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. Il Meetup 5 Stelle: “I premi illegittimi ai dirigenti: vanno restituiti”

Il Meetup 5 Stelle: “I premi illegittimi ai dirigenti: vanno restituiti”

Lunedì 20 marzo 2017

Per oltre 10 anni hanno percepito indebitamente una milionata di euro in più tra premi e accessori”. La denuncia arriva dal Meetup 5 Stelle di Formia.

I dirigenti del Comune di Formia hanno fatto di tutto, con la complicità della politica, per sanare le violazioni rilevate dagli ispettori del Ministero dell’Economia e delle Finanze dello Stato, ma alla fine il nodo al collo si sta stringendo.

Una cosa simile è già accaduta lo scorso anno a Pomezia, dove il sindaco è del Movimento 5 Stelle. Stessa ispezione del Ministero, stessi rilievi mossi, più o meno stesse cifre da restituire. Ebbene, la giunta municipale non ha tentato alcun salvataggio dei dirigenti, ma ha solamente preso atto delle contestazioni, obbligando i dirigenti a restituire il maltolto.

Per quanto riguarda Formia, la storia è questa: Ogni anno il Comune di Formia sottoscrive il contratto decentrato per i dipendenti e i dirigenti comunali. Attraverso questo strumento, soprattutto i dirigenti, si attribuiscono e spartiscono centinaia di migliaia di euro di premi e accessori dal 26 maggio al 18 luglio 2008 c’è stata una prima verifica contabile da parte del Ministero dell’Economia che ha mosso rilievi e contestazione alla distribuzione a pioggia di questi premi; i dirigenti hanno provato a controdedurre i rilievi mossi dal Ministero, ma nel frattempo hanno continuato a spartirsi i premi, aumentandoseli di anno in anno.

Il 6 novembre 2015 il Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato non ha ritenute esaustive le controdeduzioni prodotte dai dirigenti e ha disposto un immediato accesso ispettivo diretto ad “accertare i provvedimenti concretamente adottati dall’Ente per il superamento dei rilievi sopra indicati”.

Per questi motivi il Ministero dell’Economia ha disposto una nuova ispezione.
Durante questa ulteriore verifica, l’ispezione ha sancito l’indebito fondo per il personale non dirigente nel periodo 2003/2007 pari ad € 376.757,00 (erronea quantificazione per il biennio 2010-2012 in circa 300.00,00 – oltre verifica annualità dal 2013 al 2016); l’illegittimo utilizzo di parte dei proventi derivanti dalle sanzioni amministrative pecuniarie relative agli accertamenti delle violazioni del codice della strada per il pagamento di incentivi al personale dì vigilanza (progetti finalizzati alla sicurezza stradale), in violazione della normativa vigente; l’illegittimo utilizzo delle risorse del fondo per il trattamento accessorio del personale, con particolare riguardo:

a) all’impiego delle risorse del fondo destinate alla alte professionalità per altri scopi non previsti dal contratto;
b) alla corresponsione della produttività sulla base di meccanismi automatici legati alla presenza o in maniera indistinta;
c) all’erogazione di somme a titolo di incentivo al di fuori dei parametri previsti dall’art. 18 della legge 109/1994″.

 

 

IL COMUNE INTERVIENE PER ‘SANARE’ LA SITUAZIONE…

Per tentare di ‘apparare’ la situazione e sanare tutto il pregresso, il Comune di Formia ha ritenuto di poter superare quanto rilevato in sede ispettiva adottando, a tal proposito, la deliberazione della giunta comunale n. 115 del 06.05.2015 (oggi misteriosamente sparita dall’Albo Pretorio on line); con la medesima deliberazione si autorizzava la sottoscrizione del contratto integrativo per gli anni 2009-2010-2011-2012-2013-2014, contratto regolarmente sottoscritto – spiega ulteriormente il Meetup 5 Stelle di Formia -. Praticamente una sorta di sanatoria per il pregresso.

In sede ispettiva si è constatato che la richiamata deliberazione di G.C.n.115 del 06.05.2015 si ‘è formata su un presupposto erroneo in quanto diversamente da quanto riportato nella proposta di deliberazione, non risulta rispettato il Patto di Stabilità’.

L’amministrazione di Formia, quindi, secondo quanto asserito dalla Ragioneria dello Stato, non ha rispettato anche uno solo dei sopra richiamati presupposti oggettivi necessari per il ricorso all’operatività di cui all’articolo 4, comma 3 del D.L. 16/2014, e la stessa non può usufruire della sanatoria prevista dal legislatore… ‘.

Due giorni fa, quindi, la giunta municipale di Formia ha annullato la delibera di sanatoria del 2015 ‘e tutti gli atti conseguenti e diretti, in quanto costituita in violazione di legge’, nella stessa delibera di giunta si chiede agli uffici di provvedere a ‘un’attenta ricognizione dei fondi dal 2008 ad oggi sia per il personale del comparto che per il personale dirigente’ e di ‘procedere ad una accurata riquantificazione delle economie verificate dal 2008 ad oggi dall’anno 2013 fino a tutto il 2016’.

Insomma, tutti i premi annuali corrisposti dal 2007 a oggi a dirigenti e funzionari, sono illegittimi, come da stessa ammissione della giunta municipale.

Ora ci attendiamo che i proventi illegittimamente corrisposti vengano immediatamente restituiti, come già avvenuto, ad esempio, a Pomezia, e si provveda immeditatamente a regolamentare, ai sensi delle leggi e dei contratti vigenti, i cosiddetti premi e accessori che ogni anno si spartiscono i dirigenti e i funzionari, depredandoli dalle casse del Bilancio Comunale. Si chiede, in buona sostanza, di dare immediatamente seguito alle rilevazioni degli ispettori del Ministero dell’Economia e della Ragioneria dello Stato, affinché si sani questa enorme irregolarità contabile che pesa sui nostri tributi comunali”.

fonte:www.h24notizie.com


Mattarella:” La mafia é forte e bisogna combatterla”

SIGNOR PRESIDENTE,MA LEI SA CHE CON  I RECENTI PROVVEDIMENTI SONO STATI DIMEZZATI I FONDI PER LE INTERCETTAZIONI E CHE CIO’ RAPPRESENTA UN REGALO ALLE MAFIE PERCHE’  SI DISARMANO MAGISTRATURA E FORZE DELL’ORDINE ?

E SA ANCHE CHE IN SEDE DI AUDIZIONE DA PARTE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA,IL PREFETTO DI LATINA,RISPONDENDO A SPECIFICA DOMANDA DELLA PRESIDENTE,HA RISPOSTO CHE LA PREFETTURA DI LATINA NON HA FATTO “NESSUNA ” INTERDITTIVA ANTIMAFIA ,AMMETTENDO,COSI’,CHE  IN UN’AREA STRATEGICA ALLE PORTE DELLA CAPITALE,QUAL’E’ QUELLA PONTINA,NON SI FANNO INDAGINI PREVENTIVE CONTRO LA MAFIA ?

COME VEDE,I SUOI APPELLI  CADONO NEL VUOTO E LE PRIME A NON TENERNE CONTO SONO PROPRIO LE ISTITUZIONI.

 

DA TGCOM 

19 marzo 201719:34 

Mattarella a Locri: “La mafia è ancora forte, bisogna continuare a combattere”

In occasione dellʼincontro con i familiari delle vittime delle mafie, il Capo dello Stato fa appello ai politici (“siano impermeabili alle infiltrazioni”) e a tutti i cittadini: “Nessuno si chiami fuori”

Ardita: ”Una riforma penale da cambiare e una Costituzione da difendere”

Ardita: ”Una riforma penale da cambiare e una Costituzione da difendere”

01 Dicembre 2016

di Lorenzo Baldo

Intervista al Procuratore aggiunto di Messina, dalle mancate proroghe del 41bis nel ’93, alla riforma del processo penale, fino al Referendum. La scelta di ritirare la sua domanda alla Dna.

Dott. Ardita, qualche settimana fa il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo ha dichiarato che la riforma del processo penale non lo convince, tanto che l’ha definita “inutile e dannosa”. Lei stesso ne ha parlato come un “testo ambiguo” che andrebbe corretto. Partiamo da una norma specifica che può essere così sintetizzata: se il pm non fa richiesta di rinvio a giudizio entro tre mesi dalla chiusura indagini, il procuratore generale avoca a sé l’inchiesta. 
E’ solo una delle proposte che ci lascia molto perplessi, perché finirebbe per capovolgere le priorità del lavoro giudiziario, obbligandoci ad occuparci di questioni marginali a discapito del contrasto ai fenomeni più gravi, come la mafia e la corruzione.

Ci spiega come?
E’ semplice: la riforma imporrebbe al Pm l’obbligo di definire entro un termine tutti i ‘processetti’, anche se sono prescritti o scaduti, e in caso di mancato adempimento vi sarebbe l’obbligo di informare il Procuratore Generale. Siccome i processi per fatti rilevanti -  in particolare quelli con misure cautelari – vengono necessariamente già definiti entro il termine di scadenze delle indagini, l’obbligo verrebbe ad incidere in sostanza sulle comunicazioni seriali, che sono migliaia, o sui procedimenti che nascono già morti, perché già prescritti o avviati alla prescrizione.

E cosa accadrebbe in questi casi?
In questi casi se non si richiede l’archiviazione per prescrizione entro tre mesi dalla scadenza dei termini di indagine, si rischia di andare incontro ad un rilievo disciplinare. L’assurdo è che non esiste un obbligo di legge per istruire i processi, mentre si vorrebbe introdurre un obbligo per definirli. Dunque se per definire i processi prescritti non si avrà più il tempo per le indagini che riguardano fasce deboli, reati di mafia e di corruzione, per il Legislatore dovrebbe andare tutto bene. Non è davvero un granché come input. Anche perché la riforma manderebbe in fumo le circolari e gli sforzi organizzativi che erano stati fatti proprio per concentrarsi sul contrasto agli illeciti di maggiore allarme sociale.

Analizziamo la questione nodosa della prescrizione: l’Anm vorrebbe che si arrestasse dopo la condanna in primo grado per non mandare in fumo i processi, mentre il ddl prevede uno ‘stop and go’ tra primo e secondo grado. Di fatto al momento tutto il testo è fermo al Senato. Quali sono i rischi per il cittadino che chiede giustizia?
Per il cittadino vittima dei reati – se non si trova una soluzione efficace al problema della prescrizione – il rischio è di non vedere proprio giustizia. Per quello che delinque è esattamente un incentivo a proseguire sulla strada del crimine, collegato al fallimento della funzione di prevenzione che è connessa alla condanna.

Qualche settimana fa è arrivato anche un richiamo dall’Ocse: una richiesta esplicita affinchè al più presto si faccia una riforma in tal senso. Dal canto suo Piercamillo Davigo ha chiesto di estendere la proroga dei pensionamenti a tutti i magistrati data “la spaventosa scopertura di organico”. 
Anche se è un argomento che non mi appassiona, negare la proroga a tutti i vertici interessati mi sembra l’ennesima scelta incomprensibile in materia di Giustizia.

Sullo sfondo resta aperta la minaccia di uno sciopero già evocata dal sindacato delle toghe.
Lo sciopero è uno strumento che non si addice a noi magistrati che siamo abituati a lavorare anche le domeniche e nei giorni di ferie; ma forse potrebbe essere un modo per richiamare l’attenzione della pubblica opinione su temi che riguardano i cittadini.

Leggendo il testo della riforma penale lei si è detto molto preoccupato perché si prospetterebbero maglie larghe per i mafiosi detenuti che non sono all’ergastolo, testualmente: “I mafiosi esenti dal 41 bis, e non ergastolani, avranno diritto a chiedere permessi premio (uscita temporanea dal carcere per chi si comporta bene, ndr) e di poter lavorare all’esterno”. Che segnale rappresenta questa possibile “apertura” per Cosa Nostra?
Alcuni sono portati a credere che la mafia quando non si fa sentire a suon di attentati non esista. Purtroppo però le organizzazioni hanno consolidato strutture economiche, e mantengono reti criminali attive anche su fronti che appaiono di minore allarme sociale, come il gioco, la prostituzione, la droga. Hanno relazioni, denaro e rapporti con gente che conta. Stanno alla finestra a guardare quello che accade e sono pronti ad approfittarsi di ogni passo indietro dello Stato. Queste modifiche smentirebbero – modificandola – la riforma che volle Giovanni Falcone quando era direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia e potrebbero andare a beneficio di chi militava in Cosa Nostra quando lui fu ucciso. Questo è il segnale, molto semplicemente.

Queste eventuali “aperture” nei confronti di Cosa Nostra ci riportano indietro nel tempo, esattamente alla fine di novembre del 1993, quando al Dap c’era Francesco Di Maggio. Come è noto in quel preciso momento non furono prorogati 334 provvedimenti di 41bis. Nel 2011, nel suo libro “Ricatto allo Stato”, scriveva testualmente: “Il modo di procedere pragmatico e spedito della nuova gestione del Dap lasciava intendere che dietro quella scelta vi fosse una copertura istituzionale forte… ma probabilmente ispirata da un suggeritore tecnico per una scelta pragmatica di gestione della crisi”. A distanza di 5 anni, e dopo quello che sta emergendo al processo sulla trattativa Stato-mafia come è cambiata la sua valutazione su quei fatti? 
La mia valutazione non è cambiata e non cambierà quale che sia l’esito del processo di Palermo. La vicenda del venir meno di 334 provvedimenti di 41bis fu una vicenda opaca, così come per primo ritenne Gabriele Chelazzi. Una compagine di magistrati di prim’ordine che operavano nell’amministrazione penitenziaria – sopravvissuta ai rapimenti ed agli attentati degli anni di piombo – in pochi mesi venne destituita interamente. Sono sicuro che in mano a loro – che li avevano adottati su delega del Ministro -, quei provvedimenti di 41bis non sarebbero stati revocati, così come non furono revocati ai terroristi i provvedimenti di art. 90 fino a che era presente la lotta armata.

Questo vuol dire che c’era una volontà politica di procedere all’alleggerimento del 41bis?
Lo Stato, ai suoi più alti livelli, non poteva ignorare l’effetto che si sarebbe innescato. Il problema non è giudiziario, ma di credibilità politico-istituzionale: non si risolverà con una sentenza di assoluzione, ma solo con la consapevolezza che la trasparenza e la fermezza delle scelte su temi così rilevanti sono un diritto dei cittadini ed un dovere nei confronti di chi ha sacrificato la propria vita per le Istituzioni.

A tal proposito Giovanna Chelli, presidente dell’associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, ha recentemente dichiarato: “Temiamo che sia di nuovo in atto ‘la trattativa’ per ‘ammorbidire’ attraverso maneggi sul ’41 e il 4 bis’ la detenzione di ‘cosa nostra’ stragista, affinché nei prossimi incontri elettorali faccia proselitismo e indirizzi il voto dal carcere verso chi gli ‘promette’ ancora una volta di ammorbidire il carcere duro o meglio ancora, andare verso l’annullamento di una detenzione aborrita dalla mafia tutta, un dato processuale ormai incontrovertibile”. Cosa si può replicare di fronte al timore della signora Chelli, peraltro madre di una ragazza che è rimasta gravemente ferita nella strage di Firenze del ’93?
Bisogna essere chiari e spiegare quali siano i progetti sulla giustizia penale. Non può certamente sostenersi che tutti coloro che invocano garanzie sono in mala fede, ma è giusto che i cittadini sappiano la verità sulle scelte di prevenzione che riguardano il contrasto alla mafia.

In questi ultimi giorni di campagna referendaria si continua a parlare della possibile riforma della Costituzione. Per comprendere meglio il suo punto di vista le cito alcuni stralci degli interventi a riguardo dei suoi colleghi Armando Spataro, Nino Di Matteo e Gherardo Colombo. 
Iniziamo dal procuratore di Torino Spataro che ha dichiarato senza alcun tentennamento: “Questa riforma riduce il Parlamento a un tappetino e squilibra i rapporti tra i poteri dello Stato”. Per poi aggiungere che: “il diritto-dovere di ‘schierarsi’ non ha nulla a che fare con la contesa partitica-politica che si sviluppa nei periodi di campagna elettorale ed alla quale, certo, i magistrati devono rimanere estranei, come prevede anche il nostro codice deontologico. Qui si tratta, invece, di un diritto costituzionale di cui anche il magistrato – come ogni cittadino – è titolare e che viene oggi contestato, in misura ben più dura di quanto avvenne nel 2006”.

Concordo con il procuratore Spataro, anche sulla sua premessa che la dice lunga su quanto i magistrati tengano alla loro imparzialità e siano distanti dalle contese politiche. Ma qui giustamente il problema è spiegare che, di fronte al venire meno di alcuni principi, viene messo a rischio anche un modello di giustizia. Difendere la Costituzione ed il suo spirito è dunque difendere l’imparzialità. Delle contese politiche poco ci importa.

Dal canto suo Gherardo Colombo ha evidenziato con convinzione che “si vuol far diventare la Costituzione una legge ‘sovraordinata’. Ma la Costituzione è un’altra cosa. Il nuovo testo va abbondantemente oltre i principi fondamentali dell’organizzazione dello Stato”. 
Sono sicuramente d’accordo sul fatto che la Costituzione è ben più che una legge sovraordinata. E’ un collante sociale e l’espressione di un modello partecipativo. Credo che i costituzionalisti abbiano spiegato questo molto meglio di me.

Ma secondo lei la Costituzione è un baluardo delle garanzie, o un punto di forza per combattere la mafia? 
E’ l’uno e l’altro insieme se viene interpretata con rigore ed onestà. Le garanzie del cittadino non dovrebbero negare il dovere dello Stato di provvedere all’annientamento – non al contenimento – delle organizzazioni criminali. Spesso il contenuto della Carta è banalizzato da letture strumentali, come se i Costituenti fossero stati dei garantisti a senso unico, ma non è affatto così. Anzi è vero il contrario: leggo fermezza nei principi e rigore nella gerarchia dei valori che sono lì descritti, anche se di mafia e di deviazioni istituzionali non c’era neppure una idea lontana nella giovane Repubblica che si affacciava al mondo all’indomani della guerra.
Se avessero avuto cognizione di quanto fossero presenti e radicate Cosa Nostra e la corruzione dentro la nostra società, stia pur certo che i Costituenti avrebbero scritto gli stessi principi ma in modo ancor più diretto. L’etica pubblica era un valore condiviso e indiscutibile nel 1946 e se qualcuno avesse potuto sospettare che questi mali si sarebbero potuti diffondere in modo così pervasivo il Costituente non avrebbe risparmiato un passaggio per dire che il nostro popolo e le sue Istituzioni combattono la mafia ed il malaffare, che minano oltre che la sicurezza anche la credibilità dello Stato. Così come è avvenuto per il ripudio della guerra e delle dittature, che erano i mali di quell’epoca.
Prova di tutto ciò sta nel fatto che la legge sul 41bis e le norme sul doppio binario sono state dichiarate dalla Corte compatibili con la nostra Carta fondamentale.

 

 

Ad una recente manifestazione in difesa della Costituzione il pm Di Matteo ha affermato con forza: “Come magistrato ho giurato fedeltà alla Costituzione e non ad altre Istituzioni politiche, né tanto meno alle persone che rivestono incarichi istituzionali. Ho giurato fedeltà alla Costituzione e non riesco a dimenticare che per quella Costituzione, per quei principi che afferma, tante persone, tanti miei colleghi, tanti servitori dello Stato, tanti semplici cittadini hanno offerto la loro vita”. Quali sono nel merito le sue riflessioni? 

I valori di autonomia ed indipendenza della Magistratura, la trasparenza nella lotta alla mafia, sono un tutt’uno rispetto alla nostra Costituzione, perché abitano lì: nel suo spirito aperto e rigoroso, nella sua vocazione alla partecipazione e alla trasparenza. Un magistrato che crede nella Costituzione si riconosce in quei valori ed ha il dovere di difenderli, perché nella nostra Carta è descritto uno stile ed un modo di intendere l’impegno professionale che ti rimangono addosso per tutta la vita. 

 

 

Pochi giorni fa lei ha ritirato la sua domanda alla Direzione nazionale antimafia. E’ una scelta implicitamente dettata dalla volontà di evitare che la sua candidatura potesse essere di ostacolo al suo collega Nino Di Matteo? 

In realtà Nino ha nel suo curriculum le più importanti inchieste sulla più potente organizzazione mafiosa che sia mai esistita. Non parlo degli altri concorrenti se dico che non c’è gara, ma parlo sicuramente di me. Detto ciò mi ha dato molto fastidio vedere che la stampa ha riportato il mio nome tra quelli dei candidati accreditati per la DNA, così indirettamente ventilando l’ipotesi che lui possa essere escluso nella procedura ordinaria, rispetto ad un posto che sarebbe stato già suo con la procedura straordinaria. Stiamo dalla stessa parte e dunque la mia revoca, puramente simbolica, serve solo a ricordare questo. Non mi è costato alcun sacrificio.

I segnali contano molto in Sicilia…

Ritengo di sì, quando c’è di mezzo qualcuno che è stato condannato a morte dal capo della stessa organizzazione che ha fatto uccidere Falcone e Borsellino.

Dott. Ardita, se esiste ancora, che cos’è l’amicizia tra magistrati?

Voglio essere ottimista e dire che – nonostante tutto – nel nostro mondo è più diffusa di quanto si possa pensare. È un sentimento che si nutre anche di stima, e quindi può solo rafforzarsi se chi ti sta vicino è migliore di te.

 

Fonte:antimafiaduemila.com

.La nuova e più forte Associazione Caponnetto dopo l’Assemblea del 9 aprila prossimo a Roma.Il Consiglio Direttivo nazionale che verrà eletto.

Almeno tre fra ispettori e funzionari della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria tutti in servizio,parlamentari in carica ed ex parlamentari,un Testimone di Giustizia,avvocati,donne,tante donne  di prima linea  ed appartenenti alle aree più calde e critiche del Paese-Lazio,Emilia e Sicilia- e,poi,lo zoccolo duro della vecchia Associazione Caponnetto,persone motivate  ed abituate a combattere,senza chiacchiere e tutti fatti.Una nuova Associazione Caponnetto,una macchina da guerra in grado,meglio  di prima,di affrontare mafiosi e ladri.La situazione nel Paese si aggrava sempre di più e noi dobbiamo essere in grado di utilizzare le forze migliori per  aiutare la Magistratura a far fronte alla nuova e sempre più drammatica realtà.L’orgoglio del nome che portiamo e dei valori che difendiamo.

Sommese al gip: «Io parte lesa mai gestito finanziamenti»

Il Mattino, Domenica 19 Marzo 2017

Sommese al gip: «Io parte lesa mai gestito finanziamenti»

di Viviana Lanza

Provato da questi giorni in carcere e dall’accusa di corruzione che lo indica tra i protagonisti dell’inchiesta sul sistema illegale con cui venivano pilotati importanti appalti, Pasquale Sommese è comparso ieri davanti al gip Federica Colucci, il giudice che ha firmato il provvedimento cautelare. È stato un interrogatorio breve, durato il tempo di respingere le accuse genericamente precisando di essere «parte lesa» e non protagonista di un giro di corruttela, vittima di «millanterie» ed estraneo al mondo di relazioni in cui lo calano le indagini dei magistrati della Dda. Per il resto, non se l’è sentita di affrontare l’interrogatorio su ogni singolo capo di imputazione. Assistito dagli avvocati Vincenzo Maiello e Angelo Pignatelli, l’ex assessore regionale al Turismo e ai Beni culturali si è limitato a ribadire la massima trasparenza della sua condotta, escludendo di aver avuto competenze dirette nell’erogazione dei finanziamenti finiti sotto la lente degli inquirenti e lo ha spiegato con motivazioni di carattere tecnico e normativo e facendo riferimento a una delibera approvata dalla giunta regionale prima ancora del suo incarico di assessore regionale. La tesi sarà approfondita dalla sua difesa nei successivi passaggi dell’iter giudiziario: la prossima tappa sarà dinanzi al Tribunale del Riesame. Era atteso per ieri anche l’interrogatorio di garanzia di Guglielmo La Regina, l’ingegnere 40enne ideatore del sistema corruttivo al centro dell’inchiesta. L’appuntamento è slittato a giovedì. La Regina, assistito dagli avvocati Giuseppe Fusco e Orazio Cicatelli, si è detto comunque pronto a rispondere alle domande del giudice. La sua è una delle posizioni principali nell’inchiesta, e non a caso l’indagine è stata chiamata «The Queen».

Un capitolo è dedicato proprio a quello che gli inquirenti hanno definito «sistema La Regina»: ricostruisce il metodo utilizzato per pilotare gli appalti. In molte delle procedure esaminate il confronto tra le date degli atti formalmente adottati dalle stazioni appaltanti (presentazione del progetto di massima per lamissione ai finanziamenti e adozione del bando di gara per l’affidamento della progettazione definitiva o esecutiva e dei lavori) e dei file trovati nel computer dello studio di La Regina proverebbe, per gli inquirenti, che i documenti relativi alle gare sarebbero stati preventivamente formati nello studio dell’ingegnere e trasmessi alla stazione appaltante che li avrebbe presentati come propri. «Il tutto – scrive il gip – in assenza di un incarico formale che giustificasse lo svolgimento di tali incarichi di progettazione. Delle due l’una – osserva – o La Regina è un benefattore che lavora gratis per gli enti pubblici (e le intercettazioni in atti escludono tale interpretazione della vicenda) o ha redatto tali progetti per consentire agli enti di accedere ai finanziamenti, bandire le gare, ottenere l’aggiudicazione dell’appalto in capo a ditte compiacenti e ricavarne un’utilità personale».

Manifestazione a Casal Di Principe in ricordo di Don Diana: scout da tutta Italia.Ma……………. INTANTO TORNA IN LIBERTA’ IL FRATELLO DI MICHELE ZAGARIA E VIENE CHIUSA LA CASERMA DELLA SQUADRA MOBILE DI CASAL DI PRINCIPE………………….,MENTRE I FONDI PER LE INTERCETTAZIONI VENGONO DIMEZZATI……………..TANTE PAROLE CONTRO LA MAFIA………..E POI?????????……………….

Casal di Principe, un paese diviso tra il ricordo di Don Diana e la scarcerazione di Carmine Zagaria

Casal di Principe, un paese diviso tra il ricordo di Don Diana e la scarcerazione di Carmine Zagaria

Casal di Principe, un paese diviso tra il ricordo di Don Diana e la scarcerazione di Carmine Zagaria
Il corteo (Foto Raffaele Sardo) 

Scout da tutta Italia, fiori, un lungo corteo e voglia di reagire alla camorra, nel giorno in cui esce dal carcere il fratello del capo clan

di RAFFAELE SARDO

La Stampa, Domenica 19 marzo 2017: “Il Cociv é una società corrotta”

 

 

LA STAMPA.Domenica 19 marzo  2017

 

“Il Cociv è una società corrotta”, l’accusa del pm di Genova dopo le rivelazioni di un pentito
L’inchiesta scattata con le dichiarazioni di Giampiero De Michelis, ex dirigente Cociv che ha parlato con la Procura di Roma: “C’è chi intasca milioni rubandosi gli inerti e rivendendoli in nero”

di matteo indice 

Il consorzio che deve realizzare il Terzo valico ferroviario Genova-Milano, dice la Procura, è una società corrotta, che ha beneficiato del comportamento fuorilegge dei suoi (ex) manager, a loro volta accusati di corruzione o turbativa d’asta. 

L’addebito è messo nero su bianco dai sostituti procuratori Paola Calleri e Francesco Cardona Albini, che hanno deciso d’iscrivere sul registro degli indagati non solo i singoli dirigenti nel mirino per aver preso mazzette e pilotato appalti; ma il consorzio in quanto tale (formato al 64% da Impregilo, 31% Società condotte d’acqua e 5% Civ) in base a una specifica legge sulla responsabilità amministrativa. 

LE POSSIBILI CONSEGUENZE  

Che cosa rappresenta, concretamente, l’ultima iniziativa dei pm? In primis certifica che secondo i magistrati il gruppo non è parte lesa, anzi. E, se la sua posizione dovesse peggiorare, potrebbero esserci ripercussioni per le aziende che lo compongono nell’accesso alle gare pubbliche. 

La svolta degli inquirenti arriva dopo che è stato riesaminato il comportamento di alcuni manager Cociv: da quello di Pietro Paolo Marcheselli passando per Ettore Pagani e Michele Longo, sotto indagine a vario titolo per turbativa d’asta o corruzione: secondo i pm hanno truccato una parte delle assegnazioni per realizzare il nuovo nodo che dovrebbe mettere in collegamento il porto con il Nord Italia.  

Va ricordato che oggi Cociv è stata affidata a un amministratore straordinario dopo l’intervento dell’Autorità nazionale anticorruzione. Ma non c’è dubbio che l’accelerazione della Procura ri-accende i riflettori sull’anomalia dei general contractor, ovvero ciò che è Cociv: un mix d’imprese in tutto e per tutto private, che gestisce oltre sette miliardi di euro pubblici stanziati per la costruzione di un’infrastruttura strategica, suddividendoli in giganteschi subappalti e controllandosi di fatto da sola perlomeno finché non è stata commissariata (sono indagate anche le società “Giugliano costruzioni metalliche” ed “Europea 92”, beneficiarie di alcune maxi-commesse).  

Cociv viene accusata d’aver fruito dei comportamenti fuorilegge dei suoi dirigenti negli stessi giorni in cui i pubblici ministeri genovesi approfondiscono un altro filone: le terre, milioni di metri cubi, estratte dalla galleria di Cravasco in alta Valpolcevera, sono in parte sparite e con ogni probabilità qualcuno le ha riciclate sottobanco anziché smaltirle secondo le prescrizioni. E tutto ciò in barba ai soldi pubblici che lo Stato ha speso per farle eliminare a regola d’arte, al punto che i magistrati sono pronti a contestare il reato di truffa.  

LE RIVELAZIONI DEL «PENTITO»  

A far scattare gli accertamenti su questo fronte sono state le rivelazioni di Giampiero De Michelis, ex dirigente Cociv. Ha avviato una collaborazione con le toghe della Procura di Roma perché nella capitale è in corso una delle tranche dell’inchiesta sulle grandi opere, mentre l’altra è stata aperta a Genova, essendo il Terzo valico stesso in costruzione al momento fra Liguria e Piemonte.  

E però, si scopre oggi, proprio De Michelis ha fornito uno spunto inquietante, girato per competenza nel capoluogo ligure: «Dai cantieri – ha premesso il “pentito”, alzando il sipario sulle dinamiche d’un sistema che si protrae da tempo – escono i camion con tonnellate di materiale, ma nelle cave ufficiali spesso non arriva niente: e c’è chi intasca milioni rubandosi gli inerti e rivendendoli in nero».

Buzzi choc: tangenti a tutto il Pd

Il Tempo, Domenica 17 Marzo 2017

Buzzi choc: tangenti a tutto il Pd
Quinto giorno di interrogatorio nel processo di Mafia Capitale per il ras delle coop: “Coratti, Ferrari, Giansanti, Tassone, D’Ausilio: mazzette per i debiti fuori bilancio”

di Riccardo Di Vanna

Mazzette, assunzioni su «segnalazione» e accordi con esponenti del Pd romano. Al suo quinto giorno di esame davanti ai giudici della decima sezione penale del tribunale di Roma, Salvatore Buzzi è ancora un fiume in piena. Il «ras» delle cooperative, in collegamento video dal carcere di Tolmezzo, racconta dei suoi affari con il Campidoglio all’epoca dalla giunta Marino.

«Per l’approvazione del debito fuori bilancio legato al servizio di accoglienza per i minori non accompagnati ci siamo rivolti a Coratti», ha detto Buzzi, rispondendo alle domande dei suoi avvocati, Pier Gerardo Santoro e Alessandro Diddi. «Coratti – ha proseguito – ci ha chiesto 100mila euro in chiaro per far approvare la delibera del debito fuori bilancio creato nel semestre gennaio-giugno 2013. Io avevo il 26%, il restante apparteneva ad altre cooperative e tutti eravamo al corrente che dovevamo dare 50mila euro a Coratti e 50mila euro a D’Ausilio: praticamente l’1% della delibera da 11 milioni». «Un accordo corruttivo», il primo di una serie di tre stretti con Coratti, che per Buzzi sembra non prendere comunque la giusta piega. «L’accordo lo prendemmo io e Francesco Ferrara con Coratti – spiega Buzzi – ma quando arrivammo a maggio 2014 lo stesso Coratti mi disse che di queste cose non ne dovevo parlare più con lui ma con D’Ausilio». La voce del pagamento dei 100mila euro in chiaro, però, comincia evidentemente a circolare. «Mi chiama Luca Giansanti, capogruppo della lista Marino e mi dice: “e noi?” Quindi, l’8 agosto, mi chiede di passare in commissione Bilancio. In giunta non c’era problema perché il sindaco Marino è onestissimo e non ci ha mai chiesto nulla. Alfredo Ferrari del Pd, presidente commissione Bilancio, e Giansanti mi dicono se non ci dai 30mila euro non va in porto. Su questa vicenda, alla fine, non abbiamo pagato nessuno perché ci hanno arrestato».

Altri due episodi sui quali si dilunga Buzzi sono quelli relativi all’ex presidente del decimo municipio, Andrea Tassone. «Inizialmente Tassone mi chiamava e io evitavo di incontrarlo, perché ogni volta mi chiedeva di assumere qualcuno – ha raccontato Buzzi – Il 7 maggio 2014, comunque, mi presenta Paolo Solvi come un suo uomo. Mi disse che gli servivano un sacco di soldi per la campagna elettorale, e che mi avrebbe affidato un lavoro di potature in cambio di 30mila euro. Voleva i soldi in nero perché doveva pagare la campagna elettorale e concordai 26mila e 500 euro, il 10% di 264mila euro della gara». «Ho pagato una tangente a Tassone e a D’Ausilio anche per la gara per la pulizia delle spiagge di Ostia – ha poi aggiunto Buzzi – il 10% sui 122mila euro della gara».

E se Buzzi sembra ammettere senza scomporsi dazioni di denaro e tangenti, si infervora quando arriva il momento di parlare dell’ex vicesindaco Nieri (non indagato) e di altri politici Pd che, a suo dire, hanno preso le distanze da lui dopo il suo arresto. «Vergognati Nieri, vergognati – tuona Buzzi – Mi arrabbio per gli amici che ti conoscono da trent’anni e non ti difendono. Vengono qui a dire “speriamo che la giustizia trionfi”. Perché non sei andato da Pignatone a dire che hanno preso un abbaglio? Gli amici si vedono nel momento del bisogno». «Nieri – ha affermato Buzzi – ci chiese di fare il servizio di guardiania per una villa a Monte Mario che era stata destinata a Suor Paola. Era il corrispettivo per l’accordo sull’acquisto della sede della 29 Giugno a prezzo scontato, nel contesto della dismissione del patrimonio del Comune. A Nieri gli ho assunto più di venti persone». Un’ultima bordata, Buzzi la riserva a Matteo Orfini: «Ho fatto la Città dell’altra economia, Orfini ne beneficiava quando chiedeva la sala convegni. Nessuno pagava, solo Grillo. Nemmeno 200 euro per la sala».

In merito alla vicenda legata all’acquisto degli appartamenti della cooperativa San Lorenzo, Buzzi ha invece tirato in ballo la LegaCoop. «Ho comprato gli appartamenti perché me lo ha chiesto Legacoop – ha spiegato – Mi chiamò il presidente LegaCoop Lazio, Venditti, e mi disse che ne aveva parlato con Poletti. Andai a Bologna a parlare con il direttore generale di Unipol e mi mise a disposizione 4 milioni. Legacoop mi ha ordinato di comprare e io ho eseguito perché sono un soldato».

Dispositivo sentenza Cosentino Nicola +altri e articolo giornale

Torna l’ombra del tesoro di Bardellino

Appalti e camorra: gli anni passano, l’ombra del tesoro del “fantasma” Bardellino aleggia ancora

Mafia Capitale – “I versamenti, le iscrizioni al Pd e quei 100mila euro che non versammo perché fummo arrestati”

Il Fatto Quotidiano, Sabato 18 marzo 2017

Mafia Capitale – “I versamenti, le iscrizioni al Pd e quei 100mila euro che non versammo perché fummo arrestati”

Salvatore Buzzi chiama in causa un’intera classe politica. Dalla destra, che aveva conosciuto negli anni ‘80 in carcere a Rebibbia, fino alla sinistra, la sua casa politica. Con in primo piano il Pd capitolino, anzi, l’intera sinistra romana, includendo anche parte dell’area più radicale. “Questo è il paese dell’8 settembre: con Alemanno le coop scoprivano il nonno fascista e con Marino il nonno comunista”. Orfini: “Nel processo siamo parte civile”

di Andrea Palladino

“Questo è il paese dell’8 settembre: con Alemanno le coop scoprivano il nonno fascista e con Marino il nonno comunista”. Salvatore Buzzi si avvia verso la conclusione della sua lunghissima deposizione. Cinque udienze, fino ad ora. Più di trenta ore di racconti, ricostruzioni, cifre divise tra “in chiaro” e “in nero”. Ma soprattutto una chiamata in causa di un’intera classe politica. Dalla destra, che aveva conosciuto negli anni ‘80 in carcere a Rebibbia, fino alla sinistra, la sua casa politica. Con in primo piano il Pd capitolino, anzi, l’intera sinistra romana, includendo anche parte dell’area più radicale.

Si parte con tre versamenti in nero. Cifre in fondo piccole, quasi irrisorie per un partito come il Pd, ma che pesano simbolicamente come macigni. “Il primo versamento era per le elezioni primarie del 2013 – racconta nell’udienza di mercoledì 15 marzo, poco prima della conclusione serale, Salvatore Buzzi – per le elezioni del segretario, comunale o provinciale, ora non ricordo. Giuntella e Cosentino ci chiesero di sostenere due candidati”, è l’esordio del Ras delle coop quando l’avvocato Santoro, suo legale insieme a Diddi, gli chiede di spiegare alcuni versamenti annotati sul registro sequestrato alla sua segretaria Nadia Cerrito. “Per votare dovevi iscriverti con 20 euro e poi pagare 2 euro; noi eravamo solo 4 iscritti nella 29 giugno e così portiamo a votare 220 persone dopo averle iscritte, gli abbiamo dato i 20 euro e pagato anche le ore di lavoro e i due euro. Ecco, 5000 euro la cifra totale. Funzionano così le primarie purtroppo”, spiega Salvatore Buzzi.

Il commissario della federazione romana del Pd, Matteo Orfini, replica secco: “Noi siamo stati ammessi come parte civile nel processo Mafia capitale e chiederemo a Buzzi, attraverso i nostri legali, chiarimenti su questi episodi, se sono realmente accaduti”. Il controesame dell’imputato è previsto per la prossima settimana e sarà il momento per riscontrare i racconti fatti durante l’interrogatorio: “Io non ho problemi – ha detto varie volte Salvatore Buzzi – nel controesame dimostrerò tutto”. “Sul 2013 – aggiunge intanto Orfini a ilfattoquotidiano.it – in effetti risultarono, dalle nostre verifiche, qualche migliaio di tessere inesistenti o fatte con modalità strane”. Dopo l’esplosione di ‘Mafia capitale’ il Pd controllò le iscrizioni, trovando diverse anomalie. Vi furono denunce alla Procura? “No, non abbiamo riscontrato notizie di reato in questo senso, nessun esposto venne inviato alla Procura”. La procedura di revisione degli elenchi dei tesserati fu dunque solo interna al partito. Il racconto di Salvatore Buzzi – che in buona parte era già noto – arriva alla vigilia delle primarie forse più delicate per il Partito democratico, dopo una scissione decisamente sofferta: “Oggi possiamo stare tranquilli – assicura Orfini – quest’anno per evitare meccanismi del genere abbiamo raddoppiato il costo della tessera per disincentivare l’acquisto dei pacchetti e in ogni circolo municipale il tesseramento è stato fatto come si faceva una volta, andando fisicamente in sezione”. E, secondo il commissario del Pd romano, gli iscritti sarebbero anche cresciuti: “Siamo a quota 10mila, tutti veri”.

I presunti versamenti in nero ai dem da parte delle cooperative coinvolte in Mafia capitale, però, non finivano qui. Nel registro della contabilità in nero sequestrato alla segretaria di Salvatore Buzzi c’è annotato un secondo versamento da 5000 euro il 28 novembre 2014, con beneficiario “Pd”. Appena due giorni prima degli arresti: “Questo è un contributo che mi fu chiesto per la convenzione di organizzazione del 28 e 29 novembre 2014 – ha raccontato in aula Buzzi -. Vengo avvicinato da D’Ausilio (all’epoca capogruppo del Pd in consiglio comunale, ndr), che mi dice ‘Ci puoi dare 5000 euro in nero, che abbiamo dei problemi con i fornitori?’. Il sabato vado, Cosentino mi disse anche ‘ti presento Pignatone’, io rifiutai. Mi è dispiaciuto non averlo salutato – ha aggiunto Buzzi – avrei voluto vedere la sua faccia, due giorni prima dell’esecuzione dei mandati di cattura”. Matteo Orfini su questo episodio non si sbilancia: “Certo che è paradossale… Ho verificato i bilanci, ovviamente di quei soldi non c’è traccia, d’altra parte Buzzi sostiene che erano in nero. Al momento del controesame chiederemo altri dettagli, cercheremo di capire meglio”.

Più complessa appare – dal punto di vista processuale – la posizione di Francesco D’Ausilio, ex capogruppo del Pd in consiglio comunale, all’epoca di Marino sindaco, e Mirko Coratti, presidente del consiglio comunale fino al 2014: “Mi chiesero 100mila euro per approvare il debito fuori bilancio”, ha dichiarato Buzzi nell’udienza del 16 marzo, dedicata alla ricostruzione dei rapporti con la politica durante la giunta di Ignazio Marino. “Non furono pagati – ha poi aggiunto – perché siamo stati arrestati”. Su queste accuse – respinte dagli interessati – la posizione del Pd appare al momento cauta: “Sono questioni interne al processo, deciderà la magistratura – commenta Matteo Orfini – e, per quanto ci riguarda, mi sembra di ricordare che D’Ausilio e Coratti si siano autosospesi dal partito”. Di certo il racconto di Buzzi descrive un sistema politico gravemente compromesso: “Su questo non ci sono dubbi – conclude Orfini – e penso che molti miei colleghi alla fine sottovalutino la situazione”.

Camorra&Politica, gare e bussolotti truccati: così la “cricca Sommese” sceglieva i nomi

Camorra&Politica, gare e bussolotti truccati: così la “cricca Sommese” sceglieva i nomi

Sabato 18 marzo 2017

Redazione Cronache della Campania

Bussolotti truccati e palline più calde delle altre per essere sicuri di estrarre il nome del commissario “amico” Un vecchio trucco ma sempre  utile e funzionante quando si trattava di alterare le gare di appalto nei comuni. È quanto emerge dalle in­ tercettazioni dell’inchiesta sulla cricca del consigliere regionale Pasquale Sommese e l’ingegnere napoletano Guglielmo la Regina. Il sistema organizzato e scoperto grazie all’inchiesta “The Queen” che ha provocato un terremoto giudi­ziario anche all’interno del mondo universitario e degli studi professionali con 60 ordinanze cautelari tra politicie professionisti. Scrive il gip Federica Colucci nelle oltre 1500 pagine dell’ordinanza: “In alcuni comuni il con­trollo della commissione è to­tale, tanto che gli indagati am­mettono che l’operazione è blindata”.La trascrizione di un colloquio intercet­tato il 29 gennaio 2015 tra l’ingegnere Guglielmo La Regina, Antonello Sommese nipote dell’ex assessore regionale e l’archi­tetto Raffaele Meo, parente dell’ex senatore nolano, Vincenzo Meo, morto due anni fa.

C’è in ballo un appalto da mezzo milione di euro per eseguire lavori in una scuola di Cicciano. Antonello Sommese presenta a La Regina il direttore dei lavori, l’architetto Meo. Quest’ultimo appare an sioso di far capire che tutto è andato per il meglio. La Regina chiede: «Sono stati sorteggiati tutti e due?». Meo: «Sì, l’ho fat­to io il sorteggio». E Antonello Sommese aggiunge: «I bussolotti erano… (ine)…». Subito dopo è Meo a sciorinare i nomi dei commissari. Finiranno poi tutti sotto inchiesta. Tra loro: il dirigente scolastico Pasquale Amato, il prof di architettura alla Federico II Vincenzo Manocchio, il suo collega Francesco La Regina (padre di Guglielmo) e l’assistente al proce­ dimento, ingegner Salvatore Mazzocchi, «che è mio suocero» commenta Antonello Sommese. E Guglielmo La Regina ridendo di gusto esclama: «Tutto in famiglia praticamente…» operazione blindata, segue risata generale per il preve­dibile buon esito della gara. In effetti il 18 febbraio i lavori del­ la commissione si concludono con la vittoria di «Thermoim- pianti srl» di Brusciano, un’impresa che vanta lavori importanti per con­to di numerose pubbliche am­ ministrazioni in tutti’talia.

Alterare i sorteggi per le gare era una vera e propria tradizione da parte della “cricca” viene fuori da un’altra intercettazione. Il 18 marzo 2015, l’imprenditore Mario Martinelli parla con il profes­sor Vincenzo Manocchio e l’on­nipresente La Regina. Spiega al prof: «Mi date un po’ un curri­culum vostro e potrete avere un collaudo». E il cattedratico di­ mostra molto senso pratico: «Vabbuò, cominciamo a piglia­re l’incarico…». Intanto c’è da organizzare una commissione di gara e Martinelli cita un vec­chio episodio: «Al paese mio ci stava uno che chiamavamo zi’ Peppe, era l’ingegnere capo del Comune. Ogni volta faceva un ciotolone così con un sacco di cose dentro. Allora faceva vici­no a me: scommetti che mo esce quello che dico io? E io di­cevo: ma questo come ca…fa, tiene la magia nelle mani? Poi andavi a vedere tutti i trecento biglietti e c’era sempre lo stes­so nome scritto sopra….ci face­vamo un sacco di risate».

fonte:https://www.cronachedellacampania.it

l calvario dei Testimoni di Giustizia.Il grido di Francesca Franzè e del marito Giuseppe Grasso,entrambi Testimoni di Giustizia.

Antonio Bretto, parente della moglie di Antonio Bardellino, nella traccia di Pasquale Pirolo

Antonio Bretto, parente della moglie di Antonio Bardellino, nella traccia di Pasquale Pirolo
Arrestato, ma senza l’aggravante di aver favorito la camorra nell’ultima operazione della Dda sul sistema La Regina-Sommese, il suo nome torna spesso nelle inchieste sui grandi flussi del riciclaggio dell’impero economico dei boss

SAN CIPRIANO D’AVERSA - Esiste un teorema, a nostro avviso molto fondato, che si poggia sul fatto concreto che esistano ancora oggi patrimoni di sterminata estensione, frutto dell’attività criminale del clan dei casalesi, soprattutto di quella degli anni ’80 e ’90, che vengono iniettati gradualmente nel sistema economico, allo scopo di ripulirne l’origine, in modo tale da poter diventare reddito economico e rendita finanziaria, inserendosi anche in processi di grande investimento immobiliare e/o produttivo.

E allora non può non generare qualche suggestione il nome dell’imprenditore Antonio Bretto, uno dei componenti della cricca messa in piedi da Guglielmo La Regina e fortemente finanziata dall’attività criminale dell’allora assessore regionale Pasquale Sommese.

Bretto, come abbiamo scritto ieri, illustrando e commentando il racconto di Loredana Di Giovanni, viene inserito nel gioco degli appalti e degli affidamenti proprio in quota Sommese, perchè è Antonello Sommese, congiunto e capo della segreteria dell’assessore regionale, a fare il nome di Antonio Bretto a Loredana Di Giovanni, destinata, poi, a passare l’appunto a La Regina.

Antonio Bretto non è indagato per camorra. A lui non viene contestata in nessuno dei diversi capi provvisori di imputazione l’aggravante dell’articolo 7.

Eppure, nella testa degli inquirenti, dei magistrati della Dda, soprattutto quelli con più datata esperienza investigativa, Bretto evoca il più grande e forse più ingombrante fantasma della criminalità italiana: Antonio Bardellino, codificato come morto presunto, anzi, come morto ammazzato presunto, visto che il suo corpo non è stato mai ritrovato.

Bretto sarebbe imparentato con la prima moglie del super boss, capo della Nuova Famiglia, Immacolata Bretto, ma soprattutto partecipa da socio alle iniziative imprenditoriali di Pasquale Pirolo, considerato dagli inquirenti un esempio ante litteram di imprenditore di grandi affari, direttamente connesso all’attività di riciclaggio di Bardellino e della camorra di quegli anni.

Bretto entra nelle dinamiche investigative mossesi sulle tracce del patrimonio di Pasquale Pirolo, con il quale incrocia una storia imprenditoriale ben precisa, quella della Impresud Srl.

Naturalmente, ieri, al cospetto del gip del Tribunale di Napoli Federica Colucci, dove è comparso per l’interrogatorio di garanzia, Bretto ha fatto scena muta, avvalendosi della facoltà di non rispondere.

 

Red. Cro.

PUBBLICATO IL: 18 marzo 2017 ALLE ORE 11:44

fonte:www.casertace.net

Minzolini, la giustificazione della Capacchione non regge: annullerebbe condanne di mafiosi e malavitosi

Il Fatto Quotidiano, Sabato 18 marzo 2017

Minzolini, la giustificazione della Capacchione non regge: annullerebbe condanne di mafiosi e malavitosi

Perché la stimata giornalista anti camorra ha salvato l’ex direttore del Tg1 in Senato? “Abbiamo votato il ddl Penale che modifica le modalità del dibattimento in Corte d’appello. Con quella modifica la Cassazione avrebbe avuto l’obbligo di annullare la sentenza di condanna per il senatore di Forza Italia perché non c’è stato un rinnovato dibattimento”. Ma la riforma del processo penale non è ancora in vigore. E anche se lo fosse non potrebbe modificare processi passati in giudicato. In alternativa si polverizzerebbero condanne a ndranghetisti e killer

di Giuseppe Pipitone

Tra 19 senatori dem che – insieme agli altri 24 colleghi assenti – hanno salvato Augusto Minzolini, il suo voto è stato quello che ha fatto più scalpore. Con l’ex vicedirettore del Corriere della SeraMassimo Mucchetti, dopo il filosofo operaista Mario Tronti e la storica Emma Fattorini, c’è un altro nome che si è schierato a sorpresa a favore dell’ordine del giorno di Forza Italia: quello di Rosaria Capacchione, stimata giornalista anti camorra, cronista di giudiziaria che per i suoi articoli sul clan deiCasalesi è costretta a vivere sotto scorta. Che c’entra la Capacchione con la pletora di senatori che non hanno applicato una legge dello Stato – la Severino – dopo averla approvata? Perché l’apprezzata giornalista antimafia ha contribuito con il suo voto a far rimanere il pregiudicato Minzolini al suo posto?

La risposta l’ha fornita lei stessa in un’intervista all’Huffington Post rilasciata poche ore dopo il salvataggio dell’ex direttore del Tg1. “Ieri mattina – ha detto – abbiamo votato con la fiducia la riforma del processo penale che contiene una modifica del codice di procedura penale. Modifica cioè le modalità del dibattimento in Corte d’appello. Quando si fa il processo d’appello se un giudice pensa di sovvertire il primo grado di giudizio, ad esempio condannare invece di assolvere, adesso si ha l’obbligo di rinnovare il dibattimento. Minzolini è stato assolto in primo grado e condannato in appello senza che venisse rinnovato il dibattimento. Oggi la Cassazione, dopo l’approvazione della riforma del processo penale, avrebbe avuto l’obbligo di annullare la sentenza di condanna perché non c’è stato un rinnovato dibattimento”. Come dire: siccome la Capacchione aveva appena votato una legge che avrebbe modificato lo svolgimento del processo di Minzolini- ormai passato in giudicato – ha deciso di salvarlo dalla decadenza da senatore.

Una giustificazione, quella dell’ex giornalista del Mattino, che ha destato più di qualche perplessità. E per almeno due motivi. Intanto perché dopo l’approvazione con la fiducia da parte del Senato, il ddl di riforma del processo penale dovrà nuovamente passare alla Camera, che – al netto di ulteriori modifiche – dovrà approvarlo in via definitiva. Soltanto da quel momento in poi – anzi soltanto dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – il ddl Penale potrà essere considerato vigente. Fino ad allora l’approvazione da parte del Senato al quale si appoggia la Capacchione per motivare il suo voto in soccorso di Minzolini varrà davvero poco. C’è poi, però, un altro motivo che annulla completamente la già traballante giustificazione della senatrice del Pd.

La modifica alla quale si riferisce Capacchione, infatti, è quella contenuta all’articolo 22, comma 3, del ddl Penale che modifica le disposizioni in maniera di appello. “Nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale“, recita la norma. Cioè proprio l’esempio fatto dalla Capacchione con il caso Minzolini: assolto in primo grado e condannato in appello senza che venisse riaperto il dibattimento. “Oggi la Cassazione, dopo l’approvazione della riforma del processo penale, avrebbe avuto l’obbligo di annullare la sentenza di condanna“, dice la senatrice dem, ma è un’affermazione che non risponde al vero. Oggi, infatti, la Cassazione non annullerebbe nulla e non solo perché il ddl Penale, come detto, non è stato ancora approvato. Anche a riforma vigente, infatti, la nuova norma non si potrà certo applicare ad un processo – come quello di Minzolini – già confermato dalla Cassazione nel novembre del 2015.

In alternativa potrebbero beneficiarne anche i 17 imputati condannati dalla corte d’appello di Torino il 10 dicembre del 2013: accusati di fare parte di una “locale” di ‘ndrangheta attiva nelle zone tra Asti, Alba, Bosco Marengo e Novi Ligure, in Piemonte, in primo grado erano stati assolti dall’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Secondo il ragionamento della senatrice dem, però, avrebbero potuto chiedere l’annullamento del loro processo – prima che ci pensasse la Cassazione ad assolverli in via definitiva, ma per altri motivi- anche due politici: Ciro Caravà e Giovanni Cristaudo. Il primo era sindaco diCampobello di Mazara, in Siciliaarrestato e processato per mafia: in primo grado fu assolto, poi in appello fu condannato a nove anni di reclusione dopo la riqualificazione del reato in concorso esterno.

Percorso simile per l’ex deputato siciliano Cristaudo, assolto in primo grado con il rito abbreviato, condannato in secondo per concorso esterno a 5 anni. Di procedimenti che sarebbero finiti in fumo secondo l’assioma Capacchione (o assioma Minzolini, che dir si voglia), però, ne è piena la storia giudiziaria italiana. Recente e remota. Da Nicola Chirico, assolto in primo grado per l’omicidio di Cosimo Semeraro e poi condannato all’ergastolo dalla corte d’appello di Brindisi appena il 6 marzo scorso, ad Albert Bergamelli, Jacques Berenguer, Lino Bellicini, cioè la banda dei Marsigliesi: assolti per insufficienza di prove nel processo per la rapina all’ufficio postale di piazza dei Caprettari, nel 1975 a Roma, vennero condannati all’ergastolo in secondo grado nel 1981.

I casi simili in archivio, però, sono molteplici. E qualche volta coinvolgono pezzi di storia della criminalità organizzata italiana: il leggendario Francis Turatello venne assolto dal tribunale per cinque sequestri di persona nel 1979, prima di finire condannato in appello. Il boss di Cosa nostra Luciano Liggio collezionò addirittura due assoluzioni davanti al giudice: quella per l’omicidio di Michele Navarra, il medico e padrino di Corleone suo mentore e nemico, poi trasformata in una condanna definitiva dalla Cassazione, e quella al Maxi processo, rimasta tale perché il “maestro” di Totò Riina nel frattempo morì. Tutti esempi che magari convinceranno la Capacchione ad aggiustare il tiro: la sua giustificazione sul salvataggio di Minzolini non regge. E meno male.

Twitter: @pipitone87

Evaso dal carcere di Frosinone.E’ caccia in tutto il Basso Lazio

Evaso dal carcere di Frosinone.E’ caccia in tutto il Basso Lazio
di Angela Nicoletti 

FROSINONE – È evaso dal carcere di Frosinone in maniera rocambolesca. Alessandro Menditti di Recale, in provincia di Caserta, componente del clan Belforte e detenuto per gravi reati, si è reso protagonista di un’evasione senza precedenti. L’ultimo a fuggire dal penitenziario ciociaro fu Cesare Battisti.

Arrestato nel 2012 dalla squadra mobile di Caserta, l’erede della famiglia camorristica dei «macellai» deve scontare una pena fino al 2026. Stando a quanto riferisce Massimo Costantino, della Fns-Cisl, Menditti e un altro detenuto albanese hanno tagliato le sbarre della cella e poi si sono calati con delle lenzuola. In questo modo è riuscito ad evadere dal carcere di Frosinone, Alessandro Menditti, componente di spicco del clan Belforte di Marcianise. Ad essere bloccato, perché caduto da un’altezza di sette metri, è stato il suo compagno di cella, un albanese ora ricoverato in gravi condizioni al ‘Fabrizio Spaziani’. Pare abbia riportato una lesione alla spina dorsale. Nelle tasche del giubbotto del fuggiasco gli agenti della Polizia Penitenziaria hanno trovato due telefoni cellulari. Anche l’evaso potrebbe essere rimasto ferito. Testimoni hanno notato una persona clauticante che cercava di dileguarsi nelle campagne circostanti il penitenziario di via Cerretto. «È da tempo – denuncia il sindacalista – che denunciamo proprio nel carcere di Frosinone la grave carenza di personale e il sovraffollamento di detenuti». In tutto il basso Lazio è in corso la caccia all’uomo.

Sabato 18 Marzo 2017, 09:12 

Da Il Mattino.Spunta l’ipotesi Bardelllino:l’impero del boss sparito nelle ditte inquisite

 

di Marilù Musto

CASERTA – Il progetto «La Porta dei Parchi» che prevede il restauro di alcuni «gioielli» strutturali medievali in Campania, finanziato dalla Regione Campania, vale 9 milioni di euro. Come può una società che si chiama «Opere stradali», già vincitrice di gare d’appalto a Scafati, aggiudicarsi un appalto del valore di 726.819,91 per il restauro della torre civica medievale di Cerreto Sannitica, lo si spiega solo con una presunta tangente di 50mila euro, intascata, per i magistrati da Pasquale Sommese.

Denaro promesso, per gli inquirenti. Perché «Pasquale Sommese, in qualità di assessore regionale pro tempore ai beni culturali aveva designato – scrivono i giudici – prima ancora della indizione della gara per il restauro della torre civica medievale di Cerreto, la ditta «Bretto Opere stradali» come aggiudicataria dell’incanto. Aggiudicazione poi effettivamente realizzata grazie alla complicità di pubblici ufficiali del Comune di Cerreto Sannita, allo stato non identificati», conclude il giudice Federica Colucci.

Peccato, però, che a queste ed altre anomalie, l’imprenditore Antonio Bretto, finito nella retata con l’accusa di corruzione, non ha voluto dare una spiegazione. Difeso dai legali Federico Simoncelli e Saverio Campana, Bretto si è avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio di garanzia disposto ieri. A lui i magistrati non hanno contestato il reato mafioso. In realtà, però, il suo nome era finito nel 2011 – come semplice «comparsa» – in un’inchiesta della sezione Misure di Prevenzione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere che riguardava Pasquale Pirolo, ex braccio destro di Antonio Bardellino sul finire degli anni ‘80, colui che avrebbe «rifornito» di denaro Bardellino in Spagna nel 1983. Seguendo lui, la polizia arrestò Bardellino.
I magistrati, venti anni dopo, scoprirono che Pirolo e un suo collega imprenditore erano risultati soci al 50% del capitale sociale della Impresud srl costituita nel 1993, nella cui gestione subentrò solo nel 2001 per aver acquistato le quote detenute da Antonio Bretto.

E Bretto pare abbia un legame di parentela con Immacolata Bretto, prima moglie del boss Bardellino scomparso in Brasile nel 1989. Le indagini della Dda su questo fronte sono ancora in corso: si punta a verificare se ci sia un tentativo di ripulire il vecchio denaro del capostipite dei Casalesi in imprese che hanno poi vinto appalti pubblici. Ipotesi. Legami, parentele e non solo. A Bretto viene anche aggiudicato l’appalto di Casapulla. L’indagine della magistratura dunque potrebbe allargarsi anche oltre, fino ad arrivare alla ristrutturazione di Casa don Diana, la sede della mostra degli Uffizi.

Il 16 Maggio ha inizio il processo “Tiberio” per i fatti di Sperlonga

    SPERLONGA / OPERAZIONE TIBERIO, ACCOLTA LA RICHIESTA DEL PROCESSO CON RITO IMMEDIATO
Sperlonga / Operazione Tiberio, accolta la richiesta del processo con rito immediato

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SPERLONGA – A due mesi, ormai, dai clamorosi arresti, l’operazione “Tiberio” ha conosciuto una svolta importante: il Gip del tribunale di Latina Giuseppe Cario, dopo un mese di attesa, ha accolto la richiesta del sostituto procuratore Valerio De Luca di far celebrare il processo con il rito immediato nei confronti del sindaco di Sperlonga e due volte presidente della Provincia Armando Cusani, il principale imputato di un’organizzazione in grado di pilotare l’esito di alcuni appalti pubblici a Sperlonga ma anche a Priverno e a Maenza. La data di inizio del processo è stata fissata al prossimo 16 maggio.

Con l’accoglimento della richiesta della Procura nei confronti di Cusani, alla luce di un quadro probatorio cristallizzato e arricchito dalle dichiarazioni dell’imprenditore di Nettuno Giuseppe Ferrazzano, la difesa del sindaco di Sperlonga chiederà formalmente l’attenuazione della misura detentiva o addirittura la sua revoca in vista dello svolgimento del dibattimento dove dovrà difendersi – caduta l’ipotesi dell’associazione a delinquere – dalle accuse di turbativa d’asta e corruzione.

La strategia difensiva del (sospeso) sindaco di Sperlonga aveva giù presentato un ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale del Riesame che a fine gennaio ha confermato il castello accusatorio contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip Cario nei riguardi di Cusani e di altre nove persone tra dirigenti del comune di Sperlonga, Prossedi e Priverno e imprenditori. Le motivazioni del giudici della Libertà, Laura Previti, Maria Teresa Cialoni e Imma Imperato, avevano descritto “la totale ingerenza del sindaco Cusani sulle singole pratiche ma anche sulle modalità e priorità dell’ufficio comunale”. Intanto è tornato completamente in libertà, dopo aver beneficiato dei domiciliari, l’imprenditore di Nettuno Mauro Ferrazzano, uno dei dieci indagati nell’ambito dell’operazione “Tiberio”.

Lo stesso gip del Tribunale di Latina Giuseppe Cario ha accolto la richiesta dei suoi legali secondo i quali non sussistono le esigenze per la sua detenzione che si sono attenuate anche per le dichiarazioni confessorie dell’indagato che davanti il sostituto Valerio De Luca aveva chiamato in causa anche gli altri arrestati, in testa Cusani, offrendo nuovi elementi nuovi all’inchiesta tuttora in corso.

Saverio Forte

Il 9 aprile a Roma assemblea degli iscritti dell’Associazione Caponnetto.

DOMENICA 9 APRILE UNA RINNOVATA E PIU’ FORTE ASSOCIAZIONE CAPONNETTO

 

Il sogno di tanti anni trascorsi nell’inquietudine,nelle ansie,nelle paure

di non potercela fare a dare un volto sempre moderno,sempre più marcato ed  aggressivo all’Associazione prima di prepararmi a cedere il passo.

Il sogno di lasciarla in  mani sicure,affidabili,a menti e cuori capaci di restare coerenti con i valori ed i fini che sono alla base  del suo essere.

Cuori e menti determinati ad anteporre gli interessi del Paese e della collettività a quelli personali,consapevoli appieno del valore e della nobiltà della missione che liberamente abbiamo voluto darci nel nome di una Persona che ha dato lustro al Paese e che non ci sentiamo di tradire.

Costi quel che costi.

Anni di lavoro intenso,di osservazione attenta e silenziosa,di valutazione,di giudizio dei singoli a mò del conducente di un’autovettura impegnato a sottoporla ad una revisione costante per mantenerla sempre efficiente e sicura e preservarla da guasti e sconquassi.

Il nostro é un cammino difficile,complesso,anche irto di pericoli vari e che richiede,pertanto, grandi capacità e grandi doti.

Morali soprattutto ,perché l’interesse collettivo deve sempre prevalere su quello personale.

Il Paese é in pericolo,lo Stato di diritto é attentato minuto dopo  minuto da orde potenti  e numerose di delinquenti,di mafiosi,di ladri che dall’interno e dall’esterno lo assalgono per demolirlo dalla fondamenta  e noi non possiamo consentirci nemmeno il più piccolo errore,sia sul piano strategico che su quello tattico,che potrebbe agevolare l’opera dei criminali.

Grande senso di responsabilità,senso dello Stato ( quello vero e non lo stato-mafia),piena consapevolezza del pericolo che questo corre,spirito di sacrificio e rinuncia al bene personale a vantaggio di quello generale.

Non é ,questa,roba da tutti,purtroppo.

Quando noi diciamo “Non tocchiamo la magistratura perché questa é rimasta l’unico presidio a difesa della legalità e della giustizia in questo Paese sfortunato”,lo facciamo non per spirito di parte,corporativo o altro,ma solo perché questa é la verità.

Possiamo trovare  anche il singolo magistrato corrotto ed incapace ,che ti condanna ingiustamente ( anche chi scrive ne é rimasto vittima come tanti altri che fanno il nostro lavoro,giornalisti,ecc),ma l’istituzione é sana.

E,per noi,sacra!

Ed é per questo che abbiamo il dovere morale e civile di stare al suo fianco e di difenderla dagli attacchi dei criminali e degli sconsiderati.

E di sostenerla ed aiutarla.

Con i fatti e non con le chiacchiere,fornendole ogni supporto,piste,indicazioni,suggerimenti,notizie,nomi e cognomi.

Se non facessimo questo non avremmo alcuna ragione di esistere.

La lotta alle mafie non si fa con gli slogan,con gli appelli e le preghiere ,con le parate,con le elucubrazioni storiche o sociologiche,con le commemorazioni ed i racconti della nonnina dei fatti già avvenuti ,facendosi magari pagare lautamente da istituzioni che poi potrebbero rivelarsi corrotte e mafiose,ma con nomi e cognomi e contrastando coloro che eventualmente volessero farti deviare dal percorso che abbiamo scelto.

INDAGINE,DENUNCIA E PROPOSTA.

Questo é il motto dell’Associazione Caponnetto e questo DEVE restare.

Per sempre.

Chi vuole venire DEVE saperlo.

Come deve sapere anche che noi misuriamo sul campo i singoli e non ci lasciamo suggestionare politicamente da nessuno perché ,”venendo da lontano,molto lontano” come chi scrive,sappiamo molto bene che nessuno,da sinistra a destra,fatta qualche rarissima  eccezione,� esente da colpe e responsabilità gravissime.

Abbiamo attraversato un momento delicato e che ci ha obbligato,per evitare anche alcuni gravi rischi,ad un’opera di ristrutturazione interna quasi radicale.

A noi servono persone che siano in possesso delle qualità indicate sopra,persone che chiacchierino il meno possibile e che lavorino.

Lavorare significa INDAGARE,FORNIRCI NOTIZIE significative e utili per i magistrati.

Il Consiglio Direttivo che ci accingiamo ad eleggere Domenica 9 Aprile prossimo a Roma sarà composto,oltre che da alcuni vecchi iscritti che hanno rivelato negli anni grandi capacità sia organizzative che investigative,da alcuni rappresentanti in servizio delle forze dell’ordine,da alcuni parlamentari ed ex parlamentari,da qualche Testimone di Giustizia,da avvocati e da tante donne impegnate ed abituate a stare in prima linea.

“Gente tosta”,come sul dirsi ed esperta.

Una macchina da guerra.

Al servizio del Paese,dello Stato di diritto e della gente onesta.

Come é stata e vuole essere sempre di più l’Associazione Caponnetto. 

                Elvio Di Cesare

Da Casertace- La Superpentita:” Rubavano tutti…………”

La super pentita: “Rubavano tutti, prof universitari, ordini professionali, politici e imprese. Come abbiamo corrotto i sindaci casertani”

Il testo integrale del primo interrogatorio di Loredana Di Giovanni divenuta da coindagata anche la testimone chiave dopo che ha deciso di collaborare con la magistratura raccontando questo meccanismo micidiale. Il ruolo di La Regina e il prestigio del padre professore

CASERTA – Sarà sicuramente la struttura più interessante dell’ordinanza dei 69 arresti. Loredana Di Giovanni, colpita da ordinanza di custodia cautelare nell’aprile dell’anno scorso insieme ai vari Biagio Di Muro, Roberto Di Tommaso e ad altri, ha deciso in quella circostanza di mettersi a disposizione senza se e senza ma, senza riserve e senza reticenze, della giustizia e della sua affermazione. E’ lei che ha raccontato agli inquirenti il sistema di corruzione, di illegalità che ha coinvolto un numero enorme di soggetti istituzionali oltre che aree imprenditoriali collegate al clan dei Casalesi.

E’ lei la migliore biografa di Guglielmo La Regina, l’ingegnere di Napoli che di questo sistema diventa il dominus. Lo diventa perchè è scaltro e perchè ha attitudini criminali e sa dunque sfruttare il prestigio e le storiche entrature di suo padre, architetto di grido, Francesco La Regina, nonchè professore universitario alla facoltà di architettura.

Grazie a questo padre, il rampante ingegnere riesce ad aprire tutte le porte, soprattutto quelle dell’università casertane e napoletane dove pesca a piene mani elementi malleabili e disponibili alla corruzione per inserirli nelle commissioni di gara, e per lo stesso motivo, negli ordini professionali, napoletani e casertani.

Alcune cose che Loredana Di Giovanni dichiara ai magistrati in un interrogatorio reso il 29 settembre scorso, cioè più di 5 mesi dopo il suo arresto e il blitz di Santa Maria Capua Vetere ribadiscono concetti ormai noti descrivendo la filiera del malaffare tutta quanta tessuta da Guglielmo La Regina il cui studio era diventato vera e propria meta di pellegrinaggio dei sindaci della provincia di Caserta i quali sapevano che lui era in condizione di muovere le leve giuste in Regione per ottenere i finanziamenti e per far girare i soldi per le tangenti.

Gli affidavano tutto. La Regina redigeva i progetti preliminari che poi faceva firmare a ingegneri, architetti e geometri degli uffici tecnici comunali, li faceva finanziare grazie ai rapporti con il dirigente già citato nei giorni scorsi Ranauro e grazie ai rapporti costruiti con l’assessore regionale Pasquale Sommese che racconta la Di Giovanni, La Regina conosce grazie a lei, che di Sommese e del partito di Sommese era stata ed era anche una sostenitrice politica.

Loredana Di Giovanni approda alla corte di …La Regina provenendo da Creditalia, che lascia nel 2009. Viene pagata direttamente dall’ingegnere con una sorta di contratto di consulenza. Significative anzi emblematiche certe affermazioni della faccendiera. Una per tutte: ci guadagnavano tutti, dal primo all’ultimo. C’erano soldi per i componenti delle commissioni, sorteggiate in maniera farlocca per orientare l’aggiudicazione dell’appalto ad un’impresa ben definita in partenza; ci guadagnavano i sindaci e i politici con le tangenti; ci guadagnava La Regina, il quale otteneva incarichi sia dall’amministrazione comunale, sia dall’impresa che lui stesso aveva aiutato in maniera determinante affinchè vincesse la gara e che, immancabilmente, affidava al suo studio tecnico, le progettazioni e le direzioni dei lavori.

Dunque, comuni, ordini professionali, università, assessori regionali. Tutti insieme appassionatamente a rubare dentro a un sistema corruttivo esteso che la dice lunga su quanto questo morbo della nazione sia difficile da estirpare in quanto largamente praticato, come dimostrano anche i dati, sciorinati in questi giorni dalla guardia di finanza e che raccontano di casi triplicati per quel che riguarda questo tipo di reato applicato alla pubblica amministrazione.

Passaggi interessanti sono anche quelli relativi alla figura di Antonello Sommese, parente fidatissimo dell’assessore e responsabile unico della sua segreteria. Antonello Sommese prende gli accordi, suggerisce le imprese come capita per esempio con la ben nota Bretto e prende anche lui direttamente tangenti.

Il resto, il dettaglio si legge facilmente dal testo integrale di questo interrogatorio, che pubblichiamo qui in calce.

G.G.

 

QUI SOTTO IL TESTO INTEGRALE DELL’INTERROGATORIO DI LOREDANA DI GIOVANNI

PUBBLICATO IL: 17 marzo 2017 ALLE ORE 21:19

fonte:www.casertace.net

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