pm Michele Del Prete, che ha concluso il suo mandato in Dda ma resta nella squadra dell’antiterrorismo coordinata dal procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli. Il lavoro del pool partirà dai circa 70 fascicoli già aperti.

Sotto la lente ci sono soprattutto il mercato di documenti e soldi falsi, il traffico di armi che sembra essere un fenomeno in espansione, i circuiti che servono a muovere denaro in ambito internazionale e poi le propagande sul web, le conversioni all’Islam e le eventuali radicalizzazioni.

Mafia Capitale, un consiglio per quelli che parlano di ‘bolla di sapone’

Il Fatto Quotidiano, Venerdì 17 febbraio 2017

Mafia Capitale, un consiglio per quelli che parlano di ‘bolla di sapone’

di Otello Lupacchini (*Giusfilosofo e magistrato)

Di fronte alle 116 richieste di archiviazione avanzate dalla Procura di Roma di cui 113 accolte, nell’ambito del procedimento relativo al cosiddetto “Mondo di mezzo”, taluno ha parlato di “fiction della mafia”, “la spia di Mafia Capitale che crolla” e  altri di “bolla di sapone di Mafia Capitale”, sottolineando come “a quasi due anni dall’inizio del grande scandalo rest(i)no un pugno di imputati con infiltrazioni sempre più ipotetiche, centinaia di articoli e qualche libro di successo”. Si tratta di opinioni rispettabilissime, che, tuttavia, scontano, per un verso, la plateale violazione del principio di non contraddizione, mentre, per l’altro, il grosso limite di un approccio culturale al fenomeno mafioso che rifugge da ogni forma di teorizzazione, di generalizzazione e persino di semplice comparazione, con conseguenze disastrose sulla raccolta dei dati empirici che, oltre a essere resa difficoltosa dalla natura segreta delle organizzazioni mafiose, risulta priva di qualunque logica e razionalità.

A quest’ultimo proposito, la sensazione è che i critici dell’inchiesta non tengano in debito conto che la mafia non è una semplice forma di organizzazione per delinquere, essendo, piuttosto, una specie originale di potere, di sistema di vita, che agisce al confine tra lecito e illecito, arrivando a mettere in crisi il modello culturale, prima ancora che l’idea giuridica di civiltà. In questa prospettiva, le mafie certamente rispondono a un criterio di organizzazione gerarchica, pur lasciando spazi di adattabilità: come in una sorta di rete neuronale, le connessioni tra i singoli individui mafiosi possono produrre aggregazioni a diversi livelli di complessità e con gradi differenti di centralizzazione.

Sotto il primo profilo, peraltro, non si può caricare di significati magari impropri, gridando al “grande scandalo”, gli approdi programmaticamente provvisori di un’inchiesta giudiziaria, che abbia comunque condotto a emersione una corruzione sistemica devastante, per poi evocarne il “crollo”, a causa dell’inadeguatezza della provvista probatoria per il rinvio a giudizio di numerosi indagati, là dove, proprio a seguito di quella stessa inchiesta, è tuttavia in corso il dibattimento nei confronti di altri imputati, rinviati a giudizio per vari reati, tra i quali quello di associazione di tipo mafioso.

Anziché lanciarsi, dunque, in giudizi prognostici compiaciutamente catastrofici sui futuribili del processo in corso, sarebbe doveroso lasciare che siano i giudici, unici detentori, in uno Stato di diritto, del potere giusdicente, a stabilire se sussista o meno la contestata associazione mafiosa. E i giudici, almeno sino ad oggi, hanno statuito la fondatezza della prospettazione accusatoria, per la quale l’organizzazione di Massimo Carminati e di Salvatore Buzzi ripeterebbe il paradigma del terzo comma dell’art. 416-bis del codice penale.

In proposito, sarebbe bene che i maîtres à penser che pretendono di orientare l’opinione pubblica de jure sapessero o, comunque, ricordassero, che si è davanti a un modello mafioso quando gli aggregati usano l’effetto intimidatorio sprigionato dal vincolo associativo, con relative sudditanze ed omertà, ad almeno uno dei seguenti fini: “commettere delitti”, “acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o il controllo d’attività economiche, concessioni, appalti e servizi pubblici”, “vantaggi ingiusti per sé od altri”. In forza di questa formula, che si presta ad essere utilizzata nei confronti di tutti i fenomeni delinquenteschi, più o meno virulenti e diffusi, che fioriscono dal terreno mafioso, non è necessario, per la sussistenza del reato associativo in questione, che l’apparato attui programmi definibili delittuosi di per sé: essere mafioso è delitto anche in un’improbabilissima struttura associativa criminosamente asettica, quanto a strumenti e fini; bastano un apparato che intimidisca, generando consensi coatti, sudditanza, omertà, e dei programmi intesi a un arricchimento apparentemente non delinquentesco, mediato, ad esempio, dal controllo su mercati, concessioni, appalti.

Muovendo da queste premesse, la Cassazione, nelle sentenze numero 24535 e 24536 del 2015, è giunta alla conclusione che “La forza intimidatrice” di un’organizzazione mafiosa può derivare, oltre che dalla violenza, anche dalle “contiguità politiche ed elettorali”, e dal sistematico ricorso al “metodo corruttivo” per determinare un “sostanziale annullamento della concorrenza o di nuove iniziative da parte di chi non aderisca o non sia contiguo al sodalizio”.

Tutto, naturalmente, è reversibile, ma non sarà certo il decreto di archiviazione da cui si son prese le mosse a inoculare il germe della dissoluzione degli approdi dell’indagine “Mondo di mezzo”.

Rischiano la condanna in appello per la “Formia connection”

Latina Oggi, Sabato 18 Febbraio 2017

Rischiano la condanna in appello
Formia connection – Nel processo di secondo grado il procuratore generale ha chiesto la conferma delle condanne del Tribunale Angelo Bardellino, Gianni Luglio, Tommaso Desiato, Franco D’Onorio rispondono di estorsione ai danni di una cooperativa

di Brunetta Maggiacomo

II procuratore generale della Corte d’Appello di Roma ha chiesto la conferma delle condanne di primo grado pronunciate sei anni fa dal collegio del tribunale di Latina. Il processo in questione è quello che ha preso il nome dalla cosiddetta operazione “Formia connection”. All’alba del 22 novembre del 2004 in quattro finirono in manette nell’ambito dell’operazione Formia Connection: Angelo Bardellino, Maurizio Pe-tronzio, Giovanni Luglio, Tommaso Desiato, mentre altre persone vennero denunciate, tra queste la madre di Bardellino, Flora Gagliardie, la moglie, Stefania Petrenga. Entrambe uscite assolte perchè il fatto non sussiste. Erano accusate entrambe del reato di produzione di falsa documentazione per favorire il marito. Le condanne di primo grado furono pesanti, quasi esemplari: sette anni e cinque mesi per Angelo Bardellino, sette anni e due mesi per Giovanni Luglio, sei anni e undici mesi per Franco D’Onorio e Tommaso Desiato, assolti tutti gli altri imputati: Petrenga, Gagliardi, Maurizio Petronzio, Luigi Palmaccio. L’inchiesta, venne condotta dagli agenti del Commissariato di Formia, all’epoca diretti dal vicequestore Nicolino Pepe. Il sostituto procuratore titolare dell’indagine era la dottoressa Raffaella Falcione. Secondo l’accusa il gruppo avrebbe tenuto sotto scacco una cooperativa sociale di Formia “Solidarietà sociale” che eseguiva dei lavori di manutenzione per conto del Comune. L’inchiesta partì tredici anni fa proprio dalla denuncia del presidente della coop che raccontò agli agenti che veniva costretto a dare parte dei soldi che la cooperativa riceveva al sodalizio che dichiarava di agire per conto di Angelo Bardellino (da qualche anno diventato produttore discografico, ha una casa discografica la “Roxyl music” ed ha un blog tutto suo dove si racconta) ritenuto il capo. L’indagine si avvalse di tuttauna serie di prove, la maggiorparte raccolte secondo il metodo investigativo tradizionale: pedinamenti, fotografie, intercettazioni telefoniche e ambientali. La fase dell’indagine preliminare fu lunga, lo fu ancor di più quella dibattimentale, il primo grado infatti è stato chiuso nel marzo del 2011. La sentenza d’Appello a maggio.

Mafia e corruzione, il patto seriale che strozza l’Italia

 

Dettagli 
Pubblicato: 17 Febbraio 2017

davigo piercamillo fg 1di Piercamillo Davigo
La criminalità organizzata ostacola l’emersione della criminalità legata al malaffare politico-amministrativo

Pubblichiamo ampi stralci dell’introduzione a “Il sistema della corruzione” di Piercamillo Davigo, in libreria giovedì.

Nella mia attività di magistrato, ormai quasi quarantennale, mi sono dovuto occupare a lungo di corruzione e di criminalità organizzata; e me ne occupo ancora oggi, sia pure come giudice di legittimità. Ho avuto modo, quindi, di esaminare da vicino e nel lun- go periodo fatti e protagonisti di questi due ambiti diversi ma strettamente correlati, e che purtroppo in Italia più che altrove occupano con continuità le prime pagine dei giornali. Tra l’altro, i delitti di corruzione presentano una cifra nera (ovvero la differenza fra il numero di reati commessi e quelli risultanti dalle statistiche giudiziarie) molto elevata. Per intenderci, il numero di condanne ogni 100.000 abitanti in Italia è più basso rispetto, ad esempio, alla Finlandia (uno dei Paesi ritenuti meno corrotti al mondo), mentre gli indici di percezione della corruzione, elaborati da Transparency International, collocano l’Italia dietro molti Paesi africani e asiatici. Poiché la criminalità sommersa sembra essere più elevata nelle aree del Centro-Sud del Paese, si può ipotizzare che la presenza massiccia della criminalità organizzata, e della sottocultura che ne costituisce la matrice ideologica, ostacoli l’emersione della criminalità legata al malaffare politico-amministrativo. (…)

Introduco un aspetto a mio avviso importante per capire che cosa sia la corruzione e per quale motivo sia così difficile sradicarla. Essa presenta infatti, come vedremo, due caratteristiche fondamentali: è seriale e diffusiva. È seriale in quanto coloro che sono dediti a questi illeciti tendono a commetterli ogni volta che ne hanno occasione, con ragionevole certezza di impunità. È diffusiva in quanto corrotti, corruttori e intermediari, al fine di assicurarsi la realizzazione dei patti illeciti e di evitare di essere scoperti, tendono a coinvolgere altre persone, creando una fitta rete di interrelazioni illecite, fino a che sono gli onesti a essere esclusi dagli ambienti prevalentemente corrotti. Appare, quindi, un grave errore considerare i reati di corruzione come episodi isolati anziché calarli nel contesto generale in cui si compiono. E questo è il motivo per cui ritengo necessario tenere sempre a mente, al di là dei singoli fatti e delle responsabilità personali, il “sistema della corruzione” nel suo complesso. Sistema che prevede spesso collegamenti ad altri reati quali quelli fiscali o comunque relativi alle falsità contabili, le turbative d’asta e il riciclaggio. Alcuni esempi sono illuminanti per capire quanto questi atti criminali finiscano per inquinare interi ambienti: un indagato, nel 1992 (agli inizi della stagione nota come Tangentopoli), riferiva – parlando di un ente di livello nazionale – che lì vi operava un cartello di circa duecento imprese che si spartivano gli appalti e che pagavano praticamente chiunque all’interno dell’ente, oltre ai principali partiti.

Per inciso, chiariva anche che questo sistema era adottato da almeno vent’anni! Non solo. Il sistema di cui ci stiamo occupando comprende anche stretti legami con il crimine organizzato. Non sarà superfluo ricordare che il mercato della corruzione è un mercato illegale, nell’ambito del quale non è possibile ottenere il rispetto delle regole a esso relative e dei patti intervenuti ricorrendo a forme di tutela legale. Ecco perché la “tutela” va affidata alla pressione del mercato illegale stesso: attraverso l’esclusione di un’impresa che non abbia versato una tangente promessa da successivi appalti relativi a forniture di beni o servizi; o l’esclusione del pubblico funzionario che non tenga il comportamento per il quale aveva ricevuto denaro da futuri versamenti e talora dallo stesso ufficio ricoperto, mediante trasferimento o non ricandidatura alle elezioni. Tali meccanismi sono però efficaci solo se tutti gli attori del mercato illegale lo percepiscono come stabile nel tempo e soddisfacente nel suo funzionamento. Fuori da queste ipotesi sono necessari dei regolatori esterni, il principale dei quali è appunto la criminalità organizzata. Quando un mercato illegale è gestito dal crimine organizzato, il rispetto delle relative regole è assicurato dal potere di intimidazione che promana dalle organizzazioni criminali e – ove questo non basti – dall’uso della forza. Bastino per ora al riguardo questi brevi cenni. (…) Negli ultimi venticinque anni, le discussioni sulla corruzione sono state infatti a mio avviso, il più delle volte, superficiali e generiche. Raramente ho colto la volontà di approfondire la conoscenza dei fenomeni, di studiarne le dimensioni, di misurare i guasti prodotti.

Per dirne una, si sente ogni tanto citare la cifra di 60 miliardi di euro l’anno quale costo della corruzione, attribuendo tale valutazione alla Corte dei conti, istituto che non ha mai azzardato tale ipotesi. In realtà quella cifra nasce dall’assunto, peraltro ad oggi indimostrato, che la corruzione incida all’incirca nella misura del 3% del Pil.

La verità è che misurare i costi della corruzione è impresa decisamente ardua. Tra gli studi dedicati al tema, particolarmente originali mi sembrano quelli di Miriam A. Golden e di Lucio Picci, che considerano il costo delle opere pubbliche un efficace misuratore della corruzione. I due studiosi hanno comparato le spese delle Regioni italiane in infrastrutture e l’inventario di quanto è stato effettivamente realizzato sul territorio. La differenza tra spese e opere realmente costruite è servita a elaborare un indice di corruzione delle Regioni italiane che mostra enormi distanze. Con le Regioni meridionali che spendono mediamente di più di quelle settentrionali per avere, a confronto, meno infrastrutture. Tale distanza è indicata come costo, aggregato, di corruzione e inefficienza. Mi pare che discorsi simili – che offrirebbero basi solide all’argomentazione – siano riportati raramente nei dibattiti pubblici. Peraltro, a ben cercare, sono facilmente reperibili fonti – anche datate – in grado di illustrare la natura del fenomeno della corruzione, i rapporti fra corruzione e sistema politico, e fra corruzione e crimine organizzato. Già nella relazione approvata il 25 luglio 1990 sulle risultanze dell’indagine del Gruppo di lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia istituito con la L. 94/1988, si leggeva che i gruppi mafiosi tallonavano il potere politico. (…) Va però ricordato – come ritiene anche Alberto Vannucci – che “quella mafiosa e quella della corruzione sono “industrie” che si occupano di beni distinti: protezione privata, in un caso, diritti di proprietà su rendite politiche, nell’altro. D’altra parte, generalmente i servizi forniti da ciascuna delle due “industrie” sono utili per l’attività dell’altra, oppure vengono consumati da imprenditori, faccendieri, mafiosi, politici. Gli accordi di corruzione e gli scambi politici ed elettorali sono rinsaldati dalla tutela mafiosa, che garantisce nel contempo l’omertà: significativamente le confessioni incrociate di corrotti e corruttori, che hanno dato all’inchiesta “Mani pulite” una grande forza propulsiva nel resto d’Italia, hanno segnato il passo nelle aree a più alta densità mafiosa”. (…) Negli anni Ottanta e Novanta del Novecento vi era, per quanto riguardava la corruzione politica, un sistema accentrato, con versamenti occulti alle segreterie di diversi partiti politici, sostanzialmente forfettari rispetto agli appalti delle grandi opere pubbliche. Si trattava, quindi, di pochi soggetti che ricevevano somme ingenti. Accanto a questo sistema accentrato (o talora al suo interno), vi era un sistema decentrato di corruzione che coinvolgeva numerosi soggetti con tangenti di importo meno rilevante.

Parallelamente alla corruzione politica vi era poi una vasta area di corruzione burocratica. Dovendo compiere un confronto tra la corruzione ai tempi di Tangentopoli e quanto accade oggi, direi che la prima area (quella della corruzione politica accentrata) sembra aver subìto duri colpi, mentre la seconda e la terza (quelle della corruzione politica decentrata e della corruzione burocratica) sembrano aver superato con facilità le attività di contrasto investigativo e giudiziario. Ma si registrano altri cambiamenti. Ad esempio, si sono modificate le modalità corruttive: alla consegna di denaro contante si è sostituita (in molti casi) o affiancata un’altra forma di retribuzione (attraverso incarichi, consulenze, ecc.). Sono poi cresciuti i pagamenti estero su estero – specie nei paradisi societari, bancari e fiscali – che hanno irrisorie possibilità di essere individuati in tempi rapidi. In un mondo in cui le frontiere sono diventate evanescenti e in cui i sistemi informatici e telematici consentono di spostare somme ingenti da un Paese all’altro in pochi secondi, le procedure di assistenza giudiziaria internazionale continuano a essere di una lentezza esasperante, e la partita fra guardie e ladri – è triste dirlo – è sbilanciata a favore dei ladri. Purtroppo anche gli interventi di natura preventiva previsti dal legislatore a partire dal 2012 (mi riferisco alla cosiddetta legge Severino) non sembrano risolutivi, ma si incanalano nella tradizione italiana di ulteriore soffocante burocrazia e di controlli formali di scarsa efficacia. Sono invece quasi assenti i controlli di prodotto, idonei a verificare quali beni o servizi siano stati forniti alla Pubblica amministrazione, a quale prezzo, in quanto tempo e di che qualità. Eppure i dati sul costo delle opere pubbliche in Italia e i loro tempi di realizzazione, in genere addirittura doppi rispetto a quelli dei Paesi stranieri, dovrebbero suscitare una certa attenzione. Mi auguro che questo libro possa costituire uno stimolo a questa riflessione.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Discarica Bussi, la corte d’Appello: “Ci fu avvelenamento colposo della acque”. Dieci condanne: 2 e 3 anni per disastro

Il Fatto Quotidiano, Venerdì 17 febbraio 2017

Discarica Bussi, la corte d’Appello: “Ci fu avvelenamento colposo della acque”. Dieci condanne: 2 e 3 anni per disastro

I giudici del processo di secondo grado modificano la prima sentenza di due anni fa della corte d’Assise di Chieti, quando il reato non era stato riconosciuto. Questa volta, invece, è intervenuta la prescrizione. Le condanne sono scattate perché i giudici hanno riconosciuto le aggravanti nei confronti di alcuni imputati accusati di disastro colposo: in questo modo hanno di fatto interrotto la prescrizione del reato. Tutte le pene sono state però condonate. Stabilite anche le provvisionali e le spese legali da riconoscere a parti civili: in totale ammontano a 3,7 milioni di euro

di F. Q.

Nella discarica di Bussi ci fu avvelenamento colposo delle acque. Lo hanno deciso i giudici della corte d’Assise d’appello dell’Aquila alla fine del processo sulla mega discarica dei veleni della Montedison a Bussi sul Tirino, in provincia di Pescara. Il presidente Luigi Catelli ha impiegato più di dieci minuti per leggere l’intero dispositivo della sentenza che infligge dieci condanne comprese tra i 2 e i 3 anni, ma scattate per il reato di disastro colposo aggravato. La corte, infatti, ha considerato provata l’esistenza del reato di avvelenamento aggravato, che però è stato considerato  prescritto. In ogni caso, quindi, per i giudici dal polo industriale in provincia di Pescara furono effettivamente sversate tonnellate veleni residui della produzione nel fiume Tirino.

In merito al reato di disastro colposo, invece, i giudici hanno riconosciuto le aggravanti nei confronti di alcuni imputati, ricalcolando i tempi e stabilendo così che la prescrizione non era scattata: in questo modo è stato possibile infliggere le dieci condanne. Una decisione opposta rispetto a quella presa alla fine del processo di primo grado il 19 dicembre 2014, quando i 19 imputati furono assolti dalla corte d’Assise di Chieti dall’accusa di aver avvelenato le falde acquifere. Il reato di disastro ambientale, invece, era stato derubricato in colposo e, quindi, prescritto. Quell’assoluzione, come svelato dal Fatto Quotidiano, potrebbe essere stata ottenuta grazie alla pressioni esercitate sui giudici popolari, alcuni dei quali avevano preparato un esposto da inviare al Csm: vicenda sulla quale era stata aperta un’indagine da parte della procura di Chieti.

Oggi invece i giudici del processo d’appello hanno condannato a 3 anni di reclusione Maurilio Agugia, Carlo Cogliati, Leonardo Capogrosso e Salvatore Boncoraglio, mentre a Nicola Sabatini, Domenico Alleva, Nazzareno Santini, Luigi Guarracino, Carlo Vassallo e Giancarlo Morelli è stata inflitta una pena di due anni.  Si tratta nella maggior parte dei casi di ex manager della Montedison. La corte ha però stabilito che tutte le 10 condanne sono condonate perché i fatti sono tutti antecedenti al 2 maggio 2006. Dei 19 imputati uno, Vincenzo Santamato, che si occupava di sicurezza ambientale in Ausimont, è deceduto, come ha comunicato alla corte il suo difensore, l’avvocato Alecci del foro di Milano. Assolto invece Guido Angiolini, ex amministratore di Montedison dal 2001 al 2003, perché il fatto non sussiste. Giudicato inammissibile il ricorso della procura per il perito chimico Maurizio Piazzardi.

Riformando  la sentenza di primo grado i giudici hanno anche quantificato le provvisionali e le spese legali da riconoscere a parti civili. Si tratta di 3,7 milioni di euro così suddivisi: 2,705 milioni di provvisionali e 592 mila euro che con gli oneri arriveranno a un milione di spese legali. La sentenza ha così stabilito il principio del risarcimento danno che viene coperto per adesso soltanto parzialmente dalle previsionali: il conto successivo sarà fatto in sede civile. “È una grande sentenza perché dimostra la giustezza delle nostre tesi: i fatti ci sono, è stato riconosciuto l’avvelenamento delle falde acquifere”, ha commentato l’avvocato dello Stato, Cristina Gerardis, dopo la lettura della sentenza. “L’obiettivo finale resta comunque la bonifica del territorio e l’applicazione del sacrosanto principio del chi ha inquinato paghi” commenta il delegato Wwf Abruzzo, Luciano Di Tizio.

L’accusa: “Sversati veleni residui nel fiume Tirino”
Per l’accusa il polo industriale chimico di Bussi fino a tutti gli anni ’60 avrebbe sversato una tonnellata al giorno di veleni residuidella produzione nel fiume Tirino, affluente del Pescara. Per gli inquirenti a conoscere i rischi era la Montedison: l’accusa nella requisitoria del processo di primo grado aveva mostrato un documento agli atti datato 1992, che per i pm si riferiva alla conclusione di una riunione tra alcuni degli imputati: un vero e proprio schema ‘confessione’ in cui si citavano problemi di clorurati nell’acquedotto Giardino. Così come, secondo l’accusa, la Montedison conosceva i rischi derivanti dai materiali sotterrati. In un altro documento interno, anch’esso mostrato nella requisitoria del processo di primo grado, la stessa azienda segnalava che l’acidità delle scorie avrebbe potuto sciogliere i cassoni di cemento che, a fine anni ’70, venivano utilizzati per seppellire i rifiuti industriali nella discarica Tre Monti. E non solo l’azienda, ma sapeva anche il Comune di Pescara, che nel 1972 inviò una lettera a Montedison chiedendo di rimuovere i rifiuti tossici interrati perché costituivano un pericolo di inquinamento concreto per le falde acquifere dell’acquedotto. Un inquinamento che sarebbe tuttora perdurante: lo scorso ottobre emerse dall’ultimo studio dell’Istituto Zooprofilattico d’Abruzzo e Molise che c’era mercurio oltre i limiti in un pesce su tre.

La requisitoria: “Confermare richieste del pm”
Il pg Domenico Castellani, al termine della requisitoria, vista “la gravità delle condotte”, aveva chiesto la conferma pene formulate dal pubblico ministero nel processo di primo grado: tra i 4 anni e i 12 anni e 8 mesi per disastro ambientale e avvelenamento dell’acqua. “La gravità delle condotte perpetrate per anni – aveva detto il pg prima di formulare le richieste – non consentono la sussistenza delle attenuanti generiche”, tutto ciò nonostante gli imputati siano incensurati. In primo grado la condanna più grave era stata chiesta nei confronti di Cogliati, amministratore delegato pro tempore di Ausimont. Dodici anni sono stati chiesti per Angiolini, amministratore delegato di Montedison dal 2001 al 2003, e per Luigi Guarracino. E ancora, fra le pene più alte, 11 anni chiesti per Leonardo Capogrosso, coordinatore dei responsabili dei servizi Pas degli stabilimenti facenti capo alla Montedison-Ausimont di Milano; Salvatore Boncoraglio, responsabile protezione ambientale e sicurezza della sede centrale di Milano; Carlo Vassallo, direttore dello stabilimento di Bussi dal 1992 al 1997; Nazzareno Santini, direttore dello stabilimento dal 1985 al 1992; Maurizio Aguggia e Giuseppe Quaglia. Le altre richieste di condanna sono: 10 anni e 4 mesi per Camillo Di PaoloVincenzo Santamato (che è deceduto come ha dichiarato oggi il legale), Giancarlo MorelliAngelo Domenico Alleva e Mauro Molinari. Chiesti 7 anni perLuigi FurlaniAlessandro Masotti e Bruno Parodi. Anche i procuratori generali hanno chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto per Maurizio Piazzardi, mentre per Nicola Sabatini l’accusa ha chiesto 4 anni per il disastro ambientale e l’assoluzione per l’avvelenamento dell’acqua. La corte d’Assise d’appello dell’Aquila era entrata intorno alle 10.30 in camera di consiglio, uscendone otto ore dopo con una sentenza che ribalta l’assoluzione di primo grado.

L’inchiesta del Fatto sulle pressioni ai giudici di primo grado
Su quell’assoluzione, come raccontato dal Fatto Quotidiano, avrebbero potuto pesare le pressioni esercitate sui giudici popolari. Vicenda sui la procura di Chieti nel maggio del 2015 aveva aperto un fascicolo proprio in seguito all’inchiesta a firma diAntonio Massari in cui i giudici popolari rivelarono di non aver giudicato serenamente e di non aver avuto la possibilità di leggere gli atti. L’indagine trasferita a Campobasso e archiviata. Il decreto di archiviazione, però, ha mostrato le anomalie della vicenda. Nel maggio di due anni fa il Consiglio superiore della magistratura aveva aperto anche una pratica sui magistrati.

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